Silenziosa e Raccolta

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April Love; Arthur Hughes

 

Silenziosa e raccolta

in magica apparenza

ti scosti disinvolta

lucente decadenza

 

pe’ quei tuoi splendidi occhi

mi trovo disarmato

e sboccia disilluso

come manto trapunto

il tuo tenero saluto.

 

Poi mi poni a conoscenza

di una realtà velata,

le tue labbra disegnate

in rosea fluorescenza.

 

Sogni ancora con lo sguardo,

il pensiero è il mio vello

che ti rende edotta

dalla tua stupenda forma

 

si illumina il volto.

 

Armeggi con respiro profondo

il tuo morbido capello scosso

nella sua parca situazione designata

dall’aura del ricordo sfuma sincero

invadendo l’alma mia

la tua frullosa vocale

melodia.

 

Dal viola alla tua mano

recondita e sopita

si slaccia la scarica ardita:

 

profusione eterna e desta.

 

Per questo sei la più bella

e banalmente dico

ciò che tace il respiro.

 

Poi a mille il cuore scuote

l’armata posta a conclusione

e mi disarmo dinanzi a te

infrange furente il mio desio,

mentre il tuo sospiro

è nei tuoi gesti

gocce di rugiada

pensandoti come aurora,

come attimo dopo il fiore mai sciupato

del sogno.

 

Rifletti ma poi sciogli

queste rissose lotte vocali

ti confondi anche tu e nell’incedere

germoglia lo stupore

ultimo floreale ardore.

 

Ti sciogli quasi invisibile

ma all’improvviso scagli altrove il viso

graziosa fai moine con le mani

e l’impianto del sistema universale

di arzigogoli e massimi sistemi

si riduce ad ultimo punto d’universo

 

mia stella più risplendente

del giardino del mio cuore

firmamento.

 

Adoro questa tua apparenza!

 

Ecco! sei la lucciola che trema alla finestra

pallida al vigore del vento,

 

ti stringerei al mio petto

pronunciando il tuo nome che non dico,

stordito e giulivo.

 

E poi ancora pensieri,

li trattengo per non sbiadire la tua effige.

 

Guardi a sinistra e poi me

ti giri axiotica e dedotta

 

se sciorini altre due parole

ti tengo ancor più stretta alla memoria.

La Grande Seminatrice Cosmica

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Lo Zed (o Djed), è un geroglifico che rappresenta il dio Osiride, la sua “spina dorsale”. E’ un simbolo di rinascita, di risveglio, ma soprattutto di energia spirituale (e, forse, non solo). Per gli Antichi Egiziani la spina dorsale era la sede del fluido vitale e il canale attraverso il quale fluisce l’energia cosmica che conserva l’armonia e la stabilità dei processi esistenziali. Lo Zed era dunque simbolo di vita eterna.

Ho voluto in questo dipinto rappresentare che ci potrà essere un altro incontro con esseri alieni, infatti la figura a sinistra con la proboscide è la seminatrice, al centro la nave aliena, biologica o organismo spaziale o nave spaziale organica. Le conchiglie avranno tutte gli occhi come una entità aliena. Il cane già custode dello Zed, guarda con sorpresa l’entità che appare nella conchiglia aliena. L’erma rappresenta la storia.

Nella proboscide della grande seminatrice c’è questo piccolissimo ritratto che è una via di mezzo tra Gesù ed il mio ritratto con la barba un poco bianca e rossa. Ma è solo una mia presenza sfuggevole, alla Hitchcock,  nel dipinto.

Le conchiglie con gli occhi di una presenza aliena

L’uovo mondo, uovo cosmico o uovo mondano è un simbolo mitologico trovato nei miti della creazione di molte culture e civiltà. In genere, l’uovo mondo sta a indicare un inizio di qualche tipo dell’universo o un qualche essere primordiale proveniente dal fatto di covare questo simbolo di uovo, il quale sovente si trova posizionato nelle acque primordiali della Terra a rappresentare la scintilla che diede inizio alla vita.”

Con queste parole il maestro Sarossa, fondatore e massimo esponente della corrente artistica dell’Oltrismo, spiega il significato dei simboli presenti nel suo ultimo lavoro “La Grande Seminatrice Cosmica”. Un’opera che rappresenta in tutto e per tutto l’apoteosi  della corrente, il suo più intimo significato. Un’opera che ha avuto una gestazione lunga e che esplode cosmicamente ponendo in evidenza il mondo sarossiano, il suo profondo  messaggio. Ciò che fu principio e ciò che fu la fine, rigenerata in nuovo principio. Ciò che fu la scintilla primordiale dell’attività artistica di un pantocreatore, misterico ed evidentissimo in quanto immanente, ciò che fu l’esoterico che si svela, ciò che fu il mito, che si spiega e declina giungendo alla necessità ultima, al colpo di spugna dato all’intero modo di credere e percepire le cose. Ad un sogno nato negli anni ’70 e che trova ora la sua massima realizzazione ora. Al corridore che vince due volte, ‘sta volta naufrago, nello spazio sidereo. Alla sfera di sapienza sarossiana che qui è assente perché si manifesta nell’intero dipinto.

La Seminatrice da cui spunta la barbetta del maestro rappresenta ad un tempo il divino che crea spruzzando frammenti di spirito liquido sulle cose, e dandogli con ciò vita e l’artista stesso, Sarossa, Salvatore D’Auria, che per tutta la vita ha dato e che continuerà a dare vita ai suoi dipinti, di cui io talora commento cercando umilmente di coglierne l’essenza. Questo lavoro è, soprattutto, dunque, biografico, e qui la mia parola si arresta, qui si ferma l’Etereismo, il mio, di Giovanni, per dare spazio a ciò che è pulsante, vivo, la sua opera, l’esplodere dei colori, la nascita della vita. La Seminatrice è rossa, altro elemento biografico del maestro, che compare e si affaccia, scandendo il suo nome artistico, Sarossa.

E dà vita, l’esplosione immanente di colori dà vita e va oltre, ma va oltre ancora qui, nella nostra realtà newtoniana, nella ricerca di pianeti abitati da esserini a noi simili o forse, speranza vana, a noi migliori. Esserini che nell’immaginario sarossiano sono biologicamente esistenti e complessi, macchine similumane, esseri animati e cordici. Esseri con cui dialogare nella nostra sfera comunicativa, Annunaki che magari disquisiscono in sumero, o in accadico, o in tardo cannaneo.

Dà vita la Seminatrice, la realtà manifesta ed evidente della Panspermia, della primigenia ed aliena dispensazione vitale. Da essa una navicella, racchiusa a grappolo, come fecondata, memoria forse di una gemmazione prolifera, navicella dunque, navel conducente l’alios e che atterra dallo spazio ma prolime feconda dalla terra. Luccicante, colma d’energia pulsante e vitale, colma dell’oltre, colma di una lucentezza motrice che è il centro da cui dipana l’intensità cromatica completa del dipinto.  In una fossa simile a conchiglia, come generatrice di bellezza, da cui nacque Venere, da cui nasce vita, da cui nasce messaggio profondo, navetta, nuovo orizzonte. Ed a forma di conchiglia, che rappresenta la sezione aurea, una costante da sempre presente nei dipinti sarossiani, sono gli organismi viventi, gli alieni, esserini da cui spuntano degli occhietti scrutanti, esserini di cui non conosciamo ancora la forma ma di cui abbiamo innanzi agli occhi la corazza, che è somma perfezione, somma proporzione, sommo involucro di bellezze cosmiche. Come a dire che la nostra certezza pone la lapassianità della perfezione di esseri ultramondani. Extraterrestri che noi avvolgiamo nella perfezione perché cosa sono se non la ricerca di noi stessi, della nostra mancata perfezione, della felicità. Il desiderio di ricercare altre vite per trovare, finalmente, una risposta alla nostra di vita, al nostro sfuggente qui ed ora.

Al centro, di profilo, una statua, un erma, hermetica presenza femminea che è la storia, agalma di mistero ma fissa, statica, da adorare, idolo fuggevole e tremendamente statico, scultura dall’espressione  dimessa e possente, da Grande Madre, accogliente ed immaginata. Realissima, scultura cui è stato tolto il velo e da cui promana tutta la sua vera essenza. La nostra concezione della storia. Quella di un susseguirsi lineare, del dirigerci verso una meta. Erma che tutto deve svelarci e che svelata è al centro del dipinto ma quasi dimessa non è loquace, ci invita a guardare altrove, intorno. Al centro per importanza, importanza che noi le diamo, ci dice di guardare al di là. Il resto. Di guardare al di là per scoprire il reale che cerchiamo.

In fondo ci sono i monti, una coppia di monti bassi, costante dei dipinti sarossiani, dei monti altissimi ora rappresentati come se fossero collinette con vette appuntite. Sono i monti degli altri dipinti, i limiti che noi ci poniamo che ora, finalmente, sono superati, superati perché non valicati ma visti nella loro vera prospettiva. I nostri limiti ed i nostri ostacoli non sono. Semplicemente sono nostre costruzioni mentali che arretrano e si rimpiccioliscono-ma comunque permangono in noi come esperienza- innanzi alle vere sommità, ai veri valichi, alle vere catene montuose, ultramondane, che non sono ostacolo o limite ma dalla cui sommità promana luce, energia, pulsione vitale, spinta vitale, desio di andare oltre. Tagliano il dipinto in sezione aurea ed il cielo nubiloso è ancora ciò che c’è da vedere, oltre la coltre. L’insondabile leggermente schiarito verso destra, di un azzurro rivelatore.

Ed è qui, alla destra del dipinto, che si colloca in primo piano la Zed, lo Djed, colonna vertebrale di Osiride, di Asar. Dea o dio della vegetazione, nata giocando a dadi con la luna, nata dalla somma possenza celeste delle maggiori forze cosmiche. Su di essa un cane, che da un lato la custodisce, dall’altro guarda stupito la conchiglia alla sua destra da cui spuntano gli occhietti, la vita.

Lo Zed svolge una duplice funzione, come quello presente nella piramide di Giza, regge architettonicamente tutto il substrato, tutto il dipinto ma allo stesso tempo è anche un monolite da cui promana l’energia, monolite primordiale presente in tutte le civiltà ed a tutte le latitudini, da Ston Age alle costruzioni mesoamericane ed ai gingilli spirituali nordamericani, sino alla Mesopotamia ed alla estrema terra del Drago ed alle sue isole di samurai, ed all’India, ed alla terra Etiope di Prete Gianni. Ed in Italia, ed in Sardegna, così come nelle terre fenici. Alla sua sinistra c’è l’athanor, l’ovo cosmico et alchemico, il principio generatore, Osiride che si bagna le vesti e lo spirito di Dio che aleggiava sulle acque. Il forno che tramuta in oro, il forno del messaggero hermete, del mercurio trasudato e traspirante.

Ecco alla sinistra l’ovo cosmico, alla destra la vita, sormontante il custode, al centro la colonna portante, lo Zed. Che è colonna portante e che è monolite, passaggio dalla caccia la agricoltura, quindi alla nascita della magia e con essa della cultura. In un dipinto fortemente reale, in cui è assente ogni forma di trascendenza, ed in cui pullula la realtà newtoniana in cui si scoprono nuovi pianeti emerge questo elemento etereo, posto al lato opposto della Seminatrice, dell’artista, come a dire il Verbo da un lato, l’Arte dall’altro. Zed, una duplice struttura un tronco verticale che, secondo il mito, rappresenta l’energia che circola liberamente, mentre le sue parti orizzontali la fissano. E se il tronco ne favorisce l’ingresso, i piani verticali la rendono stabile, regolandone l’ordine e la potenza, liberandola dalla circolazione caotica d’accesso. Lo Djed, celato nell’ermetismo degli Antichi Testi Egizi, nel Libro dei Morti, come dispensatore di immortalità temporale. Come centro propulsore di elettromagnetismo, comparso in età neolitica, dodicimila anni orsono. Una presenza eterea in un dipinto fortemente newtoniano ed immanente, che riesce ad andare oltre verso nuovi mondi e nuovi modi di vedere il reale. Una presenza che ci ricorda che noi, comunque, esseri umani, percepiamo solo parte del tutto, quando siamo coscienti. E se l’universo, da questa sfera percettiva, è già di per sé inconcepibile nella sua infinità di galassie e sistemi, nella miriade di pianeti uguali al nostro, pensiamo a ciò che non percepiamo, agli ultrasuoni et agli infrasuoni, all’ultravioletto ed all’infrarosso, al novanta percento di materia oscura che è il restante. E per non parlare dell’energia oscura. Quindi dal dipinto capiamo che potremmo anche scrutare l’intero universo così come appare ai nostri sensi, ma la parte più misteriosa dell’universo stesso è ad un palmo dal nostro naso, è il verbo che è principio, è l’invisibile e l’impercepibile e l’indescrivibile ed indipingibile. È l’infinità di mondi e dimensioni bruniana, l’infinitamente piccolo. È l’etereo che ci accompagna e che intuiamo talora, nel dormiveglia, in meditazione, nel sonno, nell’incoscienza.

A sinistra la Seminatrice, l’Oltrismo artistico che cerca l’Oltre nella realtà immanente, a destra l’Etereismo che lascia il velo di mistero e di inafferrabile. Nel dipinto emergono le due nuovissime avanguardie sorte ad emblema universale delle scienze dell’intuizione, che da sempre, grazie alla potenza degli artisti e dei poeti, precedono la scienza empirica e le sue scoperte. Da una parte l’arte che rappresenta , dall’altra il suono, la parola che seppure appare scompare nel suo formarsi e resta come traccia eterea.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Arcadia Sannazaro

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Rachele e Lia; Dante Gabriele Rossetti

 

Leggimelo ancora nell’orecchio

quel verso che hai già detto

distratta tra una bevanda e un’altra,

 

le tue mani mi carezzan

e sfiorano le corde dell’ardore,

pure eppur così perverse

come mandorle dischiuse,

 

in fiore i tuoi giardini dell’oblio,

 

ove ponessi i tuoi riccioli biondi

come limite del senso

credo avremmo dei problemi,

 

le questioni dell’umanità insolute

da noi risolte

e rivolte alla noncuranza,

 

stretti nella stessa barca

e comunque così distanti,

 

il mio verbo sprigiona clamori

ormai celati

ma la tua mente va già altrove

e si perde nei miei occhi,

 

io fattorino del destino.

 

Arcadia mia della luna a mezza falce,

riflessa all’acquitrino

io a sbuffo vorticoso,

cigno solo nei tuoi sogni,

 

viaggio e parto più lontano

nella nostalgia del tuo ritorno,

di allori adorno,

mi innalzo e tu mi scansi

e sorridi, forse ti perdi,

 

affinché gli occhietti verdi alla Baricco

blu d’oltremare a danzare

possan indagare il limite del professore

o del pittore dalle frasi sospese,

 

tu raccontami di te,

io ti esalto ma mi eclisso,

resto in un angolo,

piattino in mano,

due o tre grammi d’amore riflesso

me lo danno i tuoi nuovi sorrisi,

sugli scogli a Mergellina

il sole inzuppa il mare

 

e gode nell’eco perso.

 

E coll’asticella del violino

a fare esercizi di solfeggio,

ho composto la nostra tensione,

 

non hai voglia di esternarla

ma leggendo una lacrima

dal cuore scende fissa

ed è un minuto e un rigo

che il saluto è già svanito,

sul fiume a naufragare

le parole come dai tuoi occhi il sale,

 

scrivo solo,

sembra inutile, ma continuo,

guarda, e fremo,

un po’ stanco mi rivolto,

tu mi ignori ancora,

ma va bene,

resta il vento tra le foglie

 

e le tue canzoni spoglie.

 

Allora invadiamo

le regioni mai imparate,

tu fai conti ed i bilanci,

tu dai segni di resa

colle dita e ti adagi sugli specchi,

impressa e non arrampicata,

 

tu sei la gioia di questa sala

che ti attende e l’ultimo fremito spende,

un applauso folgorante

nei tuoi occhi scintillanti,

gioie mattutine

e tepori di primavera

 

tra i fiori di pesco

e le gocce di pioggia

imposte dai nostri silenzi.

 

Coll’elmo tra le mani

mettiamoci a naufragare ballate,

le tue dite intrecciano le mie,

è un momento di fermento totale,

è un momento di sgomento

mai così sincero ed infinito.

 

Estate Melanconica ovvero La Sesta Napoletana

thr

Quando senti il bisogno

 

 

Quando  senti il bisogno

di dire altro

ovvero sono qua,

non è sgomento

ma l’elmetto

da guida

che stupida

mi dai

mentre intanto

il tempo

si manifesta vivido.

 

Eh si

potresti dire

due, tre parole

è così che va.

 

E potremmo anche

dimenticare

guardando

al di là di ogni

disinvoltura

 

potresti

guidare

anche nel senso

inverso del tuo corpo

mentre strana

hai già pensato

e dissolto

il segmento

dell’intenso

respiro

diagonale.

 

E poi va avanti

la stanza

senza ritmica

ebbra,

e magari

anche virgole

dentro

l’alma

 

di un’ illusione

potrebbe essere quello

il sentimento

madornale

il tuo portento

che è già mio

nello stesso momento dell’addio,

 

inizia un nuovo corso

e l’organo è vecchio

baconiano

ma medioevale

e non seicentesco,

alchimista e non

politico

scientifico

il tracciato.

 

 

Vecchie estati

 

 

Dal faro

la luce

tramonto sincero

mare agli occhi

tuoi

labbra svogliate

e sei tu,

l’altra sera

oppure adesso

non so che farò

dei tuoi occhi

quando rivedrò

le parole che tu

mi hai detto

senza senso

oramai.

 

Se sono solo è vero

non posso perdere

ma tu lontana

mi dici di andare

ed è così,

sei tutta

incapricciata

 

e non dici mai

tornerò

sola declini

la mia resa

e

sarà soltanto

un ricordo

di chi non sa

scordarti mai.

 

E quelle nostre discese

che non ti rimangono

neanche a metà,

un sogno fatto è difesa

dalle tenebre

di questa realtà

 

io banalizzo pontificando

sui nostri

non ti lascio più

mentre ammiravi distesa

di lato

e l’ho detto mille volte ormai

e tu mi ripeti

non hai scritto niente

a parte duemila volte

la stessa cosa

con angolature diverse

 

io non ci sono più

 

e riavvolgo distratto

quella storia

che mai può

finir

tu ti giri di lato

cambi strada

meglio dirmi di sì

quando traversi scogliere

io non sono più nulla

se non parte di te

quella impercettibile

 

rinnegato

posizione

né pozione non ho

per quei tuoi sguardi

la passione trabocca

ma il destino avverso,

va bene è lo stesso,

non ci credo

che così

debba finir.

 

Adesso sei sicura

neanche mi saluti.

 

Adagio vai

ma l’ombra mia è stanca

non ce la faccio a guardarmi

se sono così

è stato per il respiro

d’assoluto

che ho cercato.

 

Sono vero ma a metà

se vuoi la parte oscura

soffro

e

non scordo chi nel mio cuore

ha impresso la traccia

indelebile

che mai dimenticherò

 

è così assurdo

neanche ci avrei creduto

se detto da me.

 

 

Nichilismo annientato da un solo abbraccio

 

Un bacio

al tepor di luna

e la scrivente

a mille.

 

Metamorfosi

in nuvole

rubiconde

tra le stelle perfette

fissa

mi tieni come un aquilone

sul mare

e tu ridi.

 

Vedi amore

sono qui per te

questo nuovo sogno

è nostro già

e non c’è più nulla

se non tu.

 

Guardami cara

sei l’umana temperanza

furente

del nostro

orgoglio esaltato

oltre l’oltre

del limite

di ogni

pensiero rubato

a noi

giovani amanti.

 

E il futuro

non ci sorprende

siamo noi i burattinai

della folla

siamo vivi

come se

fosse l’ultimo

universo

il nostro

e poi

 

sai che sono solo

solo per te

che già vai a folle

mentre ridi

fragore di onde stupende

e riguardo al nostro amore

credimi è l’infinito

per sempre.

 

Se domani ricordi lontano

questo sogno

non sarai mai più

tra le lacrime

del nichilismo

annientato

da un solo abbraccio.

 

 

Sigillo sei della mia verità

 

 

Nella notte

una voce antica

come la canzone

piccola e flebile

e non si disperde

il suono del piano

tutta Napoli freme

senza nascondersi

tra lenzuola obnubilate

dalle penombre dei vialetti;

 

estasiante

ciò che pensi di me

e se è tardi

credimi

 

rinasco e ti guardo.

 

Nell’ombra dissipata

sei pur sempre tu

giovane

ragazza

della tua svista si può parlare

ma se stasera devo andare

non dimenticare

 

tra due giorni

sono qui

in riva al mare

sai di sale

 

è stupenda questa notte

con te

san Lorenzo brilla nell’aria

esulta la barca

del nostro corpo

fuso nell’inviolabile

segreto astruso

 

sei semplice e bella

ma hai lo sguardo

da passione eterna.

 

E’ questa la verità.

 

L’accento scomposto,

il tuo,

ed io

godo nel sentirti parlare

sai già più di ciò che fai

e sei immortale

sola qui con me.

 

E dal fumo traspare

una figura,

sei sempre tu

che mi pensi

nascondi la lettera mia

e piena di fuoco

 

sembri giovinetta

di inizio secolo

già

svogliata

e già sciupata dalla brina

 

e il panorama

è l’orma

dei tuoi occhi.

 

Sigillo sei

della mia verità,

 

millenni trascorsi

a pendere tra le tue labbra

disarmanti.

 

 

Un soffio di maggio che ti disse addio

 

 

Accadde all’improvviso

quella mattina,

eri alla fermata

e aspettavi

il ritorno tenerello

del tuo portento

partito un anno e mezzo fa.

 

Venne una stella

quella brillante

che appena appena fa vedere

nei mattini di foschia

eppure è estate.

 

Stazione centrale

e sei già imbronciata

poi mi segui

mentre speri che un giorno

sia qui con te.

 

Tornai quando non avresti

creduto possibile

l’anno infinito

tendere dai tuoi polsi.

 

Nel firmamento c’è un posto per te

ma il tempo passò e non sapesti

trovarmi

 

tra le rose di maggio

tornai

ma la fonte

fu più viva

solo con le tue lacrime.

 

A volte ti penso ancora,

chissà che fai e con chi sei

vorrei ritrovarti,

rivivere

i primi baci.

 

Ma il rumore e la città

mi rendono

mobile

e non è più un pensiero

ma altro

che cerca te.

 

Ti ricordi

prima della guerra

quella poesia

tra le nostre

corrispondenze amorose

le tue mani fantasiose

ma il tempo si impose

e tornai solo

in spirito

e fu un soffio

di maggio che ti disse addio.

 

 

 

Respiro ormai sciupato

 

 

Stasera porta il tempo

con te

mentre attraversi

l’erbetta del prato

scorga limpida

la luna nell’eco melanconico

del passato

e tu guardi

l’anima senza

rendere giustizia

all’ultimo secondo

 

con te.

 

Solo

lo stupore del tuo calore,

tendo all’assoluto

mentre tu sei lontana

ti ascolto

è già notte

e non c’è speranza più per noi

 

guardi dentro me.

 

Volevo dirtelo

che il nostro bilico

spicca il volo

io, te ed un paio d’ali

 

solo il senso

 

che ci demmo

 

resta lì.

 

Ed io e te

senza amore

inquadriamo il tepore

diurno

e l’afa

che tende la tua mano

sei ombra

 

irreale.

 

Squilla il telefono

l’anacronismo dialettico

del nostro intento

perso

 

perso il senso.

 

Liberi

perdiamo noi,

 

avvinghiati sulle scale

sentiamo il sincero

fantasma

del nostro

respiro

 

oramai sciupato.

 

 

Stretta per sempre qui

 

 

Così finisce qui,

tutto nel tuo sguardo

si moltiplica d’immenso,

 

sei bella e mai mia,

tanto l’importante

è averti stretta

 

ma non sei qui

amore,

non sei semplicemente

tu

la risultante della mia elucubrazione

d’infinito

ma ci resti

come chiave

volta dell’imprescindibile

confine.

 

Poi quando volevo

te

fuggivi

rapida

ma l’estate scolpisce te

ultima reduce

della boscaglia

umida

tra polsi tuoi

 

tre sogni

me li devi proprio

 

amarti

ma perché

se tu sei troppo lontana

 

e ti penso ancora

 

voglio te

mia cara

sei la fulgida

vita

 

che ho perso

da tempo

mentre cercavo

me stesso

pensando al tuo

sguardo

ma sono solo

 

ho perso tutto

anche la ragione

per te.

 

Dimmi sì,

stanotte

solo

stanotte,

e ti prego

 

(lamento

fastidioso

il mio canticchiare furente

e stanco)

 

a volte credo

che sia necessario

ascoltare

se stessi

vorrei

un tuo abbraccio

 

vorrei venissi

a liberarmi

a liberarti

 

a pensarmi

stretta per sempre,

 

qui.

 

 

Chiaro il tuo viso

 

 

Così

chiami tardi

ma

il problema

si intreccia

indelebile

il tuo

sorriso

 

sghignazzi

tra te

la corrente

avversa

del neoliberismo

mascherato

da emancipazione

 

vuoi stare sopra

quando vuoi

e non solo

se

ami te.

 

La storia è

dipinto di

ciò che immagini

appena

mentre mi aspetti

al solito posto

 

sincera

mi dici

dove andiamo

 

e non chiedi

nulla

è tutto sicuro

nei meandri

dei tuoi

rifugi

celebrali

 

ecco il varco.

 

Il tempo

sa ciò che

non è sconfitta

quando mi guardi

non ragiono bene,

 

hai ragione

anche quando non guardi,

 

ma è diverso.

 

Lo sguardo

intenso

è l’arma disillusa

del nostro

sentirci

reciproci

come utensili

destinati

al senso

inverso

del comune

 

sei abbastanza pazza

per stare

stasera qui con me.

 

Complimenti,

ne parleremo.

 

Sono qui,

e lo sai.

 

Piangi

mentre

tenebrosa mi dici

come mi chiamo

ed io domando

addio

tra le arance

del mattino

 

chiaro il tuo viso.

 

 

Notturno

 

Il piano

è ciò ch’ho

quando dici

cosa sei

mentre il nostro

abbraccio scioglie

 

il fragore

del giorno furente

tra verze

i capelli

estasiati

alla fonte,

 

sono io

sei tu.

 

Parli

a volte distante

ma noi siamo

noi

e tutto il resto

è nulla

nessun ente

costante

non impallidisce

 

non è che non ti ama

ma sono

così.

 

Il cielo

lacrima stelle

ed è solo presente

il nostro niente

quando

era inverno

la pelle

riscaldava

il mio essere assente

 

e vai.

 

Così

al ritmo delle cicale

proteggi il tuo labbro

smarrito

nel percorso innocente

del sentimento

che provo

e lo sai,

 

vado via

per restare

così

con te

tra le corolle

perdute

e i coralli trapunti di

sogni,

 

il mare va e poi torna,

tutto

resta

nell’incudine

del nostro notturno

che cresce

e poi non si chiude facilmente

 

se sei qui con me

non è più presente

ciò che siamo

non siamo nemmeno noi,

 

e la gente passa

e non guarda

finge

solo per

il sapore

di non perdersi

di aversi sempre lì,

 

ma noi siamo altro

e non si rinnega

l’assoluto.

 

 

L’ombra dei manga

 

 

Leggero

il tuo sospiro

quella mattina,

meraviglioso il corpo

disegnato

dal pensiero,

 

io e te

e nulla più.

 

Ma nell’oggi

non c’è poesia

quando distratto

non ricordo

se non

ascolto

il tuo odore

assurdo

quando

in bilico

esplodeva

il tuo bacio.

 

Puoi ritornare

se la paura

finge

la premura

primula

sui tuoi occhi

lucidi.

 

Potresti

almeno un attimo

ricordare

senza credere

che tutto finisce

 

se sei nuova

è merito tuo

se nulla

resta ormai

al mondo di me.

 

Comunque

è lo stesso,

a volte perdere

è la sublime vittoria

dell’alma persa.

 

E dopotutto

se si deve crescere

è per dimenticare,

la nostalgia

non è di questo secolo

infranto

nel suo nascere,

 

tanti progetti

sino alla follia

 

mentre devo cancellare ciò che penso

non rinnego ciò che sento.

 

 

Sei tu l’alba

 

 

Pomeriggio estivo

nei vicoli

storici

solo

per chi non sa

quanto c’è

d’attuale nel disagio

esistenziale,

 

un bacio rubato

tra le colonne.

 

L’entusiasmo smorza la tensione

ma poi non è sempre così

quando

senti la necessità

del cambiamento.

 

E’ stato un attimo

ma nulla pretendevo

se non tutto

forse questo

è successo

affinché

dimenticassimo

il nostro posto nel mondo,

 

due angeli

cacciati

per superbia

o forse solo per amore,

 

le nostre fotografie,

avevo te

senza

paura

ora solo

non sono più in me

 

e tu dove sei?

 

La speranza

germoglia limpida

ma la realtà

è terribile,

 

se la vita è questa

non so

cosa sia la morte,

 

comunque è uguale,

sono qui

sempre coerente,

non ho mai

rinnegato me.

 

Anche se ormai sono solo

la verità

chiedila a dio,

siamo reietti

solo

per gli uomini,

 

è vero

ho sbagliato,

ma tu eri tu

ed io sono solo il lamento

agonizzante del vento,

 

sei tu

l’alba.

 

 

Reso all’oblio

 

Parlare come fai

è l’ultima risorsa

quando il punto

non è chiaro

sei tu appellabile

in declinazione

e l’ultima intenzione

gravame dell’anima.

 

Quando pensi

sembri assorta

e non taci

ma straparli

e vai

con la spola

del cuore

che preme

mentre va su e giù

ed è tutto.

 

A volte

il tuo pudore

è talmente sfacciato

che in commiato

vado

via

ma solo per te.

 

Ti ricordi di noi

e della banderuola

ora all’impazzata,

 

ma io t’ho amata,

e tu non ricordi

neanche

la spiaggia.

 

Ed è tutto davvero

anche se ci ricasco

ti credo

e non vedo

 

l’ottusa realtà

obnubilato dal

sapore

dei tuoi baci

d’assenzio

perversi.

 

E tra la lacrima

e Morfeo

il passo è breve

non ci conosciamo

mica

affermi

come punto di domanda

categorico

invisibile

il tuo

portamento

noncurante.

 

Non c’è scampo

siamo

non esiste più,

 

e chi vuoi che ormai

mi può capire,

 

tutti fuggiti

ed in altri affari

affaccendati,

 

tutti voltati

di là

a guardare

sé.

 

 

Il futuro, la consolazione presente

 

 

E’ così,

sei tornata

stanca

e sempre

ancora qui,

 

non te n’eri mai andata

evasiva

ma presente

come essenza

protetta

dai capelli,

nuovi

eppure

come quelli di un tempo,

legati all’inverso

 

fumo molto più di prima

e non so

se sia

per

perdita d’equilibrio

o perché sono

l’ultimo straccio

di ciò che non c’è.

 

A volte

ma non sempre,

 

sono le tue parole

e le mie esauste

ma

non ho più

né coraggio

né te

e l’unica virtù

è il sapere

che in fondo ci sei,

 

anche se cambia il senso

la forza è quella

e non muoio

 

vivo

per gli occhi tuoi.

 

Cosa vuoi

se non sai

o se fingi

dipingimi d’assoluto.

 

Sono sempre io,

il solito

onnipresente

entusiasmo

stroncato

dal risvolto

reale del presente.

 

L’ultima speranza

è il sogno

che rinvigorisce

nei giovani

spudorati del domani,

 

l’oggi

l’osservo

e noi siamo ancora noi.

 

Anche se non ci sei.

 

Lo sai che quello che facevi

e quello che sarebbe successo

 

lo sapevo ma

il lieto fine ci sarà,

tragos

o limpido dei nuovi

giorni miei.

 

 

La cabala dei sogni quelli miei, i nostri

 

 

 

Il punto di domanda

dell’incomprensione universale

dissolta

zolletta nel caffè

tanta parte di te,

 

io

l’illusione

e la verità

che si fa attendere

come se un giorno

magari noi

potessimo

innamorarci

come se in riva al mare

la luna

fosse solo

parte di te.

 

E con il tempo

quello che vuoi

si materializza

senza dimenticare

quali sono

i punti forti

 

tu

ed anche io,

sarebbe bello

se avessi

non dimenticato

quella parte nascosta di te

 

che freme

palpito naturale

della nostra

meta

da studiare

come se astratta

o ipotetica

come se irraggiungibile

meta

dove sei

e sono.

 

Ma se non

mi sai dimenticare

è solo

perché

un’ eco lontana

ti dice che

una ragione c’è

 

anche se lontana

nascosta,

 

nessuno

al di là di noi.

 

Vorrei crederci ancora

una volta prima di morire

che esiste un’oasi

dove possiamo davvero stare

 

nel silenzio

di un bacio

vero.

Leziosie d’Incenso

john-william-godward_summer_flowers_1903

J. W. Godward; Summer Flowers; 1903

 

Così,

silente

la tenebra schiarita

dalla penombra,

 

emerge ridotta

quella tua immagine

allo specchio

mentre sorretta

da paggi

e da elfi,

gingillo raro,

risorta

e scomposta

 

dictum

la nostra storia

canticchiando

sorniona

tra l’auto

e il suo retrovisore.

 

Ed è sbagliato,

continui,

piove e

piangi,

 

respiri.

 

Ma riuscimmo

a riveder le stelle

quella notte

nuvolosa

di mezza estate,

 

l’allodola,

l’ultimo canto

del vento riflesso

nel ricordo

di un

addio

manifesto,

 

mai più

i nostri sguardi,

piccola,

 

mai più gli intrecci.

 

Via,

via per sempre.

 

Non una lacrima

né isteria

né rimorso,

 

nemmeno saggezza

ma tenebra

schiarita

e comunque,

nel sospiro finale,

eterna.

 

E ci sentiamo spersi, quando diciamo,

attoniti e perversi,

il passato arriverà tutto nuovo!

 

Arriverà,

la storia ed il palpito,

l’immenso in un battito,

 

inizia il tempo

sospeso,

 

un tuono

in sottofondo,

 

luce chiara.

 

La nostra conversazione

mozzata sul finale,

 

il nostro

fumo che intero

è fortezza

del mio cuore

 

ed ora soli.

 

Allora

riappare agli occhi

ciò che in quell’istante

non era ma è e fu.

 

Quando

ascoltavi

non sapevi

ricomporre

il mosaico delle mie parole.

 

E sempre

un’unica

destinataria,

 

mitto se metti,

 

sei tu.

 

E giochetti metrici

mentre sei

bellissima

nonostante il tempo

e tutto il resto.

 

Quando

senti dondolare

i tuoi occhi

impazziti

 

solo io e te

conosciamo

ciò che c’è dietro

 

ma il varco non è qui,

e il treno

in controluce

sbuffa

e stereotipato

va,

 

musica dimenticata

ti rimane

impressa

appena sveglia

 

ipnagogica

ed ipogea del sonno

profondo.

 

Ed è così,

sei tu

 

e se la volontà

precede

la conoscenza,

intelletto

autoreferenziale,

sei tu,

o mia mistica

apparenza fulminea.

 

Il passato

arriverà

tutto nuovo.

 

E arriverà

con quel tuo labbro di fiele ed assenzio,

labbro scolorito

 

acconto

accordato

nel profondo

della riflessione vana.

 

E tutto rimane

com’era

mentre naviga imperterrita

la tua visione

dell’immenso

dedotto

in un verso.

 

Nell’intenso

del verbo

intromesso

alla tua ipotesi

scalfita e fantastica,

 

la cartapesta

e l’illusione

masticata

allucinata.

 

E le dolcezze

sono le scordate

assunzioni metafisiche

dal reale

del giorno

appena finito

mentre silente

dici

o fingi,

 

labbro

scolorito.

 

E così un po’ sopita

e un po’

attenta

guardi in aria

come a riflettere

sul vago

segnato impronta

dalle mie dita,

dalla mia mano

 

protesa.

 

E il tuo fiato

tra gli zigomi miei,

il collo

invernale

è la foto,

l’ultima che ho,

 

nel mio giardino

d’infinito.

 

E i mandorli

in fiore

o i limoni gialli

o gli acanti

o le sette segrete

sono misteri

orfici

svelati

dai tuoi desideri

da ragazza svogliata

e stesa

ancella e ninfa

ai bordi del fiume,

 

nella radura

la solita scusa

 

è estate di sera

all’ultima ora

per strade e sentieri

 

la tenebra prima

risponde a digiuno

il riparo del tempo,

 

ossa infossate

nel gotico armeggio

ormai in disuso

 

mentre sa

che la nuova realtà

è già qui.

 

Amore,

ti imploro,

risorgi dal nulla

e schiarisci,

penombra

per sempre,

le anime fragili,

i prigionieri

del senso.

 

Puoi al limite

non dimenticare

chi è stato speciale

da dittatura

perpetuata

a ricatto morale

del passo occidentale

 

o  odore di chiuso,

 

pontificando

masticando elucubrazioni

che sono

solo vana

presenza

 

fumo negli occhi

pronti e precotti

anche per

i filoprotestanti

per laici

e per romantici,

 

per chi crede che nella storia

sia possibile che il mondo cambi

ma solo a tratti.

 

Amore,

tremante,

pura e ammiccante,

 

risorgi dal mare

risplendi tra i colli

e ocra della tua lussuria

da cunicolo e caverna

dai amore

quello vero

a chi ha perso

se stesso

 

ai bordi del fiume

un’anima persa

è l’unica salva.

 

Siamo noi,

due voci in un unico fiato,

 

ecco fatto

il colorito sguardo

perso

nel bosco

 

ed è la parola

quella muta tua

che senza

pretesa

alcuna umana

cela verità

sopite da anni,

 

Deucalione annebbia

navigazioni atroci

verso mondi sconosciuti

eppure

il pianeta

nostro

lo avevamo a un passo,

 

irrealtà.

 

Tante storie,

sempre le stesse,

nessun argomento

e nulla che stupisce

dalle supposizioni.

 

Un carillon

suona

stanco.

 

Io resto qui

in su la riva del mare

fermo

attendendo

parusie

dimenticate

 

e sei con me

ombra tratteggiata

al fianco

di giullari e re,

di potenze ignote.

 

Abbiamo il diletto

della scardinatura sistemica

 

ma non è il neologismo

che va come noi

e viene

come sai,

 

capisci

la valenza

del nostro abbraccio?

 

Danzo sulla sabbia.

 

Cambia il ritmo

se

penso ancora

a ciò che è stato,

 

passa il tempo

sul motivetto

inizio anni ’90

 

se è così

allora declinerai

la passione mia

per vanagloria assurda.

 

Sei tu chi sai.

 

E noi,

ritmo messicano

nella vudistica

astuzia veduta

vesprosa

veda.

 

Zuccherosa sei

ma non parli

né animi

le notti

passate

accanto mentre al buio

dicevi

che compromesso

non esiste

se saremo

per sempre

ciò che siamo,

 

due voci

in un unico fiato.

 

Corrono i destrieri

in balia dei cavalieri,

 

e siamo ancora

noi.

 

Tornerà lo spasmo

nostro d’assoluto.

 

Ventiquattro Sedici

e un lieve lamento

tra le facce sfocate

e tiepide

mentre bufera dentro di me

quiete lucida

come il senso

di libertà

impone.

 

E poi io e te

sempre più lontani,

 

si muore,

o si morì per meno,

molto di meno

 

sentenza

terribile

inflitta dallo stato

delle cose.

 

E sinceri

i nostri baci

non furon più

mai più,

 

pochi anni ancora

e lontano

ogni luccichio,

 

ogni

trepidazione,

cuore barrato,

 

soffoco.

 

Poi c’è da dire

che ormai

nulla ha senso,

 

strade non ce ne sono,

motivi,

combattere,

a che serve oramai?

 

Prigioniero

per sempre,

vittima su questa terra

della valenza

negativa

del chiacchiericcio,

del sofismo,

idiota

o pazzo,

 

a tratti l’uno,

a tratti l’altro.

 

E la verità

la porterò

con me.

 

Troppa pietà

per un fiore

appassito

da una lotta

finita

da tempo.

 

E’ già ora piccola

è già ora piccola

 

la sera si approssima

tra nuvole

serene

di un domani

che mai saprai,

 

ricorda,

ricordati

di me;

 

sai già

oggi che

saranno

filastrocche frastornate

dall’America

Nuova

che cerchi

quando stanca

pelle

passata

 

al di là,

via di qui.

 

E segui il senso

segnato

dalla musica,

 

nell’infinitesimo istante

dell’abbandono

coevo

al coacervo stolto

del pensiero

già parte

manifesta di sé,

 

velatura sublime dell’ultima tua parola

 

all’uscio

scosceso

dell’esoterismo

banale

 

nasconde mistero

già svelato

 

meccanico ordigno solare

 

macchinazione meschina

e tutto è uguale.

 

Chi sono io?

Sono all’aperto

ed è il solstizio

scordato

che pone premesse

ma non è un giorno di sole,

 

passa

il vento

in sulle strade

verso segnali

che non amano

che l’oggi.

 

E via così,

scegli pure

tra il tesauro

delle vecchie parole

quelle

vecchie

anzi d’antico

 

la modernità

contemporanea

di una realtà evidente

e bastevole

all’incremento

del tuo perenne fittizio nocumento.

 

E procedi,

passo certo,

si, è vero,

ma non si può rinunciare

ad un piccolo particolare

quindi è ovvio

ripetere

le stesse cose

mentre in spiaggia gelida

brilla l’ultima

venatura,

velatura sublima

dell’ultima tua parola,

dell’ultimo motivo.

 

Al piano bussola

dell’orizzonte

 

non penso ma corro

in susseguirsi

di respiri,

 

fai presto,

non c’è bisogno

di altro.

 

Gira la melodia

stereofonica

e proteica

assuefazione

d’incenso.

 

Ancora tu,

vedendoti

credo non risolvo nulla

se non sprigionare

 

rumori

scossi

da platani

 

da rubicondi

sornioni sentimenti,

 

mai,

era così,

ma ora

il volto

schiarito

è simile

tuttavia

spingo

a folle il sentire,

 

concupisce il mio

veliero

tra flutti

di marzapane

negli aneddoti

che dimentichi

da tempo,

 

brutto segno

lo scirocco

in questo periodo.

 

E la verità

che sbandieriamo

è la stessa,

 

nel tempio dischiuso

delle tue promesse

scorgo le mie.

 

Sei l’unico motivo

per cui vivo ancora,

vivo ab-soluto

ed è tutto un divertimento

metafisico.

 

Ma tu,

nuova mia virtù

stringimi stasera

mentre piango

alla luna

l’ultimo

lentissimo

canto

che non sa sé

ma sussurro si fa

lieve

adagio scomposto

del fluttuare

qui e lì

come dalla Provenza

la scorta

deruba

la viltà

dei soliti strumenti

in riga

pronti

alla sonata

strana.

 

E tu straniera

dai mille volti

 

cento sogni

svaniscono

nelle mani sottili,

entusiasmi antichi,

 

sei bellissima

nuova mia virtù,

 

tinta dell’indefinito

a me carissimo

 

solitario

il sospiro

quando

decisa

punti il dito

tra indecisioni

nostalgiche

e nessuno lo saprà.

 

Sei ciò che

innamorare mi fa

 

delle viole

sfiorate

note pizzicate

sulla pelle tua

sottilissima

arpa

che tiepida

si innalza nell’oh!

 

sono qui con te

a due passi

 

tu con me,

ti sento

nell’ombra che cerco

da anni,

 

qui tu accanto

qui tu lontana

ma tenue

raggio

 

amo te,

e questo basta

 

se tornerai

o se diversa

leggiadria

mai stata mia

già sei

qui con me.

Le Fondamenta della Penombra

sacerdotessa-di-bacco

 

Scordando le note

sono trafitto

dalla luce che mancò

alla storia,

quella nostra,

quella che sai

senza sapere

 

capovolta

l’attesa

stellare

del destino

a cui non credi

per dispetto atroce

ma

per vaga speranza,

 

chiudi nell’accordo perso

da noi che strani

dormiamo

alla partenza

spogliati dalle rime

come calici

i pensieri

e tu che chiacchieri

con me

mentre il tè è già

freddo

 

dell’estate

la paura

puro amore ti darà.

 

Eccoci al punto,

sta attenta.

 

Dici che non scordi

l’illusione

e ciò che fu

ma nei miei rimorsi

vivo tenebroso

ormai,

 

ma dopotutto eri un po’ così

con le statue di gesso

che ammiccavi lucida

e sconvolta dal domai,

 

prometto

che la colpa non c’è

ma ti giuro che ritorno

quando all’ombra della luna

mi cerchi

come ultimo sopravvissuto

alla sconfitta

che ti giuro vivo anch’io

per negligenza o forse

inutile sincerità

dolente,

 

le mie spalle

e il brivido.

 

Forse non è stato il giorno

appena nato

a porre le premesse che

furente alla tempesta

scioglievi,

 

lacci di malinconia

stretta forte alla mia pelle

come ritrovata

la vita

e vedevi

gli occhi lucidi

nell’attesa che il tempo

si fermi

collegato alla realtà

che perdemmo sconvolti

dalla spiaggia

inerpicata

tra capelli

e tiepidi

rimandi alla fortuna,

e quella lo sai

non la gioco

a scudo tratto

se ti ascolto

è il barlume

della vita

che si espande dai tuoi occhi

e illumina

il mio viso

stanco di combattere

e tu,

 

tu,

che or’è?

dicevi appoggiata a me

 

mi bloccavi il corpo

ed il bacio

fu già addio,

 

risveglio atroce

senza te.

 

E cantavi a squarciagola

ma era un sogno la poesia

che scrivevi sul mio corpo

viola tinto

di lillà

 

tra il sogno

ruggente

verità scomposta e chiara,

 

sei un tesoro

amore mio!

 

E nel bosco

il volto fisso

l’alba aurora

del passato

rimirò.

 

Sei tu

quel canto che

vibrante sale dal polso

e si irradia

nel mio cuore scalzo

come dissi

genuflesso

tra i ricordi

nel deserto

 

erano fiori

i sogni tuoi,

 

guarda erano anche i miei

e sono

proiettati

nel futuro che sarà.

 

Tracci

la linea e sconvolta

mi dici lascia stare

tradendo

il patto

che solevi

sorseggiare

tra un attacco

stupendo

e tutto quello

che c’è in mezzo,

 

e ci pensi ogni tanto

noi lontani

e lontana l’armonia

nel cielo dei miei sogni

 

le stelle solcate

dal tuo dito

che improvviso sulle labbra

quelle mie

mi spingevano a baciarti

ma in silenzio,

abbracciarti

senza far sentire

mai

che esplode in noi

la passione,

l’amore

e la follia.

 

Così

ridi, leggi

e poi ricordi

svogliata

 

sei oramai al di là

di quel che penso,

sei più brava di me

nel dirmi

ciò che vorrei

dirti

 

(ma così

splendi immensa

e stupenda

di lato,

braccio

capelli

vento

tu),

 

tu

profilo fantastico

e limpido

il gelo

che ci riscalda

nella nostra immensità

indissolubili

e così

mi dici aspetta

sono qui.

 

Il mare schizza

l’anima

nel corpo dell’ostilità

della nostra segreta

verità,

quel nostro assurdo finale.

 

Ok,

puoi andare,

sei stanca

lo so,

 

questo ricordo

è troppo intenso.

 

E cos’ho detto,

il mio sogno in mille pezzi

l’alma in frammenti.

 

Ed è di nuovo giorno,

non ti so scordare.

 

Forse domani

sarà diverso.

 

Potresti pure restare,

già il vento imprime

questo assurdo finale.

 

Lo sai che

non mi puoi

lasciarti preda di te

senza eclissi

nel mare

 

non mi abbandonare.

 

Potresti

non andare.

 

Passano gli anni

e soli noi,

 

potrei rivelarti

il mistero eretto

nel tempio

del nostro sentimento eterno.

 

Ecco,

non vuoi

capire

che è l’età

che distrugge

come tenebra

tutto ciò

che costruimmo,

 

l’amore impossibile

questo assurdo finale,

 

potresti pure restare,

 

potevi.

 

E adesso

l’oblio copre

manto d’autunno

il nostro pensiero

e sono nudo

tra trame

da intrecciare.

 

E’ questo,

ti ripeto,

mi ripeto,

sottolineo,

il nostro assurdo finale

 

ed alternativa non c’era

e più non c’è!

 

Così

ho deciso che

senza più arzigogoli

voglio la libertà.

 

Non so se sia

dovuto a te,

piccola mia stella

d’universo umida

e sincera

come il calar

della mia vita

sul pendio

dell’assoluto,

 

ma che bello

pensarti di traverso.

 

Tuttavia,

amore,

non so se sono

ciò che voglio

né se all’ombra

del cuore

posso refrigerio

trovare,

assurda ascensione

ritmica

delle tue mani

 

e senza volare

non so proprio stare.

 

Dopotutto sai meglio di me

che quella notte

alternativa non c’era

ed ora non ce n’è.

 

Ed anche se sei convinta

l’amore è tenebra che accende

la speranza dentro me,

mi dispiace, devo andare,

posto più qui non ce n’è,

 

lo sai piccola che sei

ciò che cercavo

ed ora cerco solo me.

 

Ma abbracciandoti ancora,

sono in me

per sempre

e non solo per scomparire,

vorrei sentirti ancora,

 

vieni,

l’alba e la solita promessa.

 

Ovvio

questo spazio tempo,

parallelo il nostro mondo

e la tua scommessa

ed il mio dispetto.

 

Ricordi ora?

 

Il velo di Maya

e il solitario

sulle scale

di acuto

disincanto

 

e tuttavia

noi siamo ancora noi,

lo sai,

 

rotola la mano,

la procedura.

 

Ecco,

è questo il punto

che il nostro universo

si è ristretto

compatto

e rifratto.

 

Ed ora

solo due parole.

 

Continua

tu,

vai vai,

continua,

sei tu, son’io

e lei,

il confine tra te e lo specchio:

 

sembra evidente

che l’occhio

proteso

sia

l’immagine di me.

 

Non sai

parlare

che di te.

 

Il ricordo

è tenebra,

l’estate

nel nulla finirà,

 

le distese,

le colline

e tu,

 

tu,

l’ombra del mondo

il tuo collo

declinato

nel no.

 

Credi sia possibile

scrivere di te

ma la verità

è che io

scrivo

 

sono

solo io

e solo scrivo

e solo di me

e nemmeno.

 

Il futuro eccolo qui,

immagine di te,

 

la vita

assurda

delle scogliere

 

sul polso

impresso il mio desio

e tu

ombretta fuggevole vai

sorridendo alle mie spalle.

 

Se questo è il vero

l’intramontabile essere

è il confine

tra te e lo specchio.

 

E noi?

 

Noi Fedeli d’Amore!

 

Non so il motivo

del nostro eterno

segreto,

 

ti amo

ed è così

ma è tempo

che girovago

incappucciato

pioviggina

in città

l’ombra segue

il segmento

del mio orgoglio,

ancor ti penso.

 

Forse vorrei,

anzi certo,

ritornare

e ricordare

di te che verseggi

ed io rido estasiato

 

ma sono fermo

e tu più non ci sei.

 

Dove sei piccola stella mia,

non è più palese

che siamo

gli unici padroni

del mondo

mentre pazzi

ci lasciamo

sedurre

dalle nostre perversioni.

 

Vorrei dirtelo

ma non so

se la penombra

è punto di forza

o precipito

 

ma tu ricorda

rotola la mano

e guarda fremente.

 

Sono sicuro che mi manchi,

meno che ce la faremo,

tu lontana

e parallela indecifrabile,

 

in dieci anni

l’ora brucia.

 

Ma se la luce

indissolubile

essendo tempo

è imprescindibile

e indivisibile

dallo spazio

 

attraversiamo la strada vicini

pur lontani,

 

un giorno eravamo noi

il centro del mondo

 

ora naufraghi,

 

ma tu guardami negli occhi,

 

non ricordi?

 

Io non volo

senza fremito e palpito,

 

palpitio sconnesso

(e scrivo di me

e nemmanco)

 

Sono le sei,

svegliati

non vuoi?

 

il sogno è lucido,

prima mattina

germoglio

asciutto desiderio

ancora tu.

 

E l’alba è la stessa

non vorrei dimenticare

ma oggi

non so

 

forse

l’erba del giardino

riflette

la tua indecisione

mai banale

ma terribile.

 

Io non volo

senza ali

e se tu non guardi

 

è il mio terribile finale.

 

“Verrà la morte

e avrà i tuoi occhi”.

 

Vorrei dirtelo,

hai ragione

il verso è più lungo,

 

ma ora tutto è cambiato

neanche il tramonto

è segno indelebile.

 

La notte è lunga,

resta,

abbiamo tanto da fare,

 

resta ombra mia!

 

Non voglio morire

senza stringere

il mio desio

 

le tue braccia

sono il mio infinito

il mio amore è

lo spasmo

del fremito,

 

cuori che palpitano

per motivi

così diversi.

 

Lo sai,

tu lo sai

mai dimenticherò.

 

Vai tranquilla,

hai tutto il tempo che vuoi,

finisce il sogno

 

fu la realtà

dei tuoi occhi

mai miei.

 

Ma comunque

io sono ancora per te

solo te,

io non rinnego

niente.

 

Comunque

fu per me

l’inestinguibile

accartocciarsi

dei flutti

tra passioni

miracolose

e pie,

le tue

 

e non ti dimenticai

mai.

 

Ora

sono così,

 

sono il sussurro

del tempo,

l’orma gigante

del segno

infinito

di noi.

 

E terribile

sei via,

 

torna senza pensare

ad altro che a te.

 

E’ così,

il silenzio tiranno

tra noi ora,

una delusione.

 

Vorrei

che qui

fossimo i sinceri

sentieri

ancora

che arditi

percorrevamo

senza timore,

 

sei tu il mio unico

sogno

e se non torni

Ah

non so,

 

mai dimenticherò,

 

son qui

 

tu orma vicina

e fugace

e irraggiungibile

del sogno

 

sonno claudicante

e t’afferro

 

ombra di gesso

 

me,

 

il tuo sussurro prima di addormentarmi!

 

Sei l’eterna gloria

viva e presente,

 

la più dolce

sensibile

e boriosa,

 

l’incanto

dei sogni

 

la luce nei boschi,

 

il sapore dei mie occhi

stesi

pianure

d’incanto

nei disegni

dove trovo

l’anima tua

ogni volta più

possente

e più presente.

 

E sai benissimo

che seppure

solo un giorno

stringerai le mie mani

senza capire

se mi ami

o è solo

un’altra illusione.

 

Ma tu fallo,

non rinunciare

all’alba dei tuoi sogni.

 

Amore mio

perversa

nel diluvio universale

del piatto

fresco l’intensa

irruente

 

leziosia

d’incenso.

 

E saremo ciò

che vuoi,

gli ultimi reduci atroci

e invincibili.

 

Ed è questo il senso

di ogni scritto

e ogni sussulto,

 

il tuo sussurro

prima di addormentarmi,

l’ultimo segreto

eccolo in impasse:

 

assumendo per vero

il calice e l’introito

dello scomposto

vettore fattoriale

incedi a passo repentino

 

leggiadro il viso

e l’entropico disegno

posto come argomento

del nostro tripudio.

 

E’ da dio e dal giudizio

umano

che sorge il bello

nell’intelletto

e se esponi il silenzio

è già taciuto

il tempo.

 

Purtroppo però la diramazione

è scomposta

ed il senso ultimo

celato

da cespugli e pianti,

da innumerevoli

numeretti

da camerino

 

mentre sei alla declinazione,

quella finale,

ed ora tutto è più chiaro.

 

Sconvolta sei disposta

a sorbire

il cantico del sogno

al di là

del ripudio

d’assoluto

 

l’eremo trafitto

sulle mani

che tendono

 

e si approccia il corpo

alle tue venature

 

sentiamo per davvero

il mistero

nel tempio

e divaghiamo

senza sapere nulla di noi

 

piccoli eroi

che scanditi

parliamo

d’assoluto

per sofismi.

 

Stringendoti al mio petto

volevi sapere l’ultimo

segreto

ed inventavi

la storiella

quella delle tue brame,

 

il reame dai pollini invidiosi

 

senza sapere

che sei tu la soluzione,

 

sei tu l’intenzione

della mia ultimissima sostanza

 

la più profonda

 

e l’elmo scalfiva

me,

 

sveglio vedo te

ombra mia,

come luce tiepida

soffusa

fai le fusa

 

ed è banale,

 

sei un’ ombra tutta modificata

e fumo sbuffa

in su la strada.

 

Poi guardo alla cornice

quella perpetrata

dalle tue gambe nude e snelle

sentinelle

la spola e la sola

 

ore 23,

accendi la siga

 

e dici sono qui

 

ma è per distrazione

atroce.

 

Poi ancora un profumo

inimmaginabile

di ortensie.

 

E l’oblio dei giorni nostri

e lo scardinio dei sogni miei

e l’estate

che si dimentica

 

nuvola rosa.

 

Poi sono stato

a guardare

mentre tu fulminea

mi baciavi

alle tre,

 

ed è così

che vivo l’intimità

della tua dualità

triste il destino

d’incenso

della settimana

un po’ avversa

week end piovoso,

uggioso spirito

da soffitta.

 

L’antro è atrio

del pensiero

e tu lo sai

che ci sei stata,

 

memoria onnicomprensiva

Ok, comincia

 

sei pronta a partire silente

tra colline

e ciliegi

arma di pena

 

scomposta

dall’amore concupito

e strano

 

sentivo i tuoi passi

di prima mattina,

 

l’estate si rifiuta di scordare

lo strumento pronto all’uso

come dorso di bottiglia,

oceani di silenzio,

memorie sparse

qui e lì

per purezza vocalica

e stanca,

 

come dire scordare

il rimorso

che è già frutto di me,

 

non ci credo!

gridi o forse speri

sapendo che d’altronde

anche se vero

poco ti interessa

se non fosse per l’inciucio dialettico

della scollatura

verdeggiante

su pieghe d’assenzi

celesti

 

ed il volto

si ricompone

dal dominio inesorabile del tempo

 

e sei spazio

già prima

 

e rubato

salvato

dalle consonanti

di cui ti nutri

ma solo ogni tanto,

 

sovente la ritieni

una congiura del passato,

 

sei più bella di prima

anche con la disarmante

tenuta sportiva

mentre ti stringi le spalle,

 

vai, eccoti.

 

Così

ti inerpichi in porticati

di cui non sai

e non puoi,

 

sei il ricordo del destino.

 

Intanto guardo

e ricordo quando

duplicato è il sogno

ma comunque

farei tutto tale e quale,

 

lo specchio,

 

è.

 

Ma dopotutto alla fine,

a finale,

mi dimentico

dell’introspezione

e la faccio

mentre tu ridi estasiata

estasi strana

 

godo.

 

Sei lontana oramai

e non sei più in me,

 

vorrei il vento

del tuo fiato,

 

dammi la vita,

voglio impresso

il timbro del tuo bacio,

 

le mie stesse mani scavalcano me

e sono già mio

perdendomi

mi dono a me stesso.

 

Incontro all’angolo

come sempre della storia,

è la mia stanza

che la sogna,

 

piange per altro.

 

Noi,

categorie indivisibili

Con i soliti schemi

lirici

rientro nel vivo

della questione

e di te

tremante

dagli occhi limpidi

puri

verso le nove stasera.

 

Poi non ci credevo

 

eri proprio tu,

 

non credo sia rilevante

ma la nostra

discesa

scoscesa è questa,

 

vuoi che ti dica altro

ancora?

 

Guardandoci stretti per mano

nessuno lo legge

bene sto verso

se non tu per ogni inizio,

agli stolti stesi iati arresi,

e per ogni fine si scopre

l’identità immaginaria

che è valore temporale

ad ogni battito di polso

connesso allo spazio

invece cifra

naturale,

 

risolvi questo

e poi

l’inverso è compagna

maestria sovrana

di me stessa.

 

Il totale

ha senso

indipendente

e imprescindibile.

 

E rideranno

come pazzi

a guardare

senza capire,

 

trecento anni

di fermento,

 

la risposta è sempre lì,

nel nocumento il tormento

gaudiosa l’ascensione

gaudente

della libertà.

 

Ciao,

tutto bene?

stanotte

ho un po’ da fare

nei sogni tuoi,

 

perché disegni

l’immensità

d’un verso

se è già evidente

in sé celata,

 

gira l’argomento

steso

nel tuo intento

perfetto

d’un tempo.

 

E torneremo se vorremo,

ma nessuno ci crederà mai.

 

Segreto

neanche tanto

ma la musica

accompagnerà il trionfo,

 

calici traboccano

e si gonfiano

nel prosit incrocio

dell’illusione

e l’illuso appena

nel suono si libera.

 

Comunque è meglio

che decidano

le luci della città.

 

Aspe’:

ultima estetica

 

Soltanto per completezza

andiamo al di là,

 

l’ultimo senso cela il verbo

l’intimo sussulto

della morte

del rumore.

 

Tremila

e sette

lo scorrimento

perfetto

kantiano disatteso.

 

E non ne parliamo nemmeno.

 

L’incubo

sogno della ragione

e sonno del pudore

dall’ottocento

all’ipocrita viltà,

secolo scorso

breve

in un secondo.

 

Ma la risposta

è che non ne verrà

né una vena

né una pena,

 

ma ridendo

capirai.

 

Se sembra nebbia,

leggi ogni cosa dall’inizio,

tutto

non solo questa

raccolta di fiori,

 

e ridendo

capirai.

 

L’estetica

passa dal bello

alla profondità.