Hydra mentale

Passeggiando come traversando
decenni diroccati dell’età
dai sapori frantumati,
era il mattino pronto ad arrivare
mentre scendevo dalle scale,
ancora buio sopra la testa
occhi al vento con tellurico temporale
scalfito e tragico che si approssima
al rigurgito etilico della mattina,
stesa la fessura delle ante
e delle crepe come fosse vetrina,
guardando le mie unghie tinte di nero,
il resto del passato come schierato
dalle truppe, dalla paura trattenni il fiato,
si aprì il portone e fu un notturno fragore.

Guardai Milano e corso Garibaldi,
scintillando in file entusiastico,
iniziando a volteggiare
come un airone
che per non pensarci posa lo sguardo
altrove,
ti rividi dopo anni
un po’ per caso,
un po’ per violento nubifragio
decorato dalle remissioni
del Virus scandito
e nel lisergico chiarore claudicante
zoppicai dalla cornice
al pianto inabissato,
mi stesi a terra continuando
a fare scorgere immagini
imperfette
che dalla finitezza riversavano
sbocchi
verso affluenti inclinati
scorrendo in ruscello riservato,
come è stato ciò che è stato,
allora non ricordai chi ero
e nel silenzio rubacchiai un saluto
come oltraggio al destino.

Presi un foglio umido
e con l’inchiostro abbozzai il ricordo
oramai troppo lontano
di un uomo senza più gloria né rispetto,
di un uomo nella sua anima persa,
di un ragazzo quando il cellulare
era solo paura della prigione,
quando l’età era dell’innocenza
e il futuro come ora già vissuto,
poi con la tennens cercai di dimenticare
per poter tenere bene a mente
ciò che son stato
quando non ero,
ciò che sarò prima dell’ascesa
e della caduta,
prima del tempo di qualche venuta,
così resi tutto in mille pezzi,
il foglietto navigava
nella pozzanghera appena formata,
la pioggia nolana si dissipava.

Erano quattro quei cavalieri di parole,
di romanzi hardcore ricamati,
guardai la musica ed ascoltai
il sussurro dei miei libri
che si districava nella corrente
per elettrificare un quoziente
approssimato dal rifiuto
dell’assurdo risultato.

Risi di gusto davanti a te invecchiata.

Puntando tutto sulla conclusione
persi e ancora, ancora ridevo,
delle altrui imperfezioni,
delle loro decisioni,
di me sollevato come rondine
che assurgo l’ultimo sospiro
alla ragazza che mi ha dimenticato
per un’indifferente conoscenza,
per un ardito silenzio,
comunque non la biasimai
e in solitudine me ne andai.

Bucai quella voglia taciturna,
ascoltai ancora l’immagine
in sordina ma che non era
mica smarrita,

la via di ieri era in salita,
la rimonta in differita,
la spiaggia arrivò in ritardo
quando c’era già lo spasmo
dal cruente cuore d’arpilla,
arpia di giorni indispettiti,
mai così non mi ero indispettito,
la rabbia impotente conduce
alla follia se non sei auriga
del tuo stesso sentire
ontologico nel patrimonio
intellegibile e istintuale,
un rimbombo assurdo mentale,
un ridicolo pentimento, ok,
d’accordo, ora ti sento.

Guardai tutto come da un televisore,
la risata intensificata
e il foglio perso
fecero scrivere i tomi della mia vita
nell’animo di sconosciute
usate a mo’ di inganno celebrale,
sull’asfalto restò il resto,
conciso coll’indelebile gesso
dell’indice accusatore della convenzione.

Schizai deciso come un sopruso
e resi il giusto a chi è dovuto,
me ne andai con il vento alle spalle,
i tuoi capelli agitati,
il pendolino e il numero di prestigio alle carte.

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