L’Infanzia e la Coscienza; Sarossa

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L’Infanzia e la Coscienza; Sarossa

 

La macchia come d’inchiostro ai margini del deserto riflessivo, sul pendio di sabbia scossa dal vento, maroso dialettico tenue. Ai bordi, in basso a destra, sullo strapiombo dell’esistenza erto sicuro c’è un padre col braccio sinistro teso verso l’alto, a fianco un bambino, il figlio, appoggiato e quasi aggrappato alla sua destra, un’immagine che separata – si intravedono le gambe dei due- dal basso man mano che sale si unifica, divenendo unica forma. Braccia tesa ad indicare al pargolo la sfera perfetta, il trivio ed il quadrivio in sintesi, sostanza e manifestazione, l’unica verità silente dell’intera vita di un uomo, dalla nascita alla rinascita, la figura femminile che protegge sicura e a cui ogni uomo ambisce nella ricerca, la luna che dà sapienza perché di sapienza è colma.  La luna, sfera leziosa e pallida, influenza la nostra anima, il nostro carattere, il corso della nostra esistenza ed è posta lì dov’è discreta ed umile. Non si pone al centro dell’universo né al centro del dipinto perché è il cardine, il sostegno, la chiave di volta, il vero centro come del dipinto così dell’universo. Si pone lì, punto femmineo sapienziale genealogico del tutto, si pone lì plasmando il resto, si pone lì ed è discreto l’inizio di tutto. Si pone lì, in sezione aurea, e dà forma. Tracciando in perpendicolo due parallele che passano per detto centro il dipinto è scisso in sezione perfetta, a sinistra come a destra, sotto come sopra, ed a sinistra, doppio della destra è l’esistenza umana vissuta sin d’ora, a sinistra la metà di essa che è da vivere. Così, in basso vi è la nostra vita terrena, di passioni, sfumature, delusioni e gioie, in alto, sua metà ancora, c’è la nostra vita celeste. E non parliamo di tempo, ma di sapienza, di preziosità, di ciò che ci resta da vedere e da scoprire nella vita, che la verità e dunque la felicità della vita stessa è nella metà di essa, nascosta dietro le piccole cose, che la vera gioia è celata in un punto che è la metà perfetta di un istante pieno. Ed è un sorriso, come quello di una donna, che dà la vita e che è vita. Un sorriso che ha la sua pienezza nel suo discreto nascondimento, nel suo umile essere tutto ciò per cui si vive. Tutto ciò che illumina. Perché dal dipinto del Maestro Sarossa si svela ciò che è agli occhi spesso muto, che la luce vera che illumina dona la luce e dona la vita ma non la riserba per sé. Come insegna l’Oltrismo ciò che è non è ciò che sembra ma ciò che appare, la luna dona la sua luce, è il sacrificio massimo e la massima sapienza, è il volto femmineo dell’universo, la luna resta pallida e dà luce all’intero universo, alla terra, al dipinto. Selene ed Artemide non si crogiolano di sé come Elio ed Apollo, non sono gloria di sé, della propria luce, non sono portatrici di luce ma donatrici della luce e restano umilmente in disparte, umilmente pallide, ma luminosissime nel loro femmineo sorriso. E si intuisce la verità. Grammatica è il sostegno, è l’eccezione che insidia la norma e non la conferma, ma lentamente la erode e la purifica ribelle; retorica è l’estetica, la bellezza manifesta della donna che è la terra ed è per i figli della terra dolce consiglio e dolce ristoro, vera sapienza perché non celebrale ma cordica, respiro e refrigerio della mente guidata dai palpiti del cuore; dialettica è l’incontro perfettissimo degli opposti imperfetti, che si sintetizzano un unico spirito grandioso che è l’amore e che genera la grazia dell’insieme. E l’aritmetica, che è il codice dell’universo e che risplende dei suoi paradossi, la lingua consonantica, impronunciabile che sa che tra un intervallo ed un altro c’è l’infinito che non è dipingibile né descrivibile né decifrabile; e la geometria la forma, che non è pura astrazione ma pragmaticità assoluta, che ci mostra che nella natura il triangolo ed il rombo non sono linee diritte e perfette, ma sfasate, sfumate e perciò degne di essere ammirate e vissute; e l’astronomia che non è calcolo degli astri ma ascolto del sussurro delle stelle, in silenzio; e la musica, l’arte somma, l’ultimo gradino, il principio e la fine, il verbo, il suono, l’acca muta palesata, la vocale che dà dignità alle cose. Questo indica il padre al figlio, questo il segreto della vita che gli svela, di essere “kart”, ossia un uomo libero che esercita le arti liberali non per decifrare, comprendere l’assoluto, non per dominare, non per crogiolarsi della propria sapienza ma per vivere, per amare in silenzio il sorriso di una donna, ossia il respiro dell’universo.

dottor Giovanni Di Rubba

Come pioggia

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Sogno di Giorno; Dante Gabriel Rossetti; 1880

 

Come pioggia

che bagna i sorrisi

accennati

le note misteriche indugiano,

 

l’ingresso alla soglia

del silenzio, l’aria si schiude

e il pensiero va altrove,

 

sei già qui? Ti attendevo

tra i volumi e le colonne,

 

specchio mio d’acqua dolce.

Dimmi se hai conservato

le missive, i sigilli, le piume,

se sei rimasta marmorizzata

sulla sponda del letto,

se il dolce sciupio del frullio

ti ha sedotta ancora,

 

petalo fucsia meticoloso tra i rovi,

le strade di Tubinga sorridono

al tuo sguardo tra i vetri,

 

il cofanetto dei segreti

scandisce il motivo,

sbiadita l’immagine,

vai verso i quadretti ondeggianti

e luminosi,

 

gli occhietti persi nel vuoto,

nel sogno vivido l’intento,

 

tre fuochi accesi

impostando il rimasuglio,

 

la cera livida sul foglio

scribacchiato, e poi un bacio al vento,

accenni un sentimento.

 

Naufraga l’anima idealista,

mio spirito, mio viso, mio pallido

segno.

 

E fiammette scaltre sul fiume,

la città è un barlume,

incontro intarsiato tra le idee,

le forme divine,

le scappatoie empiree,

 

stringi le mani alla ringhiera,

sporgente il corpo,

sacro il fiore ottagonale,

 

guarda lì lentamente

il dardo scinde le passioni,

 

nostalgiche effusioni.

 

L’argento silvestre,

 

non voglio perderti amore.

 

Sei in me stivaletta,

sei in me anfibia principessa,

stretti in semiotica promessa,

filologica valenza,

stilistico orizzonte.

 

Tre gocce purificano il mio capo,

lo sgocciolio dal tetto spiovente,

grottesca pietra nascosta,

potente e vorticosa,

laccetto e pendente

con le scritte impresse,

 

regina, i miei onori,

regina, i nostri errori.

 

Immagina le distese sconfinate

dove alberga il tuo esercito

allerta armato di brezze,

sembra già inchinarsi

al tuo portamento,

al tuo celestial volteggio,

 

le forze immani dell’est,

terre inesplorate non temi,

 

sostanza altera e rubiconda,

espressiva imperatrice

il tuo regno ti attende,

la pace universale

il tuo cenno porterà.

 

 

L’Oltrismo

L’uomo si trova oggi più che mai immerso in un nichilismo statico ed in una vacuità esistenziale che tuttavia vengono vissute nella loro pochezza e disespressione estetica. Il pregiudizio ed una ricerca del bello scarno, che tramuta l’apparenza in vezzo egoico, rendendola spura dal suo significato primordiale, stanno portando gli esseri umani ad una scansione distruttiva rapida e voluttuosa dell’esistente. L’epoca attuale, quella che dal 2001 è divenuta l’”Epoca Cibernetica”, spazzando via ogni rimasuglio di quella “Contemporanea”, oramai chiusasi in un claudicante Novecento, spento prematuro con la caduta del “Muro di Berlino” e apertosi con la decadenza morale e pochezza di valori che, reduci di una battaglia con noi stessi, sia avverte imponente. C’è un eccesso di notizie, reperibili in quantità ingente sul web ed una pressoché totale mancanza di riflessione. La rappresentazione grafica del Maestro Sarossa, fondatore e massimo esponente dell’Oltrismo, corrente che da sempre cerca una “quarta via”, la possibilità dell’uomo di essere differente dall’inanimato non per coscienza ed identità ma per l’agire irrazionale, è in tal guisa esemplare. L’ agire irrazionale, alla base della natura umana, l’ essere contro la natura stessa e, in un agire fuori da logiche darwiniane e strettamente sociali, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria, rende l’uomo pensante comunitario, trovando nel donare sé incondizionatamente e irrazionalmente all’altro la sua ragion d’essere e la sua evoluzione da individuo a persona, tale perché si riconosce solo nelle formazioni sociali, nell’incontro, nella condivisione. L’epoca cibernetica sta facendo regredire l’uomo alla dimensione di “homo videns”, che guarda e osserva con curiosità di comare e non vero e proprio spirito di ricerca, che in un periodo di totale crisi economica cerca disperatamente il modello ultimo di IPhone, la macchina all’ultimo grido, reificandosi in maniera feticista non ad immagini soprannaturali o a figure di culto, ma ad emblemi della divinità del pecunio. Alcune costanti delle opere artistiche oltriste sono la rappresentazione di una terra, spesso brulla, infondata, non coltivata, arsa dallo sfruttamento, è a tutti gli effetti l’inferno dell’uomo di oggi, morto tra morti, lobotomizzato da stendardi economici, dal consumismo, dallo sfrenato capitalismo. Nulla è, nulla salva, nulla germoglia,  neanche una Ginestra vesuviana di leopardiana memoria. Unica ed ultima salvezza per il genere umano è squarciare questa illusione di perimento e, uniti in un unico abbraccio, aprirci alla sapienza, e per far ciò occorre l’amore, solo un cuore innamorato cerca incessantemente la sapienza, sotto forma di bellezza, vera ed unica bellezza possibile. E, l’eterno amore che tutto move, può portarci al di fuori delle nostre sofferenze, aprirci a noi stessi e agli altri col coraggio di cambiare, di accettare ogni vessazione e patimento come transito verso un giardino pullulante di fiori germogliati asciutti, un paradiso lezioso e candido, un al di là da sé che, conservando nel nostro animo la predisposizione e l’incessante desiderio di ricerca, potrà farci intuire, già qui ed ora, da subito, illuminati dallo spirito del mutamento, l’essenza del divino.

Il mio bagaglio culturale, le mie riflessioni e il mio studio delle correnti alternative e delle culture urbane di questo Millennio, l’esigenza di cogliere l’etereo della figura femminile, esaltazione dell’essere, colma di grazia, via d’ascesi, guida e cammino ad un tempo, ha portato me, Giovanni, a collocarmi nell’etereismo, movimento poetico che coglie questa essenza e la manifesta.  Aderendo, per questi stessi motivi, in pieno all’Oltrismo, tendo di dare la mia voce, nei commenti alle opere dei suoi esponenti, sottolineando questa visione, apertura, interpretazione, esegesi. Cogliendo l’etereo dall’arte, come ho sempre fatto non solo per l’Oltrismo, cui sono onorato di appartenere, ma anche per la musica e per altri movimenti artistici, per l’arte tutta, che è e sempre sarà impronta del divino, mano di un artefice, artista, che a simiglianza di Dio crea il bello, una bellezza che può essere contemplata solo ad un cuore innamorato, “al cor gentile rempaira sempre amor”. L’amore, che è cortese, che è gentile, cerca incessantemente questa bellezza perché, in essa, trova la bontà, la grazia, il kalos kai agathos. Mai come oggi i giovani, i ragazzi e non solo ricercano la  spiritualità, si  interrogano, in una prospettiva nuova e diversa, sui quesiti che da sempre affascinano l’umanità, chi siamo, da dove veniamo, qual è il nostro ruolo nell’universo, nel cosmo. Interrogativi che, a partire dall’età del materialismo iniziata nel 1600 circa, erano stati volta per volta spiegati razionalmente, assurgendo persino l’anima ad oggetto di studio empirico attraverso le neuroscienze, la neuropsichiatria e la psicologia. E tutto sembrava chiaro, palese, anche nella fisica, allocata in precisi schemi galileiani-newtoniani prima, poi corretti con le relatività einsteiniane. Ma a partire dallo squarcio della fisica quantistica, della necessità si concepire la realtà solo come oggetto di percezione nostra e non come realtà data per rata e definita e quindi solo misurabile, si spalanca un nuovo mondo, una liberazione, un ritorno alla spiritualità. L’Oltrismo, come corrente artistica d’avanguardia, apre una di queste porte, con la fruizione del bello e l’esaltazione della gnosi. Una corrente spirituale, una orma piccola di Dio che porta l’animo nostro a luccicare ed ad interrogarsi, L’Oltrismo è tutto questo, e come il mio etereismo utilizza la parola per aprire varchi, così l’Oltrismo utilizza le arti figurative. Ed anche la musica assume questa connotazione Oltrista, seguendo, come le mie liriche cercano di fare, vibrazioni eteree per giungere, tramite l’etereo stesso e la contemplazione della grazia e quindi la ricerca della bellezza attraverso l’amore,  ad una spiritualità nuova, all’Oltre.

dottor Giovanni Di Rubba

Onirico intreccio

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Far away thoughts; John William Godward

 

Il cenno perso nel vuoto,

miele sui tuoi fianchi.

L’intrepido indice

sulle labbra,

 

appoggiato il piede tuo

sull’anta.

 

Verticalizzavo ipnotizzato

alla vista della tua

incoerenza,

trapassata soglia spirituale

al sommo grado.

Vacuo quel sorrisino,

 

vanità sul tuo petto,

ciondolo di spighe gialleggianti.

 

E il pacato venticello

come satrapo al confine

compromissorio.

 

Te è da un po’

che non cambi le suole

steso al vento il respiro,

fai follemente innamorare

in sogno come nel reale,

leziosa candida,

cavallo indomito

contro il monte asproso,

senza pioggia prendi un pensiero,

lo cancelli,

soavemente lo ribalti. E seduci

in tale inversione

apodittica di moto.

 

Plasmi un piedistallo altissimo

e ti ci riponi in continenza,

resti poi ad i suoi piedi

ad onorarti

ma bilocata

anche in cime a godere

delle boriose invocazioni.

 

E la brina tremolante,

sì lei proprio e non il bocciolo,

la trapatti allegramente,

slinguettando fai la veemente,

petulante, noiosa, inconsistente.

 

Ma sovviene speranza

come argilla succube del tempo,

maciullata e ricomposta

dalle mani scomposte.

 

Poi è un tantino

che non sento i tuoi martellanti

accordi

ma comunque

mi ricordo,

li puoi pure sbatacchiare.

Carta straccia, dici,

 

ma insomma,

stai sopra il tuo bel piedistallo

audace

e non hai neanche

fede nelle tue creature?

 

Ma lo spirito intelligente

che risiede

è già sfocato,

allora tenti di nuovo,

 

se ti servono parole

io son qua.

 

Sgargiante rigira

i chiavistelli,

son paziente,

ridagli fiato,

sguazza tra melodici

nonsense armonici.

Son qua per te.

 

Allora ci stendiamo

sul marmo,

ornitologhe penne

e sbuffi di budella.

 

Allora ci diamo la mano,

si parte per l’onirico intreccio!

No Rock’N’Roll; Sarossa

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No Rock’N’Roll; Sarossa; mista su multistrato; 2016; Oltrismo

 

L’opera del Maestro Sarossa “No Rock ‘N’ Roll” è una esplosione festante di colori, si respira una atmosfera evidente di gioia nel tripudio luminoso, nei palloncini che sorgono lieti da un mare tranquillo, tendendo verso un rasserenante cielo quieto, accompagnato da soffici sprazzi di nubi serene. A sinistra, in primo piano, uno spaventapasseri ridente con la testa di zucca reclinata a destra e sullo sfondo, preceduto da piccoli rilievi montani d’azzurro, uno sprazzo ocra continuo che divide le acque dalla volta celeste.

Tuttavia non può sfuggire, in tale giubilo sereno, l’incongruenza di fondo, l’elemento strano che si erge tra i rassicuranti abissi, lo spaventapasseri, posto lì ove non dovrebbe, nel mare. Posto a guisa di personaggio scomodo, finito, ingombrante, inutile. Quale mai può essere il suo scopo, la funzione, l’utilità in un mondo che, seppure festoso, gli è estraneo? Il suo volto non è angoscioso, inquieto, sorride e non è un sorriso inebetito, ma ricolmo di saggezza, ove per poco la saggezza è un tutt’uno con l’umiltà e la serenità di spirito. L’uomo-spaventapasseri è un uomo finito, che non è finito, che sorge come candida rosa, che illumina tutto ciò che vi è altrove, l’essere estraneo che non si adatta ad un posto straniero ma quasi lo domina con sicurezza ed il luogo gli porge gli omaggi, lo festeggia, la musica finita, il non rock ‘n’ roll non è invero una musica finita, ma attorniata da candidissimi cuori, e la fine è svilita dall’interrogativo, rivolto al fruitore più che al soggetto del dipinto. I giochi sono davvero finiti?

Come eroi da lungo periglio restiamo ciò che siamo, e scopriamo ciò che possedevamo e prima ci era solo celato, nascosto nel profondo del nostro essere. Finisce una storia e tutto è come l’inizio, nella valenza cosmica di staticità, nel siamo ciò che eravamo, nella realtà che seppur fluida mai muta, eterna, come verità, eterna, ma scoperta per gradi. Per gradi trovare il tesoro che è in noi e nel cercare entrare in contatto con la divinità. Cercare continuamente sino a giungere alla serenità ancestrale dello spaventapasseri, la serenità di chi è finalmente consapevole di sé,  in interiore homine habitat veritas, e la consapevolezza di sé ci pone in dominio assoluto, ma un dominio armonico, con la Natura, che ci risponde, ci sussurra, e l’ostilità, l’inutilità, l’esser fuori luogo, non esiste se non agli occhi dell’osservatore esterno. Lo spaventapasseri ha finalmente acquisito ciò che sempre ha avuto, ed il disagio è scomparso perché era in sé e non nel mondo attorno, era lo scudo che impediva alla intelligenza, all’amore ed al coraggio, sempre in lui presenti, di uscir fuori. Lo spaventapasseri è finalmente consapevole di sé, ha acquisito la sua stessa consapevolezza. E la musica, allora, è davvero finita?

Tale opera non può non rimandarci al “Meraviglioso Mondo di Oz” di  Lyman Frank Baum, letto in una ottica esoterica, di viaggio mistico, di risveglio interiore. Ed a parte lo spaventapasseri, che scopre di possedere la saggezza che cercava, tanti sono i riferimenti cromatici al romanzo di Baum. L’orizzonte ocra che divide il cielo dal mare ricorda il sentiero dei mattoni gialli, la via dorata, il viaggio che i personaggi di Oz devono fare per giungere al Mago sovrano della Città di Smeraldo, il limpido dorato percorso di ascesi interiore, sentiero lucente che si può percorrere solo valicando i monti tinti di blu, che sono i nostri limiti, e che nel dipinto, in lontananza, sono minuscoli rispetto all’immane grandezza gialleggiante. E tale sentiero sfumato e vividissimo sostituisce nell’opera uno dei simboli chiave dell’Oltrismo, la Sfera, allegoria del divino e della perfezione, che qui è vista in tutta la sua estensione, come un sole che esplodesse in manifestazione di giubilo e di grandezza per illuminare pienamente l’essere fuori luogo e fargli festa, assieme al resto della natura circostante. Il mare, poi, che qui riveste un duplice significato, è placido, calmo, come il deserto, luogo di meditazione, riflessione, riscoperta, ricerca, ove realmente e pienamente possiamo trovare noi stessi, nel silenzio placido delle onde piatte. Ma è anche simbolo del potere degli abissi, dello sterminato potere della Natura che qui non è assoluto e terribile come quando si è in burrasca, ma un potere armonico, di consonanza con sé e con il creato tutto, è come il filo d’argento che lega la nostra anima al corpo, rimando alle scarpette indossate da Dorothy, è la nostra pienezza, il nostro equilibrio e potere che, reso consapevole, ci dona l’infinito. E c’è anche un rimando al cuore che mancava al Boscaiolo di Latta, frastornante come il rock, forte, possente, che tutto scuote col suono rituale e atavico, ritmico, sferzante, della “musica forte”. Ed al Boscaiolo mancava proprio il cuore, il cuore che è donato, meglio, che scopre di avere, ai limiti del suo viaggio interiore, così come emerge ai bordi della scritta che campeggia sul dipinto “No Rock ‘N’ Roll?”, sei sicuro che il frastuono assordante non sia ancora dolce, lieve, cordico, che la musica tutto sommato anche se posta agli estremi, anche se è un metallico grido interiore, non celi in sé una soavità magica. Soavità che non è solo nel cantar lieto ma anche nell’urlo ribelle, nel rimbombo mai sordo, un grido che racchiude in sé la forza barbarica e la rende candida perché pura, finalizzata ad un idea o ad un ideale, ad un principio sovrumano e umanissimo, la rabbia amorosa, che preclude la violenza facendosi musica e divenendo musica non può che essere opera del divino. Ogni suono mai è maledetto, ogni canto giunge all’orecchio della divinità, dell’armonia, anche il più dissonante, perché la musica è una unica e plurima voce, sentimentale, armoniosa, disarmonica, arrabbiata, ritmica, martellante ma pur sempre  creazione sublime dell’uomo. Anche l’armonia è lamento, anche il martellamento ritmico atavico è adorazione, anche l’urlo frastornante è invocazione. La musica è divina ed al divino destinata perché plasmata dalla parte più nobile dell’uomo, dalla sua scintilla che lo avvicina a Dio, e dunque “No Rock ‘N’Roll?”, è ancora possibile fare poesia. L’interrogativo non può che avere una risposta affermativa, la musica è l’uomo sublimato, ed ogni suono è espressione dell’umanità e punto di contatto indelebile con l’assoluto. I giochi sono davvero finiti?

Ed il Rock e le sue derivazioni sono urlo, dunque, come il frastuono del Boscaiolo di Latta che crede non ci sia sentimento nell’assordare ma anche come il ruggito del Leone, che crede di non aver coraggio, ma ruggendo mostra di averlo, mostra di elevare un volere forte ed altisonante, un grido all’assoluto, e per ciò stesso è come il poeta che plasma e lancia una saetta al cielo, ha coraggio, e la sua azione è amore perché il coraggio è possedere un altissimo sentimento, avere cuore, dal latino cor habeo.

Quando lo spaventapasseri e gli altri giungono nella Città di Smeraldo, colore della tavola del Trismegisto, come l’alchemico viriditas, giungono al cospetto del Mago, che rappresenta il nostro archetipo, nel caso di specie allo spaventapasseri appare come una splendida dama, maestosa, come la sapienza, una Pallade tutta magnifica, il Mago plasma e dà ciò che lo spaventapasseri, come gli altri, avevano, rompe il velo di Maya, ma indirettamente, il viaggio infatti proseguirà con nuove avventure. Il Mago dà lo sprono, il coltello per tagliare il velo, il sasso per rompere le finestre, ma alla fine la consapevolezza la si può acquisire solo individualmente, divenendo da individui persone. E lo spaventapasseri sarà come il re Salomone, tanto saggio, da divenire lui l’erede del Mago, lui il sovrano del Regno di Smeraldo. Così quando il nostro archetipo, la nostra guida, l’amore che è saggezza, che è la guida e che è il sentiero, volerà via, su di una mongolfiera, noi non saremo soli con la nostra sapienza, perché resteranno frammenti del nostro cammino e delle nostre paure che vibreranno in aria, come la mongolfiera del Mago, donate dal mare, donate dalla nostra anima.

E lo spaventapasseri non è più fuori luogo, è nel luogo in cui è sempre stato, ma consapevole, è nella staticità fluida, il suo cammino interiore è terminato. Il cammino è terminato e perciò sta per cominciare, e l’interrogativo “No Rock ‘N’ Roll?” sarà non una domanda ma una esortazione, sarà come dire diamo inizio alle danze.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Golfo Napoli; Pach

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Golfo Napoli; Pach; acrilico su tela; 2016; Oltrismo

 

Con l’opera “Golfo Napoli” del Maestro Pasquale Chiaramonte, in arte PACH, il paesaggismo partenopeo sembra tornare con una connotazione tipicamente Oltrista. Si fonde una triplice tradizione artistica, che assapora con gusto ed assorbe con grazia la luminosità, proiettata nelle acque del Golfo, tipica della tradizione della Scuola di Posillipo, da Giacinto Gigante ad Antonio Pitloo, ma a ciò non si limita, né la visione di insieme del dipinto a ciò ci conduce. I colori nell’insieme sembrano, infatti, colpire l’opera come dall’esterno e refrattariamente investire il fruitore, alla maniera dei Macchiaioli, se la triplicità congiunta e stratificata cromatica e di aree e sezioni non andasse al di là, portandolo in una dimensione altra, nuova, parallela. La dimensione delle sensazioni, del sentire, in un ricco frammentarismo decadente ed emotivo, che riscopre le vedute denotando da una apparente semplicità stilistica una intensa e profonda riflessione dell’artista su sé prima che sul paesaggio, risplendendo in esso variegata e ricca.

Il cielo in frantumi e vivace posto sulla sommità dell’asse Somma-Vesuvio è uno statico implodere di colori, come se fosse percorso all’inverso e sviluppato nell’inviluppo il warholiano “Vesuvius”, non attivo, a riposo, dipinto come una allegra montagna ocra che tuttavia riversa il proprio potere non in sé, nella propria apparenza, ma fuori di sé, o meglio su di sé, su un piano divino, celeste, multiforme, della volta che quasi protegge l’intero dipinto sotto la sua egida, lo difende ponendosi sopra, abbracciando la veduta, quasi a dire che la potenza del vulcano non è a sé limitata ma la sovrasta ed è la potenza e l’anima di un popolo che è lì, e che nessuna opera di violenza, barbarie, deturpazione, potrà annientare, perché ponendosi sopra del Golfo, sopra di Napoli è di Napoli ed in Napoli, nel grande assente, nell’apparente assente nel dipinto. L’uomo, l’essere umano, il napoletano. La sua anima scintillante come il cielo, divina come la sovrannaturale bellezza, quella somma.

Il Maestro Chiaramonte, all’interno dell’Oltrismo, con quest’opera ne coglie la sua essenza pop, di un pop estatico e metafisico, di un esoterismo che si apre attraverso l’arte al popolo e ad esso rempaira puro e semplice, riducendo la complessità sottesa del discorso ad intensità emotiva che non può e non sa lasciare indifferenti. Una veduta letta e riletta ricostruita in una nuova ottica, aprendo un mondo misterico con la chiave della essenzialità, con la forza dei colori vividi ed immediati ma posizionati con maestria.

La sezione aurea divide i monti e il cielo dal mare e dalle abitazioni, i monti sono il limite e la risorsa. Il cielo il divino, l’anima, l’essere. Al di sotto la nostra realtà, quella sensibile, il mare e le abitazioni, dunque. Ed il mare riflette in un pullulare di colori il divino ed il reale ad un tempo, è il frammento multiforme e policromatico che ci è a portata di mano, le acque generatrici del reale conservano in sé la memoria di esso, preservano in sé la scintilla del cielo divino, ci comunicano il vivace altalenare ed il vivido, complesso, plurisecolare carattere polimorfo dei partenopei. La memoria è calma, statica, regina protettrice della Natura e del Tutto. La memoria è nel mare, il mare che preserva il reale e dà traccia, percezione della allegria ardente ed inestinguibile del cielo, è specchio il mare della vivacità dell’assoluto.

Il complesso Somma-Vesuvio, i monti, sono il punto mediano tra realtà sensibile e quindi tra Natura e perfettissimo pullulare festoso e superiore del cielo. E nel mare, al centro della sezione del dipinto in perpendicolo ed in parallelo, c’è la sfera, nascosta, il nutrimento misterioso della Natura, l’orma dell’assoluto che dà colore al mare. Essa è nascosta nell’isolotto di Megaride, Castel dell’Ovo, la sfera alchemica, la congiunzione divina, l’Athanor, l’uovo filosofico, caro a Lucullo, a Virgilio Mago, ai Basiliani Alchimisti. Il nutrimento di questa terra, l’anima di questo popolo

 

dottor Giovanni  Di Rubba

Maria Stella Maris; Sarossa

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Maria Stella Maris; Sarossa; olio su pannello legno multistrato; aprile 2015, Oltrismo

 

La luce dolcissima della luna è eterna, non risplende se non il candore lucido del sole, sua fattura e suo fattore. Pallida sembra chiusa in sé, timida, ma genera tenera e sincera, plasma materna e tutto ciò che è in essa è soffice protezione per noi, figli spersi, mortali spauriti di noi stessi. Lei è lì e non abbandona. Una connessione sottile, la manifestazione espressa del nostro paraclito, la nostra agguerrita difensrice dinanzi alla possenza del divino in sé, impronunciabile ed inconcepibile, amore che unisce dharma e samsara, respiro dell’aurora. Stella del mattino, la Madonna si erge in tutta la sua fulgida potenza, luna perché lontana, ma non tanto, nella cerchia degli angeli, di coloro che puri non mantennero promesse non per loro svogliatezza, disinvoltura o pochezza di spirito. No. Perché impossibilitati da fattori esterni. E questa è la sua linea, questa la sua difesa dinnanzi all’Altissimo. Noi povere creature, simili e somiglianti al creatore per essenza creativa, per libera scelta, siamo difesi, e non è una difesa labile. Siamo difesi, non perché le nostre ragioni siano giustificabili in sé, ma perché in lei trovano giustificazione. Gli ultimi, i reietti, gli scarti del mondo no, non restano indifferenti a quel grido di madre, quella madre che mai ci abbandona. Noi, al di sotto dei monti, nella parte più piccola della sezione aurea del dipinto, siamo adusi a facili giudizi, facili contestazioni, ci ergiamo a tremendi giudici scorgendo nel vizio altrui giustificazione al nostro, oppure, farisei ingialliti, preghiamo il Signore non per chiedere, ma per dire, grazie, grazie che non siamo come i pubblicani. Noi, con che ardire, con che autorità, con che stoltezza ci diciamo fattori di giustizia divina, sporcandola, rendendola terrena, confondendo il perdono e l’equilibrio, la temperanza ed il discernimento con la vendetta. Noi giudicanti siamo i reietti. E peggiori sono i cattivi giudici, gli ipocriti, coloro i quali hanno compassione, ma non patiscono insieme, coloro che hanno la pietas più che il comune sentire la sofferenza ed il dolore. Coloro che trattano gli altri come idioti perché diversi, e si compiacciono della loro squallida virtù chiamandola persino bontà. Coloro che vedono il diverso ma tacciono, lo riconoscono diverso e dicono, curiamoci di lui, peccatore, oppure peggio, curiamoci di lui idiota, e meno male che non siamo pubblicani. No. Noi siamo normali, e ci sentiamo bene se aiutiamo gli altri, perché il nostro muro ci rende migliori, perché non abbiamo il coraggio di ammettere a noi stessi, che loro, i reietti, coloro che godono del disprezzo e dello scherno hanno una visione, un sentire, una weltanschauung molto più profonda della nostra, e non ci vedono come i cagnolini guardano al padrone, ma come il saggio disprezza lo stolto loro, unici eroi, veri stupidi, perché si stupiscono ancora, guardano al saggio come ridendo, da dietro una colonna, dei tanti arzigogoli reali, loro che, eterei, sono in una dimensione che noi non riusciamo a capire, molto più vicina al divino, per questo emarginati. E non a caso la parte minore della sessione aurea, quella più compatta, è quella meno travagliata, perché è la nostra visione della madre celeste, sprazzi di luce, sprazzi d’azzurro, ma senza essenza, come tra gironi, striscianti con gli occhi tuttavia al cielo, vediamo lei come una stella, quella che guida i marinai, quella che ci ricorda quale sia la via da seguire non imponendocela, la scelta è nostra, ma solo indicandola. Ed è una stella del tutto speciale, perché lucente è anche sede della Sapienza, e a noi la dona col suo zampillio, noi che senza l’umiltà e l’intercessione mariana non potremo mai raggiungere alcuna conoscenza. Ma un emblema non basta, non può bastare, la madre delle madri e la donna delle donne, la stella, la più luminosa, anzi la “luminosa” come gli arabi definiscono la figlia di Maometto, che tanto patì e tanto in silenzio, come le tante donne vittima di una violenza becera e dell’impossibilità di esprimersi, come negare alla fonte di sapienza, all’immago divina, alla sua fulgida apparenza di zampillare? E qui è la verità, oltre i nostri muri mentali, valicando i monti, limite dei nostri nocchi,  ben più frastagliata, non complessa, ma addolorata. La Madonna è immaginata dall’artista con il velo orientale. E nella dimensione più elevate si percepisce non la serafica gioia, il lezioso gaudio dei cori angelici. Si percepisce il dolore. Perché la madre di Dio, luna sublime, è prima ancora e anzi ancor di più, essendo madre del Cristo, dell’incarnazione presente in noi del divino, madre degli uomini, degli esseri umani. E che sofferenza, che patimenti, che angosce deve subire colei che ci difende. Prevaricata, stuprata nell’aspetto, si nasconde per vergogna ma ci difende a testa alta. Tante volte ferma le mani possenti del suo figlio, divinità assoluta e tanto lo convince a perdonarci, a non essere il vendicativo veterotestamentario, ricordandogli di quando anch’egli era uomo, di cosa sia il tradimento, di cosa sia l’essere guardati con altera superiorità da carnefici, di cosa sia essere dimenticati e rinnegati dagli amici prima ancora che dai nemici, Lei è terra e luna, lei è donna, e già in quanto donna è superiore all’uomo, per grazia e per capacità di discernimento, per letizia, per gioia, lei deve soffrire la violenza orrida sulle donne e sugli uomini, lei deve soffrire la violenza fisica alle donne, quella morale, e quella virtuale, basata sull’immago e non sull’apparenza, sulla reificazione della donna, ed anche dell’uomo sempre più spesso, dall’essersi sentir dire è bella, attraente, ma sempre più raramente, è carina. Non basta amare una donna, bisogna volergli bene, perché solo volendola bene la si può adorare, si può adorare il respiro di Dio in terra.

 

dottor Giovanni Di Rubba