Alma incantatrice

John_William_Waterhouse_-_The_Charmer 1911

John William Waterhouse; The Charmer; 1911

Il mio cuore innanzi geme,

sorge una stella nel tramonto.

 

Alma serafica

sorgente

pura del mio spirito,

dentro me sospiri

e candidamente scosti l’aria,

che movimento puro,

che disincanto sospeso,

che pensiero disilluso

amor mio,

la vita non ci dona

la candida rosa,

la scorgiamo solo da lontano

come emblema

del nostro cuore.

 

Il sapore del vento.

 

E ticchettio mio dove sei?

Amore livido e seducente,

dove sei mia attrice,

lunare effige plastica,

ciondolo siriano al collo,

mio speciale barlume lieve,

tu dispetto buffo,

paonazza e bronzina gioia,

goccia vespertina,

acrilico scardinato

ma possentemente intriso,

musica dolce nelle vene,

sole notturno e gelido,

melodia stampata indelebile

sul vetro.

 

Sorge una stella nel tramonto,

ti amo credo

e te lo dico senza perifrasi,

tanto è come staccare un fiore

ed annusarlo, lo sai che preferisco

contemplarlo e immaginarne l’odore,

ma stasera sento un tepore

che dai polsi mi invade la schiena,

scende a perpendicolo

e mi scuote il capo,

ti prego, vieni qui con me,

sogniamo insieme nella radura,

so che ci sei,

so che verrai,

se sei mancata a tante albe

non potrai dimenticarti di me

proprio ora che riscende la notte,

sì so che verrai,

sarai qui appoggiata

alla mia nuca,

noi di spalle

gli un gl’altri

a guardare il cielo

e poi chiudendo gli occhi

a raccogliere l’attimo profondamente,

trattenerlo e non perderlo più,

per sempre insieme.

Per sempre!

 

Sorge una stella nell’aurora,

senza di te la rimiro e penso,

dove sei ora ormai non lo so,

né che fai,

tempio d’Egitto

e principessa della progenie

arcadica saggia e caprina!

 

Sorge una stella a metà notte,

vago in speranze lontane

con te distante, mi volto e piango,

tu non ci sei,

sono assordato da questo silenzio!

 

Sorge una stella non so dove

ed alzo le mani,

saluto e scanso le foglie caduche ,

ti attendo e mi asciugo gli occhi.

 

Tu intanto presente e apparente,

guerriera prima,

amazzone,

eco lontano

rimbomba tra le stalagmiti,

odore di fumo e tamerici.

 

Nostra dama sull’orchestra,

oscura e funesta

l’attesa

dei tuoi occhi,

solo per rimirarli,

pragmatizzare nella realtà fuggevole ed avversa

il mio eterno sogno tutto nuovo

e dipinto.

 

La gabbia dei sinceri addii

che tristi rotano lì intorno,

la fiamma dei cabalistici ulivi.

Follia e Dionisio,

vivi nelle vene

e nella scure,

amore bazzicante.

 

Sento la forza arcana,

la potenza ancestrale,

la violetta scismatica ragazza.

E poi l’incanto dei pensieri,

scuri dal sapore lieve.

 

Vocetta,

dici a tua volta,

il maestrale nostrano

non è la furia scandinava

dei tuoi servili temporali,

succubi domani deleteri.

 

Sei stupenda

scandita dalle percussioni,

sbellicata dagli archi

e dai mesti sultani

che si inchinano

e che fremono al tuo giacere

assisa in firmamento.

 

Io sono qua,

l’alba dell’età,

l’anima del sagrato,

l’ombra del segreto.

E non ho le seducenti mani

a tempo sul ripiano,

sgomito nell’altopiano,

banalizzo i sentori

dell’incauto oltraggio.

 

Sei di sbieco senza fiato,

sei svilita e xilofonata,

spiega e metti in piega,

subisci pure gli odori.

 

Sento un po’ la pioggia

e non ho quel gomito carnale,

quell’archibugio astrale,

quel rimpianto sconfitto,

quel petto trafitto.

 

Lezioso piatto imbandito

non è eclissi il sole nero,

l’atomo ultimo del vero.

 

Ti ricordi ancora,

ho lacrime d’assenzio,

germoglia lo smeraldo,

travalico i monti,

ti guardo negli occhi,

la mia testa sul tuo pallido petto,

rosa ebenacea sul mento

e cuore in fermento.

 

Oh godo alla vista della luna,

oh godi al verbo incarnato,

trasfigurata effige catara,

provenzale sonata,

tubinghese teologia,

atavica pazzia,

orda indoeuropea stanziale,

vitello d’oro,

taurino messaggio,

belante miraggio,

allucinato istante bendato.

tu,

specchio,

valvola trascendente,

tasto d’avorio,

scala in si minore,

giro ossessivo,

armonica compulsione strumentale

e la testa sotto il cuscino.

 

Tu,

tu già lo sai,

sulla sponda del molo

sfoglierai la luna,

oh frastuono di miele,

oh onda spumeggiante

e lastrico di schiena bianca,

tondo violetto,

clavicembalo alato.

 

Starei con te

guancia a guancia a fissare

impietriti il mistero,

e arriva il do,

ho voglia delle tue labbra,

mentre sussurri

nel mio rimpianto onirico.

Oh, i tuoi capelli sul mio petto!

 

E non hai l’ortica istigatrice

sul ventre, continui.

 

Sarà il nostro segreto

l’aurora,

vaneggi mentre protendi

il tuo dito serrante

sulle mie labbra.

 

L’albero esplode,

è ciò che mi preme

divorare la sapienza del bene

e del male,

 

la contemplo

e non oso per pudore

e folle bramo ancora

vigore nei giardini,

sono tuoi gli altarini

miei e tu altera

sogno mio

sogno mio

impossibile

e tu tanto vera,

tanto carina,

tanto profonda,

tanto carnale,

tanto a portata di mano,

tanto dolce,

tanto splendida,

stella del tramonto,

luce dell’aurora,

sussurro dell’eterno.

 

Ascendo tra le foglie,

sono superba,

strafai.

 

Astri estrosi

incrociano i nostri sguardi

mentre li orchestriamo,

accordiamo le falle,

nessuno può fermare

il nostro palpito furioso,

mai,

la tua veste candida

verde sotto assedio

giglio,

mistero di vetro è questo,

cristalli condensati nel tempo

e rimessi al vento,

rimessi al senso,

assi e travi urbane

a sostegno dei giorni,

paonazza sei, ragazza,

affronta i ridenti,

angosciosi fermenti,

lividi inospitali

sul polso violato,

docile riporto,

matematico sfregio naturale,

vasta alleanza sui binari

dalla fiamma antica.

 

Bacchetti la corda

con forza tra le nubi,

vai mia piccina instancabile,

continua a suonare,

le carte le puoi giocare tranquilla,

sono paziente,

squarcia il velo orientale

dell’illusione,

e sorgi luna

in luogo del sole,

ridona la potenza

alle selve,

riaddenta la mela,

volgi lo sguardo alla luce,

alla ortensia

alla viola

ricordo,

un lieve sentore

sobbalzerà in te,

serva e padrona d’assoluto,

maestra e scolaretta,

demone angelico.

 

Astri estrosi

ruotano intorno

mentre scriviamo,

il piano stonato,

la vita nostra sintomatica

svilisce il potere superbo,

sorge per sempre

il bagliore pallido,

nell’abbraccio possente

fondiamo e creiamo

staticamente la sostanza.

 

E di notte lontana tu,

tutto finisce,

tutto inizia.

 

Avessi fiato parlerei di te,

avessi voce, abilità, scrittura,

parlerei di te,

avessi senno

scriverei di te,

l’intelletto mio sulla luna

e rabbia cieca

nell’impotenza

della realtà avversa.

 

Magari in barca

parlerei

solfeggiando il golfo

costeggiato ed ingolfato

veicolo stellare,

la sabbia che sporcò la stiva,

vestigio umano

del ricordo,

padroneggi con rispetto

il mio timone alla deriva

naufrago,

nocetta buffa,

vocetta candida e serpentina

cassi le mie casse

con rinvio, formale l’errore

illogico il dolore,

manifesto marxista infondato.

 

Accendi la siga e tiri sorridendo,

il tuo fumo appanna i miei

occhi portali,

in sogno portuali

appigli sepolti

e sepolcri, spogli nichilisti

da canarini che tu sai,

sbottoni la camicia in trance,

meditazione ondulata,

e già!

 

Dagli un nome a ogni creatura,

va be’ questo proprio no,

il suono fonetico deriva

dall’onomatopea,

fumetto primordiale e astrale,

studi la parola e allora

perché babeli ancora?

 

Il gruppo clanico

cambia forma

non sostanza né apparenza,

vedi l’allitterazione

tra suono naturale

e pronuncia umana vocale,

costante consonante,

impronunciabile e sonante,

il nome di dio lo puoi intuire,

e la disfatta mia evidente.

 

Un altro paio di tiri

perché me ne lascerai due,

già lo so,

mi offendo così però,

contrasti la trinità,

la verità non è duale

o manichea,

ma unica

perché il dispari alla lunga

fa unità,

l’infinito è un otto capovolto

(direi tosto disteso e sognante),

pari ma impari

dunque impuro,

cadi in contraddizione,

accendiamo un bel falò

e ammettiamo l’inesistenza

del pari allora.

Piangi ma che fai?,

ti disperi,

in realtà mi accorgo

fingi e poni il piede sinistro

in avanti

il destro ben saldo

e dai fiato al fumo:

esiste tutto quanto,

il pari in realtà

è disparico in disparte

quindi dispari se si completa,

dunque il pari è parte

del dispari risultante

e di conseguenza l’infinito

finito incompleto.

Ohibò!

Quotidiana,

essere divino e tanto quotidiano

e familiare,

seppur lontano,

 

lontano

evanescente dolore spento

rosa dischiusa in silenzio,

dolce effusione

mentre fissi la tela.

 

Vorrei scrivere effluvi,

vorrei partecipare al simposio

tracimando lo spirito.

 

Sognami.

Sognami.

 

Sognami.

 

Quel canto elevato mi scuote.

 

Granelli tanti

quanto i giorni in giovinezza.

 

I segni del tempo

sul volto cedono

alla potenza del bello.

 

Le palpebre sbattono al vento,

portoni di cortine incartocciate,

sbadate e sincere

mentre studio i tuoi sguardi

di sbieco,

tu assisa sul bordo

della fonte centrale.

 

Ragazza guardami ancora,

sono nel punto genealogico

delle realtà oniriche,

ditirambica, filippica,

estrosa e sofista.

 

Tu, prediletta dai numi,

il mio fiato è per te,

io frollerei solo

per un tuo fugace accenno,

uniti, indelebili,

te lo ridico, sei la voce

che da corpo ai miei pensieri,

la tua essenza mi guida

solingo con verga e lanterna,

ed io non posso tradirti

o abbandonarti, non voglio.

 

Sussurri come brezza d’inverno,

la tua voce non copre il gemito,

ecco il mio cuore!

La mia anima!

Il mio spirito!

Il mio corpo!

 

Materializzati allora

dolce eterea,

la tua voce intensifica il suono,

diviene strumento essa stessa,

e allora destreggi purità e sorridi.

 

L’incubo mio si raddolcisce

in un istante,

l’eremo tra la vivida

vegetazione,

l’ermo domani.

 

Imbellito il vascello

dei pensieri,

l’ultimo eco è risuonato,

dardi di fuoco in campi di spine,

non diamo spazio abbastanza

all’incanto del dominio

senza armi e armature,

con egide dagli occhi gorgonici,

nemici atterriti,

la spada del verbo,

la ruota dentata

con te minacciata.

 

Vai senza aspirare,

fuma tossendo,

precludi un assedio,

tranquilla, l’aurora è vicina,

già vedo venere e luce

dell’angelo ribelle,

già vedo il fuoco

e la maledizione, il grifone

che rode la bile,

incessante il dolore,

ciclico il riapparire

con fasti dionisiaci,

con mandrie gelate,

o dissi offuscate,

il frutto e la conoscenza,

cioè consapevolezza

e libera scelta.

 

Poi il brivido dorsale,

certo ci vuole,

e ti affanni a rinsavire,

vorresti trovar la formuletta

anche per questa sconfitta

benedetta,

(e sto parlando di me,

ricorda,

mia simbolica alma concreta

riflessa)

 

allora tu ti alzi austera,

aspetti i canti di gloria,

le sonate del furore popolare,

dell’arca trainata,

tale sembra il tuo

perverso sortire.

 

E mugugni trasognando

nel vuoto della stanza,

la radio a mille,

a mille il cuore,

lo tracci un sorriso,

cominci ad inveire,

a spegnere il verdetto di fuoco

coll’umore del corpo,

ti arresti improvvisa,

la pelle che freme,

la luce che accenna,

spegni la lampada,

scaldi le gambe col fiato,

slanciata in avanti

coi muscoli tesi,

gli occhietti furbetti,

la piazza in fermento,

l’odore di polvere e vento.

 

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