Tra l’abisso e la luce

Giove e Semele; Gustave Moreau; Paris Musée
Giove e Semele; Gustave Moreau; Paris Musée

Lilith

Pensami distratta
e cerca di apparire
corrente rifratta,
ora ho bisogno di te,
il polso ed i diademi
sono umili giacigli di pietà,
conosci ciò che è scritto,
nel vuoto il mio polso
un tempo relitto,
ora ho davvero bisogno.

E fingendo ancora
non raccogli più gli occulti
segnali, l’avido e l’ipocrita
a cerca di complotti
serpeggiano contro di me,
conosci ciò che è scritto,
verrà il tempo e sarà ricordo
approssimato all’epilogo del senso.

Reciterai ancora
cantando e pensando
alla graziosa sintesi
di te su corpi gentili
che come risvegli d’aprile
si addensano e sfociano
in voci sottili e bianche,
nel microcosmo dell’alluvionale
pulsione momentanea del bosone.

Lilith guarda ad Eva
e dice
quieta e tempestosa.

Sei molto importante colpita
in diagonale da flash
e da lampare ottocentesche,
Lilith mentre abbandoni
il tuo trono verbale
ti affianchi al sapere astrale
e all’intimo ritmo mancino
che sai conquistare,
padrona di terre ormai perse.

Ti prego dimentica
la autunnale vendetta succosa
e slancia da tetti un po’ ebbri
l’aneddoto mentre siamo accanto,
mi riconosci?

Lilith!

Non sempre comprendiamo
il potere che ci è stato donato!

Tu

E tu
sull’approssimarsi
dell’onomastica aurora,
della topomastica tua indecisa ora,
mi guardavi senza saper più
dell’onirica mia dignità
nel livido stile tra vita e realtà,
fumante e controverso il decorso
della sicula spiaggia
che pone al folle sbarco
dei giovani e forti
tre spietate verità nascoste,
senza dirlo arriva il momento
del tuo manto che incute al vento
la sua traccia di sincerità,
mentre tu continui ancora a guardare.
Tu conoscevi
in fondo
più di quanto credevi,
sapevi eclissare le parole
con due algebriche intenzioni,
seduta in sul crinale del muretto,
scorgi una disfida a Caporetto
e segni col dito un’austera parola
che come sabbia mentre ascolti
ti divora,

io chi sono e tu chi sei?

Beh è vero,
io ci avrei pensato come feci
divorando la realtà caprina
e illogica del tuo profilo,
avendo spasmi folli in digestione,
occultavi segnali e mi stringevi
strizzando l’occhio,
era il traguardo ma più sconvolto.
Tu intanto a sorseggiar passaggi
con schiuma marine e tennens ad oltranza,
con l’oltraggio mai commesso
che senza il tuo impronunciabile suono
era il volto della nuova stagione.

Io non scordo chi ha avuto
un meandro di posto ardente.

Beh è vero, io avrei vissuto
per qualche giorno senza alcuna
coscienza di me stesso
se solo tu, oddio così!,
se avessi soffermato il tuo repentino sguardo.
Cosa farei nel presente
con il passato stracolmo d’incenso
e il futuro degli estivi baci d’inverno,
mi avresti ispirata te
del quale nome poco fa parlai,
ti avrei baciata dunque e lo sai.
Tu hai forse
freddo
se senti la pressione calare,
avremmo entrambi avuto paura,
avremmo entrambi posto sorriso
di sfida
in essere estatico e prolisso,
avendo paura che faccia giorno
occultami nella tua borsetta
sporgendo la mano intrisa di remore,
stritola foglie e scrivimi di parole,
con sguardo inclinato e basso sul diario,
con sguardo perso nel volume del senso,
è luglio e il sole non tramonta mai.
Ti prego tu,

non chiedermi come mi chiamo.

Beh è vero, io un pensierino
tra il colle divino l’avrei fatto,
ti avrei posta come regina
sulla sommità più alta
della mia stessa spina
che mi buca le vene.

Tu, sai per caso che ora è questa sera?
Guarda un po’, penso a te,
e ho bisogno del tuo volto,
dei tuoi polsi, delle tue gambe,
di odorare la tua essenza
per nutrirmi di vita intrepida
e traballante,
puoi pure lasciarmi il tuo numero
inciso sullo specchio col rossetto,
puoi pure, fallo con ritegno ribelle,
fallo pure prima che sorga il sole.
Tu non mi credi se ti dico che mi sono
innamorato,
non mi credi se ti dico che il flusso
di queste lettere è per te,
non mi credi se ti dico sul serio,
sono io, sono sincero.
Tu, se anche mi stai pensando
cercami
tra i sogni tuoi mai dimenticati,
tra le frasi perse in un libro,
tra la metrica e il suono ghiacciato
di partiture fitte come il passato.

Puoi pure continuare

Puoi pure parlare
senza pudore
mentre ti strusci sull’orlo del vuoto.

Chiedi perché.

Dai ciliegi l’illuminazione
del transito dall’umana follia
al varco della disturbata divinità,
gli studi di teologia a Tubinga
con la voglia matta
di crauti e pizza fritta,
una teoria per cogliere l’essenza
non solo nell’umano o nell’animato
ma anche nel rigurgito vegetale
e nella staticità minerale.
Un po’ da ribelli
un po’ da serpenti
stritoliamo senza assaporare
l’atroce fascino della morte.
Prego,

fai la ripetizione per antonomasia
del grido mentre ti sdrai
e mi guardi dall’alto.

Non credi più a niente,

così un’atea da due soldi
fa di me stilita e sé attrice inconcludente
della nostra rima deludente.
Buco fino a non respirare
ed adoro di farmi inquisire
dalla grande meretrice.

Tra le sbarre di un edificio abbandonato
o sopra ad un selciato armonizzo
il fiato con il sabba
alle quattro di sabato pomeriggio.
Puoi pure continuare a leccarmi
mentre chiedi perché.

Mentre si suona il jazz
andare in un safari con Cole Porter
nell’Africa occidentale.
Oppure tirare ad Harry Potter
il gonnellino scozzese come lesione occipitale.
Il tuo guardar la sabbia
mentre sorridi
e con tenerezza scocchi
un bacio fulmineo ma temperato
dalla tua estrema indulgenza
nella tua visione globale
della tua tenuta estiva minimale.
Non dimenticare la scrivente
mentre parti col tuo ridente
saluto da villaggio infestato.

Porgimi l’intimità di un sussulto
tra le note e il tuo scrivere assurdo.
Tra le macerie del rigore
un animo non può e non vuol volare.

Puoi pure continuare…

Risvolto umano assente

Dalle correnti avverse
della strada
ricordo il volto e la rugiada
che ascende consistente,
dal doppio nome stile ed epiteto
nell’oscuro del domani ,
potremmo parlare del nichilismo
d’incenso occulto
ed estrosamente esoterico.
Dai libri incastrati
sugli astri gemelli
nel circolo il centro
del doppio raggio
pone congiunzione
tra ultimo cancro e primo capricorno,
e tu dopotutto profetizzavi
il vacuo candore del silenzio.

Filosofie che passano
con gli anni tra le ante
delle memorie,
come canoni e stilizzati diagrammi,
chi vuoi che ispira chi?
Intanto designi il trono.

Forse le passioni
eran questioni
di natura prettamente spirituale
che nel tridente da rima astrusa
corporale e madrigale
rendeva meglio di un vocio
di sovra fiato,
tra spiagge, gennai e giugni uguali,
congruenti invece a slacciati intenti.
Ebbene lo sostieni,
l’embargo dei diamanti in folle sbarco,
stracci di vanagloria nel tuo assioma,

un curioso chieder scusa,
mentendo come voglio, come vuoi,
come mi attendo.

Nella distrazione capimmo
che non eravamo mai stadi avanzati,
soltanto la marcia del rigore
del tuo guardare altrove
avrebbe posto in balia dei marosi
i tuoi specchietti decorosi.
Il parapendio e il fato,
la remissione e il peccato,
la pallida rimessa della tua giunta
cresta d’alluminio.

L’aurora dei sentimenti
è un volteggio tra spartiti
e sparuti uccelli, camaleonti
che si addobbano da sé,
ciò che resta di te è il bisogno
o il se.

Forse ancora parole,

ingorghi e stantuffi reintegrati
capiti e non spiegati,
ogni notte ritorni accompagnata
dal risaputo, dal fasto e dal veemente
risvolto umano assente.

Tra i platani dell’Eden

Doveva finire,
il sonno di ragione
ha soppresso anche l’istinto,
ed ecco che questo ha posto
la firma al nostro
esser noi stessi più autentici,
come materie viventi,
eccoci ora statici,
un tempo divagavamo,
non un fiato tra il respiro
e il sospiro delle parole diademi
del tempo, del nostro tormento
dipinto, un po’ finto mentre fingi,
ti dipingi, ti schiudi
riaprendo il ricordo,
e pur talor dinamici
nel movente del rimorso
che già invadente mi fa,
piroscafo arreso
alle barbarie corsare
cui stesi protezione
con l’appoggio della corona
e del raccordo ancorato,
eccoci lì come a produrre solfati
tra schiamazzi e scorribande notturne.
Ecco eravamo
tra i platani dell’Eden
e sorridendo ci azzuffavamo
con dispetto nel dialogo tra noi aperto,
appetibile il silenzio,
e scorgevamo il soffio divino
come spirito, lo sgorgo dell’aere
mutato dal cupo, intenso vortice
tra spina e capo,
ed ecco che la nostra
sintetica gradevole allitterazione
divenne clamore condensato,
divenne un altro incanto
che produsse dalla materia
l’intima atmosfera sapienziale,
di scopo, fine, amore,
stupore e caso.
Poi l’essenza
dietro l’apparenza,
nello studio ontico ci correggemmo,
la vera essenza era nell’apparire,
unico strumento del percepire
e per questi motivi via d’accesso
all’assoluto e all’Un visibile
e in sé invisibile
era l’arte od una parte d’intero,
poi non dimenticammo
il solido reso vapore,
la risposta al dilemma
di ciò che assaporiamo
e di quello che strumenti
nelle nostre stesse mani
respiriamo,
il reale ci mostra o no il vero?
La logica guida i pensieri solo
o anche le leggi naturali?
E che ne dici del fato,
del servo arbitrio o della libera scelta,
di traduzioni bibliche a Rotterdam,
del greco, di Girolamo,
del fenicio, dell’ebraico,
del cuneiforme o dell’aramaico? Dici
tutto questo non importa,
guarda alla glossa,
guarda alla mela,
guarda al relativo
e guarda alla materia,
è tutto un empireo di intenzioni,
lo dico per le vie d’accesso
al vero,
lo dico sul serio,
per altre situazioni,
per ciò che ci spaventa,
per l’intuizione senza erudizione,
è tutto il progresso
basato sull’errore,
ed ecco di nuovo un’assonanza
che appare e cancella il tracciato
e l’intralciato silicato
e il nostro duplice trinitario intento
si dileguò a guisa di un serpente
che punge e mente,
che chiude la storia
con volti e con memoria.
Ed eccoci che siamo
manifesti
tra i platani e le acacie
ridenti della punizione,
tragica e dionisiaca,
sparuta ed Euripidea,
e noi ci azzuffavamo per dispetto
e con dolore
nella polvere che mai fu creata,
libera interpretazione dell’evoluzione,
sulla quinta, il verde ed il calore,
sui giudici e sui salmi,
su Samuele, Sansone e Salomone,
sul tempo, due tempi,
Davide la parusia
e la metà del tempo,
poi sulla dignità
e sul sentimento morale,
etico, coscienziale e consustanziale.
Poi il nostro vocio
interno e ditirambico,
il nostro sentiero,
il destriero, il vino e l’inviolato,
il ritratto, il volto,
il mare aperto.
Ovemai stridesse un sogno desto
sapremmo se le nostre assurdità
hanno riscontri.

Un solo istante

Un solo istante e mutò
la sensazione tra noi,
eretta dalla pioggia
a dorso di colline,
sette re di cui uno ha da venire,
l’austera mossa,
la sfera, la riscossa
della solita onda
dei capelli mossa.
E l’alambicco secerneva
il tuo volto,
così tutto alla luna ritto,
si poneva il punto
al centro del piano letargico a ritroso.

Ed è così,

è così che la dimostrazione alchemica
si scinde, nasce l’amore,
per pura coincidenza,
disegno divino o parascienza,
per tornanti di abbracci
contratti come Ermanno,
le spoglie sepolte nella sua Wight.

Rafforza sé stessa
nella tua immagine stretta,
le mani, un trafiletto,
la sponda, l’arcipelago,
il letto, consonanti atroci,
pure e già spietate
al binario sistema di fuga,
non ci salutiamo, guarda,
un po’ m’ignori orma di te.
Come regole del tempio
e Rinaldo in campo,

come Goffredo del Santo Sepolcro,
Riccardo, Federico II
e l’imperio su Gerusalemme,
Corradino e il suo legittimo erede
fuggito nei vicoli di Napoli,
e direi appare un po’ sfocato
il successore al trono che beve
inebriato del sangue reale,
dove è stata fissata
la trincea nell’ultima Nicea,
nella donazione di Costantino,

ed è quella ragazza
con le braccia a semianta
che dice sei tornato,
prudente, violente e saccheggiato,
vittima dell’avverso fato,
non ci pensava quell’aprile,
non era nel cortile,
il vento soffiava traversata
dell’ultima anima volatile.

Questo è il punto:

il flusso onirico del senso.

Un po’ come il mare
che si infrange sugli scogli
all’impazzata con te
violetta alticcia,
con te prudente dama,
con te prudente attrito
di ogni rimorso,

eccoti,

torna tutto a posto.

È il punto trinitario di incrocio
e il sator arepo tenet opera rotas,

si svela la lettera tra i rovi
e tra i capelli bruciacchiati
e numericamente inversi.

Così ti desti all’alba
dell’ultimo plenilunio,
tra il trambusto e il gancio girevole
da perno dell’ultima ragazza
gradevole, graziosa, gravida
e regina d’ogni ordine e grado,
di arbusti notevoli,
nostrani, antichi resti intatti,
tauromachie assordanti.

Ed ecco ho detto il nome
cerca trova nell’ultima ora.

I segni del corpo

“Quod superest,
nunc huc rationis deluit ordo,
ut mihi mortali consistere mundum
nativumque simul ratio
reddunda sit esse”.

Nello spazio, scorgi il posto
più incitato al declino
del senso
quando il tempo considerato
e delimitato nell’ordinata tratteggiata
di per sé infinita, sbiadita,
restia al mutamento.
I giorni, sempre gli stessi,

un calcolo combinato
dalla nostra ragione e dal tuo caso.

“Perfacile est animi ratione
exolvere nobis quare fulmineus
molto penetralior ignis
quam noster fluat taedis
terrestribus ortus”.

Puoi sprigionare
la tua energia dalle mani
protese nei quattro segni naturali,

il tuo ricordo non sfiorisce
mai.

Molte le sensazioni inutili
in quanto la gioia è solo
passata e futura
e, come dici, hai paura
di quest’inerzia che colpisce
sfiorando sulla nostra pelle
i vaghi segni dello scorrere fluido
nella nostra stessa acqua.

“Del resto,
per provvedere a uno o due casi
particolari, i quali non sono
affatto frequenti, che motivo c’è
di darci pensiero
per indicare le combinazioni
che siano composte da più lettere?”.

“Iamque adeo fracta est aetas
effetaque tellus vix animalia
parva creat quae cuncta creavit
saecla deditque ferarum ingentia
corpora partu”.

È vero,
puoi cambiare idea
ma già sei nell’operare
tal situazione
delimitata dall’infinito piano Euclideo
o costretta in altre costruzioni
con assiomi vincolati dalla logica
o più spesso dall’irrazionale.

“Ecce homo”.

Vento dal vento sfumato
si innalza la terra da te stessa
sognata
nell’ondulazione sdegnata
da una frequenza innalzata
dal tuo palpito
quando mi guardi inviolata.

Posti lontani, atolli, guardiani,
tempeste funeste, rissose
qualità di fragole e amarene,
vermigli cuori nella notte boriosa.

“La gente mi passava accanto:
udivo il rumore dei passi,
a volte il brusio delle parole
ma non vedevo nessuno”.

Il mio polso brucia ancora

Il mio polso brucia ancora
per le ferite dell’aurora,
cambiata la musica e schiarita
da lampara, è stonato
il ritmo incalzato,
si pone su di un polline umano
e sa mutare il pianoforte,
la percussione e il fiato,

un po’ come un armadio
che contiene ogni credenziale
tra le rime della strada
e l’aspirazione alla inviolata
ragazza del meriggio,

del tuo rifiuto inflitto,

forse stavamo guardando
quando si distaccò un momento
per distrazione il controtempo.

Il mio polso non lo sa
se la mattina tornerà,
un po’ con fatica
accende l’ultima sfiga
della pluriennale siga,

è forse incanto
quello macchiato sul vestito,
è forse pianto
quello impresso nelle linee.

E guarda e taci

e spingi il vuoto
del tuo testo ingiallito,
un po’ rampollo del respiro.

Il mio polso brucia ancora,
è un tormento infernale
quello impresso sulla carta
per virtuosismo virtuale,

è un po’ così da quando spingi
a forza il tuo sentir,

potrete calcolare
il peso del rifiuto
lasciando lo sportello del tempo
ancora in disuso,
oppure potrete sorvolare
ad una falsa partenza,
tutto il resto e l’inclita scienza,
o forse, ancora,
bloccare il mio volto e fossilizzarlo,

ma lei già se ne è andata

la parola è sfuggita.
Ecco il fraseggio,
l’atomo inchinato
alle voglie del prato,
steso come un’astronave
su una radura stanziale,
i nomadi del centro
si spostano controvento.

E non pensarci più,

è inutile,

e lascia alla abat jour
il rimasuglio del rito del guru.

Il mio polso brucia ancora
e ti distendi allucinata
col ritmo solito della strada,
la tundra zingaresca
è una mossa intarsiata
dall’ultima giornata.

Eppur si vede, si muove,
non ci rende altro motivo,

l’estate sta finendo
da quando hai perso il senso
dell’incontro,
del lucido, dello scontro,
dell’ultimo tuo affronto.

C’ero anch’io,
nel momento dell’assenso,
nel momento dell’assolo,
nel braccio ondulatorio.

E lascia perdere

un’altra nota
a sé.

E così sia

Era l’era delle consonanti,
posaceneri persi in sulla via,
ecatombi e vividi commossi
mentre ci si accusa di vigliaccheria,
nella vetrina affossata abbagliante
il risorgimento orfico ed incatenato
dell’ultimo senso antico,
quando gridi commossa
che non sai, non sei, non vuoi,
non puoi, il respiro sul collo,
il pezzo di fumo e il mite finestrino,
attaccate le mie labbra a una bottiglia,

l’intenso inverno di adesso
è calura intramontabile,
notti e giorni di buio
e buoi cornuti aspettando
la mossa vera o falsa,
pusillanime e scossa dalla tua bocca,
nell’ipnosi.
Il paradosso nell’atrio a ridosso,

tu ora dove sei? dove son io?

Mentre ti spogliavi
scucivi il vuoto
e poi lo respiravi
e rigettavi il fuoco,
va bene, è una tua scelta
la mediocrità.

Il mio istinto mi dice
che siete incompleti,
vi manca qualcosa nello stesso istante
in cui pretendete,
di sapere un po’ tutto, un po’ niente,
un chicchessia di conoscere
non se ne pente,

l’auto a ridosso della strada
mentre buco ancora la mia pelle,
sconfigge ogni dolore
l’oblio dei mie sensi
mentre ondeggio distratto
appeso ad un filo
tra palo della luce ed asfalto,

in metropolitana sudato
con l’istante bruto
che dice accasciati a terra,
guarda come è bello il mondo,
mandalo a quel paese,
se la sfiga al tuo sguardo si arrese,
scegli almeno una vocale
per dare suono all’impronunciabile,

ma se inizi a finger da adesso
non è un compromesso,
scrivi, recita, dipingi,
sorridi, fai lo stesso,
quello che volevi dimenticare
tra il roveto rovente e le leggi
impresse su pietra,
focalizzate da nomi segreti,

poi si accende la radio,
l’epoca è quella,
guarda che violenta scossa
di illusioni nelle tue stesse
cittadine illuminazioni,

forme inauspicate, inspiegabili
e canute che ti dicono
come un vegliardo, vai, vai,
passa col rosso,
è lo stesso proprio adesso
mi trincia lo sportello
un autocarro rimesso e triste,
non distinguo più il reale, il senso,
il tempo.

E così sia,

mi alzo e vado via,

scorgo il saluto in uso nel resto,
oddio, mi puoi guardare
come l’altra sera,
castello in assedio,
immagine mia,
e così sia.

E sì però,
io sono lì
nel tuo ricordo che obnubili
e mandi lì,
nell’ombra tua,
nel tuo esser l’opposto manicheo di te,
il volume della tua regalità.

E così sia.

Con l’elettroshock
o con un orgasmo
seppellire mille bugie,
vomitar sé stessi,
quando avverti odori
che ti penetrano le membrane celebrali,
che sprigionano inaspettate
dando fuoco ed attivando
un recettore,
quanti neuroni ho ancora,
quanto c’è di vero,
quanto scordo,
quanto non voglio.

È finita la storia,
eccoci qui,
ora che siamo.

L’autostrada contromano,
il nostro silenzio quotidiano,
il fruscio delle foglie,
gli alberi, le trame,

poi trovarsi in un posto
o in un altro senza sapere
come ci si è finiti,

ma chi siamo ormai,
uno, due o nessuno,
siamo tre raccordi rinchiusi
nello specchio con decoro,
con decoro.

E così sia,
non posso negare
la salvezza dei miei ricordi,
quando sfioristi nascesti,
creasti un non so che di me.

Follia alla deriva

Postato e prostrato
col sudore alla fronte
chiedo venia un po’ da me.

Guardo in me scoprendo
cose che già so,
perdute nel via vai
del mio domani.

È stato un lampo contro il velo,
io profugo scalzo contro il cielo.

Pensavo ed era normale
ma nell’illusione mi bendavo
abbeverato alla fonte dei perché.

Credevo in ciò che vidi, sentii,
ma non era mica così scaltro
ciò che vien servito, idolatrato
come un re e che di sostanza
ha solo imperio sulle mosche
e sulla scarsa immagine imposta
nella vita concupita senza se.

Ero distratto, un po’ incupito
dal mio verso incatenato,
dalle idee stroncato.

L’alba e tu,
le solite cose ed i tabù,
le tue storielle sull’effige
intorpidita a dorso di dita fragili
e scartate dalla stessa società
fingendo un po’ di pietà, ipocrita, falsa,
bugiarda e che non valuta
l’essenza della rarità.

Cosa dicesti?

Che vuoi che sappia?
Ogni ricordo è come sabbia,

cambia ogni istante
adattato al dì presente,
non c’è oramai mai più passato.

Pensavo a spiagge lontane un tempo,
alle fughe, al vento all’anima,
allo spirito di ribellione
ma mi accorgo che ogni battaglia
è studiata e organizzata
per cancellare l’orma del pensiero
da questa poco astuta umanità.

Credevo ed ero miope del senso
quando si scriveva contro te.
Ero distratto dal mio stesso tatto
che non era per niente me.

Le stagioni e poi, i canti
al vespro o alla mattina,
le parallele ore in vetrina,
i sussulti notturni, pomeridiani,
i baci, gli entusiasmi, i sorrisi,
gli sguardi, scrutare il cielo,
sognare, non parlare,
desiderare, crederci,
tutte ipotesi schizogenetiche,

la mia follia è alla deriva.

Tra l’indifferenza e l’oblio

Stesi da qua all’immensità
vuoti e sazi ma storditi,
quei piaceri ci distanziano dall’essere noi.

Parafrasi del verbo

Parafrasi del verbo,
senso nel mio logos,
religione nel mio introito emotivo.

Ascoltando.

Vento nel gaudio.

Pensieri del rimorso

nell’atomo scomposto,
nel roveto in fiamme legiferante,
tante le emozioni con quelle intenzioni,
pure intromissioni
dell’ondata prima indoeuropea,

nuovi sogni nascosti.

Seme sperso di Adamo tra
Lilith ed Eva
con la genesi di nuovi demoni,
forza sciogliete la camicia
di forza ai folli in manicomio,
ascoltate i loro neologismi
schizofrenici
e le parole senza senso,
detengono la verità,
non è una disfunzione
dei neurotrasmettitori,
ma è la voce celestiale della terra.

Postulando Munch a squarciagola,
orgasmo dell’aurora,
Tzara e Duchamp.

Nelle orbite oculari allucinazioni,
nella mia mente un vocio.

Lsd e mescalina,
paranoia e desiderio,
possiamo guarire dalle psicosi
con un paio di tiri,
rivoluzionare il mondo.

Do you remember?

Amnesia totale.

Teletrasporto di corpi violati,

Tesla ed il controllo mentale.
Mentalismo,
Gustav Rol.
Egis shows santis
hi hi joint
he doesn’t show his force,
he shows virgin,
I’m thirty, I’m virgin emo,
nine get, nine you,
he’s and shows word,
double she and not double sense,
u zuzu shows what you think
and shut up.

Collassi interni e magici,
aure magenta.

Per trovare le coordinate e la giusta posizione.
poni la questione sul silenzio decoroso
nel ricordo.

Cassie

Candele nella tua stanza
al chiarore degli occhi
che sinceri ed allibiti
piangono ricordando
il giorno trascorso in solitudine,
non sai quel che sei,
quanto il tuo guardare me
speciale è.

Ah il tuo desiderio di vivere
davvero morendo stesa in piedi
su un rogo giocondo
di modo che l’ilarità dolorosa
potrà finalmente dal tuo corpo
esile esplodere!

Anni d’inutilità,
qualche anno di follia,
disturbo e crudeltà
della gente senza pietà.

Alla finestra la notte
è l’unica fuga dalla realtà.

E il sonno disturbato per l’inquietudine,
il mascara sciolto ed il soffitto
mobile per la vertigine,

paradossi nostalgici
di una vita che non c’è stata mai.

Eccoti qua, picciola a sognar,
eccoti qua, che stile nella tua alternativa
realtà vera onirica.

Ma picciola, adesso o domani
mi ucciderai in silenzio,
silenzio.

Ma picciola,
verrà il giorno e mi tradirai,
il mio sangue inumidirà
le lenzuola dalle vene,
le speranze tue perderai
nel voltarti mentre ti parlo altrove,
nel non riconoscermi mai più.

Passerà?

Cosa resterà,

mia dolce amica?

Chiudi la porta,

spegni la luce.

Chiudi la porta,

le candele illuminate dalla luna.

Romanzo secondo

Dove sei,
tu che crei virtù
dai vaneggiamenti decadenti?
Dov’è il tuo stile da brivido?
La luce del sole nei tuoi occhi chiari?
Mi manca il tuo dondolio,
il cocktail senza ghiaccio in estate.
Mentre fumo la penna sguscia
e l’immagine si forma intatta
sulla tua pelle,
sei la mia poesia e le stelle,
nell’ombra respiro.

L’aria trasuda di te,
della tua follia,
del tuo sguardo acceso,
del nichilismo.

Pomigliano nell’aurora,
occhi azzurri, gotici albori,
dopotutto a guardare
i suoi cirri di primo mattino,
le sue mani,
il mio volto ancora ad accarezzare.

Ragazza al bivio

Passa un’anima intravista
dal retro spettatore
che lascia una scia sulla strada
ancora un po’ confusa
per le scorribande serali
delle tue inclinazioni
mentre attendi ad un bivio
per attraversare senza farti scortare,
senza farti scordare, atonica
ed impressa sulla stagione
dalla vivificazione scossa,
scaldi le guance come un motore,
non credevo, non pensavo,
non sapevo, proprio non ti vedevo
frutto non invecchiato
con l’abbigliamento dei giorni
che furono,
con il volto che non oso guardare
ma che dentro lo specchietto
di me stesso rimane,
la tua anima, è proprio quella,
mi sorridi, mi sfidi, duello atroce,
posa quel fiore, cogli autentiche sincerità,
dal cuscino, dal violino,
da ciò che poi sarà,
è già sera, non mi reggo,
continui attonita ma sorniona
a guardarmi per stupirmi,
per stupire il tuo ego
dimesso al soffio leggero
del mio passaggio austero,
credi alle coincidenze?
eri proprio lì,
sei proprio qui, lo giuro,
cosa c’è di vero
in ciò che scorgo?

Cosa c’è disegnato
sull’istogramma nel tuo polso tatuato,
l’alba coi suoi rimandi,
come dici? mi conosci?
non sai chi sono?
quello di sempre,
non ti sorprendere,
io vago e vagheggio,
magus et magister dell’ultim’ora,
la fine che tu hai dimenticato,
riposta sullo scaffale,
forse ti sei scordata, mia rovina
e mia salvezza eterna,
quiete tempestosa, è tutto finito,
non c’è più tempo, ma voltati un istante,
sono qui a sorseggiare
anche solo quest’ultima
apparenza di te,
la parvenza di valore autentico
di cui hai sete,
sì lo so che lo sai,
espurghi libertà,
trai l’essere autentico,
la millantata unica personalità restia
che si presenta a tratti
nei suoi abissali e vari
corollari frutto di te,
frutto della molteplicità, che ti ripeto,
sai, vive in me, vive in noi,
come un canto d’ubriaco
sgorga pura e limpida,
allora, mi dai una mano,
segna con il sangue la mia gloria
e la mia immortalità,
l’infinito, taumaturgico domani,
che non era, sali, sai,
non ti chiudo in un semplice pensiero,
perché è così, è tutto vero,
andiamo in stanza, muti,
muti a parlar,
è così che si scrive il codice della fuga.
Cosa saremo non lo dici, lo fai
e fai sul serio con quelle mani,
lo spirito dissolto nelle rimanenze
e nei passati,
bucati come il miele
nel cuore dell’illusione,
sei così vera
che smorzi l’intenzione,
la rendi sana e mi sollevi,
sei proprio tu,
ora che ci credi,
rinasco nel guardarti ancora,
si ferma l’attimo
e la gente passa e va,
restiamo noi, soltanto noi,
infinite palpebre che scoprono
il mondo fatto di segnali occulti,
siamo sacerdoti del controtempo,
il solfeggio è l’incanto scosso
da capelli, ottagonali i tuoi via vai
immobili, marmorei i fiati,
la sincretia dei gesti tuoi
la sola realtà, guardi, ancora guardi qua,
va bé, magari hai ragione,
vista e lampo osceno nell’oscurità,
saprai di me ciò che non sai,
quel segreto sigillato aperto mai,
l’assurdità, la fantasia e la follia,
comunque è meglio che invecchiare
morire nella luce della verità,
e quale è il patto faustiano allora?
mi son perso il resto,

Paganini già lo sa.

Ciao, sei tu?
pensavo a te, come dici?
parlavo col cavallo
o con la lucida realtà
in bilocazione bicromatica
e prismatica dell’immensità,
“non fa niente, continua pure,
il 2000 è il tuo secolo”,
un millennio di profumi,
uscivi,
con chi rompevi i leggiadri
assoli tuoi unici?

Nessuno forse tranne te arriverà,
un po’ per indolenza
un po’ per stanchezza a questa riga qua,
eppure nei millenni resterà
la parola, il tuo verbo mai scisso
o interpretato, fatto storico inesistente,
è questa la novità,
non porre fatti o valori
ma imporre interpretazioni
incancellabili e inossidabili
perché impressi nell’Es,
o nell’essere forse dicevo,
fa tu, suona la musichetta,
scegli la nota giusta,
ok,
quindi parlavi di novità,
il mondo finirà quando ci accorgeremo
che tutto è già accaduto,
il giradischi in panne impenna
in salita come acritica locomotiva esausta
e irrobustita dal sole del mattino,
cara mia principessa,
vuota il sacco adesso, oppure no,
lontano ti amerò
perché un giorno sarai qui,
nell’assunto rinchiuso
nella fortezza sepolta ed oceanica,
ecco qui.
E torneremo al concreto,
dissolti e materiali
tra i roveti incolti
in autunnali sortite agonizzanti
di chi ha perso i sogni
e crede in una unicità
ormai tramontata,
positivamente dall’ideologia stessa seppellita,
sfiorita mi ricorderai
l’indifferente sordina fastidiosa
squarcerò con punte affilate
in melodrammatiche serate,
comunque meglio del silenzio inutile.

Sogno di ieri notte

Lou von Salomè

Mentre penso scorgo il tuo volto.
Allora io tento
di farti capire che nel mondo intero
il patto l’abbiamo fatto
senza accorgercene nemmeno
lo stesso giorno,
senti il respiro, vuoto il sospiro,
allora fluida torna da me
come non sei mai stata,
sono la luce prima del mattino,
il soffio inutile del vento,
il ribrezzo di corridoi,
il riporto all’animo sconvolto,
la bellezza di un tempo
scioglie le tue mani in gesso astruso
e disilluso finché non diventino
il frutto della nostra bramosia,
ancella mia, padrona,
intrisa d’aprile,
serva prediletta dell’abisso.

Sogno di dei,

Lou Von Salomè,

dignità dischiusa sarebbe
ciò che hai cercato,
sconfitto l’inverno,
vissuto ed oltraggiato l’inferno
e agli altari sublimato,
immortale risorto
solo per un tuo ragionamento indotto,
purpurea meschinità.

Hydra mentale

Passeggiando come traversando
decenni diroccati dell’età
dai sapori frantumati,
era il mattino pronto ad arrivare
mentre scendevo dalle scale,
ancora buio sopra la testa
occhi al vento con tellurico temporale
scalfito e tragico che si approssima
al rigurgito etilico della mattina,
stesa la fessura delle ante
e delle crepe come fosse vetrina,
guardando le mie unghie tinte di nero,
il resto del passato come schierato
dalle truppe, dalla paura trattenni il fiato,
si aprì il portone e fu un notturno fragore.
Guardai Milano e corso Garibaldi,
scintillando in file entusiastico,
iniziando a volteggiare
come un airone
che per non pensarci posa lo sguardo
altrove,
ti rividi dopo anni
un po’ per caso,
un po’ per violento nubifragio
decorato dalle remissioni
del virus scandito
e nel lisergico chiarore claudicante
zoppicai dalla cornice
al pianto inabissato,
mi stesi a terra continuando
a fare scorgere immagini
imperfette
che dalla finitezza riversavano
sbocchi
verso affluenti inclinati
scorrendo in ruscello riservato,
come è stato ciò che è stato,
allora non ricordai chi ero
e nel silenzio rubacchiai un saluto
come oltraggio al destino.
Presi un foglio umido
e con l’inchiostro abbozzai il ricordo
oramai troppo lontano
di un uomo senza più gloria né rispetto,
di un uomo nella sua anima persa,
di un ragazzo quando il cellulare
era solo paura della prigione,
quando l’età era dell’innocenza
e il futuro come ora già vissuto,
poi con la tennens cercai di dimenticare
per poter tenere bene a mente
ciò che son stato
quando non ero,
ciò che sarò prima dell’ascesa
e della caduta,
prima del tempo di qualche venuta,
così resi tutto in mille pezzi,
il foglietto navigava
nella pozzanghera appena formata,
la pioggia nolana si dissipava.
Erano quattro quei cavalieri di parole,
di romanzi hardcorde ricamati,
guardai la musica ed ascoltai
il sussurro dei miei libri
che si districava nella corrente
per elettrificare un quoziente
approssimato dal rifiuto
dell’assurdo risultato.
Risi di gusto davanti a te invecchiata.
Puntando tutto sulla conclusione
persi e ancora, ancora ridevo,
delle altrui imperfezioni,
delle loro decisioni,
di me sollevato come rondine
che assurgo l’ultimo sospiro
alla ragazza che mi ha dimenticato
per un’indifferente conoscenza,
per un ardito silenzio,
comunque non la biasimai
e in solitudine me ne andai.
Bucai quella voglia taciturna,
ascoltai ancora l’immagine
in sordina ma che non era
mica smarrita,
la via di ieri era in salita,
la rimonta in differita,
la spiaggia arrivò in ritardo
quando c’era già lo spasmo
dal cruente cuore d’arpilla,
arpia di giorni indispettiti,
mai così non mi ero indispettito,
la rabbia impotente conduce
alla follia se non sei auriga
del tuo stesso sentire
oncologico nel patrimonio
intellegibile e istintuale,
un rimbombo assurdo mentale,
un ridicolo pentimento, ok,
d’accordo, ora ti sento.
Guardai tutto come da un televisore,
la risata intensificata
e il foglio perso
fecero scrivere i tomi della mia vita
nell’animo di sconosciute
usate a mo’ di inganno celebrale,
sull’asfalto restò il resto,
conciso coll’indelebile gesso
dell’indice accusatore della convenzione.
Schizai deciso come un sopruso
e resi il giusto a chi è dovuto,
me ne andai con il vento alle spalle,
i tuoi capelli agitati,
il pendolino e il numero di prestigio alle carte.

Viaggio astrale in riflesso di tempesta stellare

NR YH ‘BTRŠŠ W
GRŠ H ‘A B ŠRDN Š
LM H ‘A ŠL M SB’A
M LKT NRN L BN NGR LPHSY.

Alito inesperto
sul ripiano al furor del vento.

Urla arcaiche balestrali,
muschio, inebriamento astrale,
viaggio selenico e segugio
intarsiato nel metallo
a forma aguzza, dente felino.

È sulla spiaggia l’attesa.

PDN L’ŠMNMLQR
L’DN L’Š R ‘ ZP’L’Š
MN’B BN’BD MNB
N’BDTWYN BN HY
D RY BN BDGD
BN D’MLK BN H’B KŠ M’QL DBR Y.

Progresso progressive,
clastico calcareo anacronistico
nel proiettare immagini violette.
Paradigmatico l’incrocio
complesso ed epocale come adesso,

epica scissione psichica
della realtà sensibile
da quella intellegibile,
uniformità teorica
e superamento del quantico
e del relativo
nel flusso energetico imposizionato
ed ultratopico
presso l’orizzonte degli eventi
inaspettati,

violate leggi paradossali,

occhio di Ra,

ricordo, negativo parallelo,

animosa penetrazione divina
nella cordiale visita elettrica
della memoria,
inspiegabile è dir poco,
piuttosto inquantificabile
ma intuibile con successo scarso,
causalità invertita
l’accidente,
l’effetto genera la causa
ed il futuro modella il passato
refrattario e con geroglifico
sistema iconoclastico e binario,
intelletto artificiale.

Fuochi accesi ed intrapresi
rodono il fegato accostati
ad appostamenti di relitti sprofondati,
lo spirito aleggiava sulle acque,
le nozze bigotte proposte
e rimarcate deludenti
pretese violate,
la conoscenza civile
ostracismo dell’ardire,

domina da anni
la lotta darwiniana
senza genetica e malthiana,
non è follia
è semplicemente sbagliata.

Il bicchiere si ricompone dai cocci.

Resta tutto normale.

Viviamo dal principio
il circuito serpentino illuminato
avulso a senso spaziale,
parascrittura inusuale
del logos stanziale,
Dioniso umano morto e risorto,
mito caananeo.

Rifiuto usurpazione.

Ellittica trasmissione.
Velivoli d’oro,
argento dei bastoni,
navetta in terracotta.

Brucia Tiro,
fiamme e mare eroico,
le arpe e la musica contemporanea
ha da sé, base di vermi,
base di vermi,
ha attratto a sé, base di vermi.

Non voltarti.

Sgancia intatto una miscela il Fato,
dacci forma, urla isteriche,
ossessioni, precisioni,
il risultato mina basi, basi di vermi,
cambieranno tempi e leggi.

Scelta Pallade alla luce del mattino,
scelta furba tra le greggi,
oggetto del declino, frastuono,
armamentario scarno,
mistico volteggiamento, pendente,
non si muove, non si muove,
spazio diagonale,
la via più lunga per l’oriente,
la via più breve cerca il vero,
scinde il quark pusillanime,
tra i Gesuiti il fisico,
lingotti,
liste destre, sinistre,
guarda in alto la virilità,
robotica, cibernetica, androide,
tridimensionale,
ologrammatica imperfetta,
l’ecosistema non si conserva,
termodinamica sbiadita
e tramontana,
quantico aperto,
andaluso passo,
stanza.

Urla da circa
trecento milioni di anni,
spara.

In periferia i barcollamenti,
gli indumenti, stilisti attacchini,
stiliti spazzini, latte, piante,
l’arte, non si finisce,
surrealismo, cerca un blocco,
serpens caput, ophiuchus,
sirpium serpin, canfora,
truce struscio vorticoso.

Ecco ipnotiche soluzioni
per sopire dall’esterno
un vuoto interiore,
maggiore il magone invernale,
tremo alle ginocchia
ai passi felpati cari, unanimi,
incolore, inodore, psichedelici,
stimolanti maggiori,
macchie lasciate a caso sul pentagramma,
base, falsetto, reverse,
sintetizzatore proteico sonoro.
Venere nel nautico imbroglio
trasmutato Baal in Crono,
il signore dei signori
reso accadico tempo trascorso
non a caso e sferico
da quattro punti concisi dialettici
ed intensi.

Sogno, sogno.
Ricerca amore,
ricerca del vero amore interiore,
ricerca in contemplazione,
canto dinanzi al volto divino
ed unico e trino, mistero egizio,
rito ittita, dominazione assira,

Tiro brucia ancora,
le arpe, le arpe, perdute,
perduti gli accordi coordinati,
ritmici, abbellimenti,
legali legati in rappresentanza.

Dall’età non c’è più crudeltà
nella pietà,

ecco il punto,
ancora tu.

Tre fiumi incrociati
nel giardino perduto.

Eccoci di ritorno
a lampioni spenti in periferie
inviolate da atteggiamenti
impulsivi e distratti
dal via vai dei gatti.

L’occhio di Ra,
l’occhio di Ra.

Ohimè!

Ohimè!
L’inverno su di me.

Rinascita scarlatta
della lacrima divina
e infuocata presente
nell’anima creatrice,
come intelligenza, spirito intelligente,
ma ridurre la trinità
a bipolarismo sarebbe folle,
nello stesso è insito, consustanziale,
spirito, corpo e dio
son forme di energia,
e l’Uno è ciò che comanda
in noi come frutto benedetto di luce,
dodici colori, dodici note,
dodici odori, dodici sensazioni,
da dove parte la scala
nel tutto irreale,
nell’assoluto irrazionale
con piano divino
e caduchi risvegli dopo la morte
nelle transizioni
per tratturo antico al piano
verso pluridimensioni superiori,

in principio era il suono,
poi il pensiero e infine il verbo

ma se la questione è senza tempo,
lo stesso è convenzione,
non esiste evoluzione, mai,
semplice presa di consapevolezza
con l’esperienza e la meditazione interiore,

niente scorre e la nostra staticità
è la riserva più affascinante
perché ancora inconcepita,
da qualcuno forse intuita.

Dove siamo diretti,
verità 9903,
il piano è cambiato e strano,
non mi ci soffermo,

la fulgida schiuma natale
incrociata come segno vivissimo
e splendente in cielo,

incroci che sono già avvenuti,
decenni masticati, millenni offuscati
dalla nebulosa spaziale,

teoricamente è tutto giusto
ma manca alla scienza materialista
di quest’epoca della modifica
della materia, partita nel seicento,
la precocità spirituale del vero,
la riflessione e la dialettica
è nulla senza l’arte e l’intuizione.

Le stelle da sdraiati
sulla sabbia alle tre di notte,
un fuoco dipanato,
la musica da accordo infantile,
un bacio profumato d’ortiche,
l’abbraccio universale delle etnie,
le razze superiori,
tredici linee di sangue
che spiegano a parole
cose che neanche sanno.
Fratello mio, sorella mia,
non c’è gerarchia ma se davvero
non c’è dominio,
non si può regolarizzare
l’economia in base a scelte
popolari del futuro prossimo
e genetiche del nuovo comunismo,
occorre compassione,
partecipazione, sapienza
e amore diffuso tra tutte le persone.

Movimenti come alberghi
a cinque stelle manovrati dagli illuminati,
fanno fumo e casino nelle piazze,
politici mascherati di populismo
che infrangono ogni aforisma,
posti quasi alla pari
di qualsiasi altro partito,
coscienze di giovani
pieni di potenziali manovrate
dall’effimero,
dall’ottenere senza percepire,
né riflettere o capire.

Non ve ne accorgete
che siete burattini?

mai ascoltare altri
che non siano voi stessi,
voi stessi che se indagate
nel profondo dominerete
la rabbia e scoprirete
che l’amore è l’unica possibile rivoluzione.

E se nel complottismo ci si accusa disillusi,
chi critica in negativo
è chi vi appartiene,
chi critica in positivo
è chi vi subisce,
l’inverso se rifletti
va bene lo stesso,
il guaio è nel mezzo,
una zona di silenzio.

Pensa, indaga,
scopri te stesso, realizza gli altri.

1996-2013

Il veltro del dispetto
sgusciò dal giusto mezzo,
il punk che si impostò,
come penombra andò,
digitando il pc
che non lo vedevi che da qui,

scoppiando dal bit bit
più eterno, strampalato
del surrogato orientale estremo
e vivente in tecnica furbetta
e sorridente,

tesa a un filo la mia mente andò,
forse è l’intenzione
ma il mare si annidò
nell’altro mezzo di cartone
impresso da macroscopico gesso,
e l’alba poi ondeggiò un cantico
allegro ma non troppo,
moderato e stilistico del sarò,
e poi si increspò,
dipinta fu la bolla clorofillica
da erbe officinali
ad altre più subdolamente ancestrali,

il resto lo vedrai
quando ti perderai.

Ed eccoti improvvisa
a dorso di cornice
disfatta e accennante,
un po’ imbronciata
dall’era appena nata,
ti stemperasti così
e l’inverno la stagione soggiogò,
ridicolo il tempo ci cullò,
guarda ricorderai
le acconciature da sdraiatella in piazza,
da stracciatella e pasta canina
e cinica cioè recitazione,
il verbo dal frastuono si scostò
e l’atomo notò
noi spersi nel fiato e nel fumo
calibrato dall’ansia e dal panico
tinto l’alloro,
da assetti nelle maniche
e da i velate come cartine
del decennio, poi l’alba tramontò,
la storia si oscurò,
e il verbo l’intenzione
ormai evidente pronunciò,

pensa a quante rinunce
solitarie e scarmigliate
abbracciasti con il cenno del sarò,
l’estate ritornò, il palco e la gloria
un nuovo giorno dall’abisso ricavò,
pronuncia scomposta,
rifiuto della scossa allegra
e scoppiettante in sé,

e allo specchio poi sorseggerai l’aroma
di te stessa incauta
e fortemente da fiati nati
dalla natura ti disincanterai.

E intanto l’illusione
accanita restò lì,
di patrocinanti mai accuditi,
e intanto fugge l’ombra
e tu mi guardi assai,
ridendo te ne vai,
pasciuta all’età tua,
il reverse che non c’è,
la sfera che va nell’andantino,
il flauto abissino, e l’elmo divino.

Infine penserai,
io stessa, dimmi, dove sto?
E infine ti risponderai,
è andata bene in fondo
e d’altronde il resto
non mi interessa e manco lo notai.

Infine e dunque stop,
l’emo dalla coda dell’occhio
piagnucolò coll’MP3 lirico
e psichedelico chiuse sé stesso
ridendo dal finestrino
della metro rimaneggiando
l’ideale o forse teorizzando
l’esistenza dell’idea in sé.

Adesso si che vedrai la novità.

Il vero è qui e si concentra in te,
in me, nelle anime nostre
incrociate a un bivio da vicino
Niccolò e Ficino imbambolato
nel quale e nel dove
moderando i passi e le proporzioni
in sensazioni veementi
e ritmate mai più di così,

ed il disegno scolorì,
la nota si intreccio con te.

Finita la rimonta,
inizia la realtà
nel segno pronunciato
il nuovo arriverà,
pressato dai tuoi occhi
prestati al disincanto vorticoso
dell’illustre saluto
un po’ violato in sé.
La luna è sempre lì,

il bosco setacciato da metropolitana viltà,
i palazzi ingrigiti,
forse non mi notasti
nell’osservazione stesa contemplativa
nella tua docile, dolce
e ditirambica invettiva perversa.
Il nuovo lo vedrai.

Hasta luego canaglia

La macarena delle nacchere
e del tip tap alla riviera
tra tarante ritmate ed altolocate
come morse dalla virtù
in sé sciupata e dall’ondulazione
a realtà declinata.

E l’inverno crepuscolo intenso.

L’aria da nababbo
nella conclusione impostata
a ritmo un po’ serale
dell’estate che comunque verrà.

Profumo e barba fatta.

L’eremo della storia
lo disincaglio tra i cespugli.
Magari parla l’intruso tra noi.
E gli uccelli ci guardano
come hitchcockiani spettatori
distratti ma accaniti,
cosa farai?
Le suonate musici
sono destinati al dadeggio incrociato
tra aramaico e latino,
tra assunzioni sul posto
e terremoti che scuotono
l’eterno etereo infernale

e verniano magari da belve cretacee,
giurassiche, triassiche,
o magari dal mesozoico al cambriano
cambiare impostazione,
primarie distinzioni.

Dio mio l’arca e le bestiole
a due a due.
Un po’ in senso letterale.
Un po’ in complotto abissale.

Magari vogliono trovare
la connessione tra Magdala e Sophia.

Dove andiamo e in che modo?

Provenzali merovingi,
incutiate timore a falce di incudine
gessata.
Da Carlo Magno al miraggio
dell’austero conflitto austroungarico
da chanson d’oil
il nostro rigore affermativo
talora con violenza celata
vince sull’amore per orgoglio
e l’Orlando da innamorato
a pazzo il passo è breve.

Ecco cosa dovresti fare.

Cercare due consonanti
e vocalizzarle in falsetto sghignazzante
sul finale.

Hasta luego canaglia!

E nel ritmo invertito
inizia la nuova danza,
a carponi d’assoluto,
sento il verbo intarsiarsi
col tuo abbraccio sincero.

Qualcuno dice
spoglie sul cantiere
di una rivoluzione ormai assopita,
ma tu ascolta quello che ho da dire,
not dead dont’death
in the end of the time, punk don’t death.

E mentre sorseggi l’essenza del silenzio
c’è un rigore scardinato
dalla confusione di chitarre
accordate al massimo
che stemperano la temperanza
dei borghesi.

L’immensità è ancora
nei nostri occhi,
dai primordi di una realtà virtuale,
noi classe dissipata e derealizzata,
nei concetti mal concretizzata
ma nel nostro assoluto
unica e sincera,
noi generazione di transizione
verso il nuovo,
noi generazione di furente spirito,
noi porte spalancate
verso il vostro infinito.

L’energia alla lunga si impone
sulla materia e la modella
come noi rivoltosi rivoluzionari
faremo nel nostro fracasso sillabato
e mal accordato,
mai sconfitto e sempre vivido
come dai tuoi occhi trasversali e perversi.

L’immensità talora è abusata,
talora si sfavilla conoscenza nerd
nell’abisso
ma noi siamo la realtà concreta,
noi non moriremo,
non disappariremo in intense
sciorinature anglofone.

Ma siamo punto di non ritorno
del vero oltre il limite illusionistico.

Hasta luego canaglia!

Amore da Belle Epoque

Nell’atrio del locale
il fumo inverso sale.

E dimmi la verità
questa volta tra lo spirito che esulta
nelle tue boccate profonde
che secernono la realtà intorno a te,
intorno a me, seduto al limite ultimo
dell’inchino col sapore
senza uguali del campari.

E dimmelo ancora,
se la vita è come dici tu,
sto cantando e la voce si stanca,
ti sento in me.
Dimmi ancora con lo sguardo
perverso che il nostro rendimento
netto è frutto di passione
mentre strizzo l’occhio declini
in iperurani sopraffini,
ti sciogli e scendi dal palco
e mentre canto ti abbracci a me,
unico appiglio nel tuo borderline
dell’assoluto,

un bacio scocca ma declinato
da eucaliptus al varco oltraggiato
dalle note sempre in mi.

Ancora ti stringo a me,
per sempre e non fa niente
se domani dimenticheremo.

La voglia sale mentre mi accarezzi
e sincera mi squadri
come fossi l’entusiasmo
della tendenza del tuo desiderio.

Ripenso a te,
a ciò che farei per te.

Ed ascoltami, ti prego,
domani ti resterà solo
il ricordo dello sbatacchio,
del trapattare con la lingua,
dell’ontico amplesso
mentre penso in compromesso
che il tuo corpo per tutta la notte
giace sopra il mio interdetto,

così godo nel tuo lamento,
il piacere all’ottava musicale,
elevato alla nona per simpatia
tratta dall’attrazione di un pensiero
campato in aria e da te lodato
come fosse l’ultimo traguardo
possibile della rivoluzione umana,
esaltati ci poniamo
in ingorgo ritmato, un altro bacio.

E ti penso come vuoi tu,
è già mattina e il tuo capello si impone,
voltata non mi guardi più.

Non ti sveglio, lo sai tu?
Me ne vado e ti ricorderò
come spoglia decimata
dell’ultimo albergo,
stretta al mio manto,
muta nell’entusiasmo,
amata per sempre,
tu.

Adoro questa tua apparenza

Silenziosa e raccolta
in magica apparenza
ti scosti disinvolta
lucente decadenza
da quei tuoi splendidi occhi
mi trovo disarmato
e sboccia disilluso
come manto trapunto
il tuo tenero saluto.

Poi mi poni a conoscenza
di una realtà velata,
le tue labbra disegnate
in rosea fluorescenza.
Sogni ancora con lo sguardo,

il pensiero è il mio vello
che ti rende edotta
dalla tua stupenda forma
si illumina il tuo volto.

Armeggi con respiro profondo
il tuo morbido capello scosso
nella sua parca situazione designata
dall’aula del ricordo sfuma sincero
invadendo l’alma mia
la tua frullosa vocale
melodia.

Dal viola alla tua mano
recondita e sopita
si slaccia la scarica ardita:
profusione eterna e desta.

Dunque sei la più bella
e banalmente dico
ciò che tace il respiro.

Poi a mille il cuore scuote
l’armata posta a conclusione
e mi disarmo dinanzi a te
infrange furente il mio desio,
mentre il tuo sospiro
è nei tuoi gesti
gocce di rugiada
pensandoti come aurora,
come attimo dopo il fiore mai sciupato
del sogno.

Rifletti ma poi sciogli
queste rissose lotte vocali
ti confondi anche tu e nell’incedere

germoglia lo stupore
ultimo floreale ardore.

Ti sciogli quasi invisibile
ma all’improvviso scagli altrove il viso
fai la graziosa con le mani
e l’impianto del sistema universale
di arzigogoli e massimi sistemi
si riduce ad ultimo punto d’universo
mia stella più risplendente
del giardino del mio cuore
firmamento.

Adoro questa tua apparenza!

Allora sei la lucciola che trema alla finestra
pallida trema al vigore del vento,
ti stringerei al mio petto
pronunciando il tuo nome che non dico,
stordito e giulivo.

E poi ancora pensieri,
li trattengo per non sbiadire la tua effige.

Guardi a sinistra e poi me
ti giri in ricognizione
se sciorini altre due parole
ti tengo ancor più stretta alla memoria.

La luna albeggia attimi sviliti

Tre assunti tra le dita
un velo sollevato la sfida
delicata al far della sera
che irrompe
e va.

Respiri
come assonnata
la settimana travolta
dalla
tua
coscienza
che svolta
all’alma mia
decide
già
ciò che sarà
ed albeggia la luna,
il ritmo della vita
in metamorfosi
come tra granelli
tersi di sabbia,

ti illumini opaca,
vaga
sei già qua
verità
ed apostrofi i miei discorsi
con i tuoi sì,
dici di no,
non so,
forse ma ora
non ci penso più,
vai via da te
stessa come
magiche
assuefazioni
rifatte
dal lontano
barlume
di fiacca ermetica
rapita,

la tua metamorfosi alla realtà
dalle tue soffici mani
ondeggianti
dipinta
e sei di nuovo
così
come vuoi,
voglio io
ed è l’unica
incontrovertibile
certezza .

Va l’atmosfera
disincagliata
e riflessa
dalle tue braccia
attorno ai fianchi stanchi
spalle rissose
di gioia mancina
della mia vita
vetrina.

Ecco,
proprio non ci
riesci
ti sciogli ariosa
alla prima
dopo la mezzanotte
che in ottava
va
e ciò che sono
lo spirito estroso
tuo lo sa
in corrispondenza eterea.

Attimi sviliti!

Risveglio in notturna primavera

Dal nulla infausto
dei timorosi silenzi
una luce scarna
lo scranno d’abisso.

Chiedo venia al fruscio
distratto delle foglie
notturne
e il gemito del futuro
dal ventre si scioglie,
guizza rapido
verso l’ignoto
ed interrompe
il flusso mancino
dei pensieri disastrosi.

E come il verno
temprato ha lo spirito
disposto
a cupe attese
e fragili promesse
così
nella quiete
smuove i passi
un canto
e lontano
si scuote il
rumore,
graffito e pioggia
della armoniosa primavera,
musica divina
primordiale.

Saprai trovarmi tra le righe di un accordo muto

Saprai trovarmi
tra le righe
di un accordo
muto.
Questo silenzio
ci ottenebra
gli occhi,
inerte
alla finestra,
aiuto
è il grido
e l’entusiasmo
smorto.
Un sigaretta
spenta,
la luna,
il piano,
il bosco
tra libri polverosi.
Il tuo cenno
come addormentato
dal tempo
funesto dell’assurdo
imbavagliato,
tra lacci di ridicolo
frastuono,
irromperà tremante
tra la ripa scoscesa
della riva novembrina
della nostra prima
uscita,
tra sabbia il passo
muore lento,
vertigine in vibrazione
il tuo rimpianto.
E poi ancora
la vita
tra i diademi striscianti
dell’orgoglio,
tra sentenze profumate
di vendetta.
E mi vedi riflesso
per un attimo
nel luccichio dei tuoi
occhi vividi
tra lacrime deluse.
Ah mia anima!
capiremo come stolti
un giorno
che il principio
è il nostro nulla!
Ciò che ci uccide
è il nostro
filo di appartenenza,
il nostro vincolo
che tiene unite
nell’insieme chiuso
vittime assurde
della vita.
Saprai trovarmi
e tra le righe
avrai traversa
la tua vittoria
esanime,
il tuo caro sipario,
il tuo finale
estroso,
il plauso al tuo inchino
dell’assoluto.
E tremerai
tenendomi
le mani.

E tutto non finisce

Saltellando giocondo tra flutti increspati
l’orizzonte si adagia sulla perfida stanza
e la luce lunare, penombra mi assale
come trio giubilante il mio grido d’amore
risplende nel muschio selvaggio, si estende
tra i tuoi cirri boschivi e le vedute matte
con un balzo la stagione nuova si inverte
roteando fulminea tra grappoli di papavero
e foglie d’ortica

la puoi sentire se vuoi quando il tuo orecchio
porrai con attenzione sul sussulto del mio petto
nell’intreccio tra vegetazione e lo splendido volto
pallido e puro come quando carezzi con affusolate
mani desiderose il soggiorno vistoso come promontorio
e il silenzio si tinge di tiepido fruscio musicale.

Un eco risveglia il mio respiro affannato e pacato
il tuo manto stellare mi copre il corpo dalla brezza
investito imprimendo indelebile l’anima, stampo
mai spento del foco del tempo, il nostro lontano.

Ancora echi e una voce soprano delusa dall’andamento
respinge l’invasione ma si scioglie il sentimento più vivo,
più intenso nel secondo, nel quesito scomposto, lo sento
ancora come squillo di tromba, vivido e nitido il suono,
la follia della pioggia nel fruscio del vento è riposta.

Ritorna quel ritmo.
Io genuflesso ti chiedo, mia miniatura
di animarti e lasciarti dalla danza cullare
desideri nascosti saranno prorompenti se tu
nel rimbombo notturno scoccherai da Artemide
flotte di saette tra vette dirimpetto al precipizio
di modo da percepire l’infinito in un semplice
passo, non è nota lo spirito ma cascata sincera
che dall’intestazione trasforma l’abbellimento
in adorno sintagma indivisibile ed elementare
il fonema, la goccia, la roccia, l’anatema
sul polso orno della balestra e dell’arco universale
nella selva mi perdo e tu amata bestiola trascendi
il senso del ragionamento con simpatica alterità
sentimentale.

Due pulzelle tessono in disparte,
la modernità vocale è solo apparente,
improvviso come arcobaleno dalla crociata
smussa ogni sonata l’entusiasmo
ma è solo fulminea apparenza
che talora ricorre come ritornello
o come circolo vago,
come magico assolo.

Guarda alla rima svogliata, la tua immensità
disertata.

E tutto non finisce.

Inebriato dalla tua apparenza

Nell’antro della grotta
bigotta
il trastullo dell’eroe
ribelle.

Mille e poi cento
fiori di loto,
il tuo volto altezzoso,
il tuo vestito dipinto
di ciclamino.

Pensiamo nebulosi
nel frammento musicale,
tutto è amore, mia cara,
tutto è nuovo
con gli occhi del passato
incerto,
del futuro rigoglioso
tra germogli di sogni
acerbi,
clorofille i desideri,
allori rissosi.

Del numero infinito
portiamo il respiro
come quando, lenta,
passeggi a dita sciolte,
briga del sentimento,
auriga del dissenso
armonioso.

Nessuno oltre noi ascolta
il sussurro dei passi nostri
sulla sponda.

Forse magari solo la luna
o il sole bistrattato
perché possente
possono raccontare
l’aneddoto,
tiepidi sul mosaico di stelle
stravissuto, nostra immago,
nostro orizzonte.

Et anche i tuoi occhi
dal brevissimo sguardo
dissero, pizzicati sulla lira,
la notte è l’assolo
del nostro ululato d’amore,
reietto e spento solo
per i giudizi invecchiati
del lento inesorabile consumarsi
dei sassi sulla riva.

(Talora le conchiglie
brillano senza sapore
umano).

Continua a stringermi
con l’apparenza,
disseta il mio cuore
inebria l’alma solitaria
e sorridi.

Anche la pioggia greve
ed odorosa
accompagna i nostri cenni
e non c’è vita umana
che separi
l’intreccio
delle nostre mani.

Emisfero di passioni è la ragazza mia

Emisfero di passioni è la ragazza mia
ed ogni quesito d’universo spento
ripudia dolor nell’estroso passo,
talora guarda al dipinto plurale
dell’erba e del soffice manto
austero nel canto cadenzato
e raddrizza l’inverso fragoroso
della vista quando, miserrimi,
celebrammo la ventura dell’oscuro.
Talora lei simpatica,
quando le fisso le mani
abbassa il viso
ed è come voragine il
mio core,
come tempesta il mio sentire,
tutto trasmuta in trascendente
e non v’è figlio di Cristo
che non senta il pullular
di una scolastica passione,
il vincolo sovruman
della femminea intenzione.
Allor si chiede all’ombra
ristorato
un corpo innamorato e tutto
perso
se da un solo cenno
si può carpire il color
dell’immenso,
le fugaci vie mancine,
i dardi e le stelle
che in gomitoli di costellazione
fanno l’eco
al grappolo vistoso della sua
silente immaginazione,
del suo sorriso.
Sembra che la temperanza
vinca la empedoclea
confusione,
la scissione dell’armonia
tutta in faville
quando per la tensione
si respira guerra
che dir ‘sì santa
è offesa all’anima
creatrice.
E lei, perciò,
è l’unica salvezza,
o genti mortal
gettate al vento il mantello,
ficcate nella rimembrosa roccia
l’acuminato stendardo,
lanciate l’elmo,
che ‘sì tosta virtù
mai per disdegno
ha carpito il senso mio.
Come il pittor
talvolta naufrago
rimugina sull’algoritmo
fitto
del Fato
per trovar la giusta quadratura
al cerchio,
tal io son rimembrano e contemplando
la sua gioia diurna
e furente nella notte
quando l’occhio dilata il suo vettore
e tenue come foco rissoso
sfavilla il suo pudore,
splendore!
Non negate spiriti
a cotal figliuola
che tanto ha sofferto
e tanto amato
la grazia dell’immenso.
E tieni conto
o Misericordioso Lume
che pur se lei ha negato
il tuo dominio
l’occhio ruggente e celeste
suo
a te ha condotto
me e gli altri innamorati
profughi nel vuoto
infinito dell’immenso.
Non sperderti dunque,
o mia canzone,
ma per li cortili e i vicoli,
le reti ingorde
e le prolisse rive
spargi il suo nome
e per desio
cedile il posto
nel più melodioso cerchio.

Pupilla inaudita

Pupilla inaudita
e inenarrabile,
matrice del misterico stesso
tuo intrinseco
astratto
e etereo
impronunciabile fattore,
sguardo inebriante
della pace universale,
scaglione inesperto
e tutto ardito,
io
fisso quel punto
mentre assisa somma
sei il rimasuglio floreale
dell’essenza infinitesima
che trae splendore
dall’ infinitamente piccolo
che d’energia
raccoglie in madornale
concentrazione
tutto l’intellegibile
che scopro
non più indivisibile
ma percezione vaga
della rissosa natura
che parla a tratti
come consumata
dall’emissione
del tuo fiato.

Chi sei tu piccina
che tanto gaudio
non disdegno
ma da sapore d’assoluto
assurgo
a mantice prolisso
di ciò che
solo accennato dipinse
il relitto umano
nel momento stesso
in cui pietoso
volse il suo pennello
all’incanto astratto decadente
dell’immenso?

Par sì crudele e
di oscuro salice
trafitta,
ma il Dark alla Desdemona
trasmuta
e trasuda pallade
del religioso
silente armeggio
sapiente
e mancino
quando d’artemidea amazzone
trafigge il dardo
con sì splendore
e noncuranza
che l’ago nella vena
dal pagliaio
è pacifista assassino
della belligerante
resa,
guerra finita
e diplomazia
discesa
tra saporite mandorle,
foglie di assenzio,
caduca spina
nella rosa inversa.

E come d’equatore
mancante il tropico
dall’eros
delirante
vola come spasmo
e trasla e parla
d’incantevole fattura
come respiro trafiggente
del sospiro
dicente all’entusiasmo,
muta aspetto
e scindi il desio
dall’entroterra sublunare
di ciò che uman ragione
tace.

Senza costrizione,
misericordioso guardo
femmineo,
soggioga belve,
bestie
ed anime animali
nel momento panpsichista
di inutile lamento
è la mia voce
quando avverto,
mentre scrivo,
il melodioso passo
del tuo immane pronunciar
l’eterno,
chiudo gli occhi
come svenendo
di vertigo istanza
tra legge
e guaritrice affanno
la sintesi graziosa
del male e del bene
come d’angelo caduto
riscattato dalla
stagion divina
concupita
e
sognatrice
senza più ricordo
all’aurora
dell’ultima notturna
vision leziosa
e tutto l’universo
tra foglie novembrine,
maggio, ciliege
fragori lampi dicembrini,
neve in febbraio
e sonando
d’acume di notte
in mezza estate
sera di luglio
quando il tramonto mostra
la frescura d’amor,
volume sustanziale
ed accidente non pensabile
e più guardo qull’apparenza
più non respiro
come dardo
che stordisce nel momento
della pugna
ma l’assopirsi non volea
acchè per sempre
perfetto
possa percepire.
Vorrei davvero,
genti mie,
che poteste capir
ciò ch’io
guardando e stupendo
mutande essenze
di dodici note
e dodici colori
e dodici parole
e numeri
a tal stessa guisa.

O me stesso misero
fammi esporre solo
un istante
lo iato circoscritto
e circospetto
alfin che capisca ciò
che il mistico saluto
rende cenno concreto
e viceversa.

E l’ultimo attimo,
come fosse il primo
o addirittura passato
o maravigliosamente
mai sentito,
è vittima
d’allucinata
immaginazione.

O mea patria

O mea patria!
Ristoro dei miseri
e desio dei leziosi
profughi dello spirito,
guida nel mare tempestoso,
navicella d’ingegno e respiro
eterno
della soave canzone adorna
di araldi mai stanchi delle
lodi,
in circolo attorno
al fuoco di Vesta
rifulgente
mai sazio, e risplendente,
ti prego vivi,
ti prego stendi la
possente mano
dei tuoi eroi e servi,
padroni dell’esistente
e del metafisico sospiro,
del tempo frantumato
e del destino di gloria,
copri col tuo manto questi quattro
ultimi reduci
di una guerra
che cantano finita
da anni.
Barattieri mai sazi
oltraggiano
lo stendardo,
macchiano la candida
veste che fu l’orgoglio
di piccoli ragazzi
sprezzanti della morte,
grandi uomini,
immensi cavalieri
del tuo sangue,
arcangeli della divina,
laicale causa
comunitaria.
Volgi il tuo sguardo
immensa donna
e col fragore di fulmini
e di dardi stellari
mostra l’ira pietosa.
Regina degli umili,
dei bastardi,
degli ultimi,
rigetta nella fornace
gli ostentatori,
i maghi politici,
gli ingordi lussuriosi
che godono nel fagocitare
danaro, ricchezze,
rovina nel fango
le svelte scimmie,
chi si dice poeta
e non si accorge
che nell’atea protezione
ha già trovato
la morte.
Amore mio,
che dir magnifica
è poco,
ascolta non me
ma il
lamento della virtù ,
manda le tue schiere:
Cesare dal purpureo
furore,
Augusto magnipotente,
Aurelio il saggio,
Costantino tua spada
crociata,
Diocleziano, Giustiniano
sommi legislatori,
Cicero oratore,
Petronio esteta
col diplomatico
Croce della medesima
materia,
Orazio figlio
del repentino
lampo spaziale,
l’Aquinate dall’aguzza
abilità deduttiva,
Pietro pastore
adottato dalla
Città Eterna,
Federico lo svevo
siculo campano,
Stupor Mundi,
Pier delle Vigne
il notaro dolce,
i due Guido,
l’eretico e il cristiano,
il sommo Alighiero degli Alighieri
e Montale il baritono,
Petrarca col suo caro Agostino
assieme al fratello,
Boccaccio, Dario Fo,
Benigni e Cecco
oltraggioso,
i 99 e i maestosi
giocolieri
di strada
con Rino
romano calabrese
che li
accompagna
a ritmo di chitarra,
alla risata complice
dell’anarchico Faber
e del Maestro Battisti,
il fine Machiavelli
e Lorenzo dei Medici,
Sisto,
Michelangelo,
Leonardo,
il geometra magico
del cerchio
ed il Vasari,
Arrigo,
Cola di Rienzo,
e il pugno chiuso,
il presidente partigiano,
Aldo filosofo del diritto
e del giusto compromesso,
Dossetti ecclesiastico
della libertà,
i due rossi
quello della seconda guerra
e quello morto mentre arringava
i suoi compagni a non arrendersi
e che ora alla vista dell’inciucio
e alla scomparsa di ogni ideale
piangerebbe lacrime amare,
Fieramosca,
Goldoni commediante
e le sue maschere
tutte nostrane,
Metastasio
e l’aristocratico Alfieri
col suo volere
che sposta nella tundra
montagne e grossi massi
e pregiudizio,
il folle sorrentino
che narrò Goffredo
di Buglione
assieme a Ludovigo
con l’Orlando folle
perché innamorato
come Boiardo ha già
cantato,
Pico ermetico
dalla memoria prodigiosa
e il martire Bruno
arso sul rogo
per libero pensare,
Basile larga la soglia,
stretta la via,
Manzoni il padre della lingua
e quello della sublime merda,
Mazzini il massone
e gli altri carbonari,
Pellico, Garibaldi,
il Tessitore,
i sottufficiali borboni
e poi giusti briganti
in sella,
paladini del mezzogiorno,
non dimenticando poi Filangieri
e gli altri del ’99,
e il pontefice
che non poteva e non voleva
perché non doveva,
e quell’altro della cattolica
rivoluzione,
detto il Buono,
cui seguì Paolo,
poi Luciani gentile,
il polacco che imparò l’italiano
insegnando l’amore,
il tedesco agostiniano che tanta ala
a Tommaso scolastico spese,
i due argentini,
l’uno papa come
d’Assisi il poverello,
l’altro col numero dieci,
infine noi,
poveri e pochi,
non degni
ma bisognosi,
per sempre alla mercé
tua
e dei tuoi comandi,
o Bella tra le belle.
Non mostrare
che umiltà
con sguardo fiero,
con la tua pietosa
vendetta
salva chi ancora ama
e resta
nella sacra terra
di giullari e santi,
di dotti e nobili
di massima famiglia,
spezza il nostro pianto
accarezzaci le gote
e liberaci dai tiranni
populisti a cinque stelle
e ipocriti,
dal demagogo
di finivenst padrone
e dai molluschi seguaci
di Letta,
di Bersani,
di Prodi,
dell’Europa
sotto l’impero tedesco
e lontana
per cagion dei banchieri
al patriottico
disegno
dei nostri padri
che uniti
unirono
la figlia di Gea,
di D’Alema,
Occhetto,
Veltroni,
Bertinotti,
e tutti gli altri
che si dicono col popolo
ma restan soli
e stolti.
Altro dirTi non vo,
come disse chi assieme
al padre della Genealogia
di Roma
qui nella partenopea terra
da lontano fu sepolto,
ma sappi che la nostra
foga non s’arresta,
noi Italiani,
inventori della terza via,
come il siracusano
fece della leva,
cui il professor
Pisano
in domicilio coatto,
trasse il matematico
metodo
che rese decifrabile la
Natura,
e che insegnò
la diversità
del moto celeste
dalla volontà
della medesima
provenienza,
entrambe libere
e sovrane,
come sole
abbisogna
della luna,
e viceversa,
un ultimo favore
Ti chiediamo:
dai parola ai muti,
vista agli accecati,
pace perpetua,
cancella la xenofobia
da questo popolo tanto ospitale,
rendi italiano chi lo vuole
senza guardare al sesso
o alla razza,
e neanche all’opinione,
ma solo all’alma sua,
a che sia degno
di entrare cittadino
in questa terra,
scelta dall’Immenso.
E a quei che si ostinano
a deturpare il tuo
corpo,
le fulgide bellezze
di paesaggio
e quelle lasciateci
dagli avi,
dai lumi delle nostre ville,
dai sarcofagi
tanto osannati
dal poeta che morì per
debiti
in terra anglicana
e che nel momento della Tua unità
tra le braccia materne della sua cara
Croce Santa fiorentina
fu riportato,
dagli ragione,
dagli gioia e istinto,
illumina il loro intelletto,
a che preservino noi
e soprattutto
la Tua Persona Risplendente,
che ci insegna a non ripagar
con la stessa moneta.
Non altro ancor,
dico e diciamo,
Ti chiediamo
per noi,
non ricchezze,
non onori,
non glorie,
non allori,
ma il viver dignitosamente,
nell’universale abbraccio
fraterno,
e infine,
soprattutto,
l’esser degni
di esser nomati
figli Tuoi.

L’epilogo intransigente

Dal sole il respiro,
tramonto,
silenzio
in bilico,
taccio
come rovente lama
nel luccichio
sulle trame
del destino.

Ascolta con cuore aperto
la trasmutazione della rinuncia
nell’amore e nella libera
passione,

rifuggendo come abbagliata
ad una appena accennata
melodia,
lei s’assise
e a sguardo
tutto dipinto
iniziò
magicamente recitando.

L’epilogo intransigente

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