Ragazze al di là del limite ultimo di conoscenza

Sandro Botticelli -Riratto di giovane donna - 1480 - Francoforte

Sandro Botticelli; Ritratto di giovane donna; Francoforte

Quei tramonti accesi al di là della conoscenza

Quei tramonti accesi
al di là della conoscenza,
paturnie dispettose
ai gemiti
sulla soglia del dicibile,

poi le storie raccontate
come fiori dalle tue mani raccolti,
schiarivo la voce e tu
ti intrufolavi nei ricordi,
settecentesco il lume sbiancò,
poi dal cemento la tecnica
base impostò,
rivolte e il petrolio,
grammi di felicità
pur sempre contrattualizzata,
un po’ a scroscio
un po’ a metà
la bocca capiente
come principio immanente
nella tua dualità,

c’era il letto
c’era il letto!
dalle coperte un po’ accartocciate
e ci aspettava così disfatto,

giochiamo alle ombre cinesi
è un’opera di verità,
teatrale il sotterfugio
di mezza estate
inscenato tra maschere di sincerità,

il teschio sul comodino
un po’ perché
anche in arcadia un rimorso c’è.
Esplode il nostro pianto

ininterrotto,

dai non far così,
la stiratura dei fantasmi
schiude il discorso sfumato
in andatura emo, la solita regalità,
nella metempsicosi
delle nostre anime sperse

siamo già altrove
con la mente,

dai ridici su,
metapsichica la sensazione
di percezione ormai affine,
ormai la parola
non necessità più di vocalità,
l’intesa è negli sguardi,
nell’energia che sprigiona
dai tuoi occhi,

cambi corso
e defluisci in paralogismi atroci.
Dai ritratti fissi alla parete
rabbrividisce un fremito serale,

le tue bestiole appollaiate
come uccelli deludenti
e delusi non si muovono,
sembra di vagare
tra le mummie imbalsamate,
mia naturalista etologa
delle passioni dell’anima,

poi ogni tanto fissavi il pavimento,
hai cambiato direzione
nella riflessione,

un tempo guardavi all’insù,
la sciarpina comunque è carina
usata come bandana cinematica.

Le scarpette nel tempo
cedono alla realtà,

l’apparire bislacca
con il velo da orientale
per divertirti o esorcizzare
le vedute classiste,
le caste assegnate
dall’harmonia coeli,

dai parla ora ancora di te.

Le promesse redente
dalle dita incrociate,
le bugie inesistenti
sotto egida sofista
di rimandi ai mutamenti d’età,

adesso all’improvviso ti rivolti,
mi trascini tra le tue stesse
incomprensioni,
la potenza dell’atto babelico
scandisce ed è un pullulare
di emozioni nuove,

orizzonti sconosciuti, varcati,
navigati con le nostre
fragili imbarcazioni
di acanto e recondito riflesso.

E rincorro il tuo silenzio

E rincorro il tuo silenzio
come se non ci fosse altro
da cercare,

minatore dei sobborghi,
increspati
e i sotterranei paleocristiani
dei tuoi domani.

Funghetto mio
con la tua smania di celare
i sentimenti,
di approdare senza ancoraggio
sicuro su questa terra,
in lontananza un porto quiete,
la tua ultima speranza.

Avvolgiamoci maestosi
attorno al cero del pudore,
faccetta simpatica,
un po’ introversa e timida,
un po’ sfacciata

a me dai un’occhiata,
due esserini ti alzano il velo,
la veste e il mantello,
regina di questi argomenti,
i nostri campi di frumento,
la tua sapienza,

regina di quest’ultima confidenza.

Poi qualche mossa attenta,
rigiri a vuoto la faccenda,
ti distendi,
hai stretta la mia mano al petto,
aspetti il segnale astrale
e ancora maghetta straniera
dei boschi ricordi nel tempo
diffuso tutt’intorno

ogni gesto perfetto
è nella tua mente,

non un rumore, non una stonatura,
posizioni nel punto giusto
il clamore del tuo servo,
il vento,
potresti anche proseguire,
mai più fermarti,
tendere all’infinito,

il tuo corpo è stupendo,
l’ho detto,

percorre avvallamenti ogni respiro.

Sei pronta, dici,
ma nell’apparenza
hai già colmato ogni deficienza
del sistema logico,
ora sei allo specchio
col volto rarefatto,

immagine destinata
a restare così com’è,
a superare il corporeo mutamento
per l’ardore che hai dentro.

Tracci disegni vibrando nell’aria
il tuo dito dirompente e soave,
conclusioni con garbo
le sai tracciare concatenandole
ad argomentazioni, nella liberalità
dei tuoi gesti ogni sinallagma
è sciupato, inutile, sprecato,

ti sposti i capelli soffiando
col nasino all’insù,
alla realtà sensibile dai colore
e scompare ogni amorfa percezione,
dai fiato e sapore
al tuo incanto provocato
dal mio stupore.

Ciocchette inerpicate

Le tue ciocchette inerpicate
sui fiordi e un fiore blu,

accesa la sigaretta
come se scampassi la vendetta,
ti calmi giusto un poco
e sei più dolce di prima,

ti scruti con sospetto
accomodando il tuo riccetto
al finestrino, mia Sophie!

Oh ma dai!
fermati un attimo qui!

il tempo fugge,
che sciocchezze, due minuti,
tre quarti d’ora, una vita intera,
te ne prego, fermati un po’.

E allora tu indifferente
fai moine da studentessa
imbronciata e a un tempo divertita!

Oh piccina!
Eh Sophie!
che rivolta e che subbuglio!

Porgi l’occhio ora tu
alla mia voce,
senti il ritmo che ascende
e copre, manto della città.

Ah Sophie!

distruggi i miei castelli con i piedini imbizzarriti e non con un sì!
tvb oh mia Sophie!

Col tempo da modello vettoriale
a matricola ancestrale,
ti guardi ancora, sì,
dai in fondo sei la stessa,
con i tuoi ornamenti ragazzina

sei la prima luce del mattino,
il messaggio criptato
dal tuo cor sarà intercettato
perché dentro te
rempaira sempre amor.

Oh Sophie!

la primavera splende,
tu non muti
ed il sorriso acceso è già sbiadito,

grazie per l’attenzione,
sembri dire come ipnotizzata
dalla soluzione di marzapane.
Ed appunto, è giusto così,

tra i clamori di una folla
libera dal giogo,
mi sorridi come fosse
l’ultimo argomento l’entusiasmo,
sei pronta a continuare,
a spulciare l’ultimo volume
di questa vita che dai tramonti
fa sbocciare gigli e passiflore.

Furtiva Ficiniana (l’altra parte della alternatività )

A quel tempo allibita
e puntata
lei restava affascinata
da quelle riunioni di studentini
comunisti
col suo fascino
da anarchica americana
dallo zoo di Berlino
a sulla strada
li arringava estasiata.

Le stelle danzano, dicevo,
e sorridono,
i discorsi erano all’orlo del senso,
argomenti ce ne erano,
la critica pura alla società
e alla cultura,

tu dirompente eri quella parola,
figlia dei tuoi pensieri,
delle tue intenzioni
e delle tue azioni verbali,

ammiccante, sai,
ed oggi ti svesti
sbiancata e ingrassata
dalle tue teorie dionisiache,
sei diventata la cara
e silente loquace
atea sedentaria,

ed io ricordo l’altra meta
irraggiungibile,
fatta di apparenza non logorroica,
fatta di puro spirito,
quell’essenza velata,
l’altra faccia dell’alternatività
cioè della verità.

La guardo ora distante
è come allora,
è un’idea un poco soffusa
ma vivida e impressa,

è l’umore oscillante, mutante,
la melanconia che stimola l’arte,
che sorprende già me
nel silenzio del tempo,
lei è immutevole,
immutabile il capello
dialettico e tetro,
le sue diramazioni celebrali
tese all’immensità,

la bile nera da bipolare
scandisce meste assurdità
adornate di sapienza eterna.
Ed allora io navigo ancora,
io mi struggo al pensiero,

quello sguardo da malvagia
recondita, da strega rapitrice
di sentimenti, enigmatica
come una stremata logica,
ed i corvi volano
nel deserto del Nevada,
avvoltoi tu mi dici,
principi della morte,
la nostra massima aspirazione,
la nostra più lieve sorte,

nell’oscurità la mancanza
di foto o ritratti
lascia lo spazio all’immaginazione,

la copia d’altronde
più fedele della tua realtà,
della tua presenza compatta
e scissa in molteplicità.

Scendo rapido
le scale dei miei giorni,
quelli andati sono solo
lo specchio dei domani,
mi dici sempre senza parlare,
dai siediti,
il bello deve ancora venire,
gli umori che secerni
allo sguardo autunnale,

sono foglie diademiche,
le nostre storie e i nostri cipigli,

tu che non ricordavi,

ti è bastato guardarle e tutto
ti è stato chiaro,

ogni segno svelato,
sono io,
l’ultimo prato di settembre
in questa radura brulla
e senza vento,
fiore del canto.

Le conclusioni non le meritiamo
e dai le evito,
resta un vortice intenso e magnetico,
come sono intensi quei tremolii,
hai già un brivido freddo,

la tua sicurezza da domatrice
ipnotica, gli albori si intrecciano,
in un incalcolabile fervido
cenno del viso,
bigiotteria da mercatino,

l’occhio coperto
del nostro destino,
effluvio solenne
è lo sbuffo di quei piroscafi
della mente che ci riportano
con un lieto e salubre ingorgo
di pollini e dunque fotogrammi
dei nostri bordelli dirigenziali
lungo borghi reali,

tu ti adagi maestosa
sul trono di cartapesta,
io richiudo il mio guscio
della stessa materia,

si scandisce l’atmosfera.

Le questioni,
i tuoi spasimi,
i tuoi arrangiamenti
e la tua rabbia,
il tuo rossetto rubino,
le decorazioni, il rimmel
e le delusioni,
vai con la frusta tra le mani,
vai rendi succube
ogni incertezza,
indecisione,
ogni nota delle tue emozioni.

E il sole sorgerà, lo so!

Nelle tenebre una luce
e sei mia.

Poi le tue labbra
dal sapore eterno.

È così,
è questo sentimento
che offusca la mia voglia.

Può essere,
forse è così,
sono vaneggi anche puerili
ma se solo sapessi che rapimento,
che estasi nel tuo abbraccio,
sapessi che vibrazione
della mia anima
alle tue parole chiare
ed enigmatiche come il vento.

Mi annullavo,
fiatavo,
resta nulla di ciò,

resta nulla.

Seguendo la nostra
estroversa retorica.

È vero, non c’era modo
di concretizzare l’astratto
dei nostri baci coll’azione
ma ho speso tutte le mie forze
per guardarti negli occhi
stringendoti le mani,
carezzando i tuoi fragili polsi,

sapessi quante volte ancora
avrei voluto rendere immortali
i nostri corpi,

impresso quell’attimo,

sapessi come avrei voluto
stringerti ancora più forte.

Mi annullavo,
fiatavo,
resta nulla di ciò,

resta nulla.

Seguendo i segnali
e le coincidenze della nostra memoria.

E il sole sorge ancora.

Seguendo i silenzi
come frenesie pacate d’attesa.

E il sole sorgerà,
lo so!

La falce di luna, la luce che resta

Con tiepidezza
affrancavo i miei giorni,
in preda agli affanni celati
da vani entusiasmi,

le tre di notte,
tante parole da riversare
e concetti scoloriti da ripristinare.

Forse pensavo
che non c’è salvezza nell’attesa.

Forse pensavo
che i tuoi occhietti erano solo un sogno
sbiadito.

Comunque continuavo.

Guardarti un po’ nell’ombra
sembrava la soluzione
a questa mia delusione
che muta con la temperatura,
umore dirompente
e corrispondente alle tue mani gelate.
È così che si muove la mia mente,

è così,
tendendo alla tua immagine.

Con noncuranza
ponevo scarsa attenzione
alle mie azioni,
preferivo annebbiarmi,
nottuccia estiva,
tanto ancora da dire,
cosa c’è da aspettare?
è ora di lasciarsi andare.

Forse pensavo che la speranza
è un germoglio che sorge
anche nel tepore di un solfeggio,
che sboccia anche se è lontano
ciò che ho dentro.

Allora continuo.

Parlarti con la mia voglia
in un palpito è la situazione
più sentimentale che questa pioggia,

refrigerio estivo,
nell’innocenza di un tuo sguardo
mi sa dare.

Sei tu la falce di luna,

tu la luce che resta.

Sorgi candida

Sorgi candida
da una nuvola con letizia
e dualità rifletti le emozioni,

potrebbe già svegliarci
quest’aurora.

Una fiaba d’attrazione,
spettacolo indicibile,

sei sospesa a un braccio
sul lenzuolo mentre mi sorridi.

Anche la prima luce
del mattino è erotica
e divina nel portamento

tuo furente a un tratto
in bilico sul mio corpo,

se la vita è estasi
sei tu la vita,
volontà di potenza
è arte dell’incosciente nostro
amplesso, noi incatenati
come eterni dannati a bramare
lo spiraglio di luce,
quella tenue che non acceca
di vanagloria.

Ascolti dal balcone
quel suono soave,
è il cinguettio dei nostri passeri
destati, il tuo sguardo
come un transito obbligato
verso il piacere melodioso.

Potrebbe ancora imbrattare
la parete il nostro sentimento,
siamo teppistelli dell’amore
scalzi e sfacciati come ragazzini,

hai ragione,
se dici una bugia la vita cambia,
resta uguale, fa lo stesso,

non siamo soggetti a destino
che non sia nel nostro animo
sepolto e pronto a guizzare,
delfino traballante nel momento
del bisogno, fortuna ardimentosa,
la brume schiuma

potrebbe essere una soluzione
o magari la vernice scolorita,
o meglio il quadernino
bruciacchiato e senza senso,

come dici? Certo,
è proprio questo il punto,
il dilemma che nel legame
in paradosso ci libera
dal giogo del domani.

Ed ora ti avvicini al fumo
delle parole sciupate,
mai così aromatizzate ed addolcite,
adornate di ambrosia,
leccornia dei nostri sensi.

Acclami arricciata i capricci

Acclami arricciata
i capricci di artemia affiatata,
la sostituzione ad un affanno
notturno è il cupo accordo
disincagliato dal verbo
incessante e prolisso.

A causa della luna
si muovono le tettoniche e le maree,
col fervore degli astri
muta il carattere
e il prisma dei tuoi occhi
animati e animosi
nelle tue deduzioni.

Poi mi verrebbe di invitare
a cena il viandante
che ha percorso sentieri scoscesi
e ripide ascese
per trovare sé stesso
in una bottiglia di buon vino,

un po’ di etilicità mattutina,

un fremente riflusso del cosmico
e monastico intruglio.

E c’è verità nelle tue mani
mai così assorte nella perversione,

muta la realtà con un’ estasi del dire.

Pagine fitte di scrittura
macchiate di caffè
e di profumo di chanel.

E ti ripresenti
come fossi a un provino
dinanzi alla maestà divina,

voglio fare l’attrice, dici,
poi salti alle conclusioni mancine

del tuo volto impallidito
dal tepore mattutino.

In conciliazione
c’è un tumulto
tra eros e thanatos
che si supera in una nuova
meditazione godereccia
e dionisiaca,

dico sì mentre dici
anche tu lo stesso,

possiedimi tutto
o mia vita,

possiedimi tutto
o vita.

Le damigelle si arrangiano
nella danza giusto così,
come possono,

le rimatrici del ventre
invece inviano segnali
con i loro denti splendenti.

E poi il viandante
mi parla ancora di sé
citando lei,
e poi il viandante dice,
lei è essenza risplendente.

Lo scalo al quinto piano

Lo scalo al quinto piano
sul treno del tempo,
un passo felpato
da grondaia
nel sentirti a ridosso dell’orgasmo,
una posizione deleteria
che per pudicizia è clamore,

tossisci così come fanno
le api assetate di gialleggiante
nettare atroce.

Ottima conclusione la tua,
ti volti di scatto e mi dici sì,

poi si mutano i tuoi desideri
in contrasti avversi.

Non so,
non lo ricordo l’esatto motivo
che ci ha stretti indissolubili
anche se lontani,

forse un biancospino
o una dalia violetta.

Mi hai sedotto piccola
con garbo,
la storia non la studi perché
la fai ogni giorno
col tuo assuefatto manto,

che storia meschina sarebbe stata
senza il distacco materiale,
ma stai tranquilla ritornerà
quell’abbraccio d’artigianato
che bramiamo.

Te ne sei resa conto
guardandomi negli occhi,
il lento fiato si accorda
al tuo piedino con la solita
sempre nuova e attuale scena
mattutina,

ora che ti guardi allo specchio
col viso che muta,
depersonalizzata potresti magari
trasfigurare o ascendere
alle tue dolci perversioni.

Stai tranquilla non perderò
il sapore carnale
delle tue braccia,
il sospirato, il tiepido
bacio velato.

Allora spalanca
ancora gli occhietti,
hai la profondità geologica
di una palafitta
colma di interessanti libri e cianfrusaglie,

sei in piedi per scambio
fervido e assiduo,

lascia andare,
sta bene l’ombelico ricamato.

Allora aizza la foga
del popolo in rivolta
affinché i nostri sussulti interiori
siano compresi a posteriori
ed attualizzati nello stesso istante
in cui siano profferiti.

Di folli arredamenti celebrali

Di folli arredamenti celebrali
ricamati con carta argentata
e inviolata pulsazione
d’amore carnale,

oppure magari surplus involontari
dove ti rendi conto davvero
che la sovrastruttura è più forte
ed è lei che regge la struttura,
che la forma dà la sostanza,
che le vere fondamenta del senso,
di ogni senso,
sono sole le inutilità, le incomprensioni
e gli sguardi distratti,

ha bussato alla porta
il silenzio
lo abbiamo sedotto col verbo
e si è reso conto di essere
esso stesso un suono,

la vibrazione del tempo,

una scaglia del nostro
ciclico mutamento,

tutto ciò, il segreto nella fluidità
delle mosse, nell’azione,
nella rapida spiegazione,
diamante irrispettoso il tuo
che porti da maestra di ritmo
con me ballerino di penna
che segue i tuoi colpi accorti
sulla cattedra delle nostre passioni.

Cosa rimane
dei nostri discorsi
e delle nostre creature,

stampo di lettere,
cianfrusaglia di melodia,
quando l’attimo futuro
di un passante ascolterà
l’euforia del nostro presente.

Intangibile augusta presenza
la tua, incompiuta l’opera
della plasmazione,

nevralgico il punto informe
sul quale ti soffermi,

pitagorico e neoplatonico
l’interagire, il nostro
speculare incantati
ed ipnotizzati
con lo sguardo fisso alla parete,

negazione del nulla
il neologismo esterrefatto,

e sento già l’odore del caffè
tra le tue affermazioni,

sento già il lieto rumore,
l’amichevole ingorgo di spiriti

al nostro fianco, armate schierate
e pronte all’assalto,
armate di basalto infernale
con l’armatura scintillante
di luce celestiale,

armate di penombra,
quelle col nome giusto,
un avvenire fatto di illazioni
confermate al fine
di non dimenticare
la nostra storia infinita,

importante il tuo scuoterti
i braccialetti.

Per superare sconforti
e paure
abbiamo posto
una pace universale con la natura,
lei ci pone sincera la mano,
già si sente nell’aria
il sapore del grano maturo.

I colori del suono

Ero sospeso
sulla goccia di pioggia,

veltro dal sapore intatto
sul tuo corpo,

ero con silenzi urbani
in riva al mare ad aspettare,
nella trappola della melodia
quando l’eclissi schiariva
le convinzioni e ci esaltavamo
sulle varietà intense di colori.

Avevamo trovato
il giusto equilibrio
tra senso e messaggio,
tra segni criptati
e decodificazioni bendante e aleatorie,
pure sintassi d’amore,

e respiri piano ora.

Il calore
con le sue sfumature,
refoli inaspettati e sereni
tra le traduzioni del tramonto
che scoppiettante cede come sempre,

è questa l’essenza dello spirito umano,
la transizione,
siamo eterni viaggiatori,
nomadi per natura,
oscilliamo tra buio e luce
come fossimo impressi su vetri,
le scale musicali scandiscono
le nostre ascendenze
e i nostri virtuosismi verticali,

riguardo la scena
delle nostre oscenità,

perversi gli intenti
con semplicità esposti
da abbracci intensi,

trovo il nodo che scioglie
il dilemma solo fissando
i tuoi occhi d’ambra ed ipnotici,

sulla tua pelle resta
il sapore di sabbia,

ora se vuoi puoi restare,
c’è tanto da fare ancora.

Siamo dei folli
e folleggiamo come folletti,

siamo druidi che varcano
soglie inaccessibili,

il nostro domani è l’eternità
e tu sei l’ultima stella
che splende e non si arrende mai,
che vibra così,
entità eterea
eppure così carnale
il nostro iperuranico sfiorarci
con le parole
e inumidirci con i gesti
di quotidianità dialettica e mai stanca.

La nostra candida ed invincibile potenza

E soffia il vento
sulle nostre assurde parole,

non ha importanza
o forse non ricordo
l’ultimo tuo intenso sguardo.

Farfugliavo pensieri scomposti
per dirimere austere questioni
e la potenza del caos interiore
con fremiti vividi
vinceva ogni timore.

Adesso che si legge
come una pagina spersa
l’interiorità,

la tua più splendida essenza,

ora che attendo ancora
le tue risposte sono adagiato
su questa panchina adombrata
a fischiare motivetti
d’oblio perenne.

E soffia il vento,
forse questo ci ha aiutato
a capire che l’intenzione
a volte è più dell’azione.

Mi arricciavo su tetti a strapiombo
per sospendere gli ariosi nel vuoto
e in me cresceva il desiderio
furente di scrutare quell’abisso
di foglie e di frutti,
di fiori asciutti.

Adesso che sospiri lievemente
inclinata sulla mia spalla
non un dubbio percorre
il mio essere,

ora che mi sfiori
e mi sorreggi
la spada tratta
è la nostra candida
e invincibile potenza.

L’orma del nostro destino

Quando la passione è briosa,
la temperatura del tuo corpo
un refrigerio di parole,

ci uniamo in visibilio
con le palpebre semichiuse
a sognare,

abbracciati stretti
nei nostri sogni
che man mano prendono
forma e luce.

Nella stella più distante
della nostra costellazione
il brillare puro ci spinge
oltre ogni labiale declinazione.

Credo che questo sentimento
sia il delirio più intenso
che le nostre menti possano concepire,

credo che varcheremo i limiti
dell’ignoto con la noncuranza
dei passanti presi in riflessione.

Quando si arresta l’andatura
inclinata dei nostri
sguardi incrociati,
nel tuo portamento
io mi ritrovo rinvigorito,

forze nuove ci inebriano
e inseparabili ci legano
brame d’abisso.

Credo che non dimenticheremo
mai questo nostro sogno
e che come silenziosi attacchini
stamperemo nell’eterno dell’etereo
l’orma del nostro destino.

Quando scorre la penna

Quando scorre la penna
mi percorre un brivido,

mille pensieri affiorano
e si aggrovigliano inestricabili,

sono passi di luna
i tuoi che alteri
stridono col vento alle pareti,

i miei occhi scorrono
sulle pagine inaudite
della nostra vita,

decifrando codici perduti
tra le onde del mare.
E sono silenzi

quelle tue parole
che mi scuotono in un attimo,

mille luci invadono
le coperte attonite
che si inerpicano
in astruse simmetrie
a cui non credi più,

le valige pesano
ogni giorno
e ancora le tue notti
da brigante di Artemide
sono simpatiche e funeste,

placate solo dalle grida
di periferia di un vuoto senso
dato dalle immagini,

ma io ti sento
sempre più vicina

generalessa dolce e un po’ ribelle.

E passerà del tempo ancora
ma il mio sguardo all’orizzonte
non si perde,

prudente ti attende,

sono tante ancora le battaglie,
tante le pagine
che non ho riempito di disillusioni,

tante le cadute,

tante le tue palpitanti riflessioni,

sono un po’ mie
queste sincretie
a cui dai il peso
di una piuma impaurita,

e dunque passa il tempo.

E chiuderò le porte
mai così lievemente
aspettando il suggello
del tuo corpo,
del tuo misterico intoppo
sulle vie della speranza,

ma ti attenderò,
te lo ripeto,
forse è solo per sincera
introspezione,

io lo farò,
tra le valanghe chilometriche
dei giorni attenderò.

La luce soffusa che inebria

Sentirai una voce nel profondo,
un’incudine rimbomberà
come la quiete estiva
e tediosa dell’asfalto
alle tre di pomeriggio.

L’erba alta
era una passione fitta di illusioni,
in sé celava il manto astrale
della verità divina,

copriva come un velo
le potenzialità celebrali
ed affini al tuo corpo
in procinto del godimento.

Poi l’urlo si fece più intenso,

squarcerà una stella
nel subbuglio del tuo caos
interiore e ti perderai
nel canto melodioso di settembre.

Ditirambico l’affronto
a doppio taglio dell’orgoglio,

incantevole il felpato
movimento adagio delle dita
sul piano con clamori fuori
dalle onde sonore nello scettro sacro
della bacchetta dirigenziale.

E passa, credi,
il tempo non ascoltando
il magico accordo
che hai dentro.

Sentirai una fine empatia
che sprigionerà sinaptica energia,

percezione al di fuori del comune
quella che pizzica la cetra
con l’ortensia fissata
dal tuo sguardo nervoso
eppur incantato.

Allora dal fumo
delle città in rovina
sorgerai da piccola fenicia fenice,
le tue palpebre saranno spalancate
per cedere al tuo stesso
femmineo dominio,

femminino verità celata manifesta

sei la luce soffusa che inebria.

L’intro pensa sé stesso

L’intro pensa sé stesso
nel giardino colmo
di frutti dolciastri
e il silenzio del mattino
è un lemma perso
nel labirinto del destino.

Dalla tua mano ponente
la verità e la snellezza
dell’essenzialità il tanfo di uno schianto
tra spiriti elettivi
è trasmutato
in melodia mozzafiato.

Amore ricordi
ancora il paesaggio gotico?

le cattedrali della perversione?

le spoglie dell’illusione?

La luna appariva all’orizzonte
varcando del tuo pensiero silenzioso
il monte.

Il pregiudizio estetico
disincarna l’estetismo stesso
e siamo ormai quasi orbi
alla vista del bello.

L’ondeggiamento è
qui e lì.

Amore ricordi ancora
la folle impresa,

il viaggio verso l’assoluto
per radure brulle
e freddi aurore,

credi sia giusto cancellare
o fingi di non guardare?

L’estate brilla,
il tuo sguardo rarefatto
come uno spasmo,
in preda all’entusiasmo

profumi di un effluvio silvano
e il tuo carezzarmi
è uno sgocciolio di mandragola

(pagine dischiuse
aperte per distrazione,
pagine profuse).

Sei sempre in me!

Amore non puoi dimenticare
quello sbirciare alla finestra
che senza arrendevoli deposizioni
illuminava le pareti,

poniamo un nuovo limite
nel nostro illimitato
universo parallelo.

Amore,

mia vita,

mia unica.

Manterrai dentro te
la nuova stagione
che è lo specchio
del nostro passato.

Vita nata dal plasma onirico,

vita nata dal plastico dei sentimenti.

Piccola e muta tra le mie braccia

Era mattina inoltrata
quando la brezza estiva
portò i tuoi cinerei capelli
all’indietro, arruffata

di ghirlande sfioravi
i miei polsi nel sentimento
di un’estate che finalmente
sospirava.

Ascolterò muto le tue parole,
nel silenzio dei risvegli
senza tempo,

disinnescherò i tuoi sospiri
rendendoli sublimi.

Dillo ancora una volta
che la forza della parola
è il tepore più intenso
che risveglia spiriti
ormai dimenticati,

dove alberga il nostro
più perverso sentimento.

Era mattina inoltrata,
non avevamo voglia di alzarci
dalle lenzuola,
restammo abbracciati
ancora qualche ora,

il sapore del caffè
stuzzicava l’intelletto
nel momento distorto
del tuo sguardo
che mi ha sedotto,

ti ascolterò ancora parlare.

Dimmi se il vuoto
delle nostre angosce
può essere superato
scegliendo davvero,

dillo che siamo
le pietre più preziose
che il mondo possa vantare,

quel sospiro d’universo
che gli altri sanno solo bramare.

Quando le labbra sfiorano
i perniciosi anfratti del tempo,
non esiste passione
che regga all’intento,

parlerai ancora con la tua dolcezza? Lo farai?

L’estate preme sulle nostre spalle,
isolati dal vento percorriamo
il sentiero all’inverso,

le vie più brevi
sono con attenzione scartate
e il tuo portento cosmico
un prologo sesquipedale.

E poi non basta altro verbo a definirti,
piccola e muta sei ora tra le mie braccia.

Un nuovo labirinto

Per questo richiudi il libro,
la tua schermaglia
per il silenzio,
assapori con gusto
le tue dita
come fossero ottoni
percossi nell’animo
delle mie indecisioni.

Estasiata al clamore di Wagner,
fai segnetti nell’aria
mai più assurdi
eppure da me comprensibili,

muovi sul tavolo giocando
le tue carte migliori,

ti diverte parlarmi all’orecchio
con la nonchalance
di un prezioso nonsense.

Improvvisa ti volti
e assopisci la lezione,
diciamo questo
per non dire sorbire,
apri di nuovo il codice
segreto e smarrito
e in un tratto di penna
scarabocchi un sorriso
illuminando il cielo turchino,

poni assedio.

Discuti del tangibile
e nell’imperfezione trovi scampo
alla passione,
mostri furbetta
la tua recondita arma segreta,

dominatrice dell’aria
dai comandi a questi tenui ventoli,
mentre parlo gonfi le guance
pronte allo sbuffo
e dal visino scorgo
il tuo nasino buffo,
l’ indelebile assonanza
sintomatica di grazia.

Allora per questo ti imprimi
come stampo di gesso,

resta tempo.

L’ebbrezza dell’alcol
ti ha raggiunto le vene,
fai due trottolini
che direi un po’ amorosi e dadaisti,
comunque hai voglia,
riprendi a parlare,

dialoghi universali
quelle frottole vaneggianti
ma preziose.

Mostri allora
l’odor dell’aurora,

la mano è ferma
seppur nella tua follia,
mi scopri il corpo
ormai in preda
ad eccitazione corporale
e contemplativa

sul tuo seno la mia guancia
rende il risveglio soave.

Allora sei la guerriera
degli angusti sentieri
migratori del cosmo.

Infine ti beffi come divertita,
l’allegro del grammofono
è all’epilogo,

prendi la tua incandescente
soluzione di cloruro di zinco
e scorgi nel domani
un nuovo labirinto.

Germoglierà un fiore, forse, tra le mie parole

Il desiderio sorse
quando l’alba schiariva

il cuore come impresso
sulla sabbia,

le tue parole erano vento
per l’inverno,
da conservare un ricordo
come assenzio.

Le indecisioni
frutto di un calore
che se non scalda

è forse l’impossibile che bramo,

puntare tutto quel che ho
non può servire,

perdere e poi ricominciare
con l’entusiasmo
di un mendicante di brillanti.

Il sale sulla terra
e sul tuo corpo,

magico intralcio
quel tripudio di parole,

scrivere tanto
o forse poco a penna d’oca,
nella follia di un domani
che non scolorirà mai
le mie passioni.

Se l’albeggiare non è ciò
che si intrufolerà nell’animo mio
ti ricorderai soltanto di un addio,

le parole sono vane,
si vive di illusioni,
tra la gente le intenzioni vaghe,

l’egoismo e il narcisismo
di chi cerca sé stesso

è forse solo il vuoto che ho dentro,
quel ricordo malinconico
di un accordo che suonavi
ondeggiata alle mie corde

ma se ti do tutto me stesso
il restio rifugio
è un asso capovolto dall’azione.

E d’improvviso si impose la realtà,
fatta di sogni,
una vita vissuta
forse solo per metà,

distrarsi è facile
e c’è chi ha vinto già,
c’è chi rimane all’asciutto
della viltà.

Non restano forze
neanche per sussurrare
quelle parole
che rabbrividiscono il nostro corpo,

è tutta vacuità dell’assurdo,

si cerca sempre qualcuno
che possa darti qualcosa
oppure muori
nelle tue sensualità
di bolle acustiche
che esplodono a metà.

Se le delusioni della vita
sono quello che ci resta,

guardarsi allo specchio
e trovarsi cambiato,
è facile definire
l’introverso di un saluto
come asciutto malinconico addio,

i pensieri sono questi
mentre la vita piano si consuma,

un’altra parola solamente
è il nascondiglio delle braccia.

Come disprezzo
le facili sensazioni materiali,

forse la paura dell’ignoto,

come vorrei elevarmi oltre
e disincagliare il gelso
con la grazia del mattino,

ma quel che penso
è solo un inutile
vaneggio vespertino.

Il tramonto di una storia
è l’attimo che schiude
come occhi di marmo il cuore,
questa vita è una finzione,
un caos decifrabile soltanto
dal pallore audace,

ma continuo la mia lotta solo,

germoglierà un giorno un fiore,
forse,
tra le mie parole.

Giusto solo a metà

Allora è questo il punto,
l’intorno della questione
delimitato da un accordo,
un po’ sviolettato questo bordo,
come sempre,
come segno del vissuto,

un sentimento atroce
che passeggia qua e là
tra le parole e i sogni
virgolettato da uno stonato la,

potresti disegnarlo
oppure ignorarlo
oppure magari sciuparlo di verità.

E la canzone scorre,
lei sì,

è il tempo che ci circonda
e a cui non credo fermamente,
di cui non spendo neanche
l’estimo del vuoto rintracciato
da un vistoso saluto.

Io sono saldo su due piedi
in bilico tra i colli di marzapane,

le vallate di pop corn
e di vandalici scippetti
decollati dalle penne schiuse
a guscio d’uovo.

Ed ascoltare poi il lamento
diffuso della remissione plenaria
di foglie spoglie e scardinate,
violate dai tuoi baci
di fiele e miele.

E continuo ancora,
la soglia della mia sincerità
è il nascondiglio nostro
per le sensazioni,

mai lasciarsi andare in sensualità.

La scollatura a V,
poi magari anche
le tue calze blu,
tre o quattro sigarette
fumate con il maraschino
stampo del nostro destino.

Orribile la metrica,
l’hai un po’ sconvolta
come capelli destinati
a mari innamorati
del tuo corpo nudo
sul dorso di una conclusione
scanzonata
e mai più dimenticata,
magari respirata,

sospiri in profondità,
vai dicendo all’anima
che è solo assurdità,
idiozia la mia,

se vuoi recito la mia parte,
uno, nessuno, centomila
oppure forse unica molteplicità,

siamo tutti uguali,
questo forse già lo sai,

siamo tutti strumenti
stesi e tesi
verso il sole
che è simpatico
giusto così,
giusto solo a metà.

Nell’antro del castello degli Spiriti Magni

Nell’antro del castello
degli Spiriti Magni
una penombra lucente
da Campi Elisi,

passioni condivise.

Il poeta con la spada calliopea,
l’amore provenzale
di ispirazione ovidiana
corretta da catarismo scandito
da un furente sorriso.

Camilla, Pantasilea,
armate di tutto punto
nel De bello gallico
fanno figura sussurrando
promesse a Cesare e Cleopatra
già avvinghiata al successore.

Poi la storia naturale
dell’indice proteso
verso il reale descrittivo
e categorico

il manoscritto vocale,
la maieutica unica reduce
di una malattia incontrastata
per la morale,

tante idee nell’iperuranico
amplesso platonico
che non ha niente a che vedere
con l’amore carnale
né col contemplativo,
è solo freddo pensiero.

L’acqua scorre in refrigerio,
il tuo spirito calmo
in preda all’intellettuale orgasmo,

il fuoco riarde
nell’eterno ritorno eracliteo,

l’infinito del segmento
violato da passi attenti di tartaruga.

Mi soffermo con discrezione,
non voglio disturbare in divagazioni,

incantato sto ad ascoltare
le imprese del pacifismo bellico,
del presunto veltro,
dell’amore,
unione indissolubile
della rivoluzione,

credo sia meglio continuare a giocare.

D’improvviso con la lira
l’amante della fanciulla
spersa nell’Ade si lascia tradire,

amarezza nel non poterla vedere,
lui che è maestro ed allievo
della suprema bellezza femminile,
cardine della violacea speranza.

Declamando al foro
il retore repubblicano
ha lo sguardo altero di un sovrano
ma cade in contraddizione,

l’actio e l’elocutio
è sublime,
ha perso punti nell’inventio,
sta sciorinando baggianate
da mercante
mentre lo assiste l’integerrimo
maestro di Nerone
con le vene ancora tagliate,

sembra rimpiangere l’errore fatale.

Poi gli arabi medici
e matematici greci
con le formule troppo perfette
per essere rare e reali,

Euclide ricorda
un’idea distante dalla terra
e dalla oscura rimessa.

Tramandando il sapere astrologico
si scuote il chiostro,

abbiamo accesso,
ma ora non posso.

Passeggiavamo per sentieri

Passeggiavamo per sentieri
tra la vegetazione
ed avevo impresso
il nome tuo
come se non ci fosse altro
nel mio cuore,

mentre tu ti distraevi,
guardavi altrove
con la grazia di una bimba dispettosa.

Era estate,
forse la più dolce
mai assaporata
sulla tua pelle disarmata,
il tuo corpo come disegnato
nell’eterno di un bacio stampato
e travolto di passione,

eri tu che mi pensavi,

eri tu ed io che ti seguivo
come vento stretto
tra le tue stesse mani.

Non si può dimenticare
in un attimo
una storia mai iniziata,

non si può sciupare un fiore
dal chiarore tenebroso,

luminoso quel tuo volto,
il tuo visino,
il tuo piercing,
il tuo simpatico respiro sul mio collo.

Poi io che mi perdevo
nelle mie insicurezze,
nelle mie paure,
nei miei sogni,
nelle mie disillusioni,

hai voglia ancora di giocare?

lasciati ti prego accarezzare,
guarda il sole all’orizzonte,
guarda il nostro domani
dimenticando ogni pudore,
lascia scorrere,
ascolta l’animo mio
sperso tra le tue braccia.

E passeggiavamo come assenti
assaporando i germogli
del desiderio,

un passo, un altro,
un pensiero capovolto,
le tue mani ancora,
carino lo smalto consumato,

non dirmi,
non raccontarmi il tuo passato.

Scorre il ruscello dei miei pensieri,
ci sei tu che ti imponi
come sasso nella vita,
mi confondi e mi rispondi,
ma cos’è che cerco
non l’ho mai capito,

so solo che i tuoi capelli
sono petali
che non dimenticherò,
che mi riportano il destino
a portata di mano.

Abbraccio universale

Il tuo corpo che mi ispira
nell’abbraccio universale,

scorgo l’attimo del silenzio
e lo assaporo.

Non penso più,
la mia mente è annullata,
si espande la mia anima
al contatto col tuo velluto carnale.

Al di là del limite della sapienza
c’è un’infinita conoscenza,

ci sono fiori incontaminati,
come i tuoi polsi profumati.

Non penso più,
guardo solo te,
l’acqua scorre negli anfratti,

siamo ultimi reduci edenici.

È un pensiero solamente
quel che resta di me,
sperso tra la gente,
la nostra storia si innalzerà
oltre ogni dualità.

Dietro ad ogni MA con BI c’è sempre un’ acca

Per chi suona la campanella?

Siamo unici in quanto soli
a questo mondo
che ci appartiene
e conteniamo e ci contiene,

sinceri e a volte scaltri,
troppo spesso indifferenti.

Per chi suona la campanella?

Forza entrate in aula
che l’orpello culturale
un po’ ci aspetta e un po’ ci schiva,
lo sguardo di quella ragazza
che ha ancora sete di sapere
e di apparenza
in questa vita di evanescenza.

Cara Sofia dai mille volti
e dai trecento aspetti.

Per chi suona la campanella?

Cara Sofia del mio desio.

Per chi suona la campanella?

Cara Sofia
donna del destino,
del palpito,
del respiro.

Ecco,
potresti anche voltarti
socraticamente verso questa
incandescenza, la luce
di traverso già ti illumina
l’intenso,

non ti sfioro perché
sei già colma d’alloro
come la Laura petrarchiana
tra le acque limpide e perniciose,
angeliche e boriose.

Per chi suona la campanella?

Per un miscuglio di gentaglia
inconcludente,
o solo per il tuo corpo
che già manifesta l’anima
di questo incontro?

Cara Sofia
dall’andatura ondeggiante.

Per chi suona la campanella?

Cara Sofia
con l’occhio strizzato.

Per chi suona la campanella?

Dietro le barricate
della rivoluzione repubblicana spagnola
a scambiarci promiscui baci
ridendo del disciplinatore fallito.

Ecco,
potresti voltarti ancora
un altro po’
e farti vedere di dorso,

il fichtiano incontro
dello spirito libero dall’essere
e sovrano
ha tolto dal destriero
del mio percorrere altitudini
andaluse
molto più del dovuto.

Ecco,
potresti darmi un altro bacio,
non aspetto altro,

lo scambio di gesti come baratto
primordiale,
non c’è valuta che ci possa separare.

Ecco,
scordiamo questo sole scolorito
ormai è finita,
strusciamo la lavagna,

sento ancora odor di gesso,
dimmi un po’,

per chi suona la campanella?

Per te parole

Per te
parole,

ancora fumo,

quando passerà il turno
del nostro dolore?

Ho chiuso gli occhi
stringendo le tue mani,
tu mi hai sorriso,
mi hai accompagnato
ai bordi di un sogno
desto e rubicondo.

E l’ora dei sensi
si è imposta incandescente
sul ciglio
di una passione mai finita,
travolgente e giuliva.

Per te,
piccolo soffio,

per te,
docile accordo,

per te la sensualità
del carnale godimento

lenta mai sfiorirà
la bellezza del tuo corpo.

E l’ora delle decisioni
lievemente ma con ferocia
si impose,

tra le tue Pall Mall
ed i tuoi capelli anche
un altro sorriso
scuote il mio viso.

Per te,
solo parole,

per te,
solo il mio corpo,
il mio sangue,
la mia pelle.

E sono steso di sbieco

E sono steso di sbieco,
guardo le tue spalle
e il tuo dorso marino,
sei la regina
di questo misero acquitrino.

Sposto un po’
i tuoi lunghi capelli alla Isotta,

sei capovolta,

dormi con grazia
di una ragazza indomita
e fiera, mai sottomessa
al gemito della sera.

Posso consolarmi
anche solo nell’ammirarti,
nel dipingerti come tatuaggio
il fondoschiena,

il tuo magico ormeggio sconosciuto
che mai mi ha deluso,

parole per te ancora tante,
dissi,

mia potenza divina.

E poi le tue guanciotte rosse,
capricciosetta e un po’ perversa,
cavalcando i miei sogni
e pensieri

sei il più attuale ieri,

sei destinata a lodi schiuse
che magari fioriranno
col vento scaltro
del nostro autunno,

e dici sì,
me lo sento,

il celestiale turbamento.

La vita vissuta
tra inchiostri sbiaditi
e fumo di sigarette
ormai consumate,

la cenere che cade
dalle scale escheriane,
e tu continui a sorridere sopita.

Le capitali europee
d’un tratto si imprimono
sul tuo corpo,

non c’è recondito impulso
ma estroso desio contemplativo,

giacere con la tua anima
e la tua materia ormai divina
in un solo incontro,
in un solo melodioso accordo,

dormi un altro po’? È già l’alba!

È già l’ora del nostro
spirituale risveglio,
di imprimere per sempre
il vero e il verbo,
a squarciagola ad un concerto
d’usignoli
per stonare,
per sognare.

E sfoglia il libro
al capoverso quattro,
hai già impreziosito
il tuo scalfito palpito
e in refrigerio sembri voltarti

ma è solo un sussulto
notturno
di questa prima
luce del mattino
che seduce più
del nostro pensiero,

è più sgualcita
dei miei libri perfino.

Vai avanti amore,
resta in un angolo,
non ti voglio svegliare,

i capitelli, le campate,
i fiumi, i ruscelli,
i monti, gli astri,
le passeggiate sul lungomare,

le nostre serate
sono raccolte in quest’istante,
in questo tuo ulteriore respiro,

non scomparire.

Entra un fascio
dalla finestra chiusa
a metà e le ombrette lucenti
sono già suoni.

Vuoi per davvero dimenticare?

Magari anche mi.

Oppure si.

Entrambi, legamento

Nel vento sento te,
fuoco incandescente,
dal brivido sulla mia pelle
diretto al cuore.

Per distrazione.

Magari la.

Sei tutta dentro me,
sussulti con lo scuotimento
delle mie vene spianate,
sei già tutta mia.

Ti stendi contenta
del tuo turbamento,
hai in mente un accordo.

Ma noi chi siamo,

profeti dei pazzi,

ti domandi e rispondi,

poi il la.

Vuoi per davvero dimenticare
i nostri corpi stesi supini,
mai tanto vicini,
le nostre acrobazie di penna,

i nostri vaneggiamenti?

Non siamo poi così diversi!

Nel tempo lo scolorimento
delle cicale misteriose,

è già estate,
non te l’aspettavi?

Magari ancora si.

In un bemolle
mi rizzi al cielo
il mio manto oscuro,
schiarisci un po’ la voce,
dai.

Vuoi davvero dimenticare
le giornate e le nottate
tra i silenzi ed i baci intensi
che inumidivano i nostri corpi violetti?

Anche il destino
ha fatto al nostro canto
l’inchino,

e noi ora soli quaggiù.

Do e poi si7.

Vuoi per davvero dimenticare
le serate all’imbrunire,

il tuo volto sulla mia spalla,

il mare e la più superba stella?

Magari mi e ancora si,

dici.

Vuoi davvero dimenticare?

Io non posso,

sento ancora il tuo sproloquiare,
il dolce sapore ancestrale
delle tue labbra.

E dimmi sì.

Senza fiatare

L’entusiasmo incontenibile
da un soffio di vento stroncato,
irrefrenabile desiderio di vendetta,
i tuoi sorrisi, le tue intense carezze,
tuttavia è sempre vero
che la felicità a volte
è troppo lontana
e chi crede di averla trovata
sprofonda nuovamente
nel suo dolore.

Le tue parole oramai
a poco possono contare,

tuttavia mi rimane
il palpitare
nel guardar le tue foto sbiadite,

ma a volte occorre
non lasciarsi troppo andare,
non cadere tra le braccia
di una passione.

Come ci guarderà
ora il faro di Alessandria?

Ci saranno mai più
le passeggiate
mano nella mano
nella reggia di Versailles?

Avrai ancora voglia di bere
la limpida acqua del sapere
e sbiancare di fronte
al soprannaturale,

piangere per Paganini
fino a lasciarti sfiorare
dalle sue corde?

Scorgere il mare
dall’ermo colle senza fiatare?

Senza fiatare!

L’aristotelica tua categorizzazione
non ammette vie di mezzo,

tuttavia cerca di fissare nella mente
quelle mie tre parole.

Cosa penserà di noi ora
il Colosso di Rodi?

Godremo ancora distesi
nei pensili babilonesi?

Ricordo come era dolce
stringermi i fianchi
mentre sbarrando gli occhi
mi dicevi di sentire
l’odore del mare,
il ripiano del nostro
influsso al astrale,
il ricamare della sabbia
tra la pelle
nell’infinità indefinita del tempo,

il tuo parlare ancora
senza fiatare.

Senza fiatare!

Le conclusioni

I ti voglio bene,
i ti amo,
i baci,
gli abbracci recitati
come mantra
ad una shiva
un po’ femminea
dai capelli arruffati.

Le conclusioni sapienziali
di cui tratti,
dal centro dell’intarsio violaceo
del flusso di potere
del tuo candore
alla giravolta del rancore,

le conclusioni speziate
ed impreziosite
dalle dolciastre parole
di chi ha consapevolezza,

fluido a incandescenza,
emette un sospiro
come fosse naturale respiro,

questa non è una pipa,

oppure metti al vertice
del monumento funebre
di Cheope una sigla.

Ritmata la cadenza
dei greci un po’ rock,
degli andalusi un po’ delusi,
degli elvetici
sempre ingaggiati
come spie di guerra,

non è così che si scuote la testa,

ho il tuo numero di cellulare,
ti posso chiamare?

hai un attimo per divagare?

Le conclusioni
del liquido ancestrale
sono gorgheggi di piume scolorite,

l’evoluzione descritta
da un medico mancato,
la profusione,
l’eredità dei geni,

sono tabula rasa ricettive
le nostre caste verità interiori,

ad Ippona si direbbe
è lei che ti verrà a cercare,

e D’Agostino con l’eurodance
ci sa fare.

Non hai parole?

La bocca resta asciutta,

l’accademico di accademia alcuna,

l’apolide filologo
dell’Università di Basilea,

aploide il rigurgito scolastico,

incrocia pure le dita
e mettiti in posa per la miniatura,

mi raccomando,
con fare austero e disinvoltura.

Le conclusioni,

le tue passioni,

spulcia un po’ di rimmel
dagli occhi,

sì, guardami di traverso
che mi fai impazzire,

nel godimento intellettuale
potrei anche morire,

scandisci le parole,
muovi bene le mani
e non solo per accompagnare
la retorica,
anche e soprattutto
per i tuoi giochetti
eroticamente confusi.

Le conclusioni.

E poi direi,
altro da raccontare,

ma concludendo,
le conclusioni.
Il treno dall’infinito

Una sigaretta accesa
distratto alla stazione.

Un coro di allodole
e decoro alla Gondor.

Non mi muovo,
sono immobile
al secondo grado
di noia heideggeriana.

Giusto un po’ agitato,
svilito,
sfiorito.

Cambia come il suono
stridulo il tempo.

Dorme accovacciato un cucciolo
col suo padrone dai capelli
rasta a elemosinare.

Non mi muovo,
quasi mi stenderei nell’oblio
di questa panchina mattutina.

Alberi ortodossi e commossi
mi adombrano il fiato,

non ho voglia di parlare
e prendo a scribacchiare.

Lento.

Quanta voglia
di tenderti le mani,
di congelare il ricordo
e renderlo attuale,

senza sconto il tuo visino
dolce e seducente.

Non so neanche più dove andare,
la mia vita da gitano di cristallo,

basta un soffio di sentimento
ed in frantumi do tutto me stesso
al vento

mentre tu non ti tagliuzzi,
sopporti le mie assurdità,
le mie paure,

le mie vili scommesse alla roulette,
un altro giro e ho perso tutto.

Così, dici,
il tempo è come il mare,
sponda da lasciarsi andare.

Chiara l’acqua del vissuto,
magari gli dedico un pensiero
se rimane a flutti
e gli occhi da sirena
si perdono nel volto,

il mio,

sono qui,
a desiderarti,

a bramare quel tuo corpo
da ardita.

E poi sorrido,
l’afa mi imprime
un tepore di giorni andati
e mai più scordati.

Oh cara!
Potrei ridarti le mie mani,
incrociarle alle tue,
dirti ti amo sulla spiaggia
fino all’alba.

E non voglio respirare
senza il tuo fiato
che mi inumidisce la pelle
come ardente rivolo
puro e suadente.

Tempo,
penso ancora al tempo maledetto
che fugge reo confesso
et non s’arresta un’ora,

ma poi è solo il profumo dell’aurora
nel nostro amplesso
che ci scandisce ardimenti
che neppure l’entusiasmo
dei sentimenti
possono glorificare,
solo umori disillusi,

ma io non ti scordo,
un giorno ti prometto,
sarai sull’orlo di un cuscino
a dirmi ancora sottovoce,
ti amo amore.

Arriva d’improvviso
il treno dall’infinito,

la destinazione mia quale sarà?

Un luogo dove forse
la mia parola splenderà.

Abbracciati per l’eternità

E quando non hai più voglia
di scrivere o pensare
e un brivido t’assale,

cerchi di starci dentro
e scorgi il sentimento.

Alle volte la paura
è un’arma che ci impedisce
di varcare i muri della verità,

altre volte è solo insicurezza,
viltà e vanagloria stupida.

Non capisco come si possa
odiare guardando negli occhi
né tanto meno come si possa
girare il coltello di traverso
e con un colpo assestato tradire
un amico oppure un nemico,
tradire chi è della tua stessa carne,
togliergli l’amore e la libertà.

Nel frattempo noi due
abbracciati per l’eternità.

Ah come sussurra il mare!

Ah che voglia delle tue labbra,
che voglia di baciare!

E assaporando nuove sensazioni
nella nostra introspezione,
siamo in simbiosi con l’umanità.

Poi più chiari e più sinceri

(puoi pure baciarmi ancora,
se vuoi),

stringerci ed assaporare
l’universo intero.

Ma proprio non lo sentono
quegli altri il dolce vento
che spira solo per la loro pelle?

Noi sulla nostra isola deserta
mai siamo stati tanto a contatto
con la vera umanità.

E stringimi,
ti prego,
fallo ancora,

il nostro è un abbraccio universale,

panteistico il pensiero,
l’unico che mi sfiora,

noi,
due passi sulla sabbia,

la luna,
la nostra ridente padrona
con la freccia nella fodera
da cupido
non scaglia che eros e amore.

Se guardi ancor lo specchio
ci puoi veder diversi
ma siamo sempre i soliti fanciullini,
i poetini che piangono
e al tempo stesso lanciano
giavellotti al cielo.

Non credi sia importante
divagare, saperci fare,

non credi sia più importante
stringere una ragazza
e saperla amare?

Sì ho detto amare,
amare lei sola,
unica al mondo,
la tua meta di sempre
finalmente raggiunta
che con fasti dionisiaci
è stata imbandita
ad un orfico rito sbiadito

ed è lei la pulzella ardita,
la ragazza più sbalorditiva.

Traendo somme

Traendo somme
con gli amplessi complessi
dell’algoritmico tuo fiato
sul selciato
rinchiusi come albori
delle clorofille in bolle di sapone
dal superbo odore di marzapane.

Una funzione lineare
un po’ ondulata è l’ascissa
del sentimento sul tuo corpo,
coordinata alla maniera leonardiana
e stralunata da un’incudine
bislacca leopardiana.

Non so se la risultante
sarà una decisione,
una conclusione importante,

termine caro in giorni d’imperio
ortodosso sulla tua pelle
di colori variopinta
e dalla luce come lancia
nell’ultima remora inflitta,

ad ogni modo il vizio
di punteggiatura è la distrazione,
damasco dell’altopiano
a ridosso sulla stessa
epidermide salata.

Le melodie di ogni mattino
stese al sole
hanno posto assedio
ma con pudore,

il diluvio universale
del nostro sproloquio
ha ottenuto clamore
grazie alla seta del tuo candore.

Ed alla fine mi chiedo
se la storia senza capo e coda
è un disarmante diversivo
per il tuo volto giulivo
già scordato ma al suono
delle sfere accordato.

Aspettandoti sul nostro ramo

Aspettandoti sul nostro ramo,
quello più fiorito, ricordi?

Aspettandoti prima di partire,
per sempre lontano
come il tuo incanto svilito
dalle mie parole,

un canto intenso di cicale.

Sei l’illusione dei miei domani
e al tempo stesso dunque
la speranza qui tra le mie mani,

converge passato e futuro
nel tuo sorriso ora immaginato,
degli anelli fluorescenti
ed altri decorati di alabastro

sono approdo per i miei pensieri,
i braccialetti stesi come guanciali
sui tuoi polsi oramai consumati.

Ah come è lieve
l’aria questa sera!,

come vorrei potessi goderla
qui al mio fianco!

È tutto scritto,
mi dicesti un giorno
e confermasti il libero arbitrio
in paradosso
guardando me come giullare
decorato nell’ultima battaglia
contro la massa.

Forse nel vento a noi amico
ci rincontreremo,

i tuoi percorsi saranno segni
tracciati sulla sabbia
delle mie voglie, le tue,
le nostre,
il nostro cambiamento rinverdito,

le cose cambieranno
ma forse con moderazione,
con la dolcezza
che nei tuoi silenzi scorgo

in fondo al tuo bel cuore
di diamanti.

E come da tarocchi sortirà la sorte,
puoi pure dare un nome
alle mandrie o alle scale musicali,

così da confondere l’inizio con la fine,
il tuo corpo al mio fianco disteso
e le mani intrecciate, sogni destati
dall’albeggiare del tramonto,

ed ora comincia la storia
per davvero,

quando non hai raggiunto
altro confine che non sia
quello tracciato sui tuoi bordi
dall’eccitazione frastornati,

sul ramo penso a te.

Fiorisce, è un attimo,
poi disappare quella tua immagine
da incorniciare,

le spiagge mute
ai nostri passi nudi,

il lambire delle nostre discussioni
è l’acqua cheta della tempesta
senza rumore
che corrode la scogliera.

Ah potessi sentire
con me, qui al mio fianco
questo intenso profumo estivo!

Potessi lasciarti andare
e l’intenzione ricamata
indirizzare all’istinto razionale,
in una sincretia d’affetti
mai provata,

forse perché da troppo tempo
tralasciata,
da millenni ormai dimenticata!

Forse nel tempo a noi nemico
ci scorderemo,

si convincerà anche lui
della fasullità delle nostre
sensazioni lineari,

magari comprenderà
che la descrizione di un ellissoide
vale anche nel suo dominio
e non solo in quello spaziale,
poche parole ardite,

il circolo non è perfetto
perché non esiste sulla terra
un vero triangolo
ed un vero cerchio,

sono approssimazioni ed illusioni
i baci tuoi ed i rapporti umani,

ergiamoci in alto,
ti attendo ancora qui,
sono sul nostro ramo.

Una viola del pensiero
si posa sul mio palmo improvvisa,

ti ho intravista,

non mi hai dimenticato.

Tutto ciò che resta

Mi ponevo quesiti
appostati sul nostro discorso,
isolati noi due un po’ dal mondo,

ora che è finita
non ci sono più domande,
strisciamo nella certezza
del nostro domani come insetti.

Non ce ne erano motivi per scomparire,
forse solo l’abitudine di una storia
che si consumava
e ti avrebbe distrutto,

ah mi ricordo negli amplessi
di noi distesi!

I tuoi capelli che coprivano
il mio volto come tele
di velluto indiano!

Poi arriverà già un altro,
un sostituto
come per gli addetti ai caselli,
meccaniche le attese,
sporgente quel tuo seno
che le mie mani capienti
avvolgevano al tuo ansimare
come preda del tuo desinare,

una storia mai finita,
non tornerai ma sei ancora
nella mia mente vivida e viva,

un sussulto di campane,

quelle che ci risvegliavano
al tramonto,
per Paesi sconosciuti,

Monaco e la Baviera ai nostri comandi
e noi sugli attenti.

Una passeggiata in bicicletta
sul suolo partenopeo,

rovinammo a terra per campagne
e ci avviluppammo
come allodole al far del giorno,

io ero steso su coperte decorate,

tu mi riempivi di ortensie profumate.

Tutto finì
prima che potessimo soffrire,
che un amore unico
potesse ferirci,

l’amore esplose
in tutto il suo fragore
quando con la tua mano
carezzandomi dicesti addio.

Ci sarà qualcuno
ancora che prenderà
i tuoi polsi corrosi?
che ti sedurrà con le parole e i sogni?

traccerà forse come me il futuro
ma non saprà mai dirti
che senza di te la vita
è un vicolo oscuro. Puoi pure piangere ancora
sai! Noi a danzare
di spalle come giullari matti.

Chi altro lo farà e chi lo farebbe?

Parleremo forse un giorno
ancora colmi di illusioni,

le nostre che vincevano
ogni patimento ed ogni paura,
affrontammo il mondo intero

ed ora soli ad allontanarci
mentre la tua mano si distende
e rompe l’intreccio con la mia.

Ti ricorderò per sempre
piccola ragazzina
che usi le tue iniziali
invece del nome.

Ti ricorderò come dolce audace ribelle
che ha lasciato un segno indelebile,
nella mia voce,

la mia incudine su carta
è tutto ciò che resta.

Un raggio di luna

Un raggio di luna
penetra e crea orme
austere sulla parete.

Un raggio di luna,
ombra del tempo passato
al fragore del vento.

La quiete dei giorni velati
si apre al tumulto
di questa sera incantata.

Nelle gelide nottate invernali
sono rinvigorito al sapore
della frescura diurna.

Nell’afa arida di questi giorni
sto assaporando sieste sbiadite
come la foto tua sul mio comodino
riposta,
tralcio di vite
per la vendemmia delle nostre meraviglie.

Un raggio di luna penetra lieve,
un po’ mi accompagna.

Un raggio di luna,
altisonante un cigolio continuo
e incessante,
poi più sotto un pensiero sepolto
accompagnato dalla linea melodica
a tonalità univoca.

Nelle gelide nottate di febbraio
bramavo il tuo corpo
come sedotto dalle tue poesie
da adolescente sperduta.

Nelle afose calure diurne
di questo tempo
ho cercato di dimenticare
il refrigerio dei tuoi baci.

Delle tue parole
resta il sentore
di una storia destinata a non finire.

Tu nella villa comunale

Tu nella villa comunale
stesa sulla panchina
a mettere lo smalto lilla della sera,

comunque il trucco di Gondor
è svelato da un fantomatico
Roll adirato.

Il rumore del sapore
delle tue labbra
è condito di lapislazzuli,

marmi pregiati da Carrara
ti immortalano adagiata.

Il rumore dei colori
non si smuove neanche un po’
dal tuo visino dolce
come il maraschino.

Tu nella pace universale
mi stringi stretto
come fossi estromesso
dalle tue cure,

ma dopotutto quel frastuono
nel tuo diario appunti una nota
o due,

arrangi un arronzato suono.

Il tepore delle labbra
col lucidalabbra addolcite
rende amara la sordina
e non puoi suonare
mentre riposi.

Il caldo (l’afa d’agosto).

Una sigaretta (due stecchini d’incenso).

Il tuo quaderno (macchiato di gesso).

Un paio di fumetti (Dylan che sorride).

Poi del ricordo la cornice.

Il rumore dei sapori
è scosso come albori
di cui vai ghiotta la mattina,
alle sette già in cucina.

Il rumore dell’incudine
batte forte sulle campane
ed è un risveglio occipitale,
lo dico per mischiar
le tue carte migliori.

L’esilio di Partenope

Partenope guarda il suo stesso paesaggio
dal mare,

le orde sannite
invadono il magico borgo
vecchio dall’incuria non protetto.

Lei ha cucito
con le sue lievi mani
bottoni sulla veste
che ricopre il corpo
di sirena incantatrice,
ma si è innamorata
del suo sguardo sbarazzino
come una bambina,

tuttavia le orme delle orde
sul suolo interno
si appropriano del suo fascino
senza remore né paure.

O mia principessa della poesia,
i cantori anche dopo la tua morte
li hai saputi incantare.

Certo, sicuro, è vero,
la nostra cultura
è oggi schiaffeggiata
dalle mani di stranieri egoismi
ma, ne sono sicuro,
qualcosa cambierà

in questa città che è simbolo
di una nazione
e della bellezza del mondo

città nuova.

È questa la ragione
per cui non ti voglio abbandonare
e resto mite
ma qui con te a lottare
senza tregua.

E siete ancora seduti
rannicchiati per maledizione
tu e il tuo amante a Castel dell’Ovo
in dolce e atroce esilio,

in attesa che le cose cambieranno.

E siete ancora chiusi
come in gabbia a scambiarvi
baci salati e leziosi,

baci timorosi.

Ricordo le leggende
che circolavano sul tuo conto,

che cara ragazza
dal trucco vistoso e dark
in mezzo al mare coi pescatori!

D’un tratto raccontasti
tutti i tuoi misteri
alle straniere sannite
prigioniere
che del tuo sapere
fecero arma contro il mascolino
strapotere;

rinunciasti a tutto
una notte
per avere lui dal bel volto.

Ma il segreto più grande,
non lo svelasti,
lasciasti in tuo potere
le vibrazioni dell’amore
che il mondo possono cambiare.

O mia principessa della follia,
gli artisti di strada in Piazza
del Gesù Nuovo suonano
ancora i tuoi motivetti
e tracciano i tuoi disegni.

Certo, è vero, ne sono cosciente,
ne sono sicuro,
la libertà vera non l’abbiamo
mai ottenuta
ma abbiamo saputo serbare
nei nostri cuori
le culture del mondo intero

e sappiamo ancora innamorarci davvero,
nel guardare una ragazza negli occhi
essere sinceri.

È questa la ragione
per cui sono anch’io
innamorato dei tuoi sussulti
e dei tuoi frastuoni tumultuosi,
di questo popolo dal cuore immenso.

E siete ancora lì,
a guardarci tutti stupiti
della nostra incuria
e della nostra noncuranza.

E siete ancora lì,
abbracciati a vedere
come noi ladroni
siamo cechi
dinanzi ai nostri tesori.

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