Spettro oramai opaco del ricordo

Clizia; Frederic Leighton

 

Erminia

 

Erminia,

et in arcadia ego,

tagliuzzate le vene

più di un anno fa,

musica dell’mp3 nelle cuffie

in riporto

mista di canzoni d’amore.

 

Sguardo alto sotto la doccia,

principessa delle serate

uno sprazzo sereno

e poi pupille dilatate!

 

Il treno che ci accompagnava

nei discorsi vuoto è ormai,

un filo solo si addipanava,

naufragava

verso incogniti prati azzurri

 

cori serali

e lamenti mattutini.

 

Poi le grida di rabbia

erano voci velate

soffocate

e dal tedio offuscate.

Dall’oblio sepolta

 

il candore della pelle

non ha saputo il vento smorzare.

 

Tenuti insieme per mano

tracciavamo costellazioni

sognanti

e veementi sprazzi di noi,

 

frammenti di domani.

 

Il gaudio dei tuoi dolori,

la noncuranza nemica.

 

Muta,

la società la risposta

ai tuoi desideri non l’ha data.

 

Erminia carta stampata

e disegno

di ogni costellazione,

 

nella melodia

del mio ultimo accordo.

 

Discorsi folli

 

Pioggia toccante

e cinematografica nella tua mente.

 

Sete giallognola

e aspra tra le gengive

e gli incisivi sporgenti.

 

Stracolmi di euforia

gli ubriachi della sera

ondeggiano a sinistra,

 

lieve il caduco introito di destra,

spalmati come cioccolata

i neuroni

o pronti all’assedio bellicoso,

 

un grappolo d’uva.

 

Messaggi telepatici

ed incanto bilingue

della nazione destrimane

e cilindrica,

 

sensazioni di quiete.

 

E la tempesta a volte

segue questa calma

nell’incrocio di sguardi,

 

pensieri ovattati.

 

Il vichiano corso e ricorso

dei bestioni e degli umani,

 

dei villani e dei baritoni,

privi di titoli accademici,

 

i maestri distratti dalla natura,

pensieri malandati

dall’incuria guizzante della paura.

 

È la follia la molla della storia,

è questa la verità

neanche amara,

 

ha un retrogusto dolciastro.

 

Siamo in simbiosi.

 

Ci esuliamo come assediati

ma siamo noi lo specchio del destino.

 

Il mondo sbarazzino,

lo sguardo tuo non è da meno,

mangiucchiamo qualcosa,

hai fame?

 

Prendi ciò che sai

tanto la fame si dissolve

come un fantasma,

 

comportamento alimentare

da adolescente sbadata

a ingurgitare patatine vertigo.

 

Il nido d’uccello

è il nostro fisso sguardo,

 

un’altra fissazione.

 

Discorsi folli come la storia

che si muove come quei tre ubriachi.

 

Una sigaretta accesa,

l’odore del vento si confonde

con quello del tempo

 

ed ora leggi a ritroso

quello che ho scritto

e quello che scrissi.

 

Il circolo indo-nietzschiano

è l’inizio dell’origine

e la fine del principio finale,

 

è un susseguirsi di invettive

contro poveri cagnolini

che si mordono a trotto la coda,

 

se l’immagine è il serpente

nella dannazione edenica

il re del mondo

ha maledetto anche il tempo

 

che dissipa e consuma

i nostri corpi giovinetti.

 

L’astrazione matematica

delle cose naturali

perde il contatto con la realtà,

 

ma nel paradosso è quella

l’unica certa verità.

 

La matematica infallibile

dà più volte segni di resa.

 

Il vero iperuranio è nei pensieri

dei poeti

non nelle quattro assurdità

del teorema dei carabinieri

o del coseno di gamma,

 

cercalo piuttosto nella pioggia

sulla sabbia,

 

astratta ovviamente

dalla mente sensibile e cordica,

 

la mente dell’anima.

 

 

La sedicente saracena

 

La sedicente saracena

con un velo che le copre il capo

e le spalle

sorride timorosa alla finestra.

 

Federico il mecenate

nella corte siciliana

a comporre sonetti e canzoni

coi suoi notai ed amministratori,

 

fiduciari di versi.

 

Tartari che scendevano

come nebbia,

beduini sepolti

dalla foschia del fumo

o dalle sostanze  violacee

che inalavano in sostituzione

per mistica ascensione.

 

È l’inverno che tarderà quest’anno,

che mostrerà il varco montaliano

ed atteso,

è l’autunno che libererà

il giogo delle catene,

senza pretese.

 

Lungo il tratturo antico al piano

si abbeveravano i pastori

mentre D’Annunzio sorvolava Vienna

con manifesti

inneggianti alla patria e al pacifismo.

 

È l’inverno che si spera

libererà dall’oppressione afosa

dell’indifferenza,

 

è l’inverno della speranza,

della mia assurda pretesa,

quella di viver la vita,

 

la pretesa folle di felicità

seppure solo sfiorata,

colta in un attimo di verità.

Alle porte del destino

 

 

Alle porte del destino

di nuovo io e te mano nella mano,

con le bocche traboccanti

di bacche balbettanti

e claudicanti

per i temuti incanti,

 

parlare a stento,

come assordati

e respingere le insidie

della paura

cogli abbracci reciproci

e remoti nella loro attualità.

 

Esser pronti per un lungo viaggio

in una difficoltosa foresta,

temere la tempesta,

il vuoto e qualche naturale vendetta,

poi perdersi allibiti

dallo spettacolo dei pini,

degli abeti, delle querce

e sentirsi come ginestre

sperse eppure coraggiose.

 

Dici no, dici che nei sofismi

sull’essenza un ricordo può servire,

alla ricerca di quello perduto

non trovo resa.

 

Passeggiare per le strade isolate

con il calendario tra le mani

ignorando itinerari,

 

domandarsi la conservazione caratteriale

se può avere quell’influsso astrale

di cui tu mi parli sempre,

 

poi capire che la scrittura,

il cielo è tutto e dio con lui,

 

sì è così le scosse telluriche,

i maremoti, le maree,

le temperature

e gli aspetti caratteriali

ce li dan le stelle

nel loro superbo danzare.

 

Oppure no, dici no,

dici non generalizziamo, c’è l’eccezione.

 

Ma ti dico, è questo il punto,

non c’è regola che tenga,

 

le nostre vite sono solo anarchiche

eccezioni figlie però

di un sincretismo universale.

 

Hai da accendere?

L’accendino l’ho dimenticato.

 

Incedi con passo leggero

 

Incedi con passo leggero

coperta solo del tuo velo,

il mare scosso dal tuo adagio

e l’erba cresce ad ogni palpito,

sboccia un fiore ad ogni gesto.

 

E poi ti vedo tracciare le parole

che non sai ascoltare,

con la grazia delle piante rampicanti

ti adagi sul mio corpo e gli dai vita.

 

E sono in preda ad un affanno,

ma le tue mani già lo sanno,

sapienti carezzano un sorriso

che dalle labbra inonda il viso,

 

un’esplosione di colori.

 

E continui a tracciare

storie che non vuoi raccontare,

e continui a ricoprire

questo vento col silenzio.

 

Poi tra i flutti sembri scomparire,

come Venere a ritroso

ritorni sirena generata

da una conchiglia innamorata.

 

Ed è ancora sera

 

La sera stende il suo manto,

un sole rossiccio m’illumina,

 

è incanto.

 

La sera stende atmosfere

celate agli occhi degli orbi,

della dualità trinitaria

persa nei borghi

scanditi da chiare pupille

della docile ragazza

con le cuffiette alle orecchie

 

e un refrigerio nella mente.

 

Sembra che non bastino parole

a smorzare i silenzi,

 

sembra che non bastino silenzi

ad incutere i tuoi tepori serali.

E dallo sguardo sperso scruto

 

rimasugli d’incenso,

le nostre serate

sono leggere ed estive,

indimenticabili ed indimenticate,

come due natanti all’incrocio

di piatti suoniamo

melodie nell’afa sbiadita,

 

può darsi la penombra

un mistero ditirambico ci sveli.

 

Ed è ancora sera.

 

La mia passione è svilita,

sembra infittirsi la voglia

di respirare l’uno ed il tutto.

 

Ma come può un germoglio

sfiorire senza appassire,

 

può nel ricordo vivere

senza svilire,

 

ed è la memoria che mi salva

dal tedio e mi affligge

come rovescio di medaglia

celtica e incisa su bronzo

 

restio all’incrocio di sguardi,

 

e tu ancora mi guardi

e strizzi l’occhio.

 

Ed è ancora sera.

 

Restò una dolce viola candida

 

Le fondamenta del mio pensiero

tracciavo con cura,

vittime dell’arsura

del lavorio incessante

come sciami di formiche,

fisso in maniera salda

il trivio e il quadrivio

come cardo e decumano,

 

la realtà triplice

come pietra di volta,

quella d’angolo

una giravolta etilica

e candidamente rubiconda.

 

Poi mi assalirono mille dubbi,

 

tutto da capo,

tutto da rifare.

 

Poi mi assalirono mille problemi,

 

il tutto è già scritto

con piume d’oca,

 

ma ne varrà la pena?

 

La salda pietra

sotto la scossa del reale

perse il barlume di vero

e a colpi tellurici

rovinò a terra.

 

Restò una dolce viola candida,

 

restò solo una come dolce empirea

rosa candida

frammento di memoria

e flusso coscienziale.

 

Conosci a fondo le mie paure

 

Si lamenta nel tormento atroce

di un’età senza più voce.

 

Conosci a fondo le mie paure

più segrete e già scrutate

dagli attimi fuggiti,

come adolescenze in bilico,

 

passeggiate in bici.

 

Potrei ora divagare,

potrei sfiorarti con le mani.

 

Potrei ora silente

fiatare il mio ultimo lamento.

 

Ma credo che la prospettiva

del domani si imponga inaudita,

 

mi stia fuggendo tra le dita.

 

Conosci a fondo, amore,

ogni mio dolore

per questo corpo vittima del vento,

 

del passo tardo del tempo.

 

Potrei parlare.

 

Potrei dimenticare.

 

Ma la mia voce muta

continua a sognare,

 

tra un po’ è già autunno,

qualcosa cambierà?

 

Potrei dirti ti amo di sfuggita

e poi baciarti e perdermi così

nell’oblio dei sensi.

 

Il peso specifico è annullato

 

Il peso specifico è annullato

da un possente fluido appena condensato,

col bagliore degli occhi

creerei le immagini

 

e la matita è capovolta.

 

Insula in flumine nata,

la tua sveglia nel dormiveglia,

la tua curva sospesa

da elettrochimica resa

d’intenso incenso

gettato a quintali

su muschi e licheni,

 

dai, diamoci un altro bacio.

 

E attraverso il ritorno ondulante,

non è musica quella che esce

dai lobi auricolari,

la tua chioccia è punta

dall’anello di roccia

che solo l’aere profondo

e tenue dà,

 

la tua incudine ed il tuo martello,

la falce e il grano cosiddetto.

 

Giallognole avversità

in tramonti di verità,

 

sopita sei un po’ svilita,

non ti fa più effetto

il tossico detto,

non una sola parola,

non una speranza,

non una motivazione

se non melodie perse nel tempo

che vogliono farmi continuare.

 

Continuare a ondeggiare,

come pazzo in su le scale,

sto solcando un’epoca nuova

e la gente indifferente muore

oppure passa e sorride,

 

qualche spicciolo per le sigarette,

le meno costose,

 

qualche danno collaterale

per poter continuare.

 

E finirei con un bel,

nel blu dipinto di blu.

 

Irrequietezza malinconica

 

Un’irrequietezza malinconica

e trasognata la mia

al di là della realtà,

 

magari un cenno del tuo dito

o un allettante invito intellettuale

potrebbe di nuovo tracciare

speranza nel mio animo

 

in frammenti,

 

eppure l’ansia che mi uccide,

il tedio e l’accidia

dei giorni sempre uguali,

 

sei eterea a due passi

ma mi sfiori appena.

 

Magari mai tutto è perduto,

nella mia gioventù potrò ascoltare

ancora silenziosa,

 

leggere le tue poesie

in riva al mare

 

con quel clamore calmo

delle onde che ci accompagnava,

 

manteneva il tempo la notte

che in refrigerio ti raffreddava

 

e tu sul mio corpo accovacciata,

 

io ora invece mi domando

che ne sarà del futuro,

dei miei giorni,

davanti a scelte sempre più sbagliate,

 

ma il risvolto della medaglia

c’è sempre,

sono un frammento d’uomo

alla ricerca di una luce soffusa

e di parole scritte anche alla rinfusa,

 

sei eterea dinanzi a me e mi sfiori,

non mi abbandonare!

 

Qual è la verità?

 

Lei dove è

se è vero che ti cerca.

 

Tra di noi dei segreti

mia forma priva di sostanza

che rifletti solo bagliori mattutini

 

ma ti manca l’assonanza

con le tue parole,

 

sfiorami ancora,

te ne prego,

sono nulla senza te.

 

Qual è la realtà?

 

È solo la nostra immaginazione,

 

un triangolo sperso e maledetto

dall’illusorio tempo,

 

io ti cerco come limpida

acqua di sorgente,

pura mia assidua brezza mattutina,

ti dirò come sempre

le mie parole gettate in aria

da un sorso di vento.

 

Potremmo fare i sofisticati coi sofismi

e magari avere pur ragione,

 

potremmo continuare a disegnare

questa nostra vita separati

 

ma un filo labile ci lega

e non possiamo farne a meno.

 

Spero solo tornerai ragazza

destinata alla più somma melodia.

 

Qual è la sincerità?

Due parole dette di sfuggita,

 

dimmi quale è il tranello

per uscire da questa miserrima

condizione umana,

 

trascendere noi stessi?

 

Guidami tu,

o mia ragazza,

dall’armatura alabastrina

e il volto paonazzo

e i capelli mossi

di quel carminio così intenso .

 

Mentre la gente guarda distratta

 

E mentre la gente guarda distratta

il libero airone palustre

si lancia al di là del confine terreno,

mondi sotterranei lo attendono,

 

trema già la mano al pensiero.

 

Un caffè

ormai tra angusti rifugi,

svogliati e disincantati,

volati come cenere,

 

smascheri il volto ed è già autunno,

 

il volo di chi va via in migrazione

è un balenare di lucciole

ormai abbandonate

nelle tetre follie cumane.

 

E poi i papaveri rossi,

sangue lucido ed oblio,

potenza dei sensi,

espansione mentale,

 

rigurgito come al solito astrale.

 

Vola nel cielo

resistendo alla calura

e vola che la stagione

sarà un groviglio vago

di temperatura,

 

già vedo le stelle,

il vino rosso nei bicchieri,

mille palloni poetici

in trotto nell’aere,

 

mille spume,

mille effluvi d’incenso,

 

e vola,

dimenticando quanto ardore

il sole sprigiona

intrappolato nelle sue redini

sottili.

 

E l’afa rimane.

 

Giocare a tresette

tra uno spaghetto e un sorso di vino

con nosferatu che è sazio d’assenzio,

potrà vivere già da oggi,

con un cambio di rotta,

la mia più sublime speranza,

 

il desio del domani.

 

Ed è silenzio.

 

Maschere di ghiaccio

sono sulla spiaggia,

rendono oltraggio

all’ultimo notturno spasmo,

 

e che pace l’aurora,

 

l’amore e i colori.

 

Non so se è sentimento

il brivido che ho dentro,

ma puoi guardare languidi

gli occhi al crepuscolo,

plasmati come violette.

 

Vola su ripiani desolati,

avvoltoio di pentimento,

 

frescura, frescura,

tu mi dici e sorridi,

ma lo sai,

già lo sai che cadrà

l’ultima stella confusa

e noi saremo preda

di una nuova serenità.

 

Stella,

vola che si attutiscono i miei timori,

le parole e le esplosioni di incertezza,

vola,

 

non smettere spauracchio

del presente

che sei nella mia mente,

un sorso d’acqua pura

ed è subito mattina.

 

Volano i colori,

nel cielo temperato,

 

vola il tuo ultimo desiderio avverato,

 

vola e non trova pace

l’euforia della giornata

ciclotimica e daltonica,

 

vola e l’incanto scolorisce

nel momento più intenso.

 

O mia Regina

 

E se volessi cambiare argomento,

un fiume in piena arresterebbe

il turbamento,

in fondo un tantino assorbo

quelle parole,

poi ne invento, poi le scordo.

 

Cosa c’è dentro me,

un falco in volo possente

e incatenato

che della vita ha percorso

solo qualche fiato sfumato.

 

Un vortice, il solito maestoso,

quello che spaventa,

la rimessa, la stupida paura

è come assedio che mi storpia

quando in temperature avverse

muto rotta e dovrei disincagliare

il raggio luminoso e porgerlo

al di là dell’ultimo fuoco,

 

hai visto? è già scaduto

il biglietto del tram,

 

il viaggio della mente

un treno in salita che abbassa

l’attenzione ed attendo la tua profusione,

 

l’importante è dire assurdo

quando ce n’è bisogno,

gira a vuoto l’ultimo accordo.

 

O regina nella polvere celata

ed improvvisamente illuminata,

sorgi coronata e districata

tra risucchi di biancospini.

 

Ed io da falco

cerco libero attracco

contro il mondo e per il mondo

ad un tempo,

 

carino il tramonto dei nostri sogni

è la rinascita per nuovi giorni serali

e imbellettati.

 

O regina nella cenere

riarsa divieni

ad un tratto materia eterna,

 

un flusso d’amore sgorga

nelle vene

ed è già passione

 

il bacio in tensione.

 

Perdendo il filo un po’ per vizio

un po’ per capriccio,

 

ti scrivo altre due righe,

è già un impiccio,

 

ti chiedo e poi mi schiudo

pronto a ripartire,

o mia regina.

 

Ad altro non penso

 

Sai, mente annebbiata,

mentre mi concentro

ed entro in contatto coll’Un invisibile

che prende forma,

 

ecco,

comunicazioni celebrali

introito restio

dell’inconscio collettivo,

 

allineata la nostra costellazione

con il bacio che dai

in riva al mare,

 

damigella decorosa

eppure così viola

 

il congedo delle piante

che tramite angusti sentieri

percorriamo,

 

senti già il trastullo delle onde,

il mutamento ciclico,

il nostro allibito confronto.

 

Le spiagge dorate

son granelli della tua vita,

 

l’eternità l’abbiamo conquistata

lottando con schiere di draghi

e cavalcando liocorni d’oro bianco,

 

il piercing è uno spasmo,

una noia vederlo cadere

ad ogni movimento

del tuo nasino intimidito,

unione di spirito e corpo.

 

L’estate schiarisce

e tra un po’ i variopinti colori

degli arbusti saranno pensieri di domani,

saranno speranze e respiri profondi,

come l’anima che ascolti,

 

la musica respiro della stessa,

la musica spirito manifesto,

 

ti bacio

e ad altro non penso.

 

Parole al vento nel silenzio

 

Parole al vento nel silenzio,

nell’intrigo destinato

ad un sussulto per un bacio

sul tuo collo scoperto,

 

incandescente.

 

Quale è il senso

delle tante frasi sconnesse,

 

dei periodi campati in aria

come atolli od emissari

di una nostalgia canaglia

o di un effetto a collo di bottiglia,

 

filtro per le stupidate fatte

con l’intenzione di cucire abiti spenti

dai tuoi occhi sempre più accesi.

 

Tanti sogni e poche speranze

ma nell’ostinazione il sentimento

che permane figlio dell’ambizione

e non di rampantismo

come luce un po’ soffusa

nella nostra dimora ambita,

 

un arredamento etnico

e tre canti al mattino

per svegliare i dormiveglia

che scrutano la nostra vestigia

di figli di un dio dimenticato

eppure così vivido e sentito

nella nostra interiorità.

 

(Pochi grammi di zucchero nel caffè,

pochi baci ma buoni,

io in realtà non smetterei

di stringerti a me).

 

Il viale sussurra nell’estate,

c’è un vento freddo nel ricordo,

il materasso con l’accordo primordiale

della scintilla universale.

 

(Pochi grammi d’assenzio,

vino caldo,

un letto su cui dormire con te,

un altro canto).

 

Piccolo scritto

vai tra paesi, monti, colline

e città, urla come il tempo

che passa

e rendi vivido il ricordo

della sua fascinosa bellezza

che esulta come un mare in tempesta

o come lo scorrere di un fiume

all’ombra della cresta.

 

Ipotesi astruse sul tuo polso

 

Ipotesi astruse sul tuo polso

perché la pioggia ci risucchia

in un vortice abissale,

soli io e te,

inauditamente la questione

da logica diverrebbe estetica

e passerei ad una estrosa

epistemologia ma del metafisico.

 

Ti vedo un po’ stordita

sarà l’effetto della polvere

e del polline tra le dita,

 

credo meglio riprendere dal basso

per puntare al cielo candido.

 

Allora con sospetto guardo

un oggetto od un soggetto

e scopro l’identità, tra l’uno e l’altro

 

non vi scorgo diversità,

 

non sono utensili heideggeriani

ma soggetti dotati d’anima,

 

lo senti il dolce romore

della macchinetta quando sale il caffè,

sembra gridare, sveglia!!!

 

non sono solo qui per te?

 

Ma d’improvviso

sarà quel tuo profumo

che si impone sensualissimo

 

e allora lo confermo

 

è un’anima cosmetica

la tua dolce essenza di cobalto.

 

Tutto cambia in mutamento statico

 

E sei arrampicata ai tuoi spasmi,

fumi un’altra sigaretta in silenzio

mentre lo spirito del diamante,

supremo ardire,

sfacciato ti sfiora un po’.

 

Alzi un poco la testa nello sbuffo,

chissà a che pensi,

se al tepore dell’autunno

o alla congiunzione astrale dell’inverno

che riporterà tutto alla normalità.

 

Riflettendoci sopra

un po’ d’erba cresce

sui piedi fatti a conchiglia,

 

i pensieri assorbiti,

una eco lontano,

 

mi sfiori la mano

 

mentre si agita la maretta

della rivolta studentesca.

 

“Siamo noi soli”,

 

dici e sorridi e tremi,

 

hai voglia di me.

 

Ed allora un abbraccio plurimillenario,

un approccio geologico e atmosferico

dei nostri corpi che si sfiorano,

 

la pazienza delle tue nobili trincee,

le placche della Pangea

che si dividono ma un giorno

in congiunzione questo eterno movimento

sarà la libertà tanto sognata

dal nostro fermento,

 

poi un sorso di vino,

 

mi stringi un po’ più forte,

 

ti do la mia coperta

 

ma restiamo mano nella mano

 

avvinghiati all’abisso.

 

E finalmente dalle tue parole

tradirò un ricordo,

sarò sempre più libero,

un Icaro distratto

ma fremente come il segno

che hai impresso sul tuo polso.

 

E in silenzio prolungato,

quasi meditativo,

 

scompare dalle cose

e dalle persone

ogni tratto negativo,

 

i valori hanno fallito,

guardiamo ad una nuova filosofia,

lo studio sistematico

dei fondi di bottiglia,

 

fondi dove alberga

l’anima più pura

e che deve esser solo manifestata

dallo spirito.

 

E stasera, ti dico,

tu lo emani.

 

Tutto “peace and love” il nostro incontro,

bandiere d’Assisi con la pace,

spillette trasversali con i teschi,

un po’ un “memento mori”,

un po’ pars destruens.

 

Ed allora zitti

costruiamo con un bacio arrogante

 

nell’etimologia distruggeremo

questo inferno di schifo,

 

questo impero claudicante.

 

E passa il tempo,

ormai un ricordo lontano,

fondo di pietrine di fumo

e di rimasugli di ciliegi sottospirito,

 

magari tu che sei l’assenza ,

dimmelo per sempre,

 

dimmelo tesoro

che ti adoro e ti rinnovo

i sentimenti come clandestini a bordo,

 

perché sei la più bella,

tira un’altra pall mall

e scorgi il sole che sta nascendo ad est,

ci illumina l’intenso,

 

ci apre le porte al mondo sconosciuto

del domani che poi altro non è

che una nostra speranza,

includibile nel presente.

 

E tutto cambia in un mutamento statico,

 

sei la dolce essenza

fluorescente della vita,

 

sei il pensiero,

 

l’aurora del mattino,

 

sei il mio sonno,

 

compagna di Morfeo nella notte,

 

mia dolce Selene,

 

Artemide cacciatrice

 

e Pallade rivoluzionaria,

 

ti coprirei di baci

come fosse pioggia al sole.

 

Ti amo così,

un po’ pateticamente,

 

e tutto il resto

domani

sarà un surplus ma immanente

nell’animo nostro.

 

E’ scesa l’ultima goccia

 

E’ scesa l’ultima goccia giù

del tuo sapore viola,

credo che sia il motivo

della nostra trattenuta

nella stiva pleonastica e fantastica.

 

Il gran cerchio del tempo

rosso e blu

più lungo di così,

da pi greco alla sponda del sollievo,

 

in realtà sei il mio sogno per metà,

sola contro il mondo sei tu.

 

Non ti aspettavo sai,

stasera più che mai

il mio corpo è proteso

alle tue gambe intrecciate

ai mie capelli.

 

No, non farlo, non distruggermi,

 

nel tuo pensiero lascia spazio

al mio futuro.

 

Poi ritorna quel nostro circolo perverso

menato per l’aia

come fondo di grondaia,

 

i tuoi occhi dal luccichio insolente,

i tuoi sogni da sabarazzina un po’ invadente.

 

Nel puro,

intenso godimento.

 

Godimento.

 

Agitazioni spastiche,

tardo rock.

 

E passi di sfuggita,

mordicchi un po’ le dita e mi dici,

sono stanca di viaggiare,

posa l’auto all’autogrill.

 

Posa?

 

Un panino e poi,

cento lire nel jukebox,

 

ondeggi a stento quando premi

il cuore lento,

 

sei bella sai quando sospiri

e alzi le mani,

 

come a dire non lo so.

 

Tra gli accordi sei distesa

come arresa e me lo dici

come pupilla dello stelo un po’ inclinato,

un po’ svogliato,

dai tuoi sogni agitato.

 

Novembre

 

La marcia ingranata

nell’accelerazione infestata,

qualcosa da dire,

 

pensare col tempo agli errori

e all’ipocrisia per scoprir

se il domani è congelato e insicuro,

poi ad un tratto dirsi

che non ne vale la pena

e sorpassare senza accostare.

 

Ti amo e lo sai,

vado via e ne soffrirai,

resta pure a fianco a me,

 

non arrenderti mai.

 

Porsi degli obbiettivi

a colpo di chitarra,

schiudere le porte,

sorseggiare una birra scura

piangendo della tua frescura autunnale.

 

Le violette sedentarie

ma attente,

i baronati e gli inciuci,

le chiacchiere da comare heideggeriane,

 

in questa riunione sovversiva

cogliere l’egoismo dei fiori,

 

scroccare un passaggio

se va a fuoco l’autovettura,

 

sentirsi immortali,

e rider di gusto degli errori,

agli errori

 

poi piangere di nuovo ed aspettare te.

 

Ti amo e lo sai

che mai ti dimenticherei.

 

Impastare del formaggio

 

incrociando nuovi sguardi

ma lasciandoli alla deriva

per tornare da te

che sei la mia vita.

 

Passaggio inconcludente,

 

fine deludente.

 

Gradisci del latte nel caffè, amore mio

 

Una parola non la puoi mai consumare

se sopra l’acqua volteggia

a dorso come un crinale,

 

e regge il mondo

su queste circostanze indissolubili

mentre io e te passeggiamo

come due stranieri,

 

quanto dolore è esploso

in un attimo in me,

 

che confusione hanno generato

le tue azioni,

 

ho studiato a fondo le intenzioni,

capendo che è l’attimo che conta,

 

la nostra pura apparenza

che volteggia in aria

come un pallone a incandescenza

col gas nobile e stizzito

che ti fa perdere per un momento,

solo uno,

il fiato.

 

Sgocciolano come arpeggi

le parole e cerco appiglio

nel mio cuore docile,

 

ma sei in riva al mare,

il cielo minaccia un temporale,

le onde investono il succinto vestito

che mi fa impazzire,

 

ho creduto a fondo che fosse l’infinito,

non ti so scordare,

 

anima graziosa.

 

La spiaggia imbevuta

e tu tra il telo imbacuccata,

 

credo che metà del sogno

l’ho già scontata.

 

Partono prorompenti

i treni alla stazione,

senti il fischio e immagini i vagoni,

 

i nostri pensieri fuggono

ed è già ieri,

 

tutto statico e immobile il destino,

 

due dita incrociate, la follia del mattino.

 

Mentre continuo a scrivere

e parlare al vento

i tuoi capelli sono mossi

al mio fermento

 

e mi stringo questa volta

un po’ più forte al cuore.

 

Guardo una foto

e si scatena la rimembranza

dell’attualità,

 

le scorciatoie rese viole del pensiero

per raggiungere un sentiero

in cui io ti tengo la mano,

 

tu mi dici di sentirti strana,

sarà colpa del tempo

o delle Parche il lamento.

 

Magari il futuro

cambierà tante cose

perché figlio della nostra più intima

speranza,

 

ma devi crederci, amore,

 

anche se a volte rallenta il cuore,

Davide disse, fermati o sole.

 

Sgocciolano altre parole al muro,

impresse con l’acrilico

della ripetizione,

 

lo sciocco riff dell’azione,

un abbellimento per la colazione,

 

ho creduto e vincerò

anche se resto attento,

solo, in un mare di frumento.

 

Parole sulla tua bellezza

e sulle nostre perversioni,

gradisci latte nel caffè,

o mio amore?

 

Riff

 

Penso dunque volteggio

come solfeggio

e vado all’inverso,

 

la percezione extrasensoriale

è fluido nel fruscio degli spiriti,

Dostoevskij al bar,

 

non è sperimentazione l’emozione

ma prova pratica pronta

per essere ignorata dal passante

incurante della musica,

 

un altro gettone nel jukebox

e pochi spiccioli al mendicante

col violino elettrico della relatività,

 

o almeno credo.

 

Cosmico il ricordo

fisso in me,

 

una malattia la linea bianca

tra genio e follia,

 

si accavallano le gambe

nel discorso che saltella

come la civetta da un posto qua e là,

 

bene dove canta

male dove guarda

 

e tu non consideri per niente

il fatto che siamo soli,

 

l’io presuppone un relazionarsi

finto e a metà,

 

ciò che guardiamo negli altri

è solo proiezione della nostra assenza,

 

credo.

 

L’apparenza l’unica possibile

manifestazione dell’essenza,

 

il traffico della città

all’ora di punta

è un coltello teso

alle mie braccia

che solca la verità

 

due tre olivastre vestali

e vergini di clausura

in contemplazione

 

come ad adorare

il sapore di un bignè,

 

buono il crauto

di prima mattina

all’aeroporto di Bruxelles

 

mentre il parlamento di Strasburgo

è bilingue

esclude il bel sì,

 

magica speranza.

 

Ok, va tutto bene,

due parole e poi,

 

e poi,

 

stop.

 

Intro estroso

 

Intro estroso.

Dentro noi c’è

l’entusiasmo di uno spirito beffardo.

 

Intro estroso.

Non sempre vale la pena,

non sempre è giusto continuare.

 

Intro estroso.

Parla con lo status divino,

sei apparenza sublime e stemperata,

puoi tacere senza essere ignorata.

 

Intro estroso.

La paura del nostro abisso

muterà solo se ti fisso.

 

Forse il silenzio

dei tuoi occhi

non è che pura fantasia,

 

forse il temperamento

del tuo dito sollevato in meditazione

è sintomo di eccitazione

 

al di là della sensualità

già insita nelle orme

che mostri con pudore,

 

forse dal nulla nascerà un sussulto,

quello che avevi senza dimenticarmi,

 

gira il verdetto della nostra poesia

scevra di senso

e pure così concentrata

in mille navicelle notturne.

 

È giunto il momento,

è venuta l’ora,

cosa sono io per te?

 

dillo senza fiatare,

è giunto il momento di realizzare

i sogni miei,

tuoi e di noi tutti.

 

Intro estroso.

Sono ammutolito,

dal venticello allibito.

 

Intro estroso.

Credo di divagare,

ma saltando da un pensiero

a un altro puoi anche tu volare.

 

Affinché distruggessimo la materialità

della violenza

con l’amore dell’anima nostra

ormai incandescente

 

mi spiegasti il sistema

avviluppato su sé stesso.

 

Guarda il vero

 

(Nella Terra di Mezzo

un rombo sul tetto a strapiombo).

 

Ero fermo alla stazione

con l’intenzione di mirare

treni nella noia heideggeriana

e avevo il viso pieno di furore

 

(guardavi tanto

mentre ti raccoglievi

nel pianto)

 

nel sentirmi vivo

come non mai nel disquisire

con la panchina ,

una qualunque

 

(piacere tangente)

 

ma a volte anche le scritte

rendono l’inanimato immortale.

 

Solitudine,

 

( soluzione),

 

beata inquietudine

 

(dannata volubilità).

 

Continuavo

 

(la tua vita è diversa

se senti l’odore donzella),

 

allunga le braccia

 

(ma se puoi perdi)

 

solo se lo vuoi però

 

( non arrenderti),

 

non perdere in divagazioni

quello che dice il tuo cuore

è puro e semplice e lo conferma

 

(guarda lì)

 

il tramonto partenopeo.

 

(Il pub era pieno di gente)

 

qua usano pinte dipinte

 

(ordina pure un doppio jack)

 

e due crodini serali

per le future prossime

invasioni nelle aurore boreali.

 

(Guardati attorno

rischi di perdere il controllo).

 

Mi colpisce diritto al cuore

il tuo pudore

e quell’occhietto ribelle

 

ma anche il silenzio tenebroso

delle apparenze,

la donna perfetta

 

(le invasioni continuano

nella Terra di Mezzo)

 

che brama in tutta fretta.

 

Guarda bene,

ripeto guarda il vero.

 

Nel sorriso del mattino

riposi ancora,

che carina, mia sbarazzina.

 

Guarda lì,

 

ripeto,

sona il bel sì.

 

(La notte trascorsa da un locale

a un altro,

la birra a fiumi,

prego

esula per i drink

il ghiaccio,

così mi piaccio,

riposa pure,

e tu sorridendo chini il capo

come a dire sì).

 

Il lieto rumore delle tende

 

Il lieto rumore delle tende

mi rimanda sincero a te.

 

Tra le strade viaggia

l’anima tua

che non risponde

ai miei quesiti

 

come un soffio della guardia

di frontiera che controlla

il desiderio perverso

del mio intento.

 

Viaggia la mente

e ritorna a te,

alle serate erbose

tra i fumi dell’incenso.

 

Ed è solo un momento

che mi vedo

sfiorire nell’età matura,

 

vorrei che una foto

prendesse vita

e ritornassi magari un po’ tu,

 

ragazza dagli occhi colore del cielo,

anarchica per semplice complessità,

penserai, chissà,

se qualche volta di sfuggita a me.

 

Sta arrivando il nuovo anno

e chissà se qualcosa

davvero cambierà

o sarà solo il frutto

di una nostra più illuminata umanità.

 

Nella mia stanza un sussulto

e c’è un’immagine di te,

magistra et ancella.

 

E fuori il collocamento chiudiamone un altro,

siamo soli io e te

e non te ne accorgi nemmeno,

passa il tempo e siamo cambiati

ma qualcosa dentro te

di me ancora c’è.

 

Il lieto rumore delle tende

mi ricorda le tue gambe divaricate

al vento dell’estate.

 

Poche parole

su uno scrittoio antico,

questo sono io,

eccomi qui,

tante abitudini che non ho perso

in bilico tra un’anima antica, paura e il nuovo corso

che sbalza e fiorisce,

 

fumiamo ancora la stessa marca di sigarette?

 

Il lieto rumore delle tende

 

mi sussurra che darei ancora

tanto per te.

 

Candido

 

Una speranza inviolabile,

sigillo impresso sulla cartapesta

delle tue emozioni,

ascolta il silenzio,

la via eccola qua,

legami indissolubili,

passioni carnali

intrise di spirito sgocciolato

come dalla nebbia intriso,

sembri ciò che non sei,

come a dire violetta,

 

la passione svanisce in fretta.

 

Candido,

il canto di cicale

nel paradosso invernale,

 

sei luce che sorprende

e inaspettata promessa,

sei il vuoto di una stanza

che è ricolma di te.

 

Candido,

se l’ottimismo è un fuoco

che riverbera,

la sensazione pulsionale

è la risposta che cauta

e paziente ci attende,

 

un saluto,

bacetto estroverso.

 

Dici e sorridi

che ripeto sempre le stesse parole,

ma quando le hai impresse nel cuore

l’acqua raggio non distrugge il colore,

tuffiamoci dagli scogli che c’è il mare

di sapienza che spalanca

le braccia nell’attesa,

siamo soli ancora io e te,

 

che tramonto stupendo

inzuppato nell’acqua

come biscotto proustiano del ricordo.

 

Candido,

se l’eroico furore

ci porterà oltre il confine del sapere,

se la mente si espanderà

oltre il tuo pudore,

due parole te le dedico

e tu per me che fai?

 

Sei gocciolina perversa

e già lo sai.

 

Candido è solo

quello che blocca la scrivente,

dai continua a scrivere parlando

col tuo micino dolciastro.

 

Tu animal grazioso

 

Tu animal grazioso,

tu senza ormai più suono,

dipingi gli ultimi istanti

come nebbie atroci e beffarde,

sale il mi minore

della nostra storia

e rappresenta lui in silenzio

la nostra stessa clemenza,

la nostra verità.

 

Un carillon suona

per rimembranza o triste rimando,

al posto di cose ci sei tu.

 

O animal grazioso,

 

o fulgida sordina.

 

Passa trionfale

l’armata letale

 

e noi ridiamo del gioco di parole,

 

anacronistici in questo mondo parallelo,

 

c’è un sentiero dalle mille biforcazioni

 

e poi c’è il tuo dolce volto

e poi ancora tu,

 

mio passato, presente e futuro

a un tempo.

 

Passa e non dà scampo

se non guardi nello specchio

quel che ti ho detto.

 

I cardi questa sera

struggeranno l’atmosfera.

 

Teologia sperimentale

 

E vaghi per il deserto

senza spalle coperte.

 

Ti sorge un dubbio intramontabile,

le statue non sono più le stesse

senza il sorriso di terracotta.

Le anime sperse negli anfratti,

le scorgi facendo trentuno

e si salva il rifugio mentale.

 

Cosa vuoi che conti

chi tu sia in questo mondo,

 

l’esser sé stessi più autentico

è per il parallelismo non euclideo.

 

Ammide di nucleoside

proteso al vento contrario,

 

l’introito netto della meccanica,

il quanto ed il bosone,

 

la gemmazione delle piante,

tachione

le betulle e la fotosintetica

interruzione delle stanze poetiche

che in un attimo ti rimandano

al creatore, la vita nova

è vuoto contenitore aperto

ad altri contenuti sconosciuti,

 

etica etilica,

nel vuoto si ripropongono

situazioni estrose

che non sai rifare

nella realtà annullando

l’esistenza della stessa,

 

se l’infinitamente piccolo

altro non è che infinito

allora è massiccio il peso dell’elio

nel comunque infinito cielo

dove vola per dispetto il palloncino

e tu resti china.

 

Nelle regole

di derivazione non scorgi mica

la biologia del sogno,

 

l’onirica teoria del sonno.

 

La storia sta sempre lì.

 

Suoni dolci come le mandorle

e il lillà.

 

Dimmi amore il passo tenero,

dove sta?

 

Cerchi le parole

 

Cerchi le parole,

quelle nella giusta ondulazione,

va bene così non va,

ma se sposti il tuo sguardo

il fiore sboccerà.

 

Potremmo periodare senza verbo,

no che non ha senso

ma bastano le tue labbra,

sarà che senza te

è tutto più difficile,

 

anche quella dannata parola,

che volava sui campi di grano,

nelle nottate medioevali

su boschi fitti di lupi,

 

ma io oramai ti conosco,

guardo quel tuo viso,

quello che sogna di navigare

sulle nubi

e condottieri da distruggere.

 

I piccoli aforismi,

ne abbiamo fatti tanti,

generici e bislacchi,

specifici per ogni occasione,

 

ossequi alla signora,

 

e allora tu ti volti

come sai fare

con le lenzuola da violare.

 

Ma questa volta credo

sia la definitiva,

 

non hai altro da espormi,

mi soccorri,

ma non è solo della tua carne

e delle tue parole che vivo

ma anche del tuo profumo

delizioso,

 

quel profumo che inebriante

sboccia come fiore tra le piante.

 

E se proprio vuoi sapere

qual è il segreto,

tu sei,

 

prigioniera scalza nel tuo tempio,

 

ed ovemai di me dovessi ricordarti

strizzami l’occhio

e manda sopra il mio respiro

quel tumulto

come quando.

 

Ora mi guardi,

sorridi come sempre

e sempre altera sei,

io sotto il tuo manto sapiente

sarò un piumino incandescente,

 

ho voglia di una birra doppio malto

per smorzare un poco la tensione

e tu che sei ovunque

la dipingi ed io già sorseggio

quello che è il mio piumaggio

e punteggio.

 

Ponendo un punto fisso

 

Ponendo un punto fisso

e ben nascosto

sul tuo profilo ingiallito

mi accorgo attonito

che le parole sono lontane

dai gesti,

 

risuona nel mio inconscio

un pensiero sepolto

ed è questo il motore

delle mie assurde confusioni.

 

Ti vedo ancora passeggiare

incappucciata per le nostre vie

e chissà se ancora ti ricordi di me.

 

Passa un altro giorno

nel tempo che non esiste

ed allora ti chiedi insolente

se sprechi cosa,

 

diamogli un nome a questa inesistente

dimensione vissuta e cresciuta

coi nostri patemi d’animo

 

e con le nostre gioie inconcludenti.

 

Non so davvero

se ancora mi pensi

se il tuo mondo così vicino al mio

si è ormai dissolto

 

senza mai venire al dunque.

 

Nel silenzio tu,

 

chimera eterna

 

non ricordi e gira la banderuola,

il pensiero è sempre di traverso

dove quel punto è l’unico

immisurabile granello

che ci tiene ancora uniti

e di cui tu forse

non hai più memoria.

 

Non puoi dimenticare

quando schivavi i miei passi d’amore,

 

quando non c’era altro tra noi,

 

quando assaporavamo l’anima

dell’assoluto quella notte

da soli seduti,

 

quando ascoltavamo

le nostre parole,

i nostri monologhi

erano inconfondibilmente

l’uno per l’altro,

 

con te tornerei

mia epoca lontana,

 

in un attimo le cose cambierei,

ma il passato è dell’oggi il domani.

 

Tutto è nostro

 

Sul piano di un abisso ti miro,

tu sei dissacrante come sempre

ed io coi miei occhi ti investo,

c’è qualcosa che mi insinua,

è il tuo pensiero anzi il vederti

così chiara nella mente,

 

tutto si è adagiato ai nostri piedi,

tutto risponde solo ai nostri comandi,

tutto arriva dall’assoluto,

tutto può essere nostro.

 

Ascolta la melodia del sempre

dalle pupille sgorga l’incenso,

 

sprizzi di nubi oscure

per chiarire il nostro punto,

 

tutto è nostro,

tutto ruota attorno a quel segno,

 

tutto anche l’amore più urlato,

 

tutto anche l’amore mai esistito,

 

tutto anche me e te.

 

Tutto!

 

Sogni astrusi ma convinti

per sanare le tue indecisioni,

guardo ancora più giù

con vertigini audaci aspettando tu dica

 

sì,

 

è pronto l’ormeggio del desio intramontabile.

 

Tutto è nostro solo per amore,

 

tutto è nostro solo per capriccio,

 

tutto è nostro per delizia

 

tutto anche me, il mondo e te.

 

Due o tre parole

 

Due anzi tre parole nel vuoto,

aspetta un minuto che guardo,

due o tre parole nel vuoto,

aspetta.

 

Le storie di signori

incontrastati dal dominio,

nelle ore perse tra il Danubio e il reverse,

si avvicina la festa di Berecyntia,

allora Lilith pone un guanto nello stagno

con la dolcezza di una quiete mal dimessa.

 

Gli orologi a pendolo

con il cucù,

 

l’integrale inverso

che scapita sulle scale.

 

È tutto un caos,

 

ci pensi tu?

 

Due o tre parole

e salgo su,

 

guardo all’orizzonte il mare,

 

due o tre parole

e mi tuffo nell’immensità

del cielo di Modugno.

 

Sognai passioni inconfessabili

che in limo litis et salis agli opposti fisici

delle sinapsi fecero da giudice,

 

io ti invoco,

 

scendi o dea dai mille volti,

 

il tuo gesto è scaricato dall’ira.

 

Ho perso il sonno

in questo sogno

dall’incenso adorante,

 

le storie non si inventano,

 

scendono da sé

 

come calzate da febbraio

accanto al rimario.

 

Parlami un po’ di te

e delle passioni,

 

io ti invoco Brigith,

 

e mi scordo della 7up.

 

Le ombre della polvere

umanizzate dal soffio di vento,

 

oh passione, passione eterna,

 

rigira l’ LP da te

in mancanza di THC.

 

E la musica va.

 

Trallallero trallalà,

 

banalmente ti amo,

 

dimenticando i fiori.

 

Due o tre parole,

un tiro,

ti adoro Hathor delusa.

 

Ah!

 

Son coriandoli

i tuoi,

buttati all’aria,

vibra il suono,

penso o no,

la mia base musicale

che si perde tra i grovigli

di storie serie

e mai inventate,

 

sentirai la verità che ascende

quieta fin lassù,

dammi il mi, nel bel sì,

tutto fatto alla rovescia

 

e lo dico, ti sei svestita,

campata in aria la pretesa,

e non val la pena sprecare

altri fumetti se fai l’indiana

sulle scale tutta dipinta

tra le tue stesse brame,

 

ok, d’accordo va bene,

scacco alla regina.

 

Ah! che bello il riporto!

lo stavo aspettando

in questa realtà frazionata

 

quoto perfetto,

 

e non parlo del social network.

 

Ah! che bello l’inverso!

 

Lo componiamo

e poi facciamo il reverse,

 

credo che così ti senti perfetta.

 

Questo è il ricordo,

da sfiorire e da capire,

poi aspetto Godot,

poi mi perdo

nella tundra adagiata a dessert del desio,

 

e siamo alla frutta.

 

Questo è quanto,

 

suggerimento,

 

ascolto ancora,

quel folletto,

gira nella mia penombra

il monacello un po’ ubriaco,

è prima mattina,

pensa al tempo,

 

non ci sento

e non penso.

 

Ah! marasma perfetto!

se lo dico e scrivo

ti oscuri e dai senso

al flusso di parole,

ulissico e filmico,

 

ciak al primo arrivato.

 

Ah! che bello così!

Dai non ti spostare

dall’asse cardinale,

vedo che ci sai fare.

 

Questo è quanto penserò

quando in silenzio per non svegliarti

me ne andrò,

 

e non è un tabù,

 

che ne parliamo a fare.

 

Te lo dico così

 

L’antropologia culturale

dell’atomo di idrogeno

che esplode per contorno,

forza, dai, continuate

che le storie sono semiserie,

c’è il fondo di verità nella follia,

puoi pure rimarla.

 

E cosa vuoi che dica del mondo

che mi aspetta,

delle persone che passeggiano

indifferenti e dispettose,

tal altre vanagloriose,

piene di sé e senza rimpianti

cancellano con un colpo di spugna

la gente che diventa fluorescente fluido

da rigettare per i gomitoli di lana

che non sanno tessere o aspettare.

 

Te lo dico così, senza pudore

e farneticando un po’,

 

la folla che ostacola i miei pensieri

mi sta in sordina

se penso fremente a me stesso

incandescente e pronto

ad esplorare ciò che voi non sapete vedere.

 

Un’altra apparizione,

la madonna e la pietas,

nella tundra oscura

 

una ragazza che addomestica

la lonza, la lupa e la leonessa sbronza,

 

le rivoluzioni culturali

seguono soltanto la stima

della musica

e son frutto di una realtà sfiorita.

 

Cosa pensate che vi dica

 

se non c’è più fiato dalla mattina?

 

Sono un semplice balbettante

dinanzi alla verità divina.

 

Che dolci illusioni atemporali,

 

ah! che passioni!

 

Il pensiero nuovissimo

non lo riesco a scorger.

 

L’epoca della vendemmia

è giunta all’ora terza,

 

pensaci un pochino,

se vuoi faccio l’inchino.

 

Sei un miraggio come reggia diroccata

 

Sei un miraggio

come reggia diroccata,

la tua immagine che riflette

sul mio corpo

e vive ancora in me.

 

Sono in un giardino fatato

appisolato

mi immergo nel verde

ma non dimentico te

che sei in ogni cosa

stupore e disincanto.

 

Ho una vertigine

 

assurda

e mi viene la voglia

di ritornare a un passato

indefinito e lontano.

 

Un sapore disperso

e spaurito sono ora io.

 

Nei roveti roseti turbati

e tanti diademi trapunti

dalle dodici costellazioni

ed immensi come un retrogusto

d’infinito sono i giorni miei

che trottano a ridosso

di un eterno ritorno.

 

Nella foresta nera

un’atroce rimessa di fiati

che accordano la voce

ad ogni tuo passo felpato,

 

come pioggia il manto

che hai appena tracciato.

 

E come vorrei fissare questo momento

su filigrana

ma passa il fluido nascosto

del senso della parola

ad una velocità superiore

alla luce

ed ogni tempo si confonde.

 

Piove

 

Piove

sulle tamerici riarse

dal tempo perdute

e dal senso delle tue parole confuse.

 

Averti è ormai il passato

ma sei atroce.

 

E sento che non c’è più

il verso di ogni lacrima

che ha perso direzione,

 

ti schiarivi nell’autunno

mentre l’estate mi aiutava

a conoscerti ma come eri

e sei veramente

lo avevo solo sospettato

 

e, credimi,

fa troppo male

il sole del mattino

quando sveglia tu non sei più

al mio fianco,

 

e ignorami,

inventa un’altra scusa

ancora ora

che non siamo più insieme,

 

spreca una parola maledetta

ora che non mi puoi far male

perché ho già sofferto

e questo non lo puoi sapere.

 

Piove ancora

nel campo dove i fiori

germogliano malgrado te.

 

Averti è ormai

solo un sogno

ma adesso che non ti ho

più al mio fianco

forse

potrebbe essere il futuro,

 

un sentimento che sgusciava

via dalle mie mani

e credo che era solo un sogno.

 

Piove e non so aspettare.

 

Aspetto

 

Ma sono solo fitte speranze

quando respiri piano

appesa a un punto di domanda,

oppure all’angolo di quella strada,

 

così, giusto un po’ immersa

dentro i tuoi pensieri

mentre un attimo di sfuggita

mi guardi,

 

come un passante che attira attenzione

chissà per quale misterioso rito

ti ascolto e ti sento

a me un poco più vicina,

 

saranno gli occhi

o forse il tuo cappello,

sarà il tuo volto

che sembra da ragazzina,

 

così, dicevo,

ti ho più vicina,

 

guardi l’orologio

come fosse l’ora determinante

in un rapporto

e poi ti accarezzi

il polpaccio con la suola,

 

guardi a terra rimuginante,

è solo fiato sperso tra le piante,

credo sia questa la tua conclusione,

 

scisso lo ione come fosse

indivisibile iato,

 

sillabeggi come fosse niente,

e me ne accorgo dal tuo dito

sospeso

che come in bicicletta ondeggia

e divide con sapienza

le mie parole in sezione aurea,

rispettando metriche duecentesche,

 

è solo un attimo per le chiare acque fresche,

adagi infine il tutto su un pentagramma,

il rigo musicale lo leggo

e un po’ mi piace,

 

ricorrono le stesse parole

ma le note sono così disilluse

da farmi sognare di andare distante,

su una nuvola lontana

o in altri paesi,

 

lo vedi che non ti sei arresa

e neanche io,

è un balaustrino che ci rende

perfetti

 

leggendo le nostre balbettanti

imperfezioni

ed una nuova marca,

un marchio,

un simbolo od altro

racchiuso dentro al libro,

 

per pudicizia sempre chiuso

e sigillato,

me lo porgi con longhissima manu,

sembri avere ius vitae ac necis,

 

che bello quel pensiero di rivolta,

giochi col fuoco, cara,

e si sta facendo sera,

 

in piena notte so che leggerai

o con un dito in bocca solo immaginerai,

 

e giro l’angolo

e non mi hai più in traiettoria,

ogni balistica è stravolta

dai tuoi sguardi

 

che piegano palazzi e sassi,

 

in un attimo è la confusione

che ti raddolcisce,

 

ma poi sicura prendi

e sfoderi la spada triste

dalle tue labbra in movimento inclinate,

pallida e dolce in un secondo,

 

e te lo dico topomasticamente,

non ci giro attorno a quell’intorno

costruito, ma come fai a pensarci?

miri il dito ormai trafitto,

sembri morente quando tutto

è chiaro,

su per le scale del gaudio inesistente

e vago, ecco, vedi,

sei sullo stesso piano

e non ti inclini

con la metafisica di un autotreno,

sei irrigidita ma sorridente,

hai solo un attimo per i pensieri in fuga

mentre ti sento trottare e roteare

come dardo astrale.

 

Comunque se non vuoi è lo stesso.

 

Come ti posso contenere

con la musicalità delle mie povere

e sempre le stesse parole?

Potrei provare a disegnarti

se il tuo volto non mi sfuggisse,

ma in ogni istante di questa primavera

anticipata germoglia già il pesco

e non te l’aspettavi,

 

germoglia dalla mia finestra

e giuri che non ci credevi,

con un atteggiamento sbarazzino

sai socchiudere e lasciare immaginare

le porte del destino,

 

amore

è come mandorlo confuso,

verrà il giorno e avrà il tuo nome,

impresso sulle soglie in declinazione,

santi numi mi pensi!

 

è tutto appena appena sperato

e nato,

mi sai confondere

e come te poche ci riescono,

bellina mia, mia dolce,

per te sta calando il sole,

per te le stelle e la falce di luna

che sorride beffarda ma silenziosa

e fissa ti guarda e sa capirti,

 

ecco che scende la scala musicale,

con la chitarra proprio mi vuoi cercare,

guardi diritto e sai di avermi trovato,

ma poi ti fermi e non sai finire

 

e così dici ho poco da spartire

con i miei stessi spartiti

che viaggiano da soli,

partiture come flussi di coscienza,

 

è l’attimo della tenerezza.

 

Comunque se non vuoi è lo stesso.

 

Ah! o mio dio!

 

La musica governa

ogni evoluzione culturale,

e così lo puoi capire,

adoremici che credete nei numeri

senza contare nella loro

intrinseca unicità sonora.

 

Non credo sia dedotta

la frase che ho scomposto,

Hegel era un coglione,

Aristotele lo sa pure fingendo

che ad un certo punto l’uomo

si fermerà,

ma credo, e qui Darwin non lo sostengo,

che non è mai iniziato

un mutamento

che la realtà è unica

nella sua staticità.

 

Ah! o mio dio!

 

Fingendo indifferenza,

la tua incredulità mi fa un baffo,

sai.

 

Non mi tange la tua stupida verità,

gli ideali, il matrimonio e la famiglia,

che realtà imborghesita e monocromatica.

 

La benedizione fa un ammicco

alla reale condizione di castità,

 

ci credi per davvero all’inscindibilità?

Le tue rivelazioni a mezzo tono

sono sempre le stesse.

 

Che pensieri sociali,

odio la società preferisco

una comunità d’intenti

non viziata dal pregiudizio dialettico

della tua imbecillità parascolastica

e parascientifica.

 

Ah! o mio dio!

Ci credi veramente?

 

È una follia la mia vita,

ma mi sta bene così.

 

L’evoluzione culturale

dipende dal tuo gusto musicale.

Non credere neanche un attimo

di poterne fare a meno,

 

è la sfericità delle iperbole sonore

come Venere strabica

che ti rende perfetta.

 

Ah! o mio dio!

Ci credi che basta un dito.

 

Ah! o mio dio!

 

Piccola Selene

 

Gli odori soffici

della nuova stagione balbettante,

appena appena stonata.

 

Gli odori

mi invadono le sfere eteree.

 

Passeggio tra le strade

gustando infusi di marzapane,

in sul monte della verità

rivoluzioni eterne,

 

c’è necessità di incubi svelati

per divenire esseri entropici dei sogni.

 

Gli odori dal vento cullati

nel mondo inclinato

di questa dimensione

di cui non sempre vediamo

la sfericità imperfetta,

 

sto bene senza,

dici impiegata come un bosone solo,

 

questa frase è falsa.

 

Gli odori della realtà di Maya.

 

Pulsazioni destromani

e perversioni mancine e strabiche,

 

qual è la verità?

nulla indulgentia sine scientia.

 

Custodi un po’ stolti

dei misteri egizi,

introiti in sé incupiti.

 

Gli odori dal senso svelato nel verbo.

 

Gli odori per te piccola Selene.

 

Bacio di Giugno

 

Quando il sapore del canto inviolato

stringeva nel volto

una nuova incursione

del logos che dal fiato

come indomita brezza

portava al concreto

io stesi le parole

e rimasi in silenzio

ascoltandoti ancora

pronunciare le tue superbe

dolci effusioni.

 

Era di maggio

oppure di marzo

che il tempo stringeva

ed andavi veloce,

 

più chiara ad ogni incitazione

ed era solo l’inizio del vanto

e notte si fa.

 

Tu mi premevi il corpo

col ventre dicevi

parla ancora

ma io più mi chiedevo

e più non sapevo.

 

Era una storia scalfita dal fuoco

e ora è solo un miraggio autunnale,

una scusa,

qualcosa che non so più ricordare.

 

Stringimi più forte

dicevi invadente

ed io lo feci soffuso

a palpebre dischiuse

 

mentre il canto proseguiva

ed io imbavagliato un accordo

continuavo a seguire.

 

Era il sapore

del bacio di giugno

o un precluso venir mano mano

nel senso di questa attuale,

spietata eppur incantevole primavera

che i fiori rinchiusi liberare mi fa.

 

Era o è,

cosa mi dici al trasbuardo

 

era l’ultimo sguardo,

una storia che nella genesi

trova l’epilogo,

 

era o è ma così è sempre stato

mentre cambi aspetto,

pure tu coperta dalle viole

o dal pesco,

 

era di marzo,

era che il giugno fiorì.

 

Io criptavo messaggi segreti

e tu li decriptavi paziente e indolente,

dov’è l’arpa? dov’è il pizzico o il volo d’augello?

dov’è il mantra incastrato?

oppure dov’è il mio rimario?

 

Fa un po’ tu,

io resto sullo scoglio a guardarti.

 

Era di giugno

e non me lo scordo

se il marzo inviolato

è passato col rosso.

 

Goccia di te

 

Una goccia di acido acetilsalicilico

nella mente in giro solforico,

ogni cosa a collo di bottiglia

tra le mani agitate nella soluzione.

 

Un ricordo inconciliabile

con la tua celebrale iperattività

ma non mi rispondi se voglio cercare

la fonte imprevedibile

dell’elisir filosofale aureo,

 

come dall’imbuto su posto fluisce

lo scritto di ogni libro

e il certame di ogni libero pensiero.

 

Ecco là, ecco lì,

che si può continuare anche solo sì o solo no,

comunque trovando le risposte

a quello sconfinato mondo

che hai dentro sopito

e che si vuole risvegliare.

 

Pensaci ancora!

 

Suvvia inoltrati

e non aver paura.

 

Ciò che poi nascerà

dal mondo nostro sepolto

non è ritrosia imperiale

ma sapienza sesquipedale

e chiara come la tua mossa fulminea.

 

Abbracciami!

 

Suvvia lasciati andare.

 

Penso a te ed ogni cosa

è stoltezza e miseria.

 

Penso a te ed ogni rivoluzione

è fatta solo a tua immagine

e simiglianza.

 

Penso a te ed ogni intrusione

è solo vispa abbondanza.

 

Penso a te!

 

Ciò che è in subbuglio in me

è frutto del tuo sguardo introspettivo

e di ogni cosa che riguarda il volto

e te,

 

l’aspetto linguistico

di un gioco intramontabile.

 

Poi improvviso un raggio di sole

e un incontro desiderabile

e post meridiano

e direi telepaticamente sconnesso.

 

Adorabile!

 

Scaglia ogni vuoto inesistente

perché stracolmo della tua

magna intelligentia

 

quasi al di là di ogni umana comprensione,

potresti anche stare in silenzio,

intuirei comunque il tuo verbo

perché spirito della tua immensa

apparenza manifestabile.

 

O sì o no

è questo il dilemma,

 

scegli un teschio per porti

sul baratro,

 

ma non sai e non vuoi varcare

il confine se trapunto

ed infestato da insuperabili spine.

 

Ciò che per me rappresenti

è l’oltre limite,

è il limite di ogni destino

ridotto a cenere restia

ad ogni insensato mutamento,

statico è il tuo essere divina.

 

Penso a te e si apre il cielo

perché sei in me

ed al di fuori

mia illuminata rappresentazione.

 

Penso a te

e credo fermamente in me.

 

Penso a te

e spero solamente

in un tuo inclito sguardo traverso

e perciò stesso immenso.

 

Penso a te!

Ciò che ascolto dentro te

è la paura del domani dileguata

e fondata su un pensiero

che irriducibile affonda

ogni flotta avversa

e la rimette a pacifica resa

intermittente del tuo saluto

in me gaudente.

 

Profumo di pollini altezzosi

 

Potrebbe essere vera la conclusione

in confusione,

le spiagge già dicono di sì

con brezze primaverili.

Potrebbe essere anche vero

che sull’asfalto si intravede

la luce della concupiscenza

e flotte ingiallite di sigarette

e gomme atomiche

di stile corinzio come colonne

piazzate a punto fisso

su un filo di Arianna

piantata in Nasso e solitaria

sull’isola mentre assurge il drappo nero

e il Minotauro si rincresce

dell’accaduto attendendo soluzioni

o continuità

curvo e spaurito

alla fermata del treno,

 

regno mai più violato.

 

Il profumo di pollini altezzosi

incupito dal vuoto dei tuoi silenzi,

silenzio alessandrino

e in codice mattutino

di finte speranze

vendute a poco

su piazze giganti e restie

a compromessi dialettici e immensi,

sviliti, traditi.

 

Le mastodontiche sentenze

dinanzi a un rifiuto

smantellato d’assenzio,

 

le prime scorie di basalto

pongono assedio.

Il pianto si confonde

col clamore

 

e si accende di soppiatto.

(Le guardie in tenuta da spola

guardano intralci alla deriva generale).

 

Nel porto un sapore ditirambico,

sguardo nuovamente perso

alla tempesta

che si affaccia in orizzonti troppo lontani,

è solo apparente la momentanea quiete,

sogni mai sfioriti e divertenti,

prorompenti.

 

Lo zoo di Berlino

 

Io ascolterei

il lento soffuso tepore di te

in quanto piangerei

vedendoti ancora.

 

Io annuncerei

motivi di strada

perché la tua essenza più non svanisca.

 

L’ago trabocca un poco interdetto

e scende a lambire la tua pelle svilita,

la ascolto e ascolti anche tu

la mia melodia, la vivi

al di sotto di ogni vera passione.

 

Io spenderei

altre due parole

perché in preda a questa mia follia

ti veda ogni giorno

nei miei gesti puerili.

 

Io continuerei

per farti pensare

ad un anarchico Nietzsche

che fissi atmosfere

e con i miei occhi ti squadri.

 

Riascolto di nuovo la tua voce,

vanagloriose memorie sospese

che raccolgo da inutile stilita

ritirato sul Monte Ventoso,

ogni sua incitazione

mi freme nel cuore

al punto che non la so più scordare.

 

La sento e si trascina sotto pelle.

Ancora,

sì.

 

Il pensiero è senso

 

Ho posto condizioni

in giorni a ciò protesi,

descrizioni minuziose

di mosaici in sé imbalsamati.

 

L’atmosfera è incline a rendimento,

tra le viuzze dei tranvieri del triumvirato,

cardi e decumani attendendo

i passanti stanchi.

 

“Dixerat astrologus

periturum te cito,

nec, puto,

mentitus dixerat ille tibi”.

 

Il pensiero è senso di Diocleziano,

dei compendi e delle istituzioni di Gaio,

Giuliano è l’apostata del significato

ed è imbronciato

nel contemplare divinità silvane.

 

Platone al centro del discorso

scambiando le battute

tra i salmi della Thorà,

prendendo posizione

tentennando un po’ all’inizio

e poi sciorinando versi di Ovidio.

 

“Ecce, recens

dives parto per vulnera censu

praefertur nobis sanguine

postus eques.

Hunc potest amplecti formonsis, vita,

laceris?”

 

Vero e ci credo

 

Il vento tra le finestre,

mille colori la primavera in città,

per le strade ragazzi a giocar,

pochi spiccioli in tasca.

Vero e ci credo

 

che la tua essenza trascenda

l’umana comprensione

per la bellezza che comunica

a chi ha occhi per guardare,

 

il tuo volto intrepido

dagli occhi vispi e sognanti.

Un tempo eri mia,

amica di ogni giorno.

E il vento continua,

 

un brivido caldo dietro la schiena,

sembra spingermi a buttar giù

le tele per guardarci di traverso,

il vero essere di te.

 

Nei tuoi jeans e nel capello

un po’ scomposto,

nel tuo corpo

di quando eri

cinabro tra i capelli,

 

più ci penso e più ti immagino,

ogni lingua tremando muta

si pone ai tuoi piedi

e la diatonica diventa

stupore universale.

 

E quando chiacchieravamo

all’ora di rientrare

era notte inoltrata e già lo so,

non fummo mai prigionieri

delle convenzioni

né lo siamo tuttora,

 

io e te unici al mondo

sincretisti senza aporia

di leggi universali,

 

coscienti almeno

per pura spinta spirituale

del Karma che ci governa

e invade tra le nostre labbra

in visibilio

che fremono amore.

 

Il vento è irrefrenabile,

urlo soprano

sulla settima corda

per precedere la nona,

 

una quinta diretta

con grazia tra le tue mani,

 

e sì, raramente ti incontro

di sfuggita ancora,

anche se il mio verbo esulta

è difficile comporre parole

dinanzi a tale specchio ribelle.

 

Rimarchi la pretesa

 

Rimarchi la pretesa

nella duplice scoscesa

spiaggia ondeggiante

tra le prove e tra le bisacce,

 

le mie tasche.

 

Puoi dimenticare

oppure non fiatare.

 

Chiedi scusa,

posso passare,

due lire tra il crinale,

nella guerra persa dalla pianta

che protende rami al cielo.

Puoi passare,

 

ok hai voglia di gridare.

 

Hai il ricordo impresso

come cartongesso nella mente,

gomma pane ad impostar

la voce senza vocale

impronunciabile e vitale.

 

Nell’aria rarefatta

ti pieghi tracciando

la circonferenza

e senza dualità cominci a fumare.

 

L’inviolabile dittongo

è un miraggio nel giorno afoso

ed infossato,

 

un po’ carino mia biondina

dai velati arpeggi inconsistenti.

Ok parla pure,

 

ma giusto due parole.

 

In ogni verso scorre

senza resa il flusso illusorio

del tempo.

Scaturendo in sensazioni,

 

vai aleatoria,

con la tua unicità superi

le tue stesse insicurezze.

 

L’elmo in capo

è corona d’alloro

nella pax universale,

triplice ardente stuola sola suola

 

capovolta nel trittico intonato,

la musa e l’atomo si scindono

in energie sovrumane,

 

più del vuoto può il sussurro

dell’amore tra le grondaie festose.

 

Le passioni che riponi

si tramutano in legge.

 

Distrattamente

 

Distrattamente

tra la luce della finestra

speravo in una futura ascesa,

 

primavera due o tre pagine

della mia stessa chimera,

 

sogni sfiniti sui libri.

Forse mi chiedevo

se l’inverno è valso a qualcosa,

 

forse non sapevo

ciò che so ora

che sono in confusione.

 

Ti guardavo con occhi puri.

Parlarti non ha oramai più senso

nei miei deliranti discorsi controvento,

 

parlarti era un po’ tutto.

 

Ora tu non sei più la stessa

mia cara,

non sei come ieri.

 

Distrattamente sporgevo

lo sguardo più in là del monte,

le storie velate,

le tue splendide trame.

 

Forse era il dominio tuo

eguale sul mio,

forse non era l’ora,

ma ti ammiravo.

 

Parlarti era ciò che credevo

fosse vero

ma in preda al panico

nasceva la tua indifferenza.

 

E così non sei più tu,

e così non sei quella di prima,

 

di ieri,

 

dei giorni di splendore.

 

Non sei più tu.

 

 

Ciò che penso e vedo

 

Ciò che penso e vedo

è il ricordo di un silenzio teso

all’alba senza redenzione.

 

È quell’innaturale gioia delle persone

tra le mie dita.

 

È il buio totale nelle parole

a vanvera della gente,

è un dissenso come restio

all’intramontabile destino.

 

È  un rimbombo di tuoni lontani,

un fulminio di auto usate e consumate

come tamburelli zingareschi

ed eclissati dal tempo

in cui non c’è più bisogno di senso.

 

Sì.

 

È un po’ un essere desto

nelle notti in bianco

 

è un po’ un dimenticarsi di dormire

vivendo nel tepore,

girati come girovaghi nel letto

ad inumidire gli occhi.

 

Come il passare dei giorni

e l’offuscarsi dei sogni,

come un incubo in realtà mai

così denso

e le glorie di delirio folle

ed infine il suono lontano

di una viola come unica cosa

che resta all’estate che si appresta

e già scioglie la veste

rovinata infondo al mare.

 

 

D’altronde

 

D’altronde

questa baraonda notturna

è influsso lunare sul mio umore.

 

Nell’incandescenza spiritica

un che di spirituale

 

nel flusso notturno in subbuglio.

 

Nella temperanza dei tuoi occhi

accesi come foco,

ci basta poco per volare

su strade trascinandoci

a colpi di libeccio etereo,

 

non c’è la giusta premessa

ma la creiamo nell’evasione.

 

Credi pure a ciò che senti,

non dar peso alla vista fugace.

 

Credi pure alle sensazioni,

 

lasciati andare.

 

Credi pure al di là di ogni immaginazione

e con sapienza sguscia

tra le parole col tuo far felino.

 

D’altronde nella confusione

pensavo intensamente

ai tuoi sguardi abbaglianti e puri.

 

Nell’entusiasmo si incendia

lo spirito amante.

 

Nella verità raggiungiamo

i più impensati sentieri della conoscenza,

 

non c’è spazio per ignoranza

o errore fatale.

 

Credi pure alle mie illusioni,

sono il senso,

 

l’unico reale.

 

Credi pure alle deduzioni

dal particolare nasce ogni giorno

un fiore sbocciando irreale

come germoglio tra i nostri discorsi.

 

Credi pure a tutto,

 

credici fermamente.

 

Dopotutto è questa la strada,

l’incubo non ci avvolge,

non ci tocca

ma sfiora sul filo dell’abisso.

 

“Sicut amaracini blandum

stactaeque liquorem

et nardi florem,

nectar qui naribus halat,

cum facere instituas,

cum primis quaerere par est,

quod licet ac possit reperire,

insolentis olvi naturam,

nullam quae mittat naribus

auram, quam minime ut possit

mixtos in corpore odores

concoctosque suo contractas

perdere viro,

propter eandem rem debet

primordia rerum non adhire

suum gigundis rebus

odorem nec sonitum,

quoniam nil ab se mittere possunt,

nec simili ratione saporem

denique quemquam nec frigus

neque item calidum

tepidumque vaporem,

cetera, quae cum ita

sunt tamen ut mortalia constent,

molli lenta, fragorosa putri,

cava corpore raro,

omnia sint a principiis seiuncta necesset,

immortalia si volumus subiungere

rebus fundamenta quibus nitatur

summa salutis;

nec tibi res redeant

ad nilum funditus omnes.”

 

Da sopra a un albero

 

Da sopra un albero

traccio l’incoscienza

e l’anima la sento

nell’applauso e nella gloria sfinita,

 

parlerò ancora e ancora mentirai

guardando questa scena

come spettatrice esterna,

 

sarai in preda a questo spasmo

tutta dipinta di fragole

 

e di albori nati da poco.

Dall’abisso

mi vengono idee testarde e inutili

 

clamori che vanno

man mano in disuso,

 

frasi sconnesse eterne estese

lacrime dal punto di domanda

del tuo fare interrogative retoriche

 

mai così vive

come quando fuori piove

o trama tra le squame bagnate

e traspiranti dell’assenzio.

 

Banalità ripresa che distrugge

ogni correre qua e là

tremiti intensi

tra vespri e libertà,

 

due nastri grigi tra le labbra e la follia,

soffici bolle decorate

al mio maggiore incanto stonato

e posto come idea

dalla tua veste scintillante

più purpurea dell’intenso

 

scadere tra pagine fenice.

Non fuggire tra i cespugli

e i cespiti ingialliti,

 

non sfiorire

mia eterna unica follia.

 

Poi in silenzio ti prepari al viaggio,

non hai sincerità che possa chiederti

a quando ma soltanto quell’intensità

che porgeva adolescenziale

velleità

a tratti di spuma

 

e resta lì sospesa

a vanità

 

nello specchietto riflessa

e santificata

 

con l’incenso del perdono,

 

nel mio ricordo frutto

di doni imbiancati.

 

Inutilità paonazza posta un altro ciao

tra il cablaggio stanco

di inestricabili domani

vissuti già da oggi

da questo istante che già piange

coperto delle velate ortiche

che incutono timore nel buio

del tuo cenno turchino

 

occhi ormai dimenticati,

vai via davvero

 

e non so decifrarmi più.

 

Non fuggire come cerbiatto tra i licheni,

 

non sfiorire mia inutile verità.

 

Chiuse le porte della conoscenza

 

Chiuse le porte della conoscenza

spalancate nella prima metà del secolo

per coscienza,

 

nel tepore lunare mi svestivo.

L’erba della quinta ondata

sparsa nella celebrale dialettica entità.

 

Credo nella mia incoerenza

con tanta clemenza,

 

credo a volte a ciò che dico

per temperanza.

 

Sapori deliziosi

nell’alabastro delle coppe,

miele mischiato ad ambrosia

per colorire il senso,

 

la mia vera personalità

nel fumo della stanza incalzante

 

e musicata.

 

Credo che questo pensiero

sfiori corde dissipate,

 

credo per sentito dire

all’anima del mondo

 

che come vortice in ascesa

risucchia lo spirito

della resa ad occhi chiusi

e fantastica nell’assurda meditazione

sul cobalto,

 

presenza intensa

di ogni promiscuità eclissata

 

dalla purezza del tuo sguardo

e del tuo strano cenno.

 

La passione

 

La musica col suo riverbero

ha spaccato,

nella penombra del mio passato,

 

comunque le sensazioni

sono all’ottavo grado

nello sfinito astruso mio fiato.

 

La passione è un’illusione

che vampa con grazia innaturale

e accende un fuoco indissipabile

sulle nostre sensazioni.

 

Nelle tue dolci lentiggini

da fiore sbocciato sei protesa

verso confuse irrealtà,

 

hai bisogno di svelarti come sei

o rimanere chiusa nel tuo guscio

inaccessibile e misterioso.

 

La passione mi manda in confusione

e stordisce come intatta

sul tuo volto,

 

tiene un po’ di tempo preso al volo.

 

Il fumo sulla cattedrale

pensando all’oggi,

parlare all’inverso

di Baudelaire e dell’assenzio.

 

Il baldo sul fuoco

Il bardo in bicicletta

timido

Dilan Dog.

 

Sembrare un po’ assorti.

 

Assopirsi.

 

La passione che sfiorisce

è il nostro sommare intenzioni spoglie

e tiene viva la pretesa

della nostra vita intensamente

e un po’ ripresa.

La passione primordiale non perisce.

 

Per te

 

Il quesito scucito

e preciso.

 

Le civette affacciate sul parquet

domandandosi a tratti perché,

 

la ragazza spara,

ha già dipinto il vestito

e si è scurito il viso

 

del dilemma cavalcato

nel lemma aforistico e senza pietà,

 

potremmo sognare,

continuare a farlo,

 

residui della vecchia guardia

a fumare sorseggiando vodka

come fosse caffè,

 

forse erano le tre.

 

Per te.

 

Il fiore ormai è trapassato

ed il moderno è quello che era stato,

 

dolce la fragola nel gin

accompagnata col bignè,

 

santi sono i numi,

canti sono i lumi

tesi in inversa processione

 

audace sulle mendaci trame,

 

questo è il punto

o Lou von Salomè.

 

Con le bastardate i caini del sufflè,

con i piedi nudi in ascensore

scavalcando il giocoliere

che fa a pugni con me

tra dardi e birilli sordi

come trilli,

 

poi all’improvviso un’ ombra sul tuo viso,

 

disse qualcuno,

 

vasto il melodramma

della mia volgente flemma

all’interno dei sogni

 

e allora se è per te

sono al corrente del dessert,

 

visioni si materializzano

nell’inconscio ormai deriso

e io sono qui per te,

 

e piove.

 

Per te, per te.

 

L’alba era rinascita

ma la nuvola mi fa capolino

e l’alma nel mattino

piange attendendo la sera

nello stesso istante in cui parli di me,

 

l’intervista al rostro imperiale,

 

parlare con oltraggio

senza aver timore reverenziale

e ponendo sotto i piedi

il sordido principio d’autorità,

 

ecco tutto questo è per te,

 

potremmo scriverlo

o magari masticarlo

ovvero sorseggiarlo un po’.

 

Per te, per te.

 

 

Cromatura dark

 

Parlando a briga sciolta

nel deserto infausto

del silenzio e del tormento

trovo te.

 

Come stai? Che fai?

È l’età la tua dualità!

 

Va be’ diciamo se l’intenso

inverno si nidifica

e le tensioni moltiplica.

 

Ok.

 

Vai così,

 

strofinio.

Da beata fonte

sorge il mio languire,

 

Artemide è già qui

e tu in ritardo sacerdotessa sei,

volessero gli dei

mi ti ci penserei, vorrei, farei,

 

sciogliti nel gesso.

Cromatura dark.

 

Mi basta già la penna

che possa scrivere

e te con i tuoi urlettini audaci

amore mio già sei

perché dicesti lo dipingerei

 

il volto tuo su filigrana

e tu compari e vai,

ti spargi nel via vai,

ripetizione danzante sei.

 

Bagliori.

E puoi partire

 

con il biglietto obliterato anni fa,

che dolce sei,

che belli gli occhi

per cui perdo il senno,

 

ed è tutto ok.

 

Io ti guardo

desossiribonucleica mia,

 

sei proprio tu.

Ok, lo so che gli anni passano

e come cicatrici qualcosa lasciano

e la partenza ormai incombe

 

su, non fossilizziamoci,

un cambio c’è.

 

È tutto ancora ok.

 

Momento propizio,

Cromatura dark.

 

Vai così sei perfetta

nella giravolta che maledici

e fai lo stesso in vertice

e muretto scavalcato

schizofrenico l’ardire

un po’ frammentato

dei nostri progetti protesi

verso l’attimo

 

che ora rappresenti ed è.

Cromatura dark.

 

Come stai?

Sciogli la neve,

 

piove già mentre ti asciughi

il colore dei capelli e pensi a me.

 

Va bene così?

Mantengo l’elastico

mentre ti snodi e fai.

 

Già troppo dai.

 

Te ne ravvedi

ed eclissi tutto sul rimmel.

E come va? È così ancora?

 

Tu sei splendida stasera,

manca qualcosa,

un nome o una persona

 

ribonucleica.

 

Serata splendida, ok,

va bene,

 

sei fumante ed io ti ammiro.

 

Aprile 22

 

Ciao, mi faresti accendere per piacere?

tre litri atroci,

due spose e tremila deludenti,

scadenti tridenti per sognare

notti al mare, lascia stare,

fra le scuse nelle frasche

sono a respirare aria

da centro sociale,

 

sale sulle scale

delle tue vocali

la mia mano intrecciata

dal legame intenso del senso.

 

Vedo, ciò che vedo,

 

fallo, ti prego, ci spero,

non trovo pace

nelle discussioni intramontabili

mentre ti penso,

 

sei densa come erba,

ti sgretolo tra le mani,

 

preferisci se faccio subito

ovvero aspetto,

 

d’accordo.

Pensi, tu

davvero,

 

ti rincorro per averti in cartolina,

risentirti mentre scruti la mattina,

 

i tuoi piedi intorpiditi nel risveglio,

tra la nebbia delle mie sigarette

ci credi,

 

strizzi l’occhio

come avorio è il braccialetto,

 

l’estensore ti strofini

e dici mai mi alzerei dal letto,

vorrei dire le assonanze vespertine,

ripetute come respiri del male,

mi concentro ancora per due ore,

 

sei davvero complicata con stupore,

guarda fuori come è bello

fa capolino il sole,

se rimani ti richiedo,

vuoi restare? è aprile,

se sul bordo della sera

facendo un altro tiro

ci pensiamo,

 

abbiamo navigato troppo

con la fantasia,

 

o forse no,

mi sai dire il giorno e l’ora

con precisione,

 

si sottende ad un pensiero

ma si stende una vocale sul sale.

 

Io ci penso ancora, anni tanti,

ci vedo ancor quel poco di tenebra,

 

i nostri sogni apocalittici

e gli uguali segnali del destino,

ti direi ti amo, ciò che voglio non so.

 

Io ci penso ancor

a quel raggio che sei tu,

 

un raggio oscuro che investe

e tutto copre con dolcezza

e delicatezza,

 

col tuo solito fare moine

ed effusioni rinate

come catene che apri

e poi richiudi

nelle occupazioni notturne.

 

Ciao, per favore,

mi sfioreresti le labbra

con la tua solita grazia? prego,

sono pronte,

 

manca poco ad un intrecciarsi

di illusioni, sia gentile mia amata,

lo faccia subito,

 

bevo un sorso

mio angelo azzurro

pur inumidendo il resto

 

ma è un residuo del mio nulla,

allora? Sei pronta?

 

Caravaggio sembra

l’incisione del mio cuore,

tu come sei precisa questa sera,

 

ognuno di noi ha da fare,

ma adesso per favore

non ci pensiamo,

 

proseguiamo con le prose liriche

in chiaroscuro,

che docile, cominci a danzare

 

ma sei pronta ad azzannare

le mie labbra come fossero ciliege,

miele,

 

ok, d’accordo,

leggi ancora

manca solo qualche ora.

 

Io ci penso,

ci penso tanto

ed è assurdo lo so,

 

ci penso per ricordare le strade.

 

Io ci penso ancora,

 

ci penso per guardare

i fari delle macchine

e le dita ingiallite

dei freni roventi

sulle sabbie mobili del tempo,

 

ci penso.

Io ci penso

 

come se attraversassi

il sentiero dei mie giorni,

 

vapore l’erba si consuma.

 

 

Nel trapassato soffuso

 

Nel trapassato soffuso

ricordo oscuro,

di pomeriggio,

l’afa ricordo ancora,

con il pensiero rivolto a te

 

ti ammiravo mentre guardavi

la leggiadria delle correnti avverse,

delle ondate iconoclastiche

di pietà mondiale e spirituale,

 

l’anima la tendevi già

verso l’infinito,

per le tue rose in pieno agosto

andavo pazzo,

 

eri la più bella,

sai?

 

Era ciò che poi è stato,

tu mi ascoltavi mentre fingevo

e ti porgevo la mia innocenza

rivestita d’amarezza,

 

il tuo ritorno al paleolitico ingorgo

imbalsamato,

 

non lo ridico per non sfiorire

ma l’attimo davvero ci fu,

 

poi si annidava sopra i nostri occhi

stesi nel godimento la passione

e ciò che restava della serenità,

 

forse è per questo motivo

che l’intento ormai è svanito

ed il tempo è passato

senza conseguenze

ma prendendo con sé ciò che resta

del mio tributo, o cara.

 

Una parola viene o non viene,

lì parlava l’umidità delle nostre labbra

esplose in un bacio,

 

sì ti pensavo mentre ti vedevo

ed era passato l’attimo dell’abbraccio,

 

ti adoravo senza gloria

come un forsennato

e il momento venne da sé,

 

ti desidero ancora, sai?

Ed ora che sono

all’ombra del ciliegio

e penso a quanto ancora sento,

 

le sensazioni vanno e vengono,

mille pulsioni mi rinvigoriscono.

 

Le tue splendide giunture

e il taglio degli occhi riflessi

come su specchi d’acqua bramo

 

perché sei sempre dentro me.

 

Mia cara, dove sei

scissa in prosa e trafitta

 

che sarai e che farai

senza poter mai più rinnovare

il cenno col capo

come quando dici no?

 

Ti desidero e lo ripeto.

 

Fuori da questo illusorio tempo

ci lambiamo ancora

 

come due scampati

all’ultimo sbarco della vita.

 

Perché non mi appunti

più le tue iniziali

e le conclusioni sulla pelle?

 

Hai steso il sogno un po’ sbiadito

e l’hai riposto nella valigia

pronta a partir,

 

all’improvviso ti ho chiesto

se il ricordo è più forte del pianto

e tu sorridendo hai chinato la testa.

 

Ed ora ti voglio più che mai,

lo sai?

Ci penso ancora alle tue stupende

sottolineature sopra i nostri manuali

da sbirciare come facevi

tu quando disegnavi distratta

e vanagloriosa.

 

La tua voglia era immensa

e non dimenticai

perché così è la vita,

 

ti imprime le parole

e i gesti su filigrana,

 

mi fa bene un poco d’aria.

 

Mia cara ora che si fa?

Dove è la verità?

Noi siamo legati da indissolubili trame.

 

Al di là del bene e del male

viaggiamo con la mente ancor,

 

sei qui?

 

Potresti uscire col vuoto della sera

 

Potresti uscire col vuoto della sera.

Non pensi di me per incisione statica.

 

Una soluzione ibrida e tenue,

un pensiero e un ricordo

come dissi e sempre dico,

 

un sogno desto

per illuminarmi di immenso,

 

senza paura e senza panico.

 

Siamo nati dal disdegno

del futuro intrecciato

con le follie della notte

che ricorda fiumi d’autostrada,

 

solchi tracciati e poi sepolti.

 

Parli.

 

Prepararsi con ritegno,

fare il bagno al mare

e non guidare spiriti avversi

affogati in tracce di benzodiazepine.

 

Bruciare di passioni mai arrese,

correre a perdifiato senza più fiatare.

 

Nell’ingorgo americano

cercare melodie londinesi

e sciogliere il ghiaccio nell’infuso,

 

intruso.

 

Ascolti.

 

Accendo una pall mall

e spengo il cuore.

 

Profumo di vaniglia

invade l’olfatto tramutato

il tuo sospiro in candido felino.

 

Duplice parossismo.

La carestia di parole ed i concetti,

 

guarda, sempre gli stessi,

avrei bisogno di mutare il trambusto,

di guardare fisso negli occhi

il mio gatto per ispirazioni

a perdifiato.

 

Come adulati dalla sorte,

in bilico tra cielo e monte

puntare il dito indicando

la prima stella mattutina.

 

Ancora,

 

stop.

 

Andare come un vaporetto,

forza scendi dal mio letto,

 

stai esaltando ciò che non ho fatto.

 

L’incrocio.

 

Lo sgorgo.

 

Canti mia upupa nella calura atroce.

 

Ah però!

Aspetto un po’.

 

La canzone

 

Sosteniamo quelle assurdità

leggendo noi stessi

per imparar a scoprire

il retrogusto delle rose e del lillà.

 

Spingo al massimo

l’acceleratore per calcolare

la tensione

nel momento preciso

del disturbo allo stomaco

come la colomba che vola

seguo la verità.

 

La canzone rispetta

la struttura moderna petrarchiana

e non respinge

la arcaicità leopardiana

della vacuità,

 

noi siamo sempre noi,

tu l’asso nella manica

 

sul molo a guardar le stelle,

io e te sul far della sera

 

dicendoci,

ti voglio.

 

Desidero una birra fredda,

assaggi la vendetta

con la calma lucida,

 

poni assiomi

che son fiori germogliati

come al cuore i chiodi.

 

Ti ricordi se mi guardi

con un bacio da questa realtà evadiamo

non l’abuso di sostanze

ma soltanto delle musicali stanze.

 

La canzone pian piano

si consuma sotto le gocce

violente della pioggia,

 

noi due non siamo più

una trinitaria stessa cosa.

 

La canzone sta sfiorendo

mentre il mio amore sta

gaussianamente crescendo,

 

e tu mia cara dove sei?

 

Tu dolce anarchica ribelle

che guardavi me mentre

ti ammiravo,

 

noi due che il rapporto hegeliano

servo-padrone

non ci ha fatto mai capire

chi fosse il governato

e chi il governatore.

 

“Agli ordini generalessa”.

 

“Son pronta mio unico ammiraglio”.

 

Quante amare delusioni

ma che intense passioni

nella nostra bohemien

vita controvento.

 

Quanti idola e quanta morale

abbiamo distrutto

per poi costruire

dadaistici valori

dai frammenti

ed approdare al nostro sogno surreale.

 

Quante quelle lettere ingiallite

e tu lontana mentre guardo

la luna che selenica risplende

sulla mia parete

e si rispecchia nei tuoi occhi cobalto.

 

Quel che abbiamo fatto

è talmente potente e assurdo

che nessuna forza,

neanche la nostra

potrà eclissare

o soltanto obnubilare.

 

Noi siamo stati e sempre saremo

quel che resta

del controverso mondo intero.

 

Continua

 

Continua,

scriverono e controfirmarono

le tre uniche, indissolubili, fuggiasche

e ribelli,

 

era l’estate ed io neoterico

mi approssimavo ad appoggiare

piani, idee mie

arricchendole di me

affinché fossimo

ciò che resta del futuro.

 

Molto futile l’incontro

ed il saluto della dama dagli occhi blu,

 

dolce ragazza crudele sbarazzina

piena  spilletta

etnica borsetta

 

e dai cani scortata

e tutta calata

percorse a ritroso la piazza,

 

si raccontò da sé

aneddoti e fato

e scrisse decisa

sulle affinità elettive

 

che Goethe era alticcio

ed Hegel un ciarlatano,

 

la battaglia continua

e niente dividerà

storie intrecciate

fuggite e rubate

come saette

tra la vendetta

e la noia del meriggio.

 

E dai sogni guidata

etilica ondeggiata

 

un sorso di vita sul libro fotocopiato

con cura nella calura

lasciò,

riscrisse oltraggiata

la battaglia mai finita

 

Dovrei guardare negli occhi per decifrare

 

Novembre rinchiusi

in una bolla di vetro

io ad annusarti,

 

la pioggia che batteva

con disinganno e distaccato,

credevo che tutto andasse meglio.

 

Dopo dei mesi

cinema da ondeggiamento spiritico

piccola ornitologica indovina,

 

tendevo silenzioso

ad un ideale irrealizzato,

 

pronto dalla strada a passare

alla quinta musicale.

 

E tu carina e rivoltosa,

nella macchina indecorosa

ad espiare qualche colpa

un tantino incasinata

 

ma ci credevi nel profondo

al cambiamento di costume,

alla cultura ed a citare

 

le mie stesse informazioni

che io medesimo mescolavo

con le mie,

 

mi daresti dieci mila lire?

 

E sciorinavo paroline a perdifiato

cosciente che sarebbe un giorno

tutto finito

 

ma consapevole altresì

che il legame covalente

che ci ha uniti ambivalente

mai si sarebbe scisso

in quanto quell’elettrone

a noi comune

era la forza sovrumana

di una potenza vincolata.

 

E poi l’estate un po’ annebbiata

e seduta sul sediolino di dietro,

sdraiata poi e mezza nuda

come se colta dalla spuma.

 

Torna il tempo incatenato,

seduti da mozzare il fiato,

 

quel bacio

la situazione incandescente

si ricreava inconsistente,

 

davamo la sostanza

a quella nostra forma,

 

dualità nell’abbraccio,

sviavi discorsi

e discutevi di strade, vicoli e palazzi.

 

E così imparai ed imparammo

l’odio nel riscontro delle fonti

che musicate da un intorno

scolavano etilici limiti

e solfuree destromani spalle

tracciate

 

delimitate da un integrale.

 

Ed ancora,

ancora il tempo

che restio all’accidente

era noumeno tanto invadente

che noi riuscimmo a governare

 

come incenso.

 

Dovrei guardarti negli occhi per decifrare.

 

Ed oggi è oggi,

riporto solingo

del ieri mai così com’è,

 

altezzoso e inutile,

bastardo quanto te,

bastardo quanto me,

 

imbarazzato e sensibile,

specchio lontano del percepibile.

 

Un tantino furiosa

 

Un tantino furiosa

nell’altitudine barometrica,

sale la pressione enciclopedica,

 

io sono qui,

calmo al tuo fianco,

 

tu che sei l’eternità,

il mondo e l’intero universo

in brume trame,

 

ti aspettavo

come se t’amassi

eclissato

 

ribaltavo continuamente

i  pensieri,

 

dove sei?

 

Tanti orripilanti sogni

in cui noi due sguazzavamo,

servi solo di noi stessi,

 

il mondo era inquietudine,

sfiora l’alba nel decoro.

 

Io e lei unici

 

Io e lei unici,

tre coppie alternate

mai ripetibili

quella sera di luglio,

 

il mondo è ai nostri piedi

in un bacio.

 

Poi un umido soffio di vento

e l’amore lieve discese

le musicali scale.

 

Noi amanti intrepidi

tra accordi inutili,

 

al di là del tempo,

della storia,

dell’umanità,

 

io e lei unici

 

asso e ditirambo.

Annunci

Amplessi Escatologici

Astarte Syriaca; Dante Gabriel Rossetti; 1878

 

Imbacuccata dal caro foulard

 

Imbacuccata dal caro foulard,

capelli mossi e sbadati,

nello specchio da trousse

immersa, gigli intrepidi

sbucano qui e lì,

iato di verità

evitato nell’antichità,

con sincerità atarassica

ed orgiastica, spuma in cielo

 

ammiccante, protesa.

 

L’encomio profuso

sembra tardare,

sibillino e scostante,

una croma perduta,

una glossa diffusa,

un parere bartoliano,

un consulto citando Quintaliano,

 

non crede che la donna

sia quel che sia,

sublimità,

e lei che fa? Si distrae!

L’attimo genealogico

perde intensità,

 

allora ammicca e si ficca

tra vocali spurie e spore

precambriane orribili da ascoltare,

impronunciabili, da cestina’!

 

Allora purifichiamoci, dai,

slinguettando diamo fiato

alla dolcezza,

le prebabeliche lingue germaniche

dai suoni rudi, esuliamole,

 

esiliamole.

 

E inizia una nuova era,

l’era della purezza vocale

e del silenzio consonantico.

 

 

Ti vedrò

 

Ti vedrò,

giuro che un giorno ti vedrò,

cara mia carta vincente,

 

non esiterò,

per passione

ed intanto un rombo sonante

impenna, mi dirai,

 

so che le parole giuste

quelle sì in silenzio sussurrerai,

adesso che ti attendo

come fossi ultima luce.

 

Vieni,

so che tu sei l’essenza

della mia vita,

l’unica ragione di esistenza,

l’unica molla intensa,

(l’ondeggiamento della penna sdrucciola sul foglio).

 

Vieni,

attendo le tue note

di stupore,

mi sembra di scorgerti

tra la folla, il tuo riccettino,

l’ombra del mascara,

 

ma mentre l’ombra sfiora

il tuo corpo

ti dissolvi.

 

Verrai o no? L’illusione avvampa,

chi lo sa se l’attesa

è l’ennesima follia,

sarà l’ultima occasione

o forse il nulla,

 

prigioniero del mio sogno

e naufrago barcollerò.

 

Vieni,

ti prego le mie mani

stan tremando,

l’albeggio è forse il traguardo

 

l’inevitabile speranza

che già geme e implora.

 

Vieni,

i tuoi inverni saranno anche i miei

lo sai,

 

è sempre pronto l’ermo viaggio

ma non so,

non so più se resisterò.

L’attimo scivola via,

 

di nuovo trasparente ti fai.

 

Vieni,

mia cara l’intimo sussulto

attende, attende già lo sai

il cenno delle tue soffici mani,

la cenere aumenta

e dal silenzio cinereo

l’anima risorge.

 

 

La pulzella di Lorena

 

Demoni in tumulto

sussurrano in te,

c’è un’aria gelida,

l’inflessibile decisione

è stata presa,

 

arderà la paladina stolta,

la santa introversa e ammaliatrice,

la meretrice battagliera,

sole invincibile punirà

chi d’ardore è spenta ormai.

 

Prega pur se vuoi,

brucerà il demonio che è in te,

inchinati alla croce

o morirai nel dolore.

 

Hai osato fanfare diaboliche parole,

la tua follia è finita,

non hai speranze

orribile ingannatrice,

 

fiamme per l’anima e pel corpo,

non ascolteremo più la tua voce,

astuta donzella, la vendetta

assedierà le tue membra,

 

brucia pulzella,

non darai più retta

alla possessione che t’invade.

 

Urla,

gemiti,

urla

e sputi.

 

E tu

in quell’istante

chiudi gli occhi,

 

ripensi alla luce

che invase i tuoi occhi

genuflessi in cattedrale,

 

rimembri d’un tratto

il sogno di femminea

pace universale,

 

matrona e ragazza

della congiunzion paonazza.

 

La provincia geriatrica

ostenta leggi infami,

 

i tuoi sostenitori

e i vostri sogni svaniti e vani,

la ciocca rossa cade ai tuoi piedi,

il boia gode da belva infetta,

gli occhi cobalto

tra l’invidia della folla

che inventa un misfatto,

ed il sacerdotal ricatto.

 

I soldati d’ Orleans

non saccheggiavano,

i dardi si piegavano,

diana,

daino e

dannata.

 

Un altro urlo c’è,

il braccio armato freme,

il temporale preme,

non purificherà le loro colpe,

le streghe torneranno,

vendicative Erinni,

non esorcizzate

e non intimorite.

 

Arriva l’effige,

putrida contadinella,

 

volevi far la santa,

generalessa unta e diabolica,

il re l’ha spuntata,

non ci sarà pietà,

sognavi libertà,

 

eccoti la realtà.

 

Passano gli anni,

il tuo volto giovane,

non dimentica l’uomo

che ti era affianco,

 

chi non ti ha tradito,

senza farsene accorgere

si avvicina a Thanatos

corrucciato e in sé assorto,

 

l’asta e la falce si spezzan,

come cristalli in frammenti

la lama del pugnale di Ares.

 

Anello del potere sul fondale!

 

 

Un urlo metallico

 

Un urlo metallico,

sinfonico maneggio

da manovella attenta,

mandria valvolare,

veemenza sentimentale scarna,

sentore d’ atomi tomistici,

scolastiche profusioni,

vaneggi santi e macchinosi,

interpretazioni autentiche,

relatività suadente,

nulla,

morte,

tempo ed essere.

 

Brume viandante,

cogli il frutto distante,

tra laudari stridenti,

scansa i fendenti.

 

Senti il cuore che batte?

Sogna!

 

Cosa c’è

nel vespro alessandrino?

 

Solo l’incubo di uno spritz vitale,

di un cocktail virale,

dadaismo intenso,

metafisica del soprano,

surreale ad uso corale

e baritono dantesco.

Spasmo notturno. Cattedrale bianca

e pleonastica ridondanza.

 

Vedi l’inizio?

L’inizio dello scisma.

 

Atonale,

attonito,

attratto

e allitterato.

 

La paura è una nebbiucola,

sale trasudante,

inversa e danzante.

Esca per il refrigerante

liscio della mente,

come palpito stimolante

l’idea fugge in volo,

 

termine di paragone poliglotta,

rovina scadente,

morale teleologica e canonica,

anagogia figlia dei lupi.

 

Barbarici farfugli,

lotte preedeniche,

miscele di terriccio,

materia plasmata e non creata,

 

in principio fu,

poi era,

ora è,

infine sarà.

 

Congedo in concreto

le tue parole

 

e arrivederci.

Fruscio intenso!

 

 

Come pioggia

 

Come pioggia

che bagna i sorrisi

accennati

le note misteriche indugiano,

l’ingresso alla soglia

del silenzio, l’aria si schiude

e il pensiero va altrove,

 

sei già qui? Ti attendevo

tra i volumi e le colonne,

specchio mio d’acqua dolce.

 

Dimmi se hai conservato

le missive, i sigilli, le piume,

se sei rimasta marmorizzata

sulla sponda del letto,

se il dolce sciupio del frullio

ti ha sedotta ancora,

 

petalo fucsia meticoloso tra i rovi,

le strade di Tubinga sorridono

al tuo sguardo tra i vetri,

il cofanetto dei segreti

scandisce il motivo,

 

sbiadita l’immagine,

vai verso i quadretti ondeggianti

e luminosi,

gli occhietti persi nel vuoto,

nel sogno vivido l’intento,

tre fuochi accesi

impostando il rimasuglio,

 

la cera livida sul foglio

scribacchiato, e poi un bacio al vento,

accenni un sentimento.

 

Naufraga l’anima idealista,

mio spirito, mio viso, mio pallido

segno.

 

E fiammette scaltre sul fiume,

la città è un barlume,

incontro intarsiato tra le idee,

le forme divine,

le scappatoie empiree,

stringi le mani alla ringhiera,

sporgente il corpo,

 

sacro il fiore ottagonale,

guarda lì lentamente

il dardo scinde le passioni,

 

nostalgiche effusioni.

L’argento silvestre,

non voglio perderti amore.

 

Sei in me stivaletta,

sei in me anfibia principessa,

stretti in semiotica promessa,

filologica valenza,

stilistico orizzonte.

 

Tre gocce purificano il mio capo,

lo sgocciolio dal tetto spiovente,

grottesca pietra nascosta,

potente e vorticosa,

laccetto e pendente

con le scritte impresse,

 

regina, i miei onori,

regina, i nostri errori.

 

Immagina le distese sconfinate

dove alberga il tuo esercito

allerta armato di brezze,

 

sembra già inchinarsi

al tuo portamento,

al tuo celestial volteggio,

le forze immani dell’est,

terre inesplorate non temi,

sostanza altera e rubiconda,

espressiva imperatrice

 

il tuo regno ti attende,

 

la pace universale

il tuo cenno porterà.

 

 

Vespro seducente

 

Entra il vespro seducente,

sfoglia le tue mani

nude infreddolite,

le risate, le giocate,

le valide occasioni beffate,

valige senza tempo

sul ripiano serale,

l’incanto di un protendersi

verso il notturno corale,

l’albore lunare.

 

Penombra fiera,

vista acuta,

falco librato federiciano,

manuale sadico posizionato,

 

i cinici sputano sul galateo

cerberati,

 

l’arietta prosegue allegra

ma sinestetizzata,

più può il panistico flauto,

l’armonica fisiognomica e slava,

organello sottile,

 

vai ondulata, sciolta e scaltra,

piccadillica, cattedratica,

oppiettizzata,

canone cannabinoide,

etica etilica,

estetica ad est,

vistosa la collanina,

 

fresca la fronte refrigerata,

scende la temperatura,

parte fredda eclissata,

conico l’antro sibillino,

sotterranea la cella,

secondino da barba caprina,

cellerino d’abbronzatura,

pomata reclusa e profusa,

 

lode al soprano,

la viola maggiore è distratta,

scala discendente darwinista,

zoologia simbolica tardo medioevale,

ciclope, gigante e sciapode,

liocorno, furetto, chimera,

centurione-centauro,

 

in piazza Ipazia tra una sigaretta

e l’altra,

 

al bar Hegel paonazzo e ingrassato

per falso rapporto di Venere,

 

alpina lucertola gigante dei ghiacciai,

impressa nel rullio del rullino estinto,

caro viscido sarcofago,

mummifica il portamento,

rendilo edotto.

 

E va sbiadita,

stringi quelle labbra,

poni un intatto cielo cobalto,

limite del mare,

l’onda sale ripida,

l’acqua sgorga e casca,

filmino straripato,

 

magica quiete invernale.

Ma che solfeggio altezzoso,

che diadema putrido

da belva del mare,

quella che lentamente sale

e trascina rovinosa

un quarto di stelle,

 

ma la lancia ferendola la umilia,

non sopravvive al taglio di spada,

non ci inchiniamo,

la ribattezziamo inutile violenza

intesa come qualcosa che manca,

che meschinamente lambisce

l’inutile di uno spasmo,

 

spasimante del nulla.

 

Ed è ripieno farcito,

l’essere, l’esserci,

le diverse declinazioni tedesche,

le congiunzioni mediocri,

l’asperità, la vacuità,

il fine a sé stesso ambito,

 

vai valica il monte Ventoso

petrarchianamente o da tour de france,

in ciclica vendetta esule,

in pagina vandalica,

voglia sopravvissuta,

stirpe ottusa,

priva di mandorle e d’incenso,

sapore ortodosso, giusta icona,

santa tunica, imponente toga,

dito all’infinito collegato,

 

non dimenticato.

 

 

 

Wiesbaden

 

Ametista e opale

congiunti sulle scale,

ascende dolcemente

colei che protegge

 

il dono divino,

la misericordia,

carminio il vestitino.

 

Ok, pian piano,

druidetta furbetta

guarda i tuoi occhi.

 

Che bello,

scartiamo i ricordi,

 

che bello,

manteniamoci ai bordi,

bellina stridente,

visino invitante,

seducente.

 

Appoggiamoci su quel muretto,

hai le labbra che non so risolvere,

ponenti, ardenti e vezzeggiate,

l’ albatros è un po’ inutile,

diciamo manca in concretezza,

meglio il vino se vuoi Baudelaire,

dai si ubriacamoci di qualcosa,

tè corretto e sciupaletto,

fraintendimento e capitale

del tuo Land,

 

ti manca l’università,

due giri in terma,

scientifico aforisma pliniano,

 

ansia anzi panico

dimenticato.

 

Andiamo su per monti,

giù per ditirambi stolti,

che freddo stringimi un po’

anzi mettiti di lato,

obliquo e un po’ svogliato,

sulle scogliere dei ricordi,

calcare sulle rocce bianche,

voglia di gabbro, di basalto,

oh ti garba! Parla a tu per tu,

ah l’hot dog! Così non l’ho mai mangiato!

 

Uh Abat-Jour ! Diffondi il cardigan.

In scivoli e altalene,

mania d’elevazione,

paura dell’abisso in discesa,

ondeggiamento, buttiamoci sul letto!

 

Che stupida,

ed io ti do anche ragione,

specchio dell’oblio, pluripersonale,

immotivato, gioia impersonale,

collera e desiderio.

 

Astuta e quasi perfettamente

sconosciuta, amica arresa,

io bitume ignorato,

vai brucia ‘sto straccio,

benzina e cherosene.

 

Camice e saccarosio

nell’assenzio, squallido silenzio.

Facciamo un tuffo,

trattieni il fiato,

 

leggi o fingi,

sei stupenda uguale,

il primo passo lo fan i capelli,

sfiorano astuti bombardamenti,

 

fragore,

fervore

e fragrante frasca,

 

l’albero nasce dal frutto,

ricorda il fine è più importante

del generatore, ciliegina ibernica

e squisita,

io non posso far altro

che ammirarti, fossilizzarmi

nel guardarti, restare muto

ore ed ore, il tuo nome

è un rimando,

 

quattro semiminime, una croma

e due biscrome,

 

ricotte, precotti, biscotti,

scegli tu la direzione,

l’intrusione,

l’effusione eventuale,

bellina al sapor di semplice

grandezza, magniloquenza e speranza.

 

E il rapporto servo padrone,

dimmi un po’ chi è più importante,

l’amata, l’amante

o forse lo sguardo intrigante,

lode a sé, per sé e di sé,

uh che fiorellino,

freschezza del mattino,

 

uh lo dico ancora,

per te.

 

 

Musica indimenticata

 

Passeggi tra la nebbia,

già immagini il motivetto,

lo ripassi in fretta,

 

ed esplode il discorso.

 

Sai bene cosa vuoi,

ritratto accennato, sbiadito,

in filigrana, lucido sol,

e tu malandrina,

cosa vorrai ancora,

vita mia, non dimentico

e non dimenticar

le nostre assurde follie

incomprese,

 

gli sberleffi, le tue manie,

in un minuto avvisti già

le schiere d’ elfi armati di lance,

le nostre spiagge abbandonate,

 

sfiorate appena le note.

 

E precipito già,

guardami trotto,

mi spoglio, vivo di te.

 

E sognami stanotte,

le ombre che fuggono

ritorneranno come un inciso,

sbalordito il tuo viso.

 

E parla un po’,

magari da sola,

col gatto,

guarda che faccio,

sorrido un po’,

 

vibro sospeso

come te nella mia mente.

E poi i pastelli,

 

le sfumature impresse,

i nostri sogni, guarda,

ridi, beffarda amica,

non dai scampo,

 

nocciolo spoglio e fruscio.

 

Per te si apron i fiumi,

la purezza invade l’animo

e poi ancora brulica pace,

 

vai vivace,

audace cappellina,

tessuto prezioso.

 

E poi mia cara,

mia dolce scarpetta

non senti l’aria

che scorre nelle vene?

non percepisci il calice

della vita eterna? questa musica

indimenticata, riscritta,

riamata, formula dello spirito,

dell’azione, dell’intenzione,

 

ciao amore!

 

 

Scariche magnetiche

 

L’intimo rimorso

è dolore che mi assale,

l’estro nel silenzio

si spegne piano,

 

la cera del tempo

lenta dissolve,

con noncuranza sigilla

il ricordo.

 

Furtiva la notte piange lacrime,

sciupate dal vento

le ultime foglie.

Sembra ieri eppure

è già domani oggi,

il cambiamento epocale

sembra sempre più tardare.

 

Fuggi rapida

vita dissipata,

ai bordi del fiume

l’anima sorride dell’ardimento

che sgocciola passione

riflessa e genuflessa,

si arresta soltanto alla mano

che sospende il vento,

l’aria, il fiato,

il corso.

 

Poi lamenti lontani.

 

Scariche magnetiche

 

sfiorano i nostri corpi,

l’attrazion fatale

da concretizzare,

nell’astratto bosco

il rifugio è perso,

la contemplazione resta un’illusione,

e le menti rozze e stolte

bramano il potere

come svelte scimmie,

e io qui mi acquieto e riposo,

 

in te cerco ristoro.

 

È così difficile trovare le parole

mentre l’attimo sguscia

tra le mani inumidite,

la parete è ultimo sostegno

del sogno infranto.

 

Vai, accompagna la vettura sbrigliata,

in balia di sé,

sorprendimi,

le saette non potranno

mai colpirci, ferirci.

 

L’incauto misterioso

intrepido non congelerà,

non distruggerà la corazza

di cartapesta, non piegherà il gesso

di semplicità,

 

si arrenderà,

le armi esausto deporrà.

Poi sentieri sinceri

aperti dinanzi a noi.

 

Poi la tua presenza

sbiadita chiara apparirà.

 

 

Brigith

 

L’imperatrice

 

Era novembre

 

Era mattina inoltrata,

sdraiato sul letto fissavo la finestra,

i pensieri vagavano sonnambuli oltre il monte,

desideri di ascese verso verità celate

ed inesplorate.

 

Chissà se mai sono

nella tua mente,

nel candore della tua pelle,

vorrei vederti di nuovo intorniata

di perline e maestosa,

 

mi sfioreresti il viso?

Vorrei davvero abbracciarti

ancora, vorrei che le tue mani

guidassero i miei gesti,

vorrei planare nell’aere

e seguir i miei pensieri,

non ha ormai più senso

la mia volontà ed il mio agire,

intorno alberga il vuoto

e dentro un mondo esplode in sé.

 

Era novembre e nulla cambiò,

resto attraccato al molo

in attesa di improbabili maree,

 

noi

improbabili eroi d’altri tempi.

 

Canto cadenzato

 

Parlume di bitume

mascherato di amianto dorato,

sentimento scarno e bazzicato,

destinato al silenzio

ed al fermento stupito.

Damigelle ai posti d’onore,

 

flauti magici,

 

incantevoli corpi nudi,

 

masticanti profusioni,

 

ardori assunti e meticolosi,

 

forse scialbi piatti decorati,

leccornie carnali sui tuoi fianchi,

 

animali graziosi poggiano

le rime altrove e miro te,

lì dinanzi a me,

 

docile fermento mattutino.

 

Cade il canto cadenzato,

poni assenzio mandorlato,

atomo perso nel vuoto,

ogni parola si arresta,

il tuo sguardo resta,

i tuoi fuochi inestinguibili,

i tuoi braccialetti fruibili,

pelle dolce da assaporare,

da lodare,

contemplare in estasi,

il fiume di verbi.

 

Lenta poi ed improvvisa

una viola distoglie il pensiero

e tu come fosse solfeggio intonato

volteggi, spiazzi e spazzi

con le partiture, un basio,

slinguetti dispettosa,

sbatacchi l’anima

secernendo spirito,

 

grazia etilica

e valente effige impressa,

mai dimenticherò la voglia

e la volontà di te.

 

Riprendi l’opera di sensi

sviliti ma rigenerati dalla tua passione,

che labbra vivide, intense,

pure sentinelle in guardia

e pronte a sfiorare l’etereo clamore,

a soggiogarlo, renderlo servo,

al guinzaglio, purificarlo e girarlo,

rivoltarlo,

 

poi chiaro consolarlo.

Attimo di suspence,

 

entrano i cortigiani.

Cortesi direi i tuoi servi,

le tue soluzioni,

in trono dirigi e sorridi,

poi riondeggi come fascio luminoso,

caloroso, inaudito, colorato,

cristallizzato, decorato, declinato,

inviolato, e infine donato.

 

 

Sonata

 

Due bestiole si presentano,

che graziose, che portamento,

che quiete sentir il fermento muto,

l’incanto, il canto tuo, è così sublime

 

(e sei col libro chiuso).

Sembra quasi la musica

non si percepisca,

solo un lontano bagliore tonale,

è un’arpa rinascimentale,

un inciso spirituale.

Il risveglio fischiettante dei folletti,

con gli intenti furbetti,

 

dolce fiaba emo,

 

tra Selene fremo,

Eos avanza, che temperanza,

la giostra gira cara ragazza

nel carillon protetta,

 

sia benedetta la tua faccetta.

 

In punta di piedi

tra viali scoscesi

saliamo i gradini,

sfidiamo gli altarini vicini

vicini, scansiamo il nemico

e facciam l’occhiolino

 

e tu danzi avvinghiata

a te stessa sotto le stelle,

 

dio mio che splendore!

L’acconciatura francese

ti sfiora la palpebra distratta,

allora oscilli trottolina vorticosa

e scomposta,

 

dionisiacamente risorta.

Ciclo naturale

e metempsicosi corporale,

batto i tre quarti,

 

figura perfetta e stellata

da musichetta pitagorica,

 

le etalage di turno

congiunte in Saturno

hanno la luna storta

e contorta.

 

Il meridiano divide il limone

in atteggiamento sospetto,

 

in dolce compagnia sul letto

aspro e strisciante,

 

la corda pizzica ancora

come formaggio l’asola.

 

E c’è una festa in piazza,

si sente dalla terrazza,

più altera va la ragazza.

 

La spola fan tre o quattro

appostati sotto il palco autunnale,

il vento soffia,

l’amplificatore, la spina, le cuffie,

il motore.

E poi gli stralci,

 

sonetti o minuetti,

il maestro si sbatacchia,

poi vede la ragazza,

 

non è distrazione

ma entrar nel vivo della questione.

 

La musica infatti avanza,

avvitamenti,

piroette maledette,

odore di fumo, sbuffa la pipa

all’inverso.

 

Siamo ancora all’inizio,

ne passeranno di ponti

sott’acqua, archi romani sprofondati

e corrosi dal flusso,

 

il maestro spettinato

indossa il cirro stonato,

copricapo lodato, disimparato,

frastornato e sciupato.

 

Vai in re minore,

te lo aspetti,

non sei dodecafonico,

allora l’orchestra sbadiglia,

pastarella e amarena stanca,

vorrebbe inchinarsi per sopirsi,

 

il pubblico bivacca,

divora le note indigeste,

scucite e scandite

dal ticchettio di novena ripiena.

 

Eccolo,

entra in scena,

proprio mancava, l’assicurato

impresario che lancia in aria

i tre danari, mette da parte

e investe i talenti

ad uso contadinello ottuso

ed imbevuto di pesticida laureato,

 

di sandalo arricchito e deluso.

La ragazza sonata si ribella

alla disfatta, gambe all’aria,

è tutta fatta,

affonderà col transatlantico,

 

vicino mio dio,

l’incubo mio,

tra le fauci del coccodrillo

ossia il serpente antico

 

riversa sincera la chimera

e le partiture, tutte le arsure

e le violette infine.

 

Mi alzo dal letto al frastuono,

il pragmatismo ha svilito il suono

docile e contemplativo,

 

l’anima e lo spirito si ribellano

ad un corpo che non vuole piegarsi

ad essere semplice contenitore

e strumento dell’una e dell’altro.

 

E scorgo lontano,

la vista aguzzo,

dicevo scorgo un lamento

materializzato di un mondo eclissato,

un mondo lontano e ovattato.

 

Poi uno scalpitio,

il mendicante ritratto,

armato di bastone,

nell’incedere distrae.

 

Folle, folle,

folle il venditore,

freme, freme,

freme la bancarella,

fruga, fruga,

fruga sotto il suo velo.

 

Il nostro cuore è l’ultimo rumore,

il vento ancora più forte respira affannato,

mi hai già dimenticato? Ma dai,

eri sopra poco fa.

Che cosa diresti al mio posto,

fischietti e mi ignori,

 

padrona dell’oblio notturno.

 

Cambio di scena repentino,

la ragazza mi riabbraccia,

cade in trance,

cade in estasi mistica,

in un attimo è trafitta dal dardo d’amore,

il fanciullino alato ha di nuovo vinto

e perverso è il seguito…

 

Va tra le note di nuovo,

godi la musical vitalità,

vai spogliati,

leva le lineette nere,

bianco il foglio dipingiamo

ed annotiamo.

 

Che carina la mantellina

incrinata sul ruscello,

mi guardi fissa e risplendi,

mi copri il labbro e la tua bocca sfiora

la mia fronte, la mente in refrigerio.

 

 

Acustico intruglio

 

Acustico intruglio nella notte,

lunare influsso sulla soglia del tempo,

poi sonnambuli pensieri,

destrieri rapidi.

 

Dammi l’attacco,

tra piatto e patto.

 

Sì.

Sona il bel sì,

d’oc, d’oil, d’oui,

cortese l’arnese,

Paride ed Eva, guanta na mela,

Guantanamera,

Patroclo e Beowulf,

iena, lupo e leone,

 

indugio burino sbarazzino,

goccia perforante e claudicante,

dissetante, piangente, petalo brinoso

incandescente, borioso, bucolico,

 

georgico pizzetto.

 

Vai così,

ancora il sì,

paese violato, masticato,

bile il giornale nomato libero,

 

l’eurodance, i Gigi di turno

pop, dance e topini,

accigliati al piano, alle tastiere,

alle groviere,

 

dimmi mai o cosa fai,

la scrivente si arresta e vai a capo,

burumbum cià,

 

annebbiata scolaretta

nella vendetta,

 

l’ayatollah torchio di vendemmia,

tutto è ben quel che finisce in mi,

 

bufera russa o capricciosa,

rivoltosa ottobrina porpora,

zarina, cesarea,

Alessandria paludosa,

 

stop uno.

 

Movimento compulsivo,

pensiero ossessivo,

ritmo assordante

ed estatico ondulante,

pentateuco e pentagramma

cabalistico, sufismo

e panpsichismo,

 

percezione aumentata,

esponenziale mescalina,

astrale vite.

 

Lento, sh,

 

lento sh.

 

Un silenzio lo faran i papaveri,

il cemento.

 

Riprende, non arrestarti,

ribellati il sistema,

kantiano imperativo categorico

kierkegaardiano calar le palpebre,

recitar, il personaggio,

 

gioco dei ruoli,

gioco di ruolo,

gioco di parte,

Bercoglioni,

gioco delle parti,

il Vaticano.

 

Silenzio, ancora.

 

Bum!

 

Il pupazzo in viaggio.

Il ritorno etereo.

Il rimorso sulfureo.

Acqua distillata.

Olio e combustibile ligneo.

Classificazione enciclopedica.

Semitica semiotica e semiosi virale.

Attacco micidiale.

Falsificazioni e fornicazioni.

Formiche laboriose,

il sessantotto e le cicale.

Poi le scale.

Trasfert l’Rna.

Mitocondriale il respiro

e il nutrimento clorofillico.

Poi…

 

Stop et booom

 

secondo e terzo finale.

 

 

Un istante fatato

 

Un istante fatato,

come un film il passato,

una storia sbocciata,

di passione velata,

 

sposta due carmini

spiriti felini,

 

agili le mosse,

le decisioni poste come addii puri,

incontrovertibili sapori dolci,

ed è già mattina sui tuoi occhi,

e te ne ricordi con un sorriso

col quale stringi le mie mani.

 

Ah sì,

che impronunciabile sentir!

 

Sposti col favore del vento

l’abat-jour e scendi dal letto,

 

ti poni alla sponda

il voltaico sentimento,

 

sei mezza nuda

come mezza luna ricordi

mondi lontani, la penombra

ti invade il volto

e inizi a cantar,

 

un adagio lieto splende

come viola in primavera,

come nota d’attacco

alla maniera di cattedrali

barocche e nascoste,

 

novene e filastrocche

sui tuoi umidi capelli,

 

impronte sul vello,

oh il mantello,

sul percepir il bello,

 

oh il Metello

che provoca dolori al poeta,

“malum dabunt Metelli Nevio poetae”

 

sordo l’appello, l’invocazione,

la conclusione dischiusa, assortita,

candita e sì, vai col sospir,

che delizioso l’indice al labbro,

 

il naso e la manifestazione

di un silenzioso animaletto

 

porta fortuna quale sei tu,

mia amata rosa, e te lo dico,

ti dico oh, che cristallo candido

e variopinto al tuo riflesso,

al tuo compromesso stabile,

 

un braccio sul mio corpo,

l’antico modulo scisso

sul tuo libricino, reciti come assorta

l’ultimo verso e poi

l’orma del rossetto

sulla mia bocca.

 

 

E poi vetri appannati

 

Le lenzuola sussultano

nell’attimo di esitazione mi guardi,

 

già altrove i tuoi pensieri,

 

l’estasi dell’attimo ti innalza

e vaghi verso mondi lontanissimi.

 

La foglia tremula pel freddo,

finisci nell’oceano profondo,

 

Atlantide sommersa dominata

e mai più punita,

 

nel frattempo sei già sulla riva.

 

Vai docile, va’,

non ti fermare,

attendo le tue mani zuccherose,

come fossero ultimo approdo,

decoro dei dì passati, sviliti,

 

la notte riprende a suonare.

Vado verso l’atmosfera d’inverno,

 

cosa ci fai tra gli spalti beati?

Cosa c’è nel do diesis minore,

forse l’ardore di nebbiucole

che penetrano il corpo,

dissolvono il trotto della mente

intorno al ripiano sciupato.

 

E poi vetri appannati,

il nostro anelito impresso

come stampo opaco e non dimenticato,

 

il tempo non si spazza via.

Procede,

magari si arresta qualche attimo,

ma la bottiglia si avvicina già

alla tua bocca, sei sciolta

come bacche desiderose e carnali,

 

spiriti notturni infestano le braccia.

 

Così lenta le agiti.

 

 

Arpilla

 

Risveglio in gomito ai bordi

delle radici,

sapienza megalitica

all’aurora.

 

Parte e ritorna,

in circolo trotta,

rissa dischiusa in petalo verticale,

licenza boschiva, arpeggio arioso,

e poi la luce che eclissa

in compresenza magnetica

lo sguardo.

 

È già domani tra me e te,

 

lento moto senese,

accento cortese,

urletto crestese,

spasmo punkettaro,

bestia di fato avverso e maledetto,

morosità del sentimento,

dizionarietto urbano,

l’acume spiazza la principessa,

 

in dono l’ortensia,

ne conosci la potenza?

L’assurda valenza?

Il do e il sol!

 

Poi improvviso

adagio allegro,

non troppo disteso ma ripieno,

 

i richiami di mandorla,

i volumetti cari,

tomi d’alloro ricamati,

e sguscia,

sembra sfuggire

come invito all’infinito,

 

è subito mattino,

tu già lo sai,

io già lo so,

oppure no, restiamo al limite

del vortice e pendiamo.

 

Che cosa c’è? Osa la penombra

rivalere, ribelle mia,

la lotta tra i generi,

trittico indoeuropeo,

la valenza plurima cara eredità,

l’infinito sarà indefinito vagar,

 

tu non ricordi la mandria dei pensieri

inquieti al riposo

ma rimembri la figlia del vetturino,

 

è un incubo mattutino,

la casupola villosa oscilla

 

arpilla, fluttuante

dimora nubilosa.

Incanto solforoso,

canto lezioso,

scontro tra Chimera e Desdemone,

 

la luna celtica difende e sorregge,

magari ostenta l’orpello dialettico

del fermento, astuto frumento,

intensivo furetto diabolico e dispettoso,

innocuo ma fastidioso.

 

Continua l’asola ad isolare,

volta la carta epifania del giullare,

 

improvvisa Ofelia, ninfa negligente,

sembra violare il sacro bosco,

entra nel misterioso borgo,

 

ed è già giorno.

 

 

Attracco fugace

 

Cappa e arsura per il corso,

refrigerio del tuo braccio declinato,

così mi estraneo e ti guardo.

Via Toledo,

metà agosto in trotto con te.

 

Rinascente,

profumi, saponette e collanine.

 

D’altronde non c’è la sentinella.

 

Attracco fugace,

saldato il nasino tuo al mio,

che dolce il viso indaffarato.

 

E il tempo cavalca senza sosta.

 

L’alemanna regione

è un volto di disperazione

 

andantino, l’introito del destino,

 

l’immobile fattorino.

 

Attimi persi

o riacquistati infarciti d’assoluto,

 

l’encomio solenne, l’alloro

corona dalla tua mano.

 

Minuti atroci

ma così lieti, lievi e indelebili,

 

l’astuto riguardo delle tue labbra

pende dalle mie.

 

Candida vita cara,

pura sordina baccheggiante.

Sfiniti sulla panchina,

 

giriamo ormai da cinque ore,

loquace il mio sentire

e il tuo riflesso è denso.

 

Ti sfido,

riaccenna il tuo sorriso.

 

Appoggia i sogni,

di lato come fossero ghirlande,

affidamele saranno impreziosite

col cobalto e colla sabbia,

 

saranno immortali come coretti.

 

Ancora più mite il vialetto,

 

posizionata la tua testa sul mio petto,

 

non dimenticarmi flebile

sarai filigrana selenica.

Il cielo sfuma nel rossiccio, fenicio

 

l’incanto dell’occidente marino,

 

è davvero stupendo ma l’attimo si arresta

e divaghi.

 

E così finisce

siamo già distanti,

la vela protesa sbanca

e noi sbarchiamo in brecce parallele,

 

l’estate tra statue e foglie di lichene.

 

 

Stendi in aria le mani

 

Sì, l’invito tra le fronde.

 

Così l’accenno gregoriano.

La mia vita come tramonto

scorge l’ultimo lamento.

 

Sì, quel breve cenno.

No, l’inutile attesa svilita

 

e svilente silente.

Se penso a te

guardo in me

e scorgo i passi

dell’ultimo giubilo danzante.

 

L’intimo pianto adibito

a fremito spento.

 

Con i pensieri spuntati

affilo i concetti

in patetici versi d’oblio,

vai tu cauta al confine,

il nome giusto qual è?

 

Ricordo solo

che per te oscillava

il ciondolo del mio sospiro.

Sì, bramo te.

 

Si, puro sprazzo

sidereo d’oriente.

 

Sulla via sono perso,

sonno sperso,

piccola amigdala

il mio canto perde ogni senso.

 

Sì, ricordo di te.

 

Sì, emozione d’ultimo fiato.

 

Ovemai ricordassi

questo naufrago perso

 

stendi in aria le mani.

 

 

Passano stagioni velate

 

Passano stagioni velate,

le pagine restano offuscate,

le labbra docili e dolci

restano stampo dell’atroce rimorso.

 

Tu affianco sincera e ridente,

l’attimo assurge ad infinito,

 

immobile germoglio odoroso,

incanto del sospiro vorticoso.

Il simpatico vestitino alabastrino,

proprio lì, a ridosso del senso,

portamento divino,

 

e dicevi in concatenazione parole,

l’emisfero oculare inclinato,

ammiccante e vitale.

 

Sono solo refoli inutili,

dimentica gli attimi indescrivibili,

resteranno apatici intrugli,

sdrucciolo rovinosamente nel nulla.

 

Cosa vuoi che resti?

I frammenti da rigattiere?

 

Oppure testimoni scaltri e assenti

perché assente è ogni realtà.

 

Resta solo l’idillio scalzo e stanco,

parlo ancora a vuoto,

a nessuno

o a te,

 

qual è il significato di questa attesa?

 

Una semplice pretesa

tramutata in remissione arresa?

 

Una docile richiesta

che nell’ombra resta funesta?

 

Cade la goccia dal viso,

 

inumidito il libro, è ormai un rito,

la mistura di odori rimembranti

altro non è che un’offesa qualunque.

Il palpito nella penombra,

 

la luce di un lampione distante,

mi imbacucco sul ciglio in ripicca,

 

mi scopro di nuovo silente.

L’auto sfreccia,

breccia vetusta,

la sigaretta caducante e caduca,

e un ultimo pensiero, il tuo volto

di soffiata che risplende

nell’ondata di quiete.

 

Resta un’ora o forse un giorno,

quale sarà il destino non lo so,

un’altra auto passa e credo

che non ci sarà più niente,

 

che l’illusione bolla di sapone

in sé sopita svanirà.

 

 

Paralleli assunti

 

L’aurora, il volto e tu,

mio testo sconosciuto,

riflesso tra cammei, follia.

 

Simpatica e sconfitta,

hai l’aria da brivido freddo,

carpisco le intenzioni,

 

i residui di noi.

 

Paralleli assunti

tra anfratti di cemento,

vegetazioni, Bastiglie,

all’assalto, l’ombra, la silenziosa

intromissione a dito levato.

A fianco manti da ricucire,

 

le ultime battaglie sono canti

ormai annebbiati dal tempo

e dal colore, dallo stupore

di riguardo e proustiano.

 

Implode l’asserzione,

me ne accorgo sol’io

del fittizio sospiro

trattenuto e sopito.

 

Allo specchio il tuo godimento,

 

nel solstizio santifichi te stessa,

in vergine il capricorno,

il tropico del ricordo.

 

Vis compulsiva trafitta

da auctoritas, potestas e mezzo corporale,

sarebbe magari meglio dire

che futuro c’è.

 

I fluidi in campo

come Rinaldo braccio della furia,

Angelica e l’anello

al vento nel pub,

 

Orlando violato

e spuma doppio malto audace,

 

l’ultimo miraggio a dimensione

plurima mostra il coraggio,

 

nel contenuto circolare d’Achille

il raggio.

 

Scansati all’ultima conquista noi,

offuscati e rigenerati da un accordo

di quinta partiamo in quarta

nascosti e pronti.

E poi l’effluvio nel tuo giaciglio,

 

la lingua tua su di me

è una lieve e dolce spilla.

 

 

Fuggiasco contemplativo

 

L’attimo che sgocciola

tra le tue violette che con cura

incanti e spogli, tratti o fondi di bottiglia,

non tutto è stato inutile,

 

questa storia chiede venia.

 

Attimi di pioggia e ascesi,

non me ne volere dicevi,

l’annullamento volitivo

l’ho preso alla lettera, guarda.

 

Porgi l’attimo ora,

la notte è complice per le tue

e per le altre braccia,

 

resto fuggiasco contemplativo.

L’ombrello cinesino,

l’attimo ancora,

gli spostamenti temprati,

 

tempere fluide e si innalza

la temperatura.

È un momento di distrazione,

un attimo d’effusione

 

e la sapienza eremita

scaglia floreali tafferugli

intuitivi e vivi.

Che bello scodinzolio,

 

trami affabulata i capelli

e ti stendi, aspetto un altro attimo,

estraneo stupore.

Pallina folle come incenso

 

in un attimo è già qui,

muta silenziosa direzione

e porgi intanto il viso altrove.

 

E passano gli attimi,

dai senso al trotto,

 

qual è lo scopo

della nostra intromissione?

Forse solo il tuo sbarazzino

cappellino.

 

Volta in un attimo

la carta e scrolla la sigaretta

a mo’ di scaltro intreccio.

 

Arde un fremito di vento

inumidito, attimo d’intenso

incupito, il giochetto dura poco.

 

L’orologio freme il relativo

attimo d’amore.

 

A ritroso l’alloro,

al passo il decoro,

foto ingiallite,

pulite le strade,

chiarite le brame

dell’infinito attimo.

 

Per sempre, un attimo.

 

 

Pallida effige

 

Dopotutto la spiaggia

che hai tra i capelli

è d’intimo verso, inclito scontro.

Dalle miserie scoscese

 

brulica il piacere.

 

In borge e borghi georgiche

spauracchi notturni,

 

la tua pallida effige

soltanto trasmuta

 

l’assurda viltà cassiopea.

 

Dove sei vivace mia guida?

Sono sperso!

 

Dove sei astro femmineo?

Non posso resistere al silenzio.

 

D’altronde nelle foresterie

straniere aspettavo l’arrivo

in punta di piedi

 

ma l’unica cosa concreta

era l’intuire l’essenza tua riflessa.

 

In volti assenti sognavo,

poi schiusa sbocciava l’ultima speme.

In misteriose attese loquace

mi disfacevo, lo sciupio del pensiero

e la breccia del perso sentiero.

 

Non credo ad altro, forse a poco.

 

Non credo e basta, tanto aspetto uguale.

 

D’altro canto la luce un po’ la scorgo,

immagino, fremo.

 

 

Respiro dell’aurora

 

Passa il frullio delle foglie

sopra le coperte,

l’acume spillato in vino

 

e tu acca accavallata.

 

Puoi pure divagare,

l’erba è già pronta,

sguscia solforosa,

tralaticia viene e va.

 

Passeggiamo con la mente,

vetture in lungomare,

dico e sorridi,

respiro dell’aurora,

stendiamoci, va’,

un carino singhiozzo,

sospiro e il bacio è improvviso.

 

Puoi tralasciare questa vita,

puoi sorseggiare un’altra pinta,

un’ audizione d’amore,

ove alberga una civetta,

lo spirito e l’alfetta,

 

un invito, un trottolino intatto,

l’alterigia tua vitale.

Quindi scorre vivida e non si interrompe.

 

Quindi riporto i segni,

pitagorici riporti,

aforismi pentacolari,

 

spettacolari pantacollant.

 

Poniamo per assurdo

il pensiero discordante,

allora prendi la chitarra,

socchiudi le ante,

 

ci divertiamo questa sera,

eccitata ridi di nuovo,

ma è solo un cenno,

un’ipotesi d’attacco

e la mente in desiderio

visibilante va.

Vai avanti ti sento,

 

percepisco vibrazioni estetiche,

scorgo lo spirito,

se non ricordi le parole

non le dire, è inutile,

 

ti accompagno, stringimi più forte.

Cinabrico cielo

accompagnaci per sempre,

 

chiudo gli occhi, li riapro,

sei in fremito sussultante,

avvinghiati ancora sino all’osso,

 

all’ultimo accordo.

 

 

Silenzio! Ultimo verso

 

Per questo poni il silenzio

come ultimo verso,

piangi in sospiro,

le tracce sul viso.

 

Orchestri per concussione

concerti di delusione,

sembri ordire complotti audaci

ma privi di vita, direi fatiscenti.

Poni un candelabro

con grazia sul ripiano,

 

lume da scrivano,

enciclopedizzi gli aforismi

dell’essere come trolli vaganti

su radure d’assenzio,

 

aspiri possente.

 

Immagini la scena

portandoti traslata l’attimo alla parete,

mangiucchi la gomma trafitta

con aria somma, l’incudine

ripudiata e maledetta nell’espirazione

pone il verdetto in conclusione.

 

Allora diventi

la famelica belva

con mastodontici anfibi

trucidanti e borchiosi.

Vaneggi vespri,

li maneggi ancora desti,

li biazzichi in atmosfere

rarefatte e rifatte.

 

Ti nascondi tra le vetrate,

i lastrichi di serenate,

alberghi solitaria negli altrui

pensieri

 

ed il domani è dell’oggi già ieri.

 

 

Fuggi, deh, vai e ritorna

 

Pulsante vialetto ambulante,

saraceno viso condensato in alluminio,

spasmodico volteggio attento,

scaltro e comunque frastornato,

sale a mille la dopamina

 

sprigionata, arieggiata

mesencefalica giornata,

precisamente condensata,

un po’ svogliata.

 

Fuggi, deh, vai ritorna,

a mo’ d’altimetro cambia e trotta.

 

Fulgida cambia rotta,

puoi invertire coordinate

adiuvate dal vento

o dall’ultimo intenso senso.

 

Potrebbe anche suggerire

con riguardo decoroso,

 

funzioni, secessioni, squallide illusione

 

o anche l’ermo eremo solitario.

Magari è una silente ondata

di valente dorata vanagloria

oppure una ridente giornata di sole

 

o forse meglio una novembrina

serata da serenata.

 

Non capisci l’importanza

dello stupore del vissuto,

dell’intimo dolore che sgorga

a frotte dalle fronde.

 

Si modifica il verso,

adornata semplicità nell’ardimento,

puro fermento, è un vaso capiente,

 

testa nicodemica e nicolea!

Fugge ancora il sussulto sussurrante.

 

Fulge il circolo ritornante e ridondante.

 

Uh fonte pura! Dell’ultima sventura!

Uh fantomatica ardua salita,

riposo indomito, ozio mediante,

mediana del tempo!

 

Puoi vedere l’essenza!

All’indomani della presenza,

vive, respira, si sente,

alla vigilia della frontale guerra

un urlo di quiete universale,

pace sesquipedale.

 

Vai passione, colmati ancor d’illusione,

nutriti di spoglie spirituali,

agisci per il tramite spiritoso,

motto solforoso, arioso.

 

Qual è la ragione dell’allucinata stagione,

frutto di follie da società regredita,

di branchi famelici di vandali

che salvano gli ultimi testi

e incendiano le rovine dell’ipocrisia,

 

ma se ti scorgi troppo l’abisso ti inghiotte?

e allora qual è la soluzione?

vivere in intensione e progressiva

espansione senza dimenticare

la polvere e il sale,

nutrimento e fermento,

amore ed unico senso vitale.

 

Shiaga

 

Partenza ovattata,

sfilata dolciastra.

Le forbite delusioni

sono attese ed illusioni

(magari involontarie pretese).

 

Le imprecazioni verso realtà

sconosciute, piogge da granai

e soffusione in mulinelli

e mulinetti, cosiddetti

(contemplazione floreale

ed azione di gemma astrale).

 

Le mitre indoeuropee trasudanti

(intromissione cadenzata).

 

Le madornali ondette

ritrasmesse in calce firmate,

mortificate ed imprecanti,

 

bendate dee nell’adesione

(oh abbracci fugaci).

 

Potrei poi divagare

ma la scelta è densa

e immensa geme.

 

Proclama l’adagio

(perverso detto),

 

proclama il verbo intenso

(vibrazione cordica e scandita),

 

vorrei dire due parole

( oppure sorge di traverso il sole).

 

Proteggi genealogicamente

( a due metri da terra)

 

col tuo nome cacci e resti in piedi

( vitale profusione)

 

trasvoli e non ti posi,

adesso ti fermo, ti aspetto,

ti ammiro, ti guardo

(prodromo dell’interno conflitto

accarezzato dalle tue labbra).

 

La luce lentamente

si spande tra i rami,

la tua immagine mi investe

mentre bramo.

 

Con semplici parole

pensieri remoti,

li condenserei e poi li sgocciolerei

 

e tutto tuo in inumidite spiagge giacerei.

 

L’opacità ritorna e desto mi volto

di lato, vicino il tuo viso

in sogno confonde assurde realtà,

 

ti scorgo tendendo all’infinita verità.

 

 

Polvere vischiosa

 

Polvere vischiosa

nell’accordo di riflesso e schietto.

La stella vistosa all’orizzonte

unica luce come rosa

nel deserto antico, ove assurda

rispondeva alla richiesta del ricordo,

 

un’edenica pace, un innato amore,

uno stupore per il sapere, la fiamma,

il vento e la goccia

 

per cinque o sette lettori.

 

L’attitudine cela l’attributo,

il divino vincerà sempre

sul terreno dannato, non è l’eco

del silenzio ma si alzerà il tramonto

ed in eterna penombra interno

a noi sarà l’universo,

 

l’eterno circolo infinito

e quindi come tale delimitato

da tre punti, coincidenti

 

eppure in manifestazione

ed ideazione distanti e spersi,

 

poi una voce che lenta sussurra,

non tutto andrà perduto.

 

Mangerai di ogni frutto

di sapienza ma mai la tua mano

si leverà su un essere naturale tuo fratello,

altrimenti ne morrai,

 

conoscerai l’ignoranza della fine.

 

E la maledizione terrena

si scagliò silente e dolorosa,

i frutti son di tutti

e si continua a coltivare un orticello

privato privandosi della bellezza

della congiunzione divina

 

comunitaria ed assoluta.

 

Chiudi gli occhi e vedrai

in manifestazione di luce

l’amore seme di sapienza,

giustizia, libertà, e fratellanza,

 

l’eros inerme e potente vince

e soggioga la violenza claudicante,

 

l’umile nel godimento

schiaccia e distrugge il possesso.

 

 

La Torre litigiosa di Varsavia

 

L’ardore dei tuoi occhi che scende

traluce in illusione ed ascende

spuma marina dalle labbra

 

intense.

 

La torre del tuo nome protegge

come silicio possente

e gemma assente

un alito di vento in refolo

 

vitale.

 

Selve asprose e tutto tace,

nel silenzio scorgo l’imprudenza

del tuo volto incandescente

e pallido in un attimo

 

il cenno.

 

Per le tue soffici gote

l’inverno carezza le fronde

che lievi mutano

in scaglie il sincero

 

sguardo fulmineo.

 

 

Centro inscindibile

 

Ammiravo in silenzio

i suoi occhi vividi e accesi,

torce lente sul mio polso

i gemiti da sponda concupiscibile.

 

Nel momento supremo

un inchino vistoso

e le schiuse mani veline

smorzarono l’affiatato

scollamento labiale,

l’intimo tumulto astrale.

 

Le costellazioni in trotto

scese in questo giorno a contemplarti

in congiunzione al capricorno,

 

genesi della lode furente,

perversa in dormiveglia,

 

quasi per metà etilica.

 

Miscela dello stupore lo sguardo,

occhi portali spalancati

ante e poi stretti a fessura

nel verbo infuocato

scagliano aforismi suadenti.

 

Le schiere di belve ai tuoi piedi

e tu sulle punte a slinguettare

fior di ciliegia soddisfi soddisfatta

il desiderio in disfatta

 

e succube a sua volta di te.

 

Centro inscindibile

di ogni interpretazione

la voglia di afferrarti il volto,

 

coprirti d’oro velato

e mai più dimenticato,

in assurdi cieli cobalto

tramutati in ere di rame

soverchiato dall’ultimo

tuo denso bacio, oscuro

 

il medesimo senso occultato.

 

Lasciavo cadere

la viola del pensiero

e tu mi carezzavi i capelli

 

e l’attimo assurse

ad unico istante importante,

obbiettivo di ogni sbarco,

stagione unica,

candida perversione eterea ed eterna.

 

 

Abat-Jour

 

Abat-Jour,

allo specchio tu,

silenzio tutt’intorno,

 

azioni ab intentio

dell’ultima luce che sa di te,

 

sono discorsi protesi

ad intimo verbo,

oppur intesi in declinazione astrosa

e musicalmente estrosa, asprosa.

 

Abat-Jour,

silenzio nell’adagio bronzino,

dialettico andantino,

compari tu in dimostrazione scettica,

nostalgica, ultima diesis.

 

Scorre il vento venoso,

profumo intenso e vorticoso,

parla vespro inspirando

il vuoto gorgheggiato, sciupato,

sprecato, esoterico il senso

essoterico, nostrano,

villa soffusa e profusa,

disillusa e beata,

violata ma incontaminata,

scoperta e increata,

plasmata, creta micenea,

plebea élite giubilante, sognante.

 

Abat-Jour,

direi discrasia discronica,

bella époque

con l’adolescente che consiglia

ai bordi del nuovo millennio

svogliato, problemi d’amore

algebricamente sottratti,

 

l’ama tematica, il fumo di sigaretta,

l’ultima orchestra lenta,

magari un motivetto a mo’ di fumetto,

passa la stanza, piede adirato

e cadenzato, cambiamo

e scorriamo scrollando l’encomio,

l’adoro e il j’accuse,

 

l’entusiasmo da spasmo rotterdamino.

 

Abat-Jour,

in ultima istanza,

ultimo dirimente rampicante,

sognante, ragazza crudele

e vaticinante, scolastica adiuvante,

 

l’ultimo accordo lo volli fortissimamente,

patto musicale saldato e incespicato,

inerpicato, travagliato, accartocciato

e saldato al naso,

scapigliato.

 

 

D’accordo, sogna

 

Gira intorno ad un pensiero

l’anima silente ed imprudente,

 

tu nel letto a scardinare ogni idea

che dirompente si arresta,

l’assurda intromissione

in compromesso ha tolto il velo,

 

godo dell’immagine e ti afferro,

 

sei già pronta nella delibazione

sentimentale, passi altrove

in fluida concatenazione corporale

rifletti e gemiti adorante ed adorabile.

 

Uno sguardo è già passato,

lo sbieco dell’occhiata

è estasi spiritica e possente

come la tua mano contenente

il germoglio del ricordo,

 

in un colpo scarichi l’etereo,

 

secerni l’assoluto dalle edere,

 

tanti passi, invisibili gli stampi,

 

pure le atroci dimenticanze

sono schiarite da l’ombra del tuo volto

 

intatto nell’altrove della parete.

Brucia la vivida amalgama stupita,

 

il certo vive assente nel privato scranno,

in cime tu e l’erbetta è già tradita

dal dito che invia un segnale nel vuoto

 

dell’essente plasmando l’autentico

dall’inautenticità vitale.

 

Diffidente sbuffi e strizzi l’occhio,

tre volte grande, magnifica,

somma, cenno creativo,

maestranza inerme e virtuosa,

fremente.

 

La dualità distrutta dal femmineo

senso trinitario ed unica somma,

gradiente totale dell’invisibile,

 

risma impressa per sempre.

 

Il desiderio non si spegne

e riparti audace,

instancabile respiri profondamente,

 

bellezza al massimo fattore

nel tuo visino carino.

 

Il segreto non sarà svelato ancora?

 

Decidi pure se farlo o no,

la sintesi si attiva quando il meccanismo

è ingranato dalla chiave e dalla svolta attesa.

 

Il bello deve venire

nel momento in cui trasvola

il vento sui tuoi capelli

dando fiato alla materia,

 

c’è tanto da dire, più da fare,

 

invadente scoprirai il piede

e il metro ribaltato,

i tre quarti dell’attacco,

 

ti aspetto.

 

Puoi dire sette parole,

la formula e trottare,

intimo verso specchio dell’eterno,

due occhietti schegge di ciliege,

labbra fragolina nascosta

nella variopinta collina.

La sabbia segna un solco nella clessidra,

 

si blocca il tempo e tutto scorre staticamente,

in un attimo incontriamo il divino,

dentro noi sorge un inviolabile destino,

 

indecifrabile ma sensibile e percepibile.

 

In inscindibili sentieri fulgidi

passeggiamo e poi improvviso il ritorno.

 

Sei ora stanca e chiudi gli occhi, d’accordo,

d’accordo, sogna.

 

 

Vai tranquilla al dunque

 

Vai tranquilla al dunque

ma comunque io eludo il discorso.

 

Tu stringi i pugni allerta,

dici che è per vendetta

che sfiorisce il rimorso decoroso

e intatto ma non basta una parola

a far svanire il sapore della sera

 

e allora tiri le somme,

addendi riflettenti,

tramuti l’eterna lotta sovrana

in questioncina da sottana,

 

sembra quasi che l’atomuccio

sia un surplus voluttuario ed incendiario.

 

Allora ti chiedi se l’essenza

della storia atonica sia etica

da comare o vidimazione risplendente

nelle sale

 

e l’ente traspare.

 

Credi che l’indecenza

sia frutto di un ricordo o di coscienza?

pura vacuità? nel refrigerio assurdità? oppur passione per metà? trasognante viltà? infima realtà?

 

E ispiri con gemiti notturni atroci e bellicosi.

 

Ti stai sporgendo troppo,

l’abisso chiederà il conto,

 

salato, privato e disprezzato,

 

ascesi mistica superiore

nella perdita di dignità.

 

Credo or io che sia il vuoto

che pone problemi,

vacilla il costrutto,

la medaglia in penombra

 

e fuori piove.

 

Lo dici davvero

oppure tanto per dire? Sensitiva

del manto astrale e sincopata

extrasensoriale velleità visiva.

 

Credi in profetiche brame

e sintomatiche astute trame

ma dov’è la persona? Dov’è la previsione

condizione d’amore?

 

ti porgo dai la mano,

la penna l’hai posata,

ci omaggiamo a vicenda in incoscienza,

 

ti aspetto ancora dai.

Ma dimmi che verrai.

 

Ogni cosa è un pensiero

porto in azioni sepolte,

nascoste,

 

in particolar modo il tuo cappellino,

i tuoi occhi e il tuo viso.

È un’illusione il tuo volto orbene,

il tuo sorriso.

Ma non è uno stratagemma soltanto

 

la brina e la voglia che resta.

 

 

Striscia l’ultimo rigo

 

Puoi pure chiudere gli occhi,

fallo, fallo dai, fallo, fallo ancora ed ora la prima volta

così tutto saprai.

 

Puoi pure tributare un pensiero,

vai, vai, vai, vai, fallo, vai.

 

Brucia la sincretia,

ascesa la vasta simmetria,

e l’astuta mia mania

straccia i lacci sulla via.

 

Valida la sorte,

poco più è la morte.

 

Puoi pure sorridere, fallo, dai,

fallo, dai, fallo, che fai? Te ne vai?

 

Stereotipo sincero,

nero il cupo sentiero,

puro lo sguardo

che come dissi è altero.

 

Candida la sfinge,

polvere in soffitte.

 

Esponi lo sguardo

e traccia su carta

la malefatta.

 

Comunque l’incanto

svanisce col tempo,

il tuo corpo è tiranno,

la tua immagine persa

ed in un inutile verso

stupito è l’intento,

in un attimo è già

dimenticato il portento.

 

Placida dalle pareti

principessa senza veli,

cristallina ed introversa,

un po’ dall’azione interdetta.

 

Si spalanca la finestra,

l’incubo e tu succube.

 

Puoi pure difenderti,

orazioni e retorica spenta.

 

E l’antico vaticinio

sta sbrinando in ascesa,

sta intasando i rimai e le scale,

lenta va la sicura

melodia nell’arsura

e il bianco del reale

stranito è regale.

 

Puoi anche dimenticare

le serate, le risate,

puoi pure… come?

Già lo fai?

Te ne vai?

 

Spurie verticali,

tropiche tempeste e tu

con un paio d’ali,

 

alberi che si inerpicano

sulla tua pelle e tu rinchiusa

nel sogno delle stelle.

 

Porgimi ciò che sai,

ma che fai?

Serio te ne vai?

 

Con clamore silente

striscia l’ultimo rigo

e il continuo è un ricordo

che neppure più dico.

 

 

Hai già dimenticato il nostro segreto

 

Hai già spento il sospiro di me,

ragazza che cerchi che non sia me?

Hai già acceso lo stereo e riflesso,

ragazza allo specchio

quel tuo sguardo

il mio è spento ormai.

 

Ogni volta

cambi rotta e fremi

ma ormai hai appena gettato

il tuo straccio e incendiato

il residuo, mai più io e te?

 

Dove sei?

Amore dove?

Non ce n’è ormai di felicità più per me?

Dove sei?

Amore dove?

Dove sei? Pezzettino sereno,

tremavi un giorno ai miei occhi,

alla mia pelle

ma il gemito è rotto ormai già.

 

Piccola e dolce,

perversa e austera, sveli te,

mai sei stata così sincera,

 

te ne vai,

non resta più nulla ormai,

anche il ricordo è svanito,

chi lo sa se tornerai,

se ti ricorderai di me sperso

in questo frammento eterno.

 

Hai già spento anche lo stereo ormai,

non un solo rimando ti porta a me,

 

ragazza hai ragione al mondo

non serve ciò che penso e sento.

 

Hai già dimenticato ogni frase,

ogni intimo sussulto, ragazza

o resto o vado via nessuno se ne accorgerà,

 

non rimpiangerà le mie dita, è vero.

 

Adesso è già sorto il sole,

il nostro segreto dov’è finito?

 

Non ti ricordi nemmeno del mio volto,

delle mie mani, delle mie passioni.

Sono qui,

vivo.

 

Qui ad aspettare,

fino a che l’ultimo fiato emetterò,

mai la testa abbasserò,

ascoltami se vuoi, amore.

 

Aspetto scalzo, distratto,

la vita mi cade dalle mani,

e il vento è il mio ultimo sospiro.

 

Hai già dimenticato il nostro segreto,

ragazza di te mi resta

solo l’immagine impressa della luna.

 

 

Io non posso più aspettare

 

Tic tac,

tic.

Sì.

 

Parlami ancora,

non salutarmi.

 

Lenta la luce è altrove

ma io cerco te.

In questo modo

sovvertiamo il destino.

 

Tutto ai nostri piedi,

sono queste le due tue parole?

 

Oggi brilla l’eterno,

aspetto ancora,

verrà il magico istante,

ti sento,

non sei distante,

 

tutto è possibile, fammi accendere,

 

paf! Scompariamo!

Dammi il verso di traverso,

 

fuggiamo lontano!

Un’esplosione di colori,

 

dammi per sempre il tuo cuore!

 

Fammi venire il brivido dorsale,

parla, sprigiona potenza,

orgetta ad incandescenza!

 

Fammi sentire l’incanto

fugace,

poi fermati e resta qua!

 

Luci soffuse e profuse

ed illuse,

 

ispirami con fascino turbante e gaudente!

 

Con un bacio

fammi disimparare la realtà!

 

Spogliami

di indumenti e morale.

 

Prendimi,

innalzami e innalzati al di là della verità.

 

Vedrai che l’universo,

la natura e anche tu

 

(follie sideree)

 

si muoveranno e ci proteggeranno.

 

Dammi

il sorriso più dolce,

svelami

la tua volontà!

 

Dammi

un altro abbraccio,

stringimi for ever

and ever!

 

Stuzzica il mio entusiasmo,

chiudi gli occhi e continua a cantar!

 

Portami lontano,

le spiagge inviolate da noi conquistate!

 

Sei pronta,

dai vieni,

io non posso più aspettar!

 

 

Scende già la sera

 

Parlerai un giorno con me?

Hai voglia di ascoltarmi ancora?

 

Il tempo passa,

dimmi se un giorno avrò te.

 

Credo che nulla sia importante

ma io non sono ancora finito,

l’entusiasmo è ancora in me,

 

freme ed arde l’inestinguibile fiamma.

 

E te ne prego soffermati,

non dimenticarti di me,

pensami se puoi,

abbracciami se vuoi.

 

Spero che un giorno tutto cambierà,

ti ricorderai,

stai tranquilla,

comunque mai mi perderai.

 

Scende già la sera,

va via un’altra giornata,

muto chiudo gli occhi.

 

Mille pensieri mi affondano,

i dispiaceri sprofondano,

 

tu dove sei? Io oramai che farò?

 

Lenta muore l’ultima speranza,

non c’è più luce né rumore

nella mia mente,

non c’è altro che non sia te.

 

 

Mia Regina

 

Mia Regina,

il tempo è inesorabile

e si spegne in me, sai?

 

Mia Regina,

ti ringrazio,

la paura ormai non mi spaventa.

 

Lo sai che le cose

spesso migliorano ed io credo

di aver scontato ormai le mie colpe

d’amore

con la tua forza ho studiato,

visto, sedotto e sconfitto l’abisso

ed ora sono meno di nulla e stremato

 

ma vivo.

 

Distratto dalla malinconia,

ti ho pensata e amata,

ti ho desiderata,

ed ora poso le mie armi,

 

hai vinto.

 

E ti ringrazio sai perché

non ho più motivo di continuare,

e credo che per sempre ti custodirò,

proteggerò e se vuoi taccerò,

 

sono padrone dell’infinito nulla

che è in me, e non c’è alcuna cosa

che possa distogliere il mio sguardo da te.

 

Mia Regina,

sono una musica fastidiosa ed inutile,

scompaio e non mi copro,

dissolvo me stesso in silenzio.

 

Mia Regina,

le parole sono tutto quello che ho,

non è molto, non è niente,

è tutto perso.

 

Spero non ti dispiaccia

raccoglierle e unirle al tuo cuore.

 

Nei tuoi occhi l’ultima speranza è accesa,

sei tu la mia forza,

io dal mio scranno disfatto

non ho che te.

 

E ti ringrazio di tutto,

ti devo la mia vita,

mai ti tradirò,

 

per sempre d’incanto ti ricoprirò,

le mie parole sono neve tra le tue mani

espandi la luce che ne riflette lieve.

 

Ed hai tutto ma ti prego,

ascoltami, io ti sto donando

tutto me e ciò che è al di là

di me stesso,

 

non rifiutare l’ultimo mio sussurro.

 

Mia Regina,

eccoti la mia eredità,

poche e stupide parole,

 

il mio umile amore.

 

 

Albero Romantico

 

Cosa farai se un giorno

ti volterai verso di me?

 

L’albero romantico

e sotto controllo lo sguardo.

 

Cosa pensi di me noiosa annoiata?

 

Perdo tempo tra profusioni e illusioni,

immagini tue, parole

ed aliti importanti di vento,

mi nutro di te.

 

L’inverno tende come le tue mani,

è un’astuta passione incantata.

 

L’inverno mente e lo sai,

passa l’anno, il fiore sboccerà? Scema,

mi stai guardando,

 

andiamo sono pronto.

 

Cosa pensi essenza velata? Il tuo sorriso

è chiaro luccichio intarsiato,

lascia alla porta il senso

e perdi il controllo.

 

Su letti invernali e silenti

perverse le tue mani sottili e intense,

io penso confuso a te

 

mentre tu guardi e sorseggi tè,

è al limite il godimento.

 

Non è descrivibile

allora posa la penna,

stendi le braccia,

muta sorreggi la guancia

e strizza occhi in disfatta,

 

è l’effluvio del piacere.

 

Non è concepibile l’intreccio,

tramiamo buffi complotti,

 

prendiamoci beffa.

 

Come sei romantica

ricoperta di scaglie d’incenso,

che portamento! Fantastica, stupenda.

 

È troppo bello, fa silenzio,

getta in aria il fiato e le gambe.

 

Il cielo volge il gomito

a mo’ d’indumento, muovi lenta

il viso, fa’ vedere l’esplosione

in trepidazione, non disperarti,

gemi, sono nelle tue mani,

 

scompare ogni pena, ogni dolore.

 

Dai bellicosa fai l’estroversa,

l’estrella, fai le moine,

che passione indomita,

che conclusione furbetta.

 

Che carina

indossi la scansata scarpetta

e le perline al braccio.

 

Ehi guarda che tempo,

mi bruciano gli occhi,

è il nostro inverno, il nostro vento,

il nostro spumeggio tiranno.

 

 

Inizia l’infinito stasera

 

Dolcezza mia preparati

al folle sbarco,

 

dio mio che sguardo,

quante mute parole.

 

Mia cara ragazza

suona distratta,

ti penso ancora,

ti guardo e ti voglio,

sempre vorrei

perdermi tra le tue braccia.

 

Amor mio!

È ancora sera,

candida atmosfera,

palpito celato

da un sorriso offuscato,

l’oscuro segreto che è in

noi scende come pioggia d’aprile.

 

Amato esserino buffo!

E la nebbia che viola l’anima mia

stende tra le vie il tuo intenso profumo.

 

Io qui for ever

a credere in te,

 

ultima lontana speranza,

freme la piazza,

 

spero che un giorno l’ora giusta verrà.

Tesoro indecifrabile,

protendi e schiudi le labbra,

quale parola potrà volgere

i tuoi occhi su di me?

 

Inizia l’infinito stasera!

 

 

Se il vento soffia

 

Se il vento soffia

sai c’è solo un senso,

un unico senso possibile e sensibile,

 

hai ragione potrei anche

risparmiar le parole ma la loro

inutilità è il mio unico rifugio.

 

Te lo vorrei dire ancora,

ma più il tempo passa

più mi spengo,

 

non la verità, non la lealtà,

solo un’armata spersa nel mio cuore.

Tutto l’amore, il fervore,

l’infinito che è in me,

resterà occultato e ignorato,

 

tra le nuvole la speranza sbrina

nel voltar pagina lo sguardo offuscato

si sofferma sull’ultimo rigo

senza la forza di accettarlo.

 

Cosa resta? Cosa ho?

Solitario tra i flutti del mare

a sollevare assurde declinazioni,

le continue tue intrusioni,

sei un’idea che mai morrà.

 

Tutto me stesso ed oltre,

te lo dissi,

bramo la tua eterea presenza,

ma tu non ci sei.

 

Forse un giorno,

l’ultimo senza te…

 

Io ti vorrei dire di aspettare,

di chiudere per un istante gli occhi,

intanto indifferente la folla guarda e passa.

 

 

Smorfietta seducente

 

Smorfietta seducente,

la tua carta vincente,

il labbro morsicato e fremente,

linguetta scollata.

 

Batti sul biliardo

le astute metriche

e poi ti dipingi il corpo eccitata,

tutto al suo posto,

 

le parole e piccole soste

d’amore nei rimandi

e pochi dorsi e pochi accalorati abbracci,

 

avviluppata sei su te stessa.

 

E smorza l’attesa il vento

e la pretesa fumo disilluso,

rinchiusi insieme eppur distanti

brilliamo desiderosi

 

e tu dici sono qua.

Il decolleté fa uno smacco

ammiccante e sognante

in un istante ci innalza

e tira giù la tua spalla,

 

è misteriosamente una tazza inclinata

ed in un sospiro svelata.

Tre punti,

 

vai tocca a me,

stasera ci divertiamo

togli pure le converse

e dirama il discorso in un bacio profondo,

il desiderio c’è, è in noi sai

l’encomio profumato

da moralità boschive

e saltimbanchi soli pretendenti

dell’ilarità, della sincera dualità

brutale e oltremondana,

 

così faccio centro

e tu ti lecchi le dita,

 

oh yeah!

Incroci e bazziche

non mi riescono ma a gradi

ti sfilo le illusioni perverse,

 

l’extension è rimandata a settembre

ma adesso pensiamo al qui ed ora,

 

costellazioni influenti

e virali beffe astratte e sinestiche

 

le tracci e hai ragione,

tocca a te,

declina in alemanno prebabelico.

 

Il sole tarda ad arrivare,

le spiagge lasciale stare,

stai meglio avvinghiata in pasta

di miglio fritta e imburrata,

 

il rossetto mangiucchiato fa stampo

sul campo stordito e i tuoi occhi sbagliano

il tiro centrando me e ridendo.

 

Ascolti i rumori,

i mercati rionali,

le viuzze serali romantiche

e mai dimenticate.

 

Pozioncina dolciastra,

imbrattata speranza,

il mondo pone altrove le premesse,

ma son comunque nostre le stesse.

 

E l’incanto non manca,

scherniti combattiamo,

le stecche stellari battaglie

spade tratte e pungoli sicuri,

colpi audaci al sapor di miele

e d’ambrosia, nettare condito

al maraschino e poi…

 

Lasciami due tiri,

in tutti i sensi,

dammi il punteggio scaltro

che porge al verbo l’orecchio.

 

E l’entusiasmo non manca,

non manca la dolcezza né la tenerezza,

le doti e il gessetto violaceo sulle guance.

 

 

O boh!

 

Parla di rinunce

e scalza tra i ricordi spalanca

pure gli occhietti, capelli svolazzanti,

cambiamo taglio per ogni cazzata

nel perfetto istante in cui

il nostalgico finir degli anni ’90 ha esposto

bluff e smacchi,

smack!

Puoi canticchiare,

 

passa il secolo e l’attesa,

lenta l’atroce clessidra parla

ormai in sordina, puoi vederla

o ignorarla o ignorarmi

o boh!

Anzi no!

Sorge il sole fulgido,

 

spasmo da risveglio mattutino

e biricchino,

 

che faccetta da carezza

e da sciupatina stretta.

 

La chitarra è frastornata,

ridagli fiato e taglia le corde,

suona me.

 

Che occhietto furbetto

dammi un bacio sciupaletto

e magicamente brucia il tropico

derelitto e sconfitto nel giacere trafitto.

 

Puoi consolarmi

con il madornale vino da strapazzo,

col sentimento,

col diretto canone inverso,

o no,

o boh!

Ah!

 

 

Allucinazione eterea

 

Il letto disfatto e tu

in preda all’ultimo spasmo,

silenzio perché

la penombra scende su di me,

 

che ti cerco sai,

un’allucinazione ed un’immagine

persa sei, mantieni tempo

spogliato e maledetto,

 

che disdetta.

La tua voglia dov’è, dove sei?

I misteri mi sbiancano,

le illusioni fioriscono.

 

Non credo più,

sono muto ormai,

cosa faccio? Nemmeno più lo so.

Lo sai sei dentro me,

impressa e trasognata,

svilita e ribelle,

un po’ più pallida e sghignazzante.

 

No, no, no,

non puoi svanire così,

se vuoi mira diritto davanti a te,

cosa vuoi che altro possa perdere,

non c’è più senso,

tutto falso,

 

anche te.

E il vento mi dà i brividi ancora,

mi eccitano ancora

anche due parole,

e di più i silenzi e gli sguardi intensi.

 

Cado per strada,

mi rialzo sai,

ma la tua mano dov’è, dov’è il sostegno,

dov’è il reale nel ricordo?

 

Penso oppure no,

cosa vuoi che cambi,

 

cosa rimane del nulla

che era solo altro nulla o meno,

verità fasulla, germoglio di betulla.

 

Dai divina

ignorami un altro po’,

fai pure la ola con le lenzuola

e scordati di chi non sai e non vuoi,

di me, spauracchio della sincerità.

 

Velata ti volti,

l’essenza è pronta,

pronto il resto,

immergimi e distruggimi,

 

di più non ho.

 

Poi flebile suono

tra le tue labbra voluttuarie,

e sì non ci sei,

no.

 

Vai lontana,

ritorni, ma sì che cambia

d’altronde, ti piace

vedermi come remoto granello

dell’ ultima spiaggia,

 

spargi il sale sui capelli,

fa come vuoi.

 

Le stelle e il cielo

già tremano al respiro,

 

oscillo in declinazione.

Questa mattina

è già uguale all’altra,

è una sera diroccata,

 

dillo se lo vuoi.

È sì è così,

l’oblio e lo sciupio,

l’ultimo gemito,

i tuoi occhi silvani,

infine l’ultima goccia di pioggia.

 

 

Assurdità

 

Assurdità,

è questo il senso del batticuore,

del lieto rumore,

 

la regione tedesca col tuo nome

è un ricordo che tu sai

e non cancellerai se nell’ignoto

sprofonderai,

 

come sei carina,

volti il viso batuffolina,

che eleganza sbarazzina.

 

D’altronde scorre il sentimento

nel silenzio lì vicino a te,

il ciondolino allibito

pone assunti dolciastri e frastornanti,

mi perderei tra le tue braccia,

 

ecco:

con noncuranza stringerti ancora

in ultima profonda istanza.

 

E tu straniera,

occhi dipinti e trapunti

vinti come il cielo blu,

un diadema sei tu,

 

ho trafitto e combattuto anch’io,

imbellettata sei l’incrocio

dello sguardo e il mio traguardo,

 

la mia verità.

 

Assurdità,

le mie parole,

le sue note,

i tuoi spettacolari intrecci,

hai sedotto e frastornato

il vespro antico,

succube anche lui

e tutta la realtà ricoperta

dalla tua apparenza,

dai tuoi colori e dal tempo,

 

sospesa sei tu come brina viva e fiera,

i tuoi occhi in su,

non capisco nulla più.

 

D’altronde piove,

la luna è stata mia compagna,

mia cuccagna il tuo sorriso

e l’occhio ora strizzato ,

allora consapiente e intelligente,

un orgasmo d’intelletti,

 

gli amorosi sensi corrispondenti,

le affini elettività.

 

Assurdità.

Uh il tuo entusiasmo è lo stesso,

immagino i baci,

migliorati,

 

un po’ dischiusi, estasiati

ed estasianti,

il libro si sfoglia con il vento

e resti in piedi,

 

il sussulto è un maremoto

spiegamelo collo sbieco seduttivo,

io sempre ti pensai,

 

la tua anima mai ignorai,

magari t’amai.

 

D’altronde l’arcobaleno

è variopinto e disilluso

come me inconcludente e sognante,

dai tuoi pensieri distante,

 

sono il messaggio sprofondato

in fondo al mare,

 

raccoglimi e cercami se vuoi

e chissà se la corrente mai

ti raggiungerà.

 

Assurdità.

La candela si consuma

ma la cera il mio sigillo imprime,

chissà se l’aprirai,

se ti volterai,

se il mio cuore ti rivedrà.

 

Assurdità.

 

 

Musica ancestrale

 

La descrizione di te

è catturar l’immagine

di un attimo impellente,

 

d’accordo, d’accordo, divago,

ma con un paio di parole

sembra già tutto più chiaro.

 

Puoi stendere le gambe

e riscaldarmi col fiato,

col tuo corpo, col tuo vento,

l’abbraccio già mi fa sobbalzare

e lento ti scopro,

 

che virtù la tua apparenza,

domina su tutto, la tua seduzione

 

è un sentire i tuoi capelli

quando sei distesa sul mio volto.

 

Mormori albeggianti fianchi

provocanti e ad ogni sussulto

alimenti il mio tumulto,

 

quindi desumo

dal brivido fibrillante della tua lingua

un fruscio di sensi e le labbra

perverse assaporate come ciliege etiliche.

 

Poi sfiori il mio naso ed inspiri,

vuoi prendere il fiato e reggere

capiente il bacio contenente,

un magnetico incrocio attraente,

 

ormai sono scoperti i gemiti,

profondi i gaudenti lamenti,

sfoggi la tua coda migliore

 

e riarricci le parole.

E non c’è vita che non sia plasmata

dalle tue dita, non c’è dolore

che sgorghi se più forte

stringerai questo mio corpo

adibito a prisma caro alle carezze

un po’ estroverse in ondulazione fremente.

 

Ed espandi questo irto barlume trafitto,

d’altronde se condisci con le note

una sensazione

l’armonia stellare ci unisce

in conclusione

e con i fremiti svanisce ogni pudore.

 

Adesso lo sai,

un’altra boccata della tua essenza

provocante e pura,

 

faccetta angelica dallo sguardo

stuzzicante e dalla natura magica.

 

Ora mi copri la bocca con le dita,

poi le spogli di petali

e la sfiori con la tua,

 

il bello deve ancora cominciare,

vai con il sospiro micidiale,

colla guancia sul guanciale,

infiamma l’altra ed ardi me

poi chiudi gli occhi.

 

E getti all’aria le palpitazioni

e le illusioni,

il mondo si inchina ai nostri voleri,

siamo noi l’universo e il nulla,

il vuoto e il tutto,

l’infinito e l’ignoto.

 

Dai è il momento di tacere

perché di ciò che c’è in noi

nessuna metrica

né nota né segno né simbolo

può descrivere lo sai già

ciò che percepiamo

è esso stesso musica ancestrale,

essenza divina,

scintilla primordiale.

 

 

Ultimo decennio ovvero nuovo millennio

 

E il caschetto si impose turbato,

rimasuglio del passato,

che carino, vetrata obnubilata,

fiato mio sul tuo collo.

 

Un po’ di pioggia,

ci vuole,

 

novembre nostalgico,

 

dicembre figlio della genesi.

 

Il potere abnorme

sprigionò dalle mani possente,

vita ed ordini repentini,

sogni e capelli spazzolini.

 

Un ciondolo di fumo,

tre grammi rivoluzionari,

rasati ai bordi,

tanti ricciolini spumati

ed ebbri d’oro bianco.

 

Non c’è scampo,

alziamo gli occhi,

prudenti soffochiamo

il fremito del danaro,

possiamo avere di più

e sfogli i pensieri fissanti

sentieri cavalcati da braccia resinate,

 

e se ti poni altrove

qualcosa la ottieni

o perdi tutto e rovini a terra,

sei nulla e non c’è pietà.

 

E quando ormai è scorso il tempo

getti l’ultimo fiato,

inspiri e trattieni secernendo rimorsi,

 

e sei a bordi,

la tua ultima speranza

 

è un ciuffo calato sugli occhi

e ti sembra che infondo

non tutto sia andato perso.

 

 

Sui bordi di un fiore

 

Sui bordi di un fiore

piangi e dormi,

 

respiri bellissima e pura

pensando all’attimo

furbetta fingi,

 

ogni giorno la stessa storia,

qual è il problema,

l’onirico sistema è scardinato

e sparso incantevolmente,

 

ami una parte del tutto

infatti sbatti per sempre le palpebre

che ricordi, ricordano me.

 

Com’è languido il risveglio

stanco, esplode un fremito di pollini

 

tra te e il cielo sigilli

e suggerisci tre metri

o altre banalità,

 

vai gira la chiave e gettala

in una pozzanghera di bitume,

 

sei felice, che ne dici?

 

Due palpiti

e tre onde violette e clementi

ti porgono ossequi,

mira el sentimento,

como si fuera la ultima vez,

 

pendi atroce, sei felice allora?

 

In me preziosa e vorticosa.

 

È primavera, dunque

e il mondo risponde, tu non hai domande?

 

Hai comunque il vestitino

comprato ieri dall’antiquario,

 

sei ancora così precisa

verginella in bilancia,

casta meretrice orgiastica,

 

prendi me serva di Lilith

dagli occhi cobalto o nichilisti neri,

dall’iride in trasformazione,

 

hai un paio d’ali madornali

e immisurabili, soggetti solo a capienza

in metriche musicali,

 

è questo il senso? Sei felice?

 

Vuoi proprio saperlo dici

e sorridi

poi distruggi e sormonti

la volta turchina di spasmi

e gemiti mattutini,

 

sempre stai sospesa lì

e scivoli sul petalo,

oh dio, prolunga un po’ la vocale

o fa la dieresi o stroncala

completamente oppure batti l’asticella,

 

sei felice, dici,

e scarichi bolle di sapone,

sei lì per me sorvegliando

l’ultimo pensiero

e l’ultimo otre di sorrisi,

 

oltre la vita,

molto oltre ma ancora lì,

 

e parte il bacio.

 

Sei sì dialettica sintetica e sinestica,

apri le porte della percezione

e sciogli le catene

e sei ancora felice, felice

consolata da un sorso

di tè selvatico e aromatizzato

da versi intarsiati di miele,

sei lì per questo,

sei lì e tiri su,

sei barlume e ombra,

sei lì distratta e affondi

l’ultima armada possente,

 

sei vocio interiore confuso

col pensiero ed elettromagnetico,

sei l’aurora del domani,

 

sei bolla d’aria tra rossetto ed incisivo.

Amorosi intrugli silvani

La Seduzione di Merlino; Edward Burne Jones; 1874

 

Dicembre Bavarese

E dai,

non lo so,

cento grammi di follie

sotto il campanile del cielo,

credo sia impossibile

interloquir con te compiutamente,

 

facciamoci un’altra pinta,

folleggiando,

Monaco e la Baviera conquistati

solo per te.

 

Pongo lieve assedio,

 

tu altrove volgi lo sguardo.

 

Ah che gelo,

è quasi inverno,

fallo ancora,

carezza inumidendo le labbra,

linguetta accorata e accaldata,

frescura umideggiante.

 

In più

assumerò

emissari scaltri ma inconcludenti

perché da te intuiti,

o sì,

magari già,

ero proprio io mascherato da velo squarciato,

 

addenti di soppiatto

quel dolcetto nespolato.

Ti asciugo le gote,

 

tu scarichi in sbuffo indolenza su di me.

 

Ti accarezzo la fronte,

 

tu stendi le dita sull’invisibile piano.

Oh, teresettamente guardi,

 

io ti cito il canto della malinconia,

ma chi sei tu intermittente membrana,

 

seduta resti ancor sulla panchina.

 

 

Campanellini

 

Dolce amica

guarda questo promontorio steso.

 

Campanellini.

 

Dolce inabissata

piangi tra sollievi

spumati qua e là.

 

Campanellini.

 

Vorrei disegnare incautamente

la veduta sannita

per porger il limite più in là,

 

questa nostra spedizione senza fondi

né bottiglie,

un paio di pall mall,

nell’istante dello sbuffo

il naso tuo sfiora il mio,

 

dimmi se hai scalfito

il canto restio.

 

Campanellini.

 

Dolce scapigliata

sciocca e astuta

ti copri di sabbia.

 

Campanellini.

 

Dolce scalmanata

prestami le borchiette.

 

Campanellini.

 

Vorrei tanto porgerti

le mani sulle spalle,

intelaiare quel tuo braccio,

renderlo a ridosso

di uno spettro

che se c’è magari batte i colpi

ed io ti sbatto sul verace giaciglio,

 

non so se hai reso l’idea

confondendo l’ondulazione delle mani

coi tuoi occhiali inamisati.

 

Campanellini.

 

Dillo ed esponilo,

vai tranquilla che ti ascolto,

parlami di te per allegorie,

poni a due passi le pazzie,

oppure taci con abilità.

 

E vorrei sognarti

desto in conclusione

ricattatrice d’amore,

scribacchina viola del rancore,

smozzicante sentinella d’ardore,

 

forse hai gli appunti.

 

Hai scoperto il nascondiglio

del mio cuore

ed hai appiccato il fuoco,

 

casomai te ne pentirai

allestirai un paio di tempeste,

tanto la natura

aspetta i colpi della tua bacchetta

per vendetta,

 

oh che disdetta

lo hai detto

non ce l’hai!

 

Ipazia Palladiana

 

Come mi vedi

anelito del mare?

Scopri le spalle,

dai,

scorgimi gli affanni.

 

Un capriccio al di là della soglia

dell’amore, una simpatica

disquisizione sulla noce.

 

Sei stata bistrattata come il sole!

Albigese!

 

Spaventami dai un po’,

porgi in scacco i passi,

delle tre essenze poste

scegli la seducente,

frescura dal palato magico

e ignorato quel portamento

furbettino

e il mal d’aria

che ti scaglia

i carmi nel padiglione.

 

Sei svogliata e innamorata,

ma di chi?

 

Sei sciupata dal ricordo

e dal mio conforto!

Catara arresa!

 

Ipazia Palladiana

mi scrolli due note legate,

stupenda assolvi

la tua parca funzione,

 

l’intruglio di lumache

e acqua tofana

è il tuo cocktail migliore,

 

ah belladonna,

viola del pensiero.

 

Sei imbrattata della schiuma

nella sala!

 

Sei oriunda e romita

ma orientata!

Pura cortese!

 

Sei svestita

sotto le stelle

come orionica danzante!

 

Sei trapunta

delle scorze di limone

e di melagrana!

Docetica apparsa

 

 

Amore del pensiero

 

L’inverno sboccia cauto

tra i rami,

il riflesso del mio cuore

tra le tue dita,

e scrivi d’amore

senza fronzoli di sorta,

affidandoti al Fato stolto,

 

oh la volta cobalto!

 

la luna!

 

E tu.

 

Tu piccola dominatrice

umile con lo sguardo fiero.

 

E me.

 

Io alla porta,

chino con sparsi i fogli

tra le placche del marmo.

 

O piccola aiutami

a metter ordine.

 

Oh cielo!

Non ricordi il nostro rifugio?

 

E socchiudi la porta,

hai focalizzato gli occhi,

mi hai carezzato gli zigomi,

ridato luce alla mente,

pizzicato la tua arpa

senza profferir parola,

 

posta sul capo la corona

e non sai più cosa cerchi,

cosa vuoi da te,

si riapre da sola

la porta

e non ho vie di scampo,

rifuggo nel tuo sguardo,

sai sono sperso anch’io,

 

tu,

tu piangi,

tu mi osservi

e piangi,

 

ti guardi allo specchio

e pensi al futuro.

 

Non stai sbagliando,

la via è quella giusta,

mia cara, penso a te,

ancora a te,

mentre da lontano guardi oltre,

ti asciughi gli occhi,

riparte il palpito

mai interrotto,

 

ci sei,

tu ci sei,

lo sento,

lo scorgo dall’orma sul muro,

dal segno indelebile dello spray,

dal vetro della finestra appannato,

dall’umido della fronte.

 

La porta si richiude,

non ho che te,

amore fugace e perenne,

indenne esposizione

di fiori raccolti,

crestomazie

dal sapore di fiele

 

e inizia l’amor mai finito,

l’amore germogliato

dalla brulla e spoglia diramazione

del ligneo tronco,

 

il fiore invisibile e meraviglioso,

quel fiore invernale

che scorgono solo i miei occhi,

che scorgono solo i tuoi occhi

e resto ancora alla porta,

con te,

 

amore dai lucidi capelli,

oh sì,

amore del pensiero.

 

Sorge una stella nel tramonto

 

Sorge una stella nel tramonto,

il mio cuore innanzi geme,

alma serafica

non sei affianco a me,

dove sei ragazza mia?

dove sei?

E chi c’è con te?

chi ti stringe le spalle?

 

Lo sai che sei,

sei la sorgente

pura del mio spirito,

dentro me sospiri

e candidamente scosti l’aria,

 

che movimento puro,

che disincanto sospeso,

che pensiero disilluso

amor mio,

 

la vita non ci dona

la candida rosa,

la scorgiamo solo da lontano

come emblema

del nostro cuore. Il sapore del vento.

 

Ticchettio mio dove sei?

Amore livido e seducente,

 

dove sei mia attrice,

lunare effige plastica,

ciondolo siriano al collo,

mio speciale barlume lieve,

tu dispetto buffo,

paonazza e bronzina gioia,

goccia vespertina,

acrilico scardinato

ma possentemente intriso,

musica dolce nelle vene,

sole notturno e gelido,

melodia stampata indelebile

sul vetro.

 

Sorge una stella nel tramonto,

ti amo credo

e te lo dico senza perifrasi,

tanto è come staccare un fiore

ed annusarlo, lo sai che preferisco

contemplarlo e immaginarne l’odore,

ma stasera sento un tepore

che dai polsi mi invade la schiena,

scende a perpendicolo

e mi scuote il capo,

ti prego, vieni qui con me,

sogniamo insieme nella radura,

so che ci sei,

so che verrai,

se sei mancata a tante albe

non potrai dimenticarti di me

proprio ora che riscende la notte,

sì so che verrai,

 

sarai qui appoggiata

alla mia nuca,

noi di spalle

gli un gl’altri

a guardare il cielo

e poi chiudendo gli occhi

a raccogliere l’attimo profondamente,

trattenerlo e non perderlo più,

per sempre insieme.

 

Ti amo, ti amerò per sempre!

 

Sorge una stella nel tramonto,

senza di te la rimiro e penso,

dove sei ormai non lo so,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto,

vago in speranze lontane

con te distante, mi volto e piango,

tu non ci sei,

 

sono assordato da questo silenzio,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto

ed alzo le mani,

saluto e scanso le foglie caduche,

ti attendo e mi asciugo gli occhi.

 

Amazzone

 

L’eco lontano

rimbomba tra le stalagmiti,

odore di fumo e tamerici.

 

Nostra dama sull’orchestra,

oscura e viscidamente funesta.

 

La gabbia dei sinceri addii

che tristi rotano lì intorno,

 

la fiamma dei cabalistici ulivi.

Follia e Dionisio,

 

vivi nelle vene

e nella scure,

amore bazzicante.

 

Sento la forza arcana,

la potenza ancestrale,

la violetta scismatica ragazza.

 

E poi l’incanto dei pensieri,

scuri dal sapore lieve.

 

Amore,

dici a tua volta,

il maestrale nostrano

non è la furia scandinava

dei tuoi servili temporali,

succubi domani deleteri.

 

Sei stupenda

scandita dalle percussioni,

sbellicata dagli archi

e dai mesti sultani

che si inchinano

e che fremono al tuo giacere.

 

Io sono qua,

l’alba dell’età,

l’anima del sagrato,

l’ombra del segreto.

 

E non ho le seducenti mani

a tempo sul ripiano,

sgomito nell’altopiano,

banalizzo i sentori

dell’incauto oltraggio.

 

Sei di sbieco senza fiato,

sei svilita e xilofonata,

 

spiega e metti in piega,

subisci pure gli odori.

 

Sento un po’ la pioggia

e non ho quel gomito carnale,

quell’archibugio astrale,

quel rimpianto sconfitto,

quel petto trafitto.

 

Resisti a quel sopruso,

mangi pane e burro,

 

scruti la soffitta

e non è eclissi il sole nero,

 

l’atomo del vero.

 

Ti ricordi ancora,

 

ho lacrime d’assenzio,

germoglia lo smeraldo,

travalico i monti,

 

ti guardo negli occhi,

la mia testa sul tuo pallido petto,

rosa ebenacea sul mento

e cuore in fermento.

 

Oh godo alla vista della luna,

oh godi al verbo incarnato,

trasfigurata effige catara,

provenzale sonata,

tubinghese teologia,

atavica pazzia,

orda indoeuropea stanziale,

cornuto vitello d’oro,

taurino messaggio,

belante miraggio,

allucinato istante bendato.

 

 

Ludica la sinfonia del giglio sotto assedio

 

Ludica la sinfonia

del giglio sotto assedio,

adornava di scalzi misfatti

la seducente sagoma,

 

lati obliqui

e servili inclini

all’inchino pianeggiante

mostravano intrepidi

fermenti bellici,

 

slacciando le vesti

e tu ti spingevi

oltre la guardia

lasciando intuire

mistero e fermento,

 

sincero cimento.

 

Maglietta rossa,

lastricato,

poi pioggia,

infine livore.

 

L’importante è espandere la mente,

come se fosse l’universo

che si avviluppa non sviluppa

ma statico volge centripeto

verso il vero,

che è sempre esistito,

non si è trasformato,

non è stato creato,

 

Dio immanente

nell’universo finito,

dov’è l’infinito?

semplice,

immagina il tondo talismano

se ellissoidale

assurge a gemito temporale

kronoide baalico!

 

Indotto in meditazione

al quanto soggettiva

divenivo oggetto,

quindi persona

anche se sembra paradossale

ciò è reso concreto,

 

come?

 

Eh eh,

sono i tuoi occhi. Saltimbanco

romano

alla corte del pontifex maximus,

se non fa ridere allora

allestiamo un rogo,

incendiamo ‘sto lurido rovo,

depuriamo,

chiariamo,

cioè diveniamo oscurantisti,

rosacrociani,

 

oppure andiamo a quel paese,

il paese del miglio,

patate sbucciate,

canarini e sottane.

 

Volgi lo schiribicchio di rame

verso l’infuso sopito,

mettersi l’anello al dito

oppure lasciarlo ciondolare?

da Angelica al rimpianto incatenato e furioso sesquipedale

 

L’importante è frastornare,

due o tre sofismi,

in santità velate,

 

devi sapere che dalle parole

è nata la vita,

 

la vuoi la scintilla della materia,

eccola perché dunque ecco il verbo.

 

E, dici,

la materia inanimata?

 

Dai ti rispondo,

bios è anch’essa,

l’anima è ovunque,

non perdiamo alcunché,

non mi credi? Allora sovverti

un altro po’ le coperte,

 

agita le lenzuola,

allestisci laude colline,

vitigni toscani,

scaldini equatoriali

 

e se arriverà la penombra

non mostrerò indecisioni.

 

La vedi la pioggia?

Batte ora più forte!

 

 

Crolla l’Impero

 

No, non c’è barlume,

siedo sulle scale,

ti vedo silenziosa

carezzare il naufragare

nei pensieri,

 

le oscene scene,

la nostra stella.

 

Arde a tempo,

arde fuori l’arioso

e freme. A me,

a me echi ancestrali,

a me, potenza indomita,

 

a me.

 

E dalla sera

sorbisco i dissapori,

le scarpette fulgide

alla porta, entri? si dai entra pure.

 

Tu cosa vuoi?

Tu che non piangi,

tu che respiri col dito,

che sei di là,

lontana ma ferma

all’uscio timorosa

e ardita,

 

faccetta di neve.

 

E ti scordi di nuovo,

ti viene da ridere alla follia,

simultaneo il sopruso,

lo sberleffo

e mi sbatti

nelle segrete dell’animo

senza pietà alcuna,

 

senza gravami,

senza retori

che esplodano sermoni

o arringhe

di ogni branca per me,

tu credi invece parli

dell’autogemmazione squamosa.

 

Eccoti qua, eccoti qua,

sei venuta guardando ovviamente

altrove,

 

non ti degni nemmeno

di entrare

accenni già di andare via,

 

di fuggire con altri valenti

e beffardi segreti di marmo

come gli occhietti vivi

che sfiorano e non si riposano,

 

che vedono tutto

ma non scorgono

il particolare,

 

fai ancora le tue belle generalizzazioni

ma dimmi,

la rosa non è meglio

della distesa verdognola

intorno che la contiene?

 

L’intorno d’altronde

ausilia soltanto

la definizione del limite

ma la stessa sussiste

intrinseca solo nei petali, sai.

 

No, dov’è la luce?

dov’è il sole? dov’è il cielo?

 

Non c’è speranza ahimè,

la scala crolla

mentre rovino con lei,

 

futile oggettino antico

nel postmoderno,

 

nel ripensamento inutile.

Noi, mai più noi,

 

anzi mai e basta,

non c’è mai stato passato,

soltanto gemiti,

le lacrime dal cielo carmini versetti.

 

Sento già

che non è perduto

ciò che non si è mai avuto

 

ma la libertà,

lei è in rivolta

e non resiste alla rappresaglia

del potere quieto e subdolo,

 

cerca un appiglio

e stende le mani tese

alla volta turchina,

 

nuvole rade non ostacolano

il gesto ribelle,

 

il giavellotto o la torre

dalla unica voce,

 

la piattaforma della pace

svilita dai nostri rimorsi,

 

dall’albero dell’amore,

dal frutto di sapienza

ed il gusto di reciprocità

e rispetto

trafigge non il nemico

ma il nostro stesso petto.

 

Ci sei o no? Diamoci la mano,

varchiamo il confine

anzi con la gomma pane

smacchiamolo e poi resettiamolo,

siamo qui per questo,

tu già lo sai,

il tuono non spaventerà

la moltitudine sola, dai.

 

No, non c’è pietà,

in eterno esilio

dalla verità,

 

le camice sulla cruccia

accanto alle scarpe.

 

No, non c’è lealtà,

dove sono finite

le armate invidiate

e indistruttibili? A vele spiegate

tutti scappati.

 

Arde, arde e freme,

la città,

fiamme a gola altezzosa,

 

via, via l’umiltà,

non c’è pietà.

 

No, non c’è dignità,

tu te ne vai,

e così finisce quest’istante.

 

No, io non me ne andrò,

solo resterò

ma con te affonderò.

 

Finisce il tempo, crolla l’impero,

crolla l’impero.

 

 

Astri Estrosi

 

Tu,

specchio,

valvola trascendente,

tasto d’avorio,

scala in si minore,

giro ossessivo,

armonica compulsione strumentale

 

e la testa sotto il cuscino.

 

Tu,

 

tu già lo sai,

sulla sponda del molo

sfoglierai la luna,

 

oh frastuono di miele,

oh onda spumeggiante

e lastrico di schiena bianca,

tondo violetto,

 

clavicembalo alato.

 

Sto con te amore mio,

guancia a guancia a fissare

impietriti il mistero,

e arriva il do,

 

hai voglia delle mie labbra,

 

mi sussurri.

 

Oh, i tuoi capelli sul mio petto!

 

E non hai l’ortica istigatrice

sul ventre, continui.

 

Sarà il nostro segreto

l’aurora,

 

vaneggi mentre protendi

il tuo dito serrante

sulle mie labbra.

 

L’albero esplode

di vigore nei tuoi giardini,

 

sono tuoi gli altarini.

 

Ascendo tra le foglie,

sono superba,

 

strafai.

 

Astri estrosi

incrociano i nostri sguardi

mentre li orchestriamo,

 

accordiamo le falle,

nessuno può fermare

il nostro palpito furioso,

mai,

 

la tua veste candida

sotto assedio,

 

mistero di vetro è questo,

 

cristalli condensati nel tempo

e rimessi al vento,

rimessi al senso,

 

assi e travi urbane

a sostegno dei giorni,

 

paonazza sei, ragazza,

affronta i ridenti,

angosciosi fermenti,

lividi inospitali

sul polso violato,

 

docile riporto,

matematico sfregio naturale,

vasta alleanza sui binari

dalla fiamma antica

della fiamma amica.

 

Bacchetti la corda

con forza tra le nubi,

 

vai mia piccina instancabile,

continua a suonare,

le carte le puoi giocare tranquilla,

 

sono paziente,

squarcia il velo orientale

dell’illusione,

 

e sorgi luna

in luogo del sole,

 

ridona la potenza

alle selve,

 

riaddenta la mela,

 

volgi lo sguardo alla luce,

 

un lieve sentore

sobbalzerà in te,

serva e padrona d’assoluto,

maestra e scolaretta,

 

demone angelico.

 

Astri estrosi

ruotano intorno

mentre scriviamo,

il piano stonato,

la vita nostra sintomatica

svilisce il potere superbo,

 

sorge per sempre

il bagliore pallido,

nell’abbraccio possente

 

fondiamo e creiamo

staticamente la sostanza.

 

 

Serenellosa

 

Il carillon suona,

ostile, incantata e stupita

sorseggi il tuo cioccolato bianco,

 

nessun rimpianto

visto dal rifugio,

 

quel cantuccio caldo

 

magari toscano.

 

Pioverà,

già un po’ sgorga

la serenità,

sole spagnolo caliente

e sordo,

calante

 

e l’astro nascente,

dio mio che caldo,

 

dammi un beso

però serrato.

 

Prendi il panteismo,

va bene,

ma fa comunque troppo caldo,

 

due scritti di Coelho

magari pleonastici.

 

Ermete Trismegisto,

dai punta all’Egitto,

mentre intrecci

la tua collanina di perle,

 

bella, grazie, è per me,

iridea oserei dire,

 

un po’ di impasto

e il dolcetto è arabico,

 

caramelloso il tuo leccalecca,

 

il piercing e l’andatura da emo,

ti lecchi i baffi invisibili.

 

Riccettina vola,

dolce ausilio viola ondaccolante

 

dai, mentre afferri i soffi incliti,

il più bello si confonde

col tuo cappellino viola,

 

sei un uragano ottagonale,

allucinante l’orecchino

da circo,

 

togli le converse

e sfreghi i tuoi piedi,

 

la scintilla è la risultante

algoritmica ed oligominerale

dell’animo.

 

E lo scherzo

sembra quasi finire,

 

il maestro è furioso

perché non rispetti i tempi,

 

allora dimmi

che hai un bel gattino

arruffato e sbadato

che ti mischia le carte

 

e proprio non puoi studiare,

 

passa ai canditi,

formaggio filante,

così dai un bacio

al sapor di big babol

 

al tuo finestrino

nel traffico volgare e irreale,

diciamo va’, nuovamente sesquipedale.

 

Serenellosa la serenata,

scorgo la luna,

stil novo partenopeo,

 

e tu fai le bollicine

non di sapone ma di tè.

 

Boccolosa doppio malto

e chiara,

 

mostrami la strada,

toh che carino il braccialetto!

 

Scarti qua e là,

dormi dai un po’,

ti carezzo la coperta,

e la scorza zuccherosa

nel palato stringe

il fiato universale,

 

così poi tu puoi tranquilla

far l’elastico filetto gommoso,

 

l’impronta del tuo rossetto

sulle mie labbra.

 

 

Ohibò

 

Avessi fiato parlerei di te,

magari in barca

solfeggiando il golfo

costeggiato ed ingolfato

veicolo stellare,

 

la sabbia che sporcò la stiva,

 

vestigio umano

del ricordo,

 

padroneggi con rispetto

il mio timone,

nocetta buffa,

 

vocetta candida e serpentina

cassi le mie casse

con rinvio, formale l’errore

illogico il dolore,

 

manifesto marxista infondato.

 

Accendi la siga e tiri sorridendo,

il tuo fumo appanna i miei

occhi portali,

in sogno portuali

 

appigli sepolti

e sepolcri, spogli nichilisti

da canarini che tu sai,

 

sbottoni la camicia in trance,

meditazione ondulata,

 

e già!

 

Dagli un nome a ogni creatura,

va be’ ma questo è proprio orrendo

nomoteta arruffata,

il suono fonetico deriva

dall’onomatopea,

fumetto primordiale e astrale,

 

studi la parola e allora,

perché babeli ancora?

 

Il gruppo clanico

cambia forma

non sostanza né apparenza,

 

vedi l’allitterazione

tra suono naturale

e pronuncia umana vocale,

costante consonante,

impronunciabile e sonante,

 

il nome di dio lo puoi intuire,

e la cravatta non ce l’ho.

 

Un altro paio di tiri

perché me ne lascerai due,

già lo so,

mi offendo così però,

 

contrasti la trinità,

la verità non è duale

o manichea,

ma unica

perché il dispari alla lunga

fa unità,

 

l’infinito è un otto capovolto

anzi diciamo steso tramortito,

pari ma impari

dunque impuro,

 

cadi in contraddizione,

accendiamo un bel falò

e ammettiamo l’inesistenza

del pari allora.

 

Piangi ma che fai?,

ti disperi,

in realtà mi accorgo

fingi e poni il piede sinistro

in avanti

il destro ben saldo

e dai fiato al fumo:

 

esiste tutto quanto,

il pari in realtà

è disparico in disparte

quindi dispari se si completa,

dunque il pari è parte

del dispari risultante

e di conseguenza l’infinito

finito incompleto.

 

Ohibò!

 

 

L’intro pensa se stesso

 

Ti incontro, ti scorgo,

vedo i tuoi occhi spalancati

e abissali,

 

sorridi,

e poi…

 

Insieme tra le gemme,

il silenzio intorno è irreale,

 

innalzati io e te,

tra i segreti nostri

 

domani imperscrutabili

ma chiari,

 

comunque vividi

per noi che siamo…

 

voltati guarda,

spacco in sezione aurea,

le mie valige,

la tua effige plastica.

 

Tic tac, tic tac.

 

Noi qua,

 

faccio il suono vocale più intenso,

si presta meglio,

 

canzone che pensi te stessa

vai, il progetto

sentimentale assoluto,

 

karma intrinseco,

e piangendo sdruccioli

ciò che c’è cioè,

 

non so,

perché il ritmo incalza,

o amor e viaggia

la mente lungo i nostri boschi,

 

le bianche nubi cherubiniche

metalliche

dove finalmente trovi

l’accordo fatale,

l’altisonante verso vitale,

 

e vai via,

resti qui comunque sai,

 

e poi in ogni caso materialmente

tornerai, fiduciaria del cuore,

vassalla dal sapor di neve,

riccetta ammiccante,

 

e riparto in sol,

 

vado verso ciò

che non so,

 

la simpatia e l’intrigo

tra me e te,

 

mostri pietà.

 

Va, lento va,

il motivetto che è un passante

battuto e infreddolito

che si avvita sulla scala

metafisica e lo vedi meglio,

 

la testa è capocchia

di fiammifero rubino

e poi il din don

ticchettante.

 

Tac. Tic.

 

Urticante amica,

bruciacchia il naso ardita,

vai cambia tonalità,

 

le sentirai le mie storie,

sono simili a ciò,

linee melodiche che si rincorrono,

si cercano,

si scrutano,

poi infine al momento

di accostarsi,

 

senti là il sapore

del bacio quasi vicino,

 

prossimo,

 

senti il fiato sul tuo,

vorresti incrociar le labbra,

 

ma il dito continua a salire

e discendere,

 

sembra lontano,

ma ci distraiamo ed è scintilla!

 

Ah passione!

Vampa umida elettromagnetica

in corrente,

 

vero archè,

l’energia secerne,

potenza cosmica,

 

vero archè

dunque il bacio

 

e lo sai dura un istante,

 

il verbo del principio

insufficiente, si arresta il sistema,

non è attimo,

non è tempo

è nuovo logos,

è senso della vita,

anima, spirito

dunque anima in azione

e materia a un tempo,

 

genesi ed epilogo,

punto immisurabile,

scena indipingibile,

melodia appena intuibile,

 

infinito!

 

Ah passione!

 

Dionisiaco, apollineo

e poi hermetico,

 

potenza dell’amore,

vaso colmo

e vuoto di ogni nulla,

 

arcobaleno a banda

da tredici colori in filigrana,

 

bello e buono

a un tempo,

 

essere e dover essere,

 

immanenza e trascendenza.

 

Ah passione!

 

Veemenza e temperanza,

riso, pianto e poi sorriso,

liturgico ed orgiastico,

canone, precetto, disciplina,

volontà e azione!

 

Ah passione!

 

La pace!

 

 

Evanescente il dolore spento

 

Evanescente il dolore spento,

la rosa dischiusa in silenzio.

 

Dolce effusione

mentre fissi la tela.

 

Vorrei scrivere effluvi,

vorrei partecipare al simposio

tracimando lo spirito.

 

Sognami.

 

Quel canto elevato mi scuote.

 

Granelli tanti

quanto i giorni in giovinezza.

 

I segni del tempo

sul volto cedono

alla potenza del bello.

Le palpebre sbattono al vento,

 

portoni di cortine incartocciate,

sbadate e sincere

mentre studio i tuoi sguardi

di sbieco,

 

tu assisa sul bordo

della fonte centrale.

 

Ragazza guardami ancora,

sono nel punto genealogico

delle realtà oniriche,

 

ditirambica, filippica,

estrosa e sofista.

 

Tu, prediletta dai numi,

il mio fiato è per te,

 

io frollerei solo

per un tuo fugace approccio,

 

uniti, indelebili,

te lo ridico, sei la voce

che da corpo ai miei pensieri,

 

la tua essenza mi guida

solingo con verga e lanterna,

ed io non posso tradirti

o abbandonarti, non voglio.

 

Sussurri come brezza d’inverno,

la tua voce non copre il gemito,

 

lo vuoi il mio cuore?

 

La mia anima?

 

Il mio spirito?

 

Il mio corpo?

 

Materializzati allora

dolce eterea,

 

la tua voce intensifica il suono,

diviene strumento essa stessa,

e allora drummeggi e sorridi.

 

 

Iannara misteriosa

 

Proclami l’inverso

come assorta,

l’incubo si raddolcisce

in un istante,

 

l’eremo tra la vivida

vegetazione,

 

l’ermo domani.

 

Imbellito il vascello

dei pensieri,

l’ultimo eco è risuonato,

dardi di fuoco in campi di spine,

 

non diamo spazio abbastanza

all’incanto del dominio

senza armi e armature,

con egide dagli occhi gorgonici,

 

nemici atterriti,

la spada del verbo,

la ruota dentata

con te minacciata.

 

Iannara misteriosa

vai senza aspirare,

 

fuma tossendo,

precludi un assedio,

 

tranquilla, l’aurora è vicina,

già vedo venere e luce

dell’angelo ribelle,

 

già vedo il fuoco

e la maledizione, il grifone

che rode la bile,

incessante il dolore,

 

ciclico il riapparire

con fasti dionisiaci,

 

con mandrie gelate,

o dissi offuscate (?!?)

 

il frutto e la conoscenza,

cioè consapevolezza

e libera scelta.

Poi il brivido dorsale,

certo ci vuole,

 

e ti affanni a rinsavire,

vorresti trovar la formuletta

anche per questa sconfitta

benedetta,

 

allora ti alzi austera,

aspetti i canti di gloria,

 

le sonate del furore popolare,

dell’arca trainata,

 

tale sembra il tuo

perverso sortire.

 

E mugugni trasognando

nel vuoto della stanza,

la radio a mille,

a mille il cuore,

 

lo tracci un sorriso,

cominci ad inveire,

a spegnere il verdetto di fuoco

coll’umore del corpo,

ti arresti improvvisa,

 

la pelle che freme,

la luce che accenna,

spegni la lampada,

scaldi le gambe col fiato,

slanciata in avanti

coi muscoli tesi,

 

gli occhietti furbetti,

 

la piazza in fermento,

 

l’odore di polvere e vento.

 

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti verso il tramonto

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti

verso il tramonto,

ampiezza frontale e vigore,

radure di primi eredi edenici

incontaminati rubicondi

ma pallidi, nubi

intorno alle loro parole,

 

eroi dimenticati,

gelati,

equilibrati,

 

ragazze avorio ed oro bianco

sui ciondoli e il volto vitale,

 

lo slancio floreale,

sonate martellanti

ed echetti in falsetto,

 

marce di pace.

 

La falena variopinta

sulla spalla,

 

l’anello intarsiato,

coleottero libero.

 

Nella vasta distesa

verso l’ignoto,

l’indomabile vuoto

sarà colmato,

 

il messaggio di speranza

proclamato,

 

gli strilloni in silenzio

loquaci mostreranno

il percorso di verità.

 

Urlettino soave,

scisso sensazionale Liocorno,

 

regno dei magi,

 

foglietta di sapienza autunnale

col verde scalfito dal viola

di transizione e rivoluzione.

 

Proseguiamo io mesto,

non indugiamo l’orizzonte è vicino,

la ghiacciata terra

a tre lati sul mare,

la caliente terra

a tre lati sul mare,

l’una di fronte all’altra,

 

scindiamoci,

 

istruiremo in conoscenza d’assoluto

la rozzezza,

la lotta armata scomparirà,

muta si dissolverà,

 

diremo loro che il male

è ogni forma di violenza.

 

Vedranno il frutto del risveglio,

o dormiranno ciechi nelle loro zuffe,

 

l’amore dominerà e vincerà,

col tempo si capirà

il senso del nostro vagare.

 

 

Ah scaglie di fuoco!

 

Ah scaglie e fuoco!

Piange il mio sospiro,

 

lacrime, cenere,

amore, con te.

 

Ti ho qui,

muta oh Sophie!

 

Qui,

le tue mani intrecciate

alle mie.

 

Si alza la fiamma

e resta il verbo,

 

i nostri discorsi,

la nostra isola lontana

senza più approdo.

 

Ipocrite le orazioni

degli incappucciati

intorno al fitto dardo

che ci ha trafitto alle spalle.

 

Ancora no,

fauci secche,

 

neanche più spazio

per gli affanni.

 

E la melodica

in do minore

discende intatta,

geme,

 

vuol rivoltarsi,

armeggiar la piazza.

 

Ah le illusioni nostre!

ah i nostri rotoli!

le rimostranze dialettiche!

trivio e quadrivio!

 

Ah sì, l’esilio!

ah le fontane del chiostro!

 

Sale, sale, sale,

l’urlo muto riarso,

l’umidità combustibile,

le perse nostre parti fredde.

 

Ora sì, ora sì,

vivremo nel sussurro del vento,

nessun limite, ora sì,

 

nessuna damnatio memoriae,

 

solo liberi,

già intravediamo

nell’opacità oculare

sempre più vivida

la riva da noi sognata,

per sempre nostra,

 

adesso.

 

 

La lezione di Iside

 

Ma quanto sei sospettosa,

languida e timorosa,

cicalina dagli occhi oscurati,

velati, mesti e sbadati.

 

Ti alzi e te ne vai via,

ti pensierosa sbatti

le dita sul labbro,

ti cambi e ti trucchi il viso,

 

passi allo sfondo

e il mascara ti manca un po’,

metti malachite preziosa

e galena da atmosfera,

ocra labiale,

 

sei pronta e con le gambe vai giù,

 

sì ti tiri le calze

in virtù titaniche e simpatiche,

 

l’impulso ti palpita il pensiero,

lo deponi il silicio del vero.

 

Questo tepore di fieno

che pone in dialettico intruglio

il veliero pronto a salpare

è un rimorso micidiale

nella tempesta portuale.

 

È vero la voglia stanca

peggio del pavesiano lavoro

ma la lezione di Iside è austera.

Sei un po’ svogliata ragazza,

 

mangia la cioccolata in terrazza,

 

visto errato il riporto,

guarda il sale precipita più sotto.

 

Una miriade di sanfedisti valenti

erano ancora più tristi,

spedivano indulti,

indulgenze plenarie

e sigilli papali

ai briganti.

 

Crolla il mondo se torno,

quindi godo e comunque,

guarda, lo faccio,

 

mastica le foglie di coca,

bevi pure una scoria di basalto

liquefatta

quindi tornata all’origine

ma raffreddata in paradosso.

 

Il sergente Trisiani

suona il flauto avvitando le travi,

a me sembrava felice

tanto che sciolse le camere e si dimise.

 

D’altronde la Legge leggeva poco,

legulei e clero giurista e scaltro,

si ispirava piuttosto ai fumetti

ma guardando solo le figure,

era un surrogato e un rimasuglio

di etica e morale

allora laica lucidò del potere le scale.

 

Il destriero nel vento meticcio

assaporò il languore del maestrale,

fu cavalcato a pelo

e senza redini

da un auriga senza vettura.

 

Un colpo di spugna

e tu ripensi al trucco,

 

soffi aria tra le mani

mentre ti senti distrutta

di prima mattina,

 

l’alcol ancora nel sangue,

vai in visibilio ondeggiante.

 

Meno male,

oggi non piove,

tira aria gelida ma buona,

 

dormirò avvinghiata al termosifone.

 

 

Virtù diademica

 

Cosa vuoi

trasparente essenza luminosa?

Abita in me il rimorso

buio del tempo.

 

Chiara vita

scorre nello sgorgo

della finestra,

 

non violenza

ma scintilla lieve,

 

a cavallo d’ippocampo

vibra nell’aere

come tra abissi

il tuo esercito imbattibile,

 

e sembra giunta l’ora,

l’ora della verità.

 

Ah il rossiccio ardore!

 

ah il pallido incanto!

 

ah lo smeraldino furore!

 

Divento come se il mio corpo

fosse scisso,

 

poi di colpo

l’anima ritorna in lui

salubre,

 

e io so volar,

le mie mani schiuse,

mi guardi e sì,

boicotti i miei progetti terreni,

 

e stai faziosa ancor sospesa.

 

Oh virtù diademica!

oh bellezza angelica!

oh firmamento marino!

 

L’arco da mille foglie

e dodici varietà cromatiche,

 

non è un dolce ma temperanza

statica,

il dormiveglia stride,

unghia sul marmo

in acustico bagliore elettrico,

 

vai, tu sai dove mirare,

tanto sono tuo,

 

vivido il violetto

 

alfa e omega

del circuito universale,

 

intermezzo spettacolare,

 

progresso generato

dall’errore ribelle,

 

uomo tale perché cade nel vizio.

 

Uh magmatico limite!

 

uh sinaptica percezione extrasensoriale!

 

uh magnetica dialettica metallica!

 

 

Resta qua

 

Non trovo più il disco

con inciso il verso,

quello dei porticati,

non hai idea

di quanto mi dispiaccia,

piangerò se non gli dai la caccia.

 

Non scherzare con il fuoco lento,

soffia pure il perdimento

controvento in paramento,

 

la fiamma risplende d’incanto,

la mia vera mistica ascesa

tra le tue braccia.

 

No,

non è amore,

 

sembra condimento puro,

fondamento della sostanza,

sua linea e chiave di volta

e sostanza stessa infine.

 

No,

il viaggio può aspettare,

già lo sai,

 

l’importante è l’ altrove

dei nostri pensieri,

 

siam lontani,

sospesi,

inauditamente protesi,

 

siam plananti

in giubilo festanti,

nella ciurma in calca,

 

sulla pista ghiacciata

scia di pattini.

 

Volge il sole al tramonto

ormai omelette,

 

scorgo l’ombra

e non è stavolta sul soffitto

ma miscelata alla mia,

tu meta e non metà,

 

il tuo sorriso sensuale

stampato a Gutenberg

per scherzo immobile,

 

non parlo della città

del metal melodico

donna e ragazza,

amica e compagna.

 

Non vorrei amor divagare

come d’uso,

 

stiam giocando

col dispetto nostro

e col sospetto loro,

 

regoliamo il volume

al minimo

e socchiudiamo gli occhi,

 

come son carini

i nostri due nasetti

che si sfiorano appena!

 

No,

non voglio,

non lasciarmi le mani,

l’alba tarda ancora

e non fronteggerò

la transizione

senza il tuo sguardo,

 

puoi restare,

 

dormire qui se vuoi,

 

i nostri sogni mattutini

saranno fiori germogliati asciutti.

 

Non mi abbandonare amore,

io sempre ci sarò

se chini il tuo volto

sulla mia spalla.

 

Non credo sia importante il perché,

basta un attimo

e riappari fulminea

nel limpido sfondo,

 

ti penso,

come se non fossi qua.

 

Non credo sia importante

il risplendente sole

senza il tuo volto nel giardino,

 

scendi dai monti

come ruscello benevolo,

 

neve sciolta e odorosa.

 

Non c’è più l’affanno

sul vetro,

nell’attimo concentrico

d’assenzio sei già qua,

come fonte di splendore

autentico.

 

Non miscredenza

nell’essenza del simpatico

 

fare estroso,

magari candida nube

 

di gloria eterna.

 

Non clamore frastornante

ma rivoluzione silente

cioè scarica vitale,

 

pulsione indomita d’amor.

 

Resta qua!

 

 

Qualcuno inveisce con forza nella mischia

 

Qualcuno inveisce

con forza nella mischia,

sincopato il labbro

come pastasciutta,

 

questo pseudoepocale manto disilluso della folla

è scostato e snobbato dal volgo stesso.

Invece quel nostro ingorgo a trotto

è così finito:

altro non era che libro dei sogni,

il burrone abissale dei ricordi

svelati come fossero mobili.

 

Girano quei fogli enciclopedici della nostra vita,

passa il tempo

e resta il disincanto

quindi, le magliettine,

le bende e le bandane,

i cagnolini e le grosse belve domate,

l’apostrofo e a capo dell’epiteto.

 

Un passante stranito

guarda e sorride,

 

le nostre parole stese su panchine,

gli amoreggiamenti, le effusioni

e le questioni insolute,

 

presumete orbene

che il sentimento puro

sia deducibile solo

da una stupida trasmissione televisiva

di Bercoglioni

o forse un post del Grillo parlante genovese di Cortina,

o ancora del nostro Dalaipapa gesuita?

 

Trasudante il sangue vespertino del cielo,

postilloso e cavilloso

il callo scrivano,

 

un tantino amarognola

l’offesa,

 

più che altro indifferente

la massa proletaria,

 

sorprendente il manico di scopa,

però.

 

Oscuro l’Efesino

stracolmo nella cruna

mentre filan le Parche dolenti,

 

pubblicherei per cambiare pagina

un pezzo sui siriaci serpenti.

 

Magdalena

 

Sguardo svanito,

nell’anima del bosco,

solitario un fruscio lontano,

il vento ti carezza i capelli

lo spirito inonda i tuoi occhi,

dolce la neve sul volto

inondato di speranze,

come fosse vivida fonte

tra l’aurora del tuo domani

 

I canti antichi

impressi sulle pareti

le tue dita in cielo

volteggiano e guidano

le tue parole

come il nascere del sole.

 

Sei luce,

immagine sincera,

 

torre d’avorio ed oro bianco,

 

lo sguardo si acuisce

e la mia essenza si eleva

 

e non c’è più vuoto o buio

dentro me.

 

 

Notte ai Decumani

 

Stanotte ai Decumani

la consorte del principe di Venosa

coperta solo di lenzuola

maledice i madrigali verseggiando,

intravedo il barlume corneo nei suoi occhi.

 

Sansevero che cauto miscela arsenico

e belladonna sulla tela

poi come un caimano piange,

ah la sua cura sforbiciata per il plasma!

 

Sai, vorrei bruciare l’odore

dei tuoi pallini d’incenso in combustione

privi di allori e seducenti,

 

è ora:

il venditore di giornali sembra

aggiudicatario battitore,

 

picciola mia stai attenta e non dimenticare

di trasmutare la morale.

 

Croce, il diplomatico mancato,

estetizza estasiato in biblioteca,

 

l’arte è una parte,

direi però la fondamentale,

la molla della storia

e del circolo perverso della gloria

(i poeti laureati tra le piante dai nomi poco usati).

 

Patteggiamo col divo Nerone!

 

Era un tempo l’era dei fumetti

letti in piazza

tra il gomito e la tazza

di solfuro intarsiata

stracolma di folla indispettita,

 

le cicche fumate a metà

raccolte dal senso e finite.

 

Varia l’effige!

 

Bruno studiacchia

nel chiostro e si distrae,

poi butta all’aria le icone

dei fratelli

e le sostituisce con scritti

babilonesi o neoplatonici.

 

Virago celtica!

 

Ed affinché

non dimenticassimo le beffe

con le cornamuse contuse

facemmo il verso al gesso

del docente inconcludente.

 

E spaziamo con la danza!

 

Ondeggia a sinistra o di là,

vedi

vai già

più lenta della musica,

ritmata la tua scorza di limone,

candito

inflitto a pizzico di dito.

 

La violenza sconfitta

con un bacio in palafitta

dell’invasrice indoeuropea

ancella di Brighid,

 

epoca remota,

l’edenica scena

non fu mai più riproposta,

 

son fiori colti nel deserto

e tradotti in sanscrito.

 

Non manca fumo pel digiuno,

 

C’è cenere e amore se ti volti di là,

 

il capo piumato è scolorito

allora rinunciamo all’allettante invito.

 

Al far della sera si cacciava

e per maledizione

non ci si nutriva più

solo di frumento e bacche,

 

la simpatica ragazza

faceva l’occhiolino

ed incrociava le braccia.

 

Tu sai,

conosci il nome del silenzio,

 

vuoi avere le cartine al tornasole,

le patrie senza limiti e frontiere.

 

Le musiche non cambiano

da popolo a popolo

c’è comparabilità nell’identità

l’essere diverso

si identifica solo con l’incontro

e col confronto

ed acquista così unicità.

 

Mi conceda infine l’ultimo passo di danza

(d’altronde hai intuito l’uno e l’altro canto, il verso stravolto e il suono).

 

 

Si svestì dinanzi allo specchio

 

Si svestì dinanzi allo specchio,

il mio,

se ha un rimorso lo scuce

nel letto,

 

la voglia forse non rimane,

ma lei sembra la scia

di una stella

o magari della viola

la corolla,

 

colta da una donzella estasiata.

 

Tutto negli occhietti,

brivido pensante

ed astraente

in quanto manifestazione,

spirito apparente.

 

E il corso d’acqua

risplende ciclico,

 

ci bagniamo sempre

nello stesso fiume statico,

 

unità triplice della natura,

 

dio ad un tempo anima,

spirito e corpo,

 

ti prego ricorda

l’impresa ardita

 

tra i flutti,

le colonne d’Ercole,

antidoriche,

 

il muschio ridente poi.

l’ultima stazione,

il vagone sonante,

te che parti,

che fuggi,

 

tornerai?

si schiuderanno più le labbra?

 

sussurrami il versetto.

 

Giradischi affetto

da dolori al petto,

 

e stride al contatto

col corpo lucido.

 

Io tendo le mani,

la luce si riflette,

cado in estasi

come se scorresse

latte nelle vene.

 

Assopito penetravo nell’assoluto,

spesso un ronzio mi distraeva,

il mio annullamento volitivo,

è nostro potenziamento giulivo.

 

L’orologio batte sugli attenti,

l’incubo si smorza

e il sapore della svolta,

mi pone nel dubbio,

ti fa sobbalzare.

 

Scende ora la pioggia lieve,

parli quasi sopita,

i boccoli e lo sguardo vago,

le lenzuola stropicciate

al vento,

ombra soffusa

al chiaror di luna,

 

pura immagine,

la sonata è mancina ed estrosa,

la veemenza del silenzio,

 

il viola tra le dita,

macchie soffici d’inchiostro,

 

picciola la magica orchestra

è dipinta nell’aria,

 

sei speciale sai,

penso a te.

 

Sento già il brivido dorsale,

le mani tremano,

la voce tua sublime e dolce

in me,

scendo e salgo,

guardo il cielo,

c’è lassù la stella

dai contorni tuoi,

illumina,

guarda qua,

 

si dirama in costellazione,

e così prende forma

di te.

 

Scorri a fiumi,

ti sento dentro me,

 

il cuore palpita,

la voce tremula.

 

E credo non dimenticherò

il tuo sussulto,

la musica della tua voce.

 

La notte domina più in alto,

il tuo sguardo obliquo

di nuovo alla parete,

 

cosa darei per vederti così,

per racchiudere

e non dimenticare più

quest’attimo,

 

vorrei dirti più

di quello che posso,

ma tu sei più

di quel che so,

 

fermati attimo

e lasciala impressa,

sì.

 

Guarderei solo te,

non vorrei mai più perdere

i tuoi gesti, i tuoi sogni, le tue parole.

 

Voglio te,

i tuoi occhi

e i tuoi soffici capelli,

 

non dimenticarti mai

di me.

 

Scende ora la pioggia lieve,

i pensieri non vanno però altrove,

 

diventi fluida come l’acqua,

pura e sincera

coi tuoi problemi,

le tue dolci esitazioni,

e io ti voglio veder

per sempre così.

 

Picciola mia!

 

Sei splendida stasera,

fantastica sai.

 

 

 

L’alba del domani sarà petalo tra le nostre dita

 

“Cosa fai lì sconfitta,

stesa e un poco afflitta,

direi dalla luce trafitta?”

“Dai se proprio insisti,

tolgo il cappellino,

agito i capelli”

“Sì,

vibrazione austera,

sento in te il sapore della sera”

“Vorrei dirti una sola parola

ma la nebbia mi scolora”

“Se credi sia giusto,

socchiudi gli occhi,

col dito sfiorami,

materializzati,

l’inverno non ci può avvilire,

ti prego, dai,

non scomparire,

non dissolverti ancora”

“Deh mio simpatico amico,

non ricominciare,

io non mi soffermo mica”

“Uh guarda che carino,

il piercing e il nasino,

l’introverso giro in tondo fino”

“Ohibò,

che dolce l’hai notato”

“Dimmi un po’ allora

cosa ti trattiene?”

“La sabbia, il vento,

la maglia, il tempo,

l’ultimo elemento”

“Quale?”

“…”

“D’accordo fa come vuoi,

lo scoprirò”

“Non c’è numero che tenga,

ma un’unica sostanza

allora stringimi forte amore,

dimentichiamo tutto

e scopriamo l’assoluto

avvinghiati come ultimi eroi”

“Sono stupefatto

dal tuo sguardo, dal tuo volto,

dal tuo corpo,

credo che la notte

sarà l’ultima vittoria,

se il mondo crolla,

i nostri sogni sfumano,

l’erba cessa di crescere,

noi ultimi reduci

ricostruiremo la vita,

l’alba del domani

sarà petalo tra le nostre dita”.

 

Il Giardino di Epicuro

 

Goccia di rugiada,

quattro di mattina

il giardino respira di follia,

 

si prepara la festa frugale,

feta, orata mandorlata

e un cotilo di vin mielato.

 

Passa la ragazza,

capelli raccolti,

trucco accennato,

corpo snello,

 

vademecum sotto il braccio,

 

pulsione di vita in petto,

 

è stupendo il profilo!

 

Un bacio sulla guancia,

l’altro mi sfiora le labbra

 

con sapore fulgido d’incanto,

 

e poi il ciondolo e il pendente,

il braccialetto spigato,

finemente intagliato in bronzo.

 

Entra il maestrino,

solleva lo sguardo,

anzi lo abbassa in alto

ascetico ed intorno fa le mosse

mentre lei con due o tre smorfie

si inchina e si intarsia,

si strapazza,

 

vai giovine pulzella,

vai piccola frigente

e fringuellosa slinguacchiata

e decorosa.

 

Cara siamo soli,

cogli le asciutte parole.

 

Volgi l’indecente,

ci basta poco per essere felici,

dai con la bacchetta

dirigendo austeri

l’orchestra con la pace,

con la gioia,

con l’amore e la fortuna

dei nostri anelli

 

eliminiamo dal mondo

violenza e guerra,

 

le scritte nei cartelli,

 

i disegni sui fumetti,

 

sui manifesti l’orma

dei pennarelli.

 

Vai raccogli l’aere,

 

inspira l’anima della natura

tramite lo spirito diventa pura.

 

Vai distesi a terra,

poniamo la brezza egea

e chiamiamola flemma e purea.

 

Vita straordinaria,

il sussulto divino si scorge

nel semplice barlume affino,

doniamo noi stessi alla causa,

al bene comune,

 

l’orticello del dispetto

devastiamo coltivando il rispetto,

 

e vita eterna nell’amore

e nella cenere il mutamento statico e ciclico.

 

La ragazza di Dublino

 

“Spremi il tuo cuore!

Con speme scandisci le parole!”

 

Sto svitando cardini e cancelli,

le fondamenta

della mia passione

sono obliqui raggi di sole,

vasti scoscesi campi da arare,

vitali illusioni da nutrire.

 

Mastodontici colonne,

templi castrici a coda di rondine.

 

L’architrave sembra seducente!

 

“Cogli il fiore!”

 

Sono assai distratto dall’incanto del vento.

 

“Poni ardenti assiomi…”

 

Ho mangiato,

in fretta il mio panino,

struttura cellulare,

impermeabile membrana,

pompa sodica e spola del potassio.

 

Nel silenzio vibra un phon,

la musica ancestrale in profondità.

 

Livido scolo.

 

Canuto argine dell’acquedotto.

 

Potrei divagare, impostar la voce nell’anfiteatro.

 

“Vai tranquillo!”

 

Sembra divagare

la previsione astrale.

 

“Scorgi le scale?”

 

Scade la ricevuta,

alto là,

l’imposta sudicia,

la baratteria dantesca.

 

“In anime ribelli

la chimera del tempo”

 

Scesi poi bazzicando

tra le strade del borgo.

 

“La corrente è un po’ avversa,

mantieni la promessa”

 

Ero un po’ assorto

nei miei pensieri.

 

“Lascia stare,

resta in piedi”

 

Passò d’un tratto

la ragazza di Dublino.

Il flusso allora si arrestò

e mi misi a parlare.

 

Come stai?

E perniciosa dove vai?

 

Rideva, dispettosa

e cinica non rispondeva.

 

“A volte il silenzio è l’incubo del portamento”

 

Ma poi d’un tratto iniziò a sciorinar parole.

 

“Vedi, è fiera!”

 

Le sue scodelle.

 

“Dove è il pragmatismo?”

 

Accordò la lingua

in intenso spulciare indecenze.

 

“Non disperarti amico

lei ti vuole bene”

 

Allora le coprii

le labbra con un dito.

 

“Guarda che occhi!”

 

Non so,

il mondo è sul suo volto,

la storia nel dondolare,

la conoscenza nell’indicare,

la sapienza nel fiatare.

 

“L’atomo è in paradosso scindibile

ma il legame no,

è solo apparenza,

resta saldato”

 

Mi colpisce più di ogni cosa

la dolcezza che ha nel parlare

ma soprattutto

la grazia nel baciare.

 

L’immagine dell’assoluto

nel cenno della testa.

 

Dodici chiavi ed una serratura.

 

“Non ti distrarre,

continua a fissar lo sguardo,

innamorati appassionatamente,

le gioie al petto e al braccialetto.”

 

E quando smette

carpisco il suo discorso,

mi svesto dell’orgoglio,

scaccio la vanagloria,

mi fisso allibito,

bocca aperta

e lei sporgente.

 

“Le sentinelle del sinedrio

parlano di vendetta,

lei resta estromessa

e allora espande letizia”

 

Schiarisce un po’ la voce

non tossendo ma ispirando

e mi mette al corrente

degli opposti, immanenti a loro

c’è la sintesi che li ingloba

ma allo stesso tempo

li contiene e quindi

annulla differenze,

c’è un’unica sostanza

e quindi il male si scorge

solo dall’assenza.

 

“Le virtù son sante e beate,

dal cielo e dalla terra benedette,

se scordi ciò che c’è in te,

perdi di vista il divino”

 

Irrompo e mi trascino estasiato,

educato alla libertà,

alla dignità, all’amore

e alla parola.

 

“La simpatia è universale,

ponila come premessa,

siam ginestre vesuviane,

stringiamoci in un unico abbraccio”

 

 

Cleopatra Selene

 

E va la gazzella,

carta attacca,

volge intatta,

preda al corso

d’acqua,

oddio che scacco!

 

La ragazza morsa

dalla taranta danza,

 

ondeggiamento sub sahariano,

regina della savana,

 

estasi statica.

 

Warhol fa graffiti urbani,

la ragazza domata trasforma

il lamento gutturale

in lemma soprano,

indossa le borchiette dark,

la zattera a triplo tronco

alla sorgente del Nilo azzurro

va .

 

Reginetta a pesca in apnea

stretta al timone,

 

allento la corda

e il tronco divarica

in trotto,

 

viandante va’.

 

Fiori cretacei tra i capelli,

cacci lo specchio,

trucco cretese,

labbro fenicio

semi sporgente.

 

E in un rollio kilimangiarico

sembri crapettare,

austriaca scura.

 

Vai,

comica zuffa,

luna violetta,

lingua sorretta,

patina asciutta.

 

Sogni il megafono francese,

il punk senese o berlinese,

la dedica con scredito,

l’urletto sollevato,

la seducente ondata,

il Clysma cobalto-cinambrico.

 

Cambia il taglio dei capelli,

il colore dei sentimenti,

la danzetta sta finendo,

rinforca gli occhiali da sole

e pensa,

riprendi il clarinetto,

scuotilo per dispetto,

nell’indecisione mistica

crea una moda,

una parola,

o una vivida storia

già fritta,

 

un aspide che insidia il calcagno

della tua discendente,

 

la flotta nemica

salverà qualche libro?

 

Kimery

 

Dam dam,

le spoglie spirituali,

zam zam,

sostanza al sommo grado,

la la,

astute simmetrie,

quo quo,

superflua venalità.

 

E scivolo sul piano inclinato,

mi manca un sostegno,

forza trasversale

e vettoriale inverso,

sditato un po’ cucito,

svampito twilightiano,

ennesima eclisse consoliana,

ambasciata emo zigzagata.

 

L’espansore a incudine

falcia il martello,

l’ultima occasione,

l’incubo del sonno di ragione,

nottuccia amore,

 

illuminista romantico

e decadente enciclopedico,

 

rosa e biancospino,

 

acca un po’ aspirata,

 

capo o coda o smilza

bicocca da sfinge.

 

Set set,

pentole bibliche,

pam pam,

sbrigata statica,

bum bum,

sorseggia mandorla sudamericana,

ven ven,

veltro spoglio da addobbo intrinseco.

 

Cado come sabbia,

clessidra formativa,

body modification

da scettro maledetto,

anello gianico e ceccato,

 

si fossi fumetto andrei all’inverso.

 

Beng beng,

golfo tarantino,

can can,

suono asciutto israelita,

bon bon,

maya nutelloso,

br br,

cancro in capricorno

uniti all’ordinata g

ascissa p-melissa

dell’equatore milleriano.

 

 

Lady Nietzsche

 

Agalma sbiadita

dall’incuria dei giorni andati,

non è finzione,

sei vivida in proiezione,

riflessa e maledetta,

in un angolo col libro

semiaperto,

e poi diretta al piano

ondeggiando.

 

Il silenzio del vento taurino,

la seduzione e l’ossessione,

natura e sonata frastornante,

pessimismo ridondante,

il bel sì alla terra,

elevazione spirituale diretta,

il litio in provetta

e sei più calma.

 

Dov’è la parola ardente?

dove il furore? In te si chiude

la storia come girotondo,

 

danza sugli specchi,

la tua gioia,

la fierezza permane,

e la voglia di sovversione,

 

trasmuti l’alma

e ti trasfiguri.

 

Booom!

Dondola la pioggia,

va.

 

Piange il sole,

luna altrove,

nero ardore,

corvo in Mole.

 

Strisciando intanto

sui rimasugli,

la vasta quiete

del sussurro

interrotta dal vascello silvestre,

 

le danzatrici,

la fruttaiola e l’uva,

l’intentio,

l’inaudita verdognola

pozione amarognola,

il rosmarino diluito

tra i capelli,

il rito sabbioso,

il rito tenebroso,

la voglia d’incenso,

la mitriaca valenza,

lo schizzo alla fontana scissa,

la solitudine vana,

poi la virtù velata,

la tracotanza infetta,

la magica rimessa intatta,

il rigurgito vitale,

la passione scardinata,

la sincopata arsura gelida.

Infine un ululato lontano,

 

poi il silenzio.

 

 

Da qualche parte

 

Da qualche parte,

forse proprio lì,

oltre il confine del mare,

alberga l’indicibile,

 

sguardi attenti, rivolte, gesti.

 

Sfiora il tuo viso l’inverno,

accenni un sorriso di nuovo,

piano, calma, non c’è fretta,

 

calma.

 

L’astratto, discorde, pudico,

velato cenno cinereo,

vita in versi, forse indifferenti

i gorgheggi preliminari,

 

eh eh, vedi la luce

intralciata dal velato

dolore lacrimato.

 

Dammi l’attacco,

l’ingorgo.

 

Dammi il soffuso,

l’illuso dischiuso,

 

poi zitta!

 

Qualche cosa dentro me

si muove.

 

Noci celebrali, impulsi magnetici,

meschini corsari dimenticati,

messi elettrici,

cause motrici attente,

teorie disdette, paralogismi,

canti come mandorli in fiore.

 

Dimmi di sì

sul predellino del sapere.

 

Dammi l’accenno

sul fiato ondulato,

 

magia del creato.

 

La pioggia!

È così che va la storia.

Così soffice il guanciale

del tuo corpo,

incantato il posto.

 

Così mi guardi di sbieco,

sempre sgocciola neve,

neve.

 

E scrollo le mura,

gli architravi dei miei pensieri.

 

Avvolte come cialdoni,

avviluppati discorsi

carichi di forza

e molecolari inscindibili,

indiscutibili, limiti intrinsechi,

 

a volte umidità labiali

tra me e te,

 

madori vischiosi,

calcoli finali,

 

trovami l’intro.

 

Dimmi lo so,

non lo trovo però.

 

Dammi il misto focoso

di ardore strepitoso.

Ballate apicali

Musica; Edward Burne Jones; 1877

 

Et Amas!

aspetto da un po’,

tempo bastardo,

l’arrivo all’agognato assunto tramortito

spettro opaco

dalla rimembranza,

 

è sera già.

 

Due di coppe,

guarda,

 

sai chi sono.

 

Solo o sola,

è così,

sai di che parlo.

 

Tutta persa

dark side of the moon,

dark dance

under the grin of the stars,

sì, troppo bella.

 

Stasera non c’ho da fare,

hai carpito l’invito

dicevo, vieni a danzare

sotto le stelle,

 

sono qui per te,

bellina,

odio gli esseri umani

anzi no

loro non ci sono.

 

Ma tu mi conosci

ti do l’anima.

 

Dai è tardi,

vieni stanotte

tredici passo quarantotto.

 

Spoglia

come l’autunno

laudamus

 

la guancia destra tua gonfia

nel gorgheggio.

 

Non sono solo

se tu

mi guardi dal basso.

 

Lo so,

hai detto tacita tutto con lo sguardo,

ma guarda altrove

dolcissima mia adorata

d’assenzio solubile

e fragile

traslucida riluci incatenata

all’apparenza

che risuona stanca in sordina

a controtempo

nell’atto dell’attacco.

 

Sono giunto

all’apice

del godimento,

 

amami.

 

Dove sai,

tra viuzze di sentimenti dimenticati.

 

E anche ora davanti a me

piccola mia follia

delle stelle sei lo specchio

quando mi guardi

sento le vibrazioni

astrali dell’amore concentrarsi

 

tripudio di te.

 

E sei così

scapigliata

tutta matta

stendi languide lenzuola

e mi arricci

l’entusiasmo

che svogliato fugge

e si ritrova sempre

negli oscuri lucidi

chiarissimi

occhi tuoi.

 

E ti amo

ma mi perdo

sempre lì

in queste viuzze

di sentimenti dimenticati.

 

Duplice è la settimina stanza

di prima

incline ad assi scoscesi

e questa la comprende nella somma.

 

Ed è vendetta terrena?

Semplice oltraggio,

ditirambo etereo

dell’assunto in proporzione

che erode ma con calma

piatta tra specchi rampicanti.

 

Le lire suonano stanche

nell’eco della cattedrale civile

e tra santicchianti consonanti

slinguetta

una dama nuziale.

 

Ma lo sposo giocondo

è solo

e non sente

che vilipendio

per la tenebrosa attesa.

 

Mille frammenti di anime perse

nello sguardo celato e cortese

quando

vassallo è pretesa d’eterno

diritto.

 

Le lacrime gocciolano amare

le lacrime gocciolano amare e fulminee

tra gli occhi del signore esausto

dell’affronto

che con lacci al collo e alle giunture

spezza il fiore di chi senza colpa

fu vittima di questa

e poi di quella,

in conseguenza dialettica,

 

terrena giustizia

dal sapore aspro di vendetta.

 

Vidi la cerbiatta bianca

d’ebano e arcadica semita

capretta rarefatta

innamorata

o in cerca d’amore

 

dolce principessa

dei boschi

e del cielo schiarito

dalla luna.

 

Ed hai pretese

o solo sogni desti

in pieno giorno

o quando mi cerchi

pensando intensamente

all’orario fissato

sballottolo selciato

d’ambrosia serale

nello scuotimento ottagonale.

 

Senza più speranza

il primo della corte si innamorò

di un’ecatombe celeste

e degli occhi

che sai già

in quanto detti

ed in contemplazione eterea

vissuti.

 

La penombra

sarà la mia vita

di nuovo Orfeo,

 

disse.

 

Ma chi guarda

sputa invidia

ed è servito

il lauto banchetto

dei sogni

di una ragazza

persa per sempre.

 

Persa sola ma comunque salva.

 

Sento ancora

il tuo sospiro.

 

Pensi a noi

tempo fa

nell’attico

o

al pian terreno

del limbico palazzo

sotto la luna

anno iniziale

del millennio.

 

Tesoro

sai

che se scelgo ora te,

dicembre,

il mondo

cambia

e anche noi.

 

Scelta diversa

la mia,

la nostra.

 

Nel baratro,

nell’inferno.

 

E, ne hai ancora memoria,

del ti amo,

dell’innamoramento strano,

volevi me

volevo io te

ma la realtà

non cambiò,

 

diversa scelta

diversa resa.

 

Ora solingo

ci ripenso a quell’ennesimo

varco temporale,

 

roca cara,

amore mio

nella parallela

corrispondenza altera

del mondo accanto

che intuiamo nei sogni.

 

Di fianco io e te

senza psicotropi,

ammanto io e te

e vivande alte

sciorinanti

verso l’abisso noi

verso il ripiano loro,

 

tu comunque ti sei salvata.

 

Salva dal profumo di un amore eterno,

 

e ho già parlato

credo e penso,

ma stanco riprendo

il tuo volto tra mille.

Piccola mia divina

sei ciò

che manca.

 

La danza comincia

ma non si può

con le parole superbe

ricrearti

se non nel ricordo.

 

Cara mia amata

loro

senza ritegno

cercano vita da distruggere.

 

Nell’aurora

i nostri sensi

troppo ebbri

potrebbero perdersi

tra le profezie di Daniele

e le scardinature categoriche,

loro,

 

sono terribili

belve inaudite.

 

Amore cerca

la via

per l’ultimo scampo.

 

Loro

distruggono

i nostri sogni ingordi.

 

L’aurora

ci sopisce

e noi avviluppati,

braccia nelle braccia

e sangue nel sangue,

 

amore mio fuggi lontana

i lupi famelici

distruggono

la nostra iridescenza

e il profumo di un amore eterno.

 

Ed in dimensione oltrepassata

giunto al qui ed al ora

della dodicesima di undici raggomitolate

che poi è questa

sono pazzo

 

un pazzo che rincorre un’ombra perduta.

 

Eccoti,

cosa sei diventata?

Più felice

eppure spietata

contro la verità.

 

Non lo posso accettare,

tuttavia

vado via

come sempre

ultimi tempi.

 

Amore di una volta,

indifferente.

 

Ed io ricordo

il nostro ondeggiare

come danzanti mano nella mano

tra le strade

di una Pomigliano autunnale.

 

Ma l’inverno

annebbia

i miei tepori

e tu lontana,

io a te ancora vicino.

 

Amore mio,

guardati e guarda me,

sono divenuto

l’ultimo folle

e più atroce

delirio

dell’inutilità

della mia esistenza

 

e la tua serenità

sobbalza

e si impone in te

perché figlia dell’oblio

autoimposto.

 

Le tempeste

di inizio millennio

sono echi oramai lontani

tra le veneziane semichiuse.

 

Amore di un tempo.

Vita di un tempo.

Passione di un tempo.

 

Amore mio

racconto ancora

quella storia

di un pazzo che rincorre un’ombra perduta

 

ma la storia ora

è l’attuale

tempo unità immaginaria

spazio reale

 

complesso il numero

del dissenso

 

e sono qui così,

esiliato in terra Tracia

alla ricerca del tesoro,

quello interiormente alchemico

da alambicco spirituale

secernente assurdo astrale.

 

Tesoro!

Brava!

 

Ecco svelata la tua

duplice ombrosa

finezza d’intenti.

 

Nell’istante perduto

in cui ho capito

che ero una semplice abitudine

il coltello

affonda

metafora gira godendo

ma è mia la ferita.

 

E folle

il fendente

galeotto

fu il vostro verso

a questo avverso

carissime,

 

il mio fu a me mortale.

 

Eccoti, brava,

trottetta in sottoscala,

 

ero il rifugio

di un’anima parva,

 

solo sciocchezze.

 

Ma lo sai che la malignità

non mi spaventa più

e un colpo suadente

mi schiude

le tempie

nel momento in cui

il bacio

sporco vostro

cambiò le sorti

del mondo.

 

Tradito

dal senso,

e tu

dell’arma bianca

su di me

non sentivi

nocumento

e tu

della pietà vendicativa

non ti curavi,

non la sopportavi.

 

Ma sappi che

l’esilio

in terra Tracia

l’ho sorbito

e l’ho vissuto sulla mia pelle

 

soltanto.

 

Ero lì,

sono lì,

in tensione sull’abisso!

 

Solitario nella notte

il respiro del vento

e il tuo lamento come eco,

 

l’entusiasmo

spento ormai.

 

Ti vorrei

ancora qui,

amata

nelle tenebre,

vorrei gli occhi tuoi

d’amarena

nella notturna

sonata.

 

Attraverso

lo specchio

il tuo sguardo

celato

dalla

pagina bianca

appena letta.

 

E penso

solo a te

anche in questa nuova vita

sei la linfa

dei miei giorni persi

ad un passo

dalla tua voce

lento serpentino

sussurrio,

 

tutta mia,

 

voglio te!

 

Passa l’anima

ma il corpo

non muore mai

ad essa consustanziale

 

l’alma la obnubili

ma si ribella

come desiderio bramoso

all’ombra

dell’ultima luna

 

e non è una serenata.

 

Godimento,

godimento ciò che conta,

pullulare

ed istinto bestiale,

 

in tensione sull’abisso.

 

Sembri una leziosa peccatrice

salvifica perversa

 

e noi

splendiamo tiranni

alla discesa

verso il mare

 

ma ciò che facciamo

non è nelle nostre brame;

 

siamo fulgide speranze di periferia

mentre la tua luce

brilla

candida

e pullula

l’occhio destro

anzi il sinistro scomposto.

 

Ed eccoci qui

 

tu non reggi il confronto

armonioso

e l’estetica

si spegne lenta

col passare del tempo,

 

un amore intrecciato

da mille tormenti

resta l’ultima spiaggia.

 

Mi senti?

Perché non rispondi?

Sei la solita tu

variopinta

cristiana

ateizzata

dal balzo

immaginifico

sulla ripa che scoscende

nella tempesta

dell’amore

di cui parlavi

e che

non sapevo.

 

Che fine ha fatto l’entusiasmo?

 

A trent’anni

due noi

siamo,

sono

il relitto

corsaro

nella fossa delle Bermuda

affondato,

sai

 

io baciavo

labbra che non erano tue.

 

Golfo del Messico

e radura ombrosa

per dimenticare

quello che io dico

e tu non sai.

 

L’inferno

qui

è peggio

del fuoco,

cammina

con me,

volto divino mio

sei lo sguardo

unico

salvifico

 

leziosa peccatrice perversa,

mio madrigale della terra,

 

mandrie di sciacalli

sulle nostre orme,

 

mandrie di selvaggi

ritti tra le fronde.

 

Tramonta!

Tramonta!

Corna e furore!

Tramonta l’occidente.

 

Viso e scandalo,

tramonta,

 

un grido soave.

 

Nelle acque candide

della rocca

opaca;

la voce è moderna

e postatomica,

 

l’Impero Romano

rigenerato,

 

mille fiere,

mille fiere,

 

tutti schiavi,

più di due terzi

dei mortali,

 

genti umane,

 

fisco grande annientamento,

 

mai italico popolo tanto oltraggiato.

 

Fiammetta

piange

alla riva,

 

quella strana.

 

La Madre terra

in rivolta,

 

gemito ancestrale,

 

l’asse terrestre,

epoca di materia

il Seicento

il Nuovo Millennio,

 

epoca di spirito,

acquario,

Terzo Millennio.

 

Suona la lira

dei giorni d’oblio,

 

ninfa alla sorgente,

Pallade,

Gea,

Europa,

 

essenza è ancora sera,

 

figli noi della terra.

 

Nel cuore il viaggio.

 

Mi assopisco,

suona il flauto

mentre

Morfeo getta

braccia

ai tuoi seni,

 

sono lucide

le realtà

raggomitolate,

 

strane,

 

straripa il sentiero

del mondo

nuovo,

 

Colombo

soffio di vento

uomo di vele,

uomo di mille pene.

 

Cantilena,

gira la schiena

dal tritone

sorge il sole,

sorge il sole,

 

aurora,

terra! terra,

vita,

 

Terra!

 

Reverse divertito,

suono d’assenzio,

 

centrale

nucleare

 

lumi delle mie brame

sogni germogliati

acidi folletti

e Torquato,

 

acidi intrugli,

 

il peyote

e lo sbalzo quantico,

 

piegatura della rosa,

svolazzo dell’estrella,

nome e gloria.

 

Dentro il cuore c’è la viola

e nella viola forse il sole muore.

 

sulle pendici dell’ultimo pensiero sincero,

lungo le scale

perdute del tempo

come assurde invenzione

escon fuori parole

grigie come giornate

di nebbia

e paure,

forti nel cuore

realtà mai immaginate,

nel sogno

verso il passato,

 

ed ora

è tutto perso

tra tralicci

di versi

eterni,

 

ma muta

silente

il tuo

perduto

amore.

 

Così che

anche le notti

siano più lunghe

e senza più lettere

scrivo col gesso

su muri spersi di sera

mentre tu

lontana

ma vicina all’ostaggio

dell’anima mia

 

e il treno

senza pudore

sfreccia

ingiallito,

 

una sigaretta.

L’attesa

 

verso l’inferno

delle nostre storpie illusioni

 

ora solo mie.

 

Deturpano tutto,

l’umana sorte

ed il nostro amore

che è insabbiato

e insudiciato

da chi,

come loro,

senza pietà

 

ha rubato

per calcolo e valutazione

o per divertimento

parossistico

e stolto

ciò che traslucido

era nelle mani.

 

Ribellati al tuo destino

sulle pendici

dell’ultimo pensiero

sincero.

 

Non è forse

ciò che ricordi?

L’unica cosa?

 

Quella da Melisenda

agli accordi

è ciò che perdemmo.

 

Ma se tu non tramonti

io continuerò a soffiare.

Brevi cenni sul disagio adolescenziale e la devianza. Una possibile Katarsi attraverso la musica ed il cattolicesimo

Sole sul cavalletto; 1973; De Chirico G.

 

 

INDICE

 

 

 

INTRODUZIONE                                                                           

CAPITOLO I   DISAGIO ADOLESCENZIALE E SOCIETA’  

 

Le radici del disagio adolescenziale (Povertà e Benavere)                                                               

 

Dalla famiglia al gruppo dei pari?

 

L’età cibernetica ed il disagio

 

 

 

CAPITOLO II    DEVIANZA ADOLESCENZIALE, UNA CORDA TESA TRA AMORE E VIOLENZA

 

Amo la mia vittima e tanto a te mi interesso da vessarti!

 

Condotte devianti e criminali degli adolescenti contro gli altri

 

Disagio adolescenziale e violenza contro sé stessi

 

CAPITOLO III   KATARSI  

 

Disagio adolescenziale e Katarsi, la “Nova Alternatio” tra arte e cattolicesimo                                                                           

                                                                                                       

     CONCLUSIONI                                                                       

 

BIBLIOGRAFIA

 

SITOGRAFIA

 

NORME SENTENZE E BOLLE PONTIFICE                                                                                    

 

TESTI CITATI O CONSULTATI                                                                      

 

NOTE

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Il presente lavoro analizza sommariamente il fenomeno della devianza e della criminalità adolescenziale partendo dal disagio ad esso sotteso, figlio a sua volta della società cibernetica in cui i ragazzi si trovano a vivere, agire e muoversi.

Abbiamo strutturato l’analisi in tre capitoli, nel primo analizzeremo l’adolescenza e come essa sia dalle più ataviche società epoca di transizione dalla fanciullezza alla età adulta e come, dalla seconda rivoluzione industriale alla crisi economica del 1929, quando si è iniziato a parlare di devianza adolescenziale si sia strutturato meglio questo genus.

Passeremo poi, nel raccontare il passaggio tipico dell’adolescenza dalla famiglia al gruppo dei pari, a descrivere la famiglia dei giorni nostri, non più autorevole né punto di riferimento, ed anche giuridicamente delegittimata e sempre meno società naturale e cellula fondante della società stessa ma piuttosto consorzio di interessi.

Si proseguirà col descrivere, dunque, la società in cui l’adolescente vive, l’epoca cibernetica ove tv ed internet conducono alla reificazione dei soggetti ed alla loro spersonalizzazione in una ottica liberista e capitalista, filo-protestante e laica.

Nel secondo capitolo sarà analizzato il rapporto odio/amore tra adolescente violento e la sua vittima, parleremo della aggressività iter-specifica ed intra-specifica, dei rapporti tra attaccamento ed aggressività, nonché della funzione riflessiva e dello sviluppo della persona. Proseguendo poi, in linea, a delineare il concetto da una prospettiva più squisitamente filosofica, paragonando l’assassino all’adolescente violento.

Saranno poi analizzate le diverse condotte devianti e criminali, dal gangismo alle culture urbane, al branco, alla violenza adolescenziale politica e religiosa sino alla malavita ed ai fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

Tratteggiato poi sarà il fenomeno della violenza dei giovani contro sé stessi, in particolare il suicidio sia dei gruppi terroristici che quello classico adolescenziale, ed infine il fenomeno della droga e delle dipendenze.

Grande è stato il contributo di pensatori quali Bowlby, Cohen, Durkeim, Lorenz, nonché  Galimberti, De Lalla e Sgalambro  ed, infine, i testi delle canzoni del gruppo musicale Baustelle, fine conoscitore ed analista del fenomeno del disagio adolescenziale nel nostro millennio, quello  dell’epoca cibernetica.

L’ultimo capitolo, Katarsi, cercherà di trovare e delineare una terza via, tale da comprendere e prevenire la devianza ed il disagio agendo sul sistema valoriale della comunità.

 

 

 

CAPITOLO I

DISAGIO ADOLESCENZIALE E SOCIETA’

 

 

  1. Le radici del disagio adolescenziale (Povertà e Benavere)

 

Parlare di disagio adolescenziale e cercarne le radici, le cause, nell’ottica della sempre attuale disputa tra ambientalisti e genetisti, spesso risolta con la convergenza ed interrelazione di ambedue i fattori, nello sviluppo che dal disagio porta alla devianza e finalmente alla criminalità è impresa non facile. Non facile perché nel definire le radici di un disagio è essenziale carpirne il soggetto, la classe, la fascia di età colpita, ovverossia l’adolescenza. E tale termine  è di nuovo conio, recentissimo, deriva da “adolescere”, ovverosia  “crescere” [1], ma è solo dopo la Seconda Rivoluzione Industriale, nell’Ottocento, che inizierà a definirsi una visione specifica di questa “età di transizione”. Certo una visione approssimativa ed ancora in nuce, che tenderà a svilupparsi compiutamente solo nel secolo successivo, e proprio nella definizione dei fenomeni criminali che vedevano coinvolti tali giovanissimi, nonché nel problema, che sarà speculare nella Nostra trattazione, della nascita di luoghi ad hoc adibiti al ritrovo adolescenziale, con i sottesi fenomeni collegati, dalle sottoculture (o preferibilmente culture urbane) al linguaggio gergale, agli assalti all’ordine socio-economico precostituito.

Precedentemente, dalle ataviche culture neolitiche e paleolitiche, sino all’intera età arcaica ed al mare magnum del millennio medievale, l’adolescenza era ben poco considerata come fascia di età meritevole di attenzione e studio, di analisi ed approfondimento. Essa era una “Pasca”, un passaggio dalla infanzia alla giovinezza/mondo adulto, così era per gli autoctoni delle civiltà dell’Africa subsahariana, dell’Oceania, America Indiana e dell’America Latina, e così è ancora oggi, nei primi tre luoghi ove sopravvivono gli aborigeni, e così anche nel quarto, anche se in una ottica spesso folk[2].

Riti di iniziazioni presenti anche nelle coste del mediterraneo, nella penisola ellenica e negli arcipelaghi del Mare Nostrum, nella Roma Repubblicana e soprattutto imperiale, nelle popolazioni del Medioriente, in particolare la Persia e la penisola Arabica in età preislamica, un passaggio che conservava in sé un’aura di sacralità, sacralità rituale che affonda le proprie radici nei cicli stagionali e dunque nei miti di rigenerazione. Tale aspetto lascia i suoi strascichi ancora oggi nella musica ritmica ossessiva dance che tanto attrae la fascia di età presa in considerazione [3].

Il problema, però, affrontato in maniera esaustiva, come accennavamo, è tipico dello sviluppo socioeconomico e si inizia a parlare seriamente di adolescenza, come epoca distinta dalla fanciullezza, non solo con l’introduzione della psicanalisi, ma soprattutto affrontando la questione da un punto di vista sociologico. Nasce l’adolescenza quando si scopre il crimine adolescente. E si pongono, dunque, problemi definitori, il puer non è più puer, e non è più puer perché già ad otto anni inizia a lavorare in fabbrica (confronta su imputabilità minore Codice Penale Zanardelli artt. 53-56), con le donne, ed urge una soluzione giuridica a tale devianza.

Ma studi seri e compositi sono iniziati solo in un secondo momento, in piena crisi economica, quella del 1929. La genealogia delle gang deviate di ragazzi nasce con la società del benavere che toglie benessere da un lato e lo muta e qualifica in alternatività all’ordine precostituito dall’altro. Gang che nascono a Chicago soprattutto, in pieno protezionismo, e che sono figlie di due fenomeni quanto mai attuali ancora oggi, in epoca di Grande Recessione: la crisi economica e dunque la povertà, accompagnata da standard che difficilmente possono raggiungersi da parte dei figli delle classi meno abbienti, nonché dalla immigrazione massiccia di quegli anni negli USA, che si colloca in un tessuto urbano in larga parte estraneo ai valori degli stranieri, i quali vivono e convivono in periferie cittadine, cadendo facile preda di organizzazioni criminali, avallate dalla ribellione per lo sfruttamento e dal forte clima di intolleranza e violenza razziale tipico negli Stati Uniti in quegli anni[4].

In quest’ottica si collocano l’ultima delle tre teorie di Cohen sulla devianza delle gang, ovverosia la “Teoria dei Mezzi Illeciti”[5], secondo cui il benavere americano di quegli anni del dopoguerra aveva in un certo qual modo creato una sorta di invidia sociale, invidia che rende appetibili a classi disagiate standard di ricchezza e potere, che sentono di meritare a prescindere, finendo con il cadere nella microcriminalità o, peggio, nel baratro delle organizzazioni a delinquere, tanto fiorenti proprio in quegli anni a Chicago. Anche Fredrich M. Thrasher, uno dei massimi esponenti della “Teoria Ecologica”, è dello stesso avviso, seguendo l’ombra di Robert E. Park afferma “Le bande sono un gruppo interstiziale formatosi spontaneamente e integratosi attraverso il conflitto, caratterizzato da alcuni comportamenti tipici come rapporti faccia a faccia, botte conflitto, movimento nello spazio, progettazione. Ma il primo fattore costituente è lo sviluppo della tradizione, della struttura interna non dettata da riflessione, lo spirito di gruppo, la solidarietà, la morale, la coscienza di gruppo”[6]. È questa la base poi dell’anomia di Emile Durkheim e delle teorie di Gramsci, l primee analizzate nel prossimo capitolo.

 

 

  1. Dalla famiglia al gruppo dei pari?

 

L’adolescenza, dunque, è epoca di transizione, una transizione che consente il passaggio dal nucleo familiare al gruppo dei pari. Un passaggio necessario per il sano sviluppo dell’individuo, per la sua configurazione, definizione e consapevolezza di essere persona, essere comunitario, facente parte di un nuovo nucleo, la società, e perfezionandola, con le sue potenzialità, carismi e talenti divenendo parte attiva del tessuto comunitario.

Ma a che ciò accada in maniera sana, consapevole e vantaggiosa per il ragazzo occorre mantenere determinati equilibri, occorre che le iniziazioni/bravate siano limitate alla sperimentazione ed all’ingresso tra i pari, senza sfociare nella criminalità, e soprattutto in una criminalità spietata ed in bilico tra psicotico ed organizzazione delinquenziale adulta. Per non parlare del pericolo terrorismo.

A tal fine è la fonte che deve essere equilibrata, la famiglia, l’ordine da cui si parte per giungere ad un punto di arrivo, l’adolescente ha, secondo il nostro avviso, necessità di una autorità, sia essa famiglia, Stato o educatori, da temere e da combattere, in clima iniziatico e contestativo, nella cosiddetta alternatio. Così la ribellione è costruttiva e si modella amplifica e potenzia l’autorità e l’adolescente si prepara a forgiare un novus ordo, un mondo nuovo, in cui riabbraccia una autorità, nuova ed attuale, da egli plasmata e modificata, ma pur sempre una autorità.

Tuttavia, già a partire dalla seconda metà del secolo scorso, Konard Lorenz nel suo scritto “Gli otto peccati capitali della società”(1973)  e successivamente Baldoni[7] hanno colto che il problema ha una gravità ab origine, gravità sottolineata anche dal Galimberti[8].

Baldoni e Galimberti concordano con Lorenz che già nel 1963 notava come la cultura umana si fosse sviluppata in maniera esponenziale soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa, giornali e cinema, ma poi aggiungiamo tv generaliste e commerciali, sino all’ingresso del primo internet, dei social forum e dei social network, dei videogames, dei giochi di ruolo. Tale trasformazione ha di fatto comportato una degenerazione della famiglia e soprattutto della figura paterna, il tutto congiunto ad una esponenziale intolleranza verso ciò che provoca dolore e sofferenza, una apatia quasi psicotica in una società deframmentata, un nichilismo spicciolo dilagante tra i giovani.

È demolita l’auctoritas, dunque, e Lorenz aggiunge a complemento, anche la tradizione, in un processo, ci sia azzardato dire, che è partito col materialismo lutero-galileiano del ‘600 per raggiungere la propria apoteosi nell’illuminismo, empirismo, utilitarismo, sino al positivismo ed al passaggio dalla massificazione totalitarista di fascismi di destra e sinistra a quella delle tv e della cibernetica, verso una sorta di democrazia che viene dal basso e non è illuminata dall’alto, dall’auctoritas, tramutandosi così in corsa al consumo, senza limitazioni di sorta da parte della comunità, in parole povere in una demagogia, un ragionare con lo stomaco.

Baldoni a tal proposito sottolinea che tal discrasia è tanto maggiore e tanto più avvertita oggi, epoca in cui non esiste più lo scarto di valori, c’è una uniformità tra anziani e giovani, tra padri ed adolescenti, un attacco alla famiglia tradizionale che impedisce di fatto la rivolta verso la tradizione, sentita nella adolescenza come avversa, e quindi l’impossibilità per l’adolescente oramai adulto di porre in essere valori nuovi, nuovi tradizioni. Ogni cosa è piatta, padri e madri sono sempre più assenti e, ove non assenti, abbracciano gli stessi valori dei figli, in una generazione oramai da cinquant’anni sopita e priva di innovazioni valoriali. C’è un miscuglio, una miscela, a nostro avviso, che smarrisce l’adolescente, e che blocca il suo processo evolutivo, rischiando la continua stasi sociale. Ove non c’è tradizione non può esservi alternatività, né riferimento.

Tale scenario è ben più che apocalittico e rischia di spalancare le porte degli adolescenti a valori fittizi e violenti, del nichilismo banale di primo livello, terrorismo di matrice islamica, emulazione dei miti del cinema americano sempre più violento (i folli solitari che sparano nei college), sino alla affiliazione a società di stampo mafiose, sempre per emulazione dei miti televisivi, ad esempio la serie “Gomorra” e, nel migliore dei casi, avremo generazioni di estraniati ed alienati dalla cibernetica, dagli smartphone, Ipode, Ipad, che pongono al centro dei propri interessi il cibo –propinato da più trasmissioni televisive-, che ergono il tradimento a valore, che non comunicano in una lingua nuova, da loro creata, ma si ancorano nella lineare 1 dei loro smile ideogrammatici.

Restando in Italia certamente a questo sfacelo, a questa perdita di punti di riferimento, non è stata certo d’aiuto la Riforma del diritto di Famiglia del 1975. E parlo soprattutto da un punto di vista penale, nell’ottica della percezione dell’illecito e della devianza e del fisso punto di riferimento. Nota il Moccia a riguardo[9] che la famiglia non è più inquadrabile in una prospettiva pubblicistica servente ad una compagine statale (autoritaria dice, ma non siamo d’accordo, diciamo semplicemente noi autorevole). Tuttalpiù è per noi autorevole in quanto egli stesso afferma che nell’ordinamento vigente essa non può rivestire il ruolo di centro etico-istituzionale propulsivo della convivenza secondo parametri assiologici dati preventivamente. È certo questa una presa d’atto della situazione post-riformista, che spoglia la famiglia stessa dal ruolo di centro di valori da tutelare nel diritto penale trasformandola, in base a quanto espresso dalla Cassazione II sezione Penale con sentenza del 1 marzo 1966  un semplice “consorzio di persone tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti vincoli di reciproca assistenza e protezione, cosicché anche i legami di fatto tra uomini e donne valgono a costruire una famiglia quando risultino da una comunione di vita e di affetti non dissimile da quella che si ha nel matrimonio”. Una visione che ben calza con la recente legge cosiddetta “Cirinnà” (76/2016), che seppur distanziando il genus matrimonio da quello dell’unione civile di fatto li equipara, in linea generale, rendendo ancor di più la famiglia un consorzio privato e non pubblico, non un centro di propulsione assiologica, cella fondante della comunità così come sancito dall’art 29 della nostra Costituzione, la società naturale fondata sul matrimonio. Ed il termine naturale stesso viene, a Nostro avviso, completamente svuotato di senso, soprattutto in relazione al diritto naturale e non solo alla sacralità intrinseca della famiglia e del rapporto familiare, sia tra coniugi che con la prole, che tra i membri della prole stessa. Insomma il genus famiglia sembra quasi traslocare dal Titolo II al Titolo III della Costituzione, ovverosia dai rapporti etico-sociali a quelli economici. Un ragionamento analogo a quello fatto sapientemente dal De Lalla[10] che nota come l’art 36 Costituzione, sul lavoro, avrebbe trovato migliore collocazione nel Titolo II e non nel Titolo III come norma di apertura, notando come la collocazione del lavoro nel titolo inerente i rapporti economici viene ad essere un limite non solo sistematico ma anche politico, giacché lo pone in un contesto di lotta e rivendicazione e non di garanzia comunitaria. Citazione necessaria in quanto riteniamo lavoro e famiglia tra loro strettamente collegati, ed è, di più, Nostro parere che l’intero impianto Costituzionale del Titolo II, Famiglia, Salute, Scuola, Cultura, stia spostandosi de facto nel capo sui Rapporti economici, rendendo, di per sé, e per nostra sfortuna, vetusta la stessa dizione Etico-Sociale, dizione che resta intimamente legata all’economia ed alle leggi del mercato e del Capitalismo esasperato (sempre che esista un Capitalismo non esasperato). Il Moccia prosegue sostenendo la necessità di un intero spostamento, ad oggi quasi completamente avvenuto, dei delitti contro l’ordine e la morale della famiglia, nelle sedi specificatamente più opportune, sacrificando però, di tal guisa e come egli stesso afferma, il rapporto familiare nella sua valenza etica e reale, quasi delegittimando la cellula della società a vantaggio dell’individuo. E l’individuo rimane in balia della società, non riuscendo a personalizzarsi nella fase di transizione.

 

  1. L’età cibernetica ed il disagio

Se nel secondo dopoguerra sino agli ultimi sgoccioli del secolo scorso la TV, prima generalista, poi affiancata dalla commerciale, aveva reso l’essere umano ed in particolare i giovani alla stregua di idioti sociali, assopendone le attività e diffondendo un linguaggio unico e standardizzato, l’italiano corrente di Mike Bongiorno, e di più gli adolescenti estraniati nel pensiero e nel ragionamento, sopiti da verità preimpostate e preconfezionate, dunque alienati dal pensiero critico, dall’inizio del millennio, con la diffusione della telefonia mobile prima e della comunicazione digitale poi, il problema è andato acuendosi alienando in misura maggiore l’adolescente soprattutto, in ciò che distingue l’uomo dall’insetto, nell’espressione compiuta del pensiero, la comunicazione, che è partecipazione. L’idiota è divenuto pazzo, autistico, chiuso in sé ed ovunque in contatto, in contatto con tutti squittisce e muove le sue antenne piccine. Sgalambro docet[11] “comunicare è da insetti, solo esprimerci ci riguarda”, continuando col sostenere che la comunicazione è del branco, dei famelici lupi –ahi, aggiungiamo quanto ricorda a Nostro avviso questo branco la violenza degli adolescenti in branco, ahi quanto è vizio comunicativo- oppure del fastidioso ronzio delle mosche nel mercato nietzschiano, la ripugnanza agostiniana del male, che nelle Confessioni definiva informi non già cose prive di forma compiuta ma cose disgustose, il comunicare del branco, che si prepara alla lotta o al riposo, il comunicare di massa, dei mass media, che serve a stupire, divertire, a rovinare nel putrido fango come le svelte scimmie che si arrampicano sul trono di un idolo che nel fetore è trono colmo di fango, quello Stato mercantilista tanto odiato da Nietzsche (Così parlò Zarathustra)! E fango genera fango, la curiosità heideggeriana da comare è notizia, la bile vomitata dai giornali, per tornare al professore di Basilea (ibidem), il Grande Fratello orwelliano (1984)  che tutto vede e che è sia comunicazione di massa, sia curiosità da reality. L’ipertesto che domina sul testo, il nuovissimo medioevo glossante ove ognuno posta e modifica la realtà, amplifica la propria porzione di reale occultando sempre più il vero e la Verità, rendendo verità mercimonio.

Nell’età cibernetica, nel mondo cibernetico, tutto è mercato, anche le idee, anche l’identità. Tutto è globalizzato e tutto ha un prezzo e quindi tutto disprezzato, il prezzo toglie valore, lo mortifica, toglie l’anima all’idea. E, quindi all’identità, che, come sostiene Romano[12], non è in grado di formarsi né di auto-formarsi curando quel processo relazionale che dà senso al coesistere solo nel riconoscimento e nella condivisione con l’altro. Un processo che lo stesso Romano ci ricorda come sia agevolato dal convincimento che la velocità-cibernetica diremo- di acquisizione della propria identità, ovverosia di differenziarsi dalle cose e dagli altri, sia raggiungibile facilmente con l’accesso a mondi virtuali, a reti informatiche, che divengono iper-reali per il fatto proprio di non essere reali, non fissabili mentalmente né materialmente ma flessibili e non definiti, labili, come i rapporti interpersonali. E la dimensione economica retta dal mercato dei prezzi è l’unico indice di tale relazionarsi, relazionarsi che avrebbe invece bisogno di quello che il Romano chiama “linguaggio evocante”, caratterizzato dall’essere disfunzionale e non anticipabile in calcoli, sottratto alla proprietà dell’accesso. Il linguaggio dell’empatia e dell’amore, il linguaggio, diciamo Noi, del sacro e del religioso, del mistico rapporto, dell’indecifrabile. Notiamo ancora[13] che tale identità è acquisita, in questa società cyber-post-industriale dalla figura del consumatore costruito dall’alto ma utilizzando categorie del basso, immagini accattivanti, scarso senso critico, parole semplici ed efficaci, illetterate, subdole, una cultura figurativa quindi, che non produce solo per sé come nelle società autocratiche e familiari, né che genera un accrescimento dei bisogni alienante ma nell’ottica della divisione del lavoro, come nelle società industriali, ma addirittura alienante perché genera identità, genera un consumatore studiato a tavolino, calcolabile, privo di identità propria. Una identità sgravata da confini naturalistici e posta nella rete informatica. Se, infatti, Fichte sosteneva “L’uomo diventa uomo solo con gli altri uomini” in un rapporto di costruzione della identità mediante il riconoscersi nell’altro e quindi diverso dall’altro stesso, il rapporto qui diviene uomo/mere, merce causa e relazione tra gli esseri parlanti (mai più pensanti) l’altro è qualcuno perché è qualcosa. Una connotazione questa tratteggiata dal Romano che ci fa giungere alla oramai certa verità che la attuale società non è solo autistica, deframmentata, a tratti schizofrenica, ma soprattutto narcisista. Non esistono pensanti esistono merci, l’uomo è divenuto un utensile. E per di più un utensile non reale ma iper-reale, ove non vi è posto neanche per la fantasia, per l’immaginazione. Se l’immaginario era alibi del reale in un mondo dominato dal principio di realtà, oggi è il reale che è divenuto l’alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione[14]

L’uomo è le sue sinapsi, l’uomo è merce, l’uomo è utensile, e ciò pone problemi di non poco momento riguardo la colpevolezza, se vero è che ciò che è spiegabile non è imputabile perché esula dalla libertà e dunque dalla responsabilità ma appartiene a cause specifiche dei casi. Su ciò torneremo nel terzo capitolo.

Concludiamo il presente paragrafo solo con alcune riflessioni meritevoli del De Lalla, che possono orientarci su una prospettiva futura. Ed io mi soffermerei su tre punti. In prima istanza sulla gerarchia dei valori di Scheler[15]. I quattro livelli sono esemplificativi, se il primo si lega alla valutazione gradevole/sgradevole e dunque al sensibile, il secondo è quello dei valori vitali, salute, malattia, vecchiaia, morte, il terzo è campo di valori spirituali, quali i valori morali, estetici, giuridici, il quarto è quello della dimensione sacrale. Tralasciando le riflessioni squisitamente inerenti alla politica ed all’homo socialis, qui interessa notare un passaggio fondante che ben si lega alle riflessioni del Romano, ovverosia che la scienza moderna, empirica, basata sull’Erfahrung, è soprattutto tecnica, come risultante della cooperazione controllata tra sensibilità ed intelletto-intelletto come calcolo ma anche come logica- di essa ha ripreso il tono-base. Ed è facile concludere che l’età cibernetica, a Nostro avviso, ha compiuto se non una regressione quantomeno una accentuazione di tale livello primigenio, tipico dei primati non umani e della tecnologia strumentale. A ciò si aggiunga il secondo livello, tipico della vitalità e collegato al primo “tecnologico”. Esuberanza, vitalità, utilità, etc. questo il contorno, a ciò si limita l’era cibernetica. E questo è l’uomo utensile, corda tesa tra lo sviluppo tecnologico esponenziale e la bestialità vitale, tra impulsi irrefrenabili e criteri meritocratici figli dell’utilitarismo. E un secondo livello in qualche misura depotenziato dal connubio con la tecnica, col primo livello. Ci viene in mente la riflessione di Baudrillard su “Crash” di J.G. Ballard[16] , che descrive un mondo dove non c’è affetto né psicologia, né flusso né desiderio né libido o pulsione di morte, ove alberga selvaggeria della mistura di tecnica e corpo, immanente, dove persino la sessualità  è una sorta di vertigine potenziale di segni nulli del corpo, mero rituale simbolico d’incisione dei segni, alla guisa dei graffiti.

Il secondo ordine di riflessione ci porta al capitolo conclusivo della citata opera del De Lalla, “La democrazia comunitaria”, da cui è possibile trarre alcune riflessioni a tratti illuminanti sulle prospettive future e sull’inquadramento dell’era cibernetica[17].

È indubbio che tale epoca sia figlia del Capitalismo, di un capitalismo subdolo, quello dal “volto buono”, umano, che non è monopolio ma segue le libere leggi del mercato, sposando de facto una liberal-democrazia ove lo Stato pone a freno spinte monopolistiche od oligarchiche, ma che alla fine agevola l’emergere delle medesime anche se in maniera non collusiva, o talvolta le indirizza proprio lì, complice il nuovo mercantilismo/imperialismo dell’Unione Europea. Qui lo Stato ed il Sovrastato non tassa per fini redistributivi, non garantisce nemmanco il nozickiano “stato minimo”, ma tassa per agevolare e agevola tassando. Niente a che vedere con lo stato comunitario di cui parla il De Lalla in Eracle al bivio[18], anzi forse dal 2009, anno di edizione de “La Comunità Democratica” il bivio è stato imboccato e le destre si stanno ergendo, ma nemmanco la sinistra parla di giustizia sociale, non più, partito cartello e partito piglia tutto allo stesso tempo. Ha senz’altro vinto l’Uomo Vecchio, veterotestamentario e filo-protestante, dall’altra parte non c’è, manca-e se ne sente l’assenza-il Cristiano, l’Uomo Nuovo sostituito da ideali ed ideologie di matrice orientale, di stampo islamico, od occidentale, ma di stampo new age, e figlie di Lutero e quindi del liberismo, direzione che la chiesa Cattolica, col nuovo Pontefice, sembra stia prendendo, un cattolicesimo in bilico tra new age e protestantesimo, scarno e veterotestamentario di un filo-protestantesimo non evidente, che vede l’uomo religioso fuori dalla comunità e barlume della società, ma comunque fuori da essa, entrandovi con pochi valori grillini, ecologisti, da marketing della misericordia e della compassione, freno all’estremismo ma, come tutti gli ecologismi, i pietismi e le religioni personalissime e laiche, freno scarno all’avanzata delle destre ed al ritorno del “Vecchio Uomo”.

 

 

 

CAPITOLO II

DEVIANZA ADOLESCENZIALE, UNA CORDA TESA TRA VIOLENZA ED AMORE

 

  1. Amo la mia vittima! Tanto a te mi interesso da vessarti

Imprescindibile per porre dei cenni che sintetizzino le radici socio-psicologiche e filosofiche dei fenomeni di criminalità violenta che vedono coinvolti gli adolescenti, con particolare riguardo al bullismo, al cyberbullismo ed al branco, è l’analisi condotta dal Boldoni[19], di cui qui ci serviamo interamente,  riguardo a una delle opere fondamentali del premio Nobel per la fisiologia e la medicina Konard Lorenz, etologo e naturalista, vale a dire “Il cosiddetto male” (1963)  nonché al discorso su aggressività ed attaccamento di J. Bowlby, che abbraccia un po’ tutta la sua produzione, dagli studi su Darwin e lo stesso Lorenz alla compiuta analisi dell’attaccamento. Imprescindibile anche il lavoro di Manlio Sgalambro[20],  che inquadra, seppur parlando di omicidio, il rapporto  amore-aggressività da un punto di vista squisitamente filosofico che, indubbiamente, merita la Nostra attenzione.

Partiamo col dire che Lorenz, da etologo, non inquadra il fenomeno della violenza da un punto di vista freudiano di repressione e modifica del proprio istinto, l’aggressività è, qui, invece, studiata dal punto di vista di un adattamento necessario per la sopravvivenza della specie[21]. Intendiamoci in prima istanza sul significato etimologico di aggressività, che deriva dal latino “ad-gradior” e reca già in sé, nel suo significato, una ambivalenza, un significato bifronte, essendo traducibile sia nella prospettiva dell’amore (andare verso) ma anche in quella della violenza (andare contro, attaccare). E Lorenz distingue due tipologie di comportamento aggressivo[22], quello “inter-specifico” e quello “intra-specifico”, il primo che si attua tra specie diverse, il secondo tra membri della medesima specie. Ora, la differenza è di non poco momento, tenuto conto che nella aggressività inter-specifica manca l’elemento psicologico, manca l’emozione “rabbia”, il predatore attacca spinto dalla necessità di nutrirsi e quindi per soddisfare un bisogno naturale primario. Interessante, a tal proposito, porre in essere un Nostro inciso che in parte esula dall’economia del discorso, ma che sentiamo di dover fare, in una società spinta sempre più al plutarchesco vegetarismo, o veganismo o fruttarismo. Ed a tal proposito vorrei rifarmi al famoso discorso di Capo Seattle al Congresso Americano[23], specificatamente nella parte in cui afferma e si schiera contro la mattanza e contro l’uccisione di animali fine a sé, in particolare bisonti, per noia (un po’ come i ragazzi del cavalcavia), o per consumismo/capitalismo esasperato, dando nella propria semplicità una immagine che, ai nostri giorni, non può non essere di indirizzo, vale a dire cibarsi di carne per necessità, riconoscendo la dignità dell’animale e senza confinarlo in lager per mattanze su larga scala/globalizzate. Un indirizzo moderato ed attualissimo, e soprattutto figlio del rispetto per una delle massime forme di auctoritas, la Natura. L’uomo, insomma, finisce per essere cruento, esprimere la propria rabbia e la propria vacuità esistenziale addirittura nel comportamento aggressivo “inter-specifico”, caso unico tra gli altri essenti di scala inferiore, tra le altre specie animali.

Passando ora alla aggressività intra-specifica, tra membri della stessa specie, Lorenz nota come tale comportamento è aggressivo strictu sensu, proprio perché intenzionale –tralasciando l’intenzionalità umana inter-specifica di cui abbiamo appena accennato nel precedente inciso-, ed è rivolto, principalmente a tre finalità: la prima è quella di selezionare il membro più forte per la difesa del gruppo e per la scelta della femmina che porterà avanti la specie attraverso la riproduzione col più adatto/forte/capace. La seconda è a fini di “spacing-out”, ovverossia per il miglior sfruttamento del territori del gruppo, infine la terza, il “selective breeding”, vale a dire la protezione della prole.

Ma Lorenz continua la sua analisi in modo egregio per cerare soluzioni, all’interno della specie umana, capaci di tenere a bada tale aggressività, che in pensanti ed esseri razionali può e rischia di sfociare in condotte violenti fine a sé stesse, gratuite ed irrazionali. E a tal proposito propone un incanalamento di tale aggressività, mostrando come ciò sia avvenuto nei secoli, dal neolitico e forse anche prima, attraverso due meccanismi: la ritualizzazione e l’inibizione. La prima reindirizza l’aggressività attraverso rituali, soprattutto di carattere religioso, dalla forte valenza simbolica, tra questi rientrano i famosi riti di iniziazione cui le ataviche società sottoponevano “l’adolescente” per segnare il passaggio dalla infanzia alla età adulta. L’inibizione, invece, è tipica dei predatori, per questo Noi riteniamo si sia sviluppata nell’uomo quando è divenuto da raccoglitore cacciatore, con la scoperta del fuoco, e serve a censurare la violenza, utilizzata nella caccia, nei confronti dei propri simili. A tal proposito gesti inibitori sono per esempio il sorriso, la stretta di mano, il saluto.

Veniamo all’analisi di  Baldoni sull’attaccamento di John Bowlby, l’autore, che come detto inizia i suoi studi in una prospettiva etologico-evoluzionista leggendo Darwin e Lorenz (in particolare L’anello del re Salomone del 1949) coniugando in maniera egregia teorie psicoanalitiche, cognitiviste, sistemiche e naturalistiche. L’intuizione è che l’essere umano manifesta una predisposizione innata a sviluppare relazioni di attaccamento con figure genitoriali primarie[24]. L’aggressività è dunque una componente innata, in accordo con Lorenz, e le ragioni della sua esistenza possono essere ricondotte a quattro ambiti fondamentali: una esperienza infantile di deprivazione materna, un comportamento teso ad evitare esperienze di separazione e di perdita, uno sviluppo carente della funzione riflessiva legato ad abusi, maltrattamenti o scarsa sensibilità genitoriale, lo sviluppo di un attaccamento insicuro. Brevemente[25] , in merito alla deprivazione materna, possiamo ricordare lo studio di Bowlby nel primissimo dopoguerra, in qualità di incaricato della Organizzazione Mondiale della Sanità, compì ricerche e studi che lo portarono a pubblicare due opere agli inizi degli anni ’50 (Maternal care and menthal health e Child care and the growth of maternal love) in cui si sosteneva, fondamentalmente, che i bambini hanno bisogno di un rapporto caldo, intimo ed ininterrotto con la madre o la figura di riferimento materno che possa consentirgli soddisfazione e godimento, di conseguenza la deprivazione materna prolungata tende a favorire disturbi antisociali. Alla stessa stregua si colloca quella che è definita la “Collera non funzionale”; essa si sviluppa in una ottica di protesta messa in atto per mancanza di cura da parte del caregiver, tale mancanza di garanzia di protezione svilupperà probabilmente, in età adolescenziale, condotte quali bullismo, vandalismo, sino alle più gravi violenze contro gli stessi familiari. Altro autore preso in considerazione da Baldoni è Peter Fonagy, che ispira i suoi studi a quelli di Bowlby, e negli anni ’90 del secolo scorso si sofferma sui rapporti tra aggressività e funzione riflessiva[26]. Se nei primi mesi di vita il neonato sperimenta uno stato di “Sé non psicologico”, vale a dire pre-riflessivo o somatico, a che si giunga al “Sé psicologico” o riflessivo è necessario un determinato rapporto riflettente con la figura di riferimento, una empatia, un rapporto a due in cui il genitore riflette sul suo bambino rappresentandosi i suoi pensieri, sensazioni, bisogni, intenzioni, cercando di interpretarli, viceversa ed in sinergia il bambino si riconosce decodificando tali rappresentazioni genitoriali che avvengono attraverso segni, espressioni facciali, linguaggio. Ciò consente al bambino di riconoscersi proponendo un modello riflessivo col quale identificarsi e dunque, in età adolescenziale, avere le basi per la definizione della propria identità. Questa è la “funzione riflessiva” ed è evidente che, se essa raggiunge il proprio obbiettivo, consente lo sviluppo dal Sé non psicologico al Sé psicologico/riflessivo, favorendo un attaccamento sicuro. Ma ove mai la funzione riflessiva fallisse si porrebbe in essere un attaccamento insicuro, prodomo di devianza ed aggressività in età adolescenziale, o, in alternativa, comunque di squilibrio, che si manifestano nell’Evitamento o nello sviluppo del Falso Sé. Tale attaccamento insicuro, secondo la Strange Situation ideata da Mary Ainsworth (1969), ha evidenziato come tali bambini rischiano nella adolescenza una maggior predisposizione all’utilizzo di droghe, all’isolamento ed alla ribellione verso educatori, scuola ed istituzioni.

Vediamo meglio, l’attaccamento insicuro distanziante vede una idealizzazione della figura genitoriale, in contraddizione con i ricordi autobiografici che può favorire attacchi collerici improvvisi ingenerati dal distacco degli affetti negativi del sé, distacco che può provocare perdita di controllo di tali emozioni e scatti cosiddetti d’impeto in età adolescenziale. L’attaccamento insicuro preoccupato, invece, è dovuto a trascuratezza o abuso da parte dei genitori, che crea una scissione del sé che può enfatizzare la rabbia sino all’odio distanziandosi dalla vulnerabilità o, viceversa, enfatizzare la vulnerabilità sino alla paura e distanziarsi dalla rabbia. Nel primo dei due casi abbiamo il cosiddetto attaccamento ossessivamente collerico e ossessionato dalla vendetta nei confronti della figura di riferimento, quivi la collera è disfunzionale (perciò si parla di vendetta ed odio fine a sé) ossia non indirizzata alla necessità di ricevere protezione. L’attaccamento di questo tipo, caratterizzato da collera non funzionale, porterà ad adolescenti aggressivi sia con i loro compagni che nelle relazioni amorose e che spesso sono potenziali partecipi, unendosi a bande, delle “inspiegabili e gratuite” violenze da branco. Da notare, infine, una altra configurazione estrema, quella nascostamente minacciosa o anaffettiva, che, come quella paranoide, potrebbe sfociare in una aggressività adolescenziale rivolta verso tutti, nella percezione di una ostilità non qualificata verso l’altro e verso l’esterno. Giusto un ultimo cenno riguardo, questa volta, la vittima, anch’essa spesso figlia di un attaccamento insicuro, precisamente quello di tipo seduttivo-ossessionato del soccorso, caratterizzato da individui che ricercano protezione e si mostrano deboli e fragili, celando la propria aggressività, negando la propria rabbia ed enfatizzando la paura. Tali soggetti possono divenire facile preda di abusi sessuali o di bullismo.

Questo breve excursus sull’attaccamento e l’aggressività, sintetizzabile nella massima di Lorenz “non c’è amore senza aggressione”, ci apre alla dimensione dell’intimo rapporto sussistente tra amore e violenza, rapporto tanto più vivo nella adolescenza, età sintesi di contraddizioni ed età della transizione al mondo adulto. Epoca questa che tanto affascina perché può assurgere a simbolo della umanità, dei suoi modi d’essere, delle sue oscillazioni, delle sue tendenze tra bene e male, giusto ed ingiusto. L’adolescenza livella ed accomuna tutti proprio in quanto il carattere è in fieri, noi in seguito faremo scelte, l’adolescenza è il periodo deputato alle prove.

Manlio Sgalambro analizza l’atto per eccellenza più riprovevole che possa compiere un uomo, l’assassinio[27]. Come accennato è a Nostro avviso centrare alcuni punti del discorso che può ricondursi a fenomeni di devianza/criminalità più estesi dell’omicidio volontario, cogliendo l’essenza dell’opera che, di fatto, parlando di delitto parla del meccanismo che induce l’uomo a gesti violenti contro il prossimo, ovverosia l’altro individuo. Non a caso l’autore, definendosi hegeliano convinto, parte dal presupposto che “quando il male è nel mondo esso non è più male ma è il mondo stesso”, e per tali motivi mostra un interesse per il fatto, delitto- d’ora in poi Noi diremo violenza- che non occupa lo spazio del mondo ma qualcosa d’altro, di più l’interesse non lo ripone nella causa del fatto, che egli ritiene comunque causa secondaria, ma nel soggetto attivo, l’aguzzino, inteso come persona e dunque causa prima[28] del fatto stesso. E l’analisi non parte da una prospettiva psicologica, ritenendo che l’idea di un individuo di cui non si può sapere altro se non tramite la psicologia sia una idea dovuta al peggioramento stesso del concetto di uomo, nel suo considerarlo imperfetto, mentre, afferma, “l’individuo compiuto non è cosa da psicologia”[29] e, di conseguenza chi commette violenza non deriva il suo atto dalla sua psicologia, ma dal solo fatto che egli non solo è un individuo ma questo individuo[30]. Come, riteniamo Noi, se la transizione da individuo a persona perversamente si realizzasse in quell’atto di riconoscimento dell’altro, la vittima. E ciò si scorge nel nietzschiano assunto della nostalgia dell’assassino (Aurora 366), quindi diciamo del carnefice, a differenza del suicida, o nel nostro caso dell’autolesionista, il carnefice dunque si spinge al di là, non rivolge il suo atto contro sé, sancendo che la propria vita non ha senso ma contro l’altro, se il suicida svaluta la vita l’assassino svaluta anche la morte[31]. E quindi se l’autolesionista svaluta sé chi fa violenza finisce per svalutare anche la possibile pretesa di senso dell’altro e quindi, più in generale, nel suo atto traspare una universalità.

L’atto è mosso dal capriccio e non dalla libertà, capriccio che diviene grazia, e dunque elettivo e non selettivo e soprattutto, ancora non egualitario. Se la libertà livella, infatti, l’atto violento è figlio della grazia di chi sceglie, preferisce, si lega ad uno e non ad un altro[32]. E’  come se lo Sgalambro qui cogliesse l’intensità dell’atto violento come perversione dell’atto d’amore, amore che è di fatto elettivo e guidato dalla grazia. Dietro l’apparente provocazione c’è la sottigliezza di chi comprende come la violenza, l’atto violento e dunque soprattutto il violento eserciti la sua potenza, il suo arbitrio, la grazia di provenienza divina verso una polarità opposta a quella più congeniale. Tali parole racchiudono il senso, profondissimo, della dannazione umana, che perverte la grazia rendendola capriccio e perverte l’amore rendendolo violenza. Ma l’intuizione più sottile ancora, è che ambedue le forze hanno un genus comune. Un genus che parte dalla shellingiana concezione dell’inizio della metafisica nel momento in cui l’uomo tocca il fondo, cade, l’uomo che respira l’etere senza decadere diviene non più uomo ma bestia, ed in ciò, potremmo dire,  colloca quello che Noi definiamo il passaggio dall’età del materialismo a quella cibernetica, come un passaggio da una umanità che, finora era vissuta sub specie mortis ed ora vive sub specie delicti[33].  E ciò è vero non solo e non tanto perché la virtualità in cui siamo oggi immersi ha fatto perdere di vista la realtà, almeno la realtà percettiva diretta, collocandoci in una ottica iper-reale ove l’incontro con l’altro è sopraffattivo e non condivisivo/esperenziale, ma addirittura ove il senso ultimo delle cose, l’esser sé stessi più autentici, non è la heideggeriana morte e nemmanco il sartriano nulla ma addirittura lo scontro, nella percezione dell’altro come nemico, per qualificarlo e dunque qualificare sé temendo l’estraneità figlia dell’indifferenza e quindi la percezione dell’altro e di sé come nulla. Ma Sgalambro va oltre, sostenendo[34] che “il represso non cessa di agire e proietta ovunque il suo incubo”. È questa la censura della metafisica sulla contemporaneità e la censura della stessa scienza empirica, se può ancora parlarsi di scienza e non di mera ricerca, sottraendo quindi tale conoscenza alla certezza ed alla previsione. Persino la storia cerca di scongiurare tale visione, tale perpetrarsi dell’incubo per diffusione da pensante a pensante, ma fallisce rendendo i più grandiosi miserabili, in una sorta di nostalgica dimenticanza, “come se provenissero da una lontananza in cui tutto sarà polvere”[35].

In tale ottica “il delinquente diviene intelligenza” perché hegelianamente è intelligenza (Filosofia dello spirito jenese) e prima ancora, o dopo che è lo stesso, “il delinquente diviene forma di esistenza”[36], una sorta di décadent, un baluardo, un gorgoglio ultimo del nietzschiano crepuscolo degli idoli, non più il “mostro razionale” della Metafisica dei costumi kantiana, mosso dall’invidia e che rompe gli equilibri e l’armonia, ma si erge egli stesso a divino baluardo arzigogolante, a principe del senso, ad unica forma di senso nella virtualità relazionale, sottratto da ogni definizione psicologica di debole o di forte ma, come emerso supra, ontologicamente “essere discernente della decadenza”. E dunque l’infermità stessa viene “legata all’esistenza apatica dell’universo”[37], e misero è lo spazio in cui medicina e psicologia possono guarire, misero perché limitato al reinserimento, alla dimensione adattiva alla società, società stessa che è malata, mentre l’aporia della medicina moderna è nell’imperativo “la verità è salute” e viceversa “la salute è verità”, di qui la via di fuga nietzschiana, il naufragio nella propria stessa follia. Una opinione che ben si sposa con l’ileomorfismo dell’Accademia dei Quaranta ed in particolare di Venturoli contro le ipotesi di Charcot, le malattie nervose, infatti, per lo studioso italiano non potevano avere natura organica ma erano vizi di volontà dell’anima razionale[38], né tantomeno, prosegue Vespignani, i processi mentali ed il pensiero in primis, non potevano ridursi a “fosforescenza celebrale”, né l’anima poteva divenire funzione del cervello[39]. L’uomo è sottratto dal meccanicismo kantiano tanto quanto dal relativismo positivista ma è, sempre secondo il Venturoli, “non mera materia ed organizzazione ma un tutt’uno, inserito ab estrinseco da Dio”[40].  E stesso dicasi per la morale, quella della “Metafisica dei costumi” kantiana, dove in realtà il delinquente si sottrae al meccanicismo dell’equilibrio/squilibrio sociale, quasi karmico, cui la virtualità pone morbosa attenzione, nella fretta anarchica di spiegare con ordine, con sistema, con empirica precisione.

Ecco che fa a questo punto, in questo ritratto della nostra società, il suo ingresso l’amore, quindi la violenza, Sgalambro nel domandarsi cos’è l’amore si domanda cos’è il delitto-per Noi cos’è la violenza-, ed amare è figlio del capriccio e della grazia di cui abbiamo accennato, amare è eleggere un individuo e gettare gli altri negli inferi, “amare è questo infame delitto, amare un individuo è come condannare gli altri all’inesistenza”[41]. E nel ricordarci che “Il cacciatore uccide solo cose belle” si intuisce questa attenzione del delinquente per la vittima, ma la sua umanità non sta solo nel circondare la vittima di tutte le attenzioni del mondo, “l’umanità dell’essenza” hegeliana[42], ma nel fatto che lo stesso si sostituisce alla natura allo ius vitae ac necis che solo a Dio spetta, che dà morte umana e non naturale[43]. E ciò vale per l’assassino e per il violento, a Nostro avviso, ferma la validità dell’umanità nell’essenza hegeliana, il secondo passaggio è pur sempre un sostituirsi alla Natura, a Dio, un’intenzione di proteggere ciò che si vessa, nella certezza che si è gli unici a poterlo vessare, potremmo definirlo un vero e proprio “principio di esclusività”, una divinità che cala d’attenzioni la sua vittima perché solo è sua. In conclusione tanto l’assassino, quanto il carnefice come cosa in sé è un portatore di bene, come fenomeno un delinquente e basta[44]. Un cercatore di scopo, ontologicamente parlando, un décadent sperso nel virtuale che nel reale cerca tale senso attingendo alla virtualità non sua, un artefice che si sostituisce alla Natura ed a Dio.

L’intera opera di Sgalambro, a Nostro avviso, ben si presta e si adatta, come abbiamo più volte sottolineato, a tale epoca cibernetico/virtuale, in cui la morte ha perso significato ed il dolore non risulta neanche concepibile. È un punto di partenza importante, perché ci mostra una via di fuga, un modo per indirizzare tale principio elettivo col quale il soggetto attivo sceglie la sua vittima nella direzione di una serie di valori pieni, coerenti, sistematici. Ed è il Cattolicesimo, riteniamo, la via maestra, l’unica religione non meramente spirituale, ma incarnata, ove il ruolo del corpo è centrale quanto quello dell’anima e dello spirito, ove il dolore trova una sua configurazione e la morte un senso che si sottrae al nulla da un lato ed alla folle pretesa di sostituirsi, in questo nulla, al Dio veterotestamentario e vendicativo, laico e filo-protestante dall’altro. Il cattolicesimo viene ad essere un equilibrio tra dolore e redenzione, una presa di consapevolezza e di coscienza per l’adolescente che non cade nel virtualismo di uno spirito che ha la priorità sul corpo, né nell’edonismo di un corpo che ha la priorità sullo spirito. Una possibilità a che le sue attenzioni verso la vittima siano attenzioni verso l’amico/amato, di modo che la proiezione di sé sull’altro divenga positiva, risultato raggiungibile solo con la piena presa di coscienza della propria identità e, quindi, dell’amore per sé ed in fine dell’amore per sé nell’altro che da alius diventa simile. In una società malata non è una cura che contrasta la violenza ma una giusta consapevolezza e coscienza di sé e quindi dell’altro, consapevolezza che, come vedremo a breve, non va insegnata per imposizione ma come risveglio di coscienza, risveglio della “nova alternatio”.

  1. Condotte devianti e criminali degli adolescenti contro gli altri

Sebbene spesso si faccia una confusione terminologica tra i fenomeni di bullismo, cyberbullismo, gangismo e gli atti orribili compiuti dal cosiddetto “Branco”, è necessario precisare che si tratta di atti con una chiara distinzione, sia nelle modalità, sia nei mezzi, attraverso cui si pongono in essere tali atti, sia, infine, per quanto riguarda la loro durata nel tempo.

Importante è sottolineare, a proposito, che tali fenomeni sono accomunati sia dall’età di riferimento, l’adolescenza, sia dalle caratteristiche ad essa proprie, ovverosia dal disagio.

Il gangismo, a differenza ad esempio del bullismo o del branco, ha caratteristiche completamente diverse, basandosi su un seppur rudimentale “codice d’onore” (che ne delinea i principi cardine) ed un “codice di condotta” (che ne delinea le modalità attraverso le quali porre in essere la condotta deviante o criminale). Tali codici sono quelli che Cohen chiama codici morali e che spingono alla delinquenza in quanto l’adolescente ad essi aderisce ed essi interiorizza[45].  Ora, il codice d’onore, nelle gang, può essere di tre tipi, il primo legato alla sottocultura -noi preferiamo dire cultura urbana- cui gli stessi si ispirano, spesso ponendo in essere dei travisamenti  personalissimi dello Skin, del Gabber, dell’Emo, dello Ska, dell’Hip Hop, del Gotic, del Cyber, del Punk, nelle diverse declinazioni anarcopunk, punkabbestia.

Ora occorre a tal proposito effettuare una precisa e compiuta osservazione. Tale elenco non esaustivo di culture urbane è caratterizzato in primis per una determinata aderenza alla moda, seppur ponendosi in conflitto con essa, infatti, ciascun appartenente segue un look, un vestiario ed un atteggiamento tipico della cultura di riferimento stessa. La caratteristica di queste sotto culture, sta proprio in questo, nella avversione allo schema sociale precostituito, ma l’aspetto fondamentale è che non hanno quasi mai una connotazione di tipo politico, se non tendente all’anarchismo estremista di destra o di sinistra. Le culture urbane, già attive dagli inizi degli anni ’60, attecchiscono soprattutto tra gli adolescenti proprio perché hanno una base culturale solida nel volere e nel sapere, ma parca nell’attivazione e nella mobilitazione per i raggiungimenti dei loro fini. A differenza dei codici d’onore delle altre gang, quelle politiche e quelle legate alla malavita, il contesto d’azione su cui queste operano è di contestazione, di pars destruens ma manchevole di pars costruens. E ciò ne spiega l’ampia diffusione sul finire degli anni ’80 sino ai giorni nostri, o perlomeno sino alla prima decade degli anni duemila. È a partire da questa epoca che sono infatti crollate le ideologie attive-soprattutto il discrimen è stata la caduta del Muro di Berlino- a favore di quelle cartello, ed è stato facile, a questo punto, l’attecchire in maniera massiccia di tali subculture. Ora, ciascuna di essa, non contenendo alcuna connotazione politica, non si configura come cultura che necessiti di fare proseliti o di creare un mondo da essa dominata. Non c’è una verve propagandistica, né di carattere religioso né, come detto, politico, tali culture urbane sono culture che, seppur diffuse su scala internazionale, con le medesime ritualità, costumi e generi musicali di riferimento, hanno una connotazione chiusa, cinica, sono in opposizione a ma non sognano un mondo che utopisticamente si sottometta alla loro Weltanschauung. Hanno ben chiaro che esiste un mondo ufficiale e deprecabile, quasi in decadimento postatomico- ed effettivamente in decadimento post-ideologico- e poi ci sono loro, ultimi reduci, indiani nelle riserve, segno di una adolescenza quasi millenarista, che vive l’attimo ed attende una parusia nichilista e castista.

Capiamo bene che questa alternatio non è lesiva, almeno finché non avviene la travisamento, e, ad esempio, allo Skin o al Gabber, caratterizzati da stili completamente opposti, attecchisce un sentimento nazista che si esplica e sorge nel confronto con altre sottoculture, quella Punk ad esempio di ispirazione prevalentemente anarchica, o la Hip Hop più protesa verso sinistra, o l’Emo cinica per eccellenza. E ben capiamo che a questo punto, data l’assenza di cultura politica sottesa, si finisce per uno scontro, non tanto e non solo contro subculture avversarie, ma anche contro quel mondo “estraneo ed ostile ad essere conquistato”. E la violenza può divenire terribile, insensata, priva di regole proprio perché manca un codice di condotta e la connotazione politica diviene forma d’azione nichilista e distruggente. In questi casi fenomeni devianti sono occasionali ma quando avvengono esplodono con inaudita e cieca ferocia perché ciò che si attacca è il nulla e ciò da cui parte l’attacco è la noia. In parole povere se limitate alla musica, da cui provengono, o all’abbigliamento ed alle azioni tali culture urbane non creano problemi e non cadono nella devianza o nella criminalità ma possono essere addirittura una risposta positiva al disagio adolescenziale, esse infatti, coperte dal manto dell’arte, nel caso di specie la musica, correggono lo spleen attraverso la poesia. Interessante a proposito  una riflessione, breve, sul gruppo musicale Baustelle, gruppo che meglio si sposa a descrivere il disagio adolescenziale dagli albori del millennio ad oggi, aspetto che riprenderemo più volte in seguito, quello della “antiomologata adolescenza torbida” e dei suoi rapporti col cattolicesimo (alternatio religio), un’analisi che è compiuta in maniera acuta nel testo di Jachia e Pilla[46], cui attingeremo più volte nel corso della trattazione, soprattutto nel capitolo III, con i relativi aggiustamenti, approfondimenti ed accrescimenti che riteniamo opportuni. Riprendendo una intervista a Rockshock del leader del gruppo, Francesco Bianconi, gli autori[47] fanno un parallelismo tra il montaliano “Spesso il male di vivere ho incontrato” e l’album “La Malavita”, sottolineano come la via creativa sia l’unica possibile contro il male di vivere, il nulla esistenziale, ma non per forza e non solo facendo poesia ma soprattutto vivendo poeticamente.

Quando, invece, tali culture urbane estrinsecano una condotta illecita si caratterizzano come quelle condotte che Cohen includeva nella “Teoria della disorganizzazione sociale”[48], con la sola differenza che tali devianze non si formano in zone interstiziali della città, i cosiddetti slum, ma ovunque ed anzi maggiormente nei centri e nei luoghi ove meglio circola la cultura e maggiori sono gli stimoli.

Prima di passare agli altri due tipi di codici di condotta ed alla sottesa cultura in cui trovano spazio è utile un breve ma essenziale inciso. Esautorate dalla arte tali forme di sottocultura hanno tanto in comune col fenomeno del cosiddetto “Branco”. Il branco è, infatti, un aggregato di adolescenti che provengono da un qualsiasi ceto sociale ma non appartengono a nessuna cultura, nemmeno urbana, e per questo il loro nichilismo afinalistico è ancora più pericoloso. Costoro, se da soli possono anche essere definiti i classici “bravi ragazzi”, acquisiscono una forza bruta unendosi ad altri membri regredendo ad uno stato animale. Tuttavia, nota bene il Galimberti[49], assimilare l’azione del branco a quella animale potrebbe farci sentire in diritto di porre una certa estraneità nei confronti di atti all’apparenza insensati mentre è evidente che tale nichilismo, definito dall’autore figlio della speranza delusa di trovare un senso e della noia[50] sono solo all’apparenza inspiegabili. Soprattutto se ci poniamo nella dimensione, analizzata in precedenza, del locus in cui gli adolescenti si trovano a vivere, un topos senza valori, senza rispetto per l’autorità e la cultura, proprio perché vengono ad essere figli si una educazione che impone loro, tramite i modelli dei mass media, film, serie televisive, filmati youtube, ma anche degli insegnamenti genitoriali[51] della classe modio alta, una concezione della vita in cui l’arricchimento, il potere, il sesso, sono gli obiettivi cardine da raggiungere. Ed in tale terreno opera il branco, un terreno privo di regole che non siano quelle del più forte, evidente dunque la necessità di colmare la propria debolezza unendosi e divenendo un “mostro collettivo” che, spesso e quasi sempre sotto l’effetto di alcol o droghe stimolanti per colmare la debolezza-,  va a cercare proprio ciò che gli è stato propinato dalla educazione. La rapina, la violenza carnale, persino l’assassinio, ponendo sullo stesso livello vita e morte, dolore e sanità, proprio perché tutto ciò è in prima istanza virtuale e non più reale, in seconda istanza merce, e come merce da usare, consumare e disfarsene. L’unica via di salvezza lo spleen con poesia, il baudelairiano spleen artistico.

Il disagio che genera la follia del branco è tratteggiato dallo stesso Galimberti, nel trattare l’episodio di qualche anno fa dei “ragazzi del cavalcavia”, che gettavano sassi dai ponti generando incidenti, riporta le parole di una giovane suonatrice che dice “l’arpa mi ha salvato, altrimenti sarei anch’io a gettare massi”[52].

Passando agli altri due tipi di codici relativi ad altre, a Nostro avviso, tipologie di Gang, faremo solo qualche cenno, per l’economia del discorso. In prima istanza possiamo affermare che per ambedue i tipi di gang il codice d’onore e quello di condotta sono ben strutturati, a differenza delle culture urbane, soprattutto quello di condotta, che in alcuni casi, prevede rituali specifici su come porre in essere l’atto violento. La prima forma è quella della gang politica, cui possiamo accostare anche quella fanatico/religiosa. Ed il richiamo al terrorismo è d’obbligo, seppur chiariamo un concetto. Il gangismo religioso è altro dal terrorismo ma è spesso prodomo dello stesso, secondo la linea tristemente evolutiva esclusione/gelosia culturale-attività ritorsive delinquenziali-gangismo-terrorismo, evoluzione che si realizza soprattutto in gruppi settari e quando si preferisce l’integrazione al pluralismo. È d’obbligo citarla, dicevamo, soprattutto oggi, se teniamo conto dell’estremismo islamico, in particolare quello dei servi del califfato, ovverossia dell’Isis, perché è un fenomeno che coinvolge soprattutto giovani ed è inoltre figlio, a differenza ad esempio di Al-Qāʿida, dell’era cibernetica, come descrive sapientemente Ballardini[53]. E coinvolge i giovani attraverso la rete, a fini propagandistici, creando un vero e proprio brand, logo, prodotto parusistico preconfezionato e vendibile[54], propaganda della guerra, della necessità di porre in essere uno Stato Islamico qui ed ora su tutta la Terra, che non solo intimorisce l’occidente con i cruenti video di esecuzioni che vengono da “lontano”, con ben specifici format[55] ma che fa leva sul nichilismo giovanile di individui all’apparenza perfettamente integrati, occidentalizzati, persino nei vizi, per fare proseliti, utilizzando non solo semplici comunicati politici o  dichiarazioni ideologiche, ma addirittura composizioni musicali, riviste, blog, che rischiano di stuzzicare i cosiddetti “lupi solitari” che colmano il loro vuoto di valori col gesto estremo del “martirio improprio”,  non solo uccidendo gli altri “infedeli”, ma addirittura, e su questo torneremo nel paragrafo seguente, uccidendo sé stessi[56].

È utile citare il fenomeno dello Stato Islamico combattente perché il rischio di proselitismo tra adolescenti rischia di divenire una minaccia reale, vivendo essi una stagione in cui l’influenzabilità è molto maggiore rispetto ai giovani adulti. Dato l’alto tasso di stranieri di fede islamica, integrati anche da più generazioni, potremmo accomunare tale gangismo, che di fatto è atroce terrorismo, alla Teoria del conflitto culturale di Cohen[57]. Vale a dire che alcuni gruppi etnici favoriscono certe forme di delinquenza, trovandosi in un contesto di tensione mondiale ciò è ancor più vero. Ma il fenomeno riguarda anche gruppi quali i Rom, ove certe condotte illecite, come furti o rapine sono incoraggiati dalla penuria delle attività tipiche attraverso le quali, tali gruppi- che non vogliono aprirsi, gelosi della propria cultura,- trovavano sostentamento, vale a dire chiromanzia e vendita del rame o di altri manufatti in appositi mercati, attività, queste, che oramai non trovano più ragion d’essere né spazio nella società occidentale.

Riguardo le gang politiche, il codice d’onore e quello di condotta sono ben strutturati, ma non prevedono, come nel caso delle culture urbane, la violenza, che diviene accidente non necessario e figlio del travisamento o, ma in casi molto rari, dell’erronea interpretazione di concetti come rivolta o rivoluzione. In tali casi l’atto per eccellenza è di tipo vandalico (danneggiamenti di opere o luoghi pubblici) o, tuttalpiù oltraggioso nei confronti di avversari politici o istituzioni. Raramente si arriva allo scontro diretto violento e, se ciò accade, avviene spesso in luoghi di riunione (manifestazioni) o assumendo la forma di raid punitivo. Poco hanno a che fare oggigiorno queste gang con il terrorismo rosso o nero degli anni di piombo, ma investendo soprattutto adolescenti figli della crisi ideologia e poi economica possono assumere connotazioni ben gravi ed incontrollabili. Sono le classiche “generazioni dal pugno chiuso” come le chiama impropriamente Galimberti[58]. Ci riferiamo al fenomeno che ha preso il via a partire dalla seconda metà degli anni ’90 raggiungendo il suo apice tra 2006-2007, epoca in cui è stato scritto il volume dell’autore. Giustamente egli nota che costoro, parafrasando, sfidano il sistema sociale non ricevendo più da esso le risposte, le garanzie, di ordine sociale, politico e soprattutto economico. I No Global, i collettivi scolastici di ambo i colori, a detta del Galimberti sostituiscono la “sfida simbolica”  al “patto sociale”, venendo di fatto a rompere gli equilibri di sistema. Tuttavia tale affermazione è, a Nostro avviso, poco condivisibile, essendo la sfida simbolica un processo fisiologico della evoluzione societaria, ortegianamente parlando. In secondo luogo egli contrappone a tale sfida, a suo avviso nichilista, come alternativa il patto sociale in una ottica di contrattazione tra Stato e generazioni[59], ottica che è terribilmente privatista e ben poco si sposa con una comunità che sappia leggere gli interessi, le aspirazioni, le potenzialità degli adolescenti, deviati e non. Tenendo presenti gli studi del De Lalla[60],  Noi non condividiamo tale impostazione privatistica dello Stato, in quanto figlia delle leggi del mercato ed essa stessa causa della sfida. E tutto ciò è avvalorato dalle conseguenze della Grande Recessione con la quale oramai da più di dieci anni abbiamo a che fare. Ed in tale clima non trova più posto la generazione dal pugno chiuso, dato il proliferare xenofobo e demagogico delle estreme destre, nonché la vacuità contenutistica tra il parruccone ed il nerdismo acritico di movimenti come quello pentastellato, come emerge nella disillusa canzone dei Baustelle  “Il liberismo ha i giorni contati”[61] , in cui non è più tempo di rivoluzione ed allora la via porta all’annullamento socio/politico inevitabile, al comporre “poesie sulla inevitabile catastrofe”, è quello che Noi riteniamo lo Stoicismo B in Alternatio, l’accettazione della fine e l’ultimo gorgheggio poetico come forma della rivoluzione, gorgheggio ben diverso dalla speranza di redenzione nelle arti figurative, nella poesia etc., “Le avanguardie erano ok/almeno fino al ‘66”, ma un nullismo pieno ed estraneo al “mondo ostile ad essere conquistato”. Ed in  tale clima  hanno fatto ingresso le altre due generazioni di adolescenti di cui parla il Galimberti, che sono assurte a vessillo politico di riferimento, “la generazione x degli indifferenti” e “la generazione q dal basso quoziente intellettivo/emozionale”[62], ambedue pericolosissime, ed anzi, di più, a Nostro avviso tra loro intersecabili e non insiemi distinti. Gli indifferenti mirano all’uniformità, al cibernetico, al virtuale, a programmi di cucina, ad altri in cui vengono esaltati vizi o aberrazioni quali il tradimento, o la “bellezza” della camorra, o altresì si chiudono in giochi di ruolo, su luoghi estranianti quali watt app, facebook, instagramm, twitter, comunicando e non esprimendosi[63], mirano alla droga, al divertimento, al sesso mercificato, mantenendo però talvolta una piena identità seppure frammentata-il Galimberti è eccessivamente poco propositivo ed incompleto nelle sue definizioni- come emerge nella canzone “Charlie fa Surf” [64] , in cui si descrive una omologatio della adolescenza bifronte. Da un lato bravo ragazzo, dall’altro amante del porno virtuale, delle anfetamine, dell’MDMA, ed anche della musica, il doppio senso sulla drum machine delle sigarette e quella della elettronica è fantastico. Galimberti nel descrivere gli indifferenti è ben poco acuto, infatti la canzone riprende e cita la frase con cui si riferiva ai vietcong il militare Kilgolde  nel film “Apocalypse Now”,  sovvertendola. È un passaggio molto delicato, a tratti mistico ed intriso di misticismo. La canzone mostra come le negatività siano imposte dalla società che manda segnali contraddittori al giovane quindicenne, “andare in chiesa/fare sport/prendere pasticche che contengono paroxetina” cui si contrappone il suo mondo fatto di sesso virtuale, fumo, droghe, musica, propinato proprio dalla stessa società che gli comunica codici comportamentali corretti. Ma non solo, la stessa società interviene di nuovo nel punirlo per la sua condotta deviante da essa stessa provocata mandando messaggi ad educatori e genitori “crocifiggetelo/una mazza da baseball quanto bene gli fa”, e concludendo con un laconico e liberal-democristiano “Alleluya Alleluya”. Ma anche qui la musica e l’arte sono la via di redenzione perché Charlie fa surf, è un vietcong occidentale che pur obbedendo pronuncia con “strafottenza”, vive la sua alternatività fregandosene del resto, della società/ tenente colonnello Kilgolde che gli propone i vizi, gli propone come comportarsi, lo punisce per ciò che gli propone. L’inquisizione laica qui non l’ha vinta, ma tristemente non l’ha vinta per pochi attimi evasivi, ma, in definitiva, Charlie, falso alternativo è vero alternativo nella sua consapevolezza di tale contraddizione, e forse è l’unico ad accorgersi, da adolescente, che il disagio è creato dallo stesso genus che pretende di riabilitarlo/curarlo.

Tornando a Noi, quelli dal basso q sono, per Galimberti, potenziali sociopatici o psicopatici, spesso lupi solitari di movimenti estremisti quali lo Stato Islamico di cui abbiamo parlato, o altresì folli che sparano nei college americani. L’intersezione tra i due insiemi è larga parte della cibernetica adolescenza nostrana, alberga tutto tranne che l’amore, ci si affilia a movimenti discutibili ed orwelliani o, peggio, ad azioni violente.

Queste stesse generazioni d’intersezione sono poi quelle che fanno parte del terzo tipo di gang, quello di affiliazione mafiosa, sempre perché attratti dal guadagno facile o dal possedere persone, fisicamente, psicologicamente, sessualmente –dimenticando che a Nostro avviso si possiedono solo cose morte-. Il gangismo mafioso è una via, quella che Cohen definisce Teoria dei mezzi illeciti[65]. L’invidia sociale, verso questa società di arrivisti, consumista, in cui vale il binomio vincente-ricco/promiscuo/potente, quivi, spinge gli adolescenti a trovare spazio fertile su cui estrinsecare la loro rabbia verso “il mondo ostile ad essere conquistato” ed anche la loro cupidigia e lussuria -non propriamente loro ma a loro insegnata da genitori, educatori e mass media come stiamo dicendo e sostenendo ampiamente- ed in più trovano una protezione ed una legittimazione “sociale”, appartenendo a gruppi organizzati. In questi casi il credo ideologico distintivo non è detto che venga assorbito o condiviso, forse neanche capito, ma ciò che a questi ragazzi interessa è il raggiungimento dei benefici che il loro status di affiliati comporta[66].

Tuttavia il disagio forte alberga anche negli adolescenti che scelgono –scelta?- questa vita, e forse anzi sicuramente è ancora più forte di quello che porta alla via del terrorismo. Ed è più forte in questi ultimi anni ove l’affiliazione alla malavita non ha più regole, seppure discutibili, ma è in balia del nichilismo fine a sé, ed i giovani non si limitano allo spaccio, ma compiono azioni alla stregua del Branco, rendendo, a Nostro avviso, difficile che in un futuro i due fenomeni possano essere distinti e che si cada in tale clima di totale anarchia apropositiva. Esemplare la canzone Revolver[67] in cui la darklady affiliata alla malavita su una base musicale quasi mistica ci mostra di come faccia “sesso col revolver” e di quanto il contesto malavitoso in cui si trova poco o nulla ha a che fare col semplice spaccio. Ed è un flusso in cui ci mostra le sue non emozioni, la sua violenza che non è mossa neanche più da rabbia ma da annullamento emotivo, da quello che noi definiamo Stoicismo B in Alternatio, il cuore l’ha lasciato “Morto/ marcio/violentanto”, non sente che freddo non vive che disincanto, persino la scelta della droga “coca/ero/fa lo stesso” non è una via di fuga dalla realtà ma un’accettazione tacita della realtà stessa vacua, e dove solo in lontananza si sente la presenza di un amore, come una eco, musicale su canto apatico e straziante, un amore finito, la perdita del senso stesso dell’amore, l’indifferenza con cui uccide senza provare pentimento né senso di colpa, e la sua vendetta è persino dedicata a quell’amore finito, quell’amore che non tornerà, quell’amore che nemmeno la società, la comunità o la malavita stessa potrà dargli, non più, o forse mai. A quel sogno d’amore è dedicata la sua vendetta.

Sotto il vessillo di tale disagio ed a sommatoria di esso, come se fosse una terribile sintesi, si colloca il fenomeno del Bullismo e quello del Cyberbullismo, cui occorre soffermarsi un attimo per tracciare qualche riflessione.

In prima istanza i bulli ed i cyberbulli non hanno codici, né di condotta né d’onore, sono condotte reiterate nel tempo e contro una sola determinata persona. Altra caratteristica è l’asimmetria del rapporto, vale a dire che tra bullo e vittima non c’è un rapporto paritario ma il bullo si trova in una situazione di superiorità rispetto alla vittima[68]. Egli agisce da solo, con pochi gregari e avvalendosi della collaborazione degli spettatori, che sono terzi estranei al rapporto violento ma che tacciono, assistono e persino si divertono degli atti vessatori. Ove il fenomeno coinvolga più gregari, non è a Nostro avviso bullismo ma fenomeno detto del “Branco”, di cui abbiamo posto in essere qualche cenno supra. Ciò mostra come la categoria bullismo sia in realtà una zona franca, ed al di là di tutto, forse, l’unico elemento che lo distingue dalle altre forme di violenza adolescenziale verso gli altri-persone o beni- è la reiterazione nel tempo, anche ciò con debite distinzioni perché anche fenomeni di gangismo politico o religioso possono essere reiterati nel tempo. L’aspetto però centrale del bullismo, come del cyberbullismo, è che la vittima non è scelta a caso, e nemmeno è caratterizzata, come per il gangismo colorato, da una diversità di vedute socio/politico/religiose, né è una istituzione, ma all’apparenza una persona normale, che però viene ad essere, a Nostro avviso, del tutto simile al bullo, quanto a personalità. Il bullo mai sceglie a caso scegliendo casualmente. Nel bullismo, come mai in altre forme di violenza, il rapporto d’amore nei confronti della vittima è quanto mai marcato.

Gli spettatori degli atti di bullismo o sono ignavi per paura, ed in tal caso assistono anche divertendosi, a Nostro avviso proprio per mostrare il loro senso di estraneità alla vittima, il dire “meno male che non sono come lei”, un po’ come il fariseo ed il pubblicano (Luca 18/ 9-14), e quindi allo stesso tempo per celare ciò  che della vittima alberga nel loro essere; oppure tacciono e si divertono per paura, ed in tal caso parliamo di paura manifesta, sono consci di poter divenire a loro volta vittime e quindi di essere come la vittima. A queste due categorie se ne può aggiungere una terza, gli indifferenti, estranei alla vicenda, si tratta di una figura rara tra gli spettatori, caratterizzata da basso Q intellettivo ed emozionale, potenziali sociopatici o psicopatici[69]. Costoro, infatti, li ritroviamo più spesso dalla parte del bullo o dalla parte della vittima.

Sorge all’uopo necessaria, quindi, una descrizione del bullo, ovverosia delle sue caratteristiche comportamentali, sociali e psicologiche. Il Meluzzi[70], a cui ci rifacciamo nel trattare la tematica, ben analizza la figura del bullo e quella della vittima. Rifacendosi a Besang individua tre tipi di bullo: il “bullo vittima”, che in passato ha egli stesso assunto il ruolo di vittima, spesso in età preadolescenziale, e per questo spesso alterna anche i ruoli, talora è vittima e talora è bullo. Comportamento tipico, questo, di chi vuole salire nella scala, dell’arrivismo, e notiamo quanta affinità ci sia, a Nostro avviso, con la società contemporanea ed i valori che essa propina. C’è poi il bullo provocatore, che ha problemi nel gestire la propria emotività e l’unico modo con cui riesce ad interagire è mostrando la propria aggressività. Ci ricorda questo profilo quello delineato dal Galimberti nel descrivere le generazioni dal basso Q intellettivo ed emotivo[71]. Ovviamente analisi, questa del Galimberti, che poco ci dice sulla fonte del disagio, disagio che anche in questo caso viene a caratterizzarsi come una forma d’amore non verso un soggetto specifico ma verso l’umanità tutta, un po’ come l’assassino di Sgalambro[72] ed un po’ anche come ci ricorda il ritornello della canzone baustelliana “Un romantico a Milano”[73] in cui si canta “Io vi amo/ via amo ma vi odio però/ vi amo tutti/ è bello o brutto io non lo so” verso in cui, a Nostro avviso, si coglie in toto il disagio dovuto alla mancata identificazione del bene e del male, al rapporto contrastante tra vittima e carnefice. Figura analoga per certi versi è quella del “bullo ansioso”, che non riesce a raggiungere lo status dei pari, e prova una invidia verso gli stessi, invidia che lo porta ad estrinsecare verso gli altri la rabbia. Tali categorie di bulli, hanno una potenziale pericolosità, in età adulta o anche nella età stessa in cui agiscono, di affiliarsi ad estremismi terroristici o alla malavita. Sono purtroppo vittime della società che propina modelli, li censura e poi li punisce. E qui sbaglia il Meluzzi[74] quando ritiene che il bullismo si basa su una concezione asimmetrica ove vige la legge del più forte a differenza della società in cui viviamo. La società in cui viviamo è basata sulle mercantilistiche leggi del più forte ed il diritto sempre più sottomesso all’economia, ed il successo alla ricchezza, al sesso ed al potere, ed il merito figlio dell’arrivismo e del rampantismo.  La via di fuga non artistica, in tale quadro, è la delinquenza.

Per quanto concerne le vittime sempre il Meluzzi, accanto ai profili dei bulli, le divide in “vittime passive”, che semplicemente non reagiscono. Capiamo bene il peso che tale tipologia si porta dentro e che può compromettere l’intera sua esistenza, portandosi dentro quel clima di terrore che riverbera poi su quello che Noi definiamo “il mondo ostile ad essere conquistato”. In tal caso c’è anche il rischio di sviluppare psicosi, quali schizofrenia e paranoia, o di converso psicopatie. Abbiamo poi le “vittime collusive” che accettano la loro condizione per non uscire dal gruppo dei pari. A Nostro avviso la vittima collusiva adolescente è metafora pregnante dei componenti adulti o giovani adulti di tale epoca e di questa società, coloro che scendono a compromessi ed accettano tacitamente ma non stoicamente, accettano di collocarsi tra l’hobbesiano “homo homini lupus” e spesso la loro non è rassegnazione ma addirittura “piacere del compromesso”. Pensare al proprio orticello, qualunquisticamente, tanto poi, lampedusianamente “tutto cambierà affinché tutto resti com’era”. Manca l’alternatio, manca la ribellione, è una triste zona silenziosa ed apatica in cui la felicità per la propria apatia la occulta. Sono coloro che assumeranno la coscienza del compromesso, gli stazionari, coloro che si bloccano e bloccano l’evoluzione umana. Ci sono, ancora le “vittime provocatrici”, anch’esse potenziali bulli o addirittura, più spesso, isterici, aggressivi ed ansiosi che provocano gli altri solo per ingenerare tensioni. Ed analogamente i “falsi bulli”, bisognevoli di attenzione e che inventano di sana pianta il fenomeno. Tale categoria rientrerebbe meglio nella categorizzazione delle tipologie di bullo. Ma ricordiamo, tra l’altro, che il limite tra bullo e vittima è in ogni caso una linea bianca, ingenerata dal disagio.

Il bullismo può essere psicologico, verbale o fisico[75]. Il bullismo psicologico porta all’esclusione dell’altro dal gruppo senza esercitare alcuna violenza fisica. Esso era tipico del bullismo al femminile, ma con la parificazione dei generi si è diffuso anche tra i maschi come quello fisico è sempre più diffuso tra le ragazze. Bullismo psicologico e stalking hanno diversi punti di contatto. Il bullismo verbale non si limita ad ingiurie, oltraggi contro la vittima ma soprattutto all’inciucio inautentico heideggeriano, al chiacchiericcio da comare, alla calunnia ed alla diffamazione, infamia talora forse peggiore della fisica. La violenza fisica, invece, è caratterizzata da lesioni, danneggiamenti a beni della vittima, percosse, sino alla violenza carnale ed all’omicidio.

Con riferimento al rapporto tra attaccamento e percezione dell’Io e più nello specifico connessione con disagio e dunque devianza/criminalità, rimandiamo alle riflessioni su Bowlby fatte supra ad inizio del primo paragrafo di questo capitolo. Interessante, risulta invece, analizzare due canzoni baustelliane, esemplificative dell’esperienza del bullo, ma più in generale del deviante adolescente, di fronte alla violenza carnale da egli perpetrata nell’un caso, nell’altro del bullo/deviante/cresciuto[76]. La prima è “La Canzone del Riformatorio”, narra in maniera limpida e perfetta il flusso coscienziale di un giovanissimo, probabilmente della prima adolescenza, ad un anno dalla “reclusione” in un riformatorio a seguito della violenza posta in essere nei confronti di una compagna di scuola, tale Virginia. Una vera e propria dedica” Questa è per quando/ti ho fatto male” lui sotto effetto di alcolici andati a male e di benzedrina” , sconvolto dall’”umidità” puberale ed incapace di relazionarsi, violenta la compagna di scuola. È esemplificativo come vi sia un annullamento emotivo “sono quello che non ride mai/nella tua scuola”, come ci sia la necessità di prendere ciò che la società gli propina come giusto, buono, necessario, il sesso, il potere, “e dolcemente/ ti ho regalato/la mia violenza/il mio attimo di gloria”. Ma l’spetto più interessante è che, ad un anno dai fatti, chiuso in un istituto, comprende che quello che provava era amore, puro amore, nulla a che vedere col sesso mercificato, e lui per mostrarlo si era adeguato a ciò che la società gli propinava, “mi perdonerai Virginia/ e adesso mi manchi te lo giuro/le sogno la notte le tue grida” e soprattutto, amore vs ideali che ci propina la società “le tue cosce bianche stonano/sopra le donnine pornografiche/appese dagli altri custoditi qui/con me”. E la canzone termina con una laconica e consapevole critica l tempo ed alla società “amore tra cinque anni dove andrò/e tu chi sarai e chi saremo noi/ fuori dal riformatorio/le vite perdute come gioia/passata per sempre come moda” e soprattutto” cos’è che ci rende prigionieri?”. Da ciò ci colleghiamo alla “Canzone di Alain Delon”, bullo o deviato adolescente oramai giovane adulto  in cui il filtro della memoria lo riporta ad un amore originario ed adolescenziale, al suo modo di porsi nei confronti dello stesso e del mondo, con violenza ma allo stesso tempo con la dolcezza-già allora-nostalgica della alternatività, dell’altissimo senso estetico “io già nel ’96/ avevo fame di storie” ed ancora “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo/la sola cosa che so è che vorrei conservarla/per me”, seguito più in là da un “L’unica cosa che ho/è lo squallore del mondo/la sola cosa che so è che vorrei conservarlo” lui che imitava il celebre attore francese, spietato amante e spietato contro il mondo, ma con una nostalgica alternatio, con uno stile décadent unico, con una dolcezza d’infinito. Eccolo con i suoi sogni in frantumi, nella nuovissima società, ecco che i sogni di adolescenti svaniscono con l’avanzare della società che corrompe e punisce, ma soprattutto fa il lavaggio del cervello per uniformare tutti alle sue logiche “ma sono diverso/sono sporco/avevo torto marcio/tu piangevi”.

In una società cibernetica non poteva certo mancare il bullismo telematico, caratterizzato da violenza psicologica e da vessazioni continue quali il Flaming (diffusone di messaggi provocatori in blog, tag, social) il Fake, ovverosia il creare falsi profili, che può sfociare in furto d’identità, l’Outing (ovverosia la diffusione di immagini private, anche pornografiche, confidenze, video della vittima), tutte condotte che configurano il fenomeno del cyberstalking, allo scopo di infamare la vittima o provocarla.

Il fenomeno del cyberbullismo  può avere effetti ancora più devastanti del bullismo sic et simplicer, dato che gli effetti sono amplificati dal mezzo di comunicazione di massa, ed il web consente al bullo telematico di avere un pubblico di spettatori amplissimo, cosa che amplifica a dismisura il suo ego ed il suo narcisismo, spesso patologico. A ciò si aggiunga che il processo di colpevolizzazione nel bullo è ridotto quasi a zero e la sua forza potenziata dal coprirsi dietro uno schermo[77] Esistono diverse tipologie di cyberbulli[78]. La prima è quella dell’”angelo vendicatore”, che è colui che, sentendo-a torto o a ragione- di aver subito un torto nella vita reale si vendica, attraverso le condotte sopra riportate, nello spazio telematico, spesso rimanendo anonimo. Ciò demarca una disagio forte del soggetto, che spesso è vittima del bullismo tradizionale, sentendosi indifeso e non protetto dalla società, dalle istituzioni, dagli educatori, dai familiari, o vergognandosi pensando di essere debole riceve la propria dose di forza, la sua piccola porzione di vendetta- in una società che esalta il ricorso alla vendetta- nel web. C’è poi “l’avido di potere”, un cyberbullo che, a differenza degli altri, non sceglie l’anonimato, ma si vanta e vuole farsi vedere, si vanta del suo potere, crea ad esempio gruppi su facebook che minano la dignità altrui facendosi amministratore, cera consensi. In età adulta, a Nostro a vita, e rebus sic stantibus-se non addirittura peggiora- la società questo tipo di bullo diverrà il classico uomo d’affari o il classico truffatore o politico, difficilmente invece, riteniamo, finirà nelle maglie della malavita da protagonista, se mai dovrebbe finirci svolgerebbe funzioni infime o gregarie, in quanto la sua ricerca di consenso ha necessario bisogno di appoggio e protezione da parte di forze maggiori ed esterne. Il cyberbullo “per noia” è il classico esempio di adolescente nichilista in senso negativo, quello che Galimberti tratteggia facendone un leitmotiv nella sua opera[79] facendolo assurgere ad emblema- a torto a nostro avviso- di tutta la generazione attale. Si annoia e come i ragazzi del cavalcavia che lanciano sassi sulle autovetture provocando incidenti, allo stesso modo mina e distrugge la dignità della vittima. Abbiamo infine il cyberbullo “involontario” che non si rende conto della gravità delle azioni da lui compiute e, quando ne capisce la reale portata, si pente di ciò che ha fatto. Sia chiaro che in questa classificazione il Meluzzi parla dell’involontario reattivo, che è un po’ come chi aggredisce d’impeto, e quindi si pente non solo più facilmente ma addirittura egli stesso può rendersi conto, col senno di poi, della dannosità dell’atto compiuto. Potenzialmente, infatti, tutti gli altri bulli, telematici e non, potenzialmente si possono pentire se si riesce a fargli capire il danno compiuto, ma in tali territori è comunque meglio cercare di agire sul piano preventivo, in una società malata, contraddittoria, ambivalente, che istiga alla vendetta ed invita al successo non sempre è facile riuscire a far comprendere la portata della sua azione, se non con una rivoluzione radicale del sistema educativo e delle istituzioni.

  1. Disagio adolescenziale e violenza contro sé stessi

Il disagio adolescenziale non si tramuta per forza di cose solo in criminalità ma anche in altra forma di devianza, ben più triste e ben più allarmante, vale a dire la violenza contro sé stessi, dagli atti autolesionisti, al suicidio, al consumo della droga. Merita attenzione qualche parola su questo fenomeno, consci che il disagio ha comunque radice comune nella durkheimiana anomia[80] , che è definibile come l’assenza di scopi sociali e dunque di funzioni e ruoli all’interno del tessuto sociale stesso che portino alla realizzazione i consociati, tale assenza genera meccanismi di tensioni e frustrazioni che portano alla violenza contro gli altri o contro sé stessi.

Tale anomia è ancora più intensa nella nostra epoca cibernetica, e ben è avvertibile in alcuni testi baustelliani, a cominciare da “La vita va”[81], ove si percepisce l’estraneità dell’adolescente nei confronti della società, del “mondo ostile ad essere conquistato”, la vita fugge, come il foscoliano “tempo reo con cui vanno le torme delle cure”, come il petrarchesco “fugge et non s’arresta un’hora”, o il baustelliano “fugge ma lascia il suo segno”. Questa vita fugge, positivisticamente solo “lo scienziato sa/come prenderla”, la felicità è estranea, è nel piacere annullante ed anestetico “ci si spoglia sì/leva l’ancora”, nella speranza che tale piacere faccia salpare verso lidi migliori, le selendichteriane “rive/ calde del nostro mondo” e si vive così, di illusoria apparenza, di sorrisi finti “vivo così/tra il sociale e il vuoto”, ove l’amore di un istante assurge ad assoluta ultima speranza di felicità, rintracciabile solo nei sogni “ho fatto un sogno/tu c’eri”, un sogno dove l’amore non sia più ”freddo”. Una vacuità quella dei nostri giorni che segna “una sconfitta storica” da parte di educatori, genitori ed istituzioni, come nel dialogo tra il professore e l’adolescente Monica in “A vita bassa”[82], ispirata ad un articolo di giornale ove  si parlava della moda dei pantaloni a vita bassa nella metà della prima decade di questo secolo. La crisi d’identità si percepisce forte, e la società non offre modelli se non quelli di “modelle che sfilano/ centravanti che contano/ famosi che ridono” ed in questo “errore cosmico” l’universo non può che essere inutile. L’identità è in balia del mercato essendo merce[83], e, tristemente  “l’antidoto al futuro anonimo/è la scritta Calvin Klein/è la scritta D&G”.  Persino la cura psicologica è spettacolarizzata, preda di trasmissioni televisive e di interessamenti da un’ora o poco meno, che certo non danno soluzioni ma alimentano la confusione ed il disagio, come in “La moda del lento”[84] in cui si nota quanto “essere depressi oggi/provoca troppi dibattiti/ essere perduti oggi/ dura solo pochi attimi”, e l’unica via di fuga viene ad essere l’arte, quello che noi definiamo lo Stoicismo B in Alternatio, “sono lo scrittore in mare/ lasciami affogare/lasciami/una bibita al terrore/il poeta affonda e non si ferma mai”.

Il primo dei fenomeni che analizzeremo sommariamente è quello del suicidio adolescenziale, che ben si colloca in questa anomia della società cibernetica. Partiamo dal fenomeno Isis, già tratteggiato nel precedente paragrafo, e fenomeno reale e potenzialmente pericoloso, come detto, perché rischia di sedurre non solo i giovani adulti ma persino gli adolescenti figli del disagio. Non si tratta di quello che Durkheim definisce “suicidio altruistico”, tipico delle società primitive e delle gerarchie militari-che come ben nota il sociologo statunitense sono quelle che più si avvicinano, come struttura e codici di condotta a quelle primitive-[85]. Tale suicidio, a differenza dell’egoistico pure tratteggiato dal pensatore[86], si basa sul sacrificio per la comunità e non motu proprio per un personale disagio dell’Io. Giusto un inciso, una sintesi chiarificatrice che ci sarà utile anche in seguito e che Noi sposiamo, dei diversi tipi di suicidio durkheimiani, citando le sue stesse parole “ il suicidio egoistico viene dal fatto che gli uomini non scorgono più una ragione di essere in vita, il suicidio altruistico dal fatto che questa ragione appare fuori dalla vita medesima, l’anomico dal fatto che l’attività degli uomini è sregolata ed essi ne soffrono”[87]. Tale precisazione è d’obbligo perché Noi riteniamo che il suicidio frutto del disagio, in età adolescenziale, sia sempre e comunque anomico, anche nei casi depressivi o negli stati di alterata monomania o psicosi, ed a maggior ragione anomico è a Nostro avviso il suicidio dei fautori dello Stato Islamico. Il loro è un martirio frutto di una interpretatio, non può ritenersi altruistico perché la comunità di provenienza, quella islamica, non lo richiede. Come già intuiva Rosantonietta Sramaglia nella sua introduzione all’opera del sociologo[88] parlando degli attacchi dell’11 settembre e degli attentati alla metro di Madrid, nel Corano non si inneggia mai al suicidio, né è possibile ritenere tale suicidio martirio, in quanto, nella nostra società globalizzata, in prima istanza il terrorismo islamico è internazionale, in secondo luogo gli “uomini bomba” agiscono più per risentimento nei confronti della comunità, occidentale, in cui vivono che per sacrificio religioso. La loro viene ad essere una mera rabbia, alimentata, come Noi abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, dalla pretesa integralista più che pluralista e, di più, ci piace accostare i terroristi dell’Isis, lo ripetiamo, agli adolescenti che sparano nei college occidentali. Si muovono per disagio, non per spirito religioso, il loro nichilismo li spinge a compiere tali atti sotto il vessillo di una ideologia cui si ancorano in virtù della vacuità e della virtualità della ideologia occidentale, mercantilista e filo-protestante. La loro è una ricerca di senso che non riescono più a trovare in questa società secolarizzata, laica e figlia del consumo e della produzione. Gli adolescenti hanno sete di valori autentici, e questo deve essere il compito delle istituzioni, degli educatori e della famiglia. Ritornare ai valori cattolici, spingerli alla via dell’arte, maieuticamente. I ragazzi hanno sete di una nova alternatio.

Della stessa guisa il suicidio adolescenziale classico, quello ancora più inspiegabile per le famiglie. In tal caso o che si tratti di suicidio di una vittima di bullismo o che si tratti di un suicidio per ragioni all’apparenza futili, quali la fine di una storiella d’amore, un brutto voto a scuola, e via discorrendo, la ratio è la medesima. Come gli psicoanalisti sanno il suicidio è l’altra medaglia dell’omicidio, ed in tal caso i giovani si uccidono perché uccidono il mondo che li circonda, quel mondo che noi diciamo “ostile ad essere conquistato”. Tale gesto estremo compiuto dall’adolescente è quello che noi definiamo Stoicismo A in alternatio. I ragazzi muoiono perché consci di vivere in una società che non sanno e non sentono di poter più cambiare, quella società che non dà loro più i valori, le speranze, la gioia, la spensieratezza, la serenità, e non potendo cambiare le cose così come sono scelgono l’annullamento, scelgono di spegnere l’interruttore, ma la loro non è una resa, né tantomeno una fuga ma quella che Jachia e Pilla[89] ritengono, a ragione, una forma estrema di ribellione, l’unica possibile. Ciò ci induce a riflettere sui danni che la nostra e la precedente generazione hanno compiuto, sui danni che l’attuale élite ha fatto e continua a fare se non muta direzione. Un adolescente, un ragazzo o una ragazza che è e deve essere padrone del proprio futuro, il prossimo custode di questo pianetino su cui viviamo, non vede tale futuro, né prospettiva, e non perché non vuole avere speranza o perché sceglie la via più facile, la responsabilità non è sua, egli è anzi lungimirante, consapevole, ciò che pensa è la cruda realtà, il baustelliano “spogliato e crudo nulla”.

Ed in merito al suicidio non possiamo non citare, quindi, tre testi della band di Montepulciano, “Perché una Ragazza di Oggi può Uccidersi”, “Martina” e “La Guerra è Finita”[90]. Nella prima, che si rifà ad un noto film di Antonio Pietrangeli “Io la Conoscevo Bene”, si parla di una ragazza delusa dal tradimento amoroso, ma la cui delusione va al di là e coinvolge tutta la società ed i modelli che essa propina. Lo stoicismo inizia la serie di interrogativi “forse perché/non le piace la gente/o quella festa che ha/dentro di sé/quando vorrebbe/la tranquillità/il niente”, ciò mostra sapientemente quanto un adolescente che compie il gesto estremo è consapevole, Stoico A in alternatio, come diciamo Noi. E poi “quello che lei voleva/era una vita da star/Milano stile/ come credete/che si sentirà/adesso”, e qui vengono elencati i miti di successo, come nella citata A Vita Bassa, gli unici miti che la società ci propina, ed infine il tradimento, amoroso, che in realtà cela, a Nostro avviso, un più profondo senso di tradimento, quello sociale, ove viene incoraggiato il tradimento, il sesso mercificato, la sete e la bramosia di possedere- e cosa si possiede se non cose morte- “ma la causa scatenante/il motivo vero/siamo io e te/io che l’ho tradita/tu che le sei stata amica”. In Martina invece viene tratteggiata una ragazza, adolescente, vista dagli occhi di un coetaneo, che, come tipico in quella età, la “provenzal adolescenza”, la tratta come ragazza angelicata, “miele infinito per anima”, ma angelicata e maledetta, angelicata e così carnale nelle sue debolezze e vizi “ piccola speranza di/non deludere mai più/per morire un attimo/per calvario un angelo” e profondamente sapiente nella sua adolescenza, della vacuità esistenziale, del nulla, e smaniosa di trovare soluzioni “piccole catastrofi/per minuti inutili/tutto ciò significa/scavare in profondità”. Il ragazzo adolescente conosce Martina, ed empaticamente condivide con lei le stesse preoccupazioni e turbamenti, non proiettandoli ma proprio perché sono gli stessi. Tuttavia la nostra società non concede di superarli assieme, le cose cambieranno, e la prospettiva del suicidio del ragazzo è inevitabile, muore della risata superficialetta di una ragazza non affatto superficiale, ma che è costretta a divenirlo per integrarsi nel gruppo dei pari, per essere qualcuno nella consumistica società dei vincenti “tutto ciò significa/anche tu mi ucciderai/un rasoio inciderà/le mie vene/ora ridi/dietro lenti scura riderai”, poeticamente sono contrapposte due risa, quella di scherno iniziale, e quella di comprensione, condivisione, lei assumerà coscienza al funerale che il ragazzo si figura. Infine l’apoteosi in “La Guerra è Finita”, ove una ragazza, bollata dalla società, dai medici e dagli educatori che non comprendono la sua profondità “emotivamente instabile/viziata ed insensibile/il professore la bollò”, né tantomeno la comprendono i suoi genitori, sull’orlo della disperazione, “e nonostante sua madre impazzita/e suo padre” né il mondo che la circonda, preoccupato a fare guerre ed arricchirsi, l’élite politica-loro sì veri falliti, distruggitori, folli, incoscienti, malvagi, egoisti, a cui andrebbero affibbiate le parole con cui il docente bolla la sedicenne- “nonostante le bombe alla televisione/malgrado Belgrado/America e Bush”. Loro sono così presi da non capirla né da comprenderne il talento, e la profondità con la quale capisce, comprende, sa che è la società ad essere malata e non lei deviata “con una bic profumata/da attrice bruciata/la guerra è finita/scrisse così”, l’ultimo messaggio prima di uccidersi, la guerra è finita. Un adolescente che dice la guerra è finita, che depone le armi perché gli adulti gli hanno distrutto il futuro, è la cosa più triste che possa accadere alla società, ed è il sintomo di quanto la nostra società sia malata, anzi morente. A Nostro avviso mai come in questi anni dell’era cibernetica l’umanità è scesa così in basso, tanto in basso da pensare al profitto e non agli adolescenti, ai loro stessi figli, al futuro di questo mondo. L’élite più egoista della storia mangia a sbafo sui cadaveri dei suoi stessi figli.

Un ultimo e brevissimo inciso sul fenomeno della droga tra gli adolescenti. Fenomeno assimilabile, a nostro avviso, all’annullamento emotivo, e quindi allo Stoicismo B in alternatio. A ragione Galimberti riprende le teorie platoniche ed aristoteliche[91] nell’affermare che la tossicomania è di fatto quella che Platone nel Gorgia definisce Teoria del desiderio, ovvero il desiderio come mancanza e non si ricerca la felicità ma la si trova inabissandosi in questa mancanza, nella dipendenza, nella lacaniana manque, la droga come freudiana Sorgerecht “doppiamente affascinante perché doppiamente negativa: fa cessare il dolore fisico e fa da sedativo al male di vivere di cui non si prende più cura” (Freud; Il disagio della civiltà)[92] quindi da sempre per Freud rimedio contro il disagio sociale. E sempre seguendo il neurologo austriaco ed allo stesso tempo Aristotele (Etica Nicomechea) bene distingue il piacere immediato da quello mediato, l’uno balia della concupiscenza l’altro della mediazione razionale, o psicanaliticamente uno tipico dell’infanzia l’altro dell’età adulta[93]. Ed altresì condivisibile è il terreno su cui ed attraverso il quale risolvere il problema secondo Galimberti, ovvero muovendosi dal terreno meccanicistico-organicistico-scientifico a quello mitico-religioso nella educazione alla droga ed alla dipendenza[94], eliminando il cosiddetto “fascino iniziatico”[95]. Tuttavia riteniamo che ciò non sia sufficiente, gli adolescenti necessitano sempre di una alternatio, e l’attività dell’educatore deve affiancare a tale modello conoscitivo mitico/religioso un altrettanto valido bagaglio di valori che consentano al ragazzo o alla ragazza di porsi in alternativa ad essi ma rientrando in essi. Perché l’alternatività è, a Nostro avviso, sempre contenuta nell’ideologia, o quantomeno nella classe di valori, quindi eliminare l’insegnamento nichilista/esistenzialista e laico/filo-protestante a favore di uno cattolico, di modo che l’alternatio sia in esso contenuta. L’adolescente, infatti, sceglie sempre di essere alternativo imitando i miti propinati dalla società.  D’altronde, come la baustelliana Betty, del loro ultimo album dal titolo proprio “L’Amore e La Violenza” ci ricorda “che cos’è la vita senza/un dose di qualcosa/una dipendenza”, in un mondo cibernetico e tardo-esistenzialista su cui tristemente cade una pioggia tra il sartriano ed il dannunziano “piove/su immondizia e tamerici/sui sue cinquemila amici/sui palazzi è la città” e d’altronde il “sole ritorna”, perché “non esiste differenza/tra la morte di una rosa/e l’adolescenza”, e la consoliana Guarda l’Alba conclude con una verità profonda” nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera” perché “L’ora più buia è sempre quella che precede il sorgere del sole” (Coelho; L’Alchimista).

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO III

 

KATARSI

 

 

  1. Disagio adolescenziale e Katarsi, la “Nova Alternatio” tra arte e cattolicesimo

 

Prima di entrare nel vivo di questo che è paragrafo unico e conclusivo del presente lavoro e che cercherà di dare delle risposte, proporre soluzioni, o perlomeno vie che a Nostro avviso possono rompere questo anomico disagio adolescenziale, riteniamo utile spendere due parole sulla punibilità dei minori.

Il nostro ordinamento prevede per i minori una giustizia penale differente già dal regio decreto 1404 del 1934, proprio a tutela di quelle che all’epoce-e fino a qualche anno fa- venivano definite “fasce deboli”. Si pongono problemi e diversità di trattamento proprio in virtù della imputabilità, ex art. 85, 2° comma c.p. “è imputabile chi al momento del fatto aveva la capacità di intendere e di volere”, e con i minori il discorso è peculiare. Se l’art 97 c.p. prevede che non è imputabile chi, nel momento in cui abbia commesso il fatto non aveva compiuto l’età di quattordici anni, e l’art. 98 c.p. prevede, salvo vizio di mente o sordomutismo, una presunzione di imputabilità per chi ha compiuto il diciottesimo anno di età, nella fascia tra i quattordici ed i diciotto anni la imputabilità o meno resta subordinata all’accertamento caso per caso della capacità di intendere e di volere del minore. Sia ben chiaro, tuttavia, che l’infra quattordicenne ritenuto sempre non imputabile dal citato art. 97 c.p., non resta impunito né sguarnita la società di tutela, prevedendo per il minore degli anni quattordici che commette delitto una valutazione della “pericolosità sociale”, e lo stesso può essere sottoposto, in caso di accertamento positivo, a misure di sicurezza che vanno dalla libertà vigilata all’ex riformatorio giudiziario, ora sostituito dalla permanenza in comunità di recupero.

Ai minorenni si applicano quattro tipi di misure cautelari, a seconda della gravità. Le prescrizioni, inerenti ad attività di studio, di lavoro od educative cui devono sottostare su ordine del giudice. La permanenza in casa, sotto la vigilanza dei genitori o dei tutori, con eventuali permessi di allontanarsi per ragioni di studio o lavoro. Il collocamento in comunità, con prescrizioni di recupero educative o di lavoro, infine la custodia cautelare nel carcere minorile, per tutti i reati per i quali la legge prevede una pena non inferiore agli anni nove ed, in ogni caso, nei casi di delitto di violenza carnale o ove mai lo richiedessero peculiari esigenze cautelari.

Ciò detto riprendiamo il discorso interrotto nel primo paragrafo del secondo capitolo circa il rapporto società cibernetica-imputabilità, proseguendo poi nel cercare una possibile “terza via” che prevenga la devianza agendo sul disagio. Nel far ciò riprenderemo lo studio di antropologia giuridica fatta dal Romano[96]. L’autore, partendo dalla concezione nichilistica di Nietzsche, così come analizzata da Irti (Nichilismo e metodo giuridico)[97], espone la tesi secondo cui, non esistendo fenomeni morali ma solo interpretazioni morali di tali fenomeni, l’interpretazione ha una origine extra-morale figlia della spiegazione scientifica dell’uomo, della società e del diritto. E dunque prende tre modelli che assurgono a spiegazione scientifica dell’uomo[98] la neurobiologia di Changeux, l’intelligenza artificiale di Minsky e la teoria generale dei sistemi di Luhmann. Nella prospettiva delle neuroscienze[99] le ricerche sulla coscienza dell’individuo descrivono elementi caratteristici di una coscienza nucleare, vale a dire che il fenomeno vita/organizzazione sociale non è tipico degli esseri umani ma accomuna tutti gli esseri viventi.  C’è poi una coscienza estesa tipica solo degli umani. Quivi l’Io neurobiologico si identificherebbe con la coscienza dell’uomo, che si configura come capacità di svolgere complesse operazioni nella memoria sinaptica, e limitandosi, in tal guisa, Noi riteniamo, a spiegazione scientifica della morale. E se vale l’imperativo “tu sei le tue sinapsi”[100] vale anche il principio di non imputabilità, non dipendendo i fatti dalla propria libertà, dal libero arbitrio, e quindi essendo estranei alla responsabilità, vengono ad essere mero accidente, e dunque scientificamente spiegabile ed, infine, non imputabile.

Ancor di più col parallelo di Minsky tra neurobiologia ed intelligenza artificiale, ove le sinapsi sono circuiti e tutto ciò che avviene basato su un insieme di leggi fisse e deterministiche ed una serie, come dicevamo, di accidenti. Un cibernetico ritorno alla frenologia, alla antropologia criminale lombrosiana. E venendo a Luhmann lo stesso colloca tutto ciò in un costruttivismo operativo, ovverosia sistemi operativamente chiusi come conseguenza della epistemologia biologica e della neurofisiologia[101]. Nel costruttivismo operativo il parlante è un mero sistema cognitivo, di un kantiano meccanicismo(Metafisica dei costumi)[102], l’anima ed il pensiero mera fluorescenza[103]. Notiamo come l’epistemologia sottesa a tale società non contenga più una etica ma una pluralità di etiche, morali e deontologie, problema superato dai filosofi analisti con la metaetica, ma riteniamo che la stessa metaetica sia superata, data l’impossibilità di ricercare fondamenti etici. Per questi motivi concordiamo[104] con la prospettiva neotomista della essenzialità di una etica normativa che già conosce fondamenti, che sono opinioni consolidate, gli endoxa tommasiani. Il pluralismo etico richiede per la convivenza una morale generale che controlli la pratica, separando il giusto oggettivo dal buono/bene soggettivo, ma il giusto non è per nulla-e qui v’è l’errore relativista- oggettivo ma legato ad un concetto di bene, nel caso di specie identificabile con la libertà. La giustizia, seguendo questa linea, si baserebbe sulle preferenze personali. Per questo riteniamo ancora attuale il diritto naturale di provenienza stoica e soprattutto cattolica, nella misura in cui cerca vincoli oggettivi altri dal mero piacere. L’insegnamento di Jacques Maritain è in tal guisa rivoluzionario ed attualissimo, soprattutto in merito all’umanesimo integrato, che pone al centro le persone (umanesimo) ma è corretto dalla trascendenza di Dio contro i totalitarismi che pongono al centro l’individuo[105]. E se Maritain parla di totalitarismi della sua epoca, comunisti e fascisti, tale umanesimo integrato è attualizzabile nei totalitarismi laici/filo-protestanti ed estremistico/islamici che caratterizzano la nostra era cibernetica. Jacques Maritain, insomma, coglie a pieno i concetti espressi nella nostra Carta Costituzionale agli artt. 2 e 3, l’uguaglianza formale che si aggiunge alla sostanziale rendendo l’uomo da individuo ( in balia dell’egoismo e quindi degli estremismi e delle leggi del mercato) a persona, ovvero essere comunitario e nella comunità inserito e, in quanto la comunità trascende il concetto stesso di società, l’uomo, nell’incontro col divino e nella percezione del sé divino, della sua essenza di immago christi, riacquista l’identità e la dignità perduta dalla mercificazione e reificazione subita. Riprendendo le parole di Josef  Piper[106] “il tomismo unisce la capacità di cogliere i valori trascendenti ed i principi metafisici della realtà nella consapevolezza del limite di ogni conoscenza umana, superando tentazioni storicistiche o relativistiche, hegeliane o marxiane o positiviste  che pretendono di possedere la chiave di lettura dell’Assoluto” la concezione tomista, invece, mette l’uomo nella condizione di ricercatore e di artista, di homo capex, che codifica il linguaggio divino, e che essendo uomo artistico riacquista ciò che la nostra società gli nega, la speranza per il futuro, l’essere pronto all’imprevedibile. Situato al centro del mondo è sempre pronto all’imprevedibile ed, artista innanzi alle cose esistenti, ne coglie l’interiore sconfinatezza, una risposta alla inesauribile immensità del mondo. Questa è l’ideologia essenziale, questa la linea a Nostro avviso che debbono seguire educatori, famigliari ed istituzione. E condivisibile è ciò che sostiene il Romano[107] riguardo al giurista, ed estendibile alle categorie sopra citate. Nell’epoca cibernetica e del post-umanesimo, ove i diritti –ed aggiungiamo Noi la morale- dell’uomo sono trasmutati in diritti della sensienza, ponendo a compimento il nichilismo perfetto e di primo livello, tanto l’operatore del diritto quanto le altre categorie non possono limitarsi alla sartriana “mediazione inessenziale”, in cui l’inizio, l’orientamento ed il risultato del suo fare non appartengono all’esercizio scelto della sua soggettività creativa ma sono accadimenti extrasoggettivi, prodotti post-umani delle combinatorie che seguono le leggi della casualità e quelle della causalità kantiana, ovverossia flussi di messaggi bio-macchinali. Essi non devono svolgere operazioni strettamente omogenee a quelle dei sistemi biologici (neurobiologia) ed informatici (intelligenza artificiale/cibernetica). Non devono essere operatori della sensienza ma artisti della ragione, che utilizzano il linguaggio dell’arte, a mo’ di dipinto e poesia, e non quello digitale a mo’ di fotografia o ipertesto. Occorre, come sottolinea il filosofo del diritto[108], utilizzare il logos-nomos, che manifesta il senso dialogico che si compie nella terzietà del giudizio, in una interpretazione filosofica del relazionarsi e non i numeri-operazioni, che registrano il linguaggio delle tecno-norme- e, Noi aggiungiamo, in una prospettiva assiologica, dei tecno-valori- che sono spiegazione scientifica del rapportarsi, determinata dalla combinatoria de-soggettiva di causalità e casualità, genesi del post-umanesimo.

Questa la via educativa e preventiva ed altresì recuperativa degli adolescenti, la cura della devianza, la previsione e l’affronto diretto al disagio. Di modo che, in questa prospettiva assiologica rinnovata, all’interno di questo pascoliano “nuovo anzi antico” asse di valori ispirati al cattolicesimo, essi possano sperimentare la nova alternatio, perché le potenzialità le hanno tutti, come abbiamo ampliamente dimostrato, ed anche il senso critico e la profondità esistenziale. L’asse di valori cattolici, in una prospettiva neoscolastica, non censura ma modella, si apre, interpreta, impara, sa cogliere il positivo, ciò che di buono c’è nell’arte e nella letteratura, può rendere l’antiomologata adolescenza torbida alternatio religio. Bene, ad esempio Jachia  e Pilla[109] definiscono il baustelliano Baudelaire, dandy, martire e mistico, nuova frontiera, il Baudelaire che in “un Romantico a Milano” pone in essere una alternativa alla borghesia nel dandysmo non stereotipato, il Baudelaire figura Christi, santo e mistico degli ultimi, nuova frontiera del cattolicesimo, che nella omonima canzone mostra la pienezza della libertà e della vita ottenuta grazie al sacrificio dei “santi ultimi”, da Cristo a Pietro, da Pasolini a Luigi Tenco, sino a Caravaggio, personaggi che vanno rivalutati dal cattolicesimo, alla stregua, a Nostro avviso, di Giordano Bruno e Nietzsche, che si ponevano contro la secolarizzazione senza misticismo, auspicando una religione secolarizzata in cui ben si conciliassero e conciliassero traditio ed alternatio.

Sbagliano tuttavia i sopracitati autori a ritenere i Baustelle mistici laici, il loro misticismo non è filo-protestante/laico, né estremista/islamico, ma è un esistenzialismo cattolico a tutti gli effetti, che si pone per una rinnovazione del cattolicesimo, per una sua sincretia, sincretia con eroi ripudiati e maledetti e persino con ideologie pagane, come nella canzone “Nessuno”, contro “il mercato/che produce demenza” e contro “la falsa beneficenza”. E cos’è il misticismo se non il tassello più alto dell’evoluzione umana, cos’è se non l’alternatio che chiedono gli adolescenti, che per sete d’amore si rifugiano in violenza e dipendenze.  Gli adolescenti di questa epoca cibernetica, che molti simpaticamente chiamano “Era dell’Aquario”, sono molto più predisposti di noi al misticismo, di noi figli di un’epoca del materialismo iniziata nel 1600 dove la scienza ed il laicismo ateo e filo-protestante e mercantilista sono assurti ad idolo. I Baustelle, profondi e finissimi conoscitori del disagio adolescenziale, nel loro ultimo album hanno inciso due canzoni, Il Vangelo di Giovanni e l’Era dell’Aquario, profeti non del nichilismo o del nulla, ma ultimi reduci di un cattolicesimo in rovina.

E concludiamo, si parva licet componere magnis, con un messaggio inviato dal pontefice emerito Benedetto XVI in occasione del suo novantesimo compleanno, un messaggio in cui spinge a cercare una terza via contro i totalitarismi atei e l’estremismo islamico, seguendo l’esempio di ciò che ha fatto Giovanni Paolo II contro i totalitarismi rossi e neri del suo tempo, spingendoci a fare lo stesso contro questi nuovi totalitarismi mercantilisti attuali, ed allo stesso tempo recuperando il senso profondissimo della musica e dell’arte, soprattutto la musica che è il referente maggiore cui puntare per combattere il disagio adolescenziale, essendo l’arma potentissima e che loro adorano, un modo per vincere lo spleen poetizzandolo.

 

CONCLUSIONI

 

Dalla analisi compiuta del disagio adolescenziale e del conseguente possibile sviluppo deviante, abbiamo toccato un po’ tutti i punti criminologici, dalle gang, alle sottoculture, alla violenza dei gruppi politici o religiosi estremisti, alla malavita sino al bullismo ed al cyberbullismo. Ed altresì abbiamo analizzato il disagio che si estrinseca in atto violento contro sé stessi, autolesionismo, suicidio, dipendenza.

Tutto ciò è collegato ad una società, quella che Noi definiamo cibernetica, figlia delle tv generaliste e commerciali e soprattutto dell’epoca di internet, in cui meglio si realizza il mercantilismo latu sensu ed il capitalismo esasperato, con la riduzione dell’adolescente a merce ed utensile, con la sua conseguente perdita di identità e soprattutto di senso e di speranza per il futuro.

Figlio di questa società, l’adolescente è tuttavia mai come prima pronto ad una rivoluzione quasi mistica, è più incline allo spiritualismo di noi figli dell’epoca materialista che è cominciata nel 1600 con la scienza empirica, con il protestantesimo, divenuto oggi l’origine della cultura atea e laica, essendo da esso sviluppatosi l’empirismo,  l’illuminismo ed il positivismo, in una concezione che mira alla meritocrazia basata sul valore economico e ad una dimensione sociale, dove vince il più forte ed ove i  modelli di successo sono il sesso mercificato, il danaro, il potere, la sopraffazione.

Gli adolescenti, dicevamo, sono pronti al cambiamento, e lo notiamo dall’attività che pongono in essere innanzi a tale società in cui sono calati, esautorati dalla speranza nel futuro attuano, a nostro avviso, una condotta stoica/alternativa, o nello Stoicismo A in alternatio, vale a dire il suicidio, gesto estremo non per vincere, né per fuggire, ma per non perdere, o nello Stoicismo B in alternatio, vale a dire l’annullamento emotivo, che li spinge alle dipendenze o a comportamenti violenti che a noi possono sembrare, dall’esterno, insensati, figli del nulla, ma che in realtà sono una reazione dell’adolescente al nulla essendo diretti verso il nulla, in quanto le loro qualificazioni e la loro sottigliezza critica cozzano con la superficialità della società in cui vivono.

La prospettiva sarebbe, a nostro avviso, condurli verso uno Stoicismo C in alternatio, vale a dire la via dell’arte e della poesia, lo spleen poetico per superare lo spleen senza poesia e nichilista di primo livello.

A tal fine occorre riprendere quelli che sono i valori e le nostre radici occidentali, ovverosia quelle cattoliche. Siamo infatti consapevoli che i comportamenti devianti o criminali degli adolescenti sono figli del disagio che a sua volta viene colmato con la necessità di agire, alternativamente, nel sistema di valori dato, raggiungendo quegli scopi.

Se i loro modelli sono il liberismo capitalista, laico e filo-protestante e quello della spiritualità individuale e non comunitaria, capiamo bene che essi si muoveranno in tale terreno e la loro azione deviante sarà indirizzata al raggiungimento di tali obbiettivi dalla società stessa propinata.

Un ritorno alla comunità cattolica invece che alla società liberista ed egoica, un recupero del sincretismo tipico della religione di Roma, una valorizzazione di figure sante perché vicino agli ultimi, o sante perché ultime va recuperata anche con personaggi che all’apparenza poco hanno a che vedere col cristianesimo, in una ottica accettante e non censurante e, soprattutto, per un modello politico/culturale pluralista e non integrazionista.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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SITOGRAFIA

 

 

 

 

 

 

NORME SENTENZE E BOLLE PONTIFICE

 

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  • Cassazione II sez. Penale; sentenza 1 marzo 1966
  • Costituzione della Repubblica Italiana artt. 2, 3, 29, 38
  • Codice Penale artt. 85, 97, 98
  • Codice Penale Zanardelli artt. 53,54,55,56
  • Deus Caritas Est; 25 dicembre 2005; Benedetto XVI
  • Fides Et Ratio; 14 settembre 1998; Giovanni Paolo II
  • Legge 76/2016
  • Legge 151/ 1975
  • Regio Decreto 1404/1934
  • Risposta del Capo Indiano Seattle al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce; 1852

 

 

 

 

TESTI CITATI O CONSULTATI

 

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  • Foscolo Ugo; Poesie
  • Freud Sigmund; Il disagio della civiltà
  • Hegel George F.W.; Filosofia dello Spirito jenese
  • Hobbes Thomas; Leviatano
  • Houellebecq Michel; Le Particelle Elementari
  • “ ”; Sottomissione
  • Kant Immanuel; Metafisica dei costumi
  • Irti Natalino; Nichilismo e metodo giuridico
  • Lampedusa Giuseppe Tommasi; Il Gattopardo
  • Lorenz Konrad; L’anello di Re Salomone
  • “ ”; Gli otto peccati capitali della nostra società
  • “ ”; Il cosiddetto male
  • Montale Eugenio; Ossi di Seppia
  • Nietzsche Friedrich; Così Parlò Zarathustra
  • “ ”; La Gaia Scienza
  • “ ”; Aurora
  • Petrarca Francesco; De rerum vulgarium fragmenta
  • Platone; Gorgia
  • Plutarco, Del Mangiar Carne
  • Sartre Jean Paul ; L’Essere e il Nulla
  • “ ”; La Nausea

 

 

 

NOTE

 

 

 

 

 

 

 

[1]  in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011

[2] Friedrich Engels, L’origine della famiglia e della proprietà privata dello Stato, 1863, Editori Riuniti, pp. 189-208

[3] Umberto Galimberti, Cristianesimo la religione dal cielo vuoto, Feltrinelli Editore Milano, pp.329-337

[4] In L’altro diritto. Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità, Leonardo Basile, 2004, http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/devianza/basile/index.htm

[5] Albert K. Cohen; Ragazzi delinquenti, prima edizione 1955, traduzione italiana edita Feltrinelli 1974; pag. 31

[6] Trasher(1926 pag.15)  in L’altro diritto. Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità, Leonardo Basile, 2004, http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/devianza/basile/index.htm

[7] Franco Baldoni, Aggressività comportamento antisociale e attaccamento, pag.4, in Crocetti G.. Galassi D., Bulli marionette nella cultura del disagio impossibile, Pedagron, Bologna, 2005

[8] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani d’oggi, Feltrinelli Editore Milano, 2007, pp. 31-41, pp.163-170

[9] Sergio Moccia, il diritto penale tra essere e valore. Funzione della pena e sistematica teleologica, Edizioni Scientifiche italiane, 1992, pp.219-222

[10] Paolo de Lalla Millul, La Comunità Democratica vol III (La resistenza all’Altra vicenda), Guida, Napoli, 2009, pp. 1465-1476

[11] Manlio Sgalambro, Del Delitto, Adelphi, Milano, 2009, pp. 98-99

[12] Bruno Romano, Globalizzazione del commercio e fenomenologia del diritto, Giappichelli, Torino, 2001, pp. 48-51

[13] Ivi, pp. 31-38

[14] Jean Baudrillard, Cyberfilosofia, Mimesis edizione, Milano, 2010, pag.10

[15] Paolo de Lalla Millul, La Comunità Democratica vol III (La resistenza all’Altra vicenda), Guida, Napoli, 2009, pp.1326-1332

[16] Jean Baudrillard, Cyberfilosofia, Mimesis edizione, Milano, 2010, pp. 27-28

[17] Paolo de Lalla Millul, La Comunità Democratica vol III (La resistenza all’Altra vicenda), Guida, Napoli, 2009, pp.1693-1863

[18] Paolo de Lalla Millul, La Comunità Democratica vol III (La resistenza all’Altra vicenda), Guida, Napoli, 2009, pp. 1788-1812

[19] Franco Boldoni, Aggressività, comportamento antisociale e attaccamento, pp. 1-16, in Crocetti G., Galassi D., Bulli marionette nella cultura del disagio impossibile, Pedragon, Bologna, 2005

[20] Manlio Sgalambro, Del delitto, Adelphi, Milano, 2009

[21] Franco Boldoni, Aggressività, comportamento antisociale e attaccamento, pag. 2,  in Crocetti G., Galassi D., Bulli marionette nella cultura del disagio impossibile, Pedragon, Bologna, 2005

[22] Ivi pp.2-3

[23] Risposta del Capo Indiano Seattle al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce,  1852

[24]   Franco Boldoni, Aggressività, comportamento antisociale e attaccamento, pag. 5,  in Crocetti G., Galassi D., Bulli marionette nella cultura del disagio impossibile, Pedragon, Bologna, 2005

[25] Ivi pp. 6-13

[26] Ivi pp.7-13

[27] Manlio Sgalambro, Del delitto, Adelphi, Milano, 2009

[28] Ivi pp. 27-28

[29] Ivi pag. 26

[30] Ivi pag. 28

[31] Ivi pp.33-34

[32] Ivi pp.43-44

[33] Ivi pag.52

[34] Ivi, pag.60

[35] ibidem

[36] Ivi, pag. 68

[37] Ivi pp. 69-71

[38] Emmanuel Betta, Per una medicina neotomista, la Scienza Italiana (1876-1889), Istituto Universitario Europeo, Firenze, pag. 17

[39] Ivi, pag. 18

[40] Ivi, pag. 16

[41] Ivi, pag. 136

[42] Ivi, pag. 175

[43] ibidem

[44] Ivi pag. 179

[45] Albert K. Cohen, Ragazzi delinquenti, 1955, traduzione italiana Feltrinelli 1975, pag. 11

[46] Jaica P., Pilla D., I Baustelle mistici dell’occidente, Ancora, 2011

[47] ivi, pp. 42-43

[48] Albert K. Cohen, Ragazzi delinquenti, 1955, traduzione italiana Feltrinelli 1975, pp. 27-29

[49] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli 2007, pag. 114

[50] Ivi, pag. 107

[51] Franco Boldoni, Aggressività, comportamento antisociale e attaccamento, pp. 4-5, in Crocetti G., Galassi D., Bulli marionette nella cultura del disagio impossibile, Pedragon, Bologna, 2005

[52] Ivi, pag.114

[53] Bruno Ballardini, Isis, il marketing dell’apocalisse, Baldini e Castoldi edizioni, 2015

[54] Ivi, pp. 23-32 et 46-59

[55] Ivi, pp.102-106

[56] Ivi, pp. 106-128

[57] Ivi, pp. 29-30

[58] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli 2007, pp. 123-126

[59] Ivi, pp. 124-126

[60] Paolo de Lalla Millul, La Comunità Democratica vol II (Gli eredi della prima storia), Guida, Napoli, 2009, pp.953-1081

[61] Jachia P., Pilla D., I Baustelle mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pag. 75-76

[62] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli 2007, pp. 127-135

[63] Manlio Sgalambro, Del delitto, Adelphi 2009, pag. 99

[64]   Jachia P., Pilla D., I Baustelle mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pp.71-74

[65] Albert K. Cohen, Ragazzi delinquenti, 1955, edizione italiana Feltrinelli 1974, pag. 31

[66] Ivi, pag. 161

[67] Jachia P., Pilla D., I Baustelle mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pp. 46-47

[68] Alessandro Meluzzi, Bullismo e cyberbullismo, Imprimatur editori, 2014, pag.16

[69] Umaberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, 2007, pp. 130-135

[70] Alessandro Meluzzi, Bullismo e cyberbullismo, Imprimatur editori, 2014, pp. 32-35

[71] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli 2007, pp. 130-135

[72] Sgalambro M., Del delitto, Adelphi, 2009

[73] Jachia P., Pilla D., I Baustelle mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pp. 49-51

[74] Alessandro Meluzzi, Bullismo e cyberbullismo, Imprimatur editori, 2014, pp. 12-13

[75] Alessandro Meluzzi, Bullismo e cyberbullismo, Imprimatur editori, 2014, pag. 19

[76] Jachia P., Pilla D., I Baustelle mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pp. 16-17 et pp. 26-27

[77] Alessandro Meluzzi, Bullismo e cyberbullismo, Imprimatur editori, 2014, pp. 61-62

[78] Ivi, pp. 59-60

[79] Galimberti U., L’ospite inquietante, Feltrinelli, 2007

[80] Durkeim E., Il Suicidio, studio di sociologia, 1897, traduzione italiana Rizzoli 2006, pp. 320-340

[81] Jachia P., Pilla D., Baustelle i mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pp. 89-90

[82] Ivi, pp. 51-54

[83] Bruno Romano, Globalizzazione del commercio e fenomenologia del diritto, Giappichelli, Torino, 2001, pp. 48-51

[84] Jachia P., Pilla D., Baustelle i mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pag. 37

[85] Durkeim E., Il Suicidio, studio di sociologia, 1897, traduzione italiana Rizzoli 2006, pp. 311-320

[86] Ivi, pp. 271-308

[87] Ivi, pag. 330

[88] Ivi, pag. 165-168

[89] Jachia P., Pilla D., Baustelle i mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pag. 44

[90] Jachia P., Pilla D., Baustelle i mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pp. 12-13, pp. 43-44, pp. 54-55

[91] Galimberti U., L’ospite inquietante pp. 66-68

[92] Ivi, pag. 67

[93] ibidem

[94] Ivi, pag. 88

[95] Ivi, pag. 93

[96] Romano B., Diritto postumanesimo e nichilismo, Giappichelli, Torino, 2001

[97] Ivi, pag.11

[98] Ivi, pag. 24

[99] Ivi, pp.27-29

[100] Ivi, pag. 29

[101] Ivi, pp. 22-25

[102] Sgalambro M., Del delitto, Adelphi 2007, pp.66-67

[103] Emmanuel Betta, Per una medicina neotomista, la Scienza Italiana (1876-1889), Istituto Universitario Europeo, Firenze, pag. 14

[104] Vuiola F., Tommaso tra i contemporanei, pag. 235

[105] Porcarelli A., Tomismo e neotomismo, pag. 5

[106] Ivi, pag. 11

[107] Romano B., Diritto postumanesimo e nichilismo, Giappichelli, 2001, pp. 50-52

[108] Ivi, pp. 53-54

[109] Jachia P., Pilla D., Baustelle i mistici dell’occidente, Ancora, 2011, pp. 147-159