Selendichter

L’imperatrice

 

 

Plasma un destriero indomito

da auriga folle,

da corsaro suadente

di flutti scossi

dalle redini turbate

 

Gli occhi speculari

di metilene

nella mente di siriaci

dalle grazie celtiche

prostrate al vento

e in panistica unità

con la natura

 

In selve distorte

tra laghi di immane

gaudio

riposa il tuo velo sospeso:

eternità di roccia

silicio effimero

ma possente

 

Nella radura la tua gemma

al collo

verde d’assenzio

e variopinta di smeraldi

come calice goduto

come piattaforma di pensiero

fugace

 

I Fenici

scaltri

tra le rovine di Tebe

e tu in trono

nel firmamento austero

di sogni diurni

di paste statiche

e leziose

come miele,

dolce fiele

negli assedi,

ventura dei portenti,

gioia dei nemici,

emblema della celere

battaglia

 

In un dissipare di luci

e in un sormontante anelito

dimesso

da soave spuma marina

o da effige divina

numismatica

sorta

trapassata

come liquame

anzi vapore

tra le pareti

umido delle scale

odore incantevole della pioggia

 

I templi

eretti per te

mistero delle immagini

infinite

di un così vasto ardore

che invade gli animi

 

Lo spirito

che giace sovrano

sul tuo corpo

carezza le spalle

inumidisce i capelli

dà madore alla pelle

 

Tu

incauta folla di stupore

ondaccolo della luce

intorpidito bastione

di stratagemmi bellici

 

Per te le forze cosmiche

lottano

e ai tuoi piedi

l’ultimo anelito cedono

 

Tu sola collo sguardo

incanti i viaggiatori stanchi

dall’assedio pittoresco

 

Immergi dentro te

e esponi declinando

con tre parole

l’umanità intera

 

Dialettica degli opposti,

punto d’armonia assoluta,

il verbo si arresta

dinanzi al tuo apparire

 

Ma non vive

il tuo respiro

tra spasimi incessanti

di una vittoria

delle foglie incaute

sulle piante

 

La clorofilla di te

ti dà la forza

di anguste intromissioni

tra quel che è vero

e quello ormai silente

 

Genesi effimera del volto

lo sguardo intermittente

di te stessa

rivolto verso candidi pensieri

e impure come ieri

le giornate

 

Bisognerebbe avere la passione

di dire cose da

bestiole che

in te trovano riposo

in te trovano ristoro

nel muover delle mani si stupiscono

ed estroverse si smarriscono

 

Per conquistarti un soldato

avrebbe invaso

l’Egitto in un attimo svogliato

crollando Alessandria ai suoi piedi

in vana voglia

coi libri intrepidi tra le rive

auguste di potenza

del Nilo trasmigrato in Stige nubiloso

 

Ma poi il combattente

slegando i lacci del mantello

perdendo la croce e il suo cappello

distrutto ai tuoi piedi

pel rifiuto

 

L’imperatrice sei tu

io te lo sussurro

sfogliando il volume

sul Volturno

in una piazza incauta del mistero

che la costellazione col tuo nome

cede a Mercurio

 

E per conquistarti

un alchimista dorato

si è venduto

l’alambicco ed il suo stato

sguazzando nel protocollo di Bisanzio

e giocandosi i tarocchi senza sosta

e senza la tua effige

 

Sei tu l’Imperatrice

di quelle terre indoeuropee

della tundra sterminata

della scalata verso

il Mare Nostrum

 

La mappa mostra il tabernacolo

l’alchimista la sfoglia e non ti trova

ti perde nella pietra mistica

nella battaglia di Lepanto

 

Dov’è il tuo trono e la corona

se s’inchinano i condottieri e i maghi

non senti nelle vene il marchingegno

divino

 

E capisci ciò che forse non hai letto

e sospendi ciò che forse

non ti sei chiesta

nove gradi nel pianeta ascendente

sul tuo Liocorno

 

Lo sguardo frulla

 

 

Lo sguardo frulla,

invadente sgorga, negli occhi

tuoi che trillano,

indomiti biscotti

col ventre d’amarena

sgusciante di illusioni.

Prezioso quell’ intenso

vagare

in tundre desolate

che chiedono venia

inconcludente

al vortice tuo

ardente.

Gaudioso il tuo zigomo

dolce e strisciante

come la notte

che risplende

invitante

un chiaro percorso

scosceso e sconosciuto.

 

Improvviso

gelido il tuo viso,

la schiuma sul volto

pasticciera

è il mantice della sera

come l’acqua

novembrina e sincera

fissata dal pensiero

un po’ impuro.

 

Lo stillicidio del tramonto,

la luna prossima

e il sogno

che già t’invade,

conquista d’altri tempi

sopiti

da battaglie fugaci e mai perse.

E poi capelli:

rame e argento

dei cirri intrepidi e furenti,

destrieri lontani e scossi,

vaghi e guizzanti.

 

Occulta,

così resti occulta,

i volumi del silenzio

sono piante rampicanti.

 

Sguazzi tra fecondi ariosi

discorsi

che spiazzano,

che riposano,

che infine si assopiscono,

mormori un fruscio

come il vento

e resti dominata da te stessa.

 

Impercettibile, volatile sostanza,

etilico ectoplasma,

si sente la tua presenza

nell’aria

ma manchi in consistenza,

sì tanta veemenza,

comunque te lo ripeto,

manchi in consistenza.

 

Nobile, gas nobile,

legata con te stessa

non rimpiangi

l’inutile compagnia,

stendi la tela,

prima di distruggerla

resti a rimirarla,

godi e la tranci di netto.

 

Col bicchiere in mano,

il liquido verde,

i fluidi rimescolati

li versi nel letto

e parli per dispetto

anche del calore

e della quinta

(volteggiano le dita nel vuoto).

 

Il rimario l’hai smarrito

ma, cribbio,

non ti serve,

 fai benissimo da sola,

fai benissimo anche senza,

 

meglio il gelido cobalto,

dipinto di assenzio

in gaudiose vittorie

etiliche

incantate

dal supremo colore

intorpidito

dal pallido incarnato

che cede alla sera

i misteri,

al chiaro contatto

di un raggio di luna.

 

E sì la luna

apparirà sintetica,

intraprendente

ma come lemma silente,

apparirà,

tepore nel cielo

senza preavviso, dici sul serio,

stringendo nei pugni il tuo velo

sospeso di inquietudine.

 

Allora sì,

 cambierà tutto

come solo un arido sentiero,

breccia nella voce dimessa,

un po’ cupa, nostalgica.

 

Intorpidito ogni furore

sono strade di catrame

che sfiora ad ogni ora

il tuo buon umore

mentre senti dolente

il mutamento della pioggia,

diventi tu stessa pioggia,

prezioso acquitrino

in parole menomate.

 

Diventi l’essenza,

la temperanza,

l’incandescenza.

 

Diventi quel segno svelato,

quel tuo sguardo obnubilato,

un cantiere in sospeso.

 

Diventi pura,

candida ma ardita,

poi dolce bocciolo

di foglie spaurite

da una goccia trasparente.

 

Intorpidito,

nello specchio il tuo sguardo,

ricordi sbiaditi

e tesi nel vento,

è un attimo e compare

e scompare e ricompare

multiforme

la tua figura

in un sussulto intrepido,

vorace,

dolente.

 

Poi solo parole

che si arrestano

dinanzi al tuo incauto

gesto folgorante

e resta il tuo docile

volto indissolubile.

 

 

Dagli occhi incauti

 

 

dagli occhi incauti

mal dimessi

al silenzio

loquace come fluido

diluito

e tenebroso

di pensieri impuri

che m’invadono

e che si inchinano

al tuo apparire

furiosa

in estasi per un ricordo..

 

Divina padrona

 

Divina padrona

un mistero sublime

avvolge

quell’aura di tristezza

che ti invade

da quella notte

 

Sola e in silenzio

varchi ogni dì

le soglie del tempo

 

Spiazzi con lo sguardo

e intanto

sorridi nobilmente

con incanto

e celestiale gaudio

 

Parli di te

con vivacità e poesia

ti agiti, ti muovi

e non cedi

 

Trapassi l’aria

e volteggi amabilmente

tra le tue parole

mutate in furiosi

e vorticosi ingorghi

 

Tempeste di sabbia,

diamanti di cera,

serpenti a sonagli

ed animate, vuote storie

di peccati

 

Non concedi alla sera

che qualche barlume,

non chiudi le finestre

neanche se gli sconfitti

petali ti investono

 

Li tramuti in foglie secche

che con superbia

sgretoli tra le mani

 

Ridotti in polvere

ti implorano pietà

ma tu indifferente

li spargi intorno a te

chiudi gli occhi

apri la bocca

e divori il vento

con voracità.

 

Poi soffi e

dai potere al caos

confondi le menti

e domini compiaciuta

 

Sovrana e padrona

ti annoi con semplicità

ti rendi complice del tedio

ma lo pugnali alle spalle

fingendo indifferenza ed

estraneità

 

Infine ti stendi

sul tuo letto argentato

porti un dito al cielo

ti sfiori poi le labbra

e godi la tua divinità

 

Traluce

 

Traluce

in svariate

sensazioni scandite

il languido svolazzo

derubato dallo sguardo

tuo propendente

nei confronti dell’infinito

diroccato

ingurgitando bacche

 ambrosiamente velenate.

 

Stupida diramazione

sulla salina,

svincolo a destra dei tuoi fianchi

trapassati e trasformati

in perversità.

 

Ma come si è potuto

sfiorare l’accordo

veemente

nel frastuono melodico?

 

Cadenzato il verso,

tre piedi,

la metrica federiciana,

da Lentini a Bembo

il passo è sovvertito,

la glossa grossolanamente

disattende il principio.

 

Non ci hai fatto caso,

capretta d’altri tempi,

l’essenza è stata persa

sul tuo corpo.

 

Ah come era stupendo

il tuo profilo,

armonia d’assoluto

anzi la venuta dell’oblio

che ti ha disincantato,

ora ascolti le scaglie

a mo’ di invasrice.

 

Fulgida dicromatica

non dimenticare

la storia tra di noi

mai sorta e mai nata.

 

E continua a recitare,

sul palco coi boccoli cinabrici

affinché imprima sul cartoncino

le tue velature sublimi.

 

Poi noncurante

come sei sempre stata,

schiaccia questo residuo del nulla,

io resto inutile musichetta,

ignorata e inesistente.

 

 Bios-Thanatos

 

Un atomo di idrogeno,

pioggia scaltra,

trasmigrazione della scalza

intromissione

tracotante di particolarismi

crepuscolari

nell’intento di sviare altrimenti,

altri connessi,

intrugli scantenati

e poi, i tuoi silenzi

giù o in soffitta,

il carbossido,

l’alcheno,

la vita e il piagnisteo.

 

Poi ti vedo navigare

con candida mano dirigenziale,

sullo scranno alabastrino,

sul predellino di basalto,

e scende da questi crateri,

non fossilizzi

tutti i miei pensieri,

li dischiudi tra miserie e inganni,

li proteggi tra bagliori e furori.

 

Poi l’onda del mare si infrange

sullo scoglio d’amore,

ascolta la tua voce,

fisiologica

la passione piramidale,

sgomento,

puro sgomento,

nel vederti incedere

in trotto,

tra le spiagge

tra gli invasori,

tra i più stupidi scultori,

che non traggono

vita dal marmo

ma gorgheggiano il loro

santo scalpello,

come macchie perse

nel claudicante senso.

 

Intanto alla deriva,

tra le colline toscane,

tra le più amare

muse insabbiatrici,

tra i giardini,

tra le zamie,

tra i pensili babilonesi

non hai più porti sicuri,

nichilismo sui tuoi occhi,

tedio e nausea

sulla tua bocca.

 

In una valente balza

scoscesa

di giudizi minossici,

avvolgi la tua coda giudicante,

poi la spogli di vergogna,

la danni quella tua voglia,

nell’oscuro rimpiangi il sole,

maledici rose candide

ma le brami

infondo a quel tuo cuore,

come sogni desti,

vortici paradossali.

 

No, forse non c’è speranza,

hai ragione

qui è il buio,

ma la musica dialettica

e sintesi ad un tempo,

li sfinisce questi tuoi pensieri

come se giammai,

tu non avessi avuto paura.

 

Poi la pioggia svanisce,

lampa corpuscolare perde il senso,

il pavimento è sanguinante,

ti distendi con le gambe all’aria,

e l’infinito è lì vicino,

già li senti i serafini,

le virtù,

le potestà,

l’empireo.

 

Allora decidi,

togli il sol, poni il mi,

e la chiave di basso

diventa di volta,

architettonicamente regge l’universo

in un barlume di anfratti,

tra tendenze centrifughe

trovi il punto d’assoluto.

 

 

La quinta dimensione

 

Porgendo il bicchierino,

scopri inaudita

l’indice furente,

scosceso tra le ardite

rovine

di regge mastodontiche

e novembrine

che sotto un colpo fiero

tracollano in trotto,

svaniscono d’un botto,

e restano pezzetti di domani

mal riposti, come atolli alteri.

 

Posi tutto e corri tra le tue stesse

braccia,

pesi poco e gradivo il tuo corpo

si slaccia.

 

Sono essenze fluide nell’aria

come se si sentisse

un flebile lamento

che se esistesse per davvero

o fosse alba di giorni concupiti

al chiaror selenico…

 

Possediamo il talismano!

 

Poi trema attonita

 la tua mano,

sfregandolo ti atteggi

ad anima dei silvani anfratti

o magari degli insoliti

acquitrini

di rimpetto trasparenti

ed attraenti, immagini

ti invadono

a sgorgare preghierine

mentre precipiti con grazia

celtica.

 

La molla del tempo.

La chiave del silenzio.

La svampita croce circolare.

Tutto nel portagioie del tuo camerino ineguale.

 

E se avessimo sbagliato

dall’inizio?

Se fosse tutto

 falso?

 

Al di là del limite

ascendiamo

calpestando gli scalini

e forgiando lame irsute

per la celere battaglia,

che ormai dura da millenni.

 

Antropiche guerriglie urbane,

pre-edeniche pretese

di potere pur sempre privato,

sciacallaggi atroci

sulla tua pelle

come a dire frasi sconnesse,

post-atomiche rimesse,

carrozzerie sgualcite lievemente

ma terribilmente sacrileghe,

sull’altare della discordia.

 

Porgendo il bicchierino

forse il tuo sguardo

non immaginava questo,

non si aspettava fossimo accerchiati

dai nemici di sempre.

 

Precisamente loro,

i loro tratti suadenti,

la cicatrice ad angolo retto.

 

Forse non è vero

ma tu te ne ricordi,

mi hai impresso nella mente,

me come matrice di futuri incontri

senza più psicotropi.

 

Forse quel gesto,

quel bicchiere significava,

dai fuggiamo via,

prima che arrivi l’alba.

Ci restano due ore.

Varca la porta,

 

la quinta dimensione.

 

La dama delle stelle

 

Poniamo per un istante un’ipotesi,

diamogli corpo,

diamogli pensiero.

 

La luce mostra intorno

nocumento,

ma forse è meglio,

stendo il velo,

lo scorgo,

lo accosto,

lo sfioro,

dita in cielo.

 

Siamo stati felici

in mezzo ai tuoi capricci,

come se infondo

non ci importasse,

della pioggia.

 

Ma no,

tu, no,

non dimenticare

che siamo stati

validi tiranni,

berberi affanni,

sofistici e ditirambici

accordi.

 

Sguazza tra le tue note,

fallo con calma,

sì, dai,

metti pure i numeretti,

forse è meglio,

mi oriento sì,

mi schiudo, sì.

 

Il vero è come foglie

ingiallite,

variopinte, dai guarda

che colori

poco prima della caduta.

 

Mettiamoci in cima,

nascondiamoci tra i rami,

percepiamo la natura,

anima mundi,

ardente spirito incendiario.

 

L’essenza è qui,

dove è il godimento,

cardi e sogni,

rapaci intrugli,

cabalistiche passioni,

austere invasioni,

continenti sconosciuti

e ancora sì,

magica quiete, prorompente.

 

Mantiene tale essenza

l’ombra delle idee,

dai volteggi,

dai solfeggi,

neoplatonici incontri,

forse un karmico,

volubile selciato,

etereo ma magari vivido

come mero giudizio nero.

 

La voglia c’è,

manca la disciplina,

o forse, no,

la stessa esiste,

insita nel tuo caos cosmico,

dove va non lo sa,

lì tra il tuo volto effimero,

tracciato con la china

su un A3.

 

Guarda c’è una pera,

guarda una melagrana,

guarda un furetto,

fisiognomica e santa

la tua effige,

il riflesso,

l’apparenza.

 

Ti bastava un solo cenno

per tramutare

il legno in argento,

con l’indice proteso,

coll’ anulare capiente,

col cerchio di congiunzione al collo.

 

Puoi accennare un sorriso.

E ardentemente

quando il rumore è assente,

fai di nuovo il cenno,

assapora l’anima di belve e clorofille.

 

 

Poi finisti nel giardino

 

 

Poi finisti nel giardino,

sfiorando i vespri autunnali,

caduche tutte le tue passioni,

spargesti effluvio

violaceo

senza concepire

né stagioni né illusioni

ma soltanto

validi sonetti.

 

Spalancando il portone

in quanto possedevi già

quanto ti occorreva:

 

la sfinge,

la chimera,

la troposfera,

le strisce di Elio

e non di aerei

come se tu,

stampo nel gesso,

sbuffando scendessi

a compromesso.

 

E poi i tradimenti,

eh eh,

dove li metti?

 

Poi venne qualcuno

che ti sussurrò

un lamento

nel padiglione auricolare,

lo spingesti quindi fino all’eccesso,

ti cambiasti l’espansore

e lo sfinisti,

lo punisti,

lo infliggesti,

nel naso la congiunzione corpo-spirito,

nel pancreas l’ectoplasma,

nel fegato la rogna.

 

Quel qualcuno ti disse

l’ora di conseguenza,

pronunciò le tre parole della formuletta

ma tu rispondesti

di avere già le catene

attaccate ai passanti,

dunque era inutile,

meglio sorvolare,

ti bastava.

 

 Sì, continuando a parlare

dicesti io ho voglia di bayles,

ancora,

dai ancora un cicchettino,

poco così, poco colà.

 

Non so che follie

dopo la bevuta,

magari vorresti anche

una dose,

allora sì o allora no,

comunque è tardi

meglio tornare a casa,

io ti dico.

 

Ma in ogni caso

un paio di basetti

te li concedi,

smackettante

aspetti prima di ricambiare

il refolo di vento,

ti sdrai per terra

divaricando le gambe.

 

Ah piccolina cosa mi combini?

Non ti viene in mente

che domani sarà giorno,

beh che dico,

a te cosa importa,

sul libricino stenderai

un telo da mare.

 

Un telo tedioso

ma accogliente,

mentre gli altri

parlano

tu straparlerai

nel sonno fingendo,

ovviamente,

compassione.

 

Poi tra le aule a trotto

il giro sarà interrotto,

scolastica citerai l’Aquinate

e due versetti a caso,

poi sulla cattedra,

allestita a palcoscenico

per l’occasione,

germoglierai estrosa.

 

Ma ora è sera

non pensiamoci

ancora dimmi un po’

che cosa vuoi dirmi

o andiamo al sodo.

 

Già lo sapevo!

mi parli di Verne,

poi incurante passi all’anima

che pende

e non ha riscontri.

 

Infine e finalmente

troviamo spazio

per l’amore

ma solo su due mattonelle,

34×30.

 

L’origine del mondo specchio del tuo corpo

 

 

Probabilmente si è trattato di un sopruso,

inaudito gemito del lauto banchetto

incluso,

la voglia è già condizionale,

sospensiva clausola

dell’anima

mentre il sapone

ascende in macchie,

in bolle poi,

in conclusione.

 

Dal cielo mi sorprendi,

schiarisci le stelle

come fossero denti

sorprendenti e beffardi,

aneliti di travagli

superati dallo stupore.

 

Eccoti mentre ti trasferisci in mare,

la conchiglia,

la genesi,

l’attesa,

Zante,

Stromboli,

Vulcano,

Napoli,

Roma,

l’altopiano. Eccoti

che scandisci bene le parole.

Eccoti

che trasmuti,

dai valori,

dalla morale,

fino all’inclito spiano

astrale. Eccoti

con le partiture. Eccoti

in brulle arsure,

dove non hai più voglie

né floreali, estrose balestre

possenti. Eccoti

nella cascina. Eccoti

scalatrice,

dove neanche il Monte Ventoso

ha potuto riempirti d’allori.

 

Sì ti fa piacere,

mi hai trovato,

bottoni, lacci e asole,

mi hai trovato.

Apri la credenza,

prendi leziose

paste statiche

come vesti. Ti copri,

indumenti impermeabili

all’ardore, tanto tu

già l’hai svelato

il segreto.

Allora sì

lo prendi, lo sospendi,

specchietti, purpurei ammanti,

oscure toghe che vincon l’arme

come erba dolce ed odorosa

che fa battaglia silente

all’orgoglio.

 

Ma poi

neanche ti rendi conto

delle ostruzioni

e degli ostracismi, hai fiducia,

davvero ci credi

in quel che dici,

ambiziosa!

 

I simboli vegetali,

l’aquila e il falco,

i numeri perversi, statici

come l’universo speculare,

circolare ma tagliato

in due simmetricamente,

di qua l’oscuro negativo,

di qui la luce positiva.

 

E poi lo zero,

quindi il punto,

sostegno della storia

inesprimibile ed immisurabile,

magari percettibile,

ma inconcepibile.

 

E nel Museo di Alessandria

o nello Studio napoletano

hai trovato la congiunzione,

gli scritti dove

l’origine del mondo

non è descritta in termini

di creazione

né di trasformazione

ma solo come specchio

del tuo corpo.

I secoli, i millenni,

i giorni, l’ore

e gli anni, assoluti

e tracciati sul tuo volto.

 

La storia è sapienza,

la vita conoscenza.

Tu sei storia e vita,

 conoscenza e sapienza.

 

L’universo vive e si espande,

di un’espansione paziente,

che non scorre ma resta lì,

tutto esiste,

tutto è sempre stato

ma sconosciuto

e scoperto perciò per gradi.

 

Allora ti è sufficiente,

va bene così,

sleghi i capelli.

Allora basta così,

riprendiamo domani sera.

 

 

Usignolo libero

 

 

Si alza il vento,

soffia fiato silente

tra le corde

e tu distesa

sulla brume

dialettica foglia perduta.

 

E d’improvviso

chiudi gli occhi

e si spalancano i mari,

i cobaltici anfratti

divini

sul taglio zigomato

e la lacrima

raggiunge le tue labbra.

Poi il cinguettio,

di nuovo. Zitti,

 

tutti zitti.

 

Va,

ondeggia qua e là,

corri,

fuggitiva corri,

libera,

sei libera adesso,

non ti perdo,

no,

tu rimarrai in me.

 

E ribelle e dolce mia,

scuoti ancora un po’

la testa. Vai,

usignolo fiero vai,

nessuno più vorrà

legarti, incatenarti,

costringerti a cantar.

 

Vai,

il mediterraneo è un po’ più là,

la vita tua preziosa,

viva, serena,

estrosa, e pura ormai sarà.

 

Da dietro alla colonna

 

Suppongo sia lei.

Presumo sia proprio lei.

 

Dai mi avvicino.

Scorgo le labbra ciliegie,

madeleine occhi,

amarene pupille.

Le incandescenze violacee

ai bordi del corpo,

sul viso la seta,

lo sguardo turchino,

il sorriso beffardo.

 

Spostati devo accostarla,

anzi no,

è meglio mi nasconda

dietro la colonna.

 

Le macchinette d’acacia

fanno un rumore

assordante,

un sibilo crescente,

allora è l’occasione giusta,

la falena grigia

apre il sipario ai suoi colori.

 

Pura magagna,

eh eh,

sì mi ricordo,

quel pensiero estivo

sull’asfalto paonazzo,

le tue mani svolazzanti

tra le ciglia e i compromessi,

le tue dita invitanti

tra scadenti e sagaci

trotti al centro dell’incrocio.

A quest’ora

(tre di pomeriggio)

chi vuoi che passi,

andiamo a intermittenza,

stringimi la mano,

aspettiamo un breve

accenno di gomma, e

 gettiamoci ad occhi chiusi

in mezzo alla strada.

 

Supini per terra.

Non ci sono, dai,

bare di fuoco

ma comunque, tranquilla,

vediamo il futuro

lo stesso,

ignoriamo il presente.

 

Fosse stato vero!

Avremmo saputo

di esser entrambi

qui alla distilleria.

 

E il sibilo aumenta. Si,

dio mio come aumenta,

forse magari

è soltanto

scheggia della mia mente.

Lo ignoro

ovvero ignoro te

ovvero ancora ne approfitto

per ‘mbruscinarti

o solo guardarti.

 

Ma improvviso,

oh no che succede,

folletti, monacelli e fatine

nel castello imbandito

sul ripiano a mo’ di buffet.

 

Mi offrono una pastarella

sguazzosa di maraschino,

la mangio da me.

Mi giro.

O dio, lei ora dov’è?

 

Eccola affianco al re.

 

Ma l’anello al dito,

cito ancora dio e dico,

cribbio dove è finito?

C’è bisogno,

sì mi decido,

la accosto e l’avvicino

ad un tempo

e le sussurro

d’un fiato

di spostarsi

a ridosso del muro,

la devo parlare.

 

Poi incurante della reazione

continuo,

sono finito

in un mondo parallelo

dove non c’è raziocinio.

 

No non è così,

guarda, tu dici,

ma io nemmeno ti ascolto più.

Ti sembra questo il motivo

di essere incantevole o socievole?

 

Al ritorno vedrai

le mie lenzuola

immerse nel rosa

delle persiane

in giubilo attendendo

l’arrivo da Maratona.

 

E concludi chiedendomi

di dipingerti il viso,

di accennarti un po’ di falso

e un po’ di vero,

di odorarti i capelli,

evocatori di nascosti sentimenti,

profumati e saporiti

compagni delle nostre perversioni.

 

Il sibilo è ora schizzato,

la cresta troppo alta,

la frequenza incalcolabile. Mi giro

e vado via.

 

Vai parola

 

Vai parola,

non fermarti ancora,

cerca il suo viso,

scendi dai colli in corso,

soffia in viuzze affollate,

prova a trovarla,

il mio sforzo

è vano.

 

Ove il mio farneticare

ti invada l’anima,

carichi lo spirito,

ti renda indivisibile unità,

resta con gli occhi bassi

di fronte a me,

guardati ancora

oscillando le gambe.

 

Non preoccuparti

il fascio ti invaderà il volto

per un altro po’,

non agitarti,

i tuoi boccoli

sono nei miei sogni,

oh sì quei cirri greci,

quel misterioso estro alemanno,

quell’indolenza e quell’indifferenza.

 

Se poi devo restar

lontano a maciullare

amare solitudine,

guardami tu,

io pongo lo sguardo altrove

ma stai tranquilla,

sei impressa nella mente

a caratteri mobili,

 

mio libro universale,

vengo ad attinger frammenti

di verità dai tuoi occhi

che sono solo sintesi

del volto misterioso,

ragazza d’altri tempi,

sei la mia via diletta,

dove da tranquilli posti

non mi scomodo,

stiracchiato

sul triclino col calice in mano,

bevo i tuoi umidi livori

ardenti,

tu sei comunque

sempre più lontana.

Mia gamberetta ritratta,

incedi in verso negativo,

 

resta soltanto un flebo

della tua ombra,

io scrivo senza che tu legga,

scrivo inutilmente.

 

 

Meglio sorvolare la verità

 

Proclamata

con un giro di parole

la perdizione della seduzione,

 

tu mi guardi

con gli occhi intensi

ma il pensiero è già altrove.

 

E tanto tempo,

tanto vivido il senso,

lo batti sulla cattedra

come un pugno dato al muro,

sei capace di dirigere

un’orchestra o chiedi venia

come un ginnico esercizio

in palestra.

 

Le sensazioni che sprigiona

il tuo corpo

in questa superba sonata

sono candide come

le rose di un maggio lontano

che rincorre per caso

un verso e lo acciuffa

guardando più in là.

 

Qualcuno direbbe

l’autunno è una passione

da coltivare come le strade

spalancate sulla realtà,

hai un po’ di timori,

allora passa da me.

 

Tre quarti è l’azione,

due terzi finisce in perversione.

 

E c’è una stella

troppo bella

dalla finestra la guardi

e speri magari

pensando a te stessa,

puoi pure sorvolare

l’introduzione,

vieni al dunque con pudore.

 

E guardarti fissa

di nuovo negli occhi,

cercando un barlume di verità,

ma la tua nebbia

mi oscura la vista,

è meglio sorvolare

la verità.

 

 

Porgimi il cuore diadema del dolore

 

 

Porgimi il cuore

diadema del dolore,

porgimi il tuo sguazzante

animo intatto,

porgimelo dai,

non ti chiedo dove vai.

 

Credo che tu,

ammiccante come non mai

abbia tratto addendi,

i fogli, le formiche, il pianto,

il veleno ed anche la pioggia

mescolata al bitume

non implorerà,

dirà soltanto che giammai

la storia è finita tra noi.

 

Ed a quel punto dirò,

cara sei la vernice

più fluorescente

su pareti perverse,

sei indelebilmente scaltra

ma già, non scompari neanche

se dici no,

impressa resti al vetriolo,

o magari al vetrino,

microscopico ardore positivista.

 

Per questo io striscerò,

coperto di mandrie

sopite in me,

invitante

con la socchiusa palpebra

all’imbrunire,

sei solo rimasuglio

del vuoto gesso

posto sul compromesso,

la lavagna di Delle Vigne

chiuso in cella ingiustamente

perché, l’invidia,

rende cechi sai,

ma tu resti più lontana che mai.

 

Allora zitto dirò,

sei alemanna, franca, celtica o galla,

sei iberica o magari romea,

non so,

le punizioni Giustinianee,

le accuse di eresia e di vilipendio.

 

Per questo ancora muto dirò,

la tua soave voce dov’è?

 

Sei ciò che tende,

ciò che darebbe una svolta

definitiva se,

lo Stupor Mundi

sotto il giglio non si fosse spento,

 

ma tu portami alla vita

di nuovo

del dominio senza guerre,

alla legge senza tavole

o bronzini incisi hammurabici,

 

sei tu la babilonia vera

di libertà, non meretrice,

non sei più il sosia di te,

sei la candida effige,

sei la rosata stele celeste,

sei l’effluvio d’Egitto,

l’Astrea e la Sofia,

sei il Filos e il Logos,

leghi tutto supina in te.

 

Allora fondiamo ‘sta città,

diamogli mura trasparenti,

accogliamo in sincretia

ogni brama di sapere,

collochiamola sul mare

e tra le colline.

 

Poi infine ancora più tacito,

io le do il tuo nome,

il tuo epiteto

e il tuo attributo.

 

 

La sognatrice al far dell’aurora

 

Eccoti qua

di nuovo a fare l’ étoile,

esplodi in frasi concise,

scisse armonie riottose,

risulti suadente

e lei che dice deludente,

via la fornace

ai sogni incauti d’attrice,

vivi per me

e dici che il resto

è il surplus essenziale

di ogni felicità,

vivi per me

e attonita dici

che son verseggiatore atono

dei tuoi desideri dischiusi,

eccoti un gesto,

eccoti il verso,

se gira, lo sai,

è solo perché tu

lo vuoi,

il limite sepolto

fa scialbe pietà nell’aria

della crudeltà,

cruda cattività autoindotta

ed ipnotica rotta volatile,

champagne vorresti

nella tua stanza,

cerchi questo oggettino e mi chiedi,

dov’è?

 

Qual è il problema?

Forse adesso c’è

ed era il duemila

e io non ancora ti conoscevo,

a stento ti vedevo,

eclissi di sole e di luna

in tempi determinati

per i nostri ultimi

vent’anni

che ci approssimavano

alla totale estensione espulsiva

della ragione,

leggendo il libro

guardami ancora

e sorridi,

segno di sfida,

l’universo siam noi,

beni indivisi e pubblicità immobiliare,

cerchi anche tu,

chirografaria,

la dimora,

resti di ogni domani,

ci separammo

perché non fummo mai uniti,

bevi ancora,

abbiamo, come dire,

tempo,

e mi prendi in giro

con la tua profonda

superficialità

da scuotimento di tettonica

a zolle,

derive di baci,

Pascal e Pasteur,

l’inciso,

non sono convinta,

come lo zero assoluto

il triste inverno,

vorrei le parti più fredde di te,

inumidire i tuoi zigomi

con foglie secche e odorose,

allucinatoria l’implosione,

e sì, c’è, e sì, si fa,

bene,

stai comunque bene

senza di me,

però, d’altronde,

chi ti manca

è quella nascosta parte

di te,

 

molto bene,

e di più inizi

a fare la provenzale

nuda sulle scale,

logorami il fiato

e l’ebbrezza ingiallita

del tuono d’autunno,

repentina lasci pure spazio

intensivo al tuo giulivo

vorticapo,

ingorgo amnesico,

rompighiaccio sulla spiaggia

attizzata all’albeggio

della luna,

 

noi pugilatori indecisi e stizziti,

 

solo il mio senso

ti rende orgogliosa

delle tue follie

ma dai,

proprio non lo senti?

non ci credo,

non sai ascoltare il suono divino,

ubriacatevi se potete,

stantuffi di luce e di rame.

 

E mi sfidi firmandomi il braccio

con l’indelebile segno,

chi ha intelligenza calcoli,

è questa la sapienza,

la vita e la scelta,

mi sbianca la tua mente,

ed è qui,

è questo il posto,

è il nostro discorso interrotto,

è l’incantevole passato,

fammi gli assiomi

che così diamo alle nostre creature

qualcosa in cui credere,

fallo però prima dell’ora terza,

donzella scherzosa,

aurea aurora,

prima luce del mattino,

sguardi distratti,

cuori distanti,

volti infiammati

e lui ci gode,

gode e si imbizzarrisce

ancora più potente

nel far credere che lui non c’è,

ubi stantibus,

scegli il re

delle frasi perdute

in me.

 

E sulla terrazza

ancora le note

dell’indefinito

tuo sogno

intensamente gentile

e decora la nuova era,

oppure compra ancora

Chanel e Rimbaud

che cerca di te,

se gira, lo sai, senza i suoi raggi

ci sarà pur sempre un perché,

è il limite candido

o la potenza della sua gloria

in sanscrita armatura,

ti svanisce il se

eliminando le troppo ingombranti

voci verbali

e trovando la genesi del sì

o l’assunto del ma,

la curvatura della A, l

‘intrinseca pietà di sé intrisa

e ludicamente indecisa,

quartina addescata

nella fagocitosa

terzina italiana,

non senti l’urlo

che è in te.

 

Ah! perché? perché?

perché?

Sì cuci ciò che separa,

così mi sembra appaia

la mattutina imbambolata

chiave raggirata,

ancora stonata,

in fondo il no

non è mai negazione,

mi dici,

mi dici che è negativa intensità,

la frase poi la attribuisci a me,

è la tua precocità,

la mia l’hai assaggiata già,

è la notte della ragione,

Itaca era lì,

la nota inviolata è il si,

il sarcofago inaridito,

lo sguardo di Cheope

al mezzodì

non è,

è così se inverti

il significato del re,

in Pelligoux la cantantessa

andò in tournè

al ritorno trovò me,

dopo il saluto,

dico la sera appresso,

ci fu l’invocazione

al giallo laureato

del caucasico intruglio

mozzafiato,

così i volti cambiano,

le croci restano,

il miraggio è fatto,

steso e ditirambico,

ma no,

volesse il cielo no,

due segnali ed il tridente,

poi la verga di ferro

che guida l’universo.

 

Sento che con te

la spiaggia spumeggiante

del ricordo

che hai versato sul letto

è menzognera meta,

la tua la sai,

 

dopotutto sei già distesa.

 

 

 

Onirico intreccio

 

L’invito perso nel vuoto,

miele sui tuoi fianchi.

 

L’intrepido indice

sulle labbra,

appoggiato il piede tuo

sull’anta.

 

Verticalizzavo ipnotizzato

alla vista della tua

incoerenza,

 trapassata soglia spirituale

al sommo grado.

 

Vacuo quel sorrisino,

vanità sul tuo petto,

ciondolo di spighe gialleggianti.

 

E il pacato venticello

come satropo al confine

giusto un po’ compromissorio.

 

Te è da un po’

che non cambi le lenzuola,

fai follemente innamorare

in sogno come nel  reale,

leziosa candida,

cavallo indomito

contro il monte asproso,

 

senza pioggia prendi un pensiero,

lo cancelli,

soavemente lo ribalti.  E seduci

in tale inversione

apodittica di moto.

 

Plasmi un piedistallo altissimo

e ti ci riponi in continenza,

resti poi ad i suoi piedi

ad onorarti

ma bilocata

anche in cime a godere

delle boriose invocazioni.

 

E la brina tremolante,

sì lei proprio e non il bocciolo,

la trapatti allegramente,

slinguettando fai la veemente,

petulante, noiosa, inconsistente.

 

Ma sovviene speranza

come argilla succube del tempo,

maciullata e ricomposta

dalle mani scomposte.

 

Poi è un tantino

che non sento i tuoi martellanti

accordi

ma comunque

mi ricordo,

li puoi pure sbatacchiare.

Carta straccia, dici,

 

ma insomma,

stai sopra il tuo bel piedistallo

audace

e non hai neanche

fede nelle tue creature?

 

Ma lo spirito intelligente

che risiede

è già sfocato,

allora tenti di nuovo,

se ti servono parole

 

io son qua.

 

Sgargiante rigira

i chiavistelli,

 

son paziente,

 

 ridagli fiato,

sguazza tra melodici

nonsense armonici.

 

Son qua per te.

 

Allora ci stendiamo

sul marmo,

ornitologhe penne

e sbuffi di budella.

 

Allora ci diamo la mano,

si parte per l’onirico intreccio!

 

 

Il manto delle stelle che scuote con furore il vortice assordante delle tue parole

 

Il manto delle stelle

che scuote con furore

il vortice assordante

delle tue parole,

 

avrò fiducia

nella potente arsura

di gocce di cristallo

che cadono dai rami

mentre sorreggi

il vuoto

di queste conclusioni,

 

partiamo dalla fine,

diamoci la mano,

nell’abisso sogniamo

e con un bacio svelato

il pavimento infuocato

diventa percorribile

da noi stretti e un po’ spersi.

 

Dai confronti

emerge triplice dualità,

di cui tanto parlo,

sincera vanità,

nell’apparenza

hai il collo teso all’insù,

sei molto carina,

lo so, dai, vali di più.

 

Il vento fa sognare

e tu?

Tu non lo ascolti.

 

Sei molto presa

dalla tua praticità,

non ti soffermi

neanche su un simbolo

di fedeltà.

 

E poi cos’è il silenzio

se rannicchiata

già pensi ad altro?

Sai molto bene

come confondere

i miei discorsi a metà.

 

Ti scosti un poco,

dalle carni pulsanti emerge

il cupo fiato affannato.

 

E non lo farai più.

 

Distratta, un po’ svogliata,

dillo se mi pensi

oppure se c’è qualcosa che non va.

Comunque eccomi,

 

puoi guardami.

 

Scia di petali blu

 

Il manto senza fiato

dell’arsura sgargiante,

della fornitura di assoli capovolti,

sguarniti di mistero

ma avvolti

in un involucro di vetro.

 

E tu tiri le somme,

trai addendi come fossero

sifoni che ostacolano le tue azioni.

 

Sì,

vai con calma piatta,

il piedino è perversamente asciutto,

forse solo un tantino istigante,

tracotante la passione

che travalica il coperchio.

Su dai spegni il fuoco,

sta bollendo.

Sta magicamente dissolvendo.

 

Tale reazione,

cauta maliosità,

aggiunta di smalto

e in un attimo è già

una miscela sospesa,

sopita vacuità.

 

Nel diluito,

ti piacerebbe magari,

sì, si vede dal volto,

fare sul serio,

sboccare futilità.

 

Ti domandi tra te,

cose che non sa nessuno,

dai un colpetto all’imbarcazione,

hai scampato la collisione.

 

Perciò ti inoltri,

vai,

vele protese,

braccia arrese, marosi duali,

manichei o tonnesiani…

 

Mi sorprendi

ma mica tanto,

la tua apparenza

che invoca

è solo il preludio,

che passa all’adagio sulfureo,

dodecafonica storia,

scala a punta di bacco,

assaporata

in labbra sottili

e purpuree,

le fauci divagano

invece in altri sapori.

 

Te tu che fai?

 Dove è che stasera vai?

Te ne fuggi di nuovo

scavalchi validi valichi stridenti,

invitanti maschere,

celati gli occhi soltanto,

che poi sorprendono d’improvviso,

macchie d’ulivi.

 

Infine periodi sospesi,

schizzi di linfa vitale,

spasmi fulgidi,

aurore mistiche,

veementi distici e futuristi,

caffè di lettere nostrane,

magari a Roma. Poi nulla più.

 

E intanto che si pone

un verso nel chiuso di una stanza,

attaccato alla parete il sipario.

 

A te non entra più neanche

un solitario sudario,

la spallina sincera la scopri.

 

Lo sfilato portone

di casa tua

non ha ormai più fontane,

cade come neve

dai monti

di staccato disincanto. Eccoti,

scopri di esser sola,

sì solo sola,

per tua decisione

cadrai tra altre braccia,

scorgendovi, come al solito

niente di importante.

 

E se altro invece accadrà,

se dal fossato

verso il ponte ascenderai,

la voglia e la disciplina

le troverai.

 

Altro in conclusione.

No mi dici,

 poi non rispondi più

e nel silenzio sgusci via,

oh scia di petali blu!

 

 

Passo repentino

 

Passo repentino,

piede estroso,

solo assetto di università,

assolute immagini

 

e poi vita.

 

Oh, mia grazia,

lieve scalza,

pura verità,

il tuo occhio socchiuso

alla luce,

abbaglio!

 

Secca quiete,

da sera il vestito,

sul ciglio della nostra

scalpitante calma.

 

Oh il ronzio,

frastuono sensazionale,

il tuo bischetto, discolo, sintattico

volere!

 

Ah la gloria,

somma sale

sì,

va, vola,

spinge intrepida al furore,

sospende intatta la veemenza

(e che lo dici?

tanto poi lo scordi, lo riaccordi, lo ristagni,

lo cestini e lo rinfranchi)!

 

Sì la rabbia sommersa,

poi l’Egitto,

la maestranza

(solo non puoi sintetizzare,

ricorda,

in toto il discorso

battendo la bacchetta

sulla cattedra furbetta).

 

Dillo allora,

dillo allora,

parla ancora,

fallo solo per un po’

almeno, oh dio

è questa la storia!

La nostra sempre,

tutto in te,

 

santicchiante reciti il sermone

che dici norvegese

nel tuo apatico e irriverente

oltraggio.

 

Oh piccola

sì ti sento possente,

però,

 

distorta,

oh mia stilistica,

sono alla sinestesia dei sensi!

 

 

Gocce di acrilico

 

 

La macchia sul libro

e l’odore d’incenso.

Una catasta di gesso

sul camice togato. 

Allo zenit

l’aurora decadente.

E scariche elettromagnetiche.

 

Uh uh..ah ah..eh eh..zum..

 

E’ iniziata la giornata

quindi la notte della ragione

a scansare realtà qui e lì,

euripidee banalità

di modo che sentii

la forza di Amon Ra.

Tra l’house, il metal e il minimal.

 

Poche gocce di acrilico

impresse su carta velina

e il tempio fluido

col Dakoticancroidea

fugace sul messale.

Successe nel centimetrato

istante

in cui all’interno del bunsen

diluii i camei.

 

Scorsi l’erbetta

ai bordi dei viali

e sfiorai le ginestre sai così,

credo fosse mercoledì.

 

Il fumo resinato

in vaschette da cento lire.

 

Presi le scarpe con noncuranza?

Lo dici tu!

Posai l’oggetto del desiderio

sul comodino.

Scranno voltaico di camoscio,

vate igienico,

bocciolo mio.

 

Dov’è il tempo?

eccolo nell’emisfero sinistro,

lo spazio nel destro

allora la storia è al centro.

Ipotalamiche follie di te,

 

neofita nichilista

cambia rotta

un’altra volta.

Non distruggere

il vapore del mio verbo.

Stringilo intatto,

afferralo e spillalo.

 

Accendo la tv,

 pensando a tutto ciò,

che diamine il west,

meglio il pigiama party,

O santi numi

chi sono questi imbecilli

ebeti già la mattina,

che confusione,

sembra non voglian perdere le poltrone,

demenziali!

 

 

Preludio

 

Ecco il punto morto

dell’introito di universo,

il punto sociale

in cui il capitalismo

ha marcato il suo finale.

(Monti, Berlusconi,

Grillo, Bersani

o altre facce da rinale).

 

Ecco è questo il punto,

via dalle correnti inverse

del nostro pensare

che vi rende soltanto concime,

letame.

 

Capisci bene che vuol dire

senza prospettive,

senza stabilità,

senza possibilità

di risultanze ricreative,

vero sviluppo

dell’umana percezione.

 

Bruciate e cremate!

 

Se davvero senti

di poterti liberare

spezza le catene

e fuggi,

se davvero pensi

di potercela fare

a distanziare l’assolutismo statale,

alzati,

cosa stai ad aspettare?

 

Che buon senso può avere

una vita in un call center

o in un centro commerciale,

o tra bulloni e carichi

o tra pratiche da sbrigare.

 

Tempo perso a servire

chi non ci può arricchire

ma si serve di noi

per creare crediti,

imposte,

beni da alienare

oppure denaro inutile

e da utilizzare

per l’acquisto di congegni

che non ci fanno

più pensare,

ragionare,

discernere e capire.

 

E la felicità

un diritto impresso

in un Paese che è figlio

di futilità, gli specchietti

sono i soliti

e voi siete ratti,

ratti italiani

pronti ad abboccare

ad un’esca sociale,

un delitto efferato,

le gambe delle miss,

gli inciuci dei calciatori

o il traguardo raggiunto

da reality realmente ebefrenici

ed ebeti

nella cernita culturale.

 

Fermati un attimo.

 

Rifletti.

 

Chi è il vero pazzo

chi ha percezioni

al di là della natura umana

o chi mediocremente si ferma

allo sguardo fugace

ed è vittima

di volontà aliene a sé

e frutto

di un cervello

commerciale.

 

Ecco il punto.

 

Non capisco come facciate

a non sentire

un moto interiore,

una forza sovrumana

che ci spinge a far

ciò che vogliamo.

 

Il vero è nostro

personalmente

e ce ne sbatte il cazzo

dello Stato e della gente.

 

Continua, continua,

la lotta continua.

 

È vero soffrirete,

ma non vi arrendiate

rifiutate soprattutto

il compromesso.

 

Sorge il virus e il darkchimera,

l’officina nove nove,

l’hydra mentale, il kobra,

moto cyberpunk.

 

Continua, continua,

la lotta continua.

 

Veste lucida,

inaudita svolta

sovrannaturale,

estensione della mia memoria,

eterno percepito,

io figlio di ogni età

mi alzo per dire,

le stenografiche teorie

sono passioni celebrali

etereamente impresse

nel vostro Es.

 

Qual è il motivo della atonia,

dell’apatia,

della troppa serietà?

fumate l’erba,

fumate l’erba insieme

e poi ragioneremo.

 

Qual è il motivo

per cui il vero criminale

è chi è di una classe

sottoproletaria

mentre batman

politicanti

ed ingordi parlamentari

si ingozzano dei soldi?

qual è il motivo

per cui le banche

decidono

circa la felicità di un uomo?

 

 

Porgi un saluto

 

 

Porgi un saluto

scorta

appena appena

dal finestrino,

con forza accenni

un sorriso,

ti porti dietro

in una valigia

il tuo mondo

fatto di carte

stropicciate e sbiadite.

 

Dici a te stessa

guardando allo specchio

che il volto pallido

è ora paonazzo,

che forse il trucco

celato del tempo

rinvigorisce il tuo sguardo

adolescente.

 

Ed è apparenza

quella che conta,

ed è sostanza

la forma.

 

Il treno parte,

la pioggia battente,

come godi a sentirti addosso

l’aria di novembre,

respiri piano

e dal tuo canto

silente un’allegrezza

si spande.

 

Adagio ma non troppo

il motivo che ti ha sedotto,

hai perso il senso,

lo trovi nel domani

guardando l’oggi

con i soliti capricci

da ragazzina. Ed è già sera,

 

si inumidisce

l’atmosfera del vagone,

sei la padrona

del tuo stesso viaggio,

la meta altrove

ma volgi i tuoi occhietti

alla mia immagine

fissa nella mente.

 

 

Partenza

 

 

Estrinseco fervore,

direi quasi

vita profusa

ma così carinamente

lodata come vittima

disillusa,

poggi la chitarra

sul sedile, ovvio,

 

che sentore

di nostalgia

del ritorno

già prima del viaggio,

cambiamento epocale,

direi livello taglio di capelli

sfoderato, nuovo

e dalla critica non commentato,

ode al dissapore,

all’odore di gelso,

la cannuccia viola,

bibita chiara,

dolce limonata ossimorica,

l’infinito a tre passi

non più due,

simpatica!

ma la rifacciamo,

non vedo l’innovazione

né l’energia,

si sente non si vede?

va bé sinestesia,

guarda prendi quello che hai scritto

e gettalo via,

sono serio,

non sprechiamo tempo,

il tempo non si spreca

anzi sei stimolante,

 

credo che quell’anello

mi dica molto,

prova a sfiorar le corde

con lui, magari funziona,

anzi lo sfrego un po’,

che brivido,

che sensazione,

l’infinito ritorna condito,

lo vedi picciola

si è di nuovo avvicinato,

stringimi forte,

non reggo l’impatto

coll’assoluto,

 

possiamo accendere

una sigaretta,

un tempo fumavi

anche tu le pall mall,

tieni l’accendino

mi treman le mani,

sto confondendo le famose

e care realtà velate,

eccoti il fuoco,

la fogliolina brucia,

pura intensa veemenza

in quest’istante

dell’aspirazione,

e quando cacci fuori

io scompaio,

parte il treno,

ci rivediamo,

 

tranqui.

 

 

Passeggiando a tarda sera

 

 

Vorrei protendere le mani

mentre Argo

in simbiosi con il cielo

alimenta i suoi occhi

ed una voce intensa

dice di rilassarmi,

di placare le paure

e tenere a bada

gli entusiasmi.

 

Un passato ritornato,

il menestrello alla corte

stringe a sé l’ultima nota

nel cadenzare sorridendo

la provenzale parola.

 

Il solo pensiero espande fluido,

il chiarore del cielo

e la cascata illusionistica

sono passi non distanti

dal trovare pienamente

sé stessi.

 

Che svalvolata macchinosa,

sei pura come una celestiale rosa,

gli sguardi cobalto sono intuizioni

delle precoci velleità.

 

Un ragazzo

e una ragazza sorridendo,

spersi per attività di sostanze

nell’oscillamento di ciondoletti

in cattedrali,

dai soffitti, dalla cupola,

dall’arrivo in penombra

della nostra luce.

 

Mille vite,

dalla riviera ai decumani

più attitudini,

vedute e stili,

mode feconde

molto più dicevo,

tanto maggiori

dei berlinesi ardori.

 

E Fredrich dice assaporarlo,

assaporarlo un po’ alla volta,

meglio l’ozio greco partenopeo

e creativo

che la razionalità positivista

di una parte minoritaria

di filosofi pastori,

prussiani, alemanni,

della Bavaria,

della fulgida sonata,

il professore scambiato

per una spia nei vaneggiamenti,

dice cosa c’è, cosa c’era,

lo ripeto fluido vitale,

lo ripeti,

c’era il mare,

talvolta tramutato

in un tranquillo oceano

che è transitato

con lieve paura

di attacchi di squali,

Giona visse nella balena,

ma la mia guida

mi accompagna,

al risveglio solo nella stanza,

nel sogno arrivo sulla spiaggia.

 

Vibrazione,

tutto è onda ora,

lei è violetta

e mai domata,

gruppi, gruppi di ragazzi

ad aspettare

senza incrociar le braccia,

un rullio di tamburi,

un rollare,

un saperci fare,

chiese abbandonate

l’altruismo d’equilibrio

del volteggio dei birilli,

ballerino resto fermo

mentre voce e penna scrive,

ballerino di penna.

 

Porre come rimasuglio

del pensiero

un sentimento inviolato,

non ti trovo se dipingo

l’astrattismo e se mi pongo

in sinestesia ad ascoltare i colori,

molti non a torto

vedono rumori.

 

Porri e vuoti incudini

alle stazioni,

pomodori verdi fritti,

tanti patti coi crumiri,

scioglie il ghiaccio

il disilluso

mentre accenna ad un saluto

steso a fili della strada,

come dici

la ritmica è cambiata.

 

Il metronotte

nel settantotto

si orientava male,

bici e stelle cadenti

tra le strade.

 

E se il futuro

può anche arrivare

in ritardo

e se chi vive è una ragazza

d’Europa dimenticata

allora sono certo

unendo il verbo

vacillante,

tutto il resto è già vissuto,

 

l’aforisma in un saluto.

 

Immagini svolazzano

tra la folla,

non si è mai troppo

vasti in funzione topografica,

talora il mondo è tabernacolo

ed il Nilo nasce nell’estremo oriente,

l’Etiopia è al di là dell’India.

 

 

Il lamento della virtù

 

 

Se scenderà

questo lamento tra le vie

con quel furore

che connota il mare

in tempesta,

se capirò

che tra le pagine

non hai lasciato il segno,

proteggerò il candore

della vita stringendolo

semplicemente, lievemente

tra le mie mani.

 

La virtù nella sabbia,

tra pensieri nascosti,

senza tanto sperare

in quanto suadente

riposa in dolori

più agguerriti delle lance.

 

E poi,

fuggendo l’anima

da quegli ostili spiriti,

mi chiede venia il cuore

ma stavolta senza stupirmi.

Intorno c’è tanto vigore

e quell’oscuro rifluire

di sangue nell’inchiostro

 

(protegge quella macchina

divina

il pathos della fortuna).

 

La virtù

senza rabbia

si è assopita di nuovo,

si è rinchiusa in stridenti

parole annebbiate

dai tormentosi

bombardamenti.

 

Me ne andrò via

senza lasciare sparsi i fogli,

con quel sapore che distingue

il chiaro valore delle cose

e piangerà lo specchio,

sentenziando un mio ritorno,

dei canti irsuti,

degli astri perduti.

 

La virtù

si domanda

se va bene così,

se ha lasciato lo spazio

al caldo invadente

ed al risollevato

refrigerio della mente.

 

 

Altalenai privo di un motivo

 

 

Altalenai

privo di un motivo,

senza dirlo, senza sperare

nell’epilogo come immaginavi

rauca. L’erba, la radio,

il vuoto, l’orbita celeste. Poi…

 

non ascoltavi

mentre chiedevano

cosine semplici e tanto

fragili. Fragili come te.

 

Riprendeva l’acustica

e nitida pagina

socchiusa ma

melodicamente valida.

Al passaggio

delle valchirie strambe

con campanellini

e non destrieri,

ticchettio

e non scalpitio.

 

Tu dai ancora fiato

di traverso. E subentra

la regina.

Piano piano

a tre code avvolte

in sé, schiuse in sé,

 

mette calma

ai piatti, per un po’, 

giusto un assaggio, e riprende

il crescendo di Gregorio,

organo nuovo baconiano,

vespertino.

 

E finalmente il ritorno

impoverito e in sé

disimparato come quando

il virgiliano ascendeva

componendo

dagli ovini e dai cereali. Che ora,

ora per davvero

arricchiti

sfioravano

i contorni agresti.

 

Poi giù per terra.

 

 

Chiudi gli occhi ragazza

 

 

Chiudi gli occhi ragazza,

non percepisco che te.

Dillo ancora,

dai dillo. Fai di nuovo

quel cenno.

 

E le spiagge lontane

e le luci soffuse.

 

Vai avanti con garbo,

io non aspetto altro.

 

Le chimere sconfitte,

i sigilli distrutti o sì!

 

Continui incurante,

vola lo sguardo distante

ormai da me.

 

Sai sono sincero,

sai dico sul serio

come ho scritto inutilmente

altrove no…

 

e tu non ricordi.

 

Ovvio dai, non ricordi!

 

Ovvio dai non ricordi!

 

Ovvio, sì, più che puerile.

 

Terribilmente puerile.

 

 Assurdo.

 

Ridicolo.

 

Ridicolo come il mondo,

dicevi al bar.

Tra le azzurre cannucce

criticavi un po’ tutti,

yeah.

 

Non avevi rispetto,

che ti importava del giudizio,

yeah.

 

Il tuo ardore svelato

nello sguardo stregato.

La tua lacrima lenta,

solo per vendetta.

 

Infine le nostre

parole sfinite sui binari.

 

Dì, io non metto il punto

 

 

Finsi di non ricordare

solo per assecondare

la tua indifferenza

di sempre.

 

L’arbusto vidimava

la tua scanzonata orchestruola.

Su tamerici incantevoli

ti rispecchiai

mentre tu

come sempre ironicamente

sorridevi

per poi sprofondarmi

nuovamente nell’oscuro

oblio. Anzi quel sorriso

era una repressa

risata di gusto

occultata

e come vedi

ti ho capita. Io scompaio

con faciltà, tranquilla,

non mi va l’inopportuno

avviso sincronizzato,

perciò partecipe del fatto

che tu, astuta bestiola,

strappi ‘sto germo-germoglio

e lo divori. E per di più,

ti sta indigesto,

manifesto della noncuranza.

 

Ma il calcolo lo feci,

ah triste destino,

amarti fino all’osso

ma che disdetta,

respirare in ebbrezza

etiche etiliche,

 

le tue parole sono sempre state

per me

tesoro taurino.

 

Allora come va?

Dimmi, che fai di bello?

Sì, tutto a posto?

Mi fa piacere,

scusa posso? L’accendino,

il picchetto,

oh mio dio,

tutto a posto?

 

Sono libricini

che frullano

ed inauditamente ti lodano.

Lo scalfiscono il pensiero,

 

sì sono io che bramo

te eterea,

sono io che cerco

i tuoi sguardi. Che bagliore!

 

E tu che pensi in questo momento,

tu che non leggi ciò che scrivo?

Io sono assopito

negli intrecci metodici

ma sono sincero.

 

Se solo un istante

mi hai pensato,

sono rinsavito,

se solo un attimo

hai letto,

sono rinvigorito.

 

Che penso? Dai, nulla.

Che dico? Esplora per capire

(e te lo scrivo dietro il tuo ritratto).

 

Se con la penna

per caso scrivi

due parole

che riguardano me,

beh non cadranno a vuoto.

 

Ma tanto tu

sei protesa

in altri effluvi

e interessi. Non pensi

di certo

al mio fiato perduto,

 

comunque guarda

io ci sono,

quel respiro fugace

lo scorgi per sempre,

lo scorgi nel vento

che rinfranca la tua pelle.

 

E allora

se non mi firmo lo sai,

se leggi ignorerai

come hai sempre fatto.

 

Dì cara allora.

Dì, ma non metto il punto.

 

Alba lieve tra le foglie

 

 

Alba lieve tra le foglie,

ho sognato

guardando tra gli anfratti

dei pensieri tuoi distratti.  Manco è

che lo abbia fatto così,

per dire,

o soltanto una volta.

 

Poi ho spento

e parafrasato

i tuoi versetti

ribaltando

le metriche latine,

tra i cori dell’aurora.

 

La mano scagliava

prime muse

in alto e pei cespugli

ed io aspettavo in silenzio

la tua venuta

e nel frattempo

scrivevo e divagavo.

 

E dillo se vuoi cestinare

la fitta nebbia.

 

Al chiarore

delle nubi rossastre

risplende il mare

fulgida spuma

e richiamavo

obnubilate verità celate,

 

tu le scorgevi

e più lo facevi,

più mi accorgevo

di esser stato

talmente inutile,

come dire…

superfluo se non di disturbo,

 

sei grande, infinita, immensa,

senza di me,

molto meglio senza di me.

 

Allora quale è il mio posto,

naufrago scalzo,

fuggitivo d’amore, 

tra le rovine di una rivoluzione

senza tregua né alleati.

 

E qui pongo,

sì lo pongo io

il punto,

momentaneo magari,

sì momentaneo,

la ricerca del tuo sguardo

senza sosta continua

ed ormai vivo

solo per questa ricerca.

 

E poi,

e poi,

 

punto.

 

 

Bastioni bellici

 

 

Eccola, bastioni bellici,

incede con lealtà.

 

Cambio repentino. Ma lieve ritorno.

 

L’armata lontana si percepisce appena,

no, non è ancora qua,

ma il sapore dei rami è fruscio diverso,

aspettiamo immersi tra gli odori

incantevoli, incontaminati,

la foresta nera tromba realtà mascherate,

mentre avanza, avanza e non si sente,

questa gioia ci raddolcisce,

ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna,

ci sbandiera gaudio

dagli occhi alteri. Assopiti,

ondeggianti nello smeraldo,

le baionette sono un inciso.

 

Ma un rumore strano si avvicina,

non è un grido di guerra,

non è un urlo di vendetta,

sembra quasi il proseguo di tale armonia ancestrale.

 

Ma gli zoccoli.

 

Eccoli, eccoli furenti i nemici. Alziamo l’asta.

Si va, lance, spade sguainate,

si va, saettiamo, marciamo repentini,

affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo,

all’istante.

 

 

Voglio te, tra le mani

 

 

Ero solo tra la sabbia

e batteva la speranza

sui tuoi vetri di soffiata,

 

come sempre il sentore

di averti amata,

ma così tra i capelli,

tra i silenzi mentre giri

per intero il viso

sincero.

 

Finisce il possibile incanto

tra noi,

da sempre annebbiato,

molto bene, davvero,

vaghi tra i tuoi frivoli

pensieri, tu sei l’unica

amore,

sei la sola sconvolgente,

io ti osservo fra i germogli

della virtù.

 

Ossigeno sgorga in te

che passione, che…

 

e nella situazione

non so,

quel divario della sorgente

in comune tra me e te,

io guardo,

sì la guardo solo,

solo ancora nella stanza,

distratto do un’occhiata

alla finestra,

e sei là,

tra le nubi arresa e fiera!

Oh, sì, oh! Oh sì,

sei tra le nubi,

mi chiami,

mi sussurri,

colle penne tra gli anfratti

del mio cuore,

le imprimi macchinosa,

ti dilunghi estrosa,

oh la tua incantevole

girata di volta,

di archi,

di riporti,

ossigeno,

ancora,

 

voglio te,

tra le mani.

 

 

Porgimi gli affanni in assonanza

 

 

Cos’è?

 

Non credo il cambio

stravolgente della pioggia

dagli occhi,

così per scadimento atroce,

per sopito dilemma dalle mani,

dai canti antichi disincantati,

 

neanche è un rimorso,

come sogno,

come rostro al centro,

al vertice qualunque

oppur in aree protette

per gioco perverso.

 

Sono forse le smagliature

del frastuono

che già vanno sicure

in conclusione

mentre tu diffidente

cambi accordo,

dal rock al folk

poi al rock,

ma dimmi,

tu dove sei? Tu che sei prona

sul letto ad incantare

ammiccante,

do7 sol.

 

Infondo la decisione

è stata presa,

sentenza inflessibile,

nessun gravame possibile,

tra noi solo silenzi,

incompatibili,

diversi,

magiche manie involontarie,

sì,

magari anche il cofanetto

e le tue gioie stampate

tra labbra violacee,

tra il mascara dark,

tra i nuovi indumenti. Avvinghiata

tra collane e piume,

sincretia,

sì,

dai,

lo ridico,

metti la gonna zingaresca,

metti i braccialetti

turchini, quelli alabastrini,

quelli iridei,

poi infine quelli con le borchie,

 

e sì.

 

Sarà quel tuo mah

a intrigarti vanitosa,

o anzi quel sospiro

di velluto,

quel baratto arabesco,

quell’intarsio da mercatino,

e poi,

e poi un paio di vinili,

o diamine l’artista,

proprio non ricordo il nome,

credo robetta spagnola

o francese,

panteista quindi o

dada,

sintetizziamo, dai,

 anarcodecadente,

vana suadente,

scanzonatamente,

poi batte il piano lontano e forte,

t’aggio voluto bene, assai

(quell’assai lo dici tre volte).

 

Ci vediamo ancora?

Certo, ci vedremo

nel momento in cui avrai

finito i tuoi giorni

(dio che bastarda),

quando l’anima

si ricongiunge al corpo

(ma non è già congiunta,

mah,

e questa volta mah lo dico io),

quando magari

non sei più tu nemmeno

(io credevo che alla fine lo trovassi

me stesso

non lo perdessi,

continuo con i mah,

no dai,

faccio uno smile da sms),

quando percepirai l’assunto

e lo comprenderai in contemplazione.

 

Con fumetti

persi tra i denti

che non mostri,

nel momento che sostieni

il campanile trecentesco

ricco di scritte,

ah gli artisti di strada,

ci pensano già loro,

tengo nel palmo il tutto,

porgo il patrimonio decumano,

parlo invano.

 

O infine canticchiando

di nuovo,nell’istante

in cui ti scuoti,

fulgente neopalestrina

riproponi i tuoi contrappunti

gotici.

 

Scenderà la foschia

in pieno luglio partenopeo

per serviti

un paesaggio condito

e tundreggiante

sottomesso ai tuoi voleri,

poi un ululare scandinavo

sarà indipendente

dal suono germanico o vittoriano,

sarà quasi similfinnico.

 

Nell’ipotesi cambiassi idea,

sai dove trovarmi,

porgimi gli affanni in assonanza.

 

 

 

Straripato il corso diurno

 

 

Straripato il corso diurno,

incantevole magari

il pallido selciato

e il taglio del disincantato errore.

 

Hai cambiato le damigelle

del tuo palco,

hai riscosso da esattrice scaltra

le promesse della sabbia.

 

Al confine,

al limite illusionistico del mare,

l’arco teso è disarmato

dalla lacrima.

 

E dallo stesso scoglio

guardiamo il sole

quasi come se ignorassimo

i nostri stessi sguardi,

le palpebre dilatate,

lo stupore, il clamore,

poi più niente.

 

Ed il flutto schizza attorno,

la violenza di una sconfitta,

il palpito di un cuore affranto,

diretta weltanschauung,

inversa indifferenza.

 

Io mi volto ogni tanto

ma tu continui ad osservar

dritto.

 

All’imbrunire

il suono non è lieto

forse lieve,

dolce, ma atroce.

 

E noi immobili,

il giorno scorre,

già passato, niente da dire,

tornerà la tua sera novembrina

l’inoltrato e oscuro inverno,

non è un anno preciso,

forse un sogno,

ma in quest’attimo

strisciante sento

gli occhi tuoi sui miei.

 

Ma ti innalzi,

mi hai guardato e ti sollevi,

la tua roccia ora

è da raggiungere

ardua impresa per me,

 

resto qui solo

senza la tua presenza

ma col sol conforto

della luce tua tenue,

 

per sempre.

 

 

 

Traspare in filigrana il tuo sorriso

 

 

È necessario partire,

il problema comunque è

dove andare,

mentre nel frattempo

si esclude la vanitosa

discendenza, stirpe reale

o claudicante effusione

dalle labbra.

 

Un sadico piangente

a mo’d’albero d’altra nomea

non l’ho valutato,

tu l’hai invece conquistato

ed io per discrezione

lo translo sul tuo corpo,

o che perfezione,

girati di lato!

 

Ipotizza anche un repentino

tumulto, lotta per il pane,

crisi universale,

l’economia domiciliare

porge due bazzecole le incolla

e poi le scrolla, le violenta

fisse alla parete,

viola il tessuto,

o ti prego esci Marduk

il signore ti attende,

Shamash e Ishkur fan perder tempo

in epatoscopie, ornitomantiche

direzioni dell’adagio

sovvertito in tala jazzistico

ritmato, ciclico e fuorviato

dallo sbattimento repentino

del maestro sullo stantio,

sul plastico scardinato

ad uso torta nuziale,

 

deriva pure il crinale

della quiescenza,

estingui il negozio

vessatoriamente,

ghirettina inconcludente

china ad occhi chiusi

sul volumetto da Thorah

o sul Gilgamesh,

sul piano inclinato

dall’inclito furente

Beowulf il piè veloce,

raffreddato, incappucciato, incatenato,

spigliato, ulissico e tallonato

con garbo matrimoniale,

fitto dardo astrale,

e sotto il canforato

abbeverato e dissacrato,

sminuzzato ha bazzicato

in osteria,

ah le birette egizie

al gusto d’orzo!

 

E poi detto questo

prova ad abbozzare

la raga caucasica

che mi ha fatto spantecare,

anestetica erbetta da villetta,

analgesico intruglio millepiedico

da iannara,

sintesi del flusso australe,

ipnotico vento aurorico e luciferante,

spasmo da fenicetta,

eh eh,

riattacco la musichetta.

 

E mentre tu tracci silente

ciò che dico,

traspare in filigrana il tuo sorriso.

 

 

Tesoro occultato: regresso

 

 

D’accordo

sintomo d’affetto

è il mio scalpello

che ti plasma

mentre dalla materia

sgorga la tua radenza

che dallo sbieco

di due occhi

rianima l’ebbrezza

e soffia lieve

tra le narici

ed è già essenza mistica

e movente che oscilla

a Siena con fuggenza maledetta,

che scalpita trattando

coi teocratici distratti

e presi da faccende

materiali, scisse le parti basse

dall’intelletto

per godere senza rimorso,

con nonchalance.

 

E quindi tu ti sbatti in stanza,

capigliatura dalla consistenza

e dall’effluvio umido di terriccio,

scagli la lancia contro la parete,

piume al vento,

sintomi di astinenza

dall’amore, dal dolore,

dal sapore delle vita,

sì lo dico,

sei distratta ridipinta dalle rose

magramente scabrose

e candenzose

ma talmente pure e fini

che li perdo due minuti

in estasi librata e temperata,

mai sofferta,

forse persa

ma comunque lo ridico,

vuoi un quadrifoglio a tre punte,

la fortuna ti ha abbandonata,

non lo cogli,

non divori più

quell’erbetta del parco

al centro o forse

al vento,

sì senz’altro, è più corretto,

dire mah, non ci capisco,

saltiamo un rigo,

ha senso lo stesso,

se tu lo vuoi lo contrastiamo

quell’animaletto scialbo

e biascicante,

un po’ valente, un po’ criptico,

inlinneo, indeclinabile,

allora schiaccialo, distruggilo,

squallido insetto dai sei occhi,

aristotelicamente a quattro zampe

erronee,

detto da altri, da lui,

dal dito proteso verso la realtà sensibile,

o santi numi

come è osceno il riporto

del cantato, dell’arioso,

del focoso, maldolente

azoteiforme, primordiale,

scintilloso, e poi estroso,

comparativo,

come quando in sincronia

sbatte il tasto del piano

e della scrivente

e tu continui ad agitarti,

a sbatacchiare i capelli,

non li vedo, ma li sento,

il colore, la costanza,

la temperanza sovvertita

e maledetta.

 

Sì ma la partitura,

dì dov’è? Oh l’hai persa!

Che sbadata, dammi l’indirizzo,

io l’ho sempre saputo

ma lo voglio recitato

a partire dalla genealogia,

dallo studio filologico

del verbo,

quattro punti di sopruso,

tre di sospensione,

due d’abuso,

uno è omega

allora dici, dov’è l’alfa circolare,

che hai capito non l’alfetta

d’altri tempi,

non la statica dei fluidi immobili,

nulla scorre.

 

Eh…ok,

aggiudicato e passato in giudicato,

l’ offerente lo ha preso

a quattro lire,

nel volume l’ha nascosto

quell’oggetto d’antiquariato

un po’ sciupato, un po’ segreto.

 

Stop.

 

 

Resta lì per sempre, Sognatrice

 

 

E soffia il vento

sulle mie attese,

l’inverno alle schiuse

porte gelate d’acciaio,

smuovo la mia copia

degli Acheron

dal variegato sapore

e mi chiedo se la notte

mi arde lo spirito

o è solo vaneggio.

 

Sì, sì resta in sospeso,

piccola senti i miei dialettici fasti

di marzapane

e resta distratta

con la biro tra le labbra,

inondata da simpatiche fluorescenze,

le mani violette e paonazzo il volto.

 

Io nascosto dietro lo scaffale

polveroso mentre tu

annusando la dolce e docile

carta-foglia ti accorgi appena

di me e non volti il capo,

continui i tuoi affari,

i sensazionali e sensati

miscugli di senso

ormai gabellati

neanche più compiuti,

lasciati a metà,

tra sogno e realtà,

tra vero e irreale,

sciocco e naturale,

 

poi toh,

obliquo lo sguardo

di traverso

e ti sormontano maestose

ali svolazzanti alle tue spalle.

 

Oh, maraviglia marina!

 

Oh, candore celeste!

 

Oh, oscuro fiero,

altero e diretto

atto dell’indice

e medio incrociati

e balzati in etereo

diletto lì intorno!

 

E i desideri

li indovino appena,

respiri tra affanni sicuri

e colpetti atonici

e senza sorridere

crucci le guance,

sei grande ma intanto

sbatte, è un sussulto

consequenziale

ma tutto il frastuono

è solo nella nostra mente

elettivamente affine,

selettivamente scostante,

 

invitante infine il diniego

assenziente che liscia i capelli

precipitati sul viso

e non ti dico più niente,

 

ti prego, resta,

resta così,

già ti vedi riflessa e minuta,

presenza voluta,

il tuo corpo trasfigurato,

godimento di sé.

 

E vai già lontano,

sognatrice le mie parole

sono in questa sera tenebrosa

solo per te,

magica tenue luce,

non mi scordo,

ti ammiro,

ti guardo ancora,

resta lì per sempre.

 

 

 

Dicembre Bavarese

 

 

E dai,

non lo so,

 

cento grammi di follie

sotto il campanile del cielo,

 

credo sia impossibile

interloquir con te compiutamente,

facciamoci un’altra pinta,

folleggiando,

Monaco e la Baviera conquistati

solo per te.

 

Pongo lieve assedio,

tu altrove volgi lo sguardo.

 

Ah che gelo,

è quasi inverno,

fallo ancora,

carezza inumidendo le labbra,

linguetta accorata e accaldata,

frescura umideggiante.

 

In più

assumerò

emissari scaltri ma inconcludenti

perché da te intuiti,

o sì,

magari già,

ero proprio io mascherato da velo squarciato,

 

addenti di soppiatto

quel dolcetto nespolato.

 

Ti asciugo le gote,

tu scarichi in sbuffo indolenza su di me.

 

Ti accarezzo la fronte,

tu stendi le dita sull’invisibile piano.

 

Oh, teresettamente guardi,

 io ti cito il canto della malinconia,

ma chi sei tu intermittente membrana,

seduta resti ancor sulla panchina.

 

 

 

Campanellini

 

 

Dolce amica

guarda questo promontorio steso.

 

Campanellini.

 

Dolce inabissata

piangi tra sollievi

spumati qua e là.

 

Campanellini.

 

Vorrei disegnare incautamente

la veduta sannita

per porger il limite più in là,

questa nostra spedizione senza fondi

né bottiglie,

un paio di pall mall,

nell’istante dello sbuffo

il naso tuo sfiora il mio,

dimmi se hai scalfito

il canto restio.

 

Campanellini.

 

Dolce scapigliata

sciocca e astuta

ti copri di sabbia.

 

Campanellini.

 

Dolce scalmanata

prestami le borchiette.

 

Campanellini.

 

Vorrei tanto porgerti

le mani sulle spalle,

intelaiare quel tuo braccio,

renderlo a ridosso

di uno spettro

che se c’è magari batte i colpi

ed io ti sbatto sul verace giaciglio,

 non so se hai reso l’idea

confondendo l’ondulazione delle mani

coi tuoi occhiali.

 

Campanellini.

 

Dillo ed esponilo,

vai tranquilla che ti ascolto,

parlami di te per allegorie,

poni a due passi le pazzie,

oppure taci con abilità.

 

E vorrei sognarti

desto in conclusione

ricattatrice d’amore,

scribacchina viola del rancore,

smozzicante sentinella d’ardore,

forse hai gli appunti.

 

Hai scoperto il nascondiglio

del mio cuore

ed hai appiccato il fuoco,

casomai te ne pentirai

allestirai un paio di tempeste,

tanto la natura

aspetta i colpi della tua bacchetta

per vendetta,

 

oh che disdetta

lo hai detto

non ce l’hai!

 

 

Ipazia Palladiana

 

 

Come mi vedi

anelito del mare?

 

 Scopri le spalle,

dai,

scorgimi gli affanni.

 

Un capriccio al di là della soglia

dell’amore, una simpatica

disquisizione sulla noce.

 

Sei stata bistrattata come il sole!

 

Albigese!

 

Spaventami dai un po’,

porgi in scacco i passi,

delle tre essenze poste

scegli la seducente,

frescura dal palato magico

e ignorato quel portamento

furbettino

e il mal d’aria

che ti scaglia

i carmi nel padiglione.

 

Sei svogliata e innamorata,

ma di chi?

 

Sei sciupata dal ricordo

e dal mio conforto!

 

Catara arresa!

 

Ipazia Palladiana

mi scrolli due note legate,

stupenda assolvi

la tua parca funzione,

l’intruglio di lumache

e acqua tofana

il tuo cocktail migliore,

ah belladonna,

viola del pensiero.

 

Sei imbrattata della schiuma

nella sala!

 

Sei oriunda e romita

 ma orientata!

 

Pura cortese!

 

Sei svestita

sotto le stelle

come orionica danzante!

 

Sei trapunta

delle scorze di limone

e di melagrana!

 

Docetica apparsa

 

Amore del pensiero

 

 

L’inverno sboccia cauto

tra i rami,

il riflesso del mio cuore

tra le tue dita,

e scrivi d’amore

senza fronzoli di sorta,

affidandoti al Fato stolto,

 

oh la volta cobalto!

la luna!

 

E tu.

Tu piccola dominatrice

umile con lo sguardo fiero.

 

E me.

Io alla porta,

chino con sparsi i fogli

tra le placche del marmo.

 

O piccola aiutami

a metter ordine.

 

Oh cielo!

Non ricordi il nostro rifugio?

 

E socchiudi la porta,

hai focalizzato gli occhi,

mi hai carezzato gli zigomi,

ridato luce alla mente,

pizzicato la tua arpa

senza profferir parola,

posta sul capo la corona

e non sai più cosa cerchi,

cosa vuoi da te,

 

si riapre da sola

la porta

e non ho vie di scampo,

rifuggo nel tuo sguardo,

sai sono sperso anch’io,

tu,

tu piangi,

tu mi osservi

e piangi,

ti guardi allo specchio

e pensi al futuro.

 

Non stai sbagliando,

la via è quella giusta,

mia cara, penso a te,

ancora a te,

mentre da lontano guardi oltre,

ti asciughi gli occhi,

riparte il palpito

mai interrotto,

 

ci sei,

tu ci sei,

lo sento,

lo scorgo dall’orma sul muro,

dal segno indelebile dello spray,

dal vetro della finestra appannato,

dall’umido della fronte.

 

La porta si richiude,

non ho che te,

amore fugace e perenne,

indenne esposizione

di fiori raccolti,

crestomazie

dal sapore di fiele

e inizia l’amor mai finito,

l’amore germogliato

dalla brulla e spoglia diramazione

del ligneo tronco,

il fiore invisibile e meraviglioso,

quel fiore invernale

che scorgono solo i miei occhi,

che scorgono solo i tuoi occhi

 

e resto ancora alla porta,

con te,

amore dai lucidi capelli,

oh sì,

amore del pensiero.

 

 

 

Sorge una stella nel tramonto

 

 

Sorge una stella nel tramonto,

il mio cuore innanzi geme,

alma serafica

non sei affianco a me,

dove sei ragazza mia?

dove sei?

 

E chi c’è con te?

chi ti stringe le spalle?

 

Lo sai che sei,

sei la sorgente

pura del mio spirito,

dentro me sospiri

e candidamente scosti l’aria,

che movimento puro,

che disincanto sospeso,

che pensiero disilluso

amor mio,

la vita non ci dona

la candida rosa,

la scorgiamo solo da lontano

come emblema

del nostro cuore. Il sapore del vento.

 

Ticchettio mio dove sei?

Amore livido e seducente,

dove sei mia attrice,

lunare effige plastica,

ciondolo siriano al collo,

mio speciale barlume lieve,

tu dispetto buffo,

paonazza e bronzina gioia,

goccia vespertina,

acrilico scardinato

ma possentemente intriso,

musica dolce nelle vene,

sole notturno e gelido,

melodia stampata indelebile

sul vetro.

 

Sorge una stella nel tramonto,

ti amo credo

e te lo dico senza perifrasi,

tanto è come staccare un fiore

ed annusarlo, lo sai che preferisco

contemplarlo e immaginarne l’odore,

ma stasera sento un tepore

che dai polsi mi invade la schiena,

scende a perpendicolo

e mi scuote il capo,

ti prego, vieni qui con me,

sogniamo insieme nella radura,

 so che ci sei,

so che verrai,

se sei mancata a tante albe

non potrai dimenticarti di me

proprio ora che riscende la notte,

 

sì so che verrai,

sarai qui appoggiata

alla mia nuca,

noi di spalle

gli un gl’altri

a guardare il cielo

e poi chiudendo gli occhi

a raccogliere l’attimo profondamente,

trattenerlo e non perderlo più,

per sempre insieme.

 

Ti amo, ti amerò per sempre!

 

Sorge una stella nel tramonto,

senza di te la rimiro e penso,

dove sei ormai non lo so,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto,

vago in speranze lontane

con te distante, mi volto e piango,

tu non ci sei,

sono assordato da questo silenzio,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto

ed alzo le mani,

saluto e scanso le foglie caduche ,

ti attendo e mi asciugo gli occhi.

 

Amazzone

 

 

L’eco lontano

rimbomba tra le stalagmiti,

odore di fumo e tamerici.

 

Nostra dama sull’orchestra,

oscura e viscidamente funesta.

 

La gabbia dei sinceri addii

che tristi rotano lì intorno,

la fiamma dei cabalistici ulivi.

 

Follia e Dionisio,

vivi nelle vene

e nella scure,

amore bazzicante.

 

Sento la forza arcana,

la potenza ancestrale,

la violetta scismatica ragazza.

 

E poi l’incanto dei pensieri,

scuri dal sapore lieve.

 

Amore,

dici a tua volta,

il maestrale nostrano

non è la furia scandinava

dei tuoi servili temporali,

succubi domani deleteri.

 

Sei stupenda

scandita dalle percussioni,

sbellicata dagli archi

e dai mesti sultani

che si inchinano

e che fremono al tuo giacere.

 

Io sono qua,

l’alba dell’età,

l’anima del sagrato,

l’ombra del segreto.

 

E non ho le seducenti mani

a tempo sul ripiano,

sgomito nell’altopiano,

banalizzo i sentori

dell’incauto oltraggio.

 

Sei di sbieco senza fiato,

sei svilita e xilofonata,

spiega e metti in piega,

subisci pure gli odori.

 

Sento un po’ la pioggia

e non ho quel gomito carnale,

quell’archibugio astrale,

quel rimpianto sconfitto,

quel petto trafitto.

 

Resisti a quel sopruso,

mangi pane e burro,

scruti la soffitta

e non è eclissi il sole nero,

l’atomo del vero.

 

Ti ricordi ancora,

ho lacrime d’assenzio,

germoglia lo smeraldo,

travalico i monti,

ti guardo negli occhi,

la mia testa sul tuo pallido petto,

rosa ebenacea sul mento

e cuore in fermento.

 

Oh godo alla vista della luna,

oh godi al verbo incarnato,

trasfigurata effige catara,

provenzale sonata,

tubinghese teologia,

atavica pazzia,

orda indoeuropea stanziale,

cornuto vitello d’oro,

taurino messaggio,

belante miraggio,

allucinato istante bendato.

 

 

Ludica la sinfonia del giglio sotto assedio

 

 

Ludica la sinfonia

del giglio sotto assedio,

adornava di scalzi misfatti

la seducente sagoma,

lati obliqui

e servili inclini

all’inchino pianeggiante

mostravano intrepidi

fermenti bellici,

slacciando le vesti

e tu ti spingevi

oltre la guardia

lasciando intuire

mistero e fermento,

sincero cimento.

 

Maglietta rossa,

lastricato,

poi pioggia,

infine livore.

 

L’importante è espandere la mente,

come se fosse l’universo

che si avviluppa non sviluppa

ma statico volge centripeto

verso il vero,

che è sempre esistito,

non si è trasformato,

non è stato creato,

Dio immanente

nell’universo finito,

dov’è l’infinito?

semplice,

immagina il tondo talismano.

 

Indotto in meditazione

al quanto soggettiva

divenivo oggetto,

quindi persona

anche se sembra paradossale

ciò è reso concreto,

come?

Eh eh,

sono i tuoi occhi. Saltimbanco

romano

alla corte del pontifex maximus,

se non fa ridere allora

allestiamo un rogo,

incendiamo ‘sto lurido rovo,

depuriamo,

chiariamo,

cioè diveniamo oscurantisti,

rosacrociani,

oppure andiamo a quel paese,

il paese del miglio,

patate sbucciate,

canarini e sottane.

 

Volgi lo schiribicchio di rame

verso l’infuso sopito,

mettersi l’anello al dito

oppure lasciarlo ciondolare?

 

L’importante è frastornare,

due o tre sofismi,

in santità velate,

devi sapere che dalle parole

è nata la vita,

la vuoi la scintilla della materia,

eccola perché dunque ecco il verbo.

E, dici,

 

la materia inanimata?

Dai ti rispondo,

bios è anch’essa,

l’anima è ovunque,

non perdiamo alcunché,

 non mi credi? Allora sovverti

un altro po’ le coperte,

agita le lenzuola,

allestisci laude colline,

vitigni toscani,

scaldini equatoriali

e se arriverà la penombra

non mostrerò indecisioni.

 

La vedi la pioggia?

Batte ora più forte!

 

 

Crolla l’Impero

 

 

No, non c’è barlume,

siedo sulle scale,

ti vedo silenziosa

carezzare il naufragare

nei pensieri,

le oscene scene,

la nostra stella.

 

Arde a tempo,

arde fuori l’arioso

e freme. A me,

a me echi ancestrali,

a me, potenza indomita,

a me.

 

E dalla sera

sorbisco i dissapori,

le scarpette fulgide

alla porta, entri? si dai entra pure.

 

Tu cosa vuoi?

Tu che non piangi,

tu che respiri col dito,

che sei di là,

lontana ma ferma

all’uscio timorosa

e ardita,

faccetta di neve.

 

E ti scordi di nuovo,

ti viene da ridere alla follia,

simultaneo il sopruso,

lo sberleffo

e mi sbatti

nelle segrete dell’animo

senza pietà alcuna,

senza gravami,

senza retori

che esplodano sermoni

o arringhe

di ogni branca per me,

tu credi invece parli

dell’autogemmazione squamosa.

 

Eccoti qua, eccoti qua,

sei venuta guardando ovviamente

altrove,

non ti degni nemmeno

di entrare

accenni già di andare via,

di fuggire con altri valenti

e beffardi segreti di marmo

come gli occhietti vivi

che sfiorano e non si riposano,

che vedono tutto

ma non scorgono

il particolare,

 

fai ancora le tue belle generalizzazioni

ma dimmi,

la rosa non è meglio

della distesa verdognola

intorno che la contiene?

L’intorno d’altronde

ausilia soltanto

la definizione del limite

ma la stessa sussiste

intrinseca solo nei petali, sai.

 

No, dov’è la luce?

dov’è il sole? dov’è il cielo?

Non c’è speranza ahimè,

la scala crolla

mentre rovino con lei,

futile oggettino antico

nel postmoderno,

nel ripensamento inutile.

 

Noi, mai più noi,

anzi mai e basta,

non c’è mai stato passato,

soltanto gemiti,

le lacrime dal cielo carmini versetti.

 

Sento già

che non è perduto

ciò che non si è mai avuto

ma la libertà

lei è in rivolta

e non resiste alla rappresaglia

del potere quieto e subdolo,

cerca un appiglio

e stende le mani tese

alla volta turchina,

nuvole rade non ostacolano

il gesto ribelle,

il giavellotto o la torre

dalla unica voce,

la piattaforma della pace

svilita dai nostri rimorsi,

dall’albero dell’amore,

dal frutto di sapienza

ed il gusto di reciprocità

e rispetto

trafigge non il nemico

ma il nostro stesso petto.

 

Ci sei o no? Diamoci la mano,

varchiamo il confine

anzi con la gomma pane

smacchiamolo e poi resettiamolo,

siamo qui per questo,

tu già lo sai,

il tuono non spaventerà

la moltitudine sola, dai.

 

No, non c’è pietà,

in eterno esilio

dalla verità,

le camice sulla cruccia

accanto alle scarpe.

 

No, non c’è lealtà,

dove sono finite

le armate invidiate

e indistruttibili? A vele spiegate

tutti scappati.

 

Arde, arde e freme,

la città,

fiamme a gola altezzosa,

via, via l’umiltà,

non c’è pietà.

 

No, non c’è dignità,

tu te ne vai,

e così finisce quest’istante.

 

No, io non me ne andrò,

solo resterò

ma con te affonderò.

 

Finisce il tempo, crolla l’impero,

crolla l’impero.

 

 

Astri Estrosi

 

 

Tu,

specchio,

valvola trascendente,

tasto d’avorio,

scala in si minore,

giro ossessivo,

armonica compulsione strumentale

e la testa sotto il cuscino.

 

Tu,

tu già lo sai,

sulla sponda del molo

sfoglierai la luna,

oh frastuono di miele,

oh onda spumeggiante

e lastrico di schiena bianca,

tondo violetto,

clavicembalo alato.

 

Sto con te amore mio,

guancia a guancia a fissare

impietriti il mistero,

e arriva il do,

hai voglia delle mie labbra,

mi sussurri.

 

Oh, i tuoi capelli sul mio petto!

E non hai l’ortica istigatrice

sul ventre, continui.

 

Sarà il nostro segreto

l’aurora,

vaneggi mentre protendi

il tuo dito serrante

sulle mie labbra.

 

L’albero esplode

di vigore nei tuoi giardini,

sono tuoi gli altarini.

 

Ascendo tra le foglie,

sono superba,

strafai.

 

Astri estrosi

incrociano i nostri sguardi

mentre li orchestriamo,

accordiamo le falle,

nessuno può fermare

il nostro palpito furioso,

mai,

la tua veste candida

sotto assedio,

mistero di vetro è questo,

cristalli condensati nel tempo

e rimessi al vento,

rimessi al senso,

assi e travi urbane

a sostegno dei giorni,

paonazza sei, ragazza,

affronta i ridenti,

angosciosi fermenti,

lividi inospitali

sul polso violato,

docile riporto,

matematico sfregio naturale,

vasta alleanza sui binari

dalla fiamma antica.

 

Bacchetti la corda

con forza tra le nubi,

vai mia piccina instancabile,

continua a suonare,

le carte le puoi giocare tranquilla,

sono paziente,

squarcia il velo orientale

dell’illusione,

e sorgi luna

in luogo del sole,

ridona la potenza

alle selve,

riaddenta la mela,

volgi lo sguardo alla luce,

un lieve sentore

sobbalzerà in te,

serva e padrona d’assoluto,

maestra e scolaretta,

demone angelico.

 

Astri estrosi

ruotano intorno

mentre scriviamo,

il piano stonato,

la vita nostra sintomatica

svilisce il potere superbo,

sorge per sempre

il bagliore pallido,

nell’abbraccio possente

fondiamo e creiamo

staticamente la sostanza.

 

 

Serenellosa

 

 

Il carillon suona,

ostile, incantata e stupita

sorseggi il tuo cioccolato bianco,

nessun rimpianto

visto dal rifugio,

quel cantuccio caldo

magari toscano.

 

Pioverà,

già un po’ sgorga

la serenità,

sole spagnolo caliente

e sordo,

l’astro nascente,

dio mio che caldo,

dammi un beso

però serrato.

 

Prendi il panteismo,

va bene,

ma fa comunque troppo caldo,

due scritti di Coelho

magari pleonastici.

Ermete Trismegisto,

dai punta all’Egitto,

mentre intrecci

la tua collanina di perle,

bella, grazie, è per me,

iridea oserei dire,

un po’ di impasto

e il dolcetto è arabico,

caramelloso il tuo leccalecca,

il piercing e l’andatura da emo,

ti lecchi i baffi invisibili.

 

Riccettina vola,

dai, mentre afferri i palloncini,

il più bello si confonde

col tuo cappellino viola,

sei un uragano ottagonale,

allucinante l’orecchino

da circo,

togli le converse

e sfreghi i tuoi piedi,

la scintilla è la risultante

algoritmica ed oligominerale

dell’animo.

 

E lo scherzo

sembra quasi finire,

il maestro è furioso

perché non rispetti i tempi,

allora dimmi

che hai un bel gattino

arruffato e sbadato

che ti mischia le carte

e proprio non puoi studiare,

passa ai canditi,

formaggio filante,

così dai un bacio

al sapor di big babol

al tuo finestrino

nel traffico volgare e irreale,

diciamo va’, sesquipedale.

 

Serenellosa la serenata,

scorgo la luna,

stil novo partenopeo,

e tu fai le bollicine

non di sapone ma di tè.

 

Boccolosa doppio malto

e chiara,

mostrami la strada,

toh che carino il braccialetto!

 

Scarti qua e là,

dormi dai un po’,

ti carezzo la coperta,

e la scorza zuccherosa

nel palato stringe

il fiato universale,

così poi tu puoi tranquilla

far l’elastico filetto gommoso,

l’impronta del tuo rossetto

sulle mie labbra.

 

 

Ohibò

 

Avessi fiato parlerei di te,

magari in barca

solfeggiando il golfo

costeggiato ed ingolfato

veicolo stellare,

la sabbia che sporcò la stiva,

vestigio umano

del ricordo,

padroneggi con rispetto

il mio timone,

nocetta buffa,

vocetta candida e serpentina

cassi le mie casse

con rinvio, formale l’errore

illogico il dolore,

manifesto marxista infondato.

 

Accendi la siga e tiri sorridendo,

il tuo fumo appanna i miei

occhi portali,

in sogno portuali

appigli sepolti

e sepolcri, spogli nichilisti

da canarini che tu sai,

sbottoni la camicia in trance,

meditazione ondulata,

e già!

 

Dagli un nome a ogni creatura,

va be’ ma questo è proprio brutto,

il suono fonetico deriva

dall’onomatopea,

fumetto primordiale e astrale,

studi la parola e allora,

perché babeli ancora?

 

Il gruppo clanico

cambia forma

non sostanza né apparenza,

vedi l’allitterazione

tra suono naturale

e pronuncia umana vocale,

costante consonante,

impronunciabile e sonante,

il nome di dio lo puoi intuire,

e la cravatta non ce l’ho.

 

Un altro paio di tiri

perché me ne lascerai due,

già lo so,

mi offendo così però,

contrasti la trinità,

la verità non è duale

o manichea,

ma unica

perché il dispari alla lunga

fa unità,

l’infinito è un otto capovolto,

pari ma impari

dunque impuro,

cadi in contraddizione,

accendiamo un bel falò

e ammettiamo l’inesistenza

del pari allora.

 

Piangi ma che fai?,

ti disperi,

in realtà mi accorgo

fingi e poni il piede sinistro

in avanti

il destro ben saldo

e dai fiato al fumo:

esiste tutto quanto,

il pari in realtà

è disparico in disparte

quindi dispari se si completa,

dunque il pari è parte

del dispari risultante

e di conseguenza l’infinito

finito incompleto.

 

Ohibò!

 

 

L’intro pensa se stesso

 

 

Ti incontro, ti scorgo,

vedo i tuoi occhi spalancati

e abissali,

sorridi,

e poi…

 

Insieme tra le gemme,

il silenzio intorno è irreale,

innalzati io e te,

tra i segreti nostri

domani imperscrutabili

ma chiari,

comunque vividi

per noi che siamo…

voltati guarda,

spacco in sezione aurea,

le mie valige,

la tua effige plastica.

 

Tic tac, tic tac.

 

Noi qua,

faccio il suono vocale più intenso,

si presta meglio,

canzone che pensi te stessa

vai, il progetto

sentimentale assoluto,

karma intrinseco,

e piangendo sdruccioli

ciò che c’è cioè,

non so,

perché il ritmo incalza,

o amor e viaggia

la mente lungo i nostri boschi,

le bianche nubi cherubiniche

dove finalmente trovi

l’accordo fatale,

l’altisonante verso vitale,

e vai via,

resti qui comunque sai,

e poi in ogni caso materialmente

tornerai, fiduciaria del cuore,

vassalla dal sapor di neve,

riccetta ammiccante,

 

e riparto in sol,

vado verso ciò

che non so,

la simpatia e l’intrigo

tra me e te,

mostri pietà.

 

Va, lento va,

il motivetto che è un passante

battuto e infreddolito

che si avvita sulla scala

metafisica e lo vedi meglio,

la testa è capocchia

di fiammifero rubino

e poi il din don

ticchettante.

 

Tac. Tic.

 

Urticante amica,

bruciacchia il naso ardita,

vai cambia tonalità,

le sentirai le mie storie,

sono simili a ciò,

linee melodiche che si rincorrono,

si cercano,

si scrutano,

poi infine al momento

di accostarsi,

senti là il sapore

del bacio quasi vicino,

 prossimo,

senti il fiato sul tuo,

vorresti incrociar le labbra,

ma il dito continua a salire

e discendere,

sembra lontano,

ma ci distraiamo ed è scintilla!

 

Ah passione!

Vampa umida elettromagnetica

in corrente,

vero archè,

l’energia secerne,

potenza cosmica,

vero archè

dunque il bacio

e lo sai dura un istante,

il verbo del principio

insufficiente, si arresta il sistema,

non è attimo,

non è tempo

è nuovo logos,

è senso della vita,

anima, spirito

dunque anima in azione

e materia a un tempo,

genesi ed epilogo,

punto immisurabile,

scena indipingibile,

melodia appena intuibile,

infinito!

 

Ah passione!

Dionisiaco, apollineo

e poi hermetico,

potenza dell’amore,

vaso colmo

e vuoto di ogni nulla,

arcobaleno a banda

da tredici colori in filigrana,

bello e buono

a un tempo,

essere e dover essere,

immanenza e trascendenza.

 

Ah passione!

Veemenza e temperanza,

riso, pianto e poi sorriso,

liturgico ed orgiastico,

canone, precetto, disciplina,

volontà e azione!

 

Ah passione!

La pace!

 

 

Evanescente il dolore spento

 

 

Evanescente il dolore spento,

la rosa dischiusa in silenzio.

 

Dolce effusione

mentre fissi la tela.

 

Vorrei scrivere effluvi,

vorrei partecipare al simposio

tracimando lo spirito.

 

Sognami.

 

Quel canto elevato mi scuote.

Granelli tanti

quanto i giorni in giovinezza.

 

I segni del tempo

sul volto cedono

alla potenza del bello.

 

Le palpebre sbattono al vento,

portoni di cortine incartocciate,

sbadate e sincere

mentre studio i tuoi sguardi

di sbieco,

tu assisa sul bordo

della fonte centrale.

 

Ragazza guardami ancora,

sono nel punto genealogico

delle realtà oniriche,

ditirambica, filippica,

estrosa e sofista.

 

Tu, prediletta dai numi,

il mio fiato è per te,

io frollerei solo

per un tuo fugace approccio,

uniti, indelebili,

te lo ridico, sei la voce

che da corpo ai miei pensieri,

la tua essenza mi guida

solingo con verga e lanterna,

ed io non posso tradirti

o abbandonarti, non voglio.

 

Sussurri come brezza d’inverno,

la tua voce non copre il gemito,

lo vuoi il mio cuore?

La mia anima?

Il mio spirito?

Il mio corpo?

Materializzati allora

dolce eterea,

la tua voce intensifica il suono,

diviene strumento essa stessa,

e allora drummeggi e sorridi.

 

 

 

 

Iannara misteriosa

 

 

Proclami l’inverso

come assorta,

l’incubo si raddolcisce

in un istante,

l’eremo tra la vivida

vegetazione,

l’ermo domani.

 

Imbellito il vascello

dei pensieri,

l’ultimo eco è risuonato,

dardi di fuoco in campi di spine,

non diamo spazio abbastanza

all’incanto del dominio

senza armi e armature,

con egide dagli occhi gorgonici,

nemici atterriti,

la spada del verbo,

la ruota dentata

con te minacciata.

 

Iannara misteriosa

vai senza aspirare,

fuma tossendo,

precludi un assedio,

tranquilla, l’aurora è vicina,

già vedo venere e luce

dell’angelo ribelle,

già vedo il fuoco

e la maledizione, il grifone

che rode la bile,

incessante il dolore,

ciclico il riapparire

con fasti dionisiaci,

con mandrie gelate,

o dissi offuscate,

il frutto e la conoscenza,

cioè consapevolezza

e libera scelta.

 

Poi il brivido dorsale,

certo ci vuole,

e ti affanni a rinsavire,

vorresti trovar la formuletta

anche per questa sconfitta

benedetta,

allora ti alzi austera,

aspetti i canti di gloria,

le sonate del furore popolare,

dell’arca trainata,

tale sembra il tuo

perverso sortire.

 

E mugugni trasognando

nel vuoto della stanza,

la radio a mille,

a mille il cuore,

lo tracci un sorriso,

cominci ad inveire,

a spegnere il verdetto di fuoco

coll’umore del corpo,

ti arresti improvvisa,

la pelle che freme,

la luce che accenna,

 

spegni la lampada,

scaldi le gambe col fiato,

slanciata in avanti

coi muscoli tesi,

gli occhietti furbetti,

la piazza in fermento,

l’odore di polvere e vento.

 

 

 

 

 

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti verso il tramonto

 

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti

verso il tramonto,

ampiezza frontale e vigore,

radure di primi eredi edenici

incontaminati rubicondi

ma pallidi, nubi

intorno alle loro parole,

eroi dimenticati,

gelati,

equilibrati,

ragazze avorio ed oro bianco

sui ciondoli e il volto vitale,

lo slancio floreale,

sonate martellanti

ed echetti in falsetto,

marce di pace.

 

La falena variopinta

sulla spalla,

l’anello intarsiato,

coleottero libero.

 

Nella vasta distesa

verso l’ignoto,

l’indomabile vuoto

sarà colmato,

il messaggio di speranza

proclamato,

gli strilloni in silenzio

loquaci mostreranno

il percorso di verità.

 

Urlettino soave,

scisso sensazionale Liocorno,

regno dei magi,

foglietta di sapienza autunnale

col verde scalfito dal viola

di transizione e rivoluzione.

 

Proseguiamo maestro,

non indugiamo l’orizzonte è vicino,

la ghiacciata terra

a tre lati sul mare,

la caliente terra

a tre lati sul mare,

l’una di fronte all’altra,

scindiamoci,

istruiremo in conoscenza d’assoluto

la rozzezza,

la lotta armata scomparirà,

muta si dissolverà,

diremo loro che il male

è ogni forma di violenza.

 

Vedranno il frutto del risveglio,

o dormiranno ciechi nelle loro zuffe,

l’amore dominerà e vincerà,

col tempo si capirà

il senso del nostro vagare.

 

 

Ah scaglie di fuoco!

 

 

Ah scaglie e fuoco!

Piange il mio sospiro,

lacrime, cenere,

amore, con te.

 

Ti ho qui,

muta oh Sophie!

 

Qui,

le tue mani intrecciate

alle mie.

 

Si alza la fiamma

e resta il verbo,

i nostri discorsi,

la nostra isola lontana

senza più approdo.

 

Ipocrite le orazioni

degli incappucciati

intorno al fitto dardo

che ci ha trafitto alle spalle.

 

Ancora no,

fauci secche,

neanche più spazio

per gli affanni.

 

E la melodica

in do minore

discende intatta,

geme,

vuol rivoltarsi,

armeggiar la piazza.

 

Ah le illusioni nostre!

ah i nostri rotoli!

le rimostranze dialettiche!

trivio e quadrivio!

 

Ah sì, l’esilio!

ah le fontane del chiostro!

 

Sale, sale, sale,

l’urlo muto riarso,

l’umidità combustibile,

le perse nostre parti fredde.

Ora sì, ora sì,

vivremo nel sussurro del vento,

nessun limite, ora sì,

nessuna damnatio memoriae,

solo liberi,

già intravediamo

nell’opacità oculare

sempre più vivida

la riva da noi sognata,

per sempre nostra,

adesso.

 

 

La lezione di Iside

 

Ma quanto sei sospettosa,

languida e timorosa,

cicalina dagli occhi oscurati,

velati, mesti e sbadati.

 

Ti alzi e te ne vai via,

ti pensierosa sbatti

le dita sul labbro,

ti cambi e ti trucchi il viso,

passi allo sfondo

e il mascara ti manca un po’,

metti malachite preziosa

e galena da atmosfera,

ocra labiale,

sei pronta e con le gambe vai giù,

sì ti tiri le calze

in virtù titaniche e simpatiche,

l’impulso ti palpita il pensiero,

lo deponi il silicio del vero.

 

Questo tepore di fieno

che pone in dialettico intruglio

il veliero pronto a salpare

è un rimorso micidiale

nella tempesta portuale.

 

È vero la voglia stanca

peggio del pavesiano lavoro

ma la lezione di Iside è austera.

 

Sei un po’ svogliata ragazza,

mangia la cioccolata in terrazza,

visto errato il riporto,

guarda il sale precipita più sotto.

 

Una miriade di sanfedisti valenti

erano ancora più tristi,

spedivano indulti,

indulgenze plenarie

e sigilli papali

ai briganti.

 

Crolla il mondo se torno,

quindi godo e comunque,

guarda, lo faccio,

mastica le foglie di coca,

bevi pure una scoria di basalto

liquefatta

quindi tornata all’origine

ma raffreddata in paradosso.

 

Il sergente Tripiani

suonava il flauto avvitando le travi,

sembrava davvero felice

allora sciolse le camere e si dimise.

 

La Legge leggeva poco,

si ispirava piuttosto ai fumetti

ma guardando solo le figure,

era un surrogato e un rimasuglio

di etica e morale

allora laica lucidò del potere le scale.

 

Il destriero nel vento meticcio

assaporò il languore del maestrale,

fu cavalcato a pelo

e senza redini

da un auriga senza vettura.

 

Un colpo di spugna

e tu ripensi al trucco,

soffi aria tra le mani

mentre ti senti distrutta

di prima mattina,

l’alcol ancora nel sangue,

vai in visibilio ondeggiante.

 

Meno male,

oggi non piove,

tira aria gelida ma buona,

dormirò avvinghiata al termosifone.

 

 

 

 

 

 

 

 

Virtù diademica

 

 

Cosa vuoi

trasparente essenza luminosa?

 

Abita in me il rimorso

buio del tempo.

 

Chiara vita

scorre nello sgorgo

della finestra,

non violenza

ma scintilla lieve,

a cavallo d’ippocampo

vibra nell’aere

come tra abissi

il tuo esercito imbattibile,

e sembra giunta l’ora,

l’ora della verità.

 

Ah il rossiccio ardore!

ah il pallido incanto!

ah lo smeraldino furore!

 

Divento come se il mio corpo

fosse scisso,

poi di colpo

l’anima ritorna in lui

salubre,

e io so volar,

le mie mani schiuse,

mi guardi e sì,

boicotti i miei progetti terreni,

e stai faziosa ancor sospesa.

 

Oh virtù diademica!

oh bellezza angelica!

oh firmamento marino!

 

L’arco da mille foglie

e dodici varietà cromatiche,

non è un dolce ma temperanza

statica,

il dormiveglia stride,

unghia sul marmo

in acustico bagliore elettrico,

vai, tu sai dove mirare,

tanto sono tuo,

vivido il violetto

alfa e omega

del circuito universale,

intermezzo spettacolare,

progresso generato

dall’errore ribelle,

uomo tale perché cade nel vizio.

 

Uh magmatico limite!

uh sinaptica percezione extrasensoriale!

uh magnetica dialettica metallica!

 

 

 

Resta qua

 

 

Non trovo più il disco

con inciso il verso,

quello dei porticati,

non hai idea

di quanto mi dispiaccia,

piangerò se non gli dai la caccia.

 

Non scherzare con il fuoco lento,

soffia pure il perdimento

controvento in paramento,

la fiamma risplende d’incanto,

la mia vera mistica ascesa

tra le tue braccia.

 

No,

non è amore,

sembra condimento puro,

fondamento della sostanza,

sua linea e chiave di volta

e sostanza stessa infine.

 

No,

il viaggio può aspettare,

già lo sai,

l’importante è l’ altrove

dei nostri pensieri,

siam lontani,

sospesi,

inauditamente protesi,

siam plananti

in giubilo festanti,

nella ciurma in calca,

sulla pista ghiacciata

scia di pattini.

 

Volge il sole al tramonto

ormai omelette,

scorgo l’ombra

e non è stavolta sul soffitto

ma miscelata alla mia,

tu meta e non metà,

il tuo sorriso sensuale

stampato a Gutenberg

per scherzo immobile,

non parlo della città

del metal melodico

donna e ragazza,

amica e compagna.

 

Non vorrei amor divagare

come d’uso,

stiam giocando

col dispetto nostro

e col sospetto loro,

regoliamo il volume

al minimo

e socchiudiamo gli occhi,

come son carini

i nostri due nasetti

che si sfiorano appena!

 

No,

non voglio,

non lasciarmi le mani,

l’alba tarda ancora

e non fronteggerò

la transizione

senza il tuo sguardo,

puoi restare,

dormire qui se vuoi,

i nostri sogni mattutini

saranno fiori germogliati asciutti.

 

Non mi abbandonare amore,

io sempre ci sarò

se chini il tuo volto

sulla mia spalla.

 

Non credo sia importante il perché,

basta un attimo

e riappari fulminea

nel limpido sfondo,

ti penso,

come se non fossi qua.

 

Non credo sia importante

il risplendente sole

senza il tuo volto nel giardino,

scendi dai monti

come ruscello benevolo,

neve sciolta e odorosa.

 

Non c’è più l’affanno

sul vetro,

nell’attimo concentrico

d’assenzio sei già qua,

come fonte di splendore

autentico.

 

Non miscredenza

nell’essenza del simpatico

fare estroso,

magari candida nube

di gloria eterna.

 

Non clamore frastornante

 ma rivoluzione silente

cioè scarica vitale,

pulsione indomita d’amor.

 

Resta qua!

 

 

Qualcuno inveisce con forza nella mischia

 

 

Qualcuno inveisce

con forza nella mischia,

sincopato il labbro

come pastasciutta,

il manto disilluso della folla

è scostato e snobbato dal volgo stesso.

 

Va a finire che l’ingorgo

a trotto

altro non era che libro dei sogni,

il burrone abissale dei ricordi

svelati come fossero mobili.

 

Passa il tempo

e resta il disincanto

quindi, le magliettine,

le bende e le bandane,

i cagnolini e le grosse belve domate,

l’apostrofo e a capo dell’epiteto.

 

Un passante stranito

guarda e sorride,

le nostre parole stese su panchine,

gli amoreggiamenti, le effusioni

e le questioni insolute,

presumete orbene

che il sentimento puro

sia deducibile solo

da una stupida trasmissione televisiva

di Bercoglioni?

 

Trasudante il sangue vespertino,

postilloso e cavilloso

il callo scrivano,

un tantino amarognola

l’offesa,

più che altro indifferente

la massa proletaria,

sorprendente il manico di scopa,

però.

 

Oscuro l’Efesino

stracolmo nella cruna

mentre filan le Parche dolenti,

pubblichiamo va’

un pezzo sui siriaci serpenti.

 

Magdalena

 

 

Sguardo svanito,

nell’anima del bosco,

solitario un fruscio lontano,

il vento ti carezza i capelli

lo spirito inonda i tuoi occhi,

dolce la neve sul volto

inondato di speranze,

come fosse vivida fonte

tra l’aurora del tuo domani

 

I canti antichi

impressi sulle pareti

le tue dita in cielo

volteggiano e guidano

le tue parole

come il nascere del sole.

 

Sei luce,

immagine sincera,

torre d’avorio ed oro bianco,

lo sguardo si acuisce

e la mia essenza si eleva

e non c’è più vuoto o buio

dentro me.

 

 

Notte ai Decumani

 

 

Notte ai Decumani

la consorte del principe di Venosa

coperta solo di lenzuola

maledice i madrigali verseggiando, 

barlume corneo nei suoi occhi.

 

San Severo miscelava arsenico

e belladonna sulla tela

poi come un caimano piangeva,

da cura sforbiciata per il plasma.

 

Vorrei bruciare l’odore

dei pallini d’incenso in combustione

privi di allori e seducenti,

il venditore di giornali sembra

aggiudicatario battitore,

picciola non dimenticare

di trasmutare la morale.

 

Croce diplomatico mancato

estetizzava estasiato in biblioteca,

l’arte è una parte,

direi però la fondamentale,

la molla della storia

e del circolo perverso della gloria.

 

Patteggiamo col divo Nerone!

 

E l’era dei fumetti

letti in piazza

tra il gomito e la tazza

di solfuro intarsiata

stracolma di folla indispettita,

 

cicche fumate a metà.

 

Varia l’effige!

 

Bruno studiacchiava

nel chiostro e si distraeva,

poi buttava all’aria le icone

dei fratelli

e le sostituiva con scritti

babilonesi o neoplatonici.

 

Virago celtica!

 

Ed affinché

non dimenticassimo le beffe

con le cornamuse contuse

facemmo il verso al gesso

del docente inconcludente.

 

E spaziamo con la danza!

 

Vai là,

ondeggia a sinistra o di là,

vai già

più lenta della musica,

ritmata la tua scorza di limone,

candito

inflitto a pizzico di dito.

 

La violenza fu sconfitta

con un bacio in palafitta

dell’invasrice indoeuropea

ancella di Brighid,

era un’epoca remota

ma l’edenica scena

non fu mai più riproposta,

sono fiori colti nel deserto

e tradotti in sanscrito.

 

Voilà,

non manca fumo pel digiuno,

voilà,

c’è cenere e amore se ti volti di là,

il capo piumato è scolorito

allora rinunciamo all’allettante invito.

 

Nella notte si cacciava

per maledizione

non ci si nutriva più

solo di bacche e  frumento,

 

la simpatica ragazza

faceva l’occhiolino

ed incrociava le braccia.

 

Sai già,

conosci il nome del silenzio,

vuoi avere le cartine al tornasole,

le patrie senza limiti e frontiere.

 

Le musiche non cambiano

da popolo a popolo

c’è comparabilità nell’identità

perché l’essere diverso

si identifica solo con l’incontro

e col confronto

ed acquista così unicità.

 

Mi conceda infine l’ultimo passo di danza.

 

 

Si svestì dinanzi allo specchio

 

 

Si svestì dinanzi allo specchio,

se ha un rimorso lo scuce

nel letto, 

la voglia forse non rimane,

ma lei sembra la scia

di una stella

o magari della viola

la corolla,

colta da una donzella estasiata.

 

Tutto negli occhietti,

brivido pensante

ed astraente

in quanto manifestazione,

spirito apparente.

 

E il corso d’acqua

risplende ciclico,

ci bagniamo sempre

nello stesso fiume statico,

unità triplice della natura,

dio ad un tempo anima,

spirito e corpo,

ti prego ricorda

 

l’impresa ardita

tra i flutti,

le colonne d’Ercole,

antidoriche,

il muschio ridente poi.

 

l’ultima stazione,

il vagone sonante,

te che parti,

che fuggi,

tornerai?

si schiuderanno più le labbra?

sussurrami il versetto.

 

Giradischi affetto

da dolori al petto,

e stride al contatto

col corpo lucido.

 

Io tendo le mani,

la luce si riflette,

cado in estasi

come se scorresse

latte nelle vene.

 

Assopito penetravo nell’assoluto,

spesso un ronzio mi distraeva,

il mio annullamento volitivo,

è nostro potenziamento giulivo.

 

L’orologio batte,

l’incubo si smorza

e il sapore della svolta,

mi pone nel dubbio,

ti fa sobbalzare.

 

 

Scende ora la pioggia lieve

 

 

Parli quasi sopita,

i boccoli e lo sguardo vago,

le lenzuola stropicciate

al vento,

ombra soffusa

al chiaror di luna,

pura immagine,

la sonata è mancina ed estrosa,

la veemenza del silenzio,

il viola tra le dita,

macchie soffici d’inchiostro,

picciola la magica orchestra

è dipinta nell’aria,

sei speciale sai,

penso a te.

 

Sento già il brivido dorsale,

le mani tremano,

la voce tua sublime e dolce

in me,

scendo e salgo,

guardo il cielo,

c’è lassù la stella

dai contorni tuoi,

illumina,

guarda qua,

si dirama in costellazione,

e così prende forma

di te.

 

Scorri a fiumi,

ti sento dentro me,

il cuore palpita,

la voce tremula.

 

E credo non dimenticherò

il tuo sussulto,

la musica della tua voce.

 

La notte domina più in alto,

il tuo sguardo obliquo

di nuovo alla parete,

cosa darei per vederti così,

per racchiudere

e non dimenticare più

quest’attimo,

vorrei dirti più

di quello che posso,

tu sei più

di quel che so,

 

fermati attimo

e lasciala impressa,

sì.

 

Guarderei solo te,

non vorrei mai più perdere

i tuoi gesti, i tuoi sogni, le tue parole.

 

Voglio te,

i tuoi occhi

e i tuoi soffici capelli,

non dimenticarti mai

di me.

 

Scende ora la pioggia lieve,

i pensieri non vanno però altrove,

diventi fluida come l’acqua,

pura e sincera

coi tuoi problemi,

le tue dolci esitazioni,

e io ti voglio veder

per sempre così.

 

Picciola mia!

 

Sei splendida stasera,

fantastica sai.

 

Serenellosa!

 

 

L’alba del domani sarà petalo tra le nostre dita

 

 

“Cosa fai lì sconfitta,

stesa e un poco afflitta,

direi dalla luce trafitta”

 

Dai se proprio insisti,

tolgo il cappellino,

agito i capelli”

 

Sì,

vibrazione austera,

sento in te il sapore della sera”

 

Vorrei dirti una sola parola

ma la nebbia mi scolora”

 

Se credi sia giusto,

socchiudi gli occhi,

col dito sfiorami,

materializzati,

 

l’inverno non ci può avvilire,

ti prego, dai,

non scomparire,

non dissolverti ancora”

 

Deh mio simpatico amico,

non ricominciare,

io non mi soffermo mica”

 

Uh guarda che carino,

il piercing e il nasino,

l’introverso giro in tondo fino”

 

Ohibò,

che dolce l’hai notato,

son sicura che sbagliamo”

 

Ecco che ricominci,

dimmi un po’ allora

cosa ti trattiene?”

 

La sabbia, il vento,

la maglia, il tempo,

l’ultimo elemento”

 

Dimmi un po’ tu,

qual è?”

 

Non te lo dico”

 

D’accordo fa come vuoi,

lo scoprirò”

 

Non c’è numero che tenga,

ma un’unica sostanza

allora stringimi forte amore,

dimentichiamo tutto

e scopriamo l’assoluto

avvinghiati come ultimi eroi”

 

Sono stupefatto

dal tuo sguardo, dal tuo volto,

dal tuo corpo,

credo che la notte

sarà l’ultima vittoria,

se il mondo crolla,

i nostri sogni sfumano,

l’erba cessa di crescere,

noi ultimi reduci

ricostruiremo la vita,

l’alba del domani

sarà petalo tra le nostre dita”.

 

 

Il Giardino di Epicuro

 

 

Goccia di rugiada,

quattro di mattina

il giardino respira di follia,

si prepara la festa frugale,

feta, orata mandorlata

e un cotilo di vin mielato.

 

Passa la ragazza,

capelli raccolti,

trucco accennato,

corpo snello,

vademecum sotto il braccio,

pulsione di vita in petto,

 

è stupendo il profilo!

 

Un bacio sulla guancia,

l’altro mi sfiora le labbra

con sapore fulgido d’incanto,

e poi il ciondolo e il pendente,

il braccialetto spigato,

finemente intagliato in bronzo.

 

Entra il maestrino,

solleva lo sguardo,

anzi lo abbassa in alto

ascetico ed intorno fa le mosse

mentre lei con due o tre smorfie

si inchina e si intarsia,

si strapazza,

vai giovine pulzella,

vai piccola frigente

e fringuellosa slinguacchiata

e decorosa.

 

Cara siamo soli,

cogli le asciutte parole.

 

Volgi l’indecente,

ci basta poco per essere felici,

dai con la bacchetta

dirigendo austeri

l’orchestra con la pace,

con la gioia,

con l’amore e la fortuna

dei nostri anelli

eliminiamo dal mondo

violenza e guerra,

le scritte nei cartelli,

i disegni sui fumetti,

sui manifesti l’orma

dei pennarelli.

 

Vai raccogli l’aere,

inspira l’anima della natura

tramite lo spirito diventa pura.

 

Vai distesi a terra,

poniamo la brezza egea

e chiamiamola flemma e purea.

 

Vita straordinaria,

il sussulto divino si scorge

nel semplice barlume affino,

doniamo noi stessi alla causa,

al bene comune,

l’orticello del dispetto

devastiamo coltivando il rispetto,

e vita eterna nell’amore

e nella cenere il mutamento statico e ciclico.

 

La ragazza di Dublino

 

 

“Spremi il tuo cuore!

Con speme scandisci le parole!”

 

Sto svitando cardini e cancelli,

queste fondamenta

della mia passione

sono obliqui raggi di sole.

 

Vasti scoscesi campi da arare,

vitali illusioni da nutrire.

Mastodontici colonne,

templi castrici a coda di rondine.

 

L’architrave sembra seducente!

 

Cogli il fiore!”

 

Sono assai distratto dall’incanto del vento.

 

Poni ardenti assiomi…”

 

Ho mangiato,

in fretta il mio panino,

struttura cellulare,

impermeabile membrana,

pompa sodica e spola del potassio.

 

Nel silenzio vibra un phon,

la musica ancestrale in profondità.

 

Livido scolo.

 

Canuto argine dell’acquedotto.

 

Potrei divagare, impostar la voce nell’anfiteatro.

 

Vai tranquillo!”

 

Sembra divagare

la previsione astrale.

 

Scorgi le scale?”

 

Scade la ricevuta,

alto là,

l’imposta sudicia,

la baratteria dantesca.

 

In anime ribelli

la chimera del tempo”

 

Scesi poi bazzicando

tra le strade del borgo.

 

La corrente è un po’ avversa,

mantieni la promessa”

 

Ero un po’ assorto

nei miei pensieri.

 

Lascia stare,

resta in piedi”

 

Passò d’un tratto

la ragazza di Dublino.

 

Il flusso allora si arrestò

e mi misi a parlare.

 

Come stai?

E perniciosa dove vai?

 

Rideva, dispettosa

e cinica non rispondeva.

 

A volte il silenzio è l’incubo del portamento”

 

Ma poi d’un tratto iniziò a sciorinar parole.

 

Vedi, è fiera!”

 

Le sue scodelle.

 

Dove è il pragmatismo?”

 

Accordò la lingua

in intenso spulciare indecenze.

 

Non disperarti amico

lei ti vuole bene”

 

Allora le coprii

le labbra con un dito.

 

Guarda che occhi!”

 

Non so,

il mondo è sul suo volto,

la storia nel dondolare,

la conoscenza nell’indicare,

la sapienza nel fiatare.

 

 

L’atomo è in paradosso scindibile

ma il legame no,

è solo apparenza,

resta saldato”

 

Mi colpisce più di ogni cosa

la dolcezza che ha nel parlare

ma soprattutto

la grazia nel baciare.

 

L’immagine dell’assoluto

nel cenno della testa.

 

Dodici chiavi ed una serratura.

 

Non ti distrarre,

continua a fissar lo sguardo,

innamorati appassionatamente,

le gioie al petto e al braccialetto.”

 

E quando smette

carpisco il suo discorso,

mi svesto dell’orgoglio,

scaccio la vanagloria,

mi fisso allibito,

bocca aperta

e lei sporgente.

 

Le sentinelle del sinedrio

parlano di vendetta,

lei resta estromessa

e allora espande letizia”

 

Schiarisce un po’ la voce

non tossendo ma ispirando

e mi mette al corrente

degli opposti, immanenti a loro

c’è la sintesi che li ingloba

ma allo stesso tempo

li contiene e quindi

annulla differenze,

c’è un’unica sostanza

e quindi il male si scorge

solo dall’assenza.

 

Le virtù son sante e beate,

dal cielo e dalla terra benedette,

se scordi ciò che c’è in te,

perdi di vista il divino”

 

Irrompo e mi trascino estasiato,

educato alla libertà,

alla dignità, all’amore

e alla parola.

 

La simpatia è universale,

ponila come premessa,

siam ginestre vesuviane,

stringiamoci in un unico abbraccio”

 

 

Cleopatra Selene

 

 

E va la gazzella,

carta attacca,

volge intatta,

preda al corso

d’acqua,

oddio che scacco!

 

La ragazza morsa

dalla taranta danza,

ondeggiamento sub sahariano,

regina della savana,

estasi statica.

 

Warhol fa graffiti urbani,

la ragazza domata trasforma

il lamento gutturale

in lemma soprano,

indossa le borchiette dark,

la zattera a triplo tronco

alla sorgente del Nilo azzurro

va .

 

Reginetta a pesca in apnea

stretta al timone,

allento la corda

e il tronco divarica

in trotto,

viandante va’.

 

Fiori cretacei tra i capelli,

cacci lo specchio,

trucco cretese,

labbro fenicio

semi sporgente.

 

E in un rollio kilimangiarico

sembri crapettare,

austriaca scura.

 

Vai,

comica zuffa,

luna violetta,

lingua sorretta,

patina asciutta.

 

Sogni il megafono francese,

il punk senese o berlinese,

la dedica con scredito,

l’urletto sollevato,

la seducente ondata,

il Clysma cobalto-cinambrico.

 

Cambia il taglio dei capelli,

il colore dei sentimenti,

la danzetta sta finendo,

rinforca gli occhiali da sole

e pensa,

riprendi il clarinetto,

scuotilo per dispetto,

nell’indecisione mistica

crea una moda,

una parola,

o una vivida storia

già fritta,

 

un aspide che insidia il calcagno

della tua discendente,

la flotta nemica

salverà qualche libro?

 

 

 

Darkchimera

 

 

Dam dam,

le spoglie spirituali,

zam zam,

sostanza al sommo grado,

la la,

astute simmetrie,

quo quo,

superflua venalità.

 

E scivolo sul piano inclinato,

mi manca un sostegno,

forza trasversale

e vettoriale inverso,

 

sditato un po’ cucito,

svampito twilightiano,

ennesima eclisse consoliana,

ambasciata emo zigzagata.

 

L’espansore a incudine

falcia il martello,

l’ultima occasione,

l’incubo del sonno di ragione,

nottuccia amore,

 

illuminista romantico

e decadente enciclopedico,

rosa e biancospino,

acca un po’ aspirata,

capo o coda o smilza

bicocca da sfinge.

 

Set set,

pentole bibliche,

pam pam,

sbriga la pratica,

bum bum,

sorseggia mandorla sudamericana,

ven ven,

veltro spoglio da addobbo intrinseco.

 

Cado come sabbia,

clessidra formativa,

body modification

da scettro maledetto,

anello gianico e ceccato,

si fossi fumetto andrei all’inverso.

 

Beng beng,

golfo tarantino,

can can,

suono asciutto israelita,

bon bon,

maya nutelloso,

br br,

cancro in capricorno

uniti all’ordinata g

ascissa p-melissa

dell’equatore milleriano.

 

 

Lady Nietzsche

 

Agalma sbiadita

dall’incuria dei giorni andati,

non è finzione,

sei vivida in proiezione,

riflessa e maledetta,

in un angolo col libro

semiaperto,

e poi diretta al piano

ondeggiando.

 

Il silenzio del vento taurino,

la seduzione e l’ossessione,

natura e sonata frastornante,

pessimismo ridondante,

il bel sì alla terra,

elevazione spirituale diretta,

il litio in provetta

e sei più calma.

 

Dov’è la parola ardente?

dove il furore? In te si chiude

la storia come girotondo,

danza sugli specchi,

la tua gioia,

la fierezza permane,

e la voglia di sovversione,

trasmuti l’alma

e ti trasfiguri.

 

Booom!

 

Dondola la pioggia,

va.

 

Piange il sole,

luna altrove,

nero ardore,

corvo in Mole.

 

Strisciando intanto

sui rimasugli,

la vasta quiete

del sussurro

interrotta dal vascello silvestre,

le danzatrici,

la fruttaiola e l’uva,

l’intentio,

l’inaudita verdognola

pozione amarognola,

il rosmarino diluito

tra i capelli,

il rito sabbioso,

il rito tenebroso,

la voglia d’incenso,

la mitriaca valenza,

lo schizzo alla fontana scissa,

la solitudine vana,

poi la virtù velata,

la tracotanza infetta,

la magica rimessa intatta,

il rigurgito vitale,

la passione scardinata,

la sincopata arsura gelida.

 

Infine un ululato lontano,

poi il silenzio.

 

 

 

Da qualche parte

 

 

Da qualche parte,

forse proprio lì,

oltre il confine del mare,

alberga l’indicibile,

sguardi attenti, rivolte, gesti.

 

Sfiora il tuo viso l’inverno,

accenni un sorriso di nuovo,

piano, calma, non c’è fretta,

calma.

 

L’astratto, discorde, pudico,

velato cenno cinereo,

vita in versi, forse indifferenti

i gorgheggi preliminari,

eh eh, vedi la luce

intralciata dal velato

dolore lacrimato.

 

Dammi l’attacco,

l’ingorgo.

 

Dammi il soffuso,

l’illuso dischiuso,

 

poi zitta!

 

Qualche cosa dentro me

si muove.

 

Noci celebrali, impulsi magnetici,

meschini corsari dimenticati,

messi elettrici,

cause motrici attente,

teorie disdette, paralogismi,

canti come mandorli in fiore.

 

Dimmi di sì

sul predellino del sapere.

 

Dammi l’accenno

sul fiato ondulato,

magia del creato.

 

La pioggia!

 

È così che va la storia.

 

Così soffice il guanciale

del tuo corpo,

incantato il posto.

 

Così mi guardi di sbieco,

sempre sgocciola neve,

neve.

 

E scrollo le mura,

gli architravi dei miei pensieri.

Avvolte come cialdoni,

avviluppati discorsi

carichi di forza

e molecolari inscindibili,

indiscutibili, limiti intrinsechi,

a volte umidità labiali

tra me e te,

madori vischiosi,

calcoli finali,

trovami l’intro.

 

Dimmi lo so,

non lo trovo però.

 

Dammi il misto focoso

di ardore strepitoso.

  

 

Imbacuccata dal caro foulard

 

 

Imbacuccata dal caro foulard,

i capelli mossi e sbadati,

nello specchio da trousse

immersa, gigli intrepidi

sbucano qui e lì,

iato di verità

evitato nell’antichità,

con sincerità atarassica

ed orgiastica,  spuma in cielo

ammiccante, protesa.

 

L’encomio profuso

sembra tardare,

sibillino e scostante,

una croma perduta,

una glossa diffusa,

un parere bartoliano,

un consulto citando Quintaliano,

non crede che la donna

sia quel che sia,

sublimità,

 

e lei che fa? Si distrae!

 

L’attimo genealogico

perde intensità,

allora ammicca e si ficca

tra  vocali spurie e spore

precambriane orribili da ascoltare,

impronunciabili, da cestina’!

 

Allora purifichiamoci, dai,

slinguettando diamo fiato

alla dolcezza,

le prebabeliche lingue germaniche

dai suoni rudi, esuliamole,

esiliamole.

 

E inizia una nuova era,

l’era della purezza vocale

e del silenzio consonantico.

 

 

Ti vedrò

 

 

 

Ti vedrò,

giuro un giorno ti vedrò,

cara mia carta vincente,

 

non esiterò,

per passione non esiterò,

ed intanto un rombo sonante

impenna, mi dirai,

so che le parole giuste

me le dirai,

adesso che ti attendo

come fossi ultima luce.

 

Vieni,

so che tu sei l’essenza

della mia vita,

l’unica ragione di esistenza,

l’unica molla intensa,

 

(l’ondeggiamento della penna sdrucciola sul foglio).

 

Vieni,

attendo le tue note

di stupore,

mi sembra di scorgerti

tra la folla, il tuo riccettino,

l’ombra del mascara,

ma mentre l’ombra sfiora

il tuo corpo

ti dissolvi.

 

Verrai o no? L’illusione avvampa,

chi lo sa se l’attesa

è l’ennesima follia,

sarà l’ultima occasione

o forse il nulla,

prigioniero del mio sogno

e naufrago barcollerò.

 

Vieni,

ti prego le mie mani

stan tremando,

l’albeggio è forse il traguardo

o forse no,

l’inevitabile speranza

che già geme e implora.

 

Vieni,

i tuoi inverni saranno anche i miei

lo sai,

è sempre pronto l’ermo viaggio

ma non so,

non so più se ancora resisterò.

 

L’attimo scivola via,

di nuovo trasparente ti fai.

 

Vieni,

mia cara l’intimo sussulto

attende, attende già lo sai

il cenno delle tue soffici mani,

la cenere aumenta

e dal silenzio cinereo

l’anima risorge.

 

 

La pulzella di Lorena

 

 

 

Demoni in tumulto

sussurrano in te,

c’è un’aria gelida,

l’inflessibile decisione

è stata presa,

arderà la paladina stolta,

la santa introversa e ammaliatrice,

la meretrice battagliera,

sole invincibile punirà

chi d’ardore è spenta ormai.

 

Prega pur se vuoi,

brucerà il demonio che è in te,

inchinati alla croce,

morirai nel dolore.

 

Hai osato fanfare diaboliche parole,

la tua follia è finita,

non hai speranze

orribile ingannatrice,

fiamme per l’anima e pel corpo,

non ascolteremo più la tua voce,

astuta donzella, la vendetta

assedierà le tue membra,

brucia pulzella,

non darai più retta

alla possessione che t’invade.

 

Urla,

gemiti,

urla

e sputi.

E tu

 

in quell’istante

chiudi gli occhi,

ripensi alla luce

che invase i tuoi occhi

genuflessi in cattedrale,

rimembri d’un tratto

il sogno di femminea

pace universale,

matrona e ragazza

della congiunzion paonazza.

 

La provincia geriatrica

ostenta leggi infami,

i tuoi sostenitori

e i vostri sogni svaniti e vani,

la ciocca rossa cade ai tuoi piedi,

il boia gode da belva infetta,

gli occhi cobalto

tra l’invidia della folla

che inventa un misfatto,

un altro sacerdotal ricatto.

 

E i soldati d’ Orleans

non saccheggiavano,

i dardi si piegavano,

diana,

daino e

dannata.

 

Un altro urlo c’è,

il braccio armato freme,

il temporale preme,

non purificherà le loro colpe,

 

le streghe torneranno,

vendicative Erinni,

non esorcizzate

e non intimorite.

 

Arriva l’effige,

putrida contadinella,

volevi far la santa,

generalessa unta e diabolica,

il re l’ha spuntata,

non ci sarà pietà,

sognavi libertà,

eccoti la realtà.

 

Passano gli anni,

il tuo volto giovane,

non dimentica l’uomo

che ti era affianco,

chi non ti ha tradito, 

senza farsene accorgere

si avvicina a Thanatos

corrucciato e in sé assorto,

l’asta e la falce si spezzan,

come cristalli in frammenti

la lama del pugnale di Ares.

 

Anello del potere sul fondale!

 

 

Un urlo metallico

 

 

Un urlo metallico,

sinfonico maneggio

da manovella attenta,

mandria valvolare,

veemenza sentimentale scarna,

sentore d’ atomi tomistici,

scolastiche profusioni,

vaneggi santi e macchinosi,

interpretazioni autentiche,

relatività suadente,

nulla,

morte,

tempo ed essere.

 

Brume viandante,

cogli il frutto distante,

tra laudari stridenti,

scansa i fendenti.

 

Senti il cuore che batte?

 

Sogna!

 

Cosa c’è

nel vespro alessandrino?

Solo l’incubo di uno spritz vitale,

di un cocktail virale,

dadaismo intenso,

metafisica del soprano,

surreale ad uso corale.

 

Spasmo notturno. Cattedrale bianca

e pleonastica ridondanza.

 

Vedi l’inizio?

L’inizio dello scisma.

Atonale,

attonito,

attratto

e allitterato.

 

La paura è una nebbiucola,

sale trasudante,

inversa e danzante.

 

Esca per il refrigerante

liscio della mente,

come palpito stimolante

l’idea fugge in volo,

termine di paragone poliglotta,

rovina scadente,

morale teleologica e canonica,

figlia dei lupi.

 

Barbarici farfugli,

lotte preedeniche,

miscele di terriccio,

materia plasmata e non creata,

in principio fu,

poi era,

ora è,

infine sarà.

 

Congedo in concreto

le tue parole

 

e arrivederci.

 

Fruscio intenso!

 

 

 

Come pioggia

 

 

Come pioggia

che bagna i sorrisi

accennati

le note misteriche indugiano,

l’ingresso alla soglia

del silenzio, l’aria si schiude

e il pensiero va altrove,

sei già qui? Ti attendevo

tra i volumi e le colonne,

specchio mio d’acqua dolce.

 

Dimmi se hai conservato

le missive, i sigilli, le piume,

se sei rimasta marmorizzata

sulla sponda del letto,

se il dolce sciupio del frullio

ti ha sedotta ancora,

petalo fucsia meticoloso tra i rovi,

le strade di Tubinga sorridono

al tuo sguardo tra i vetri,

il cofanetto dei segreti

scandisce il motivo,

sbiadita l’immagine,

vai verso i quadretti ondeggianti

e luminosi,

gli occhietti persi nel vuoto,

nel sogno vivido l’intento,

tre fuochi accesi

impostando il rimasuglio,

la cera livida sul foglio

scribacchiato, e poi un bacio al vento,

accenni un sentimento.

 

Naufraga l’anima idealista,

mio spirito, mio viso, mio pallido

segno.

 

E fiammette scaltre sul fiume,

la città è un barlume,

incontro intarsiato tra le idee,

le forme divine,

le scappatoie empiree,

stringi le mani alla ringhiera,

sporgente il corpo,

sacro il fiore ottagonale,

guarda lì lentamente

il dardo scinde le passioni,

nostalgiche effusioni.

 

L’argento silvestre,

non voglio perderti amore.

 

Sei in me stivaletta,

sei in me anfibia principessa,

stretti in semiotica promessa,

filologica valenza,

stilistico orizzonte.

 

Tre gocce purificano il mio capo,

lo sgocciolio dal tetto spiovente,

grottesca pietra nascosta,

potente e vorticosa,

laccetto e pendente

con le scritte impresse,

regina, i miei onori,

regina, i nostri errori.

 

Immagina le distese sconfinate

dove alberga il tuo esercito

allerta armato di brezze,

sembra già inchinarsi

al tuo portamento,

al tuo celestial volteggio,

le forze immani dell’est,

terre inesplorate non temi,

sostanza altera e rubiconda,

espressiva imperatrice

il tuo regno ti attende,

la pace universale

il tuo cenno porterà.

 

 

 

Vespro seducente

 

 

Entra il vespro seducente,

sfoglia le tue mani

nude infreddolite,

le risate, le giocate,

le valide occasioni beffate,

valige senza tempo

sul ripiano serale,

l’incanto di un protendersi

verso il notturno corale,

l’albore lunare.

 

Penombra fiera,

vista acuta,

falco librato federiciano,

manuale sadico posizionato,

i cinici sputano sul galateo

cerberati,

l’arietta prosegue allegra

ma sinestesizzata,

più può il panistico flauto,

l’armonica fisiognomica e slava,

organello sottile,

vai ondulata, sciolta e scaltra,

piccadillica, cattedratica,

oppiettizzata,

canone cannabinoide,

etica etilica,

estetica ad est,

vistosa la collanina,

fresca la fronte refrigerata,

scende la temperatura,

parte fredda eclissata,

conico l’antro sibillino,

sotterranea la cella, 

secondino da barba caprina,

cellerino d’abbronzatura,

pomata reclusa e profusa,

lode al soprano,

la viola maggiore è distratta,

scala discendente darwinista,

zoologia simbolica tardo medioevale,

ciclope, gigante e sciapode,

liocorno, furetto, chimera,

centurione-centauro,

in piazza Ipazia tra una sigaretta

e l’altra,

al bar Hegel paonazzo e ingrassato

per falso rapporto di Venere,

alpina lucertola gigante dei ghiacciai,

impressa nel rullio del rullino estinto,

caro viscido sarcofago,

mummifica il portamento,

rendilo edotto.

 

E va sbiadita,

stringi quelle labbra,

poni un intatto cielo cobalto,

limite del mare,

l’onda sale ripida,

l’acqua sgorga e casca,

filmino straripato,

magica quiete invernale.

 

Ma che solfeggio altezzoso,

che diadema putrido

da belva del mare,

quella che lentamente sale

e trascina rovinosa

un quarto di stelle,

ma la lancia ferendola la umilia,

non sopravvive al taglio di spada,

non ci inchiniamo,

la ribattezziamo inutile violenza

intesa come qualcosa che manca,

che meschinamente lambisce

l’inutile di uno spasmo,

spasimante del nulla.

 

Ed è ripieno farcito,

l’essere, l’esserci,

le diverse declinazioni tedesche,

le congiunzioni mediocri,

l’asperità, la vacuità,

il fine a sé stesso ambito,

vai valica il monte Ventoso

petrarchianamente o da tour de france,

in ciclica vendetta esule,

in pagina vandalica,

voglia sopravvissuta,

stirpe ottusa,

priva di mandorle e d’incenso,

sapore ortodosso, giusta icona,

santa tunica, imponente toga,

dito all’infinito collegato,

non dimenticato.

 

 

 

Wieisbaden

 

 

Ametista  e opale

congiunti sulle scale,

ascende dolcemente

colei che protegge

il dono divino,

la misericordia,

carminio il vestitino.

 

Ok, pian piano,

druidetta furbetta

guarda i tuoi occhi.

 

Che bello,

scartiamo i ricordi,

che bello,

manteniamoci ai bordi,

bellina stridente,

visino invitante,

seducente.

 

Appoggiamoci su quel muretto,

hai le labbra che non so risolvere,

ponenti, ardenti e vezzeggiate,

l’ albatros è un po’ inutile,

diciamo manca in concretezza,

meglio il vino se vuoi Baudelaire,

dai si ubriacamoci di qualcosa,

tè corretto e sciupaletto,

fraintendimento e capitale

del tuo Land,

ti manca l’università,

due giri in terma,

scientifico aforisma pliniano,

ansia anzi panico

dimenticato.

 

Andiamo su per monti,

giù per ditirambi stolti,

che freddo stringimi un po’

anzi mettiti di lato,

obliquo e un po’ svogliato,

sulle scogliere dei ricordi,

calcare sulle rocce bianche,

voglia di gabbro, di basalto,

oh ti garba! Parla a tu per tu,

ah l’hot dog! Così non l’ho mai mangiato!

Uh Abat-Jou ! Diffondi il cardigan.

In scivoli e altalene,

mania d’elevazione,

paura dell’abisso in discesa,

ondeggiamento, buttiamoci sul letto!

 

Che stupida,

ed io ti do anche ragione,

specchio dell’oblio, pluripersonale,

immotivato, gioia impersonale,

collera e desiderio.

Astuta e quasi perfettamente

sconosciuta, amica arresa,

io bitume ignorato,

vai brucia ‘sto straccio,

benzina e cherosene.

Camice e saccarosio

nell’assenzio, squallido silenzio.

 

Facciamo un tuffo,

trattieni il fiato,

leggi o fingi,

sei stupenda uguale,

il primo passo lo fan i capelli,  

sfiorano astuti bombardamenti,

fragore,

fervore

e fragrante,

l’albero nasce dal frutto,

ricorda il fine è più importante

del generatore, ciliegina ibernica

e squisita,

io non posso far altro

che ammirarti, fossilizzarmi

nel guardarti, restare muto

ore ed ore, il tuo nome

è un rimando,

quattro semiminime, una croma

e due biscrome,

ricotte, precotti, biscotti,

scegli tu la direzione,

l’intrusione,

l’effusione eventuale,

bellina al sapor di semplice

grandezza, magniloquenza e speranza.

 

E il rapporto servo padrone,

dimmi un po’ chi è più importante,

l’amata, l’amante

o forse lo sguardo intrigante,

lode a sé, per sé e di sé,

uh che fiorellino,

freschezza del mattino,

uh lo dico ancora,

per te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Musica indimenticata

 

 

Passeggi tra la nebbia,

già immagini il motivetto,

lo ripassi in fretta,

ed esplode il discorso.

 

Sai bene cosa vuoi,

ritratto accennato, sbiadito,

in filigrana, lucido sol,

e tu malandrina,

cosa vorrai ancora,

vita mia, non dimentico

e non dimenticar

le nostre assurde follie

incomprese,

gli sberleffi, le tue manie,

in un minuto avvisti già

le schiere d’ elfi armati di lance,

le nostre spiagge abbandonate,

sfiorate appena le note.

 

E precipito già,

guardami trotto,

mi spoglio, vivo di te.

 

E sognami stanotte,

le ombre che fuggono

ritorneranno come un inciso,

sbalordito il tuo viso.

 

E parla un po’,

magari da sola,

col gatto,

guarda che faccio,

sorrido un po’,

vibro sospeso

come te nella mia mente.

 

E poi i pastelli,

le sfumature impresse,

i nostri sogni, guarda,

ridi, beffarda amica,

non dai scampo,

nocciolo spoglio e fruscio.

 

Per te si apron i fiumi,

la purezza invade l’animo

e poi ancora brulica pace,

vai vivace,

audace cappellina,

tessuto prezioso.

 

E poi mia cara,

mia dolce scarpetta

non senti l’aria

che scorre nelle vene?

non percepisci il calice

della vita eterna? questa musica

indimenticata, riscritta,

riamata, formula dello spirito,

dell’azione, dell’intenzione,

 

ciao amore!

 

 

 

 

 

Scariche magnetiche

 

 

 

L’intimo rimorso

è dolore che mi assale,

l’estro nel silenzio

si spegne piano,

la cera del tempo

lenta dissolve,

con noncuranza sigilla

il ricordo.

 

Furtiva la notte piange lacrime,

sciupate dal vento,

le ultime foglie.

 

Sembra ieri eppure

è già domani oggi,

il cambiamento epocale

sembra sempre più tardare.

 

Fuggi rapida

vita dissipata,

ai bordi del fiume

l’anima sorride dell’ardimento

che sgocciola passione

riflessa e genuflessa,

si arresta soltanto alla mano

che sospende il vento,

l’aria, il fiato,

il corso.

 

Poi lamenti lontani.

 

Scariche magnetiche

sfiorano i nostri corpi,

l’attrazion fatale

da concretizzare,

nell’astratto bosco

il rifugio è perso,

la contemplazione resta un’illusione,

e le menti rozze e stolte

bramano il potere

come svelte scimmie,

e io qui mi acquieto e riposo,

in te cerco ristoro.

 

È così difficile trovare le parole

mentre l’attimo sguscia

tra le mani inumidite,

la parete è ultimo sostegno

del sogno infranto.

 

Vai, accompagna la vettura sbrigliata,

in balia di sé,

sorprendimi,

le saette non potranno

mai colpirci, ferirci.

 

L’incauto misterioso

intrepido non congelerà,

non distruggerà la corazza

di cartapesta, non piegherà il gesso

di semplicità,

si arrenderà,

le armi esausto deporrà.

 

Poi sentieri sinceri

aperti dinanzi a noi.

 

Poi la tua presenza

sbiadita chiara apparirà.

 

 

 

Brigith

 

L’imperatrice

 

 

Era novembre

 

 

Era mattina inoltrata,

sdraiato sul letto fissavo la finestra,

i pensieri vagavano sonnambuli oltre il monte,

desideri di ascese verso verità celate

ed inesplorate.

 

Chissà se mai sono

nella tua mente,

nel candore della tua pelle,

vorrei vederti di nuovo intorniata

di perline e maestosa,

 

mi sfioreresti il viso?

 

Vorrei davvero abbracciarti

ancora, vorrei che le tue mani

guidassero i miei gesti,

vorrei planare nell’aere

e seguir i miei pensieri,

non ha ormai più senso

la mia volontà ed il mio agire,

intorno alberga il vuoto

e dentro un mondo esplode in sé.

 

Era novembre e nulla cambiò,

resto attraccato al molo

in attesa di improbabili maree,

noi

improbabili eroi d’altri tempi.

 

 

Canto cadenzato

 

 

Parlume di bitume

mascherato di amianto dorato,

sentimento scarno e bazzicato,

destinato al silenzio

ed al fermento stupito.

 

Damigelle ai posti d’onore,

flauti magici,

incantevoli corpi nudi,

masticanti profusioni,

ardori assunti e meticolosi,

forse scialbi piatti decorati,

leccornie carnali sui tuoi fianchi,

animali graziosi poggiano

le rime altrove e miro te,

lì dinanzi a me,

docile fermento mattutino.

 

Cade il canto cadenzato,

poni assenzio mandorlato,

atomo perso nel vuoto,

ogni parola si arresta,

il tuo sguardo resta,

i tuoi fuochi inestinguibili,

i tuoi braccialetti fruibili,

pelle dolce da assaporare,

da lodare,

contemplare in estasi,

il fiume di verbi.

 

Lenta poi ed improvvisa

una viola distoglie il pensiero

e tu come fosse solfeggio intonato

volteggi, spiazzi e spazzi

con le partiture, un basio,

slinguetti dispettosa,

sbatacchi l’anima

secernendo spirito,

grazia etilica

e valente effige impressa,

mai dimenticherò la voglia

e la volontà di te.

 

Riprendi l’opera di sensi

sviliti ma rigenerati dalla tua passione,

che labbra vivide, intense,

pure sentinelle in guardia

e pronte a sfiorare l’etereo clamore,

a soggiogarlo, renderlo servo,

al guinzaglio, purificarlo e girarlo,

rivoltarlo,

poi chiaro consolarlo.

 

Attimo di suspence,

entrano i cortigiani.

 

Cortesi direi i tuoi servi,

le tue soluzioni,

in trono dirigi e sorridi,

poi riondeggi come fascio luminoso,

caloroso, inaudito, colorato,

cristallizzato, decorato, declinato,

inviolato, e infine donato.

 

 

Sonata

 

 

 

Due bestiole si presentano,

che graziose, che portamento,

che quiete sentir il fermento muto,

l’incanto, il canto tuo, è così sublime

(e sei col libro chiuso).

 

Sembra quasi la musica

non si percepisca,

solo un lontano bagliore tonale,

è un’arpa rinascimentale,

un inciso spirituale.

 

Il risveglio fischiettante dei folletti,

con gli intenti furbetti,

dolce fiaba emo,

tra Selene fremo,

Eos avanza, che temperanza,

la giostra gira cara ragazza

nel carillon protetta,

sia benedetta la tua faccetta.

 

In punta di piedi

tra viali scoscesi

saliamo i gradini,

sfidiamo gli altarini vicini

vicini, scansiamo il nemico

e facciam l’occhiolino

e tu danzi avvinghiata

a te stessa sotto le stelle,

dio mio che splendore!

 

L’acconciatura francese

ti sfiora la palpebra distratta,

allora oscilli trottolina vorticosa

e scomposta, 

dionisiacamente risorta.

 

Ciclo naturale

e metempsicosi corporale,

batto i tre quarti,

figura perfetta e stellata

da musichetta pitagorica,

le etalage di turno

congiunte in Saturno

hanno la luna storta

e contorta.

 

Il meridiano divide il limone

in atteggiamento sospetto,

in dolce compagnia sul letto

aspro e strisciante,

la corda pizzica ancora

come formaggio l’asola.

 

E c’è una festa in piazza,

si sente dalla terrazza,

più altera va la ragazza.

La spola fan tre o quattro

appostati sotto il palco autunnale,

il vento soffia,

l’amplificatore, la spina, le cuffie,

il motore.

 

E poi gli stralci,

sonetti o minuetti,

il maestro si sbatacchia,

poi vede la ragazza,

non è distrazione

ma entrar nel vivo della questione.

 

La musica infatti avanza,

avvitamenti,

piroette maledette,

odore di fumo, sbuffa la pipa

all’inverso.

 

Siamo ancora all’inizio,

ne passeranno di ponti

sott’acqua, archi romani sprofondati

e corrosi dal flusso,

il maestro spettinato

indossa il cirro stonato,

copricapo lodato, disimparato,

frastornato e sciupato.

 

Vai in re minore,

te lo aspetti,

non sei dodecafonico,

allora l’orchestra sbadiglia,

pastarella e amarena stanca,

vorrebbe inchinarsi per sopirsi,

il pubblico bivacca,

divora le note indigeste,

scucite  e scandite

dal ticchettio di novena ripiena. 

 

Eccolo,

entra in scena,

proprio mancava, l’assicurato

impresario che lancia in aria

i tre danari, mette da parte

e investe i talenti

ad uso contadinello ottuso

ed imbevuto di pesticida laureato,

di sandalo arricchito e deluso.

 

La ragazza sonata si ribella

alla disfatta, gambe all’aria,

è tutta fatta,

affonderà col transatlantico,

vicino mio dio,

l’incubo mio,

tra le fauci del coccodrillo

riversa sincera la chimera

e le partiture, tutte le arsure

e le violette infine.

 

Mi alzo dal letto al frastuono,

il pragmatismo ha svilito il suono

docile e contemplativo,

l’anima e lo spirito si ribellano

ad un corpo che non vuole piegarsi

ad essere semplice contenitore

e strumento dell’una e dell’altro.

 

E scorgo lontano,

la vista aguzzo,

dicevo scorgo un lamento

materializzato di un mondo eclissato,

un mondo lontano e ovattato.

 

Poi uno scalpitio,

il mendicante ritratto,

armato di bastone,

nell’incedere distrae.

 

Folle, folle,

folle il venditore,

freme, freme,

freme la bancarella,

fruga, fruga,

fruga sotto il suo velo.

 

Il nostro cuore è l’ultimo rumore,

il vento ancora più forte respira affannato,

mi hai già dimenticato? Ma dai,

eri sopra poco fa.

Che cosa diresti al mio posto,

fischietti e mi ignori,

padrona dell’oblio notturno.

 

Cambio di scena repentino,

la ragazza mi riabbraccia,

cade in trance,

cade in estasi mistica,

in un attimo è trafitta dal dardo d’amore,

il fanciullino alato ha di nuovo vinto

e perverso è il seguito…

 

Va tra le note di nuovo,

godi la musical vitalità,

vai spogliati,

leva le lineette nere,

bianco il foglio dipingiamo

ed annotiamo.

 

Che carina la mantellina

incrinata sul ruscello,

mi guardi fissa e risplendi,

mi copri il labbro e la tua bocca sfiora

la mia fronte, la mente in refrigerio.

 

 

Acustico intruglio

 

 

 

Acustico intruglio nella notte,

lunare influsso sulla soglia del tempo,

poi sonnambuli pensieri,

destrieri rapidi.

 

Dammi l’attacco,

tra piatto e patto.

 

Sì.

 

Sona il bel sì,

d’oc, d’oil, d’oui, 

cortese l’arnese,

Paride ed Eva, guanta na mela,

Patroclo e Beowulf,

iena, lupo e leone,

indugio burino sbarazzino,

goccia perforante e claudicante,

dissetante, piangente, petalo brinoso

incandescente, borioso, bucolico,

georgico pizzetto.

 

Vai così,

ancora il sì,

paese violato, masticato,

bile il giornale nomato libero,

l’eurodance, i Gigi di turno

pop, dance e topini,

accigliati al piano, alle tastiere,

alle groviere,

dimmi mai o cosa fai,

la scrivente si arresta e vai a capo,

burumbum cià,

 

annebbiata scolaretta

nella vendetta,

l’ayatollah torchio di vendemmia,

tutto è ben quel che finisce in mi,

bufera russa o capricciosa,

rivoltosa ottombrina porpora,

zarina, cesarea,

Alessandria paludosa,

stop uno.

 

Movimento compulsivo,

pensiero ossessivo,

ritmo assordante

ed estatico ondulante,

pentateuco e pentagramma

cabalistico, sufismo

e panpsichismo,

percezione aumentata,

esponenziale mescalina,

astrale vite.

 

Lento, sh,

 

lento sh.

 

Un silenzio lo faran i papaveri,

il cemento.

 

Riprende, non arrestarti,

ribellati il sistema,

kantiano imperativo categorico

kierkegaardiano calar le palpebre,

recitar, il personaggio,

gioco dei ruoli,

gioco di ruolo,

gioco di parte,

Bercoglioni,

gioco delle parti,

il Vaticano.

 

Silenzio, ancora.

 

Bum!

 

Il pupazzo in viaggio.

Il ritorno etereo.

Il rimorso sulfureo.

Acqua distillata.

Olio e combustibile ligneo.

Classificazione enciclopedica.

Semitica semiotica e semiosi virale.

Attacco micidiale.

Falsificazioni e fornicazioni.

Formiche laboriose,

il sessantotto e le cicale.

Poi le scale.

Trasfert l’Rna.

Mitocondriale il respiro

e il nutrimento clorofillico.

Poi…

 

stop

secondo e terzo finale.

 

 

Un istante fatato

 

 

 

Un istante fatato,

come un film il passato,

una storia sbocciata,

di passione velata,

sposta due carmini

spiriti felini,

agili le mosse,

le decisioni poste come addii puri,

incontrovertibili sapori dolci,

ed è già mattina sui tuoi occhi,

e te ne ricordi con un sorriso

col quale stringi le mie mani.

 

Ah sì,

che impronunciabile sentir!

 

Sposti col favore del vento

l’abat jour e scendi dal letto,

ti poni alla sponda

il voltaico sentimento,

sei mezza nuda

come mezza luna ricordi

mondi lontani, la penombra

ti invade il volto

e inizi a cantar,

un adagio lieto splende

come viola in primavera,

come nota d’attacco

alla maniera di cattedrali

barocche e nascoste,

novene e filastrocche

sui tuoi umidi capelli,

impronte sul vello,

oh il mantello,

sul percepir il bello,

oh il Metello

che provoca dolori al poeta,

sordo l’appello, l’invocazione,

la conclusione dischiusa, assortita,

candita e sì, vai col sospir,

che delizioso l’indice al labbro,

il naso e la manifestazione

di un silenzioso animaletto

porta fortuna quale sei tu,

mia amata rosa, e te lo dico,

ti dico oh, che cristallo candido

e variopinto al tuo riflesso,

al tuo compromesso stabile,

un braccio sul mio corpo,

l’antico modulo scisso

sul tuo libricino, reciti come assorta

l’ultimo verso e poi

l’orma del rossetto

sulla mia bocca.

 

 

 

 

E poi vetri appannati

 

 

 

Le lenzuola sussultano

nell’attimo di esitazione mi guardi,

già altrove i tuoi pensieri,

l’estasi dell’attimo ti innalza

e vaghi verso mondi lontanissimi.

 

La foglia tremula pel freddo,

finisci nell’oceano profondo,

Atlantide sommersa dominata

e mai più punita,

nel frattempo sei già sulla riva.

 

Vai docile, va’,

non ti fermare,

attendo le tue mani zuccherose,

come fossero ultimo approdo,

decoro dei dì passati, sviliti,

la notte riprende a suonare.

 

Vado verso l’atmosfera d’inverno,

cosa ci fai tra gli spalti beati?

 

Cosa c’è nel do diesis minore,

forse l’ardore di nebbiucole

che penetrano il corpo,

dissolvono il trotto della mente

intorno al ripiano sciupato.

 

E poi vetri appannati,

il nostro anelito impresso

come stampo opaco e non dimenticato,

il tempo non si spazza via.

 

Procede,

magari si arresta qualche attimo,

ma la bottiglia si avvicina già

alla tua bocca, sei sciolta

come bacche desiderose e carnali,

spiriti notturni infestano le braccia.

 

Così lenta le agiti.

 

Arpilla

 

 

 

Risveglio in gomito ai bordi

delle radici,

sapienza megalitica

all’aurora.

 

Parte e ritorna,

in circolo trotta,

rissa dischiusa in petalo verticale,

licenza boschiva, arpeggio arioso,

e poi la luce che eclissa

in compresenza magnetica

lo sguardo.

 

È già domani tra me e te,

lento moto senese,

accento cortese,

urletto crestese,

spasmo punkettaro,

bestia di fato avverso e maledetto,

morosità del sentimento,

dizionarietto urbano,

l’acume spiazza la principessa,

in dono l’ortensia,

ne conosci la potenza?

L’assurda valenza?

Il do e il sol!

 

Poi improvviso

adagio allegro,

non troppo disteso ma ripieno,

i richiami di mandorla,

i volumetti cari,

tomi d’alloro ricamati,

e sguscia,

sembra sfuggire

come invito all’infinito,

è subito mattino,

tu già lo sai,

io già lo so,

oppure no, restiamo al limite

del vortice e pendiamo.

 

Che cosa c’è?  Osa la penombra

rivalere, ribelle mia,

la lotta tra i generi,

trittico indoeuropeo,

la valenza plurima cara eredità,

l’infinito sarà indefinito vagar,

tu non ricordi la mandria dei pensieri

inquieti al riposo

ma rimembri la figlia del vetturino,

è un incubo mattutino,

la casupola villosa oscilla

arpilla, fluttuante

dimora nubilosa.

 

Incanto solforoso,

canto lezioso,

scontro tra Chimera e Desdemone,

la luna celtica difende e sorregge,

magari ostenta l’orpello dialettico

del fermento, astuto frumento,

intensivo furetto diabolico e dispettoso,

innocuo ma fastidioso.

 

Continua l’asola ad isolare,

volta la carta epifania del giullare,

improvvisa Ofelia, ninfa negligente, 

sembra violare il sacro bosco,

entra nel misterioso borgo,

ed è già giorno.

 

 

Attracco fugace

 

 

 

Cappa e arsura per il corso,

refrigerio del tuo braccio declinato,

così mi estraneo e ti guardo.

 

Via Toledo,

metà agosto in trotto con te.

Rinascente,

profumi, saponette e collanine.

 

D’altronde non c’è la sentinella.

 

Attracco fugace,

saldato il nasino tuo al mio,

che dolce il viso indaffarato.

 

E il tempo cavalca senza sosta.

 

L’alemanna regione

è un volto di disperazione

andantino, l’introito del destino,

l’immobile fattorino.

 

Attimi persi

o riacquistati infarciti d’assoluto,

l’encomio solenne, l’alloro

corona dalla tua mano.

 

Minuti atroci

ma così lieti, lievi e indelebili,

l’astuto riguardo delle tue labbra

pende dalle mie.

 

Candida vita cara,

pura sordina baccheggiante.

Sfiniti sulla panchina,

giriamo ormai da cinque ore,

loquace il mio sentire

e il tuo riflesso è denso.

 

Ti sfido,

riaccenna il tuo sorriso.

 

Appoggia i sogni,

di lato come fossero ghirlande,

affidamele saranno impreziosite

col cobalto e colla sabbia,

saranno immortali come coretti.

 

Ancora più mite il vialetto,

posizionata la tua testa sul mio petto,

non dimenticarmi flebile

sarai filigrana selenica.

 

Il cielo sfuma nel rossiccio, fenicio

l’incanto dell’occidente marino,

è davvero stupendo ma l’attimo si arresta

e divaghi.

 

E così finisce

siamo già distanti,

la vela protesa sbanca

e noi sbarchiamo in brecce parallele,

l’estate tra statue e foglie di lichene.

 

 

Stendi in aria le mani

 

 

 

Sì, l’invito tra le fronde.

Così l’accenno gregoriano.

La mia vita come tramonto

scorge l’ultimo lamento.

Sì, quel breve cenno.

No, l’inutile attesa svilita

e svilente silente.

 

Se penso a te

guardo in me

e scorgo i passi

dell’ultimo giubilo danzante.

L’intimo pianto adibito

a fremito spento.

 

Con i pensieri spuntati

affilo i concetti

in patetici versi d’oblio,

vai tu cauta al confine,

il nome giusto qual è?

Ricordo solo

che per te oscillava

il ciondolo del mio sospiro.

 

Sì, bramo te.

Si, puro sprazzo

sidereo d’oriente.

 

Sulla via sono perso,

sonno sperso,

piccola amigdala

il mio canto perde ogni senso.

 

Sì, ricordo di te.

Sì, emozione d’ultimo fiato.

 

Ovemai ricordassi

questo naufrago perso

stendi in aria le mani.

 

 

 

Passano stagioni velate

 

 

 

 

Passano stagioni velate,

le pagine restano offuscate,

le labbra docili e dolci

restano stampo dell’atroce rimorso.

 

Tu affianco sincera e ridente,

l’attimo assurge ad infinito,

immobile germoglio odoroso,

incanto del sospiro vorticoso.

 

Il simpatico vestitino alabastrino,

proprio lì, a ridosso del senso,

portamento divino,

e dicevi in concatenazione parole,

l’emisfero oculare inclinato,

ammiccante e vitale.

 

Sono solo refoli inutili,

dimentica gli attimi indescrivibili,

resteranno apatici intrugli,

sdrucciolo rovinosamente nel nulla.

 

Cosa vuoi che resti?

I frammenti da rigattiere?

Oppure testimoni scaltri e assenti

perché assente è ogni realtà.

 

Resta solo l’idillio scalzo e stanco,

parlo ancora a vuoto,

a nessuno

o a te,

qual è il significato di questa attesa?

Una semplice pretesa

tramutata in remissione arresa?

Una docile richiesta

che nell’ombra resta funesta?

 

Cade la goccia dal viso,

inumidito il libro, è ormai un rito,

la mistura di odori rimembranti

altro non è che un’offesa qualunque.

 

Il palpito nella penombra,

la luce di un lampione distante,

mi imbacucco sul ciglio in ripicca,

mi scopro di nuovo silente.

 

L’auto sfreccia,

breccia vetusta,

la sigaretta caducante e caduca,

e un ultimo pensiero, il tuo volto

di soffiata che risplende

nell’ondata di quiete.

 

Resta un’ora o forse un giorno,

quale sarà il destino non lo so,

un’altra auto passa e credo

che non ci sarà più niente,

che l’illusione bolla di sapone

in sé sopita svanirà.

 

 

 

Paralleli assunti

 

 

 

L’aurora, il volto e tu,

mio testo sconosciuto,

riflesso tra cammei, follia.

 

Simpatica e sconfitta,

hai l’aria da brivido freddo,

carpisco le intenzioni,

i residui di noi.

 

Paralleli assunti

tra anfratti di cemento,

vegetazioni, Bastiglie,

all’assalto, l’ombra, la silenziosa

intromissione a dito levato.

 

A fianco manti da ricucire,

le ultime battaglie sono canti

ormai annebbiati dal tempo

e dal colore, dallo stupore

di riguardo e proustiano.

 

Implode l’asserzione,

me ne accorgo sol’io

del fittizio sospiro

trattenuto e sopito.

 

Allo specchio il tuo godimento,

nel solstizio santifichi te stessa,

in vergine il capricorno,

il tropico del ricordo.

 

Vis compulsiva trafitta

da auctoritas, potestas e mezzo corporale,

sarebbe magari meglio dire

che futuro c’è.

 

I fluidi in campo

come Rinaldo braccio della furia,

Angelica e l’anello

al vento nel pub,

Orlando violato

e spuma doppio malto audace,

l’ultimo miraggio a dimensione

plurima mostra il coraggio,

nel contenuto circolare d’Achille

il raggio.

 

Scansati all’ultima conquista noi,

offuscati e rigenerati da un accordo

di quinta partiamo in quarta

nascosti e pronti.

 

E poi l’effluvio nel tuo giaciglio,

la lingua tua su di me

è una lieve e dolce spilla.

 

 

 

Fuggiasco contemplativo

 

 

 

L’attimo che sgocciola

tra le tue violette che con cura

incanti e spogli, tratti o fondi di bottiglia,

non tutto è stato inutile,

questa storia chiede venia.

 

Attimi di pioggia e ascesi,

non me ne volere dicevi,

l’annullamento volitivo

l’ho preso alla lettera, guarda.

 

Porgi l’attimo ora,

la notte è complice per le tue

e per le altre braccia,

resto fuggiasco contemplativo.

 

L’ombrello cinesino,

l’attimo ancora,

gli spostamenti temprati,

tempere fluide e si innalza

la temperatura.

 

È un momento di distrazione,

un attimo d’effusione

e la sapienza eremita

scaglia floreali tafferugli

intuitivi e vivi.

 

Che bello scodinzolio,

trami affabulata i capelli

e ti stendi, aspetto un altro attimo,

estraneo stupore.

 

Pallina folle come incenso

in un attimo è già qui,

muta silenziosa direzione

e porgi intanto il viso altrove.

 

E passano gli attimi,

dai senso al trotto,

qual è lo scopo

della nostra intromissione?

Forse solo il tuo sbarazzino

cappellino.

 

Volta in un attimo

la carta e scrolla la sigaretta

a mo’ di scaltro intreccio.

 

Arde un fremito di vento

inumidito, attimo d’intenso

incupito, il giochetto dura poco.

 

L’orologio freme il relativo

attimo d’amore.

A ritroso l’alloro,

al passo il decoro,

foto ingiallite,

pulite le strade,

chiarite le brame

dell’infinito attimo.

 

Per sempre, un attimo. 

 

 

 

Pallida effige

 

 

Dopotutto la spiaggia

che hai tra i capelli

è d’intimo verso, inclito scontro.

 

Dalle miserie scoscese

brulica il piacere.

In borge e borghi

spauracchi notturni,

la tua pallida effige

soltanto trasmuta

l’assurda viltà cassiopea.

 

Dove sei vivace mia guida?

Sono sperso!

Dove sei astro femmineo?

Non posso resistere al silenzio.

 

D’altronde nelle foresterie

straniere aspettavo l’arrivo

in punta di piedi

ma l’unica cosa concreta

era l’intuire l’essenza tua riflessa.

 

In volti assenti sognavo,

poi schiusa sbocciava l’ultima speme.

 

In misteriose attese loquace

mi disfacevo, lo sciupio del pensiero

e la breccia del perso sentiero.

 

Non credo ad altro, forse a poco.

Non credo e basta, tanto aspetto uguale.

 

D’altro canto la luce un po’ la scorgo,

immagino, fremo.

 

 

Respiro dell’aurora

 

 

 

Passa il frullio delle foglie

sopra le coperte,

l’acume spillato in vino

e tu acca accavallata.

 

Puoi pure divagare,

l’erba è già pronta,

sguscia solforosa,

tralaticia viene e va.

 

Passeggiamo con la mente,

vetture in lungomare,

bianca si diffonde,

dico e sorridi,

respiro dell’aurora,

stendiamoci, va’,

un carino singhiozzo,

sospiro e il bacio è improvviso.

 

Puoi tralasciare questa vita,

puoi sorseggiare un’altra pinta,

un’ audizione d’amore,

ove alberga una civetta,

lo spirito e l’alfetta,

un invito, un trottolino intatto,

l’alterigia tua vitale.

 

Quindi scorre vivida e non si interrompe.

 

Quindi riporto i segni,

pitagorici riporti,

aforismi pentacolari,

spettacolari pantacollant.

 

Poniamo per assurdo

il pensiero discordante,

allora prendi la chitarra,

socchiudi le ante,

ci divertiamo questa sera,

eccitata ridi di nuovo,

ma è solo un cenno,

un’ipotesi d’attacco

e la mente in desiderio

visibilante va.

 

Vai avanti ti sento,

percepisco vibrazioni estetiche,

scorgo lo spirito,

se non ricordi le parole

non le dire, è inutile,

ti accompagno, stringimi più forte.

 

Cinabrico cielo

accompagnaci per sempre,

chiudo gli occhi, li riapro,

sei in fremito sussultante,

avvinghiati ancora sino all’osso,

all’ultimo accordo.

 

 

 

Silenzio! Ultimo verso

 

 

Per questo poni il silenzio

come ultimo verso,

piangi in sospiro,

le tracce sul viso.

 

Orchestri per concussione

concerti di delusione,

sembri ordire complotti audaci

ma privi di vita, direi fatiscenti.

 

Poni un candelabro

con grazia sul ripiano,

lume da scrivano,

enciclopedizzi gli aforismi

dell’essere come trolli vaganti

su radure d’assenzio,

 

aspiri possente.

 

Immagini la scena

portandoti traslata l’attimo alla parete,

mangiucchi la gomma trafitta

con aria somma, l’incudine

ripudiata e maledetta nell’espirazione

pone il verdetto in conclusione.

 

Allora diventi

la famelica belva

con mastodontici anfibi

trucidanti e borchiosi.

 

Vaneggi vespri,

li maneggi ancora desti,

li biazzichi in atmosfere

rarefatte e rifatte.

 

Ti nascondi tra le vetrate,

i lastrichi di serenate,

alberghi solitaria negli altrui

pensieri

ed il domani è dell’oggi già ieri.

 

 

 

Fuggi, deh, vai e ritorna

 

 

Pulsante vialetto ambulante,

saraceno viso condensato in alluminio,

spasmodico volteggio attento,

scaltro e comunque frastornato,

sale a mille la dopamina

sprigionata, arieggiata

mesencefalica giornata,

precisamente condensata,

un po’ svogliata.

 

Fuggi, deh, vai ritorna,

a mo’ d’altimetro cambia e trotta.

 

Fulgida cambia rotta,

puoi invertire coordinate

adiuvate dal vento

o dall’ultimo intenso senso.

 

Potrebbe anche suggerire

con riguardo decoroso,

funzioni, secessioni, squallide illusione

o anche l’ermo eremo solitario.

 

Magari è una silente ondata

di valente dorata vanagloria

oppure una ridente giornata di sole

o forse meglio una novembrina

serata da serenata.

 

Non capisci l’importanza

dello stupore del vissuto,

dell’intimo dolore che sgorga

a frotte dalle fronde.

 

Si modifica il verso,

adornata semplicità nell’ardimento,

puro fermento, è un vaso capiente,

testa nicodemica e nicolea!

 

Fugge ancora il sussulto sussurrante.

 

Fulge il circolo ritornante e ridondante.

 

Uh fonte pura! Dell’ultima sventura!

Uh fantomatica ardua salita,

riposo indomito, ozio mediante,

mediana del tempo!

 

Puoi vedere l’essenza!

All’indomani della presenza,

 

vive, respira, si sente,

alla vigilia della frontale guerra

un urlo di quiete universale,

pace sesquipedale.

 

Vai passione, colmati ancor d’illusione,

nutriti di spoglie spirituali,

agisci per il tramite spiritoso,

motto solforoso, arioso.

 

Qual è la ragione dell’allucinata stagione,

frutto di follie da società regredita,

di branchi famelici di vandali

che salvano gli ultimi testi

e incendiano le rovine dell’ipocrisia,

ma se ti scorgi troppo l’abisso ti inghiotte?

e allora qual è la soluzione?

vivere in intensione e progressiva

espansione senza dimenticare

la polvere e il sale,

nutrimento e fermento,

amore ed unico senso vitale.

 

 

 

Schiaga

 

 

 

Partenza ovattata,

sfilata dolciastra.

 

Le forbite delusioni

sono attese ed illusioni

(magari involontarie pretese).

 

Le imprecazioni verso realtà

sconosciute, piogge da granai

e soffusione in mulinelli

e mulinetti, cosiddetti

(contemplazione floreale

ed azione di gemma astrale).

 

Le mitre indoeuropee trasudanti

(intromissione cadenzata).

 

Le madornali ondette

ritrasmesse in calce firmate,

mortificate ed imprecanti,

bendate dee nell’adesione

(oh abbracci fugaci).

 

Potrei poi divagare

ma la scelta è densa

e immensa geme.

 

Proclama l’adagio

(perverso detto),

proclama il verbo intenso

(vibrazione cordica e scandita),

vorrei dire due parole

( oppure sorge di traverso il sole).

 

Proteggi genealogicamente

( a due metri da terra)

col tuo nome cacci e resti in piedi

( vitale profusione)

trasvoli e non ti posi,

adesso ti fermo, ti aspetto,

ti ammiro, ti guardo

(prodromo dell’interno conflitto

accarezzato dalle tue labbra).

 

La luce lentamente

si spande tra i rami,

la tua immagine mi investe

mentre bramo.

 

Con semplici parole

pensieri remoti,

li condenserei e poi li sgocciolerei

e tutto tuo in inumidite spiagge giacerei.

 

L’opacità ritorna e desto mi volto

di lato, vicino il tuo viso

in sogno confonde assurde realtà,

ti scorgo tendendo all’infinita verità.

 

 

Polvere vischiosa

 

 

 

Polvere vischiosa

nell’accordo di riflesso e schietto.

La stella vistosa all’orizzonte

unica luce come rosa

nel deserto antico, ove assurda

rispondeva alla richiesta del ricordo,

un’edenica pace, un innato amore,

uno stupore per il sapere, la fiamma,

il vento e la goccia

per cinque o sette lettori.

 

L’attitudine cela l’attributo,

il divino vincerà sempre

sul terreno dannato, non è l’eco

del silenzio ma si alzerà il tramonto

ed in eterna penombra interno

a noi sarà l’universo,

l’eterno circolo infinito

e quindi come tale delimitato

da tre punti, coincidenti

eppure in manifestazione

ed ideazione distanti e spersi,

poi una voce che lenta sussurra,

non tutto andrà perduto.

 

Mangerai di ogni frutto

di sapienza ma mai la tua mano

si leverà su un essere naturale tuo fratello,

altrimenti ne morrai,

conoscerai l’ignoranza della fine.

 

E la maledizione terrena

si scagliò silente e dolorosa,

i frutti son di tutti

e si continua a coltivare un orticello

privato privandosi della bellezza

della congiunzione divina

comunitaria ed assoluta.

 

Chiudi gli occhi e vedrai

in manifestazione di luce

l’amore seme di sapienza,

giustizia, libertà, e fratellanza,

l’eros inerme e potente vince

e soggioga la violenza claudicante,

l’umile nel godimento

schiaccia e distrugge il possesso.

 

 

 

La Torre litigiosa di Varsavia

 

 

 

L’ardore dei tuoi occhi che scende

traluce in illusione ed ascende

spuma marina dalle labbra

intense.

 

La torre del tuo nome protegge

come silicio possente

e gemma assente

un alito di vento in refolo

vitale.

 

Selve asprose e tutto tace,

nel silenzio scorgo l’imprudenza

del tuo volto incandescente

e pallido in un attimo

il cenno.

 

Per le tue soffici gote

l’inverno carezza le fronde

che lievi mutano

in scaglie il sincero

sguardo fulmineo.

 

 

 

Centro inscindibile

 

 

 

Ammiravo in silenzio

i suoi occhi vividi e accesi,

torce lente sul mio polso

i gemiti da sponda concupiscibile.

 

Nel momento supremo

un inchino vistoso

e le schiuse mani veline

smorzarono l’affiatato

scollamento labiale,

l’intimo tumulto astrale.

 

Le costellazioni in trotto

scese in questo giorno a contemplarti

in congiunzione al capricorno,

genesi della lode furente,

perversa in dormiveglia,

quasi per metà etilica.

 

Miscela dello stupore lo sguardo,

occhi portali spalancati

ante e poi stretti a fessura

nel verbo infuocato

scagliano aforismi suadenti.

 

Le schiere di belve ai tuoi piedi

e tu sulle punte a slinguettare

fior di ciliegia soddisfi soddisfatta

il desiderio in disfatta

e succube a sua volta di te.

 

Centro inscindibile

di ogni interpretazione

la voglia di afferrarti il volto,

coprirti d’oro velato

e mai più dimenticato,

in assurdi cieli cobalto

tramutati in ere di rame

soverchiato dall’ultimo

tuo denso bacio, oscuro

il medesimo senso occultato.

 

Lasciavo cadere

la viola del pensiero

e tu mi carezzavi i capelli

e l’attimo assurse

ad unico istante importante,

obbiettivo di ogni sbarco,

stagione unica,

candida perversione eterea ed eterna.

 

 

 

Abat Jour

 

 

Abat Jour,

allo specchio tu,

silenzio tutt’intorno,

azioni ab intentio

dell’ultima luce che sa di te,

sono discorsi protesi

ad intimo verbo,

oppur intesi in declinazione astrosa

e musicalmente estrosa, asprosa.

 

Abat Jour,

silenzio nell’adagio bronzino,

dialettico andantino,

compari tu in dimostrazione scettica,

nostalgica, ultima diesis.

 

Scorre il vento venoso,

profumo intenso e vorticoso,

parla vespro inspirando

il vuoto gorgheggiato, sciupato,

sprecato, esoterico il senso

essoterico, nostrano,

villa soffusa e profusa,

disillusa e beata,

violata ma incontaminata,

scoperta e increata,

plasmata, creta micenea,

plebea élite giubilante, sognante.

Abat Jour,

direi discrasia discronica,

bella époque

con l’adolescente che consiglia

ai bordi del nuovo millennio

svogliato, problemi d’amore

algebricamente sottratti,

l’ama tematica, il fumo di sigaretta,

l’ultima orchestra lenta,

magari un motivetto a mo’ di fumetto,

passa la stanza, piede adirato

e cadenzato, cambiamo

e scorriamo scrollando l’encomio, l

‘adoro e il j’accuse,

l’entusiasmo da spasmo rotterdamino.

 

Abat Jour,

 in ultima istanza,

ultimo dirimente rampicante,

sognante, ragazza crudele

e vaticinante, scolastica adiuvante,

l’ultimo accordo lo volli fortissimamente,

patto musicale saldato e incespicato,

inerpicato, travagliato, accartocciato

e saldato al naso,

scapigliato.  

 

 

 

 

D’accordo, sogna

 

 

 

 Gira intorno ad un pensiero

l’anima silente ed imprudente,

tu nel letto a scardinare ogni idea

che dirompente si arresta,

l’assurda intromissione

in compromesso ha tolto il velo,

godo dell’immagine e ti afferro,

sei già pronta nella delibazione

sentimentale, passi altrove

in fluida concatenazione corporale

rifletti e gemiti adorante ed adorabile.

 

Uno sguardo è già passato,

lo sbieco dell’occhiata

è estasi spiritica e possente

come la tua mano contenente

il germoglio del ricordo,

in un colpo scarichi l’etereo,

secerni l’assoluto dalle edere,

tanti passi, invisibili gli stampi,

pure le atroci dimenticanze

sono schiarite da l’ombra del tuo volto

intatto nell’altrove della parete.

 

Brucia la vivida amalgama stupita,

il certo vive assente nel privato scranno,

in cime tu e l’erbetta è già tradita

dal dito che invia un segnale nel vuoto

dell’essente plasmando l’autentico

dall’inautenticità vitale.

 

Diffidente sbuffi e strizzi l’occhio,

tre volte grande, magnifica,

somma, cenno creativo,

maestranza inerme e virtuosa,

fremente.

 

La dualità distrutta dal femmineo

senso trinitario ed unica somma,

gradiente totale dell’invisibile,

risma impressa per sempre.

 

Il desiderio non si spegne

e riparti audace,

instancabile respiri profondamente,

bellezza al massimo fattore

nel tuo visino carino.

 

Il segreto non sarà svelato ancora?

Decidi pure se farlo o no,

la sintesi si attiva quando il meccanismo

è ingranato dalla chiave e dalla svolta attesa.

 

Il bello deve venire

nel momento in cui trasvola

il vento sui tuoi capelli

dando fiato alla materia, 

c’è tanto da dire, più da fare,

invadente scoprirai il piede

e il metro ribaltato,

i tre quarti dell’attacco,

ti aspetto.

 

Puoi dire sette parole,

la formula e trottare,

intimo verso specchio dell’eterno,

due occhietti schegge di ciliege,

labbra fragolina nascosta

nella variopinta collina.

 

La sabbia segna un solco nella clessidra,

si blocca il tempo e tutto scorre staticamente,

in un attimo incontriamo il divino,

dentro noi sorge un inviolabile destino,

indecifrabile ma sensibile e percepibile.

 

In inscindibili sentieri fulgidi

passeggiamo e poi improvviso il ritorno.

 

Sei ora stanca e chiudi gli occhi, d’accordo,

d’accordo, sogna.   

 

 

 

 

Vai tranquilla al dunque

 

 

 

Vai tranquilla al dunque

ma comunque io eludo il discorso.

 

Tu stringi i pugni allerta,

dici che è per vendetta

che sfiorisce il rimorso decoroso

e intatto ma non basta una parola

a far svanire il sapore della sera

e allora tiri le somme,

addendi riflettenti,

tramuti l’eterna lotta sovrana

in questioncina da sottana,

sembra quasi che l’atomuccio

sia un surplus voluttuario ed incendiario.

 

Allora ti chiedi se l’essenza

della storia atonica sia etica

da comare o vidimazione risplendente

nelle sale

e l’ente traspare.

 

Credi che l’indecenza

sia frutto di un ricordo o di coscienza?

pura vacuità? nel refrigerio assurdità? oppur passione per metà? trasognante viltà? infima realtà?

 

E ispiri con gemiti notturni atroci e bellicosi.

 

Ti stai sporgendo troppo,

l’abisso chiederà il conto,

salato, privato e disprezzato,

ascesi mistica superiore

nella perdita di dignità.

 

Credo or io che sia il vuoto

che pone problemi,

vacilla il costrutto,

la medaglia in penombra

e fuori piove.

 

Lo dici davvero

oppure tanto per dire? Sensitiva

del manto astrale e sincopata

extrasensoriale velleità visiva.

 

Credi in profetiche brame

e sintomatiche astute trame

ma dov’è la persona? Dov’è la previsione

condizione d’amore?

ti porgo dai la mano,

la penna l’hai posata,

ci omaggiamo a vicenda in incoscienza,

ti aspetto ancora dai.

Ma dimmi che verrai.

 

Ogni cosa è un pensiero

porto in azioni sepolte,

nascoste,

in particolar modo il tuo cappellino,

i tuoi occhi e il tuo viso.

 

È un’illusione il tuo volto orbene,

il tuo sorriso.

 

Ma non è uno stratagemma soltanto

la brina e la voglia che resta.

 

 

 

Striscia l’ultimo rigo

 

 

 

Puoi pure chiudere gli occhi,

fallo, fallo dai, fallo, fallo e saprai.

Puoi pure tributare un pensiero,

vai, vai, fallo, vai.

 

Brucia la sincretia,

la vasta simmetria,

l’astuta mia mania

che straccia i lacci sulla via.

 

Valida la sorte,

poco più è la morte.

 

Puoi pure sorridere, fallo, dai,

fallo, dai, che fai? Te ne vai?

 

Stereotipo sincero,

nero il cupo sentiero,

puro lo sguardo

che come dissi è altero.

 

Candida la sfinge,

polvere in soffitte.

 

Esponi lo sguardo

e traccia su carta

la malefatta.

 

Comunque l’incanto

svanisce col tempo,

il tuo corpo è tiranno,

la tua immagine persa

ed in un inutile verso

stupito è l’intento,

in un attimo è già

dimenticato il portento.

 

Placida dalle pareti

principessa senza veli,

cristallina ed introversa,

un po’ dall’azione interdetta.

 

Si spalanca la finestra,

l’incubo e tu succube.

 

Puoi pure difenderti,

orazioni e retorica spenta.

 

E l’antico vaticinio

sta sbrinando in ascesa,

sta intasando i rimai e le scale,

lenta va la sicura

melodia nell’arsura

e il bianco del reale

stranito è regale.

 

Puoi anche dimenticare

le serate, le risate,

puoi pure… come?

Già lo fai?

Te ne vai?

 

Spurie verticali,

tropiche tempeste e tu

con un paio d’ali,

alberi che si inerpicano

sulla tua pelle e tu rinchiusa

nel sogno delle stelle.

 

Porgimi ciò che sai,

ma che fai?

Serio te ne vai?

 

Con clamore silente

striscia l’ultimo rigo

e il continuo è un ricordo

che neppure più dico.

 

 

 

Hai già dimenticato il nostro segreto     

 

 

 

Hai già spento il sospiro di me,

ragazza che cerchi che non sia me?

 

Hai già acceso lo stereo e riflesso,

ragazza allo specchio

quel tuo sguardo

il mio è spento ormai.

 

Ogni volta

cambi rotta e fremi

ma ormai hai appena gettato

il tuo straccio e incendiato

il residuo, mai più io e te?

 

Dove sei?

Amore dove?

Non ce n’è ormai di felicità più per me?

Dove sei?

Amore dove?

Dove sei? Pezzettino sereno,

tremavi un giorno ai miei occhi,

alla mia pelle

ma il gemito è rotto ormai già.

 

Piccola e dolce,

perversa e austera, sveli te,

mai sei stata così sincera,

 

te ne vai,

non resta più nulla ormai,

anche il ricordo è svanito,

chi lo sa se tornerai,

se ti ricorderai di me sperso

in questo frammento eterno.

 

Hai già spento anche lo stereo ormai,

non un solo rimando ti porta a me,

ragazza hai ragione al mondo

non serve ciò che penso e sento.

 

Hai già dimenticato ogni frase,

ogni intimo sussulto, ragazza

o resto o vado via nessuno se ne accorgerà,

non rimpiangerà le mie dita, è vero.

 

Adesso è già sorto il sole,

il nostro segreto dov’è finito?

Non ti ricordi nemmeno del mio volto,

delle mie mani, delle mie passioni.

 

Sono qui,

 

vivo.

 

Qui ad aspettare,

fino a che l’ultimo fiato emetterò,

mai la testa abbasserò,

ascoltami se vuoi, amore.

 

Aspetto scalzo, distratto,

la vita mi cade dalle mani,

e il vento è il mio ultimo sospiro.

 

Hai già dimenticato il nostro segreto,

ragazza di te mi resta

solo l’immagine impressa della luna.

 

 

 

Io non posso più aspettare

 

 

 

 

Tic tac,

tic.

 

Sì.

 

Parlami ancora,

non salutarmi.

 

Lenta la luce è altrove

ma io cerco te.

 

In questo modo

sovvertiamo il destino.

 

Tutto ai nostri piedi,

sono queste le due tue parole?

 

Oggi brilla l’eterno,

aspetto ancora,

verrà il magico istante,

ti sento,

non sei distante,

tutto è possibile, fammi accendere,

paf! Scompariamo!

 

Dammi il verso di traverso,

fuggiamo lontano!

 

Un’esplosione di colori,

dammi per sempre il tuo cuore!

 

Fammi venire il brivido dorsale,

parla, sprigiona potenza,

orgetta ad incandescenza!

 

Fammi sentire l’incanto

fugace,

poi fermati e resta qua!

 

Luci soffuse e profuse

ed illuse,

ispirami con fascino turbante e gaudente!

 

Con un bacio

fammi disimparare la realtà!

 

Spogliami

di indumenti e morale.

 

Prendimi,

innalzami e innalzati al di là della verità.

Vedrai che l’universo,

la natura e anche tu

(follie sideree)

si muoveranno e ci proteggeranno.

 

Dammi

il sorriso più dolce,

svelami

la tua volontà!

 

Dammi

un altro abbraccio,

stringimi for ever

and ever!

 

Stuzzica il mio entusiasmo,

chiudi gli occhi e continua a cantar!

 

Portami lontano,

le spiagge inviolate da noi conquistate!

 

Sei pronta,

dai vieni,

io non posso più aspettar!

 

 

 

 

Scende già la sera

 

 

 

Parlerai un giorno con me?

Hai voglia di ascoltarmi ancora?

Il tempo passa,

dimmi se un giorno avrò te.

 

Credo che nulla sia importante

ma io non sono ancora finito,

l’entusiasmo è ancora in me,

freme ed arde l’inestinguibile fiamma.

 

E te ne prego soffermati,

non dimenticarti di me,

pensami se puoi,

abbracciami se vuoi.

 

Spero che un giorno tutto cambierà,

ti ricorderai,

stai tranquilla,

comunque mai mi perderai.

 

Scende già la sera,

va via un’altra giornata,

muto chiudo gli occhi.

 

Mille pensieri mi affondano,

i dispiaceri sprofondano,

tu dove sei? Io oramai che farò?

 

Lenta muore l’ultima speranza,

non c’è più luce né rumore

nella mia mente,

non c’è altro che non sia te.

 

 

 

 

Mia Regina

 

 

 

Mia Regina,

il tempo è inesorabile

e si spegne in me, sai?

 

Mia Regina,

ti ringrazio,

la paura ormai non mi spaventa.

 

Lo sai che le cose

spesso migliorano ed io credo

di aver scontato ormai le mie colpe

d’amore

con la tua forza ho studiato,

visto, sedotto e sconfitto l’abisso

ed ora sono meno di nulla e stremato

ma vivo.

 

Distratto dalla malinconia,

ti ho pensata e amata,

ti ho desiderata,

ed ora poso le mie armi,

hai vinto.

 

E ti ringrazio sai perché

non ho più motivo di continuare,

e credo che per sempre ti custodirò,

proteggerò e  se vuoi taccerò,

sono padrone dell’infinito nulla

che è in me, e non c’è alcuna cosa

che possa distogliere il mio sguardo da te.

 

Mia Regina,

sono una musica fastidiosa ed inutile,

scompaio e non mi copro,

dissolvo me stesso in silenzio.

 

Mia Regina,

le parole sono tutto quello che ho,

non è molto, non è niente,

è tutto perso.

 

Spero non ti dispiaccia

raccoglierle e unirle al tuo cuore.

 

Nei tuoi occhi l’ultima speranza è accesa,

sei tu la mia forza,

io dal mio scranno disfatto

non ho che te.

 

E ti ringrazio di tutto,

ti devo la mia vita,

mai ti tradirò,

per sempre d’incanto ti ricoprirò,

le mie parole sono neve tra le tue mani

espandi la luce che ne riflette lieve.

 

Ed hai tutto ma ti prego,

ascoltami, io ti sto donando

tutto me e ciò che è al di là

di me stesso,

non rifiutare l’ultimo mio sussurro.

 

Mia Regina,

eccoti la mia eredità,

poche e stupide parole,

il mio umile amore.

 

 

 

 

Albero Romantico

 

 

 

Cosa farai se un giorno

ti volterai verso di me?

 

L’albero romantico

e sotto controllo lo sguardo.

 

Cosa pensi di me noiosa annoiata?

Perdo tempo tra profusioni e illusioni,

immagini tue, parole

ed aliti importanti di vento,

mi nutro di te.

 

L’inverno tende come le tue mani,

è un’astuta passione incantata.

 

L’inverno mente e lo sai,

passa l’anno, il fiore sboccerà? Scema,

mi stai guardando,

andiamo sono pronto.

 

Cosa pensi essenza velata? Il tuo sorriso

è chiaro luccichio intarsiato,

lascia alla porta il senso

e perdi il controllo.

 

Su letti invernali e silenti

perverse le tue mani sottili e intense,

io penso confuso a te

mentre tu guardi e sorseggi tè,

è al limite il godimento.

 

Non è descrivibile

allora posa la penna,

stendi le braccia,

muta sorreggi la guancia

e strizza occhi in disfatta,

è l’effluvio del piacere.

 

Non è concepibile l’intreccio,

tramiamo buffi complotti,

prendiamoci beffa.

 

Come sei romantica

ricoperta di scaglie d’incenso,

che portamento! Fantastica, stupenda.

 

È troppo bello, fa silenzio,

getta in aria il fiato e le gambe.

 

Il cielo volge il gomito

a mo’ d’indumento, muovi lenta

il viso, fa’ vedere l’esplosione

in trepidazione, non disperarti,

gemi, sono nelle tue mani,

scompare ogni pena, ogni dolore.

 

Dai bellicosa fai l’estroversa,

l’estrella, fai le moine,

che passione indomita,

che conclusione furbetta.

 

Che carina

indossi la scansata scarpetta

e le perline al braccio.

 

Ehi guarda che tempo,

mi bruciano gli occhi,

è il nostro inverno, il nostro vento,

il nostro spumeggio tiranno.  

 

 

Inizia l’infinito stasera

 

 

 

Dolcezza mia preparati

al folle sbarco,

dio mio che sguardo,

quante mute parole.

 

Mia cara ragazza

suona distratta,

ti penso ancora,

ti guardo e ti voglio,

sempre vorrei

perdermi tra le tue braccia.

 

Amor mio!

 

È ancora sera,

candida atmosfera,

palpito celato

da un sorriso offuscato,

l’oscuro segreto che è in

noi scende come pioggia d’aprile.

 

Amato esserino buffo!

 

E la nebbia che viola l’anima mia

stende tra le vie il tuo intenso profumo.

 

Io qui for ever

a credere in te,

ultima lontana speranza,

freme la piazza,

spero che un giorno l’ora giusta verrà.

 

Tesoro indecifrabile,

protendi e schiudi le labbra,

quale parola potrà volgere

i tuoi occhi su di me? 

 

Inizia l’infinito stasera!

 

 

 

 

 

 

Se il vento soffia

 

 

 

Se il vento soffia

sai c’è solo un senso,

un unico senso possibile e sensibile,

hai ragione potrei anche

risparmiar le parole ma la loro

inutilità è il mio unico rifugio.

 

Te lo vorrei dire ancora,

ma più il tempo passa

più mi spengo,

non la verità, non la lealtà,

solo un’armata spersa nel mio cuore.

 

Tutto l’amore, il fervore,

l’infinito che è in me,

resterà occultato e ignorato,

tra le nuvole la speranza sbrina

nel voltar pagina lo sguardo offuscato

si sofferma sull’ultimo rigo

senza la forza di accettarlo.

 

Cosa resta? Cosa ho?

Solitario tra i flutti del mare

a sollevare assurde declinazioni,

le continue tue intrusioni,

sei un’idea che mai morrà.

 

Tutto me stesso ed oltre,

te lo dissi,

bramo la tua eterea presenza,

ma tu non ci sei.

 

Forse un giorno,

l’ultimo senza te…

 

Io ti vorrei dire di aspettare,

di chiudere per un istante gli occhi,

intanto indifferente la folla guarda e passa.

 

 

 

Smorfietta seducente

 

 

 

Smorfietta seducente,

la tua carta vincente,

il labbro morsicato e fremente,

linguetta scollata.

 

Batti sul biliardo

le astute metriche

e poi ti dipingi il corpo eccitata,

tutto al suo posto,

le parole e piccole soste

d’amore nei rimandi

e pochi dorsi e pochi accalorati abbracci,

avviluppata sei su te stessa.

 

E smorza l’attesa il vento

e la pretesa fumo disilluso,

rinchiusi insieme eppur distanti

brilliamo desiderosi

e tu dici sono qua.

 

Il decolletè fa uno smacco

ammiccante e sognante

in un istante ci innalza

e tira giù la tua spalla,

è misteriosamente una tazza inclinata

ed in un sospiro svelata.

 

Tre punti,

vai tocca a me,

stasera ci divertiamo

togli pure le converse

e dirama il discorso in un bacio profondo,

il desiderio c’è, è in noi sai

l’encomio profumato

da moralità boschive

e saltimbanchi soli pretendenti

dell’ilarità, della sincera dualità

brutale e oltremondana,

così faccio centro

e tu ti lecchi le dita,

oh yeah!

 

Incroci e bazziche

non mi riescono ma a gradi

ti sfilo le illusioni perverse,

l’extension è rimandata a settembre

ma adesso pensiamo al qui ed ora,

costellazioni influenti

e virali beffe astratte e sinestiche 

le tracci e hai ragione,

tocca a te,

declina in alemanno prebabelico.

 

Il sole tarda ad arrivare,

le spiagge lasciale stare,

stai meglio avvinghiata in pasta

di miglio fritta e imburrata,

il rossetto mangiucchiato fa stampo

sul campo stordito e i tuoi occhi sbagliano

il tiro centrando me e ridendo.

 

Ascolti i rumori,

i mercati rionali,

le viuzze serali romantiche

e mai dimenticate.

 

Pozioncina dolciastra,

imbrattata speranza,

il mondo pone altrove le premesse,

ma son comunque nostre le stesse.

 

E l’incanto non manca,

scherniti combattiamo,

le stecche stellari battaglie

spade tratte e pungoli sicuri,

colpi audaci al sapor di miele

e d’ambrosia, nettare condito

al maraschino e poi…

 

Lasciami due tiri,

in tutti i sensi,

dammi il punteggio scaltro

che porge al verbo l’orecchio.

 

E l’entusiasmo non manca,

non manca la dolcezza né la tenerezza,

le doti e il gessetto violaceo sulle guance.

 

 

 

 

O boh!

 

 

Parla di rinunce

e scalza tra i ricordi spalanca

pure gli occhietti, capelli svolazzanti,

cambiamo taglio per ogni cazzata

nel perfetto istante in cui

il nostalgico finir degli anni ’90 ha esposto

bluff e smacchi,

smack!

 

Puoi canticchiare,

passa il secolo e l’attesa,

lenta l’atroce clessidra parla

ormai in sordina, puoi vederla

o ignorarla o ignorarmi

o boh!

Anzi no!

 

Sorge il sole fulgido,

spasmo da risveglio mattutino

e biricchino,

che faccetta da carezza

e da sciupatina stretta.

 

La chitarra è frastornata,

ridagli fiato e taglia le corde,

suona me.

 

Che occhietto furbetto

dammi un bacio sciupaletto

e magicamente brucia il tropico

derelitto e sconfitto nel giacere trafitto.

 

Puoi consolarmi

con il madornale vino da strapazzo,

col sentimento,

col diretto canone inverso,

o no,

o boh!

 

Ah!

 

 

 

Allucinazione eterea

 

 

Il letto disfatto e tu

in preda all’ultimo spasmo,

silenzio perché

la penombra scende su di me,

che ti cerco sai,

un’allucinazione ed un’immagine

persa sei, mantieni tempo

spogliato e maledetto,

che disdetta.

 

La tua voglia dov’è, dove sei?

I misteri mi sbiancano,

le illusioni fioriscono.

 

Non credo più,

sono muto ormai,

cosa faccio? Nemmeno più lo so.

 

Lo sai sei dentro me,

impressa e trasognata,

svilita e ribelle,

un po’ più pallida e sghignazzante.

 

No, no, no,

non puoi svanire così,

se vuoi mira diritto davanti a te,

cosa vuoi che altro possa perdere,

non c’è più senso,

tutto falso,

anche te.

 

E il vento mi dà i brividi ancora,

mi eccitano ancora

anche due parole,

e di più i silenzi e gli sguardi intensi.

 

Cado per strada,

mi rialzo sai,

ma la tua mano dov’è, dov’è il sostegno,

dov’è il reale nel ricordo?

 

Penso oppure no,

cosa vuoi che cambi,

cosa rimane del nulla

che era solo altro nulla o meno,

verità fasulla, germoglio di betulla.

 

Dai divina

ignorami un altro po’,

fai pure la ola con le lenzuola

e scordati di chi non sai e non vuoi,

di me, spauracchio della sincerità.

 

Velata ti volti,

l’essenza è pronta,

pronto il resto,

immergimi e distruggimi,

di più non ho.

 

Poi flebile suono

tra le tue labbra voluttuarie,

e sì non ci sei,

no.

 

Vai lontana,

ritorni, ma sì che cambia

d’altronde, ti piace

vedermi come remoto granello

dell’ ultima spiaggia,

spargi il sale sui capelli,

fa come vuoi.

 

Le stelle e il cielo

già tremano al respiro,

oscillo in declinazione.

 

Questa mattina

è già uguale all’altra,

è una sera diroccata,

dillo se lo vuoi.

 

È sì è così,

l’oblio e lo sciupio,

l’ultimo gemito,

i tuoi occhi silvani,

infine l’ultima goccia di pioggia.

 

 

 

 

 

Assurdità

 

 

 

Assurdità,

è questo il senso del batticuore,

del lieto rumore,

la regione tedesca col tuo nome

è un ricordo che tu sai

e non cancellerai se nell’ignoto

sprofonderai,

come sei carina,

volti il viso batuffolina,

che eleganza sbarazzina.

 

D’altronde scorre il sentimento

nel silenzio lì vicino a te,

il ciondolino allibito

pone assunti dolciastri e frastornanti,

mi perderei tra le tue braccia,

ecco:

con noncuranza stringerti ancora

in ultima profonda istanza.

 

E tu straniera,

occhi dipinti e trapunti

vinti come il cielo blu,

un diadema sei tu,

ho trafitto e combattuto anch’io,

imbellettata sei l’incrocio

dello sguardo e il mio traguardo,

la mia verità.

 

Assurdità,

le mie parole,

le sue note,

i tuoi spettacolari intrecci,

hai sedotto e frastornato

il vespro antico,

succube anche lui

e tutta la realtà ricoperta

dalla tua apparenza,

dai tuoi colori e dal tempo,

sospesa sei tu come brina viva e fiera,

i tuoi occhi in su,

non capisco nulla più.

 

D’altronde piove,

la luna è stata mia compagna,

mia cuccagna il tuo sorriso

e l’occhio ora strizzato ,

allora consapiente e intelligente,

un orgasmo d’intelletti,

gli amorosi sensi corrispondenti,

le affini elettività.

 

Assurdità.

 

Uh il tuo entusiasmo è lo stesso,

immagino i baci,

migliorati,

un po’ dischiusi, estasiati

ed estasianti, 

il libro si sfoglia con il vento

e resti in piedi,

il sussulto è un maremoto

spiegamelo collo sbieco seduttivo,

io sempre ti pensai,

la tua anima mai ignorai,

magari t’amai.

 

D’altronde l’arcobaleno

è variopinto e disilluso

come me inconcludente e sognante,

dai tuoi pensieri distante,

sono il messaggio sprofondato

in fondo al mare,

raccoglimi e cercami se vuoi 

e chissà se la corrente mai

ti raggiungerà.

 

Assurdità.

 

La candela si consuma

ma la cera il mio sigillo imprime,

chissà se l’aprirai,

se ti volterai,

se il mio cuore ti rivedrà.

 

Assurdità.

 

 

 

Musica ancestrale

 

 

 

La descrizione di te

è catturar l’immagine

di un attimo impellente,

d’accordo, d’accordo, divago,

ma con un paio di parole

sembra già tutto più chiaro.

 

Puoi stendere le gambe

e riscaldarmi col fiato,

col tuo corpo, col tuo vento,

l’abbraccio già mi fa sobbalzare

e lento ti scopro,

che virtù la tua apparenza,

domina su tutto, la tua seduzione

è un sentire i tuoi capelli

quando sei distesa sul mio volto.

 

Mormori albeggianti fianchi

provocanti e ad ogni sussulto

alimenti il mio tumulto,

quindi desumo

dal brivido fibrillante della tua lingua

un fruscio di sensi e le labbra

perverse assaporate come ciliege etiliche.

 

Poi sfiori il mio naso ed inspiri,

vuoi prendere il fiato e reggere

capiente il bacio contenente,

un magnetico incrocio attraente,

ormai sono scoperti i gemiti,

profondi i gaudenti lamenti,

sfoggi la tua coda migliore

e riarricci le parole.

 

E non c’è vita che non sia plasmata

dalle tue dita, non c’è dolore

che sgorghi se più forte

stringerai questo mio corpo

adibito a prisma caro alle carezze

un po’ estroverse in ondulazione fremente.

 

Ed espandi questo irto barlume trafitto,

d’altronde se condisci con le note

una sensazione

l’armonia stellare ci unisce

in conclusione

e con i fremiti svanisce ogni pudore.

 

Adesso lo sai,

un’altra boccata della tua essenza

provocante e pura,

faccetta angelica dallo sguardo

stuzzicante e dalla natura magica.

 

Ora mi copri la bocca con le dita,

poi le spogli di petali

e la sfiori con la tua,

il bello deve ancora cominciare,

vai con il sospiro micidiale,

colla guancia sul guanciale,

infiamma l’altra ed ardi me

poi chiudi gli occhi.

 

E getti all’aria le palpitazioni

e le illusioni,

il mondo si inchina ai nostri voleri,

siamo noi l’universo e il nulla,

il vuoto e il tutto,

l’infinito e l’ignoto.

 

Dai è il momento di tacere

perché di ciò che c’è in noi

nessuna metrica

né nota né segno né simbolo

può descrivere lo sai già

ciò che percepiamo

è esso stesso musica ancestrale,

essenza divina,

scintilla primordiale.

 

 

 

 

Ultimo decennio

 

 

 

E il caschetto si impose turbato,

rimasuglio del passato,

che carino, vetrata obnubilata,

fiato mio sul tuo collo.

 

Un po’ di pioggia,

ci vuole,

novembre nostalgico,

dicembre figlio della genesi.

 

Il potere abnorme

sprigionò dalle mani possente,

vita ed ordini repentini,

sogni e capelli spazzolini.

 

Un ciondolo di fumo,

tre grammi rivoluzionari,

rasati ai bordi,

tanti ricciolini spumati

ed ebbri d’oro bianco.

 

Non c’è scampo,

alziamo gli occhi,

prudenti soffochiamo

il fremito del danaro,

possiamo avere di più

e sfogli i pensieri fissanti

sentieri cavalcati da braccia resinate,

e se ti poni altrove

qualcosa la ottieni

o perdi tutto e rovini a terra,

sei nulla e non c’è pietà.

 

E quando ormai è scorso il tempo

getti l’ultimo fiato,

inspiri e trattieni secernendo rimorsi,

e sei a bordi,

la tua ultima speranza

è un ciuffo calato sugli occhi

e ti sembra che infondo

non tutto sia andato perso.

    

 

 

Sui bordi di un fiore

 

 

 

 

Sui bordi di un fiore

piangi e dormi,

respiri bellissima e pura

pensando all’attimo

furbetta fingi,

ogni giorno la stessa storia,

qual è il problema,

l’onirico sistema è scardinato

e sparso incantevolmente,

ami una parte del tutto

infatti sbatti per sempre le palpebre

che ricordi, ricordano me.

 

Com’è languido il risveglio

stanco, esplode un fremito di pollini

tra te e il cielo sigilli

e suggerisci tre metri

o altre banalità,

vai gira la chiave e gettala

in una pozzanghera di bitume,

sei felice, che ne dici?

 

Due palpiti

e tre onde violette e clementi

ti porgono ossequi,

mira el sentimento,

como si fuera la ultima vez,

pendi atroce, sei felice allora?

 

In me preziosa e vorticosa.

È primavera, dunque

e il mondo risponde, tu non hai domande?

Hai comunque il vestitino

comprato ieri dall’antiquario,

sei ancora così precisa

verginella in bilancia,

casta meretrice orgiastica,

prendi me serva di Lilith

dagli occhi cobalto o nichilisti neri,

dall’iride in trasformazione,

hai un paio d’ali madornali

e immisurabili, soggetti solo a capienza

in metriche musicali,

è questo il senso? Sei felice?

Vuoi proprio saperlo dici

e sorridi

poi distruggi e sormonti

la volta turchina di spasmi

e gemiti mattutini,

sempre stai sospesa lì

e scivoli sul petalo,

oh dio, prolunga un po’ la vocale

o fa la dieresi o stroncala

completamente oppure batti l’asticella,

 

sei felice, dici,

e scarichi bolle di sapone,

sei lì per me sorvegliando

l’ultimo pensiero

e l’ultimo otre di sorrisi,

oltre la vita,

molto oltre ma ancora lì,

e parte il bacio.

Sei sì dialettica sintetica e sinestica,

apri le porte della percezione

e sciogli le catene

e sei ancora felice, felice

consolata da un sorso

di tè selvatico e aromatizzato

da versi intarsiati di miele,

sei lì per questo,

sei lì e tiri su,

sei barlume e ombra,

sei lì distratta e affondi 

l’ultima armada possente,

sei vocio interiore confuso

col pensiero ed elettromagnetico,

sei l’aurora del domani,

sei bolla d’aria tra rossetto ed incisivo. 

 

 

 

Odor di Morfeo

 

 

 

Il talismano in su,

seta trasmutata in carne viva,

hai, sai, un’attraente colorito

corpuscolo mio,

e tu credi che crescerà il mio sentimento,

una passione mai così sicura,

un controllo segreto,

tenero e dolce della mia mente

(vai!),

ti osservo, oh superba azione!

Luce fantastica e tempo infinito

e assente, e sormontata

attenta schiuma inerme e stupita,

all’essenza semplicità distillata e raccolta,

spaventata esperienzuola dark,

esperimento ed io concentrato e intenso

(credi assurdo!)

paghi la tua eleganza

da cigno spoglio e imbellettato,

ora con te sempre conosco

impasse e senso

(puro!),

dimmi già cosa c’è

fronte spaziosa

(gli dei!),

io attendo te

quando esplodi semplicità,

l’esperienza oscura

che ti dicevo è controllo totale

dell’azione

(credimi!),

paghi eleganza attrice,

 e  che ricordo spande tra le viuzze

(sono qui!),

che vuoi? me? Assapora allora te,

libricino aperto,

che percezione esponenziale di sé,

e vai, vai in dune del pensiero.

 

Ahi! Ahi! Ahi!

Ahi silente amica! Stai in pace

(e sì, direi)

in mezzo a questo campo di fieno

raggrinzito

(ahi! Ahi! Ahi!),

possiedo te

(circolo ondulatorio)

—–

(silente amica ahi!)

pungimi concisa,

o sì, estasi!

(ahi!).

 

——

(silente amica!).

 Son qui cigolante

e l’inverno spinge possente

tre note, odor di Morfeo,

(ahi! Ahi! Ahi!).

 

Non senti la bellezza,

puoi vederla e toccarla

(ahi!),

e rimastica maneggiando con cura

ciò che vuoi,

(ahi!)

nell’oblio non ti scordo,

(silente amica, silente amica,

silente amica ciao!).

 

 

 

 

Spegni la luce e cominciamo

 

 

 

 

Ma che astuta teoria vacillante

o mia capretta,

per caso collideremo,

poni sempre gli stessi assunti

e sbiadisci in un angolo

come figlia del nulla,

comunque per simpatia

la mia immagine la chiudi nel cassetto,

non si sa,

potrebbe sempre servire. Meglio, fiorire.

 

E ti escludi suonando

sonanti risate

o mia fulgida sirena,

che  conclusione,

guarda salti i passaggi,

siamo solo all’inizio.

 

Potrebbe essere che mi innamorassi

o forse tu, ma in ultima istanza,

meglio divagare con le implosioni.

E poi la scusa,

hai l’entusiasmo scritto nel destino.

 

Va bé, d’accordo,

ma che c’entra,

che fai ti spogli,

aspetta l’alba,

ok, ok,

fallo adesso

ma smetti di cantare.

Ti inizia a piacere il discorso!

Scopri il dorso,

ti intreccio il collo dibattente

e polemico, un tantino noioso.

 

Ho pensato ancora a te,

lo so non è il momento,

ma fa niente. Sei rossa in viso,

dirama l’imbarazzo

e raccoglilo in barattolini di marmellata.

 

Poi il vero scapigliato

e da te allontanato,

raccontato in due parole

direi proprio disincantato.

 

Una domanda ancora?

Vai.

Comunque per sincretia nostalgica,

disperdiamo il nostro ardore

concentrato e dialettico.

 

Forse la soluzione te la sei data,

l’emblema della passione passata,

ci scivolano addosso i decenni,

mastichiamo i fermenti

con ogni dissuasione.

E direi che ora ci va bene

la conclusione,

pari al dito proteso

oppure tra le gengive teso.

 

Ed è tutto già scritto

nella declinazione della costellazione.

 

Allora vai,

leccami il cuore e risucchia il sangue,

sono qui ondeggiante,

dai il colpo di grazia,

incline al pudore.

 

Ogni cosa è già vissuta,

spegni la luce e cominciamo. 

 

 

 

 

Apparenza sublime

 

 

 

Trapunta di stelle

mi appari chiara conoscenza,

l’incubo dissolve e salva

come caduca estate brilla nel cuore,

è iato felice e dissonante

quando trascendi ed ogni senso

è incantato ed impegnato

nella tua contemplazione,

per me dov’è l’aggiunta

e la vita e te, desiderio

che ti chiedi e mi chiedi

la pura intrusione,

la svogliata e spoglia

funzione molteplice,

(ascolta, un sussurro!).

 

Oh spiegami che sorta d’amore c’è!

 

Appare in sogno la stella nostra,

e io so che è già domani

ed oggi ripeto intatto

ogni pensiero

come ultima schiera,

ultima chimera,

(ripeti tu, seguimi, ripeti):

un dondolio col naso all’insù,

demandi ogni dove e scegli te,

pezzettino dolce,

(ripeti con me):

ascolti il silenzio percettivo,

che costrutto, apparenza sublime.

 

Ogni ricordo che ho e che hai,

lo sai,

ogni intensione illusa

che plasmi dal sussulto ormai,

ogni melodioso canto

che tiranneggi e scandendo fai

è di ogni remoto karmico galleggio

con mani gorgoniche spalancate,

continua, vai.

 

Oh mio dio!

l’emissario non sa più che dirai.

 

Ogni piacere che bruciacchiando

zucchero dai

è un echetto ridondante

e girovago ma attenuato,

svilito e deluso. 

 

 

 

 

Per viette abbandonate

 

 

 

 

Per viette abbandonate

senti l’ombra del silenzio,

le mandrie di stuole lucide

e pure nel metrò.

 

Posto in cima ad un traliccio

l’inverno lo vedo,

c’è un rimando vistoso a te,

ciocchetta sbadata.

 

E senza rimpianti né ricordi

sei qui sottopelle,

intensa realtà. Sei l’occhiata

di sbieco di quella ragazza

beffante con un sorriso ammiccante.

 

Sui binari si spande un’ essenza

oscura e vistosa a fini entusiastici

per contattare ectoplasmatiche

sincerità cosmiche.

 

Dal lampione intermittente

improvviso il buio e sei di nuovo qui,

piccola zarina alabastrina.

 

Ed allora per poco non inciampo,

estasiato stilita da barbetta rasata

e aromatizzata, intarsiata di perle

speculari al tuo manto abbellito

da pozioncina ebraica rinchiusa

in vasetti di ebano etilico.

 

Pungono le ematiche tracce

disperse sulla tazzina da tè.

 

Banalità imbarbarita e balbettante,

banalità indecente e veemente.

 

(Parti o mia vocettina nell’alba e trovi me).

 

Per viette solitarie

l’ombra implode

e si richiude nel tuo palmo di mano.

 

 

 

 

Scherzetto

 

 

 

 

Quando il chiarore

dipinto discese sul mio polso

sentii in me il tepore del vento

mischiato all’incenso.

 

Ma che piacere intenso

il vederti svestita tra le ariette,

le foglie e i giornali.

 

Sublime il tramonto

stendiamoci sul pavimento stellato

e in un istante componiamo indecenze,

la nostra vita risponde.

 

Ma che dolcezza il tuo volto,

che sapore il tuo labbro,

carino il ciuffetto,

il tuo fare perverso.

 

Sbrinavi clessidra inversa

sulle onde del mare,

la tua sapienza lanciava

segnali di passione e d’amore.

 

Ma cosa dici?

Stupenda sei e resterai

se dai tuoi occhi

il fervore mai spento conserverai.

 

La falce della luna

lentamente il silenzio trinciava

e loquace la tua lingua

il sale assaporava.

 

Ma che furbetta!

Con gli occhi dischiusi,

e che giretto tornante

il tuo passo danzante.

 

Quando improvviso

il tuo ardore divenne azione,

in palpito fremente

tirasti la somma del mio cuore. 

 

Ma come sei bellina

con gli occhietti chiusi!

sogni il futuro, il destino,

il vino e l’infinito,

poi scocca un basio.

 

 

 

Bocciolo nel tepore mattutino

 

 

 

Sorridi disincantata,

quell’espressione svanita,

esplosione di colori

nell’alterigia seducente,

una parola vorrei dirti

ma non so andare oltre,

graffia il fermento

il tuo sguardo sicuro

e sei nei miei sogni,

nei pensieri, nei gomitoli

teneri di speranze perdute,

infrante e disperate,

 

hai già deciso ormai,

io cosa sono ora,

l’ultimo frammento

del tuo disprezzo,

il punto che non tiene

del tuo discorso,

sono il vapore del tuo treno

in partenza,

io me lo sento,

forse non ce la farò,

non riuscirò a dimenticare

le tue mani docili,

magari l’occhio tuo cadrà

sull’ultimo rigo e dal vile silenzio

un rapido ricordo volerà

fino al mio volto.

 

Splendida luce delle mie notti,

colore dei miei giorni,

furore delle mie rivolte,

splendida non puoi dimenticare.

 

Inchiostro di pagine oscure,

rossetto impresso sulle labbra,

brina mattutina,

non puoi dimenticare.

 

Guardi dal finestrino,

il vento ribelle scuote i tuoi capelli,

l’orologio tiranno,

l’ansia del domani,

io più ti guardo più stringo il dolore,

più mi rinchiudo,

bocciolo nel tepore mattutino.

 

 

 

Nel bosco incantato d’inverno

 

 

 

Quando il colore di mille parole

discese sul viso

tu muta piangevi e guardavi,

la traduzione ostile pungeva

il sapore della notte disarmante.

 

Ero distratto,

tu pronta all’assedio,

gradisci del tè? ho i biscotti,

gli ultimi gemiti con occhi

sbarrati e sognanti,

teneri come le storie

che ardita racconti,

che piena di vita lasci appese,

scordando di essere unica e grande.

 

Quando dal bosco incantato

d’inverno mandavi segnali

col fuoco e col vento sincera

dipingevi le tue intenzioni su tela

e fu subito primavera.

 

Eri un fumetto intarsiato

di gelso emanavi un sospiro

tracciando di netto un sorriso

che estasiava i confini di ogni nazione

svogliata, di ogni popolo che pendeva

fremente dalle tue labbra,

e tu non dimenticavi

di essere ciò che da tempo il mondo

aspettava, ciò che da tempo ognuno di noi

nel suo cuore celava.

 

 

 

Estrella danzante

 

 

 

 

Vola con lo sguardo al di là,

più lontano che puoi,

vedrai allora che una folle ragione c’è,

per sciuparsi allo specchio distratto.

 

Ed i tuoi sogni irrompono,

si infuocano le tue parole,

chiedi di assediare le stagioni

avverse e monti i tuoi stessi versi,

vai in avanguardia.

 

Sfoderi il denso tuo portamento

glorioso, pronunci l’indicibile

e giochi buffa e altera con le tue formulette,

vai.

Trotta,

lentamente ondeggia e trotta,

colma d’oro bianco

l’armatura della tua apparenza

ed armi non ho, dici,

che non siano rivolte d’amore,

in congiunzione decorosa ai tuoi gesti

è la natura sovrana alleata

di tale superba altezza

che non soccombe al silenzio

ma accresce la potenza con la sua incoscienza

e con la sua incoerenza turbante,

la natura è strisciante,

e con un bacio stordisci

e stendi fendenti possenti,

più dolori non hai,

più timori non ho.

 

Magica tempesta vistosa

dal tuo indice proteso,

leccornia dei miei occhi

i tuoi assordanti frastuoni dolciastri,

sinergiche forze,

e l’elmetto di Atena ce l’ho, dici,

e riparte l’attacco non c’è pietà,

l’indecenza nascosta dal nasino

sbatacchiato e il nemico non regge,

il meschino colore atroce

è svilito e annichilito dal tuo reverse,

dalle tue note invertite,

inverse e perverse,

e gli anfibi ce li ho, dici,

e stupita sorridi,

nessuno resiste al tuo amor.

 

Lampo etereo dinnanzi a me,

accomodi il destriero e ti avvicini,

sussurri tre parole

ed a mille va il cuore,

tra le mie rose colte,

le tue donate,

le nostre impresse

e le altre intatte,

l’aurora dei piaceri

e foglioline masticate,

una leziosa melodia.

 

Estasi diffusa,

sapori d’estate non dimenticati.

 

E fischiettando te ne vai,

tra i cocktail e gli spray alla parete,

e seduto al tavolino

noto il volto fuggito agli sguardi

e ai rumori,

riparte la musica a dismisura,

calibrato l’addio,

temperato il tuo desio.

 

Vai, piccola guerriera,

la tua fuga è una vittoria altera,

 

vai dolce mia principessa,

è colma d’entusiasmo la nostra resa,

 

vai regina d’assenzio,

mentre mi dilungo ti dissolvi

e sorridi, furbetta strizzi l’occhio

e sorridi,

 

vai signora del vento

il tuo ardore vivace

è il nostro encomio

e la tua eterna pace,

 

vai streghetta misteriosa,

la tua storia vibra intorno

come ultimo rigo

del mio canto intonato

ai bordi del mare agitato,

 

vai ragazza

che del mondo

sei l’unica cosa degna d’esser vissuta,

con un cenno voluttuario

getti l’ultimo bacio.

 

 

 

 

Ancora sorge il sole dai rami

 

 

 

Vento di sapori

perduti nell’aria.

 

Ricordi di giornate volate

in cima a un pioppo silvano.

 

Segnali di disturbo.

 

Poi un’ondetta di fumo.

 

Ancora sorge il sole tra i rami,

le passioni sono eterne,

eterna la tua fronte,

una delusione,

il tempo atroce,

un invito posto già dai fauni ammoniti,

magari fai la “V” con le dita

e poi digrigni i denti,

così scuoti la testa

e getti stralci di pensieri,

mi viene in mente il sorriso,

quel tuo asso occultato,

lo giochi quando vuoi

o magari ancora lo celi

alle spalle della gente,

lo lanci e torna indietro,

la frutta assaporata con dispetto,

ti scappa un accenno doremico

e dissolvi la noia sartriana

in questione bardata con maestria

dalle tue soffici mani

e indirizzata a chicchessia

(e già lo sai).

 

E resto alle pendici del silenzio,

dell’eterno turbamento

e dopo mi svesto, mi pento

dell’inclinazione e della delusione

(e già lo sai).

 

E scandisce la termica potenza,

trasuda la tua essenza trasmutata

e trasfigura il corpo

(oppure dormi?).

 

Le voglie ora più forti

gemono nel mio petto,

è tutta una rivolta

tutto un fracassante fermento,

le soglie del domani

sono già arricciate e dorate,

le mie umili intenzioni,

le tue etiliche serate,

roteante la saetta,

non hai età serene né godimenti

pei tuoi occhi, dolenti gli zigomi perversi

e caruccia l’ispirazione, i cirri fenici

restii all’assedio.

 

La tua parola mista all’ardore

è il portento reso manifesto,

la tua disinvoltura ribelle

è tepore sulla mia pelle.

 

Forse non è cominciato

tutto ora,

nasci ai primordi, la pace primordiale,

la musica ancestrale delle sfere,

la rivolta senz’armi di passate ere.

 

Forse da questi tumulti

figli del piacere mistico

e sovrano della passione sovrumana

senti il calore delle mie braccia

e protendi i tuoi progetti

a candide promesse perverse.

 

La frescura mattutina

mi ha liberato i polsi,

refrigerio della mente,

percepisco l’assoluto estasiato,

rigenerato,

rinasco per sempre

dalle spoglie del passato,

dalla cenere del potere maciullato.

 

Questa tua agitazione delle mani

rampicanti su pareti

mi ha ridato la forza

di distruggere con garbo

l’ipocrisia ferita dal nostro entusiasmo.

 

 

 

 

 

Disgusto

 

 

 

 

Mi verrebbe

da vomitar le mie parole

sul corpo grassoso

di quell’imprenditoruculo milanese

che se impalato magari gode.

 

Avrei una voglia di donare

la mia saliva

a chi perde i capelli

nelle idiozie economiche,

nei miasmi giuridici striscianti

a livello di inciucio da comare.

 

Puoi pure divagare,

dal microfono la bocca allontanare,

ma un quadrupede servo

di ipocrita morale resti o mio caro!

 

Dimmelo omucolo che viene dal nulla

e lì tornerà cosa significa

distruggere i sogni di un popolo,

drogarli con spettacolini televisivi

da circo.

 

Dai,

che tu sei lo stato e la legge,

mia pecora belante

fai ancora una battutina idiota

che il mondo ride.

 

Vai cagnolino caccia la lingua,

sei meglio di un filmucolo anni settanta,

la studentessa in gita con Bercoglioni.

 

E magari ci divertiamo,

due o tre soldi te li diamo pezzente,

soldi dal retrogusto di fogna,

come sei carino mio ratto

malandrino.

 

Guarda piccolo uomo,

che l’Italia non è come credi,

la gente coi tuoi specchietti

non la puoi troppo a lungo ingannare.

 

 

 

Ninfa alla sorgente

 

 

 

 

Si agitava come Ninfa alla sorgente,

che frescura dalle sue mani,

e leggiadra cantava:

“ove Amor co’ begli occhi

il cor m’aperse:

date udienza insieme a le dolenti

mie parole estreme”,

poi atroce si spogliava.

I

 petali nuovi della primavera

gli dipingevano il corpo,

sapevan di pesco le soffici membra,

entusiasti i suoi denti sfidavan le stelle,

biancheggiavan le fronde,

era l’apparenza manifesta

della sublime essenza,

muta declinava.

 

Sorta austera la giovinezza

dai capelli vorticosi,

se fosse provenzale

magari direi senza esitare:

“lei tutta nuda si bagnava”,

disse di sì.

 

E quest’umile principessa austera

stasera ha fatto tardi,

alla fermata del metrò

si è messa ad ammirare ed ammaestrare

le sue docili belve, come gode

nel mutare le strofe,

nel sovvertire i suoi sussurri

rendendoli puri e oscuri

portando il tempo, la metro invertita,

intanto distilla i fiori.

 

Vita dalle braccia scagliata,

orma dell’eterno,

dai tuoi occhi un solo cenno,

io ti ascolto, come dici?

gradisci un caffè?

 

 

 

 

 

 

 

La sigaretta accesa

 

 

 

 

La sigaretta accesa,

il mondo gelato,

le mie convinzioni

intente ad eludere paradigmi,

magari domani

pioverà in biblioteca,

addormentarsi sui tomi

delle tue illusioni e poi strappar

le mie delusioni e dirti d’un fiato…

 

Vai convinta, mia speranza,

vai taglia i ponti,

vai getta fondamenta del pensiero!

 

Cambiare moda e costume

con un cenno di mano,

anticipare, plasmare e dirigere

la società e gli interessi,

sentirsi dio in un istante,

poi trovare il limite nella noncuranza.

 

Cazzeggiare e fare domande

nel volterriano palazzo dorato

che non ne ha bisogno,

 

aver da ridire,

sprigionar l’assoluto

sentendosi dire: embè?!

 

Capir che l’infinito

per loro son due spiccioli,

un palmare,

e una macchina lucidata,

ed allora stanco e svilito 

ti dico d’un fiato…

 

Vai mia speranza e mio amore,

vai mio unico futuro

che tu ce la fai,

vai annienta e crea

i nostri castelli voluttuari

e fermi,

vai ora parla tu,

vai.

 

Dare importanza al silenzio

in mezzo ad un fracasso

cui non si fa più neanche caso,

contar i giorni aspettando

la morte o i sogni.

 

Vai tu, vai tu,

continua ad inventar storie,

vai unica verità, vai.

 

 

 

Gioco di specchi

 

 

 

Lo stereo sembra muto,

la vibrazione è un istante

che risplende tutto intorno

e percepisco l’infinito in me,

il cielo stellato, mi accorgo,

altro non è che la morale

che ho dentro,

non credo di ardire

se il petalo brillante di brina

più prezioso è un dono

che cedo a te.

 

D’un tratto si impone il mio riflesso,

mi chiedo “io chi sono?”

e l’unica risposta che trovo

è nulla senza il sostegno di chi

indefinita e trasparente

è solo un’immagine contemplativa,

dolce, carina e femminile

nella mia mente.

 

Noi due distesi a terra,

ricordo che tremava il cielo

e la terra, tu sollevata ed io inclinato,

dove sono finiti i tuoi capelli?

 

L’alba, ancora lei,

ed io che muto la guardo

e assaporo le illusioni leziose,

non credo sia tra sogno

e realtà se collidono e si intersecano,

se dialettici si annichiliscono

e plasmano ancora te.

 

E magari che pretendevo?

È giusto che così resti,

è giusto così.

 

 Ma non mi arrendo,

no.

 

 

 

 

Nuova Babilonia

 

 

 

 

Traccia i tuoi sogni

su rotoli infuocati,

e dissacrante dì di sì,

 

ogni bene si eleva

e scende in te,

il tuo corpo riflette

l’anima in forma di spirito

e dai tuoi occhi il fremito

già sa d’eterno,

il sole invincibile,

la luna imbattibile e seduttiva,

si imbandisce l’altare della pace,

arde la piazza della nuova Babilonia.

 

Ascolta la oscura

e limpida melodia,

dalle tue mani già si intarsia

il cielo, i sette candelabri

e i tre stendardi in rivolta,

con l’erotismo soggioghiamo

invidia ed ogni forma di violenza,

annientamento o morte,

poi la terra oscilla

insieme alla tua testa,

senti che il mondo è tutto qui

nel tuo palmo

e sprigioni l’atroce fascio cromatico,

lo sai nulla ti può fermare,

volano assieme buio e luce

figlie l’uno dell’altro mutamento.

 

E tre parole striscianti

graffiano i vetri.

 

Sogni misti alla musica

e le solfuree sensazioni,

viaggia la mente,

sfiora nuovissime terre, mari

e si libra nell’aria appena nata.

 

 

 

Berecyntia

 

 

 

Nube d’assenzio

discende lieta

sulle tue forme perfette,

un nuovo giorno avanza

e si dipinge lo spettro della vita

tra storie colme di verità,

anzi la venuta di mille colori

esplosi tra i rami spogli

un desiderio rompe ogni attesa

e si impreziosisce la tua fragilità,

un simpatico refolo

ti schiarisce la voce

e la realtà bianca e pura

è il tuo potere,

 

il solito crescendo tra le foglie

è l’apparenza dei tuoi capelli

di rame, dei tuoi sogni innocenti

e dei tuoi cenni perversi

di generalessa alla mensa

del sapere con l’elmo e il candore

di parole ferme e frementi

mentre scorre il tempo

e resti la ragazza di sempre,

la dominatrice di ogni sussulto

e di ogni canto.

 

In cima al monte bendata

sei il refrigerio dei miei pensieri,

la fonte dei miei desideri,

passano i mutamenti,

ritornano all’origine anche quelli,

ai ricordi dai forma e vita,

unito al cielo il tuo fiato gelato,

congiunzione dello spirito

tra labbro e fronte,

segnali occulti tra i righi,

spazi che colmano le indecisioni,

chiavi svogliate e da te sincronizzate,

mantieni il tono di voce

e impassibile ti addentri

tra i tuoi trastulli artistici,

creature immortali

alla tua sinistra,

stendardi e simboli

a destra,

mille diademi e l’assoluto

poggiati sul capo,

sospeso il giglio

e l’acacia tra i denti,

il leggio lì innanzi

emana leccornie d’incenso,

 

è tutto pronto, 

inizia il folle e ardito sbarco.

 

L’attimo di silenzio

è riprodotto dal verbo muto,

l’aura alle tue spalle si infiamma,

si inerpica il violaceo riflesso,

tutto è stato detto,

 

togli il velo del giulivo

e del tragico incanto

e si arresta il flusso,

si intorpidiscono i sensi,

voci lontane sono un unico coro

e la linea delle cinque sostanze

un’unica barriera di forza,

l’uno invisibile diviene percepibile.

 

 

 

 

Pensieri silvani

 

 

 

 

Ad ogni modo

sto già disegnando i tuoi capelli

e smacchiando il volto

e il segno emerge del tuo pallore,

 

gelido il fiato inebria gli occhi

e i sensi invadono

le parole intracciabili,

 

vibra e si espande la tua effige

lungo radure di passioni mai sopite,

si unisce il tuo corpo

a ululati ancestrali e a suoni

pitagorici ma dionisiacamente intrepidi

e gementi mentre io col flauto traverso

mi assopisco tra la macchia

e la brulla gentilizia e cortese.

 

Il rimmel viola è l’ultimo baluardo

dello sfinito sentimento

notturno rovinato sul guanciale,

il lucidalabbra incantato

ed elettrico inonda la sponda

della mia ultima e definitiva verità,

poi oscilli tra i pendenti

che coniugano assurdi predicati

sanscriti e triplici risvolti annebbiati,

il fumo impone delusioni di catrame

tra i più astuti invernali scuotimenti

mentre io riposo derubato

dal me stesso più autentico

dimenticato e ridotto

ad ultimo brandello del silenzio,

a vuoto oggettino incendiato

e incenerito.

 

L’erba lì intorno delimita,

la mia essenza è in rivolta,

la mia voce sibila,

sorridendo mi eclisso,

a testa alta mi smarrisco,

intesso i resti del futuro

mentre tu guardi la mia agonia

intimidita ma altera.

 

Ad ogni modo

sto già dimenticando il mio sogno

e sono pronto a subire ancora

il giorno.

 

 

 

 

 

Spalanca la porta del tempo

 

 

 

 

Luce,

questa luce promana,

giusto un giorno di pura dualità,

 

cavalco rampicante in cima,

le ali dischiuse e gli occhi intensi,

sparge ardore alle mie spalle

mentre in fiamme implora

la città nuova,

o mia piccola sorgi fenice,

così hai già pronte le tue risposte,

o non lo so.

 

Torni lì, amor mio,

colmami, costruisci,

torna in me magica quiete

possente, colmami ancora,

confondimi, affonda i costumi e gli usi.

 

Scippa pure i tormenti,

inventa nuovi smeraldi

di concetti distribuiti

da alberi rovesciati,

radici in cielo,

frutti alla mia bocca sospesi,

mani protese,

nuovi animi rivoluzionari

tra un amplesso ed un altro,

e non c’è nulla di nuovo,

niente di che,

qui ed ora

la tua immagine magica.

 

Tendimi verso il cielo,

dimenticami nel nuovissimo ricordo,

controllami, costami un arditissimo

atomo siglato ed autenticato,

chiamami con echetti boschivi,

illuminami, costituisci l’ultimo intento evaso,

coprimi,

erbette velenose.

 

Vai dondola,

freme l’altalena,

 

vai canta,

si oscura la limpida sera,

 

vai soffia,

c’è aria di primavera,

di morte e di sublime

e tenera corinzia

e vandalica effige,

spalanca la porta del tempo.

 

 

 

 

Età berlusconiana

 

 

 

 

Divora cellule comunitarie

questa violenta età commerciale

e societaria,

di interessi, soldi e vili

promiscuità preedeniche, 

 

il caos paleolitico domina ancora

ed impone nuove lotte sovrumane

per il possesso di terre,

di carne e di pelli.

 

Abominio che il popolo

della lingua musicale e somma

possa resistere nell’ascoltare

le banalità industriali

e i sogni di potere di un coglione,

 

perché il popolo dell’umiltà

e della grandezza abbocca ancora

agli ami orripilanti del successo

vacuo ed immediato.

 

Poi senti un cretino borbottare,

due folli dire siete meno della merda

mentre i destinatari applaudano

al plebiscito e alla sentenza,

siamo noi la soluzione ai vostri problemi,

voi pensate a lavorare.

 

Non riesco ad accettare

che si scelga il gabinetto in base a

prestazioni sessuali e a corsi di due mesi,

non riesco a dar fiducia

a chi distrugge senza

le capacità di ricostruire,

 

e vedi ancora le svelte scimmie

che abbrancano e arraffano,

e poi si mettono a giudicare.

 

Non riesco a digerire

i sorrisetti viscidi

di un ottantenne paranoico

neanche attraente

che paga e crede di comandare,

e possiede non avendo nulla,

e gode non amando nessuno,

e piange non avendo mai sofferto,

o lurida e meschina maschera di te stesso,

vedrai che sei tu la bestia da soma,

continua a strisciare!

Vedrai che l’anima mundi

non la puoi comprare!

 

Continua pure a dimorare

nelle tue caverne a divorare,

continua ad esser predatore

di chi è senza unghie,

continua a fare la vittima sacrificale,

un giorno capirai

che non hai lasciato niente

che non sia polvere e distruzione,

la storia ti ricorderà

come l’Erostrato

della dolce civiltà

dove il bel sì suona.

 

 

 

 

Placida riposi su un tappeto di ortensie e di brina

 

 

 

 

Dolce serenità

risplende lieta

dai tuoi occhi

mentre il vialetto

si intreccia al tuo stupore,

al tuo muto gesto,

corpo d’incanto,

forme di pianto e riso,

intracciabile il respiro.

 

Arde il palazzo degli innamorati,

un canto s’innalza,

o mia luce,

mio empireo sospiro,

le notti ai piedi del tuo desio,

o mia ombra ansimante

prolunga i cenni,

immergimi ed esitante

porgimi il tuo saluto

come rimpianto sciupato

del giorno ormai passato.

 

Sorge dalle tue braccia

il sentimento e la passione

della mia età,

mi porgono le tue capienti

mani il manto ardito della verità.

 

Poi racconti le tue trame,

dici astrusi tuoi sofismi,

i tuoi siderei intenti stesi

e sfiniti innalzati dalle mie parole

e dai tuoi pensieri,

mi possiedi ed entri in me,

già sogno e quindi percepisco

l’aroma della maestà inviolata,

il sapore della bellezza somma

appena nata.

 

Il color vivace

dell’impronta umana

ascende e l’accoglie il ciel

quella tua encomiabile presenza,

il coro di mille serafini,

un paio d’ali trasformano

la tua perversione

in unica innocente realtà eterna

e lodo il coraggio invincibile

del tuo stupore irresistibile,

bramo te dal basso

e aspetto in meditazione

tutta la potenza

del tuo imponente terzo occhio

incontrastato e innalzato

a gloria d’altare.

 

E dallo scranno

anche l’intelligenza divina

ti cede il passo di candidezza vestita,

di gioia la tua maestranza infinita.

 

Sì, luce soffusa di ogni cattedrale,

simpatica vestale,

il fuoco si riaccenderà nel tuo tempio

e insaziabile sarà la folla in fermento.

 

Aprirà il nostro sogno

il clamore della più fervida rivoluzione,

della più intrepida immaginazione

resa atto dall’infinita oppressione

della gemente volontà martoriata

dall’inaudita arroganza plutocratica

e destinata ad un’infima resa.

 

Poi l’epifania dell’assoluto

sarà un intenso naufragio

tra flutti di speranze indomite,

poi tra noi le eloquenti assenze

segno del tempo nostro suddito tiranno,

preda dell’ultimo affanno.

 

Dischiuso il libro,

fugace lo sguardo,

disperso il senso,

amo il tuo mistero,

siedi sulle scale del pensiero,

cori cobalto intarsiano i frammenti,

dall’assoluto fisso e immutabile

nella nostra mente

componiamo il relativo,

specchio l’uno dell’altro infinito,

emblema dell’indefinito

a vivissime lettere composto

e deposta la morale.

 

Placida riposi ora stesa

su un tappeto di ortensie e di brina.

 

 

 

 

Ragazza d’Europa dimenticata

 

 

 

Dal silenzio

un ricordo invade il mio corpo,

guscio socchiuso per intuite

realtà celate,

la fiamma da gloria è accresciuta

e i segreti dello spirito son manifesti.

 

Per spiagge di sera

inumidisci i tuoi occhi dissacranti,

il trionfo dell’uno nei movimenti tuoi.

 

Oh maraviglia

vederti sgargiante

che premi l’indice

sulla mia fronte

e mi sfiori le labbra!

 

In questa follia d’amor

non c’è altro che te,

ragazza d’ Europa dimenticata.

 

Al fragor delle onde

scuoti con il tuo assurdo vagar,

accendi le stelle

e assapori distratta

le conchiglie al collo

come fossero caramelle.

 

Oh bellezza il tuo piede fermo

ed in avanti proteso!

 

Oh goduria

il sorriso sbarazzino

e il volto da cherubino!

 

Sembra già che per migliori acque

alzi le vela la navicella del mio destino.

 

 

 

Uniti all’imbrunire

 

 

 

 

 Uniti all’imbrunire

tra i nostri entusiasmi

e le illusioni

non ce n’è più ormai di spazio

per sbandierare  le passioni, sai.

 

Il vento soffia già,

parole non ne ho

e tu non ne dai,

nell’indicibile germoglia il tuo sospiro.

 

Potresti aderire a un nuovo fermento

ma sfinita deponi la banderuola

del nulla, ti spingi ancora

oltre ogni confine,

mi stringi e dici

non ci sarà mai fine

ma comunque il verdetto

è stato estratto,

cara mia amica

inauditamente bella stasera,

siamo smarriti tra i nostri discorsi

ignorati e d’altronde potremmo

qualcosa di seppur lieve modificare,

non tutto andrà perduto allora?

Ridiamoci su!

 

Posi un tempo assunti

tra i tuoi silvani capelli,

a volte corvini a volte cinabri,

il braccialetto con grazia lo sfiorai,

alberi maestosi tra le vivide speranze

sottomesse rinacquero,

noi eterni,

noi soli al mondo,

noi padroni della natura.

Uniti i nostri destini,

 

non c’è violenza alcuna

che divida ciò che l’imprudenza

ha in onor sublimato,

poi non c’è possibilità

di arrenderci

anche se trafitti, dal buio

e dall’ombra beffiamo

e risorgiamo.

 

Il vento non dimentica,

le dolci bestiole col musino

accarezzano le nostre gambe,

l’indice in numerazione assurgerà

a limite unico di verità

e il per sempre sarà

la nostra più profonda realtà.

 

 

 

 

Processo alla Lamia

 

 

 

“Calpesta il crocefisso,

sicuro non ne morrai,

non siamo nati per soffrire

ma per ridere e danzar.

 

Parto per altri sentieri,

mi aspettano nuove età,

l’ombra coi suoi misteri

è l’unica salvezza.

 

Nel godimento sfrenato

non si arresta il riposo,

tra riti egizi di sabato

sboccia il vero amore”.

 

La ragazza tradotta

con forza dinanzi la corte

restò a testa alta

e con un sorriso di sfida

spalancò gli occhi,

 

le altre sorelle distanti

legate a ruote appuntite

invertivano il loro umile sentire

e come premio

folli confessioni

poi autenticate.

 

“Eva airam

aitarg anelp sunimod

mucet atcideneb ut ni

subireilum te sutcideneb

sutcurf sirtnev iut

susei atcnas airam

retam ied aro

orp sibon subirotaccep

cnun te ni aroh

sitrom eartson nema”.

 

Dimentichi del verbo

lessero l’astuta sentenza,

Bartolo da Sassoferrato

il parere contro le donne

mai lo diede,

siete adusi a falsificare

come con l’atto di Costantino,

mi sembra sia chiaro che per voi 

se non sottomesse siano pericolose.

 

“Si quid in me non manserit

mittetur foras,

sicut palmes et arescet

et colligent eum,

et in ignem mittent

et ardet”.

 

 

 

 

Danza mattutina

 

 

 

Si aprono le porte,

entri il destino,

mistero del tuo viso,

il tuo cavallo bianco e alato

è l’intimo mio fiato,

perso il sostegno,

rinato il sentimento.

 

Agghindata da corone

e fasci di luce,

tre fiori alle giunture,

senti il mio tormento forbire

un languido lamento,

capovolta la carta,

lanciata l’unghia alla ribalta,

lo smalto dirompente in furore

sorprendente.

 

La positura assunta

è uno stralcio di vendetta,

ai piedi la succosa uva,

inebriami il palato col passo pervertito,

la curva della vita a circoli tornanti,

due limpidi diamanti

ritornano in germoglio

tra i preti nascosti del tuo cuore,

è un attimo e l’ altrove

è un assioma indiscutibile,

la mano stesa intera

su labbra sognanti,

spallate diroccate

tra i viaggi

e le mattine divine sciupate.

 

L’ospite inquietante

ti cede il passo,

nel nichilismo

il tratto di matita,

non c’è più arte

che stia al passo col costume,

 

dov’è finito il canto?

dov’è la partitura?

dov’è la tela dell’incubo

che svela aforismi notturni?

 

le percussioni e i sussulti violati

da baci miscelati di gemme

in sé trafitte,

così stroncati e assaporati

da inutili ingordi palati,

melodie in sordina

tra l’ultima goccia di brina,

tremula la foglia,

si inonda e poi si spoglia

della primula l’ultima onda.

 

Sulle scale riallacci le ali,

sei pronta a planare

su vermigli praterie,

una baraonda nel ricordo

del passato,

scuoti il maraschino,

secerni un invettiva

imboscata e disillusa,

l’ascoltatore muto,

sul ripiano l’ultima missiva,

nel petto l’intima riscossa,

bianca acacia colta.

 

 

 

Sweet trip

 

 

E quando finiscono le parole

resta il tuo corpo steso

tra i rifiuti il senso

e il tutto in te,

tre gocce rosse.

 

Frammenti delle idee

inutili e umiliate,

ignorate, l’oscuro velato

sugli occhi, spine

le rose pungenti,

 

cosa vuol dire un addio,

un luccichio di vetro,

non c’è più realtà,

e le tue calze in vista

tra i rami e il vento tiranno,

tra i sogni oramai deposti.

 

Questa vita più non ha fluorescenze

e quindi speranze, muta e stupida

ti invita ad un’ eclissi dei ricordi.

 

Pullula nel sangue la sostanza,

contrasti nella stanza della mente,

il tuo ultimo gemito e poi

un desiderio remoto,

l’amore che brami distante da te.

 

Basta,

dici tradita dal Fato,

costruire l’intenzione sciupata,

così finisce tutto?

Fosse mai cominciato qualcosa,

a iosa sul cucchiaio il limone,

prendiamo, ti va? Un tè assieme?

 

Magari sì,

non dir così,

il tempo scorre,

i secondi smeraldi rallentano,

la pioggia ti bagna le gote perverse,

ed è già notte,

un urlo instabile

e l’angoscia dell’oggi,

del nuovo sé,

incostante il sillabare,

disforia e sinestesia,

euforica paura.

 

Avanzi lenta nel campo,

incubi incisi incunaboli desti,

immobile il verso diretto

alla meta schiarita,

rauca, romita.

 

Qual è il prezzo della felicità?

Gli echi sull’ultima corda

son elettromagnetici richiami,

ci vai.

 

 

 

 

Tu visino buffo

 

 

 

Hai trovato nuove possibilità

tra le carte sciupate dal tempo

e comincia una nuova età.

 

Volevi dare spazio

a chi non ne ha bisogno,

volevi andare oltre la realtà.

 

Tu visino buffo cambi già,

da ieri si trasformerà,

si scaglierà, il mattino

sorgerà incauto per te.

 

Sul muro impressa

una stella,

ti pare possa immaginare altro?

il tuo nasino all’insù,

ah come non far virtù

del tuo intelletto supremo!

 

Ti vorrei sospirare

come fai tu all’istante

coll’effluvio del senso,

piene le otri delle intenzioni

nel campo delle passioni

e le ali delle illusioni

sono già su di te.

 

C’è un fruscio di parole

che viene verso me

ed è brivido in versi il tuo volger

lo sguardo fuggevole qui,

sei già intatta nell’anima mia.

 

Ti vorrei ritagliare

e imprimere su filigrana,

dalla neve sulla fronte

preme l’intrepida sponda

della rimembranza,

le nuvole son fisse già su di te.

 

 

 

 

B

 

 

 

Mi stordisci con le trame

subito imparate,

con le parole confuse sussurrate,

con i sogni soffusi del timbro di voce,

ok continua così.

 

Vibra la corda su distese infinite,

è un protendersi il tuo braccio

verso realtà sopite,

destate dai tuoi accordi,

fresche mattine,

ok l’aria è già buona.

 

E parti spedita,

non ti reggo più,

inizi a sciorinare sofismi musicali

così dolci e così chiari

che sembra assurdo

non ci abbia pensato

qualche divinità a modellare

il corpo con tale maestria,

con sì velata umiltà,

possente verità.

 

Assetto da occidentale

composta assumi nella tua posa

inebriante, le bollicine pizzicano

l’arpa ed è il verso concatenato

al portamento,

ok va bene così.

 

Sentimento sancito

da verdetti inflitti dal tuo dito,

da quel segno che rimanda

a una speranza espressa,

sembra quasi che la natura dica:

sei tu l’unica via.

 

Non c’è fine allo splendore

nel tuo regno incantato,

farfalle svolazzanti

in mille varietà cromatiche

inondano me che sono sabbia

e tu tranquilla resisti e sorridi,

o mio dio come fai

a non perder i sensi a tal suprema,

candida tua bellezza?

 

Vorrei tracciarti indelebile

come se tu fossi la stagione

prossima all’introversa esplosione

che in manifestazione

giubilante mi estasia

e su di giri batte il tasto

sulla tastiera con te che mi possiedi,

entra in me una tal gioia

che solo il bacio impresso

sulla mia sfinita fronte

può di più,

e già lo sai.

 

Sapori di ogni sorta

e di ampio respiro

nel trepidante sorriso

che investe l’aere di effluvi suadenti,

risplendono ancora

come stelle i tuoi denti

e nell’illusione sei già

in tensione riarsa

e saturnina danzante.

 

Vorrei per sempre

stringerti tra le mie braccia,

cantar fino a tardi assieme a te,

fuggire dal mondo

e trovare me nei tuoi occhi,

va già l’ultima nota

della nostra canzone,

dici già

la la la la la la la la,

io ti voglio come mai questa notte,

le tue mani trepidanti su di me.

 

 

 

Un’onda gela i tuoi occhi

 

 

 

Gemi,

tra i residui dei nostri domani.

 

Un’ onda gela i tuoi occhi

nel vorticoso ingorgo

del nostro eterno

mare assorto.

 

Pensieri spersi

nel desio mattutino.

 

Destini indomiti e sommi

al calar delle tenebre

sui nostri corpi.

 

Sensuali sapori notturni

sulla tua salata pelle

intarsiata d’ allori.

 

Godi,

percepisci il fremito di mille rivolte,

l’Europa masticata,

l’Africa violata,

corpo sedotto dalle mie passioni.

 

Non dissi parole

che non siano infinite.

 

Odi,

il pullulare cromatico

dei nostri destrieri

privi di brade.

 

Innalzati,

nulla fermerà la verità.

 

Scrivi,

speranza ultima deposta.

 

Leggi,

memoria ellissoidale fluente,

sgorga tra le fronde,

assapora i frutti dolci

della conoscenza,

dove non v’è bene,

dove non v’è male,

dove non v’è altro

che non sia amore. 

 

 

 

Melodia al Gesù Nuovo

 

 

 

Allora è vero

esiste quella melodia

che in silenzio ci guidava

nella piazza,

era già intuita

dagli artisti di strada,

noi abbracciati

su di giri

trasportati dal suono intenso.

 

È così,

è impressa sulla facciata

del Gesù Nuovo

in aramaico,

quante notti d’estasi

ci vibravano il cuore,

l’erba nella mente

spalancava le porte

della nostra percezione,

il silenzio,

poi un soffuso sentimento.

 

Casomai di me ti ricordassi,

spalancando gli occhi piangeresti,

nostalgia

e desiderio di abbracciami

ti dipingerebbe il volto,

sì oramai non ne vale la pena,

ma ricorda avremmo cambiato

il mondo,

io e te, infinito dentro me.

 

Come vorrei che cambiasse qualcosa,

il tuo sguardo forse il coraggio

mi darebbe,

ma siamo ormai lontani,

te ne prego volgi gli occhi

verso me,

fidati,

stringimi le mani.

 

La notte copre candida la città,

mille luci sono la unica verità,

io ti vorrei ancora a cantar

ma è assurdo,

comunque potremmo ora

davvero cambiare il mondo,

tu sorridi

e l’ultima carezza mi porgi sublime.

 

 

 

 

Madame Tolkien

 

 

 

Adagiata su terre perse,

i ricciolini neri sublimi,

lo ammiri il tuo ciondolo

dall’arcaica incisione ,

sospesa vibrerai

dipinta di potenza.

 

Brami nell’abisso,

sgorghi a cor trafitto,

forse nulla ti rimane.

 

Parlerai alle stelle con grazia,

forse entusiasta sorriderai ancora,

un passante ti guarda e ti strizza l’occhio.

 

Carica di illusioni vibri

tra l’inconscio e le passioni,

la lingua prebabelica

ti cede gli affanni

e tu come ultimo fiore la cogli.

 

Io ero sperso sui bordi del definibile,

tu muta mi guardasti

e con un cenno il mio cuore colmasti,

ora vivo per te.

 

Quel vestibolo nella positura

atroce di templi dimenticati

era una intima rivalsa,

contemplavo l’immago in silenzio,

forse si è trattato solo di un istante,

ma non voglio dimenticare.

 

Madame dell’intelletto,

Madame del logico discorso,

non posso ignorare nella notte

il tuo volto perché ogni cosa

ha un riscontro esplicito

nel tuo corpo,

ogni cosa respira sulla tua pelle.

 

 

 

 

Ritmato il verso

 

 

 

 

Ritmato il verso,

posto l’inverso.

 

Sorge un luccichio,

vibra il crepuscolo

nel sentimento.

 

Passa al successivo rigo,

volta la pagina.

 

L’entropia diffonde gemiti

da sponde,

limite del mare,

illusione di sprofondare,

la genealogia dell’evoluzione

è una conclusione ciclica

e statica delle nostre passioni,

l’energia cosmica investe la fronte,

rapida è in espansione

la mente dispersiva,

concentrica e centripeta

in sé condensata e concentrata,

lo spirito plasma la naturale

fisicità e il reale è frutto

di nostra intima proiezione.

 

 

 

 

Africa libera

 

 

 

 

Eccezionale  il fermento

delle indomite popolazioni,

il vento suffragato dalla verità

e il piede che calpesta

la violenza altero.

 

La vittoria dai rivoltosi segnalata,

i dittatori muti,

e Gheddafi da psicotico continua

a serbare in cuore rancori

ormai anacronistici.

 

(Vento loquace del silenzio subshariano).

 

(Sentimento di rivalsa).

 

(Logos manifesto).

 

Nei simboli arcaici

rimandi espliciti alla purezza libera,

nel cappello russo

della voce smorta

solo un sibilo folle,

non sarà il petrolio a salvarti,

resta pure nella tenda

coi tuoi figli occidentalizzati,

dinanzi all’assoluto

piangerai come un bambino.

 

Il popolo in festa ti maledice,

il verbo emana vivido

negli occhi di quelle ragazze sorridenti,

o mio dittatore,

ormai è giunta l’ora

di cedere le armi.

 

Le piazze affollate,

fratelli musulmani e laici

uniti all’imbrunire per creare

sprazzi infiniti di civiltà nuove.

 

Una dolce fanciulla aizzava la folla

in un francese dal rigurgito arabizzato.

 

La luce divina li investiva,

chiara mi estasiava.

 

Il femmineo cataro

contaminò il credo islamico.

 

Effluvi oppiacei nelle nostre papille,

sapori dionisiaci nelle nostre pupille,

l’intima dualità tradotta

in floreali illusioni

ci condusse alle più fluida realtà.

 

La luce tornò intrepida,

non fuggimmo, la sorbimmo

e sprigionammo sincere profusioni

di potenza umile e fiera.

 

Poi stracolmi i pensieri

di rinascita ciclica

germogliarono nei nostri cuori,

emiri e mercanti,

stranieri e viandanti

pongono assedio silenzioso

e pacifico.

 

Africa libera!

 

Ora davvero il popolo

in festa può godere

dell’entusiasmo

che ci ha diretto verso l’eterno,

puro diadema dell’indefinito

ora concretizzato,

ritorna l’arcaico splendore

mai dissipato,

mai consumato,

mai dimenticato.

 

Genesi della rinascita!

 

Donne maestose

in somma bellezza sfilano

ora per vie dimesse

ad un vento che davvero

estrinseca puro

ciò che da tempo

il cuore arabo celava.

 

Finalmente il riscatto!

 

 

 

 

Assurda questa vita terrestre

 

 

 

Assurda questa vita terrestre,

ludica l’unica forma di senso,

che strazio,

imploda il mondo.

 

Le attrazioni magnetiche

ci spingono altrove,

perché soffermarsi su tali

questioni banali

da viscide bestie squamose

nel fango a godere?

 

La verità va cercata

in prossimità del sole.

 

La serie dei numeri primi

ci spinge lontano,

ai bordi dell’abisso

e via da questo orribile Leviatano,

occorre esulare l’anima

dagli influssi societari.

 

L’effluvio astroso della gemmazione

estrosa posta sul tracciato

epidermico inviolato,

brivido ibernato da elettronico

spasmo periferico neuronale.

 

Ad est la genesi

e la scoperta

che tende un po’ al tramonto

a falce lunare di esseri divisi

a metà e senza forma dorsale,

prete Gianni nel suo impero

a fare segni insegnati dai magi

rende onore a chi non ha pudore.

 

Il cloruro di zinco

posizionato in trasversale,

la scissione intermittente di viole

e sentinelle oblique

danneggia il sistema

e l’ozono in combustione

già mostra la sua assurda

delusione al primate dominante

e in sé morente.

 

L’hobbit e il neanderthal

estinti o nascosti,

ritorna il numero sette

in successione, e svolti in progressione

il soffietto con il berretto da pub. 

 

 

 

 

 

Mädchen Wagner

 

 

 

 

Fremo nel guardarti

contro vento,

la fiamma emana dall’aura

posta intenzionalmente

in rivoltosa riscossa

come involucro di potere,

sciolte le ultime catene dell’ignoto,

pallida la volta celeste,

l’influsso del diadema dell’aria

è belva sul tuo corpo impressa

e dominata.

 

La valida sordina

incute timore,

amplifichi con grazia

il rimando sonante del tuo cuore,

ed è un’ armonia celeste

improvvisa,

su spiagge le candide sfere

luccicano

e l’estasi del logos

è resa manifesta

dalla tua lingua perversa.

 

Ti elevi nel godimento

e sfogli il senso delle lettere

singole che logicamente

implicano strettamente

o negano amorevolmente

il barlume del tuo magico silenzio.

 

Occorrerebbe saltare

in giubilo scostante

l’eterna communitas astrale

e ginestriana in comunione

col sapore vitale

della tua furbetta ed edonistica

congiunzione carnale.

 

In preda all’incoscienza consapevole,

gemma di bacco,

sulle tue labbra il tepore.

 

Pullula il cardigan

e scrolla il decolletè,

lo sguardo lancia saette,

il rombo dell’intrusione,

è un sollievo l’invasione impostata,

stendi sul piano le tue carte migliori.

 

Mia indomita ragazza,

percorri pure le soffuse

storie saltellando di rigo in rigo,

mia indomita ragazza,

continua.

 

Il chiaro ci invase

ed accrebbe il tuo karmico

sorso intenso ed interdetto,

la punta della cresta intorniò

i trambusti di rame,

le scaglie ed i selciati, gli archi

trionfanti e i semicerchi residui

di battaglie ci raccontano storie

permeate di sollazzi mai abbandonati.

 

Le foglie ormai sono assenti,

ma il declino di questo febbraio

è un presentimento,

un pentimento

e un portento deluso.

 

Mädchen Wagner,

il buio è in te,

l’ultima spoglia spirituale

solleva il manto stellare,

il futuro a due passi

impresso nel tuo tema natale,

l’antropologico senso,

poi di nuovo l’iniziale

espansivo fermento

e fremo.

 

 

 

 

E poi è silenzio

 

 

 

 

Mi chiedo quale sia

la conseguenza del lineare assunto

scomposto dalla foga

dei tuoi capelli ricci,

un alito sul mio corpo

pone desideri germogliati,

oasi nel deserto,

poi irrompe la concatenazione

ancora frammentaria.

 

E l’entusiasmo che c’è in te

esplode e si spande,

universo mobile,

l’interno del tuo indumento

decorato e un po’ sciupato,

l’attento mio tracciato,

il vento ritoccato e le tue labbra,

i tuoi segnali stuzzicano il ricordo,

stendono un sincero e puro sogno

sbaciucchiato, miscelato il composto

del tuo spasmo,

soluzione indomita nel tuo fianco.

 

E dai,

te lo dico.

 

Traslata la giornata

ad incubo diurno,

succoso gemito succube

notturno,

uno sguardo inquietante

poni ma non regge,

il visino dolce ancora vince,

si spoglia ogni rimorso

e cadi di nuovo umida

tra le mie braccia.

 

E poi l’eterno accordo

è il circolo del tuo ritorno,

sovverti in musica dotta

il cantico e l’inversa rotta,

dionisiaca ispirazione,

apollinea composizione,

hermetica significazione,

spiazzi come una suadente

Eumenide ecumenica

universalizzante

che ha già consumato

la vendetta ed ora docile

sorride angelica,

esorcizza il timore

con un’ultima carezza

che sfiora le corde

del famelico e colpevole

cuore che ha osato tanto,

che è scivolato,

reimparato il mondo,

sciolto i lacci al turbamento.

 

E poi è silenzio.

 

 

 

 

 

Usucapisci il corpo mio

 

 

 

 

 Usucapisci il corpo mio,

con discrezione.

 

Usa la buona fede distratta,

la vis boni dominae.

 

Apparisti percependo

i frutti dell’anima mia,

sono tuoi puoi tenerli,

lascia fare.

 

Hai libera la pelle,

dignità degli occhi.

 

Attraversa i campi del mio naso

senza licenza

d’artemidoso diletto.

 

E il tuo cuore supera

in limo decibel di tollerabilità,

anormale a cianciare

da comodino a batuffolino.

 

Ed assumi per sempre

in proprietà e stabilità

quel che il vacuo possesso

non ti dà,

ma credimi non si ottiene

in senso passionale,

quel che hai per sempre

è comunque in comune.

 

Un fiorellino demaniale

tra i capelli, perversità.

 

Flessibile l’emissione fondamentale,

incrociate garanzie.

 

E il gravame pullula

in congiunzione con l’altare

concordatario,

firma il mantenimento

anzi tempo,

nell’ipocrisia sacramentale

di stampo contrattuale.

 

E con disincanto

volgi già l’errore violento

in annullabilità,

il vessatorio sospensivo

stretto in termine giocoso

e dormiente, in nullità,

e porgi il triclinio

dell’atto interessato

e affievolito.

 

 

 

 

L’aurora di una Nuova Era

 

 

 

 

 

Immenso fluido vitale

nelle corti spagnole e siciliane.

 

Brivido intenso!

 

Genesi ed epilogo

intuiti nel noumeno

impensabile in paradosso,

ondeggiante la ragazza avvolta

dai capelli e commossa.

 

Germoglierà di nuovo

un logos erotico,

planante stormo di uccelli migratori,

i pensili babilonesi

ed i trattati sulle leggi

e sull’essenza,

pareri e digesti,

compilazioni giustinianee

e folli bolognesi che decretano

favori al Barbarossa

in cambio di autonomie

pur sempre autofinanziate,

l’inverno è al limite del senso,

quel che piace a me

ha valore di nichilismo volitivo

e completo abbandono

sensuale e spirituale,

di norma ciò ha vigore universale.

 

Parte la mia sacca

sulle spalle involucro

di questo corpo tremulo,

la verità ci sarà e sarà la gloria

di ogni mortale,

incorniciata dallo Stupor Mundi,

ascenderò in sul Monte Ventoso

e l’alma sarà purificata,

 

mi addentrerò nella Foresta Nera

dove alberga il nocciolo

di ogni sostanza,

l’anima espressa in rima

in una stanza fissa e armoniosa,

perfetta e caotica e smaniosa.

 

La bellezza greca, infine,

spanderà i miei gesti su Thirassia

e sarà l’aurora della Nuova Era. 

 

 

 

 

 

Ommico il cuoricino cosmico e dialettico

 

 

 

Entri il fumo

e l’atmosfera si rarefaccia,

volta pure la carta

a ritmo con l’oscillazione

del ventre,

di’ ancora sì

nel mistico anfratto

di un artefatto cordico

e sognante, trasudante,

cosciente a metà

volgendo l’ altrove

a sogno

e tre quarti a realtà.

 

Ommico il cuoricino

cosmico e dialettico,

il detto sanscrito intatto

è un disegnino a freccette sbiadito

e smacchiato sulla panchina

paonazza, in viso il corpo

e in piazza il grido.

 

E ritorna il ciclico arnese

in frastuono sordo

tra la cenere del tempo

ed un assurdo anelito del vento,

il corso del tempo non s’arresta,

maya scricchiolio nel vino,

la giumenta in tempesta

posta d’assedio dal velo,

il vespro dà segni di resa,

e rientra in chiesa

la cattedratica colonna

portante del pubblico studio.

 

È un colpo sonante,

tramuta il ritmo,

rinsavito, tra i fasci di parole

recate in man come i pensieri

violati, violette le onde sonore

similmente alle luminose,

il corso e il ricorso

in n dimensioni

si riduce improvviso

a circolo mattutino,

ad infinito punto.

 

 

 

L’infinito tra le tue mani le mie umili dita dipingeranno

 

 

 

 

È sera e il senso storna

ogni possibile taglio

dei tuoi occhi,

magari è perso il sentimento puro

per sempre.

 

La stella brilla e inonda

con discrezione i miei pensieri

ed il tuo viso,

volge un sogno malinconico,

io resto muto ai bordi

dell’orizzonte dei tuoi desideri.

 

Il desiderio innalza

le mie passioni verso

le nostre intromissioni ardite,

non dire una parola,

basta lo sguardo,

pensi anche tu

a ciò che immagino soltanto.

 

Smetti,

non ridere ancora,

è solo un ardore

che non ha speranza,

magari tu ci riuscirai,

ma io, io che farò,

ancora cosa?

 

Parlerò nel vuoto

di un mare di silenzio,

ogni giorno loderò

le tue forme

e la tua più intima sostanza,

il concreto tuo fare astratto

e magari un nuovo sorriso

accennato il tuo cuore

verso il mio corrisponderà.

 

E adesso che fai? Sogni?

Non dar peso alle mie parole,

sono vane profusioni.

 

E adesso che fai? Piangi?

Guarda questa foglia appassita

tra le pagine della tua vita

è un ricordo ormai sbiadito,

io anche se solo, lo sai resisto,

lo sai esisto.

 

Passerà,

anche questo dolore finirà,

un nuovo giorno

la gloria infinita ci renderà,

senza limiti il nostro palpito sarà,

l’ infinito tra le tue mani

le mie umili dite dipingeranno.

 

 

 

 

 

 

Assunti pratici

 

 

 

 

Due bottiglie di vino

e il fumo intenso dalla bocca,

le parole intrepide

a ridosso della stanza

mentre una musica guidava

gli astri nostri,

un tepore puro

da usare come tamburo

per i giorni che sarebbero venuti,

l’autunno che danzava

e l’erba che bruciava silenziosa,

poi i sogni e tu guardavi

come assorta questa luna rubino.

 

La “V” congiunta col tuo nome,

l’anarchica rivolta esteriore

e il panteista sussulto interiore,

il nostro essere che si tramutava

in inconscio collettivo,

quindi tu,

con lo spirito nel piercing al naso

manifesto, il solco della tua lettera

sulla cenere tracciavi.

 

I canti delle baraonde

soffocavano il pudore ed i tabù,

traslate sulla parete

erano le nostre catene,

il tempo come al solito non c’era

e per questo non sentivamo

neanche il bisogno di rimandare

il godimento bello e pronto,

dalla conchiglia sorto

il tuo corpo.

 

Lento l’indice sulla tua schiena,

scendeva poi senza remissioni

e in quel momento il tramonto

fu l’istante di ogni giorno.

 

Novembre continuava,

danzava, guardava, rideva,

le nostre carni avviluppate

sviluppavan pensieri.

 

Per sempre fu

ciò che il vento ci disse,

ancora la luna ribattette,

noi nemmeno più ascoltavamo

e l’energia esplose e si espanse.

 

Ancora!

 

Leggiamo nella mente

la frase invisibile del nostro libro

mai scritto.

 

Per sempre!

 

Suoniamo e canticchiamo

quella canzone da noi

mai composta.

 

Ancora!

 

Esponiamo su parete

il disegno su carta

mai tracciato.

 

Per sempre! 

 

 

 

 

Ultimo fiato

 

 

 

 

Il sole brilla

senza di te,

ma l’essere sussulta

e allora l’astro non esiste più

se lui non c’è,

ogni cosa ha il suo limite,

sfiori austera l’impossibile,

la paranoia che si impone,

la mente non è scissa è condivisa,

il flusso telepatico dell’attimo,

il ronzio variopinto di un perché,

sapori nuovi sorbiti

con il maraschino,

dov’è la rivolta

dal colore spagnolo

e dal manto francese?

 

Smorza ogni dolore

in un incendio giocoso,

tra le corde tese

ed i tumulti del pensiero,

provaci ad ascendere.

 

Ogni cosa,

ogni rosa è colta

dalle tue dita

e il tuo viso dipinge

l’assoluto di una eterna vita.

 

Io e te a due passi

distanti in numerazione

dialettica e prima,

io e te retorica geniale

di un genealogico domani

aurorico e intenso.

 

Io e te l’ermo nascondiglio

e l’eremo intruglio scandito

pluricellulare

da totem monolitico

e squarciato come velo violato.

 

Io e te

e poi le parole scordate

che non vanno a tempo

ed ancora tu sul divano mediano

a consumare con l’elmo

la frescura ed ad entrare svilita

nel senso,

cogliere il segno decifrato,

è autoimposta da te

quest’azione come ultimo gemito,

ultimo fiato.

 

 

 

Limite floreale

 

 

 

 Fa rotta capovolta il pensiero,

naufragio nubiloso

ma in porto sicuro.

 

Fa baraonda il sospiro,

spasmo diurno

nel tepore mattutino.

 

Integrale delimitante

di misure astruse stereotipate

in piani animosi,

il barlume di terracotta

sbriciola tra le mani corrotte.

 

Agguanta il chiostro,

in un palmo statico placalo,

 

nel mentre del ricordo

un’effe alla riportasi

del pavimento cosacco rampicante.

 

 

 

 

 

 

 

Succubi alla profezia

 

 

 

Succubi alla profezia

si partiva,

centomila armate schierate,

marce e petti impostati,

rami d’ulivo

e palme tra le mani,

all’improvviso il cataclisma planetario,

l’infinità dei mondi

ridotta a circolo delimitato

dall’invettiva,

dall’inventiva femminea.

 

Nel tempio di Delfi

la comunità di Filadelfia lesse,

i copti intralciati dalla Maddalena,

 

intimamente riapparve Atlantide,

con nocumento,

gli dei torneranno,

sono tornati

o stanno avanzando.

 

Nella Città Eterna

fu un lampo a scatenar la foga,

in un solo istante

fu riacceso il fuoco di Vesta,

due metallare in un angolino

a fumare,

tre scuotimenti emo

a tagliuzzare i resti artificiali

del domani,

a riaccordarli,

a incollarli ad uso collage dadaista,

sembra che sia sublimato

il punto alternativo di vista.

 

Nella volta celeste

diversi segni luminosi ingannevoli,

nella stratosfera i caccia americani

si accostano e implodono

ad uso cheeseburger,

bevanda e patatine

ovviamente comprese.

 

Infine lungo il corso

si sviluppa l’apocalisse,

tra le caldarroste

e gli artisti di strada,

spiazza l’iceberg inflitto

a colpo d’ascia

della scienza spiritica

congiunta in sezione aurea

alla naturale.

 

 

 

 

Stringimi più forte

 

 

 

Luccica alla sorgente

il mio spirito in refrigerio,

nasce di nuovo e si rigenera,

puro si spande intorno,

la limpidezza riflette il tuo corpo.

 

Stringimi più forte amore

ancora, con ardore

inumidiscimi le labbra,

intimamente diventi il frutto

di ogni mio giorno addolcito

dal tuo sguardo e dall’incanto

dei tuoi gesti, ti dico

nulla d’importante,

contano le azioni

sulle intenzioni,

la volontà svanisce

e resta il profumo assoluto

dei tuoi polsi.

 

E il sole fa capolino

tra i monti innevati,

nello stesso istante appari

come fiamma inestinguibile,

anche la passione è annullata,

resta solo il tuo respiro

sul mio collo,

il fremito,

il ricordo attuale

del qui ed ora.

 

Scende la mano

sui miei fianchi,

il tuo struscio inclinato,

credo che adesso non abbia più senso

ogni altra realtà,

si avviluppa come un guscio

la bolla dei nostri sogni

e germoglia un’energia

che dirompente domina ogni dove,

la sensazione infinita

di respirare assieme alla natura.     

 

 

 

 

Forse una speranza nuova c’è

 

 

 

 

D’altronde tramutare i petali

in canti disillusi

è spogliarsi di sé stessi

per godersi,

magari potremmo dirci

le solite parole

trovando un senso incontrovertibile

e davvero puro.

 

Allo stesso modo

un’ armonica a sette punte

include il ricordo sostanziale

e indelebile.

 

Non c’è altro da aggiungere,

non c’è neanche il fuoco

per le estrose storie abbrustolite

e nascoste.

 

Non c’è il tuo volto

ad illuminare,

non c’è la sera

né la parete da imbiancare.

 

Dai,

potresti pure darmi un segno,

un cenno,

è importante la tua presenza

in trasparenza eterea.

 

Il prato intanto esulta

a questa tua rinuncia

mai arresa,

così per te l’importante

è quello che meno dici.

 

Scorre il tempo,

il nostro varco si confonde

col reale,

dove è ciò che abbiam lasciato,

di noi cosa rimane?

 

Allo stesso modo

il volo incerto degli stormi

in ritorno consuma l’attesa.

 

Non è questo ciò che credevamo possibile

e realizzabile,

non è ciò che aspettavamo

dalle pagine scribacchiate da me,

da te, dal vento, dalla pioggia.

 

Dai,

potresti anche cambiare idea,

l’inverno sta svilendo

forse una speranza nuova c’è.

 

 

 

 

Persefone è sulla soglia dell’Ade

 

 

 

 

 Scuotimenti!

 

Persefone

è sulla soglia dell’Ade,

in bilico tre soldi

per tirare avanti

nella vita terrena,

dov’è l’oscuro, la luce e il senso

di questo infinito tempo delimitato?

 

Indossa un jeans macchiato,

ai bordi consumato,

le forme, le fantastiche gambe,

sostanziali le giunture,

procede traslucida,

dolce il frutto assaporato,

muove il suo corpo stupefatto,

è quasi qua

e dice ciò che sa.

 

Convulsione atroce febbrile,

eziologia psicotica,

psichedelica!

 

Attira a sé il vento,

fiorirà senz’altro il pesco,

c’eri tu ed esco,

lei aspetta ancora,

il whisky sul tavolo fa capolino,

ed è già mattino,

subito sera l’atmosfera,

le ringhiere irretiscono il cretino,

il pensiero è sbarazzino,

due o forse tre soldati stanchi,

non prendere il sole

nei mesi con la emme,

fede nel sistema e dimmi sì,

il fiore germoglia

nell’introspezione misterica

di Melissa P,

sento il sangue che fischia,

sinestesia uditiva

in percezione esaustiva,

panico tra la folla,

scioglie la neve tra i tropismi,

vasi comunicanti i nostri sentimenti

corrispondenti ed elettivamente affini,

sgabuzzini stanchi delle parole,

e nel frattempo il tempo incalza e sta,

tu stagioni pianta fagocitante

americanate dimenticate,

sulla strada zoofila di Berlino

togli un’altra costola antitetica,

giusto così,

la metro dà affanno,

timore reverenziale,

spiccioli sul crinale,

sull’ultimo vaticinio astrale,

che carino il tuo cappellino

che ora sollevi fissa e triste

alla Feltrinelli, ultima martire

dei tuoi astrusi rotoli confusi

raccolti e pubblicati,

il senso questi tre grammi d’erba

finissima ed odorosa

lo danno solo se bruciati ed aspirati.

 

Inutili spasmi da rigurgito morale!

 

E che sguardo carismatico,

la realtà tornerà fiera,

cosa diremo e che faremo? Non importa,

non ora, continua a parlar…

 

Impulsi elettrici,

impulsi magnetici,

impulsi elastici!

 

Respira senza fiatar

ora Persefone

e ci guarda, la distanza inganna,

seguivi i campi d’ulivi,

i sempreverdi pungenti e soli,

un po’ corrucciati,

un po’ svogliati,

assi rossi a vertigo

arrotolata e minossica,

giudizio perfetto

da teoria del discorso pratico

particolarizzato

in argomentazione giuridica

spiccata a dorso di limone,

acre il pendente,

reale il razionale

ma trascendente l’istinto,

tabula rasa sapiente,

saggio è colui che sa di sapere

perché corrispondente

allo stimolo della natura,

la realtà sensibile

nostra creazione

rende immortale

ogni nostra azione.

 

Agitazione,

magica intrusione!

 

Così l’apparenza vince

e trasmuta l’essenza in verità

ovvero realtà plasmata,

giusto un attimo ed arriva

la principessa del mondo

sotterraneo, giusto un attimo

e superiamo l’oscuro Tartaro

con la luce e la grazia divina,

è già mattina.

 

Le connessioni sinaptiche

sono manifestazioni spiritiche!

 

La storia schiude,

la sfera dell’assoluto è l’ultimo astro

percepito nell’umore del fumo

aspirato in estasi,

la grande opera dell’Architetto Divino,

la sezione aurea

del dio matematico e simpatico,

e nel sortire sentenze carine

togli ancora il copricapo,

fili tesi dall’ultimo fiato,

risultati seriali scagliati

e resi unici.

 

Ulteriori agitazioni!

 

 

 

 

 

 

Alta la mano fino al cielo

 

 

 

 

Alta la mano fino al cielo,

la rabbia nel pugno chiuso,

l’urlo diffuso

irrompe il silenzio

e si spezza il barcollante

potere come se fosse gesso,

 

argomenta dialetticamente

con quelle facce di bronzo

ministeriali

che sputano le loro sentenze

come fossero lama,

 

abbiamo noi da distruggere

i principi e costruire

su nuove fondamenta la realtà,

abbiam bisogno di concretizzare

la nostra più pura verità.

 

Dimmi un po’ perché ti arrendi,?

Non intravedi già nella tua mente

una luce soffusa e lontana?

Dimmi un po’ ti sembra il momento

di deporre le armi?

Il mantello scintillante

riflette le mie speranze,

quelle che erano anche le tue,

quelle che sono anche le tue.

 

Sfida ancora con una lancia il cielo,

innalza la torre contro il potere

morale figlio della moneta sonante,

della moneta invadente,

della moneta viscida e strisciante.

 

Dimmi un po’

piccola pulzella ribelle

dov’è finita la foga

dei tempi ancestrali? Dov’è la rivolta?

Dove sono le nostre candide ali?

Dov’è la fortuna

e il destino

del nostro servo arbitrio

che un tempo ci guidava,

che un tempo ci sfidava,

che un tempo ci seduceva,

che un tempo ci dominava,

che un tempo ci innalzava?

 

Guardami fisso negli occhi

e per un’altra volta fiorisci,

per una volta ancora tendimi

la mano, per una volta ancora

questa subdola ingordigia umana

condanniamo e soffochiamo.

 

 

 

 

 

Sfiorasti, ne hai memoria?

 

 

 

 

Sfiorasti, ne hai memoria?,

l’animo mio in colloquiale tesi

di cazzimmoso frumento,

un corpo docile e perfetto

il tuo sotto il dominio darkettino

del senso polemico,

 

le fauci man mano

dall’allontanamento

hanno triturato e maciullato

le caramelle filanti,

gommose e zuccherose,

hanno ingurgitato carne compressa

macchiate di salsa rosa,

in preda all’affanno ora

ogni tuo movimento.

 

Assurdo leviatano adagiato a sultano,

con un giro di volta si impostò

e smaltì tutti i dubbi

in certezze fameliche e insaporite.

 

Guardati come sei,

stazionaria in quiete

e cinematica all’apparenza

ma terribilmente conservatrice,

quasi bacchettona agnostica

e bigotta atea,

ah quegli occhietti di metilene

si sono trasformati in un puerile

turchino da sedentaria.

 

Sfiorasti, dunque dicevo,

il mio cuore,

gli avvenimenti susseguiti

da ideologie scarne,

che romanticismo da cuore

nelle freccette spezzate,

fai pena al collare di un cane.

 

Guardati allo specchio

sei minuziosamente inutile

e depressa

quindi colma di serena felicità

da armistizio americano,

democratica alla McDonald,

ah ricordo le avversioni stupende

ora che hai impresso sul petto

il marchio del silenzio.

 

Cara non vale la pena idolatrare

altri che non siano sé stessi.

 

Ok passeggia in sulla strada,

il corvo ridacchia e ti beffa,

dunque resta dell’alma la rimessa,

succube a una stanca vendetta.

 

Dai continua,

prendi in giro chi ti pare,

poi fai le fuse a chi ti dimentica

e a chi ti intriga,

solo perché figlio di un successo

che tu odi in quanto brami,

monete scintillanti,

vanno bene per te,

ma chi le possiede è figlio della

perdizione,

condanni cioè solo chi ti assomiglia,

ti ci vedo proprio bene, guarda,

in mezzo alla tua stessa fanghiglia.

 

 

 

 

Maggio ’97

 

 

 

 

Attendevamo

col vaticinio di Nostradamus alla mano

la dolce fine del mondo

ma per adesso

un paio di alluvioni,

della pioggia rossa,

un tramonto divino,

acqua altro che benedetta

e dolcenera,

 

facendo il conto

la scuola non brucia,

fa un po’ caldo

mi scopro e bagno.

 

Sistemo gli occhiali,

vado alla centrale nucleare

mai attiva,

un’esplosione della fissazione mia

che fissa l’atomo d’uranio.

Scindi poi l’idrogeno,

punta sulla rinnovabile,

la geotermica è scalza

non si investe, preferisci dare

la precedenza al pedone

figlio del tuo clone,

il  sosia usato a iosa,

e continua a piover.

 

Un paio di persone

angosciate e porelle

sull’orlo del precipizio,

Gazzè la musica non può fare,

si tagliuzzan le vele,

una pietra al collo,

il Sarno in sussulto

pensando al suicidio

dall’odore di pomodori San Marzano.

 

Allora la Carmen

in preda all’entusiasmo

per radio continua a cantare,

dice simpatica e un po’ ribelle

di esser confusa e felice

ma non sa cosa l’attende.

 

Ciao ragazzina

dai ricciolini biondi e corti

le righe son puerile,

fogli da bruciare

ma continua a obnubilare.

 

Pensaci a fondo,

magari tutto e dunque nulla

è davvero cambiato,

noi sull’altalena,

lo spiffero puro dell’atmosfera,

ora i Maya,

i maremoti scossi del Sol Levante,

tutto cambia

e Lampedusa dice resta uguale,

lo sbarco della speranza,

noi in procinto di una nuova

esistenza,

Battiato di Gommalacca

interiore lo sguardo

a cercare l’essenza.

 

Buona sera, sei qui mia cara,

mi dia tre goleador del ’97,

le pall mall rosse da dieci

a 1900 lire del 2000

a gusto di millenium bag,

quelle centos blu del 2005,

le celesti dell’anno a venire.

 

 

 

 

Eh sì, è così

 

 

 

 

Promana essenza di bacco

sul lastrico sciupato

del ricordo ormai andato,

un dolore e tre pagine mute,

il senso non perde il contatto

col tempo, è stato il mio scuotimento

ditirambico a dorso di fluidità,

il simbolo che rimanda

all’intelletto, la passione da incendio

a sponda di letto sulle tue pelli

delicate l’estate, alla sbarra solenne

mi adagio ed intarsio i sibili

e i clamori di Labeone

in topiche ciceroniane,

prego, volga la civetta

e la bilancia della stordita pulzella

perversa e bendata.

 

Intanto la sua ondulazione

vitrea scaglia i principi

d’integrità vitale e mai morale,

puro libretto lirico

dell’unità pasciuta nella terra

del lavoro e nei rotoli

della reggia resistente,

viale lungo e rettilineo

da miglio interiorizzato

e scardinato come le ipotesi

vaghe dell’accusa basate

sul preconcetto pregiudiziale,

intervento incidentale e patetico

gesticolio invernale,

spezzi il crinale e monti in sella

alla tua figura bella

in preda all’ultimo godimento,

lei rimane, tu rimani,

il letto ormai è agitato,

le coperte in fermento seducono

il limite oceanico,

la cucitura del vestito è selvaggiamente

squarciata, pronti alla marcia forzata

sul corpo dirompente.

 

Immagino e vedo,

si materializza il rapporto ancestrale

ed astrale, un’ influenza

sul tuo tema natale,

giornata perduta e vissuta

in funzione di questa sera

che accenna a venire,

che tende all’infinito

essendo la somma dei nostri amplessi

il numeratore di uno zero divisore

e pastore del verbo incarnato

nel nostro congiunto fiato,

una scusa, non possiamo,

allora c’è gusto maggiore,

ricominciamo,

c’è qualcosa alla parete,

forse un’ombra o il caro gioco

di specchi riflessi,

prendi la tua arma migliore

e mira al mio cuore,

palpita il pulpito e non si arresta,

incessante viandante sperso

sulla via di Santiago,

allora improvvisa ti scosti

e divertita fai le bollicine sulle gengive,

sembri prendere piede

nel trastullo beffante,

il luccichio del tramonto ancora,

sotto il ponte l’aurora.

 

Ed ecco, mia caruccia,

pietra celebrale

quindi amigdala serale,

razionale la sfera del sesso,

la conservazione della specie,

darwiniana evoluzione,

ma nell’altro emisfero irrazionale

c’è l’amore che senza senso

guida l’universo

in un abbraccio

e tu continui a sussultare

ghiotta di piacere,

estrella stupidina,

il rimmel da diva

è il baluardo in salita

del dito voluminoso

posto tra l’incisivo e il canino,

mangiucchi l’unghia,

la lingua è in trepidazione

come pendolo mi invita

al proseguo di ‘sta storia

mai finita.

 

Eh sì, è così!

 

L’entropia nel tropico

del cancro giaciuta

è la tua ultima scusa

che ormai neanche commuove,

vestito a righine sottili

di un verde intenso

giace a terra in contrasto

con le guance viola e stupende,

sbattuta ancora e ancora,

vissuta teneramente.

 

Intanto due o tre tulipani

costernano il contorno

dell’orecchio sinistro

mentre sciogli l’essenza

di papavero nel cucchiaino,

le tue vene sottili attendono

lo sbarco enzimatico

e scansano doppi sensi,

è una battuta tanto dolce

quanto una venere triste e annoiata,

magari elfica,

 dell’ultimo cetaceo la corolla.

 

 

 

 

Arcadia Sannazaro

 

 

 

 

Leggimelo ancora nell’orecchio

quel verso che hai già detto

distratta tra una bevanda

e un’altra,

le tue mani mi carezzan

e sfiorano le corde dell’ardore,

pure eppur così perverse

come mandorle dischiuse,

in fiore i tuoi giardini dell’oblio,

 

ove ponessi i tuoi riccioli biondi

come limite del senso

credo avremmo dei problemi,

le questioni dell’umanità insolute

da noi risolte e rivolte

alla noncuranza,

stretti sulla stessa barca

e comunque così distanti,

il mio corpo idiota sprigiona

clamori ormai celati

ma la tua mente va già altrove

e si perde nei miei occhi,

 

io,

fattorino del destino.

 

Arcadia mia della luna a mezza falce,

riflessa all’acquitrino

io a sbuffo vorticoso,

cigno solo nei tuoi sogni,

viaggio e parto più lontano

nella nostalgia del tuo ritorno,

di allori adorno,

mi innalzo e tu mi scansi

e sorridi,

forse ti perdi,

affinché gli occhietti verdi

alla Baricco possan indagare

il limite del professore

o del pittore dalle frasi sospese,

tu raccontami di te,

io ti esalto ma mi eclisso,

resto in un angolo,

piattino in mano,

due o tre grammi d’amore

riflesso me lo danno

i tuoi nuovi sorrisi,

sugli scogli a Mergellina

il sole inzuppa il mare

e gode nell’eco perso.

 

E coll’asticella del violino

a fare esercizi di solfeggio,

ho composto la nostra tensione,

non hai voglia di esternarla

ma leggendo una lacrima

dal cuore scende fissa

ed è un minuto e un rigo

che il saluto è già svanito,

sul fiume a naufragare

le parole come dai tuoi occhi il sale,

scrivo solo,

sembra inutile,

ma continuo, guarda,

e fremo,

un po’ stanco mi rivolto,

tu mi ignori ancora,

ma va bene,

resta il vento tra le foglie

e le tue canzoni spoglie.

 

Allora invadiamo

le regioni mai imparate,

tu fai conti ed i bilanci,

tu dai segni di resa colle dita

e ti adagi sugli specchi,

impressa e non arrampicata,

tu sei la gioia di questa sala

che ti attende e l’ultimo fremito

spende,

un applauso folgorante

nei tuoi occhi scintillanti,

gioie mattutine

e tepori di primavera

tra i fiori di pesco

e le gocce di pioggia

imposte dai nostri silenzi.

 

Coll’elmo tra le mani

mettiamoci a danzare,

le tue dite intrecciano le mie,

è un momento di fermento totale,

è un momento di tormento

mai così sincero ed infinito.

 

 

 

 

 

Varrà a qualcosa questa atmosfera?

 

 

 

 

Alte sino al cielo

le mura della paura,

fosse concentriche attorniano

ed ostacolano l’accesso

alla conoscenza estrema,

come magiche serate

all’ombra dei silenzi,

un po’ a ricordo un po’ a memoria

un po’ a fantasia un po’ a seme del vero,

prima di bussare non dimenticare

il bastone eretto verso l’ignoto,

l’ente goto del trastullo neoabissino.

 

Lo sbarco sulla luna,

la duna delle tue baggianate,

stese su triclini come in salita

i gomiti giù di brutto,

la vetrata araba e senza fiato,

sul tuo polso l’effige dell’esistenza,

postato il pensiero condiviso

e sentimentalmente oscuro,

la voce interiore che mi dice

non ne vale la pena,

ma è il substrato,

il riflesso platonico del pozzo,

guarda, io comunque vado a fondo.

 

Ciò di cui hai bisogno

è continuare col sobbalzo

nel treno a ripetere

la lezione di tedesco,

labbra che si muovono

come a recitare il mantra

intellettualmente affine a Goethe

o alla sintassi a metà strada

tra latino ed indiano,

le tre voci della declinazione

sincopate nella tua illusione,

tu che pensi al tuo demone

senza accorgertene

e il fragore del mattino ti assiste,

un solco di netto nei pressi del tuo cuore

per fondare una cattedrale

su cui poterti contemplare

per sempre.

 

“Natura natura”,

è un rimando al nudo volgare

o all’opera introspettiva,

un dolore da tarlo mentale,

mai sopravvalutare gli individui

ma cercare in loro un che di personale,

cara MT, qualcosa di tangente

al tuo ricciolo da crinale,

spoglia come i binari

che ti assistono,

ad ignorarmi,

dimenticarmi in fondo

mai avermi conosciuto,

come ogni essere umano

che non guardi e definisca

l’assoluto come bambino balbettante.

 

In fondo sono quelle mura

che ci limitano e proteggono

da noi stessi,

ma un colpo accorto

da auriga attento

potrebbe guidare senza spauracchio

l’animo nostro e concretizzar lo spirito,

se solo guardassi, un attimo ti girassi,

c’è l’incrocio di sguardi,

varrà a qualcosa quest’atmosfera?

 

 

 

 

 

  Coppia Unità molteplice e divina

 

 

 

 

Un cappello a mo’ di velo

ti nasconde il volto,

la canzone ormai scordata,

quella che hai appena cantato.

 

Ciò che hai appena detto

si interseca al tuo corpo.

 

Le scaglie macedoni

aduse a rintracciare biblioteche

ormai sepolte,

colossi ormai distrutti,

meraviglie babilonesi rampicanti.

 

La moneta nella bocca nascosta

ti servirà se Caronte si cruccia.

 

È stupenda questa desolazione

qui nell’Ade,

mi ricorda il paesaggio

che vedemmo mano nella mano

col sole di mezzanotte sulla fronte.

 

I giganti ed i bestioni

di Vico

rinchiusi nell’oscuro Tartaro,

mentadent quell’orgasmo orgiastico

e ditirambico, sacrifichiamo,

siamo pronti all’olocausto.

 

Che piacere sovvertire

ciò che abbiamo ancora da dire.

 

Socrate malato e catatonico

crede di non sapere

ma spreca la sua vita

da caporale in riserva

in onore sublimato da Platone

che non lo credeva e mutava

le sue parole,

maieuta da osteria.

 

La tua lingua fa il periplo

del mio contorno e l’aura lilla

scende sul mio polso,

in coppia diveniamo

Unità molteplice e divina.

 

 

 

 

Pelide adirato

 

 

 

Pelide adirato,

trapassata spoglia e tu

Patroclo ardito e timido

assopito sul terreno

maciullante d’armatura

scintillante, cascate tonanti

di deodoranti.

 

Rimandato a settembre

il rimando al tuo pendente,

meglio sorvolare e tagliuzzare

i resti del deficiente.

 

Il midollo della questione

è sviluppato in conclusione

affrettata e coperta di vocali

ridondanti e allitterate,

dalla falce di luna allattate.

 

Sfida sotto le mura

in ritorni nostalgici e nottambuli,

deve pur finire l’ora

della riscossa acre

alle porte della bicocca.

 

A questo punto il soprano accenna 

animose scorie introspettive

rende tutto più bellicoso

e il rostro si adatta alla situazione

miagolante della casa stregata

e malandata.

 

Non te l’aspettavi

un nuovo giorno nuziale

da freccia avvelenata,

Briseide da legnaia

contenente la rima sorprendente

figlia della bocca spalancata

nel gorgheggio di traverso

allo scempio duodenale attivo.

 

Ciclica l’attesa

del canto rimbombante

e claudicante, zuccheroso

da senatore a forma di cavallo,

la lingua e la punta marina

della pinna che arzigogola

la pretesa attesa di Lacoonte

articolata.

 

Lenta la scoscesa

rimessa in forme di bollicine

che arde e preme alle mie mani,

ubriachezza da milizia in festa

e balestrata in desiderio sibillino.

 

 

 

Nunet

 

 

 

Caos cosmico primordiale

tra le ciocche ancestrali

dei tuoi cirri ineludibili e sinceri

quasi puerili e diretti,

l’entropia dei tuoi diamanti marini,

per intanto è respiro atroce

dei vespri dei tuoi occhi

magicamente inzuppati.

 

Edenica realtà 

nel gorgheggio prebabelico,

un’unità indivisa nel silenzio

antitetico al tempo incalzante,

una scusa immisurabile

ma ad un tempo vettoriale

è il fruscio della tua pelle pura

seta da carezza,

è un tramonto mozzafiato

il tuo sguardo agli onori innalzato

che precoce ed indulgente

pone il labbro sul mio polso.

 

Ippopotami onirici sbiaditi,

il suo volto da guerriero,

il mio da alabastro incantato

e bellicoso,

l’acqua cabalistica

trattiene il senso

ed il nuovo feroce e incantevole è.

 

Genesi naturale,

più che abissale il relitto

dei tuoi giorni andati ed esaltati,

tu conchiglia imprimi indelebilmente

melodie musicate dalle sfere congiunte

e succubi ai tuoi ordini,

ai tuoi voleri capricciosi

ma mai così armonici,

desio di umana stirpe,

di ogni ardore ribelle ed intenso.

 

L’energia sinaptica

è sincretia spirituale

con l’assoluto e spiritico

comando naturale

delle nostre arcane potenze

micidiali.

 

Il mio cuore ti appartiene

e ogni riflusso califfo del dominio

del vento rimane,

la tua smania da “V” permane

e l’infinito capovolto già è.

 

Lenta sorge ormai

la sera nell’odore di primavera,

in riva al mare stesa e abissale

divarichi le gambe,

sei l’Uno visibile e intuibile

in intenzioni di riscosse,

gomitoli di storie perse

e rese immortali.

 

Un risvolto capovolto

da riporto indefinito

è il bramare quel tuo perfetto corpo,

possederti in riva al mare,

godere del tuo abbraccio universale.

 

Il tuo nome è scritto sulla sabbia,

l’acrobata lo lascia al vento

perché sia dominio di tutti,

il tuo volto è in visibilio

e il rossore del cielo

un suono terreno, celeste

e divino ormai è.

 

 

 

 

Picciola

 

 

 

 

 

Esaltò la potenza dei miei gesti,

stesa austera sul letto,

notturno l’adagio,

un ricordo mai così vivido

di galassie inaudite

e paralleli universi transfert

ed infinitamente piccoli

come i suoi occhi

che spalanca nel momento

dell’amplesso che eccitante

stringe nella seduzione,

la lingua fuoco bibliofilo

e simpatico nella lotta

tra i cieli di cartone.

 

Picciola il pigiamino

è traduzione veemente

ed inventiva fedele

di versi inumiditi

e così secerni scaglie d’incenso

dalle narici, il tuo nasino

non è stato mai così carnale,

la tua bocca dischiusa

mai così intenzionata a spandere

essenze multiformi ed intense

di parole ormai già dette,

tramandate dai saggi

in barba bianca,

i due opposti figuri,

il buono ed il cattivo Merlino,

l’assenza di candore

nel fumo dell’erba pipa,

la metrò è in tumulto

per la notte bianca.

 

Ragazzina dai silenzi evinci

ciò che è maggiormente presente,

la fondamentale premessa

dell’euristica verità,

analogica e comunque

tremendamente evidente,

l’algoritmo tralasciato

dal tuo alter ego

in preda all’ultimo anelito dell’Es,

tra marosi spume d’entusiasmo,

di sballo,

scansi l’ostacolo del tuo formato

introspettivo,

calcoli le distanze

tra i nostri corpi

a mo’ di gesto d’amore.

 

Ragazzina è un ritorno

soffuso il tuo sbuffare

da locomotiva tragitti

di praterie spinoziane

lungo distese d’oppio

nordamericano e cabalista.

 

Nel momento del saluto

il labbro varcò la soglia

dello scibile, la Scilla

delle colonne d’Ercole s’inabissò

nel momento del folle volo

traslata nei pressi

della sicula Nigeria dantesca

montana,

lei disse ciao

ma era un addio,

e brucia la barba caprina

per mano delle truppe napoleoniche

a Berlino nell’hegeliano pensiero deluso,

non c’è scampo per questo clamore

disposto ad esulare il comando

dalla norma corrosa,

 

 finisce lo stilita

tra rottami di automobili,

tra gli inceneritori campani,

i giacobini irrompono

nella terra pomiglianese

tra lo scontro del popolo fedele,

gli striscioni proletari s’innalzano,

la nuova povertà millenarista

e neoborghese,

lotta per acquistare l’Ipod

e trasmutare in immagine televisiva,

soglia di sopravvivenza voluttuaria,

 

mi volto a questo punto

e lei strizza per l’ultima volta

l’occhio sinistro.

 

Ragazzina da converse apodittiche,

parusia femminea,

parole senza vocali impronunciabili,

tal altre senza fonemi

ma fatte di cenni d’autore.        

 

 

 

 

 

Anima mia, cosa resta?

 

 

 

Anima mia, cosa resta?

Un frammento di bellezza.

Non può essere tutto inutile,

tutta viltà.

 

Cerchi te, 

docilmente restia,

talora dolce e pura

dormi mentre ti ammiro

tra frastuoni di squilli storditi,

tu come d’incanto

sui banchi rimandi a dopo

la realtà.

 

Novembre di marette distorte,

di rivolte edotte dai tuoi passi,

il tuo respiro lento intuisco

tra i clamori di un giro rovente

attorno al tuo corpo.

 

Mia sentinella e mia generalessa,

stai all’erta su fruscii

di foglie giallognole,

spogli ciò che c’è di più vero,

mi hai sedotto col pensiero.

 

Dormi mentre staziona

la formula alchemica. Bacone

e il tuo anione affetto

da attraente negatività.

 

Novembre di bui nascondigli,

tra le spine di atroci intuizioni, sembri oggi

come ieri

al mio fianco, 

effimera e voluttuaria donzella.

 

Novembre col libro semiaperto

tra mani d’assenzio,

puoi avvelenarmi con un altro

sguardo

attraverso il tuo manto

getti in aria sul finire del giorno

il misterioso baluardo.

 

 

 

 

On the road

 

 

 

 

L’aria rarefatta alla stazione

mentre chiedevamo venia,

l’autista a fare il pieno,

due stracci disillusi i nostri indumenti,

tanti sogni e tanti ardimenti,

promana l’incubo e s’impone.

 

Già c’è l’intorno e la questione,

è qui la voglia di volare,

è implicita l’atroce rissa,

e non si può dimenticare

ciò che non abbiamo saputo fare.

 

L’albero cresceva, crebbe

ed è cresciuto anche il nostro cuore,

sì è imprigionato il pudore

ma le voglie ormai svanite

hanno reso il sentimento inutile

e meschino.

 

Più non c’è la censura

che ci accalorava,

passato il ritmo del west

che incalzava,

 arrugginita l’altalena delle paure,

e noi stanchi e ormai inutili

a trapassare ricordi ed infilarli

in collanine che strette

tra le mani inviano segnali a te,

ti lasciano immaginare me.

 

Allora non avremmo immaginato

che l’estate già finita

fosse solo la sordina

per passioni impresse su velina

trasparente, l’anima, il tuo corpo,

la tua mente.

 

C’è ancora l’ingiallita foto,

è eguale la primavera muta,

ci sfidano: l’intima prova,

ed io distratto qui penso a te.

 

Nel momento del risveglio

sento un sobbalzo intrepido

che si ribella,

dice guarda l’alba e poi…

 

Evidente lo spettro del tempo,

intravedo l’occhio furbetto,

immagino l’odor dei tuoi capelli

che non dimenticherò mai.

 

 

Lo specchio della divinità

 

 

 

 

 

Vortice potente

assorbe ogni passione,

nell’ora del giudizio

è tutto indifferente,

guardi un po’ sopita

il mio corpo che ti implora,

due sentinelle marciano

e tu che attorno fai la spola.

 

Io no, non cerco più un perché

ma vivo dubbi da caffè,

macchia sul tuo corpo

e voglia di me,

intuito paradossale

come carica opposta ed invertita,

lo dissi, l’hai intuito

e sale sulle scale fissa

come luccichio dell’est

questo nuovo fumetto

che ormai si brucia

e si trasforma in immagine visiva.

 

Sai, sai già dove vai,

non hai memoria che di te,

non hai più voglie e sorseggi il sake.

 

La sacher è a gusto malto,

maggese e un po’ assopita,

gira in tondo la tua testa,

mi hai preso di sfuggita,

sguscio come strisciante formica

dei tuoi sogni al microscopio,

alien da spade laser,

da attrici consumate.

 

Io no, non cerco altro riparo

sessantottino,

cerco il frumento del mattino.

 

Penso colla schiuma

del mare incollata

e sbaciucchiata la gola,

un brivido che pensa e si materializza.

 

Tu sei la donna degli dei,

non ti concedi ma cedi spasmi

di sapere e lasci mute

le tue statue di cera,

le puoi sgretolare mia Kalì,

 surrealista da Dalì

che brama nell’inconscio

del sussurro capovolto.

 

Vista aguzzata

nel trattato sulla caccia federiciano

che simboleggia astrusi passi

di fauno nella poetica di Mallarmé,

vuoi altro caffè?

 

Spugna primordiale,

uncino da sveglia divorata

dal drago che non c’è,

ricordi la stagione,

perivi o tenerella,

e no,

morir di maggio no,

fantino il tuo delfino

da Dumas per tutti o per nessuno,

mentre ritorni e mi dai il la.

 

Pernicioso il savoiardo

con Nietzsche re d’Italia

o folle del cortile,

vegano e alessandrino

tende la mano al cavallo martoriato.

 

Lo sai, per un’idea te ne vai,

patologia mentale altro non è

che possessione demoniaca,

demoni boschivi ribelli

alle scorie ed al cemento

e poi non va curata l’inclinazione

è estro o contemplazione,

neurotrasmettitore accordato a mille

va solo indirizzato ad armonico fiato.

 

Poi tu non mi guardi e sorridi,

pensi già all’abbraccio da mulino bianco,

ad altre cretinate,

i valori, la famiglia,

dimentichi l’umana verità,

la terra e il din don dan,

l’indice al cielo,

lo specchio della divinità.

 

 

 

Dona i tuoi capelli al flusso delle stagioni viola da tepore

 

 

 

 

Dona i tuoi capelli

al flusso delle stagioni

viola dal tepore,

non c’è verità che non sia tracciata

sul tuo corpo.

 

Che dispiacere dici guardando

fuori, mossa dal silenzio

di questo giorno di fasti,

il pendolo della tua lingua

ne ha bisogno

ma fa bene anche senza le mie parole,

potresti anche chiamarmi per nome.

 

Ed improvviso un gelido antico pianto

coltivò ortiche eccitanti e divaricando

la mente estesa ti accorgesti finalmente

che la tensione dei nostri discorsi

era ninfa vitale per i posteri.

 

Non c’è pietà tra la sabbia primaverile

azteca, donami la spalla velata,

ricordati la passata visita transitata

verso l’iperuranio sentimentale.

 

Cerca di lanciare il peso dell’inibizione

più lontano che puoi,

non sollevare mai le mani su un essere vivente,

non cercare assurde promesse,

non versare sangue,

e ricordati che per sempre

la vita oltre la vita

e per la vita vive,

nell’infinito il naufragio

non sarà mai arreso.

 

 

 

 

Wilm i Milosc

 

 

 

 

 

La goccia è già schiuma

rarefatta ed intatta

sulla tua pelle lucenti

le stelle,

primavera boschiva

tra i rami in fiore bocciati

di prima mattina.

 

Ascolterai nel silenzio

il brivido che hai nell’anima

e che sussulta e che esulta

alla parola muta

di questa tua magica aurora.

 

Tra selve dimenticate ed intatte

hai socchiuso gli occhi

leggendo nella mente

il verso che hai davanti

e viaggia il respiro,

investe il tuo viso, appanna

i miei occhi che fremono,

che bramano le tue mani

su me.

 

Ascolterai per sempre

il senso di ogni parola lontana

e già volta a ciò che il gocciolio

ti dice,

è già mattino, leghiamo al polso

il nostro destino.

 

E carezzi la pelliccia

della feroce bestiola ammansita

da saette dei tuoi sguardi alteri

ma così dolci,

il chiaror dei tuoi occhi

è tutto ciò a cui penso.

 

Ascolterai ancora

il suono delle tue storie

raccontate a bassa voce,

non dimenticherà mai il mio corpo

la scossa che la musica

della tua voce invasrice e ardita

mi ha donato.   

 

 

 

Presidente del mondo

 

 

 

 

Presidente del mondo

color caffèlatte,

domini le truppe e tentenni,

pacifista di facciata

nel cuore di liberista cazzimma,

occhietti da avvoltoi i tuoi,

cultura da infante il tuo popolo.

 

L’America è un signor Stato,

figlio del danaro.

 

Terribile mostriciattolo

dal corpo rarefatto,

i tuoi sudditi divorano ciambelle,

il tuo polso è saldo come acciuga.

 

Fuck Italian potence,

sed memento,

pulvis es

et in pulvere reverteris,

tu e le tue armate giocattolo,

bambinino viziato.

 

Dai uccidi gli uomini cattivi,

io tengo d’occhio te che sei il bene,

ma vali meno delle mie scarpe sporche.

 

Impara l’alfabeto,

scimmia rampicante,

edera maleodorante,

escremento da concime

per le piante.

 

Guarda il tuo ombelico,

coltivi una serpe sopita e latente,

finirai come un cialdone,

in bocca al tuo clone,

nei pressi della tua lingua barbarica,

imborghesita e volgarizzata,

da atteggiato e da superuomo,

ricordi il torlo d’uovo,

fritto o a occhio di bue,

 

non un neo nei tuoi discorsi,

o illustre mio premio Nobel per la pace

alla fiducia,

prendi le tue cose e vai a zappar

la terra nel fango e maledetta.

 

È peccato mortale

il tuo sguardo da orinale,

il tuo potere è odio celato,

sei il messia dei cetrioli

del tuo sandwich gustoso

e vanaglorioso.

 

 

 

 

La goccia e il petalo inclinato

 

 

 

 

 

La goccia e il petalo inclinato,

refrigerio del mattino appena arrivato.

 

Il cuore vittima dello stupore

dinanzi al divino e naturale

spettacolo di colori.

 

Primavera che genera

un subbuglio interno,

lo spirito che gode del cambiamento,

che indossa a sua volta il nuovo manto.

 

Diamanti e smeraldi intorno al collo,

l’estro delle tue voglie.

 

Ovemai chiudessi gli occhi

viaggeresti estendendo

i tuoi orizzonti,

il seme della bellezza esploso,

spiccheresti oltre il monte il volo.

 

Senza più pudori,

tendente all’infinito del cielo,

al limite del mare,

dai tuoi occhi il clamore.

 

Amore figlia del tempo

non imbrunisce ciò che momentaneamente

hai eluso,

che credevi aver dimenticato.

 

Amore non scompare

il tuo desiderio solo fingendo

indifferenza,

temendo invernali sofferenze

atroci ancora.

 

La goccia e il petalo inviolato,

un sentimento germogliato,

maggio è vicino,

ritornerai. 

 

Vergogna dell’Italia

 

 

 

 

Vergogna dell’Italia

gli imprenditori unti,

sudici, maleodoranti

e imbrillantinati con sguardo

erotico da tanfo di chiuso

e sorriso da sgabuzzino.

 

Vergogna dell’Italia

gli studenti d’economia spiritosi

e conteggianti

che citano Wilde

credendolo amico di Malthus,

che sono contenti un giorno

di poter diventare manager

astuti come escrementi di cane,

e poi quei fastidiosi studentuoli

delle leggi

che non sanno chi sia Bartolo

e ridono sulla Costituzione,

pronti a lanciare sentenze

masticando volgarità amene

protette dal loro sex appeal

da figlio di papà,

futuri avvocati del cazzo.

 

Vergogna dell’Italia,

politici e tutti i Presidenti del Consiglio

ma ho la preferenza per uno

con le orecchie lunghe e appuntite,

Lombroso direbbe per forma

e dimensioni

sicuramente un criminale,

vergogna bastardo che costruisce ville

dopo le lacrime di coccodrillo

beffandosi dei rifugiati, uccisi,

feriti, martoriati, calpestati,

violati.

 

Vergogna dell’Italia

è la nuova radio Londra

e il porco che espone pensieri

come fossero rutti.

 

Vergogna dell’Italia

sono i paesi stuprati,

le pisciate dei capitalisti sulle bellezze,

sull’architettura, sulla cultura,

il tossicume nella Campania

ormai mai più Felix.

 

Vergogna dell’Italia

sono le cravatte, le camice,

i foulard o i fiori all’occhiello

verdi,

che non sanno contare

né maneggiare altro

che non sia vil denaro,

rozzi nelle lettere,

mai l’italico popolo

fu tanto oltraggiato.

 

Vergogna dell’Italia

sono le risatine ignoranti

dinanzi ai ricercatori,

sono il ma andate a lavorare

pronunciato da burini

neppure più simpatici

in quanto a nostre spese arricchiti,

ma andate voi a cagare.

 

Un’arpa rotta,

suoni stridenti,

parole roche,

e sfinito a elemosinare,

solo il lamento lontano

dei nostri giganti, dei nostri avi

mi può consolare,

sincero sussurrare

che qualcosa dovrà cambiare,

alzati e combatti,

la spugna ormai non si può più gettare

svegliatevi e non vi fate sedurre

dagli emissari del nulla.

 

 

 

 

Quando guardi come assente

 

 

 

 

 

Quando guardi come assente

il rumore interiore che sgorga,

non immagini quanto i mie occhi

fremano al desio di divorare i tuoi,

nel silenzio della notte

il cuore innalza il suo canto inaudito,

verso spiagge lontane fugge

il nostro ultimo respiro.

 

Si schiarisce il cielo al tuo cenno,

è come tepore il tuo sogno desto,

tra colombe candide il sentimento

sorride e fissa i tuoi pensieri

diretti al di là del tempo e del senso,

senza ragione lasciati andare,

in preda all’entusiasmo,

inizia a volteggiare,

pura come acqua di sorgente

inizia a volare senza dimenticare

il mio viso.

 

Ti ammiro e ti penso,

quando scoccherà l’ora capirai

che ogni tuo volere è oramai

diventato azione e continua,

continua a ondeggiare nell’aria,

lo spazio nell’animo e nella mia mente

l’hai già tracciato con le tue lievi mani.

 

 

 

 

Beatrice Bronzina

 

 

 

 

Lettere mie leggere

si espandono nell’aria

e vibrano sotto il dominio

del tuo respiro,

il bianco e le righe e gli spazi,

dualità nei tuoi occhi

mentre sorridi furbetta e dolce

carezzi l’aria come specchio del tempo,

sembri dimenticare il sogno

nel tuo viaggio sognante,

mia docile, ardita, stordita essenza,

su questa carta ancora ti penso.

 

Verrà di nuovo l’inverno gelato

se non rivedrò il tuo sguardo.

Soffia il vento,

il tuo verbo in me.

 

Quando penso al flusso cosmico

sembra quasi inutile ogni mio sforzo,

avvinghiata nella tua apparenza

irraggiungibile,

concreata e reale invece guardi

comunque altrove e, dai,

a cosa servono i miei brividi

e i miei sussurri, puerili, stupidi,

orribili, suoni stonati,

fascino spento.

 

È così? Ripeti nell’inconscio

il mio pensiero esposto,

brillantemente fai finta

di niente e non ci sei

quando sei qui presente,

compari e ti imponi se assente,

non serve la mia maschera

né il tuo velo,

getta la monetina

nella mia limpida acqua

e vai via, già lo so.

 

Adesso imbracci la tua chitarra,

ogni mia nota si è spenta,

sgorga nel mare immenso

il mio sentimento nascosto,

e prenditi gioco,

ancora guarda in alto,

mai vedrai sotto al tuo naso

la congiunzione col tuo spirito,

vai continua,

il mare è calmo e pacato,

mi accoglie,

 non c’è male ma non dico

addio sole,

non dico addio a te, mia luna,

in te vibrerò quando non sentirai

che un rumore lontano,

un fiato stranito,

vai prosegui, vai, vai,

vedi che non mi vedi,

distorto eppure così sincero

il tuo sguardo e poi ancora,

ancora io, fruscio del silenzio

e palpito del tuo polso

dai mille odori, tremori

quando non ti appare più nulla chiaro,

stupore, ritorni in te

e non ne hai più bisogno.

 

 

 

 

E non si arresta quest’ultima attesa

 

 

 

E non si è arresa quest’ultima attesa,

è già schiuma il tuo volto da piccina,

magari atroce e bellicoso

ma tremendamente decoroso

nell’eccitazione e nel trastullo

dei sensi.

 

Come sempre indossi

le tre costellazioni congiunte

da una stella comune,

io distratto sbuffo e poi ti guardo,

studiata a fondo,

tre note di disappunto

e trapunto il dito

che ardita adagi

tra labbro e gengiva.

 

Posi viola, posi sola,

posi come stuola,

posi e vola

il mastodontico giornale

nella tribù e nell’asola

dal risvolto positivo e declinato,

inviolato.

 

Mani da fata sul bonghetto

dal tuo tocco benedetto

e dal tuo polso insanguinato maledetto,

mani che torchiano il tuo braccialetto

secernendo succoso nettare divino

che assaporo  indecoroso

e tu sempre più ribelle sorridi

dell’allegoria stampata sul petto.

 

Rosa sublime e canto di serafini

storditi, traditi,

mangiucchi allora quindi le unghie,

t’incanti, di nuovo mi guardi.

 

 

 

 

 

 

L’eterno ricordo

 

 

 

 

 

E dallo sbatacchio

dell’inclinato ramo

sotto il dominio vibrante

del vento sciama un singhiozzo

che si stampa fisso

tra i tuoi denti sensibili.

 

L’eterno ricordo

è vittima di un subdolo rimorso.

 

Pensa,

tra le scorie di gabbro

e tra distese di tenebre,

in procinto di nuove virtù,

pensa ed adorna il tuo capo

con losche foglie di salvia degli dei.

 

Il rumore lontano

impone il sigillo

sul tuo passo insicuro.

 

Innalza l’osmosi dritta

in questo tropismo verticale

dei nostri luccichii di spirito.

 

Il sentimento traspare,

lo vorrei catturare,

conservare come cinguettio primaverile,

come notturno intermittente

accendersi e infiochirsi delle lucciole,

nascoste e intuibili

iniziatrici del viaggio oltremondano,

specchio metafisico del nostro domani.

 

Ah questa quiete!

non dire una parola,

tra festosi guizzi allegri

si sperda il nostro ultimo intenso

silenzio.

 

 

 

 

La lista della spesa

 

 

 

 

I tramonti mattutini,

lo sguardo dolce dei bambini,

gli atomi scissi

perché instabile è l’amore

e l’elemento,

lo stupido e solito argomento,

altri anfratti,

i drogati alle fratte,

le divisioni ed i denominatori

del silenzio,

l’assenso post mortem,

il biologico tumulto asciutto,

il vuoto kierkegaardiano,

l’assoluto hegeliano,

il vino nietzscheiano,

poi,

Ratzinger e Ruini

depressi come l’aquinate,

i cipressi alti e schietti

in duplice filare,

il tuo solito fissare,

la gente che saluta,

gli oblò delle astronavi,

i viaggi interstellari,

le cravatte dei commendatori,

gli assistenti dottori,

i professori impolverati ed eruditi,

le distese toscane e le viti,

i mandolini nelle pizzerie,

i soldi gettati per le vie,

Berlusconi dall’odore atroce,

la Gelmini e il sesso orale

nei bagni delle scuole,

la Carfagna e la fase anale,

la lingua e le sole,

la violenta remissione,

Foscolo e Napoleone,

il tuo cartellone,

due metri di rinunce,

tre metri sotto al cielo,

il codice rocco,

la riforma dell’88,

la rivolta e il decotto,

il caffè con il biscotto,

la ricottina salata,

la guantiera e la sfilata,

i sentieri del coseno di alfa,

l’omega e la gamma,

la costante kappa e la discussione,

fasci di rette e la morale,

rettitudine dell’anima,

cambia i valori

ed i numeretti esponenziali,

quelli delle note musicali,

orientamenti spersi sull’orsa maggiore,

Amalfi con la bussola,

la scuola salernitana,

Dilan Dog e le investigazioni,

i RIS e le illusioni,

i gialli come nettare

estratto dal polline,

la fotosintesi nei cloroplasti,

il nicotinammide adenina

dinucleoside,

il cloruro di zolfo,

il satanico incontro nella solfatara,

acqua avvelenata e bruciacchiata,

 la scolara,

poi,

Melissa P che fa l’astrologa,

la solita sonata,

la violenta ondata,

i mesti meticci,

le razze arronzante,

ceppi e assurde stanze,

canzoni duecentesche,

i catari e le donne,

digiuni ed autogemmazione,

fertilità e delusione,

il diritto comune,

la nuova scolastica,

gli esegeti, gli storici e gli scettici,

poi ancora fumetti.     

 

 

 

 

 

L’immagine ha già riflesso

 

 

 

 

L’immagine ha già riflesso

di luce misterica

ed è manifesta nelle tue forme

la più soave apparenza.

 

Pensarti di sfuggita,

mentre guardi e sorridi

è il mio massimo slancio vitale,

è il solo desiderio, possesso

che so bramare.

 

La tua veste difesa

da miriadi di soffuse luci deluse.

 

Come può l’entusiasmo

discendere senza il tuo sguardo?

Il sentimento è già in me.

 

Nell’attimo del deriso

mio passo giulivo

si articola in forma di arcaica

sonata ogni tua parola.

 

La brezza, il mattino,

il mio ed il nostro destino.

 

Una battaglia già persa

in partenza la tua,

bellissima essenza

contro il mio spasmo

che a terra in visibilio

il suo corso arresta.

 

Tu non ti arrendi pur già vittoriosa,

l’animo mia da conquistatrice

lo sondi e di nuovo splendente

sorridi, folgore dell’infinito.

 

All’improvviso intuì ogni mossa

quella tua giravolta distesa

sulla radura della conoscenza

e del disincanto contemplativo

e caro al mio spirito.

 

 

 

 

 

Liceale

 

 

 

 

E genuflesso il canticchiante

messaggio subliminale,

le marchette della sera,

stese adagiano l’atmosfera,

un fuoco lento per riscaldare

i risparmi e le sottane

dell’antro ditirambico

del tuo sogno mai così desto,

immagini che scorrono sul video,

mangiucchianti pac man anni ottanta

e le camice col risvolto

che tanto o poco ti hanno sedotto,

poi tanti saluti su cartoline

dal ripiego così carino,

così impresso come big babol,

continua e coglie nel segno

l’erba che invade e sbaciucchia

la zona e i baretti del centro

nervoso, un po’ l’accumbens nucleus,

di svolazzare come lingua

tra le tue labbra raddolcite

dal video gioco

con polso deluso e slanciato.

 

Ma che bello!

un ricamo ad occhi chiusi

 per altre vie,

sul condiscendente astruso furetto

che ti ha delusa,

manca la dolcezza

nella pecunia verbis,

nella piscina stesa

o forse più eccitante a galleggiare

inversa sulla banchina,

dici sì, dici no

caricatura buffa,

dolce immagine animata

virtualmente realizzata.

 

Ma gli anni sono ormai chiusi

mentre apri rovistando

quei cassetti,

ti frughi poi la borsetta,

ancora segni di tabacco

e le cartine per altri mondi

sconosciuti asciutti

eppur districati

tra i tuoi contorti discorsi

allo specchio temendo

ciò che c’è in te più puro e oscuro,

 

e che bello domani mi nascondo

tra i rami come usignolo

dal bel canto,

poi il viaggio in treno

ed il ripasso svelto in fila

tra le mattine d’aprile al sole

a rincorrere come vignetta

il disciplinatore

per non essere avvistata

dalla torre di guardia,

io che premo il tuo naso

sulla spiaggia.

 

Magari poi da confusione

e da diniego il manto levato

e poi l’occhiolino,

il mastichio che si fa più intenso,

dai vieni a cena,

non fare tardi,

dai ricordati,

o resti o parti,

rassicurata dalle maree

e dai delfini in circolo a guizzare,

corteo da mille forme.

 

Ah che poi farò,

l’auto da fè dei miei pensieri

autocondannati ed imposti

come se fosse neve

il tuo silenzio il tuo ricordo

che ormai più non c’è,

la fretta che ti invade

l’albero della vita

dal frutto colto e rinfrancato

dai tuoi continui giri

e destinato a viaggi ad occhi chiusi.

 

Incartucciata un po’ avvilita

la voglia viene,

è d’obbligo il saluto,

un cenno o solo il miagolio

di te arruffata e un po’ attizzata,

mi graffi già come se avessi voglia

di imprimere il tuo marchio

sul mio braccio e sulla fronte.

 

Eppure muove un alito

di cuoricini, il tuo diario indotto

allo scribacchio da incunabolo

amoroso,

da vorrei a gaudio dei.

 

Ecco è arrivata la luna sola

e sondi il meticoloso intorno,

delimitato il tuo fiato sul vetro,

in cartongesso il nadir

è già svuotato e incappucciato,

sguardo e testa bassa,

sul pavimento il corpo teso

a goccia precipita,

inclinato a destra

dal tuo occhio.

 

La fluorescenza sulle mani

dell’evidenziatore iniziatico

e diretto,

lo tracci il colpo di netto,

passerà anche stanotte,

la tele spenta e sfocate

le tele che non hai mai avuto

il coraggio di trinciare

da tritacarne la tua brama negoziale

e non contraddittoria

né compromissoria.

 

E poi continua la tua folle

impresa da ragazzina

contro valanghe e nubi

e contro te,

contro ogni destino

ed ogni tempo,

 

ma lui dov’è?

Più non c’è la voglia

se non puoi sfiorarlo,

non puoi.

 

 

 

 

Un attimo e giri

 

 

 

 

Un attimo e giri.

 

Ed ora che mi dici,

non c’è la tua serenità,

qui tra gli alberi in fiore

e gli ammassi di lattine,

continui come sempre a fissarmi.

 

Ed ora come va?

Le solite occasioni

e poi altri scritti e graffiti,

la birra d’un fiato

ed il fiato graffiato dalle sigarette.

 

Ed ora ti distrai,

sei languida e vorrei

penetrare a fondo

dentro gli occhi tuoi,

l’esplosione di colori

nel pudore enfatico dei gesti

e delle perline,

 

e vai, che sei grandissima,

immensa tra le ortiche,

il lastrico dei baci gettati,

e a questo punto è tutto più strano,

già pensi ad altro,

esula la mia parola

dalla mia persona,

resta il respiro mio

appena appena da te intuito,

e vai, che sei magnifica

lettrice, reggitrice,

regina, vetrina del tempo.

 

Ed ora come mai i tuoi giorni

lieti sono estranei ai miei?

Con il dito all’in su tracci

il danzante entusiasmo

delle cose di voi umani,

io ormai lontano

già intravedo il buio

nei giorni miei

e tu sorridi,

distante l’ultimo riflusso

di felicità condividi,

ti alzi e te ne vai,

la panchina vuota lascia un’orma,

la tua aura non mi abbandonerà,

ma tu non sei più qua,

a due passi la follia,

vai via.  

 

 

 

 

Nikkal

 

 

 

 

Coperta di gemme

ti sollevi quasi abissale

come vegliardo sapiente

la tua anima capiente

e lo spirito ricolmo di te

esplode mille bellezze,

si adagia sul tuo corpo

il velo del pudore e del sentimento

puro, un passo vibrato nell’etereo

ed il circolo ricolma

di splendida bontà

il vuoto trafitto e soccombente.

 

Ma che ardimento

osare contro l’ignoto,

che temperanza nelle scelte

e che equilibrio nelle eterne

ed inflessibili decisioni,

così iniziò per gioco

e non ti è mai sfuggito di mano

il destino,

servo di una volontà possente

ed invincibile

in quanto sorda a richiami

che non vengano dalla tua divinità,

furente la fiamma

dal tuo dito sgorga e s’impone.

 

Che confusione invece

generano le mie palpebre

al passar delle inutili immagini

cui mi soffermo,

coglierò mai un giorno

l’assoluto dal lento schiudersi

del fiore incantato

della verità sublime?

Le tue mani tendono

dall’alto e sfiorano le mie.

 

Sui rotoli è impresso

il tuo sigillo indelebile,

loquace e universale,

sembra un canto

dalle cento sfumature,

tre linee melodiche si inseguono

e convergono sulle tue labbra,

il fiato che secerni plasma

e dà vita all’aria

in un vento primaverile

trasformata

e di incenso profumata.

 

 

 

 

 

La nebbia ed io sommerso

 

 

 

 

 

Quando ascolterai

dal silenzio fiorire

questo tepore d’incanto

il flusso dei tuoi pensieri

diretto verso me

sarà baluardo di una gloria infinita

che oscena già mostri.

 

Allora vedrai le tue mani

improvvise gelare come foglie

d’autunno sperare e colorarsi

di assurde speranze

il piede della stanza

in tutto il suo splendore

sarà dell’infinito l’odore,

 

poi verso nubifragi

il tuo sorriso settembrino

e partenopeo,

strizza l’occhio

nei pressi del golfo del caos,

mia candida violetta ingiallita

ed impreziosita dal sapore del tempo

che sfinito non muta

le tue forme né il tuo splendore,

ah mia cara

e che splendore!

 

Uh il faro d’Alessandria!

il mio ultimo approdo,

di me inviolato sulla barca

degli ultimi sapienti

alla folle ricerca

dei rotoli perduti, bruciati

e dalla cenere rinati,

come te che splendente

colosso multiforme,

prolifico e facondo illumini

me

e ciò che ho attorno scompare,

le mie paure figlie dell’ombra

e tu padrona degli altari.

 

La nebbia ed io sommerso.

 

Poi figure apparse,

scomparse

e infine pensate e generatrici

di nuovi linguaggi,

le cellule specchio

nei pressi del Brocca

e il nuovo linguaggio imitativo

e balbuziente

ma pure tanto potente

da infliggere scosse di vita

tra foglie di ortica stuzzicanti

le tue brame ancestrali,

che voglia mi viene

e che contemplazione

nel vederti nei pressi del pesco,

guarda uscito in fantasia

più da me non esco

e ritorno su passi già tracciati,

mi vedi che cinguetto

come ultimo rigo del passo

di ornitologia che fisso

nella mia mente

imprime melodie

al passo con fruscii di criniere

 

ed è a quel punto che ti avvicini

e mi baci col tuo fare classico

e diffidente e distratto,

eppur stordito e stupefatto.

 

Ahi raddolcite dal miele!

le tue note rilesse

con oscillazione di mano

e stereotipi densi

di senso surrealista,

ma che goduria vederti

come stilema lontano,

come carezza che pullula

e si declina dalla tua mano

dalla cadenza triplice e greca.

 

La turba dei ricordi

si addensa a sua volta

ed annega me già sommerso,

è un attimo e senza difese

resto in preda di te,

mi guardi e mi sfidi,

poi dici,

dai, continuiamo!

 

 

E’ sera

 

 

 

Ulula il vento

tra le scogliere ove si infrange

sperso uno schiumio arso

dal tuo sguardo.

 

Da fronda a fronda

la costiera è un luccichio

mentre il silenzio che splende

come asciutto dal mio spirito si spande.

 

È sera,

sul tuo corpo in folgori dipinto,

il chiaroscuro del cielo

è dal tuo incarnato illuminato.

 

È sera,

sui monti che limitano

il suono e la vista,

sulle nostre ali acciuffate,

stanche negli approdi

ma pronte a un rapido guizzare

se colte da mani capienti,

se curate da assoluti respiri sul collo.

 

È sera,

dalle tue mani,

sapore dolciastro tra nubi

abbondanti come frumento

di prima estate,

è un sentiero quel sogno

che inumidiva i nostri occhi.

 

È sera,

nel refrigerio dell’ultimo senso,

nel quiete vagare ormai spersi,

cittadini di mondi perduti.

 

È sera,

ed i tuoi abbracci bramo,

destato da giorni di subbuglio

alla finestra mi scorgo,

il tramonto è l’inizio della nuova era,

dell’ultima aurora,

della più pura stagione

che attende i nostri passi

da troppo tempo corrosi

dai flutti del mare. 

 

 

 

 

 

Giorni dell’oblio

 

 

 

 

 

Il tempo guizzava

come matto tra le restie fogliette

di valeriana a ciuffetti,

giorni dell’oblio.

 

Incupiti sui rami i corvi,

cianfrusaglie nere tra le fenditure

della reggia serale e dai canti corali

all’eccitazione destinati.

 

A volte passeggiavo pensoso

tra le ginestre,

poi mi voltavo ed era già giorno,

cominciai a inseguire

le mie voglie divine

coltivando contemplativi silenzi.

 

Apparve inaudita ed inaspettata

sul far del meriggio

di un maggio da intensi profumi,

poi con un soffuso

schiarir di carezze

illuminò sfiorando le rose

e la frescura dei ginepri,

l’intelletto disincagliò l’immagine

impressa dal nous al logos,

al gesticolio stuzzicante.

 

Il solstizio nella notte di San Giovanni,

le lotte lucide mentre mi incantavo,

audace celavo indecisioni

alle tue deduzioni sillogistiche.

 

A volte distillavo l’alcol

dai fiori sperso,

lo univo col sapore

delle nocine immature

e pullulanti di verde aromatico

ed etilico.

 

Apparve lieta

come falce di luna

e senza un fiato ingigantì

le spoglie mortali

innalzandole agli altari,

potete soltanto lasciare spazio

alla fantasia ed intuire

ciò che vidi impresso indelebile

su lapislazzuli.

 

 

 

 

I mandorli magici

 

 

 

 

I mandorli magici

ed elusi adombrano

la tavola

imbandita per la festa.

 

I clavicembali a doppia coda

dell’occhio rinchiusi

in un cristallo allietano

la soglia delle pluridimensioni.

 

Una ragazza porge ciliege

decorate coi raggi del suo cuore.

 

Buona giornata!

è già arrivata la brezza

del mattino in riva al mare.

 

Ah come è sincera

questa spremuta d’agrumi!

diffusi sul polso

da effluvi fluviali

di cuccagna paradisiaca.

 

Come ti senti? Che dici?

Ti corono d’alloro?

 

Dai fuochi delle torce diurne

si intravede il veliero

come adagiato su cieli turchini

d’incanto all’orizzonte immobile,

ultima stella fissa

nell’epoca del moto circolare.

 

Una schiera di pini mediterranei

incanta e le zingare furbette

fa sognare.

 

In groppa alla nuvoletta

arriva Erato,

con la lira melodiosa

alla mia penna leziosa da fiato.

 

Dopo l’addio

lei disse,

il domani non so cosa sia,

ma oggi tu sei di nuovo qua.

 

Ti sei mai chiesta che altro

può farci una ruota di bicicletta

capovolta su uno sgabello

se non dettare una regola di condotta?

 

E come mai l’inconscio sepolto

è un porto sicuro ungarettiano

di naufragi in trincea

nel dantesco montaliano

al concerto dei Pink Floyd

dove, può darsi,

sia possibile fare ancora poesia?

 

E dal tripudio dell’ultimo giorno

si adagia il messaggio

a segno primordiale

e figurativo

e non fonetico

ridotto.

 

 

 

 

Hator Lilith

 

 

 

 

 

Lo specchio che ritrae un’immagine,

la tua,

donna angelica del nono cielo,

del cerchio roseo

e dai canti in giubilo delimitato,

pullulante, intransigente e tollerante,

avvicini alla bocca il bicchiere

col succo di mirtilli,

stuzzica gli elementi

ormai cotti di te,

muovi gli oggetti col pensiero

e leggi nelle menti

e nel cuore delle genti,

 

cari al tuo dorso

i simpatici gattini

che assieme a te 

e succubi ai tuoi ordini

aprono varchi

tra sensibile ed etereo,

la tua voce limpida

schiarisce la volta

densa di luce,

pone il quesito il tuo vestito

finemente ricamato,

ascolto stupefatto

l’ultimo aneddoto

raccontato a suon di accordo

assiduo ed ipnotico,

 

il mio spirito interamente

dalla tua voce catturato.

 

“Si illuminano le stelle

ad ogni vostro pensiero lieto,

nella riflessione e nella speranza

l’universo sussulta.”

 

Ed anche le migliori ondulazioni

si uniscono nel punto

dal tuo indice mostrato,

le ninfee sono serve

e le sacerdotesse profetiche

aspettano calme il tuo cenno,

il tuo vocio di marzapane

imbandendo sacrifici

di gemme e di frumento,

l’umidità delle pareti

è uno sgocciolio di sensazioni,

cattura i nostri desideri

con meticolosità e con furbizia sincera,

prima dei monti il mare

era un formicolio inquieto ed agitato,

si ersero i colli,

si alzarono le catene imponenti.

 

Ti prego non svanire,

non dissolvere mia lucciola,

ti conserverei nel mio petto!

Volatile farfalla

variopinta diurna,

sarò domani, facendo l’occhiolino

mi dicesti.

 

Legami magnetici

mi legano a te,

creatura divina,

mia causa motrice,

mio motore degli eventi.

 

La polvere è l’orma

del passato annidata sui libri

e pronta a raccontarci

ciò che le pagine scritte

lasciano all’immaginazione.

 

 

 

 

 

Resterà la tua parola

 

 

 

 

 

Il vento, l’onda, la corrente,

le sincere ed affiatate attese,

i tuoi occhi, i tuoi dipinti,

i tuoi accostamenti figurativi,

i tuoi sorrisi,

guardi l’anima da fuori

e non c’è gravità se sei obliqua

sospesa sul letto,

se pensi e sei pensiero,

fuoco rarefatto

il voltaico magnetismo,

il tuo riflusso ed il cristallo,

la pagina macchiata di caffè,

l’odore di fumo e l’arioso tuo opposto

che già senza resa ha immanente

un che di te

nella pronuncia del nome,

la maglietta alla rinfusa

tra le scarpe slacciate

sul pavimento

e il paradosso dell’egittico rito,

pietra azzurra al collo

mia padrona e regina

di sventura, il messaggio

sulla scrivania e la firma

appena appena intuita,

scrivi ancora

come una bambina.

 

Le rinunce, le veemenze,

nessun risultato nelle scelte vane.

 

Poi il raggio non capisco

come faccia ad essere

così coinvolto e così tranquillo,

sembra quasi non gli dispiaccia

scomparire e riapparire,

sembra quasi non disdegni

le nuvole, la pioggia,

l’afa, la riscossa

dell’armata sepolta,

delle dodicimila schiere,

delle tue indomabili fiere maestose.

 

Guardo ancora

come dietro ad un vetro

i tuoi ricami e i tuoi intrecci

tra le mani,

le tue favole senza morale,

le tue fiabe dai castelli incantati,

le tue tracce da maestra,

da scolara, da ragazza stupefatta,

da donna esterrefatta,

da furiosa Euridice

dolce dei sogni incantati,

saggia ragazzina da salvare,

indifesa ma con consigli

da impartire ai salvatori

sognatori dal bel canto

e dal rimorso

alle porte del nulla

che si impone

ma mai vincerà,

tra le tenebre illuminerai

un soffuso chiarir limato

dalla tua magia da messaggera.

 

Resterà la tua parola.

 

 

 

 

Carmen

 

 

 

 

Dal tuo sguardo misterioso

catturato, il ricordo è districato

tra luci e nebbie,

il tuo rossetto orma

del mio canto e tu singhiozzi

a mala pena

ed anche una parola persa

tra le mie mi socchiude

gli occhi, in una nuvola oscura

e tu risalti croma di Mercurio

ermetico ed evidente, no,

non una nota in più,

ogni cosa troverà senso

e lo imporrà se ti volti di nuovo.

 

Crederesti solo nella musica,

piangeresti fino all’orlo

dell’abisso tra le danze,

tra fuochi sospesi,

in modo più candido

e più pernicioso,

in modo disilluso,

incantami ancora con il viso

ad incantesimo proteso,

l’anello dei domani ritorna

come pioggia,

ritorna come aria,

tra amore ed entusiasmo

della nostra cara profezia millenaria.

 

Renderai la stanza

una storia dal clamore

e dalla gloria impreziosita,

scoprirai le mani

ed accennerai il pensiero celata

dal tuo velo di damasco e di smeraldo,

il verde con il viola,

il corvino con il rosso,

muti con il tempo e saturnina

e lunare sei complice

di questo mio assurdo

peregrinare tra epoche e leggende,

tra musiche perdute e consumate,

scosse e intorpidite,

poi d’improvviso sprigionate

nel momento del diretto

tuo sguardo perduto

e navigato

ma mai dimenticato.

 

Gradisci del tè?

 

I passi nella notte

tra viette solitarie,

i tuoi discorsi, le tue illusioni,

le tue mani che dirigevano

il cosmo,

poi le chiari acque

dissetanti e purificatrici

e ancora poi,

poi il trottare mentre cammini.

 

Ed ogni cosa si stende

sul tuo corpo

mai così annunziato e lodato.

 

Parleresti ancora se invocata,

muta oppur loquace

sulla sabbia

come simbolo tracciato,

dal vento cancellato,

nel mio cuore scolpito

e fossilizzato ma reso vivo

dal tuo nuovo sguardo interrogativo,

voluttuario ed incendiario.

 

Scopriresti il corpo

con la grazia delle nuvole,

colpiresti e affonderesti

il mio stupore

senza temere il paradosso

del nostro risultato

da tempo ricercato

del significato più volte

dall’inerzia di chi è sordo celato.

 

Ecco i tratti di penna

sul tuo diario scritto

ormai da troppo tempo

e da troppo tempo abbandonato.

 

La speranza nelle altrui speranze

e inclinazioni,

l’innamorarsi di figure e desideri,

di intelletto e di poesia,

di anima e manifestazione,

di ricordo e di vaghezza,

di rifiuti di compromessi,

di una ragazza sola

contro il mondo,

della fortuna, dell’audacia

e della tua contemplazione straordinaria.

 

Ordine divino tra le braccia

senza resa e senza viltà

la tua ricchezza, colme di tesori

che il tuo spirito sovente

con un tuo cenno mi regala,

la mia mano verso la tua tesa

si prepara

a dimorare nella tua fortezza

possente armatura,

lieve bollicina,

fragile cartapesta. 

 

 

 

 

Piove e intanto guardo

 

 

 

 

 

Piove e intanto guardo ancora,

distratto penso,

la sigaretta si consuma

ed è già un’essenza disattesa

l’eretica pretesa,

polvere e fumo dal fuoco,

e ricordi che erano care

da tempo a noi le albe,

i tramonti,

gli sguardi persi,

stare al buio abbracciati

e cullati da l’ultimo respiro

che sembra assurdo

ma incendiava il mattino,

l’albero in fiore e il nostro destino.

 

Come dici?Le stesse parole,

quelle di sempre. L’acqua

e gli schizzi alla fontana. Impressa la goccia

ora alla finestra. E la gente che passa,

che traina il suo peso vitale,

stanca come i miei occhi,

sfatta come le mie mani,

spossata come il mio domani.

 

Puoi non ricordare

questo soffio inutile

sul far del giorno o della sera,

puoi pure continuare

a tracciare assurdità tra i rami,

puoi pure sognare

di andare al di là del tempo,

ma se non esplode più un tumulto

dei sensi nel mio cuore,

nel rimorso e nel dolore,

cosa resta? Dimmi,

cosa resta?

 

A volte è più difficile

disarmarsi

che combattere a denti stretti,

non so più camminare

con le mie ali,

sì sarà una frase già sentita,

già abusata e violata,

spesso è difficile riconoscere

Petrarca da un petrarchista

cinquecentesco,

a volte poi bisogna accettare

questo folle compromesso,

rinunciare alla felicità

e all’incanto per avere in cambio,

giorni uguali tra le mani,

Baudelaire simil tardo novecento.

 

Puoi ancora discutere

allo specchio

con lo sguardo

su l’ultimo fumetto,

puoi incorniciare il sopruso

di una melodia che infierisce

su un corpo,

che trascina intorno

alle mura una spoglia

ormai sbiadita e stranita,

ormai relitto affondato e perduto,

rotolo estirpato e bruciato

come erba marcia,

inutile e dannosa.

 

Cosa resta? Dimmi,

cosa resta?

 

E le orme sulla brulla terra

sono tutto ciò che ancora

non so cancellare,

ciò che non so dimenticare.

 

 

 

 

 

Selene Oscura

 

 

 

 

La via della desolazione sublime,

il canto di civette,

le solite sguazzanti brame sopite,

le altre invece pronte all’attacco.

 

Non è qua, forse là,

rinchiusa in scettro

nell’albero immortale

e non maledetta perché altera

rifiuti la sottomissione

e godi nel dominio ancestrale,

sotto i tuoi colpi

non c’è nessuno che possa

osare sopraffarti.

 

È dal rifiuto generato

un idolo che arresta

ogni pensiero alla deriva,

alla rinfusa, alle tue labbra declinato,

i racconti, quelli tuoi

e che racconti,

sogni a cuore denso,

rifratto e convesso.

 

Autunnale fiore destinato

al potere sapiente,

dall’arte mai succube

alla natura e al vento,

mio amaro dolciastro,

maledetto germoglio,

sorgi, imponiti, e possiedimi

dal buio alla scossa

di centomila motori

nella mente,

follia contenente,

percezione esponenziale,

vittima io di quest’assoluto

iperlunare.

 

Il sapore diviene logos

improvviso,

il segreto hermetico

candore manifesto,

l’entrata blasonata

dalla tua immagine funesta

superba apparenza.

 

Ecco,

non credevo e non credevi

forse neanche tu

di trasfigurare in magico

diluvio universale.

 

Ti imponi ancora e dici,

ti attendevo,

porgendomi la bocca,

mio sollievo, nel pianto disilluso

del dolore rigeneri

il mio spirito

con sonante candore

di cornamuse mai stanche.

 

Ed io, solo coperto

del tuo manto, a lottare

contro l’ultima ingiallita

ipocrisia scolorita,

o forse a sognare

cogli occhi spalancati,

mentre cammini,

mentre mi chino.

 

Ti presenti,

eccoti in tutto il tuo fervore,

eccoti tutta nel mio stupore,

nell’antro del tempio

ormai dimenticato

si riaccende il tuo fuoco

di venerazione ora inestinguibile.

 

E per te un verso

dell’osmotico piano,

del cianico fulmineo

melodramma stranito.

 

Eccoti sei qui,

eccoti qui.

 

 

 

 

 

Dissoluzione del tempo

 

 

 

Mi vedo,

scemando giustamente

in dignità,

annullare, 

assurdo giullare,

questo frammento tutto nostro

disilluso

di clamore

figlio del tuo violento peregrinare

con immagini e demoni,

sintesi gotica dark,

emo spiritica.

 

E sento parlare,

dalle tue mani sentieri tracciare,

dai tuoi seni cascate inondare

il mio anello di centurie

destate al fischio del vento.

 

Ogni forbito monolinguismo

calca su parole del destino,

rovina e mistero,

una passione sconfinata e sinistra.

 

Avrei bisogno di stendere

un tappetto di ortensie ai tuoi passi,

di diluire ancora le viole del pensiero,

di berle mescolate al lete zampillante,

e le Esperidi gustano

le mie parole in cambio di frescura.

 

Uno sforzo intellettuale sovrumano

e la follia nell’amplesso di te

eternamente vergine dea,

è una scandita introspezione

che esalta l’Es.

 

C’è necessità di navigare ancora,

la verità che si presenta agli orbi

non è uguale a quello che,

senza spiegazioni, il tuo abbraccio

carnale mi sa dare.

 

Poi nello spasimo susseguente,

la dignità risulta inclemente,

stretti nel fatale universale

incrocio di sguardi.

 

Mi accorgo, mentre ascendo

verso alture a respir di vento

interiore,

che non ha senso pianificare

il domani che non è concreto,

resta solo l’oggi

come ricordo delle spoglie

passate di eventi

che in realtà sono attuali.

 

Non esiste infatti,

nota bene,

alcuna verità se non istantanea,

tutto è concretizzato

nell’infinito di quest’attimo,

l’unico reale,

l’unico specchio del vero

e vero al tempo stesso.

 

Promana l’apparenza

come unica essenza,

carnale, spirituale,

ed animazione della virtualità mentale.

 

E tu continui a guardare…  

 

 

 

 

Premi e prendi lo scettro per me

 

 

Ed all’introspezione segue,

come onirica forma,

l’immagine della mia storia

capovolta, effige e simbolo

arboreo deluso,

schema profuso

in bollicine catarifrangenti

ai colpi lunari accorti,

guardando flashato

l’ammasso di cespugli

la mia mente è ovunque,

qui, nel bosco, nella radice,

nella brina del petalo

dalla dolcezza inesprimibile,

raggi gamma e delta

schiudono l’entalpico valico

mastodontico della scogliera prealpina,

dici la filastrocca ligure

per ricordare l’inverno,

le dolomiti,

l’iniziale montuosa,

è giorno, è notte,

è oplita chiuso a serratura

nel meccanismo di cottura,

risponde all’intralcio intrecciato,

è godimento, tutto d’un fiato,

salmone lungo i fiumi,

accoppiamento dei vitruviani perfetti,

dei martoriati aneddoti duecenteschi,

ex cathedra i miei gorgheggi,

apre il la sineddoche

all’anta del femmineo,

pendolo, pendolo,

dici, pendolo,

eppur si muove

come ubriaco il cosmo,

getta col fumo un altro fiato,

nel passeggiare tra taxi di Virginia,

un po’ malaticcio il maestro

dalla bacchetta funesta

sull’orchestra di biro consumate,

dall’accendino rinvivite,

frollate, svilite nuovamente,

e tu coi tuoi occhiali

rispecchi l’ignoto.

 

Uh! uh! uh!

 

Cambia tutto e muta il tempo

questo canto rapace,

e lo sai, va lenta la musica

come i tuoi passi, scheletri

nei sogni del cassetto,

memento mori,

giro il leggio romito del ghiro,

ed ecco, in fondo non sai

ciò che so,

my baby, sorseggi champagne

rinchiusa nella fortezza

di piombo,

you shot me down, il collage,

l’aura scintillante nello cin cin,

e foto cheese

e foto catalitiche e dodecafoniche,

e foto istruttorie, e foto decisorie,

e foto archetipe,

l’aureola celebrale

degli illuminati oscurantisti

da virtù enciclopediche bruciate

e rigenerate in dispersione

silenziosa, in principio era

il suono del verbo e l’infinito

era architetto del suono

e suono al tempo stesso,

e disse sia il corpo,

e disse infine

sia lo stesso sedotto,

anima mia.

 

Uh! uh! uh!

 

E le ragazze indiane

nella genesi erano membre

della casta più alta

e dominatrice,

poi il membro con forza bruta

volle soccombere l’intelletto sapiente,

non ci sono ali in floreali miscugli

e la donna continua a volare,

messaggera di bellezza universale,

quando l’amore comunica in alleanza

e non evoluzione,

plasma ma non modifica,

è tutto uguale,

ci ritorni domani? Lascia fare.

 

Lei è il futuro che è in me,

scioglie i nodi e li riannoda

al dito perverso,

ah che candore! Lei dice

cos’è l’amore,

viviamo di svolte,

contropartite per eresia etimologica,

tre flash tutti d’un tiro,

triplice molteplicità unitaria,

triplice stupore,

sguardo assente

e dunque colmo di vita mistica

che genera splendide creature

sul bordo dell’amplesso

di chi rifiuta sottomissione,

ti voglio, oh sì! Sei splendida stasera!

 

Uh! uh! uh!

 

È giorno,

è notte nei tuoi occhi,

confuta l’ieri, confuta l’ieri,

è già oggi domani,

confuta e ridi,

fonetica mostra, ottieni nove,

nove tu, il mattatoio sentimentale,

folklore rock,

il minimal junghiano,

e colla colla tracci una scia

di sidro sidereo,

e c’è feeling tra noi,

le tue gambe tra le mie

cavalloni spumosi,

premi e prendi lo scettro per me,

premi e prendi lo scettro per me,

dunque,

premi e prendi lo scettro per me. 

 

 

 

 

Caro amore

 

 

 

 

Caro amore,

ciao, buona sera!

Come ti va la vita?

Ti penso ancora ed ora,

quando andasti via,

ricordi quella atmosfera?,

caro amore, l’odor della pioggia,

volevo che il tempo non continuasse

a infierire su ciò che di più caro

il nostro tesoro interiore conservava.

 

Caro amore,

e passò anche la sera,

venne la nostra notte,

stesi i corpi lì,

non ci fu seguito

a quel bilico intellettuale,

era tardi già,

l’erba che fumava,

meglio il fumo

dicevi in delirio,

ma pensavi

meglio scomparir,

non sai sfruttare

ciò che di più puro

noi avremmo potuto fare,

e soffiava il vento,

lo ripeto perché la dolcezza

è unica e continua,

non si può mutare termine

per districarla dalla realtà.

 

Caro amore,

e ti incendi già,

sei sensuale e carnale

mio sogno,

sei così concreta che avvampi

a fiumi e a guizzi,

ma rimani tu,

e non è domani ripetevi,

questo non lo scordo,

ti piaceva giocare,

mentre pensavo

tu già mi sfioravi e dimenticavi,

ti andava bene

e meglio dunque se non ci fossi stato,

in conclusione.

 

Caro amore,

sono tuo per sempre,

questo dicevo,

tu non ne vale la pena,

confermavi il destino

ed eri lì.       

 

 

 

 

 

Fenicotteri al mattino

 

 

 

 

Fenicotteri al mattino,

l’attimo dell’arrotino

rovente tra fiori

e piante sconosciute,

la spada già affilata

del viandante oltre l’oriente,

nella terra del serpente,

tra i tre fiumi della civiltà,

gli sciapodi cinguettano a saltelli,

levigati come saltimbanchi,

cantastorie alemanni

dall’egittico risvolto

a sorso di bacco,

una domanda,

la sfinge guarda,

poi Agamennone osteggia Elettra

tra Cleopatra e la vendetta.

 

Un sorso di rum attorno al fuoco,

oggi era Venerdì,

sarà dipinto di piume,

sì aborigeno perduto

tra gli echetti innamorati di Narciso,

e passa al timo difensivo,

un’indicazione stradale

abbozzata sul biglietto per il concerto

mentre audace sfonda le porte

la sfilata di damigelle eccitate,

dalle nuvole celate.

 

E le onde aromatiche

delle lente assurdità

postano battute,

mi piace la dignità delle immagini

accompagnate ad aforistiche

pretese di verità,

perle di stoltezza

adagiate a cazzo

tra lo schermo e la banalità,

i manga culturali,

nello zodiaco il castello di Tubinga

degli anime sul finire

degli anni ottanta,

come sono belle

quelle forme della giapponesina

che ha lineamenti occidentali,

che ha tarli occipitali,

che ha barlume di sensualità

nelle fossette delle guance,

poi il ponte di Brigitte

un tempo era gettone da duecento lire,

me lo cambi devo recarmi

alla cabina

o in sala giochi di giovedì.

 

Una risposta allo stress

potrebbe essere la risorsa

dell’accesso ad occhi chiusi

tra le gocce odorose

di pioggia d’aprile,

ronca la rauca sbronza,

un trancio di Margherita,

arrostita la retta via,

dallo spioncino il Martini

barrato a sette,

come candelabro segreto

il nostro agente,

una scura chioma danubiana

segna il confine dei musicisti

che bramano librettisti italiani.

 

Alt,

il berretto somigliante

al tuo passo claudicante,

il mandolino, la verticale,

la paradossale calippica filippica

apologetica ed apoteosi

infine del brume burro squagliato,

buono il gelato.

 

Alt,

le risate,

due graffi sul corpo

ed un entusiasmo da riposo

letteralmente affine al vizio kierkegaardiano.

 

Allibita la ragazzina

nel guardare il manto stellare,

stringe la mano ad un’altra retata

dei sentimenti in sulla spiaggia

di Vietri coi sassolini dai dodici colori,

coi suoni in scala, dodici note.

 

La betulla fuori la tettoia

soppiantata da una gardenia

intesse frammenti poetici

disquisendo col bulbo gravido

e gravito tra le foglioline.

 

 

 

 

 

Ragazza dal bel nome

 

 

 

 

 

E così passeggiavi senza pensare,

girovagavi lungo i viali,

fischiettavi e mi guardavi,

non c’è remora che tenga,

non c’è la tua vita,

la stessa è una giostra

tutta in salita.

 

Quando ti fermavi

ed impostavi le gambe

mi salutavi,

come ti senti?

Spero tanto stia bene

reclinata come cigno sulla strada,

 

risplendi e dici sì.

 

Ragazza dal bel nome,

trotta ancora un po’,

è primavera giù per il centro,

il sole estende il suo velo

lungo la strada sul far della sera,

divori ancora i fiori?

 

E poi la notte

la frescura ci inondava,

come clessidra introspettiva

era lo stampo di gesso

dell’idea amorosa

che luccicava catarifrangente

ogni realtà, ombra della luna.

 

Ragazza dal bel nome,

rolla ancora un po’,

fai la perfida,

fai la profumata essenza

in quanto liberata dal giogo

invernale dell’Ade,

i campi germoglieranno

se ti volti verso di me,

tornerai al tuo eden.

 

 

 

E la stella dov’è?

 

 

 

 

Sopra fiato e luce

e slancio vitale tu, muti

la brusca fessura del senso

ed incalzi,

il discorso procede,

salti l’intro miscelando

la dispositio ed intessendo l’elocutio

come corolla tropicale,

occhio reclinato alla frescura

fenicia coronata di gemme

ed incastonata nella porpora

adagiata come manifesto poetico

eclettico anzi il sincretismo

del granello infinito,

quanti anni hai ragazzina

di novemila anni fa?

 

E vola la farfalla

variopinta e decorosa,

i begli orchestrali sulla tua bocca

di fragola e di gelso.

 

Poi mi aspetti alla porta.

 

Quando vivi, dici,

dici e menti

con la sagoma elettrica

della melodia.

 

Parli canticchiando,

citi i Veda e il divino

tratto d’oc che non prevalse,

quando alla dolcezza

preferirono la arroganza,

la saga tratta dall’anello,

dall’Orlando, Reginaldo,

Armida ed Erminia tra i pastori,

la censura,

et in Arcadia ego,

Anceschi bendato. Solitario e muto

il motivo antico,

gli stilnovisti ottocenteschi

partenopei e monolinguisti

e tricromatici,

le tue mani già scendono

tra le mie,

forse maggio ti è caro,

ti è caro angelo di bontà,

monti la panna traducendo

l’Iliade da traduzioni già fatte,

sei già qua?

Forse è colpa del tempo

o della lancia spezzata,

la versione sulla scrivania

e la tua preziosa bugia,

il telefono spento.

 

O ragazza,

mi stringi i fianchi?

O ragazza,

mi scagli dardi?

tanto a dir non ci provo,

non volo se non mi dissocio,

cos’è la realtà?

Poi il fuoco che è spento

non riarde sistemi di carne,

costrutti mentali arruffianano

i tuoi capelli arruffati,

stile rubato ai sumeri,

gli accadi meticci

sognano i barbari biondi

come dei,

ecco i giganti nei Pirenei,

il cero è riacceso,

triremi tremuli al tramonto.

 

E la stella dov’è?

 

 

 

 

 

Inizia una nuova giornata

 

 

 

 

Inizia una nuova giornata,

il granchio abissale

unendo i punti,

porgerò un complimento

a questa follia zampillante

dalle scorie portuali,

vola il gabbiano come nascosto

dalle discussioni nubilose

del sintagma decoroso

e trovatore della schiuma

intorno fa la ola,

trotta con grido

da astronauta sconosciuto,

da altezzoso ammiraglio

dei destini già sbiaditi,

così scorge il segmento

del sentimento

e il limite puntiforme dell’amore,

neopitagorico infinito

tra fave e pecorino mortali,

campi e bivi,

libera morte, libero scambio

di baci.

 

E nonostante i tuoi silenzi

continuo disilluso,

si scioglie il nodo

pugno di scimmia demoniaco,

ti guardi le scarpe siriane,

invidie deliziose,

amarsi come fosse

vento l’amore, spirito,

logos e torpore

in congiunzione carnale

mentre tu violetta continui

ad ansimare bocca di leone

nel godimento lanci un urlo metallaro,

posseduta dalla voglia snervante,

con uno sberleffo al cielo raro,

sei logorroica e prolissa

nelle spiegazioni,

cartucce spiegazzate.

 

Lode fine a sé stessa,

gatto da rimessa

in scatoloni criptati

da segni indistinguibili,

pozioni fumante,

tre gocce di brina,

poca salvia,

spruzzata di adoxa,

bacche di acai ed aquilegia,

potrebbe essere un deragliamento

conscio delle attese appassite,

uno strano boccale

colmo di acquavite,

 

ed ora sei di nuovo mia.

 

La nascosta toppa

dell’epoca lunga del giorno

dà la concretezza che solo la luce

sa dare, periodica la scala.

 

Dai passi acconci

sul bordo del molo

il sole inzuppato,

nell’attimo ho deciso,

compari come losca presenza,

le sofisticate trame lineari

del pallore ad occhio fervido

schiariscono anche il resto,

il vuoto e il desiderio.  

 

I nuovi elmetti del mattino

scintillano già

e nella vaghezza riparte

la musica leggera,

sei qua ormai solo per metà.

 

 

 

 

 

Scuote il buio Nidaba con fare incerto

 

 

 

 

 

 

Parte con i sassi distici

nella bisacca,

mistica la divisione di compiti

un po’ banali,

dal teschio alla sottana

il passo è breve,

cerbiatto spaurito

al corso d’acqua timoroso beve,

e la rapida occhiata cinge

ciò che ho ancora da dire,

cambierei la metrica, lo giuro,

se nel frastuono non innalzassi

ancora un muro,

tra me e te un pellegrino

inabissato nel suo mantra

sulla via, verso Damasco,

ma come fanno ad ignorarlo

i violini un poco in trepidazione,

ma come fanno i mercanti di Aquisgrana

o delle terme

a vidimare un rifiuto

senza neanche al rimorso accennare.

 

Allora a questo punto

intervenne ed alzò

con grazia la mano

la ragazza del mare,

della caccia, della notte,

della sapienza, della musica,

da soave Astrea

a trasognante imprimitur,

impromptu, dal murale,

dalle corde tese,

dalle santificazioni distiche,

longa manu.

 

Sai cosa sento

in tal  pneumatomachia

che mi assale, si impone,

mi strapazza dove è più lontano

il fosco sincopato assolo di arbusti.

 

Ed è così la scandita,

vasta resa.

 

Dondola la donnola assuefatta,

che bislacca domata la disfatta,

rifatta, come a dire,

vieni a guardare,

dai cardi in festa

che riposano a saltelli

sul far della sera,

una godereccia babilonia,

una convinta babele,

ah quanto sono cari

i tuoi orecchini

e la tua cosmetica sumera!

dov’è il mercurio?

diceva il magister,

bevine una goccia,

e l’imperatore perì di follia.

 

Eccola,

l’entrata trionfale di Gesthinanna,

nel deserto dal cielo

la succulenza paradisiaca,

deserto sfrenato,

astinenza, visioni,

miraggi decorosi.

 

Ianna seduce col velo

e col precoce scuotimento delle mani

poste tra il musetto

della casa d’incontro. 

 

Scuote il buio Nidaba con fare incerto.

 

 

 

 

Correlativa vai

 

 

 

 

 

Esci di nuovo da scuola

incarnando lo spirito sovrano

dell’intenzione verdognola.

 

Correlativa vai,

cerchio per affilare

i becchi di sproloqui,

nella figura poligonale

trovi finalmente

il recondito messaggio criptato

da rime alla ricerca mirabilissima.

 

Scolaretta

ad ispirazioni regolari ti siedi,

chiudi il libro e poi col viola

finisci l’illusione colorata

e combinatoria,

quindi sei pronta

a farti viva e dare vita.

 

E poi accendi la tua sigaretta

nelle chiuse arie da cuffiette

innalzate e meste,

che miscela puntiforme

di suoni negligenti

e zelanti tra l’asfalto immobile!

 

Vorrai ancora chiederti

cos’è la vita,

se ha ancora senso questa salita,

l’intenzione va di moda

come la tua ultima aleatoria parola.

 

Poi ancora il tuo profilo,

il tuo esposimetro maganzese,

non è lacrima francese.

 

Solo un troll piccino,

intero ed acre

che tremolante scaglia

miceti onirici,

enormi e rubicondi sui pensieri

e che confonde

la tua assurda composizione,

la tua mania ti assilla,

non riesci, ricominci da capo

ad incastonar tasselli

coi sorsetti deludenti,

proprio non ce la fai,

a ridirigere ogni umano verbo,

a districarlo ed incastonarlo,

a porre fine

e quindi iniziare l’ascesa.    

 

Le tre ragazze

 

 

 

 

Le tre ragazze sempre più vicine

nel canto, nel suono,

nel contemplativo accenno sufi

posizionato in circolo perfetto

nella quadratura del tondo

in fattori bidimensionali

servendosi di tempo

e scelta suprema

adorano l’essenza femminile

con opuscoli ponendo parole

a fine e a capo del verso,

raffreddato l’asciutto

con l’inchino sultano.

 

Ascolta la voce interiore

che è già suono, luce e calore,

che è il collegamento

con le sfere dall’intelletto mosse,

dalla brulla insenatura scosse

e barimetriche sintassi scarne

fioriscono in giardini mattutini,

oasi zampillanti e refrigerio del tempo.

 

La riflessione sillogistica

d’un tratto si arresta,

non lambisce l’orlo della tua cresta,

la questione resta  insoluta,

sciolta nel sale l’ultima arsura.

 

Pasti mescolati con verdure 

saporose e dolciastri miscugli,

Baharat per vespreggiare il velo

che assiduo e proteso lascia immaginare.

 

Lenti solfeggi

tra i tuoi denti bianchissimi

fanno sognare.

 

Alle cure meticolose

della sapienza neoaristotelica,

enciclopedia avicenna-averroneica

mania di miscelare il miele col sale,

la vita con la dolcezza,

procede ancora ad un passo

il materiale intelletto,

l’astrazione dell’anima

da cui procede per grazia divina,

non c’è cardo senza spina,

scarti la pietra giudaica

ed è quasi giugno nell’afa,

spalanca la rete,

pescatore del sole.

 

Quando il segreto nascosto

fu reso manifesto,

in quell’attimo ancora da venire,

procedendo per grandi,

Baphomet seduto ad uso buddha

persiano quaranta giorni nel deserto,

lo trovi il coraggio,

lo crei il destino

dalle tue stesse mani,

quello stesso destino che bloccò

il sillogismo proclamando la resa,

la vittoria dell’immane immaginazione,

l’unica ad intuire e descrivere

gli eventi futuri ovattati.  

 

 

 

 

Le nozze di Psidide

 

 

 

 

 

La goccia di pioggia

di maggio stonava

col ritmo lunare

e allora il cipiglio del caos

pudico volle

coronare il misfatto.

 

Dal posto inclinato

del catasterismo

la metamorfosi metaforica

dell’osare sull’altare nuziale

adorno dei fiori d’arancio

e di gigli,

è uso qui nelle tetre tensioni

smorzare l’angoscia con un bacio.

 

Quella goccia che scosse

la cattedrale austera

fu sogno della nostra primavera,

nell’epico scontro elegiaco

le spade furon spezzate

e uno squarcio tramutò

il dialogo pitagorico di trasmigrazione

in dolce sussurro.

 

Dallo sciogliersi dei capelli

nell’alzare il velo

cinque volti furon rinchiusi in uno,

sette candelabri in un solo sguardo,

dodici costellazioni i denti,

il porporato bramato

delle tue labbra rinchiuse

l’umanità intera allo scoccare del bacio.

 

Nel momento più intenso

i ricci silvestri si adagiarono

sulle mie spalle,

le stuole di serena stoffa ricamata

finemente erano nuvole terse,

la sua pelle incanto selenico,

autoctisi il tuo abbraccio universale.

 

E poi l’anello ineludibile,

fiero e mutevole al far della sera,

l’anello del circolo eterno,

vera sorgente di potere

d’amore fu sigillo

di immenso clamore.

 

Squillo di trombe

tra fasti di chicchi nascosti,

segreti, riposti tra le tue dita

macchiate del nettare divino,

cibata la golosa bocca

d’ambrosia mielata

mentre la sfilata di cori angelici

innalzava il tumulto di pace e quiete,

agitava le masse eteree

rendendo armonia sicura,

restia la damigella prima impaurita

ed ora invaghita del suono soave.

 

Nello specchio i riflessi del tempo,

al buio l’ombra e il pensiero

in sé concepito,

un nuovo bacio

e poi un altro ancora,

scandisce l’epilogo

della festosa eleganza

l’inizio dell’aurora,

l’inizio della nostra ora.    

 

 

 

 

Il ricordo di Héloïse

 

 

 

 

Assidua e desiderosa

su letti agghindati dal vento

che non vuole svegliarmi

e soffia in silenzio,

l’atrocità del male inferto

al nostro destino ora meschino

ricordo, tra pensiero e res l’azione

del tuo urlo possente,

della lieve mia voce

che ci addormentava

avvinghiati nei nostri discorsi,

un dito sospeso in cielo,

l’altro nel sospeso del libro

del godimento intellettuale,

orpello per un nuovo corso,

noi posti al cuore del sogno

nel nostro bacio fuggevole,

feltro il barlume di gesso

nelle statue del paracleto

che magicamente ritorna sereno,

l’animo pietra scintillante

dai miei respiri guidata.

 

Un periplo verticale

della mia forma,

una soave carezza

dalla mia guancia al fianco,

 

fremo ormai sola.

 

Come rondini

i tanti gesti d’amore,

goliardico, beffardo ed ebbro

mio compagno,

mai più tra di noi presagi d’incanto,

eclissi sfiorano il mio ventre,

gravido il tempo.

 

Il decoro è l’essenza pura

della sostanza mio caro,

la glossa che muta semantiche

tracce vitali

è l’unica ragione d’esistenza,

la fisica aleatoria decora

l’atmosfera e resiste al ripiego

dell’oscuro, ermetico il messaggio

che mi hai mandato col cenno,

ti vedo teso.

 

Discreto il volo

nello spazio campionario,

non puoi volere il gemito

di una fanciulla in pena,

in trepidazione,

la cometa e la nuova crociata,

tu tra i tramonti,

sulle scale del senso esponi, esporrai

il mio sentimento,

acqua zampilla d’argento.

 

Resta così,

resta impresso nella mia mente,

spirito passeggero preannuncia

la venuta del vero,

quando ragione ingloba

il senso divino per dialettica,

logica, vivida rappresentazione,

il capogiro destriero furente,

 

ti accompagnerò, mio amato,

per sempre,

magari in tondo il verbo

mezzo tra detto e dicente,

magari il vuoto sarà colmato

dalla folgore della parola,

somma presenza

stranirà la tua assenza.

 

 

 

 

 

 

Damigella floreale

 

 

 

 

Augusta presenza,

ascolti l’essenza,

sublime eleganza

nel magnetismo irideo,

sibilo euclideo designato

da pitagorico rito,

mentre il passeggio delle scarpe

e le calze incespicate

tra grumi di fieno australe,

deleterio declinare il saluto,

bacio mozzafiato in congiunzione

d’umido ardore vespertino,

che frescura le tue labbra

sfiorate nella fase

in cui i miei occhi seguono

le immagini fugaci, le tue,

quelle immagini astratte

che mi hanno sedotto,

dall’oracolo edotte,

è tutto scritto nell’animo,

è lui che ti verrà a cercare

come puntino interno

e universale sgorgherà

repentino dai tuoi sensi

in manifestazione,

inversione protonica totale,

mosaico ricomposto

in trasversale

seguendo l’ipofisi

si genera fertilità di sabbia,

serotonina e fluido spirituale

della tua euforia naturale,

dal grembo di vimini

si incanta il rettile

e fai la gloria

di una pace millenaria,

schiacciato dal tallone,

avvolto da chi ne rimane

affascinato ed affascina,

per intanto sorseggi il thé in brick,

miscere utile dulcis,

intelligenza somma

assurgerai all’eclissi di favore,

il pesco è già in fiore.

 

E ritta in piedi,

fremano le gambe sicure,

hai un modo di sorridere

da damigella floreale,

l’intentio della tua occhiata

contro l’onda del mare,

la ratio dei giorni in riva

al mare, sul predellino

il maestro perde il conto

dei giorni, e sorridi, sorridi ancora,

sembri celata da velo,

ragazza occidentale,

l’esotico nasino,

indico l’inchino,

in sanscrito l’orazione.

 

Facciamo per gioco

castelli di sabbia,

Baricco si arrabbia

del gioco di suoni,

posizione vichinga

nel far da sultano,

non dormirai tra erbacce

d’agapanto, bella di notte,

bella davvero.

 

Non riesci a concepire

il concetto,

a districare il caos,

ciò che ho detto,

il tempo memoria darà

al domani deserto

di speranze e ricordo,

siamo ancora su deserte spiagge,

il sole tramonta,

dov’è il mio alambicco?

dove la centrifuga

che possa scindere

corpo da anima?

l’energia conseguente

una belva infuocata di spirito.

 

Ed ecco,

San Lorenzo io lo so

perché tanto di stelle

non muore nessuno,

scioglie la meteora in sciami,

trasfigura l’effige divina,

la nuova milizia elfica

che risplende,

domare, rinchiudere

in tetre terre sotterranee,

nuovi diagrammi voltaici,

nuovi tessuti sociali weberiani,

una scritta sui muri

che inneggia all’idealismo

metafisico e surreale,

capocchie di fiammiferi

in dadi aleatori onirici

vibranti su letti di damasco

e acanto che inneggiano

allo spirito sovrano,

energetico paradiso extrasensoriale,

metapsichica oscillazione.

 

 

Mnemosine soggioga Crono

 

 

 

 

Oh Trofonio

dagli arbusti zampillanti,

rinfresca di oblio

e rimembranza

le mie membra stanche.

 

Il corpo riposa,

la biancastra balestra

cromata ai bordi,

deposta ai piedi

del reclinato ed interiorizzato

ardire di Cassiopea

nel biasimo del formicolio

ricciuto farneticante.

 

Non senti? Non aspetti?

Rinchiudi il tempo

col suo cipiglio dilettevole,

con la sua brama di assorbire,

spugna dei nostri sensi,

spugna dei nostri intelletti,

spugna del nostro aspetto.

 

Saetta con me al tuo fianco,

o ricordo.

 

Nel punto più lontano

del flusso mnemonico

la libera associazione di gelso,

il riporto a domani di gesso,

il paradisiaco gesto.

 

Nel delirio da te,

madre possente dei racconti,

nacquero damigelle

che seducono orfei dal bel canto,

unico sentore d’infinito,

unica possibile percezione di scienza.

 

E fluttua dunque. Fluttua

servendosi di questo corporeo

ammasso di membrane

lievi l’elettricità del divino.

 

C’è ostilità e scissione

tra i due termini della questione.

 

Il ponte quadrimensionale è questo?

È qui il pensiero?

Vittima dei due opposti

seppur coincidenti?

 

La bellicosa e aggraziata Mnemosine

procede, esula dalla realtà carnale

succube a Crono

è su punto di infliggergli

il colpo della mortale indifferenza.

 

Nulla scorre se la musica

immutabile dà forma all’implasmabile.

 

 

 

 

Discorso alla fontana

 

 

 

 

 

Eri seduta ai bordi

della fontana e zampillava

essenza che raccoglievi

tra le mani,

poi ti avvicinavi

e la mia bocca dissetavi.

 

Non era fuoco

ciò che scandì l’evoluzione

ma fluido, dicevi. Io ti ascoltavo

ma la mente divagava,

a cento spanne dalla crosta

il tuo mantello infuocato

raddolciva l’umido del riposo

e della sostanza, 

rinfrancata ogni speranza,

il paradiso, il tuo pallido viso.

 

Dai tuoi occhi

io carpii segnali vividi,

è quella la scala miscelata

col turchino,

è questa l’atavica scintilla,

l’intima rivolta.

 

Immane entelechia,

dicesti un po’ offuscata

ma subito la luce ti rinvestì

quando proseguisti,

la trinità spirito dall’anima

per tramite del corpo,

è la medesima del logos

dall’idea per mezzo del moto

e riflette sul corpo ulteriore,

la corrispondenza in fiore,

comunicazioni energetiche,

allibita finisti,

il cardo la tua sapienza,

decumano immaginazione infinita,

urbe l’ immensa realtà naturale,

inscindibile quindi dal pensiero

astratto generato e generante

ad un tempo il fare concreto,

volontà che si fa potenza

ed assurge ad azione.

 

Poi d’un colpo l’universo,

caso, cosa e caos e cosmo

furon sempre eterni,

la scintilla energetica circolare

di cui parlavi chiaramente

fu nella mia mente,

nati dalla e antenati

della forma perché,

il tempo essendo in sé escluso

non può essere da altri

che da noi placato e velato,

non distrutto perché esistente,

ma ignorato in quanto suggestione.

 

 

 

Intanto ammiri il tuo smalto lilla

 

 

 

 

Dalla fucina di frisia,

copisteria di amanuensi decorativi,

spiega grossolanamente il sistema

perduto dei nostri discorsi

vandalici, i graffiti alla stazione

tra sortite aleatorie,

treni di entità ectoplasmatiche

lungo i binari plastici di notte,

eravamo noi gli invitati

al banchetto, gara tra Dionisio

ed Eracle, dimmi chi ingurgiterà

più fluido etilico,

achemenico dominio alchemico

mentre dormi ansimante

volteggia l’irripetibile azione,

ed eravamo lì, dunque,

il frutto è il tuo sorriso

generatore di arbusti contenitori

e protettori, scudo delfico,

immutabile sentimento,

e non distinguevamo la panchina,

l’ultima uscita

della sovrana imbellettata,

era forse il vento

che sradicava annessi cuneiformi,

quale modello dialogico segui?

La nostra topica è smorzata,

ora assaporata.

Si infrange lo specchio.

 

E i dipinti di rame

sulle scale abissali,

posteriori fiabeschi

nei tuoi assurdi intrecci,

non ti raccapezzi,

sei dinanzi a un bivio,

eri perché sei,

sei bellissima.

 

Le nuvole offuscano

l’arte boschiva,

il segmentato stilema rupestre,

fosco fonema di mille tempeste

allegoriche. Scendi piano,

si scivola nei rimorsi.

 

Dalla fiamma segnali

concepiscono vedute di lontano,

l’erbal fiume scompare

nei tuoi occhi e potenzia

la formula edotta, il fumo promana,

è spirito, sì, puro, mia sovrana.

 

E la tua maestà è sicura

nell’umiltà mai ebbra,

si rifugia come foglia

ai colpi di brina,

ti è chiaro ora

cosa avevamo in comune

con questa, la paura del divino

ossia dell’essere quindi

dell’inconscio quindi

dell’irrazionale, quindi

di noi stessi.

 

Allora l’urlo mancino

inclinò l’altopiano autunnale,

l’entusiasmo fu rabbia

e sguardo di sfida,

l’innaturale profumo di vita.

 

Come fanciulla camminavi

ora onda del mare,

ora riflesso,

ora brillante ultimo raggio,

prima luce del mattino

attesa in invocazione,

odore di sapone,

bolla e sigillo,

guanto d’ottone,

ultima lotta, decisiva, trionfante,

bendata.  

 

Intanto ammiri il tuo smalto lilla.

  

 

 

Notte bianca al parco

 

 

 

 

Al parco,

la luce artificiale

riflessa tra gli alberi

in duplice filare.

 

Al parco,

l’euforia dell’incontro,

un nuovo fiore colto,

lei sarà di nuovo qui?

 

Al parco,

l’aria rarefatta

delle effusioni empiriche,

delle profusioni metafisiche.

 

Già io ricordo,

ricordo indelebilmente

l’ultimo incontro.

 

Era settembre,

la musica deludente

dalle cuffiette,

ecco due libri,

ce li scambiammo.

 

Combinazione,

ti dono le affinità elettive

in cambio di notti bianche.

 

Coincidenze oscillatorie.

 

Si apre il varco,

trapassiamo la soglia,

guardati sei sempre

uguale in bocca al tuo godimento,

al reciproco nostro fermento.

 

Volgo già gli occhi altrove,

la tua foto è sbiadita,

l’immagine sgrana tra le dita.

 

Al parco,

l’ultima promessa,

la nostra corrispondenza

impressa su roccia.

 

Al parco,

piango e l’anima singhiozza,

sei principessa dell’ultima mia goccia.

 

Al parco,

solo un’ombra lontana,

a te che resti

e resterai per sempre

rifrazione spirituale

per non dimenticare

la tua presenza carnale.

 

 

 

 

 

Il fonema è la goccia del sistema

 

 

 

 

 

 

 

La goccia del sistema

è questa vibrazione,

è il fonema.

 

Nella locanda imbanditi

i discorsi tesi,

Praga con le sue birre

e fiumi di parole

sui rami delle nostre mani.

 

C’è una molteplicità nel reale

e nel naturale dunque,

varie sono le sottocategorie,

triplici, famiglia, genere e specie

ma li puoi chiudere

in concetto e perciò in unità.

 

Che svanimento

nell’occhio relitto

di imbarcazione ardita

sull’impeto della tempesta del nulla,

lo ricolmi e dai prova

di esistenza e dunque presenza,

dunque solo momento

ma se senza tempo

non può sussistere

si annulla da sé.

 

Che faccetta, sai,

sorriderei,

sorriderai.

 

Quando il pensiero permane

come traccia su foglio

strimpelli lieta

e ad un tempo spezzi

il gesso con mestizia,

quale più lieta notizia

dei giorni felici tuoi?

 

Ciao gemma mia del mattino,

la notte è ancora lunga,

bevi ancora un goccio

e dimmi se sintomaticamente

troveremo in queste ore

la genesi della connessione

tra segno, suono e significato. 

 

È tardi dirai,

ma la voglia,

quella ancora ce l’hai.

 

Forse questo scarabocchio

al muro senza senso

a fini decorativi

qualcosa ci comunicherà,

sigillo d’eternità,

nascerebbe un amore sofistico

e il simbolo allora

ex post avrebbe senso.

 

Ma bada bene comunque,

l’albero è nato in vista del frutto.

 

 

 

 

 

 

 

Lode di Efesto a Cabiro

 

 

 

 

Il latrare di dieci cani

in cerchio mentre i piroclasti

spumeggiano nell’aria,

la lava è un fermento

ma controllato dalla mia mano

tecnicamente sapiente,

uno scudo per te plasmato,

che scompari nel momento più bello,

all’estremo del godimento

sul mio giaciglio.

 

Poche parole,

è già dì.

 

Basalto alcalino

fisso come sai,

tu dalle mille bellezze marine

sei eccitante stasera

come non mai.

 

Sull’incudine un colpo attento,

non distruggo io ciò

che l’amante della mia metà,

della proclamata amata

con scherno, per vanagloria fa,

uccisione e saccheggio,

dov’è la pietà?

 

La rosa tra le dita

è ciò che in questo cortile

ardente del Mongibello ti dono,

accettalo dai,

è indistruttibile, indivisibile.

 

Tanti sono gli affanni di annientare,

di soffocare la vera bellezza

ma il tuo sguardo lo vedo,

è puro.

 

Esportano armi

e democrazie, addestramenti,

poi il vuoto dell’anima rimane,

continuano a soggiogare,

tu immensa dolcezza dimmi,

perché?

 

I miei giganti ed io,

con la nostra forza,

ergiamo opere maestose,

è questo il bello,

non la violenza né il dominio

senza rimessa né umiltà.

 

O mia Cabiro,

unica che mi abbia

davvero amato,

fino all’eterno del nostro

sgomento rideremo

e ridemmo,

uniti noi,

concubini del tepore

di questo folle paesaggio brullo

e vivido ad un tempo,

 

abbracciami ancora,

da qui si vedono le stelle.

 

Un tempo distrussi Adranos

con un solo cenno,

la mia potenza è funesta,

colma di vendetta,

le mie catene che indissolubili

imprigionarono mia madre

e la mia amata in flagrante

adulterio con la tua candidezza

stan diventando mezzo

di passione immensa.

 

Ah che bellina,

come trottolina riprendi

a danzare, sei mistico amore,

non voglio perdere mai

tutta la tua grazia

piccola Nereide dai denti d’avorio,

amore mio,

stringimi ancor la mano,

Antares è lì,

guardiamolo abbracciati

ancora un po’.

 

 

 

 

 

Le decorative di Cosette

 

 

 

 

 

Da dietro le asprosità

delle barricate, delle baionette,

il tuo volto illuminato,

i silenzi della lontananza

riflettono te,

faccina buffa, vignetta dolciastra,

pura e paonazza,

che desiderio!

 

Eccole qui, sono così,

le parole nostre,

all’appendice tutta illustrata,

fiammiferaia di caffè macchiato,

di incenso profumata,

di rose le spine

di questa rivolta

son decorate,

ed è perciò che dalla schiuma

di questa forse ultima sera

l’urlo dell’avanguardia

è solo un lamento di rabbia,

paura di perdere

i tuoi occhi cristallini

come la Senna

che quando ci si affronta

schizza nell’aere la libertà.

 

Il tronco spezzato,

i nostri cuori, il tuo respiro,

sei palpito zuccheroso

da assaporare,

delizia dei sensi

il non averti mai posseduta

se non tutt’intera

con la tua psiche

che immenso manto

copre il mio corpo.

 

Parole poi, ancora parole,

scorre il volume.

 

Noi senza ricchezza lottiamo,

tesoro rinchiuso nel tempio

del nostro sperare,

a mani giunte come in attesa

di un temporale

io qui ti sogno

tra le mie braccia infreddolita

da riscaldare.

 

Se di  fame carnale

e giustizia terrena

questi padroni non ci sanno

saziare,

vivremo allungo avviluppati,

sempre intrecciati,

mai più divisi

anche se il tempo fugge tiranno,

un altro sparo,

cosa ci resta

se non l’amore e la dignità?

Sono le perle

dei nostri discorsi di verità.

 

E i cigni in coppia,

e le fontane, e le cascate del vento,

il sapore primaverile

della tua pelle.

 

Ricordi ancora?

Ero impacciato

alle prime mosse,

quando soltanto

un nuovo mondo immaginavo,

quel mondo che avrei voluto

dividere coi tuoi sorrisi mattutini.

 

Sparano ancora,

la strada è offuscata,

la mia vista appannata.

 

Mia illustrazione, dai,

te ne prego, non scomparire,

amore mio stringimi ancora,

alziamoci sino in cielo

a raccogliere il tempo perduto,

sì sulla luna,

sì tra le stelle,

amore mio,

guardami ancora,

muoio per te,

ogni pensiero

al mio spirar sarà per te.

 

 

 

 

 

Il candore di una sera di prima estate

 

 

 

 

 

 

Spada di sapienza

tratta dal fodero

di te che sei furiosa

in controluce anima persa

nei naufraghi della conoscenza,

attorniata l’impugnatura

delle gemme d’equilibrio,

bascule di frumento

soppesato e decorato

da mille violini in sottofondo,

coreografia astrale,

musica soave,

leggero palpitare del cuore

appena appena percepito,

capelli mossi dal vento settembrino.

 

Ascolta ciò che l’anima

ti sussurra,

il ciclo delle stagioni eterne,

l’immaginazione attonita

e maestosa,

nulla può mutare

nel ritorno ad altri mondi

a questo uguali,

il parallelismo dei nostri cuori

in fremito è il varco

destinato alla mutazione

inesauribile e sospirata

nel tuo ansimare alle mie spalle,

che desiderio di sfuggire

a questa situazione temporale!

di non dimenticare

il viaggio intero

della nostra esistenza

al di là di limiti

e concetti avulsi allo spazio,

di adagi interstellari.

 

E quando il connubio

delle entità duali

in triplice accordo unipersonale

offuscarono la vista nostra

tutto ci fu più chiaro,

il giglio candido nelle tenebre

del tuo vestito sublimale nero

ed influenza diretta

del corso dell’anima

in quanto orchestrato

con maestria dal movimento

oscillatorio delle stelle.

 

Ti tramutasti in coleottero

dei boschi non classificato,

fatina viola dei miei sogni diurni,

dell’oblio di Morfeo

tra le tue braccia

come diamanti, la luna nuova

alle tue guance inneggia

al rito druido di iniziazione

all’infinito e alla tensione

ottagonale,

proiezione ortogonale

del tuo volto sui tre alberi

che erano come adagiati

a sottofondo,

tu la dominatrice

della riscossa ancestrale,

la direttrice delle premure

musicate in silenzi inumani,

pur se convinte forze

ci insidiano la polverina

magica siderea attornia

l’atmosfera,

c’è un che di mistico

nel tuo sguardo stasera,

passa l’indivisibile

come se scisso in cabalistica unità

sprigionando energie democritee

impensabili, incommensurabili,

nell’infinito barlume

del minuscolo amuleto

che pende dal tuo collo

conservi il ricordo

di noi due,

dell’intera storia umana,

di ogni era geologica

e cosmologica

e le ali che sbatti

a ritmo di una strizzata

d’occhio mi ricolma

d’entusiasmo,

mi fa sorridere d’istinto

anche se sembra vanità

di vanità in questa sera

illuminata dalla tua fioca

presenza, nella dolcissima

apparenza, scorgiamo

l’importanza del sapore

di queste bacche

della vegetazione sacra ed inviolata.

 

E muti forma nuovamente,

sei eccellente restia impressa

come manga sedimentato

dalla noncuranza,

perso tra pagine distese

ed annotate,

le figure quasi scompaiono

tramutandosi in flash mentali,

rimandi a corrispondenze saturnine,

il segno grafico,

lo stilema e il lemma primordiale,

cambio di direzione,

ausilio di tessuti e di velluto,

capelli come pioggia

tra le mie dita,

sembriamo  ciò che siamo,

la visione del paradiso,

la nostra essenza interiore

ci riporta alla mistica ascesa,

simili agli angeli ma corporali,

messaggeri, artisti

ed inventori di realtà

desiderate con il gaudio

dei bambini,

un giorno torneremo a cogliere

l’intensità di ogni momento,

a carpire l’unicità dell’istante,

della staticità susseguente,

vivremo segugi del presente

unica definizione concepibile

nella mente divina,

la libertà delle nostre scelte

sarà il candore di una sera di fine estate.

 

 

 

 

 

 

Sul muretto di Jena

 

 

 

 

Verso sera si intuiva

la presenza della luce,

e lo spirito sovrano

sull’incanto del tuo sguardo,

 

iniziavamo,

era il momento,

schiarivamo un po’ la voce,

del giusnaturalismo sentivamo

già l’odore,

il punto della questione

è il contratto,

ma è lo stesso che ti frega,

più che un patto una scommessa

potrebbe eliminare

il non io dall’esistenza,

distruggere la violenza

della pretesa assassina,

contro gli altri, essenza questa

del crimine.

 

E tu dimmi perché esiste?

Potremmo ridurlo a malattia,

o meglio mal funzionamento

celebrale, brama di possedere,

la  mente non è distorta,

l’animo dell’uomo è come giglio,

è tutta colpa del corpo,

del fango in cui siamo precipitati

per dannazione che spesso

ci spinge

ad un’organica disfunzione.

 

Ti accendevi,

era ormai buio,

la sigaretta e continuavi,

nello spazio tra due segni

il buono può delimitare l’infinito,

siamo noi l’anima del mondo,

essa in noi stessi si manifesta,

l’io che pensa è il divino,

la suprema sinfonia.

 

Poi passammo alla morale,

quella generatrice,

in sostanza ficthiana,

l’ordine universale,

ed allora tu dicesti, lo ricordo,

è lì che si trasse in inganno,

quando si parla di morale

c’è sempre un insidia da sanare,

non è questa la questione,

l’ordine è nel bene che trascende

la stessa la quale è riflesso

e spauracchio per i corvi

posto nelle mani

dello stato sovrano.

Più che nell’ateismo

quel pensatore

è caduto nel bigottismo vittoriano.

 

 

 

 

 

Seduzione computazionale

 

 

 

 

 

Provi a ridosso di uno scoglio

ad accennare frasi scomposte

per imitare il nautico girovagare

alla rinfusa delle particelle

nel caos cosmico

che già per attributo

ha un suo ordine universale,

le eclissi di fine maggio

pluridimensionali

ti adombrano le multidirezioni

vettoriali

dei tuoi sbagli intensi

ed impacciati.

 

La matrice della selezione naturale

è seduzione computazionale,

quando come per arcano

incantesimo la sfera comunitaria

dell’amore sfiora la sessualità

dell’attrazione, posta in cima,

damigella, scegli con eleganza

la soluzione già accordata

dalla tua anima che percepisce

una fatale corrispondenza,

d’accordo, la scelta è fatta,

irretito il teorema dei desideri,

probabilistico il risultato

non affine al vero,

la certezza nei tuoi dubbi

è l’aria della sera,

la giusta atmosfera,

utilizzando metodi

già adottati per le discipline

canoniche ed astrali,

è lì l’influenza,

sul tuo corpo sfumato,

sul capello cristallino,

sul lieto piedino ribelle.

 

Colma il vuoto e l’assenza

quell’andatura furbetta,

esplode come un bocciolo

affiliato a giardini esotici

che per distrazione

ricolmano la flora

di onde ultraviolette,

percepisci, vai al di là del suono

con il rapporto coll’intensità cromatica,

viandante la temperatura,

ah dolce frescura!       

 

 

 

 

La nostra mappa (fine secolo autunnale)

 

 

 

 

E il passo incerto

su quella via di fine autunno,

sotto il braccio il vocabolario

greco-italiano,

e la tua camicina larga,

sopra il cappello vivo

per scampo ai soffi del vento

che sembrava carezzarti

le guance con la premura

che solo un mutamento

di temperatura sa dare,

sogni ad occhi aperti.

 

Avresti dovuto

non lasciarti abbandonare,

comunque qualcosa l’hai fatto,

hai seguito il tuo cuore,

hai seguito la mappa

e forse quel giorno atteso

verrà in cui reclinati

ai bordi del mare

analizzeremo con sapienza numismatica

la provenienza, la consistenza,

la duplice verità.

 

E il passo incerto,

poi il respiro, il fiato vitale,

altro a cui pensare,

sembravi una alle prime armi,

sicura di te,

il tuo avvenire segnato.

 

Non hai mai spiegato

chiaramente la divergenza

tra il titolo e la lirica,

hai messo tra parentesi la meta

del tuo assurdo vagare,

invece a chiare lettere

il  varco temporale.

 

Avresti dovuto dissuadere me,

dissuaderti a tua volta,

stringerti intorno al sollievo

dell’atmosfera,

sai con precisione

che il tempo è cambiato,

sai di preciso che nulla

ci ha mai diviso.

 

Avresti dovuto perfezionarti

come hai fatto,

eppure quell’istante, ricordi,

tutto era chiaro da tempo,

tutto, il tuo portamento celestiale

con sguardo abissale.

 

Avrei dovuto stringerti.    

 

 

 

 

 

 

 

Mefite

 

 

 

 

 

Sgorga il fluido vitale

ove sorge il tuo tempio

decorato di malto,

in intesa silente

guidi le mandrie, madrigali

medievali inneggiano

al tuo volto incoscienti di farlo.

 

Guida il bestiame,

la sapienza pastorale,

allegoria del giorno trascorso

su scroscii rupestri

è la ricerca della tua verità interiore.

 

Maga del ristoro,

medicina sanante il dolore

con liquidi taletiani,

sollievo e refrigerio

nelle sommità abbeverando

il bestiame, rinfrancando i pastori

allevati dal tuo indice,

indirizzati.

 

Come le lacrime lacustri

di Manto da cui sorse

la città del vegliardo agreste,

guida del sommo spirito sperso,

tu assapori le saline gocce

in flutti boschivi tramutate.

 

E non c’è morte,

né vuoto, né sofferenza

nell’animo,

escluso come germe reietto

il pullulare di fatiche,

le squarciate ferite.

 

Poche parole risuonano

a te regina dell’atto,

del verbo d’acquitrino

e purificatore.

 

Emblema ermetico.

Balzachiana sintesi

degli opposti in un corpo

da madre delle maestosità naturali,

dei realisti paesaggi,

presenza adornata

dalla tua veste cinta

di betulle e tendente

all’apparente ricamo di 

gotic lolita.

 

 

 

 

Scricchiolii camerali

 

 

 

 

 

 

Scricchiolii camerali,

nel silenzio un barlume metallico,

lucentezza dei rumori,

accartocciarsi dell’anima,

un gracchiare di gracili

corvi,

l’upupa perdona e guarda,

guarda la reclusione

del mio essere,

l’assurdità del reale,

l’unica ragione

di vita nella lotta, nella rivoluzione,

nell’amore,

Sisifo il masso a volte

lo ammira

perché alla vanità degli umani

sforzi spesso soccorre

un sorriso ricevuto,

una gioia ricambiata,

bellezza contemplata

con le mani ancora rivoltose

e umidicce, spianate sul terriccio,

in questa prigionia di sensi

aspetto l’attacco musicale

del vento, riflette come acido

psichedelico e corrosivo

nella mente.

 

C’era un tempo

in cui il governo era di tutti,

c’era un tempo

in cui vigeva con premura materna

la femminea mano

del dominio senz’armi,

c’era un tempo senza guerra,

il tempo in cui forse

la migrazione ordalica indoeuropea

non era ancora arrivata

alle mani,

c’era un tempo,

un edenico tempo,

c’era, lo sento,

c’era un tempo gilianico di ascesi

e contemplazione,

c’era un tempo in cui la brama

di potere non esisteva,

dove non era la tecnica

e la selezione naturale il dominio

ma la seduzione sessuale,

dove c’era ancora

tanto da dire,

dove non c’era violenza,

dove c’era la temperanza

della parità tribale e trinitaria,

della magia astrale,

l’influenza cosmica sui nostri avi

aveva intrecci diversi

prima della maledizione e del dolore.

 

 

 

 

Quei tramonti accesi al di là della conoscenza

 

 

 

 

 

Quei tramonti accesi

al di là della conoscenza,

paturnie dispettose

ai gemiti sulla soglia del dicibile,

poi le storie raccontate

come fiori dalle tue mani raccolti,

schiarivo la voce e tu

ti intrufolavi nei ricordi,

settecentesco il lume sbiancò,

poi dal cemento la tecnica

basi impostò,

rivolte e il petrolio,

grammi di felicità

pur sempre contrattualizzata,

un po’ a scroscio

un po’ a metà

la bocca capiente

come principio immanente

nella tua dualità,

c’era il letto

dalle coperte un po’ accartocciate

e ci aspettava così disfatto,

giochiamo alle ombre cinesi

è un’opera di verità,

teatrale il sotterfugio

di mezza estate

inscenato tra maschere di sincerità,

il teschio sul comodino

un po’ perché

anche in arcadia un rimorso c’è.

 

Esplode il nostro pianto

ininterrotto,

dai non far così,

la stiratura dei fantasmi

schiude il discorso sfumato

in andatura emo, la solita regalità,

nella metempsicosi

delle nostre anime sperse

siamo già altrove

con la mente,

dai ridici su,

metapsichica la sensazione

di percezione ormai affine,

ormai la parola

non necessità più di vocalità,

l’intesa è negli sguardi,

nell’energia che sprigiona

dai tuoi occhi,

cambi corso

e defluisci in paralogismi atroci.

 

Dai ritratti fissi alla parete

rabbrividisce un fremito serale,

le tue bestiole appollaiate

come uccelli deludenti

e delusi non si muovono,

sembra di vagare

tra le mummie imbalsamate,

mia naturalista etologa

delle passioni dell’anima,

poi ogni tanto fissavi il pavimento,

hai cambiato direzione

nella riflessione,

un tempo guardavi all’insù,

la sciarpina comunque è carina

usata come bandana cinematica.

 

Le scarpette nel tempo

cedono alla realtà,

l’apparire bislacca

con il velo da orientale

per divertirti o esorcizzare

le vedute classiste,

le caste assegnate

dall’harmonia coeli,

dai parla ora ancora di te.

 

Le promesse redente

dalle dita incrociate,

le bugie inesistenti

sotto egida sofista

di rimandi ai mutamenti d’età,

adesso all’improvviso ti rivolti,

mi trascini tra le tue stesse

incomprensioni,

la potenza dell’atto babelico

scandisce ed è un pullulare

di emozioni nuove,

orizzonti sconosciuti, varcati,

navigati con le nostre

fragili imbarcazioni

di acanto e recondito riflesso.      

 

 

 

 

E rincorro il tuo silenzio

 

 

 

 

 

E rincorro il tuo silenzio

come se non ci fosse altro

da cercare,

minatore dei sobborghi,

increspati

i i sotterranei paleocristiani

dei tuoi domani.

 

Funghetto mio

con la tua smania di celare

i sentimenti,

di approdare senza ancoraggio

sicuro su questa terra,

in lontananza un porto quiete,

la tua ultima speranza.

 

Avvolgiamoci maestosi

attorno al cero del pudore,

faccetta simpatica,

un po’ introversa e timida,

un po’ sfacciata

a me dai un’occhiata,

due esserini ti alzano il velo,

la veste e il mantello,

regina di questi argomenti,

i nostri campi di frumento,

la tua sapienza,

regina di quest’ultima confidenza.

 

Poi qualche mossa attenta,

rigiri a vuoto la faccenda,

ti distendi,

hai stretta la mia mano al petto,

aspetti il segnale astrale

e ancora maghetta straniera

dei boschi ricordi nel tempo

diffuso tutt’intorno

ogni gesto perfetto

è nella tua mente,

non un rumore, non una stonatura,

posizioni nel punto giusto

il clamore del tuo servo,

il vento,

potresti anche proseguire,

mai più fermarti,

tendere all’infinito,

il tuo corpo è stupendo,

l’ho detto,

percorre avvallamenti ogni respiro.

 

Sei pronta, dici,

ma nell’apparenza

hai già colmato ogni deficienza

del sistema logico,

ora sei allo specchio

col volto rarefatto,

immagine destinata

a restare così com’è,

a superare il corporeo mutamento

per l’ardore che hai dentro.

 

Tracci disegni vibrando nell’aria

il tuo dito dirompente e soave,

conclusioni con garbo

le sai tracciare concatenandole

ad argomentazioni, nella liberalità

dei tuoi gesti ogni sinallagma

è sciupato, inutile, sprecato,

ti sposti i capelli soffiando

col nasino all’insù,

alla realtà sensibile dai colore

e scompare ogni amorfa percezione,

dai fiato e sapore

al tuo incanto provocato

dal mio stupore.  

 

 

 

 

Ciocchette inerpicate

 

 

 

Le tue ciocchette inerpicate

sui fiordi e un fiore blu,

accesa la sigaretta

come se scampassi la vendetta,

ti calmi giusto un poco

e sei più dolce di prima,

ti scruti con sospetto

accomodando il tuo riccetto

al finestrino, mia Sophie!

 

Oh ma dai!

fermati un attimo qui!

il tempo fugge,

che sciocchezze, due minuti,

tre quarti d’ora, una vita intera,

te ne prego, fermati un po’.

 

E allora tu indifferente

fai moine da studentessa

imbronciata e a un tempo divertita!

Oh piccina!

 

Eh Sophie!

che rivolta e che subbuglio!

Porgi l’occhio ora tu

alla mia voce,

senti il ritmo che ascende

e copre, manto della città.

 

Ah Sophie!

distruggi i miei castelli con i piedini imbizzarriti e non con un sì! tvb oh mia Sophie!

 

Col tempo da modello vettoriale

a matricola ancestrale,

ti guardi ancora, sì,

dai in fondo sei la stessa,

con i tuoi ornamenti ragazzina

sei la prima luce del mattino,

il messaggio criptato

dal tuo cor sarà intercettato

perché dentro te

rempaira sempre amor.

 

Oh Sophie!

la primavera splende,

tu non muti

ed il sorriso acceso è già sbiadito,

grazie per l’attenzione,

sembri dire come ipnotizzata

dalla soluzione di marzapane.

 

Ed appunto, è giusto così,

tra i clamori di una folla

libera dal giogo,

mi sorridi come fosse

l’ultimo argomento l’entusiasmo,

sei pronta a continuare,

a spulciare l’ultimo volume

di questa vita che dai tramonti

fa sbocciare gigli e passiflore.

 

 

 

 

 

Furtiva Ficiniana (l’altra parte della alternatività )

 

 

 

A quel tempo allibita

e puntata

lei restava affascinata

da quelle riunioni di studentini

comunisti col suo fascino

da anarchica americana

dallo zoo di Berlino

a sulla strada

li arringava estasiata.

 

Le stelle danzano, dicevo,

e sorridono,

i discorsi erano all’orlo del senso,

argomenti ce ne erano,

la critica pura alla società

e alla cultura,

tu dirompente eri quella parola,

figlia dei tuoi pensieri,

delle tue intenzioni

e delle tue azioni verbali,

ammiccante, sai,

 

ed oggi ti svesti

sbiancata e ingrassata

dalle tue teorie dionisiache,

sei diventata la cara

e silente loquace

atea sedentaria,

ed io ricordo l’altra meta

irraggiungibile,

fatta di apparenza non logorroica,

fatta di puro spirito,

quell’essenza velata,

l’altra faccia dell’alternatività

cioè della verità.

 

La guardo ora distante

è come allora,

è un’idea un poco soffusa

ma vivida e impressa,

è l’umore oscillante, mutante,

la melanconia che stimola l’arte,

che sorprende già me

nel silenzio del tempo,

lei è immutevole,

immutabile il capello

dialettico e tetro,

le sue diramazioni celebrali

tese all’immensità,

la bile nera da bipolare

scandisce meste assurdità

adornate di sapienza eterna.

 

Ed allora io navigo ancora,

io mi struggo al pensiero,

quello sguardo da malvagia

recondita, da strega rapitrice

di sentimenti, enigmatica

come una stremata logica,

ed i corvi volano

nel deserto del Nevada,

avvoltoi tu mi dici,

principi della morte,

la nostra massima aspirazione,

la nostra più lieve sorte,

nell’oscurità la mancanza

di foto o ritratti

lascia lo spazio all’immaginazione,

la copia d’altronde

più fedele della tua realtà,

della tua presenza compatta

e scissa in molteplicità.

 

Scendo rapido

le scale dei miei giorni,

quelli andati sono solo

lo specchio dei domani,

mi dici sempre senza parlare,

dai siediti,

il bello deve ancora venire,

gli umori che secerni

allo sguardo autunnale,

sono foglie diademiche,

le nostre storie e i nostri cipigli,

 tu che non ricordavi,

ti è bastato guardarle e tutto

ti è stato chiaro,

ogni segno svelato,

sono io,

l’ultimo prato di settembre

in questa radura brulla

e senza vento,

fiore del canto.

 

Le conclusioni non le meritiamo

e dai le evito,

resta un vortice intenso e magnetico,

come sono intensi quei tremolii,

hai già un brivido freddo,

la tua sicurezza da domatrice

ipnotica, gli albori si intrecciano,

in un incalcolabile fervido

cenno del viso,

bigiotteria da mercatino,

l’occhio coperto

del nostro destino,

effluvio solenne

è lo sbuffo di quei piroscafi

della mente che ci riportano

con un lieto e salubre ingorgo

di pollini e dunque fotogrammi

dei nostri bordelli dirigenziali

lungo borghi reali,

tu ti adagi maestosa

sul trono di cartapesta,

io richiudo il mio guscio

della stessa materia,

si scandisce l’atmosfera.

 

Le questioni,

i tuoi spasimi,

i tuoi arrangiamenti

e la tua rabbia,

il tuo rossetto rubino,

le decorazioni, il rimmel

e le delusioni,

vai con la frusta tra le mani,

vai rendi succube

ogni incertezza,

indecisione,

ogni nota delle tue emozioni.      

 

 

 

 

 

 

 

E il sole sorgerà, lo so!

 

 

 

 

 

 

Nelle tenebre una luce

e sei mia.

 

Poi le tue labbra

dal sapore eterno.

 

È così,

è questo sentimento

che offusca la mia voglia.

 

Può essere,

forse è così,

sono vaneggi anche puerili

ma se solo sapessi che rapimento,

che estasi nel tuo abbraccio,

sapessi che vibrazione

della mia anima

alle tue parole chiare

ed enigmatiche come il vento.

 

Mi annullavo,

fiatavo,

resta nulla di ciò,

resta nulla.

 

Seguendo la nostra

estroversa retorica.

 

È vero, non c’era modo

di concretizzare l’astratto

dei nostri baci coll’azione

ma ho speso tutte le mie forze

per guardarti negli occhi

stringendoti le mani,

carezzando i tuoi fragili polsi,

sapessi quante volte ancora

avrei voluto rendere immortale

i nostri corpi,

impresso quell’attimo,

sapessi come avrei voluto

stringerti ancora più forte.

 

Mi annullavo,

fiatavo,

resta nulla di ciò,

resta nulla.

 

Seguendo i segnali

e le coincidenze della nostra memoria.

 

E il sole sorge ancora.

 

Seguendo i silenzi

come frenesie pacate d’attesa.

 

E il sole sorgerà,

lo so!

 

 

 

 

La falce di luna, la luce che resta

 

 

 

 

 

 

 

 

Con tiepidezza

affrancavo i miei giorni,

in preda agli affanni celati

da vani entusiasmi,

le tre di notte,

tante parole da riversare

e concetti scoloriti da ripristinare.

 

Forse pensavo

che non c’è salvezza nell’attesa.

 

Forse pensavo

che i tuoi occhietti erano solo un sogno

sbiadito.

 

Comunque continuavo.

 

Guardarti un po’ nell’ombra

sembrava la soluzione

a questa mia delusione

che muta con la temperatura,

umore dirompente

e corrispondente alle tue mani gelate.

 

È così che si muove la mia mente,

è così,

tendendo alla tua immagina.

 

Con noncuranza

ponevo scarsa attenzione

alle mie azioni,

preferivo annebbiarmi,

nottuccia estiva,

tanto ancora da dire,

cosa c’è da aspettare?

è ora di lasciarsi andare.

 

Forse pensavo che la speranza

è un germoglio che sorge

anche nel tepore di un solfeggio,

che sboccia anche se è lontano

ciò che ho dentro.

 

Allora continuo.

 

Parlarti con la mia voglia

in un palpito è la situazione

più sentimentale che questa pioggia,

refrigerio estivo,

nell’innocenza di un tuo sguardo

mi sa dare.

 

Sei tu la falce di luna,

tu la luce che resta.

 

 

 

Sorgi candida

 

 

 

 

 

Sorgi candida

da una nuvola con letizia

e dualità rifletti le emozioni,

potrebbe già svegliarci

quest’aurora.

 

Una fiaba d’attrazione,

spettacolo indicibile,

sei sospesa a un braccio

sul lenzuolo mentre mi sorridi.

 

Anche la prima luce

del mattino è erotica

e divina nel portamento

tuo furente a un tratto

in bilico sul mio corpo,

se la vita è estasi

sei tu la vita,

volontà di potenza

è arte dell’incosciente nostro

amplesso, noi incatenati

come eterni dannati a bramare

lo spiraglio di luce,

quella tenue che non acceca

di vanagloria.

 

Ascolti dal balcone

quel suono soave,

è il cinguettio dei nostri passeri

destati, il tuo sguardo

come un transito obbligato

verso il piacere melodioso.

 

Potrebbe ancora imbrattare

la parete il nostro sentimento,

siamo teppistelli dell’amore

scalzi e sfacciati come ragazzini,

hai ragione,

se dici una bugia la vita cambia,

resta uguale, fa lo stesso,

non siamo soggetti a destino

che non sia nel nostro animo

sepolto e pronto a guizzare,

delfino traballante nel momento

del bisogno, fortuna ardimentosa,

la brume schiuma

potrebbe essere una soluzione

o magari la vernice scolorita,

o meglio il quadernino

bruciacchiato e senza senso,

come dici? Certo,

è proprio questo il punto,

il dilemma che nel legame

in paradosso ci libera 

dal giogo del domani.

 

Ed ora ti avvicini al fumo

delle parole sciupate,

mai così aromatizzate ed addolcite,

adornate di ambrosia,

leccornia dei nostri sensi.

 

 

 

 

 

Acclami arricciata i capricci

 

 

 

 

 

Acclami arricciata

i capricci di artemia affiatata,

la sostituzione ad un affanno

notturno è il cupo accordo

disincagliato dal verbo

incessante e prolisso.

 

A causa della luna

si muovono le tettoniche e le maree,

col fervore degli astri

muta il carattere

e il prisma dei tuoi occhi

animati e animosi

nelle tue deduzioni.

 

Poi mi verrebbe di invitare

a cena il viandante

che ha percorso sentieri scoscesi

e ripide ascese

per trovare sé stesso

in una bottiglia di buon vino,

un po’ di etilicità mattutina,

un fremente riflusso del cosmico

e monastico intruglio.

 

E c’è verità nelle tue mani

mai così assorte nella perversione,

muta la realtà con un’ estasi del dire.

 

Pagine fitte di scrittura

macchiate di caffè

e di profumo di chanel.

 

E ti ripresenti

come fossi a un provino

dinanzi alla maestà divina,

voglio fare l’attrice, dici,

poi salti alle conclusioni mancine

del tuo volto impallidito

dal tepore mattutino.

 

In conciliazione

c’è un tumulto

tra eros e thanatos

che si supera in una nuova

meditazione godereccia

e dionisiaca,

dico sì mentre dici

anche tu lo stesso,

possiedimi tutto

o mia vita,

possiedimi tutto

o vita.

 

Le damigelle si arrangiano

nella danza giusto così,

come possono,

le rimatrici del ventre

invece inviano segnali

con i loro denti splendenti.

 

E poi il viandante

mi parla ancora di sé

citando lei,

e poi il viandante dice,

lei è essenza risplendente.

 

 

 

 

 

Lo scalo al quinto piano

 

 

 

Lo scalo al quinto piano

sul treno del tempo,

un passo felpato

da grondaia

nel sentirti a ridosso dell’orgasmo,

una posizione deleteria

che per pudicizia è clamore,

tossisci così come fanno

le api assetate di gialleggiante

nettare atroce.

 

Ottima conclusione la tua,

ti volti di scatto e mi dici sì,

poi si mutano i tuoi desideri

in contrasti avversi.

 

Non so,

non lo ricordo l’esatto motivo

che ci ha stretti indissolubili

anche se lontani,

forse un biancospino

o una dalia violetta.

 

Mi hai sedotto piccolina

con garbo,

la storia non la studi perché

la fai ogni giorno

col tuo assuefatto manto,

che storia meschina sarebbe stata

senza il distacco materiale

ma stai tranquilla ritornerà

quell’abbraccio d’artigianato

che bramiamo.

 

Te ne sei resa conto

guardandomi negli occhi,

il lento fiato si accorda

al tuo piedino con la solita

sempre nuova e attuale scena

mattutina,

ora che ti guardi allo specchio

col viso che muta,

depersonalizzata potresti magari

trasfigurare o ascendere

alle tue dolci perversioni.

 

Stai tranquilla non perderò

il sapore carnale

delle tue braccia,

il sospirato, il tiepido

bacio velato.

 

Allora spalanca

ancora gli occhietti,

hai la profondità geologica

di una palafitta

colma di interessanti libri e cianfrusaglie,

sei in piedi per scambio

fervido e assiduo,

lascia andare,

sta bene l’ombelico ricamato.

 

Allora aizza la foga

del popolo in rivolta

affinché i nostri sussulti interiori

siano compresi a posteriori

ed attualizzati nello stesso istante

in cui siano profferiti.  

 

 

 

 

 

 

 

Di folli arredamenti celebrali

 

 

 

Di folli arredamenti celebrali

ricamati con carta argentata

e inviolata pulsazione

d’amore carnale,

oppure magari surplus involontari

dove ti rendi conto davvero

che la sovrastruttura è più forte

ed è lei che regge la struttura,

che la forma dà la sostanza,

che le vere fondamenta del senso,

di ogni senso,

sono sole le inutilità, le incomprensioni

e gli sguardi distratti,

 

ha bussato alla porta

il silenzio

lo abbiamo sedotto col verbo

e si è reso conto di essere

esso stesso un suono,

la vibrazione del tempo,

una scaglia del nostro

ciclico mutamento,

tutto ciò, il segreto nella fluidità

delle mosse, nell’azione,

nella rapida spiegazione,

diamante irrispettoso il tuo

che porti da maestra di ritmo

con me ballerino di penna

che segue i tuoi colpi accorti

sulla cattedra delle nostre passioni.

 

Cosa rimane

dei nostri discorsi

e delle nostre creature,

stampo di lettere,

cianfrusaglia di melodia,

quando l’attimo futuro

di un passante ascolterà

l’euforia del nostro presente.

 

Intangibile augusta presenza

la tua, incompiuta l’opera

della plasmazione,

nevralgico il punto informe

sul quale ti soffermi,

pitagorico e neoplatonico

l’interagire, il nostro

speculare incantati

ed ipnotizzati

con lo sguardo fisso alla parete,

negazione del nulla

il neologismo esterrefatto,

e sento già l’odore del caffè

tra le tue affermazioni,

sento già il lieto rumore,

l’amichevole ingorgo di spiriti

al nostro fianco, armate schierate

e pronte all’assalto,

armate di basalto infernale

con l’armatura scintillante

di luce celestiale,

armate di penombra,

quelle col nome giusto,

un avvenire fatto di illazioni

confermate al fine

di non dimenticare

la nostra storia infinita,

importante il tuo scuoterti

i braccialetti.

 

Per superare sconforti

e paure

abbiamo posto

una pace universale con la natura,

lei ci pone sincera la mano,

già si sente nell’aria

il sapore del grano maturo.

 

 

 

 

 

I colori del suono

 

 

 

 

 

Ero sospeso

sulla goccia di pioggia,

veltro dal sapore intatto

sul tuo corpo,

ero con silenzi urbani

in riva al mare ad aspettare,

nella trappola della melodia

quando l’eclissi schiariva

le convinzioni e ci esaltavamo

sulle varietà intense di colori.

 

Avevamo trovato

il giusto equilibrio

tra senso e messaggio,

tra segni criptati

e decodificazioni bendante e aleatorie,

pure sintassi d’amore,

 

e respiri piano ora.

 

Il calore

con le sue sfumature,

refoli inaspettati e sereni

tra le traduzioni del tramonto

che scoppiettante cede come sempre,

è questa l’essenza dello spirito umano,

la transizione,

siamo eterni viaggiatori,

nomadi per natura,

oscilliamo tra buio e luce

come fossimo impressi su vetri,

le scale musicali scandiscono

le nostre ascendenze

e i nostri virtuosismi verticali,

riguardo la scena

delle nostre oscenità,

perversi gli intenti

con semplicità esposti

da abbracci intensi,

trovo il nodo che scioglie

il dilemma solo fissando

i tuoi occhi d’ambra ed ipnotici,

sulla tua pelle resta

il sapore di sabbia,

ora se vuoi puoi restare,

c’è tanto da fare ancora.

 

Siamo dei folli

e folleggiamo come folletti,

siamo druidi che varcano

soglie inaccessibili,

il nostro domani è l’eternità

e tu sei l’ultima stella

che splende e non si arrende mai,

che vibra così,

entità eterea

eppure così carnale

il nostro iperuranico sfiorarci

con le parole

e inumidirci con i gesti

di quotidianità dialettica e mai stanca.

 

 

 

 

La nostra candida ed invincibile potenza

 

 

 

 

 

E soffia il vento

sulle nostre assurde parole,

non ha importanza

o forse non ricordo

l’ultimo tuo intenso sguardo.

 

Farfugliavo pensieri scomposti

per dirimere austere questioni

e la potenza del caos interiore

con fremiti vividi

vinceva ogni timore.

 

Adesso che si legge

come una pagina spersa

l’interiorità,

la tua più splendida essenza,

ora che attendo ancora

le tue risposte sono adagiato

su questa panchina adombrata

a fischiare motivetti

d’oblio perenne.

 

E soffia il vento,

forse questo ci ha aiutato

a capire che l’intenzione

a volte è più dell’azione.

 

Mi arricciavo su tetti a strapiombo

per sospendere gli ariosi nel vuoto

e in me cresceva il desiderio

furente di scrutare quell’abisso

di foglie e di frutti,

di fiori asciutti.

 

Adesso che sospiri lievemente

inclinata sulla mia spalla

non un dubbio percorre

il mio essere,

ora che mi sfiori

e mi sorreggi

la spada tratta

è la nostra candida

e invincibile potenza.

 

 

 

 

L’orma del nostro destino

 

 

 

 

Quando la passione è briosa,

la temperatura del tuo corpo

un refrigerio di parole,

ci uniamo in visibilio

con le palpebre semichiuse

a sognare,

abbracciati stretti

nei nostri sogni

che man mano prendono

forma e luce.

 

Nella stella più distante

della nostra costellazione

il brillare puro ci spinge

oltre ogni labiale declinazione.

 

Credo che questo sentimento

sia il delirio più intenso

che le nostre menti possano concepire,

credo che varcheremo i limiti

dell’ignoto con la noncuranza

dei passanti presi in riflessione.

 

Quando si arresta l’andatura

inclinata dei nostri

sguardi incrociati,

nel tuo portamento

io mi ritrovo rinvigorito,

forze nuove ci inebriano

e inseparabili ci legano

brame d’abisso.

 

Credo che non dimenticheremo

mai questo nostro sogno

e che come silenziosi attacchini

stamperemo nell’eterno dell’etereo

l’orma del nostro destino. 

 

 

 

Quando scorre la penna

 

 

 

 

 

Quando scorre la penna

mi percorre un brivido,

mille pensieri affiorano

e si aggrovigliano inestricabili,

sono passi di luna

i tuoi che alteri

stridono col vento alle pareti,

i miei occhi scorrono

sulle pagine inaudite

della nostra vita,

decifrando codici perduti

tra le onde del mare.

 

E sono silenzi

quelle tue parole

che mi scuotono in un attimo,

mille luci invadono

le coperte attonite

che si inerpicano

in astruse simmetrie

a cui non credi più,

le valige pesano

ogni giorno

e ancora le tue notti

da brigante di Artemide

sono simpatiche e funeste,

placate solo dalle grida

di periferia di un vuoto senso

dato dalle immagini,

ma io ti sento

sempre più vicina

generalessa dolce e un po’ ribelle.

 

E passerà del tempo ancora

ma il mio sguardo all’orizzonte

non si perde,

prudente ti attende,

sono tante ancora le battaglie,

tante le pagine

che non ho riempito di disillusioni,

tante le cadute,

tante le tue palpitanti riflessioni,

sono un po’ le mie

queste sincretie

a cui dai il peso

di una piuma impaurita,

e dunque passa il tempo.

 

E chiuderò le porte

mai così lievemente

aspettando il suggello

del tuo corpo,

del tuo misterico intoppo

sulle vie della speranza,

ma ti attenderò,

te lo ripeto,

forse è solo per sincera

introspezione,

io lo farò,

tra le valanghe chilometriche

dei giorni attenderò.

 

 

 

 

La luce soffusa che inebria

 

 

 

Sentirai una voce nel profondo,

un’incudine rimbomberà

come la quiete estiva

e tediosa dell’asfalto

alle tre di pomeriggio.

 

L’erba alta

era una passione fitta di illusioni,

in sé celava il manto astrale

della verità divina,

copriva come un velo

le potenzialità celebrali

ed affini al tuo corpo

in procinto del godimento.

 

Poi l’urlo si fece più intenso,

squarcerà una stella

nel subbuglio del tuo caos

interiore e ti perderai

nel canto melodioso di settembre.

 

Ditirambico l’affronto

a doppio taglio dell’orgoglio,

incantevole il felpato

movimento adagio delle dita

sul piano con clamori fuori

dalle onde sonore nello scettro sacro

della bacchetta dirigenziale.

 

E passa, credi,

il tempo non ascoltando

il magico accordo

che hai dentro.

 

Sentirai una fine empatia

che sprigionerà sinaptica energia,

percezione al di fuori del comune

quella che pizzica la cetra

con l’ortensia fissata

dal tuo sguardo nervoso

eppur incantato.

 

Allora dal fumo

delle città in rovina

sorgerai da piccola fenicia,

le tue palpebre saranno spalancate

per cedere al tuo stesso

femmineo dominio,

sei la luce soffusa che inebria.

 

 

 

 

 

 

L’intro pensa sé stesso

 

 

 

 

 

L’intro pensa sé stesso

nel giardino colmo

di frutti dolciastri

e il silenzio del mattino

è un lemma perso

nel labirinto del destino.

 

Dalla tua mano ponente

la verità e la snellezza

dell’essenzialità il tanfo di uno schianto

tra spiriti elettivi

è trasmutato

in melodia mozzafiato.

 

Amore ricordi

ancora il paesaggio gotico?

le cattedrali della perversione?

le spoglie dell’illusione?

La luna appariva all’orizzonte

varcando del tuo pensiero silenzioso

il monte.

 

Il pregiudizio estetico

disincarna l’estetismo stesso

e siamo ormai quasi orbi

alla vista del bello.

 

L’ondeggiamento è

qui e lì.

 

Amore ricordi ancora

la folle impresa,

il viaggio verso l’assoluto

per radure brulle

e freddi aurore,

credi sia giusto cancellare

o fingi di non guardare?

 

L’estate brilla,

il tuo sguardo rarefatto

come uno spasmo,

in preda all’entusiasmo

profumi di un effluvio silvano

e il tuo carezzarmi

è uno sgocciolio di mandragola

(pagine dischiuse

aperte per distrazione,

pagine profuse).

Sei sempre in me!

 

Amore non puoi dimenticare

quello sbirciare alla finestra

che senza arrendevoli deposizioni

illuminava le pareti,

poniamo un nuovo limite

nel nostro illimitato

universo parallelo.

 

Amore,

mia vita,

mia unica.

 

Manterrai dentro te

la nuova stagione

che è lo specchio

del nostro passato.

 

Vita nata dal plasma onirico,

vita nata dal plastico dei sentimenti.

 

 

 

Piccola e muta tra le mie braccia

 

 

 

 

Era mattina inoltrata

quando la brezza estiva

portò i tuoi cinerei capelli

all’indietro, arruffata

di ghirlande sfioravi

i miei polsi nel sentimento

di un’estate che finalmente

sospirava.

 

Ascolterò muto le tue parole,

nel silenzio dei risvegli

senza tempo,

disinnescherò i tuoi sospiri

rendendoli sublimi.

 

Dillo ancora una volta

che la forza della parola

è il tepore più intenso

che risveglia spiriti

ormai dimenticati,

dove alberga il nostro

più perverso sentimento.

 

Era mattina inoltrata,

non avevamo voglia di alzarci

dalle lenzuola,

restammo abbracciati

ancora qualche ora,

il sapore del caffè

stuzzicava l’intelletto

nel momento distorto

del tuo sguardo

che mi ha sedotto,

ti ascolterò ancora parlare.

 

Dimmi se il vuoto

delle nostre angosce

può essere superato

scegliendo davvero,

dillo che siamo

le pietre più preziose

che il mondo possa vantare,

quel sospiro d’universo

che gli altri sanno solo bramare.

 

Quando le labbra sfiorano

i perniciosi anfratti del tempo,

non esiste passione

che regga all’intento,

parlerai ancora con la tua dolcezza? Lo farai?

 

L’estate preme sulle nostre spalle,

isolati dal vento percorriamo

il sentiero all’inverso,

le vie più brevi

sono con attenzione scartate

e il tuo portento cosmico

un prologo sesquipedale.

 

E poi non basta altro verbo a definirti,

piccola e muta sei ora tra le mie braccia.

 

 

 

Un nuovo labirinto

 

 

 

 

 

Per questo richiudi il libro,

la tua schermaglia

per il silenzio,

assapori con gusto

le tue dita

come fossero ottoni

percossi nell’animo

delle mie indecisioni.

 

Estasiata al clamore di Wagner,

fai segnetti nell’aria

mai più assurdi

eppure da me comprensibili,

muovi sul tavolo giocando

le tue carte migliori,

ti diverte parlarmi all’orecchio

con la nonchalance

di un prezioso nonsense.

 

Improvvisa ti volti

e assopisci la lezione,

diciamo questo

per non dire sorbire,

apri di nuovo il codice

segreto e smarrito

e in un tratto di penna

scarabocchi un sorriso

illuminando il cielo turchino,

poni assedio.

 

Discuti del tangibile

e nell’imperfezione trovi scampo

alla passione,

mostri furbetta

la tua recondita arma segreta,

dominatrice dell’aria

dai comandi a questi tenui ventoli,

mentre parlo gonfi le guance

pronte allo sbuffo

e dal visino scorgo

il tuo nasino buffo,

l’ indelebile assonanza

sintomatica di grazia.

 

Allora per questo ti imprimi

come stampo di gesso,

resta tempo.

 

L’ebbrezza dell’alcol

ti ha raggiunto le vene,

fai due trottolini

che direi un po’ amorosi e dadaisti,

comunque hai voglia,

riprendi a parlare,

dialoghi universali

quelle frottole vaneggianti

ma preziose.

 

Mostri allora

l’odor dell’aurora,

la mano è ferma

seppur nella tua follia,

mi scopri il corpo

ormai in preda

ad eccitazione corporale

e contemplativa

sul tuo seno la mia guancia

rende il risveglio soave.

 

Allora sei la guerriera

degli angusti sentieri

migratori del cosmo.

 

Infine ti beffi come divertita,

l’allegro del grammofono

è all’epilogo,

prendi la tua incandescente

soluzione di cloruro di zinco

e scorgi nel domani

un nuovo labirinto.

 

 

 

 

 

Germoglierà un fiore, forse, tra le mie parole

 

 

 

 

 

 

Il desiderio sorse

quando l’alba schiariva

il cuore come impresso

sulla sabbia,

le tue parole erano vento

per l’inverno,

da conservare un ricordo

come assenzio.

 

Le indecisioni

frutto di un calore

che se non scalda,

è forse l’impossibile che bramo,

puntare tutto quel che ho

non può servire,

perdere e poi ricominciare

con l’entusiasmo

di un mendicante di brillanti.

 

Il sale sulla terra

e sul tuo corpo,

magico intralcio

quel tripudio di parole,

scrivere tanto

o forse poco a penna d’oca,

nella follia di un domani

che non scolorirà mai

le mie passioni.

 

Se l’albeggiare non è ciò

che si intrufolerà nell’animo mio

ti ricorderai soltanto di un addio,

le parole sono vane,

si vive di illusioni,

tra la gente le intenzioni vaghe, 

l’egoismo e il narcisismo

di chi cerca sé stesso

è forse solo il vuoto che ho dentro,

quel ricordo malinconico

di un accordo che suonavi

ondeggiata alle mie corde

ma se ti do tutto me stesso

il restio rifugio

è un asso capovolto dall’azione.

 

E d’improvviso si impose la realtà,

fatta di sogni,

una vita vissuta

forse solo per metà,

distrarsi è facile

e c’è chi ha vinto già,

c’è chi rimane all’asciutto

della viltà.

 

Non restano forze

neanche per sussurrare

quelle parole

che rabbrividiscono il nostro corpo,

è tutta vacuità dell’assurdo,

si cerca sempre qualcuno

che possa darti qualcosa

oppure muori

nelle tue sensualità

di bolle acustiche

che esplodono a metà.

 

Se le delusioni della vita

sono quello che ci resta,

guardarsi allo specchio

e trovarsi cambiato,

è facile definire

l’introverso di un saluto

come asciutto malinconico addio,

i pensieri sono questi

mentre la vita piano si consuma,

un’altra parola solamente

è il nascondiglio delle braccia.

 

Come disprezzo

le facili sensazioni materiali,

forse la paura dell’ignoto,

come vorrei elevarmi oltre

e disincagliare il gelso

con la grazia del mattino,

ma quel che penso

è solo un inutile

vaneggio vespertino.

 

Il tramonto di una storia

è l’attimo che schiude

come occhi di marmo il cuore,

questa vita è una finzione,

un caos decifrabile soltanto

dal pallore audace,

ma continuo la mia lotta solo,

germoglierà un giorno un fiore,

forse,

tra le mie parole.

 

 

 

 

 

 

 

Giusto solo a metà

 

 

 

 

Allora è questo il punto,

l’intorno della questione

delimitato da un accordo,

un po’ sviolettato questo bordo,

come sempre,

come segno del vissuto,

un sentimento atroce

che passeggia qua e là

tra le parole e i sogni

virgolettato da uno stonato la,

potresti disegnarlo

oppure ignorarlo

oppure magari sciuparlo di verità.

 

E la canzone scorre,

lei sì,

è il tempo che ci circonda

e a cui non credo fermamente,

di cui non spendo neanche

l’estimo del vuoto rintracciato

da un vistoso saluto.

 

Io sono saldo su due piedi

in bilico tra i colli di marzapane,

le vallate di pop corn

e di vandalici scippetti

decollati dalle penne schiuse

a guscio d’uovo.

 

Ed ascoltare poi il lamento

diffuso della remissione plenaria

di foglie spoglie e scardinate,

violate dai tuoi baci

di fiele e miele.

 

E continuo ancora,

la soglia della mia sincerità

è il nascondiglio nostro

per le sensazioni,

mai lasciarsi andare in sensualità.

 

La scollatura a V,

poi magari anche

le tue calze blu,

tre o quattro sigarette

fumate con il maraschino

stampo del nostro destino.

 

Orribile la metrica,

l’hai un po’ sconvolta

come capelli destinati

a mari innamorati

del tuo corpo nudo

sul dorso di una conclusione

scanzonata

e mai più dimenticata,

magari respirata,

sospiri in profondità,

vai dicendo all’anima

che è solo assurdità,

idiozia la mia,

se vuoi recito la mia parte,

uno, nessuno, centomila

oppure forse unica molteplicità,

siamo tutti uguali,

questo forse già lo sai,

siamo tutti strumenti

stesi e tesi

verso il sole

che è simpatico

giusto così,

giusto solo a metà.

 

 

 

 

 

Nell’atrio del castello degli Spiriti Magni

 

 

 

 

Nell’atrio del castello

degli Spiriti Magni

una penombra lucente

da Campi Elisi,

 passioni condivise.

 

Il poeta con la spada calliopea,

l’amore provenzale

di ispirazione ovidiana

corretta da catarismo scandito

da un furente sorriso.

 

Camilla, Pantasilea,

armate di tutto punto

nel De bello gallico

fanno figura sussurrando

promesse a Cesare e Cleopatra

già avvinghiata ad Antonio.

 

Poi la storia naturale

dell’indice proteso

verso il reale descrittivo

e categorico

il manoscritto vocale,

la maieutica unica reduce

di una malattia incontrastata

per la morale,

tante idee nell’iperuranico

amplesso platonico

che non ha niente a che vedere

con l’amore carnale

né col contemplativo,

è solo freddo pensiero.

 

L’acqua scorre in refrigerio,

il tuo spirito calmo

in preda all’intellettuale orgasmo,

il fuoco riarde

nell’eterno ritorno eracliteo,

 l’infinito del segmento

violato da passi attenti di tartaruga.

 

Mi soffermo con discrezione,

non voglio disturbare in divagazioni,

incantato sto ad ascoltare

le imprese del pacifismo bellico,

del presunto veltro,

dell’amore,

unione indissolubile

della rivoluzione,

credo sia meglio continuare a giocare.

 

D’improvviso con la lira

l’amante della fanciulla

spersa nell’Ade si lascia tradire,

amarezza nel non poterla vedere,

lui che è maestro ed allievo

della suprema bellezza femminile,

cardine della violacea speranza.

 

Declamando al foro

il retore repubblicano

ha lo sguardo altero di un sovrano

ma cade in contraddizione,

l’actio e l’elocutio

è sublime,

ha perso punti nell’inventio,

sta sciorinando baggianate

da mercante

mentre lo assiste l’integerrimo

maestro di Nerone

con le vene ancora tagliate,

sembra rimpiangere l’errore fatale.

 

Poi gli arabi medici

e matematici greci

con le formule troppo perfette

per essere rare e reali,

Euclide ricorda

un’idea distante dalla terra

e dalla oscura rimessa.

 

Tramandando il sapere astrologico

si scuote il chiostro,

abbiamo accesso,

ma ora non posso.

 

 

Caro Gheddafi

 

 

 

 

E tutto cominciò

con i tre passi d’uomo

nelle savane

cibandosi di frutti

e poi di carcasse,

si stanziarono poi presso mari e fiumi

accrescendo la massa celebrale.

 

E continuavano estrosi

flussi migratori,

per luoghi nuovi desideri

di scoperta e di potenza,

si scontrarono con nuove popolazioni

per divine maledizioni,

ma forse i tempi

stavano cambiando

e attendo ancora.

 

Caro Gheddafi,

sei un paranoico

e tornerai ad una polvere ancestrale.

Senza pietà, senza gloria.

 

Caro Gheddafi,

morirai nel tuo stesso guscio vuoto

di vaneggiamenti.

Senza meriti né complimenti.

 

I fascisti italiani

bombardavano i civili

della Cirenaica

usando gas e bombe

compivano esperimenti bellici,

avevano ottenuto la loro Guernica

solo per essere al pari

di altre potenze occidentali

dimenticavano la gloria

della pace e della libertà.

 

E poi stringevano alleanze

con stupidi leader

dagli atteggiamenti atroci

che sconfinavano e razzolavano

in un positivismo darwinista

e sedentario

colmo di errori grossolani

e segmentato da totalitarismi

ugualitari

che non scorgevano

la bellezza e l’essenza

della diversità,

l’unica forza

per la conservazione della specie umana.

 

Caro Gheddafi,

chi vuoi che ti stia più ad ascoltare?

Mentore di manicomi.

 

Caro Gheddafi,

chi vuoi che ti dia corda

se non la sete di potere.

Mentore di stolti.

 

E Bob coi suoi spinelli

sognava per davvero un’Africa libera,

un’Africa di rispetto e reciprocità,

un’Africa libera

dal giogo occidentale

del potere

e dagli sguardi indifferenti

ed economici dei signori

della guerra.

 

Gli sbarchi a Lampedusa,

gli sguardi di speranza delusi

dalla paura di perder tutto,

la famiglia e i propri cari

per sempre lontani

e come contropartita

lavori massacranti

e xenofobi atteggiamenti altezzosi

in ricordo di un nazionalismo

vuoto d’ideali.

 

Caro Gheddafi,

puoi pure scomparire.

 

Caro Gheddafi,

ormai è giunta la fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

Passeggiavamo per sentieri

 

 

 

 

 

 

 

Passeggiavamo per sentieri

tra la vegetazione

ed avevo impresso

il nome tuo

come se non ci fosse altro

nel mio cuore,

mentre tu ti distraevi,

guardavi altrove

con la grazia di una bimba dispettosa.

 

Era estate,

forse la più dolce

mai assaporata

sulla tua pelle disarmata,

il tuo corpo come disegnato

nell’eterno di un bacio stampato

e travolto di passione,

eri tu che mi pensavi,

eri tu ed io che ti seguivo

come vento stretto

tra le tue stesse mani.

 

Non si può dimenticare

in un attimo

una storia mai iniziata,

non si può sciupare un fiore

dal chiarore tenebroso,

luminoso quel tuo volto,

il tuo visino,

il tuo piercing,

il tuo simpatico respiro sul mio collo.

 

Poi io che mi perdevo

nelle mie insicurezze,

nelle mie paure,

nei miei sogni,

nelle mie disillusioni,

hai voglia ancora di giocare?

lasciati ti prego accarezzare,

guarda il sole all’orizzonte,

guarda il nostro domani

dimenticando ogni pudore,

lascia scorrere,

ascolta l’animo mio

sperso tra le tue braccia.

 

E passeggiavamo come assenti

assaporando i germogli

del desiderio,

un passo, un altro,

un pensiero capovolto,

le tue mani ancora,

carino lo smalto consumato,

non dirmi,

non raccontarmi il tuo passato.

 

Scorre il ruscello dei miei pensieri,

ci sei tu che ti imponi

come sasso nella vita,

mi confondi e mi rispondi,

ma cos’è che cerco

non l’ho mai capito,

so solo che i tuoi capelli

sono petali

che non dimenticherò,

che mi riportano il destino

a portata di mano.

 

 

 

Abbraccio universale

 

 

 

 

Il tuo corpo che mi ispira

nell’abbraccio universale,

scorgo l’attimo del silenzio

e lo assaporo.

 

Non penso più,

la mia mente è annullata,

si espande la mia anima

al contatto col tuo velluto carnale.

 

Al di là del limite della sapienza

c’è un’infinita conoscenza,

ci sono fiori incontaminati,

come i tuoi polsi profumati.

 

Non penso più,

guardo solo te,

l’acqua scorre negli anfratti,

siamo ultimi reduci edenici.

 

È un pensiero solamente

quel che resta di me,

sperso tra la gente,

la nostra storia si innalzerà

oltre ogni dualità.

 

 

 

 

 

Dietro ad ogni MA con BI c’è sempre un’ acca

 

 

 

 

 

Per chi suona la campanella?

Siamo unici in quanto soli

a questo mondo

che ci appartiene

e conteniamo e ci contiene,

sinceri e a volte scaltri,

troppo spesso indifferenti.

 

Per chi suona la campanella?

Forza entrate in aula

che l’orpello culturale

un po’ ci aspetta e un po’ ci schiva,

lo sguardo di quella ragazza

che ha ancora sete di sapere

e di apparenza

in questa vita di evanescenza.

 

Cara Sofia dai mille volti

e dai trecento aspetti.

 

Per chi suona la campanella?

 

Cara Sofia del mio desio.

 

Per chi suona la campanella?

 

Cara Sofia

donna del destino,

del palpito,

del respiro.

 

Ecco,

potresti anche voltarti

socraticamente verso questa

incandescenza, la luce

di traverso già ti illumina

l’intenso,

non ti sfioro perché

sei già colma d’alloro

come la Laura petrarchiana

tra le acque limpide e perniciose,

angeliche e boriose.

 

Per chi suona la campanella?

Per un miscuglio di gentaglia

inconcludente,

o solo per il tuo corpo

che già manifesta l’anima

di questo incontro?

 

Cara Sofia

dall’andatura ondeggiante.

 

Per chi suona la campanella?

 

Cara Sofia

con l’occhio strizzato.

 

Per chi suona la campanella?

 

Dietro le barricate

della rivoluzione repubblicana spagnola

a scambiarci promiscui baci

ridendo del disciplinatore fallito.

 

Ecco,

potresti voltarti ancora

un altro po’

e farti vedere di dorso,

il fichtiano incontro

dello spirito libero dall’essere

e sovrano

ha tolto dal destriero

del mio percorrere altitudini

andaluse

molto più del dovuto.

 

Ecco,

potresti darmi un altro bacio,

non aspetto altro,

lo scambio di gesti come baratto

primordiale,

non c’è valuta che ci possa separare.

 

Ecco,

scordiamo questo sole scolorito

ormai è finita,

strusciamo la lavagna,

sento ancora odor di gesso,

dimmi un po’,

per chi suona la campanella?

 

 

 

 

 

 

 

 

Per te parole

 

 

 

 

 

Per te

parole,

ancora fumo,

quando passerà il turno

del nostro dolore?

 

Ho chiuso gli occhi

stringendo le tue mani,

tu mi hai sorriso,

mi hai accompagnato

ai bordi di un sogno

desto e rubicondo.

 

E l’ora dei sensi

si è imposta incandescente

sul ciglio

di una passione mai finita,

travolgente e giuliva.

 

Per te,

piccolo soffio,

per te,

docile accordo,

per te la sensualità

del carnale godimento

lenta mai sfiorirà

la bellezza del tuo corpo.

 

E l’ora delle decisioni

lievemente ma con ferocia

si impose,

tra le tue Winston

ed i tuoi capelli anche

un altro sorriso

scuote il mio viso.

 

Per te,

solo parole,

per te,

solo il mio corpo,

il mio sangue,

la mia pelle.

 

 

 

 

 

E sono steso di sbieco

 

 

 

 

 

E sono steso di sbieco,

guardo le tue spalle

e il tuo dorso marino,

sei la regina

di questo misero acquitrino.

 

Sposto un po’

i tuoi lunghi capelli alla Isotta,

sei capovolta,

dormi con grazia

di una ragazza indomita

e fiera, mai sottomessa

al gemito della sera.

 

Posso consolarmi

anche solo nell’ammirarti,

nel dipingerti come tatuaggio

il fondoschiena,

il tuo magico ormeggio sconosciuto

che mai mi ha deluso,

parole per te ancora tante,

dissi,

mia potenza divina.

 

E poi le tue guanciotte rosse,

capricciosetta e un po’ perversa,

cavalcando i miei sogni

e pensieri

sei il più attuale ieri,

sei destinata a lodi schiuse

che magari fioriranno

col vento scaltro

del nostro autunno,

e dici sì,

me lo sento,

il celestiale turbamento.

 

La vita vissuta

tra inchiostri sbiaditi

e fumo di sigarette

ormai consumate,

la cenere che cade

dalle scale escheriane,

e tu continui a sorridere sopita.

 

Le capitali europee

d’un tratto si imprimono

sul tuo corpo,

non c’è recondito impulso

ma estroso desio contemplativo,

giacere con la tua anima

e la tua materia ormai divina 

in un solo incontro,

in un solo melodioso accordo,

dormi un altro po’? È già l’alba!

È già l’ora del nostro

spirituale risveglio,

di imprimere per sempre

il vero e il verbo,

a squarciagola ad un concerto

d’usignoli

per stonare,

per sognare.

 

E sfoglia il libro

al capoverso quattro,

hai già impreziosito

il tuo scalfito palpito

e in refrigerio sembri voltarti

ma è solo un sussulto

notturno

di questa prima

luce del mattino

che seduce più

del nostro pensiero,

è più sgualcita

dei miei libri perfino.

 

Vai avanti amore,

resta in un angolo,

non ti voglio svegliare,

i capitelli, le campate,

i fiumi, i ruscelli,

i monti, gli astri,

le passeggiate sul lungomare,

le nostre serate

sono raccolte in quest’istante,

in questo tuo ulteriore respiro,

non scomparire.

 

Entra un fascio

dalla finestra chiusa

a metà e le ombrette lucenti

sono già suoni.

 

 

 

 

 

Vuoi per davvero dimenticare?

 

 

 

 

Magari anche mi.

 

Oppure si.

 

Entrambi, legamento

 

Nel vento sento te,

fuoco incandescente,

dal brivido sulla mia pelle

diretto al cuore.

 

Per distrazione.

 

Magari la.

 

Sei tutta dentro me,

sussulti con lo scuotimento

delle mie vene spianate,

sei già tutta mia.

 

Ti stendi contenta

del tuo turbamento,

hai in mente un accordo.

 

Ma noi chi siamo,

profeti dei pazzi,

ti domandi e rispondi,

poi il la.

 

Vuoi per davvero dimenticare

i nostri corpi stesi supini,

mai tanto vicini,

le nostre acrobazie di penna,

i nostri vaneggiamenti?

Non siamo poi così diversi!

 

Nel tempo lo scolorimento

delle cicale misteriose,

è già estate,

non te l’aspettavi?

 

Magari ancora si.

 

In un bemolle

mi rizzi al cielo

il mio manto oscuro,

schiarisci un po’ la voce,

dai.

 

Vuoi davvero dimenticare

le giornate e le nottate

tra i silenzi ed i baci intensi

che inumidivano i nostri corpi violetti?

 

Anche il destino

ha fatto al nostro canto

l’inchino,

e noi ora soli quaggiù.

 

Do e poi si7.

 

Vuoi per davvero dimenticare

le serate all’imbrunire,

il tuo volto sulla mia spalla,

il mare e la più superba stella?

 

Magari mi e ancora si,

dici.

 

Vuoi davvero dimenticare?

Io non posso,

sento ancora il tuo sproloquiare,

il dolce sapore ancestrale

delle tue labbra.

 

E dimmi sì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza fiatare

 

 

 

 

 

L’entusiasmo incontenibile

da un soffio di vento stroncato,

irrefrenabile desiderio di vendetta,

i tuoi sorrisi, le tue intense carezze,

tuttavia è sempre vero

che la felicità a volte

è troppo lontana

e chi crede di averla trovata

sprofonda nuovamente

nel suo dolore.

 

Le tue parole oramai

a poco possono contare,

tuttavia mi rimane

il palpitare

nel guardar le tue foto sbiadite,

ma a volte occorre

non lasciarsi troppo andare,

non cadere tra le braccia

di una passione.

 

Come ci guarderà

ora il faro di Alessandria?

Ci saranno mai più

le passeggiate

mano nella mano

nella reggia di Versailles?

Avrai ancora voglia di bere

la limpida acqua del sapere

e sbiancare di fronte

al soprannaturale,

piangere per Paganini

fino a lasciarti sfiorare

dalle sue corde?

Scorgere il mare

dall’ermo colle senza fiatare?

 

Senza fiatare!

 

L’aristotelica tua categorizzazione

non ammette vie di mezzo,

tuttavia cerca di fissare nella mente

quelle mie tre parole.

 

Cosa penserà di noi ora

il Colosso di Rodi?

Godremo ancora distesi

nei pensili babilonesi?

 

Ricordo come era dolce

stringermi i fianchi

mentre sbarrando gli occhi

mi dicevi di sentire

l’odore del mare,

il ripiano del nostro

influsso al astrale,

il ricamare della sabbia

tra la pelle

nell’infinità indefinita del tempo,

il tuo parlare ancora

senza fiatare.

Senza fiatare!

 

 

 

Le conclusioni

 

 

 

 

I ti voglio bene,

i ti amo,

i baci,

gli abbracci recitati

come mantra

ad una shiva

un po’ femminea

dai capelli arruffati.

 

Le conclusioni sapienziali

di cui tratti,

dal centro dell’intarsio violaceo

del flusso di potere

del tuo candore

alla giravolta del rancore,

le conclusioni speziate

ed impreziosite

dalle dolciastre parole

di chi ha consapevolezza,

fluido a incandescenza,

emette un sospiro

come fosse naturale respiro,

questa non è una pipa,

oppure metti al vertice

del monumento funebre

di Cheope una sigla.

 

Ritmata la cadenza

dei greci un po’ rock,

degli andalusi un po’ delusi,

degli elvetici

sempre ingaggiati

come spie di guerra,

non è così che si scuote la testa,

ho il tuo numero di cellulare,

ti posso chiamare?

hai un attimo per divagare?

 

Le conclusioni

del liquido ancestrale

sono gorgheggi di piume scolorite,

l’evoluzione descritta

da un medico mancato,

la profusione,

l’eredità dei geni,

sono tabula rasa ricettive

le nostre caste verità interiori,

e Agostino direbbe

è lei che ti verrà a cercare,

e D’Agostino con l’eurodance

ci sa fare.

 

Non hai parole?

La bocca resta asciutta,

l’accademico di accademia alcuna,

l’apolide filologo

dell’Università di Basilea,

aploide il rigurgito scolastico,

incrocia pure le dita

e mettiti in posa per la miniatura,

mi raccomando,

con fare austero e disinvoltura.

 

Le conclusioni,

le tue passioni,

spulcia un po’ di rimmel

dagli occhi,

sì, guardami di traverso

che mi fai impazzire,

nel godimento intellettuale

potrei anche morire,

scandisci le parole,

muovi bene le mani

e non solo per accompagnare

la retorica,

anche e soprattutto

per i tuoi giochetti

eroticamente confusi.

 

Le conclusioni.

E poi direi,

altro da raccontare,

ma concludendo,

le conclusioni. 

 

 

 

 

 

Alice fantasy

 

 

 

 

Parti in quarta

con una quinta da dio,

accovacciata sei sulla luna

con ali tinte di gridellino,

ti specchi con purpurei capelli,

narcisa d’altri venti

e da te stessa sottomessa,

fiori attorniano l’anima

e il tuo corpo da messaggeri

dei nostri rimandi all’astratto.

 

Vento,

dicevo il vento,

il vento e te stessa,

in principio era solo questo,

a volte ho paura

che la tua melodia

sia troppo ardua per me

da seguire,

ecco penna e calamaio,

plasmiamo con un ghigno,

una nuova glaciazione.

 

Rimpiangiamo un po’ fanciulli

quell’autunno che ricopre

come piume il nostro corpo,

tu padrona,

mio tesoro sconosciuto,

mio irsuto vaneggio,

sai è da un po’

che mi manca il suono

della tua chitarra,

il tuo canticchiare di traverso

come sull’orlo di una tazza

di caffè scolorita

dal tuo languire

e dal tuo esplodere giallognolo,

accendi un’altra sigaretta.

 

Sull’orlo,

dicevamo o dicevo,

ma capisco che sei tu

il mio abisso

ed io sospeso

tra paura e voglia d’avventura,

ossia timore e libertà,

una nuvola si impone imperiosa,

il tuo sapore scorge

l’astuta rocciosa scogliera,

agitazioni motorie

come spasmi naturali

di tettoniche a zolle,

maree di assenza di te.

 

Sbocci dalle tue stesse ali

in metamorfosi ora candidissime

accompagnata dal tuo fedele

liocorno in miniatura

e dalla tua artistica bravura.

 

Una cascata improvvisa

dalle colonne corinzie

ti ridà la limpidezza

di un giglio immortalato

dal mio sguardo ed immortale

per tuo stesso gesto.

 

Forse questa stradicciola

di campagna è un po’ aspra,

un po’ adirata,

alzi un po’ la veste,

non ti scuote fermamente

il fango della gente,

ti senti credo come Alice

nel tuo mondo fatato,

più che introspezione psicologica

o critica sociologica,

realtà cosmica.

 

Congiungi le mani

ed è la luce,

le divarichi

ed è chiaro l’invisibile.

 

Ho capito forse di volerti,

come l’elmo in battaglia,

ricca di colori,

stendardo novembrino

di un amore mai sopito.

 

Guarda credo sia passato tempo,

non è vero,

è per dispetto,

suonami, ti prego, ancora qualcosa,

non sfiorire come rosa.

 

Oh! Non hai mai assaporato

la mela della perdizione

ma sei comunque maledetta,

si crea il buio nella mia mente,

darkettina mia e un po’ insolente.

 

Ti deponi tra il silenzio

e l’ultimo fascio che ci accende,

ti intravedo un po’ lilla

un po’ trafitta

ma sempre fiera

e mai sconfitta.

 

Vola la farfalla

perché io, senza te,

non saprei che scrivere,

non avrei motivi per vivere,

non ho più inchiostro,

scrivo col gesso

ma te ne prego,

non violarlo con la mano.

 

 

 

 

Il treno dall’infinito

 

 

 

 

 

Una sigaretta accesa

distratto alla stazione.

Un coro di allodole

e decoro alla Gondor.

 

Non mi muovo,

sono immobile

al secondo grado

di noia heideggeriana.

 

Giusto un po’ agitato,

svilito,

sfiorito.

 

Cambia come il suono

stridulo il tempo.

 

Dorme accovacciato un cucciolo

col suo padrone dai capelli

rasta a elemosinare.

 

Non mi muovo,

quasi mi stenderei nell’oblio

di questa panchina mattutina.

 

Alberi ortodossi e commossi

mi adombrano il fiato,

non ho voglia di parlare

e prendo a scribacchiare.

 

Lento.

 

Quanta voglia

di tenderti le mani,

di congelare il ricordo

e renderlo attuale,

senza sconto il tuo visino

dolce e seducente.

 

Non so neanche più dove andare,

la mia vita da gitano di cristallo,

basta un soffio di sentimento

ed in frantumi do tutto me stesso

al vento

mentre tu non ti tagliuzzi,

sopporti le mie assurdità,

le mie paure,

le mie vili scommesse alla roulette,

un altro giro e ho perso tutto.

 

Così, dici,

il tempo è come il mare,

sponda da lasciarsi andare.

 

Chiara l’acqua del vissuto,

magari gli dedico un pensiero

se rimane a flutti

e gli occhi da sirena

si perdono nel volto,

il mio,

sono qui,

a desiderarti,

a bramare quel tuo corpo

da piccina ardita.

 

E poi sorrido,

l’afa mi imprime

un tepore di giorni andati

e mai più scordati.

Oh cara!

 

Potrei ridarti le mie mani,

incrociarle alle tue,

dirti ti amo sulla spiaggia

fino all’alba.

 

E non voglio respirare

senza il tuo fiato da bambina

che mi inumidisce la pelle

come ardente rivolo

puro e suadente.

 

Tempo,

penso ancora al tempo maledetto

che fugge reo confesso

et non s’arresta un’ora,

ma poi è solo il profumo dell’aurora

nel nostro amplesso

che ci scandisce ardimenti

che neppure l’entusiasmo

dei sentimenti

possono glorificare,

solo umori disillusi,

ma io non ti scordo,

un giorno ti prometto,

sarai sull’orlo di un cuscino

a dirmi ancora sottovoce,

ti amo amore.

 

Arriva d’improvviso

il treno dall’infinito,

la destinazione mia quale sarà?

Un luogo dove forse

la mia parola splenderà. 

 

 

 

 

 

 

 

Abbracciati per l’eternità

 

 

 

 

E quando non hai più voglia

di scrivere o pensare

e un brivido t’assale,

cerchi di starci dentro

e scorgi il sentimento.

 

Alle volte la paura

è un’arma che  ci impedisce

di varcare i muri della verità,

altre volte è solo insicurezza,

viltà e vanagloria stupida.

 

Non capisco come si possa

odiare guardando negli occhi

né tanto meno come si possa

girare il coltello di traverso

e con un colpo assestato tradire

un amico oppure un nemico,

tradire chi è della tua stessa carne,

togliergli l’amore e la libertà.

 

Nel frattempo noi due

abbracciati per l’eternità.

Ah come sussurra il mare!

Ah che voglia delle tue labbra,

che voglia di baciare!

 

E assaporando nuove sensazioni

nella nostra introspezione,

siamo in simbiosi con l’umanità.

 

Poi più chiari e più sinceri

(puoi pure baciarmi ancora,

se vuoi),

stringerci ed assaporare

l’universo intero.

 

Ma proprio non lo sentono

quegli altri il dolce vento

che spira solo per la loro pelle?

 

Noi sulla nostra isola deserta

mai siamo stati tanto a contatto

con la vera umanità.

 

E stringimi,

ti prego,

fallo ancora,

il nostro è un abbraccio universale,

panteistico il pensiero,

l’unico che mi sfiora,

noi,

due passi sulla sabbia,

la luna,

la nostra ridente padrona

con la freccia nella fodera

da cupido

non scaglia che eros e amore.

 

Se guardi ancor lo specchio

ci puoi veder diversi

ma siamo sempre i soliti fanciullini,

i poetini che piangono

e al tempo stesso lanciano

giavellotti al cielo.

 

Non credi sia importante

divagare, saperci fare,

lavorare,

non credi sia più importante

stringere una ragazza

e saperla amare?

Sì ho detto amare,

 

amare lei sola,

unica al mondo,

la tua meta di sempre

finalmente raggiunta

che con fasti dionisiaci

è stata imbandita

ad un orfico rito sbiadito

ed è lei la pulzella ardita,

la ragazza più sbalorditiva.

 

 

 

 

 

Traendo somme

 

 

 

 

Traendo somme

con gli amplessi complessi

dell’algoritmico tuo fiato

sul selciato

rinchiusi come albori

delle clorofille in bolle di sapone

dal superbo odore di marzapane.

 

Una funzione lineare

un po’ ondulata è l’ascissa

del sentimento sul tuo corpo,

coordinata alla maniera leonardiana

e stralunata da un’incudine

bislacca leopardiana.

 

Non so se la risultante

sarà una decisione,

una conclusione importante,

termine caro in giorni d’imperio

ortodosso sulla tua pelle

di colori variopinta

e dalla luce come lancia

nell’ultima remora inflitta,

ad ogni modo il vizio

di punteggiatura è la distrazione,

damasco dell’altopiano

a ridosso sulla stessa

epidermide salata.

 

Le melodie di ogni mattino

stese al sole

hanno posto assedio

ma con pudore,

il diluvio universale

del nostro sproloquio

ha ottenuto clamore

grazie alla seta del tuo candore.

 

Ed alla fine mi chiedo

se la storia senza capo e coda

è un disarmante diversivo

per il tuo volto giulivo

già scordato ma al suono

delle sfere accordato.

 

 

 

 

 

Aspettandoti sul nostro ramo

 

 

 

 

 

 

Aspettandoti sul nostro ramo,

quello più fiorito, ricordi?

 

Aspettandoti prima di partire,

per sempre lontano

come il tuo incanto svilito

dalle mie parole,

un canto intenso di cicale.

 

Sei l’illusione dei miei domani

e al tempo stesso dunque

la speranza qui tra le mie mani,

converge passato e futuro

nel tuo sorriso ora immaginato,

degli anelli fluorescenti

ed altri decorati di alabastro

sono approdo per i miei pensieri,

i braccialetti stesi come guanciali

sui tuoi polsi oramai consumati.

 

Ah come è lieve

l’aria questa sera!,

come vorrei potessi goderla

qui al mio fianco!

È tutto scritto,

mi dicesti un giorno

e confermasti il libero arbitrio

in paradosso

guardando me come giullare

decorato nell’ultima battaglia

contro la massa.

 

Forse nel vento a noi amico

ci rincontreremo,

i tuoi percorsi saranno segni

tracciati sulla sabbia

delle mie voglie, le tue,

le nostre,

il nostro cambiamento rinverdito,

le cose cambieranno

ma forse con moderazione,

con la dolcezza

che nei tuoi silenzi scorgo

in fondo al tuo bel cuore

di diamanti.

 

E come da tarocchi sortirà la sorte,

puoi pure dare un nome

alle mandrie o alle scale musicali,

così da confondere l’inizio con la fine,

il tuo corpo al mio fianco disteso

e le mani intrecciate, sogni destati

dall’albeggiare del tramonto,

ed ora comincia la storia

per davvero,

quando non hai raggiunto

altro confine che non sia

quello tracciato sui tuoi bordi

dall’eccitazione frastornati,

sul ramo penso a te.

 

Fiorisce, è un attimo,

poi disappare quella tua immagine

da incorniciare,

le spiagge mute

ai nostri passi nudi,

il lambire delle nostre discussioni

è l’acqua cheta della tempesta

senza rumore

che corrode la scogliera.

 

Ah potessi sentire

con me, qui al mio fianco

questo intenso profumo estivo!

Potessi lasciarti andare

e l’intenzione ricamata

indirizzare all’istinto razionale,

in una sincretia d’affetti

mai provata,

forse perché da troppo tempo

tralasciata,

da millenni ormai dimenticata!

 

Forse nel tempo a noi nemico

ci scorderemo,

si convincerà anche lui

della fasullità delle nostre

sensazioni lineari,

magari comprenderà

che la descrizione di un ellissoide

vale anche nel suo dominio

e non solo in quello spaziale,

poche parole ardite,

il circolo non è perfetto

perché non esiste sulla terra

un vero triangolo

ed un vero cerchio,

sono approssimazioni ed illusioni

i baci tuoi ed i rapporti umani,

ergiamoci in alto,

ti attendo ancora qui,

sono sul nostro ramo.

 

Una viola del pensiero

si posa sul mio palmo improvvisa,

ti ho intravista,

non mi hai dimenticato.

 

 

 

 

Tutto ciò che resta

 

 

 

 

Mi ponevo quesiti

appostati sul nostro discorso,

isolati noi due un po’ dal mondo,

ora che è finita

non ci sono più domande,

strisciamo nella certezza

del nostro domani come insetti.

 

Non ce ne erano motivi per scomparire,

forse solo l’abitudine di una storia

che si consumava

e ti avrebbe distrutto,

ah mi ricordo negli amplessi

di noi distesi!

I tuoi capelli che coprivano

il mio volto come tele

di velluto indiano!

 

Poi arriverà già un altro,

un sostituto

come per gli addetti ai caselli,

meccaniche le attese,

sporgente quel tuo seno

che le mie mani capienti

avvolgevano al tuo ansimare

come preda del tuo desinare,

una storia mai finita,

non tornerai ma sei ancora

nella mia mente vivida e viva,

un sussulto di campane,

quelle che ci risvegliavano

al tramonto,

per Paesi sconosciuti,

Monaco e la Baviera ai nostri comandi

e noi sugli attenti.

 

Una passeggiata in bicicletta

sul suolo partenopeo,

rovinammo a terra per campagne

e ci avviluppammo

come allodole al far del giorno,

io ero steso su coperte decorate,

tu mi riempivi di ortensie profumate.

 

Tutto finì

prima che potessimo soffrire,

che un amore unico

potesse ferirci,

l’amore esplose

in tutto il suo fragore

quando con la tua mano

carezzandomi dicesti addio.

 

Ci sarà qualcuno

ancora che prenderà

i tuoi polsi corrosi?

che ti sedurrà con le parole e i sogni?

traccerà forse come me il futuro

ma non saprà mai dirti

che senza di te la vita

è un vicolo oscuro. Puoi pure piangere ancora

sai! Noi a danzare

di spalle come giullari matti.

Chi altro lo farà e chi lo farebbe?

 

Parleremo forse un giorno

ancora colmi di illusioni,

le nostre che vincevano

ogni patimento ed ogni paura,

affrontammo il mondo intero

ed ora soli ad allontanarci

mentre la tua mano si distende

e rompe l’intreccio con la mia.

 

Ti ricorderò per sempre

piccola ragazzina

che usi le tue iniziali

invece del tuo nome.

 

Ti ricorderò come dolce audace ribelle

che ha lasciato un segno indelebile,

nella mia voce,

la mia incudine su carta

è tutto ciò che resta.

 

 

 

 

Un raggio di luna

 

 

 

 

 

Un raggio di luna

penetra e crea orme

austere sulla parete.

 

Un raggio di luna,

ombra del tempo passato

al fragore del vento.

 

La quiete dei giorni velati

si apre al tumulto

di questa sera incantata.

 

Nelle gelide nottate invernali

sono rinvigorito al sapore

della frescura diurna.

 

Nell’afa arida di questi giorni

sto assaporando sieste sbiadite

come la foto tua sul mio comodino

riposta,

tralcio di vite

per la vendemmia delle nostre meraviglie.

 

Un raggio di luna penetra lieve,

un po’ mi accompagna.

 

Un raggio di luna,

altisonante un cigolio continuo

e incessante,

poi più sotto un pensiero sepolto

accompagnato dalla linea melodica

a tonalità univoca.

 

Nelle gelide nottate di febbraio

bramavo il tuo corpo

come sedotto dalle tue poesie

di fanciulla.

 

Nelle afose calure diurne

di questo tempo

ho cercato di dimenticare

il refrigerio dei tuoi baci.

 

Delle tue parole

resta il sentore

di una storia destinata a non finire.

 

 

 

 

 

Tu nella villa comunale

 

 

 

 

 

Tu nella villa comunale

stesa sulla panchina

a mettere lo smalto lilla della sera,

comunque il trucco di Gondor

è svelato da un fantomatico

Roll adirato.

 

Il rumore del sapore

delle tue labbra

è condito di lapislazzuli,

marmi pregiati da Carrara

ti immortalano adagiata.

 

Il rumore dei colori

non si smuove neanche un po’

dal tuo visino dolce

come il maraschino.

 

Tu nella pace universale

mi stringi stretto

come fossi estromesso

dalle tue cure,

ma dopotutto quel frastuono

nel tuo diario appunti una nota

o due,

arrangi un arronzato suono.

 

Il tepore delle labbra

col lucidalabbra addolcite

rende amara la sordina

e non puoi suonare

mentre riposi.

 

Il caldo (l’afa d’agosto).

 

Una sigaretta (due stecchini d’incenso).

 

Il tuo quaderno (macchiato di gesso).

 

Un paio di fumetti (Dylan che sorride).

 

Poi del ricordo la cornice.

 

Il rumore dei sapori

è scosso come albori

di cui vai ghiotta la mattina,

alle sette già in cucina.

 

Il rumore dell’incudine

batte forte sulle campane

ed è un risveglio occipitale,

lo dico per mischiar

le tue carte migliori.

 

 

 

 

 

KLL

 

 

 

 

Io balbetto

dinanzi a voi dall’arte somma

perché il vuoto del silenzio

con il vostro melodioso accordo

avete rotto.

 

Avevo dodici,

forse tredici anni

e mi spinsi sul baratro

della scrittura

mosso dalla musica

più che dalla scure della poesia,

divoravo libri e fumetti

ed ascoltavo estasiato

le parole sibilline,

quelle ribelli

e quelle libere davvero,

ero un po’ un viaggiatore sperso

tra i versi.

 

Non avevo forse

sogni di gloria

ma soltanto il desiderio

di tracciare un solco nella storia

con il mio passo insicuro,

il momento preciso non lo ricordo,

ma le muse di comune accordo

con Apollo ed Hermes

vennero a trovarmi,

con Selene a sedurmi.

 

Vi devo la mia vita

al di là della banalità

di una mediocre disillusa

pulsione fatta di rinunce

e brilla al vostro suono

la mia pelle

che come un assiduo mercante

cerca la sua perla.

 

Questa è la mia storia

fatta dalle vostre parole,

questa è la mia vita

vissuta per il dolce suono

del liuto a collo di bottiglia

che mi spinge a suonare sulla scrivente

le gemme della mia mente,

voi siete stati tutto

e sempre lo sarete,

non dimentico le origini

di una storia forse

ancora tutta da raccontare,

da folletti dei boschi spiegare,

da comporre, da leggiucchiare.

 

Un groviglio di parole,

un passo muto tra la folla.

 

Se le mie parole

non lasceranno il segno

come corpo si dissolveranno

ma ne resterà l’odore

di viola del pensiero,

la dono a te più cara,

a voi la mia simpatica orchestrina

diretta dalla estiva brina.

 

Voi uniti nel bel canto,

passi tardi i miei,

seguiti dal loro sublime

e superbo incanto,

non so quale sarà

il mio vero destino

ma ho imparato a navigare controvento

e ad ondeggiare

come ubriaco sulle scale.

 

Vi devo un’ articina

imparata da carte sbiadite

e malandate,

dai miei orecchi attenti,

dalle mie pupille dilatate

al clamore di parole leggiucchiate.

 

Questa è la mia storia,

sono solo fatto di parole,

non attendo altro

che un destriero possente

che mi conduca sulla via

impervia della vita

come naufrago del tempo,

invasore e cantore

incautamente bellicoso.

 

 

 

 

 

L’esilio di Partenope

 

 

 

Partenope guarda il suo stesso paesaggio

dal mare,

le orde sannite

invadono il magico borgo

vecchio dall’incuria non protetto.

 

Lei ha cucito

con le sue lievi mani

bottoni sulla veste

che ricopre il corpo

di sirena incantatrice,

ma si è innamorata

del suo sguardo sbarazzino

come una bambina,

tuttavia le orme delle orde

sul suolo interno

si appropriano del suo fascino

senza remore né paure.

 

O mia principessa della poesia,

i cantori anche dopo la tua morte

li hai saputi incantare.

 

Certo, sicuro, è vero,

la nostra cultura

è oggi schiaffeggiata

dalle mani di stranieri egoismi

ma, ne sono sicuro,

qualcosa cambierà

in questa città che è simbolo

di una nazione

e della bellezza del mondo

città nuova.

 

È questa la ragione

per cui non ti voglio abbandonare

e resto mite

ma qui con te a lottare

senza tregua.

 

E siete ancora seduti

rannicchiati per maledizione

tu e il tuo amante a Castel dell’Ovo

in dolce e atroce esilio,

in attesa che le cose cambieranno.

 

E siete ancora chiusi

come in gabbia a scambiarvi

baci salati e leziosi,

baci timorosi.

 

Ricordo le leggende

che circolavano sul tuo conto,

che cara ragazza

dal trucco vistoso e dark

in mezzo al mare coi pescatori!

 

D’un tratto raccontasti

tutti i tuoi misteri

allo straniero sannita

che lo trasmise alle iannare,

rinunciasti a tutto

per avere lui dal bel volto.

 

Ma il segreto più grande,

o piccina,

non lo svelasti,

lasciasti in tuo potere

le vibrazioni dell’amore

che il mondo possono cambiare.

 

O mia principessa della follia,

gli artisti di strada in Piazza

del Gesù Nuovo suonano

ancora i tuoi motivetti

e tracciano i tuoi disegni.

 

Certo, è vero, ne sono cosciente,

ne sono sicuro,

la libertà vera non l’abbiamo

mai ottenuta

ma abbiamo saputo serbare

nei nostri cuori

le culture del mondo intero

e sappiamo ancora innamorarci davvero,

nel guardare una ragazza negli occhi

essere sinceri.

 

È questa la ragione

per cui sono anch’io

innamorato dei tuoi sussulti

e dei tuoi frastuoni tumultuosi,

di questo popolo dal cuore immenso.

 

E siete ancora lì,

a guardarci tutti stupiti

della nostra incuria

e della nostra noncuranza.

 

E siete ancora lì,

abbracciati a vedere

come noi ladroni

siamo cechi

dinanzi ai nostri tesori. 

 

 

 

Erminia

 

 

 

 

Erminia,

et in arcadia ego,

tagliuzzate le vene

più di un anno fa,

non la musica dell’mp3

mista di canzoni d’amore

ti soccorse.

 

Nuda sotto la doccia

a cercar così la tua felicità,

uno sprazzo sereno

poi le pupille dilatate.

 

Il treno che ci accompagnava

nei discorsi vuoto è ormai,

le tue amiche troppo distanti

dalla tua realtà,

un filo solo si addipanava,

qualcuno diceva ci naufragava

verso incogniti prati azzurri.

 

Le tue amiche 

non erano ancora pronte

ad i tuoi cori serali,

ai tuoi lamenti mattutini

e le grida di rabbia

erano voci velate,

un po’ offuscate.

 

Fumammo insieme dell’erba,

ed il tempo passava,

ti distraevi con poco,

ma perché ti hanno abbandonata?

 

Erminia la regina nuda e morta.

 

Erminia io direi dall’oblio sepolta.

 

Erminia

che il candore della pelle

non ha saputo il vento smorzare.

 

Tenuti insieme per mano

tracciavamo costellazioni

e poi sognavamo.

 

Tu eri felice dei tuoi dolori,

dei tuoi dispiaceri un po’ meno,

della noncuranza nemica.

 

Forse ora soltanto ti ho capita,

il taglio è stato più profondo

perché, muta,

la società la risposta

ai tuoi desideri non l’ha data.

 

Erminia la principessa delle serate.

 

Erminia la nostra amata ormai andata.

 

Erminia nel mio cuore, carta stampata.

 

Erminia resterai nel disegno

di ogni costellazione,

nella melodia

del mio ultimo accordo.

 

 

 

 

 

Discorsi folli

 

 

 

 

 

Pioggia toccante

e cinematografica nella tua mente.

 

Sete giallognola

e aspra tra le gengive

e gli incisivi sporgenti.

 

Stracolmi di euforia

gli ubriachi della sera

ondeggiano a sinistra,

lieve il caduco introito di destra,

spalmati come la marmellata

i neuroni

o pronti all’assedio bellicoso,

un grappolo d’uva.

 

Messaggi telepatici

ed incanto bilingue

della nazione destrimane

e cilindrica,

sensazioni di quiete.

 

E la tempesta a volte

segue questa calma

nell’incrocio di sguardi,

pensieri ovattati.

 

Il vichiano corso e ricorso

dei bestioni e degli umani,

dei villani e dei baritoni,

privi di titoli accademici,

i maestri distratti dalla natura,

pensieri malandati

dall’incuria guizzante della paura.

 

È la follia la molla della storia,

è questa la verità

neanche amara,

ha un retrogusto dolciastro.

 

Siamo in simbiosi.

Ci esuliamo come assediati

ma siamo noi lo specchio del destino.

 

Il mondo è sbarazzino,

lo sguardo tuo non è da meno,

mangiucchiamo qualcosa,

hai fame?

 

Prendi una tennens

tanto la fame si dissolve

come un fantasma,

comportamento alimentare

da adolescente sbadato

a ingurgitare patatine vertigo.

 

Il nido d’uccello

è il nostro fisso sguardo,

un’altra fissazione.

 

Discorsi folli come la storia

che si muove come quei tre ubriachi.

 

Una sigaretta accesa,

l’odore del vento si confonde

con quello del tempo

ed ora leggi a ritroso

quello che ho scritto

e quello che scrissi.

 

Il circolo indo-nietzschiano

è l’inizio dell’origine

e la fine del principio finale,

è un susseguirsi di invettive

contro poveri cagnolini

che si mordono a trotto la coda,

se l’immagine è il serpente

nella dannazione edenica

il re del mondo

ha maledetto anche il tempo

che dissipa e consuma

i nostri corpi giovinetti.

 

L’astrazione matematica

delle cose naturali

perde il contatto con la realtà,

ma nel paradosso è quella

l’unica certa verità.

 

La matematica infallibile

dà più volte segni di resa.

Il vero iperuranio è nei pensieri

dei poeti

non nelle quattro assurdità

del teorema dei carabinieri

o del coseno di gamma,

cercalo piuttosto nella pioggia

sulla sabbia,

astratta ovviamente

dalla mente sensibile e cordica,

la mente dell’anima.

 

 

 

La sedicente saracena

 

 

 

 

La sedicente saracena

con un velo che le copre il capo

e le spalle

sorride timorosa alla finestra.

 

Federico il mecenate

nella corte siciliana

a comporre sonetti e canzoni

coi suoi notai ed amministratori,

fiduciari di versi.

 

Tartari che scendevano

come nebbia,

beduini sepolti

dalla foschia del fumo di hashish

o dalle sostanze oppiacee

che inalavano in sostituzione

per mistica ascensione.

 

È l’inverno che tarderà quest’anno,

che mostrerà il varco montaliano

ed atteso,

è l’autunno che libererà

il giogo delle catene,

senza pretese.

 

Lungo il tratturo antico al piano

si abbeveravano i pastori

mentre D’Annunzio sorvolava Vienna

con manifesti

inneggianti alla patria e al pacifismo.

 

Proprio mi stanno sul cazzo

i viscidi avvocati,

i medici che si credono unti del signore,

gli ingegneri e i palazzinari,

gli economisti, i manager ed i puritani,

non parliamo poi dei politici

e dei burattinai.

 

È l’inverno che si spera

libererà dall’oppressione afosa

dell’indifferenza,

è l’inverno della speranza,

della mia assurda pretesa,

quella di viver la vita,

la pretesa folle di felicità

seppure solo sfiorata,

colta in un attimo di verità.

 

 

 

 

 

Alle porte del destino

 

 

 

 

Alle porte del destino

di nuovo io e te mano nella mano,

con le bocche traboccanti

di bacche balbettanti

e claudicanti

per i temuti incanti,

parlare a stento,

come assordati

e respingere le insidie

della paura

cogli abbracci reciproci

e remoti nella loro attualità.

 

Esser pronti per un lungo viaggio

in una difficoltosa foresta,

temere la tempesta,

il vuoto e qualche naturale vendetta,

poi perdersi allibiti

dallo spettacolo dei pini,

degli abeti, delle querce

e sentirsi come ginestre

sperse eppure coraggiose.

 

Dici no, dici che nei sofismi

sull’essenza un ricordo può servire,

alla ricerca di quello perduto

non trovo resa.

 

Passeggiare per le strade di Vienna

con il calendario tra le mani

ignorando itinerari,

domandarsi la conservazione caratteriale

se può avere quell’influsso astrale

di cui tu mi parli sempre,

poi capire che la scrittura,

il cielo è tutto e dio con lui,

sì è così le scosse telluriche,

i maremoti, le maree,

le temperature

e gli aspetti caratteriali

ce li dan le stelle

nel loro superbo danzare.

 

Oppure no, dici no,

dici non generalizziamo, c’è l’eccezione.

 

Ma ti dico, è questo il punto,

non c’è regola che tenga,

le nostre vite sono solo anarchiche

eccezioni figlie però

di un sincretismo universale.

 

Hai da accendere?

L’accendino l’ho dimenticato.

 

 

 

 

 

Incedi con passo leggero

 

 

 

 

 

 

Incedi con passo leggero

coperta solo del tuo velo,

il mare scosso dal tuo adagio

e l’erba cresce ad ogni palpito,

sboccia un fiore ad ogni gesto.

 

E poi ti vedo tracciare le parole

che non sai ascoltare,

con la grazia delle piante rampicanti

ti adagi sul mio corpo e gli dai vita.

 

E sono in preda ad un affanno,

ma le tue mani già lo sanno,

sapienti carezzano un sorriso

che dalle labbra inonda il viso,

un’esplosione di colori.

 

E continui a tracciare

storie che non vuoi raccontare,

e continui a ricoprire

questo vento col silenzio.

 

Poi tra i flutti sembri scomparire,

come Venere a ritroso

ritorni sirena generata

da una conchiglia innamorata.

 

 

 

 

 

 

Ed è ancora sera

 

 

 

 

La sera stende il suo manto,

un sole rossiccio m’illumina,

è incanto.

 

La sera stende atmosfere

celate agli occhi degli orbi,

della dualità trinitaria

persa nei borghi

scanditi da chiare pupille

della docile ragazza

con le cuffiette alle orecchie

e un refrigerio nella mente.

 

Sembra che non bastino parole

a smorzare i silenzi,

sembra che non bastino silenzi

ad incutere i tuoi tepori serali.

 

E dallo sguardo sperso scruto

rimasugli d’incenso,

le nostre serate

sono leggere ed estive,

indimenticabili ed indimenticate,

come due natanti all’incrocio

di piatti suoniamo

melodie nell’afa sbiadita,

può darsi la penombra

un mistero ditirambico ci sveli.

 

Ed è ancora sera.

 

La mia passione è svilita,

sembra infittirsi la voglia

di abbandonare tutto.

 

Ma come può un germoglio

sfiorire senza appassire,

può nel ricordo vivere

senza svilire,

ed è la memoria che mi salva

dal tedio e mi affligge

come rovescio di medaglia

celtica e incisa su bronzo

restio all’incrocio di sguardi,

e tu ancora mi guardi

e strizzi l’occhio.

 

Ed è ancora sera.

 

 

 

 

 

 

Restò una dolce rosa candida

 

 

 

 

Le fondamenta del mio pensiero

tracciavo con cura,

vittime dell’arsura

del lavorio incessante

come sciami di formiche,

fisso in maniera salda

il trivio e il quadrivio

come cardo e decumano,

la realtà triplice

come pietra di volta,

quella d’angolo

una giravolta etilica

e candidamente rubiconda.

 

Poi mi assalirono mille dubbi,

tutto da capo,

tutto da rifare.

 

Poi mi assalirono mille problemi,

il tutto è già scritto

con piume d’oca,

ma ne varrà la pena?

 

La salda pietra

sotto la scossa del reale

perse il barlume di vero

e a colpi tellurici

rovinò a terra.

 

Restò una dolce rosa candida,

restò solo una dolce rosa candida.

 

 

 

 

Conosci a fondo le mie paure

 

 

 

 

 

Si lamenta nel tormento atroce

di un’età senza più voce.

 

Conosci a fondo le mie paure

più segrete e già scrutate

dagli attimi fuggiti,

adolescenze in bilico,

passeggiate in bici.

 

Potrei ora divagare,

potrei sfiorarti con le mani.

 

Potrei ora silente

fiatare il mio ultimo lamento.

 

Ma credo che la prospettiva

del domani si imponga inaudita,

mi stia fuggendo tra le dita.

 

Conosci a fondo, amore,

ogni mio dolore

per questo corpo vittima del vento,

del passo tardo del tempo.

 

Potrei parlare.

 

Potrei dimenticare.

 

Ma la mia voce muta

continua a sognare,

tra un po’ è già autunno,

qualcosa cambierà?

 

Potrei dirti ti amo di sfuggita

e poi baciarti e perdermi così

nell’oblio dei sensi.

 

 

 

 

 

Il peso specifico è annullato

 

 

 

 

Il peso specifico è annullato

da un possente fluido appena condensato,

col bagliore degli occhi

creerei le immagini

e la matita è capovolta.

 

Insula in flumine nata,

la tua sveglia nel dormiveglia,

la tua curva sospesa

da elettrochimica resa

d’intenso incenso

gettato a quintali

su muschi e licheni,

dai, diamoci un altro bacio.

 

E attraverso il ritorno ondulante,

non è musica quella che esce

dai lobi auricolari,

la tua chioccia è punta

dall’anello di roccia

che solo l’aere profondo

e tenue dà,

la tua incudine ed il tuo martello,

la falce e il grano cosiddetto.

 

Giallognole avversità

in tramonti di verità,

sopita sei un po’ svilita,

non ti fa più effetto

il tossico detto,

non una sola parola,

non una speranza,

non una motivazione

se non melodie perse nel tempo

che vogliono farmi continuare.

 

Continuare a ondeggiare,

come pazzo in sulle scale,

sto solcando un’epoca nuova

e la gente indifferente muore

oppure passa e sorride,

qualche spicciolo per le sigarette,

le meno costose,

qualche danno collaterale

per poter continuare.

 

E finirei con un bel,

nel blu dipinto di blu.

 

 

 

Irrequietezza malinconica

 

 

 

Un’irrequietezza malinconica

e trasognata la mia

al di là della realtà,

magari un cenno del tuo dito

o un allettante invito intellettuale

potrebbe di nuovo tracciare

speranza nel mio animo

in frammenti,

eppure l’ansia che mi uccide,

il tedio e l’accidia

dei giorni sempre uguali,

sei eterea a due passi

ma mi sfiori appena.

 

Magari mai tutto è perduto,

nella mia gioventù potrò ascoltare

ancora silenziosa,

leggere le tue poesie

in riva al mare

con quel clamore calmo

delle onde che ci accompagnava,

manteneva il tempo la notte

che in refrigerio ti raffreddava

e tu sul mio corpo accovacciata,

io ora invece mi domando

che ne sarà del futuro,

dei miei giorni,

davanti a scelte sempre più sbagliate,

non ne ho azzeccata una,

ma il risvolto della medaglia

c’è sempre,

sono un frammento d’uomo

alla ricerca di una luce soffusa

e di parole scritte anche alla rinfusa,

sei eterea dinanzi a me e mi sfiori,

non mi abbandonare!

 

Qual è la verità?

Lei dove è

se è vero che ti cerca.

 

Tra di noi dei segreti

mia forma priva di sostanza

che rifletti solo bagliori mattutini

ma ti manca l’assonanza

con le tue parole,

sfiorami ancora,

te ne prego,

sono nulla senza te.

 

Qual è la realtà?

È solo la nostra immaginazione,

un triangolo sperso e maledetto

dall’illusorio tempo,

io ti cerco come limpida

acqua di sorgente,

pura mia assidua brezza mattutina,

ti dirò come sempre

le mie parole gettate in aria

da un sorso di vento.

 

Potremmo fare i sofisticati coi sofismi

e magari avere pur ragione,

potremmo continuare a disegnare

questa nostra vita separati

ma un filo labile ci lega

e non possiamo farne a meno.

 

Spero solo tornerai ragazza

destinata alla più somma melodia.

 

Qual è la sincerità?

Due parole dette di sfuggita,

dimmi quale è il tranello

per uscire da questa miserrima

condizione umana,

trascendere noi stessi?

 

Guidami tu,

o mia ragazza,

dall’armatura alabastrina

e il volto paonazzo

e i capelli mossi

di quel carminio così intenso .

 

 

 

 

Mentre la gente guarda distratta

 

 

 

 

E mentre la gente guarda distratta

il libero airone palustre

si lancia al di là del confine terreno,

mondi sotterranei lo attendono,

trema già la mano al pensiero.

 

Un caffè di casa

ormai tra angusti rifugi,

 svogliati e disincantati,

volati come cenere,

smascheri il volto ed è già autunno,

il volo di chi va via in migrazione

è un balenare di lucciole

ormai abbandonate

nelle tetre follie cumane.

 

E poi i papaveri rossi,

sangue lucido ed oblio,

potenza dei sensi,

espansione mentale,

rigurgito come al solito astrale.

 

Vola nel cielo

resistendo alla calura

e vola che la stagione

sarà un groviglio vago

di temperatura,

già vedo le stelle,

il vino rosso nei bicchieri,

mille palloni poetici

in trotto nell’aere,

mille spume,

mille effluvi d’incenso,

e vola,

dimenticando quanto ardore

il sole sprigiona

intrappolato nelle sue redini

sottili.

 

E l’afa rimane.

 

Giocare a tresette

tra uno spaghetto e un sorso di vino

con nosferatum che è sazio d’assenzio,

potrà vivere già da oggi,

con un cambio di rotta,

la mia più sublime speranza,

il desio del domani.

 

Ed è silenzio.

 

Maschere di ghiaccio

sono sulla spiaggia,

rendono oltraggio

all’ultimo notturno spasmo,

e che pace l’aurora,

l’amore e i colori.

 

Non so se è sentimento

il brivido che ho dentro,

ma puoi guardare languidi

gli occhi al crepuscolo,

plasmati come violette.

 

Vola su ripiani desolati,

 avvoltoio di pentimento,

frescura, frescura,

tu mi dici e sorridi,

ma lo sai,

già lo sai che cadrà

l’ultima stella confusa

e noi saremo in preda

ad una nuova serenità.

 

Stella,

vola che si attutiscono i miei timori,

le parole e le esplosioni di incertezza,

vola,

non smettere spauracchio

del presente

che sei nella mia mente,

un sorso d’acqua pura

ed è subito mattina.

 

Volano i colori,

nel cielo temperato,

vola il tuo ultimo desiderio avverato,

vola e non trova pace

l’euforia della giornata

ciclotimica e daltonica,

vola e l’incanto scolorisce

nel momento più intenso.

 

 

 

 

O mia Regina

 

 

 

 

 

E se volessi cambiare argomento,

un fiume in piena arresterebbe

il turbamento,

in fondo un tantino assorbo

quelle parole,

poi ne invento, poi le scordo.

 

Cosa c’è dentro me,

un falco in volo possente

e incatenato

che della vita ha percorso

solo qualche fiato sfumato.

 

Un vortice, il solito maestoso,

quello che spaventa,

la rimessa, la stupida paura

è come assedio che mi storpia

quando in temperature avverse

muto rotta e dovrei disincagliare

il raggio luminoso e porgerlo

al di là dell’ultimo fuoco,

 

hai visto? è già scaduto

il biglietto del tram,

il viaggio della mente 

un treno in salita che abbassa

l’attenzione ed attendo la tua profusione,

l’importante è dire assurdo

quando ce n’è bisogno,

gira a vuoto l’ultimo accordo.

 

O regina nella polvere celata

ed improvvisamente illuminata,

sorgi coronata e districata

tra risucchi di biancospini.

 

Ed io da falco

cerco libero attracco

contro il mondo e per il mondo

ad un tempo,

carino il tramonto dei nostri sogni

è la rinascita per nuovi giorni serali

e imbellettati.

 

O regina nella cenere

riarsa divieni

ad un tratto materia eterna,

un flusso d’amore sgorga

nelle vene

ed è già passione

il bacio in tensione.

 

Perdendo il filo un po’ per vizio

un po’ per  capriccio,

ti scrivo altre due righe,

è già un impiccio,

ti chiedo e poi mi schiudo

pronto a ripartire,

o mia regina.

 

 

 

 

 

Ad altro non penso

 

 

 

 

Sai, mente annebbiata,

mentre mi concentro

ed entro in contatto coll’Un invisibile

che prende forma,

ecco,

 

comunicazioni celebrali

introito restio

dell’inconscio collettivo,

allineata la nostra costellazione

con il bacio che dai

in riva al mare,

damigella decorosa

eppure così viola

il congedo delle piante

che tramite angusti sentieri

percorriamo,

senti già il trastullo delle onde,

il mutamento ciclico,

il nostro allibito confronto.

 

Le spiagge dorate

son granelli della tua vita,

l’eternità l’abbiamo conquistata

lottando con schiere di draghi

e cavalcando liocorni d’oro bianco,

il piercing è uno spasmo,

una noia vederlo cadere

ad ogni movimento

del tuo nasino intimidito,

unione di spirito e corpo.

 

L’estate schiarisce

e tra un po’ i variopinti colori

degli arbusti saranno pensieri di domani,

saranno speranze e respiri profondi,

come l’anima che ascolti,

la musica respiro della stessa,

la musica spirito manifesto,

ti bacio

e ad altro non penso.

 

 

 

Parole al vento nel silenzio

 

 

 

Parole al vento nel silenzio,

nell’intrigo destinato

ad un sussulto per un bacio

sul tuo collo scoperto,

incandescente.

 

Quale è il senso

delle tante frasi sconnesse,

dei periodi campati in aria

come atolli od emissari

di una nostalgia canaglia

o di un effetto a collo di bottiglia,

filtro per le stupidate fatte

con l’intenzione di cucire abiti spenti

dai tuoi occhi sempre più accesi.

 

Tanti sogni e poche speranze

ma nell’ostinazione il sentimento

che permane figlio dell’ambizione

e non di rampantismo

come luce un po’ soffusa

nella nostra dimora ambita,

un arredamento etnico

e tre canti al mattino

per svegliare i dormiveglia

che scrutano la nostra vestigia

di figli di un dio dimenticato

eppure così vivido e sentito

nella nostra interiorità.

 

(Pochi grammi di zucchero nel caffè,

pochi baci ma buoni,

io in realtà non smetterei

di stringerti a me).

 

Il viale sussurra nell’estate,

c’è un vento freddo nel ricordo,

il materasso con l’accordo primordiale

della scintilla universale.

 

(Pochi grammi d’assenzio,

vino caldo,

un letto su cui dormire con te,

un altro canto).

 

Piccolo scritto

vai tra paesi, monti, colline

e città, urla come il tempo

che passa

e rendi vivido il ricordo

della sua fascinosa bellezza

che esulta come un mare in tempesta

o come lo scorrere di un fiume

all’ombra della cresta.

 

 

 

 

Ipotesi astruse sul tuo polso

 

 

 

 

Ipotesi astruse sul tuo polso

perché la pioggia ci risucchia

in un vortice abissale,

soli io e te,

inauditamente la questione

da logica diverrebbe estetica

e passerei ad una estrosa

epistemologia ma del metafisico.

 

Ti vedo un po’ stordita

sarà l’effetto della polvere

e del polline tra le dita,

credo meglio riprendere dal basso

per puntare al cielo candido.

 

Allora con sospetto guardo

un oggetto od un soggetto

e scopro l’identità, tra l’uno e l’altro

non vi scorgo diversità,

non sono utensili heidegerriani

ma soggetti dotati d’anima,

lo senti il dolce romore

della macchinetta quando sale il caffè,

sembra gridare, sveglia!!!

non sono solo qui per te?

 

Ma d’improvviso

sarà quel tuo profumo

che si impone sensualissimo

e allora lo confermo

è un’anima cosmetica

la tua dolce essenza di cobalto.

 

 

 

 

 

 

Tutto cambia in mutamento statico

 

 

 

 

E sei affacciata al balcone della scuola,

fumi un’altra sigaretta in silenzio

mentre lo spirito del diamante,

supremo ardire,

sfacciato ti sfiora un po’.

 

Alzi un poco la testa nello sbuffo,

chissà a che pensi,

se al tepore dell’autunno

o alla congiunzione astrale dell’inverno

che riporterà tutto alla normalità.

 

Riflettendoci sopra

un po’ d’erba cresce

sui piedi fatti a conchiglia,

i pensieri assorbiti,

un eco lontano,

mi sfiori la mano

mentre si agita la maretta

della rivolta studentesca.

 

“Siamo noi soli”,

dici e sorridi e tremi,

hai voglia di me.

 

Ed allora un abbraccio plurimillenario,

un approccio geologico e atmosferico

dei nostri corpi che si sfiorano,

la pazienza delle tue nobili trincee,

le placche della Pangea

che si dividono ma un giorno

in congiunzione questo eterno movimento

sarà la libertà tanto sognata

dal nostro fermento,

poi un sorso di vino,

mi stringi un po’ più forte,

ti do la mia coperta

ma restiamo mano nella mano

avvinghiati nell’abisso.

 

E finalmente dalle tue parole

tradirò un ricordo,

sarò sempre più libero,

un Icaro distratto

ma fremente come il segno

che hai impresso sul tuo polso.

 

E in silenzio prolungato,

quasi meditativo,

scompare dalle cose

e dalle persone

ogni tratto negativo,

i valori hanno fallito,

guardiamo ad una nuova filosofia,

lo studio sistematico

dei fondi di bottiglia,

fondi dove alberga

l’anima più pura

e che deve esser solo manifestata

dallo spirito.

 

E stasera, ti dico,

tu lo emani.

 

Tutto “peace e love” il nostro incontro,

bandiere d’Assisi con la pace,

spillette trasversali con i teschi,

un po’ un “memento mori”,

un po’ pars destruens.

 

Ed allora zitti

costruiamo con un bacio arrogante

nell’etimologia distruggeremo

questo inferno di schifo,

questo impero claudicante.

 

E passa il tempo,

ormai un ricordo lontano,

fondo di pietrine di fumo

e di rimasugli di ciliegi sottospirito,

magari tu che sei la mia nuova amante,

dimmelo per sempre,

dimmelo tesoro

che ti adoro e ti rinnovo

i sentimenti come clandestini a bordo,

perché sei la più bella,

tira un’altra wiston

e scorgi il sole che sta nascendo ad est,

ci illumina l’intenso,

ci apre le porte al mondo sconosciuto

del domani che poi altro non è

che una nostra speranza,

includibile nel presente.

 

E tutto cambia in un mutamento statico,

sei la dolce essenza

fluorescente della vita,

sei il pensiero,

l’aurora del mattino,

sei il mio sonno,

compagna di Morfeo nella notte,

mia dolce Selene,

Artemide cacciatrice

e Pallade rivoluzionaria,

ti coprirei di baci

come fosse pioggia al sole.

 

Ti amo così,

un po’ pateticamente,

domani tradirò

e tutto il resto

sarà un surplus ma immanente

nell’animo nostro.

 

 

 

E’ scesa l’ultima goccia

 

 

 

E’ scesa l’ultima goccia giù

del tuo sapore blu,

credo che sia il motivo

della nostra trattenuta

nella stiva pleonastica e fantastica.

 

Il gran cerchio del tempo

più lungo di così,

da pi greco alla sponda del sollievo,

in realtà sei il mio sogno per metà,

sola contro il mondo sei tu.

 

Non ti aspettavo sai,

stasera più che mai

il mio corpo è proteso

alle tue gambe intrecciate

ai mie capelli.

 

No, non farlo, non distruggermi,

nel tuo pensiero lascia spazio

al mio futuro.

 

Poi ritorna quel nostro circolo perverso

menato per l’aia

come fondo di grondaia,

i tuoi occhi dal luccichio insolente,

i tuoi sogni da bambina un po’ invadente.

 

Nel puro,

intenso godimento.

 

Godimento.

 

Agitazioni spastiche,

tardo rock.

 

E passi di sfuggita,

mordicchi un po’ le dita e mi dici,

sono stanca di viaggiare,

posa l’auto all’autogrill.

 

Posa?

Un panino e poi,

cento lire nel juke box,

ondeggi a stento quando premi

il cuore lento,

sei bella sai quando sospiri

e alzi le mani,

come a dire non lo so.

 

Tra gli accordi sei distesa

come arresa e me lo dici

come pupilla dello stelo un po’ inclinato,

un po’ svogliato,

dai tuoi sogni agitato.

 

 

 

 

 

Novembre 1968

 

 

 

La marcia ingranata

nell’accelerazione infestata,

qualcosa da dire,

erbetta da fumare,

pensare col tempo agli errori

e all’ipocrisia per scoprir

se il domani è congelato e insicuro,

poi ad un tratto dirsi

che non ne vale la pena

e sorpassare senza accostare.

 

Ti amo e lo sai,

vado via e ne soffrirai,

resta pure a fianco a me,

non arrenderti mai.

 

Porsi degli obbiettivi

a colpo di chitarra, 

schiudere le porte,

sorseggiare una birra scura

piangendo della tua frescura autunnale.

 

Poi le violette sedentarie

ma attente,

i baronati e gli inciuci,

le chiacchiere da comare heideggeriane, 

in questa riunione sovversiva

cogliere l’egoismo dei fiori,

scroccare un passaggio

se va in fuoco l’autovettura,

sentirsi immortali,

e rider di gusto agli errori,

poi piangere di nuovo ed aspettare te.

 

Ti amo e lo sai

che mai ti dimenticherei.

 

Impastare del formaggio

per rendersi utile alla comune

incrociando nuovi sguardi

ma lasciandoli alla deriva

per tornare da te

che sei la mia vita.

 

Passaggio inconcludente,

fine deludente.

 

 

 

 

Gradisci del latte nel caffè, amore mio

 

 

 

 

Una parola non la puoi mai consumare

se sopra l’acqua volteggia

a dorso come un crinale,

e regge il mondo

su queste circostanze indissolubili

mentre io e te passeggiamo

come due stranieri,

 

quanto dolore è esploso

in un attimo in me,

che confusione hanno generato

le tue azioni,

ho studiato a fondo le intenzioni,

capendo che è l’attimo che conta,

la nostra pura apparenza

che volteggia in aria

come un pallone a incandescenza

col gas nobile e stizzito

che ti fa perdere per un momento,

solo uno,

il fiato.

 

Sgocciolano come arpeggi

le parole e cerco appiglio

nel mio cuore docile,

ma sei in riva al mare,

il cielo minaccia un temporale,

le onde investono il succinto vestito

che mi fa impazzire,

ho creduto a fondo che fosse l’infinito,

non ti so scordare,

anima graziosa.

 

La spiaggia imbevuta

e tu tra il telo imbacuccata,

credo che metà del sogno

l’ho già scontata.

 

Partono prorompenti

i treni alla stazione,

senti il fischio e immagini i vagoni,

i nostri pensieri fuggono

ed è già ieri,

tutto statico e immobile il destino,

due dita incrociate, la follia del mattino.

 

Mentre continuo a scrivere

e parlare al vento

i tuoi capelli sono mossi

al mio fermento

e mi stringo questa volta

un po’ più forte al cuore.

 

Guardo una foto

e si scatena la rimembranza

dell’attualità,

le scorciatoie rese viole del pensiero

per raggiungere un sentiero

in cui io ti tengo la mano,

tu mi dici di sentirti strana,

sarà colpa del tempo

o delle Parche il lamento.

 

Magari il futuro

cambierà tante cose

perché figlio della nostra più intima

speranza,

ma devi crederci, amore,

anche se a volte rallenta il cuore,

Davide disse, fermati o sole.

 

Sgocciolano altre parole al muro,

impresse con l’acrilico

della ripetizione,

lo sciocco riff dell’azione,

un abbellimento per la colazione,

ho creduto e vincerò

anche se resto attento,

solo, in un mare di frumento.

 

Parole sulla tua bellezza

e sulle nostre perversioni,

 

gradisci latte nel caffè,

o mio amore?

 

 

 

Riff

 

 

 

Penso dunque volteggio

come solfeggio

e vado all’inverso,

la percezione extrasensoriale

è fluido nel fruscio degli spiriti,

Dostoevskij al bar,

non è sperimentazione l’emozione

ma prova pratica pronta

per essere ignorata dal passante

incurante della musica,

un altro gettone nel juke boxe

e pochi spiccioli al mendicante

col violino elettrico della relatività,

o almeno credo.

 

Cosmico il ricordo

fisso in me,

una malattia la linea bianca

tra genio e follia,

si accavallano le gambe

nel discorso che saltella

come la civetta da un posto qua e là,

bene dove canta

male dove guarda

e tu non consideri per niente

il fatto che siamo soli,

l’io presuppone un relazionarsi

finto e a metà,

ciò che guardiamo negli altri

è solo proiezione della nostra assenza,

credo.

 

Il traffico della città

all’ora di punta

è un coltello teso

alle mie braccia

che solca la verità

due tre olivastre vestali

e vergini di clausura

in contemplazione

come ad adorare

il sapore di un bignè,

buono il crauto

di prima mattina

all’aeroporto di Bruxelles

mentre il parlamento di Strasburgo

è bilingue

esclude il bel sì,

magica speranza.

 

Ok, va tutto bene,

due parole e poi,

e poi,

stop.

 

 

 

 

Intro estroso

 

 

 

 

Intro estroso.

 

Dentro noi c’è

l’entusiasmo di uno spirito beffardo.

 

Intro estroso.

 

Non sempre vale la pena,

non sempre è giusto continuare.

 

Intro estroso.

 

Parla con lo status divino,

sei apparenza sublime e stemperata,

puoi tacere senza essere ignorata.

 

Intro estroso.

 

La paura del nostro abisso

muterà solo se ti fisso.

 

Forse il silenzio

dei tuoi occhi

non è che pura fantasia,

forse il temperamento

del tuo dito sollevato in meditazione

è sintomo di eccitazione

al di là della sensualità

già insita nelle orme

che mostri con pudore,

forse dal nulla nascerà un sussulto,

quello che avevi senza dimenticarmi,

gira il verdetto della nostra poesia

scevra di senso

e pure così concentrata

in mille navicelle notturne.

 

È giunto il momento,

è venuta l’ora,

cosa sono io per te?

dillo senza fiatare,

è giunto il momento di realizzare

i sogni miei,

tuoi e di noi tutti.

 

Intro estroso.

 

Sono ammutolito,

dal venticello allibito.

 

Intro estroso.

 

Credo di divagare,

ma saltando da un pensiero

a un altro puoi anche tu volare.

 

Affinché distruggessimo la materialità

della violenza

con l’amore dell’anima nostra

ormai incandescente

mi spiegasti il sistema

avviluppato su sé stesso.

 

 

 

 

 

Guarda il vero

 

 

 

 

(Nella Terra di Mezzo

un rombo sul tetto a strapiombo).

 

Ero fermo alla stazione

con l’intenzione di mirare

treni nella noia heideggeriana

e avevo il viso pieno di furore

 

(guardavi tanto

mentre ti raccoglievi

nel pianto)

 

nel sentirmi vivo

come non mai nel disquisire

con la panchina

una qualunque

(piacere tangente)

ma a volte anche le scritte

rendono l’inanimato immortale.

 

Solitudine,

 

( soluzione),

beata inquietudine

 

(dannata volubilità).

 

Continuavo

 

(la tua vita è diversa

se senti l’odore di una donzella),

 

se mi vuoi sono tuo

allunga le braccia

 

(ma se poi lo perdi)

 

solo se lo vuoi però

 

( non arrenderti),

 

non perdere in divagazioni

quello che dice il tuo cuore

è puro e semplice e lo conferma

 

(guarda lì)

il tramonto partenopeo.

 

(Il pub era pieno di gente)

qua usano pinte dipinte

(ordina pure un doppio jack)

e due crodini serali

per le future prossime

invasioni nelle aurore boreali.

 

(Guardati attorno

rischi di perdere il controllo).

 

Mi colpisce diritto al cuore

il tuo pudore

e quell’occhietto ribelle

ma anche il silenzio tenebroso

delle apparenze,

 

la donna perfetta

 

(le invasioni continuano

nella Terra di Mezzo)

 

che brama in tutta fretta.

 

Guarda bene,

ripeto guarda il vero.

 

Nel sorriso del mattino

riposi ancora,

che carina, mia sbarazzina.

 

Guarda lì,

ripeto,

sona il bel sì.

 

(La notte trascorsa da un locale

a un altro,

la birra a fiumi,

prego esula per i drink

il ghiaccio,

così mi piaccio,

riposa pure, domani c’è da fare

e tu sorridendo chini il capo

come a dire sì).

 

 

Il lieto rumore delle tende

 

 

 

 

Il lieto rumore delle tende

mi rimanda sincero a te.

 

Tra le strade viaggia

l’anima tua

che non risponde

ai miei quesiti

come un soffio della guardia

di frontiera che controlla

il desiderio perverso

del mio intento.

 

Viaggia la mente

e ritorna a te,

alle serate erbose

tra i fumi dell’incenso.

 

Ed è solo un momento

che vedo la mia adolescenza

sfiorire nell’età matura,

vorrei che una foto

prendesse vita

e ritornassi magari un po’ tu,

ragazzina dagli occhi colore del cielo,

anarchica per semplice complessità,

penserai, chissà,

se qualche volta di sfuggita a me.

 

Sta arrivando il nuovo anno 

e chissà se qualcosa

davvero cambierà

o sarà solo il frutto

di una nostra più illuminata umanità.

 

Nella mia stanza un sussulto

e c’è un’immagine di te,

mia maestra e allieva.

 

E fuori il collocamento chiudiamone un altro,

siamo soli io e te

e non te ne accorgi nemmeno,

passa il tempo e siamo cambiati

ma qualcosa dentro te

di me ancora c’è.

 

Il lieto rumore delle tende

mi ricorda le tue gambe divaricate

al vento dell’estate.

 

Poche parole

su uno scrittoio antico,

questo sono io oramai,

eccomi qui,

tante abitudini  che non ho perso,

fumiamo ancora la stessa marca di sigarette?

 

Il lieto rumore delle tende

mi sussurra che darei ancora

tanto per te.

 

 

 

 

Candido

 

 

 

 

Una speranza inviolabile,

sigillo impresso sulla cartapesta

delle tue emozioni,

ascolta il silenzio,

la via eccola qua,

legami indissolubili,

passioni carnali

intrise di spirito sgocciolato

come dalla nebbia intriso,

sembri ciò che non sei,

come a dire violetta,

la passione svanisce in fretta.

 

Candido,

il canto di cicale

nel paradosso invernale,

sei luce che sorprende

e inaspettata promessa,

sei il vuoto di una stanza

che è ricolma di te.

 

Candido,

se l’ottimismo è un fuoco

che riverbera,

la sensazione pulsionale

è la risposta che cauta

e paziente ci attende,

un saluto,

bacetto estroverso.

 

Dici e sorridi

che ripeto sempre le stesse parole,

ma quando le hai impresse nel cuore

l’acqua raggio non distrugge il colore,

tuffiamoci dagli scogli che c’è il mare

di sapienza che spalanca

le braccia nell’attesa,

siamo soli ancora io e te,

che tramonto stupendo

inzuppato nell’acqua

come biscotto proustiano del ricordo.

 

Candido,

se l’eroico furore

ci porterà oltre il confine del sapere,

se la mente si espanderà

oltre il tuo pudore,

due parole te le dedico

e tu per me che fai?

Sei gocciolina perversa

e già lo sai.

 

Candido è solo

quello che blocca la scrivente,

dai continua a scrivere parlando

col tuo micino dolciastro.

 

 

 

Tu animal grazioso

 

 

 

 

 

Tu animal grazioso,

tu senza ormai più suono,

dipingi gli ultimi istanti

come nebbie atroci e beffarde,

sale il mi minore

della nostra storia

e rappresenta lui in silenzio

la nostra stessa clemenza,

la nostra verità.

 

Un carillon suona

per rimembranza o triste rimando,

al posto di cose ci sei tu.

 

O animal grazioso,

o fulgida sordina.

 

Passa trionfale

l’armata letale

e noi ridiamo del gioco di parole,

anacronistici in questo mondo parallelo,

c’è un sentiero dalle mille biforcazioni

e poi c’è il tuo dolce volto

e poi ancora tu,

mio passato, presente e futuro

a un tempo.

 

Passa e non dà scampo

se non guardi nello specchio

quel che ti ho detto.

 

I cardi questa sera

struggeranno l’atmosfera.

 

 

Teologia sperimentale

 

 

 

 

E vaghi per il deserto

senza spalle coperte.

 

Ti sorge un dubbio intramontabile,

le statue non sono più le stesse

senza il sorriso di terracotta.

 

Le anime sperse negli anfratti,

le scorgi facendo trentuno

e si salva il rifugio mentale.

 

Cosa vuoi che conti

chi tu sia in questo mondo,

l’esser sé stessi più autentico

è per il parallelismo non euclideo.

 

Ammide di nucleoside

proteso al vento contrario,

l’introito netto della meccanica,

il quanto ed il bosone,

la gemmazione delle piante,

le betulle e la fotosintetica

interruzione delle stanze poetiche

che in un attimo ti rimandano

al creatore, la vita nova

è vuoto contenitore aperto

ad altri contenuti sconosciuti,

etica etilica,

nel vuoto si ripropongono

situazioni estrose

che non sai rifare

nella realtà annullando

l’esistenza della stessa,

se l’infinitamente piccolo

altro non è che infinito

allora è massiccio il peso dell’elio

nel comunque infinito cielo

dove vola per dispetto il palloncino

e tu bambina.

 

Dcotgx=-1/sen2 x.

 

Se sei furbetto nelle regole

di derivazione non scorgi mica

la biologia del sogno,

l’onirica teoria del sonno.

 

4ac-b2/2a; e =mc2,

la storia sta sempre lì.

 

Suoni dolci come le mandorle

e il lillà.

 

Dimmi amore il passo tenero,

dimmi dove sta.

 

 

 

 

Cerchi le parole

 

 

 

 

 

Cerchi le parole,

quelle nella giusta ondulazione,

va bene così non va,

ma se sposti il tuo sguardo

il fiore sboccerà.

 

Potremmo periodare senza verbo,

no che non ha senso

ma bastano le tue labbra,

sarà che senza te

è tutto più difficile,

anche quella dannata parola,

che volava sui campi di grano,

nelle nottate medioevali

su boschi fitti di lupi,

ma io oramai ti conosco,

guardo quel tuo viso,

quello che sogna di navigare

sulle nubi

e condottieri da distruggere.

 

I piccoli aforismi,

ne abbiamo fatti tanti,

generici e bislacchi,

specifici per ogni occasione,

ossequi alla signora,

e allora tu ti volti

come sai fare

con le lenzuola da violare.

 

Ma questa volta credo

sia la definitiva,

non hai altro da espormi,

mi soccorri,

ma non è solo della tua carne

e delle tue parole che vivo

ma anche del tuo profumo

delizioso,

quel profumo che inebriante

sboccia come fiore tra le piante.

 

E se proprio vuoi sapere

qual è il segreto,

ti prego stringimi ancora

con tutti i miei guai,

perché lo so, lo sento,

tu ci sei, prigioniera scalza nel tuo tempio,

ed ovemai di me dovessi ricordarti

strizzami l’occhio

e manda sopra il mio respiro

quel tumulto

come quando ero ragazzino.

 

Ora mi guardi,

sorridi come sempre

e sempre altera sei,

io sotto il tuo manto sapiente

sarò un piumino incandescente,

ho voglia di una birra doppio malto

per smorzare un poco la tensione

e tu che sei ovunque

la dipingi ed io già sorseggio

quello che è il mio piumaggio.

 

 

 

 

Ponendo un punto fisso

 

 

 

Ponendo un punto fisso

e ben nascosto

sul tuo profilo ingiallito

mi accorgo attonito

che le parole sono lontane

dai gesti,

risuona nel mio inconscio

un pensiero sepolto

ed è questo il motore

delle mie assurde confusioni.

 

Ti vedo ancora passeggiare

incappucciata per le nostre vie

e chissà se ancora ti ricordi di me.

 

Passa un altro giorno

nel tempo che non esiste

ed allora ti chiedi insolente

se sprechi cosa,

diamogli un nome a questa inesistente

dimensione vissuta e cresciuta

coi nostri patemi d’animo

e con le nostre gioie inconcludenti.

 

Non so davvero

se ancora mi pensi

se il tuo mondo così vicino al mio

si è ormai dissolto

senza mai venire al dunque.

 

Nel silenzio tu,

chimera eterna

non ricordi e gira la banderuola,

il pensiero è sempre di traverso

dove quel punto è l’unico

immisurabile granello

che ci tiene ancora uniti

e di cui tu forse

non hai più memoria.

 

Non puoi dimenticare

quando schivavi i miei passi d’amore,

quando non c’era altro tra noi,

quando assaporavamo l’anima

dell’assoluto quella notte

da soli seduti,

quando ascoltavamo

le nostre parole,

i nostri monologhi

erano inconfondibilmente

l’uno per l’altro,

con te tornerei

a quell’epoca lontana,

in un attimo le cose cambierei,

ma il passato è dell’oggi il domani.

 

 

 

Tutto è nostro

 

 

 

Sul piano su un abisso ti miro,

tu sei dissacrante come sempre

ed io coi miei occhi ti investo,

c’è qualcosa che mi insinua,

è il tuo pensiero anzi il vederti

così chiara nella mente,

tutto si è adagiato ai nostri piedi,

tutto risponde solo ai nostri comandi,

tutto arriva dall’assoluto,

tutto può essere nostro.

 

Ascolta la melodia del sempre

dalle pupille sgorga l’incenso,

sprizzi di nubi oscure

per chiarire il nostro punto,

tutto è nostro,

tutto ruota attorno a quel segno,

tutto anche l’amore più urlato,

tutto anche l’amore mai esistito,

tutto anche me e te.

 

Tutto!

 

Sogni astrusi ma convinti

per sanare le tue indecisioni,

guardo ancora più giù

con vertigini audaci aspettando tu dica

sì,

è pronto l’ormeggio del desio intramontabile.

 

Tutto è nostro solo per amore,

tutto è nostro solo per capriccio,

tutto è nostro per delizia

tutto anche me, il mondo e te.

 

 

 

Due o tre parole

 

 

 

 

Due anzi tre parole nel vuoto,

aspetta un minuto che guardo,

due o tre parole nel vuoto,

aspetta ora scendo.

 

Le storie di signori

 incontrastati dal dominio,

nelle ore perse tra il Danubio e il reverse,

si avvicina la festa di Berecyntia,

allora Lilith pone un guanto nello stagno

con la dolcezza di una quiete maldimessa.

 

Gli orologi a pendolo

con il cucù,

l’integrale inverso

che scapita sulle scale.

 

È tutto un caos,

ci pensi tu?

 

Due o tre parole

e salgo su,

guardo all’orizzonte il mare,

due o tre parole

e mi tuffo nell’immensità

del cielo di Modugno.

 

Sognai passioni inconfessabili

che in limo litis agli opposti fisici

delle sinapsi fecero da giudice,

io ti invoco,

scendi o dea dai mille volti,

il tuo gesto è scaricato dall’iva.

 

Ho perso il sonno

in questo sogno

dall’incenso adorante,

le storie non si inventano,

scendono da sé

come calzate da febbraio

accanto al rimario.

 

Parlami un po’ di te

e delle passioni,

io ti invoco Brigith,

e mi scordo della 7up.

 

Le ombre della polvere

umanizzate dal soffio di vento,

oh passione, passione eterna,

rigira l’ LP da te

in mancanza di THC.

 

E la musica va.

Trallallero trallalà,

banalmente ti amo,

dimenticando i fiori.

 

Due o tre parole,

un tiro my friend,

ti adoro Hathor delusa.

 

 

Ah!

 

 

 

 

Son coriandoli,

quelli tuoi,

buttati all’aria,

vibra il suono,

penso o no,

la mia base musicale

che si perde tra i grovigli

di storie serie

e mai inventate,

sentirai la verità che ascende

quieta fin lassù,

dammi il mi, nel bel sì,

tutto fatto alla rovescia

e lo dico, ti sei svestita,

campata in aria la pretesa,

e non val la pena sprecare

altri fumetti se fai l’indiana

sulle scale tutta dipinta

tra le tue stesse brame,

ok, d’accordo va bene,

scacco alla regina.

 

Ah! che bello il riporto!

lo stavo aspettando

in questa realtà frazionata 

quoto perfetto,

e non parlo del social network.

 

Ah! che bello l’inverso!

Lo componiamo

e poi facciamo il reverse,

credo che così ti senti perfetta.

 

Questo è il ricordo,

da sfiorire e da capire,

poi aspetto Godot,

poi mi perdo

nella tundra adagiata a dessert del desio,

e siamo alla frutta.

 

Questo è quanto,

suggerimento,

ascolto ancora,

quel folletto,

 gira nella mia penombra

il monacello un po’ ubriaco,

è prima mattina,

pensa al tempo,

non ci sento

e non penso.

 

Ah! marasma perfetto!

se lo dico e scrivo

ti oscuri e dai senso

al flusso di parole,

ulissico e filmico,

ciak al primo arrivato.

 

Ah! che bello così!

Dai non ti spostare

dall’asse cardinale,

vedo che ci sai fare.

 

Questo è quanto penserò

quando in silenzio per non svegliarti

me ne andrò,

e non è un tabù,

che ne parliamo a fare.  

 

 

 

 

Te lo dico così

 

 

 

 

L’antropologia culturale

dell’atomo di idrogeno

che esplode per contorno,

forza, dai, continuate

che le storie sono semiserie,

c’è il fondo di verità nella follia,

puoi pure rimarla.

 

E cosa vuoi che dica del mondo

che mi aspetta,

delle persona che passeggiano

indifferenti e dispettose,

tal altre vanagloriose,

piene di sé e senza rimpianti

cancellano con un colpo di spugna

la gente che diventa fluorescente fluido

da rigettare per i gomitoli di lana

che non sanno tessere o aspettare.

 

Te lo dico così, senza pudore

e farneticando un po’,

la folla che ostacola i miei pensieri

mi sta in sordina

se penso fremente a me stesso

incandescente e pronto

ad esplorare ciò che voi non sapete vedere.

 

Un’altra apparizione,

la madonna e la pietas,

nella tundra oscura

una ragazza che addomestica

la lonza, la lupa e la leonessa sbronza,

le rivoluzioni culturali

seguono soltanto la stima

della musica

e son frutto di una realtà sfiorita.

 

Cosa pensate che vi dica

se non c’è più fiato dalla mattina?

 

Sono un semplice balbettante

dinanzi alla verità divina.

 

Che dolci illusioni atemporali,

ah! che passioni!

Il pensiero nuovissimo

non lo riesco a scorger.

 

L’epoca della vendemmia

è giunta all’ora terza,

pensaci un pochino,

se vuoi faccio l’inchino.

 

 

 

Sei un miraggio come reggia diroccata

 

 

 

 

Sei un miraggio

come reggia diroccata,

la tua immagine che riflette

sul mio corpo

e vive ancora in me.

 

In un giardino fatato

io appisolato

mi immergo nel verde

ma non dimentico te

che sei in ogni cosa

stupore e disincanto.

 

E per un attimo ho una vertigine

assurda

e mi viene la voglia

di ritornare a un passato

indefinito e lontano.

 

Un sapore disperso

e spaurito sono ora io.

 

Nei roveti roseti turbati

e tanti diademi trapunti

dalle dodici costellazioni

ed immensi come un retrogusto

d’infinito sono i giorni miei

che trottano a ridosso

di un eterno ritorno.

 

Nella foresta nera

un’atroce rimessa di fiati

che accordano la voce

ad ogni tuo passo felpato,

come pioggia il manto

che hai appena tracciato.

 

E come vorrei fissare questo momento

su filigrana

ma passa il fluido nascosto

del senso della parola

ad una velocità superiore

alla luce

ed ogni tempo si confonde.

 

 

 

 

Piove

 

 

 

 

Piove

sulle tamerici riarse

dal tempo perdute

e dal senso delle tue parole confuse.

 

Averti è ormai il passato

ma sei atroce.

 

E sento che non c’è più

il verso di ogni lacrima

che ha perso direzione,

ti schiarivi nell’autunno

mentre l’estate mi aiutava

a conoscerti ma come eri

e sei veramente

lo avevo solo sospettato 

e, credimi,

fa troppo male

il sole del mattino

quando sveglia tu non sei più

al mio fianco,

e ignorami,

inventa un’altra scusa

ancora ora

che non siamo più insieme,

spreca una parola maledetta

ora che non mi puoi far male

perché ho già sofferto

e questo non lo puoi sapere

mia cara amica.

 

Piove ancora

nel campo dove i fiori

germogliano malgrado te.

 

Averti è ormai

solo un sogno

ma adesso che non ti ho

più al mio fianco

forse sto meglio.

 

Potrebbe essere il futuro,

un sentimento che sgusciava

via dalle mie mani

e credo che era solo un sogno.

 

Piove e non so aspettare.

 

 

 

Aspetto

 

 

 

Ma sono solo fitte speranze

quando respiri piano

appesa a un punto di domanda,

oppure all’angolo di quella strada,

così, giusto un po’ immersa

dentro i tuoi pensieri

mentre un attimo di sfuggita

mi guardi,

come un passante che attira attenzione

chissà per quale misterioso rito

ti ascolto e ti sento

a me un poco più vicina,

saranno gli occhi

o forse il tuo cappello,

sarà il tuo volto

che sembra da ragazzina,

così, dicevo,

ti ho più vicina,

guardi l’orologio

come fosse l’ora determinante

in un rapporto

e poi ti accarezzi

il polpaccio con la suola,

guardi a terra rimuginante,

è solo fiato sperso tra le piante,

credo sia questa la tua conclusione,

scisso lo ione come fosse

indivisibile iato,

sillabeggi come fosse niente,

e me ne accorgo dal tuo dito

sospeso

che come in bicicletta ondeggia

e divide con sapienza

le mie parole in sezione aurea,

rispettando metriche duecentesche,

è solo un attimo per le chiare acque fresche,

adagi infine il tutto su un pentagramma,

il rigo musicale lo leggo

e un po’ mi piace,

ricorrono le stesse parole

ma le note sono così disilluse

da farmi sognare di andare distante,

su una nuvola lontana

o in altri paesi,

lo vedi che non ti sei arresa

e neanche io,

è un balaustrino che ci rende

perfetti

leggendo le nostre balbettanti

imperfezioni

ed una nuova marca,

un marchio,

un simbolo od altro

racchiuso dentro al libro,

per pudicizia sempre chiuso

e sigillato,

me lo porgi con longhissima manu,

sembri avere ius vitae ac necis,

che bello quel pensiero di rivolta,

giochi col fuoco, cara,

e si sta facendo sera,

in piena notte so che leggerai

o con un dito in bocca solo immaginerai,

e giro l’angolo

e non mi hai più in traiettoria,

ogni balistica è stravolta

dai tuoi sguardi

che piegano palazzi e sassi,

in un attimo è la confusione

che ti raddolcisce,

ma poi sicura prendi

e sfoderi la spada triste

dalle tue labbra in movimento inclinate,

pallida e dolce in un secondo,

e te lo dico topomasticamente,

non ci giro attorno a quell’intorno

costruito, ma come fai a pensarci?

miri il dito ormai trafitto,

sembri morente quando tutto

è chiaro,

su per le scale del gaudio inesistente

e vago, ecco, vedi,

sei sullo stesso piano

e non ti inclini

con la metafisica di un autotreno,

sei irrigidita ma sorridente,

hai solo un attimo per i pensieri in fuga

mentre ti sento trottare e roteare

come dardo astrale.

 

Comunque se non vuoi è lo stesso,

aspetto.

 

Come ti posso contenere

con la musicalità delle mie povere

e sempre le stesse parole?

Potrei provare a disegnarti

se il tuo volto non mi sfuggisse,

ma in ogni istante di questa primavera

anticipata germoglia già il pesco

e non te l’aspettavi,

germoglia dalla mia finestra

e giuri che non ci credevi,

con un atteggiamento sbarazzino

sai socchiudere e lasciare immaginare

le porte del destino,

quest’amore appena nato

è come mandorlo confuso,

verrà il giorno e avrà il tuo nome,

impresso sulle soglie in declinazione,

santi numi mi pensi!

è tutto appena appena sperato

e nato,

mi sai confondere

e come te poche ci riescono,

bellina mia, mia dolce,

per te sta calando il sole,

per te le stelle e la falce di luna

che sorride beffarda ma silenziosa

e fissa ti guarda e sa capirti,

ecco che scende la scala musicale,

con la chitarra proprio mi vuoi cercare,

guardi diritto e sai di avermi trovato,

ma poi ti fermi e non sai finire

e così dici ho poco da spartire

con i miei stessi spartiti

che viaggiano da soli,

partiture come flussi di coscienza,

è l’attimo della tenerezza.

 

Comunque se non vuoi è lo stesso,

aspetto.

 

 

 

 

Ah! o mio dio!

 

 

 

 

La musica governa

ogni evoluzione culturale,

e così lo puoi capire,

cari adoremici che credete nei numeri

senza contare nella loro

intrinseca unicità sonora.

 

Non credo sia dedotta

la frase che ho scomposto,

Hegel era un coglione,

Aristotele lo sa pure fingendo

che ad un certo punto l’uomo

si fermerà,

ma credo, e qui Darwin non lo sostengo,

che non è mai iniziato

un mutamento

che la realtà è unica

nella sua staticità.

 

Ah! o mio dio!

Fingendo indifferenza,

la tua incredulità mi fa un baffo,

sai.

Non mi tange la tua stupida verità,

gli ideali, il matrimonio e la famiglia,

che realtà imborghesita e monocromatica.

 

La benedizione fa un ammicco

alla reale condizione di castità,

ci credi per davvero all’inscindibilità?

 

Le tue rivelazioni a mezzo tono

sono sempre le stesse.

 

Che pensieri sociali,

odio la società preferisco

una comunità d’intenti

non viziata dal pregiudizio dialettico

della tua imbecillità parascolastica

e parascientifica.

 

Ah! o mio dio!

Ci credi veramente?

È una follia la mia vita,

ma mi sta bene così.

 

L’evoluzione culturale

dipende dal tuo gusto musicale.

Non credere neanche un attimo

di poterne fare a meno,

è la sfericità delle iperbole sonore

come Venere strabica

che ti rende perfetta.

 

Ah! o mio dio!

Ci credi che basta un dito.

Ah! o mio dio!

 

 

 

 

Piccola Selene

 

 

 

 

Gli odori soffici

della nuova stagione balbettante,

appena appena stonata.

 

Gli odori

mi invadono le sfere eteree.

 

Passeggio tra le strade

gustando infusi di marzapane,

in sul monte della verità

rivoluzioni eterne,

c’è necessità di incubi svelati

per divenire esseri entropici dei sogni.

 

Gli odori dal vento cullati

nel mondo inclinato

di questa dimensione

di cui non sempre vediamo

la sfericità imperfetta,

sto bene senza,

dici impiegata come un bosone solo,

questa frase è falsa.

 

Gli odori della realtà di Maya.

 

Pulsazioni destromani

e perversioni mancine e strabiche,

qual è la verità?

nulla indulgentia sine scientia.

 

Custodi un po’ stolti 

dei misteri egizi,

introiti in sé incupiti.

 

Gli odori dal senso svelato nel verbo.

 

Gli odori per te piccola Selene.

 

 

 

 

Bacio di Giugno

 

 

 

 

Quando il sapore del canto inviolato

stringeva nel volto

una nuova incursione

del logos che dal fiato

come indomita brezza

portava al concreto

io stesi le parole

e rimasi in silenzio

ascoltandoti ancora

pronunciare le tue superbe

dolci effusioni.

 

Era di maggio

oppure di marzo

che il tempo stringeva

ed andavi veloce,

più chiara ad ogni incitazione

ed era solo l’inizio del vanto

che a notte si fa.

 

Tu mi premevi il corpo

col ventre dicevi

 parla ancora

ma io più mi chiedevo

e più non sapevo.

 

Era una storia scalfita dal fuoco

e ora è solo un miraggio autunnale,

una scusa,

qualcosa che non so più ricordare.

 

Stringimi più forte

dicevi invadente

ed io lo feci soffuso

a palpebre dischiuse

mentre il canto proseguiva

ed io imbavagliato un accordo

continuavo a seguire.

 

Era il sapore

del bacio di giugno

o un precluso venir mano mano

nel senso di questa attuale,

spietata eppur incantevole primavera

che i fiori rinchiusi liberare mi fa.

 

Era o è,

cosa mi dici al semaforo,

era l’ultimo sguardo,

una storia che nella genesi

trova l’epilogo,

era o è ma così è sempre stato

mentre cambi aspetto,

pure tu coperta dalle rose

o dal pesco,

era di marzo,

era che il giugno fiorì.

 

Io criptavo messaggi segreti

e tu li decriptavi paziente e indolente,

dov’è l’arpa? dov’è il pizzico o il volo d’augello?

dov’è il mantra incastrato?

oppure dov’è il mio rimario?

Fa un po’ tu,

io resto sullo scoglio a guardarti.

 

Era di giugno

e non me lo scordo

se il marzo inviolato

è passato col rosso.

 

 

 

 

 

Goccia di te

 

 

 

Una goccia di acido acetilsalicilico

nella mente in giro solforico,

ogni cosa a collo di bottiglia

tra le mani agitate nella soluzione.

 

Un ricordo inconciliabile

con la tua celebrale iperattività

ma non mi rispondi se voglio cercare

la fonte imprevedibile

dell’elisir filosofale aureo,

come dall’imbuto su posto fluisce

lo scritto di ogni libro

e il certame di ogni libero pensiero.

 

Ecco là, ecco lì,

che si può continuare anche solo sì o solo no,

comunque trovando le risposte

a quello sconfinato mondo

che hai dentro sopito

e che si vuole risvegliare.

Pensaci ancora!

Suvvia inoltrati

e non aver paura.

 

Ciò che poi nascerà

dal mondo nostro sepolto

non è ritrosia imperiale

ma sapienza sesquipedale

e chiara come la tua mossa fulminea.

 

Abbracciami!

Suvvia lasciati andare.

 

Penso a te ed ogni cosa

è stoltezza e miseria.

Penso a te ed ogni rivoluzione

è fatta solo a tua immagine

e somiglianza.

Penso a te ed ogni intrusione

è solo vispa abbondanza.

Penso a te!

 

Ciò che è in subbuglio in me

è frutto del tuo sguardo introspettivo

e di ogni cosa che riguarda il volto

e te,

l’aspetto linguistico

di un gioco intramontabile.

 

Poi improvviso un raggio di sole

e un incontro desiderabile

e post meridiano

e direi telepaticamente sconnesso.

 

Adorabile!

 

Scaglia ogni vuoto inesistente

perché stracolmo della tua

magna intelligentia

quasi al di là di ogni umana comprensione,

potresti anche stare in silenzio,

intuirei comunque il tuo verbo

perché spirito della tua immensa

apparenza manifestabile.

 

O sì o no

è questo il dilemma,

scegli un teschio per porti

sul baratro,

ma non sai e non vuoi varcare

il confine se trapunto

ed infestato da insuperabili spine.

 

Ciò che per me rappresenti

è l’oltre limite,

 è il limite di ogni destino

ridotto a cenere restia

ad ogni insensato mutamento,

statico è il tuo essere divina.

 

Penso a te e si apre il cielo

perché sei in me

ed al di fuori

mia illuminata rappresentazione.

 

Penso a te

e credo fermamente in me.

Penso a te

e spero solamente

in un tuo inclito sguardo traverso

e perciò stesso immenso.

 

Penso a te!

 

Ciò che ascolto dentro te

è la paura del domani dileguata

e fondata su un pensiero

che irriducibile affonda

ogni flotta avversa

e la rimette a pacifica resa

intermittente del tuo saluto

in me gaudente.

 

 

 

 

Profumo di pollini altezzosi

 

 

 

 

 

Potrebbe essere vera la conclusione

in confusione,

le spiagge già dicono di sì

con brezze primaverili.

 

Potrebbe essere anche vero

che sull’asfalto si intravede

la luce della concupiscenza

e flotte ingiallite di sigarette

e gomme atomiche

di stile corinzio come colonne

piazzate a punto fisso

su un filo di Arianna

piantata in Nasso e solitaria

sull’isola mentre assurge il drappo nero

e il Minotauro si rincresce

dell’accaduto attendendo soluzioni

o continuità

curvo e spaurito

alla fermata del treno,

regno mai più violato.

 

Il profumo di pollini altezzosi

incupito dal vuoto dei tuoi silenzi,

silenzio alessandrino

e in codice mattutino

di finte speranze

vendute a poco

su piazze giganti e restie

a compromessi dialettici e immensi,

sviliti, traditi.

 

Le mastodontiche sentenze

dinanzi a un rifiuto

smantellato d’assenzio,

le prime scorie di basalto

pongono assedio.

 

Il pianto si confonde

col clamore

e si accende di soppiatto.

 

(Le guardie in tenuta da spola

guardano intralci alla deriva generale).

 

Nel porto un sapore ditirambico,

sguardo nuovamente perso

alla tempesta

che si affaccia in orizzonti troppo lontani,

è solo apparente la momentanea quiete,

sogni mai sfioriti e divertenti,

prorompenti.

 

Lo zoo di Berlino

 

 

 

 

Io ascolterei

il lento soffuso tepore di te

in quanto piangerei

vedendoti ancora.

 

Io annuncerei

motivi di strada

perché la tua essenza più non svanisca.

 

L’ago trabocca un poco interdetto

e scende a lambire la tua pelle svilita,

la ascolto e ascolti anche tu

la mia melodia, la vivi

al di sotto di ogni vera passione.

 

Io spenderei

altre due parole

perché in preda a questa mia follia

ti veda ogni giorno

nei miei gesti puerili.

 

Io continuerei

per farti pensare

ad un anarchico Nietzsche

che fissi atmosfere

e con i miei occhi ti squadra.

 

Riascolto di nuovo la tua voce, 

vanagloriose memorie sospese

che raccolgo da inutile stilita

ritirato sul Monte Ventoso,

ogni sua incitazione

mi freme nel cuore

al punto che non la so più scordare.

 

La sento e si trascina sotto pelle.

 

Ancora,

sì.

 

 

 

 

Il pensiero è senso

 

 

 

 

Ho posto condizioni

in giorni a ciò protesi,

descrizioni minuziose

di mosaici in sé imbalsamati.

 

L’atmosfera incline a rendimento,

tra le viuzze dei tranvieri del triumvirato,

cardi e decumani attendendo

i passanti stanchi.

 

“Dixerat astrologus

periturum te cito,

nec, puto,

mentitus dixerat ille tibi”.

 

Il pensiero è senso di Diocleziano,

dei compendi e delle istituzioni di Gaio,

Giuliano è l’apostata del significato

ed è imbronciato

nel contemplare divinità silvane.

 

Si discute di Platone

scambiando le battute

tra i salmi della Thorà,

si prende posizione

tentennando un po’ all’inizio

e poi sciorinando versi di Ovidio.

 

“Ecce, recens

dives parto per vulnera censu

praefertur nobis sanguine

postus eques.

Hunc potest amplecti formonsis, vita,

laceris?”

 

 

 

 

Vero è ci credo

 

 

 

 

Il vento tra le finestre,

mille colori la primavera in città,

per le strade ragazzi a giocar,

pochi spiccioli in tasca.

 

Vero e ci credo

che la tua essenza trascenda

l’umana comprensione

per la bellezza che comunica

a chi ha occhi per guardare,

il tuo volto intrepido

dagli occhi vispi e sognanti.

 

Un tempo eri mia,

amica di ogni giorno.

 

E il vento continua,

un brivido caldo dietro la schiena,

sembra spingermi a buttar giù

le tele per guardarci di traverso,

il vero essere di te.

 

Nei tuoi jeans e nel capello

un po’ scomposto,

nel tuo corpo

di quando eri diciassettenne

il cinabro tra i capelli,

più ci penso e più ti immagino, 

ogni lingua tremando muta

si pone ai tuoi piedi

e la diatonica diventa

stupore universale.

 

E quando chiacchieravamo

all’ora di rientrare

era notte inoltrata e già lo so,

non fummo mai prigionieri

delle convenzioni

né lo siamo tuttora,

io e te unici al mondo

sincretisti senza aporia

di leggi universali,

coscienti almeno

per pura spinta spirituale

del Karma che ci governa

e invade tra le nostre labbra

in visibilio

che fremono amore.

 

Il vento è irrefrenabile,

urlo soprano

sulla settima corda

per precedere la nona,

una quinta diretta

con grazia tra le tue mani,

e sì, raramente ti incontro

di sfuggita ancora,

anche se il mio verbo esulta

è difficile comporre parole

dinanzi a tale specchio ribelle.

 

 

 

 

Rimarchi la pretesa

 

 

 

 

Rimarchi la pretesa

nella duplice scoscesa

spiaggia ondeggiante

tra le prove e tra le bisacche,

le mie tasche.

 

Puoi dimenticare

oppure non fiatare.

 

Chiedi scusa,

posso passare,

due lire tra il crinale,

nella guerra persa dalla pianta

che protende rami al cielo.

 

Puoi passare,

ok hai voglia di gridare.

 

Hai il ricordo impresso

come cartongesso nella mente,

gomma pane ad impostar

la voce senza vocale

impronunciabile e vitale.

 

Nell’aria rarefatta

ti pieghi tracciando

la circonferenza

e senza dualità cominci a fumare.

 

L’inviolabile dittongo

è un miraggio nel giorno afoso

ed infossato,

un po’ carino mia biondina

dai velati arpeggi inconsistenti.

 

Ok parla pure,

ma giusto due parole.

 

In ogni verso scorre

senza resa il flusso illusorio

del tempo.

 

Scaturendo in sensazioni,

vai aleatoria,

con la tua unicità superi

le tue stesse insicurezze.

 

L’elmo in capo

è corona d’alloro

nella pax universale,

triplice ardente stuola

capovolta nel trittico intonato,

la musa e l’atomo si scindono

in energie sovrumane,

più del vuoto può il sussurro

dell’amore tra le grondaie festose.

 

Le passioni che riponi

si tramutano in legge.

 

 

 

 

 

Distrattamente

 

 

 

 

Distrattamente

tra la luce della finestra

speravo in una futura ascesa,

primavera due o tre pagine

della mia stessa chimera,

sogni sfiniti sui libri.

 

Forse mi chiedevo

se l’inverno è valso a qualcosa,

forse non sapevo

ciò che so ora

che sono in confusione.

 

Ti guardavo con occhi puri.

 

Parlarti non ha oramai più senso

nei miei deliranti discorsi controvento,

parlarti era un po’ tutto.

 

Ora tu non sei più la stessa

mia cara,

non sei come ieri.

 

Distrattamente sporgevo

lo sguardo più in là del monte,

le storie velate,

le tue splendide trame.

 

Forse era il dominio tuo

eguale sul mio,

forse non era l’ora,

ma ti ammiravo.

 

Parlarti era ciò che credevo

fosse vero

ma in preda al panico

nasceva la tua indifferenza.

 

E così non sei più tu,

e così non sei quella di prima,

di ieri,

dei giorni di splendore.

 

Non sei più tu.

 

 

 

Ciò che penso e vedo

 

 

 

 

Ciò che penso e vedo

è il ricordo di un silenzio teso

all’alba senza redenzione.

 

Ciò che penso e vedo

è quell’innaturale gioia delle persone

tra le mie dita.

 

Ciò che penso e vedo

è il buio totale nelle parole

a vanvera della gente,

è un dissenso come restio

all’intramontabile destino.

 

Ciò che penso e vedo

è un rimbombo di tuoni lontani,

un fulminio di auto usate e consumate

come tamburelli zingareschi

ed eclissati dal tempo

in cui non c’è più bisogno di senso.

 

Ciò che penso e vedo,

sì.

 

Ciò che penso e vedo

è un po’ un essere desto

nelle notti in bianco

è un po’ un dimenticarsi di dormire

vivendo nel tepore,

girati come girovaghi nel letto

ad inumidire gli occhi.

 

Ciò che penso e vedo

come il passare dei giorni

e l’offuscarsi dei sogni,

come un incubo in realtà mai

così denso

e le glorie di delirio folle

ed infine il suono lontano

di una viola come unica cosa

che resta all’estate che si appresta

e già scioglie la veste

rovinata infondo al mare.

 

 

 

D’altronde

 

 

 

 

D’altronde

questa baraonda notturna

è influsso lunare sul mio umore.

 

Nell’incandescenza spiritica

un che di spirituale

nel flusso notturno in subbuglio.

 

Nella temperanza dei tuoi occhi

accesi come foco,

ci basta poco per volare

su strade trascinandoci

a colpi di libeccio etereo,

non c’è la giusta premessa

ma la creiamo nell’evasione.

 

Credi pure a ciò che senti,

non dar peso alla vista fugace.

 

Credi pure alle sensazioni,

lasciati andare.

 

Credi pure al di là di ogni immaginazione

e con sapienza sguscia

tra le parole col tuo far felino.

 

D’altronde nella confusione

pensavo intensamente

ai tuoi sguardi abbaglianti e puri.

 

Nell’entusiasmo si incendia

lo spirito amante.

 

Nella verità raggiungiamo

i più impensati sentieri della conoscenza,

non c’è spazio per ignoranza

o errore fatale.

 

Credi pure alle mie illusioni,

sono il senso,

l’unico reale.

 

Credi pure alle deduzioni

dal particolare nasce ogni giorno

un fiore sbocciando irreale

come germoglio tra i nostri discorsi.

 

Credi pure a tutto,

credici fermamente.

 

Dopotutto è questa la strada,

l’incubo non ci avvolge,

non ci tocca

ma sfiora sul filo dell’abisso.

 

“Sicut amaracini blandum

stactaeque liquorem

et nardi florem,

nectar qui naribus halat,

cum facere instituas,

cum primis quaerere par est,

quod licet ac possit reperire,

insolentis olvi naturam,

nullam quae mittat naribus

auram, quam minime ut possit

mixtos in corpore odores

concoctosque suo contractas

perdere viro,

propter eandem rem debet

primordia rerum non adhire

suum gigundis rebus

odorem nec sonitum,

quoniam nil ab se mittere possunt,

nec simili ratione saporem

denique quemquam nec frigus

neque item calidum

tepidumque vaporem,

cetera, quae cum ita

sunt tamen ut mortalia constent,

molli lenta, fragorosa putri,

cava corpore raro,

omnia sint a principiis seiuncta necesset,

immortalia si volumus subiungere

rebus fundamenta quibus nitatur

summa salutis;

nec tibi res redeant

ad nilum funditus omnes.”

 

 

 

 

 

Da sopra a un albero

 

 

 

Da sopra un albero

mi traccio l’incoscienza

e l’anima la sento

nell’applauso e nella gloria sfinita,

parlerò ancora e ancora mentirai

guardando questa scena

come spettatrice esterna,

sarai in preda a questo spasmo

tutta dipinta di fragole

e di albori nati da poco.

 

Dall’abisso

mi vengono idee testarde e inutili

come clamori che vengono

man mano in disuso,

frasi sconnesse eterne estese

lacrime dal punto di domanda

del tuo fare interrogative retoriche

mai così vive

come quando fuori piove

o trama tra le squame bagnate

e traspiranti dell’assenzio.

 

Banalità ripresa distruggi

ogni correre qua e là

come tremiti intensi

tra vespri e libertà,

due nastri grigi tra le labbra e la follia,

soffici bolle decorate

al mio maggiore incanto stonato

e posto come idea

dalla tua veste scintillante

più purpurea dell’intenso

scadere tra pagine fenice.

 

Non fuggire tra i cespugli

e i cespiti ingialliti,

non sfiorire

mia eterna unica follia.

 

Poi in silenzio ti prepari al viaggio,

non hai sincerità che possa chiederti

a quando ma soltanto quell’intensità

di chi partendo non saluta

e resta lì sospesa

a vanità

nello specchietto riflessa

e santificata

con l’incenso del perdono,

nel mio ricordo frutto

di doni imbiancati.

 

Inutilità paonazza posta un altro ciao

tra il cablaggio stanco

di inestricabili domani

vissuti già da oggi

da questo istante che già piange

coperto delle velate ortiche

che incutono timore nel buio

del tuo cenno turchino

come occhi ormai dimenticati,

vai via davvero

e non so decifrarmi più.

 

Non fuggire come cerbiatto tra i licheni,

non sfiorire mia inutile verità.

 

 

 

 

 

Chiuse le porte della conoscenza

 

 

 

 

Chiuse le porte della conoscenza

spalancate nella prima metà del secolo

per coscienza,

nel tepore lunare mi svestivo.

 

L’erba della quinta ondata

sparsa nella celebrale dialettica entità.

 

Credo nella mia incoerenza

con tanta clemenza,

credo a volte a ciò che dico

per temperanza.

 

Sapori deliziosi

nell’alabastro delle coppe,

miele mischiato ad ambrosia

per colorire il senso,

la mia vera personalità

nel fumo della stanza incalzante

e musicata.

 

Credo che questo pensiero

sfiori corde dissipate,

credo per sentito dire

nell’anima del mondo

che come vortice in ascesa

risucchia lo spirito

della resa ad occhi chiusi

e fantastica nell’assurda meditazione

sul cobalto,

presenza intensa

di ogni promiscuità eclissata

dalla purezza del tuo sguardo

e del tuo strano cenno.

 

 

 

 

La passione

 

 

 

 

La musica col suo riverbero

ha spaccato,

nella penombra del mio passato,

comunque le sensazioni

sono all’ottavo grado

nello sfinito astruso mio fiato.

 

La passione è un’illusione

che vampa con grazia innaturale

e accende un fuoco indissipabile

sulle nostre sensazioni.

 

Nelle tue dolci lentiggini

da fiore sbocciato sei protesa

verso confuse irrealtà,

hai bisogno di svelarti come sei

o rimanere chiusa nel tuo guscio

inaccessibile e misterioso.

 

La passione mi manda in confusione

e stordisce come intatta

sul tuo volto,

tiene un po’ di tempo preso al volo.

 

Il fumo sulla cattedra.

Pensare all’oggi.

Voglia di fumare.

Parlare all’inverso.

Baudelaire e l’assenzio.

Il baldo sul fuoco.

Leggere Dilan Dog.

Sembrare un po’ assorti.

Piazza del Gesù.

Creare letteratura.

Poi assopirsi.

 

La passione che sfiorisce

è il nostro sommare intenzioni spoglie

e tiene viva la pretesa

della nostra vita intensamente

e un po’ ripresa.

 

La passione primordiale non perisce.

 

 

Per te, solo per te

 

 

 

 

Il quesito scucito

e preciso.

 

Le civette affacciate sul parquet

domandandosi a tratti perché,

la ragazza spara,

ha già dipinto il vestito

e si è scurito il viso

del dilemma cavalcato

nel lemma aforistico e senza pietà,

 

potremmo sognare,

continuare a farlo,

residui della vecchia guardia

a fumare sorseggiando vodka

come fosse caffè,

forse erano le tre.

 

Per te, solo per te.

 

Il fiore ormai è trapassato

ed il moderno è quello che era stato,

dolce la fragola nel gin

accompagnata col bignè,

santi sono i numi,

canti sono i lumi

tesi in inversa processione

audace sulle mendici trame,

questo è il punto

o Lou von Salomè.

 

Per te, solo per te.

 

Con le bastardate i caini del soufflè,

con i piedi nudi in ascensore

scavalcando il giocoliere

che fa a pugni con me

tra dardi e birilli sordi

come trilli,

poi all’improvviso un’ ombra sul tuo viso,

disse qualcuno,

vasto il melodramma

della mia volgente flemma

all’interno dei sogni

 

e allora se è per te

sono al corrente del dessert,

visioni si materializzano

nell’inconscio ormai deriso

e io sono qui per te,

e piove.

 

Per te, per te.

 

L’alba era rinascita

ma la nuvola mi fa capolino

e l’alma nel mattino

piange attendendo la sera

nello stesso istante in cui parli di me,

l’intervista al rostro imperiale,

parlare con oltraggio

senza aver timore reverenziale

e ponendo sotto i piedi

il sordido principio d’autorità,

ecco tutto questo è per te,

potremmo scriverlo

o magari masticarlo

ovvero sorseggiarlo un po’.

 

Per te, per te.

 

 

 

 

Cromatura dark

 

 

 

Parlando a briga sciolta

nel deserto infausto

del silenzio e del tormento

trovo te.

 

Come stai? Che fai? L’età?

La tua dualità

e poi che segno sei?

Va bé diciamo s