Attracco Fugace

Phoebe; Frederick Leighton

 

Cappa e arsura per il corso,

refrigerio del tuo braccio declinato,

 

così mi estraneo e ti guardo.

 

Via Toledo, metà agosto in trotto con te.

 

Profumi,

saponette e collanine.

 

D’altronde non c’è la sentinella.

 

Attracco fugace,

saldato il nasetto sbuffante tuo al mio,

 

che dolce il viso indaffarato.

 

E il tempo cavalca senza sosta.

 

L’alemanna regione

è un volto di disperazione

andantino,

l’introito del  destino,

 

l’immobile fattorino.

 

Attimi persi

o riacquistati

infarciti d’assoluto,

l’elogio solenne mostranza,

 l’alloro corona dalla tua mano.

 

Minuti atroci

ma così lieti,

lievi e indelebili,

l’astuto riguardo

delle tue labbra

pende dalle mie.

 

Candida vita cara,

pura sordina baccheggiante.

 

Sfiniti sulla panchina,

giriamo ormai da cinque ore,

loquace il mio sentire

 

denso il tuo riflesso

su specchio cristallino.

 

Ti dico tacente,

riaccenna il sorriso.

 

Appoggia i sogni,

di lato come fossero ghirlande,

affidamele

saranno impreziosite

col cobalto e colla sabbia,

saranno immortali

come urletti orchestrali.

 

Ancora più mite il vialetto,

posizionata la tua testa sul mio petto,

non dimenticarmi flebile

sarai filigrana selenica.

 

Il cielo sfuma nel rossiccio,

fenicio l’incanto

dell’occidente marino,

è davvero stupendo

ma l’attimo si arresta

e divaghi.

 

E così finisce

siamo già distanti,

la vela protesa sbanca

e noi sbarchiamo brecce parallele.

Silenziosa e Raccolta

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April Love; Arthur Hughes

 

Silenziosa e raccolta

in magica apparenza

ti scosti disinvolta

lucente decadenza

 

pe’ quei tuoi splendidi occhi

mi trovo disarmato

e sboccia disilluso

come manto trapunto

il tuo tenero saluto.

 

Poi mi poni a conoscenza

di una realtà velata,

le tue labbra disegnate

in rosea fluorescenza.

 

Sogni ancora con lo sguardo,

il pensiero è il mio vello

che ti rende edotta

dalla tua stupenda forma

 

si illumina il volto.

 

Armeggi con respiro profondo

il tuo morbido capello scosso

nella sua parca situazione designata

dall’aura del ricordo sfuma sincero

invadendo l’alma mia

la tua frullosa vocale

melodia.

 

Dal viola alla tua mano

recondita e sopita

si slaccia la scarica ardita:

 

profusione eterna e desta.

 

Per questo sei la più bella

e banalmente dico

ciò che tace il respiro.

 

Poi a mille il cuore scuote

l’armata posta a conclusione

e mi disarmo dinanzi a te

infrange furente il mio desio,

mentre il tuo sospiro

è nei tuoi gesti

gocce di rugiada

pensandoti come aurora,

come attimo dopo il fiore mai sciupato

del sogno.

 

Rifletti ma poi sciogli

queste rissose lotte vocali

ti confondi anche tu e nell’incedere

germoglia lo stupore

ultimo floreale ardore.

 

Ti sciogli quasi invisibile

ma all’improvviso scagli altrove il viso

graziosa fai moine con le mani

e l’impianto del sistema universale

di arzigogoli e massimi sistemi

si riduce ad ultimo punto d’universo

 

mia stella più risplendente

del giardino del mio cuore

firmamento.

 

Adoro questa tua apparenza!

 

Ecco! sei la lucciola che trema alla finestra

pallida al vigore del vento,

 

ti stringerei al mio petto

pronunciando il tuo nome che non dico,

stordito e giulivo.

 

E poi ancora pensieri,

li trattengo per non sbiadire la tua effige.

 

Guardi a sinistra e poi me

ti giri axiotica e dedotta

 

se sciorini altre due parole

ti tengo ancor più stretta alla memoria.

La Grande Seminatrice Cosmica

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Lo Zed (o Djed), è un geroglifico che rappresenta il dio Osiride, la sua “spina dorsale”. E’ un simbolo di rinascita, di risveglio, ma soprattutto di energia spirituale (e, forse, non solo). Per gli Antichi Egiziani la spina dorsale era la sede del fluido vitale e il canale attraverso il quale fluisce l’energia cosmica che conserva l’armonia e la stabilità dei processi esistenziali. Lo Zed era dunque simbolo di vita eterna.

Ho voluto in questo dipinto rappresentare che ci potrà essere un altro incontro con esseri alieni, infatti la figura a sinistra con la proboscide è la seminatrice, al centro la nave aliena, biologica o organismo spaziale o nave spaziale organica. Le conchiglie avranno tutte gli occhi come una entità aliena. Il cane già custode dello Zed, guarda con sorpresa l’entità che appare nella conchiglia aliena. L’erma rappresenta la storia.

Nella proboscide della grande seminatrice c’è questo piccolissimo ritratto che è una via di mezzo tra Gesù ed il mio ritratto con la barba un poco bianca e rossa. Ma è solo una mia presenza sfuggevole, alla Hitchcock,  nel dipinto.

Le conchiglie con gli occhi di una presenza aliena

L’uovo mondo, uovo cosmico o uovo mondano è un simbolo mitologico trovato nei miti della creazione di molte culture e civiltà. In genere, l’uovo mondo sta a indicare un inizio di qualche tipo dell’universo o un qualche essere primordiale proveniente dal fatto di covare questo simbolo di uovo, il quale sovente si trova posizionato nelle acque primordiali della Terra a rappresentare la scintilla che diede inizio alla vita.”

Con queste parole il maestro Sarossa, fondatore e massimo esponente della corrente artistica dell’Oltrismo, spiega il significato dei simboli presenti nel suo ultimo lavoro “La Grande Seminatrice Cosmica”. Un’opera che rappresenta in tutto e per tutto l’apoteosi  della corrente, il suo più intimo significato. Un’opera che ha avuto una gestazione lunga e che esplode cosmicamente ponendo in evidenza il mondo sarossiano, il suo profondo  messaggio. Ciò che fu principio e ciò che fu la fine, rigenerata in nuovo principio. Ciò che fu la scintilla primordiale dell’attività artistica di un pantocreatore, misterico ed evidentissimo in quanto immanente, ciò che fu l’esoterico che si svela, ciò che fu il mito, che si spiega e declina giungendo alla necessità ultima, al colpo di spugna dato all’intero modo di credere e percepire le cose. Ad un sogno nato negli anni ’70 e che trova ora la sua massima realizzazione ora. Al corridore che vince due volte, ‘sta volta naufrago, nello spazio sidereo. Alla sfera di sapienza sarossiana che qui è assente perché si manifesta nell’intero dipinto.

La Seminatrice da cui spunta la barbetta del maestro rappresenta ad un tempo il divino che crea spruzzando frammenti di spirito liquido sulle cose, e dandogli con ciò vita e l’artista stesso, Sarossa, Salvatore D’Auria, che per tutta la vita ha dato e che continuerà a dare vita ai suoi dipinti, di cui io talora commento cercando umilmente di coglierne l’essenza. Questo lavoro è, soprattutto, dunque, biografico, e qui la mia parola si arresta, qui si ferma l’Etereismo, il mio, di Giovanni, per dare spazio a ciò che è pulsante, vivo, la sua opera, l’esplodere dei colori, la nascita della vita. La Seminatrice è rossa, altro elemento biografico del maestro, che compare e si affaccia, scandendo il suo nome artistico, Sarossa.

E dà vita, l’esplosione immanente di colori dà vita e va oltre, ma va oltre ancora qui, nella nostra realtà newtoniana, nella ricerca di pianeti abitati da esserini a noi simili o forse, speranza vana, a noi migliori. Esserini che nell’immaginario sarossiano sono biologicamente esistenti e complessi, macchine similumane, esseri animati e cordici. Esseri con cui dialogare nella nostra sfera comunicativa, Annunaki che magari disquisiscono in sumero, o in accadico, o in tardo cannaneo.

Dà vita la Seminatrice, la realtà manifesta ed evidente della Panspermia, della primigenia ed aliena dispensazione vitale. Da essa una navicella, racchiusa a grappolo, come fecondata, memoria forse di una gemmazione prolifera, navicella dunque, navel conducente l’alios e che atterra dallo spazio ma prolime feconda dalla terra. Luccicante, colma d’energia pulsante e vitale, colma dell’oltre, colma di una lucentezza motrice che è il centro da cui dipana l’intensità cromatica completa del dipinto.  In una fossa simile a conchiglia, come generatrice di bellezza, da cui nacque Venere, da cui nasce vita, da cui nasce messaggio profondo, navetta, nuovo orizzonte. Ed a forma di conchiglia, che rappresenta la sezione aurea, una costante da sempre presente nei dipinti sarossiani, sono gli organismi viventi, gli alieni, esserini da cui spuntano degli occhietti scrutanti, esserini di cui non conosciamo ancora la forma ma di cui abbiamo innanzi agli occhi la corazza, che è somma perfezione, somma proporzione, sommo involucro di bellezze cosmiche. Come a dire che la nostra certezza pone la lapassianità della perfezione di esseri ultramondani. Extraterrestri che noi avvolgiamo nella perfezione perché cosa sono se non la ricerca di noi stessi, della nostra mancata perfezione, della felicità. Il desiderio di ricercare altre vite per trovare, finalmente, una risposta alla nostra di vita, al nostro sfuggente qui ed ora.

Al centro, di profilo, una statua, un erma, hermetica presenza femminea che è la storia, agalma di mistero ma fissa, statica, da adorare, idolo fuggevole e tremendamente statico, scultura dall’espressione  dimessa e possente, da Grande Madre, accogliente ed immaginata. Realissima, scultura cui è stato tolto il velo e da cui promana tutta la sua vera essenza. La nostra concezione della storia. Quella di un susseguirsi lineare, del dirigerci verso una meta. Erma che tutto deve svelarci e che svelata è al centro del dipinto ma quasi dimessa non è loquace, ci invita a guardare altrove, intorno. Al centro per importanza, importanza che noi le diamo, ci dice di guardare al di là. Il resto. Di guardare al di là per scoprire il reale che cerchiamo.

In fondo ci sono i monti, una coppia di monti bassi, costante dei dipinti sarossiani, dei monti altissimi ora rappresentati come se fossero collinette con vette appuntite. Sono i monti degli altri dipinti, i limiti che noi ci poniamo che ora, finalmente, sono superati, superati perché non valicati ma visti nella loro vera prospettiva. I nostri limiti ed i nostri ostacoli non sono. Semplicemente sono nostre costruzioni mentali che arretrano e si rimpiccioliscono-ma comunque permangono in noi come esperienza- innanzi alle vere sommità, ai veri valichi, alle vere catene montuose, ultramondane, che non sono ostacolo o limite ma dalla cui sommità promana luce, energia, pulsione vitale, spinta vitale, desio di andare oltre. Tagliano il dipinto in sezione aurea ed il cielo nubiloso è ancora ciò che c’è da vedere, oltre la coltre. L’insondabile leggermente schiarito verso destra, di un azzurro rivelatore.

Ed è qui, alla destra del dipinto, che si colloca in primo piano la Zed, lo Djed, colonna vertebrale di Osiride, di Asar. Dea o dio della vegetazione, nata giocando a dadi con la luna, nata dalla somma possenza celeste delle maggiori forze cosmiche. Su di essa un cane, che da un lato la custodisce, dall’altro guarda stupito la conchiglia alla sua destra da cui spuntano gli occhietti, la vita.

Lo Zed svolge una duplice funzione, come quello presente nella piramide di Giza, regge architettonicamente tutto il substrato, tutto il dipinto ma allo stesso tempo è anche un monolite da cui promana l’energia, monolite primordiale presente in tutte le civiltà ed a tutte le latitudini, da Ston Age alle costruzioni mesoamericane ed ai gingilli spirituali nordamericani, sino alla Mesopotamia ed alla estrema terra del Drago ed alle sue isole di samurai, ed all’India, ed alla terra Etiope di Prete Gianni. Ed in Italia, ed in Sardegna, così come nelle terre fenici. Alla sua sinistra c’è l’athanor, l’ovo cosmico et alchemico, il principio generatore, Osiride che si bagna le vesti e lo spirito di Dio che aleggiava sulle acque. Il forno che tramuta in oro, il forno del messaggero hermete, del mercurio trasudato e traspirante.

Ecco alla sinistra l’ovo cosmico, alla destra la vita, sormontante il custode, al centro la colonna portante, lo Zed. Che è colonna portante e che è monolite, passaggio dalla caccia la agricoltura, quindi alla nascita della magia e con essa della cultura. In un dipinto fortemente reale, in cui è assente ogni forma di trascendenza, ed in cui pullula la realtà newtoniana in cui si scoprono nuovi pianeti emerge questo elemento etereo, posto al lato opposto della Seminatrice, dell’artista, come a dire il Verbo da un lato, l’Arte dall’altro. Zed, una duplice struttura un tronco verticale che, secondo il mito, rappresenta l’energia che circola liberamente, mentre le sue parti orizzontali la fissano. E se il tronco ne favorisce l’ingresso, i piani verticali la rendono stabile, regolandone l’ordine e la potenza, liberandola dalla circolazione caotica d’accesso. Lo Djed, celato nell’ermetismo degli Antichi Testi Egizi, nel Libro dei Morti, come dispensatore di immortalità temporale. Come centro propulsore di elettromagnetismo, comparso in età neolitica, dodicimila anni orsono. Una presenza eterea in un dipinto fortemente newtoniano ed immanente, che riesce ad andare oltre verso nuovi mondi e nuovi modi di vedere il reale. Una presenza che ci ricorda che noi, comunque, esseri umani, percepiamo solo parte del tutto, quando siamo coscienti. E se l’universo, da questa sfera percettiva, è già di per sé inconcepibile nella sua infinità di galassie e sistemi, nella miriade di pianeti uguali al nostro, pensiamo a ciò che non percepiamo, agli ultrasuoni et agli infrasuoni, all’ultravioletto ed all’infrarosso, al novanta percento di materia oscura che è il restante. E per non parlare dell’energia oscura. Quindi dal dipinto capiamo che potremmo anche scrutare l’intero universo così come appare ai nostri sensi, ma la parte più misteriosa dell’universo stesso è ad un palmo dal nostro naso, è il verbo che è principio, è l’invisibile e l’impercepibile e l’indescrivibile ed indipingibile. È l’infinità di mondi e dimensioni bruniana, l’infinitamente piccolo. È l’etereo che ci accompagna e che intuiamo talora, nel dormiveglia, in meditazione, nel sonno, nell’incoscienza.

A sinistra la Seminatrice, l’Oltrismo artistico che cerca l’Oltre nella realtà immanente, a destra l’Etereismo che lascia il velo di mistero e di inafferrabile. Nel dipinto emergono le due nuovissime avanguardie sorte ad emblema universale delle scienze dell’intuizione, che da sempre, grazie alla potenza degli artisti e dei poeti, precedono la scienza empirica e le sue scoperte. Da una parte l’arte che rappresenta , dall’altra il suono, la parola che seppure appare scompare nel suo formarsi e resta come traccia eterea.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Arcadia Sannazaro

dante-gabriel-rossetti-visione-di-dante-rachele-e-lia

Rachele e Lia; Dante Gabriele Rossetti

 

Leggimelo ancora nell’orecchio

quel verso che hai già detto

distratta tra una bevanda e un’altra,

 

le tue mani mi carezzan

e sfiorano le corde dell’ardore,

pure eppur così perverse

come mandorle dischiuse,

 

in fiore i tuoi giardini dell’oblio,

 

ove ponessi i tuoi riccioli biondi

come limite del senso

credo avremmo dei problemi,

 

le questioni dell’umanità insolute

da noi risolte

e rivolte alla noncuranza,

 

stretti nella stessa barca

e comunque così distanti,

 

il mio verbo sprigiona clamori

ormai celati

ma la tua mente va già altrove

e si perde nei miei occhi,

 

io fattorino del destino.

 

Arcadia mia della luna a mezza falce,

riflessa all’acquitrino

io a sbuffo vorticoso,

cigno solo nei tuoi sogni,

 

viaggio e parto più lontano

nella nostalgia del tuo ritorno,

di allori adorno,

mi innalzo e tu mi scansi

e sorridi, forse ti perdi,

 

affinché gli occhietti verdi alla Baricco

blu d’oltremare a danzare

possan indagare il limite del professore

o del pittore dalle frasi sospese,

 

tu raccontami di te,

io ti esalto ma mi eclisso,

resto in un angolo,

piattino in mano,

due o tre grammi d’amore riflesso

me lo danno i tuoi nuovi sorrisi,

sugli scogli a Mergellina

il sole inzuppa il mare

 

e gode nell’eco perso.

 

E coll’asticella del violino

a fare esercizi di solfeggio,

ho composto la nostra tensione,

 

non hai voglia di esternarla

ma leggendo una lacrima

dal cuore scende fissa

ed è un minuto e un rigo

che il saluto è già svanito,

sul fiume a naufragare

le parole come dai tuoi occhi il sale,

 

scrivo solo,

sembra inutile, ma continuo,

guarda, e fremo,

un po’ stanco mi rivolto,

tu mi ignori ancora,

ma va bene,

resta il vento tra le foglie

 

e le tue canzoni spoglie.

 

Allora invadiamo

le regioni mai imparate,

tu fai conti ed i bilanci,

tu dai segni di resa

colle dita e ti adagi sugli specchi,

impressa e non arrampicata,

 

tu sei la gioia di questa sala

che ti attende e l’ultimo fremito spende,

un applauso folgorante

nei tuoi occhi scintillanti,

gioie mattutine

e tepori di primavera

 

tra i fiori di pesco

e le gocce di pioggia

imposte dai nostri silenzi.

 

Coll’elmo tra le mani

mettiamoci a naufragare ballate,

le tue dite intrecciano le mie,

è un momento di fermento totale,

è un momento di sgomento

mai così sincero ed infinito.

 

Estate Melanconica ovvero La Sesta Napoletana

thr

Quando senti il bisogno

 

 

Quando  senti il bisogno

di dire altro

ovvero sono qua,

non è sgomento

ma l’elmetto

da guida

che stupida

mi dai

mentre intanto

il tempo

si manifesta vivido.

 

Eh si

potresti dire

due, tre parole

è così che va.

 

E potremmo anche

dimenticare

guardando

al di là di ogni

disinvoltura

 

potresti

guidare

anche nel senso

inverso del tuo corpo

mentre strana

hai già pensato

e dissolto

il segmento

dell’intenso

respiro

diagonale.

 

E poi va avanti

la stanza

senza ritmica

ebbra,

e magari

anche virgole

dentro

l’alma

 

di un’ illusione

potrebbe essere quello

il sentimento

madornale

il tuo portento

che è già mio

nello stesso momento dell’addio,

 

inizia un nuovo corso

e l’organo è vecchio

baconiano

ma medioevale

e non seicentesco,

alchimista e non

politico

scientifico

il tracciato.

 

 

Vecchie estati

 

 

Dal faro

la luce

tramonto sincero

mare agli occhi

tuoi

labbra svogliate

e sei tu,

l’altra sera

oppure adesso

non so che farò

dei tuoi occhi

quando rivedrò

le parole che tu

mi hai detto

senza senso

oramai.

 

Se sono solo è vero

non posso perdere

ma tu lontana

mi dici di andare

ed è così,

sei tutta

incapricciata

 

e non dici mai

tornerò

sola declini

la mia resa

e

sarà soltanto

un ricordo

di chi non sa

scordarti mai.

 

E quelle nostre discese

che non ti rimangono

neanche a metà,

un sogno fatto è difesa

dalle tenebre

di questa realtà

 

io banalizzo pontificando

sui nostri

non ti lascio più

mentre ammiravi distesa

di lato

e l’ho detto mille volte ormai

e tu mi ripeti

non hai scritto niente

a parte duemila volte

la stessa cosa

con angolature diverse

 

io non ci sono più

 

e riavvolgo distratto

quella storia

che mai può

finir

tu ti giri di lato

cambi strada

meglio dirmi di sì

quando traversi scogliere

io non sono più nulla

se non parte di te

quella impercettibile

 

rinnegato

posizione

né pozione non ho

per quei tuoi sguardi

la passione trabocca

ma il destino avverso,

va bene è lo stesso,

non ci credo

che così

debba finir.

 

Adesso sei sicura

neanche mi saluti.

 

Adagio vai

ma l’ombra mia è stanca

non ce la faccio a guardarmi

se sono così

è stato per il respiro

d’assoluto

che ho cercato.

 

Sono vero ma a metà

se vuoi la parte oscura

soffro

e

non scordo chi nel mio cuore

ha impresso la traccia

indelebile

che mai dimenticherò

 

è così assurdo

neanche ci avrei creduto

se detto da me.

 

 

Nichilismo annientato da un solo abbraccio

 

Un bacio

al tepor di luna

e la scrivente

a mille.

 

Metamorfosi

in nuvole

rubiconde

tra le stelle perfette

fissa

mi tieni come un aquilone

sul mare

e tu ridi.

 

Vedi amore

sono qui per te

questo nuovo sogno

è nostro già

e non c’è più nulla

se non tu.

 

Guardami cara

sei l’umana temperanza

furente

del nostro

orgoglio esaltato

oltre l’oltre

del limite

di ogni

pensiero rubato

a noi

giovani amanti.

 

E il futuro

non ci sorprende

siamo noi i burattinai

della folla

siamo vivi

come se

fosse l’ultimo

universo

il nostro

e poi

 

sai che sono solo

solo per te

che già vai a folle

mentre ridi

fragore di onde stupende

e riguardo al nostro amore

credimi è l’infinito

per sempre.

 

Se domani ricordi lontano

questo sogno

non sarai mai più

tra le lacrime

del nichilismo

annientato

da un solo abbraccio.

 

 

Sigillo sei della mia verità

 

 

Nella notte

una voce antica

come la canzone

piccola e flebile

e non si disperde

il suono del piano

tutta Napoli freme

senza nascondersi

tra lenzuola obnubilate

dalle penombre dei vialetti;

 

estasiante

ciò che pensi di me

e se è tardi

credimi

 

rinasco e ti guardo.

 

Nell’ombra dissipata

sei pur sempre tu

giovane

ragazza

della tua svista si può parlare

ma se stasera devo andare

non dimenticare

 

tra due giorni

sono qui

in riva al mare

sai di sale

 

è stupenda questa notte

con te

san Lorenzo brilla nell’aria

esulta la barca

del nostro corpo

fuso nell’inviolabile

segreto astruso

 

sei semplice e bella

ma hai lo sguardo

da passione eterna.

 

E’ questa la verità.

 

L’accento scomposto,

il tuo,

ed io

godo nel sentirti parlare

sai già più di ciò che fai

e sei immortale

sola qui con me.

 

E dal fumo traspare

una figura,

sei sempre tu

che mi pensi

nascondi la lettera mia

e piena di fuoco

 

sembri giovinetta

di inizio secolo

già

svogliata

e già sciupata dalla brina

 

e il panorama

è l’orma

dei tuoi occhi.

 

Sigillo sei

della mia verità,

 

millenni trascorsi

a pendere tra le tue labbra

disarmanti.

 

 

Un soffio di maggio che ti disse addio

 

 

Accadde all’improvviso

quella mattina,

eri alla fermata

e aspettavi

il ritorno tenerello

del tuo portento

partito un anno e mezzo fa.

 

Venne una stella

quella brillante

che appena appena fa vedere

nei mattini di foschia

eppure è estate.

 

Stazione centrale

e sei già imbronciata

poi mi segui

mentre speri che un giorno

sia qui con te.

 

Tornai quando non avresti

creduto possibile

l’anno infinito

tendere dai tuoi polsi.

 

Nel firmamento c’è un posto per te

ma il tempo passò e non sapesti

trovarmi

 

tra le rose di maggio

tornai

ma la fonte

fu più viva

solo con le tue lacrime.

 

A volte ti penso ancora,

chissà che fai e con chi sei

vorrei ritrovarti,

rivivere

i primi baci.

 

Ma il rumore e la città

mi rendono

mobile

e non è più un pensiero

ma altro

che cerca te.

 

Ti ricordi

prima della guerra

quella poesia

tra le nostre

corrispondenze amorose

le tue mani fantasiose

ma il tempo si impose

e tornai solo

in spirito

e fu un soffio

di maggio che ti disse addio.

 

 

 

Respiro ormai sciupato

 

 

Stasera porta il tempo

con te

mentre attraversi

l’erbetta del prato

scorga limpida

la luna nell’eco melanconico

del passato

e tu guardi

l’anima senza

rendere giustizia

all’ultimo secondo

 

con te.

 

Solo

lo stupore del tuo calore,

tendo all’assoluto

mentre tu sei lontana

ti ascolto

è già notte

e non c’è speranza più per noi

 

guardi dentro me.

 

Volevo dirtelo

che il nostro bilico

spicca il volo

io, te ed un paio d’ali

 

solo il senso

 

che ci demmo

 

resta lì.

 

Ed io e te

senza amore

inquadriamo il tepore

diurno

e l’afa

che tende la tua mano

sei ombra

 

irreale.

 

Squilla il telefono

l’anacronismo dialettico

del nostro intento

perso

 

perso il senso.

 

Liberi

perdiamo noi,

 

avvinghiati sulle scale

sentiamo il sincero

fantasma

del nostro

respiro

 

oramai sciupato.

 

 

Stretta per sempre qui

 

 

Così finisce qui,

tutto nel tuo sguardo

si moltiplica d’immenso,

 

sei bella e mai mia,

tanto l’importante

è averti stretta

 

ma non sei qui

amore,

non sei semplicemente

tu

la risultante della mia elucubrazione

d’infinito

ma ci resti

come chiave

volta dell’imprescindibile

confine.

 

Poi quando volevo

te

fuggivi

rapida

ma l’estate scolpisce te

ultima reduce

della boscaglia

umida

tra polsi tuoi

 

tre sogni

me li devi proprio

 

amarti

ma perché

se tu sei troppo lontana

 

e ti penso ancora

 

voglio te

mia cara

sei la fulgida

vita

 

che ho perso

da tempo

mentre cercavo

me stesso

pensando al tuo

sguardo

ma sono solo

 

ho perso tutto

anche la ragione

per te.

 

Dimmi sì,

stanotte

solo

stanotte,

e ti prego

 

(lamento

fastidioso

il mio canticchiare furente

e stanco)

 

a volte credo

che sia necessario

ascoltare

se stessi

vorrei

un tuo abbraccio

 

vorrei venissi

a liberarmi

a liberarti

 

a pensarmi

stretta per sempre,

 

qui.

 

 

Chiaro il tuo viso

 

 

Così

chiami tardi

ma

il problema

si intreccia

indelebile

il tuo

sorriso

 

sghignazzi

tra te

la corrente

avversa

del neoliberismo

mascherato

da emancipazione

 

vuoi stare sopra

quando vuoi

e non solo

se

ami te.

 

La storia è

dipinto di

ciò che immagini

appena

mentre mi aspetti

al solito posto

 

sincera

mi dici

dove andiamo

 

e non chiedi

nulla

è tutto sicuro

nei meandri

dei tuoi

rifugi

celebrali

 

ecco il varco.

 

Il tempo

sa ciò che

non è sconfitta

quando mi guardi

non ragiono bene,

 

hai ragione

anche quando non guardi,

 

ma è diverso.

 

Lo sguardo

intenso

è l’arma disillusa

del nostro

sentirci

reciproci

come utensili

destinati

al senso

inverso

del comune

 

sei abbastanza pazza

per stare

stasera qui con me.

 

Complimenti,

ne parleremo.

 

Sono qui,

e lo sai.

 

Piangi

mentre

tenebrosa mi dici

come mi chiamo

ed io domando

addio

tra le arance

del mattino

 

chiaro il tuo viso.

 

 

Notturno

 

Il piano

è ciò ch’ho

quando dici

cosa sei

mentre il nostro

abbraccio scioglie

 

il fragore

del giorno furente

tra verze

i capelli

estasiati

alla fonte,

 

sono io

sei tu.

 

Parli

a volte distante

ma noi siamo

noi

e tutto il resto

è nulla

nessun ente

costante

non impallidisce

 

non è che non ti ama

ma sono

così.

 

Il cielo

lacrima stelle

ed è solo presente

il nostro niente

quando

era inverno

la pelle

riscaldava

il mio essere assente

 

e vai.

 

Così

al ritmo delle cicale

proteggi il tuo labbro

smarrito

nel percorso innocente

del sentimento

che provo

e lo sai,

 

vado via

per restare

così

con te

tra le corolle

perdute

e i coralli trapunti di

sogni,

 

il mare va e poi torna,

tutto

resta

nell’incudine

del nostro notturno

che cresce

e poi non si chiude facilmente

 

se sei qui con me

non è più presente

ciò che siamo

non siamo nemmeno noi,

 

e la gente passa

e non guarda

finge

solo per

il sapore

di non perdersi

di aversi sempre lì,

 

ma noi siamo altro

e non si rinnega

l’assoluto.

 

 

L’ombra dei manga

 

 

Leggero

il tuo sospiro

quella mattina,

meraviglioso il corpo

disegnato

dal pensiero,

 

io e te

e nulla più.

 

Ma nell’oggi

non c’è poesia

quando distratto

non ricordo

se non

ascolto

il tuo odore

assurdo

quando

in bilico

esplodeva

il tuo bacio.

 

Puoi ritornare

se la paura

finge

la premura

primula

sui tuoi occhi

lucidi.

 

Potresti

almeno un attimo

ricordare

senza credere

che tutto finisce

 

se sei nuova

è merito tuo

se nulla

resta ormai

al mondo di me.

 

Comunque

è lo stesso,

a volte perdere

è la sublime vittoria

dell’alma persa.

 

E dopotutto

se si deve crescere

è per dimenticare,

la nostalgia

non è di questo secolo

infranto

nel suo nascere,

 

tanti progetti

sino alla follia

 

mentre devo cancellare ciò che penso

non rinnego ciò che sento.

 

 

Sei tu l’alba

 

 

Pomeriggio estivo

nei vicoli

storici

solo

per chi non sa

quanto c’è

d’attuale nel disagio

esistenziale,

 

un bacio rubato

tra le colonne.

 

L’entusiasmo smorza la tensione

ma poi non è sempre così

quando

senti la necessità

del cambiamento.

 

E’ stato un attimo

ma nulla pretendevo

se non tutto

forse questo

è successo

affinché

dimenticassimo

il nostro posto nel mondo,

 

due angeli

cacciati

per superbia

o forse solo per amore,

 

le nostre fotografie,

avevo te

senza

paura

ora solo

non sono più in me

 

e tu dove sei?

 

La speranza

germoglia limpida

ma la realtà

è terribile,

 

se la vita è questa

non so

cosa sia la morte,

 

comunque è uguale,

sono qui

sempre coerente,

non ho mai

rinnegato me.

 

Anche se ormai sono solo

la verità

chiedila a dio,

siamo reietti

solo

per gli uomini,

 

è vero

ho sbagliato,

ma tu eri tu

ed io sono solo il lamento

agonizzante del vento,

 

sei tu

l’alba.

 

 

Reso all’oblio

 

Parlare come fai

è l’ultima risorsa

quando il punto

non è chiaro

sei tu appellabile

in declinazione

e l’ultima intenzione

gravame dell’anima.

 

Quando pensi

sembri assorta

e non taci

ma straparli

e vai

con la spola

del cuore

che preme

mentre va su e giù

ed è tutto.

 

A volte

il tuo pudore

è talmente sfacciato

che in commiato

vado

via

ma solo per te.

 

Ti ricordi di noi

e della banderuola

ora all’impazzata,

 

ma io t’ho amata,

e tu non ricordi

neanche

la spiaggia.

 

Ed è tutto davvero

anche se ci ricasco

ti credo

e non vedo

 

l’ottusa realtà

obnubilato dal

sapore

dei tuoi baci

d’assenzio

perversi.

 

E tra la lacrima

e Morfeo

il passo è breve

non ci conosciamo

mica

affermi

come punto di domanda

categorico

invisibile

il tuo

portamento

noncurante.

 

Non c’è scampo

siamo

non esiste più,

 

e chi vuoi che ormai

mi può capire,

 

tutti fuggiti

ed in altri affari

affaccendati,

 

tutti voltati

di là

a guardare

sé.

 

 

Il futuro, la consolazione presente

 

 

E’ così,

sei tornata

stanca

e sempre

ancora qui,

 

non te n’eri mai andata

evasiva

ma presente

come essenza

protetta

dai capelli,

nuovi

eppure

come quelli di un tempo,

legati all’inverso

 

fumo molto più di prima

e non so

se sia

per

perdita d’equilibrio

o perché sono

l’ultimo straccio

di ciò che non c’è.

 

A volte

ma non sempre,

 

sono le tue parole

e le mie esauste

ma

non ho più

né coraggio

né te

e l’unica virtù

è il sapere

che in fondo ci sei,

 

anche se cambia il senso

la forza è quella

e non muoio

 

vivo

per gli occhi tuoi.

 

Cosa vuoi

se non sai

o se fingi

dipingimi d’assoluto.

 

Sono sempre io,

il solito

onnipresente

entusiasmo

stroncato

dal risvolto

reale del presente.

 

L’ultima speranza

è il sogno

che rinvigorisce

nei giovani

spudorati del domani,

 

l’oggi

l’osservo

e noi siamo ancora noi.

 

Anche se non ci sei.

 

Lo sai che quello che facevi

e quello che sarebbe successo

 

lo sapevo ma

il lieto fine ci sarà,

tragos

o limpido dei nuovi

giorni miei.

 

 

La cabala dei sogni quelli miei, i nostri

 

 

 

Il punto di domanda

dell’incomprensione universale

dissolta

zolletta nel caffè

tanta parte di te,

 

io

l’illusione

e la verità

che si fa attendere

come se un giorno

magari noi

potessimo

innamorarci

come se in riva al mare

la luna

fosse solo

parte di te.

 

E con il tempo

quello che vuoi

si materializza

senza dimenticare

quali sono

i punti forti

 

tu

ed anche io,

sarebbe bello

se avessi

non dimenticato

quella parte nascosta di te

 

che freme

palpito naturale

della nostra

meta

da studiare

come se astratta

o ipotetica

come se irraggiungibile

meta

dove sei

e sono.

 

Ma se non

mi sai dimenticare

è solo

perché

un’ eco lontana

ti dice che

una ragione c’è

 

anche se lontana

nascosta,

 

nessuno

al di là di noi.

 

Vorrei crederci ancora

una volta prima di morire

che esiste un’oasi

dove possiamo davvero stare

 

nel silenzio

di un bacio

vero.