L’eco del risveglio

tower eterea

tower by eterea

L’imperatrice
Plasma un destriero indomito
da auriga folle,
da corsaro suadente
di flutti scossi
dalle redini turbate
Gli occhi speculari
di metilene
nella mente di siriaci
dalle grazie celtiche
prostrate al vento
e in panistica unità
con la natura
In selve distorte
tra laghi di immane
gaudio
riposa il tuo velo sospeso:
eternità di roccia
silicio effimero
ma possente
Nella radura la tua gemma
al collo
verde d’assenzio
e variopinta di smeraldi
come calice goduto
come piattaforma di pensiero
fugace
I Fenici
scaltri
tra le rovine di Tebe
e tu in trono
nel firmamento austero
di sogni diurni
di paste statiche
e leziose
come miele,
dolce fiele
negli assedi,
ventura dei portenti,
gioia dei nemici,
emblema della celere
battaglia
In un dissipare di luci
e in un sormontante anelito
dimesso
da soave spuma marina
o da effige divina
numismatica
sorta
trapassata
come liquame
anzi vapore
tra le pareti
umido delle scale
odore incantevole della pioggia
I templi
eretti per te
mistero delle immagini
infinite
di un così vasto ardore
che invade gli animi
Lo spirito
che giace sovrano
sul tuo corpo
carezza le spalle
inumidisce i capelli
dà madore alla pelle
Tu
incauta folla di stupore
ondaccolo della luce
intorpidito bastione
di stratagemmi bellici
Per te le forze cosmiche
lottano
e ai tuoi piedi
l’ultimo anelito cedono
Tu sola collo sguardo
incanti i viaggiatori stanchi
dall’assedio pittoresco
Immergi dentro te
e esponi declinando
con tre parole
l’umanità intera
Dialettica degli opposti,
punto d’armonia assoluta,
il verbo si arresta
dinanzi al tuo apparire
Ma non vive
il tuo respiro
tra spasimi incessanti
di una vittoria
delle foglie incaute
sulle piante
La clorofilla di te
ti dà la forza
di anguste intromissioni
tra quel che è vero
e quello ormai silente
Genesi effimera del volto
lo sguardo intermittente
di te stessa
rivolto verso candidi pensieri
e impure come ieri
le giornate
Bisognerebbe avere la passione
di dire cose da
bestiole che
in te trovano riposo
in te trovano ristoro
nel muover delle mani si stupiscono
ed estroverse si smarriscono
Per conquistarti un soldato
avrebbe invaso
l’Egitto in un attimo svogliato
crollando Alessandria ai suoi piedi
in vana voglia
coi libri intrepidi tra le rive
auguste di potenza
del Nilo trasmigrato in Stige nubiloso
Ma poi il combattente
slegando i lacci del mantello
perdendo la croce e il suo cappello
distrutto ai tuoi piedi
pel rifiuto
L’imperatrice sei tu
io te lo sussurro
sfogliando il volume
sul Volturno
in una piazza incauta del mistero
che la costellazione col tuo nome
cede a Mercurio
E per conquistarti
un alchimista dorato
si è venduto
l’alambicco ed il suo stato
sguazzando nel protocollo di Bisanzio
e giocandosi i tarocchi senza sosta
e senza la tua effige
Sei tu l’Imperatrice
di quelle terre indoeuropee
della tundra sterminata
della scalata verso
il Mare Nostrum
La mappa mostra il tabernacolo
l’alchimista la sfoglia e non ti trova
ti perde nella pietra mistica
nella battaglia di Lepanto
Dov’è il tuo trono e la corona
se s’inchinano i condottieri e i maghi
non senti nelle vene il marchingegno
divino
E capisci ciò che forse non hai letto
e sospendi ciò che forse
non ti sei chiesta
nove gradi nel pianeta ascendente
sul tuo Liocorno

Lo sguardo frulla
Lo sguardo frulla,
invadente sgorga, negli occhi
tuoi che trillano,
indomiti biscotti
col ventre d’amarena
sgusciante di illusioni.
Prezioso quell’ intenso
vagare
in tundre desolate
che chiedono venia
inconcludente
al vortice tuo
ardente.
Gaudioso il tuo zigomo
dolce e strisciante
come la notte
che risplende
invitante
un chiaro percorso
scosceso e sconosciuto.
Improvviso
gelido il tuo viso,
la schiuma sul volto
pasticciera
è il mantice della sera
come l’acqua
novembrina e sincera
fissata dal pensiero
un po’ impuro.
Lo stillicidio del tramonto,
la luna prossima
e il sogno
che già t’invade,
conquista d’altri tempi
sopiti
da battaglie fugaci e mai perse.
E poi capelli:
rame e argento
dei cirri intrepidi e furenti,
destrieri lontani e scossi,
vaghi e guizzanti.
Occulta,
così resti occulta,
i volumi del silenzio
sono piante rampicanti.
Sguazzi tra fecondi ariosi
discorsi
che spiazzano,
che riposano,
che infine si assopiscono,
mormori un fruscio
come il vento
e resti dominata da te stessa.
Impercettibile, volatile sostanza,
etilico ectoplasma,
si sente la tua presenza
nell’aria
ma manchi in consistenza,
sì tanta veemenza,
comunque te lo ripeto,
manchi in consistenza.
Nobile, gas nobile,
legata con te stessa
non rimpiangi
l’inutile compagnia,
stendi la tela,
prima di distruggerla
resti a rimirarla,
godi e la tranci di netto.
Col bicchiere in mano,
il liquido verde,
i fluidi rimescolati
li versi nel letto
e parli per dispetto
anche del calore
e della quinta
(volteggiano le dita nel vuoto).
Il rimario l’hai smarrito
ma, cribbio,
non ti serve,
fai benissimo da sola,
fai benissimo anche senza,
meglio il gelido cobalto,
dipinto di assenzio
in gaudiose vittorie
etiliche
incantate
dal supremo colore
intorpidito
dal pallido incarnato
che cede alla sera
i misteri,
al chiaro contatto
di un raggio di luna.
E sì la luna
apparirà sintetica,
intraprendente
ma come lemma silente,
apparirà,
tepore nel cielo
senza preavviso, dici sul serio,
stringendo nei pugni il tuo velo
sospeso di inquietudine.
Allora sì,
cambierà tutto
come solo un arido sentiero,
breccia nella voce dimessa,
un po’ cupa, nostalgica.
Intorpidito ogni furore
sono strade di catrame
che sfiora ad ogni ora
il tuo buon umore
mentre senti dolente
il mutamento della pioggia,
diventi tu stessa pioggia,
prezioso acquitrino
in parole menomate.
Diventi l’essenza,
la temperanza,
l’incandescenza.
Diventi quel segno svelato,
quel tuo sguardo obnubilato,
un cantiere in sospeso.
Diventi pura,
candida ma ardita,
poi dolce bocciolo
di foglie spaurite
da una goccia trasparente.
Intorpidito,
nello specchio il tuo sguardo,
ricordi sbiaditi
e tesi nel vento,
è un attimo e compare
e scompare e ricompare
multiforme
la tua figura
in un sussulto intrepido,
vorace,
dolente.
Poi solo parole
che si arrestano
dinanzi al tuo incauto
gesto folgorante
e resta il tuo docile
volto indissolubile.

Dagli occhi incauti
dagli occhi incauti
mal dimessi
al silenzio
loquace come fluido
diluito
e tenebroso
di pensieri impuri
che m’invadono
e che si inchinano
al tuo apparire
furiosa
in estasi per un ricordo..

Divina padrona
Divina padrona
un mistero sublime
avvolge
quell’aura di tristezza
che ti invade
da quella notte
Sola e in silenzio
varchi ogni dì
le soglie del tempo
Spiazzi con lo sguardo
e intanto
sorridi nobilmente
con incanto
e celestiale gaudio
Parli di te
con vivacità e poesia
ti agiti, ti muovi
e non cedi
Trapassi l’aria
e volteggi amabilmente
tra le tue parole
mutate in furiosi
e vorticosi ingorghi
Tempeste di sabbia,
diamanti di cera,
serpenti a sonagli
ed animate, vuote storie
di peccati
Non concedi alla sera
che qualche barlume,
non chiudi le finestre
neanche se gli sconfitti
petali ti investono
Li tramuti in foglie secche
che con superbia
sgretoli tra le mani
Ridotti in polvere
ti implorano pietà
ma tu indifferente
li spargi intorno a te
chiudi gli occhi
apri la bocca
e divori il vento
con voracità.
Poi soffi e
dai potere al caos
confondi le menti
e domini compiaciuta
Sovrana e padrona
ti annoi con semplicità
ti rendi complice del tedio
ma lo pugnali alle spalle
fingendo indifferenza ed
estraneità
Infine ti stendi
sul tuo letto argentato
porti un dito al cielo
ti sfiori poi le labbra
e godi la tua divinità

Traluce
Traluce
in svariate
sensazioni scandite
il languido svolazzo
derubato dallo sguardo
tuo propendente
nei confronti dell’infinito
diroccato
ingurgitando bacche
ambrosiamente velenate.
Stupida diramazione
sulla salina,
svincolo a destra dei tuoi fianchi
trapassati e trasformati
in perversità.
Ma come si è potuto
sfiorare l’accordo
veemente
nel frastuono melodico?
Cadenzato il verso,
tre piedi,
la metrica federiciana,
da Lentini a Bembo
il passo è sovvertito,
la glossa grossolanamente
disattende il principio.
Non ci hai fatto caso,
capretta d’altri tempi,
l’essenza è stata persa
sul tuo corpo.
Ah come era stupendo
il tuo profilo,
armonia d’assoluto
anzi la venuta dell’oblio
che ti ha disincantato,
ora ascolti le scaglie
a mo’ di invasrice.
Fulgida dicromatica
non dimenticare
la storia tra di noi
mai sorta e mai nata.
E continua a recitare,
sul palco coi boccoli cinabrici
affinché imprima sul cartoncino
le tue velature sublimi.
Poi noncurante
come sei sempre stata,
schiaccia questo residuo del nulla,
io resto inutile musichetta,
ignorata e inesistente.

Bios-Thanatos
Un atomo di idrogeno,
pioggia scaltra,
trasmigrazione della scalza
intromissione
tracotante di particolarismi
crepuscolari
nell’intento di sviare altrimenti,
altri connessi,
intrugli scantenati
e poi, i tuoi silenzi
giù o in soffitta,
il carbossido,
l’alcheno,
la vita e il piagnisteo.
Poi ti vedo navigare
con candida mano dirigenziale,
sullo scranno alabastrino,
sul predellino di basalto,
e scende da questi crateri,
non fossilizzi
tutti i miei pensieri,
li dischiudi tra miserie e inganni,
li proteggi tra bagliori e furori.
Poi l’onda del mare si infrange
sullo scoglio d’amore,
ascolta la tua voce,
fisiologica
la passione piramidale,
sgomento,
puro sgomento,
nel vederti incedere
in trotto,
tra le spiagge
tra gli invasori,
tra i più stupidi scultori,
che non traggono
vita dal marmo
ma gorgheggiano il loro
santo scalpello,
come macchie perse
nel claudicante senso.
Intanto alla deriva,
tra le colline toscane,
tra le più amare
muse insabbiatrici,
tra i giardini,
tra le zamie,
tra i pensili babilonesi
non hai più porti sicuri,
nichilismo sui tuoi occhi,
tedio e nausea
sulla tua bocca.
In una valente balza
scoscesa
di giudizi minossici,
avvolgi la tua coda giudicante,
poi la spogli di vergogna,
la danni quella tua voglia,
nell’oscuro rimpiangi il sole,
maledici rose candide
ma le brami
infondo a quel tuo cuore,
come sogni desti,
vortici paradossali.
No, forse non c’è speranza,
hai ragione
qui è il buio,
ma la musica dialettica
e sintesi ad un tempo,
li sfinisce questi tuoi pensieri
come se giammai,
tu non avessi avuto paura.
Poi la pioggia svanisce,
lampa corpuscolare perde il senso,
il pavimento è sanguinante,
ti distendi con le gambe all’aria,
e l’infinito è lì vicino,
già li senti i serafini,
le virtù,
le potestà,
l’empireo.
Allora decidi,
togli il sol, poni il mi,
e la chiave di basso
diventa di volta,
architettonicamente regge l’universo
in un barlume di anfratti,
tra tendenze centrifughe
trovi il punto d’assoluto.

La quinta dimensione
Porgendo il bicchierino,
scopri inaudita
l’indice furente,
scosceso tra le ardite
rovine
di regge mastodontiche
e novembrine
che sotto un colpo fiero
tracollano in trotto,
svaniscono d’un botto,
e restano pezzetti di domani
mal riposti, come atolli alteri.
Posi tutto e corri tra le tue stesse
braccia,
pesi poco e gradivo il tuo corpo
si slaccia.
Sono essenze fluide nell’aria
come se si sentisse
un flebile lamento
che se esistesse per davvero
o fosse alba di giorni concupiti
al chiaror selenico…
Possediamo il talismano!
Poi trema attonita
la tua mano,
sfregandolo ti atteggi
ad anima dei silvani anfratti
o magari degli insoliti
acquitrini
di rimpetto trasparenti
ed attraenti, immagini
ti invadono
a sgorgare preghierine
mentre precipiti con grazia
celtica.
La molla del tempo.
La chiave del silenzio.
La svampita croce circolare.
Tutto nel portagioie del tuo camerino ineguale.
E se avessimo sbagliato
dall’inizio?
Se fosse tutto
falso?
Al di là del limite
ascendiamo
calpestando gli scalini
e forgiando lame irsute
per la celere battaglia,
che ormai dura da millenni.
Antropiche guerriglie urbane,
pre-edeniche pretese
di potere pur sempre privato,
sciacallaggi atroci
sulla tua pelle
come a dire frasi sconnesse,
post-atomiche rimesse,
carrozzerie sgualcite lievemente
ma terribilmente sacrileghe,
sull’altare della discordia.
Porgendo il bicchierino
forse il tuo sguardo
non immaginava questo,
non si aspettava fossimo accerchiati
dai nemici di sempre.
Precisamente loro,
i loro tratti suadenti,
la cicatrice ad angolo retto.
Forse non è vero
ma tu te ne ricordi,
mi hai impresso nella mente,
me come matrice di futuri incontri
senza più psicotropi.
Forse quel gesto,
quel bicchiere significava,
dai fuggiamo via,
prima che arrivi l’alba.
Ci restano due ore.
Varca la porta,
la quinta dimensione.

La dama delle stelle
Poniamo per un istante un’ipotesi,
diamogli corpo,
diamogli pensiero.
La luce mostra intorno
nocumento,
ma forse è meglio,
stendo il velo,
lo scorgo,
lo accosto,
lo sfioro,
dita in cielo.
Siamo stati felici
in mezzo ai tuoi capricci,
come se infondo
non ci importasse,
della pioggia.
Ma no,
tu, no,
non dimenticare
che siamo stati
validi tiranni,
berberi affanni,
sofistici e ditirambici
accordi.
Sguazza tra le tue note,
fallo con calma,
sì, dai,
metti pure i numeretti,
forse è meglio,
mi oriento sì,
mi schiudo, sì.
Il vero è come foglie
ingiallite,
variopinte, dai guarda
che colori
poco prima della caduta.
Mettiamoci in cima,
nascondiamoci tra i rami,
percepiamo la natura,
anima mundi,
ardente spirito incendiario.
L’essenza è qui,
dove è il godimento,
cardi e sogni,
rapaci intrugli,
cabalistiche passioni,
austere invasioni,
continenti sconosciuti
e ancora sì,
magica quiete, prorompente.
Mantiene tale essenza
l’ombra delle idee,
dai volteggi,
dai solfeggi,
neoplatonici incontri,
forse un karmico,
volubile selciato,
etereo ma magari vivido
come mero giudizio nero.
La voglia c’è,
manca la disciplina,
o forse, no,
la stessa esiste,
insita nel tuo caos cosmico,
dove va non lo sa,
lì tra il tuo volto effimero,
tracciato con la china
su un A3.
Guarda c’è una pera,
guarda una melagrana,
guarda un furetto,
fisiognomica e santa
la tua effige,
il riflesso,
l’apparenza.
Ti bastava un solo cenno
per tramutare
il legno in argento,
con l’indice proteso,
coll’ anulare capiente,
col cerchio di congiunzione al collo.
Puoi accennare un sorriso.
E ardentemente
quando il rumore è assente,
fai di nuovo il cenno,
assapora l’anima di belve e clorofille.

Poi finisti nel giardino
Poi finisti nel giardino,
sfiorando i vespri autunnali,
caduche tutte le tue passioni,
spargesti effluvio
violaceo
senza concepire
né stagioni né illusioni
ma soltanto
validi sonetti.
Spalancando il portone
in quanto possedevi già
quanto ti occorreva:
la sfinge,
la chimera,
la troposfera,
le strisce di Elio
e non di aerei
come se tu,
stampo nel gesso,
sbuffando scendessi
a compromesso.
E poi i tradimenti,
eh eh,
dove li metti?
Poi venne qualcuno
che ti sussurrò
un lamento
nel padiglione auricolare,
lo spingesti quindi fino all’eccesso,
ti cambiasti l’espansore
e lo sfinisti,
lo punisti,
lo infliggesti,
nel naso la congiunzione corpo-spirito,
nel pancreas l’ectoplasma,
nel fegato la rogna.
Quel qualcuno ti disse
l’ora di conseguenza,
pronunciò le tre parole della formuletta
ma tu rispondesti
di avere già le catene
attaccate ai passanti,
dunque era inutile,
meglio sorvolare,
ti bastava.
Sì, continuando a parlare
dicesti io ho voglia di bayles,
ancora,
dai ancora un cicchettino,
poco così, poco colà.
Non so che follie
dopo la bevuta,
magari vorresti anche
una dose,
allora sì o allora no,
comunque è tardi
meglio tornare a casa,
io ti dico.
Ma in ogni caso
un paio di basetti
te li concedi,
smackettante
aspetti prima di ricambiare
il refolo di vento,
ti sdrai per terra
divaricando le gambe.
Ah piccolina cosa mi combini?
Non ti viene in mente
che domani sarà giorno,
beh che dico,
a te cosa importa,
sul libricino stenderai
un telo da mare.
Un telo tedioso
ma accogliente,
mentre gli altri
parlano
tu straparlerai
nel sonno fingendo,
ovviamente,
compassione.
Poi tra le aule a trotto
il giro sarà interrotto,
scolastica citerai l’Aquinate
e due versetti a caso,
poi sulla cattedra,
allestita a palcoscenico
per l’occasione,
germoglierai estrosa.
Ma ora è sera
non pensiamoci
ancora dimmi un po’
che cosa vuoi dirmi
o andiamo al sodo.
Già lo sapevo!
mi parli di Verne,
poi incurante passi all’anima
che pende
e non ha riscontri.
Infine e finalmente
troviamo spazio
per l’amore
ma solo su due mattonelle,
34×30.

L’origine del mondo specchio del tuo corpo
Probabilmente si è trattato di un sopruso,
inaudito gemito del lauto banchetto
incluso,
la voglia è già condizionale,
sospensiva clausola
dell’anima
mentre il sapone
ascende in macchie,
in bolle poi,
in conclusione.
Dal cielo mi sorprendi,
schiarisci le stelle
come fossero denti
sorprendenti e beffardi,
aneliti di travagli
superati dallo stupore.
Eccoti mentre ti trasferisci in mare,
la conchiglia,
la genesi,
l’attesa,
Zante,
Stromboli,
Vulcano,
Napoli,
Roma,
l’altopiano. Eccoti
che scandisci bene le parole.
Eccoti
che trasmuti,
dai valori,
dalla morale,
fino all’inclito spiano
astrale. Eccoti
con le partiture. Eccoti
in brulle arsure,
dove non hai più voglie
né floreali, estrose balestre
possenti. Eccoti
nella cascina. Eccoti
scalatrice,
dove neanche il Monte Ventoso
ha potuto riempirti d’allori.
Sì ti fa piacere,
mi hai trovato,
bottoni, lacci e asole,
mi hai trovato.
Apri la credenza,
prendi leziose
paste statiche
come vesti. Ti copri,
indumenti impermeabili
all’ardore, tanto tu
già l’hai svelato
il segreto.
Allora sì
lo prendi, lo sospendi,
specchietti, purpurei ammanti,
oscure toghe che vincon l’arme
come erba dolce ed odorosa
che fa battaglia silente
all’orgoglio.
Ma poi
neanche ti rendi conto
delle ostruzioni
e degli ostracismi, hai fiducia,
davvero ci credi
in quel che dici,
ambiziosa!
I simboli vegetali,
l’aquila e il falco,
i numeri perversi, statici
come l’universo speculare,
circolare ma tagliato
in due simmetricamente,
di qua l’oscuro negativo,
di qui la luce positiva.
E poi lo zero,
quindi il punto,
sostegno della storia
inesprimibile ed immisurabile,
magari percettibile,
ma inconcepibile.
E nel Museo di Alessandria
o nello Studio napoletano
hai trovato la congiunzione,
gli scritti dove
l’origine del mondo
non è descritta in termini
di creazione
né di trasformazione
ma solo come specchio
del tuo corpo.
I secoli, i millenni,
i giorni, l’ore
e gli anni, assoluti
e tracciati sul tuo volto.
La storia è sapienza,
la vita conoscenza.
Tu sei storia e vita,
conoscenza e sapienza.
L’universo vive e si espande,
di un’espansione paziente,
che non scorre ma resta lì,
tutto esiste,
tutto è sempre stato
ma sconosciuto
e scoperto perciò per gradi.
Allora ti è sufficiente,
va bene così,
sleghi i capelli.
Allora basta così,
riprendiamo domani sera.

Usignolo libero
Si alza il vento,
soffia fiato silente
tra le corde
e tu distesa
sulla brume
dialettica foglia perduta.
E d’improvviso
chiudi gli occhi
e si spalancano i mari,
i cobaltici anfratti
divini
sul taglio zigomato
e la lacrima
raggiunge le tue labbra.
Poi il cinguettio,
di nuovo. Zitti,
tutti zitti.
Va,
ondeggia qua e là,
corri,
fuggitiva corri,
libera,
sei libera adesso,
non ti perdo,
no,
tu rimarrai in me.
E ribelle e dolce mia,
scuoti ancora un po’
la testa. Vai,
usignolo fiero vai,
nessuno più vorrà
legarti, incatenarti,
costringerti a cantar.
Vai,
il mediterraneo è un po’ più là,
la vita tua preziosa,
viva, serena,
estrosa, e pura ormai sarà.

Da dietro alla colonna
Suppongo sia lei.
Presumo sia proprio lei.
Dai mi avvicino.
Scorgo le labbra ciliegie,
madeleine occhi,
amarene pupille.
Le incandescenze violacee
ai bordi del corpo,
sul viso la seta,
lo sguardo turchino,
il sorriso beffardo.
Spostati devo accostarla,
anzi no,
è meglio mi nasconda
dietro la colonna.
Le macchinette d’acacia
fanno un rumore
assordante,
un sibilo crescente,
allora è l’occasione giusta,
la falena grigia
apre il sipario ai suoi colori.
Pura magagna,
eh eh,
sì mi ricordo,
quel pensiero estivo
sull’asfalto paonazzo,
le tue mani svolazzanti
tra le ciglia e i compromessi,
le tue dita invitanti
tra scadenti e sagaci
trotti al centro dell’incrocio.
A quest’ora
(tre di pomeriggio)
chi vuoi che passi,
andiamo a intermittenza,
stringimi la mano,
aspettiamo un breve
accenno di gomma, e
gettiamoci ad occhi chiusi
in mezzo alla strada.
Supini per terra.
Non ci sono, dai,
bare di fuoco
ma comunque, tranquilla,
vediamo il futuro
lo stesso,
ignoriamo il presente.
Fosse stato vero!
Avremmo saputo
di esser entrambi
qui alla distilleria.
E il sibilo aumenta. Si,
dio mio come aumenta,
forse magari
è soltanto
scheggia della mia mente.
Lo ignoro
ovvero ignoro te
ovvero ancora ne approfitto
per ‘mbruscinarti
o solo guardarti.
Ma improvviso,
oh no che succede,
folletti, monacelli e fatine
nel castello imbandito
sul ripiano a mo’ di buffet.
Mi offrono una pastarella
sguazzosa di maraschino,
la mangio da me.
Mi giro.
O dio, lei ora dov’è?
Eccola affianco al re.
Ma l’anello al dito,
cito ancora dio e dico,
cribbio dove è finito?
C’è bisogno,
sì mi decido,
la accosto e l’avvicino
ad un tempo
e le sussurro
d’un fiato
di spostarsi
a ridosso del muro,
la devo parlare.
Poi incurante della reazione
continuo,
sono finito
in un mondo parallelo
dove non c’è raziocinio.
No non è così,
guarda, tu dici,
ma io nemmeno ti ascolto più.
Ti sembra questo il motivo
di essere incantevole o socievole?
Al ritorno vedrai
le mie lenzuola
immerse nel rosa
delle persiane
in giubilo attendendo
l’arrivo da Maratona.
E concludi chiedendomi
di dipingerti il viso,
di accennarti un po’ di falso
e un po’ di vero,
di odorarti i capelli,
evocatori di nascosti sentimenti,
profumati e saporiti
compagni delle nostre perversioni.
Il sibilo è ora schizzato,
la cresta troppo alta,
la frequenza incalcolabile. Mi giro
e vado via.

Vai parola
Vai parola,
non fermarti ancora,
cerca il suo viso,
scendi dai colli in corso,
soffia in viuzze affollate,
prova a trovarla,
il mio sforzo
è vano.
Ove il mio farneticare
ti invada l’anima,
carichi lo spirito,
ti renda indivisibile unità,
resta con gli occhi bassi
di fronte a me,
guardati ancora
oscillando le gambe.
Non preoccuparti
il fascio ti invaderà il volto
per un altro po’,
non agitarti,
i tuoi boccoli
sono nei miei sogni,
oh sì quei cirri greci,
quel misterioso estro alemanno,
quell’indolenza e quell’indifferenza.
Se poi devo restar
lontano a maciullare
amare solitudine,
guardami tu,
io pongo lo sguardo altrove
ma stai tranquilla,
sei impressa nella mente
a caratteri mobili,
mio libro universale,
vengo ad attinger frammenti
di verità dai tuoi occhi
che sono solo sintesi
del volto misterioso,
ragazza d’altri tempi,
sei la mia via diletta,
dove da tranquilli posti
non mi scomodo,
stiracchiato
sul triclino col calice in mano,
bevo i tuoi umidi livori
ardenti,
tu sei comunque
sempre più lontana.
Mia gamberetta ritratta,
incedi in verso negativo,
resta soltanto un flebo
della tua ombra,
io scrivo senza che tu legga,
scrivo inutilmente.

Meglio sorvolare la verità
Proclamata
con un giro di parole
la perdizione della seduzione,
tu mi guardi
con gli occhi intensi
ma il pensiero è già altrove.
E tanto tempo,
tanto vivido il senso,
lo batti sulla cattedra
come un pugno dato al muro,
sei capace di dirigere
un’orchestra o chiedi venia
come un ginnico esercizio
in palestra.
Le sensazioni che sprigiona
il tuo corpo
in questa superba sonata
sono candide come
le rose di un maggio lontano
che rincorre per caso
un verso e lo acciuffa
guardando più in là.
Qualcuno direbbe
l’autunno è una passione
da coltivare come le strade
spalancate sulla realtà,
hai un po’ di timori,
allora passa da me.
Tre quarti è l’azione,
due terzi finisce in perversione.
E c’è una stella
troppo bella
dalla finestra la guardi
e speri magari
pensando a te stessa,
puoi pure sorvolare
l’introduzione,
vieni al dunque con pudore.
E guardarti fissa
di nuovo negli occhi,
cercando un barlume di verità,
ma la tua nebbia
mi oscura la vista,
è meglio sorvolare
la verità.

Porgimi il cuore diadema del dolore
Porgimi il cuore
diadema del dolore,
porgimi il tuo sguazzante
animo intatto,
porgimelo dai,
non ti chiedo dove vai.
Credo che tu,
ammiccante come non mai
abbia tratto addendi,
i fogli, le formiche, il pianto,
il veleno ed anche la pioggia
mescolata al bitume
non implorerà,
dirà soltanto che giammai
la storia è finita tra noi.
Ed a quel punto dirò,
cara sei la vernice
più fluorescente
su pareti perverse,
sei indelebilmente scaltra
ma già, non scompari neanche
se dici no,
impressa resti al vetriolo,
o magari al vetrino,
microscopico ardore positivista.
Per questo io striscerò,
coperto di mandrie
sopite in me,
invitante
con la socchiusa palpebra
all’imbrunire,
sei solo rimasuglio
del vuoto gesso
posto sul compromesso,
la lavagna di Delle Vigne
chiuso in cella ingiustamente
perché, l’invidia,
rende cechi sai,
ma tu resti più lontana che mai.
Allora zitto dirò,
sei alemanna, franca, celtica o galla,
sei iberica o magari romea,
non so,
le punizioni Giustinianee,
le accuse di eresia e di vilipendio.
Per questo ancora muto dirò,
la tua soave voce dov’è?
Sei ciò che tende,
ciò che darebbe una svolta
definitiva se,
lo Stupor Mundi
sotto il giglio non si fosse spento,
ma tu portami alla vita
di nuovo
del dominio senza guerre,
alla legge senza tavole
o bronzini incisi hammurabici,
sei tu la babilonia vera
di libertà, non meretrice,
non sei più il sosia di te,
sei la candida effige,
sei la rosata stele celeste,
sei l’effluvio d’Egitto,
l’Astrea e la Sofia,
sei il Filos e il Logos,
leghi tutto supina in te.
Allora fondiamo ‘sta città,
diamogli mura trasparenti,
accogliamo in sincretia
ogni brama di sapere,
collochiamola sul mare
e tra le colline.
Poi infine ancora più tacito,
io le do il tuo nome,
il tuo epiteto
e il tuo attributo.

La sognatrice al far dell’aurora
Eccoti qua
di nuovo a fare l’ étoile,
esplodi in frasi concise,
scisse armonie riottose,
risulti suadente
e lei che dice deludente,
via la fornace
ai sogni incauti d’attrice,
vivi per me
e dici che il resto
è il surplus essenziale
di ogni felicità,
vivi per me
e attonita dici
che son verseggiatore atono
dei tuoi desideri dischiusi,
eccoti un gesto,
eccoti il verso,
se gira, lo sai,
è solo perché tu
lo vuoi,
il limite sepolto
fa scialbe pietà nell’aria
della crudeltà,
cruda cattività autoindotta
ed ipnotica rotta volatile,
champagne vorresti
nella tua stanza,
cerchi questo oggettino e mi chiedi,
dov’è?
Qual è il problema?
Forse adesso c’è
ed era il duemila
e io non ancora ti conoscevo,
a stento ti vedevo,
eclissi di sole e di luna
in tempi determinati
per i nostri ultimi
vent’anni
che ci approssimavano
alla totale estensione espulsiva
della ragione,
leggendo il libro
guardami ancora
e sorridi,
segno di sfida,
l’universo siam noi,
beni indivisi e pubblicità immobiliare,
cerchi anche tu,
chirografaria,
la dimora,
resti di ogni domani,
ci separammo
perché non fummo mai uniti,
bevi ancora,
abbiamo, come dire,
tempo,
e mi prendi in giro
con la tua profonda
superficialità
da scuotimento di tettonica
a zolle,
derive di baci,
Pascal e Pasteur,
l’inciso,
non sono convinta,
come lo zero assoluto
il triste inverno,
vorrei le parti più fredde di te,
inumidire i tuoi zigomi
con foglie secche e odorose,
allucinatoria l’implosione,
e sì, c’è, e sì, si fa,
bene,
stai comunque bene
senza di me,
però, d’altronde,
chi ti manca
è quella nascosta parte
di te,
molto bene,
e di più inizi
a fare la provenzale
nuda sulle scale,
logorami il fiato
e l’ebbrezza ingiallita
del tuono d’autunno,
repentina lasci pure spazio
intensivo al tuo giulivo
vorticapo,
ingorgo amnesico,
rompighiaccio sulla spiaggia
attizzata all’albeggio
della luna,
noi pugilatori indecisi e stizziti,
solo il mio senso
ti rende orgogliosa
delle tue follie
ma dai,
proprio non lo senti?
non ci credo,
non sai ascoltare il suono divino,
ubriacatevi se potete,
stantuffi di luce e di rame.
E mi sfidi firmandomi il braccio
con l’indelebile segno,
chi ha intelligenza calcoli,
è questa la sapienza,
la vita e la scelta,
mi sbianca la tua mente,
ed è qui,
è questo il posto,
è il nostro discorso interrotto,
è l’incantevole passato,
fammi gli assiomi
che così diamo alle nostre creature
qualcosa in cui credere,
fallo però prima dell’ora terza,
donzella scherzosa,
aurea aurora,
prima luce del mattino,
sguardi distratti,
cuori distanti,
volti infiammati
e lui ci gode,
gode e si imbizzarrisce
ancora più potente
nel far credere che lui non c’è,
ubi stantibus,
scegli il re
delle frasi perdute
in me.
E sulla terrazza
ancora le note
dell’indefinito
tuo sogno
intensamente gentile
e decora la nuova era,
oppure compra ancora
Chanel e Rimbaud
che cerca di te,
se gira, lo sai, senza i suoi raggi
ci sarà pur sempre un perché,
è il limite candido
o la potenza della sua gloria
in sanscrita armatura,
ti svanisce il se
eliminando le troppo ingombranti
voci verbali
e trovando la genesi del sì
o l’assunto del ma,
la curvatura della A, l
‘intrinseca pietà di sé intrisa
e ludicamente indecisa,
quartina addescata
nella fagocitosa
terzina italiana,
non senti l’urlo
che è in te.
Ah! perché? perché?
perché?
Sì cuci ciò che separa,
così mi sembra appaia
la mattutina imbambolata
chiave raggirata,
ancora stonata,
in fondo il no
non è mai negazione,
mi dici,
mi dici che è negativa intensità,
la frase poi la attribuisci a me,
è la tua precocità,
la mia l’hai assaggiata già,
è la notte della ragione,
Itaca era lì,
la nota inviolata è il si,
il sarcofago inaridito,
lo sguardo di Cheope
al mezzodì
non è,
è così se inverti
il significato del re,
in Pelligoux la cantantessa
andò in tournè
al ritorno trovò me,
dopo il saluto,
dico la sera appresso,
ci fu l’invocazione
al giallo laureato
del caucasico intruglio
mozzafiato,
così i volti cambiano,
le croci restano,
il miraggio è fatto,
steso e ditirambico,
ma no,
volesse il cielo no,
due segnali ed il tridente,
poi la verga di ferro
che guida l’universo.
Sento che con te
la spiaggia spumeggiante
del ricordo
che hai versato sul letto
è menzognera meta,
la tua la sai,
dopotutto sei già distesa.

Onirico intreccio
L’invito perso nel vuoto,
miele sui tuoi fianchi.
L’intrepido indice
sulle labbra,
appoggiato il piede tuo
sull’anta.
Verticalizzavo ipnotizzato
alla vista della tua
incoerenza,
trapassata soglia spirituale
al sommo grado.
Vacuo quel sorrisino,
vanità sul tuo petto,
ciondolo di spighe gialleggianti.
E il pacato venticello
come satropo al confine
giusto un po’ compromissorio.
Te è da un po’
che non cambi le lenzuola,
fai follemente innamorare
in sogno come nel reale,
leziosa candida,
cavallo indomito
contro il monte asproso,
senza pioggia prendi un pensiero,
lo cancelli,
soavemente lo ribalti. E seduci
in tale inversione
apodittica di moto.
Plasmi un piedistallo altissimo
e ti ci riponi in continenza,
resti poi ad i suoi piedi
ad onorarti
ma bilocata
anche in cime a godere
delle boriose invocazioni.
E la brina tremolante,
sì lei proprio e non il bocciolo,
la trapatti allegramente,
slinguettando fai la veemente,
petulante, noiosa, inconsistente.
Ma sovviene speranza
come argilla succube del tempo,
maciullata e ricomposta
dalle mani scomposte.
Poi è un tantino
che non sento i tuoi martellanti
accordi
ma comunque
mi ricordo,
li puoi pure sbatacchiare.
Carta straccia, dici,
ma insomma,
stai sopra il tuo bel piedistallo
audace
e non hai neanche
fede nelle tue creature?
Ma lo spirito intelligente
che risiede
è già sfocato,
allora tenti di nuovo,
se ti servono parole
io son qua.
Sgargiante rigira
i chiavistelli,
son paziente,
ridagli fiato,
sguazza tra melodici
nonsense armonici.
Son qua per te.
Allora ci stendiamo
sul marmo,
ornitologhe penne
e sbuffi di budella.
Allora ci diamo la mano,
si parte per l’onirico intreccio!

Il manto delle stelle che scuote con furore il vortice assordante delle tue parole
Il manto delle stelle
che scuote con furore
il vortice assordante
delle tue parole,
avrò fiducia
nella potente arsura
di gocce di cristallo
che cadono dai rami
mentre sorreggi
il vuoto
di queste conclusioni,
partiamo dalla fine,
diamoci la mano,
nell’abisso sogniamo
e con un bacio svelato
il pavimento infuocato
diventa percorribile
da noi stretti e un po’ spersi.
Dai confronti
emerge triplice dualità,
di cui tanto parlo,
sincera vanità,
nell’apparenza
hai il collo teso all’insù,
sei molto carina,
lo so, dai, vali di più.
Il vento fa sognare
e tu?
Tu non lo ascolti.
Sei molto presa
dalla tua praticità,
non ti soffermi
neanche su un simbolo
di fedeltà.
E poi cos’è il silenzio
se rannicchiata
già pensi ad altro?
Sai molto bene
come confondere
i miei discorsi a metà.
Ti scosti un poco,
dalle carni pulsanti emerge
il cupo fiato affannato.
E non lo farai più.
Distratta, un po’ svogliata,
dillo se mi pensi
oppure se c’è qualcosa che non va.
Comunque eccomi,
puoi guardami.

Scia di petali blu
Il manto senza fiato
dell’arsura sgargiante,
della fornitura di assoli capovolti,
sguarniti di mistero
ma avvolti
in un involucro di vetro.
E tu tiri le somme,
trai addendi come fossero
sifoni che ostacolano le tue azioni.
Sì,
vai con calma piatta,
il piedino è perversamente asciutto,
forse solo un tantino istigante,
tracotante la passione
che travalica il coperchio.
Su dai spegni il fuoco,
sta bollendo.
Sta magicamente dissolvendo.
Tale reazione,
cauta maliosità,
aggiunta di smalto
e in un attimo è già
una miscela sospesa,
sopita vacuità.
Nel diluito,
ti piacerebbe magari,
sì, si vede dal volto,
fare sul serio,
sboccare futilità.
Ti domandi tra te,
cose che non sa nessuno,
dai un colpetto all’imbarcazione,
hai scampato la collisione.
Perciò ti inoltri,
vai,
vele protese,
braccia arrese, marosi duali,
manichei o tonnesiani…
Mi sorprendi
ma mica tanto,
la tua apparenza
che invoca
è solo il preludio,
che passa all’adagio sulfureo,
dodecafonica storia,
scala a punta di bacco,
assaporata
in labbra sottili
e purpuree,
le fauci divagano
invece in altri sapori.
Te tu che fai?
Dove è che stasera vai?
Te ne fuggi di nuovo
scavalchi validi valichi stridenti,
invitanti maschere,
celati gli occhi soltanto,
che poi sorprendono d’improvviso,
macchie d’ulivi.
Infine periodi sospesi,
schizzi di linfa vitale,
spasmi fulgidi,
aurore mistiche,
veementi distici e futuristi,
caffè di lettere nostrane,
magari a Roma. Poi nulla più.
E intanto che si pone
un verso nel chiuso di una stanza,
attaccato alla parete il sipario.
A te non entra più neanche
un solitario sudario,
la spallina sincera la scopri.
Lo sfilato portone
di casa tua
non ha ormai più fontane,
cade come neve
dai monti
di staccato disincanto. Eccoti,
scopri di esser sola,
sì solo sola,
per tua decisione
cadrai tra altre braccia,
scorgendovi, come al solito
niente di importante.
E se altro invece accadrà,
se dal fossato
verso il ponte ascenderai,
la voglia e la disciplina
le troverai.
Altro in conclusione.
No mi dici,
poi non rispondi più
e nel silenzio sgusci via,
oh scia di petali blu!

Passo repentino
Passo repentino,
piede estroso,
solo assetto di università,
assolute immagini
e poi vita.
Oh, mia grazia,
lieve scalza,
pura verità,
il tuo occhio socchiuso
alla luce,
abbaglio!
Secca quiete,
da sera il vestito,
sul ciglio della nostra
scalpitante calma.
Oh il ronzio,
frastuono sensazionale,
il tuo bischetto, discolo, sintattico
volere!
Ah la gloria,
somma sale
sì,
va, vola,
spinge intrepida al furore,
sospende intatta la veemenza
(e che lo dici?
tanto poi lo scordi, lo riaccordi, lo ristagni,
lo cestini e lo rinfranchi)!
Sì la rabbia sommersa,
poi l’Egitto,
la maestranza
(solo non puoi sintetizzare,
ricorda,
in toto il discorso
battendo la bacchetta
sulla cattedra furbetta).
Dillo allora,
dillo allora,
parla ancora,
fallo solo per un po’
almeno, oh dio
è questa la storia!
La nostra sempre,
tutto in te,
santicchiante reciti il sermone
che dici norvegese
nel tuo apatico e irriverente
oltraggio.
Oh piccola
sì ti sento possente,
però,
distorta,
oh mia stilistica,
sono alla sinestesia dei sensi!

Gocce di acrilico
La macchia sul libro
e l’odore d’incenso.
Una catasta di gesso
sul camice togato.
Allo zenit
l’aurora decadente.
E scariche elettromagnetiche.
Uh uh..ah ah..eh eh..zum..
E’ iniziata la giornata
quindi la notte della ragione
a scansare realtà qui e lì,
euripidee banalità
di modo che sentii
la forza di Amon Ra.
Tra l’house, il metal e il minimal.
Poche gocce di acrilico
impresse su carta velina
e il tempio fluido
col Dakoticancroidea
fugace sul messale.
Successe nel centimetrato
istante
in cui all’interno del bunsen
diluii i camei.
Scorsi l’erbetta
ai bordi dei viali
e sfiorai le ginestre sai così,
credo fosse mercoledì.
Il fumo resinato
in vaschette da cento lire.
Presi le scarpe con noncuranza?
Lo dici tu!
Posai l’oggetto del desiderio
sul comodino.
Scranno voltaico di camoscio,
vate igienico,
bocciolo mio.
Dov’è il tempo?
eccolo nell’emisfero sinistro,
lo spazio nel destro
allora la storia è al centro.
Ipotalamiche follie di te,
neofita nichilista
cambia rotta
un’altra volta.
Non distruggere
il vapore del mio verbo.
Stringilo intatto,
afferralo e spillalo.
Accendo la tv,
pensando a tutto ciò,
che diamine il west,
meglio il pigiama party,
va.
O santi numi
chi sono questi imbecilli
ebeti già la mattina,
che confusione,
sembra non voglian perdere le poltrone,
demenziali!

Preludio
Ecco il punto morto
dell’introito di universo,
il punto sociale
in cui il capitalismo
ha marcato il suo finale.
(Monti, Berlusconi,
Grillo, Bersani
o altre facce da rinale).
Ecco è questo il punto,
via dalle correnti inverse
del nostro pensare
che vi rende soltanto concime,
letame.
Capisci bene che vuol dire
senza prospettive,
senza stabilità,
senza possibilità
di risultanze ricreative,
vero sviluppo
dell’umana percezione.
Bruciate e cremate!
Se davvero senti
di poterti liberare
spezza le catene
e fuggi,
se davvero pensi
di potercela fare
a distanziare l’assolutismo statale,
alzati,
cosa stai ad aspettare?
Che buon senso può avere
una vita in un call center
o in un centro commerciale,
o tra bulloni e carichi
o tra pratiche da sbrigare.
Tempo perso a servire
chi non ci può arricchire
ma si serve di noi
per creare crediti,
imposte,
beni da alienare
oppure denaro inutile
e da utilizzare
per l’acquisto di congegni
che non ci fanno
più pensare,
ragionare,
discernere e capire.
E la felicità
un diritto impresso
in un Paese che è figlio
di futilità, gli specchietti
sono i soliti
e voi siete ratti,
ratti italiani
pronti ad abboccare
ad un’esca sociale,
un delitto efferato,
le gambe delle miss,
gli inciuci dei calciatori
o il traguardo raggiunto
da reality realmente ebefrenici
ed ebeti
nella cernita culturale.
Fermati un attimo.
Rifletti.
Chi è il vero pazzo
chi ha percezioni
al di là della natura umana
o chi mediocremente si ferma
allo sguardo fugace
ed è vittima
di volontà aliene a sé
e frutto
di un cervello
commerciale.
Ecco il punto.
Non capisco come facciate
a non sentire
un moto interiore,
una forza sovrumana
che ci spinge a far
ciò che vogliamo.
Il vero è nostro
personalmente
e ce ne sbatte il cazzo
dello Stato e della gente.
Continua, continua,
la lotta continua.
È vero soffrirete,
ma non vi arrendiate
rifiutate soprattutto
il compromesso.
Sorge il virus e il darkchimera,
l’officina nove nove,
l’hydra mentale, il kobra,
moto cyberpunk.
Continua, continua,
la lotta continua.
Veste lucida,
inaudita svolta
sovrannaturale,
estensione della mia memoria,
eterno percepito,
io figlio di ogni età
mi alzo per dire,
le stenografiche teorie
sono passioni celebrali
etereamente impresse
nel vostro Es.
Qual è il motivo della atonia,
dell’apatia,
della troppa serietà?
fumate l’erba,
fumate l’erba insieme
e poi ragioneremo.
Qual è il motivo
per cui il vero criminale
è chi è di una classe
sottoproletaria
mentre batman
politicanti
ed ingordi parlamentari
si ingozzano dei soldi?
qual è il motivo
per cui le banche
decidono
circa la felicità di un uomo?

Porgi un saluto
Porgi un saluto
scorta
appena appena
dal finestrino,
con forza accenni
un sorriso,
ti porti dietro
in una valigia
il tuo mondo
fatto di carte
stropicciate e sbiadite.
Dici a te stessa
guardando allo specchio
che il volto pallido
è ora paonazzo,
che forse il trucco
celato del tempo
rinvigorisce il tuo sguardo
adolescente.
Ed è apparenza
quella che conta,
ed è sostanza
la forma.
Il treno parte,
la pioggia battente,
come godi a sentirti addosso
l’aria di novembre,
respiri piano
e dal tuo canto
silente un’allegrezza
si spande.
Adagio ma non troppo
il motivo che ti ha sedotto,
hai perso il senso,
lo trovi nel domani
guardando l’oggi
con i soliti capricci
da ragazzina. Ed è già sera,
si inumidisce
l’atmosfera del vagone,
sei la padrona
del tuo stesso viaggio,
la meta altrove
ma volgi i tuoi occhietti
alla mia immagine
fissa nella mente.

Partenza
Estrinseco fervore,
direi quasi
vita profusa
ma così carinamente
lodata come vittima
disillusa,
poggi la chitarra
sul sedile, ovvio,
che sentore
di nostalgia
del ritorno
già prima del viaggio,
cambiamento epocale,
direi livello taglio di capelli
sfoderato, nuovo
e dalla critica non commentato,
ode al dissapore,
all’odore di gelso,
la cannuccia viola,
bibita chiara,
dolce limonata ossimorica,
l’infinito a tre passi
non più due,
simpatica!
ma la rifacciamo,
non vedo l’innovazione
né l’energia,
si sente non si vede?
va bé sinestesia,
guarda prendi quello che hai scritto
e gettalo via,
sono serio,
non sprechiamo tempo,
il tempo non si spreca
anzi sei stimolante,
credo che quell’anello
mi dica molto,
prova a sfiorar le corde
con lui, magari funziona,
anzi lo sfrego un po’,
che brivido,
che sensazione,
l’infinito ritorna condito,
lo vedi picciola
si è di nuovo avvicinato,
stringimi forte,
non reggo l’impatto
coll’assoluto,
possiamo accendere
una sigaretta,
un tempo fumavi
anche tu le pall mall,
tieni l’accendino
mi treman le mani,
sto confondendo le famose
e care realtà velate,
eccoti il fuoco,
la fogliolina brucia,
pura intensa veemenza
in quest’istante
dell’aspirazione,
e quando cacci fuori
io scompaio,
parte il treno,
ci rivediamo,
tranqui.

Passeggiando a tarda sera
Vorrei protendere le mani
mentre Argo
in simbiosi con il cielo
alimenta i suoi occhi
ed una voce intensa
dice di rilassarmi,
di placare le paure
e tenere a bada
gli entusiasmi.
Un passato ritornato,
il menestrello alla corte
stringe a sé l’ultima nota
nel cadenzare sorridendo
la provenzale parola.
Il solo pensiero espande fluido,
il chiarore del cielo
e la cascata illusionistica
sono passi non distanti
dal trovare pienamente
sé stessi.
Che svalvolata macchinosa,
sei pura come una celestiale rosa,
gli sguardi cobalto sono intuizioni
delle precoci velleità.
Un ragazzo
e una ragazza sorridendo,
spersi per attività di sostanze
nell’oscillamento di ciondoletti
in cattedrali,
dai soffitti, dalla cupola,
dall’arrivo in penombra
della nostra luce.
Mille vite,
dalla riviera ai decumani
più attitudini,
vedute e stili,
mode feconde
molto più dicevo,
tanto maggiori
dei berlinesi ardori.
E Fredrich dice assaporarlo,
assaporarlo un po’ alla volta,
meglio l’ozio greco partenopeo
e creativo
che la razionalità positivista
di una parte minoritaria
di filosofi pastori,
prussiani, alemanni,
della Bavaria,
della fulgida sonata,
il professore scambiato
per una spia nei vaneggiamenti,
dice cosa c’è, cosa c’era,
lo ripeto fluido vitale,
lo ripeti,
c’era il mare,
talvolta tramutato
in un tranquillo oceano
che è transitato
con lieve paura
di attacchi di squali,
Giona visse nella balena,
ma la mia guida
mi accompagna,
al risveglio solo nella stanza,
nel sogno arrivo sulla spiaggia.
Vibrazione,
tutto è onda ora,
lei è violetta
e mai domata,
gruppi, gruppi di ragazzi
ad aspettare
senza incrociar le braccia,
un rullio di tamburi,
un rollare,
un saperci fare,
chiese abbandonate
l’altruismo d’equilibrio
del volteggio dei birilli,
ballerino resto fermo
mentre voce e penna scrive,
ballerino di penna.
Porre come rimasuglio
del pensiero
un sentimento inviolato,
non ti trovo se dipingo
l’astrattismo e se mi pongo
in sinestesia ad ascoltare i colori,
molti non a torto
vedono rumori.
Porri e vuoti incudini
alle stazioni,
pomodori verdi fritti,
tanti patti coi crumiri,
scioglie il ghiaccio
il disilluso
mentre accenna ad un saluto
steso a fili della strada,
come dici
la ritmica è cambiata.
Il metronotte
nel settantotto
si orientava male,
bici e stelle cadenti
tra le strade.
E se il futuro
può anche arrivare
in ritardo
e se chi vive è una ragazza
d’Europa dimenticata
allora sono certo
unendo il verbo
vacillante,
tutto il resto è già vissuto,
l’aforisma in un saluto.
Immagini svolazzano
tra la folla,
non si è mai troppo
vasti in funzione topografica,
talora il mondo è tabernacolo
ed il Nilo nasce nell’estremo oriente,
l’Etiopia è al di là dell’India.

Il lamento della virtù
Se scenderà
questo lamento tra le vie
con quel furore
che connota il mare
in tempesta,
se capirò
che tra le pagine
non hai lasciato il segno,
proteggerò il candore
della vita stringendolo
semplicemente, lievemente
tra le mie mani.
La virtù nella sabbia,
tra pensieri nascosti,
senza tanto sperare
in quanto suadente
riposa in dolori
più agguerriti delle lance.
E poi,
fuggendo l’anima
da quegli ostili spiriti,
mi chiede venia il cuore
ma stavolta senza stupirmi.
Intorno c’è tanto vigore
e quell’oscuro rifluire
di sangue nell’inchiostro
(protegge quella macchina
divina
il pathos della fortuna).
La virtù
senza rabbia
si è assopita di nuovo,
si è rinchiusa in stridenti
parole annebbiate
dai tormentosi
bombardamenti.
Me ne andrò via
senza lasciare sparsi i fogli,
con quel sapore che distingue
il chiaro valore delle cose
e piangerà lo specchio,
sentenziando un mio ritorno,
dei canti irsuti,
degli astri perduti.
La virtù
si domanda
se va bene così,
se ha lasciato lo spazio
al caldo invadente
ed al risollevato
refrigerio della mente.

Altalenai privo di un motivo
Altalenai
privo di un motivo,
senza dirlo, senza sperare
nell’epilogo come immaginavi
rauca. L’erba, la radio,
il vuoto, l’orbita celeste. Poi…
non ascoltavi
mentre chiedevano
cosine semplici e tanto
fragili. Fragili come te.
Riprendeva l’acustica
e nitida pagina
socchiusa ma
melodicamente valida.
Al passaggio
delle valchirie strambe
con campanellini
e non destrieri,
ticchettio
e non scalpitio.
Tu dai ancora fiato
di traverso. E subentra
la regina.
Piano piano
a tre code avvolte
in sé, schiuse in sé,
mette calma
ai piatti, per un po’,
giusto un assaggio, e riprende
il crescendo di Gregorio,
organo nuovo baconiano,
vespertino.
E finalmente il ritorno
impoverito e in sé
disimparato come quando
il virgiliano ascendeva
componendo
dagli ovini e dai cereali. Che ora,
ora per davvero
arricchiti
sfioravano
i contorni agresti.
Poi giù per terra.

Chiudi gli occhi ragazza
Chiudi gli occhi ragazza,
non percepisco che te.
Dillo ancora,
dai dillo. Fai di nuovo
quel cenno.
E le spiagge lontane
e le luci soffuse.
Vai avanti con garbo,
io non aspetto altro.
Le chimere sconfitte,
i sigilli distrutti o sì!
Continui incurante,
vola lo sguardo distante
ormai da me.
Sai sono sincero,
sai dico sul serio
come ho scritto inutilmente
altrove no…
e tu non ricordi.
Ovvio dai, non ricordi!
Ovvio dai non ricordi!
Ovvio, sì, più che puerile.
Terribilmente puerile.
Assurdo.
Ridicolo.
Ridicolo come il mondo,
dicevi al bar.
Tra le azzurre cannucce
criticavi un po’ tutti,
yeah.
Non avevi rispetto,
che ti importava del giudizio,
yeah.
Il tuo ardore svelato
nello sguardo stregato.
La tua lacrima lenta,
solo per vendetta.
Infine le nostre
parole sfinite sui binari.

Dì, io non metto il punto
Finsi di non ricordare
solo per assecondare
la tua indifferenza
di sempre.
L’arbusto vidimava
la tua scanzonata orchestruola.
Su tamerici incantevoli
ti rispecchiai
mentre tu
come sempre ironicamente
sorridevi
per poi sprofondarmi
nuovamente nell’oscuro
oblio. Anzi quel sorriso
era una repressa
risata di gusto
occultata
e come vedi
ti ho capita. Io scompaio
con faciltà, tranquilla,
non mi va l’inopportuno
avviso sincronizzato,
perciò partecipe del fatto
che tu, astuta bestiola,
strappi ‘sto germo-germoglio
e lo divori. E per di più,
ti sta indigesto,
manifesto della noncuranza.
Ma il calcolo lo feci,
ah triste destino,
amarti fino all’osso
ma che disdetta,
respirare in ebbrezza
etiche etiliche,
le tue parole sono sempre state
per me
tesoro taurino.
Allora come va?
Dimmi, che fai di bello?
Sì, tutto a posto?
Mi fa piacere,
scusa posso? L’accendino,
il picchetto,
oh mio dio,
tutto a posto?
Sono libricini
che frullano
ed inauditamente ti lodano.
Lo scalfiscono il pensiero,
sì sono io che bramo
te eterea,
sono io che cerco
i tuoi sguardi. Che bagliore!
E tu che pensi in questo momento,
tu che non leggi ciò che scrivo?
Io sono assopito
negli intrecci metodici
ma sono sincero.
Se solo un istante
mi hai pensato,
sono rinsavito,
se solo un attimo
hai letto,
sono rinvigorito.
Che penso? Dai, nulla.
Che dico? Esplora per capire
(e te lo scrivo dietro il tuo ritratto).
Se con la penna
per caso scrivi
due parole
che riguardano me,
beh non cadranno a vuoto.
Ma tanto tu
sei protesa
in altri effluvi
e interessi. Non pensi
di certo
al mio fiato perduto,
comunque guarda
io ci sono,
quel respiro fugace
lo scorgi per sempre,
lo scorgi nel vento
che rinfranca la tua pelle.
E allora
se non mi firmo lo sai,
se leggi ignorerai
come hai sempre fatto.
Dì cara allora.
Dì, ma non metto il punto.

Alba lieve tra le foglie
Alba lieve tra le foglie,
ho sognato
guardando tra gli anfratti
dei pensieri tuoi distratti. Manco è
che lo abbia fatto così,
per dire,
o soltanto una volta.
Poi ho spento
e parafrasato
i tuoi versetti
ribaltando
le metriche latine,
tra i cori dell’aurora.
La mano scagliava
prime muse
in alto e pei cespugli
ed io aspettavo in silenzio
la tua venuta
e nel frattempo
scrivevo e divagavo.
E dillo se vuoi cestinare
la fitta nebbia.
Al chiarore
delle nubi rossastre
risplende il mare
fulgida spuma
e richiamavo
obnubilate verità celate,
tu le scorgevi
e più lo facevi,
più mi accorgevo
di esser stato
talmente inutile,
come dire…
superfluo se non di disturbo,
sei grande, infinita, immensa,
senza di me,
molto meglio senza di me.
Allora quale è il mio posto,
naufrago scalzo,
fuggitivo d’amore,
tra le rovine di una rivoluzione
senza tregua né alleati.
E qui pongo,
sì lo pongo io
il punto,
momentaneo magari,
sì momentaneo,
la ricerca del tuo sguardo
senza sosta continua
ed ormai vivo
solo per questa ricerca.
E poi,
e poi,
punto.

Bastioni bellici
Eccola, bastioni bellici,
incede con lealtà.
Cambio repentino. Ma lieve ritorno.
L’armata lontana si percepisce appena,
no, non è ancora qua,
ma il sapore dei rami è fruscio diverso,
aspettiamo immersi tra gli odori
incantevoli, incontaminati,
la foresta nera tromba realtà mascherate,
mentre avanza, avanza e non si sente,
questa gioia ci raddolcisce,
ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna,
ci sbandiera gaudio
dagli occhi alteri. Assopiti,
ondeggianti nello smeraldo,
le baionette sono un inciso.
Ma un rumore strano si avvicina,
non è un grido di guerra,
non è un urlo di vendetta,
sembra quasi il proseguo di tale armonia ancestrale.
Ma gli zoccoli.
Eccoli, eccoli furenti i nemici. Alziamo l’asta.
Si va, lance, spade sguainate,
si va, saettiamo, marciamo repentini,
affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo,
all’istante.
Voglio te, tra le mani
Ero solo tra la sabbia
e batteva la speranza
sui tuoi vetri di soffiata,
come sempre il sentore
di averti amata,
ma così tra i capelli,
tra i silenzi mentre giri
per intero il viso
sincero.
Finisce il possibile incanto
tra noi,
da sempre annebbiato,
molto bene, davvero,
vaghi tra i tuoi frivoli
pensieri, tu sei l’unica
amore,
sei la sola sconvolgente,
io ti osservo fra i germogli
della virtù.
Ossigeno sgorga in te
che passione, che…
e nella situazione
non so,
quel divario della sorgente
in comune tra me e te,
io guardo,
sì la guardo solo,
solo ancora nella stanza,
distratto do un’occhiata
alla finestra,
e sei là,
tra le nubi arresa e fiera!
Oh, sì, oh! Oh sì,
sei tra le nubi,
mi chiami,
mi sussurri,
colle penne tra gli anfratti
del mio cuore,
le imprimi macchinosa,
ti dilunghi estrosa,
oh la tua incantevole
girata di volta,
di archi,
di riporti,
ossigeno,
ancora,
voglio te,
tra le mani.

Porgimi gli affanni in assonanza
Cos’è?
Non credo il cambio
stravolgente della pioggia
dagli occhi,
così per scadimento atroce,
per sopito dilemma dalle mani,
dai canti antichi disincantati,
neanche è un rimorso,
come sogno,
come rostro al centro,
al vertice qualunque
oppur in aree protette
per gioco perverso.
Sono forse le smagliature
del frastuono
che già vanno sicure
in conclusione
mentre tu diffidente
cambi accordo,
dal rock al folk
poi al rock,
ma dimmi,
tu dove sei? Tu che sei prona
sul letto ad incantare
ammiccante,
do7 sol.
Infondo la decisione
è stata presa,
sentenza inflessibile,
nessun gravame possibile,
tra noi solo silenzi,
incompatibili,
diversi,
magiche manie involontarie,
sì,
magari anche il cofanetto
e le tue gioie stampate
tra labbra violacee,
tra il mascara dark,
tra i nuovi indumenti. Avvinghiata
tra collane e piume,
sincretia,
sì,
dai,
lo ridico,
metti la gonna zingaresca,
metti i braccialetti
turchini, quelli alabastrini,
quelli iridei,
poi infine quelli con le borchie,
e sì.
Sarà quel tuo mah
a intrigarti vanitosa,
o anzi quel sospiro
di velluto,
quel baratto arabesco,
quell’intarsio da mercatino,
e poi,
e poi un paio di vinili,
o diamine l’artista,
proprio non ricordo il nome,
credo robetta spagnola
o francese,
panteista quindi o
dada,
sintetizziamo, dai,
anarcodecadente,
vana suadente,
scanzonatamente,
poi batte il piano lontano e forte,
t’aggio voluto bene, assai
(quell’assai lo dici tre volte).
Ci vediamo ancora?
Certo, ci vedremo
nel momento in cui avrai
finito i tuoi giorni
(dio che bastarda),
quando l’anima
si ricongiunge al corpo
(ma non è già congiunta,
mah,
e questa volta mah lo dico io),
quando magari
non sei più tu nemmeno
(io credevo che alla fine lo trovassi
me stesso
non lo perdessi,
continuo con i mah,
no dai,
faccio uno smile da sms),
quando percepirai l’assunto
e lo comprenderai in contemplazione.
Con fumetti
persi tra i denti
che non mostri,
nel momento che sostieni
il campanile trecentesco
ricco di scritte,
ah gli artisti di strada,
ci pensano già loro,
tengo nel palmo il tutto,
porgo il patrimonio decumano,
parlo invano.
O infine canticchiando
di nuovo,nell’istante
in cui ti scuoti,
fulgente neopalestrina
riproponi i tuoi contrappunti
gotici.
Scenderà la foschia
in pieno luglio partenopeo
per serviti
un paesaggio condito
e tundreggiante
sottomesso ai tuoi voleri,
poi un ululare scandinavo
sarà indipendente
dal suono germanico o vittoriano,
sarà quasi similfinnico.
Nell’ipotesi cambiassi idea,
sai dove trovarmi,
porgimi gli affanni in assonanza.

Straripato il corso diurno
Straripato il corso diurno,
incantevole magari
il pallido selciato
e il taglio del disincantato errore.
Hai cambiato le damigelle
del tuo palco,
hai riscosso da esattrice scaltra
le promesse della sabbia.
Al confine,
al limite illusionistico del mare,
l’arco teso è disarmato
dalla lacrima.
E dallo stesso scoglio
guardiamo il sole
quasi come se ignorassimo
i nostri stessi sguardi,
le palpebre dilatate,
lo stupore, il clamore,
poi più niente.
Ed il flutto schizza attorno,
la violenza di una sconfitta,
il palpito di un cuore affranto,
diretta weltanschauung,
inversa indifferenza.
Io mi volto ogni tanto
ma tu continui ad osservar
dritto.
All’imbrunire
il suono non è lieto
forse lieve,
dolce, ma atroce.
E noi immobili,
il giorno scorre,
già passato, niente da dire,
tornerà la tua sera novembrina
l’inoltrato e oscuro inverno,
non è un anno preciso,
forse un sogno,
ma in quest’attimo
strisciante sento
gli occhi tuoi sui miei.
Ma ti innalzi,
mi hai guardato e ti sollevi,
la tua roccia ora
è da raggiungere
ardua impresa per me,
resto qui solo
senza la tua presenza
ma col sol conforto
della luce tua tenue,
per sempre.

Traspare in filigrana il tuo sorriso
È necessario partire,
il problema comunque è
dove andare,
mentre nel frattempo
si esclude la vanitosa
discendenza, stirpe reale
o claudicante effusione
dalle labbra.
Un sadico piangente
a mo’d’albero d’altra nomea
non l’ho valutato,
tu l’hai invece conquistato
ed io per discrezione
lo translo sul tuo corpo,
o che perfezione,
girati di lato!
Ipotizza anche un repentino
tumulto, lotta per il pane,
crisi universale,
l’economia domiciliare
porge due bazzecole le incolla
e poi le scrolla, le violenta
fisse alla parete,
viola il tessuto,
o ti prego esci Marduk
il signore ti attende,
Shamash e Ishkur fan perder tempo
in epatoscopie, ornitomantiche
direzioni dell’adagio
sovvertito in tala jazzistico
ritmato, ciclico e fuorviato
dallo sbattimento repentino
del maestro sullo stantio,
sul plastico scardinato
ad uso torta nuziale,
deriva pure il crinale
della quiescenza,
estingui il negozio
vessatoriamente,
ghirettina inconcludente
china ad occhi chiusi
sul volumetto da Thorah
o sul Gilgamesh,
sul piano inclinato
dall’inclito furente
Beowulf il piè veloce,
raffreddato, incappucciato, incatenato,
spigliato, ulissico e tallonato
con garbo matrimoniale,
fitto dardo astrale,
e sotto il canforato
abbeverato e dissacrato,
sminuzzato ha bazzicato
in osteria,
ah le birette egizie
al gusto d’orzo!
E poi detto questo
prova ad abbozzare
la raga caucasica
che mi ha fatto spantecare,
anestetica erbetta da villetta,
analgesico intruglio millepiedico
da iannara,
sintesi del flusso australe,
ipnotico vento aurorico e luciferante,
spasmo da fenicetta,
eh eh,
riattacco la musichetta.
E mentre tu tracci silente
ciò che dico,
traspare in filigrana il tuo sorriso.

Tesoro occultato: regresso
D’accordo
sintomo d’affetto
è il mio scalpello
che ti plasma
mentre dalla materia
sgorga la tua radenza
che dallo sbieco
di due occhi
rianima l’ebbrezza
e soffia lieve
tra le narici
ed è già essenza mistica
e movente che oscilla
a Siena con fuggenza maledetta,
che scalpita trattando
coi teocratici distratti
e presi da faccende
materiali, scisse le parti basse
dall’intelletto
per godere senza rimorso,
con nonchalance.
E quindi tu ti sbatti in stanza,
capigliatura dalla consistenza
e dall’effluvio umido di terriccio,
scagli la lancia contro la parete,
piume al vento,
sintomi di astinenza
dall’amore, dal dolore,
dal sapore delle vita,
sì lo dico,
sei distratta ridipinta dalle rose
magramente scabrose
e candenzose
ma talmente pure e fini
che li perdo due minuti
in estasi librata e temperata,
mai sofferta,
forse persa
ma comunque lo ridico,
vuoi un quadrifoglio a tre punte,
la fortuna ti ha abbandonata,
non lo cogli,
non divori più
quell’erbetta del parco
al centro o forse
al vento,
sì senz’altro, è più corretto,
dire mah, non ci capisco,
saltiamo un rigo,
ha senso lo stesso,
se tu lo vuoi lo contrastiamo
quell’animaletto scialbo
e biascicante,
un po’ valente, un po’ criptico,
inlinneo, indeclinabile,
allora schiaccialo, distruggilo,
squallido insetto dai sei occhi,
aristotelicamente a quattro zampe
erronee,
detto da altri, da lui,
dal dito proteso verso la realtà sensibile,
o santi numi
come è osceno il riporto
del cantato, dell’arioso,
del focoso, maldolente
azoteiforme, primordiale,
scintilloso, e poi estroso,
comparativo,
come quando in sincronia
sbatte il tasto del piano
e della scrivente
e tu continui ad agitarti,
a sbatacchiare i capelli,
non li vedo, ma li sento,
il colore, la costanza,
la temperanza sovvertita
e maledetta.
Sì ma la partitura,
dì dov’è? Oh l’hai persa!
Che sbadata, dammi l’indirizzo,
io l’ho sempre saputo
ma lo voglio recitato
a partire dalla genealogia,
dallo studio filologico
del verbo,
quattro punti di sopruso,
tre di sospensione,
due d’abuso,
uno è omega
allora dici, dov’è l’alfa circolare,
che hai capito non l’alfetta
d’altri tempi,
non la statica dei fluidi immobili,
nulla scorre.
Eh…ok,
aggiudicato e passato in giudicato,
l’ offerente lo ha preso
a quattro lire,
nel volume l’ha nascosto
quell’oggetto d’antiquariato
un po’ sciupato, un po’ segreto.
Stop.

Resta lì per sempre, Sognatrice
E soffia il vento
sulle mie attese,
l’inverno alle schiuse
porte gelate d’acciaio,
smuovo la mia copia
degli Acheron
dal variegato sapore
e mi chiedo se la notte
mi arde lo spirito
o è solo vaneggio.
Sì, sì resta in sospeso,
piccola senti i miei dialettici fasti
di marzapane
e resta distratta
con la biro tra le labbra,
inondata da simpatiche fluorescenze,
le mani violette e paonazzo il volto.
Io nascosto dietro lo scaffale
polveroso mentre tu
annusando la dolce e docile
carta-foglia ti accorgi appena
di me e non volti il capo,
continui i tuoi affari,
i sensazionali e sensati
miscugli di senso
ormai gabellati
neanche più compiuti,
lasciati a metà,
tra sogno e realtà,
tra vero e irreale,
sciocco e naturale,
poi toh,
obliquo lo sguardo
di traverso
e ti sormontano maestose
ali svolazzanti alle tue spalle.
Oh, maraviglia marina!
Oh, candore celeste!
Oh, oscuro fiero,
altero e diretto
atto dell’indice
e medio incrociati
e balzati in etereo
diletto lì intorno!
E i desideri
li indovino appena,
respiri tra affanni sicuri
e colpetti atonici
e senza sorridere
crucci le guance,
sei grande ma intanto
sbatte, è un sussulto
consequenziale
ma tutto il frastuono
è solo nella nostra mente
elettivamente affine,
selettivamente scostante,
invitante infine il diniego
assenziente che liscia i capelli
precipitati sul viso
e non ti dico più niente,
ti prego, resta,
resta così,
già ti vedi riflessa e minuta,
presenza voluta,
il tuo corpo trasfigurato,
godimento di sé.
E vai già lontano,
sognatrice le mie parole
sono in questa sera tenebrosa
solo per te,
magica tenue luce,
non mi scordo,
ti ammiro,
ti guardo ancora,
resta lì per sempre.

E tu

E
tu
sull’approssimarsi
dell’onomastica aurora,
della topomastica tua indecisa ora,
mi guardavi senza saper più
dell’onirica mia dignità
nel livido stile tra vita e realtà,
fumante e controverso il decorso
della sicula spiaggia
che pone al folle sbarco
dei giovani e forti
tre spietate verità nascoste,
senza dirlo arriva il momento
del tuo manto che incute al vento
la sua traccia di sincerità,
mentre tu continui ancora a guardare.
Conoscevi
in fondo
più di quanto credevi,
sapevi eclissare le parole
con due algebriche intenzioni,
seduta in sul crinale del muretto,
scorgi una disfida a Caporetto
e segni col dito un’austera parola
che come sabbia mentre ascolti
ti divora,

io chi sono e tu chi sei?

Beh è vero,
io ci avrei pensato come feci
divorando la realtà caprina
e illogica del tuo profilo,
avendo spasmi folli in digestione,
occultavi segnali e mi stringevi
strizzando l’occhio,
era il traguardo ma più sconvolto.
Intanto tu a sorseggiar passaggi
con schiuma marine e tennens ad oltranza,
con l’oltraggio mai commesso
che senza il tuo impronunciabile suono
era il volto della nuova stagione.

Io non scordo chi ha avuto
un meandro di posto ardente.

Beh è vero, io avrei vissuto
per qualche giorno senza alcuna
coscienza di me stesso
se solo tu, oddio così!,
se avessi soffermato il tuo repentino sguardo.
Cosa farei nel presente
con il passato stracolmo d’incenso
e il futuro degli estivi baci d’inverno,
mi avresti ispirata te
del quale nome poco fa parlai,
ti avrei baciata dunque e lo sai.
Hai forse
freddo
se senti la pressione calare,
avremmo entrambi avuto paura,
avremmo entrambi posto sorriso
di sfida
in essere estatico e prolisso,
avendo paura che faccia giorno
occultami nella tua borsetta
sporgendo la mano intrisa di remore,
stritola foglie e scrivimi di parole,
con sguardo inclinato e basso sul diario,
con sguardo perso nel volume del senso,
è luglio e il sole non tramonta mai.
Ti prego,

non chiedermi come mi chiamo.

Beh è vero, io un pensierino
tra il colle divino l’avrei fatto,
ti avrei posta come regina
sulla sommità più alta
della mia stessa spina
che mi buca le vene.

Sai per caso che ora è?
Guarda un po’, penso a te
stasera,
e ho bisogno del tuo volto,
dei tuoi polsi, delle tue gambe,
di odorare la tua essenza
per nutrirmi di vita intrepida
e traballante,
puoi pure lasciarmi il tuo numero
inciso sullo specchio col rossetto,
puoi pure, fallo con ritegno ribelle,
fallo pure prima che sorga il sole.
E non mi credi se ti dico che mi sono
innamorato,
non mi credi se ti dico che il flusso
di queste lettere è per te,
non mi credi se ti dico sul serio,
sono io, sono sincero.
E se anche mi stai pensando
cercami
tra i sogni tuoi mai dimenticati,
tra le frasi perse in un libro,
tra la metrica e il suono ghiacciato
di partiture fitte come il passato.

Hydra mentale

Passeggiando come traversando
decenni diroccati dell’età
dai sapori frantumati,
era il mattino pronto ad arrivare
mentre scendevo dalle scale,
ancora buio sopra la testa
occhi al vento con tellurico temporale
scalfito e tragico che si approssima
al rigurgito etilico della mattina,
stesa la fessura delle ante
e delle crepe come fosse vetrina,
guardando le mie unghie tinte di nero,
il resto del passato come schierato
dalle truppe, dalla paura trattenni il fiato,
si aprì il portone e fu un notturno fragore.

Guardai Milano e corso Garibaldi,
scintillando in file entusiastico,
iniziando a volteggiare
come un airone
che per non pensarci posa lo sguardo
altrove,
ti rividi dopo anni
un po’ per caso,
un po’ per violento nubifragio
decorato dalle remissioni
del Virus scandito
e nel lisergico chiarore claudicante
zoppicai dalla cornice
al pianto inabissato,
mi stesi a terra continuando
a fare scorgere immagini
imperfette
che dalla finitezza riversavano
sbocchi
verso affluenti inclinati
scorrendo in ruscello riservato,
come è stato ciò che è stato,
allora non ricordai chi ero
e nel silenzio rubacchiai un saluto
come oltraggio al destino.

Presi un foglio umido
e con l’inchiostro abbozzai il ricordo
oramai troppo lontano
di un uomo senza più gloria né rispetto,
di un uomo nella sua anima persa,
di un ragazzo quando il cellulare
era solo paura della prigione,
quando l’età era dell’innocenza
e il futuro come ora già vissuto,
poi con la tennens cercai di dimenticare
per poter tenere bene a mente
ciò che son stato
quando non ero,
ciò che sarò prima dell’ascesa
e della caduta,
prima del tempo di qualche venuta,
così resi tutto in mille pezzi,
il foglietto navigava
nella pozzanghera appena formata,
la pioggia nolana si dissipava.

Erano quattro quei cavalieri di parole,
di romanzi hardcore ricamati,
guardai la musica ed ascoltai
il sussurro dei miei libri
che si districava nella corrente
per elettrificare un quoziente
approssimato dal rifiuto
dell’assurdo risultato.

Risi di gusto davanti a te invecchiata.

Puntando tutto sulla conclusione
persi e ancora, ancora ridevo,
delle altrui imperfezioni,
delle loro decisioni,
di me sollevato come rondine
che assurgo l’ultimo sospiro
alla ragazza che mi ha dimenticato
per un’indifferente conoscenza,
per un ardito silenzio,
comunque non la biasimai
e in solitudine me ne andai.

Bucai quella voglia taciturna,
ascoltai ancora l’immagine
in sordina ma che non era
mica smarrita,

la via di ieri era in salita,
la rimonta in differita,
la spiaggia arrivò in ritardo
quando c’era già lo spasmo
dal cruente cuore d’arpilla,
arpia di giorni indispettiti,
mai così non mi ero indispettito,
la rabbia impotente conduce
alla follia se non sei auriga
del tuo stesso sentire
ontologico nel patrimonio
intellegibile e istintuale,
un rimbombo assurdo mentale,
un ridicolo pentimento, ok,
d’accordo, ora ti sento.

Guardai tutto come da un televisore,
la risata intensificata
e il foglio perso
fecero scrivere i tomi della mia vita
nell’animo di sconosciute
usate a mo’ di inganno celebrale,
sull’asfalto restò il resto,
conciso coll’indelebile gesso
dell’indice accusatore della convenzione.

Schizai deciso come un sopruso
e resi il giusto a chi è dovuto,
me ne andai con il vento alle spalle,
i tuoi capelli agitati,
il pendolino e il numero di prestigio alle carte.

Schiarisce il buio

Schiarisce il buio,
tempesta di diamanti
il sogno sordo
della mia memoria
e il vento del silenzio;

così,
per ricordo lucente,
e così,
per principio assente,
rivedo lontano il sussulto
mancato
ed il sussurro sciupato
per entrare nel vivo

ecco che amplifica il suono,
esplode
a notte inoltrata
la bolla del senso
e rivedo
il tuo volto
temeraria
principessa
divina del mio
melodico accenno stonato.

Prorompe,
prorompe
lo squillo
assordante,
preludio
dell’adagio flebile
sentimento

e saliamo le scale del tempo
come naufraghi eroici
dai mille diademi
maledetti

e sei splendida
come sposa del biblico cantico
e torre di gaudio maestosa
ed avorio dei denti lucenti
e progenie del fato dilettissima
ed occhio d’incanto
ed ammaliatrice come maga
tramuti i miei sensi in bestiole dolci
come lira pizzica il tuo spirito
l’anima mia perduta in te,
come riflesso di luna posata
su specchi infiniti
il sognato tuo abbraccio,
come amarena ed assenzio le tue labbra
desiderate
eppure che so tanto leziose,
fatte d’ambrosia, mirtilli e nettare
dea perfettissima.

Ti penso.

Ora silente
è tutto,
solo
l’ombra tua
ciò che ho,
tiepido ardore
e lo sbocciare di un sorriso
appena appena accennato
mentre scrivo e la penna
ed il fumo
e tu qui assente ancora
riappari furente
posata lieve sul manto sidereo,
mia amata di sempre

ed io che ti do,
parole su parole
ed assiomi
scardinati
e poi me,
e ancora tu,
motivo
e luce
del mio suono
e vestigio d’incenso
il tuo vello,
altera
ti vedo
ancora lo dico,
terribilmente
assente
ma fugace immago d’assoluto,
senso ultimo dell’esistenza

ed ancora sovrana,
capretta cortese
dei respiri arcadici
e dei vivaci accenni
di stemperamenti
in ortensie
ed in viole
e in zagare
ed in gelsi
ed acacie
e nel resto sovrana
coi simboli sottesi
al tuo mutamento

statico e perfetto,

riluce
e traluce
la storia,
sapessi quanto mi prendi
te e come sei
tutta stupenda!

Vaneggio
che non fu
ma desio speranzoso,
sboccia
come verdura anzi tempo
respiro d’inverno
pensarti onda sottile
nei sobborghi del mio esistere,
rosmarino,
senso di tutto e tutto ad un tempo,
essenza dell’oggi
e muto il verbo
cresce d’intensità
sogno desto
e maledetta
nella tua perfezione,

dimmi ancora qualcosa,

tripudio
di suoni
è il tuo nome.

Sogno te,
penso a te,
vedo te,
chiedo di te.

Anche se ai margini
dello stordimento
pregresso
il tuo volto mi è tutto,
il tuo corpo il velluto,
il tuo manto,
il tuo cenno,
il periodo sospeso,

l’ode all’altrove.

E splendi ancora
fulgida essenza cromatica,

biancheggia
candida
la mia eterna
maledizione
nel pensarti
così

sincera

mia principessa

risveglio in notturno fragore
e sei ancora il mio trastullo
dell’intelletto
il fiore più candido
del giardino del mio cuore
ciò che non osi
nel canone inverso,

quel comporre sordo,
quel chiarore
musicale
ultima

tempesta
della ultima mia volontà.

E tanto m’è caro,
tanto,
la ripetizione
del tuo splendore
in canticchiare balbettante.

Come latte amarena
boschiva.