Nome tempestoso

Accorata

come quando di notte

il ricordo sfuma

tenebra dolce tra languidi selciati

dimessi e infuocati

stridenti al pensiero

del mare in tempesta,

svolta imprevista,

 

e tutto il resto sale

inabissato

e sbiadito

dal tuo nome

che ovunque risuona

in soavità

principessa

di zeffiro e diamanti.

 

Le guance e il pallore

del viso

ritaglio stupito,

il gaudente fiato

del cielo

stellato

è manto inaudito

 

e tu spumeggi

 

mia solita rissa diletta

e sconnessa,

 

sei tu luce dimessa,

forma accorata

ed impronta magicamente

impressa

tra la parete e la finestra.

 

Il nome tempestoso pronuncio

e non dico.

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L’eco del risveglio

tower eterea

tower by eterea

L’imperatrice

Plasma un destriero indomito da auriga folle, da corsaro suadente di flutti scossi dalle redini turbate

Gli occhi speculari di metilene nella mente di siriaci dalle grazie celtiche prostrate al vento e in panistica unità con la natura

In selve distorte tra laghi di immane gaudio riposa il tuo velo sospeso: eternità di roccia silicio effimero ma possente

Nella radura la tua gemma al collo verde d’assenzio e variopinta di smeraldi come calice goduto come piattaforma di pensiero fugace

I Fenici scaltri tra le rovine di Tebe e tu in trono nel firmamento austero di sogni diurni di paste statiche e leziose come miele, dolce fiele negli assedi, ventura dei portenti, gioia dei nemici, emblema della celere battaglia

In un dissipare di luci e in un sormontante anelito dimesso da soave spuma marina o da effige divina numismatica sorta trapassata come liquame anzi vapore tra le pareti umido delle scale odore incantevole della pioggia

I templi eretti per te mistero delle immagini infinite di un così vasto ardore che invade gli animi

Lo spirito che giace sovrano sul tuo corpo carezza le spalle inumidisce i capelli dà madore alla pelle

Tu incauta folla di stupore ondaccolo della luce intorpidito bastione di stratagemmi bellici

Per te le forze cosmiche lottano e ai tuoi piedi l’ultimo anelito cedono

Tu sola collo sguardo incanti i viaggiatori stanchi dall’assedio pittoresco

Immergi dentro te e esponi declinando con tre parole l’umanità intera

Dialettica degli opposti, punto d’armonia assoluta, il verbo si arresta dinanzi al tuo apparire

Ma non vive il tuo respiro tra spasimi incessanti di una vittoria delle foglie incaute sulle piante

La clorofilla di te ti dà la forza di anguste intromissioni tra quel che è vero e quello ormai silente

Genesi effimera del volto lo sguardo intermittente di te stessa rivolto verso candidi pensieri e impure come ieri le giornate

Bisognerebbe avere la passione di dire cose da bestiole che in te trovano riposo in te trovano ristoro nel muover delle mani si stupiscono ed estroverse si smarriscono

Per conquistarti un soldato avrebbe invaso l’Egitto in un attimo svogliato crollando Alessandria ai suoi piedi in vana voglia coi libri intrepidi tra le rive auguste di potenza del Nilo trasmigrato in Stige nubiloso

Ma poi il combattente slegando i lacci del mantello perdendo la croce e il suo cappello distrutto ai tuoi piedi pel rifiuto

L’imperatrice sei tu io te lo sussurro sfogliando il volume sul Volturno in una piazza incauta del mistero che la costellazione col tuo nome cede a Mercurio

E per conquistarti un alchimista dorato si è venduto l’alambicco ed il suo stato sguazzando nel protocollo di Bisanzio e giocandosi i tarocchi senza sosta e senza la tua effige

Sei tu l’Imperatrice di quelle terre indoeuropee della tundra sterminata della scalata verso il Mare Nostrum

La mappa mostra il tabernacolo l’alchimista la sfoglia e non ti trova ti perde nella pietra mistica nella battaglia di Lepanto

Dov’è il tuo trono e la corona se s’inchinano i condottieri e i maghi non senti nelle vene il marchingegno divino

E capisci ciò che forse non hai letto e sospendi ciò che forse non ti sei chiesta nove gradi nel pianeta ascendente sul tuo Liocorno

Lo sguardo frulla

Lo sguardo frulla, invadente sgorga, negli occhi tuoi che trillano, indomiti biscotti col ventre d’amarena sgusciante di illusioni. Prezioso quell’ intenso vagare in tundre desolate che chiedono venia inconcludente al vortice tuo ardente. Gaudioso il tuo zigomo dolce e strisciante come la notte che risplende invitante un chiaro percorso scosceso e sconosciuto.

Improvviso gelido il tuo viso, la schiuma sul volto pasticciera è il mantice della sera come l’acqua novembrina e sincera fissata dal pensiero un po’ impuro.

Lo stillicidio del tramonto, la luna prossima e il sogno che già t’invade, conquista d’altri tempi sopiti da battaglie fugaci e mai perse. E poi capelli: rame e argento dei cirri intrepidi e furenti, destrieri lontani e scossi, vaghi e guizzanti.

Occulta, così resti occulta, i volumi del silenzio sono piante rampicanti.

Sguazzi tra fecondi ariosi discorsi che spiazzano, che riposano, che infine si assopiscono, mormori un fruscio come il vento e resti dominata da te stessa.

Impercettibile, volatile sostanza, etilico ectoplasma, si sente la tua presenza nell’aria ma manchi in consistenza, sì tanta veemenza, comunque te lo ripeto, manchi in consistenza.

Nobile, gas nobile, legata con te stessa non rimpiangi l’inutile compagnia, stendi la tela, prima di distruggerla resti a rimirarla, godi e la tranci di netto.

Col bicchiere in mano, il liquido verde, i fluidi rimescolati li versi nel letto e parli per dispetto anche del calore e della quinta (volteggiano le dita nel vuoto).

Il rimario l’hai smarrito ma, cribbio, non ti serve, fai benissimo da sola, fai benissimo anche senza,

meglio il gelido cobalto, dipinto di assenzio in gaudiose vittorie etiliche incantate dal supremo colore intorpidito dal pallido incarnato che cede alla sera i misteri, al chiaro contatto di un raggio di luna.

E sì la luna apparirà sintetica, intraprendente ma come lemma silente, apparirà, tepore nel cielo senza preavviso, dici sul serio, stringendo nei pugni il tuo velo sospeso di inquietudine.

Allora sì, cambierà tutto come solo un arido sentiero, breccia nella voce dimessa, un po’ cupa, nostalgica.

Intorpidito ogni furore sono strade di catrame che sfiora ad ogni ora il tuo buon umore mentre senti dolente il mutamento della pioggia, diventi tu stessa pioggia, prezioso acquitrino in parole menomate.

Diventi l’essenza, la temperanza, l’incandescenza.

Diventi quel segno svelato, quel tuo sguardo obnubilato, un cantiere in sospeso.

Diventi pura, candida ma ardita, poi dolce bocciolo di foglie spaurite da una goccia trasparente.

Intorpidito, nello specchio il tuo sguardo, ricordi sbiaditi e tesi nel vento, è un attimo e compare e scompare e ricompare multiforme la tua figura in un sussulto intrepido, vorace, dolente.

Poi solo parole che si arrestano dinanzi al tuo incauto gesto folgorante e resta il tuo docile volto indissolubile.

Dagli occhi incauti

dagli occhi incauti mal dimessi al silenzio loquace come fluido diluito e tenebroso di pensieri impuri che m’invadono e che si inchinano al tuo apparire furiosa in estasi per un ricordo..

Divina padrona

Divina padrona un mistero sublime avvolge quell’aura di tristezza che ti invade da quella notte

Sola e in silenzio varchi ogni dì le soglie del tempo

Spiazzi con lo sguardo e intanto sorridi nobilmente con incanto e celestiale gaudio

Parli di te con vivacità e poesia ti agiti, ti muovi e non cedi

Trapassi l’aria e volteggi amabilmente tra le tue parole mutate in furiosi e vorticosi ingorghi

Tempeste di sabbia, diamanti di cera, serpenti a sonagli ed animate, vuote storie di peccati

Non concedi alla sera che qualche barlume, non chiudi le finestre neanche se gli sconfitti petali ti investono

Li tramuti in foglie secche che con superbia sgretoli tra le mani

Ridotti in polvere ti implorano pietà ma tu indifferente li spargi intorno a te chiudi gli occhi apri la bocca e divori il vento con voracità.

Poi soffi e dai potere al caos confondi le menti e domini compiaciuta

Sovrana e padrona ti annoi con semplicità ti rendi complice del tedio ma lo pugnali alle spalle fingendo indifferenza ed estraneità

Infine ti stendi sul tuo letto argentato porti un dito al cielo ti sfiori poi le labbra e godi la tua divinità

Traluce

Traluce in svariate sensazioni scandite il languido svolazzo derubato dallo sguardo tuo propendente nei confronti dell’infinito diroccato ingurgitando bacche ambrosiamente velenate.

Stupida diramazione sulla salina, svincolo a destra dei tuoi fianchi trapassati e trasformati in perversità.

Ma come si è potuto sfiorare l’accordo veemente nel frastuono melodico?

Cadenzato il verso, tre piedi, la metrica federiciana, da Lentini a Bembo il passo è sovvertito, la glossa grossolanamente disattende il principio.

Non ci hai fatto caso, capretta d’altri tempi, l’essenza è stata persa sul tuo corpo.

Ah come era stupendo il tuo profilo, armonia d’assoluto anzi la venuta dell’oblio che ti ha disincantato, ora ascolti le scaglie a mo’ di invasrice.

Fulgida dicromatica non dimenticare la storia tra di noi mai sorta e mai nata.

E continua a recitare, sul palco coi boccoli cinabrici affinché imprima sul cartoncino le tue velature sublimi.

Poi noncurante come sei sempre stata, schiaccia questo residuo del nulla, io resto inutile musichetta, ignorata e inesistente.

Bios-Thanatos

Un atomo di idrogeno, pioggia scaltra, trasmigrazione della scalza intromissione tracotante di particolarismi crepuscolari nell’intento di sviare altrimenti, altri connessi, intrugli scantenati e poi, i tuoi silenzi giù o in soffitta, il carbossido, l’alcheno, la vita e il piagnisteo.

Poi ti vedo navigare con candida mano dirigenziale, sullo scranno alabastrino, sul predellino di basalto, e scende da questi crateri, non fossilizzi tutti i miei pensieri, li dischiudi tra miserie e inganni, li proteggi tra bagliori e furori.

Poi l’onda del mare si infrange sullo scoglio d’amore, ascolta la tua voce, fisiologica la passione piramidale, sgomento, puro sgomento, nel vederti incedere in trotto, tra le spiagge tra gli invasori, tra i più stupidi scultori, che non traggono vita dal marmo ma gorgheggiano il loro santo scalpello, come macchie perse nel claudicante senso.

Intanto alla deriva, tra le colline toscane, tra le più amare muse insabbiatrici, tra i giardini, tra le zamie, tra i pensili babilonesi non hai più porti sicuri, nichilismo sui tuoi occhi, tedio e nausea sulla tua bocca.

In una valente balza scoscesa di giudizi minossici, avvolgi la tua coda giudicante, poi la spogli di vergogna, la danni quella tua voglia, nell’oscuro rimpiangi il sole, maledici rose candide ma le brami infondo a quel tuo cuore, come sogni desti, vortici paradossali.

No, forse non c’è speranza, hai ragione qui è il buio, ma la musica dialettica e sintesi ad un tempo, li sfinisce questi tuoi pensieri come se giammai, tu non avessi avuto paura.

Poi la pioggia svanisce, lampa corpuscolare perde il senso, il pavimento è sanguinante, ti distendi con le gambe all’aria, e l’infinito è lì vicino, già li senti i serafini, le virtù, le potestà, l’empireo.

Allora decidi, togli il sol, poni il mi, e la chiave di basso diventa di volta, architettonicamente regge l’universo in un barlume di anfratti, tra tendenze centrifughe trovi il punto d’assoluto.

La quinta dimensione

Porgendo il bicchierino, scopri inaudita l’indice furente, scosceso tra le ardite rovine di regge mastodontiche e novembrine che sotto un colpo fiero tracollano in trotto, svaniscono d’un botto, e restano pezzetti di domani mal riposti, come atolli alteri.

Posi tutto e corri tra le tue stesse braccia, pesi poco e gradivo il tuo corpo si slaccia.

Sono essenze fluide nell’aria come se si sentisse un flebile lamento che se esistesse per davvero o fosse alba di giorni concupiti al chiaror selenico…

Possediamo il talismano!

Poi trema attonita la tua mano, sfregandolo ti atteggi ad anima dei silvani anfratti o magari degli insoliti acquitrini di rimpetto trasparenti ed attraenti, immagini ti invadono a sgorgare preghierine mentre precipiti con grazia celtica.

La molla del tempo. La chiave del silenzio. La svampita croce circolare. Tutto nel portagioie del tuo camerino ineguale.

E se avessimo sbagliato dall’inizio? Se fosse tutto falso?

Al di là del limite ascendiamo calpestando gli scalini e forgiando lame irsute per la celere battaglia, che ormai dura da millenni.

Antropiche guerriglie urbane, pre-edeniche pretese di potere pur sempre privato, sciacallaggi atroci sulla tua pelle come a dire frasi sconnesse, post-atomiche rimesse, carrozzerie sgualcite lievemente ma terribilmente sacrileghe, sull’altare della discordia.

Porgendo il bicchierino forse il tuo sguardo non immaginava questo, non si aspettava fossimo accerchiati dai nemici di sempre.

Precisamente loro, i loro tratti suadenti, la cicatrice ad angolo retto.

Forse non è vero ma tu te ne ricordi, mi hai impresso nella mente, me come matrice di futuri incontri senza più psicotropi.

Forse quel gesto, quel bicchiere significava, dai fuggiamo via, prima che arrivi l’alba. Ci restano due ore. Varca la porta,

la quinta dimensione.

La dama delle stelle

Poniamo per un istante un’ipotesi, diamogli corpo, diamogli pensiero.

La luce mostra intorno nocumento, ma forse è meglio, stendo il velo, lo scorgo, lo accosto, lo sfioro, dita in cielo.

Siamo stati felici in mezzo ai tuoi capricci, come se infondo non ci importasse, della pioggia.

Ma no, tu, no, non dimenticare che siamo stati validi tiranni, berberi affanni, sofistici e ditirambici accordi.

Sguazza tra le tue note, fallo con calma, sì, dai, metti pure i numeretti, forse è meglio, mi oriento sì, mi schiudo, sì.

Il vero è come foglie ingiallite, variopinte, dai guarda che colori poco prima della caduta.

Mettiamoci in cima, nascondiamoci tra i rami, percepiamo la natura, anima mundi, ardente spirito incendiario.

L’essenza è qui, dove è il godimento, cardi e sogni, rapaci intrugli, cabalistiche passioni, austere invasioni, continenti sconosciuti e ancora sì, magica quiete, prorompente.

Mantiene tale essenza l’ombra delle idee, dai volteggi, dai solfeggi, neoplatonici incontri, forse un karmico, volubile selciato, etereo ma magari vivido come mero giudizio nero.

La voglia c’è, manca la disciplina, o forse, no, la stessa esiste, insita nel tuo caos cosmico, dove va non lo sa, lì tra il tuo volto effimero, tracciato con la china su un A3.

Guarda c’è una pera, guarda una melagrana, guarda un furetto, fisiognomica e santa la tua effige, il riflesso, l’apparenza.

Ti bastava un solo cenno per tramutare il legno in argento, con l’indice proteso, coll’ anulare capiente, col cerchio di congiunzione al collo.

Puoi accennare un sorriso. E ardentemente quando il rumore è assente, fai di nuovo il cenno, assapora l’anima di belve e clorofille.

Poi finisti nel giardino

Poi finisti nel giardino, sfiorando i vespri autunnali, caduche tutte le tue passioni, spargesti effluvio violaceo senza concepire né stagioni né illusioni ma soltanto validi sonetti.

Spalancando il portone in quanto possedevi già quanto ti occorreva:

la sfinge, la chimera, la troposfera, le strisce di Elio e non di aerei come se tu, stampo nel gesso, sbuffando scendessi a compromesso.

E poi i tradimenti, eh eh, dove li metti?

Poi venne qualcuno che ti sussurrò un lamento nel padiglione auricolare, lo spingesti quindi fino all’eccesso, ti cambiasti l’espansore e lo sfinisti, lo punisti, lo infliggesti, nel naso la congiunzione corpo-spirito, nel pancreas l’ectoplasma, nel fegato la rogna.

Quel qualcuno ti disse l’ora di conseguenza, pronunciò le tre parole della formuletta ma tu rispondesti di avere già le catene attaccate ai passanti, dunque era inutile, meglio sorvolare, ti bastava.

Sì, continuando a parlare dicesti io ho voglia di bayles, ancora, dai ancora un cicchettino, poco così, poco colà.

Non so che follie dopo la bevuta, magari vorresti anche una dose, allora sì o allora no, comunque è tardi meglio tornare a casa, io ti dico.

Ma in ogni caso un paio di basetti te li concedi, smackettante aspetti prima di ricambiare il refolo di vento, ti sdrai per terra divaricando le gambe.

Ah piccolina cosa mi combini? Non ti viene in mente che domani sarà giorno, beh che dico, a te cosa importa, sul libricino stenderai un telo da mare.

Un telo tedioso ma accogliente, mentre gli altri parlano tu straparlerai nel sonno fingendo, ovviamente, compassione.

Poi tra le aule a trotto il giro sarà interrotto, scolastica citerai l’Aquinate e due versetti a caso, poi sulla cattedra, allestita a palcoscenico per l’occasione, germoglierai estrosa.

Ma ora è sera non pensiamoci ancora dimmi un po’ che cosa vuoi dirmi o andiamo al sodo.

Già lo sapevo! mi parli di Verne, poi incurante passi all’anima che pende e non ha riscontri.

Infine e finalmente troviamo spazio per l’amore ma solo su due mattonelle, 34×30.

L’origine del mondo specchio del tuo corpo

Probabilmente si è trattato di un sopruso, inaudito gemito del lauto banchetto incluso, la voglia è già condizionale, sospensiva clausola dell’anima mentre il sapone ascende in macchie, in bolle poi, in conclusione.

Dal cielo mi sorprendi, schiarisci le stelle come fossero denti sorprendenti e beffardi, aneliti di travagli superati dallo stupore.

Eccoti mentre ti trasferisci in mare, la conchiglia, la genesi, l’attesa, Zante, Stromboli, Vulcano, Napoli, Roma, l’altopiano. Eccoti che scandisci bene le parole. Eccoti che trasmuti, dai valori, dalla morale, fino all’inclito spiano astrale. Eccoti con le partiture. Eccoti in brulle arsure, dove non hai più voglie né floreali, estrose balestre possenti. Eccoti nella cascina. Eccoti scalatrice, dove neanche il Monte Ventoso ha potuto riempirti d’allori.

Sì ti fa piacere, mi hai trovato, bottoni, lacci e asole, mi hai trovato. Apri la credenza, prendi leziose paste statiche come vesti. Ti copri, indumenti impermeabili all’ardore, tanto tu già l’hai svelato il segreto. Allora sì lo prendi, lo sospendi, specchietti, purpurei ammanti, oscure toghe che vincon l’arme come erba dolce ed odorosa che fa battaglia silente all’orgoglio.

Ma poi neanche ti rendi conto delle ostruzioni e degli ostracismi, hai fiducia, davvero ci credi in quel che dici, ambiziosa!

I simboli vegetali, l’aquila e il falco, i numeri perversi, statici come l’universo speculare, circolare ma tagliato in due simmetricamente, di qua l’oscuro negativo, di qui la luce positiva.

E poi lo zero, quindi il punto, sostegno della storia inesprimibile ed immisurabile, magari percettibile, ma inconcepibile.

E nel Museo di Alessandria o nello Studio napoletano hai trovato la congiunzione, gli scritti dove l’origine del mondo non è descritta in termini di creazione né di trasformazione ma solo come specchio del tuo corpo. I secoli, i millenni, i giorni, l’ore e gli anni, assoluti e tracciati sul tuo volto.

La storia è sapienza, la vita conoscenza. Tu sei storia e vita, conoscenza e sapienza.

L’universo vive e si espande, di un’espansione paziente, che non scorre ma resta lì, tutto esiste, tutto è sempre stato ma sconosciuto e scoperto perciò per gradi.

Allora ti è sufficiente, va bene così, sleghi i capelli. Allora basta così, riprendiamo domani sera.

Usignolo libero

Si alza il vento, soffia fiato silente tra le corde e tu distesa sulla brume dialettica foglia perduta.

E d’improvviso chiudi gli occhi e si spalancano i mari, i cobaltici anfratti divini sul taglio zigomato e la lacrima raggiunge le tue labbra. Poi il cinguettio, di nuovo. Zitti,

tutti zitti.

Va, ondeggia qua e là, corri, fuggitiva corri, libera, sei libera adesso, non ti perdo, no, tu rimarrai in me.

E ribelle e dolce mia, scuoti ancora un po’ la testa. Vai, usignolo fiero vai, nessuno più vorrà legarti, incatenarti, costringerti a cantar.

Vai, il mediterraneo è un po’ più là, la vita tua preziosa, viva, serena, estrosa, e pura ormai sarà.

Da dietro alla colonna

Suppongo sia lei. Presumo sia proprio lei.

Dai mi avvicino. Scorgo le labbra ciliegie, madeleine occhi, amarene pupille. Le incandescenze violacee ai bordi del corpo, sul viso la seta, lo sguardo turchino, il sorriso beffardo.

Spostati devo accostarla, anzi no, è meglio mi nasconda dietro la colonna.

Le macchinette d’acacia fanno un rumore assordante, un sibilo crescente, allora è l’occasione giusta, la falena grigia apre il sipario ai suoi colori.

Pura magagna, eh eh, sì mi ricordo, quel pensiero estivo sull’asfalto paonazzo, le tue mani svolazzanti tra le ciglia e i compromessi, le tue dita invitanti tra scadenti e sagaci trotti al centro dell’incrocio. A quest’ora (tre di pomeriggio) chi vuoi che passi, andiamo a intermittenza, stringimi la mano, aspettiamo un breve accenno di gomma, e gettiamoci ad occhi chiusi in mezzo alla strada.

Supini per terra. Non ci sono, dai, bare di fuoco ma comunque, tranquilla, vediamo il futuro lo stesso, ignoriamo il presente.

Fosse stato vero! Avremmo saputo di esser entrambi qui alla distilleria.

E il sibilo aumenta. Si, dio mio come aumenta, forse magari è soltanto scheggia della mia mente. Lo ignoro ovvero ignoro te ovvero ancora ne approfitto per ‘mbruscinarti o solo guardarti.

Ma improvviso, oh no che succede, folletti, monacelli e fatine nel castello imbandito sul ripiano a mo’ di buffet.

Mi offrono una pastarella sguazzosa di maraschino, la mangio da me. Mi giro. O dio, lei ora dov’è?

Eccola affianco al re.

Ma l’anello al dito, cito ancora dio e dico, cribbio dove è finito? C’è bisogno, sì mi decido, la accosto e l’avvicino ad un tempo e le sussurro d’un fiato di spostarsi a ridosso del muro, la devo parlare.

Poi incurante della reazione continuo, sono finito in un mondo parallelo dove non c’è raziocinio.

No non è così, guarda, tu dici, ma io nemmeno ti ascolto più. Ti sembra questo il motivo di essere incantevole o socievole?

Al ritorno vedrai le mie lenzuola immerse nel rosa delle persiane in giubilo attendendo l’arrivo da Maratona.

E concludi chiedendomi di dipingerti il viso, di accennarti un po’ di falso e un po’ di vero, di odorarti i capelli, evocatori di nascosti sentimenti, profumati e saporiti compagni delle nostre perversioni.

Il sibilo è ora schizzato, la cresta troppo alta, la frequenza incalcolabile. Mi giro e vado via.

Vai parola

Vai parola, non fermarti ancora, cerca il suo viso, scendi dai colli in corso, soffia in viuzze affollate, prova a trovarla, il mio sforzo è vano.

Ove il mio farneticare ti invada l’anima, carichi lo spirito, ti renda indivisibile unità, resta con gli occhi bassi di fronte a me, guardati ancora oscillando le gambe.

Non preoccuparti il fascio ti invaderà il volto per un altro po’, non agitarti, i tuoi boccoli sono nei miei sogni, oh sì quei cirri greci, quel misterioso estro alemanno, quell’indolenza e quell’indifferenza.

Se poi devo restar lontano a maciullare amare solitudine, guardami tu, io pongo lo sguardo altrove ma stai tranquilla, sei impressa nella mente a caratteri mobili,

mio libro universale, vengo ad attinger frammenti di verità dai tuoi occhi che sono solo sintesi del volto misterioso, ragazza d’altri tempi, sei la mia via diletta, dove da tranquilli posti non mi scomodo, stiracchiato sul triclino col calice in mano, bevo i tuoi umidi livori ardenti, tu sei comunque sempre più lontana. Mia gamberetta ritratta, incedi in verso negativo,

resta soltanto un flebo della tua ombra, io scrivo senza che tu legga, scrivo inutilmente.

Meglio sorvolare la verità

Proclamata con un giro di parole la perdizione della seduzione,

tu mi guardi con gli occhi intensi ma il pensiero è già altrove.

E tanto tempo, tanto vivido il senso, lo batti sulla cattedra come un pugno dato al muro, sei capace di dirigere un’orchestra o chiedi venia come un ginnico esercizio in palestra.

Le sensazioni che sprigiona il tuo corpo in questa superba sonata sono candide come le rose di un maggio lontano che rincorre per caso un verso e lo acciuffa guardando più in là.

Qualcuno direbbe l’autunno è una passione da coltivare come le strade spalancate sulla realtà, hai un po’ di timori, allora passa da me.

Tre quarti è l’azione, due terzi finisce in perversione.

E c’è una stella troppo bella dalla finestra la guardi e speri magari pensando a te stessa, puoi pure sorvolare l’introduzione, vieni al dunque con pudore.

E guardarti fissa di nuovo negli occhi, cercando un barlume di verità, ma la tua nebbia mi oscura la vista, è meglio sorvolare la verità.

Porgimi il cuore diadema del dolore

Porgimi il cuore diadema del dolore, porgimi il tuo sguazzante animo intatto, porgimelo dai, non ti chiedo dove vai.

Credo che tu, ammiccante come non mai abbia tratto addendi, i fogli, le formiche, il pianto, il veleno ed anche la pioggia mescolata al bitume non implorerà, dirà soltanto che giammai la storia è finita tra noi.

Ed a quel punto dirò, cara sei la vernice più fluorescente su pareti perverse, sei indelebilmente scaltra ma già, non scompari neanche se dici no, impressa resti al vetriolo, o magari al vetrino, microscopico ardore positivista.

Per questo io striscerò, coperto di mandrie sopite in me, invitante con la socchiusa palpebra all’imbrunire, sei solo rimasuglio del vuoto gesso posto sul compromesso, la lavagna di Delle Vigne chiuso in cella ingiustamente perché, l’invidia, rende cechi sai, ma tu resti più lontana che mai.

Allora zitto dirò, sei alemanna, franca, celtica o galla, sei iberica o magari romea, non so, le punizioni Giustinianee, le accuse di eresia e di vilipendio.

Per questo ancora muto dirò, la tua soave voce dov’è?

Sei ciò che tende, ciò che darebbe una svolta definitiva se, lo Stupor Mundi sotto il giglio non si fosse spento,

ma tu portami alla vita di nuovo del dominio senza guerre, alla legge senza tavole o bronzini incisi hammurabici,

sei tu la babilonia vera di libertà, non meretrice, non sei più il sosia di te, sei la candida effige, sei la rosata stele celeste, sei l’effluvio d’Egitto, l’Astrea e la Sofia, sei il Filos e il Logos, leghi tutto supina in te.

Allora fondiamo ‘sta città, diamogli mura trasparenti, accogliamo in sincretia ogni brama di sapere, collochiamola sul mare e tra le colline.

Poi infine ancora più tacito, io le do il tuo nome, il tuo epiteto e il tuo attributo.

La sognatrice al far dell’aurora

Eccoti qua di nuovo a fare l’ étoile, esplodi in frasi concise, scisse armonie riottose, risulti suadente e lei che dice deludente, via la fornace ai sogni incauti d’attrice, vivi per me e dici che il resto è il surplus essenziale di ogni felicità, vivi per me e attonita dici che son verseggiatore atono dei tuoi desideri dischiusi, eccoti un gesto, eccoti il verso, se gira, lo sai, è solo perché tu lo vuoi, il limite sepolto fa scialbe pietà nell’aria della crudeltà, cruda cattività autoindotta ed ipnotica rotta volatile, champagne vorresti nella tua stanza, cerchi questo oggettino e mi chiedi, dov’è?

Qual è il problema? Forse adesso c’è ed era il duemila e io non ancora ti conoscevo, a stento ti vedevo, eclissi di sole e di luna in tempi determinati per i nostri ultimi vent’anni che ci approssimavano alla totale estensione espulsiva della ragione, leggendo il libro guardami ancora e sorridi, segno di sfida, l’universo siam noi, beni indivisi e pubblicità immobiliare, cerchi anche tu, chirografaria, la dimora, resti di ogni domani, ci separammo perché non fummo mai uniti, bevi ancora, abbiamo, come dire, tempo, e mi prendi in giro con la tua profonda superficialità da scuotimento di tettonica a zolle, derive di baci, Pascal e Pasteur, l’inciso, non sono convinta, come lo zero assoluto il triste inverno, vorrei le parti più fredde di te, inumidire i tuoi zigomi con foglie secche e odorose, allucinatoria l’implosione, e sì, c’è, e sì, si fa, bene, stai comunque bene senza di me, però, d’altronde, chi ti manca è quella nascosta parte di te,

molto bene, e di più inizi a fare la provenzale nuda sulle scale, logorami il fiato e l’ebbrezza ingiallita del tuono d’autunno, repentina lasci pure spazio intensivo al tuo giulivo vorticapo, ingorgo amnesico, rompighiaccio sulla spiaggia attizzata all’albeggio della luna,

noi pugilatori indecisi e stizziti,

solo il mio senso ti rende orgogliosa delle tue follie ma dai, proprio non lo senti? non ci credo, non sai ascoltare il suono divino, ubriacatevi se potete, stantuffi di luce e di rame.

E mi sfidi firmandomi il braccio con l’indelebile segno, chi ha intelligenza calcoli, è questa la sapienza, la vita e la scelta, mi sbianca la tua mente, ed è qui, è questo il posto, è il nostro discorso interrotto, è l’incantevole passato, fammi gli assiomi che così diamo alle nostre creature qualcosa in cui credere, fallo però prima dell’ora terza, donzella scherzosa, aurea aurora, prima luce del mattino, sguardi distratti, cuori distanti, volti infiammati e lui ci gode, gode e si imbizzarrisce ancora più potente nel far credere che lui non c’è, ubi stantibus, scegli il re delle frasi perdute in me.

E sulla terrazza ancora le note dell’indefinito tuo sogno intensamente gentile e decora la nuova era, oppure compra ancora Chanel e Rimbaud che cerca di te, se gira, lo sai, senza i suoi raggi ci sarà pur sempre un perché, è il limite candido o la potenza della sua gloria in sanscrita armatura, ti svanisce il se eliminando le troppo ingombranti voci verbali e trovando la genesi del sì o l’assunto del ma, la curvatura della A, l ‘intrinseca pietà di sé intrisa e ludicamente indecisa, quartina addescata nella fagocitosa terzina italiana, non senti l’urlo che è in te.

Ah! perché? perché? perché? Sì cuci ciò che separa, così mi sembra appaia la mattutina imbambolata chiave raggirata, ancora stonata, in fondo il no non è mai negazione, mi dici, mi dici che è negativa intensità, la frase poi la attribuisci a me, è la tua precocità, la mia l’hai assaggiata già, è la notte della ragione, Itaca era lì, la nota inviolata è il si, il sarcofago inaridito, lo sguardo di Cheope al mezzodì non è, è così se inverti il significato del re, in Pelligoux la cantantessa andò in tournè al ritorno trovò me, dopo il saluto, dico la sera appresso, ci fu l’invocazione al giallo laureato del caucasico intruglio mozzafiato, così i volti cambiano, le croci restano, il miraggio è fatto, steso e ditirambico, ma no, volesse il cielo no, due segnali ed il tridente, poi la verga di ferro che guida l’universo.

Sento che con te la spiaggia spumeggiante del ricordo che hai versato sul letto è menzognera meta, la tua la sai,

dopotutto sei già distesa.

 

Onirico intreccio

L’invito perso nel vuoto, miele sui tuoi fianchi.

L’intrepido indice sulle labbra, appoggiato il piede tuo sull’anta.

Verticalizzavo ipnotizzato alla vista della tua incoerenza, trapassata soglia spirituale al sommo grado.

Vacuo quel sorrisino, vanità sul tuo petto, ciondolo di spighe gialleggianti.

E il pacato venticello come satropo al confine giusto un po’ compromissorio.

Te è da un po’ che non cambi le lenzuola, fai follemente innamorare in sogno come nel reale, leziosa candida, cavallo indomito contro il monte asproso,

senza pioggia prendi un pensiero, lo cancelli, soavemente lo ribalti. E seduci in tale inversione apodittica di moto.

Plasmi un piedistallo altissimo e ti ci riponi in continenza, resti poi ad i suoi piedi ad onorarti ma bilocata anche in cime a godere delle boriose invocazioni.

E la brina tremolante, sì lei proprio e non il bocciolo, la trapatti allegramente, slinguettando fai la veemente, petulante, noiosa, inconsistente.

Ma sovviene speranza come argilla succube del tempo, maciullata e ricomposta dalle mani scomposte.

Poi è un tantino che non sento i tuoi martellanti accordi ma comunque mi ricordo, li puoi pure sbatacchiare. Carta straccia, dici,

ma insomma, stai sopra il tuo bel piedistallo audace e non hai neanche fede nelle tue creature?

Ma lo spirito intelligente che risiede è già sfocato, allora tenti di nuovo, se ti servono parole

io son qua.

Sgargiante rigira i chiavistelli,

son paziente,

ridagli fiato, sguazza tra melodici nonsense armonici.

Son qua per te.

Allora ci stendiamo sul marmo, ornitologhe penne e sbuffi di budella.

Allora ci diamo la mano, si parte per l’onirico intreccio!

Il manto delle stelle che scuote con furore il vortice assordante delle tue parole

Il manto delle stelle che scuote con furore il vortice assordante delle tue parole,

avrò fiducia nella potente arsura di gocce di cristallo che cadono dai rami mentre sorreggi il vuoto di queste conclusioni,

partiamo dalla fine, diamoci la mano, nell’abisso sogniamo e con un bacio svelato il pavimento infuocato diventa percorribile da noi stretti e un po’ spersi.

Dai confronti emerge triplice dualità, di cui tanto parlo, sincera vanità, nell’apparenza hai il collo teso all’insù, sei molto carina, lo so, dai, vali di più.

Il vento fa sognare e tu? Tu non lo ascolti.

Sei molto presa dalla tua praticità, non ti soffermi neanche su un simbolo di fedeltà.

E poi cos’è il silenzio se rannicchiata già pensi ad altro? Sai molto bene come confondere i miei discorsi a metà.

Ti scosti un poco, dalle carni pulsanti emerge il cupo fiato affannato.

E non lo farai più.

Distratta, un po’ svogliata, dillo se mi pensi oppure se c’è qualcosa che non va. Comunque eccomi,

puoi guardami.

Scia di petali blu

Il manto senza fiato dell’arsura sgargiante, della fornitura di assoli capovolti, sguarniti di mistero ma avvolti in un involucro di vetro.

E tu tiri le somme, trai addendi come fossero sifoni che ostacolano le tue azioni.

Sì, vai con calma piatta, il piedino è perversamente asciutto, forse solo un tantino istigante, tracotante la passione che travalica il coperchio. Su dai spegni il fuoco, sta bollendo. Sta magicamente dissolvendo.

Tale reazione, cauta maliosità, aggiunta di smalto e in un attimo è già una miscela sospesa, sopita vacuità.

Nel diluito, ti piacerebbe magari, sì, si vede dal volto, fare sul serio, sboccare futilità.

Ti domandi tra te, cose che non sa nessuno, dai un colpetto all’imbarcazione, hai scampato la collisione.

Perciò ti inoltri, vai, vele protese, braccia arrese, marosi duali, manichei o tonnesiani…

Mi sorprendi ma mica tanto, la tua apparenza che invoca è solo il preludio, che passa all’adagio sulfureo, dodecafonica storia, scala a punta di bacco, assaporata in labbra sottili e purpuree, le fauci divagano invece in altri sapori.

Te tu che fai? Dove è che stasera vai? Te ne fuggi di nuovo scavalchi validi valichi stridenti, invitanti maschere, celati gli occhi soltanto, che poi sorprendono d’improvviso, macchie d’ulivi.

Infine periodi sospesi, schizzi di linfa vitale, spasmi fulgidi, aurore mistiche, veementi distici e futuristi, caffè di lettere nostrane, magari a Roma. Poi nulla più.

E intanto che si pone un verso nel chiuso di una stanza, attaccato alla parete il sipario.

A te non entra più neanche un solitario sudario, la spallina sincera la scopri.

Lo sfilato portone di casa tua non ha ormai più fontane, cade come neve dai monti di staccato disincanto. Eccoti, scopri di esser sola, sì solo sola, per tua decisione cadrai tra altre braccia, scorgendovi, come al solito niente di importante.

E se altro invece accadrà, se dal fossato verso il ponte ascenderai, la voglia e la disciplina le troverai.

Altro in conclusione. No mi dici, poi non rispondi più e nel silenzio sgusci via, oh scia di petali blu!

Passo repentino

Passo repentino, piede estroso, solo assetto di università, assolute immagini

e poi vita.

Oh, mia grazia, lieve scalza, pura verità, il tuo occhio socchiuso alla luce, abbaglio!

Secca quiete, da sera il vestito, sul ciglio della nostra scalpitante calma.

Oh il ronzio, frastuono sensazionale, il tuo bischetto, discolo, sintattico volere!

Ah la gloria, somma sale sì, va, vola, spinge intrepida al furore, sospende intatta la veemenza (e che lo dici? tanto poi lo scordi, lo riaccordi, lo ristagni, lo cestini e lo rinfranchi)!

Sì la rabbia sommersa, poi l’Egitto, la maestranza (solo non puoi sintetizzare, ricorda, in toto il discorso battendo la bacchetta sulla cattedra furbetta).

Dillo allora, dillo allora, parla ancora, fallo solo per un po’ almeno, oh dio è questa la storia! La nostra sempre, tutto in te,

santicchiante reciti il sermone che dici norvegese nel tuo apatico e irriverente oltraggio.

Oh piccola sì ti sento possente, però,

distorta, oh mia stilistica, sono alla sinestesia dei sensi!

Gocce di acrilico

La macchia sul libro e l’odore d’incenso. Una catasta di gesso sul camice togato. Allo zenit l’aurora decadente. E scariche elettromagnetiche.

Uh uh..ah ah..eh eh..zum..

E’ iniziata la giornata quindi la notte della ragione a scansare realtà qui e lì, euripidee banalità di modo che sentii la forza di Amon Ra. Tra l’house, il metal e il minimal.

Poche gocce di acrilico impresse su carta velina e il tempio fluido col Dakoticancroidea fugace sul messale. Successe nel centimetrato istante in cui all’interno del bunsen diluii i camei.

Scorsi l’erbetta ai bordi dei viali e sfiorai le ginestre sai così, credo fosse mercoledì.

Il fumo resinato in vaschette da cento lire.

Presi le scarpe con noncuranza? Lo dici tu! Posai l’oggetto del desiderio sul comodino. Scranno voltaico di camoscio, vate igienico, bocciolo mio.

Dov’è il tempo? eccolo nell’emisfero sinistro, lo spazio nel destro allora la storia è al centro. Ipotalamiche follie di te,

neofita nichilista cambia rotta un’altra volta. Non distruggere il vapore del mio verbo. Stringilo intatto, afferralo e spillalo.

Accendo la tv, pensando a tutto ciò, che diamine il west, meglio il pigiama party, va. O santi numi chi sono questi imbecilli ebeti già la mattina, che confusione, sembra non voglian perdere le poltrone, demenziali!

Preludio

Ecco il punto morto dell’introito di universo, il punto sociale in cui il capitalismo ha marcato il suo finale. (Monti, Berlusconi, Grillo, Bersani o altre facce da rinale).

Ecco è questo il punto, via dalle correnti inverse del nostro pensare che vi rende soltanto concime, letame.

Capisci bene che vuol dire senza prospettive, senza stabilità, senza possibilità di risultanze ricreative, vero sviluppo dell’umana percezione.

Bruciate e cremate!

Se davvero senti di poterti liberare spezza le catene e fuggi, se davvero pensi di potercela fare a distanziare l’assolutismo statale, alzati, cosa stai ad aspettare?

Che buon senso può avere una vita in un call center o in un centro commerciale, o tra bulloni e carichi o tra pratiche da sbrigare.

Tempo perso a servire chi non ci può arricchire ma si serve di noi per creare crediti, imposte, beni da alienare oppure denaro inutile e da utilizzare per l’acquisto di congegni che non ci fanno più pensare, ragionare, discernere e capire.

E la felicità un diritto impresso in un Paese che è figlio di futilità, gli specchietti sono i soliti e voi siete ratti, ratti italiani pronti ad abboccare ad un’esca sociale, un delitto efferato, le gambe delle miss, gli inciuci dei calciatori o il traguardo raggiunto da reality realmente ebefrenici ed ebeti nella cernita culturale.

Fermati un attimo.

Rifletti.

Chi è il vero pazzo chi ha percezioni al di là della natura umana o chi mediocremente si ferma allo sguardo fugace ed è vittima di volontà aliene a sé e frutto di un cervello commerciale.

Ecco il punto.

Non capisco come facciate a non sentire un moto interiore, una forza sovrumana che ci spinge a far ciò che vogliamo.

Il vero è nostro personalmente e ce ne sbatte il cazzo dello Stato e della gente.

Continua, continua, la lotta continua.

È vero soffrirete, ma non vi arrendiate rifiutate soprattutto il compromesso.

Sorge il virus e il darkchimera, l’officina nove nove, l’hydra mentale, il kobra, moto cyberpunk.

Continua, continua, la lotta continua.

Veste lucida, inaudita svolta sovrannaturale, estensione della mia memoria, eterno percepito, io figlio di ogni età mi alzo per dire, le stenografiche teorie sono passioni celebrali etereamente impresse nel vostro Es.

Qual è il motivo della atonia, dell’apatia, della troppa serietà? fumate l’erba, fumate l’erba insieme e poi ragioneremo.

Qual è il motivo per cui il vero criminale è chi è di una classe sottoproletaria mentre batman politicanti ed ingordi parlamentari si ingozzano dei soldi? qual è il motivo per cui le banche decidono circa la felicità di un uomo?

Porgi un saluto

Porgi un saluto scorta appena appena dal finestrino, con forza accenni un sorriso, ti porti dietro in una valigia il tuo mondo fatto di carte stropicciate e sbiadite.

Dici a te stessa guardando allo specchio che il volto pallido è ora paonazzo, che forse il trucco celato del tempo rinvigorisce il tuo sguardo adolescente.

Ed è apparenza quella che conta, ed è sostanza la forma.

Il treno parte, la pioggia battente, come godi a sentirti addosso l’aria di novembre, respiri piano e dal tuo canto silente un’allegrezza si spande.

Adagio ma non troppo il motivo che ti ha sedotto, hai perso il senso, lo trovi nel domani guardando l’oggi con i soliti capricci da ragazzina. Ed è già sera,

si inumidisce l’atmosfera del vagone, sei la padrona del tuo stesso viaggio, la meta altrove ma volgi i tuoi occhietti alla mia immagine fissa nella mente.

Partenza

Estrinseco fervore, direi quasi vita profusa ma così carinamente lodata come vittima disillusa, poggi la chitarra sul sedile, ovvio,

che sentore di nostalgia del ritorno già prima del viaggio, cambiamento epocale, direi livello taglio di capelli sfoderato, nuovo e dalla critica non commentato, ode al dissapore, all’odore di gelso, la cannuccia viola, bibita chiara, dolce limonata ossimorica, l’infinito a tre passi non più due, simpatica! ma la rifacciamo, non vedo l’innovazione né l’energia, si sente non si vede? va bé sinestesia, guarda prendi quello che hai scritto e gettalo via, sono serio, non sprechiamo tempo, il tempo non si spreca anzi sei stimolante,

credo che quell’anello mi dica molto, prova a sfiorar le corde con lui, magari funziona, anzi lo sfrego un po’, che brivido, che sensazione, l’infinito ritorna condito, lo vedi picciola si è di nuovo avvicinato, stringimi forte, non reggo l’impatto coll’assoluto,

possiamo accendere una sigaretta, un tempo fumavi anche tu le pall mall, tieni l’accendino mi treman le mani, sto confondendo le famose e care realtà velate, eccoti il fuoco, la fogliolina brucia, pura intensa veemenza in quest’istante dell’aspirazione, e quando cacci fuori io scompaio, parte il treno, ci rivediamo,

tranqui.

Passeggiando a tarda sera

Vorrei protendere le mani mentre Argo in simbiosi con il cielo alimenta i suoi occhi ed una voce intensa dice di rilassarmi, di placare le paure e tenere a bada gli entusiasmi.

Un passato ritornato, il menestrello alla corte stringe a sé l’ultima nota nel cadenzare sorridendo la provenzale parola.

Il solo pensiero espande fluido, il chiarore del cielo e la cascata illusionistica sono passi non distanti dal trovare pienamente sé stessi.

Che svalvolata macchinosa, sei pura come una celestiale rosa, gli sguardi cobalto sono intuizioni delle precoci velleità.

Un ragazzo e una ragazza sorridendo, spersi per attività di sostanze nell’oscillamento di ciondoletti in cattedrali, dai soffitti, dalla cupola, dall’arrivo in penombra della nostra luce.

Mille vite, dalla riviera ai decumani più attitudini, vedute e stili, mode feconde molto più dicevo, tanto maggiori dei berlinesi ardori.

E Fredrich dice assaporarlo, assaporarlo un po’ alla volta, meglio l’ozio greco partenopeo e creativo che la razionalità positivista di una parte minoritaria di filosofi pastori, prussiani, alemanni, della Bavaria, della fulgida sonata, il professore scambiato per una spia nei vaneggiamenti, dice cosa c’è, cosa c’era, lo ripeto fluido vitale, lo ripeti, c’era il mare, talvolta tramutato in un tranquillo oceano che è transitato con lieve paura di attacchi di squali, Giona visse nella balena, ma la mia guida mi accompagna, al risveglio solo nella stanza, nel sogno arrivo sulla spiaggia.

Vibrazione, tutto è onda ora, lei è violetta e mai domata, gruppi, gruppi di ragazzi ad aspettare senza incrociar le braccia, un rullio di tamburi, un rollare, un saperci fare, chiese abbandonate l’altruismo d’equilibrio del volteggio dei birilli, ballerino resto fermo mentre voce e penna scrive, ballerino di penna.

Porre come rimasuglio del pensiero un sentimento inviolato, non ti trovo se dipingo l’astrattismo e se mi pongo in sinestesia ad ascoltare i colori, molti non a torto vedono rumori.

Porri e vuoti incudini alle stazioni, pomodori verdi fritti, tanti patti coi crumiri, scioglie il ghiaccio il disilluso mentre accenna ad un saluto steso a fili della strada, come dici la ritmica è cambiata.

Il metronotte nel settantotto si orientava male, bici e stelle cadenti tra le strade.

E se il futuro può anche arrivare in ritardo e se chi vive è una ragazza d’Europa dimenticata allora sono certo unendo il verbo vacillante, tutto il resto è già vissuto,

l’aforisma in un saluto.

Immagini svolazzano tra la folla, non si è mai troppo vasti in funzione topografica, talora il mondo è tabernacolo ed il Nilo nasce nell’estremo oriente, l’Etiopia è al di là dell’India.

Il lamento della virtù

Se scenderà questo lamento tra le vie con quel furore che connota il mare in tempesta, se capirò che tra le pagine non hai lasciato il segno, proteggerò il candore della vita stringendolo semplicemente, lievemente tra le mie mani.

La virtù nella sabbia, tra pensieri nascosti, senza tanto sperare in quanto suadente riposa in dolori più agguerriti delle lance.

E poi, fuggendo l’anima da quegli ostili spiriti, mi chiede venia il cuore ma stavolta senza stupirmi. Intorno c’è tanto vigore e quell’oscuro rifluire di sangue nell’inchiostro

(protegge quella macchina divina il pathos della fortuna).

La virtù senza rabbia si è assopita di nuovo, si è rinchiusa in stridenti parole annebbiate dai tormentosi bombardamenti.

Me ne andrò via senza lasciare sparsi i fogli, con quel sapore che distingue il chiaro valore delle cose e piangerà lo specchio, sentenziando un mio ritorno, dei canti irsuti, degli astri perduti.

La virtù si domanda se va bene così, se ha lasciato lo spazio al caldo invadente ed al risollevato refrigerio della mente.

Altalenai privo di un motivo

Altalenai privo di un motivo, senza dirlo, senza sperare nell’epilogo come immaginavi rauca. L’erba, la radio, il vuoto, l’orbita celeste. Poi…

non ascoltavi mentre chiedevano cosine semplici e tanto fragili. Fragili come te.

Riprendeva l’acustica e nitida pagina socchiusa ma melodicamente valida. Al passaggio delle valchirie strambe con campanellini e non destrieri, ticchettio e non scalpitio.

Tu dai ancora fiato di traverso. E subentra la regina. Piano piano a tre code avvolte in sé, schiuse in sé,

mette calma ai piatti, per un po’, giusto un assaggio, e riprende il crescendo di Gregorio, organo nuovo baconiano, vespertino.

E finalmente il ritorno impoverito e in sé disimparato come quando il virgiliano ascendeva componendo dagli ovini e dai cereali. Che ora, ora per davvero arricchiti sfioravano i contorni agresti.

Poi giù per terra.

Chiudi gli occhi ragazza

Chiudi gli occhi ragazza, non percepisco che te. Dillo ancora, dai dillo. Fai di nuovo quel cenno.

E le spiagge lontane e le luci soffuse.

Vai avanti con garbo, io non aspetto altro.

Le chimere sconfitte, i sigilli distrutti o sì!

Continui incurante, vola lo sguardo distante ormai da me.

Sai sono sincero, sai dico sul serio come ho scritto inutilmente altrove no…

e tu non ricordi.

Ovvio dai, non ricordi!

Ovvio dai non ricordi!

Ovvio, sì, più che puerile.

Terribilmente puerile.

Assurdo.

Ridicolo.

Ridicolo come il mondo, dicevi al bar. Tra le azzurre cannucce criticavi un po’ tutti, yeah.

Non avevi rispetto, che ti importava del giudizio, yeah.

Il tuo ardore svelato nello sguardo stregato. La tua lacrima lenta, solo per vendetta.

Infine le nostre parole sfinite sui binari.

Dì, io non metto il punto

Finsi di non ricordare solo per assecondare la tua indifferenza di sempre.

L’arbusto vidimava la tua scanzonata orchestruola. Su tamerici incantevoli ti rispecchiai mentre tu come sempre ironicamente sorridevi per poi sprofondarmi nuovamente nell’oscuro oblio. Anzi quel sorriso era una repressa risata di gusto occultata e come vedi ti ho capita. Io scompaio con faciltà, tranquilla, non mi va l’inopportuno avviso sincronizzato, perciò partecipe del fatto che tu, astuta bestiola, strappi ‘sto germo-germoglio e lo divori. E per di più, ti sta indigesto, manifesto della noncuranza.

Ma il calcolo lo feci, ah triste destino, amarti fino all’osso ma che disdetta, respirare in ebbrezza etiche etiliche,

le tue parole sono sempre state per me tesoro taurino.

Allora come va? Dimmi, che fai di bello? Sì, tutto a posto? Mi fa piacere, scusa posso? L’accendino, il picchetto, oh mio dio, tutto a posto?

Sono libricini che frullano ed inauditamente ti lodano. Lo scalfiscono il pensiero,

sì sono io che bramo te eterea, sono io che cerco i tuoi sguardi. Che bagliore!

E tu che pensi in questo momento, tu che non leggi ciò che scrivo? Io sono assopito negli intrecci metodici ma sono sincero.

Se solo un istante mi hai pensato, sono rinsavito, se solo un attimo hai letto, sono rinvigorito.

Che penso? Dai, nulla. Che dico? Esplora per capire (e te lo scrivo dietro il tuo ritratto).

Se con la penna per caso scrivi due parole che riguardano me, beh non cadranno a vuoto.

Ma tanto tu sei protesa in altri effluvi e interessi. Non pensi di certo al mio fiato perduto,

comunque guarda io ci sono, quel respiro fugace lo scorgi per sempre, lo scorgi nel vento che rinfranca la tua pelle.

E allora se non mi firmo lo sai, se leggi ignorerai come hai sempre fatto.

Dì cara allora. Dì, ma non metto il punto.

Alba lieve tra le foglie

Alba lieve tra le foglie, ho sognato guardando tra gli anfratti dei pensieri tuoi distratti. Manco è che lo abbia fatto così, per dire, o soltanto una volta.

Poi ho spento e parafrasato i tuoi versetti ribaltando le metriche latine, tra i cori dell’aurora.

La mano scagliava prime muse in alto e pei cespugli ed io aspettavo in silenzio la tua venuta e nel frattempo scrivevo e divagavo.

E dillo se vuoi cestinare la fitta nebbia.

Al chiarore delle nubi rossastre risplende il mare fulgida spuma e richiamavo obnubilate verità celate,

tu le scorgevi e più lo facevi, più mi accorgevo di esser stato talmente inutile, come dire… superfluo se non di disturbo,

sei grande, infinita, immensa, senza di me, molto meglio senza di me.

Allora quale è il mio posto, naufrago scalzo, fuggitivo d’amore, tra le rovine di una rivoluzione senza tregua né alleati.

E qui pongo, sì lo pongo io il punto, momentaneo magari, sì momentaneo, la ricerca del tuo sguardo senza sosta continua ed ormai vivo solo per questa ricerca.

E poi, e poi,

punto.

Bastioni bellici

Eccola, bastioni bellici, incede con lealtà.

Cambio repentino. Ma lieve ritorno.

L’armata lontana si percepisce appena, no, non è ancora qua, ma il sapore dei rami è fruscio diverso, aspettiamo immersi tra gli odori incantevoli, incontaminati, la foresta nera tromba realtà mascherate, mentre avanza, avanza e non si sente, questa gioia ci raddolcisce, ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna, ci sbandiera gaudio dagli occhi alteri. Assopiti, ondeggianti nello smeraldo, le baionette sono un inciso.

Ma un rumore strano si avvicina, non è un grido di guerra, non è un urlo di vendetta, sembra quasi il proseguo di tale armonia ancestrale.

Ma gli zoccoli.

Eccoli, eccoli furenti i nemici. Alziamo l’asta. Si va, lance, spade sguainate, si va, saettiamo, marciamo repentini, affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo, all’istante.

Voglio te, tra le mani

Ero solo tra la sabbia e batteva la speranza sui tuoi vetri di soffiata,

come sempre il sentore di averti amata, ma così tra i capelli, tra i silenzi mentre giri per intero il viso sincero.

Finisce il possibile incanto tra noi, da sempre annebbiato, molto bene, davvero, vaghi tra i tuoi frivoli pensieri, tu sei l’unica amore, sei la sola sconvolgente, io ti osservo fra i germogli della virtù.

Ossigeno sgorga in te che passione, che…

e nella situazione non so, quel divario della sorgente in comune tra me e te, io guardo, sì la guardo solo, solo ancora nella stanza, distratto do un’occhiata alla finestra, e sei là, tra le nubi arresa e fiera! Oh, sì, oh! Oh sì, sei tra le nubi, mi chiami, mi sussurri, colle penne tra gli anfratti del mio cuore, le imprimi macchinosa, ti dilunghi estrosa, oh la tua incantevole girata di volta, di archi, di riporti, ossigeno, ancora,

voglio te, tra le mani.

Porgimi gli affanni in assonanza

Cos’è?

Non credo il cambio stravolgente della pioggia dagli occhi, così per scadimento atroce, per sopito dilemma dalle mani, dai canti antichi disincantati,

neanche è un rimorso, come sogno, come rostro al centro, al vertice qualunque oppur in aree protette per gioco perverso.

Sono forse le smagliature del frastuono che già vanno sicure in conclusione mentre tu diffidente cambi accordo, dal rock al folk poi al rock, ma dimmi, tu dove sei? Tu che sei prona sul letto ad incantare ammiccante, do7 sol.

Infondo la decisione è stata presa, sentenza inflessibile, nessun gravame possibile, tra noi solo silenzi, incompatibili, diversi, magiche manie involontarie, sì, magari anche il cofanetto e le tue gioie stampate tra labbra violacee, tra il mascara dark, tra i nuovi indumenti. Avvinghiata tra collane e piume, sincretia, sì, dai, lo ridico, metti la gonna zingaresca, metti i braccialetti turchini, quelli alabastrini, quelli iridei, poi infine quelli con le borchie,

e sì.

Sarà quel tuo mah a intrigarti vanitosa, o anzi quel sospiro di velluto, quel baratto arabesco, quell’intarsio da mercatino, e poi, e poi un paio di vinili, o diamine l’artista, proprio non ricordo il nome, credo robetta spagnola o francese, panteista quindi o dada, sintetizziamo, dai, anarcodecadente, vana suadente, scanzonatamente, poi batte il piano lontano e forte, t’aggio voluto bene, assai (quell’assai lo dici tre volte).

Ci vediamo ancora? Certo, ci vedremo nel momento in cui avrai finito i tuoi giorni (dio che bastarda), quando l’anima si ricongiunge al corpo (ma non è già congiunta, mah, e questa volta mah lo dico io), quando magari non sei più tu nemmeno (io credevo che alla fine lo trovassi me stesso non lo perdessi, continuo con i mah, no dai, faccio uno smile da sms), quando percepirai l’assunto e lo comprenderai in contemplazione.

Con fumetti persi tra i denti che non mostri, nel momento che sostieni il campanile trecentesco ricco di scritte, ah gli artisti di strada, ci pensano già loro, tengo nel palmo il tutto, porgo il patrimonio decumano, parlo invano.

O infine canticchiando di nuovo,nell’istante in cui ti scuoti, fulgente neopalestrina riproponi i tuoi contrappunti gotici.

Scenderà la foschia in pieno luglio partenopeo per serviti un paesaggio condito e tundreggiante sottomesso ai tuoi voleri, poi un ululare scandinavo sarà indipendente dal suono germanico o vittoriano, sarà quasi similfinnico.

Nell’ipotesi cambiassi idea, sai dove trovarmi, porgimi gli affanni in assonanza.

 

Straripato il corso diurno

Straripato il corso diurno, incantevole magari il pallido selciato e il taglio del disincantato errore.

Hai cambiato le damigelle del tuo palco, hai riscosso da esattrice scaltra le promesse della sabbia.

Al confine, al limite illusionistico del mare, l’arco teso è disarmato dalla lacrima.

E dallo stesso scoglio guardiamo il sole quasi come se ignorassimo i nostri stessi sguardi, le palpebre dilatate, lo stupore, il clamore, poi più niente.

Ed il flutto schizza attorno, la violenza di una sconfitta, il palpito di un cuore affranto, diretta weltanschauung, inversa indifferenza.

Io mi volto ogni tanto ma tu continui ad osservar dritto.

All’imbrunire il suono non è lieto forse lieve, dolce, ma atroce.

E noi immobili, il giorno scorre, già passato, niente da dire, tornerà la tua sera novembrina l’inoltrato e oscuro inverno, non è un anno preciso, forse un sogno, ma in quest’attimo strisciante sento gli occhi tuoi sui miei.

Ma ti innalzi, mi hai guardato e ti sollevi, la tua roccia ora è da raggiungere ardua impresa per me,

resto qui solo senza la tua presenza ma col sol conforto della luce tua tenue,

per sempre.

 

Traspare in filigrana il tuo sorriso

È necessario partire, il problema comunque è dove andare, mentre nel frattempo si esclude la vanitosa discendenza, stirpe reale o claudicante effusione dalle labbra.

Un sadico piangente a mo’d’albero d’altra nomea non l’ho valutato, tu l’hai invece conquistato ed io per discrezione lo translo sul tuo corpo, o che perfezione, girati di lato!

Ipotizza anche un repentino tumulto, lotta per il pane, crisi universale, l’economia domiciliare porge due bazzecole le incolla e poi le scrolla, le violenta fisse alla parete, viola il tessuto, o ti prego esci Marduk il signore ti attende, Shamash e Ishkur fan perder tempo in epatoscopie, ornitomantiche direzioni dell’adagio sovvertito in tala jazzistico ritmato, ciclico e fuorviato dallo sbattimento repentino del maestro sullo stantio, sul plastico scardinato ad uso torta nuziale,

deriva pure il crinale della quiescenza, estingui il negozio vessatoriamente, ghirettina inconcludente china ad occhi chiusi sul volumetto da Thorah o sul Gilgamesh, sul piano inclinato dall’inclito furente Beowulf il piè veloce, raffreddato, incappucciato, incatenato, spigliato, ulissico e tallonato con garbo matrimoniale, fitto dardo astrale, e sotto il canforato abbeverato e dissacrato, sminuzzato ha bazzicato in osteria, ah le birette egizie al gusto d’orzo!

E poi detto questo prova ad abbozzare la raga caucasica che mi ha fatto spantecare, anestetica erbetta da villetta, analgesico intruglio millepiedico da iannara, sintesi del flusso australe, ipnotico vento aurorico e luciferante, spasmo da fenicetta, eh eh, riattacco la musichetta.

E mentre tu tracci silente ciò che dico, traspare in filigrana il tuo sorriso.

Tesoro occultato: regresso

D’accordo sintomo d’affetto è il mio scalpello che ti plasma mentre dalla materia sgorga la tua radenza che dallo sbieco di due occhi rianima l’ebbrezza e soffia lieve tra le narici ed è già essenza mistica e movente che oscilla a Siena con fuggenza maledetta, che scalpita trattando coi teocratici distratti e presi da faccende materiali, scisse le parti basse dall’intelletto per godere senza rimorso, con nonchalance.

E quindi tu ti sbatti in stanza, capigliatura dalla consistenza e dall’effluvio umido di terriccio, scagli la lancia contro la parete, piume al vento, sintomi di astinenza dall’amore, dal dolore, dal sapore delle vita, sì lo dico, sei distratta ridipinta dalle rose magramente scabrose e candenzose ma talmente pure e fini che li perdo due minuti in estasi librata e temperata, mai sofferta, forse persa ma comunque lo ridico, vuoi un quadrifoglio a tre punte, la fortuna ti ha abbandonata, non lo cogli, non divori più quell’erbetta del parco al centro o forse al vento, sì senz’altro, è più corretto, dire mah, non ci capisco, saltiamo un rigo, ha senso lo stesso, se tu lo vuoi lo contrastiamo quell’animaletto scialbo e biascicante, un po’ valente, un po’ criptico, inlinneo, indeclinabile, allora schiaccialo, distruggilo, squallido insetto dai sei occhi, aristotelicamente a quattro zampe erronee, detto da altri, da lui, dal dito proteso verso la realtà sensibile, o santi numi come è osceno il riporto del cantato, dell’arioso, del focoso, maldolente azoteiforme, primordiale, scintilloso, e poi estroso, comparativo, come quando in sincronia sbatte il tasto del piano e della scrivente e tu continui ad agitarti, a sbatacchiare i capelli, non li vedo, ma li sento, il colore, la costanza, la temperanza sovvertita e maledetta.

Sì ma la partitura, dì dov’è? Oh l’hai persa! Che sbadata, dammi l’indirizzo, io l’ho sempre saputo ma lo voglio recitato a partire dalla genealogia, dallo studio filologico del verbo, quattro punti di sopruso, tre di sospensione, due d’abuso, uno è omega allora dici, dov’è l’alfa circolare, che hai capito non l’alfetta d’altri tempi, non la statica dei fluidi immobili, nulla scorre.

Eh…ok, aggiudicato e passato in giudicato, l’ offerente lo ha preso a quattro lire, nel volume l’ha nascosto quell’oggetto d’antiquariato un po’ sciupato, un po’ segreto.

Stop.

Resta lì per sempre, Sognatrice

E soffia il vento sulle mie attese, l’inverno alle schiuse porte gelate d’acciaio, smuovo la mia copia degli Acheron dal variegato sapore e mi chiedo se la notte mi arde lo spirito o è solo vaneggio.

Sì, sì resta in sospeso, piccola senti i miei dialettici fasti di marzapane e resta distratta con la biro tra le labbra, inondata da simpatiche fluorescenze, le mani violette e paonazzo il volto.

Io nascosto dietro lo scaffale polveroso mentre tu annusando la dolce e docile carta-foglia ti accorgi appena di me e non volti il capo, continui i tuoi affari, i sensazionali e sensati miscugli di senso ormai gabellati neanche più compiuti, lasciati a metà, tra sogno e realtà, tra vero e irreale, sciocco e naturale,

poi toh, obliquo lo sguardo di traverso e ti sormontano maestose ali svolazzanti alle tue spalle.

Oh, maraviglia marina!

Oh, candore celeste!

Oh, oscuro fiero, altero e diretto atto dell’indice e medio incrociati e balzati in etereo diletto lì intorno!

E i desideri li indovino appena, respiri tra affanni sicuri e colpetti atonici e senza sorridere crucci le guance, sei grande ma intanto sbatte, è un sussulto consequenziale ma tutto il frastuono è solo nella nostra mente elettivamente affine, selettivamente scostante,

invitante infine il diniego assenziente che liscia i capelli precipitati sul viso e non ti dico più niente,

ti prego, resta, resta così, già ti vedi riflessa e minuta, presenza voluta, il tuo corpo trasfigurato, godimento di sé.

E vai già lontano, sognatrice le mie parole sono in questa sera tenebrosa solo per te, magica tenue luce, non mi scordo, ti ammiro, ti guardo ancora, resta lì per sempre.

 

Wieisbaden

Ametista e opale congiunti sulle scale, ascende dolcemente colei che protegge il dono divino, la misericordia, carminio il vestitino.

Ok, pian piano, druidetta furbetta guarda i tuoi occhi.

Che bello, scartiamo i ricordi, che bello, manteniamoci ai bordi, bellina stridente, visino invitante, seducente.

Appoggiamoci su quel muretto, hai le labbra che non so risolvere, ponenti, ardenti e vezzeggiate, l’ albatros è un po’ inutile, diciamo manca in concretezza, meglio il vino se vuoi Baudelaire, dai si ubriachiamoci di qualcosa, tè corretto e sciupaletto, fraintendimento e capitale del tuo Land, ti manca l’università, due giri in terma, scientifico aforisma pliniano, ansia anzi panico dimenticato.

Andiamo su per monti, giù per ditirambi stolti, che freddo stringimi un po’ anzi mettiti di lato, obliquo e un po’ svogliato, sulle scogliere dei ricordi, calcare sulle rocce bianche, voglia di gabbro, di basalto, oh ti garba! Parla a tu per tu, Uh Abat-Jour ! Diffondi il cardigan. In scivoli e altalene, mania d’elevazione, paura dell’abisso in discesa, ondeggiamento, buttiamoci sul letto!

Che stupida, ed io ti do anche ragione, specchio dell’oblio, pluripersonale, immotivato, gioia impersonale, collera e desiderio. Astuta e quasi perfettamente sconosciuta, amica arresa, io bitume ignorato, vai brucia ‘sto straccio, benzina e cherosene. Camice e saccarosio nell’assenzio, squallido silenzio.

Facciamo un tuffo, trattieni il fiato, leggi o fingi, sei stupenda uguale, il primo passo lo fan i capelli, sfiorano astuti bombardamenti, fragore, fervore e fragrante, l’albero nasce dal frutto, ricorda il fine è più importante del generatore, ciliegina ibernica e squisita, io non posso far altro che ammirarti, fossilizzarmi nel guardarti, restare muto ore ed ore, il tuo nome è un rimando, quattro semiminime, una croma e due biscrome, ricotte, precotti, biscotti, scegli tu la direzione, l’intrusione, l’effusione eventuale, bellina al sapor di semplice grandezza, magniloquenza e speranza.

E il rapporto servo padrone, dimmi un po’ chi è più importante, l’amata, l’amante o forse lo sguardo intrigante, lode a sé, per sé e di sé, uh che fiorellino, freschezza del mattino, uh lo dico ancora, per te.

 

L’imperatrice

Plasma un destriero indomito da auriga folle, da corsaro suadente di flutti scossi dalle redini turbate

Gli occhi speculari di metilene nella mente di siriaci dalle grazie celtiche prostrate al vento e in panistica unità con la natura

In selve distorte tra laghi di immane gaudio riposa il tuo velo sospeso: eternità di roccia silicio effimero ma possente

Nella radura la tua gemma al collo verde d’assenzio e variopinta di smeraldi come calice goduto come piattaforma di pensiero fugace

I Fenici scaltri tra le rovine di Tebe e tu in trono nel firmamento austero di sogni diurni di paste statiche e leziose come miele, dolce fiele negli assedi, ventura dei portenti, gioia dei nemici, emblema della celere battaglia

In un dissipare di luci e in un sormontante anelito dimesso da soave spuma marina o da effige divina numismatica sorta trapassata come liquame anzi vapore tra le pareti umido delle scale odore incantevole della pioggia

I templi eretti per te mistero delle immagini infinite di un così vasto ardore che invade gli animi

Lo spirito che giace sovrano sul tuo corpo carezza le spalle inumidisce i capelli dà madore alla pelle

Tu incauta folla di stupore ondaccolo della luce intorpidito bastione di stratagemmi bellici

Per te le forze cosmiche lottano e ai tuoi piedi l’ultimo anelito cedono

Tu sola collo sguardo incanti i viaggiatori stanchi dall’assedio pittoresco

Immergi dentro te e esponi declinando con tre parole l’umanità intera

Dialettica degli opposti, punto d’armonia assoluta, il verbo si arresta dinanzi al tuo apparire

Ma non vive il tuo respiro tra spasimi incessanti di una vittoria delle foglie incaute sulle piante

La clorofilla di te ti dà la forza di anguste intromissioni tra quel che è vero e quello ormai silente

Genesi effimera del volto lo sguardo intermittente di te stessa rivolto verso candidi pensieri e impure come ieri le giornate

Bisognerebbe avere la passione di dire cose da bestiole che in te trovano riposo in te trovano ristoro nel muover delle mani si stupiscono ed estroverse si smarriscono

Per conquistarti un soldato avrebbe invaso l’Egitto in un attimo svogliato crollando Alessandria ai suoi piedi in vana voglia coi libri intrepidi tra le rive auguste di potenza del Nilo trasmigrato in Stige nubiloso

Ma poi il combattente slegando i lacci del mantello perdendo la croce e il suo cappello distrutto ai tuoi piedi pel rifiuto

L’imperatrice sei tu io te lo sussurro sfogliando il volume sul Volturno in una piazza incauta del mistero che la costellazione col tuo nome cede a Mercurio

E per conquistarti un alchimista dorato si è venduto l’alambicco ed il suo stato sguazzando nel protocollo di Bisanzio e giocandosi i tarocchi senza sosta e senza la tua effige

Sei tu l’Imperatrice di quelle terre indoeuropee della tundra sterminata della scalata verso il Mare Nostrum

La mappa mostra il tabernacolo l’alchimista la sfoglia e non ti trova ti perde nella pietra mistica nella battaglia di Lepanto

Dov’è il tuo trono e la corona se s’inchinano i condottieri e i maghi non senti nelle vene il marchingegno divino

E capisci ciò che forse non hai letto e sospendi ciò che forse non ti sei chiesta nove gradi nel pianeta ascendente sul tuo Liocorno

Fuga

Prendiamoci per mano e chiudendo gli occhi navighiamo traversando correnti di mari lontani, ed anche se più tardi del previsto al fine giungeremo sulle rive calde del nostro mondo.

Poi, senza remissioni, ascolterò parlare per davvero il tuo candido cuore che, anche se in silenzio, mi saprà dire cose che tu non hai mai detto.

E sarai già brilla, le tue parole fuoco e argento, sole e vento dalle corde vocali.

E sarai ancora più bella, il tuo vestito dalle bordature viola, non ti sentirai sola.

Dalla sera alla mattina non avremo più paura ed il nostro spirito più vero darà corpo al pensiero che, brulicando tra le rovine, sarà più libero di quanto credi, urleremo sino a tardi.

E poi verrà la notte e tu sfinita cadrai sul guanciale con una forza animale. Ed io cogliendo l’attimo carezzerò la pelle, soffici saranno le stelle che dai tuoi fuochi accesi cadranno più cortesi sul mio braccialetto.

Illumineremo il cielo con un arcobaleno di diamanti dagli zigomi striscianti che toglieranno il vero, il buono e il giusto dalla nostra mente, zigomi di serpente.

E, come dei bohemiens, non ci cureremo del passato o del futuro, vivremo coscienti solo di essere noi stessi.

Ma non sarà poi il giorno a svegliarci col suo soffice e sottile filtro di luce, sarà un repentino mutamento della temperatura del nostro corpo. Saremo ancora mano nella mano e i baci, baci, baci investiranno il corpo come sopra come sotto. Però la nostra forza tremante cadrà sconfitta a terra.

Il circolo ondulatorio della testa intorno ad un oggetto fisso, che poi è lo stesso, ci renderà più lenti nei movimenti. Il flusso di ricordi sarà annebbiato da dimenticanze a vivide alternanze. Le nostre ali spezzate saranno rinnegate dagli altri ma risorgeranno dal nulla.

E la fonte blu cobalto stenderà sul tuo smalto uno strano desiderio.

Pupilla inaudita

Pupilla inaudita e inenarrabile, matrice del misterico stesso tuo intrinseco astratto e etereo impronunciabile fattore, sguardo inebriante della pace universale, scaglione inesperto e tutto ardito, io fisso quel punto mentre assisa somma sei il rimasuglio floreale dell’essenza infinitesima che trae splendore dall’ infinitamente piccolo che d’energia raccoglie in madornale concentrazione tutto l’intellegibile che scopro non più indivisibile ma percezione vaga della rissosa natura che parla a tratti come consumata dall’emissione del tuo fiato.

Chi sei tu piccola anima che tanto gaudio non disdegno ma da sapore d’assoluto assurgo a mantice prolisso di ciò che solo accennato dipinse il relitto umano nel momento stesso in cui pietoso volse il suo pennello all’incanto astratto decadente dell’immenso?

Par sì crudele e di oscuro salice trafitta, ma il Dark alla Desdemona trasmuta e trasuda pallade del religioso silente armeggio sapiente e mancino quando d’artemidea amazzone trafigge il dardo con sì splendore e noncuranza che l’ago nella vena dal pagliaio è pacifista assassino della belligerante resa, guerra finita e diplomazia discesa tra saporite mandorle, foglie di assenzio, caduca spina nella rosa inversa.

E come d’equatore mancante il tropico dall’eros delirante vola come spasmo e trasla e parla d’incantevole fattura come respiro trafiggente del sospiro dicente all’entusiasmo, muta aspetto e scindi il desio dall’entroterra sublunare di ciò che uman ragione tace.

Senza costrizione, misericordioso guardo femmineo, soggioga belve, bestie ed anime animali nel momento panpsichista di inutile lamento è la mia voce quando avverto, mentre scrivo, il melodioso passo del tuo immane pronunciar l’eterno, chiudo gli occhi come svenendo di vertigo istanza tra legge e guaritrice affanno la sintesi graziosa del male e del bene come d’angelo caduto riscattato dalla stagion divina concupita e sognatrice senza più ricordo all’aurora dell’ultima notturna vision leziosa e tutto l’universo tra foglie novembrine, maggio, ciliege fragori lampi dicembrini, neve in febbraio e sonando d’acume di notte in mezza estate sera di luglio quando il tramonto mostra la frescura d’amor, volume sustanziale ed accidente non pensabile e più guardo qull’apparenza più non respiro come dardo che stordisce nel momento della pugna ma l’assopirsi non volea acchè per sempre perfetto possa percepire.

Vorrei davvero, genti mie, che poteste capir ciò ch’io guardando e stupendo mutande essenze di dodici note e dodici colori e dodici parole e numeri a tal stessa guisa.

O me stesso misero fammi esporre solo un istante lo iato circoscritto e circospetto alfin che capisca ciò che il mistico saluto rende cenno concreto e viceversa.

E l’ultimo attimo, come fosse il primo o addirittura passato o maravigliosamente mai sentito, è vittima d’allucinata immaginazione.