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John William Waterhouse; Signora di Shalott; 1888

John William Waterhouse; Signora di Shalott; 1888

Ma sono solo fitte speranze
quando respiri piano
appesa a un punto di domanda,
oppure all’angolo di quella strada,
così, giusto un po’ immersa
nei pensieri
nel mentre un attimo di sfuggita
mi guardi,

come un passante che attira attenzione
chissà per quale misterioso rito
ti ascolto e ti sento
a me un poco più vicina,

saranno gli occhi
o forse il tuo cappello,
sarà il tuo volto
da audace sbarazzina,

così, dicevo,
ti ho più vicina,

guardi l’orologio
come fosse l’ora determinante
in un rapporto
e poi ti accarezzi
il polpaccio con la suola,

guardi a terra rimuginante,
è solo fiato sperso tra le piante,
credo sia questa la tua conclusione,
scisso lo ione come fosse
indivisibile iato,

sillabeggi come fosse niente,
e me ne accorgo dal tuo dito
sospeso
che come in bicicletta ondeggia
e divide con sapienza
le mie parole in sezione aurea,
rispettando metriche duecentesche,

è solo un attimo per le chiare acque fresche,
adagi infine il tutto su un pentagramma,
il rigo musicale lo leggo
e un po’ mi piace,

ricorrono le stesse parole
ma le note sono così disilluse
da farmi sognare altri mondi
in connessione distante,

su una nuvola lontana
o in altri Paesi,

lo vedi che non ti sei arresa
e neanche io,

è un balaustrino che ci rende
perfetti
leggendo le nostre balbettanti
imperfezioni

ed una nuova marca,
un marchio,
un simbolo od altro
racchiuso nel libro,
per pudicizia sempre chiuso
e sigillato,

me lo porgi con longhissima manu,
sembri avere ius vitae ac necis,

che bello quel pensiero di rivolta,
giochi col fuoco, cara,
e si sta facendo sera,

in piena notte so che leggerai
o con un dito in bocca solo immaginerai,
e giro l’angolo
e non mi hai più in traiettoria,
ogni balistica è stravolta
dai tuoi sguardi
che piegano palazzi e sassi,

in un attimo è la confusione
che ti raddolcisce,
ma poi sicura prendi
e sfoderi la spada triste

dalle tue labbra in movimento inclinate,
pallida e dolce in un secondo,
e te lo dico topomasticamente,

non ci giro attorno a quell’intorno
costruito, ma come fai a pensarci?

miri il dito ormai trafitto,
sembri morente quando tutto
è chiaro,

su per le scale ritmiche del gaudio inesistente
e vago, ecco, vedi,
sei sullo stesso piano
e non ti inclini
con la metafisica di un autotreno
in rimbombo etereo,

sei irrigidita ma sorridente,
hai solo un attimo per i pensieri in fuga
mentre ti sento trottare e roteare
come dardo astrale.

Comunque se non vuoi è lo stesso,

sto aspettando in silenzio.

Come ti posso contenere
con la musicalità delle mie povere
e sempre le stesse parole?

Potrei provare a disegnarti
se il tuo volto non mi sfuggisse,

ma in ogni istante di questa primavera
anticipata germoglia già il pesco
e non te l’aspettavi,

germoglia dalla mia finestra

e giuri che non ci credevi,
con il solito atteggiamento sbarazzino
sai socchiudere e lasciare immaginare
le porte del destino,

quest’amore appena nato
è come mandorlo confuso,

verrà il giorno e avrà il tuo nome,
impresso sulle soglie in declinazione,

santi numi mi pensi!

è tutto appena appena sperato
e nato,

mi sai confondere
e come te poche ci riescono,

bellina mia, mia dolce,
per te sta calando il sole,
per te le stelle e la falce di luna
che sorride beffarda ma silenziosa
e fissa ti guarda e sa capirti,

ecco che scende la scala musicale,
con la chitarra proprio mi vuoi cercare,

guardi diritto e sai di avermi trovato,
ma poi ti fermi e non sai finire
e così dici ho poco da spartire
con i miei stessi spartiti
che viaggiano da soli,

partiture come flussi di coscienza,

è l’attimo della tenerezza.

Comunque se non vuoi è lo stesso,
in silenzio aspetto.

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