Il Sospiro del Vento

Gentle spring Frederick Sandys 1863

Il gentil vento; Frederick Sandys; 1863

Prolegomeni

Penso a te, guardo indietro e la vita piange sé mentre luce bagliore si fa, dalle note stonate dei giorni andati e delle notte violente come l’anima inquieta che è in me. Un’ombra, la solita. Ed è così, dovrei raccontare tutto quello che ho già detto, dall’inizio. Ma la chiarezza è così oscura, selenica la realtà nel sussulto del vero che si schiude tra le mani protese al vento. E’ sera, novembre, un novembre freddo. ’98, ’99, il varco è qui, ripullula il frangente. In realtà era il 7. Ma se scolora la vita frutto del senso, ed è così che vanno le cose, diciamocelo, se scolora, beh, una cosa l’ho capita. Forse solo questa. Il tempo non solo inganna ma rimescola le sue carte come vuole, la memoria è la mezza via tra ciò che ci parve di scorgere e ciò che è fantastico, quello che realmente, credo, scorgemmo. Tredici e otto. Perfezione mancata, come al solito, ma sta volta questi numeri assurdi significano ben poco se non sé stupendamente. Comunque iniziamo dall’inizio, so già che pensi mentre leggi dirò “o magari dalla fine”, per chi legge e sa, cioè chi ne capisce poco. Va bè, iniziamo con calma e facendo le debite premesse, ovviamente, di modo che capirà anche chi non sa.

Dove sono? al solito posto, sincero, tra il monte e l’oblio, qui nella vallata serale sudando freddo per le tenebre. sono qui eppure non riesco a trovarmi, scavo a fondo, in me per trovare le giuste parole, nella perfetta inclinazione, ed è come quando, naufrago, confido nell’inaspettato, la giusta corrente che spinge verso la luce lontana. Balaustra di sentimenti, trepidazioni profondissime ed inconsistenti ad un tempo. L’approssimarsi della salvezza. Trovarsi nel ricordo per fuggire ad esso.

Sembra la stessa cosa, già detta, già assaporata, ma rendiamo consistente il vano. Malamente ovviamente, ma è un modo. E poi l’ho scritto appena ora, la luce è in fondo, ora lasciamoci cullare da una corrente che è stupendamente non avversa.

Le parole di un infelice? Ovvio, scontato. Di un infelice che cerca gli occhi, i tuoi, e nella ricerca dà un senso alla sua infelicità. E poi gli occhi brillano, la luce è lontana ma, ripeto, la corrente etc., il pezzo di legno regge, culliamoci un po’. Instancabili.

Quanti anni? Tanti, troppi. Un istante, un soffio. Un giubilo perduto, mai avuto. Bislacco modo d’essere. Buffo, lo dico sempre, la sorte non è ironica ma beffarda, questo sì. E profonda. Meravigliosa aleatorietà dell’essere. Noumeno? l’avvenire, ovvero il già stato, e l’ovvero ha la sua solita ambiguità. La lascio, sarà chiaro poi.

Ad ogni modo parlavo dei tuoi occhi. (Esiste un solo lettore, ma cambia aspetto ed è lettrice). I tuoi fantastici occhi amore mio! Che tripudio! che canto velato! Il canto, il solito, quel motivetto semplice semplice che ti resta dentro, che non canticchi ma che scuote autonomo tra le tue membrane celebrali, che ti raddolcisce il cuore. Si potesse scrivere a lettere la musica. In modo però chiaro, evidente, subitaneo. Non parlo di note ma di parole. Se sapessi leggere la melodia che mi è dentro, che ti è dentro. Musica! Salva da ogni paura, ogni lingua si scioglie, inizia la danza, lenta, lento, accompagnato da un sussurro, di quelli che ti facevano venire i brividi, anima mia.

Asserzioni reverse

È la prima nota

oppure

all’indomani tre,

 

la vita corre e noi pure

tornando indietro le vite seguiremo

(stessa vita, stessa lingua)

è la storia.

 

Ricorda quel viso che eri

e sentirai simpatie per noi

e se m’innamoro

-sì serena-

sarà per dialoghi tra di noi.

Salto quantico 0: la ragazza con la valigia

Eh l’esaustività! Che folle pretesa, folle eppur così seducente, e seducente come ogni forma di abissica follia, di profondo discernere ovverossia discendere, cauti e arditi. Selendichter ed il resto. Ed il resto muto. Ah la storia! Ah il tempo! Ahi l’amarezza sulfurea! Tempo che non esisti se non in dispersione baalica, tu demone gettato, demone della caduchezza, speculum della caducità, gettato qui nel nostro sensibile mondo pseudopercettivo. Ba’al fatto demonio. Ds>-0. Lineare per forma, circolare per sostanza, attimo sempre uguale e sempre attuale perduto nel divenire. Ellisoidà perduta. E reversibile può seguendo tracce che diramano vitrioliche al nulla essente in sé perduto ed in sé manifestatamente fluidificato. Fuoco inerme e pullulante. Sator arepo tenet opera rotas. E se vai così vai colì, anche all’inverso. Quando passeggevoli scorgevamo il naufragare tra terre di corallo e lapislazzuli, tra asprose velleità, tra fulgori ritmici il lento sussurrare felpato di Lilith. Colma di vendetta, erinnica, eumenidesca nel riposo. Otium momentaneo e lenta rota, cui subito si incanta il dominio, scettro perduto d’alambicco e trono focoso sul polso. E tornate, per tornati, Ds<-o. E  poi silenti eliminare l’uguaglianza in congruenza, simbiotica, ad imitatio dei, e tutto è un solo istante ma dal conversum della moneta, caducità annullata, sartrianamente. DS=0. Eh l’esser per il nulla, che poi significa essere nel nulla, e poi si sa il vizio del pensiero è postumo, non del francese, il vizio è perversione e tutto è nulla e noi naviganti stolti su di un mare, come sul capo al naufrago l’onda l’avvolve e pesa. E poi non c’è neanche quel mare. Che è il nulla, ed il nulla è incapiente in sé d’entificazione e dunque d’essenza. Ma ti devi appigliare a qualcosa, imprimerti negli specchi per non arrampicarvisi. Bene, male, tutto, assenza. E dunque ne hai bisogno, dillo, ammettilo, ne hai bisogno di pensare al nulla. E lo perverti, lo pervertisci, lo esauteri dal suo esser nulla in sé, perché hai bisogno di concepirlo, se tutto ciò che è pensabile è esistibile, e dunque, passo ardito, esistente. Visibile. Oltre i quattro del fuoco, dell’aria, della terra, dell’acqua, sceso direttamente dall’etereo. Ed etereisticamente a ciò proteso. Ed allora lo definisci flutto pacifico, oceanico, dall’Antartide atlantica, nella zona oggidì sotto studio italofrancese. E dici, ne sei costretto, dai, in principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Era domenica credo, giorno del padrone, accettavo senza accorgermi un invito al dolore, suona la radio. Eh io la chiamo così. Siamo radio, cibernetiche. Sì sì, siamo, protesi oramai, lo siamo in prolungamento celebrare e celeberricamente etalagico. Utensili aggiungono vigore al nostro esserci, perché divengono parte del nostro essere. Come agenti patogeni, virus alieni, altri, creati in provette cablatiche che corrodono le sinapsi. E tu sei le tue sinapsi diviene già inattuale, ed attualissimo. Tu sei la protesi delle tue sinapsi. Impulsi elettromagnetici come cellule infettate. Banalità al dominio, dominio stolto, si intende. Elettrochimica spiritica. Morte dell’apparenza, sovversione della manifestazione.

Ed era domenica, penso, dunque plasmo. Ad immagine del divino dicevamo, che mi crea, ma parla tonante ed il logos diviene materia animata ed inanimata, ancora queste differenze, pazienza; che plasma poi ciò che è a sé somigliante e soffia, pneuma, dà vita, infonde. In fondo lo fa. Che scardinatura. Mamma mia! Appunti di viaggio. Come districarsi in questo labirintico corso dialettico che pone in essere assiomatiche et dogmatiche ineluttabili verità concrete. Concrete perché eteree. Epoca dello spirito, epoca dell’aquario, epoca del ritorno. 1936 apertura-2025 chiusura. Clauso il senso? Ripercorrere come da celle manicomialesche basagliche. Come quella mattina in cui mi son svegliato-e detto così sembra Bella ciao e forse lo è-.

Appare in tutta la sua fulgenza eterea la raga con la valigia. Raga jazzistico ritmato della ragazza d’alabastro dai riccioli cinabrici, dagli smeraldini ciondoletti, dorate piume e d’avorio i pendenti. E tanti metallici campanellini, e fasci di purpurea candida velatura sublime opposta al senso ed in sé pieno. Colma di grazia perversa, candida, dolciastra, leziosa. Bronzine le borchie corrose, aura magenta. Metilene e cobalto gli occhi. Violacee le gote. L’anello sinistro ad intarsio, persiano ab origo e dunque di quel colorito indico, indiano, semipenobrico. Ma pallido l’incarnato. E a destra due righe avviluppate all’anulare, forza Roma ed i suoi colori, forza Lazio e il suo turchino. Assenza! Tripudio austero dell’immenso! Scompare come nell’apparire, valido gelso di corolla audace, intimo senso subitaneo. Appare, riappare e scompare. Proprio in questo verso, in tale direzione, modulante del peso di sé, proprio in tale cronologica dissolvenza. Reca con sé quel taglio allo specchietto del frastuono che tacito è all’inizio, magia saporita del viso. È così, lei d’altronde è così. È lei chi è se non sé medesima assorbente d’assoluto. Si incanala, si incanala al dorso cromatico del tempo e rilucendo traluce nell’ultimo assiduo palpitio. L’assenzio rachelico, la assuefazione di sé, intima sostanza, forma ricucita dell’essenza e barlume percettivo. Assidua! Assidua ed immensa! Allucinazione eterea! Mandorlo dischiuso! Incanto prebabelico! È lei di cui dissi, e dico ancora, con le medesime parole e cambiando ritmo ed inclinatura all’inclito suo sguardo che fuggo. Fuggo come fuggisce fugace quella sua apparente essenza. Non lo sostengo, non lo reggo, ebbro di lei, dei suoi iridei assunti. Vortice proteso in sembianza di barlume. Lo ripeto in altra sostanza. È lei, è lei dunque. Pendolo che oscilla, repentino spasmo da cerbiatta, dominatrice in dissolvenza. E ciò che si ripete, attenta, ciò che si ripete, è lei, è lei, ciò che si ripete dà senso a quel volto antico ed attuale, modernismo delle spoglie vivificate ed intense. Come fluido lei diviene fluido e lo è sempre stato, come nebulosa, nubilosa, furetto fumante, nuvoletta aprica, d’aprile e d’ottobre, ultimo restio profumo di novembre. E lei fracassosa nel trapasso silenzioso tra questo mondo e un altro e quello appena appena appresso. È lei, è lei, è lei nelle infinite diramazioni negli intrecci e negli abbracci, tanto nel vento quanto nel pentimento, come nella colpa come nella sua assoluzione, nell’assolvenza, nella vanità, nella vacuità, nella nullità di cui dissi, quel nulla eterno che in lei si incarna dando consistenza al tralucente. Sublimando, sublime si avvicina. Ed è un sussurro la sua interezza, come ricordo che non ricordo, come pensiero lontano di ciò che non fu e per questo è sempre stato. Scende eterea. Scende retta, in diagonale, traversa al viadotto esistenziale, varco sommo. E sommamente lei. No, plauso mio. Lei eterna gloria di me, lei sola vivacità melanconica. Lei in sé, per sé e con sé.

E la valigia riporto e ditirambo. La valigia è il mistero azzurrognolo, che quasi è particolare dai cui sfuggire, da cui sfuggire per gaudio e non per paura, ma per timore di lei stessa che induce a contemplarla tralasciando il resto. La valigia un dono dimenticato. E dimentico del mondo per lei che è qui concreta e fuggevole, pragmatica nella sua inconsistenza, pragmatica nella sua velleità. Artificio vero e vera quiete dell’alma, ed alma stessa. Come corpo che nascendo in tensione ed in potenza è lì ad un attimo dal farsi e si disfa e disfacendosi si rende vivido, intatto. Nella mutevolezza si rende percettibile, si tocca, si palpa, si odora, si innalza, si gusta dolcissima labbra, labbra dolcissime. Violacee come le gote e come il profumo violetto della rimembranza che emana dai suoi polsi e dal collo. La valigia è già l’ieri, l’oggi è lei che ritorna nel domani, in quel domai ritmico che è il passato e l’adesso, l’oggi che percorriamo tra una pagina e un verso a ritroso per scoprire noi. Questa domenica mattina. Folle sbarco, mite approdo, porto sicuro, vela tesa, prua fulminea verso l’immenso. Cauta, cauti. Diretti oltre il monte, solcando l’illusionistica cascata d’orizzonte degli eventi, al di là dopotutto. Verso l’altrove e nell’altrove già da un po’.        

Bellum: sotto i colpi delle saette oceaniche

  1. Credo sia questa la data. Ripartire, rifare, rimodulare. Se si cancella l’ardore esautora il furore. Da dietro le barricate son qui. Questo il punto, l’introito d’Universo. Bagliori funesti lontani giacciono, grandina respiro d’assenzio, acque velenate. Ondaccolare in suadenza. Sto rescrivendo (riscrivendo!?!) ciò che già scrissi. Ripensando. Questo capitolo, verso, versetto, scherzo. Scherzetto. Obnubila silente ancora. Fulminee secessioni malrimesse, saette cordiche sotto l’abissico cielo cariddico. E rimodulo, ci provo.

Bagliore, dunque! Bagliore! Illusorio, scrivo così e parlo colì. Rimbombo astrale. Scuote il sistema dalle fondamenta, fondamenta stolte del pensiero. Balaustre e bastoncelli d’incenso. Sotto travisamento altero. Scuote il cielo ancora nel turchineggiare attonito. Sono solo con tre foglie ed un cancellino. Dicendo ancora- tornanti infuocati-. Scuote l’abisso! Tramonti rubicondi!

Eccomi, è questo il punto. Sono, eh è già un’impresa, un proporsi in manifestazione. È l’apparenza [unica forma possibile d’esistenza, ovvero di epifania della stessa]. Etalagici voi invece, furbi che vi credete intelligenti mi vedete. E che vedete? La terra, bella, magnifica, magniloquente. Ma siete furbetti voi pseudointelligenti. Lo siete e dite: non è così e mai può essere cosà. E scavate romite talpe! Scavate per toglier le piume. Ed eccovi ora voi, che vedete. Acqua sporca di terriccio, acqua torbida. E dite il vostro eureka. Sententiate, profferite e dite (in quest’ordine o all’inverso), abbiamo capito. Furbi delle sottane asmodiche et asmodaiche. Stolti e ciechi nella vostra furbizia. Vedete il vello di metallo sotto tale torpore turpe? E se andate innanzi azzardate, immaginate e sortite ciò che non vedete, o che vedete per qualche spaccatura astrale, ogni tanto, di rado, a volte. Voialtri furbi più dei furbi deducete-e sempre dal sensibile- invischiati in questa epoca seicentesca della materia, protesi ma non ancora consci dell’Aquario. Dite. Sotto c’è l’ardore. C’è il fuoco! E in là più non andate. Stolti più degli stolti. Furbi di II livello, seconda generazione, 2.0, 4.0. non vi soffermate che sul voi stessi etalagici nel giudizio. Ecco il nucleo che credete di fuoco, voi che come spiriti immondi siete in quest’aere. Aeriformi dite: è foco! È divenire. Gnostici dei miei stivali, testimoni di Geova dello gnosticismo. Girovagate su voi stessi, tra Tartaglia ed Abracadabra –rimodulate entrambi cerchiando le lettere giuste ed ecco i primi numeri in sequela-. [Sator arepo tenet opera rotas]. Girovagate metà per metà verso la meta, o scorgete l’intero e una sua parte e di quella parte aurei il doppio ed il resto di esso mezzo. Ma non capite che del sensibile. Invettiva parlo di me, dell’universo e di ogni essere umano. Sono io stesso la vostra scusa, la mia scusa. In intermezzo. Ma scindendo in duplice forma l’immobile staticità. Ecco il nucleo! È etereo. Motore primo. È somma bellezza. maraviglia! Sonnecchiate razionali e non sognate l’infinito. Insensibili che studiano concupiscenti solo il sensibile ed ad esso si fermano. Tutto così claro a voi. Geoidesco, sferico, ellisodeico e fotografato e visto da un satellite –quale?-. clauso il senso ancora? Fondo opaco di bottiglia catarifrangente nel catartico eclissarvi in vitro. Neopositivismo filoprotestante, new age da burini cosmici. Attracco e fuga e attacco nel silenzioso sinedrio dei vostri solfeggi a fiato chiuso, flauti assordanti in Bastiglie masticate. Ridicoli e di nuovo, mi ripeto, ridicolità convessa. Vapore marmoreo. Nubiliscenza perduta e spersa.

Rimbomba ancora l’intorno della questione. Qui nella Terra di Saturno, nel Giardino del Mondo, vicino Città Nuova, sto meditando tra il fragore fulgido del frastuono. Eccoli! Avanzano! Sh!sh! Bastioni bellici! Non c’è pietà né dignità. Percorso distratto in rettipiano tetraetico. Crolla l’impero! Quest’ipotesi è astrusa sul tuo polso. Le vedremo tutte e quattro tra un po’, più in lì. Anzi cinque, tra calendario stropicciato. (Virtù diademica). Tra un po’ è già adesso, per il momento in parte e per l’intero il resto. Eccola! Bastioni bellici, incede con lealtà. Cambio repentino. Ma lieve ritorno. L’armata lontana si percepisce appena, no, non è ancora qua, ma il sapore dei rami è fruscio diverso, aspettiamo (aspetto!?!), aspettiamo immersi tra gli odori incantevoli et incontaminati. La Foresta Nera tromba di realtà mascherate. Nel mentre avanza, avanza e non si sente. Questa gioia ci raddolcisce. [E parlo al plurale sentendoti vicina amica, colmo chiasmo dopo il fulgore antecedente e prossimo, viso postumo], ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna, ci sbandiera gaudio dagli occhi alteri. Assopiti, ondeggianti nello smeraldo. Le baionette sono un inciso. Ecco ancora. Un romore strano si avvicina, non è grido di guerra, non è urlo di vendetta, sembra quasi il prosieguo di tale armonia ancestrale. Ma gli zoccoli! Eccoli! Eccoli furenti i nimici. Alziamo l’asta. Si va, lance, spade sguainate. Si va. Shiva. Saettiamo, marciamo repentini, affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo, all’istante. Voglio te, tra le mani. Mio plurale, raga dolcissima come liturgia dei sensi ed al di là di essi. In me stessa eterea sembianza. Unità e molteplicità ad un tempo. preludio di ogni verbo tonante e sublime nella grazia.

Io, solo, qui, tra la sabbia. Un dì batteva la speranza sui tuoi vetri di soffiata. Come sempre il sentore di averti amata, ma così, tra i capelli, tra i silenzi, mentre giri per intero il viso. Da sempre annebbiato finì l’incanto tra di noi? Vaghi vaghiamo, io tra frivoli pensieri. E tu sei tu. Sei la sola sconvolgente –e ti osservai nel giardino tra germogli di virtù-. Ossigeno sgorga e tu ne sei la fonte, tra queste nebulose venefiche della battaglia. Sì, ne sei la sorgente! e quel divario tra essa che è il nostro filo di appartenenza e così dal plurimo zampilliamo assieme. Alzo lo sguardo di là dalle barricate. Sei là, tra le nubi stesse, e arresa e fiera. Oh sì! Sei tra le nubi, mi chiami, mi sussurri colle penne tra gli anfratti cordici di me in attesa dell’assedio bellicoso. Ti imprimi nell’alma macchinosa, ti dilunghi estrosa. Oh la tua incantevole girata di volta, di archi, di riporti, ancora ossigeno mi sei. Voglio te, voglio te, voglio te. Qui ed ora. Tra le mie mani. Mia virtù diademica. Cosa vuoi mia luce e mio respiro? cosa vuoi sospiro intenso? cosa vuoi essenza luminosa? cosa ancora? Alberga in me il rimorso buio del tempo. Mi abita, lo indosso, chiara vita scorre nello sgorgo della barra oblatica. Vita e non violenza, scintilla lieve a cavallo di ippocampo. So che nell’aere vibra il tuo esercito imbattibile come tra gli abissi tremanti. Sembra giunta l’ora della verità. Ah il rossiccio ardore! ah il pallido incarnato! ah lo smeraldino furore! Sembra scisso in due essenze e tre sostanze il mio corpo. Improvvisa l’anima torna in lui. Torna. Salubre come te, che sei valore e sai volare nello scontro e mi cedi le ali intrepida. Le mani, le mie, che ti bramano schiuse! Hai boicottato i miei progetti terreni e sei ancora sospesa e faziosa, ma di te. Oh virtù diademica! oh bellezza angelica! oh firmamento marino! Arco da mille foglie e dodici varietà cromatiche. Statica mia! Il dormiveglia stride, unghia sul marmo in acustico bagliore elettrico. Vai, vai. Tu sai dove mirare in do minore. Sono tutto tuo. Vivido il violetto alfa et omega del circuito universale, intermezzo spettacolare, progresso generato dall’errore ribelle, uomo io e tale perché cado nel vizio, trappola tesa da cui mi innalzi. Uh magmatico limite! uh sinaptica percezione extrasensoriale! uh magnetica dialettica metallica!

Ancora ed ancora. Forever and ever. Scuotimenti sistemici, sistematiche docili e velleitarie. È un nuovo adesso e l’impero crolla. Crolla l’impero. No, non c’è barlume [ennesimo cambio repentino], non più. Siedo sulle scale, ti vedo muta carezzare il naufragio nei pensieri, dei miei pensieri, quelli nostri, dei pensieri. Scene oscene lì in su la nostra stella. Arde! Arde a tempo, arde fuori l’arioso e freme. A me, a me echi ancestrali, a me potenza indomita, a me. È una sera strana, aurorica, ne sorbisco i dissapori, le scarpette fulgide alla porta. Entri? Sì dai, entra pure. E cosa vuoi? Tu cosa vuoi? Tu che non piangi e respiri col dito. Tu che sei di lì, nell’altrove eppure qui, immanente nelle cose che profumano di te. Lontana ma ferma all’uscio, quasi timorosa e senz’altro –Dio come mi piace ripeterlo- ardita. Faccetta di neve in questa bufera cosmica e dialettica dell’oltraggio. E ti scordi arco femmineo, amazzone anarchica, ti scordi di nuovo. Ti vien da ridere alla follia, simultaneo il sopruso, lo sberleffo. E mi sbatti nelle segreta dell’animo senza esitazione, pietà, senza gravami alcuni, senza retori che esplodano in sermoni ed arringhe di ogni branca per me. E lei che ride a sua volta e crede che io, che noi, che voi, parliamo dell’autogemmazione squamosa. Eccoti qui, eccoti qua. Sei venuta dall’altrove e guardi, profilo assente, al di là. Ovviamente, altrove. Non ti degni di entrare, accenni già di dover andare via, di voler andare via, di fuggire tra altri beffardi segreti marmorei, come gli occhietti vivi e vividi che sfiorano i sensi e non riposano. Che tutto vedono ma che non scorgono il particolare, arghici ma per metà vivace in completezza. E i furbetti s’adoprano nelle loro belle generalizzazioni. Ma tu, tu, tu dimmi: la rosa non è meglio della distesa verdognola intorno che la contiene? L’intorno d’altronde ausilia soltanto la definizione di limite e pur tuttavia la stessa sussiste intrinseca solo nei petali. Sai? Booom! No, dov’è la luce? dove il sole? dove il cielo? Non c’è speranza ahimè, la scala crolla, è appena crollata disarmonica ed io con essa rovino. Futile oggettino antico nel postmoderno postatomico e postcibernetico scalzo. Nel ripensamento inutile. Noi, mai più noi. Anzi no, mai e basta. Mai ci fu passato, soltanto gemiti (le lacrime del cielo carmini versetti). Sento già e dunque comprendo che mai si perde ciò che non s’è avuto. Ma la libertà! Lei è in rivolta e non resiste alla rappresaglia del potere quieto e subdolo, cerca un appiglio ed io la seguo prolisso cercando appiglio. Stende le mani tese come le mie che te vogliono bramose. Stende le mani tese alla volta turchina macchiata, gelido metilene e cobalto pel fragore cromatico disturbante le intere sfumature del rosso. Tuttavia nuvole rade non ostacolano il gesto ribelle, il giavellotto o la torre della unica voce, la piattaforma della pace svilita dai nostri rimorsi dal sapore di sapienza e dal retrogusto di reciprocità e rispetto. Voce sussurrante e bellicosa che trafigge non il nemico ma il mio-nostro-stesso petto. Apparenza mia fulgida! Ohi! Ci sei o no? Prendiamoci per mano, varchiamo il confine. Anzi, con la gomma pane smacchiamolo e poi resettiamolo. Siamo qui per questo, tu già lo sai. Il tuono non spaventerà la moltitudine sola. Dai, vieni. Booom! No, non c’è pietà, in eterno esilio dalla verità (le camice sulla cruccia accanto alle scarpe). No, non c’è lealtà. Dove sono finite le armate invidiate et indistruttibili? A vele spiegate tutti scappati. No, no. No! Io non andrò via, resterò solo ed affonderò, e se affonderò sarà con te, alabastrina mia. Finisce il tempo, crolla l’impero, crolla l’impero. Crolla l’impero!

Scompari, riappari, scompari. Un giochetto. Che nervi! Dalla disapparenza svolazza un segno. Nel disapparire emerge un foglio, come un lamento di chi se ne va. Cade andando su [si inabissa quando s’alza]. Virtù diademica, ancora. Virtù arzigogolante. Lo leggo.

“Se scenderà

questo lamento tra le vie

con quel furore

che connota il mare

in tempesta,

 

se capirò

che tra le pagine

non hai lasciato il segno,

 

proteggerò il candore

della vita

stringendolo

semplicemente, lievemente

tra le mie mani.

 

La virtù nella sabbia,

tra pensieri nascosti,

senza tanto sperare

in quanto suadente

riposa in dolori

più agguerriti delle lance.

 

E poi,

fuggendo l’anima da quegli ostili spiriti,

mi chiede venia il cuore

ma stavolta senza stupirmi.

 

Intorno c’è tanto vigore

e quell’oscuro rifluire

di sangue nell’inchiostro

 

(protegge quella macchina

divina

il pathos della fortuna).

 

La virtù

senza rabbia

si è assopita di nuovo,

si è rinchiusa in stridenti

parole annebbiate

dai tormentosi bombardamenti.

 

Me ne andrò via

senza lasciare sparsi i fogli,

con quel sapore che distingue

il chiaro valore delle cose

 

e piangerà lo specchio

sentenziando un mio ritorno,

di canti irsuti

degli astri perduti.

 

La virtù

si domanda

se va bene così,

se ha lasciato lo spazio

al caldo invadente

ed al risollevato

refrigerio della mente.”

 

Mi ricordo. Mi ricordo. Parafrasando Pierpaolo la poesia è l’essenza del capitolo. O di più? La conservo stropicciato ed inumidito antico fattomi lei ed in lei. Scende il lamento. Virtù diademica, virtù diademica.

Salto quantico I: l’esperimento di MJ

  1. TS in scossa rivoltosa ha spianato il varco, per un attimo in controluce l’orizzonte degli eventi, immerso per scossa autocelica nell’LCTS, labirinto cosmico tele spaziale, telespaziale. Tutto in un istante è attuale, dietro il futuro ed innanzi il passato. L’ha fatto, l’ha fatto. Ma si è fermato stanco al bar a sorseggiare il solito tè sconvolto. Non era stata una buona giornata ma ottima. Noi lo sappiamo ed affidiamo a te, MJ il prosieguo, arma che distrugge et amaca assidua. Altro che arma, altro che scissioni. Ci state lavorando, scosse telluriche o lisergiche. Ciò che avviluppati assordanti stiamo per fare, oh MJ, è ciò che è impensabile! Oggi 9 dicembre. Sotto la svastica, sotto la svastica. Lavora littorio accademico dello studio. Assorda, assorda. Fluidificazione! Sintassi ostica del silenzio. Momenti, momenti. Il carico è pronto, scindiamo noi, annichilimento, annichilimento. È questa l’ora, sette e ventiquattro. Partiamo. Saltella opaca la tua scrittura, velocissima, supera la luce e si fa fattore. Asserzione destrimana. Aspetta. Luci ancora abbaglianti. Per non perdersi ne LCTS ricorda che pensiero vaga in. Ecco la congiunzione. Spalanchiamo e vaga colla mente soffermandoti su un punto. 12000 anni orsono. India. Amebe scarse, qui si fa la storia. Si cangia motore e maestrale detto a tratti. Soffermati su quel punto, medesimo giorno e medesimo mese. Purezza d’alleanza. Sublimazione.

Qui si fa la vita! Scostando l’assoluto e secernendolo in cellule scomposte. Neuroni. Ippocampo trainate vello roano ed amigdala vettore dirigente. Qui si fa! Canto armonioso propaga. Li vediamo, li vediamo. Uomini in cartapesta e cartongesso risaliti e rinsaviti. L’altare agli dei, che siamo noi. Inchinati e scimmieschi ma evoluti. Qui si fa la storia. Ciò che abbiamo aperto non si chiuderà. La soluzione nei radicali. Rieureka! Riscossa! Ecco come è diviso. E manco ci eri arrivato lettore, lettrice. Manco per divinità. Compressione del campo zero e Riemann. Ecco come accostare. È tutto esatto. Condotto fuori. L’India! Spostandosi si inchinano, diamogli il simbolo uncinato. Paradosso della conoscenza! Quello che stiamo facendo, quello che stiamo facendo. Era qui la chiave, nel flusso mnemonico. Nel flusso mnemonico. Il tempo è scandito dalle radici. Spazio reale e tempo unità immaginaria. Grande MJ! Ma è come perdersi, perdersi per pochi scansi sensibili. Approdiamo e la chiave è duplice. Il tempo scandito dalla sequenza numerica al quadrato. Questi sono i punti di accesso. Gli unici. E noi possiamo esserci in corpo, anima e spirito. In sangue ed ossa e dignità. Segale cornuta o pejote. Abbiamo avuto accesso e la numerazione è quella Gregoriana. Incredibile come la mente produca immago et suono! L’errore scostato e l’ora legale benjaminiana. Ogni cosa che sta facendo l’uomo l’ha già fatto, ovverossia la farà. Per ora l’India, ma continueremo. Si parte dall’1 che è se stesso. Ottimo. Ma hai fatto di più, sei andato in regressione prima dell’1 stesso. Come al solito, come sempre, MJ hai intuito una cosa prima di scoprirla. Incredibile! L’unità immaginaria! Irrazionale. Prima di capire come muoverci negli anni del Signore hai scoperto come muoverci in epoca anteriore. E da lì, poi, muoverci in questa. La mente umana è strana. Da perderci la testa se non lo si è già fatto. L’India non è il loco che cerchiamo, ma il primo esperimento è ok. Lei è un genio MJ.

Oggi, 9 dicembre 1936 il passato non è più lo stesso. Tutto qui comincia e tutto qui cambia. Silenzio e rullo di percussioni, assordato assordante assurgi. Ora il nostro futuro è il passato. Quello che ha dipinto in sala Hr non è rubato dal simbolo della vecchia destra. Ma è un simbolo indiano. I quattro elementi ed al centro l’etere. Oggi abbiamo cambiato ciò che era. Non si torna più indietro, non possiamo ritirarci. Si torna indietro, quindi. Buona la prima-anzi la seconda- accordo di quinta e verde. Brucia poi il silenzio.

Misterya Magna: la Creazione

Tutto ciò che è pensabile è esistibile, esistente in potenza per il tramite dell’atto. In principio era il Verbo, parola creatrice. E non esiste nella staticità divina creazione che non sia eterna ed eterna nell’attimo et priva di ogni demoniaca caducità. Thirassia la cacciatrice è il viaggio spasmodico ed in preda alla crisi, critica, poietica, poetica. Fattura et fattore. Et etiam fattura ad immago del fattore. Thirassia la Cacciatrice è Atlantide, il balzo sovrapposto tra pensiero presente ed epoca di contatto, Stupor Mundi, ed è così. Atlantide ed Antartide, zona franco-italica, mi ripeto. Etiopia. Dove? Terra di Prete Gianni tra India e Cina, e poi più in là nipponica premessa assurda. Samurai stoico et in vita suadente. Codice d’onore ed onore pratico. Poi più in lì scavando, a partire da qui, Giardino del Mondo vicino a Città Nuova, trovandosi nei lembi del pacifico mare magellanico, Mu. Ed onda convessa in striscia di foco, dorsale oceanica. E la Tule più a nord, lì, tra le nubilose ghiacciate e fumanti atrocità islandese. I Pitti incontrano gli indiani d’America, i Fenici diretti alle Canarie. Ma su questo torneremo, torneremo, amata lettrice, distratto lettore, magico ipnotico velame d’assenzio. Ci ritorneremo mentre il centurione cesareo brucia il museo. Alessandria. Per distrazione od ordine imposto. Ci ritorneremo. Premessa questa è come promessa, ma utile nel riguardo di ciò che sto per dire, fare. Tagliato il collo alla giumenta stanca. Vapori ancora tra Marsili e il pleonastico calcare, tra Vesuvio e i campi solfurei. Tra gabbro e basalto, e la metrica che è giambo, ci ritorneremo. Apriamo il preludio, monte d’universo.

E che atto, atto dettato da una volontà. Genesi, genesi. La premessa è per cercare l’edenico posto, il posizionato topos dell’assurdo imbavagliato dal silenzio ardente. Fuoco nel roveto legiferante. E come tutto nacque? Come cominciò quando lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Creatore e creatura. E cos’è l’uno e cosa è l’altra. L’altra mezzo tra detto e dicente. E siamo noi. E l’Uno trittico trino, per contemplarlo in trinità tre Persone ed una Sostanza. E noi ne deteniamo il riflesso. Noi che anima come Dio propendiamo e promaniamo con lo spirito nostro per il tramite del corpo. E questo potrebbe bastare. Ma basta? Questo è in altri essenti in egual misura, ed anche gli utensili, detti scarsamente, sono essenti, minerali. E dunque non basta a definire la creatura. I minerali, gli essenti vegetali et gli altri animati differenti da chi è a Dio simigliante. E che siamo noi. In doppio grado, uomo e poi in sommità donna. e donna tramite stesso ed apertura varco divino. Ma il sangue e le ossa e la pelle et i nervi, et la linfa nostra. È la unicità. È la unica vera unicità. Ma ogni altro, prima dell’unicità nostra, va descritto. Le onde elettromagnetiche, le onde elettrochimiche, lo spirito. E lo spirito ha tale duplice fattura, che dalla elettrochimica comunica in noi stessi risplendenti e che dall’elettromagnetismo illumina l’altro ed il creato. E tale conformazione è propria delle specie inerti ed erte, perché non v’è qui differenza, il loro spirito è colore, è sapore, è profumo, ciò che percepiamo. Et tale spirito è anche il loro, ma negli essenti clorofillici e negli animati a noi differenti come per noi c’è l’elettrochimica che elabora e l’elettromagnetismo che emana. Nei minerali è elettrochimica che sola emana e l’elaborazione del messaggio è in sé lucente carevole, e l’elettromagnetismo la accompagna, come bivio verso noi stessi, che siamo centro dopo Dio. Ma in tutti i descritti il messaggero è l’alma, come Padre persona divina, situata nel core per noi e per altri essenti animati, negli altri intrinseca sostanza, a ciascuno differente a seconda della conformazione e del diletto divino, e della sua fantasia. Il corpo è quello che rende visibile tale divino mistero dell’invisibile. Lo espone e lo dipana e lo intreccia et lo trama. Guscio del vettore spirito che è messaggio  e che è elaborato dall’anima messaggera. Spirito traino vellutato ed alma nocchiero, et corpo ciò che serve et è concreto. E sembrerebbe ora che la nostra distinzione che è sangue e linfa ed ossa e nervi ed anche pelle sia simile anche ad alcuni essenti animati, ma differente ne è la funzione. In loro animati evoluti et anzi evolti, perché evoluzione implica mutamento, e mutamento e divenire sono baalici, come ormai detto, tutto in loro funziona ad imitatio homini. Ed hanno altresì tali stesse sostanze perché a noi servono per la gloria, e noi che nominiamo, e nominando abbiamo fatto, subito dopo la nostra creazione, che ha forma differente, come tra un po’ la pazienza del lettore e della lettrice e degli altri mille, e delle miriade che sono e non sono e quindi saranno osserverà leggendo.

In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. E dunque cosa c’era prima e cosa dopo, che è la medesima quaestio. Abisso è vuoto et infinito e zero, mare d’atrocità perché la mente intuisce ma non concepisce l’inesistenza. Ma tutto ciò che è pensabile è esistibile e ciò che è intuibile è respiro d’assoluto e del vento, e quindi del volto. È qui la seconda chiave. Per chi ha orecchi. E gli abissi! Mari colmi di tristezza, la tristezza e il pianto che è sospiro di desio. Che è sommo amore. Osservare sé ed essere in sé sufficiente e per questo incompleto. Era l’abisso Pitagora e sovvertito perché vi era il vero e la realtà era terribile in quanto perfezione nell’incompleto e quindi nel dispari poiché se il pari completo è definito, l’incompleto no. Ed in ciò resta traccia, perché nulla esclude ciò che era, essendo ciò in sé stessa. L’abisso la realtà, Dio la verità. L’abisso era il pensiero triste del divino, l’aracnide ostile che non doveva essere ma che essendo sarebbe resta in traccia. E l’altro pensiero era il bello, il buono, kalos kai agathos. Per questo il suo spirito aleggiava sulle acque. Come su ruscello senza abisso, ma l’abisso era il pianto. E allora il verbo arresta. Necessità. Necessità. Amore. Libertà. In giusto ordine. Perché l’Artista sommo crea, crea cioè pone in essere. E qui vi è l’atto creativo divino dettato da una volontà libera che è l’amore. E sia la luce! e con essa le promanazioni di Dio, ovverosia gli angeli. Messaggeri, taumaturgi, misericordiosi, combattenti. Promanazioni delle qualità di Dio, cori sonanti e musicati, canti di giubilo. E c’era la Luna che sono gli angeli strictu sensu, riflesse immagini nell’acqua cristallina ove aleggiava, che sono coloro a noi più vicini perché voti incompiuti, inadempienti, luna venere strabica e nella strabicità ha perfezione. E poi Mercurio ed i combattenti Arcangeli, per fama e gloria, bagliori e fragori che cantano e luccicano, Hermes che è Gabriele, medico Raffaele, generale Michele. Poi Venere che volteggia e canta e sono Principati, sommo gaudio d’immenso. Poi il sapiente Sole, e sono Potestà, spiriti di Saggezza, cantanti e danzanti in triplice corona. E poi Virtù, bellicose, che sono Marte e che sono eroi, danzanti in una croce luminose, le Gemme altere e pure, come essenza di minerali, nelle varie gradazioni. Poi i puri, catari, Dominazioni, in Giove, e dalla purezza la possenza della mistica, che danza e canta colla scrittura, aperta a chiare lettere ed è la parola più sincera, impressa lettera a forma d’aquila. Perché dalla scrittura e con essa combattono per la verità. E ciò che è scritto rimane ed è la Giustizia. Il pianeta possente è possenza d’estasi e l’unica divina Verità che vince la Legge di sabbia e di cristallo. Ancora l’accesso più alto, e che è Saturno-e qui è l’origo del Giardino-, gli spiriti contemplativi che sono Troni. I fattori del mondo, le parti migliori che ungono l’alma e nell’alma si innalzano. E v’è corrispondenza tra Giove e Saturno, tra questi, doppio volto della ascesi, contemplativo ed attivo, e l’azione vivente delle Dominazioni discende dalla purificazione dei Troni. Poi le luci accese in un cielo fulgente che sono i Cherubini, spiriti del trionfo, quelle luci corazzate e limpide, ove corazza è ciò che mostra la potenza infinita di Dio e la sua eterna gloria che mai tramonta. Stelle Fisse! Nulla muta e nulla diviene, eternità della parola. Ed ecco la musica divina, somma genitrice dell’essenza, nove cerchi concentrici che rotano attorno un punto, mobilità statica e non dinamica, flusso etereo ed intramontabile. Quello che la bocca tace è splendore del canto, i Serafini. La luce si fa musica in ondeggiamento dialettico e tripudio intenso, e tutto qui si raccoglie. E poi l’Empireo, la Rosa Mistica, il clamore che diviene grazia e femminea grazia, ciò che oramai non può descriversi, né dipingersi, né musicare. Ed ecco che qui ritorna il concreto. Ecco Dio, che è materia e che è energetico vigore genealogico et energetico flusso creativo. Ed ecco che è la luce, così descritta, quella luce che promana angelica ed è Spirito Santo, doppio vettore, di qualità di Dio e di contatto et etiam voce sua e sussurro del vento, alito ancestrale, pneuma, sollievo sospirante. Ed ecco il cielo che è luce, e che separa dall’incubo degli abissi. Per poi far emergere ciò che ogni altra cosa contiene e che è la terra, ed ogni suo abitante, con le caratteristiche perfette nell’imperfezione, e contenitori del tutto anch’essi, scintille del divino ma serventi. Ecco che Dio che è anche corpo crea il suo corpo di belve, clorofille e terre emerse ed è in esse perché in ognuna sia custodito l’infinito. Ed ecco infine l’uomo, che ha le medesime qualità del divino, a sé somigliante. E plasmato in creazione, non creato per mezzo del tuono candido delle parole come tutto il resto. Plasmato a sua immago e superiore anche agli angeli tutti, lux dei. Con un corpo proprio, con proprio spirito, e con propria anima e tutte derivante dal creatore. L’uomo che Dio ha modellato con le sue mani è suo respiro. E poi la donna ribelle e poi l’altra del suo fianco e la tensione d’assoluto. Lei che in duplice natura è angelo che tutto abbraccia e che a Lui conduce l’uomo. E l’uomo nomoteta come Dio delle creature e delle terre e finanche degli stessi abissi dà con voce e canto suo valore al corpo di Dio creato, nominando dà valore a minerali ed essenti immobili e mobili, nominando dà valore a quei frammenti dell’infinità del divino. La voce di Dio è il canto che crea, la voce umana quella che dà valore e che tutto canta stupendo e che tutto custodisce di ciò che è fatto ed a cui il divino stesso accompagna sulla via per mezzo degli angeli, per guida dello spirito illuminando l’alma umana che risplende e risplendendo illumina a sua volta nella custodia e nel concedere per grazia valore. E se gli spiriti angelici hanno libertà tal libertà è dell’uomo e della donna stessa ma maggiore per loro stessa fattura. E la libertà è ciò che conduce l’uomo a scegliere quale donna seguitare, e se dare o togliere valore alle cose ed agli essenti e quindi a sé medesimo. Se di sé aumentare valore o toglierlo, agli altri togliendolo, se distruggere il giardino scegliendo l’abisso e perdendosi in esso o se rimanere illuminato dal divino spirito ed esso seguire liberamente. Ed anche gli angeli ribelli, un terzo d’essi, scelsero di guardare verso l’altra sponda, ribelli al fattore e precipitati da Esso e dai fedeli nell’incubo suo, nella sua tristezza. E in tale tartarica tristezza incatenati. E dall’abisso a richiamare l’uomo ad essere lontano dalla luce. e dall’abisso ancora a convincerlo che lui è ombra perché la sua ombra vede ma può essere luce, e con tale finzione l’Avversario e i suoi distolgono dalla luce l’uomo, e gli tolgono valore. Invidiosi dell’uomo e della donna conducendoli in perdizione, con l’illusione, in tutte le sue forme. Perché illusoria è ogni essenza di quel terzo malvagio, dal divenire et tempo, alla caducità, alla malattia nelle sue diverse specie ed alla violenza bruta e d’ingegno. Mentre l’uomo fatto è per seguir la donna e tendere a Dio, e la donna per contenerlo e vivere in Dio. L’uomo e la donna sono le virtù di Dio da Dio promanate e tutte in essi contenute, quelle virtù descritte, proprie della luce, degli angeli, e dagli angeli donate all’uomo per il tramite dello spirito.

E l’uomo e la donna danno valore o liberamente possono toglierlo attirati dall’illusione, e l’uomo e la donna custodiscono o possono distruggere attirati dall’illusione ancora, e l’uomo e la donna posso seguitare il vero e veder il reale in sé e non nella sua illusorietà. In duplice via, l’una verso il creatore l’altra verso il creato, ed ambedue per gloria del divino. Timor di Dio per il divino e Pietà per simili creature, e quindi Scienza delle stesse e propria Fortezza, e quindi  Consiglio per i simili illuminati nell’Intelletto dalla terza Donna, Regina di Sapienza, e che conduce l’uomo stesso alla Sapienza. e ciò per la gloria di Dio. Ed anche il diletto pel creato e delle creature e dei simili, tutto è ad essi uguale e tutto tendente in spasmodico Amore, o in meditato stupore. Ed Amore agape che tramite l’eros brama ciò che manca, e seguitando la lingua prescelta e che è la Nostra, quella di chi scrive, della Terra di Saturno, lingua primigenia della italica stirpe. E per dialettica etimologica di genere che sintesi etimologica genera, ogni nome maschile è ciò che cerca ed ogni femminile ciò che è cercato per il raggiungimento d’Equilibrio che è razionale et maschile ed ha per faccia irrazionale e pura l’artistica Armonia femminea. Come ad esempio, et sommo esempio, Amore maschile cerca Bellezza femminile, e via per ogni cosa chi cerca è uomo e chi è cercato donna e tramite la ricerca incontrare Dio, ed ad esso tendere. Tutto per ogni parola, la Scienza lo Scienziato, e l’Arte l’Artista, e via di seguito. E tutto ciò saliscendo la Misteriosa scala del femmineo. Amore, mosso da Desiderio e Sentimento, salisce i gradini, Ricerca, Follia, Verità, Matematica, Scienza, Sofia, Libertà, Perversione, Responsabilità, Timidezza, Poesia, Giustizia, Intelligenza, Apparenza, Felicità, Morte, Bellezza. E al culmine la vetta: Armonia finale.   

Dopo i fatti: salto quantico -1

“Scenderemo nel gorgo, muti”. 2005, ad un anno dai fatti noti. Muta, 2004 e lo sbalzo quantico. Scomparsi in regressione. Si indaga. Scoprire qualcosa per puro caso e per disagio esistenziale, mistero del dire in proporzione austera. Scoprire per caso, è ciò che rompe la causalità nel processo intuitivo, l’uso fatto da Philadelphia ‘43 all’MK 70 e poi al girigiogo estremo del 80-90, e poi a seguitare col 2000 da novembre a marzo del successivo anno da JT. Li analizzeremo ma bisogna partire dal negativo speculare. Diremo quasi sia avvenuto prima del 1936. Gran trambusto nella perdita definitiva della linearità giudaico-cristiana che era tomisticamente un orientamento per descrivere il reale, viziato, viziato dalla caducità. Ma essa comunque andava descritta, per farsene, come dire, una idea. Ma i tempi sono maturi. Le date confuse. Verrà poi il 2013. Ma dopo, cioè anzi la venuta dell’oblio ditirambico. Per dipanare il dedalico suono voi seguite la numerazione. Cerchiamo di dare ordine, intuitivo ovviamente. L’intuizione è ciò che precede la verifica e poi tutto si immerge nel calderone deduttivo. Ma andiamo per gradi, ripeto. 13 ottobre.

Le indagini affidate a MS, passato più di un anno e nulla di fatto. Il silenzio domina per evitare interferenze e c’è quel mistero del ’98  della comparsa dal nulla e della subitanea disapparizione, persi nei meandri dopo essere sedati. Quasi sembra si tenti, nonostante il silenzio e la discrezione, di deviare, distogliere, affidare ad altri. Ed MS lo sa ed oggi non cerca direttamente loro seguendo piste che gli sono congeniali, linee investigative tradizionali. Sa che c’è del mistero. Scavando nella vita. Nulla di concreto i due. Poca roba. Ripercorrendo a ritroso non c’è storia eufemica. Nulla di nulla. La cartella, la cartella del ’98. Sa che lì è la chiave. Lo percepisce come incauto elemento essenziale. Ma parliamoci in maniera chiara, limpida, dolce e cristallina. Il caso non è più suo. Solo primo intervento. Nel giro di un mese gli è stato tolto. Da chi? E soprattutto, perché? Agisce in proprio, quasi ossessionato. Una cartella con due righe ricuperata in gennaio, a seguire due fogli stracciati. Purtuttavia l’ossessione continua, continua perché nel suo ufficio è pervenuta quella misteriosa ed a tratti infantile poesia dal sapore di filastrocca e cantilena. Mitomane? O è lì la chiave. 18 di luglio. Busta gialla. Ad MS.

“La chiave è il motociclista.

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Colto sul fatto

da solo fritto.

 

Colto sul fatto il nostro amico

cadde pensando a ciò che dico

e se sul fatto non c’era niente

comunque lui avrebbe taciuto.

 

Era un ragazzo timido commissario,

lo giuro.

 

La polizia chiuse i battenti

ma scovò nell’aria altri incidenti

 

ergo riprese i battenti,

scavò nell’aia e trovò i suoi denti.

 

Il commissario più adirato di prima

prese i ragazzi per uno spalla,

tra un caffè e una sigaretta

passò nottate senza vendetta.

 

La povera Lucy fu poi interrogata,

fu poi chiamata

in quella stanza tanto,

 

troppo buia.

 

“Cara

cos’è successo? cos’è stato?

sono tanto adirato”.

 

Erano intanto le quattro di notte

e il commissario con disincanto

scriveva tanto e leggeva poco

non c’era nulla nella sua casacca nera

tanto la verità la sapeva già dalla scorsa sera.

 

La povera Lucy, la cara amica

era stata chiusa in cantina,

torturata il giorno appresso

e il commissario giocò il suo asso:

 

fatta la sera, fatta la notte

venne l’alba un’altra volta

e il commissario restò a guardare

cosa c’era nello scaffale.”

Banale e quasi deandreiana, deandreiesca,  c’è assonanza con Bocca di Rosa. La stanza del monolocale di MS è tappezzata di ritagli di giornale e fa bella mostra questa cantilena. Ci deve essere qualcosa che sfugge. Scindere elementi, cogliere eguaglianze, secernere congruenze. Lucy? Motociclista? Cantina? Ed analizzare la cantilena. Ogni parola deve avere un senso. È come fosse un messaggio cifrato, ne è sicuro. Lo compara con la canzone. Ne studia i personaggi, le situazioni. Scaffale? Cantina? Cellardoor! Tolkien. Scaffale-fascicolo. Fascicolo manchevole, cioè cosa manca nel fascicolo, la parte stracciata della cartella. Motociclista? Andantino e distrazione, fumo negli occhi, estraneo, chi si occupa del caso togliendoglielo ed occultando. Commissario, è lui, MS. Lucy-Notte-Sera-Alba. Lucy-Marinella-Muta quindi. “Ragazzo Timido”-compagno di Muta scomparso. Riprendiamo Sera-Notte-Alba, connessione con le stelle e col fiume. Dal fiume alla stella. Piegatura dell’estrella. Adirato, per il mistero? Incidenti nell’Aria- il volo nel fiume? L’Aia il Giardino-quale?- Denti-Tasti del Piano. Tortura-Disagio Esistenziale, ovvero paturnia del sé. L’Asso- il Gioco. Prese i Ragazzi per Una Spalla-una sola? Quindi Spalla sta per colui che è accanto, nel significato teatrale. Opera, messa in scena. Chiuse e Riaprì i Battenti-quindi indagine in proprio. Ma c’è qualcosa che manca! Ma c’è qualcosa che manca? Lucy-Muta, colei che dà la Luce-la luce plasmata dal fango. La Creazione, creazione che si sposa con messa in scena. Quattro di Notte-ora della scomparsa. Sommatoria delle due e delle tre di notte meno uno, che è il fattore manchevole. L’alba viene nuovamente. Quindi si scopre il mistero. Sera-Notte-Alba, Alba che nuovamente viene, cioè che è già venuta e che dunque è il punto di inizio. Manca l’Aurora. Dall’alba si comincia, ma la verità si sa già nella Sera. Cosa avvenne la Sera. Cosa c’entra l’Aurora. Aurora prima luce del mattino. Venere. Aura anche? Amico-Ragazzo Timido. Mmh. Che Comunque Avrebbe Taciuto. Avrebbe Taciuto, cioè sarebbe congiunto con Muta. Interrogare la luce per trovare il fango, cioè Muta, fare domande a Lucy. Scriveva Tanto Leggeva Poco-i fogli stracciati e le deposizioni. Colto sul Fatto-Fritto-Aurora (che manca). Tempo!!! Fatta la Sera, Fatta la Notte Venne L’Alba un’Altra Volta. Si inizia all’Alba e si finisce all’Alba e manca l’Aurora. L’Aura, Eos, Eos+Selene, e la composizione, rime baciate. Ryma, la ragazza suicida. Kymery l’Aurora, Chimera a cavallo, la Chimera è il sogno, l’utopia ma anche l’essere mitologico, testa di leone,  corpo di capra, coda di drago e vomitante fiamme. L’Aurora è la fiamma, ovverossia la luce. Due suicidi. E due scomparse. E siamo alle quattro di notte, di nuovo. Il tempo, il tempo. ma rimescolato a caso. Chimera, cioè capra, e cioè luce, legata a Lucy, e abitante la Licia, terra di luce. Di nuovo luce. la verità la sa –la so- dalla sera ma all’alba che nuovamente viene resta –resto- a guardare nello scaffale ciò che manca e lo trova –trovo-, pur se manca. I fogli stracciati. Ed uno i Denti nell’Aia, ovverossia le stelle nel giardino. Ancora l’Aurora e Venere. Sa –so- la verità prima di saperla. Il Tempo invertito. E manca ancora qualcosa. Cellardoor, l’ingresso magnifico-più bella parola della lingua inglese- l’ingresso negli inferi, Virgilio e la Chimera, Vitriol, Capra, et in arcadia ego! L’ingresso agli inferi! Ma Kymery chi era. Come persona dico. Tossica. La droga, Colto sul Fatto-da Solo Fritto. Il cervello fritto, fatto, che vuol dire anche drogato. Fatta la Sera-Fatta la notte. Ovverossia drogata sino all’alba. E nello scaffale cosa manca? Ecco Tempo-Droga-Luce-Fango. Ed il Fiume. E le parole in Rima. Manca la deposizione. Motociclista. Come trovare il motociclista, che è la chiave. E c’entra con la droga, col tempo o con entrambi? Giocare l’Asso, il suo –mio- Asso. Messa in scena, una messa in scena. Un gioco. Giocare l’asso, avere l’asso nella manica. Giocare il suo –mio- asso. Cioè barare. Barare per trovare il motociclista. Lui –Io- la Verità la so Già Dalla Sera. Non c’è Nulla nella Casacca Nera. L’asso nella manica manca. Quindi barare per svelare la messa in scena. E qual è la messa in scena? Ciò che si nasconde. Che non c’è. Un Re Senza Corona e Senza Scorta. Manca il riferimento, eccolo, manca il riferimento tra cantilena e canzone, quindi è questo. Il Re, la carta. Il Re è l’asso nella manica. Senza corona e senza scorta. Ecco, ecco. Collegamento con Muta. Presenza. Quando? La luce, l’alba, il millennio. 2000. 2000 è il Re che fa la comparsa, se sera è ’98 e notte ’99. Il Re-motociclista che era già-già sapeva la sera cioè il ’98- fa comparsa all’alba del millennio -2000-. Alba che torna di nuovo, circolo ritornante. Il motociclista fa la sua comparsa nel 2000 con Muta. Ecco dove cercare!

Conformazione

Tremo innanzi alla ricchezza,

ho terrore del potere

 

mi sento un umile artigiano

delle parole,

un bambino che stride e piange

lacrime d’assenzio

nel suo silenzio smorto

    

De substantia corpore, anima et spiritu: immago dei, visibilia et invisibilia  

Se nel vuoto del mio silenzio sospira una viola in tumulto è l’universo. Candida speme! Nell’introito che dialettico si impone quando in principio era, ed è tuttora, il Logos, il Verbo detto e creativo, e noi dicenti a sua immago. Scossa ancestrale fu l’uomo nella sua essenza che è substantia, nella sua forma corporale, nella sua emanazione in dire e fare, poeta e artista. Cenere è ciò che ritorna, ingraziato dal femmineo ed è sommo amore quel che resta ed è ombra ciò che vivifica la luce e nell’occultamento la esalta. Ombra fallace ed illusoria se la si seguisce come reale, parte del mistero se la si vede come dono. Immenso dono di Dio. Gli angeli non hanno forma ma sostanza e quindi non hanno ombra. E l’ombra è ciò che il nostro corpo imprime nel ricordarci che non siamo solo luce, non semplici emanazioni ma completi in riscossa. L’ombra ci rimanda alla nostra completezza, è una parte che ci ricorda d’esser corporali e ricordando ci fa risplendenti e risplendenti illuminanti. Ma se come ciechi, stolti, guardiamo ad essa e la ergiamo ad una realtà possibile, dimentichi diveniamo di tutto il resto che non è corpo. E così del corpo facciamo idolo, e tutto il restante è miscuglio organico, miscuglio meschino che ingloba in sé alma e spirito. Il corpo ci ricorda che conserviamo in noi l’essenza, una, l’immortalità. Ma se noi stolti ancora studiamo l’orma e dall’orma ergiamo templi al corpo e svuotiamo la scienza dicendola empirica et positivista e svuotiamo la teologia filosofica dicendola filoprotestante et illuminista diamo luce al corpo nostro e non al resto. Il corpo, il corpo! E se l’ombra è un rimando all’etereo eterno Massimo Fattore ed alla nostra stessa essenza, da ciò svuotata di noi non resta che il segno impresso. Come fugacità l’ombra scompare e disappare per fattura della luce, di tal guisa l’orma è divorata dall’acqua e se ne cancella il ricordo. Più alta orma stampar? L’orma è il nostro peso e se il peso è corporale di noi non rimarrà che la mediocre esaltazione di sé, l’etalagia del corpo. Se invece come per l’ombra riempiamo d’alma il corpo, l’orma nostra è quella spirituale, e spirito resta perché da spirito ben più alto è mosso, quello spirito dolce colomba d’umiltà e promanazione di sapienza e carità che irradiando l’anima ci rende fulgidi e radiosi a nostra volta.

E dal corpo si cominciò. Sommo Artista Creatore Facente prese il fango per modellar l’umana stirpe, Egli essendo sommo in umiltà la sua creatura volle fosse umilmente somma, dono lezioso, amorevole et accorato. Modellare il corpo ad immago del corpo suo, et del mondo et dell’universo intero. E il mondo è terra e terra è fango quando inumidita dall’acque, e così in prima mistura già fece preparandosi all’opra e l’acqua e terra et epidermide dunque la seconda et acqua abisso tenue, perché nell’homo restasse l’orma delle sue lacrime che, ad acqua così ad essa intrisa, nel profondo come linfa e come sangue che tutto move e scuote, restasse nella sua creatura la stessa Sua nostalgia d’assoluto, lo stesso baratro d’abisso, impresso nel sangue. E terra, l’epidermide, vello dorato per il suo lavoro, per il fatto in potenza. La terra che madre è profonda e che donna è profonda e che come l’uomo ricopre col mantello la ragazza per difenderla alla stessa maniera e nella stessa inclinazione coprì dal freddo con pelame rado e biondiccio, e come donna in sé coperta il fattore fece intarsio a tale pelle umana abbellendola in magnificenza. E fu madore per secernere l’umido in eccesso e così le due sfere oculari da cui sgorga rimpianto e rimorso, e tristezza per l’abisso. E sangue è abisso perché, come per orma ed ombra, l’uomo libero scegliesse di suo la sua strada e la sua felicità, l’uomo libero scegliesse amore per esser tutto libero. Ma se la scelta fu diversa, maledetto il fango tornò alla polvere e fu cenere, ed in ciò tornò per spegnere superbia. E per spegnere superbia, di cui terribile è superbia violenta anche detta sanguigna, imparasse il dolore e la fatica. Ma quel sangue d’abisso, che resta oggi e resterà sin la parusia, fu in seguito lavato dal Fattore stesso che si fece, mistero d’amore grandioso, fattura. E sangue del Fattor-fattura ogni colpa lavò tranne la scelta ed insegnò dolore e redenzione, ed insegnò amore edenico per creatura e creato e quindi per Dio, et acqua del Battista e sangue del Cristo tutto lavarono quando disceso negli inferi all’homo insegnò d’essere ancor più a Dio vicino. Ma l’immensità d’amore dell’Amante che si fece amato a che l’amato l’amasse e amasse ciò da cui egli proviene fu a tal punto grande che in sé definizione d’amore non mutò, perché in amor non v’è comando ma erotica pulsione, libera scelta. E quelle tracce d’abisso lavate furon restando la possibilità all’uomo di scegliere ancora l’Avversario ed il suo terzo, come avvinti dall’ombra et illusi. Ma in quel sangue et in quel corpo immolato grande via fu indicata ed immenso mutamento a che se Dio prima parlava faccia a faccia per tramite degli angeli suoi, quel tempo parlò in sé e per sé di sé, e tragos fu lui stesso. Mirate la cacciata edenica come l’amante deluso pel tradimento dell’amato. Deluso e subito riappreso che comunica per profeti e per re, e per i primi spesso inascoltato, che grande scossa d’acqua diede dalla terra di Saturno, che irato d’amore pel tradimento scegliesse homo per homo et donna per donna una guida, ora profeta ora re che a sé l’umana stirpe riportasse, a sé, alla terra et all’universo tutto. E fe’ castighi anche di foco. E le guide mai ascoltate anche se in trono, e la Giustizia della sua bocca ignorata. E allora guida più grande mandò, che non è angelo né altra schiera, che non è homo sovrano et legislatore et giudice per compier sua azione, che non è homo profeta per parlar direttamente, ma egli stesso si fece homo. L’amore per l’amato è farsi egli stesso amato, e qui è la sua libertà. Oh maraviglia! Quale essente animato, clorofillico o minerale o istrumento tanto fu amato da sposarsi in sé. Quale fu tanto amato da essere raggiunto non più a parole né a fatti ma in sua stessa specie! Come chi ama e abbraccia la sua ragazza e nell’abbraccio è lei, o chi la sogna, o chi divide nello stesso piatto dolci e vivande, quale essere fu tanto amato da assaggiar l’ambrosia e bere il nettare nello stesso piatto dell’Uno eterno!  

Fatto che fu l’impasto occorreva il sostegno, e le travi di Agarttha furon prese et le rocce possenti della terra emersa a che fossero tessuto connettivo di quel fango e lo reggessero nel peregrinar, e dure fossero le ginocchia a che inchinato e genuflesso desse lode e lodando con preghiera e canto, e preghiera e canto ben più gradito dell’angelico perché fatto su dura pietra impressa di cui le luci di Dio da sole non son sprovviste. L’ ossa umane sono l’ascesi dell’uomo, il contempalar il divino. Chini a gran voce e suono. E retti in piedi con le azioni che in libertà posson essere simili a quelle del Creatore. Ed in principio l’homo a sé bastevole perché anche donna fatta di tal guisa e che è Lilith, ma donna ingannevole e senza merito e senza colpa, avvinghiata dall’Avversario voleva esser Dio ed esser homo et anche angelo, e punita non esser né l’un, nell’altro, né promanazione. Ed avvinta dall’avversario e respinta dal creatore, da ambedue ripudiata ed ancor oggi a vagar perché in Superbia volendo tutto perse la progenie, che ora insidia come dragone con la Vergine. E quindi dopo i fatti l’Infinito amore diede compagna dall’osso stesso, perché sia solida essenza, roccia che a Dio conduce l’homo, dal fianco perché come costola protegge il cor che è foco e dunque, come detto, accanto all’homo lo guida verso Amor mai spento, solidissimo ponte; salda in fede contro le serpi, colma di grazia, ad imitatio dell’umana madre di Dio. Ovverossia Sapienza e Regina e Amore, donna aggraziata che non si farà avvinghiare né sedurre dall’Avversario ma lo pone sotto i suoi piè e perciò stesso scelta come madre del Creator-fattura e Madre potente, ed Avvocata della progenie umana perché umana, e dispensatrice di Saggezza. E dopo l’ossa fece un cuore prendendo foco dalla terra, e quel foco fu donato ed è motor d’amore che sussulta e regola l’eterno e che legifera come roveto, sempre mosso da amor che guida il giusto. Ah l’Avversario, che angelo senza foco né potestà d’imperio trasse in inganno l’uomo col nettare del fico, col pomo di discordia e disse, doppio nell’intenzione, tu donna e tu uomo mangiate il frutto in conoscenza, ed inventò Prometeo e disse che lui era tale, che rubato aveva il foco per l’homo e per la donna. Ma quel foco del pomo era già della fattura splendida e lui in invidia lo disse perché quel foco uman bramava. E diede seducendo pomo di conoscenza per condurre l’uomo all’idolo dell’ombra e non più il palpitare cordico scandì l’eterno ma la caduchezza spoglia del divenire, la caducità del mondo, il divenire che ci ingrigisce e ci distrugge. E logora il corpo! Quel corpo che però come immolato il sangue da Fattor-fattura diviene eterno e in ciò resta, nel mistero dell’union col sangue stesso e per l’eterna vita ci custodisce. Poi i nervi e tutte le diramazioni che sono contenenti dell’ispirito nostro e che ne son sorgente e moto, elettrochimica che modulando tutto dirige. E dal vento che dirada il foco li prese Iddio, perché non son liquame ma vapore diramato e sorgente ed in elettromagnetismo consenton comunicazione. Per bocca presa da costiere e tutta di stelle bianche trapunta, stelle bianche denti e infinite di sabbia sgorgano da lingua battente percussione, da corda vocale tesa come lira, e da soffio lieve il fiato e magica orchestra è la parola umana nomoteta, valente, valorosa e dispensatrice di grazia, di suono e canto e di preghiera che è somma delle prime, quando accordata, se non in dissonanza avversaria che produce maldicenza ed ingordigia. A guisa delle mani che come quelle del creatore plasmano e creano opere in magnificenza e strumenti et utensili. E le mani prese dalle selve, dalle savane e dai boschi, dalle giungle e dalle foreste e dalle belve ivi abitanti, a che dipingessero mistero, a che raccogliessero frutti e cibarie preparassero, a che lavorassero, a che scrivessero lodi infinite al creato ed al creatore. E gli occhi umidità, luce degli angeli emissari di gioia e di lacrime nostalgiche dal firmamento. E le orecchie che ascoltando imparassero, come guardando e come toccando e dicendo, ma più in profondo perché in alma umana risuonasse la voce divina. Ed esse infatti presi dagli echi tra le rocce, e nell’ascolto rendono roccia l’uomo. Il pneuma infine, soffio vitale che dà forma alla scultura, preso dall’empireo e dall’etere dunque a che lo spirito promanasse, dai sensi descritti e dalle parti corporali e a questi trascendesse, come sospiro che trascende ogni essenza corporale. E qui è l’anima, nell’etereismo dell’homo, il dolce ricettore, nell’organo che ascolta gli odori e che respira e che tutto del corpo santifica e quindi santificando nel corpo gli elementi e della terra e del creato, e quindi del creatore. E tale etere è completo, e tale è l’alma, sorgente d’infinito che se nell’homo e nella donna è in ogni frammento, frammentata è nelle belve e clorofille. E l’alma è vera e potenza ad un tempo, così che investe lo spirito e lo esalta e lo pone in atto a che attraverso il retante sia manifesto, nel respiro dà refrigerio ai nervi, assioni e sinapsi,  d’ossigeno ricolma il sangue e infiamma il core. 

18 novembre 79   

Due giorni nelle caverne! A fiotti e stracci accampati trentotto tra uomini e donne, queste dodici e in più i bambini, pochi e non contati. Alcuni morti pel freddo, gli uomini. Quel giorno si diressero non verso la spiaggia ma per i cunicoli che avrebbero dovuto condurre alle tenebre, al di sotto di ciò che è o che agli uomini è velato, ove Orfeo non riuscì a salvar la sua Euridice ed ove Persefone ha in quei giorni freddi appena varcato il guado d’Acheronte. E la flora non è mai come in questi giorni di fuori. Castigo divino del caro e lieto monte gentile. Quel cunicolo aperto nella villa del primo Imperatore, quel mistero che tanta ala diede a Virgilio e tanta fama, e che lo stesso trovò cercando altro e fece edificare. Alla ricerca del pozzo della Sibilla che egli situò ove i flutti-ah ricordo di fiamme del 13 e dei terremoti, della sabbia, dei pulviscoli, di ciò che rode e distrugge, e poi il frastuono al di fuori, e chissà il resto, chissà se è finita, da ieri alcun romore, ma esisterà ancora il mondo?- dicevo, dove i flutti bagnano il Flegreo e dove Averno è collocato tra gli uccelli malvagi e il mefitico Stige. E quel Virgilio seppe che ingresso altro era e più glorioso, da foce del Sebeto che irradia con scolo grazioso il Castro di Lucullo che sin quasi al Flegreo stesso si estende ed ove conservate sono le opere scampante all’incendio falso di Alessandria et altre ancora, raccolte dal centurione cesareo prima che i sudditi di Cleopatra vi irruessero per salvar a loro volta gli altri, riuscendoci. Quel centurione assoldato e ritrovato in terra egizia senz’armatura e come profugo, coperto di stracci verdi e decorazioni inusuali, inattuali gli scippi e delle stelle che chiamava gradi ed armato di bastoni tonanti, che a raffica o in singolo frastuono rombavano alla guisa del gentile monte. Assoldato e promosso da Cesare in persona a ricuperar i volumi e rotoli e poi a bruciare le stanze vote del Museo. Certo non riuscì a trafugar tutto, ma quello che gli serviva. Ma quando un dì disapparve così come era sorto, dal deserto, lasciò tra le dune il semovente che egli con guizzo di mano movea senza alcun traino di belva o umano. E di lì i volumi furon trasferiti al Castro e conservati assieme a mappe strane del centurione e a trascrizioni incomprensibili e barbariche in caratteri latini. E tanto ivi lesse il poeta accolto da Mecenate che soggiornò in Città Nuova con fama di mago e nei territori agricoli vagava come un matto per ritrovar quel varco che credeva accanto alla villa ottavia e che l’imperatore tanto finanziò e tanto dispese di propria tasca e fantasia e desio a che fosse trovata la vera origo, che scrisse in terra troiana ove decise di dipartire senza trovare e prima di salpare dalle terre brindisine morì ripensando e morendo chiese di esser sepolto nel Giardino del Mondo dopo averne dato istruzione ma frainteso fu ubicato in loco altro. Costui nel cercar l’origo della gente di Roma aveva trovato ben altro, l’origo dell’homo in quel Giardino, di cui le indicazioni sono sperse ma che in tre fiumi si dipana in uno sorgendo zampillante. E subito morente disse dell’errore, e di modificar il testo che narrava le gesta del figlio d’Anchise e d’Afrodite, e disperato per fatica volle bruciare ma fu frenato e all’imperator ciò restò, più il mistero. Ma quelle genti nelle grotte sapevano del mago folle ed autorevole per conto degli avi e s’addentrarono a cento spanne dalla sorgente sebetica nella villa imperiale e lì trovaron rifugio dai lapilli.

Ed il 18 più in dentro giunsero temendo, sempre per racconto degli avi, di giungere all’Averno e allo Stige nubiloso, o peggio in bocca ad Ade direttamente, ma temendo nasceva la speranza elisa di quel giardino dimenticato e fu la luce che più li smosse verso oriente e poi a sud e di nuovo ad oriente, ai bordi della cascata. E lì videro come pioggia riflessa al sole la cascata d’Eolo e la luce tenue più dispersa ma più lucida ed un’uscita de’ tre fiumi incrociati in uno et il giardino che sembrava immenso e che era intatto al fracasso e che era il mondo nuovo e che fece ben presto dimenticar la ruina, l’ala palustre, l’acquitrino. Come in bolle sorgiva era la cascata e come tra l’oppio i sensi loro più scoscesi nel salire e salendo maggiormente ancora inebriati. Se quello era mondo il monte gentile aveva donato, per grazia del Padre divino, loro novo loco, se ancora viventi eran -come sentivan percependo sé, la pelle propria e l’altrui, ed asciugando lacrime di gioia- e non nei campi Elisi.

Quel campo era ai più ignoti e palustre detto così come ubicato nelle cartine ma la paludosa sfoglia che l’avvolgeva e che i legionari sapevan accanto a campi abbandonati ed altri con poca cultura, serbava un loco estasiante e corazzato da cherubini in sembianze d’uomo e luccicanti e gloriosi, e vino a flutti, e tenerezza e gaudio, e perduta Arcadia come si dirà un giorno e ricercata poi dal Petrarca e da Dante posta a vetta di monte purgante, ed a ragione. E come Thirassia cacciatrice mostrò al viaggiatore stanco secoli appresso la via che nel racconto è descritta ed in visione nel quinto passo che riporto,

“uno specchio fluente d’acqua, sgorgava triplice da una comune sorgente e finiva su un corso maggiore di tre affluenti che erano il core e ragione che pacata e quasi lacustre ondeggiava a mo’ di docile ma possente chiarore solare in sé riflesso. Il sole coi sue raggi, tutto nell’immagine di quell’acqua sembrava dominabile, la paura smorzava ed era freno alle passioni, ma un freno che non si percepiva, che esulava pensieri folli senza che me ne accorgessi, li rimuoveva e sembrava quasi non ci fossero. Più imponente l’istinto, travolgeva ogni cosa, contornato di dieci costellazioni e una stella maestra che lasciava incompleto il pensiero. Ma il godimento era immanente. Si assaporava l’impeto e la paura assumeva una forma manifesta. L’abisso. L’insondabile. Gusto gotico e tetro, acque fosche, nubilose, sembrava fossi di nuovo smarrito. Finché non sopraggiunse la graziosa sintesi, il terzo corso, pacato e ardente ad un tempo, dal riflesso selenico, in penombra da un colle scendeva lieto. Cos’era? Un che di strano e piacevole, una scintilla sapiente e sensibile. Indefinibile, inenarrabile. Piansi immaginando le sue lacrime. Liberazione fluida, singhiozzo tra giulivo e triste. Luccichio improvviso. Come una bestiola che trascinava la terra sotto i suoi piedi e rifletteva l’Uno e il molteplice. Silenzio rotto da tale scuotimento interiore, frastuono non udibile, interno. Caddi quasi morto e dovetti porre le mani alle tempie per far cessare questo suono che pareva diabolico. Clessidra contenente liquido. Lì dinanzi a me lo sgomitolare da matti, lo sgusciare del tempo. E lei si manifestò per la prima volta così, ne ero certo, ne sono certo. Lei era il tempo. Rinchiusa in quel contenitore opaco di vetro era prigioniera, e rendeva noi servi. Una prigioniera che sottometteva. Fino a quando non si ruppe il cristallo contenente. E sprigionò potenza somma. Tutti i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni mi investirono. Era quello il terzo corso d’acqua. Il tempo, così chiamato, così definibile se lo abbiamo a portata di mano, rinchiuso in un involucro, di modo che ci sia parvenza di dominio. Ma a tenerlo in ostaggio, in realtà, è lui che ci domina. E lei dunque doveva essere liberata, e lo fu. La mia mente atemporale anzi oltre il tempo, era tempo e allo stesso momento lo trascendeva. Moneta a doppia faccia. Voce bassa. Sembrava dirmi alza gli occhi e guarda, assapora questo suono che diviene quasi un respiro. Io subito volsi gli occhi ed ebbi una sensazione inaudita, vidi il tutto e il nulla senza essere visto da alcuno e senza vedere alcuna cosa. Scorsi la dimensione di un punto, l’immagine dell’aria, la misura di una linea infinita. Dialogavano gli eraclitei opposti. Non era l’uno mutamento dell’altro, era l’uno l’altro se presente, e l’altro l’uno se questo assente, ma l’assenza richiede astrazione o per lo meno intuizione di una eventuale presenza, e la presenza lascia immaginare l’importanza di sé ponendo la mente ad una eventuale perdita di essa e quindi ad una assenza. E se non esistesse assenza? Sarebbe solo una manifestazione questa della presenza? Una presenza che non ha il mezzo adatto a manifestarsi potrebbe divenire assenza. E quindi il bene è in ogni dove, ma si presenta solo se ha un mezzo per manifestarsi, altrimenti è assente e dunque è male. Sottile si spezzò il cristallo dunque. Ed io chi ero? Nella manifestazione contemplativa era davvero frutto di illuminazione divina ciò che pensavo, o che provenienza aveva? Un pensiero strisciante si insinuò. Se fosse tutto opera del maligno? La mia missione, tutto, ogni cosa che da quando ero partito vedevo. Il senno era andato perso? Era nelle mani negli inferi? L’eresia. Ma no, non poteva essere, avevo dinanzi a me un’inaudita bellezza e non può la bellezza distogliere dalla verità. L’apparenza candida è frutto del pensiero immacolato. Nel mio vaneggio stavo avvicinandomi, dovevo accantonare le ultime remore e avvicinarmi. Ma come contenere l’acqua? Scompare tra le mani, ciclica va via ma tornerà. Così la sua immagine scomparve. Così la sua immagine, ne ero certo, si sarebbe presto manifestata di nuovo.”  

Lì era l’origo dell’umana specie, l’inaccessibile Giardino del Mondo. E così, quasi come avvinti dalla felicità ma trattenuti dal riverenziale timore vollero accedere ma erano frenati come ad insudiciar di fango quella terra che poi del fango di lì attorno lor stessi erano fatti, ma non sapevano o sapendolo lo avevano dimenticato. E il piede primo di SAF volle varcare, e il fece e fu quel giorno che loco aperto fu et accessibile. E i quattro corazzati che eran due ma umano senso inganna fecer uscir trentadue più i bambini e la cascata si dischiuse da spada angelica custodita e mai, si disse, fu più aperta, se non di rado in percezione, come successe al viandante di Federico imperatore per mano di Thirassia -ed abbiam riportato il passo- e come accadde talora altre volte ancora, in limite d’assoluto a qualcuno, et come accadde a Muta ed al suo compagno nel 2004 in confusione e in altri casi ed in altri lochi contemplanti di Selendichter e come accade in dormiveglia intuendo l’infinito, o in improvviso innamoramento tutti scossi e statici. La cascata fu richiusa e roccia divenne ed imprigionato tempo e terra di Saturno. Cristallo restava ed è memoria, lucentezza ed è fantasia.    

Il motociclista braccato: Summa Malorum ovvero narrazione salto quantico radical2 et in progressio numeris

  1. In viuzze frastagliate e scarne della zona pomilia MS non sì dà pace eppure è da tempo vicino all’obiettivo, scovare il nemico, il motociclista. Sa il punto esatto: “al di là dei due ponti e dietro l’architrave del sonno di un domani che non fu”. Questo il biglietto del 4 settembre 2010. Tassello dopo tassello ricostruisce, ripensa e rimodula, come lo scrivente nel narrarvi questi fatti, qui ancora da dietro le barricate, per narrarvi il simbolo che udite e che vedete e che in clamore cercate ed è questo nella mente sua, mia, nostra, lettori e lettrici. Cos’è la vita se non la lotta contro il male, quale altro scopo l’uomo ha. Respinge il male ma ne resta avvinghiato perché affascinato da quella sua ombra che rende il corpo un idolo. E non va al di là, non squarcia il velo. Il fenomeno innalza ed il noumeno elude o lo pone in sfera diversissima ed eventuale, non dimostrabile e quindi non conoscibile. Non ne scorge l’utilità del secondo e si perde nelle brame del primo, ignora che l’uno è manifestazione dell’altro e che l’altro è respiro del vento, ed il primo tepore mattutino. Quel dì fu tutto in cristallo et luminescenza-e le ricorrenti parti di noi medesimi-. E bracca il male per noi MS ed abbiate orecchi, ogni personaggio ed ogni contemplatio di Selendichter e degli otto e di Mabus e dei quattordici, come di Muta e di Thirassia, come dell’Anno Scolastico, è nostra battaglia e nostra fascinazione. Ed è ricerca della Verità. Come gli Unicum di Tacita Amata o Berecyntia, o Alma Incantatrice. E così gli inediti tutti Percependo l’Ardente Spirito Incendiario, d’Amore Servitude è Libertà, Tra Vero et Irreale Sciocco e Naturale, ed Arsi Vivi et ogni forma, ed anche il Romanzo A. che ebbe inizio e mai fine, e poi fu silenzio. Questa fine, e la luce entrò tiepida, questo inizio. Ed anche i medesimi di questo, scrivendo e tacendo ad un punto per tentare spiegazioni, ogni cosa ed ogni parola, assieme a trame e personaggi et intrecci et contemplazioni che dicevo sono frammento dell’umano, un frammento imperfetto e costantemente in bilico. Ma in noi è vera perfezione, Venere strabica, in noi è frammento d’assoluto ma ferini cadiamo, cadiamo e fraintendiamo, cercando la luce ed adorando l’ombra ci dimentichiamo, dimentichiamo noi stessi ed il Sommo Fattore e volgiamo lo sguardo di là, per poi rivoltarlo in questo balenare di lettere e parole e fraseggi e rime. E le altre poesie e scritti che taccio e sono sparsi. Ma tutto è invocazione del divino e qui è il vero, tutto è lotta contro quel terzo che è ribelle e glorioso, che è superbo e lussurioso ed avido e meschino, e preda del vizio e dello scempio e della violenza bruta e dell’inganno fatto con l’ingegno. Quel terzo vanaglorioso su tutto e di tutto bramoso lo conserviamo ed è nostro abisso, ed il nostro abisso è la malinconia di Dio, come dicemmo. Et i due terzi sono in noi completezza perché dipana il vero nell’intero e lo spirito aleggia sulle acque e dunque in superfice perché l’abisso, sin dall’inizio, ci è indicato come rimpianto e la vera apparenza è l’acqua bassa. Le nostre illusorie gioie, la nostra Etalage, sono lacrime di pentimento e pentimento che promana dalla nostra incapienza, dal nostro poco sapere perché poco si ama. Ed i due terzi sono il nostro infinito, il nostro assoluto ed il nostro intero. E se quel terzo non possiamo eliminarlo da noi che resti come resta nel Fattore, malinconia d’abisso. E non prevalga la parte minore prima che si spalanchi la maggiore aurea che è luminescenza e materia e che anzi contenga nell’intero come percorso l’ascesi ed il lasciare alle spalle non è, perché manchevole è il lineare ma saper scegliere l’intero è nostra grazia e nostra libertà. Se libertà prevale è tutta d’amore, se la usiamo per volgiarci indietro è arbitrio e dissolutezza. Lo spirito aleggia e noi consci che vetrinetta lacrimosa è l’abisso, colmi di gioia seguitiamo questo spirito che ricolma d’energia lucente e musicata l’alma nostra e ci ingrazia e ci adorna per la gloria del divino. Seguitiamolo e lasciamoci trasportar su navicella pel mare perché è sereno e calmo nella mitezza nostra e nell’umiltà, radice di ogni sapienza, e nella carità, radice d’ogni azione e nella fede che si palesa evidente e sgorga mentre noi guardiamo specchi ed ombre e ci scorgiamo capovolti o incatenati a caverne, prigionieri di noi stessi. E nostra fede è questa, che l’intero è Dio che vuolci partecipi di Sé medesimo. Ah fede grandiosa! Guidati dalla speme che è prima ancora che tutto dissipasse e disincagliasse come Pandora, Antartide, e Atlantide e Terre leggendarie sprofondate per quel tale Avversario e quel terzo seguitante. Ma in noi è speme che resta, e dalle rovine, come dodicimila anni orsono quando cataclismico Marsili il tutto dissipò. E tutto in caduchezza, e tutto arso o annegato. Ma non la speme da cui risorge fiore al tramonto pel mattino che verrà. Noi cadiamo nel terzo e tutto perdiamo come terre sprofondate perché manchevoli non vediamo l’intero ed i due terzi seppur di gioia ci colmano ci sono insufficienti e per cercar l’intero e completarci volciamci ancora indietro e seguitiamo il terzo, che non è se non illusorio. E tutto perdiamo! E tutto perdiamo. Ma la speme ci fa ricostruire ciò che perdemmo. Capiremo un giorno tutto ciò che siamo, intero noi e l’universo, il cosmo, il mondo, creature e minerali et istrumenti et elementi compositivi, et forma et substantia. Scorgendo la fattenza femminea e seguitando essa, sommo ponte che abbraccia l’anima a che saremo un giorno abbracciati all’eterno e tutti eterni, saremo singoli e molteplici, statici e dinamici, e quel terzo che ci fa apparir caduci e stanchi, malati, irruenti, meschini non prevarrà ma sarà assorbito nell’intero e tutto sarà a noi evidente e riprendendo il discorso chiaro e noi completi per intero e non atterzati e prossimi allo zero e sempre in ruina poi verso il negativo. E come noi composti del tutto siamo singoli e nell’altro siamo noi fratelli e sorelle e nel creato custodi in Dio siamo tutto assoluto e tutti assieme. Se vogliamo, se vorremo.

MS è lì al di là dei due ponti e prossimo ad assopirsi, cadere in lisergia per sostenere le fondamenta in penombra, e scorgere la figura del motociclista Avversario che insegue dal 2004 e dal ’98, quando in finale simile De Sanctis e la sua A spiraron ma il primo rimase folle e la seconda come Muta ed il compagno disapparì nel silenzio viva l’una, gli altri due nel semplice altrove silenzioso dell’anno secondo eguale al primo. Et etiam nel ’99 quando inseguendo la greca donzella RS e Pallade e contenente e contenitore e contenuto il giovinetto disparve in altro loco, tabula rasa ricettiva ed opere in chiaro scuro, e discorso a ciò proteso, e lettere a RM, e poi ritorno estivo ed infine novembrino stupore e scoperta.

E assopendosi ecco la moto, ecco l’Avversario. E subito ecco il viaggio astrale in riflesso di tempesta stellare

 “NR YH ‘BTRŠŠ W

GRŠ H ‘A B ŠRDN Š

LM H ‘A ŠL M SB’A

M LKT NRN L BN NGR LPHSY.

 

Alito inesperto

sul ripiano al furor del vento.

 

Urla arcaiche balestrali,

muschio, inebriamento astrale,

viaggio selenico e segugio

intarsiato nel metallo

a forma aguzza, dente felino.

 

È sulla spiaggia l’attesa.

 

PDN L’ŠMNMLQR

L’DN L’Š R ‘ ZP’L’Š

MN’B BN’BD MNB

N’BDTWYN BN HY

D RY BN BDGD

BN D’MLK BN H’B KŠ M’QL DBR Y.

 

Progresso progressive,

clastico calcareo anacronistico

nel proiettare immagini violette.

 

Paradigmatico l’incrocio

complesso ed epocale come adesso,

 

epica scissione psichica

della realtà sensibile

da quella intellegibile,

uniformità teorica

e superamento del quantico

e del relativo

nel flusso energetico imposizionato

ed ultratopico

presso l’orizzonte degli eventi

inaspettati,

violate leggi paradossali,

 

occhio di Ra,

ricordo, negativo parallelo,

animosa penetrazione divina

nella cordiale visita elettrica

della memoria,

inspiegabile è dir poco,

piuttosto inquantificabile

ma intuibile con successo scarso,

 

causalità invertita

l’accidente,

l’effetto genera la causa

ed il futuro modella il passato

refrattario e con geroglifico

sistema iconoclastico e binario,

 

intelletto artificiale.

 

Fuochi accesi ed intrapresi

rodono il fegato accostati

ad appostamenti di relitti sprofondati,

lo spirito aleggiava sulle acque,

le nozze bigotte proposte

e rimarcate deludenti

pretese violate,

la conoscenza civile

ostracismo dell’ardire,

domina da anni

la lotta darwiniana

senza genetica e malthiana,

non è follia

è semplicemente sbagliata.

 

Il bicchiere si ricompone dai cocci.

Resta tutto normale.

 

Viviamo dal principio

il circuito serpentino illuminato

avulso a senso spaziale,

 

parascrittura inusuale

del logos stanziale,

Dioniso umano morto e risorto,

mito caananeo.

 

Rifiuto usurpazione.

 

Ellittica trasmissione.

 

Velivoli d’oro,

argento dei bastoni,

navetta in terracotta.

 

 Brucia Tiro,

fiamme e mare eroico,

le arpe e la musica contemporanea

ha da sé, base di vermi,

base di vermi,

ha attratto a sé, base di vermi.

 

Non voltarti.

 

Sgancia intatto una miscela il Fato,

dacci forma, urla isteriche,

ossessioni, precisioni,

il risultato mina basi, basi di vermi,

 

cambieranno tempi e leggi.

 

Scelta Pallade alla luce del mattino,

scelta furba tra le greggi,

oggetto del declino, frastuono,

armamentario scarno,

mistico volteggiamento, pendente,

non si muove, non si muove,

spazio diagonale,

la via più lunga per l’oriente,

la via più breve cerca il vero,

scinde il quark pusillanime,

 

tra i Gesuiti il fisico,

MJ

 

lingotti,

liste destre, sinistre,

guarda in alto la virilità,

robotica, cibernetica, androide,

tridimensionale,

ologrammatica imperfetta,

l’ecosistema non si conserva,

 

termodinamica sbiadita

e tramontana,

quantico aperto,

andaluso passo,

 

stanza.

 

Urla da circa

trecento milioni di anni,

 

spara.

 

In periferia i barcollamenti,

gli indumenti, stilisti attacchini,

stiliti spazzini, latte, piante,

l’arte, non si finisce,

surrealismo, cerca un blocco,

 

serpens caput, ophiuchus,

sirpium serpin, canfora,

 

truce struscio vorticoso.

 

Ecco ipnotiche soluzioni

per sopire dall’esterno

un vuoto interiore,

maggiore il magone invernale,

tremo alle ginocchia

ai passi felpati cari, unanimi,

incolore, inodore, psichedelici,

stimolanti maggiori,

 

macchie lasciate a caso sul pentagramma,

base, falsetto, reverse,

sintetizzatore proteico sonoro.

 

Venere nel nautico imbroglio

trasmutato Baal in Crono,

 

il signore dei signori

reso accadico tempo trascorso

non a caso e sferico

da quattro punti concisi dialettici

ed intensi.

 

Sogno, sogno.

 

Ricerca amore,

ricerca del vero amore interiore,

ricerca in contemplazione,

canto dinanzi al volto divino

ed unico e trino, mistero egizio,

rito ittita, dominazione assira,

 

Tiro brucia ancora,

le arpe, le arpe, perdute,

perduti gli accordi coordinati,

ritmici, abbellimenti,

legali legati in rappresentanza.

 

Dall’età non c’è più crudeltà

nella pietà,

 

ecco il punto,

ancora tu.

 

Tre fiumi incrociati

nel giardino perduto.

 

Eccoci di ritorno

a lampioni spenti in periferie

inviolate da atteggiamenti

impulsivi e distratti

dal via vai dei gatti.

 

L’occhio di Ra,

l’occhio di Ra.”

Nello spasimo ondulante come le parole si manifesta il senso ultimo del ricordo, accordo proteso e l’Avversario parla. MS ascolta estatico ed in paranoia delirante, l’uno stato sovrasta e avvolge l’altro in una miscela destrimane incupita. Il tempo è fermo per un attimo ma la sua tempità, cedevolezza, è rimasuglio intero e che tale sembra nella scorrevolezza del terzo. Inizia il motociclista, “dal 1943 Philadelphia. L’attracco fugace in terra d’avorio ed oro bianco, lapislazzuli, ametista ed opale, congiunti in scala, indomati e sinergiche intromissioni del fato che nella sua staticità convessa si mostra arioso concavo per ciò che vuole essere ma non è e non essendo slitta la parola al delirio. Philadelphia da dodicimila anni, Giardino del Mondo corrotto et ultimo cristallo opaco e fluorescente preservato dai corazzati quattro in forma duale. Tutta l’Europa e parte di Gea. Demoni d’aria e d’acqua e del sottosuolo, spiriti maligni aleggiavano come ora e fu una catacombe per chi di sé non sopporta. Noi scimmie in spirito per invidia abbiamo reso voi scimmie lavoranti, ma eretti ed abili dopo i fatti del Giardino, di varia genere et l’ultima estinta in tal trambusto perché rozza e a voi simile ma astrusa e tozza e rubiconda imperfetta. Et è abelico rimasuglio poi in sapienza consistenza della pastorizia sull’agrestre in Arcadia saturnina, che fuggito fu e morto, et altri figli accoppiati con ispiriti et immensi colossi rettili, ma in sembianza ed in forma avvelenata d’assenzio perché il corporal mutamento fu tutto loro e per nostro e mio comando in quanto noi bramiamo corpo. Tutto a significatezza della varietà che cessò quando dal mar calabro si dipanaron saette e maremoti. E pastorizia sapienziale rimase nella stirpe noetica pleistocenica e tarda, perché la somma libertà dopo maledizione pel Pomo rese l’homo storpio ed in dinamica evoluzione e la donna che talora imperava sacerdotessa et talaltra amazzone ed in taluni insediamenti in matriarcato a sigillo della terra. Tutto cessato col rombo del colosso e salvato il bene e di cessante e minor potere con l’Arca e ricominciò quella che voi sapete e nomate storia. Ed ancor prima, Sessanta milioni circa, in Messico, MK casco allucinoso. Voragine e di demoni conserva l’orma quei giganti e da essi proveniente, ma nella loro caducità et anzi la loro caducità sbocciarono i primi fiori, speme motrice, cretaceo. Da loro discendente in forma rettiliana. E da loro e dai volatili serpe piumata, Quetzalcoatl. Ed in terra beneventana in loco astruso ove formò comunità Plotino e la nomò Platonopoli e dove insidia millenaria è di Serapin ovvero Sirpium Serpin, che strisciante è rettilineo et mago et infesta come nel Sabato dei Saba di lì un po’ prossimi nati a perversione del lucente Sebeto turchino e celestiale. Tutto ciò è delirio non corpo proteso bestiale ma il corpo rettile/uccello è illusorio come quello insettivoro: solo spiriti ribelli. Nulla più. Nel vostro delirio! Nel vostro delirio. Voi esseri umani date corpo al terzo, date corpo vostro intero o con atto o pensiero o parola. Voi date corpo a tante gerarchie illusorie. Noi terzo siamo nulla, siamo abisso e voi ci date corpo e forza e ci fate alieni, astronauti antichi. Ci fate idola. Ma noi siamo angeli ribelli e gelosi di voi uomini e di più delle donne, di ogni candidezza, del vostro corpo e bramiamo il vostro corpo. E la donna che è il vostro ponte saldo verso il divino quanto adoriamo, quanto adoro farla strumento et utensile per la perversione del sé e per la vostra. E voi stessi uomini utensili vi fate nelle nostre mani, nelle mani del terzo. E distruggete e vi dividete e tutta la nostra invidia la riversate voi sul prossimo, tutta la nostra bramosia la riversate voi sul prossimo. Siete nostro utensile perché liberi cadete nell’arbitrio e nell’illusoria nostra essenza. Tutto ciò che è pensabile è esistibile. Nomoteti, potete trasformare il pensiero in azione e cadete in nostra balia, folli. Fate la nostra volontà e non di chi vi ama. Credete al pensiero e lo dissociate dal cuore e da tutto il resto. Vi credete scissi e vi sentite incompleti e nell’incompletezza venite a questo terzo e lì noi vi dividiamo, noi siamo coloro che dividono, io sono colui che divide. E voi vi vedete frammenti del nulla quando siete d’assoluto et d’infinito frammenti. E noi vi dividiamo, dividiamo le vostre membra e voi agite con i nervi distruggendo con frode, agite col cuore e siete in balia delle passioni e del concupiscibile, agite con le ossa ed edificate altari e fortezze al terzo che è nulla. Agite con la pelle e con le mani e col sangue siete violenti, come con la pelle fragili. Con le mani e costruite oscenità et armi atroci. Noi vi dividiamo e dividendovi siete in lotta tra voi. E dividendovi siete in lotta con la terra che parimenti violate e con l’universo che credete vostro e vostramente lo distruggete e lo fate pulviscolo. E con gli occhi non vedete e con le orecchie non udite. Noi vi dividiamo perché bramiamo il vostro corpo e voi lo donate. Voi ci date vita. Noi siamo nulla. Voi ticchettate il tempo ed invecchiate, voi scegliete Barabba. Voi crocifiggete. Voi ammazzate, voi tradite. Noi lo facciamo col vostro corpo e voi acconsentite. La vostra libertà è arbitrio. Tutta la storia è nulla. Noi siamo nulla e voi ci adorate. E nomoteti stolti, dunque, date nomi al nostro terzo, nomi taciuti agli angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafini, promanazione lucente del divino, tranne dei tre che simbolo son di ognuno, Gabriele messaggero, Michele generale e Raffaele medico. I due terzi promananti il divino hanno nome segreto e sono gerarchia tutta uguale e differente, cori angelici da diversi gradi in ascensione e diversi ruoli ma uniti alla moltitudo ad un tempo in Candida Rosa. Et etiam il Custode vostro che vi sussurra Santo Spirito ha nome segreto perché tutti sono adoranti il divino. Ed attraverso Esso promanano le somme virtù del Creatore che Egli stesso ha inciso in voi. E  ci siete voi medesimi che furono et essendo siete e sarete, i Dottori, Santi, Beati, Venerabili ed ogni anima gradita a Dio che è in ispirito cogli angeli, che un giorno si congiungerà col corpo e sarà l’eterno in ogni loco e ciò che vedete attraverso specchio vedrete faccia a faccia -e quel tempo della parusia è già venuto e già è nella mente del divino, ma voi corrotti e caduchi siete nelle nostre brame-  caduta ogni nostra intenzione e vizio da noi promananti. E voi invece date nomi a noi e sovvertite trinitate dolcissima e gaudiosa con trinità perversa di Satana corpo e Lucifero spirito et Diavolo anima-che tanto brama divisione-. E nomoteti non ci date solo il vostro corpo ma i vostri ambienti e togliete valore a creato e creature consentendoci infestazioni, e come godo e godiamo quando togliete valore perché ci fate violare il corpo incorruttibile del divino che non è in verità corrotto ma in vostra realtà et in vostra illusoria percezione. Et l’Anticristo che è idea duplice filoprotestante, empirica, illuminista, positivista, massonica, capitalista, liberista, comunista, dittatoriale di destra estrema e materiale o d’estremismo fanatico. Due bestie dal mare e dalla terra e falso profeta duplice azione che è lo scisma da cui promanò il seicento-e il viaggio codesto fece e facemmo negli anni ottanta- inizio di materialismo, di cui tentammo prima, nel ’78, di facere la medesima mutazione con cataro detto nel duecento ed altra eresiarca ondulazione, ma vennero i due ordini al bilancio et ivi scordammo ornamento. E prima con Simon mago, poi manichei, poi scisma in oriente e poi cogli ismaeliti e il lor profeta nuovo di Persia e l’altro anzi l’agnello mitriaco e taurino, somma sovversione ideologica. E non sol, date nomi a noi e gradi perché noi gloria bramiamo, e date gerarchia perché noi maledicenti et in piramidale assetto siamo, corrompendo natura vostra e vostra eguaglianza. Ed ogni nome nostro è perdizione e malanno, Baal è il tempo disgregante, Asmodeo è la lussuria che corrompe, per dirne due dei settantadue possenti, e a questi due date ancora più potere perché cercate materiale immortalità e loro disgregano il dono divino, la trinitate perversa Dio, Baal la Patria et il Creato e le Creature, Asmodeo la Famiglia e voi stessi. E cadete in malattia per quel restante terzo che malattie produce e che è legione di cui si servono i settantadue, trinitate imperatore e re, principi e presidenti, duchi e marchesi, conti. Ognuno ha al suo servizio demoni minori che si insidiano e procurano ogni malanno e disgregazione, a seconda di ciò che vi insidia e della specie cui date valore-ovvero disvalore-dei 72 gerarchi. E la vostra Eva non è ponte verso Dio quando seguisce Lilith che è dispersione e non la Celeste Madre e quando grazia cede per successo da voi corrotta e non rispettata, cade in tentazione e voi cadete con essa. Folli, distruggete ancora e siate divisi, il domani non sarà”. Il domani non fu, sussurra risvegliandosi MS, oggi è domani. Non prevarrete! E le tue stesse parole mendaci delirio nell’ascesi hanno detto il vero. Non prevarrete  incatenati nel buio mortale abisso dell’oscuro Tartaro, MS passò dunque dal delirio all’illuminazione e quasi anacoreta parlava per bocca del bene. Non prevarrete per il sangue dell’agnello, per patriarchi e profeti, per Dottori, Santi, Beati e Venerabili, per la Madre Celeste nostra difensrice, per gli impronunciabili da umano verbo et per somma umiltà Angeli, Arcangeli, Principati, Potestà, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini, per gli altri Custodi nostri, per il Santo Spirito che guida l’uomo e la donna ed ogni cosa. Per tutti costoro che ci riempiscono di messaggi et insegnamenti et opere virtuose. Per la Divina Misericordia. Per nostra libertà e tutti stupendamente liberi sceglieremo l’amore e non l’arbitrio.

Monarca d’Occidente

“Dove sei,

anima mia dolce

ed elettiva,

tu che crei virtù

dai vaneggiamenti miei decadenti?

 

Dov’è il tuo stile

oscuro e fascinoso

da brivido

ed ora da dimenticare

tra le tenebre del mondo

nostro senza noi

e senza ciò che

rendeva fantastico

il discorso

articolato

tra pallidi amori perduti?

 

La luce nei tuoi occhi

chiara in risvolto tracotante

tutta da veste arricciata

e stupita,

abbrividita

dalle parole di fuoco

scese sul tuo corpo,

l’unico importante,

dimentico di ogni realtà

e verità trascendente,

solo ardente.

 

Mi manca il tuo dondolio,

il cocktail senza ghiaccio in estate.

 

Mentre fumo la penna sguscia

e l’immagine si forma intatta

sulla tua pelle,

sei la mia poesia e le stelle,

nell’ombra respiro

e l’aria trasuda di te,

della tua follia,

del tuo sguardo acceso,

del nichilismo.

 

Pomigliano nell’aurora,

occhi che non so

decifrare piccola e suadente,

gotico albore,

dopotutto resto a guardare

i tuoi cirri alla prima luce del mattino

tanto impressi

nella mia memoria,

le tue mani,

le tue mani aggrondanti la luna

nel tempo dall’umidio folle

di mille prati agghindati dal vento

del tuo nome superbo

 

il mio volto ancora ad accarezzare

tra la penombra

impresso vivido nella mente

come se non ci fosse altro

da ammirare

come se disimparassi in un tempo

ogni vagheggio

concreto

nel tuo etereo essere

concreta

con la noia a due palmi

e i dolci fiori

della stagione

delle tue parole,

 

principessa

vocetta inespressa

inaudita

e risonante melodie

parlate in sussurro

al risveglio del mio sogno

desto,

 

non ci dormo tenerella

tutta stupenda!”

2025 circa, scopro nella tasca ancora questo, mia scrittura, romanzo secondo et sintesi. È l’idea della memoria scarna, di un tempo che è non fu mai più. La guerra logora la memoria, questa guerra soprattutto, ed abdicando stropiccio il senso e non lo scovo. Ma è la mia scrittura. E la memoria barcolla ancora e si fa poetica nel bivio dell’incontro, terra pomilia, quando mi hai scritto una poesia tu stessa, ma breve et in un lampo hai poi però cancellato tutto, non volevi sprecare per me l’inchiostro, ma cancellando, oh ne valeva la pena!?!  hai lasciando sul foglio un groviglio nero di sogni inestricabili e più inchiostro di quanto speravi. Groviglio oscuro che non narra né canta di noi, due specchi riflessi, dal nulla si diffuse il silenzio e noi ci guardammo incantati, et il mondo era ai nostri piedi, tuttavia senza movere dito abbiamo proseguito per sentieri diversi il nostro cammino. E tu mi scrivesti la poesia, che hai poi cancellato.

Mabus nacque dopo gli otto e prima di essi con le sue quattordici trame e le tre scorte sintetiche e tanti frammenti. Nacque e nascendo realizzò la sua completezza di noi tre che siete voi tre più io che sono somma e parte e si disvelò il senso e tutto fu chiaro, e nello svelarsi il senso si esaurì restando barlume di mistero. E il Giovialista di sangue italico, saturnino e affine ai germani per forma estrasse la spada contro Babilonia e il suo sovrano, e il mistero trino autentico prevalse come era giusto e come era vero e come era sempre e si chiuse il portale. Ed è oggi. Spersa memoria, silenzio. Non dipano alcunché e nulla trovo. Come se fosse frastuono e apatia e dialettica tacitezza. La donna con la valigia. Ultimo ricordo. Dovrei chiudere in cristallo e lucentezza e ritrovarlo e scorgerne l’esatta ubicazione che già so e che è questa ove sono assiso in contemplazione e ho fatto accampamento, e l’alma mia è accampata e scossa. E nel silenzio mutano le vesti ed è 996. Giovanni manda la missiva dalla terra paludosa ove si annida il Giardino alla foce in Città Nuova. Sergio e Bacco umiliati in martirio lasciano traccia ultima di altro mistero luculliano et ad esso antecedente e alessandrino ed atlantideo. La giusta connessione, la giusta connessione. Le illazioni di Selendichter ed il resto appresso sparso ed ogni lettera sono viaggio e ricerca dissi, scrissi. E l’ama umana purificata è oblio della cascata lete e poi bevendo dirama in flutti eunoè riversando nel cocito Averno lo stigico acquitrino di contorno. Ed è somma ricordanza e riaperto il velo pel portale chiuso. Ed i tre fiumi rivedo lucenti che convergono in altro grandioso. E più non sento la ferita che dipana dal mio corpo. Selendichter! Mi lascio andare, qui ed ora, qui è ora, da dietro le barricate non descrivo ciò che canta il mio ultimo sospiro. Ti vedo in controluce che scompari tra le nubi e prendendo le mie mani tremanti appari luna candidissima e tutto è melodia d’immenso.

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