Estate Melanconica ovvero La Sesta Napoletana

thr

Quando senti il bisogno

 

 

Quando  senti il bisogno

di dire altro

ovvero sono qua,

non è sgomento

ma l’elmetto

da guida

che stupida

mi dai

mentre intanto

il tempo

si manifesta vivido.

 

Eh si

potresti dire

due, tre parole

è così che va.

 

E potremmo anche

dimenticare

guardando

al di là di ogni

disinvoltura

 

potresti

guidare

anche nel senso

inverso del tuo corpo

mentre strana

hai già pensato

e dissolto

il segmento

dell’intenso

respiro

diagonale.

 

E poi va avanti

la stanza

senza ritmica

ebbra,

e magari

anche virgole

dentro

l’alma

 

di un’ illusione

potrebbe essere quello

il sentimento

madornale

il tuo portento

che è già mio

nello stesso momento dell’addio,

 

inizia un nuovo corso

e l’organo è vecchio

baconiano

ma medioevale

e non seicentesco,

alchimista e non

politico

scientifico

il tracciato.

 

 

Vecchie estati

 

 

Dal faro

la luce

tramonto sincero

mare agli occhi

tuoi

labbra svogliate

e sei tu,

l’altra sera

oppure adesso

non so che farò

dei tuoi occhi

quando rivedrò

le parole che tu

mi hai detto

senza senso

oramai.

 

Se sono solo è vero

non posso perdere

ma tu lontana

mi dici di andare

ed è così,

sei tutta

incapricciata

 

e non dici mai

tornerò

sola declini

la mia resa

e

sarà soltanto

un ricordo

di chi non sa

scordarti mai.

 

E quelle nostre discese

che non ti rimangono

neanche a metà,

un sogno fatto è difesa

dalle tenebre

di questa realtà

 

io banalizzo pontificando

sui nostri

non ti lascio più

mentre ammiravi distesa

di lato

e l’ho detto mille volte ormai

e tu mi ripeti

non hai scritto niente

a parte duemila volte

la stessa cosa

con angolature diverse

 

io non ci sono più

 

e riavvolgo distratto

quella storia

che mai può

finir

tu ti giri di lato

cambi strada

meglio dirmi di sì

quando traversi scogliere

io non sono più nulla

se non parte di te

quella impercettibile

 

rinnegato

posizione

né pozione non ho

per quei tuoi sguardi

la passione trabocca

ma il destino avverso,

va bene è lo stesso,

non ci credo

che così

debba finir.

 

Adesso sei sicura

neanche mi saluti.

 

Adagio vai

ma l’ombra mia è stanca

non ce la faccio a guardarmi

se sono così

è stato per il respiro

d’assoluto

che ho cercato.

 

Sono vero ma a metà

se vuoi la parte oscura

soffro

e

non scordo chi nel mio cuore

ha impresso la traccia

indelebile

che mai dimenticherò

 

è così assurdo

neanche ci avrei creduto

se detto da me.

 

 

Nichilismo annientato da un solo abbraccio

 

Un bacio

al tepor di luna

e la scrivente

a mille.

 

Metamorfosi

in nuvole

rubiconde

tra le stelle perfette

fissa

mi tieni come un aquilone

sul mare

e tu ridi.

 

Vedi amore

sono qui per te

questo nuovo sogno

è nostro già

e non c’è più nulla

se non tu.

 

Guardami cara

sei l’umana temperanza

furente

del nostro

orgoglio esaltato

oltre l’oltre

del limite

di ogni

pensiero rubato

a noi

giovani amanti.

 

E il futuro

non ci sorprende

siamo noi i burattinai

della folla

siamo vivi

come se

fosse l’ultimo

universo

il nostro

e poi

 

sai che sono solo

solo per te

che già vai a folle

mentre ridi

fragore di onde stupende

e riguardo al nostro amore

credimi è l’infinito

per sempre.

 

Se domani ricordi lontano

questo sogno

non sarai mai più

tra le lacrime

del nichilismo

annientato

da un solo abbraccio.

 

 

Sigillo sei della mia verità

 

 

Nella notte

una voce antica

come la canzone

piccola e flebile

e non si disperde

il suono del piano

tutta Napoli freme

senza nascondersi

tra lenzuola obnubilate

dalle penombre dei vialetti;

 

estasiante

ciò che pensi di me

e se è tardi

credimi

 

rinasco e ti guardo.

 

Nell’ombra dissipata

sei pur sempre tu

giovane

ragazza

della tua svista si può parlare

ma se stasera devo andare

non dimenticare

 

tra due giorni

sono qui

in riva al mare

sai di sale

 

è stupenda questa notte

con te

san Lorenzo brilla nell’aria

esulta la barca

del nostro corpo

fuso nell’inviolabile

segreto astruso

 

sei semplice e bella

ma hai lo sguardo

da passione eterna.

 

E’ questa la verità.

 

L’accento scomposto,

il tuo,

ed io

godo nel sentirti parlare

sai già più di ciò che fai

e sei immortale

sola qui con me.

 

E dal fumo traspare

una figura,

sei sempre tu

che mi pensi

nascondi la lettera mia

e piena di fuoco

 

sembri giovinetta

di inizio secolo

già

svogliata

e già sciupata dalla brina

 

e il panorama

è l’orma

dei tuoi occhi.

 

Sigillo sei

della mia verità,

 

millenni trascorsi

a pendere tra le tue labbra

disarmanti.

 

 

Un soffio di maggio che ti disse addio

 

 

Accadde all’improvviso

quella mattina,

eri alla fermata

e aspettavi

il ritorno tenerello

del tuo portento

partito un anno e mezzo fa.

 

Venne una stella

quella brillante

che appena appena fa vedere

nei mattini di foschia

eppure è estate.

 

Stazione centrale

e sei già imbronciata

poi mi segui

mentre speri che un giorno

sia qui con te.

 

Tornai quando non avresti

creduto possibile

l’anno infinito

tendere dai tuoi polsi.

 

Nel firmamento c’è un posto per te

ma il tempo passò e non sapesti

trovarmi

 

tra le rose di maggio

tornai

ma la fonte

fu più viva

solo con le tue lacrime.

 

A volte ti penso ancora,

chissà che fai e con chi sei

vorrei ritrovarti,

rivivere

i primi baci.

 

Ma il rumore e la città

mi rendono

mobile

e non è più un pensiero

ma altro

che cerca te.

 

Ti ricordi

prima della guerra

quella poesia

tra le nostre

corrispondenze amorose

le tue mani fantasiose

ma il tempo si impose

e tornai solo

in spirito

e fu un soffio

di maggio che ti disse addio.

 

 

 

Respiro ormai sciupato

 

 

Stasera porta il tempo

con te

mentre attraversi

l’erbetta del prato

scorga limpida

la luna nell’eco melanconico

del passato

e tu guardi

l’anima senza

rendere giustizia

all’ultimo secondo

 

con te.

 

Solo

lo stupore del tuo calore,

tendo all’assoluto

mentre tu sei lontana

ti ascolto

è già notte

e non c’è speranza più per noi

 

guardi dentro me.

 

Volevo dirtelo

che il nostro bilico

spicca il volo

io, te ed un paio d’ali

 

solo il senso

 

che ci demmo

 

resta lì.

 

Ed io e te

senza amore

inquadriamo il tepore

diurno

e l’afa

che tende la tua mano

sei ombra

 

irreale.

 

Squilla il telefono

l’anacronismo dialettico

del nostro intento

perso

 

perso il senso.

 

Liberi

perdiamo noi,

 

avvinghiati sulle scale

sentiamo il sincero

fantasma

del nostro

respiro

 

oramai sciupato.

 

 

Stretta per sempre qui

 

 

Così finisce qui,

tutto nel tuo sguardo

si moltiplica d’immenso,

 

sei bella e mai mia,

tanto l’importante

è averti stretta

 

ma non sei qui

amore,

non sei semplicemente

tu

la risultante della mia elucubrazione

d’infinito

ma ci resti

come chiave

volta dell’imprescindibile

confine.

 

Poi quando volevo

te

fuggivi

rapida

ma l’estate scolpisce te

ultima reduce

della boscaglia

umida

tra polsi tuoi

 

tre sogni

me li devi proprio

 

amarti

ma perché

se tu sei troppo lontana

 

e ti penso ancora

 

voglio te

mia cara

sei la fulgida

vita

 

che ho perso

da tempo

mentre cercavo

me stesso

pensando al tuo

sguardo

ma sono solo

 

ho perso tutto

anche la ragione

per te.

 

Dimmi sì,

stanotte

solo

stanotte,

e ti prego

 

(lamento

fastidioso

il mio canticchiare furente

e stanco)

 

a volte credo

che sia necessario

ascoltare

se stessi

vorrei

un tuo abbraccio

 

vorrei venissi

a liberarmi

a liberarti

 

a pensarmi

stretta per sempre,

 

qui.

 

 

Chiaro il tuo viso

 

 

Così

chiami tardi

ma

il problema

si intreccia

indelebile

il tuo

sorriso

 

sghignazzi

tra te

la corrente

avversa

del neoliberismo

mascherato

da emancipazione

 

vuoi stare sopra

quando vuoi

e non solo

se

ami te.

 

La storia è

dipinto di

ciò che immagini

appena

mentre mi aspetti

al solito posto

 

sincera

mi dici

dove andiamo

 

e non chiedi

nulla

è tutto sicuro

nei meandri

dei tuoi

rifugi

celebrali

 

ecco il varco.

 

Il tempo

sa ciò che

non è sconfitta

quando mi guardi

non ragiono bene,

 

hai ragione

anche quando non guardi,

 

ma è diverso.

 

Lo sguardo

intenso

è l’arma disillusa

del nostro

sentirci

reciproci

come utensili

destinati

al senso

inverso

del comune

 

sei abbastanza pazza

per stare

stasera qui con me.

 

Complimenti,

ne parleremo.

 

Sono qui,

e lo sai.

 

Piangi

mentre

tenebrosa mi dici

come mi chiamo

ed io domando

addio

tra le arance

del mattino

 

chiaro il tuo viso.

 

 

Notturno

 

Il piano

è ciò ch’ho

quando dici

cosa sei

mentre il nostro

abbraccio scioglie

 

il fragore

del giorno furente

tra verze

i capelli

estasiati

alla fonte,

 

sono io

sei tu.

 

Parli

a volte distante

ma noi siamo

noi

e tutto il resto

è nulla

nessun ente

costante

non impallidisce

 

non è che non ti ama

ma sono

così.

 

Il cielo

lacrima stelle

ed è solo presente

il nostro niente

quando

era inverno

la pelle

riscaldava

il mio essere assente

 

e vai.

 

Così

al ritmo delle cicale

proteggi il tuo labbro

smarrito

nel percorso innocente

del sentimento

che provo

e lo sai,

 

vado via

per restare

così

con te

tra le corolle

perdute

e i coralli trapunti di

sogni,

 

il mare va e poi torna,

tutto

resta

nell’incudine

del nostro notturno

che cresce

e poi non si chiude facilmente

 

se sei qui con me

non è più presente

ciò che siamo

non siamo nemmeno noi,

 

e la gente passa

e non guarda

finge

solo per

il sapore

di non perdersi

di aversi sempre lì,

 

ma noi siamo altro

e non si rinnega

l’assoluto.

 

 

L’ombra dei manga

 

 

Leggero

il tuo sospiro

quella mattina,

meraviglioso il corpo

disegnato

dal pensiero,

 

io e te

e nulla più.

 

Ma nell’oggi

non c’è poesia

quando distratto

non ricordo

se non

ascolto

il tuo odore

assurdo

quando

in bilico

esplodeva

il tuo bacio.

 

Puoi ritornare

se la paura

finge

la premura

primula

sui tuoi occhi

lucidi.

 

Potresti

almeno un attimo

ricordare

senza credere

che tutto finisce

 

se sei nuova

è merito tuo

se nulla

resta ormai

al mondo di me.

 

Comunque

è lo stesso,

a volte perdere

è la sublime vittoria

dell’alma persa.

 

E dopotutto

se si deve crescere

è per dimenticare,

la nostalgia

non è di questo secolo

infranto

nel suo nascere,

 

tanti progetti

sino alla follia

 

mentre devo cancellare ciò che penso

non rinnego ciò che sento.

 

 

Sei tu l’alba

 

 

Pomeriggio estivo

nei vicoli

storici

solo

per chi non sa

quanto c’è

d’attuale nel disagio

esistenziale,

 

un bacio rubato

tra le colonne.

 

L’entusiasmo smorza la tensione

ma poi non è sempre così

quando

senti la necessità

del cambiamento.

 

E’ stato un attimo

ma nulla pretendevo

se non tutto

forse questo

è successo

affinché

dimenticassimo

il nostro posto nel mondo,

 

due angeli

cacciati

per superbia

o forse solo per amore,

 

le nostre fotografie,

avevo te

senza

paura

ora solo

non sono più in me

 

e tu dove sei?

 

La speranza

germoglia limpida

ma la realtà

è terribile,

 

se la vita è questa

non so

cosa sia la morte,

 

comunque è uguale,

sono qui

sempre coerente,

non ho mai

rinnegato me.

 

Anche se ormai sono solo

la verità

chiedila a dio,

siamo reietti

solo

per gli uomini,

 

è vero

ho sbagliato,

ma tu eri tu

ed io sono solo il lamento

agonizzante del vento,

 

sei tu

l’alba.

 

 

Reso all’oblio

 

Parlare come fai

è l’ultima risorsa

quando il punto

non è chiaro

sei tu appellabile

in declinazione

e l’ultima intenzione

gravame dell’anima.

 

Quando pensi

sembri assorta

e non taci

ma straparli

e vai

con la spola

del cuore

che preme

mentre va su e giù

ed è tutto.

 

A volte

il tuo pudore

è talmente sfacciato

che in commiato

vado

via

ma solo per te.

 

Ti ricordi di noi

e della banderuola

ora all’impazzata,

 

ma io t’ho amata,

e tu non ricordi

neanche

la spiaggia.

 

Ed è tutto davvero

anche se ci ricasco

ti credo

e non vedo

 

l’ottusa realtà

obnubilato dal

sapore

dei tuoi baci

d’assenzio

perversi.

 

E tra la lacrima

e Morfeo

il passo è breve

non ci conosciamo

mica

affermi

come punto di domanda

categorico

invisibile

il tuo

portamento

noncurante.

 

Non c’è scampo

siamo

non esiste più,

 

e chi vuoi che ormai

mi può capire,

 

tutti fuggiti

ed in altri affari

affaccendati,

 

tutti voltati

di là

a guardare

sé.

 

 

Il futuro, la consolazione presente

 

 

E’ così,

sei tornata

stanca

e sempre

ancora qui,

 

non te n’eri mai andata

evasiva

ma presente

come essenza

protetta

dai capelli,

nuovi

eppure

come quelli di un tempo,

legati all’inverso

 

fumo molto più di prima

e non so

se sia

per

perdita d’equilibrio

o perché sono

l’ultimo straccio

di ciò che non c’è.

 

A volte

ma non sempre,

 

sono le tue parole

e le mie esauste

ma

non ho più

né coraggio

né te

e l’unica virtù

è il sapere

che in fondo ci sei,

 

anche se cambia il senso

la forza è quella

e non muoio

 

vivo

per gli occhi tuoi.

 

Cosa vuoi

se non sai

o se fingi

dipingimi d’assoluto.

 

Sono sempre io,

il solito

onnipresente

entusiasmo

stroncato

dal risvolto

reale del presente.

 

L’ultima speranza

è il sogno

che rinvigorisce

nei giovani

spudorati del domani,

 

l’oggi

l’osservo

e noi siamo ancora noi.

 

Anche se non ci sei.

 

Lo sai che quello che facevi

e quello che sarebbe successo

 

lo sapevo ma

il lieto fine ci sarà,

tragos

o limpido dei nuovi

giorni miei.

 

 

La cabala dei sogni quelli miei, i nostri

 

 

 

Il punto di domanda

dell’incomprensione universale

dissolta

zolletta nel caffè

tanta parte di te,

 

io

l’illusione

e la verità

che si fa attendere

come se un giorno

magari noi

potessimo

innamorarci

come se in riva al mare

la luna

fosse solo

parte di te.

 

E con il tempo

quello che vuoi

si materializza

senza dimenticare

quali sono

i punti forti

 

tu

ed anche io,

sarebbe bello

se avessi

non dimenticato

quella parte nascosta di te

 

che freme

palpito naturale

della nostra

meta

da studiare

come se astratta

o ipotetica

come se irraggiungibile

meta

dove sei

e sono.

 

Ma se non

mi sai dimenticare

è solo

perché

un’ eco lontana

ti dice che

una ragione c’è

 

anche se lontana

nascosta,

 

nessuno

al di là di noi.

 

Vorrei crederci ancora

una volta prima di morire

che esiste un’oasi

dove possiamo davvero stare

 

nel silenzio

di un bacio

vero.

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Leziosie d’Incenso

john-william-godward_summer_flowers_1903

J. W. Godward; Summer Flowers; 1903

 

Così,

silente

la tenebra schiarita

dalla penombra,

 

emerge ridotta

quella tua immagine

allo specchio

mentre sorretta

da paggi

e da elfi,

gingillo raro,

risorta

e scomposta

 

dictum

la nostra storia

canticchiando

sorniona

tra l’auto

e il suo retrovisore.

 

Ed è sbagliato,

continui,

piove e

piangi,

 

respiri.

 

Ma riuscimmo

a riveder le stelle

quella notte

nuvolosa

di mezza estate,

 

l’allodola,

l’ultimo canto

del vento riflesso

nel ricordo

di un

addio

manifesto,

 

mai più

i nostri sguardi,

piccola,

 

mai più gli intrecci.

 

Via,

via per sempre.

 

Non una lacrima

né isteria

né rimorso,

 

nemmeno saggezza

ma tenebra

schiarita

e comunque,

nel sospiro finale,

eterna.

 

E ci sentiamo spersi, quando diciamo,

attoniti e perversi,

il passato arriverà tutto nuovo!

 

Arriverà,

la storia ed il palpito,

l’immenso in un battito,

 

inizia il tempo

sospeso,

 

un tuono

in sottofondo,

 

luce chiara.

 

La nostra conversazione

mozzata sul finale,

 

il nostro

fumo che intero

è fortezza

del mio cuore

 

ed ora soli.

 

Allora

riappare agli occhi

ciò che in quell’istante

non era ma è e fu.

 

Quando

ascoltavi

non sapevi

ricomporre

il mosaico delle mie parole.

 

E sempre

un’unica

destinataria,

 

mitto se metti,

 

sei tu.

 

E giochetti metrici

mentre sei

bellissima

nonostante il tempo

e tutto il resto.

 

Quando

senti dondolare

i tuoi occhi

impazziti

 

solo io e te

conosciamo

ciò che c’è dietro

 

ma il varco non è qui,

e il treno

in controluce

sbuffa

e stereotipato

va,

 

musica dimenticata

ti rimane

impressa

appena sveglia

 

ipnagogica

ed ipogea del sonno

profondo.

 

Ed è così,

sei tu

 

e se la volontà

precede

la conoscenza,

intelletto

autoreferenziale,

sei tu,

o mia mistica

apparenza fulminea.

 

Il passato

arriverà

tutto nuovo.

 

E arriverà

con quel tuo labbro di fiele ed assenzio,

labbro scolorito

 

acconto

accordato

nel profondo

della riflessione vana.

 

E tutto rimane

com’era

mentre naviga imperterrita

la tua visione

dell’immenso

dedotto

in un verso.

 

Nell’intenso

del verbo

intromesso

alla tua ipotesi

scalfita e fantastica,

 

la cartapesta

e l’illusione

masticata

allucinata.

 

E le dolcezze

sono le scordate

assunzioni metafisiche

dal reale

del giorno

appena finito

mentre silente

dici

o fingi,

 

labbro

scolorito.

 

E così un po’ sopita

e un po’

attenta

guardi in aria

come a riflettere

sul vago

segnato impronta

dalle mie dita,

dalla mia mano

 

protesa.

 

E il tuo fiato

tra gli zigomi miei,

il collo

invernale

è la foto,

l’ultima che ho,

 

nel mio giardino

d’infinito.

 

E i mandorli

in fiore

o i limoni gialli

o gli acanti

o le sette segrete

sono misteri

orfici

svelati

dai tuoi desideri

da ragazza svogliata

e stesa

ancella e ninfa

ai bordi del fiume,

 

nella radura

la solita scusa

 

è estate di sera

all’ultima ora

per strade e sentieri

 

la tenebra prima

risponde a digiuno

il riparo del tempo,

 

ossa infossate

nel gotico armeggio

ormai in disuso

 

mentre sa

che la nuova realtà

è già qui.

 

Amore,

ti imploro,

risorgi dal nulla

e schiarisci,

penombra

per sempre,

le anime fragili,

i prigionieri

del senso.

 

Puoi al limite

non dimenticare

chi è stato speciale

da dittatura

perpetuata

a ricatto morale

del passo occidentale

 

o  odore di chiuso,

 

pontificando

masticando elucubrazioni

che sono

solo vana

presenza

 

fumo negli occhi

pronti e precotti

anche per

i filoprotestanti

per laici

e per romantici,

 

per chi crede che nella storia

sia possibile che il mondo cambi

ma solo a tratti.

 

Amore,

tremante,

pura e ammiccante,

 

risorgi dal mare

risplendi tra i colli

e ocra della tua lussuria

da cunicolo e caverna

dai amore

quello vero

a chi ha perso

se stesso

 

ai bordi del fiume

un’anima persa

è l’unica salva.

 

Siamo noi,

due voci in un unico fiato,

 

ecco fatto

il colorito sguardo

perso

nel bosco

 

ed è la parola

quella muta tua

che senza

pretesa

alcuna umana

cela verità

sopite da anni,

 

Deucalione annebbia

navigazioni atroci

verso mondi sconosciuti

eppure

il pianeta

nostro

lo avevamo a un passo,

 

irrealtà.

 

Tante storie,

sempre le stesse,

nessun argomento

e nulla che stupisce

dalle supposizioni.

 

Un carillon

suona

stanco.

 

Io resto qui

in su la riva del mare

fermo

attendendo

parusie

dimenticate

 

e sei con me

ombra tratteggiata

al fianco

di giullari e re,

di potenze ignote.

 

Abbiamo il diletto

della scardinatura sistemica

 

ma non è il neologismo

che va come noi

e viene

come sai,

 

capisci

la valenza

del nostro abbraccio?

 

Danzo sulla sabbia.

 

Cambia il ritmo

se

penso ancora

a ciò che è stato,

 

passa il tempo

sul motivetto

inizio anni ’90

 

se è così

allora declinerai

la passione mia

per vanagloria assurda.

 

Sei tu chi sai.

 

E noi,

ritmo messicano

nella vudistica

astuzia veduta

vesprosa

veda.

 

Zuccherosa sei

ma non parli

né animi

le notti

passate

accanto mentre al buio

dicevi

che compromesso

non esiste

se saremo

per sempre

ciò che siamo,

 

due voci

in un unico fiato.

 

Corrono i destrieri

in balia dei cavalieri,

 

e siamo ancora

noi.

 

Tornerà lo spasmo

nostro d’assoluto.

 

Ventiquattro Sedici

e un lieve lamento

tra le facce sfocate

e tiepide

mentre bufera dentro di me

quiete lucida

come il senso

di libertà

impone.

 

E poi io e te

sempre più lontani,

 

si muore,

o si morì per meno,

molto di meno

 

sentenza

terribile

inflitta dallo stato

delle cose.

 

E sinceri

i nostri baci

non furon più

mai più,

 

pochi anni ancora

e lontano

ogni luccichio,

 

ogni

trepidazione,

cuore barrato,

 

soffoco.

 

Poi c’è da dire

che ormai

nulla ha senso,

 

strade non ce ne sono,

motivi,

combattere,

a che serve oramai?

 

Prigioniero

per sempre,

vittima su questa terra

della valenza

negativa

del chiacchiericcio,

del sofismo,

idiota

o pazzo,

 

a tratti l’uno,

a tratti l’altro.

 

E la verità

la porterò

con me.

 

Troppa pietà

per un fiore

appassito

da una lotta

finita

da tempo.

 

E’ già ora piccola

è già ora piccola

 

la sera si approssima

tra nuvole

serene

di un domani

che mai saprai,

 

ricorda,

ricordati

di me;

 

sai già

oggi che

saranno

filastrocche frastornate

dall’America

Nuova

che cerchi

quando stanca

pelle

passata

 

al di là,

via di qui.

 

E segui il senso

segnato

dalla musica,

 

nell’infinitesimo istante

dell’abbandono

coevo

al coacervo stolto

del pensiero

già parte

manifesta di sé,

 

velatura sublime dell’ultima tua parola

 

all’uscio

scosceso

dell’esoterismo

banale

 

nasconde mistero

già svelato

 

meccanico ordigno solare

 

macchinazione meschina

e tutto è uguale.

 

Chi sono io?

Sono all’aperto

ed è il solstizio

scordato

che pone premesse

ma non è un giorno di sole,

 

passa

il vento

in sulle strade

verso segnali

che non amano

che l’oggi.

 

E via così,

scegli pure

tra il tesauro

delle vecchie parole

quelle

vecchie

anzi d’antico

 

la modernità

contemporanea

di una realtà evidente

e bastevole

all’incremento

del tuo perenne fittizio nocumento.

 

E procedi,

passo certo,

si, è vero,

ma non si può rinunciare

ad un piccolo particolare

quindi è ovvio

ripetere

le stesse cose

mentre in spiaggia gelida

brilla l’ultima

venatura,

velatura sublima

dell’ultima tua parola,

dell’ultimo motivo.

 

Al piano bussola

dell’orizzonte

 

non penso ma corro

in susseguirsi

di respiri,

 

fai presto,

non c’è bisogno

di altro.

 

Gira la melodia

stereofonica

e proteica

assuefazione

d’incenso.

 

Ancora tu,

vedendoti

credo non risolvo nulla

se non sprigionare

 

rumori

scossi

da platani

 

da rubicondi

sornioni sentimenti,

 

mai,

era così,

ma ora

il volto

schiarito

è simile

tuttavia

spingo

a folle il sentire,

 

concupisce il mio

veliero

tra flutti

di marzapane

negli aneddoti

che dimentichi

da tempo,

 

brutto segno

lo scirocco

in questo periodo.

 

E la verità

che sbandieriamo

è la stessa,

 

nel tempio dischiuso

delle tue promesse

scorgo le mie.

 

Sei l’unico motivo

per cui vivo ancora,

vivo ab-soluto

ed è tutto un divertimento

metafisico.

 

Ma tu,

nuova mia virtù

stringimi stasera

mentre piango

alla luna

l’ultimo

lentissimo

canto

che non sa sé

ma sussurro si fa

lieve

adagio scomposto

del fluttuare

qui e lì

come dalla Provenza

la scorta

deruba

la viltà

dei soliti strumenti

in riga

pronti

alla sonata

strana.

 

E tu straniera

dai mille volti

 

cento sogni

svaniscono

nelle mani sottili,

entusiasmi antichi,

 

sei bellissima

nuova mia virtù,

 

tinta dell’indefinito

a me carissimo

 

solitario

il sospiro

quando

decisa

punti il dito

tra indecisioni

nostalgiche

e nessuno lo saprà.

 

Sei ciò che

innamorare mi fa

 

delle viole

sfiorate

note pizzicate

sulla pelle tua

sottilissima

arpa

che tiepida

si innalza nell’oh!

 

sono qui con te

a due passi

 

tu con me,

ti sento

nell’ombra che cerco

da anni,

 

qui tu accanto

qui tu lontana

ma tenue

raggio

 

amo te,

e questo basta

 

se tornerai

o se diversa

leggiadria

mai stata mia

già sei

qui con me.