Divino effluvio femmineo tra i capelli scossi dal tuo smalto lilla

LGH162587 Berenice, Queen of Egypt (oil on canvas) by Sandys, Anthony Frederick Augustus (1829-1904) oil on canvas 70.5x35.5 © Leighton House Museum and Art Gallery, London, UK English, out of copyright
LGH162587 Berenice, Queen of Egypt (oil on canvas) by Sandys, Anthony Frederick Augustus (1829-1904)
oil on canvas
70.5×35.5
© Leighton House Museum and Art Gallery, London, UK
English, out of copyright

Anthony Frederick; Berenice, Regina d’Egitto

Odor di Morfeo

Il talismano in su,
seta trasmutata in carne viva,
hai, sai, un’attraente colorito
corpuscolo mio,
e tu credi che crescerà il mio sentimento,
una passione mai così sicura,
un controllo segreto,
tenero e dolce della mia mente
(vai!),
ti osservo, oh superba azione!
Luce fantastica e tempo infinito
e assente, e sormontata
attenta schiuma inerme e stupita,
all’essenza semplicità distillata e raccolta,
spaventata esperienzuola dark,
esperimento ed io concentrato e intenso
(credi assurdo!)
paghi la tua eleganza
da cigno spoglio e imbellettato,
ora con te sempre conosco
impasse e senso
(puro!),
dimmi già cosa c’è
fronte spaziosa
(gli dei!),
io attendo te
quando esplodi semplicità,
l’esperienza oscura
che ti dicevo è controllo totale
dell’azione
(credimi!),
paghi eleganza attrice,
e che ricordo spande tra le viuzze
(sono qui!),
che vuoi? me? Assapora allora te,
libricino aperto,
che percezione esponenziale di sé,
e vai, vai in dune del pensiero.
Ahi! Ahi! Ahi!
Ahi silente amica! Stai in pace
(e sì, direi)
in mezzo a questo campo di fieno
raggrinzito
(ahi! Ahi! Ahi!),
possiedo te
(circolo ondulatorio)
—–
(silente amica ahi!)
pungimi concisa,
o sì, estasi!
(ahi!).
——
(silente amica!).
Son qui cigolante
e l’inverno spinge possente
tre note, odor di Morfeo,
(ahi! Ahi! Ahi!).
Non senti la bellezza,
puoi vederla e toccarla
(ahi!),
e rimastica maneggiando con cura
ciò che vuoi,
(ahi!)
nell’oblio non ti scordo,
(silente amica, silente amica,
silente amica ciao!).

Spegni la luce e cominciamo

Ma che astuta teoria vacillante
o mia capretta,
per caso collideremo,
poni sempre gli stessi assunti
e sbiadisci in un angolo
come figlia del nulla,
comunque per simpatia
la mia immagine la chiudi nel cassetto,
non si sa,
potrebbe sempre servire. Meglio, fiorire.
E ti escludi suonando
sonanti risate
o mia fulgida sirena,
che conclusione,
guarda salti i passaggi,
siamo solo all’inizio.
Potrebbe essere che mi innamorassi
o forse tu, ma in ultima istanza,
meglio divagare con le implosioni.
E poi la scusa,
hai l’entusiasmo scritto nel destino.
Va bè, d’accordo,
ma che c’entra,
che fai ti spogli,
aspetta l’alba,
ok, ok,
fallo adesso
ma smetti di cantare.
Ti inizia a piacere il discorso!
Scopri il dorso,
ti intreccio il collo dibattente
e polemico, un tantino noioso.
Ho pensato ancora a te,
lo so non è il momento,
ma fa niente. Sei rossa in viso,
dirama l’imbarazzo
e raccoglilo in barattolini di marmellata.
Poi il vero scapigliato
e da te allontanato,
raccontato in due parole
direi proprio disincantato.
Una domanda ancora?
Vai.
Comunque per sincretia nostalgica,
disperdiamo il nostro ardore
concentrato e dialettico.
Forse la soluzione te la sei data,
l’emblema della passione passata,
ci scivolano addosso i decenni,
mastichiamo i fermenti
con ogni dissuasione.
E direi che ora ci va bene
la conclusione,
pari al dito proteso
oppure tra le gengive teso.
Ed è tutto già scritto
nella declinazione della costellazione.
Allora vai,
leccami il cuore e risucchia il sangue,
sono qui ondeggiante,
dai il colpo di grazia,
incline al pudore.
Ogni cosa è già vissuta,
spegni la luce e cominciamo.

Apparenza sublime

Trapunta di stelle
mi appari chiara conoscenza,
l’incubo dissolve e salva
come caduca estate brilla nel cuore,
è iato felice e dissonante
quando trascendi ed ogni senso
è incantato ed impegnato
nella tua contemplazione,
per me dov’è l’aggiunta
e la vita e te, desiderio
che ti chiedi e mi chiedi
la pura intrusione,
la svogliata e spoglia
funzione molteplice,
(ascolta, un sussurro!).
Oh spiegami che sorta d’amore c’è!
Appare in sogno la stella nostra,
e io so che è già domani
ed oggi ripeto intatto
ogni pensiero
come ultima schiera,
ultima chimera,
(ripeti tu, seguimi, ripeti):
un dondolio col naso all’insù,
demandi ogni dove e scegli te,
pezzettino dolce,
(ripeti con me):
ascolti il silenzio percettivo,
che costrutto, apparenza sublime.
Ogni ricordo che ho e che hai,
lo sai,
ogni intensione illusa
che plasmi dal sussulto ormai,
ogni melodioso canto
che tiranneggi e scandendo fai
è di ogni remoto karmico galleggio
con mani gorgoniche spalancate,
continua, vai.
Oh mio dio!
l’emissario non sa più che dirai.
Ogni piacere che bruciacchiando
zucchero dai
è un echetto ridondante
e girovago ma attenuato,
svilito e deluso.

Per viette abbandonate

Per viette abbandonate
senti l’ombra del silenzio,
le mandrie di stole lucide
e pure nel metrò.
Posto in cima ad un traliccio
l’inverno lo vedo,
c’è un rimando vistoso a te,
ciocchetta sbadata.
E senza rimpianti né ricordi
sei qui sottopelle,
intensa realtà. Sei l’occhiata
di sbieco di quella ragazza
beffante con un sorriso ammiccante.
Sui binari si spande un’ essenza
oscura e vistosa a fini entusiastici
per contattare ectoplasmatiche
sincerità cosmiche.
Dal lampione intermittente
improvviso il buio e sei di nuovo qui,
piccola zarina alabastrina.
Ed allora per poco non inciampo,
estasiato stilita da barbetta rasata
e aromatizzata, intarsiata di perle
speculari al tuo manto abbellito
da pozioncina ebraica rinchiusa
in vasetti di ebano etilico.
Pungono le ematiche tracce
disperse sulla tazzina da tè.
Banalità imbarbarita e balbettante,
banalità indecente e veemente.
(Parti o mia vocettina nell’alba e trovi me).
Per viette solitarie
l’ombra implode
e si richiude nel tuo palmo di mano.

Scherzetto

Quando il chiarore
dipinto discese sul mio polso
sentii in me il tepore del vento
mischiato all’incenso.
Ma che piacere intenso
il vederti svestita tra le ariette,
le foglie e i giornali.
Sublime il tramonto
stendiamoci sul pavimento stellato
e in un istante componiamo indecenze,
la nostra vita risponde.
Ma che dolcezza il tuo volto,
che sapore il tuo labbro,
carino il ciuffetto,
il tuo fare perverso.
Sbrinavi clessidra inversa
sulle onde del mare,
la tua sapienza lanciava
segnali di passione e d’amore.
Ma cosa dici?
Stupenda sei e resterai
se dai tuoi occhi
il fervore mai spento conserverai.
La falce della luna
lentamente il silenzio trinciava
e loquace la tua lingua
il sale assaporava.
Ma che furbetta!
Con gli occhi dischiusi,
e che giretto tornante
il tuo passo danzante.
Quando improvviso
il tuo ardore divenne azione,
in palpito fremente
tirasti la somma del mio cuore.
Ma come sei bellina
con gli occhietti chiusi!
sogni il futuro, il destino,
il vino e l’infinito,
poi scocca un basio.

Bocciolo nel tepore mattutino

Sorridi disincantata,
quell’espressione svanita,
esplosione di colori
nell’alterigia seducente,
una parola vorrei dirti
ma non so andare oltre,
graffia il fermento
il tuo sguardo sicuro
e sei nei miei sogni,
nei pensieri, nei gomitoli
teneri di speranze perdute,
infrante e disperate,
hai già deciso ormai,
io cosa sono ora,
l’ultimo frammento
del tuo disprezzo,
il punto che non tiene
del tuo discorso,
sono il vapore del tuo treno
in partenza,
io me lo sento,
forse non ce la farò,
non riuscirò a dimenticare
le tue mani docili,
magari l’occhio tuo cadrà
sull’ultimo rigo e dal vile silenzio
un rapido ricordo volerà
fino al mio volto.
Splendida luce delle mie notti,
colore dei miei giorni,
furore delle mie rivolte,
splendida non puoi dimenticare.
Inchiostro di pagine oscure,
rossetto impresso sulle labbra,
brina mattutina,
non puoi dimenticare.
Guardi dal finestrino,
il vento ribelle scuote i tuoi capelli,
l’orologio tiranno,
l’ansia del domani,
io più ti guardo più stringo il dolore,
più mi rinchiudo,
bocciolo nel tepore mattutino.

Nel bosco incantato d’inverno

Quando il colore di mille parole
discese sul viso
tu muta piangevi e guardavi,
la traduzione ostile pungeva
il sapore della notte disarmante.
Ero distratto,
tu pronta all’assedio,
gradisci del tè? ho i biscotti,
gli ultimi gemiti con occhi
sbarrati e sognanti,
teneri come le storie
che ardita racconti,
che piena di vita lasci appese,
scordando di essere unica e grande.
Quando dal bosco incantato
d’inverno mandavi segnali
col fuoco e col vento sincera
dipingevi le tue intenzioni su tela
e fu subito primavera.
Eri un fumetto intarsiato
di gelso emanavi un sospiro
tracciando di netto un sorriso
che estasiava i confini di ogni nazione
svogliata, di ogni popolo che pendeva
fremente dalle tue labbra,
e tu non dimenticavi
di essere ciò che da tempo il mondo
aspettava, ciò che da tempo ognuno di noi
nel suo cuore celava.

Estrella danzante

Vola con lo sguardo al di là,
più lontano che puoi,
vedrai allora che una folle ragione c’è,
per sciuparsi allo specchio distratto.
Ed i tuoi sogni irrompono,
si infuocano le tue parole,
chiedi di assediare le stagioni
avverse e monti i tuoi stessi versi,
vai in avanguardia.
Sfoderi il denso tuo portamento
glorioso, pronunci l’indicibile
e giochi buffa e altera con le tue formulette,
vai.
Trotta,
lentamente ondeggia e trotta,
colma d’oro bianco
l’armatura della tua apparenza
ed armi non ho, dici,
che non siano rivolte d’amore,
in congiunzione decorosa ai tuoi gesti
è la natura sovrana alleata
di tale superba altezza
che non soccombe al silenzio
ma accresce la potenza con la sua incoscienza
e con la sua incoerenza turbante,
la natura è strisciante,
e con un bacio stordisci
e stendi fendenti possenti,
più dolori non hai,
più timori non ho.
Magica tempesta vistosa
dal tuo indice proteso,
leccornia dei miei occhi
i tuoi assordanti frastuoni dolciastri,
sinergiche forze,
e l’elmetto di Atena ce l’ho, dici,
e riparte l’attacco non c’è pietà,
l’indecenza nascosta dal nasino
sbatacchiato e il nemico non regge,
il meschino colore atroce
è svilito e annichilito dal tuo reverse,
dalle tue note invertite,
inverse e perverse,
e gli anfibi ce li ho, dici,
e stupita sorridi,
nessuno resiste al tuo amor.
Lampo etereo dinnanzi a me,
accomodi il destriero e ti avvicini,
sussurri tre parole
ed a mille va il cuore,
tra le mie rose colte,
le tue donate,
le nostre impresse
e le altre intatte,
l’aurora dei piaceri
e foglioline masticate,
una leziosa melodia.
Estasi diffusa,
sapori d’estate non dimenticati.
E fischiettando te ne vai,
tra i cocktail e gli spray alla parete,
e seduto al tavolino
noto il volto fuggito agli sguardi
e ai rumori,
riparte la musica a dismisura,
calibrato l’addio,
temperato il tuo desio.
Vai, piccola guerriera,
la tua fuga è una vittoria altera,
vai dolce mia principessa,
è colma d’entusiasmo la nostra resa,
vai regina d’assenzio,
mentre mi dilungo ti dissolvi
e sorridi, furbetta strizzi l’occhio
e sorridi,
vai signora del vento
il tuo ardore vivace
è il nostro encomio
e la tua eterna pace,
vai streghetta misteriosa,
la tua storia vibra intorno
come ultimo rigo
del mio canto intonato
ai bordi del mare agitato,
vai ragazza
che del mondo
sei l’unica cosa degna d’esser vissuta,
con un cenno voluttuario
getti l’ultimo bacio.

Ancora sorge il sole dai rami

Vento di sapori
perduti nell’aria.
Ricordi di giornate volate
in cima a un pioppo silvano.
Segnali di disturbo.
Poi un’ondetta di fumo.
Ancora sorge il sole tra i rami,
le passioni sono eterne,
eterna la tua fronte,
una delusione,
il tempo atroce,
un invito posto già dai fauni ammoniti,
magari fai la “V” con le dita
e poi digrigni i denti,
così scuoti la testa
e getti stralci di pensieri,
mi viene in mente il sorriso,
quel tuo asso occultato,
lo giochi quando vuoi
o magari ancora lo celi
alle spalle della gente,
lo lanci e torna indietro,
la frutta assaporata con dispetto,
ti scappa un accenno doremico
e dissolvi la noia sartriana
in questione bardata con maestria
dalle tue soffici mani
e indirizzata a chicchessia
(e già lo sai).
E resto alle pendici del silenzio,
dell’eterno turbamento
e dopo mi svesto, mi pento
dell’inclinazione e della delusione
(e già lo sai).
E scandisce la termica potenza,
trasuda la tua essenza trasmutata
e trasfigura il corpo
(oppure dormi?).
Le voglie ora più forti
gemono nel mio petto,
è tutta una rivolta
tutto un fracassante fermento,
le soglie del domani
sono già arricciate e dorate,
le mie umili intenzioni,
le tue etiliche serate,
roteante la saetta,
non hai età serene né godimenti
pei tuoi occhi, dolenti gli zigomi perversi
e caruccia l’ispirazione, i cirri fenici
restii all’assedio.
La tua parola mista all’ardore
è il portento reso manifesto,
la tua disinvoltura ribelle
è tepore sulla mia pelle.
Forse non è cominciato
tutto ora,
nasci ai primordi, la pace primordiale,
la musica ancestrale delle sfere,
la rivolta senz’armi di passate ere.
Forse da questi tumulti
figli del piacere mistico
e sovrano della passione sovrumana
senti il calore delle mie braccia
e protendi i tuoi progetti
a candide promesse perverse.
La frescura mattutina
mi ha liberato i polsi,
refrigerio della mente,
percepisco l’assoluto estasiato,
rigenerato,
rinasco per sempre
dalle spoglie del passato,
dalla cenere del potere maciullato.
Questa tua agitazione delle mani
rampicanti su pareti
mi ha ridato la forza
di distruggere con garbo
l’ipocrisia ferita dal nostro entusiasmo.

Ninfa alla sorgente

Si agitava come Ninfa alla sorgente,
che frescura dalle sue mani,
e leggiadra cantava:
“ove Amor co’ begli occhi
il cor m’aperse:
date udienza insieme a le dolenti
mie parole estreme”,
poi atroce si spogliava.
I
petali nuovi della primavera
gli dipingevano il corpo,
sapevan di pesco le soffici membra,
entusiasti i suoi denti sfidavan le stelle,
biancheggiavan le fronde,
era l’apparenza manifesta
della sublime essenza,
muta declinava.
Sorta austera la giovinezza
dai capelli vorticosi,
se fosse provenzale
magari direi senza esitare:
“lei tutta nuda si bagnava”,
disse di sì.
E quest’umile principessa austera
stasera ha fatto tardi,
alla fermata del metrò
si è messa ad ammirare ed ammaestrare
le sue docili belve, come gode
nel mutare le strofe,
nel sovvertire i suoi sussurri
rendendoli puri e oscuri
portando il tempo, la metro invertita,
intanto distilla i fiori.
Vita dalle braccia scagliata,
orma dell’eterno,
dai tuoi occhi un solo cenno,
io ti ascolto, come dici?
gradisci un caffè?

La sigaretta accesa

La sigaretta accesa,
il mondo gelato
tra le mie convinzioni
intente ad eludere paradigmi,
domani magari
pioverà in biblioteca,
addormentarsi sui tomi
delle tue illusioni e poi strappar
le mie delusioni e dirti d’un fiato…
Vai convinta, mia speranza,
vai taglia i ponti,
vai getta fondamenta del pensiero!
Cambiare moda e costume
con un cenno di mano,
anticipare, plasmare e dirigere
la società e gli interessi,
sentirsi dio in un istante,
poi trovare il limite nella noncuranza.
Cazzeggiare e fare domande
nel volterriano palazzo dorato
che non ne ha bisogno,
aver da ridire,
sprigionar l’assoluto
sentendosi dire: embè?!
Capir che l’infinito
per loro son due spiccioli,
un palmare,
e una macchina lucidata,
ed allora stanco e svilito
ti dico d’un fiato…
Vai mia speranza e mio amore,
vai mio unico futuro
che tu ce la fai,
vai annienta e crea
i nostri castelli voluttuari
e fermi,
vai ora parla tu,
vai.
Dare importanza al silenzio
in mezzo ad un fracasso
cui non si fa più neanche caso,
contar i giorni aspettando
la morte o i sogni.
Vai tu, vai tu,
continua ad inventar storie,
vai unica verità, vai.

Gioco di specchi

Lo stereo sembra muto,
la vibrazione è un istante
che risplende tutto intorno
e percepisco l’infinito in me,
il cielo stellato, mi accorgo,
altro non è che la morale
che ho dentro,
non credo di ardire
se il petalo brillante di brina
più prezioso è un dono
che cedo a te.
D’un tratto si impone il mio riflesso,
mi chiedo “io chi sono?”
e l’unica risposta che trovo
è nulla senza il sostegno di chi
indefinita e trasparente
è solo un’immagine contemplativa,
dolce, carina e femminile
nella mia mente.
Noi due distesi a terra,
ricordo che tremava il cielo
e la terra, tu sollevata ed io inclinato,
dove sono finiti i tuoi capelli?
L’alba, ancora lei,
ed io che muto la guardo
e assaporo le illusioni leziose,
non credo sia tra sogno
e realtà se collidono e si intersecano,
se dialettici si annichiliscono
e plasmano ancora te.
E magari che pretendevo?
È giusto che così resti,
è giusto così.
Ma non mi arrendo,
no.

Nuova Babilonia

Traccia i tuoi sogni
su rotoli infuocati,
e dissacrante dì di sì,
ogni bene si eleva
e scende in te,
il tuo corpo riflette
l’anima in forma di spirito
e dai tuoi occhi il fremito
già sa d’eterno,
il sole invincibile,
la luna imbattibile e seduttiva,
si imbandisce l’altare della pace,
arde la piazza della nuova Babilonia.
Ascolta la oscura
e limpida melodia,
dalle tue mani già si intarsia
il cielo, i sette candelabri
e i tre stendardi in rivolta,
con l’erotismo soggioghiamo
invidia ed ogni forma di violenza,
annientamento o morte,
poi la terra oscilla
insieme alla tua testa,
senti che il mondo è tutto qui
nel tuo palmo
e sprigioni l’atroce fascio cromatico,
lo sai nulla ti può fermare,
volano assieme buio e luce
figlie l’uno dell’altro mutamento.
E tre parole striscianti
graffiano i vetri.
Sogni misti alla musica
e le solfuree sensazioni,
viaggia la mente,
sfiora nuovissime terre, mari
e si libra nell’aria appena nata.

Berecyntia

Nube d’assenzio
discende lieta
sulle tue forme perfette,
un nuovo giorno avanza
e si dipinge lo spettro della vita
tra storie colme di verità,
anzi la venuta di mille colori
esplosi tra i rami spogli
un desiderio rompe ogni attesa
e si impreziosisce la tua fragilità,
un simpatico refolo
ti schiarisce la voce
e la realtà bianca e pura
è il tuo potere,
il solito crescendo tra le foglie
è l’apparenza dei tuoi capelli
di rame, dei tuoi sogni innocenti
e dei tuoi cenni perversi
di generalessa alla mensa
del sapere con l’elmo e il candore
di parole ferme e frementi
mentre scorre il tempo
e resti la ragazza di sempre,
la dominatrice di ogni sussulto
e di ogni canto.
In cima al monte bendata
sei il refrigerio dei miei pensieri,
la fonte dei miei desideri,
passano i mutamenti,
ritornano all’origine anche quelli,
ai ricordi dai forma e vita,
unito al cielo il tuo fiato gelato,
congiunzione dello spirito
tra labbro e fronte,
segnali occulti tra i righi,
spazi che colmano le indecisioni,
chiavi svogliate e da te sincronizzate,
mantieni il tono di voce
e impassibile ti addentri
tra i tuoi trastulli artistici,
creature immortali
alla tua sinistra,
stendardi e simboli
a destra,
mille diademi e l’assoluto
poggiati sul capo,
sospeso il giglio
e l’acacia tra i denti,
il leggio lì innanzi
emana leccornie d’incenso,
è tutto pronto,
inizia il folle e ardito sbarco.
L’attimo di silenzio
è riprodotto dal verbo muto,
l’aura alle tue spalle si infiamma,
si inerpica il violaceo riflesso,
tutto è stato detto,
togli il velo del giulivo
e del tragico incanto
e si arresta il flusso,
si intorpidiscono i sensi,
voci lontane sono un unico coro
e la linea delle cinque sostanze
un’unica barriera di forza,
l’uno invisibile diviene percepibile.

Pensieri silvani

Ad ogni modo
sto già disegnando i tuoi capelli
e smacchiando il volto
e il segno emerge del tuo pallore,
gelido il fiato inebria gli occhi
e i sensi invadono
le parole intracciabili,
vibra e si espande la tua effige
lungo radure di passioni mai sopite,
si unisce il tuo corpo
a ululati ancestrali e a suoni
pitagorici ma dionisiacamente intrepidi
e gementi mentre io col flauto traverso
mi assopisco tra la macchia
e la brulla gentilizia e cortese.
Il rimmel viola è l’ultimo baluardo
dello sfinito sentimento
notturno rovinato sul guanciale,
il lucidalabbra incantato
ed elettrico inonda la sponda
della mia ultima e definitiva verità,
poi oscilli tra i pendenti
che coniugano assurdi predicati
sanscriti e triplici risvolti annebbiati,
il fumo impone delusioni di catrame
tra i più astuti invernali scuotimenti
mentre io riposo derubato
dal me stesso più autentico
dimenticato e ridotto
ad ultimo brandello del silenzio,
a vuoto oggettino incendiato
e incenerito.
L’erba lì intorno delimita,
la mia essenza è in rivolta,
la mia voce sibila,
sorridendo mi eclisso,
a testa alta mi smarrisco,
intesso i resti del futuro
mentre tu guardi la mia agonia
intimidita ma altera.
Ad ogni modo
sto già dimenticando il mio sogno
e sono pronto a subire ancora
il giorno.

Spalanca la porta del tempo

Luce,
questa luce promana,
giusto un giorno di pura dualità,
cavalco rampicante in cima,
le ali dischiuse e gli occhi intensi,
sparge ardore alle mie spalle
mentre in fiamme implora
la città nuova,
o mia piccola sorgi fenice,
così hai già pronte le tue risposte,
o non lo so.
Torni lì, amor mio,
colmami, costruisci,
torna in me magica quiete
possente, colmami ancora,
confondimi, affonda i costumi e gli usi.
Scippa pure i tormenti,
inventa nuovi smeraldi
di concetti distribuiti
da alberi rovesciati,
radici in cielo,
frutti alla mia bocca sospesi,
mani protese,
nuovi animi rivoluzionari
tra un amplesso ed un altro,
e non c’è nulla di nuovo,
niente di che,
qui ed ora
la tua immagine magica.
Tendimi verso il cielo,
dimenticami nel nuovissimo ricordo,
controllami, costami un arditissimo
atomo siglato ed autenticato,
chiamami con echetti boschivi,
illuminami, costituisci l’ultimo intento evaso,
coprimi,
erbette velenose.
Vai dondola,
freme l’altalena,
vai canta,
si oscura la limpida sera,
vai soffia,
c’è aria di primavera,
di morte e di sublime
e tenera corinzia
e vandalica effige,
spalanca la porta del tempo.

Placida riposi su un tappeto di ortensie e di brina

Dolce serenità
risplende lieta
dai tuoi occhi
mentre il vialetto
si intreccia al tuo stupore,
al tuo muto gesto,
corpo d’incanto,
forme di pianto e riso,
intracciabile il respiro.
Arde il palazzo degli innamorati,
un canto s’innalza,
o mia luce,
mio empireo sospiro,
le notti ai piedi del tuo desio,
o mia ombra ansimante
prolunga i cenni,
immergimi ed esitante
porgimi il tuo saluto
come rimpianto sciupato
del giorno ormai passato.
Sorge dalle tue braccia
il sentimento e la passione
della mia età,
mi porgono le tue capienti
mani il manto ardito della verità.
Poi racconti le tue trame,
dici astrusi tuoi sofismi,
i tuoi siderei intenti stesi
e sfiniti innalzati dalle mie parole
e dai tuoi pensieri,
mi possiedi ed entri in me,
già sogno e quindi percepisco
l’aroma della maestà inviolata,
il sapore della bellezza somma
appena nata.
Il color vivace
dell’impronta umana
ascende e l’accoglie il ciel
quella tua encomiabile presenza,
il coro di mille serafini,
un paio d’ali trasformano
la tua perversione
in unica innocente realtà eterna
e lodo il coraggio invincibile
del tuo stupore irresistibile,
bramo te dal basso
e aspetto in meditazione
tutta la potenza
del tuo imponente terzo occhio
incontrastato e innalzato
a gloria d’altare.
E dallo scranno
anche l’intelligenza divina
ti cede il passo di candidezza vestita,
di gioia la tua maestranza infinita.
Sì, luce soffusa di ogni cattedrale,
simpatica vestale,
il fuoco si riaccenderà nel tuo tempio
e insaziabile sarà la folla in fermento.
Aprirà il nostro sogno
il clamore della più fervida rivoluzione,
della più intrepida immaginazione
resa atto dall’infinita oppressione
della gemente volontà martoriata
dall’inaudita arroganza plutocratica
e destinata ad un’infima resa.
Poi l’epifania dell’assoluto
sarà un intenso naufragio
tra flutti di speranze indomite,
poi tra noi le eloquenti assenze
segno del tempo nostro suddito tiranno,
preda dell’ultimo affanno.
Dischiuso il libro,
fugace lo sguardo,
disperso il senso,
amo il tuo mistero,
siedi sulle scale del pensiero,
cori cobalto intarsiano i frammenti,
dall’assoluto fisso e immutabile
nella nostra mente
componiamo il relativo,
specchio l’uno dell’altro infinito,
emblema dell’indefinito
a vivissime lettere composto
e deposta la morale.
Placida riposi ora stesa
su un tappeto di ortensie e di brina.

Ragazza d’Europa dimenticata

Dal silenzio
un ricordo invade il mio corpo,
guscio socchiuso per intuite
realtà celate,
la fiamma da gloria è accresciuta
e i segreti dello spirito son manifesti.
Per spiagge di sera
inumidisci i tuoi occhi dissacranti,
il trionfo dell’uno nei movimenti tuoi.
Oh maraviglia
vederti sgargiante
che premi l’indice
sulla mia fronte
e mi sfiori le labbra!
In questa follia d’amor
non c’è altro che te,
ragazza d’ Europa dimenticata.
Al fragor delle onde
scuoti con il tuo assurdo vagar,
accendi le stelle
e assapori distratta
le conchiglie al collo
come fossero caramelle.
Oh bellezza il tuo piede fermo
ed in avanti proteso!
Oh goduria
il sorriso sbarazzino
e il volto da cherubino!
Sembra già che per migliori acque
alzi le vela la navicella del mio destino.

Uniti all’imbrunire

Uniti all’imbrunire
tra i nostri entusiasmi
e le illusioni
non ce n’è più ormai di spazio
per sbandierare le passioni, sai.
Il vento soffia già,
parole non ne ho
e tu non ne dai,
nell’indicibile germoglia il tuo sospiro.
Potresti aderire a un nuovo fermento
ma sfinita deponi la banderuola
del nulla, ti spingi ancora
oltre ogni confine,
mi stringi e dici
non ci sarà mai fine
ma comunque il verdetto
è stato estratto,
cara mia amica
inauditamente bella stasera,
siamo smarriti tra i nostri discorsi
ignorati e d’altronde potremmo
qualcosa di seppur lieve modificare,
non tutto andrà perduto allora?
Ridiamoci su!
Posi un tempo assunti
tra i tuoi silvani capelli,
a volte corvini a volte cinabri,
il braccialetto con grazia lo sfiorai,
alberi maestosi tra le vivide speranze
sottomesse rinacquero,
noi eterni,
noi soli al mondo,
noi padroni della natura.
Uniti i nostri destini,
non c’è violenza alcuna
che divida ciò che l’imprudenza
ha in onor sublimato,
poi non c’è possibilità
di arrenderci
anche se trafitti, dal buio
e dall’ombra beffiamo
e risorgiamo.
Il vento non dimentica,
le dolci bestiole col musino
accarezzano le nostre gambe,
l’indice in numerazione assurgerà
a limite unico di verità
e il per sempre sarà
la nostra più profonda realtà.

Processo alla Lamia

“Calpesta il crocefisso,
sicuro non ne morrai,
non siamo nati per soffrire
ma per ridere e danzar.
Parto per altri sentieri,
mi aspettano nuove età,
l’ombra coi suoi misteri
è l’unica salvezza.
Nel godimento sfrenato
non si arresta il riposo,
tra riti egizi di sabato
sboccia il vero amore”.
La ragazza tradotta
con forza dinanzi la corte
restò a testa alta
e con un sorriso di sfida
spalancò gli occhi,
le altre sorelle distanti
legate a ruote appuntite
invertivano il loro umile sentire
e come premio
folli confessioni
poi autenticate.
“Eva airam
aitarg anelp sunimod
mucet atcideneb ut ni
subireilum te sutcideneb
sutcurf sirtnev iut
susei atcnas airam
retam ied aro
orp sibon subirotaccep
cnun te ni aroh
sitrom eartson nema”.
Dimentichi del verbo
lessero l’astuta sentenza,
Bartolo da Sassoferrato
il parere contro le donne
mai lo diede,
siete adusi a falsificare
come con l’atto di Costantino,
mi sembra sia chiaro che per voi
se non sottomesse siano pericolose.
“Si quid in me non manserit
mittetur foras,
sicut palmes et arescet
et colligent eum,
et in ignem mittent
et ardet”.

Danza mattutina

Si aprono le porte,
entri il destino,
mistero del tuo viso,
il tuo cavallo bianco e alato
è l’intimo mio fiato,
perso il sostegno,
rinato il sentimento.
Agghindata da corone
e fasci di luce,
tre fiori alle giunture,
senti il mio tormento forbire
un languido lamento,
capovolta la carta,
lanciata l’unghia alla ribalta,
lo smalto dirompente in furore
sorprendente.
La positura assunta
è uno stralcio di vendetta,
ai piedi la succosa uva,
inebriami il palato col passo pervertito,
la curva della vita a circoli tornanti,
due limpidi diamanti
ritornano in germoglio
tra i preti nascosti del tuo cuore,
è un attimo e l’ altrove
è un assioma indiscutibile,
la mano stesa intera
su labbra sognanti,
spallate diroccate
tra i viaggi
e le mattine divine sciupate.
L’ospite inquietante
ti cede il passo,
nel nichilismo
il tratto di matita,
non c’è più arte
che stia al passo col costume,
dov’è finito il canto?
dov’è la partitura?
dov’è la tela dell’incubo
che svela aforismi notturni?
le percussioni e i sussulti violati
da baci miscelati di gemme
in sé trafitte,
così stroncati e assaporati
da inutili ingordi palati,
melodie in sordina
tra l’ultima goccia di brina,
tremula la foglia,
si inonda e poi si spoglia
della primula l’ultima onda.
Sulle scale riallacci le ali,
sei pronta a planare
su vermigli praterie,
una baraonda nel ricordo
del passato,
scuoti il maraschino,
secerni un invettiva
imboscata e disillusa,
l’ascoltatore muto,
sul ripiano l’ultima missiva,
nel petto l’intima riscossa,
bianca acacia colta.

Sweet trip
E quando finiscono le parole
resta il tuo corpo steso
tra i rifiuti il senso
e il tutto in te,
tre gocce rosse.
Frammenti delle idee
inutili e umiliate,
ignorate, l’oscuro velato
sugli occhi, spine
le rose pungenti,
cosa vuol dire un addio,
un luccichio di vetro,
non c’è più realtà,
e le tue calze in vista
tra i rami e il vento tiranno,
tra i sogni oramai deposti.
Questa vita più non ha fluorescenze
e quindi speranze, muta e stupida
ti invita ad un’ eclissi dei ricordi.
Pullula nel sangue la sostanza,
contrasti nella stanza della mente,
il tuo ultimo gemito e poi
un desiderio remoto,
l’amore che brami distante da te.
Basta,
dici tradita dal Fato,
costruire l’intenzione sciupata,
così finisce tutto?
Fosse mai cominciato qualcosa,
a iosa sul cucchiaio il limone,
prendiamo, ti va? Un tè assieme?
Magari sì,
non dir così,
il tempo scorre,
i secondi smeraldi rallentano,
la pioggia ti bagna le gote perverse,
ed è già notte,
un urlo instabile
e l’angoscia dell’oggi,
del nuovo sé,
incostante il sillabare,
disforia e sinestesia,
euforica paura.
Avanzi lenta nel campo,
incubi incisi incunaboli desti,
immobile il verso diretto
alla meta schiarita,
rauca, romita.
Qual è il prezzo della felicità?
Gli echi sull’ultima corda
son elettromagnetici richiami,
ci vai.

Tu visino buffo

Hai trovato nuove possibilità
tra le carte sciupate dal tempo
e comincia una nuova età.
Volevi dare spazio
a chi non ne ha bisogno,
volevi andare oltre la realtà.
Tu visino buffo cambi già,
da ieri si trasformerà,
si scaglierà, il mattino
sorgerà incauto per te.
Sul muro impressa
una stella,
ti pare possa immaginare altro?
il tuo nasino all’insù,
ah come non far virtù
del tuo intelletto supremo!
Ti vorrei sospirare
come fai tu all’istante
coll’effluvio del senso,
piene le otri delle intenzioni
nel campo delle passioni
e le ali delle illusioni
sono già su di te.
C’è un fruscio di parole
che viene verso me
ed è brivido in versi il tuo volger
lo sguardo fuggevole qui,
sei già intatta nell’anima mia.
Ti vorrei ritagliare
e imprimere su filigrana,
dalla neve sulla fronte
preme l’intrepida sponda
della rimembranza,
le nuvole son fisse già su di te.

B

Mi stordisci con le trame
subito imparate,
con le parole confuse sussurrate,
con i sogni soffusi del timbro di voce,
ok continua così.
Vibra la corda su distese infinite,
è un protendersi il tuo braccio
verso realtà sopite,
destate dai tuoi accordi,
fresche mattine,
ok l’aria è già buona.
E parti spedita,
non ti reggo più,
inizi a sciorinare sofismi musicali
così dolci e così chiari
che sembra assurdo
non ci abbia pensato
qualche divinità a modellare
il corpo con tale maestria,
con sì velata umiltà,
possente verità.
Assetto da occidentale
composta assumi nella tua posa
inebriante, le bollicine pizzicano
l’arpa ed è il verso concatenato
al portamento,
ok va bene così.
Sentimento sancito
da verdetti inflitti dal tuo dito,
da quel segno che rimanda
a una speranza espressa,
sembra quasi che la natura dica:
sei tu l’unica via.
Non c’è fine allo splendore
nel tuo regno incantato,
farfalle svolazzanti
in mille varietà cromatiche
inondano me che sono sabbia
e tu tranquilla resisti e sorridi,
o mio dio come fai
a non perder i sensi a tal suprema,
candida tua bellezza?
Vorrei tracciarti indelebile
come se tu fossi la stagione
prossima all’introversa esplosione
che in manifestazione
giubilante mi estasia
e su di giri batte il tasto
sulla tastiera con te che mi possiedi,
entra in me una tal gioia
che solo il bacio impresso
sulla mia sfinita fronte
può di più,
e già lo sai.
Sapori di ogni sorta
e di ampio respiro
nel trepidante sorriso
che investe l’aere di effluvi suadenti,
risplendono ancora
come stelle i tuoi denti
e nell’illusione sei già
in tensione riarsa
e saturnina danzante.
Vorrei per sempre
stringerti tra le mie braccia,
cantar fino a tardi assieme a te,
fuggire dal mondo
e trovare me nei tuoi occhi,
va già l’ultima nota
della nostra canzone,
dici già
la la la la la la la la,
io ti voglio come mai questa notte,
le tue mani trepidanti su di me.

Un’onda gela i tuoi occhi

Gemi,
tra i residui dei nostri domani.
Un’ onda gela i tuoi occhi
nel vorticoso ingorgo
del nostro eterno
mare assorto.
Pensieri spersi
nel desio mattutino.
Destini indomiti e sommi
al calar delle tenebre
sui nostri corpi.
Sensuali sapori notturni
sulla tua salata pelle
intarsiata d’ allori.
Godi,
percepisci il fremito di mille rivolte,
l’Europa masticata,
l’Africa violata,
corpo sedotto dalle mie passioni.
Non dissi parole
che non siano infinite.
Odi,
il pullulare cromatico
dei nostri destrieri
privi di brade.
Innalzati,
nulla fermerà la verità.
Scrivi,
speranza ultima deposta.
Leggi,
memoria ellissoidale fluente,
sgorga tra le fronde,
assapora i frutti dolci
della conoscenza,
dove non v’è bene,
dove non v’è male,
dove non v’è altro
che non sia amore.

Melodia al Gesù Nuovo

Allora è vero
esiste quella melodia
che in silenzio ci guidava
nella piazza,
era già intuita
dagli artisti di strada,
noi abbracciati
su di giri
trasportati dal suono intenso.
È così,
è impressa sulla facciata
del Gesù Nuovo
in aramaico,
quante notti d’estasi
ci vibravano il cuore,
l’erba nella mente
spalancava le porte
della nostra percezione,
il silenzio,
poi un soffuso sentimento.
Casomai di me ti ricordassi,
spalancando gli occhi piangeresti,
nostalgia
e desiderio di abbracciami
ti dipingerebbe il volto,
sì oramai non ne vale la pena,
ma ricorda avremmo cambiato
il mondo,
io e te, infinito dentro me.
Come vorrei che cambiasse qualcosa,
il tuo sguardo forse il coraggio
mi darebbe,
ma siamo ormai lontani,
te ne prego volgi gli occhi
verso me,
fidati,
stringimi le mani.
La notte copre candida la città,
mille luci sono la unica verità,
io ti vorrei ancora a cantar
ma è assurdo,
comunque potremmo ora
davvero cambiare il mondo,
tu sorridi
e l’ultima carezza mi porgi sublime.

Madame Tolkien

Adagiata su terre perse,
i ricciolini neri sublimi,
lo ammiri il tuo ciondolo
dall’arcaica incisione,
sospesa vibrerai
dipinta di potenza.
Brami nell’abisso,
sgorghi a cor trafitto,
forse nulla ti rimane.
Parlerai alle stelle con grazia,
forse entusiasta sorriderai ancora,
un passante ti guarda e ti strizza l’occhio.
Carica di illusioni vibri
tra l’inconscio e le passioni,
la lingua prebabelica
ti cede gli affanni
e tu come ultimo fiore la cogli.
Io ero sperso sui bordi del definibile,
tu muta mi guardasti
e con un cenno il mio cuore colmasti,
ora vivo per te.
Quel vestibolo nella positura
atroce di templi dimenticati
era una intima rivalsa,
contemplavo l’immago in silenzio,
forse si è trattato solo di un istante,
ma non voglio dimenticare.
Madame dell’intelletto,
Madame del logico discorso,
non posso ignorare nella notte
il tuo volto perché ogni cosa
ha un riscontro esplicito
nel tuo corpo,
ogni cosa respira sulla tua pelle.

Ritmato il verso

Ritmato il verso,
posto l’inverso.
Sorge un luccichio,
vibra il crepuscolo
nel sentimento.
Passa al successivo rigo,
volta la pagina.
L’entropia diffonde gemiti
da sponde,
limite del mare,
illusione di sprofondare,
la genealogia dell’evoluzione
è una conclusione ciclica
e statica delle nostre passioni,
l’energia cosmica investe la fronte,
rapida è in espansione
la mente dispersiva,
concentrica e centripeta
in sé condensata e concentrata,
lo spirito plasma la naturale
fisicità e il reale è frutto
di nostra intima proiezione.

Assurda questa vita terrestre

Assurda questa vita terrestre,
ludica l’unica forma di senso,
che strazio,
imploda il mondo.
Le attrazioni magnetiche
ci spingono altrove,
perché soffermarsi su tali
questioni banali
da viscide bestie squamose
nel fango a godere?
La verità va cercata
in prossimità del sole.
La serie dei numeri primi
ci spinge lontano,
ai bordi dell’abisso
e via da questo orribile Leviatano,
occorre esulare l’anima
dagli influssi societari.
L’effluvio astroso della gemmazione
estrosa posta sul tracciato
epidermico inviolato,
brivido ibernato da elettronico
spasmo periferico neuronale.
Ad est la genesi
e la scoperta
che tende un po’ al tramonto
a falce lunare di esseri divisi
a metà e senza forma dorsale,
prete Gianni nel suo impero
a fare segni insegnati dai magi
rende onore a chi non ha pudore.
Il cloruro di zinco
posizionato in trasversale,
la scissione intermittente di viole
e sentinelle oblique
danneggia il sistema
e l’ozono in combustione
già mostra la sua assurda
delusione al primate dominante
e in sé morente.
L’hobbit e il neanderthal
estinti o nascosti,
ritorna il numero sette
in successione, e svolti in progressione
il soffietto con il berretto da pub.

Mädchen Wagner

Fremo nel guardarti
contro vento,
la fiamma emana dall’aura
posta intenzionalmente
in rivoltosa riscossa
come involucro di potere,
sciolte le ultime catene dell’ignoto,
pallida la volta celeste,
l’influsso del diadema dell’aria
è belva sul tuo corpo impressa
e dominata.
La valida sordina
incute timore,
amplifichi con grazia
il rimando sonante del tuo cuore,
ed è un’ armonia celeste
improvvisa,
su spiagge le candide sfere
luccicano
e l’estasi del logos
è resa manifesta
dalla tua lingua perversa.
Ti elevi nel godimento
e sfogli il senso delle lettere
singole che logicamente
implicano strettamente
o negano amorevolmente
il barlume del tuo magico silenzio.
Occorrerebbe saltare
in giubilo scostante
l’eterna communitas astrale
e ginestriana in comunione
col sapore vitale
della tua furbetta ed edonistica
congiunzione carnale.
In preda all’incoscienza consapevole,
gemma di bacco,
sulle tue labbra il tepore.
Pullula il cardigan
e scrolla il decolleté,
lo sguardo lancia saette,
il rombo dell’intrusione,
è un sollievo l’invasione impostata,
stendi sul piano le tue carte migliori.
Mia indomita ragazza,
percorri pure le soffuse
storie saltellando di rigo in rigo,
mia indomita ragazza,
continua.
Il chiaro ci invase
ed accrebbe il tuo karmico
sorso intenso ed interdetto,
la punta della cresta intorniò
i trambusti di rame,
le scaglie ed i selciati, gli archi
trionfanti e i semicerchi residui
di battaglie ci raccontano storie
permeate di sollazzi mai abbandonati.
Le foglie ormai sono assenti,
ma il declino di questo febbraio
è un presentimento,
un pentimento
e un portento deluso.
Mädchen Wagner,
il buio è in te,
l’ultima spoglia spirituale
solleva il manto stellare,
il futuro a due passi
impresso nel tuo tema natale,
l’antropologico senso,
poi di nuovo l’iniziale
espansivo fermento
e fremo.

E poi è silenzio

Mi chiedo quale sia
la conseguenza del lineare assunto
scomposto dalla foga
dei tuoi capelli ricci,
un alito sul mio corpo
pone desideri germogliati,
oasi nel deserto,
poi irrompe la concatenazione
ancora frammentaria.
E l’entusiasmo che c’è in te
esplode e si spande,
universo mobile,
l’interno del tuo indumento
decorato e un po’ sciupato,
l’attento mio tracciato,
il vento ritoccato e le tue labbra,
i tuoi segnali stuzzicano il ricordo,
stendono un sincero e puro sogno
sbaciucchiato, miscelato il composto
del tuo spasmo,
soluzione indomita nel tuo fianco.
E dai,
te lo dico.
Traslata la giornata
ad incubo diurno,
succoso gemito succube
notturno,
uno sguardo inquietante
poni ma non regge,
il visino dolce ancora vince,
si spoglia ogni rimorso
e cadi di nuovo umida
tra le mie braccia.
E poi l’eterno accordo
è il circolo del tuo ritorno,
sovverti in musica dotta
il cantico e l’inversa rotta,
dionisiaca ispirazione,
apollinea composizione,
hermetica significazione,
spiazzi come una suadente
Eumenide ecumenica
universalizzante
che ha già consumato
la vendetta ed ora docile
sorride angelica,
esorcizza il timore
con un’ultima carezza
che sfiora le corde
del famelico e colpevole
cuore che ha osato tanto,
che è scivolato,
reimparato il mondo,
sciolto i lacci al turbamento.
E poi è silenzio.

L’aurora di una Nuova Era

Immenso fluido vitale
nelle corti spagnole e siciliane.
Brivido intenso!
Genesi ed epilogo
intuiti nel noumeno
impensabile in paradosso,
ondeggiante la ragazza avvolta
dai capelli e commossa.
Germoglierà di nuovo
un logos erotico,
planante stormo di uccelli migratori,
i pensili babilonesi
ed i trattati sulle leggi
e sull’essenza,
pareri e digesti,
compilazioni giustinianee
e folli bolognesi che decretano
favori al Barbarossa
in cambio di autonomie
pur sempre autofinanziate,
l’inverno è al limite del senso,
quel che piace a me
ha valore di nichilismo volitivo
e completo abbandono
sensuale e spirituale,
di norma ciò ha vigore universale.
Parte la mia sacca
sulle spalle involucro
di questo corpo tremulo,
la verità ci sarà e sarà la gloria
di ogni mortale,
incorniciata dallo Stupor Mundi,
ascenderò in sul Monte Ventoso
e l’alma sarà purificata,
mi addentrerò nella Foresta Nera
dove alberga il nocciolo
di ogni sostanza,
l’anima espressa in rima
in una stanza fissa e armoniosa,
perfetta e caotica e smaniosa.
La bellezza greca, infine,
spanderà i miei gesti su Thirassia
e sarà l’aurora della Nuova Era.

Ommico il cuoricino cosmico e dialettico

Entri il fumo
e l’atmosfera si rarefaccia,
volta pure la carta
a ritmo con l’oscillazione
del ventre,
di’ ancora sì
nel mistico anfratto
di un artefatto cordico
e sognante, trasudante,
cosciente a metà
volgendo l’ altrove
a sogno
e tre quarti a realtà.
Ommico il cuoricino
cosmico e dialettico,
il detto sanscrito intatto
è un disegnino a freccette sbiadito
e smacchiato sulla panchina
paonazza, in viso il corpo
e in piazza il grido.
E ritorna il ciclico arnese
in frastuono sordo
tra la cenere del tempo
ed un assurdo anelito del vento,
il corso del tempo non s’arresta,
maya scricchiolio nel vino,
la giumenta in tempesta
posta d’assedio dal velo,
il vespro dà segni di resa,
e rientra in chiesa
la cattedratica colonna
portante del pubblico studio.
È un colpo sonante,
tramuta il ritmo,
rinsavito, tra i fasci di parole
recate in man come i pensieri
violati, violette le onde sonore
similmente alle luminose,
il corso e il ricorso
in n dimensioni
si riduce improvviso
a circolo mattutino,
ad infinito punto.

L’infinito tra le tue mani le mie umili dita dipingeranno

È sera e il senso storna
ogni possibile taglio
dei tuoi occhi,
magari è perso il sentimento puro
per sempre.
La stella brilla e inonda
con discrezione i miei pensieri
ed il tuo viso,
volge un sogno malinconico,
io resto muto ai bordi
dell’orizzonte dei tuoi desideri.
Il desiderio innalza
le mie passioni verso
le nostre intromissioni ardite,
non dire una parola,
basta lo sguardo,
pensi anche tu
a ciò che immagino soltanto.
Smetti,
non ridere ancora,
è solo un ardore
che non ha speranza,
magari tu ci riuscirai,
ma io, io che farò,
ancora cosa?
Parlerò nel vuoto
di un mare di silenzio,
ogni giorno loderò
le tue forme
e la tua più intima sostanza,
il concreto tuo fare astratto
e magari un nuovo sorriso
accennato il tuo cuore
verso il mio corrisponderà.
E adesso che fai? Sogni?
Non dar peso alle mie parole,
sono vane profusioni.
E adesso che fai? Piangi?
Guarda questa foglia appassita
tra le pagine della tua vita
è un ricordo ormai sbiadito,
io anche se solo, lo sai resisto,
lo sai esisto.
Passerà,
anche questo dolore finirà,
un nuovo giorno
la gloria infinita ci renderà,
senza limiti il nostro palpito sarà,
l’ infinito tra le tue mani
le mie umili dite dipingeranno.

Assunti pratici

Due bottiglie di vino
e il fumo intenso dalla bocca,
le parole intrepide
a ridosso della stanza
mentre una musica guidava
gli astri nostri,
un tepore puro
da usare come tamburo
per i giorni che sarebbero venuti,
l’autunno che danzava
e l’erba che bruciava silenziosa,
poi i sogni e tu guardavi
come assorta questa luna rubino.
La “V” congiunta col tuo nome,
l’anarchica rivolta esteriore
e il panteista sussulto interiore,
il nostro essere che si tramutava
in inconscio collettivo,
quindi tu,
con lo spirito nel piercing al naso
manifesto, il solco della tua lettera
sulla cenere tracciavi.
I canti delle baraonde
soffocavano il pudore ed i tabù,
traslate sulla parete
erano le nostre catene,
il tempo come al solito non c’era
e per questo non sentivamo
neanche il bisogno di rimandare
il godimento bello e pronto,
dalla conchiglia sorto
il tuo corpo.
Lento l’indice sulla tua schiena,
scendeva poi senza remissioni
e in quel momento il tramonto
fu l’istante di ogni giorno.
Novembre continuava,
danzava, guardava, rideva,
le nostre carni avviluppate
sviluppavan pensieri.
Per sempre fu
ciò che il vento ci disse,
ancora la luna ribattette,
noi nemmeno più ascoltavamo
e l’energia esplose e si espanse.
Ancora!
Leggiamo nella mente
la frase invisibile del nostro libro
mai scritto.
Per sempre!
Suoniamo e canticchiamo
quella canzone da noi
mai composta.
Ancora!
Esponiamo su parete
il disegno su carta
mai tracciato.
Per sempre!

Ultimo fiato

Il sole brilla
senza di te,
ma l’essere sussulta
e allora l’astro non esiste più
se lui non c’è,
ogni cosa ha il suo limite,
sfiori austera l’impossibile,
la paranoia che si impone,
la mente non è scissa è condivisa,
il flusso telepatico dell’attimo,
il ronzio variopinto di un perché,
sapori nuovi sorbiti
con il maraschino,
dov’è la rivolta
dal colore spagnolo
e dal manto francese?
Smorza ogni dolore
in un incendio giocoso,
tra le corde tese
ed i tumulti del pensiero,
provaci ad ascendere.
Ogni cosa,
ogni rosa è colta
dalle tue dita
e il tuo viso dipinge
l’assoluto di una eterna vita.
Io e te a due passi
distanti in numerazione
dialettica e prima,
io e te retorica geniale
di un genealogico domani
aurorico e intenso.
Io e te l’ermo nascondiglio
e l’eremo intruglio scandito
pluricellulare
da totem monolitico
e squarciato come velo violato.
Io e te
e poi le parole scordate
che non vanno a tempo
ed ancora tu sul divano mediano
a consumare con l’elmo
la frescura ed ad entrare svilita
nel senso,
cogliere il segno decifrato,
è autoimposta da te
quest’azione come ultimo gemito,
ultimo fiato.

Limite floreale

Fa rotta capovolta il pensiero,
naufragio nubiloso
ma in porto sicuro.
Fa baraonda il sospiro,
spasmo diurno
nel tepore mattutino.
Integrale delimitante
di misure astruse stereotipate
in piani animosi,
il barlume di terracotta
sbriciola tra le mani corrotte.
Agguanta il chiostro,
in un palmo statico placalo,
nel mentre del ricordo
un’effe alla riportasi
del pavimento cosacco rampicante.

Succubi alla profezia

Succubi alla profezia
si partiva,
centomila armate schierate,
marce e petti impostati,
rami d’ulivo
e palme tra le mani,
all’improvviso il cataclisma planetario,
l’infinità dei mondi
ridotta a circolo delimitato
dall’invettiva,
dall’inventiva femminea.
Nel tempio di Delfi
la comunità di Filadelfia lesse,
i copti intralciati dalla Maddalena,
intimamente riapparve Atlantide,
con nocumento,
gli dei torneranno,
sono tornati
o stanno avanzando.
Nella Città Eterna
fu un lampo a scatenar la foga,
in un solo istante
fu riacceso il fuoco di Vesta,
due metallare in un angolino
a fumare,
tre scuotimenti emo
a tagliuzzare i resti artificiali
del domani,
a riaccordarli,
a incollarli ad uso collage dadaista,
sembra che sia sublimato
il punto alternativo di vista.
Nella volta celeste
diversi segni luminosi ingannevoli,
nella stratosfera i caccia americani
si accostano e implodono
ad uso cheeseburger,
bevanda e patatine
ovviamente comprese.
Infine lungo il corso
si sviluppa l’apocalisse,
tra le caldarroste
e gli artisti di strada,
spiazza l’iceberg inflitto
a colpo d’ascia
della scienza spiritica
congiunta in sezione aurea
alla naturale.

Stringimi più forte

Luccica alla sorgente
il mio spirito in refrigerio,
nasce di nuovo e si rigenera,
puro si spande intorno,
la limpidezza riflette il tuo corpo.
Stringimi più forte amore
ancora, con ardore
inumidiscimi le labbra,
intimamente diventi il frutto
di ogni mio giorno addolcito
dal tuo sguardo e dall’incanto
dei tuoi gesti, ti dico
nulla d’importante,
contano le azioni
sulle intenzioni,
la volontà svanisce
e resta il profumo assoluto
dei tuoi polsi.
E il sole fa capolino
tra i monti innevati,
nello stesso istante appari
come fiamma inestinguibile,
anche la passione è annullata,
resta solo il tuo respiro
sul mio collo,
il fremito,
il ricordo attuale
del qui ed ora.
Scende la mano
sui miei fianchi,
il tuo struscio inclinato,
credo che adesso non abbia più senso
ogni altra realtà,
si avviluppa come un guscio
la bolla dei nostri sogni
e germoglia un’energia
che dirompente domina ogni dove,
la sensazione infinita
di respirare assieme alla natura.

Forse una speranza nuova c’è

D’altronde tramutare i petali
in canti disillusi
è spogliarsi di sé stessi
per godersi,
magari potremmo dirci
le solite parole
trovando un senso incontrovertibile
e davvero puro.
Allo stesso modo
un’ armonica a sette punte
include il ricordo sostanziale
e indelebile.
Non c’è altro da aggiungere,
non c’è neanche il fuoco
per le estrose storie abbrustolite
e nascoste.
Non c’è il tuo volto
ad illuminare,
non c’è la sera
né la parete da imbiancare.
Dai,
potresti pure darmi un segno,
un cenno,
è importante la tua presenza
in trasparenza eterea.
Il prato intanto esulta
a questa tua rinuncia
mai arresa,
così per te l’importante
è quello che meno dici.
Scorre il tempo,
il nostro varco si confonde
col reale,
dove è ciò che abbiam lasciato,
di noi cosa rimane?
Allo stesso modo
il volo incerto degli stormi
in ritorno consuma l’attesa.
Non è questo ciò che credevamo possibile
e realizzabile,
non è ciò che aspettavamo
dalle pagine scribacchiate da me,
da te, dal vento, dalla pioggia.
Dai,
potresti anche cambiare idea,
l’inverno sta svilendo
forse una speranza nuova c’è.

Persefone è sulla soglia dell’Ade

Scuotimenti!
Persefone
è sulla soglia dell’Ade,
in bilico tre soldi
per tirare avanti
nella vita terrena,
dov’è l’oscuro, la luce e il senso
di questo infinito tempo delimitato?
Indossa un jeans macchiato,
ai bordi consumato,
le forme, le fantastiche gambe,
sostanziali le giunture,
procede traslucida,
dolce il frutto assaporato,
muove il suo corpo stupefatto,
è quasi qua
e dice ciò che sa.
Convulsione atroce febbrile,
eziologia psicotica,
psichedelica!
Attira a sé il vento,
fiorirà senz’altro il pesco,
c’eri tu ed esco,
lei aspetta ancora,
il whisky sul tavolo fa capolino,
ed è già mattino,
subito sera l’atmosfera,
le ringhiere irretiscono il cretino,
il pensiero è sbarazzino,
due o forse tre soldati stanchi,
non prendere il sole
nei mesi con la emme,
fede nel sistema e dimmi sì,
il fiore germoglia
nell’introspezione misterica
di Melissa P,
sento il sangue che fischia,
sinestesia uditiva
in percezione esaustiva,
panico tra la folla,
scioglie la neve tra i tropismi,
vasi comunicanti i nostri sentimenti
corrispondenti ed elettivamente affini,
sgabuzzini stanchi delle parole,
e nel frattempo il tempo incalza e sta,
tu stagioni pianta fagocitante
americanate dimenticate,
sulla strada zoofila di Berlino
togli un’altra costola antitetica,
giusto così,
la metro dà affanno,
timore reverenziale,
spiccioli sul crinale,
sull’ultimo vaticinio astrale,
che carino il tuo cappellino
che ora sollevi fissa e triste
alla Feltrinelli, ultima martire
dei tuoi astrusi rotoli confusi
raccolti e pubblicati,
il senso questi tre grammi d’erba
finissima ed odorosa
lo danno solo se bruciati ed aspirati.
Inutili spasmi da rigurgito morale!
E che sguardo carismatico,
la realtà tornerà fiera,
cosa diremo e che faremo? Non importa,
non ora, continua a parlar…
Impulsi elettrici,
impulsi magnetici,
impulsi elastici!
Respira senza fiatar
ora Persefone
e ci guarda, la distanza inganna,
seguivi i campi d’ulivi,
i sempreverdi pungenti e soli,
un po’ corrucciati,
un po’ svogliati,
assi rossi a vertigo
arrotolata e minossica,
giudizio perfetto
da teoria del discorso pratico
particolarizzato
in argomentazione giuridica
spiccata a dorso di limone,
acre il pendente,
reale il razionale
ma trascendente l’istinto,
tabula rasa sapiente,
saggio è colui che sa di sapere
perché corrispondente
allo stimolo della natura,
la realtà sensibile
nostra creazione
rende immortale
ogni nostra azione.
Agitazione,
magica intrusione!
Così l’apparenza vince
e trasmuta l’essenza in verità
ovvero realtà plasmata,
giusto un attimo ed arriva
la principessa del mondo
sotterraneo, giusto un attimo
e superiamo l’oscuro Tartaro
con la luce e la grazia divina,
è già mattina.
Le connessioni sinaptiche
sono manifestazioni spiritiche!
La storia schiude,
la sfera dell’assoluto è l’ultimo astro
percepito nell’umore del fumo
aspirato in estasi,
la grande opera dell’Architetto Divino,
la sezione aurea
del dio matematico e simpatico,
e nel sortire sentenze carine
togli ancora il copricapo,
fili tesi dall’ultimo fiato,
risultati seriali scagliati
e resi unici.
Ulteriori agitazioni!

Alta la mano fino al cielo

Alta la mano fino al cielo,
la rabbia nel pugno chiuso,
l’urlo diffuso
irrompe il silenzio
e si spezza il barcollante
potere come se fosse gesso,
argomenta dialetticamente
con quelle facce di bronzo
ministeriali
che sputano le loro sentenze
come fossero lama,
abbiamo noi da distruggere
i principi e costruire
su nuove fondamenta la realtà,
abbiam bisogno di concretizzare
la nostra più pura verità.
Dimmi un po’ perché ti arrendi,?
Non intravedi già nella tua mente
una luce soffusa e lontana?
Dimmi un po’ ti sembra il momento
di deporre le armi?
Il mantello scintillante
riflette le mie speranze,
quelle che erano anche le tue,
quelle che sono anche le tue.
Sfida ancora con una lancia il cielo,
innalza la torre contro il potere
morale figlio della moneta sonante,
della moneta invadente,
della moneta viscida e strisciante.
Dimmi un po’
piccola pulzella ribelle
dov’è finita la foga
dei tempi ancestrali? Dov’è la rivolta?
Dove sono le nostre candide ali?
Dov’è la fortuna
e il destino
del nostro servo arbitrio
che un tempo ci guidava,
che un tempo ci sfidava,
che un tempo ci seduceva,
che un tempo ci dominava,
che un tempo ci innalzava?
Guardami fisso negli occhi
e per un’altra volta fiorisci,
per una volta ancora tendimi
la mano, per una volta ancora
questa subdola ingordigia umana
condanniamo e soffochiamo.

Sfiorasti, ne hai memoria?

Sfiorasti, ne hai memoria?,
l’animo mio in colloquiale tesi
di cazzimmoso frumento,
un corpo docile e perfetto
il tuo sotto il dominio darkettino
del senso polemico,
le fauci man mano
dall’allontanamento
hanno triturato e maciullato
le caramelle filanti,
gommose e zuccherose,
hanno ingurgitato carne compressa
macchiate di salsa rosa,
in preda all’affanno ora
ogni tuo movimento.
Assurdo leviatano adagiato a sultano,
con un giro di volta si impostò
e smaltì tutti i dubbi
in certezze fameliche e insaporite.
Guardati come sei,
stazionaria in quiete
e cinematica all’apparenza
ma terribilmente conservatrice,
quasi bacchettona agnostica
e bigotta atea,
ah quegli occhietti di metilene
si sono trasformati in un puerile
turchino da sedentaria.
Sfiorasti, dunque dicevo,
il mio cuore,
gli avvenimenti susseguiti
da ideologie scarne,
che romanticismo da cuore
nelle freccette spezzate,
fai pena al collare di un cane.
Guardati allo specchio
sei minuziosamente inutile
e depressa
quindi colma di serena felicità
da armistizio americano,
democratica alla McDonald,
ah ricordo le avversioni stupende
ora che hai impresso sul petto
il marchio del silenzio.
Cara non vale la pena idolatrare
altri che non siano sé stessi.
Ok passeggia in sulla strada,
il corvo ridacchia e ti beffa,
dunque resta dell’alma la rimessa,
succube a una stanca vendetta.
Dai continua,
prendi in giro chi ti pare,
poi fai le fuse a chi ti dimentica
e a chi ti intriga,
solo perché figlio di un successo
che tu odi in quanto brami,
monete scintillanti,
vanno bene per te,
ma chi le possiede è figlio della
perdizione,
condanni cioè solo chi ti assomiglia,
ti ci vedo proprio bene, guarda,
in mezzo alla tua stessa fanghiglia.

Eh sì, è così

Promana essenza di bacco
sul lastrico sciupato
del ricordo ormai andato,
un dolore e tre pagine mute,
il senso non perde il contatto
col tempo, è stato il mio scuotimento
ditirambico a dorso di fluidità,
il simbolo che rimanda
all’intelletto, la passione da incendio
a sponda di letto sulle tue pelli
delicate l’estate, alla sbarra solenne
mi adagio ed intarsio i sibili
e i clamori di Labeone
in topiche ciceroniane,
prego, volga la civetta
e la bilancia della stordita pulzella
perversa e bendata.
Intanto la sua ondulazione
vitrea scaglia i principi
d’integrità vitale e mai morale,
puro libretto lirico
dell’unità pasciuta nella terra
del lavoro e nei rotoli
della reggia resistente,
viale lungo e rettilineo
da miglio interiorizzato
e scardinato come le ipotesi
vaghe dell’accusa basate
sul preconcetto pregiudiziale,
intervento incidentale e patetico
gesticolio invernale,
spezzi il crinale e monti in sella
alla tua figura bella
in preda all’ultimo godimento,
lei rimane, tu rimani,
il letto ormai è agitato,
le coperte in fermento seducono
il limite oceanico,
la cucitura del vestito è selvaggiamente
squarciata, pronti alla marcia forzata
sul corpo dirompente.
Immagino e vedo,
si materializza il rapporto ancestrale
ed astrale, un’ influenza
sul tuo tema natale,
giornata perduta e vissuta
in funzione di questa sera
che accenna a venire,
che tende all’infinito
essendo la somma dei nostri amplessi
il numeratore di uno zero divisore
e pastore del verbo incarnato
nel nostro congiunto fiato,
una scusa, non possiamo,
allora c’è gusto maggiore,
ricominciamo,
c’è qualcosa alla parete,
forse un’ombra o il caro gioco
di specchi riflessi,
prendi la tua arma migliore
e mira al mio cuore,
palpita il pulpito e non si arresta,
incessante viandante sperso
sulla via di Santiago,
allora improvvisa ti scosti
e divertita fai le bollicine sulle gengive,
sembri prendere piede
nel trastullo beffante,
il luccichio del tramonto ancora,
sotto il ponte l’aurora.
Ed ecco, mia caruccia,
pietra celebrale
quindi amigdala serale,
razionale la sfera del sesso,
la conservazione della specie,
darwiniana evoluzione,
ma nell’altro emisfero irrazionale
c’è l’amore che senza senso
guida l’universo
in un abbraccio
e tu continui a sussultare
ghiotta di piacere,
estrella stupidina,
il rimmel da diva
è il baluardo in salita
del dito voluminoso
posto tra l’incisivo e il canino,
mangiucchi l’unghia,
la lingua è in trepidazione
come pendolo mi invita
al proseguo di ‘sta storia
mai finita.
Eh sì, è così!
L’entropia nel tropico
del cancro giaciuta
è la tua ultima scusa
che ormai neanche commuove,
vestito a righine sottili
di un verde intenso
giace a terra in contrasto
con le guance viola e stupende,
sbattuta ancora e ancora,
vissuta teneramente.
Intanto due o tre tulipani
costernano il contorno
dell’orecchio sinistro
mentre sciogli l’essenza
di papavero nel cucchiaino,
le tue vene sottili attendono
lo sbarco enzimatico
e scansano doppi sensi,
è una battuta tanto dolce
quanto una venere triste e annoiata,
magari elfica,
dell’ultimo cetaceo la corolla.

Arcadia Sannazaro

Leggimelo ancora nell’orecchio
quel verso che hai già detto
distratta tra una bevanda
e un’altra,
le tue mani mi carezzan
e sfiorano le corde dell’ardore,
pure eppur così perverse
come mandorle dischiuse,
in fiore i tuoi giardini dell’oblio,
ove ponessi i tuoi riccioli biondi
come limite del senso
credo avremmo dei problemi,
le questioni dell’umanità insolute
da noi risolte e rivolte
alla noncuranza,
stretti sulla stessa barca
e comunque così distanti,
il mio corpo idiota sprigiona
clamori ormai celati
ma la tua mente va già altrove
e si perde nei miei occhi,
io,
fattorino del destino.
Arcadia mia della luna a mezza falce,
riflessa all’acquitrino
io a sbuffo vorticoso,
cigno solo nei tuoi sogni,
viaggio e parto più lontano
nella nostalgia del tuo ritorno,
di allori adorno,
mi innalzo e tu mi scansi
e sorridi,
forse ti perdi,
affinché gli occhietti verdi
alla Baricco possan indagare
il limite del professore
o del pittore dalle frasi sospese,
tu raccontami di te,
io ti esalto ma mi eclisso,
resto in un angolo,
piattino in mano,
due o tre grammi d’amore
riflesso me lo danno
i tuoi nuovi sorrisi,
sugli scogli a Mergellina
il sole inzuppa il mare
e gode nell’eco perso.
E coll’asticella del violino
a fare esercizi di solfeggio,
ho composto la nostra tensione,
non hai voglia di esternarla
ma leggendo una lacrima
dal cuore scende fissa
ed è un minuto e un rigo
che il saluto è già svanito,
sul fiume a naufragare
le parole come dai tuoi occhi il sale,
scrivo solo,
sembra inutile,
ma continuo, guarda,
e fremo,
un po’ stanco mi rivolto,
tu mi ignori ancora,
ma va bene,
resta il vento tra le foglie
e le tue canzoni spoglie.
Allora invadiamo
le regioni mai imparate,
tu fai conti ed i bilanci,
tu dai segni di resa colle dita
e ti adagi sugli specchi,
impressa e non arrampicata,
tu sei la gioia di questa sala
che ti attende e l’ultimo fremito
spende,
un applauso folgorante
nei tuoi occhi scintillanti,
gioie mattutine
e tepori di primavera
tra i fiori di pesco
e le gocce di pioggia
imposte dai nostri silenzi.
Coll’elmo tra le mani
mettiamoci a danzare,
le tue dite intrecciano le mie,
è un momento di fermento totale,
è un momento di tormento
mai così sincero ed infinito.

Varrà a qualcosa questa atmosfera?

Alte sino al cielo
le mura della paura,
fosse concentriche attorniano
ed ostacolano l’accesso
alla conoscenza estrema,
come magiche serate
all’ombra dei silenzi,
un po’ a ricordo un po’ a memoria
un po’ a fantasia un po’ a seme del vero,
prima di bussare non dimenticare
il bastone eretto verso l’ignoto,
l’ente goto del trastullo neoabissino.
Lo sbarco sulla luna,
la duna delle tue baggianate,
stese su triclini come in salita
i gomiti giù di brutto,
la vetrata araba e senza fiato,
sul tuo polso l’effige dell’esistenza,
postato il pensiero condiviso
e sentimentalmente oscuro,
la voce interiore che mi dice
non ne vale la pena,
ma è il substrato,
il riflesso platonico del pozzo,
guarda, io comunque vado a fondo.
Ciò di cui hai bisogno
è continuare col sobbalzo
nel treno a ripetere
la lezione di tedesco,
labbra che si muovono
come a recitare il mantra
intellettualmente affine a Goethe
o alla sintassi a metà strada
tra latino ed indiano,
le tre voci della declinazione
sincopate nella tua illusione,
tu che pensi al tuo demone
senza accorgertene
e il fragore del mattino ti assiste,
un solco di netto nei pressi del tuo cuore
per fondare una cattedrale
su cui poterti contemplare
per sempre.
“Natura natura”,
è un rimando al nudo volgare
o all’opera introspettiva,
un dolore da tarlo mentale,
mai sopravvalutare gli individui
ma cercare in loro un che di personale,
cara MT, qualcosa di tangente
al tuo ricciolo da crinale,
spoglia come i binari
che ti assistono,
ad ignorarmi,
dimenticarmi in fondo
mai avermi conosciuto,
come ogni essere umano
che non guardi e definisca
l’assoluto come bambino balbettante.
In fondo sono quelle mura
che ci limitano e proteggono
da noi stessi,
ma un colpo accorto
da auriga attento
potrebbe guidare senza spauracchio
l’animo nostro e concretizzar lo spirito,
se solo guardassi, un attimo ti girassi,
c’è l’incrocio di sguardi,
varrà a qualcosa quest’atmosfera?

Coppia Unità molteplice e divina

Un cappello a mo’ di velo
ti nasconde il volto,
la canzone ormai scordata,
quella che hai appena cantato.
Ciò che hai appena detto
si interseca al tuo corpo.
Le scaglie macedoni
aduse a rintracciare biblioteche
ormai sepolte,
colossi ormai distrutti,
meraviglie babilonesi rampicanti.
La moneta nella bocca nascosta
ti servirà se Caronte si cruccia.
È stupenda questa desolazione
qui nell’Ade,
mi ricorda il paesaggio
che vedemmo mano nella mano
col sole di mezzanotte sulla fronte.
I giganti ed i bestioni
di Vico
rinchiusi nell’oscuro Tartaro,
mentadent quell’orgasmo orgiastico
e ditirambico, sacrifichiamo,
siamo pronti all’olocausto.
Che piacere sovvertire
ciò che abbiamo ancora da dire.
Socrate malato e catatonico
crede di non sapere
ma spreca la sua vita
da caporale in riserva
in onore sublimato da Platone
che non lo credeva e mutava
le sue parole,
maieuta da osteria.
La tua lingua fa il periplo
del mio contorno e l’aura lilla
scende sul mio polso,
in coppia diveniamo
Unità molteplice e divina.

Pelide adirato

Pelide adirato,
trapassata spoglia e tu
Patroclo ardito e timido
assopito sul terreno
maciullante d’armatura
scintillante, cascate tonanti
di deodoranti.
Rimandato a settembre
il rimando al tuo pendente,
meglio sorvolare e tagliuzzare
i resti del deficiente.
Il midollo della questione
è sviluppato in conclusione
affrettata e coperta di vocali
ridondanti e allitterate,
dalla falce di luna allattate.
Sfida sotto le mura
in ritorni nostalgici e nottambuli,
deve pur finire l’ora
della riscossa acre
alle porte della bicocca.
A questo punto il soprano accenna
animose scorie introspettive
rende tutto più bellicoso
e il rostro si adatta alla situazione
miagolante della casa stregata
e malandata.
Non te l’aspettavi
un nuovo giorno nuziale
da freccia avvelenata,
Briseide da legnaia
contenente la rima sorprendente
figlia della bocca spalancata
nel gorgheggio di traverso
allo scempio duodenale attivo.
Ciclica l’attesa
del canto rimbombante
e claudicante, zuccheroso
da senatore a forma di cavallo,
la lingua e la punta marina
della pinna che arzigogola
la pretesa attesa di Lacoonte
articolata.
Lenta la scoscesa
rimessa in forme di bollicine
che arde e preme alle mie mani,
ubriachezza da milizia in festa
e balestrata in desiderio sibillino.

Nunet

Caos cosmico primordiale
tra le ciocche ancestrali
dei tuoi cirri ineludibili e sinceri
quasi puerili e diretti,
l’entropia dei tuoi diamanti marini,
per intanto è respiro atroce
dei vespri dei tuoi occhi
magicamente inzuppati.
Edenica realtà
nel gorgheggio prebabelico,
un’unità indivisa nel silenzio
antitetico al tempo incalzante,
una scusa immisurabile
ma ad un tempo vettoriale
è il fruscio della tua pelle pura
seta da carezza,
è un tramonto mozzafiato
il tuo sguardo agli onori innalzato
che precoce ed indulgente
pone il labbro sul mio polso.
Ippopotami onirici sbiaditi,
il suo volto da guerriero,
il mio da alabastro incantato
e bellicoso,
l’acqua cabalistica
trattiene il senso
ed il nuovo feroce e incantevole è.
Genesi naturale,
più che abissale il relitto
dei tuoi giorni andati ed esaltati,
tu conchiglia imprimi indelebilmente
melodie musicate dalle sfere congiunte
e succubi ai tuoi ordini,
ai tuoi voleri capricciosi
ma mai così armonici,
desio di umana stirpe,
di ogni ardore ribelle ed intenso.
L’energia sinaptica
è sincretia spirituale
con l’assoluto e spiritico
comando naturale
delle nostre arcane potenze
micidiali.
Il mio cuore ti appartiene
e ogni riflusso califfo del dominio
del vento rimane,
la tua smania da “V” permane
e l’infinito capovolto già è.
Lenta sorge ormai
la sera nell’odore di primavera,
in riva al mare stesa e abissale
divarichi le gambe,
sei l’Uno visibile e intuibile
in intenzioni di riscosse,
gomitoli di storie perse
e rese immortali.
Un risvolto capovolto
da riporto indefinito
è il bramare quel tuo perfetto corpo,
possederti in riva al mare,
godere del tuo abbraccio universale.
Il tuo nome è scritto sulla sabbia,
l’acrobata lo lascia al vento
perché sia dominio di tutti,
il tuo volto è in visibilio
e il rossore del cielo
un suono terreno, celeste
e divino ormai è.

Picciola

Esaltò la potenza dei miei gesti,
stesa austera sul letto,
notturno l’adagio,
un ricordo mai così vivido
di galassie inaudite
e paralleli universi transfert
ed infinitamente piccoli
come i suoi occhi
che spalanca nel momento
dell’amplesso che eccitante
stringe nella seduzione,
la lingua fuoco bibliofilo
e simpatico nella lotta
tra i cieli di cartone.
Picciola il pigiamino
è traduzione veemente
ed inventiva fedele
di versi inumiditi
e così secerni scaglie d’incenso
dalle narici, il tuo nasino
non è stato mai così carnale,
la tua bocca dischiusa
mai così intenzionata a spandere
essenze multiformi ed intense
di parole ormai già dette,
tramandate dai saggi
in barba bianca,
i due opposti figuri,
il buono ed il cattivo Merlino,
l’assenza di candore
nel fumo dell’erba pipa,
la metrò è in tumulto
per la notte bianca.
Ragazzina dai silenzi evinci
ciò che è maggiormente presente,
la fondamentale premessa
dell’euristica verità,
analogica e comunque
tremendamente evidente,
l’algoritmo tralasciato
dal tuo alter ego
in preda all’ultimo anelito dell’Es,
tra marosi spume d’entusiasmo,
di sballo,
scansi l’ostacolo del tuo formato
introspettivo,
calcoli le distanze
tra i nostri corpi
a mo’ di gesto d’amore.
Ragazzina è un ritorno
soffuso il tuo sbuffare
da locomotiva tragitti
di praterie spinoziane
lungo distese d’oppio
nordamericano e cabalista.
Nel momento del saluto
il labbro varcò la soglia
dello scibile, la Scilla
delle colonne d’Ercole s’inabissò
nel momento del folle volo
traslata nei pressi
della sicula Nigeria dantesca
montana,
lei disse ciao
ma era un addio,
e brucia la barba caprina
per mano delle truppe napoleoniche
a Berlino nell’hegeliano pensiero deluso,
non c’è scampo per questo clamore
disposto ad esulare il comando
dalla norma corrosa,
finisce lo stilita
tra rottami di automobili,
tra gli inceneritori campani,
i giacobini irrompono
nella terra pomiglianese
tra lo scontro del popolo fedele,
gli striscioni proletari s’innalzano,
la nuova povertà millenarista
e neoborghese,
lotta per acquistare l’Ipod
e trasmutare in immagine televisiva,
soglia di sopravvivenza voluttuaria,
mi volto a questo punto
e lei strizza per l’ultima volta
l’occhio sinistro.
Ragazzina da converse apodittiche,
parusia femminea,
parole senza vocali impronunciabili,
tal altre senza fonemi
ma fatte di cenni d’autore.

Anima mia, cosa resta?

Anima mia, cosa resta?
Un frammento di bellezza.
Non può essere tutto inutile,
tutta viltà.
Cerchi te,
docilmente restia,
talora dolce e pura
dormi mentre ti ammiro
tra frastuoni di squilli storditi,
tu come d’incanto
sui banchi rimandi a dopo
la realtà.
Novembre di marette distorte,
di rivolte edotte dai tuoi passi,
il tuo respiro lento intuisco
tra i clamori di un giro rovente
attorno al tuo corpo.
Mia sentinella e mia generalessa,
stai all’erta su fruscii
di foglie giallognole,
spogli ciò che c’è di più vero,
mi hai sedotto col pensiero.
Dormi mentre staziona
la formula alchemica. Bacone
e il tuo anione affetto
da attraente negatività.
Novembre di bui nascondigli,
tra le spine di atroci intuizioni, sembri oggi
come ieri
al mio fianco,
effimera e voluttuaria donzella.
Novembre col libro semiaperto
tra mani d’assenzio,
puoi avvelenarmi con un altro
sguardo
attraverso il tuo manto
getti in aria sul finire del giorno
il misterioso baluardo.

On the road

L’aria rarefatta alla stazione
mentre chiedevamo venia,
l’autista a fare il pieno,
due stracci disillusi i nostri indumenti,
tanti sogni e tanti ardimenti,
promana l’incubo e s’impone.
Già c’è l’intorno e la questione,
è qui la voglia di volare,
è implicita l’atroce rissa,
e non si può dimenticare
ciò che non abbiamo saputo fare.
L’albero cresceva, crebbe
ed è cresciuto anche il nostro cuore,
sì è imprigionato il pudore
ma le voglie ormai svanite
hanno reso il sentimento inutile
e meschino.
Più non c’è la censura
che ci accalorava,
passato il ritmo del west
che incalzava,
arrugginita l’altalena delle paure,
e noi stanchi e ormai inutili
a trapassare ricordi ed infilarli
in collanine che strette
tra le mani inviano segnali a te,
ti lasciano immaginare me.
Allora non avremmo immaginato
che l’estate già finita
fosse solo la sordina
per passioni impresse su velina
trasparente, l’anima, il tuo corpo,
la tua mente.
C’è ancora l’ingiallita foto,
è eguale la primavera muta,
ci sfidano: l’intima prova,
ed io distratto qui penso a te.
Nel momento del risveglio
sento un sobbalzo intrepido
che si ribella,
dice guarda l’alba e poi…
Evidente lo spettro del tempo,
intravedo l’occhio furbetto,
immagino l’odor dei tuoi capelli
che non dimenticherò mai.

Lo specchio della divinità

Vortice potente
assorbe ogni passione,
nell’ora del giudizio
è tutto indifferente,
guardi un po’ sopita
il mio corpo che ti implora,
due sentinelle marciano
e tu che attorno fai la spola.
Io no, non cerco più un perché
ma vivo dubbi da caffè,
macchia sul tuo corpo
e voglia di me,
intuito paradossale
come carica opposta ed invertita,
lo dissi, l’hai intuito
e sale sulle scale fissa
come luccichio dell’est
questo nuovo fumetto
che ormai si brucia
e si trasforma in immagine visiva.
Sai, sai già dove vai,
non hai memoria che di te,
non hai più voglie e sorseggi il sake.
La sacher è a gusto malto,
maggese e un po’ assopita,
gira in tondo la tua testa,
mi hai preso di sfuggita,
sguscio come strisciante formica
dei tuoi sogni al microscopio,
alien da spade laser,
da attrici consumate.
Io no, non cerco altro riparo
sessantottino,
cerco il frumento del mattino.
Penso colla schiuma
del mare incollata
e sbaciucchiata la gola,
un brivido che pensa e si materializza.
Tu sei la donna degli dei,
non ti concedi ma cedi spasmi
di sapere e lasci mute
le tue statue di cera,
le puoi sgretolare mia Kalì,
surrealista da Dalì
che brama nell’inconscio
del sussurro capovolto.
Vista aguzzata
nel trattato sulla caccia federiciano
che simboleggia astrusi passi
di fauno nella poetica di Mallarmé,
vuoi altro caffè?
Spugna primordiale,
uncino da sveglia divorata
dal drago che non c’è,
ricordi la stagione,
perivi o tenerella,
e no,
morir di maggio no,
fantino il tuo delfino
da Dumas per tutti o per nessuno,
mentre ritorni e mi dai il la.
Pernicioso il savoiardo
con Nietzsche re d’Italia
o folle del cortile,
vegano e alessandrino
tende la mano al cavallo martoriato.
Lo sai, per un’idea te ne vai,
patologia mentale altro non è
che possessione demoniaca,
demoni boschivi ribelli
alle scorie ed al cemento
e poi non va curata l’inclinazione
è estro o contemplazione,
neurotrasmettitore accordato a mille
va solo indirizzato ad armonico fiato.
Poi tu non mi guardi e sorridi,
pensi già all’abbraccio da mulino bianco,
ad altre cretinate,
i valori, la famiglia,
dimentichi l’umana verità,
la terra e il din don dan,
l’indice al cielo,
lo specchio della divinità.

Dona i tuoi capelli al flusso delle stagioni viola dal tepore

Dona i tuoi capelli
al flusso delle stagioni
viola dal tepore,
non c’è verità che non sia tracciata
sul tuo corpo.
Che dispiacere dici guardando
fuori, mossa dal silenzio
di questo giorno di fasti,
il pendolo della tua lingua
ne ha bisogno
ma fa bene anche senza le mie parole,
potresti anche chiamarmi per nome.
Ed improvviso un gelido antico pianto
coltivò ortiche eccitanti e divaricando
la mente estesa ti accorgesti finalmente
che la tensione dei nostri discorsi
era ninfa vitale per i posteri.
Non c’è pietà tra la sabbia primaverile
azteca, donami la spalla velata,
ricordati la passata visita transitata
verso l’iperuranio sentimentale.
Cerca di lanciare il peso dell’inibizione
più lontano che puoi,
non sollevare mai le mani su un essere vivente,
non cercare assurde promesse,
non versare sangue,
e ricordati che per sempre
la vita oltre la vita
e per la vita vive,
nell’infinito il naufragio
non sarà mai arreso.

Wilm i Milosc

La goccia è già schiuma
rarefatta ed intatta
sulla tua pelle lucenti
le stelle,
primavera boschiva
tra i rami in fiore bocciati
di prima mattina.
Ascolterai nel silenzio
il brivido che hai nell’anima
e che sussulta e che esulta
alla parola muta
di questa tua magica aurora.
Tra selve dimenticate ed intatte
hai socchiuso gli occhi
leggendo nella mente
il verso che hai davanti
e viaggia il respiro,
investe il tuo viso, appanna
i miei occhi che fremono,
che bramano le tue mani
su me.
Ascolterai per sempre
il senso di ogni parola lontana
e già volta a ciò che il gocciolio
ti dice,
è già mattino, leghiamo al polso
il nostro destino.
E carezzi la pelliccia
della feroce bestiola ammansita
da saette dei tuoi sguardi alteri
ma così dolci,
il chiaror dei tuoi occhi
è tutto ciò a cui penso.
Ascolterai ancora
il suono delle tue storie
raccontate a bassa voce,
non dimenticherà mai il mio corpo
la scossa che la musica
della tua voce invasrice e ardita
mi ha donato.

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