Le Fondamenta della Penombra

sacerdotessa-di-bacco

 

Scordando le note

sono trafitto

dalla luce che mancò

alla storia,

quella nostra,

quella che sai

senza sapere

 

capovolta

l’attesa

stellare

del destino

a cui non credi

per dispetto atroce

ma

per vaga speranza,

 

chiudi nell’accordo perso

da noi che strani

dormiamo

alla partenza

spogliati dalle rime

come calici

i pensieri

e tu che chiacchieri

con me

mentre il tè è già

freddo

 

dell’estate

la paura

puro amore ti darà.

 

Eccoci al punto,

sta attenta.

 

Dici che non scordi

l’illusione

e ciò che fu

ma nei miei rimorsi

vivo tenebroso

ormai,

 

ma dopotutto eri un po’ così

con le statue di gesso

che ammiccavi lucida

e sconvolta dal domai,

 

prometto

che la colpa non c’è

ma ti giuro che ritorno

quando all’ombra della luna

mi cerchi

come ultimo sopravvissuto

alla sconfitta

che ti giuro vivo anch’io

per negligenza o forse

inutile sincerità

dolente,

 

le mie spalle

e il brivido.

 

Forse non è stato il giorno

appena nato

a porre le premesse che

furente alla tempesta

scioglievi,

 

lacci di malinconia

stretta forte alla mia pelle

come ritrovata

la vita

e vedevi

gli occhi lucidi

nell’attesa che il tempo

si fermi

collegato alla realtà

che perdemmo sconvolti

dalla spiaggia

inerpicata

tra capelli

e tiepidi

rimandi alla fortuna,

e quella lo sai

non la gioco

a scudo tratto

se ti ascolto

è il barlume

della vita

che si espande dai tuoi occhi

e illumina

il mio viso

stanco di combattere

e tu,

 

tu,

che or’è?

dicevi appoggiata a me

 

mi bloccavi il corpo

ed il bacio

fu già addio,

 

risveglio atroce

senza te.

 

E cantavi a squarciagola

ma era un sogno la poesia

che scrivevi sul mio corpo

viola tinto

di lillà

 

tra il sogno

ruggente

verità scomposta e chiara,

 

sei un tesoro

amore mio!

 

E nel bosco

il volto fisso

l’alba aurora

del passato

rimirò.

 

Sei tu

quel canto che

vibrante sale dal polso

e si irradia

nel mio cuore scalzo

come dissi

genuflesso

tra i ricordi

nel deserto

 

erano fiori

i sogni tuoi,

 

guarda erano anche i miei

e sono

proiettati

nel futuro che sarà.

 

Tracci

la linea e sconvolta

mi dici lascia stare

tradendo

il patto

che solevi

sorseggiare

tra un attacco

stupendo

e tutto quello

che c’è in mezzo,

 

e ci pensi ogni tanto

noi lontani

e lontana l’armonia

nel cielo dei miei sogni

 

le stelle solcate

dal tuo dito

che improvviso sulle labbra

quelle mie

mi spingevano a baciarti

ma in silenzio,

abbracciarti

senza far sentire

mai

che esplode in noi

la passione,

l’amore

e la follia.

 

Così

ridi, leggi

e poi ricordi

svogliata

 

sei oramai al di là

di quel che penso,

sei più brava di me

nel dirmi

ciò che vorrei

dirti

 

(ma così

splendi immensa

e stupenda

di lato,

braccio

capelli

vento

tu),

 

tu

profilo fantastico

e limpido

il gelo

che ci riscalda

nella nostra immensità

indissolubili

e così

mi dici aspetta

sono qui.

 

Il mare schizza

l’anima

nel corpo dell’ostilità

della nostra segreta

verità,

quel nostro assurdo finale.

 

Ok,

puoi andare,

sei stanca

lo so,

 

questo ricordo

è troppo intenso.

 

E cos’ho detto,

il mio sogno in mille pezzi

l’alma in frammenti.

 

Ed è di nuovo giorno,

non ti so scordare.

 

Forse domani

sarà diverso.

 

Potresti pure restare,

già il vento imprime

questo assurdo finale.

 

Lo sai che

non mi puoi

lasciarti preda di te

senza eclissi

nel mare

 

non mi abbandonare.

 

Potresti

non andare.

 

Passano gli anni

e soli noi,

 

potrei rivelarti

il mistero eretto

nel tempio

del nostro sentimento eterno.

 

Ecco,

non vuoi

capire

che è l’età

che distrugge

come tenebra

tutto ciò

che costruimmo,

 

l’amore impossibile

questo assurdo finale,

 

potresti pure restare,

 

potevi.

 

E adesso

l’oblio copre

manto d’autunno

il nostro pensiero

e sono nudo

tra trame

da intrecciare.

 

E’ questo,

ti ripeto,

mi ripeto,

sottolineo,

il nostro assurdo finale

 

ed alternativa non c’era

e più non c’è!

 

Così

ho deciso che

senza più arzigogoli

voglio la libertà.

 

Non so se sia

dovuto a te,

piccola mia stella

d’universo umida

e sincera

come il calar

della mia vita

sul pendio

dell’assoluto,

 

ma che bello

pensarti di traverso.

 

Tuttavia,

amore,

non so se sono

ciò che voglio

né se all’ombra

del cuore

posso refrigerio

trovare,

assurda ascensione

ritmica

delle tue mani

 

e senza volare

non so proprio stare.

 

Dopotutto sai meglio di me

che quella notte

alternativa non c’era

ed ora non ce n’è.

 

Ed anche se sei convinta

l’amore è tenebra che accende

la speranza dentro me,

mi dispiace, devo andare,

posto più qui non ce n’è,

 

lo sai piccola che sei

ciò che cercavo

ed ora cerco solo me.

 

Ma abbracciandoti ancora,

sono in me

per sempre

e non solo per scomparire,

vorrei sentirti ancora,

 

vieni,

l’alba e la solita promessa.

 

Ovvio

questo spazio tempo,

parallelo il nostro mondo

e la tua scommessa

ed il mio dispetto.

 

Ricordi ora?

 

Il velo di Maya

e il solitario

sulle scale

di acuto

disincanto

 

e tuttavia

noi siamo ancora noi,

lo sai,

 

rotola la mano,

la procedura.

 

Ecco,

è questo il punto

che il nostro universo

si è ristretto

compatto

e rifratto.

 

Ed ora

solo due parole.

 

Continua

tu,

vai vai,

continua,

sei tu, son’io

e lei,

il confine tra te e lo specchio:

 

sembra evidente

che l’occhio

proteso

sia

l’immagine di me.

 

Non sai

parlare

che di te.

 

Il ricordo

è tenebra,

l’estate

nel nulla finirà,

 

le distese,

le colline

e tu,

 

tu,

l’ombra del mondo

il tuo collo

declinato

nel no.

 

Credi sia possibile

scrivere di te

ma la verità

è che io

scrivo

 

sono

solo io

e solo scrivo

e solo di me

e nemmeno.

 

Il futuro eccolo qui,

immagine di te,

 

la vita

assurda

delle scogliere

 

sul polso

impresso il mio desio

e tu

ombretta fuggevole vai

sorridendo alle mie spalle.

 

Se questo è il vero

l’intramontabile essere

è il confine

tra te e lo specchio.

 

E noi?

 

Noi Fedeli d’Amore!

 

Non so il motivo

del nostro eterno

segreto,

 

ti amo

ed è così

ma è tempo

che girovago

incappucciato

pioviggina

in città

l’ombra segue

il segmento

del mio orgoglio,

ancor ti penso.

 

Forse vorrei,

anzi certo,

ritornare

e ricordare

di te che verseggi

ed io rido estasiato

 

ma sono fermo

e tu più non ci sei.

 

Dove sei piccola stella mia,

non è più palese

che siamo

gli unici padroni

del mondo

mentre pazzi

ci lasciamo

sedurre

dalle nostre perversioni.

 

Vorrei dirtelo

ma non so

se la penombra

è punto di forza

o precipito

 

ma tu ricorda

rotola la mano

e guarda fremente.

 

Sono sicuro che mi manchi,

meno che ce la faremo,

tu lontana

e parallela indecifrabile,

 

in dieci anni

l’ora brucia.

 

Ma se la luce

indissolubile

essendo tempo

è imprescindibile

e indivisibile

dallo spazio

 

attraversiamo la strada vicini

pur lontani,

 

un giorno eravamo noi

il centro del mondo

 

ora naufraghi,

 

ma tu guardami negli occhi,

 

non ricordi?

 

Io non volo

senza fremito e palpito,

 

palpitio sconnesso

(e scrivo di me

e nemmanco)

 

Sono le sei,

svegliati

non vuoi?

 

il sogno è lucido,

prima mattina

germoglio

asciutto desiderio

ancora tu.

 

E l’alba è la stessa

non vorrei dimenticare

ma oggi

non so

 

forse

l’erba del giardino

riflette

la tua indecisione

mai banale

ma terribile.

 

Io non volo

senza ali

e se tu non guardi

 

è il mio terribile finale.

 

“Verrà la morte

e avrà i tuoi occhi”.

 

Vorrei dirtelo,

hai ragione

il verso è più lungo,

 

ma ora tutto è cambiato

neanche il tramonto

è segno indelebile.

 

La notte è lunga,

resta,

abbiamo tanto da fare,

 

resta ombra mia!

 

Non voglio morire

senza stringere

il mio desio

 

le tue braccia

sono il mio infinito

il mio amore è

lo spasmo

del fremito,

 

cuori che palpitano

per motivi

così diversi.

 

Lo sai,

tu lo sai

mai dimenticherò.

 

Vai tranquilla,

hai tutto il tempo che vuoi,

finisce il sogno

 

fu la realtà

dei tuoi occhi

mai miei.

 

Ma comunque

io sono ancora per te

solo te,

io non rinnego

niente.

 

Comunque

fu per me

l’inestinguibile

accartocciarsi

dei flutti

tra passioni

miracolose

e pie,

le tue

 

e non ti dimenticai

mai.

 

Ora

sono così,

 

sono il sussurro

del tempo,

l’orma gigante

del segno

infinito

di noi.

 

E terribile

sei via,

 

torna senza pensare

ad altro che a te.

 

E’ così,

il silenzio tiranno

tra noi ora,

una delusione.

 

Vorrei

che qui

fossimo i sinceri

sentieri

ancora

che arditi

percorrevamo

senza timore,

 

sei tu il mio unico

sogno

e se non torni

Ah

non so,

 

mai dimenticherò,

 

son qui

 

tu orma vicina

e fugace

e irraggiungibile

del sogno

 

sonno claudicante

e t’afferro

 

ombra di gesso

 

me,

 

il tuo sussurro prima di addormentarmi!

 

Sei l’eterna gloria

viva e presente,

 

la più dolce

sensibile

e boriosa,

 

l’incanto

dei sogni

 

la luce nei boschi,

 

il sapore dei mie occhi

stesi

pianure

d’incanto

nei disegni

dove trovo

l’anima tua

ogni volta più

possente

e più presente.

 

E sai benissimo

che seppure

solo un giorno

stringerai le mie mani

senza capire

se mi ami

o è solo

un’altra illusione.

 

Ma tu fallo,

non rinunciare

all’alba dei tuoi sogni.

 

Amore mio

perversa

nel diluvio universale

del piatto

fresco l’intensa

irruente

 

leziosia

d’incenso.

 

E saremo ciò

che vuoi,

gli ultimi reduci atroci

e invincibili.

 

Ed è questo il senso

di ogni scritto

e ogni sussulto,

 

il tuo sussurro

prima di addormentarmi,

l’ultimo segreto

eccolo in impasse:

 

assumendo per vero

il calice e l’introito

dello scomposto

vettore fattoriale

incedi a passo repentino

 

leggiadro il viso

e l’entropico disegno

posto come argomento

del nostro tripudio.

 

E’ da dio e dal giudizio

umano

che sorge il bello

nell’intelletto

e se esponi il silenzio

è già taciuto

il tempo.

 

Purtroppo però la diramazione

è scomposta

ed il senso ultimo

celato

da cespugli e pianti,

da innumerevoli

numeretti

da camerino

 

mentre sei alla declinazione,

quella finale,

ed ora tutto è più chiaro.

 

Sconvolta sei disposta

a sorbire

il cantico del sogno

al di là

del ripudio

d’assoluto

 

l’eremo trafitto

sulle mani

che tendono

 

e si approccia il corpo

alle tue venature

 

sentiamo per davvero

il mistero

nel tempio

e divaghiamo

senza sapere nulla di noi

 

piccoli eroi

che scanditi

parliamo

d’assoluto

per sofismi.

 

Stringendoti al mio petto

volevi sapere l’ultimo

segreto

ed inventavi

la storiella

quella delle tue brame,

 

il reame dai pollini invidiosi

 

senza sapere

che sei tu la soluzione,

 

sei tu l’intenzione

della mia ultimissima sostanza

 

la più profonda

 

e l’elmo scalfiva

me,

 

sveglio vedo te

ombra mia,

come luce tiepida

soffusa

fai le fusa

 

ed è banale,

 

sei un’ ombra tutta modificata

e fumo sbuffa

in su la strada.

 

Poi guardo alla cornice

quella perpetrata

dalle tue gambe nude e snelle

sentinelle

la spola e la sola

 

ore 23,

accendi la siga

 

e dici sono qui

 

ma è per distrazione

atroce.

 

Poi ancora un profumo

inimmaginabile

di ortensie.

 

E l’oblio dei giorni nostri

e lo scardinio dei sogni miei

e l’estate

che si dimentica

 

nuvola rosa.

 

Poi sono stato

a guardare

mentre tu fulminea

mi baciavi

alle tre,

 

ed è così

che vivo l’intimità

della tua dualità

triste il destino

d’incenso

della settimana

un po’ avversa

week end piovoso,

uggioso spirito

da soffitta.

 

L’antro è atrio

del pensiero

e tu lo sai

che ci sei stata,

 

memoria onnicomprensiva

Ok, comincia

 

sei pronta a partire silente

tra colline

e ciliegi

arma di pena

 

scomposta

dall’amore concupito

e strano

 

sentivo i tuoi passi

di prima mattina,

 

l’estate si rifiuta di scordare

lo strumento pronto all’uso

come dorso di bottiglia,

oceani di silenzio,

memorie sparse

qui e lì

per purezza vocalica

e stanca,

 

come dire scordare

il rimorso

che è già frutto di me,

 

non ci credo!

gridi o forse speri

sapendo che d’altronde

anche se vero

poco ti interessa

se non fosse per l’inciucio dialettico

della scollatura

verdeggiante

su pieghe d’assenzi

celesti

 

ed il volto

si ricompone

dal dominio inesorabile del tempo

 

e sei spazio

già prima

 

e rubato

salvato

dalle consonanti

di cui ti nutri

ma solo ogni tanto,

 

sovente la ritieni

una congiura del passato,

 

sei più bella di prima

anche con la disarmante

tenuta sportiva

mentre ti stringi le spalle,

 

vai, eccoti.

 

Così

ti inerpichi in porticati

di cui non sai

e non puoi,

 

sei il ricordo del destino.

 

Intanto guardo

e ricordo quando

duplicato è il sogno

ma comunque

farei tutto tale e quale,

 

lo specchio,

 

è.

 

Ma dopotutto alla fine,

a finale,

mi dimentico

dell’introspezione

e la faccio

mentre tu ridi estasiata

estasi strana

 

godo.

 

Sei lontana oramai

e non sei più in me,

 

vorrei il vento

del tuo fiato,

 

dammi la vita,

voglio impresso

il timbro del tuo bacio,

 

le mie stesse mani scavalcano me

e sono già mio

perdendomi

mi dono a me stesso.

 

Incontro all’angolo

come sempre della storia,

è la mia stanza

che la sogna,

 

piange per altro.

 

Noi,

categorie indivisibili

Con i soliti schemi

lirici

rientro nel vivo

della questione

e di te

tremante

dagli occhi limpidi

puri

verso le nove stasera.

 

Poi non ci credevo

 

eri proprio tu,

 

non credo sia rilevante

ma la nostra

discesa

scoscesa è questa,

 

vuoi che ti dica altro

ancora?

 

Guardandoci stretti per mano

nessuno lo legge

bene sto verso

se non tu per ogni inizio,

agli stolti stesi iati arresi,

e per ogni fine si scopre

l’identità immaginaria

che è valore temporale

ad ogni battito di polso

connesso allo spazio

invece cifra

naturale,

 

risolvi questo

e poi

l’inverso è compagna

maestria sovrana

di me stessa.

 

Il totale

ha senso

indipendente

e imprescindibile.

 

E rideranno

come pazzi

a guardare

senza capire,

 

trecento anni

di fermento,

 

la risposta è sempre lì,

nel nocumento il tormento

gaudiosa l’ascensione

gaudente

della libertà.

 

Ciao,

tutto bene?

stanotte

ho un po’ da fare

nei sogni tuoi,

 

perché disegni

l’immensità

d’un verso

se è già evidente

in sé celata,

 

gira l’argomento

steso

nel tuo intento

perfetto

d’un tempo.

 

E torneremo se vorremo,

ma nessuno ci crederà mai.

 

Segreto

neanche tanto

ma la musica

accompagnerà il trionfo,

 

calici traboccano

e si gonfiano

nel prosit incrocio

dell’illusione

e l’illuso appena

nel suono si libera.

 

Comunque è meglio

che decidano

le luci della città.

 

Aspe’:

ultima estetica

 

Soltanto per completezza

andiamo al di là,

 

l’ultimo senso cela il verbo

l’intimo sussulto

della morte

del rumore.

 

Tremila

e sette

lo scorrimento

perfetto

kantiano disatteso.

 

E non ne parliamo nemmeno.

 

L’incubo

sogno della ragione

e sonno del pudore

dall’ottocento

all’ipocrita viltà,

secolo scorso

breve

in un secondo.

 

Ma la risposta

è che non ne verrà

né una vena

né una pena,

 

ma ridendo

capirai.

 

Se sembra nebbia,

leggi ogni cosa dall’inizio,

tutto

non solo questa

raccolta di fiori,

 

e ridendo

capirai.

 

L’estetica

passa dal bello

alla profondità.

 

 

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Etereismo et Oltrismo. Legami possibili col Connettivismo, con particolare riguardo alla didattica

  1. Oltrismo, movimento artistico che cerca l’Aromonia. L’inquadratura di Selendichter, etereista

 

L’uomo si trova oggi più che mai immerso in un nichilismo statico ed in una vacuità esistenziale che tuttavia vengono vissute nella loro pochezza e disespressione estetica. Il pregiudizio ed una ricerca del bello scarno, che tramuta l’apparenza in vezzo egoico, rendendola spura dal suo significato primordiale, stanno portando gli esseri umani ad una scansione distruttiva rapida e voluttuosa dell’esistente. L’epoca attuale, quella che dal 2001 è divenuta l’”Epoca Cibernetica”, spazzando via ogni rimasuglio di quella “Contemporanea”, oramai chiusasi in un claudicante Novecento, spento prematuro con la caduta del “Muro di Berlino” e apertosi con la decadenza morale e pochezza di valori che, reduci di una battaglia con noi stessi, sia avverte imponente. C’è un eccesso di notizie, reperibili in quantità ingente sul web ed una pressoché totale mancanza di riflessione. La rappresentazione grafica del Maestro Sarossa, fondatore e massimo esponente dell’Oltrismo, corrente che da sempre cerca una “quarta via”, la possibilità dell’uomo di essere differente dall’inanimato non per coscienza ed identità ma per l’agire irrazionale, è in tal guisa esemplare. L’ agire irrazionale, alla base della natura umana, l’ essere contro la natura stessa e, in un agire fuori da logiche darwiniane e strettamente sociali, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria, rende l’uomo pensante comunitario, trovando nel donare sé incondizionatamente e irrazionalmente all’altro la sua ragion d’essere e la sua evoluzione da individuo a persona, tale perché si riconosce solo nelle formazioni sociali, nell’incontro, nella condivisione. L’epoca cibernetica sta facendo regredire l’uomo alla dimensione di “homo videns”, che guarda e osserva con curiosità di comare e non vero e proprio spirito di ricerca, che in un periodo di totale crisi economica cerca disperatamente il modello ultimo di IPhone, la macchina all’ultimo grido, reificandosi in maniera feticista non ad immagini soprannaturali o a figure di culto, ma ad emblemi della divinità del pecunio. Scarno, mediocrizzato, reso impotente da logiche di concorrenza, oramai date per rate, certe, ed incontrovertibili, da situazioni di precarietà prima ancora esistenziale che sociale ed economica, non trova sé e cerca ovunque le vie dell’oblio, rimandando a poi l’esistenza, sospeso nel limbo del godimento fine non più nemmanco a sé stesso, ma al mercinomio, alla moneta sonante. Alcune costanti delle opere artistiche oltriste sono la rappresentazione di una terra, spesso brulla, infondata, non coltivata, arsa dallo sfruttamento, è a tutti gli effetti l’inferno dell’uomo di oggi, morto tra morti, lobotomizzato da stendardi economici, dal consumismo, dallo sfrenato capitalismo. Nulla è, nulla salva, nulla germoglia,  neanche una Ginestra vesuviana di Leopardiana memoria. Il mondo è immerso dalla malvagità, la giustizia terrena sempre più distante da quella divina, sorge disperato un grido smorto,  “eloi eloi lama sabachthani”. Il Dio misericordioso che ha affidato a noi un giardino, si ritrova tra le mani un deserto. Aspro il cammino, tanti gli ostacoli, non solo e non più lontani, non solo i monti, che ci chiudono nel nostro mondo ma ci danno la speranza di un altrove migliore, tanti anche gli ispidi poggi, sul terreno, a noi vicini, non insormontabili ma infidamente acuminati. I monti hanno una duplice funzione allegorica, rappresentano i nostri limiti, quelli da superare per andare altrove, spiccare il volo e trovare finalmente noi stessi. Un muretto facile da oltrepassare ci riporta a quella asprosa situazione dell’esistente. Il Dio misericordioso è lì da qualche parte, oltre i monti, ma noi lo abbiamo dimenticato, lui, che era ed è a nostra immagine e simiglianza, è stato trasformato e modellato a nostro piacere, reso la vendicativa divinità veterotestamentaria, peggio, esaltazione dello sciupio, reso il terribile Kronos, identificabile con Crono, lo spaventoso Baal padrone del tempo, padrone della finitezza, nobile di alto rango della sfioritura del nostro mondo, serpe che vuole far credere che l’uomo sia destinato a soccombere, a perire, ad invecchiare, e , con esso, la caduca natura stessa. Ma la speranza tenue resta, una sfera, simbolo del divino perfetto perché irrazionalmente macchiato dall’errore evolutivo, dall’apertura spirituale alla realtà sovrasensibili, iperuranica, tensione d’assoluto, profumo d’ infinito. La sfera è l’ultimo dono offertoci da Dio, dalla Madre Terra, padrona di ogni sapienza, regina di ogni umiltà. Al di là di egoismi e danaro tale sapienza umile, tale desiderio imprescindibile di un nostro alius sublime più che perfetto, bello solo perché buono, è la nostra ultima ancora, la nostra salvezza, il nostro donarci all’eternità, perché il tempo, la vecchiezza, la morte, non sono che illusioni e siamo noi a sceglierle, siamo noi liberamente a decidere di essere preda della mediocre brama di danaro e potere. Unica ed ultima salvezza per il genere umano è squarciare questa illusione di perimento e, uniti in un unico abbraccio, aprirci alla sapienza, e per far ciò occorre l’amore, solo un cuore innamorato cerca incessantemente la sapienza, sotto forma di bellezza, vera ed unica bellezza possibile. D’altronde il desertico ocra dei colori rappresenta il deserto, da sempre simbolo di un cammino di sofferenza e rinunce per raggiungere la purificazione, ed in altre rappresentazioni anche il mare rappresenta tale percorso di ascesi ed illuminazione spirituale, superare il metilene degli abissi, accedere al cobalto delle prove, giungere finalmente al turchino della grazia. E, l’eterno amore che tutto move, può portarci al di fuori delle nostre sofferenze, aprirci a noi stessi e agli altri col coraggio di cambiare, di accettare ogni vessazione e patimento come transito verso un giardino pullulante di fiori germogliati asciutti, un paradiso lezioso e candido, un al di là da sé che, conservando nel nostro animo la predisposizione e l’incessante desiderio di ricerca, potrà farci intuire, già qui ed ora, da subito, illuminati dallo spirito del mutamento, l’essenza del divino.

 

  1. Legami dell’Etereismo con l’Oltrismo, letteratura e musica da un lato, arte dall’altro

 

E che strumenti utilizza l’Oltrismo, come corrente artistica, per aprire l’uomo alla spiritualità? Ossia, meglio, per indicare la strada al fruitore, che poi avrà un sua personalissima evoluzione, meglio se universale, cattolica, ove per religiosità cattolica si intende una visione del mondo comunitaria e spirituale contrapposta sia all’edonismo filoprotestante e laico-ateo, sia al fanatismo settario religioso, sia anche ad una spiritualità egoistica, come quella della new age, o quella della interpretazione gnostica o di dottrine orientali contaminata e fuorviante, che colloca la perfezione individuale esulata dalla evoluzione degli altri essenti, e per ciò stesso è mercinomio dilettantistico della spiritualità stessa. Esso si colloca come avanguardia di questo Nuovo Millennio, nasce dalle ceneri ancora pullulanti degli ultimi gridi di alternatività e ricupera questa apertura nuovissima alla spiritualità ma traendone il meglio, il risvolto illuminante. Da un lato le culture urbane, dark, tardo punk, “punkabbestia”, di un vivere cinicamente ma assurgendo a grazia con la visione comunitaristica del mondo. Si tratta di visioni che, ad inizio Millennio, sono andate di pari passo con quelle no-global, che furono l’ultimo grido del comunitarismo, l’ultimo grido per un cambiamento epocale che non ci fu, non solo da un punto di vista artistico letterario (hacker art, cyberpunk, connettivismo), ma anche musicale (rimasugli di rap, dub, raggamuffin, reggae; Almanegretta e 99posse ad esempio).  Rifiutavano categoricamente una globalità solo economica. E ci avevano visto bene, dato il palese fallimento dell’Europa unita e serva del denaro e delle libertà di basso livello, che isola tutelandolo l’individuo, ma allo stesso tempo lo spersonalizza, distrugge ogni realizzazione nelle formazioni sociali ed ogni diritto alla dignità sotto il vessillo di una libertà che prescinde dall’amore e che per tali motivi è libertina-ma egoica-, liberale e terribilmente liberista.  Sullo stesso filone si collega al cyberpunk, alla hacker art, alla cultura digitale, così come è nata, per contrapporsi ad un eventuale distopico e discronico mondo governato da privatissime multinazionali ed ove, il progetto fluxus, gli happening e la concezione di un’arte in divenire ove tutti con il loro contributo dessero forma ad opere in fieri e sempre aperte. Ricupera poi dalla cultura gotica l’interesse alla sfera eterea e sovrumana dell’uomo. Cogliere l’etereo della figura femminile, esaltazione dell’essere, colma di grazia, via d’ascesi, guida e cammino ad un tempo. l’evoluzione del gothic culture ha portato me, Giovanni, a collocarmi nell’Etereismo, movimento poetico che coglie questa essenza e la manifesta. D’altronde tracce di Etereismo si colgono anche in tante giovani poetesse soprattutto, di questa seconda decade, nate e cresciute sotto gli influssi dell’eterico millennio. Tania Santurbano Stetari e Carmela Santulli, per esempio, che cercano con immane sazietà il frammento etereo del divino in una corporalità talora esasperata, spiazzante e pullulante, come a dire scintille divine nella perdizione, speranza ultimo che la voce che è carne vibri sospesa verso paradisi della pienissima vacuità colmante del trasparente, oltre il velo di Maya.  Aderendo in pieno all’Oltrismo, io Giovanni, tendo di dare la mia voce, nei commenti alle opere dei suoi esponenti, all’oltristico Astrattismo Onirico e Cosmico di Antonio Marchese, così come al Primitivismo Postatomico di Sergio Sperlongano, alias Gost, o al Paesaggismo Partenopeo Simbolico di Lino Chiaramonte, alias Pach, sottolineando questa visione, apertura, interpretazione, esegesi. Cogliendo l’etereo dall’arte, come ho sempre fatto non solo per l’Oltrismo, cui sono onorato di appartenere, ma anche per la musica e per altri movimenti artistici, per l’arte tutta, che è e sempre sarà impronta del divino, mano di un artefice, artista, che a simiglianza di Dio crea il bello, una bellezza che può essere contemplata solo ad un cuore innamorato, “al cor gentile rempaira sempre amor”. L’amore, che è cortese, che è gentile, cerca incessantemente questa bellezza perché, in essa, trova la bontà, la grazia, il kalos kai agathos. A tal riguardo esemplare è che il Maestro Sarossa in primis utilizzi le categorie liberali, il trivio, grammatica, rettorica e dialettica, ed il quadrivio, algebra, geometria, musica e astrologia. Cogliendo in ciò, sapientemente, una connessione tra la nuovissima comunità che va formandosi e le arti liberali. Così come altre categorie del mondo cortese, della lirica provenzale, siciliana e toscana e stilnovistica. Ed infine l’apertura alla new age, a questo sempre maggiore interesse per i giovani ed i giovanissimi ed anche gli adolescenti per queste realtà spirituali, in un mondo che sta rimettendo in discussione tutte le certezze scienziste e positiviste dell’ottocento e del novecento in una ottica nuova,  complici molti ritrovamenti archelogici, soprattutto monoliti- d’altronde cos’è la sfera delle rappresentazioni di Sarossa se non un monolite- nonché scritture rupestri, ritrovamenti fossili, e via discorrendo. E complice anche una lettura diversa dei testi sacri ed un nuovo sincretismo, nuove teorie che collocano viaggi spaziotemporali ed/od alieni (tipo gli annunaki sumeri, per non parlare di rettiliani, linee di sangue, etc. ) come donatori di conoscenza e civiltà, confondendo spesso entità spiritiche, angeliche o demoniache, con esseri viventi in carne ed ossa. Certo roba vecchia, fantascienza anni Settanta, ma che tramite la rete porta i ragazzi soprattutto ad interrogarsi sui quesiti che da sempre affascinano l’umanità, chi siamo, da dove veniamo, qual è il nostro ruolo nell’universo, nel cosmo. Interrogativi che, a partire dall’età del materialismo iniziata nel 1600 circa, erano stati volta per volta spiegati razionalmente, assurgendo persino l’anima ad oggetto di studio empirico attraverso le neuroscienze, la neuropsichiatria e la psicologia. E tutto sembrava chiaro, palese, anche nella fisica, allocata in precisi schemi galileiani-newtoniani prima, poi corretti con le relatività einsteiniane. Ma a partire dallo squarcio della fisica quantistica, della necessità si concepire la realtà solo come oggetto di percezione nostra e non come realtà data per rata e definita e quindi solo misurabile, si spalanca un nuovo mondo, una liberazione, un ritorno alla spiritualità. L’Oltrismo, come corrente artistica d’avanguardia, apre una di queste porte, con la fruizione del bello e l’esaltazione della gnosi. Una corrente spirituale, una orma piccola di Dio che porta l’animo nostro a luccicare ed ad interrogarsi, L’Oltrismo è tutto questo, e come il mio Etereismo utilizza la parola per aprire varchi, così l’Oltrismo utilizza le arti figurative.

E passo alla musica arte somma ed il tramite prediletto per l’ascesi. Noi un giorno canteremo assieme innanzi al volto unico e trino di Dio.  La musica è l’arte per eccellenza e gli esempi a sostegno di tale visione risultano da pensieri condivisi da gran parte della tradizione esoterica, neoplatonica, caldaica, alessandrina, pitagorica, gnostica, catara, provenzale e, perché no, anche giudaico cristiana. Ricordiamo che lo scopo ultimo del credo cattolico come di quello scismatico ed eretico si poggia sulla contemplazione dell’empireo e della sostanza femminile di Dio riscontrabile nella Candida Rosa o, che dir si voglia, nella Rosa Mistica. E’ evidente tuttavia la triplicità della visione femminile, triplicità che da secoli è stata scissa ma che conduce, tuttavia ad un’origine indivisa. Quella di donna Madre, senz’altro presentissima in culture anche paleolitiche, la classica Venere gravida o la Santa Madre, quella di donna angelo ispiratrice, riconducibile probabilmente a Lilith, e quella di genitrice della divinità ed assunta a sostanza non pienamente umana e non pienamente divina, tipico della Santa Madre. Anche gli stessi ebrei, d’altronde, in passi come il Cantico dei Cantici, nei Salmi di Davide,  nei libri inerenti l’epoca del Giudice Salomone, nonché nei testi del Libro della Formazione e attraverso la tradizione cabalista danno risalto alla musica come via di ascensione verso il divino sia direttamente che, come nel caso della numerologia, indirettamente. Tutti sanno, ad esempio, che la prime notazioni musicali erano espresse in numeri, come talora avviene tutt’oggi . Ma al di là di ciò vi sono tradizioni in tal senso anche nel medio ed estremo Oriente, dai credi islamici e in particolar riguardo alla tradizione pacifistica sufi, per non parlare poi dei raga indiani e dei mantra, preghiere di tipo musicale e che rasentano, per certi versi la psichedelica. Anche in epoche più recenti, a partire da Kandinsky e dall’astrattismo, dai più grandi surrealisti e soprattutto dai dadaisti questo binomio è ben saldo, l’arte visiva per sinestesia può e anzi deve essere percepita più che osservata ed analizzata, percepita soprattutto attribuendo suono ai colori ed alle immagini.

Discorso analogo può farsi con la scrittura, specie di matrice poetica o proso-poetica. I cantori, i narra-storie, i giullari, erano musici e poeti, il racconto aveva senso e delizia solo se ricoperto dal magico manto della musica. Ciò proseguì anche con i Canti Gregoriani, con i madrigali passando per le canzoni (che poi la canzone è d’altronde la lirica per eccellenza soprattutto tra ‘200 e ‘300). Anche se dal settecento i poeti sono stati sostituiti dai librettisti per poi sfociare nei moderni parolieri, la poesia non ha mai perso la sua vena, appunto, lirica. Già nell’Ottocento, pur perdendo apparentemente questo legame, la metrica italiana, così come qualunque metrica, ha più attinenza alla musica e alla matematica che non alla letteratura sic et simpliciter, la quale è il contenuto ma non il contenente. E che dire poi del simbolismo soprattutto francese, degli echetti futuristi, dei lamenti esistenzialisti. L’arte, intesa in senso assoluto, è soprattutto, essenzialmente e inscindibilmente musica e la musica è la via di accesso ad una realtà trascendente. D’altronde per quasi tutte le culture, anche quella Cristiano Cattolico che in occidente ha avuto il massimo studio estetico a partire dalla Scolastica, dopo la morte il Paradiso non è altro che contemplazione di Dio mediante cori angelici. La musica resta come amore nell’aldilà, qui sulla terra rimane come armonia di sfere assieme al contenitore, il corpo, destinato a divenire polvere. Aggiungo, anche e forse soprattutto in Italia la musica negli ultimi tempi sta tornando al servizio del divino, e ben può collocarsi in esso. A partire da Lucio Battisti, dalle cui musiche traspariva una continua ed incessante ricerca artistica che non poteva non essere spirituale. E la scelta dei testi, prima di Mogol e poi di Velezia per finire con l’apoteosi di Pasquale Panella, non sono altro che una conferma. La musica di Lucio guidava i testi, sia se composta prima sia se ad essa adattata. Come maieuta  socratico cacciò fuori da Mogol ambientalismo, panteismo, panpsichismo, panismo, da Velezia leggeri e  profondissimi testi in bilico tra new age ed illuminismo, tra scienza naturale viva e pulsante, orma degli interessi di Lucio e spiritualità di certi livelli tessuta con mani sapienti da Grazia Letizia Veronesi. Da Pasquale Panella un lavoro che non possiamo definire qui brevemente, ma che ho già fatto, indegnamente ed in maniera incompleta, altrove e che ridà dignità alla donna, ma una dignità eterea da un lato, dottrinale dall’altro, e la pone al centro di una apoteosi del proprio archetipo, con conoscenze ed influssi dalla lirica cortese e amorosa ai decadenti francesi, a Sanguinetti ed alla teatralità di Carmelo Bene,  Beckett e Pirandello. Oggi tale ricerca musicale illuminata prosegue, restando in Italia, con Giovanni Lindo Ferretti dal punk sempre fedele alla linea, spiritual comunistica prima e cattobarbarica ora, con Carmen Consoli femminismo che fonde nella sua produzione atti d’isterica rabbia, ribellioni pulsanti e pulsionali con momenti di profondissimo lirismo, Max Gazzè e l’etereismo talora galattico ed immanente, descrittivo e sublime del paradosso, con i Baustelle profondissimi indagatori dell’umana alternatività e conoscitori dei meandri oscuri della prima, media e tardo adolescenza e del disagio, apportando un contributo ed un candidissimo odore di rovi ardenti nell’esistenzialismo a tratti materialmente spirituale, con Alessandra Amoroso ed i suoi racconti a primo ascolto leggeri ma che segnano con garbo e con una voce vividissima le dolci sfumature amorose dei ragazzi degli anni’10, con Annalisa, Malika Ajane, che seguono un filone personalissimo e seduttivo, con  Nathalie Giannitrapani e la sua musica colta e complessa che dialoga con la nostra intimità più profonda, con Franco Battiato che da sempre è in bilico tra misticismo e ssperimentazioni-e non è detto che sia un bilico ma l’uno completa l’altro o ne è parte integrante, o parte minuta ma essenziale-. Ed anche la musica assume questa connotazione Oltrista, seguendo, come le mie liriche cercano di fare, vibrazioni eteree per giungere, tramite l’etereo ad una spiritualità nuova, all’Oltre.

 

  1. Connettivismo e Didattica, analogia con l’Etereismo e con l’Oltrismo

 

E veniamo alla didattica ed ai legami dell’Oltrismo artistico, fondato da Sarossa e dell’Etereismo mio, di Giovanni, con il Connettivismo. Come accennato il progetto fluxus e di arte condivisa, in particolare lirica e prosolirica ha segnato in maniera pressante, soprattutto nel secondo lustro degli anni’00 di questo Nuovo Millennio, lo strumento attraverso il quale l’allievo si approccia allo studio, alla ricerca. Ma la scarnezza e la molteplicità di informazioni reperite portano ad una duplice problematica. La prima di rilievo maggiore, l’estrema sinteticità della conoscenza, l’eccessiva semplificazione e riduzione ad algoritmo della cultura umanista e scientifica. Si fa dello scheletro il risultato e non il mezzo, lo strumento. Ciò ha tradito le speranze di reciproca crescita sognate negli anni ’90 ed ad inizio millennio, in quanto non ciascuno ha dato contributo, ma ciascuno si è adeguato al sistema multimediale. L’uso di internet è stato disatteso, lo strumento attraverso il quale potevamo accrescere le nostre conoscenze è divenuto -come la televisione di “regime politico” del dopoguerra e quella di ”regime economico-commerciale” dagli anni ’80 ad oggi- è divenuto mezzo di appiattimento delle coscienze, e ciò dovrebbe essere un campanello d’allarme per certi movimenti politici, come i pentastellati italiani. L’unico modo per accrescere la cultura, dare un nostro contributo, è attraverso, paradossalmente, la seconda problematica che può risolversi. L’errore. Quando si dice insegniamo ai discenti a pensare dobbiamo lasciarli anarchici alla loro curiosità, pronti a stravolgere e creare solo sbagliando, modificando, rendendo etereo il sapere. Ecco la “Teoria dell’Errore”, l’eccezione non conferma la regola ma la logora man mano e la innova, la mutazione sfavorevole è quella che prevarrà nel ciclo evolutivo, il nostro daomani è nelle mutazioni sfavorevoli, negli errori innovanti. Siamo, dicevo, in un’epoca nuova che si apre, la spirituale, che coincide con la cibernetica, e solo attraverso la didattica cibernetica etereisticamente intesa potremmo contribuire alla crescita culturale delle future generazioni, non standardizzata. L’arte latu sensu, la scrittura in primis, deve spronare i discenti a modificare il già dato per rato. Come gli amanuensi medioevali noi dobbiamo partire da un testo ed insegnare agli studenti a “glossare”, e a “glossare glissando poeticamente, con grazia”. Il medioevo è l’epoca della spiritualità, dove non si è solo preservata la cultura classica, ma si è creato, innovato, in maniera non manierista. Per certi versi, e parlo della filosofia e teologia, e delle scienze naturali, si è dato il contributo più alto all’universo ed all’umanità. Dai benedettini a Dante, da Agostino a Tommaso, passando per Alberto, neoplatonismo, eresia, provenzali, cicli cavallereschi, rinascimento. Dopo il rinascimento, ed a causa forse di questa vivacità culturale, la riforma protestante: la scienza si è positivizzata come la religione, divenuta un ateismo ortodosso individualista ed escludente l’altro più che un pluralista comunitarismo che connota la persona e si apre all’altro, adattando deduttivamente, glossando, glissando. Il tutto coincidente con la morte dell’ultimo innovatore Giordano Bruno. Seguendo il pensiero del ”Nolano” l’epoca del materialismo 1600-2001 circa, non si sarebbe posta in essere, secondo contributo, Friedrich Nietzsche. Ecco due pensatori cardine, ecco che attraverso l’etereismo l’esistenzialismo non viene ad essere nichilismo heideggeriano o sartiano ma etereo, riprendendo il valore del femmineo, non dal punto di vista materiale, materialista, come gli estremismi dei movimenti femministi, ma in maniera più profonda, squarciando il velo di Maya e scoprendo un noumeno non ideale, hegeliano, ma poetico nella sua essenza eterea.

Gli studenti, educhiamoli ad essere glossatori glissanti e non copiatori-incollatori fedeli. Per far questo non usiamo enciclopedie del web ma blog, piattaforme libere, ove leggendo ad esempio Leopardi lo si glossi e si contribuisca ad accrescere il suo pensiero, ove studiando la struttura delle cellule si glossi e si stimoli alla ricerca dell’ignoto, qui è la base cellulare, tu studente la vedi e prima ancora di impararla a memoria leggendone la struttura postula quesiti, fatti domande, innova, proponi, anche sbagliando, e scrivi tutto, a che il sapere accresca. E scrivi poeticamente di biologia e di chimica, sviluppa quello che l’essere umano ha da sempre, e che ha reso soprattutto gli italiani geniali in tutti i campi, l’intuizione. Quando mandi a memoria qualcosa parti dal presupposto che ciò che studi sia una cazzata, che i giganti su cui sei alle spalle sono superati, arcaici e petulanti, e con leggiadria riponiti sulle loro spalle, con rispetto ma senza essere saprofita sii loro parassita e senza distruggere reinventa, e distruggendo scopri il nuove, l’oltre, l’armonia. Dopo deduci, prima intuisci, prima ancora non credere a nulla. Lo ripeto, tutto ciò che vedi e studi è falso, la verità è in te, gli antichi possono averla scorta, ma tu sii originale. Non sei tabula rasa, il docente è il maieuta, ma superalo per non essere influenzato. Impara dai maestri e subito dopo uccidine le idee per non cadere nel complesso di Telemaco, statico, ma circondati di Maestri e cogline il meglio, diffidando sempre di loro. Blog e piattaforme comuni, noi non abbiamo da insegnare voi avete tanto da scrivere, discenti, tanto da glossare con i vostri giovanili ardori, rendeteli eroici furori. Qualsiasi professione o mestiere non è mera tecnica ma anche e soprattutto arte e muovetevi liberamente nell’arte delle vostre professioni o mestieri ma creando, in più, anche una vostra tecnica, che è diversa da quella di un altro e che, come l’arte che ne consegue, è già dentro di voi, non tabula rasa siete, né dentro di voi c’è uno specchio recettivo, ciò che credete di apprendere con l’esperienza non lo apprendete, siete voi a generarlo, col vostro sublime, armonico, aggraziato, poetico, spirituale  pensiero.

 

 

  1. Appunti finali Etereismo, Oltrismo, Connettivismo

 

L’Etereismo  utilizza soprattutto il genere lirico o la prosa lirica, negli ultimi tre anni mi sono prestato al commento delle opere degli artisti dell’Oltrismo fondato dal maestro  Salvatore D’Auria, in arte Sarossa.

Io seguo sempre la tendenza, quella che da vent’anni circa, da quando mi sono affacciato nell’età del discernimento, ho sviluppato, “etereista” cioè.  Cerco l’essenza nell’apparenza, nella fugacità, nell’attimo dell’immagine, cerco l’etereo delle cose, degli essenti, cerco la scintilla spirituale, il “noumeno artistico”, la percezione di una luccicanza d’assoluto. Sia quando commento un’opera sia quando scrivo di mio.  Storicamente, dicevo, credo si sia chiusa un’epoca, quella del materialismo, iniziata nel 1600, e che dagli albori di questo millennio, man mano, se ne stia imponendo un’altra, complice anche la cibernetica, il web, che paradossalmente ci riportano ad una dimensione effimera del concreto. Io scrivo da quasi vent’anni, e sto notando che nella poesia, di cui mi occupo, nell’arte, di cui casualmente mi sono trovato a commentare qualcosa, questa esigenza di spiritualità, questa essenza di spiritualità anche. Nei giovani, negli adolescenti, nel nuovo modo di riproporsi di quelle che chiamano, ingiustamente, subculture, le culture urbane. Questa è una nuova via, anzi forse antica, di ritorno alla spiritualità. E lo scorgo il desiderio in tante poetesse e poeti della mia classe’85, ma anche e soprattutto nelle classi successive, novanta, o nei nati a ridosso del secolo. E l’ho scorto nel movimento artistico dell’Oltrismo.

Credo che la poesia, l’arte, abbia bisogno di una svolta che sta già avvenendo ma a cui la cultura ufficiale non dà spazio. E credo collegamenti col Connettivismo e con la letteratura Cyberpunk ci siano, essendo stato quello il punto da cui sono partito per creare cose nuove, cose che ho ritrovato nell’arte, nel caso di specie nell’Oltrismo, e nella poesia, così come in certa musica. C’è un Novum Organum, che è l’Etereismo per la letteratura e la musica, che è l’Oltrismo, nell’arte, che a mio avviso merita di emergere. I famosi nuovi ismi, che tanto mancano ufficialmente per la cultura dopo il postmoderno, ci sono, vivi e pulsanti, in tanti giovani come me e in tanti ancora più giovani.

Non si tratta di Massoneria Cattolica. Associare i due termini è un bell’ossimoro, non lo userei. Non lo userei perché la Massoneria, moderna e contemporanea, di qualsiasi “colore”, e per colore intendo rito, è frutto della Riforma Protestante, che cagiono come inizio dell’epoca del materialismo. Direi più gnosi cattolica, conoscenza ad orientamento cattolico, aperta a tutti. La massoneria, anche quella risorgimentale, non appartiene al mio, di Giovanni, al nostro anzi, modo di inquadrare le cose, al nostro modo di descriverle, non appartiene a me. Fatta questa precisazione, sì, il cattolicesimo è l’elemento essenziale ed innegabile di questo pensiero. Gli insegnamenti del passato premoderno e postantico -proprio non mi piace dire medioevo, diciamo evo cristiano, evo spirituale, non solo di matrice cristiana- è innegabilmente fondante, ma mettendo da parte preconcetti. E’ stata quella un’epoca spirituale e di evoluzione in tutto il globo. Il Nuovo Mondo, quello del Sud, sorprendeva gli studiosi di Salamanca e la Seconda Scolastica tutta, per le grosse affinità tra credenze indios e cattoliche, ci fu una forte integrazione, cosa non avvenuta magari in USA. Lì ugualmente c’era un substrato spirituale ma si è imposto un laicismo ateo protestante. La grandezza di questo periodo è la spiritualità, lo ripeto. E se analizziamo diverse credenze di diversi antichi popoli, non per forza giudaici, tutti concordano nel dire che questa che è iniziata è la epoca della nuova spiritualità, da oriente ad occidente, il calendario Maya è solo un esempio, inutile elencarne gli altri.

Ecco, vedi, già dal ‘68 è iniziato a muoversi qualcosa, quella che molti chiamano potere occulto, altri massoneria o tanti epiteti ancora, e ce ne sono, come la intendo io è non per forza di cose un gruppo di persone, ma un idea che sostituisce l’uomo a Dio, che elimina dall’essere umano la sua divinità e che ha dominato dal ‘600 in poi. Aprirsi ad una nuova spiritualità, come affermavo, è favorire l’intuizione, favorire la scintilla creativa, favorire l’emergere del sé profondo e imporsi come sé.

Guarda, l’epoca materialista è l’epoca categorica, chiusa allo spirito, curvata nella materia. La scienza newtoniana ed in parte quella einsteiniana stanno essendo smentite dalle nuove scoperte della fisica quantistica. Non si può parlare solo di materia e di mente. Il discente, l’allievo, deve aprirsi a sé. E’ un processo già in atto, già partito, dal ’68, ma anche prima, Nietzsche, Jung, tuttavia è in questo periodo che ha la necessità di imporsi, è in questo periodo che la scienza e la cibernetica possono favorirlo. La parte finale della creatività che precede la catalogazione e che poi creativamente la riformula la innova senza mai cancellare ma sempre aggiungendo, sempre conservando, glossando.

Paradossalmente Popper, il principio di falsificazione, è un po’ vetusto, così come interpretato dalla scienza, ma è effettivamente vero se non se ne tradisce il senso, la singola parola. Nulla è falso e tutto ciò che è pensabile è esistibile. Questa la frase che io, Giovanni, dico sempre. Di ogni teoria bisogna cogliere il buono, il pensiero umano è sempre proteso al buono, alla realizzazione del bene, il male non è assenza di ragione ma assenza di cuore, assenza di amore, che è la naturale inclinazione umana. Quanto più il nostro pensiero è splendido tanto più la materialità, la nostra, ci spinge a pervertirlo. Ecco la violenza, ecco la sua radice. L’attaccarsi, l’essere attratti dalla materia e non dallo spirito. Ma la materia non è il male ma lo strumento attraverso il quale la nostra anima si manifesta per il tramite dello spirito. Ecco la trinità dell’uomo, degli essenti, finanche dei minerali e dei metalli. Noi dobbiamo armonicamente far sì che la materia estrinsechi la nostra anima per tramite dello spirito, e non far parlare solo l’uno o l’altro, se no, altrimenti, così, si genera il male, quello che noi chiamiamo male. Ecco perché non rinnegare la spiritualità, che è sempre stata presente e che sempre lo è e lo sarà, ma che purtroppo è messa a tacere. Ammutolita dal nostro essere individui e non persone, dal nostro non ascoltare noi stessi. Qui la didattica interviene e qui ho apprezzato molto il Connettivismo, il favorire l’intuizione. Siamo in una epoca in cui c’è la possibilità di far agire armonicamente anima, corpo e spirito. Se vogliamo l’età precristiana è quella dell’anima, il cosiddetto medioevo l’epoca dello spirito, dal ‘600 quello della materia. E’ giunto il tempo della spiritualità, dell’interazione tra questi nostri “poteri”, tra questi nostri “agenti”, tra queste nostre risorse, talenti. E’ questa l’epoca della consapevolezza. Consapevolezza e non segretezza, non  massoneria, tutt’altro.

Dicevo, il Connettivismo dà questo impulso e perciò mi è piaciuto. Il web è una risorsa per la cultura, per stimolare il nostro Io interiore. L’ approccio didattico connettivista, il principio di collaborazione ipertestuale, possono valorizzare la spiritualità di ogni persona, la nostra reciproca crescita.

Ho scritto come se parlassi, che belli gli errori di battitura, un giorno comprerò una tastiera vecchia, quelle con i tasti a debita distanza tra loro e tanto rumorosa, il romore lieto dell’arte, il suono come da tastiera, la musica delle parole, la soavità dell’armonia che si manifesta e che è e sarà, perché lo è sempre stato. Tutto cambia in mutamento statico.

Ancora. Mi appassiona, ho detto dicevo e dico, la didattica Connettivista. Ed il legame con la fantascienza ed il cyberpunk del movimento, nato a firma di Sandro Battisti, di Giovanni De Matteo e di Marco Milani con il celebre Manifesto di fine 2004. Sazierò una mia lacuna con la lettura in primis dello stuzzicante, sicuramente stuzzicante, “Impero”di San Zoon Bat.  Leggendo in comparazione con “Lord of the World” di Benson.  L’animo mio assetato approfondirà questa fantascienza, in parte la rileggerà, la riporterà alla memoria, per il già letto, per il Cyberpunk, che cos’è il Connettivismo se non un prosieguo dell’amato Cyberpunk, dicevamo.

E San Zoon Bat col Cybergoth. Quello ancora più stimolante. Partiamo da dissidi per trovare punti di contatto e cooperare. Collaborare al progetto Connettivista, perché lo sposo. Lo sposo nella mia scrittura basata su errori, glosse glissanti e distrazioni, rammenta il verniano Paganel, sono fatto un po’ così.  L’aspetto sociale e l’utilizzo delle piattaforme mi intriga. Il Cybergoth. Gotico è il mio etereista lirismo. Sposo in pieno il progetto fluxus, altresì e, vorrei soffermarmi sulla questione “ologramma”- presente nel Manifesto del Connettivismo- e la connessione con la trinità di uomini essenti e cose, cui accennavo, e cui ho accennato.

Un ultimo appunto, la spiritualità non è qualcosa che attiene strettamente alla configurazione della persona ma è un qualcosa che è in tutti gli essenti, anima corpo e spirito possono essere sostituite con energia, materia (forse più correttamente massa) e forza, elettromagnetismo/elettrochimica, e in tante ancora altre declinazioni. Ah la questione ologramma ritorna, e ritorna la teoria delle Stringhe e, dunque, come può non tornare l’Etereismo, l’etere, come non l’Oltrismo e la sua aspirazione armonica neopagana.

Partiamo dalle divergenze per realizzare qualcosa di innovativo, eleviamo le subculture a rango di cultura e facciamo vera letteratura, adeguiamoci ai tempi adeguando i nostri tempi e non lasciamo che certa letteratura ufficiale e categorica quanto semplicistica copra la vera arte, fatta con passione e, questo il punto che mi auguro rimarrà sempre una costante, l’alternatività. La coltivazione di spazi alternativi, di libera aggregazione tra individui che divengono in tal modo persone, la possibilità di vivere negando ogni forma di autoritarismo economico che possa influenzare la creatività, da ogni indirizzo che assopisca e non risvegli (vedi l’accennato passo circa la televisione politica e poi commercial-politica e sull’utilizzo di internet come mezzo di ricerca standardizzato e non come officina di innovazione e creazione didattico-culturale, umanistico-scientifica)

Viva le culture urbane! Viva la nuova arcadia! Viva l’arcadia urbana!

 

dottor Giovanni Di Rubba

Le corde della mia poesia

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Luci ancora?

 

Parla soltanto

se capirai,

 

gli anni son molti,

da pianger,

 

vedrai

l’immenso

nella melodia,

 

vedrai , e già lo sai,

tenerezza e follia,

ma non rinunciare

a questa vita,

 

talora anche il treno

perso

è segno

di fiori futuri

che sbocceranno

come sogni, utopie

tra le mani tue

che son giunte,

angeliche

remissioni

a fiato corto

in pace universale

 

tuttavia,

seguisci li miei passi

e non dirmi addio,

 

dalle tenebre un canto

è parte di noi

 

come siamo stati

il domani saprà

sussurrarlo,

 

ti è chiara la stagione

sottesa

all’intricato

artifizio

d’idioma dimenticato,

 

scegli me

anche stavolta,

 

e fu così

che cadesti

tra le braccia mie,

 

ricordi anche la casa

sulla scogliera,

 

non penso tanto

a ciò che credo,

io credo comunque

che tutto è uguale per noi.

 

E tu

 

un soffio,

 

non varcasti più

l’avanspettacolo

come guerriera

senza scudo,

 

l’elmo spento

nel tepore degli abbracci.

 

Il corpo nell’avviluppato

dei pensieri,

 

tranquilla non cambio,

resto ciò che sai,

e se vuoi grazia mia

non andare via,

 

mi ricordo di te.

 

E se nella melodia

che ti ho detto

non riesci a trovarmi

traccia

con le dita

segmenti

di linee scomposte

ravvivati dal tocco,

 

quello mio.

 

Guarda sono sempre lì

al tuo fianco,

 

ergo non disperare

se non vedi la luce

nel nulla eterno,

 

sono le citazioni approssimate

quelle che

ravviavano i tuoi occhi,

 

guarda lo so,

caduta, sembrerebbe banale,

ma scrivo che,

anzi tempo meglio

sarebbe non parlare

o magari ancora lasciarci andare,

perché

l’epoca nostra

non lascia

tracce

che non siano indelebili

nel calco

dei tuoi sogni

che sospirando

sfiorano le corde

della mia poesia.

 

E tu sei sempre così:

 

passi lenti

a tarda sera.

Rumore di grondaie

asciutte.

 

Eccoti qua,

piccola come un cero,

 

la Ceres

delle stagioni,

quelle con il sole al tramonto,

 

ed è ancora sera.

 

E tu sei sempre così.

 

Qui muti

la dimensione temporale

nel velo

della dignità

frantumata.

 

E vuoi sempre di più,

e fumi e fumo anch’io,

pall mall

 

o sono solo.

 

E sei sempre con me,

gitane.

 

Chi sono io,

tu lo sai

ma piango me,

 

sei la violetta,

quella certa,

mentre tu fuggi,

alle spalle la città.

 

E dopotutto sei qui

ed è questa la verità,

 

amo od amai,

 

il varco si rimpicciolisce,

languisce il senso,

corpo calibrato,

turgido il sapore

dalla tua bocca,

e quella non è mai asciutta,

se ti avvicini al mio desio,

 

e gode la mia povertà.

 

E gode poi

massiccia e fiera

vetta

la mente

quella tua lucida,

nella metro

in tragica viltà,

la notte bifocale

è rimando,

deve trattarsi

di te,

 

quell’impronta

sul cuscino la ricordo,

 

di sicuro sei passata,

come quando gettasti

dalla decapottabile

la mia sciarpa

ed il tuo foulard

perché ora è al mio collo,

 

dal Gargano ai monti vispi

e asprosi,

 

oppure verso le Ande

con fare distante.

 

E dici assonanza

di essere

bifocale

e bilingue

in bocca all’incrocio

nel bacio sbocciato

stellato

e mai dimenticato,

 

filastrocca o sonata.

E nascosta

 

mi guardavi,

c’era un’altra,

si trattava

di scoprire il mondo,

quello nuovo,

 

tuttavia

la libertà

venne,

 

erano le quattro e mezza

ed era la luce

quella dell’alba

 

e le prime carovane

palustri

di pastori

cittadini e salmastri.

 

Forse

oggi è andato dimenticato

ciò che successe

nella tenerezza

dell’attimo

di cui si parlava,

 

era già notte scorsa,

caffè mio del mattino,

 

è già tutto finito.

 

E compari ora,

traversa alla parete,

eterea,

pleonastica figlia dell’anima mia ribelle.

 

Ciao!!!

 

Ciao tutta mia,

come ti va?

è un po’ di tempo

che distratta passeggi

qui e lì

 

il respiro strutto

nel distrutto.

 

Solo sei

la più

intrigante,

 

fai le fuse,

scendi con la grazia

alabastrina

di un sapore cristallino

dell’invito appena posto

e forse no,

non ti ho sognata

se eri già al mio fianco svestita

 

e dici pure

è tutto tranquillo,

 

tutto già vissuto

nei tuoi denti risplendenti.

 

Di nascosto

guardo il volto tuo,

chiusi nella stanza,

picciola sei troppo fantastica

 

ti insegno il sospiro sofista

dell’indulgenza celeste

sublimata

nel tuo enigmatico sorriso

puro e perverso.

 

Accendo la sigaretta

e mi ricordo

di te

 

pleonastica figlia

dell’anima mia ribelle,

pleonastica e presente,

orma della nostra metà.

 

Soffia il vento

nelle praterie

alle finestre scosse,

 

tu ricordi?

Nel mare

tempesta gli occhi tuoi,

 

io ancora qui.

 

Passa l’inverno ed il dolore

se vuoi

 

ma solingo

assopisco

il desiderio,

sembro sonnambulare

soffocato per la mia

aritmia

sensuale,

 

lezioso il tuo profumo nevoso,

 

vado a intermittenza

e godo dio!

 

picciola.

 

Cara dove sei?

che sarà del tempio eretto

per spudorato

sentimento avverso

nel nostro cuore,

 

patto di sangue?

il dolore resta

e poi va via.

 

Sei qui?

 

a volte ti scorgo,

sembra estate,

eppure caro

fu l’ermo freddo

novembrino,

 

tanta parte l’ultimo orizzonte,

sei con me,

vita, picciola,

amo,

 

io sono qui

e tu dove sei?

 

Io ascolto il lamento

di ciò che fu

ed ora è solo pudore,

 

stringi le mie mani,

 

sono io,

 

resto sempre qui

 

e se domani capirai

ciò che capisti

frastorna

indemoniata

dal rigurgito

sociale

ogni assoluto,

assoluto eterno

è infatti null’altro che noi,

l’orma della nostra metà

l’unica meta ambita.

 

Ed il sogno continua desto,

 

ti pronunci coi capelli al vento!

 

Sono le tre

di notte,

 

stavolta

posiziono

a cento l’allerta

dell’allarme

nella distilleria

dell’alma mia.

 

Sei così splendida,

divori voracità

di incenso e fumo.

 

Sei

solinga,

straniata

e nella penombra

il gioco gotico

non smette mai.

 

O dea Selene,

o mia piccola stella,

vettura siderea

di un anno che fu

e ritorna solo amorfo

nei segni tuoi

 

ombra sulla parete

e letto atroce

 

e voli verso il mio destino.

 

L’amore

è questione pudica,

puerile l’ardimento,

epistole e sofferto oblio,

dal pc all’incudine

del senso.

 

E, dici, vaneggio.

 

Non oserei mai

fermare

la mossa perfetta che fai in profilo

 

tu poetessa

scrivi di me

e degli arpeggi,

 

tu amasti di me

lo sguardo su tutto,

 

mia via di scampo

e prigionia mia.

 

Se sono ludico

tra la folla

 

mare e tramonto

nel tuo distacco

innaturale,

 

il tuo profumo

lo sento a un miglio

e il fumo delle mie

lo intuisci già dalla foto,

quella che sai

e appena appena

sussurri

con un soffio

sul boccale

del tormento,

 

sei tutta imbandita

e tutta restia al mutamento

ma ti pronunci

ancora

coi capelli al vento

ed io

forse non lo ricordo bene

il giorno,

l’ora, l’anno e poi…

 

mentre ti svestivi,

ti volevo e

tu respiravi

sincera naufraga

 

forse

c’era anche lei,

 

c’era la ragazza

occhi tutti blu

trapunti d’assoluto,

 

noi tre

e te.

 

Ti amo

picciola

 

ti amo,

voglio

te.

 

Ti amo

ti amo tutta mia,

però lei…

 

il mondo sembrava

guscio di speranze

fossili,

 

mi stuzzicava,

corde pizzicate

ed arpe

e poi

spalancò la bocca

e tu non

l’hai mai saputo.

 

Bici rettilinee.

 

E tu,

tu non lo sai,

 

non lo saprai.

 

estate inoltrata,

tra l’iper

e il romanzo a titolo fittizio

e futuro albore

di scambio personale

ed apodittica inversione,

 

ma guardati,

picciola

ma borghese,

mai più mia,

 

infatti la ragazza

mi sussurrava,

voglio te.

 

Bicromo!

 

Dovevo dirla,

ecco ti spetta tutta, picciola.

 

E’ per paura

che l’anima mia

si temprava

al consumo diffuso

di alcol distillato

dall’erba dipinta

e tutta pinta

di allegria nostalgica

già allora,

 

finta d’assenzio

e colpo scorretto

per vanità,

 

con le premure

e le ricadute,

vertigini e assedi

tediosi

e malinconia

prismatica

dalle fessure

aperture scomposte.

 

Quel pomeriggio

pareggiavo

l’ingiustizia

e la mia

luce unica

eri pur sempre

tu.

 

Ma la voglia

quella di un tempo?

 

nella dittatura

mi sperdevo

e ti sperdevi,

forse per ciò

ti ho ricordata

nell’oblio.

 

Tutti soli

nel baratro

oscuro

di seduzione irrazionale

 

e la stola

era in circolo.

 

Ora ti sogno

e penso

che

il tuo volto di qualche anno fa

non è compatibile

con la follia che ora

alberga.

 

Una resa dedicata

a chi non c’è

 

ed è così,

come limite dei cancelli grigi

condannati alla assenza

e alla noia,

 

spleen atroce!

 

eccoci più lontano e più lontani

noi.

 

E vorrei averti ancora accanto a me

con le tue

parole incomplete

o forse doppiate

da telefilm americani,

dizione assurda

e continuo sussurro muto

a fine frase

con concetto avulso

al senso verbale.

 

Amore mio

 

Dimenticate postille

tra luridi scantinati

 

sempre più forte

l’immago tua

in me.

 

Ma perché

siamo ancora succubi?

 

Perdesti te

mentre mi perdevo

piccola mia,

 

una sera

mi guardasti,

erano gli occhi

di inizio secolo,

 

ora più non c’è

altro che grida sterili,

che rabbia pulsionale

e residuo tardo adolescenziale.

 

Nulla ci libererà.

 

Amore mio,

mai.

 

Il tunnel del ricordo

è morte pura

da Crono steso

all’aria indifferente,

 

il senso scuro del rimorso,

il pianto stridulo del rimpianto

al tramonto

e lunga l’ombra tua

sincera

nel diniego etereo.

 

E non credi all’alma

del domani

fatta passato

tra sabbia

granello perso d’assoluto,

 

sincera

svelata,

 

sincera,

pura come l’erba

sciupata

dal vento

che alita su acque

di spirito sperso,

 

immagina

che poi

il futuro è tenerezza,

l’eremo rispetto

del mio denso

rimasuglio

di te.

 

Il fuoco

splende

tra noi due

 

io sento il fragore

delle stelle

e se non leggi

dispero

tremante

 

bocciolo mio

che son io

tra braccia spente.

 

Consolazione non è

pensare

ma pura acqua di sorgente

 

l’effluvio,

amore

rubato anche persino agli sguardi,

 

dimentichi

che l’inverno si imprime

porta sola,

 

assolo

di grilli tenebrosi,

 

no, io non posso,

voglio stasera

te silente

nel rumore

assordante

della tua voce

spersa

nel vicolo buio.

 

Notte estiva tra viali

in questo autunno ventoso

in vicoli stretti

del corso affluenti

secondi al silenzio

in loro impresso,

e tu spensierata

sei solo un’ombra

 

ed io piango

senza vedere

l’effluvio

di te.

 

Ma non credere

a ciò che dico,

 

né a Pavese

né ai tuoi occhi,

 

verrà comunque la morte

da sola

e solo io

dormendo

nella mia infinità.

 

Ma l’immagine

giunge riflessa,

allo specchio

i tuoi sogni.

 

Canto

solo per dirti che

la vita

ibrida

è limite

della mia deficienza eterna altera.

 

Stupidi i discorsi,

stupido il resto,

stupido ogni legame

tra le nostre note,

 

coni concentrici

del nostro male che d’assoluto

fu dipinto

e resterà

per sempre malgrado noi

nelle parole del solingo

sentimentale futuro,

 

la ragazza

col dono divino

e le labbra di ciliegia.

 

Airt,

chiusa in te

rispondi a sillabeggi

scomposti,

Aisas.

 

E tutto

è semplice,

 

filosofia d’osteria,

dell’alma mia

rifugio,

 

inverno e tenebre

la nostra via di scampo

 

rifugio stupido

e la stupidità

dei nostri sguardi innamorati

nel godimento,

il letto stropicciato.

 

Sogno

tra braccia calde

e minute

nella tua passione

generata dal desio

che vuoi

sia solo amore.

 

E’ ovvio,

io sono qui

al limite dell’universo,

quello che sogni

mentre pensi.

 

E mi pensi,

vorrei solo

potessimo

non nasconderci mai più

né vergognarci

di noi.

 

Tuttavia

sei ancora perversa

solo per divertimento.

 

Ovvio

posso pure parlare

 

tu già dormi

le tue braccia sempre più strette

 

e l’inverno è trapunto

di minute stelle gelide.

 

Se vuoi resta.

 

Susei

Anthropos

et Nero,

ars amabilissima.

 

Un millennio di silenzio

tra spoglie atroci

e le croci

dei miei spasmi

sofferenti

anni persi.

 

Mi piacerebbe

dipingerti

mentre mossa,

non è la mosca.

 

A volte

perdo il filo,

ok,

due cazzate.

 

Ma se miscredenti

mostrate i denti

dall’altare

la pace

è tutto

 

tra benedizioni

si sconsacra

la realtà smossa

ed il tocco divino

è segno imbandito

al senso caduceo sfrenato.

 

Adoro

parlare di traverso

al senso,

 

è pornografia

postindustriale,

ballo lugubre

nel respiro

dei buoi

tra muschio denso,

 

il sacrilego disegno

del nostro sentimento.

 

Le tenebre di Saffo

tenebre-saffo-ph

 

Ecco il folle sulla via maestra

 

e non parlo del tempo

né del suo intimo senso

interconnesso con la frase

tronca sul finale,

 

non è la luce

del mattino che mi può svegliare

ma il tramonto della cera

tua posta ai bordi

dell’ultimo

introverso, intimo

crinale,

 

e intanto passa

lì,

sulla strada maestra,

il folle.

 

Si sente sperso

nella nebbia

e non può porre

in questione

la sua mania

d’oltraggio

silenziosa.

 

Una volta,

dice strano,

ma è consapevole

che la sua vita

da troppi anni

è finita

schiantata

sull’asfalto

tenebroso

di un freddo pomeriggio

d’assenzio invernale,

una volta,

continua semiserio

ma fa pena il suo modo

di comporre

le frasi sciocche

come fossero

assoluto

distillato,

 

una volta

il re dell’ Ellesponto

aveva

quattro dame a corte,

le più belle

in confusione

gettavano bottoni

al conte

e facevano moine

da ragazzine,

 

al di là del confine del mare

c’era il segreto rifugio

e una di quelle,

la più bella,

mi baciò

sotto una stella,

 

poi improvviso

il servo e il Visir

persiano

mutarono

il senso temporale.

 

Tuttavia

pochi capiscono,

nessuno lo crede.

 

Talora comunque

tra notte e mattino,

quando l’anima è di tenebra

e il corpo sembra vibrare,

quando non sei cosciente

ma nemmeno sopita

vedi il volto suo

ed il veliero

dimenticato dal nemico,

 

e il tuo destino sembra dirti,

non capisco

cosa posso fare.

 

Ma pochi gli credono,

nessuno lo saluta.

 

Ed il giorno

dopo come prima

arriva

la Dama del buio abissale,

con tredici diademi

 

gli dice

di tornare,

e una volta, lo giuro,

mi è sembrato di sentirne i passi

siderei

nel vento di dicembre danzare.

 

Ma chi altro vuoi che

possa credergli?

 

Sussurra ancora e dice

non puoi smettere proprio tu,

 

passa

distratto

il ripudio

del dolore,

e siamo ancora

assieme,

assurti ad assoluto

assorti

nella delusione.

 

Continua tu,

potremmo innamorarci,

 

ti ripeti

 

ciò che non è più

reale

è evidente,

lasciami cantare,

sugli spalti

musica

violetta

viola

la nostra sentenza

 

e l’inverno

è troppo freddo

senza te.

 

Tu sei così,

un po’ paranoica,

un po’ viaggiatrice

a dorso

dell’incanto,

implicita aura attorno

a te.

 

Tuttavia

sai cosa resta da dire

e silente

non sai più stare,

 

per questi motivi

assorbi

e sprigiona

decisa

il tuo ciao.

 

Siamo arrivati,

l’auto rimbomba vendetta,

gli altri?

Non ci sono più.

 

Sei rimasta tu,

piccola sugli altari,

non è che siamo così cattivi,

forse solo opposti

seduttivi.

 

E lo sai che stasera

è tardi.

 

Ma come fai a non

invecchiare mai?

 

Eccoli,

arrivano,

i nostri avventori,

 

mamma mia come stiamo

allucinati,

sembra una volante

la luminaria là distante.

 

E canta ancora,

 

non puoi smettere proprio tu

e non stasera.

 

Appari indefinita

voglio dire,

appare indefinita

l’ombra,

 

deduco

stanotte

si farà tardi,

 

carichi

gli applausi.

 

Sei tu

che mi guardi

assorta?

 

Credi

che da sola

non abbia

quanto basta per volare?

 

E sei invadente

e un po’ delusa

dai miei passi

tardi

e verdeggianti,

 

non sai

misurare

l’infinito dell’amore,

 

io sono pazza

e non riesco a ritornare.

 

Ma il piano

suona ancora.

 

Cerca di leggere

la verità

negli occhi

dei misteri

che sai,

 

e finiscila

con la storia

del rimasuglio perduto.

 

Il tuo vocabolario!

IL,

numeri nascosti nelle metriche latine,

 

numeri nascosti

nella versione criptica

della metrica latina,

intanto noi

fumiamo

e ce ne fottiamo.

 

Se non sono quella di ieri

è perfetto,

giusto,

meglio così.

 

Impara a respirare l’aurora!

 

Pozioni magiche

nei tappeti

intrecciati

col destino

intarsiato d’alabastro.

 

E l’erba

sa di bellezza.

 

Assoluto

il ritorno

al nostro divenire,

 

asciutto

e corretto

al gin.

 

Caffè

scomposto,

nell’occhio

strizzante

setacciato

il manto del tuo fiato

di rose

e mille certezze,

 

adoro le tue

infinite

presenze,

le tue matite,

pennarelli, acquarelli

dita colorate,

sguardo verso l’alto,

 

secerne

il vento

spirito

eterno.

 

E tu sei

distesa

al mare,

 

talora

ti udii

partire

e sorridente

insabbiare

le mie assurde

postulazioni

con semplicità.

 

Tornerà

l’incanto

della primavera

e, ti giuro,

ne parlerò

un giorno,

 

anche prima,

magari.

 

Ci attardavamo

spesso

fino a tarda sera

all’uscita della metro

per spiare

il confine

tra urban

e panteismo,

 

i libri della scuola

erano

il confine

tra l’Ego

e la realtà.

 

Matita, pennarelli,

acquarelli, dita,

lo sai piccola,

abbiamo dato ciò che potevamo

e più non scorgo

gli occhi tuoi

e l’anima

la perdo

tra le carezze

di ragazze

stanche di se stesse.

 

E tu chi sei?

Che fai?

Che ne sarà?

 

Io vado via,

perdonami.

 

Nei tuoi

sinceri

“ciao”

scorgo

l’infinito

che è in noi.

 

Siamo soli

io e te.

È finita,

 

ti prego

capisci,

 

penserai a me

un giorno,

 

e sarà allora

che piangerai

perché

il vento

dietro i miei passi

è spietato,

 

sia per me

sia per te,

 

sorridi,

ti prego,

 

abbiamo dato

ciò che potevamo.

 

Formalmente,

ma tu cerca ancora di me,

 

non sarà

più come era

ma piangi,

strana

ti senti,

 

hai gli occhi

che parlano da sé.

 

Sai

che è stato stupendo

ma non puoi

rinnegare

il futuro

per me.

 

Tuttavia

sai

che le risposte

e gli abbracci,

i baci

non si perdono così.

 

Ti amo!

Non dimenticarmi,

io mai lo farò.

 

E se non sai

più

quale è la via,

cerca ancora di me.

 

Tuttavia io

sono la bambina spaurita,

e l’amazzone

che scaglia

le sue armi

contro il cielo,

 

che babele

il futuro.

 

E saremo uniti

anche se distanti,

 

di me

non farà a meno

l’anima tua.

 

Noi siamo divinità deluse,

oggi tramontano gli dei,

tramonto degli dei!

torneranno i fasti achei!

gli alessandrini riti!

 

E senza

sapere

il futuro

guardare gli occhi tuoi.

 

Non sapere

se

la verità

è panteismo,

panpsichismo,

panismo.

 

La cazzimma

della delusione

ritrova sé,

e il fallimento

è l’arma

che ci rende folli,

scaltri,

 

che ci fa sputare

contro

la verità.

 

Siamo

i tristi

figli

degli anni ottanta.

 

Immagina

il sogno

che avevamo

ad inizio millennio.

 

Siamo noi

la generazione

dei fuoricorso,

dei rivoluzionari

eterni

eterei rivoltosi,

etereisti

 

noi pedice

e sipario d’assoluto,

punk,

disco-pub,

ska.

 

E alla stazione

stringiamo

la foto,

ciascuno la sua,

 

diretti

verso

il paradiso artificiale

che sognammo

e che ora

non è più

perché

domina

l’insicurezza

e i falsi idoli,

 

gli dei dell’oggi,

 

siamo servi di ciò che

feroci

abbiamo combattuto atroci.

 

Ed io e te

e lei

eravamo la trinità.

 

Spaccavamo

stringevamo il rosario,

oppio nelle mani

 

e non dimenticavamo

il domai.

 

Ti amai,

mi amasti,

lei mi amò.

 

La sera,

quella di febbraio inoltrato,

sentimmo lontano

il lamento di Asdabea

 

sdraiato a ritroso

sul filo,

attenti al riporto

dell’infinito capovolto,

 

scorgo intransigente

le spoglie spirituali

del volto proteso a sentimento,

 

ne scorgo il silenzio come orma

sulla scritta

che per pudicizia

impone impunità

violata dall’effige

della smaniosa

sfinge dei ricordi,

 

improvviso

alchimista,

 

cabala del cielo,

 

le nuvole fuggono

tra gli uccelli

miscelati,

 

il gufo insegna.

 

Ho visto la torre di babele

dal ponte

e il pianto della ragazza

con cipiglio deluso

gettarsi nel Flegetonte

per mistico sogno irrealizzato

mandare al ripudio

il grido ribelle.

 

E pure verseggia

ancora in Greco,

 

le sue ninfe

si riuniscono

in circolo

e piccoli

poeti

traducono

in metriche latine

quegli endecasillabi

e quel verso finale,

 

voglio sperare

che tutta nuda

continui a danzare

al canto dei magici

veli delle ancelle,

 

le allievi libidinose

di scienza

e quindi

di eros.

 

Eppure un matriarcato

originario

è come inviluppato

confronto

di quella

che ora si noma

se stessa,

 

padrona d’assoluto,

 

il segno è vistoso

di statistiche spurie

e tratteggi decisi

del punto inesatto

concisi in indecisioni

sciamaniche

e atopiche

del senso

e del confine dimensionale,

 

e sono loro

gerarchie femminee,

 

Sophia la direttrice

scalza,

 

Maddalena la rivalsa

corporale,

 

spirito il furore

di amazzoni

occultate

da giambi

e cataclismi

marmorei

e minerali.

 

Tredici

squilibrati tedi,

ànthrōpos,

seicentosessantasei

 

stolti

inumani

d’uomo

finalistico

di se stesso

per cecità

diagonale

intravista

nella genesi

e nell’omega

repentina

e maledetta.

 

Mabus

molto al di là

 

e

chiudi gli occhi,

 

è solo un istante

quello effimero

in cui vedrai

tutto il mondo

come fosse in un palmo di mano.

 

E pensa ad altro.

 

Stupendo

volteggio,

rimane

il resto.

 

Che te lo dico a fare?

 

Vai vai vai,

il serpentino sapiente

struscinio,

il sillabeggio sillabo di chi è ancora innamorato

di te.

 

Potresti chiudere gli occhi,

 

specchio del passato

il salutare

assunto

in conclusione.

 

Quanti errori,

mater dei!

 

Ecco,

ci siamo,

riprende

il ritmo,

 

jazz.

 

Ti prego obnubila

ogni pensiero,

concentrati,

 

il mondo

è al di là

dell’esperienza

percettiva

di secondo livello,

 

è molto al di là.

 

E tu piccola

resti il mio segreto!

 

Piccola,

sei il mio segreto

e il tempo passa.

 

La musica non risponde

ai richiami dell’abisso,

 

e sei stesa

come dicendo

basta.

 

Piccola sei il mio segreto

e la luce tenebrosa

di piante

dimenticate

nell’arrampicarsi

dei nostri sensi

sconvolti

piangono

lacrime di gesso.

 

Piccola sei il mio segreto

e lo rimarrai

anche stanotte,

 

quando torno a casa

tra viali infestati

di ragnatele tediose.

 

Piccola sei il mio segreto

e non mi volto

sperando non infranga

lo specchio lucente della realtà

i tuoi passi danzanti,

piuma nel deserto,

 

richiamo

del silenzio

lamentoso

ed eterno.

 

Ti penso

ma sei sola

e sono sola.

 

Vorresti parlare

ma le tue labbra

sigillate

dal pudore

tacciono il meno.

 

Amore mio

sei il vento

di ciò che non è stato,

dicendoti addio…

 

Morire dentro

è l’alba della nuova vita

che assaporo

da tempo,

 

come posso,

amore,

dimenticare il tuo viso.

 

Ti prego,

ti prego

volgi, se non puoi

gli occhi,

il tuo ricordo

piuma nel deserto

ed io petalo tremante di brina

 

ed è sera,

è sera

cara,

 

tradisci

te stessa

e la tua stupida

semplicità,

 

sono un susseguirsi di

rubini

i sogni

purissimi

del mio silenzio.

 

Pesche le tue guance,

chi sarai,

allieva della notte?

 

potrà mai la tua luce

innocente

consolare

il mio sorriso

smorto

da un ottobre

che non fu?

 

Passa il tempo

piccola,

a passi felpati

cammina

il maledetto,

Baal.

 

Caducità

dell’umana stirpe,

 

arzigogolo

dei folli.

 

Vorrei gridare al vento,

tu,

lurido senso,

lurida inferma

lancia,

luccicante

del nostro soffrire,

 

tu,

ti direi,

non sedurre più

chi tradisci

senza colpa.

 

Torna!

torna stupenda meretrice!

torna Babilonia la Grande!

 

Vino e miele

in boccali,

baccanali,

coppe d’argento,

smeraldo il tempio

 

e il braccialetto

sempre più

perverso,

 

su e giù,

oscillazione erotica.

 

Si squarcia il cielo,

solo amore,

solo amore,

grida il folle,

 

piange lo stolto.

 

Mi dava mille baci

la ragazza mia,

 

nell’indecisione profondeva

l’emozione,

così sensuale

nella scollatura,

 

intravedevo

i fiori di loto

che mi portavano altrove,

 

o mio amore

da cannuccia

a bavara persiana

 

era la Stoccolma

designata e intransigente,

 

prigioniera dei miei sogni

avevi come sempre la cartellina,

quella rossa.

 

E intanto

nella circumvesuviana

sfioravi

il senso delle stelle.

 

A volte mi sopivo,

stanca della

troppo strana

melodia

differenziale

e pitagorico-karmica.

 

Che bellina che sei!

 

Sostenevamo

concetti

ma la cupezza della notte

era inebriamento

per la rivoluzione.

 

Gli altri sparlavano,

noi ridevano

e taciti ci dissipavamo.

 

E dalla tangente

quarta al punto gamma

la vibrazione

del riporto

deluso

dal clavicembalo

scordato,

 

frastuono ecclesiale,

canonico

 

risvolto,

rivolta

arancia meccanica,

sconvolta,

 

latte e fiele,

latte e miele

dall’abisso del mare in tempesta.

 

Ora chi sono?

Mentre lo domando

al vento

appari,

 

sembri non perire

facilmente

 

ma benzodiazepine

ti servono

per non soffrire

 

mentre io cerco ancora te.

 

È vero,

ho sbagliato,

 

ma tu ricordi?

 

Piccirè,

io ti amo,

 

ti prego capisci.

 

Se davvero

mi credessi

capiresti

che non hai sbagliato

quella mattina a scuola

ad accarezzarmi

furtiva

nell’antro del bagno.

 

Se un giorno capirai,

vedrai che quello che sei

lo devi al nostro rapporto,

 

in fondo

il resto è solo un ancoraggio

per non scolorire,

pel tempo

che fugge e corrode

i solchi del nostro amore,

 

lo sai che ora

non abbiamo più la forza

 

non siamo adolescenti eroiche pugilatrici,

non sappiamo più lottare.

 

Ricordi il tuo primo regalo di natale,

magari tu lo accarezzi

e se lo guardi

vedi gli occhi miei.

 

Guarda

che anch’io ho perso il senno,

 

ma penso ancora a te

e so il tuo numero

a memoria,

 

e vorrei rivivere

noi due,

le saffiche perverse

e sogno incosciente.

 

Non è stato un errore

la schiuma ultima del mare.

 

Verrà

di nuovo Natale,

 

i tempi stanno cambiando

 

ma oramai per noi è finita,

 

è troppo tardi

ma mai sarà quel che era altrimenti,

gli occhi tuoi sol’io li ho visti davvero,

 

ti lodai

come una divinità,

 

ora c’è l’ altrove

impresso.

 

Non puoi,

 

addirittura

rubiamo,

 

non possiamo,

il mio cell

l’ho spento

 

per non soffrire più.

 

Mandami via!

 

Non voglio essere pietosa,

 

ti prego

dimmi che un’ altra

non c’è.

 

Dimmi

se c’è

una ragazza

che morirebbe per te,

e nel sospiro

sveglia

ti stringerebbe,

 

gli occhi azzurri tuoi.

 

Nessuno può capire,

il quarto di luna nostra,

 

andrei con te

all’inferno,

 

con l’elmo

perso nella battaglia d’Assietta,

 

equilibrio sconvolto

nel ripristino atroce

del nostro smarrito naufragare.

 

Non ci pensare,

magari sbaglio,

amore mio,

vado via,

vado via senza pietà.

 

Non capisci,

sono viva

e senza te non ci riesco,

 

ma sono viva

solo se sei felice.

 

Trova un’anima

come me

che si nutre

di noi

e senza respirare

vorrebbe cavalcare

il cavallone

del tuo cuore,

 

morirei se salvassi te,

 

vorrei volare

per proteggerti

dalle sofferenze,

 

non farti mai morire,

mai più.

 

E dimmelo se trovi

qualcuna che ha venduto

l’anima per te,

 

che vive solo per te,

 

gli occhi tuoi

solo io li ho visti

davvero,

te lo ripeto,

gli occhi tuoi sol’io li ho visti davvero.

 

Vorrei viverti qui ed ora,

 

vieni assieme a me,

andiamo oltre l’eterno,

 

vorrei che fosse vero

il rapporto lunare.

 

Vorrei parlarti

come feci allora,

 

vorrei che

essere nel tuo cuore

non fosse solo un sogno.

 

Prigioniero d’amore

voglio solo te,

gli occhi,

il tuo corpo, la tua pelle,

sei la bella tra le belle,

 

sei un’idea,

un’azione,

una profusione sentimentale

e sensuale.

 

E io se non sei mia

perdo il cielo, la terra, il fuoco.

 

Naufraga d’amore

non ti scordo.

 

Muoio volentieri,

 

le schiere

di cherubini

credono più del caos

al nostro amore.

 

Ai bordi di un fiore

vorrei davvero

che capissi

che non siamo reietti umani,

 

tu sei stupenda,

ed è questo che mi fa soffrire,

 

un’ altra o un altro

può sostituirmi,

 

tu no.

 

Vorrei dirti,

piccola naufraga d’assoluto,

da anni

amo solo te.

 

Voglio morire

se non c’è

più per me

un abbraccio.

 

Voglio viverti

qui ed ora.

 

Vedrai che non siamo davvero cambiate,

avessi la forza

per cantare ancora,

 

la mia vita

è solo una rinuncia,

 

muoio anch’io.

 

È già inverno,

 

ti sei scordata di me.

 

Vorrei che cambiasse ciò che è stato,

 

se una donna è lo specchio di me.

 

Lo so che ti penso,

vorrei che il momento

della felicità

fosse prolungato

all’infinito,

 

vorrei non fosse mai terminato

l’istante,

 

i miei occhi bendati,

i tuoi nascosti

dal brivido scosso.

 

E ora chi sei?

 

Ricordi ancora la nostra storia,

 

l’hai rimossa

pel rimorso,

 

ricordi il nostro segreto,

 

un giorno tutto sarà chiaro

 

anche la mia di genere inversione

temporale

 

per non farmi scoprire.

 

Piove a Pomigliano

e ricordo le nostre prigioni.

 

Vorrei che per un istante

sotto pali della luce

le vertigini fossero

sostituite

dalla forza di un tempo.

 

Non smetterò mai

di parlare

del cobalto

dei tuoi occhi

e dell’assenzio

velenoso

della storia di noi.

 

Non svelare

il nostro segreto,

 

vedrai

che non siamo davvero cambiate.

Io e te sole,

frammento d’assoluto

 

sei padrona,

 

ma brava,

 

non sai più cos’è

il sentimento che era dentro noi,

 

ottimo taglio di capelli

mi ricordi te.

 

E magari sei

diventata pure borghese.

 

Fumo sempre le Pall Mall.

 

Tre sigarotti,

 

cosa siamo noi?

 

Al cinema.

 

Io cosa sono?

 

Frammento d’assoluto,

 

voi non ci siete

 

e io sembro l’ultima ancella

e domina stanca,

 

non vuoi palar latino.

 

Eppure tu ci sei.

 

Ti ricordi,

stavamo

cambiando il mondo,

 

ma poi,

 

ora chi sei?

Il frammento d’alma mia.

 

Guarda come sono ridotta,

tutti dicono pazza,

 

ma voi due lo sapete

che

la mia mente

è sana,

 

vi amo ancora.

 

Io sono sul filo,

 

atonico agorafobico

dio gli spazi aperti!

 

il mio futuro è oscuro.

 

Ti ricordi,

vi ricordate

quando in un abbraccio

abbiamo detto il mondo è nostro,

 

avete rinunciato,

mi avete dimenticato,

sono sola,

tutto fu riposto tra le rime,

l’anima,

il vento,

 

capelli scossi,

fermento,

mutamento.

 

Potresti dirmi chi sei,

piccola stella azzurra.

 

Le tue forme

strane,

 

la luce del lillà che imprime

sul corpo la tua venatura sublime.

 

Velatura d’inverno,

pianti grondaie,

 

eterno dalla tua bocca.

 

Ed è pur sempre sera,

 

non sembra,

non vuole,

eppure dell’entusiasmo

il moto ondeggiante

dell’universo

il tuo volto smuove.

 

L’anima la perdo,

seduzione sottile,

 

satira,

ninfa

stringerebbe il riflesso della via,

bell’ironia la tua,

 

cerca il peggio di me

in quel refrattario scomporsi

al prisma

dell’attenzione,

 

quella mia,

 

quando dico

tui, tibi, te, te.

 

Bellina carezza

il godimento

che si pone ponendo

ciò che c’è di vero

del risvolto del pensiero,

 

la filastrocca

e la scomposta

rimessa rimossa.

 

Magari sorridendo

potresti confondere

l’intento,

 

non hai di che vivere,

 

va bene,

si può fare,

 

continua

però per favore a cantare.

 

Tanto bellina,

sei tutta pazza,

la mia ragazza

 

sa già

di noi

l’entusiasmo visivo.

 

Ma come faremo

a dipingere ancora,

vai al canale

o nel borgo,

 

tuttavia

è già sera.

 

La Senna

è impaurita

dall’ombra

e dal tuo trasparire,

ectoplasma

scandito

a verso

inflitto

della sconfitta.

 

Poi passò anche il sentire,

 

e tutto fu riposto

tra le rime

scritte nell’antro tenebroso,

solo una luce,

lontano

 

il faro spumeggia

tenebra inesatta

e scomposta,

 

è l’immagine

di te,

muta.

 

Si spalanca

il dolore interiore,

manchi.

 

E ciò che vedo

è ciò che forse non sento,

 

l’immaginazione

tragica

prima del sacrificio,

 

è nella mia mente

il lampo

delle sonore

assuefazioni sorde.

 

Sono io

al di sotto

delle ombre

 

tra cattedrali

nude

della

nuova ora,

notte fonda.

 

E come fosse apocalisse

canti gregoriani,

 

come ci fossero frati,

sette inaudite

che riecheggiano

come minacce lontane,

 

micce pronte all’implosione

di cristalli

scanditi da turbe

psicotiche

nel trascorrere

pomeriggi invernali

curva alla finestra

dei domani.

 

Il vero

è assoluto

 

ed io persa

tra le sorti dell’abisso,

infausto destino,

 

le Parche

filan tacite

e stillicidio

è la vita,

 

morte prematura.

 

Vivendo,

pur vivendo

lo stesso.

 

Ma non sento forse

altro,

dall’eremo lontano

proiezione è il tintinnio

assordante di campane,

e i tuoi bracciali,

falce inesorabile,

 

non purifica

l’acqua

ma

intensifica

la paura.

 

Ti prego salvami!

 

Se sono immersa

nelle paludi

intarsiate

di infami

biasimi

ai bordi dell’Ade,

 

se sono una chiamata,

una persa,

un’anima persa

nell’oscuro

del pensiero,

 

naufraga del vero,

 

sola e pallida

nella regione tedesca,

 

cambia l’ascesa,

hai visto se hai distrutto,

ho dato un peso differente,

 

c’è sempre il tuo nome

nel passato,

basta studiare,

 

cambia

giorno per giorno

col mio desio attuale,

sempre più attuale,

 

se stai leggendo

anche anonima

se sei tu,

 

le tenebre te lo concederanno.

 

Dai distruggimi,

 

voglio

erba,

 

voglio eccitarmi,

voglio eccitarmi,

 

salotti

e teatri,

tournée,

 

se tu solo lo volessi,

 

conquisteremo il mondo,

 

conquisteremo

l’universo.

 

Inversione di senso

e di genere.

 

Anfetamine

e lsd,

l’alcol,

paroxetina,

paroxetina,

 

paroxetina

e vodka.

 

Sparano,

giù la statua

di Saddam.

 

Dichter

è qui,

 

sono

pazza,

ma cammino sul velluto,

 

dai decumani

all’isola.

 

Sangria

e rivoluzione.

 

La verità è axiotica,

ti amo,

e non muori.

 

Sei tu quella ragazza,

assiologica

 

dicevo la passione

 

spogliami,

distruggi la mia dignità.

 

Ascensione superiore,

hai letto

 

l’Anticristo

meglio di me,

 

ricorda Friedrich.

 

Ricorda,

che sono coerente,

 

Beatrice,

Laura,

Fiammetta,

montaliana,

esistenzialista.

 

Forse domani pioverà.

 

Non uso,

non uso,

 

se capisci,

 

dorso di bottiglia

etereo

nel cellulare,

 

incubi notturni,

urla,

clamore,

 

serva di satana,

luce

opaca

del futuro.

 

E mentre

cantano

i cori

dell’azzurro

floreale,

 

ma tu sei

più speciale.

 

Sogno

strane forme

amorfe.

 

Ed ero

ciò

che a Sant’ Elena

non fu,

 

sogno

il violino,

tu che dici

ti amo,

 

quale è il senso

della vita

 

mi chiedi

ed io tranquillo

rispondo.

 

L’ora più buia

è quella che precede il sorgere del sole.

 

Piccola

persa

non dimenticare

le tue origini

e chi ti ama

senza chiedere niente,

chi ti amò e ti ama,

 

criptico

sarà,

 

mai nessuno

oltre noi capirà.

 

Nell’oscuro della notte

la tua voce

al limite del sogno,

 

ti amo

piccola

stramba.

 

Un giorno guardai

distratto

gli occhi tuoi.

 

Mi innamorai,

 

non dimentico,

fu l’unica volta,

 

amai davvero solo te

che mai fosti mia,

 

l’unica che amai.

 

La nebbia si dissipa

ed il folle scompare

sulla via maestra.