Resta lì per sempre, Sognatrice

E soffia il vento

sulle mie attese,

 

l’inverno alle schiuse

porte gelate

d’acciaio,

 

smuovo la mia copia

degli Acheron

dal variegato sapore

maledetto amaro

e cerco fiele

e mi chiedo se la notte

arde lo spirito

o è solo vaneggio.

 

Sì, sì resta in sospeso,

piccola senti i miei dialettici fasti

di marzapane

e resta distratta

con la biro tra le labbra,

inondata da simpatiche fluorescenze,

le mani violette e paonazzo il volto.

 

Io nascosto dietro lo scaffale

polveroso

mentre tu

annusando la dolce e docile

carta-foglia ti accorgi appena

di me e non volti il capo,

continui i tuoi affari,

i sensazionali e sensati

miscugli di senso

ormai gabellati

neanche più compiuti,

lasciati a metà,

tra sogno e realtà,

tra vero e irreale,

sciocco dileggio

e naturale sospiro ondoso,

 

poi toh,

obliquo lo sguardo

di traverso

e ti sormontano maestose

ali svolazzanti alle spalle.

 

Oh, maraviglia marina!

Oh, candore celeste!

Oh, oscuro fiero,

altero e diretto

atto dell’indice

e medio incrociati

e balzati in etereo

diletto

 

è caos lì intorno!

 

E i desideri

li indovino appena,

respiri tra affanni sicuri

e colpetti atonici

e senza sorridere

crucci le guance,

 

sei grande e intanto

sbatte, è un sussulto

consequenziale,

frastuono stonato,

dissonanza suadente

solo nella nostra mente

elettivamente affine,

selettivamente scostante,

 

invitante infine il diniego

assenziente che liscia i capelli

precipitati sul viso

 

e non ti dico più niente,

 

ti prego, resta,

resta così,

 

già ti vedi riflessa e minuta,

muta

presenza voluta,

il tuo corpo trasfigurato,

godimento di sé.

 

E vai già lontano,

Sognatrice le mie parole

sono in questa sera tenebrosa

solo per te,

magica tenue luce,

non mi scordo,

ti ammiro,

ti guardo ancora,

 

resta lì per sempre.

nitro su legno multistrato; Antonio Marchese

antonio-marchese

“A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia”. Così esordisce il Maestro Antonio Marchese nel definire il suo contributo all’Oltrismo. L’artista si colloca in una dimensione di  astrattismo primigenio, ancestrale, etereo, sidereo. La sua evoluzione coglie una sfaccettatura peculiare del movimento di Sarossa, quella di descrivere situazioni e stati ultraselenici. Costante è una sorta di primitivismo, semplicità stilistica, che non elude ed anzi esalta la profondità della descrizione dell’esistente. I mondi che attraversa sono lontanissimi ma ad un palmo dal nostro sentire. Il Marchese non si addentra in una realtà tutta nuova, quella del divenire, quella oltreumana ed oltremondana, non scruta i molteplici universi paralleli, non approda in terre nuovissime e sconosciute né tantomeno resta qui, nella nostra realtà sensibile a descriverla in superfice. La posizione del Maestro è in bilico, al limite, sul varco. E lì rimane, sul varco, come guardiano, come plasmatore della essenza di transizione, come colui che indica la via d’accesso all’altrove, all’oltre.

La sua opera è realizzata con nitro su legno multistrato, attraverso una tecnica che ne evidenzia questa caratteristica di indicatore dell’oltre, di Zauberkunstdichter, ossia attraverso il soffio, senza l’utilizzo di strumenti od utensili, ma col fiato umano, col neshama, in una ambientazione ed atmosfera che ci rimanda all’origine dei tempi. Ed il Marchese è un oltrista della genesi, è un descrittore delle origini, della genealogia delle cose, dell’uomo, dell’essere, un descrittore che indica ma non narra. Ciò si evidenzia nelle altre opere, l’acquatica “Origine della vita” o le diverse rappresentazioni di tali varchi eterei, che ne stanno designando una recente evoluzione e caratterizzazione. C’è l’oscurità., il buio primigenio universale e poi la rappresentazione di un varco, un passaggio, un wormhole, verso un nuovo spazio-tempo, una nuova realtà che ci porti ad una più consapevole coscienza e conoscenza del vero e del bello e dell’amore, in una trinità armonica che, per adesso, noi qui intuiamo soltanto e che il Marchese ci fa non scorgere ma di cui ce ne mostra il passaggio.

Tali rappresentazioni sono spesso oscure, si viaggia nel cosmo ma senza percepire la armoniosa melodia delle sfere celesti, il pitagorico vibrare matematicamente perfetto, il neoplatonico  ascolto idealmente perfetto ma solo un rombo sordo, un suonare e audire sorde e mute melodie. Nemmeno è un rissoso rumore, un fastidioso ronzio, una dissacrante baraonda. È il silenzio, il silenzio del passaggio ad una armonia che non è perfezione acordica, puro calcolo e valutazione. Ed in questo silenzio, in una altra opera siderea, Anotonio Marchese ha rappresentato Aleppo, silente dopo il bombardamento, terribilmente silente. Così, dopo il frastuono della mondanità, il caos del reale, per ascoltare musica nuova e dolcissima, per cantare colmi di grazia, dobbiamo porci nell’oscuro silenzio e prepararci a varcare, muti, l’accesso alla gioia policromatica e sinestetica del tutto armonico, senza distinzione tra suono, contemplazione visiva, profumo di rose e di viole e di ortensie, perché una volta solcato il passaggio il nostro corpo sarà consciamente connesso alla nostra anima ed al nostro spirito e noi saremo una parte del tutto e tutto ad un tempo ed unicamente ed esclusivamente unici perché non singoli parti del tutto ma Tutto in Unità, seppure e soprattutto perché persone e non individui.

Tale opera è peculiare rispetto alle altre, e potremmo definirla l’opera colma di speranza dell’oltristico astrattismo sidereo, in quanto mentre nelle altre rappresentazione dominava l’oscurità del silenzio di transizione qui non è il corpo muto che parla ma l’anima incosciente che sta per raggiungere coscienza e perciò è conscia della bellezza, amore ed armonia che troverà di lì dal varco. E ciò perché quando attraverseremo il varco divenendo uomini nuovi, oltreuomini, non perderemo quello che avremo fatto, il nostro corpo resterà silente ma la nostra anima ne serberà memoria, a che possa, dopo il passaggio, irradiare tale somma bellezza, amore ed armonia al nostro corpo. Ai margini un blu cosmico, l’anima che ricorda i nostri dolori oramai solo sullo sfondo non perché dimenticati ma perché ravvivati dall’amore, dagli spruzzi rossi che contornano e contaminano il blu che acquista diverse intensità, il mare, il cielo, la meditazione, la ricchezza di spirito, il bianco della purezza. Sino ad avvicinarsi al varco del tunnel, nero ma poi con contorni rossi fino ad intuire, quasi al limite il lucente azzurro.

Questa la rappresentazione artistica del varco, che può condurre l’uomo vecchio, materialista, assetato di ricchezza e gloria terrena, a quello nuovo, cosciente e sapiente perché ama e da innamorato cerca la Bellezza, la contempla e raggiunge l’Armonia, col creato, con gli essenti tutti, animati ed inanimati, con gli altri uomini.

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Mädchen Wagner

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Hylas and the Nymphs; J.W. Waterhouse; Manchester Art Gallery; 1896

 

Fremo nel guardarti

contro vento,

la fiamma emana dall’aura

posta intenzionalmente

in rivoltosa riscossa

come involucro di potere,

 

sciolte le ultime catene dell’ignoto,

pallida la volta celeste,

l’influsso del diadema dell’aria

è belva sul tuo corpo impressa

e dominata.

 

La valida sordina

incute timore,

amplifichi con grazia

il rimando sonante del tuo cuore,

ed è un’ armonia celeste

improvvisa,

 

su spiagge le candide sfere

luccicano

e l’estasi del logos

è resa manifesta

dalla tua lingua perversa.

Ti elevi nel godimento

e sfogli il senso delle lettere

singole che logicamente

implicano strettamente

o negano amorevolmente

il barlume del tuo magico silenzio.

 

Occorrerebbe saltare

in giubilo scostante

l’eterna communitas astrale

e ginestriana in comunione

col sapore vitale

della tua furbetta ed edonistica

congiunzione carnale.

 

In preda all’incoscienza consapevole,

gemma di bacco,

sulle tue labbra il tepore.

 

Pullula il cardigan

e scrolla il decolleté,

lo sguardo lancia saette,

il rombo dell’intrusione,

è un sollievo l’invasione impostata,

stendi sul piano le tue carte migliori.

 

Mia indomita ragazza,

percorri pure le soffuse

storie saltellando di rigo in rigo,

 

mia indomita ragazza,

continua.

 

Il chiaro ci invase

ed accrebbe il tuo karmico

sorso intenso ed interdetto,

la punta della cresta intorniò

i trambusti di rame,

le scaglie ed i selciati, gli archi

trionfanti e i semicerchi residui

di battaglie ci raccontano storie

permeate di sollazzi mai abbandonati.

 

Le foglie ormai sono assenti,

ma il declino di questo febbraio

ottobrino

è un presentimento,

un pentimento

e un portento deluso.

 

Mädchen Wagner,

il buio è in te,

l’ultima spoglia spirituale

solleva il manto stellare,

il futuro a due passi

impresso nel tuo tema natale,

l’antropologico senso,

poi di nuovo l’iniziale

espansivo fermento

 

ed io muto fremo.

Dal tuo sguardo misterioso

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La Sirena; J.W. Waterhouse; 1900

 

Dal tuo sguardo misterioso

catturato, il ricordo è districato

tra luci e nebbie,

 

il tuo rossetto orma

del mio canto e tu singhiozzi

a mala pena

ed anche una parola persa

tra le mie mi socchiude

gli occhi in una nuvola oscura

 

e tu risalti croma di Mercurio

ermetico ed evidente, no,

non una nota in più,

ogni cosa troverà senso

e lo imporrà se ti volti di nuovo.

 

Crederesti solo nella musica,

piangeresti fino all’orlo

dell’abisso tra le danze,

tra fuochi sospesi,

in modo più candido

e più pernicioso,

in modo disilluso,

incantami ancora con il viso

ad incantesimo proteso,

 

l’anello dei domani ritorna

come pioggia,

ritorna come aria,

tra amore ed entusiasmo

della nostra cara profezia millenaria.

 

Renderai la stanza

una storia dal clamore

e dalla gloria impreziosita,

 

scoprirai le mani

ed accennerai il pensiero celata

dal tuo velo di damasco e di smeraldo,

il verde con il viola,

il corvino con il rosso,

 

muti con il tempo e saturnina

e lunare sei complice

di questo mio assurdo

peregrinare tra epoche e leggende,

tra musiche perdute e consumate,

scosse e intorpidite,

poi d’improvviso sprigionate

nel momento del diretto

tuo sguardo perduto

e navigato

ma mai dimenticato.

 

Gradisci del tè?

 

I passi nella notte

tra viette solitarie,

i tuoi discorsi, le tue illusioni,

le tue mani che dirigevano

il cosmo,

 

poi le chiari acque

dissetanti e purificatrici

e ancora poi,

poi il trottare mentre cammini.

 

Ed ogni cosa si stende

sul tuo corpo

mai così annunziato e lodato.

 

Parleresti ancora se invocata,

muta oppur loquace

sulla sabbia

come simbolo tracciato,

dal vento cancellato,

 

nel mio cuore scolpito

e fossilizzato ma reso vivo

dal tuo nuovo sguardo interrogativo,

voluttuario ed incendiario.

 

Scopriresti il corpo

con la grazia delle nuvole,

colpiresti e affonderesti

il mio stupore

senza temere il paradosso

del nostro risultato

da tempo ricercato

del significato più volte

dall’inerzia di chi è sordo celato.

 

Ecco i tratti di penna

sul tuo diario scritto

ormai da troppo tempo

e da troppo tempo abbandonato.

 

La speranza nelle altrui speranze

e inclinazioni,

l’innamorarsi di figure e desideri,

di intelletto e di poesia,

di anima e manifestazione,

di ricordo e di vaghezza,

di rifiuti di compromessi,

 

di una ragazza sola

contro il mondo,

della fortuna, dell’audacia

e della tua contemplazione straordinaria.

Ordine divino tra le braccia

 

senza resa e senza viltà

la tua ricchezza, colme di tesori

che il tuo spirito sovente

con un tuo cenno mi regala,

la mia mano verso la tua tesa

si prepara

a dimorare nella tua fortezza

 

possente armatura,

lieve bollicina,

fragile cartapesta.