Traslucide illogicità sensuali

traslucide illogicità sensuali ph

La goccia e il petalo inclinato

La goccia e il petalo inclinato,
refrigerio del mattino appena arrivato.
Il cuore vittima dello stupore
dinanzi al divino e naturale
spettacolo di colori.
Primavera che genera
un subbuglio interno,
lo spirito che gode del cambiamento,
che indossa a sua volta il nuovo manto.
Diamanti e smeraldi intorno al collo,
l’estro delle tue voglie.
Ovemai chiudessi gli occhi
viaggeresti estendendo
i tuoi orizzonti,
il seme della bellezza esploso,
spiccheresti oltre il monte il volo.
Senza più pudori,
tendente all’infinito del cielo,
al limite del mare,
dai tuoi occhi il clamore.
Amore figlia del tempo
non imbrunisce ciò che momentaneamente
hai eluso,
che credevi aver dimenticato.
Amore non scompare
il tuo desiderio solo fingendo
indifferenza,
temendo invernali sofferenze
atroci ancora.
La goccia e il petalo inviolato,
un sentimento germogliato,
maggio è vicino,
ritornerai.

Quando guardi come assente

Quando guardi come assente
il rumore interiore che sgorga,
non immagini quanto i mie occhi
fremano al desio di divorare i tuoi,
nel silenzio della notte
il cuore innalza il suo canto inaudito,
verso spiagge lontane fugge
il nostro ultimo respiro.
Si schiarisce il cielo al tuo cenno,
è come tepore il tuo sogno desto,
tra colombe candide il sentimento
sorride e fissa i tuoi pensieri
diretti al di là del tempo e del senso,
senza ragione lasciati andare,
in preda all’entusiasmo,
inizia a volteggiare,
pura come acqua di sorgente
inizia a volare senza dimenticare
il mio viso.
Ti ammiro e ti penso,
quando scoccherà l’ora capirai
che ogni tuo volere è oramai
diventato azione e continua,
continua a ondeggiare nell’aria,
lo spazio nell’animo e nella mia mente
l’hai già tracciato con le tue lievi mani.

Beatrice Bronzina

Lettere mie leggere
si espandono nell’aria
e vibrano sotto il dominio
del tuo respiro,
il bianco e le righe e gli spazi,
dualità nei tuoi occhi
mentre sorridi furbetta e dolce
carezzi l’aria come specchio del tempo,
sembri dimenticare il sogno
nel tuo viaggio sognante,
mia docile, ardita, stordita essenza,
su questa carta ancora ti penso.
Verrà di nuovo l’inverno gelato
se non rivedrò il tuo sguardo.
Soffia il vento,
il tuo verbo in me.
Quando penso al flusso cosmico
sembra quasi inutile ogni mio sforzo,
avvinghiata nella tua apparenza
irraggiungibile,
concreata e reale invece guardi
comunque altrove e, dai,
a cosa servono i miei brividi
e i miei sussurri, puerili, stupidi,
orribili, suoni stonati,
fascino spento.
È così? Ripeti nell’inconscio
il mio pensiero esposto,
brillantemente fai finta
di niente e non ci sei
quando sei qui presente,
compari e ti imponi se assente,
non serve la mia maschera
né il tuo velo,
getta la monetina
nella mia limpida acqua
e vai via, già lo so.
Adesso imbracci la tua chitarra,
ogni mia nota si è spenta,
sgorga nel mare immenso
il mio sentimento nascosto,
e prenditi gioco,
ancora guarda in alto,
mai vedrai sotto al tuo naso
la congiunzione col tuo spirito,
vai continua,
il mare è calmo e pacato,
mi accoglie,
non c’è male ma non dico
addio sole,
non dico addio a te, mia luna,
in te vibrerò quando non sentirai
che un rumore lontano,
un fiato stranito,
vai prosegui, vai, vai,
vedi che non mi vedi,
distorto eppure così sincero
il tuo sguardo e poi ancora,
ancora io, fruscio del silenzio
e palpito del tuo polso
dai mille odori, tremori
quando non ti appare più nulla chiaro,
stupore, ritorni in te
e non ne hai più bisogno.

E non si arresta quest’ultima attesa

E non si è arresa quest’ultima attesa,
è già schiuma il tuo volto da piccina,
magari atroce e bellicoso
ma tremendamente decoroso
nell’eccitazione e nel trastullo
dei sensi.
Come sempre indossi
le tre costellazioni congiunte
da una stella comune,
io distratto sbuffo e poi ti guardo,
studiata a fondo,
tre note di disappunto
e trapunto il dito
che ardita adagi
tra labbro e gengiva.
Posi viola, posi sola,
posi come stola,
posi e vola
il mastodontico giornale
nella tribù e nell’asola
dal risvolto positivo e declinato,
inviolato.
Mani da fata sul bonghetto
dal tuo tocco benedetto
e dal tuo polso insanguinato maledetto,
mani che torchiano il tuo braccialetto
secernendo succoso nettare divino
che assaporo indecoroso
e tu sempre più ribelle sorridi
dell’allegoria stampata sul petto.
Rosa sublime e canto di serafini
storditi, traditi,
mangiucchi allora quindi le unghie,
t’incanti, di nuovo mi guardi.

L’eterno ricordo

E dallo sbatacchio
dell’inclinato ramo
sotto il dominio vibrante
del vento sciama un singhiozzo
che si stampa fisso
tra i tuoi denti sensibili.
L’eterno ricordo
è vittima di un subdolo rimorso.
Pensa,
tra le scorie di gabbro
e tra distese di tenebre,
in procinto di nuove virtù,
pensa ed adorna il tuo capo
con losche foglie di salvia degli dei.
Il rumore lontano
impone il sigillo
sul tuo passo insicuro.
Innalza l’osmosi dritta
in questo tropismo verticale
dei nostri luccichii di spirito.
Il sentimento traspare,
lo vorrei catturare,
conservare come cinguettio primaverile,
come notturno intermittente
accendersi e infiochirsi delle lucciole,
nascoste e intuibili
iniziatrici del viaggio oltremondano,
specchio metafisico del nostro domani.
Ah questa quiete!
non dire una parola,
tra festosi guizzi allegri
si sperda il nostro ultimo intenso
silenzio.

La lista della spesa

I tramonti mattutini,
lo sguardo dolce dei bambini,
gli atomi scissi
perché instabile è l’amore
e l’elemento,
lo stupido e solito argomento,
altri anfratti,
i drogati alle fratte,
le divisioni ed i denominatori
del silenzio,
l’assenso post mortem,
il biologico tumulto asciutto,
il vuoto kierkegaardiano,
l’assoluto hegeliano,
il vino nietzschiano,
poi,
Ratzinger e Ruini
depressi come l’aquinate,
i cipressi alti e schietti
in duplice filare,
il tuo solito fissare,
la gente che saluta,
gli oblò delle astronavi,
i viaggi interstellari,
le cravatte dei commendatori,
gli assistenti dottori,
i professori impolverati ed eruditi,
le distese toscane e le viti,
i mandolini nelle pizzerie,
i soldi gettati per le vie,
Berlusconi dall’odore atroce,
la Gelmini e il sesso orale
nei bagni delle scuole,
la Carfagna e la fase anale,
la lingua e le sole,
la violenta remissione,
Foscolo e Napoleone,
il tuo cartellone,
due metri di rinunce,
tre metri sotto al cielo,
il codice rocco,
la riforma dell’88,
la rivolta e il decotto,
il caffè con il biscotto,
la ricottina salata,
la guantiera e la sfilata,
i sentieri del coseno di alfa,
l’omega e la gamma,
la costante kappa e la discussione,
fasci di rette e la morale,
rettitudine dell’anima,
cambia i valori
ed i numeretti esponenziali,
quelli delle note musicali,
orientamenti spersi sull’orsa maggiore,
Amalfi con la bussola,
la scuola salernitana,
Dilan Dog e le investigazioni,
i RIS e le illusioni,
i gialli come nettare
estratto dal polline,
la fotosintesi nei cloroplasti,
il nicotinammide adenina
dinucleoside,
il cloruro di zolfo,
il satanico incontro nella solfatara,
acqua avvelenata e bruciacchiata,
la scolara,
poi,
Melissa P che fa l’astrologa,
la solita sonata,
la violenta ondata,
i mesti meticci,
le razze arronzante,
ceppi e assurde stanze,
canzoni duecentesche,
i catari e le donne,
digiuni ed autogemmazione,
fertilità e delusione,
il diritto comune,
la nuova scolastica,
gli esegeti, gli storici e gli scettici,
poi ancora fumetti.

L’immagine ha già riflesso

L’immagine ha già riflesso
di luce misterica
ed è manifesta nelle tue forme
la più soave apparenza.
Pensarti di sfuggita,
mentre guardi e sorridi
è il mio massimo slancio vitale,
è il solo desiderio, possesso
che so bramare.
La tua veste difesa
da miriadi di soffuse luci deluse.
Come può l’entusiasmo
discendere senza il tuo sguardo?
Il sentimento è già in me.
Nell’attimo del deriso
mio passo giulivo
si articola in forma di arcaica
sonata ogni tua parola.
La brezza, il mattino,
il mio ed il nostro destino.
Una battaglia già persa
in partenza la tua,
bellissima essenza
contro il mio spasmo
che a terra in visibilio
il suo corso arresta.
Tu non ti arrendi pur già vittoriosa,
l’animo mia da conquistatrice
lo sondi e di nuovo splendente
sorridi, folgore dell’infinito.
All’improvviso intuì ogni mossa
quella tua giravolta distesa
sulla radura della conoscenza
e del disincanto contemplativo
e caro al mio spirito.

Liceale

E genuflesso il canticchiante
messaggio subliminale,
le marchette della sera,
stese adagiano l’atmosfera,
un fuoco lento per riscaldare
i risparmi e le sottane
dell’antro ditirambico
del tuo sogno mai così desto,
immagini che scorrono sul video,
mangiucchianti pac man anni ottanta
e le camice col risvolto
che tanto o poco ti hanno sedotto,
poi tanti saluti su cartoline
dal ripiego così carino,
così impresso come big babol,
continua e coglie nel segno
l’erba che invade e sbaciucchia
la zona e i baretti del centro
nervoso, un po’ l’accumbens nucleus,
di svolazzare come lingua
tra le tue labbra raddolcite
dal video gioco
con polso deluso e slanciato.
Ma che bello!
un ricamo ad occhi chiusi
per altre vie,
sul condiscendente astruso furetto
che ti ha delusa,
manca la dolcezza
nella pecunia verbis,
nella piscina stesa
o forse più eccitante a galleggiare
inversa sulla banchina,
dici sì, dici no
caricatura buffa,
dolce immagine animata
virtualmente realizzata.
Ma gli anni sono ormai chiusi
mentre apri rovistando
quei cassetti,
ti frughi poi la borsetta,
ancora segni di tabacco
e le cartine per altri mondi
sconosciuti asciutti
eppur districati
tra i tuoi contorti discorsi
allo specchio temendo
ciò che c’è in te più puro e oscuro,
e che bello domani mi nascondo
tra i rami come usignolo
dal bel canto,
poi il viaggio in treno
ed il ripasso svelto in fila
tra le mattine d’aprile al sole
a rincorrere come vignetta
il disciplinatore
per non essere avvistata
dalla torre di guardia,
io che premo il tuo naso
sulla spiaggia.
Magari poi da confusione
e da diniego il manto levato
e poi l’occhiolino,
il mastichio che si fa più intenso,
dai vieni a cena,
non fare tardi,
dai ricordati,
o resti o parti,
rassicurata dalle maree
e dai delfini in circolo a guizzare,
corteo da mille forme.
Ah che poi farò,
l’auto da fè dei miei pensieri
autocondannati ed imposti
come se fosse neve
il tuo silenzio il tuo ricordo
che ormai più non c’è,
la fretta che ti invade
l’albero della vita
dal frutto colto e rinfrancato
dai tuoi continui giri
e destinato a viaggi ad occhi chiusi.
Incartucciata un po’ avvilita
la voglia viene,
è d’obbligo il saluto,
un cenno o solo il miagolio
di te arruffata e un po’ attizzata,
mi graffi già come se avessi voglia
di imprimere il tuo marchio
sul mio braccio e sulla fronte.
Eppure muove un alito
di cuoricini, il tuo diario indotto
allo scribacchio da incunabolo
amoroso,
da vorrei a gaudio dei.
Ecco è arrivata la luna sola
e sondi il meticoloso intorno,
delimitato il tuo fiato sul vetro,
in cartongesso il nadir
è già svuotato e incappucciato,
sguardo e testa bassa,
sul pavimento il corpo teso
a goccia precipita,
inclinato a destra
dal tuo occhio.
La fluorescenza sulle mani
dell’evidenziatore iniziatico
e diretto,
lo tracci il colpo di netto,
passerà anche stanotte,
la tele spenta e sfocate
le tele che non hai mai avuto
il coraggio di trinciare
da tritacarne la tua brama negoziale
e non contraddittoria
né compromissoria.
E poi continua la tua folle
impresa da ragazzina
contro valanghe e nubi
e contro te,
contro ogni destino
ed ogni tempo,
ma lui dov’è?
Più non c’è la voglia
se non puoi sfiorarlo,
non puoi.

Un attimo e giri

Un attimo e giri.
Ed ora che mi dici,
non c’è la tua serenità,
qui tra gli alberi in fiore
e gli ammassi di lattine,
continui come sempre a fissarmi.
Ed ora come va?
Le solite occasioni
e poi altri scritti e graffiti,
la birra d’un fiato
ed il fiato graffiato dalle sigarette.
Ed ora ti distrai,
sei languida e vorrei
penetrare a fondo
dentro gli occhi tuoi,
l’esplosione di colori
nel pudore enfatico dei gesti
e delle perline,
e vai, che sei grandissima,
immensa tra le ortiche,
il lastrico dei baci gettati,
e a questo punto è tutto più strano,
già pensi ad altro,
esula la mia parola
dalla mia persona,
resta il respiro mio
appena appena da te intuito,
e vai, che sei magnifica
lettrice, reggitrice,
regina, vetrina del tempo.
Ed ora come mai i tuoi giorni
lieti sono estranei ai miei?
Con il dito all’in su tracci
il danzante entusiasmo
delle cose di voi umani,
io ormai lontano
già intravedo il buio
nei giorni miei
e tu sorridi,
distante l’ultimo riflusso
di felicità condividi,
ti alzi e te ne vai,
la panchina vuota lascia un’orma,
la tua aura non mi abbandonerà,
ma tu non sei più qua,
a due passi la follia,
vai via.

Nikkal

Coperta di gemme
ti sollevi quasi abissale
come vegliardo sapiente
la tua anima capiente
e lo spirito ricolmo di te
esplode mille bellezze,
si adagia sul tuo corpo
il velo del pudore e del sentimento
puro, un passo vibrato nell’etereo
ed il circolo ricolma
di splendida bontà
il vuoto trafitto e soccombente.
Ma che ardimento
osare contro l’ignoto,
che temperanza nelle scelte
e che equilibrio nelle eterne
ed inflessibili decisioni,
così iniziò per gioco
e non ti è mai sfuggito di mano
il destino,
servo di una volontà possente
ed invincibile
in quanto sorda a richiami
che non vengano dalla tua divinità,
furente la fiamma
dal tuo dito sgorga e s’impone.
Che confusione invece
generano le mie palpebre
al passar delle inutili immagini
cui mi soffermo,
coglierò mai un giorno
l’assoluto dal lento schiudersi
del fiore incantato
della verità sublime?
Le tue mani tendono
dall’alto e sfiorano le mie.
Sui rotoli è impresso
il tuo sigillo indelebile,
loquace e universale,
sembra un canto
dalle cento sfumature,
tre linee melodiche si inseguono
e convergono sulle tue labbra,
il fiato che secerni plasma
e dà vita all’aria
in un vento primaverile
trasformata
e di incenso profumata.

La nebbia ed io sommerso

Quando ascolterai
dal silenzio fiorire
questo tepore d’incanto
il flusso dei tuoi pensieri
diretto verso me
sarà baluardo di una gloria infinita
che oscena già mostri.
Allora vedrai le tue mani
improvvise gelare come foglie
d’autunno sperare e colorarsi
di assurde speranze
il piede della stanza
in tutto il suo splendore
sarà dell’infinito l’odore,
poi verso nubifragi
il tuo sorriso settembrino
e partenopeo,
strizza l’occhio
nei pressi del golfo del caos,
mia candida violetta ingiallita
ed impreziosita dal sapore del tempo
che sfinito non muta
le tue forme né il tuo splendore,
ah mia cara
e che splendore!
Uh il faro d’Alessandria!
il mio ultimo approdo,
di me inviolato sulla barca
degli ultimi sapienti
alla folle ricerca
dei rotoli perduti, bruciati
e dalla cenere rinati,
come te che splendente
colosso multiforme,
prolifico e facondo illumini
me
e ciò che ho attorno scompare,
le mie paure figlie dell’ombra
e tu padrona degli altari.
La nebbia ed io sommerso.
Poi figure apparse,
scomparse
e infine pensate e generatrici
di nuovi linguaggi,
le cellule specchio
nei pressi del Brocca
e il nuovo linguaggio imitativo
e balbuziente
ma pure tanto potente
da infliggere scosse di vita
tra foglie di ortica stuzzicanti
le tue brame ancestrali,
che voglia mi viene
e che contemplazione
nel vederti nei pressi del pesco,
guarda uscito in fantasia
più da me non esco
e ritorno su passi già tracciati,
mi vedi che cinguetto
come ultimo rigo del passo
di ornitologia che fisso
nella mia mente
imprime melodie
al passo con fruscii di criniere
ed è a quel punto che ti avvicini
e mi baci col tuo fare classico
e diffidente e distratto,
eppur stordito e stupefatto.
Ahi raddolcite dal miele!
le tue note rilesse
con oscillazione di mano
e stereotipi densi
di senso surrealista,
ma che goduria vederti
come stilema lontano,
come carezza che pullula
e si declina dalla tua mano
dalla cadenza triplice e greca.
La turba dei ricordi
si addensa a sua volta
ed annega me già sommerso,
è un attimo e senza difese
resto in preda di te,
mi guardi e mi sfidi,
poi dici,
dai, continuiamo!

E’ sera

Ulula il vento
tra le scogliere ove si infrange
sperso uno schiumio arso
dal tuo sguardo.
Da fronda a fronda
la costiera è un luccichio
mentre il silenzio che splende
come asciutto dal mio spirito si spande.
È sera,
sul tuo corpo in folgori dipinto,
il chiaroscuro del cielo
è dal tuo incarnato illuminato.
È sera,
sui monti che limitano
il suono e la vista,
sulle nostre ali acciuffate,
stanche negli approdi
ma pronte a un rapido guizzare
se colte da mani capienti,
se curate da assoluti respiri sul collo.
È sera,
dalle tue mani,
sapore dolciastro tra nubi
abbondanti come frumento
di prima estate,
è un sentiero quel sogno
che inumidiva i nostri occhi.
È sera,
nel refrigerio dell’ultimo senso,
nel quiete vagare ormai spersi,
cittadini di mondi perduti.
È sera,
ed i tuoi abbracci bramo,
destato da giorni di subbuglio
alla finestra mi scorgo,
il tramonto è l’inizio della nuova era,
dell’ultima aurora,
della più pura stagione
che attende i nostri passi
da troppo tempo corrosi
dai flutti del mare.

Giorni dell’oblio

Il tempo guizzava
come matto tra le restie fogliette
di valeriana a ciuffetti,
giorni dell’oblio.
Incupiti sui rami i corvi,
cianfrusaglie nere tra le fenditure
della reggia serale e dai canti corali
all’eccitazione destinati.
A volte passeggiavo pensoso
tra le ginestre,
poi mi voltavo ed era già giorno,
cominciai a inseguire
le mie voglie divine
coltivando contemplativi silenzi.
Apparve inaudita ed inaspettata
sul far del meriggio
di un maggio da intensi profumi,
poi con un soffuso
schiarir di carezze
illuminò sfiorando le rose
e la frescura dei ginepri,
l’intelletto disincagliò l’immagine
impressa dal nous al logos,
al gesticolio stuzzicante.
Il solstizio nella notte di San Giovanni,
le lotte lucide mentre mi incantavo,
audace celavo indecisioni
alle tue deduzioni sillogistiche.
A volte distillavo l’alcol
dai fiori sperso,
lo univo col sapore
delle nocine immature
e pullulanti di verde aromatico
ed etilico.
Apparve lieta
come falce di luna
e senza un fiato ingigantì
le spoglie mortali
innalzandole agli altari,
potete soltanto lasciare spazio
alla fantasia ed intuire
ciò che vidi impresso indelebile
su lapislazzuli.

I mandorli magici

I mandorli magici
ed elusi adombrano
la tavola
imbandita per la festa.
I clavicembali a doppia coda
dell’occhio rinchiusi
in un cristallo allietano
la soglia delle pluridimensioni.
Una ragazza porge ciliege
decorate coi raggi del suo cuore.
Buona giornata!
è già arrivata la brezza
del mattino in riva al mare.
Ah come è sincera
questa spremuta d’agrumi!
diffusi sul polso
da effluvi fluviali
di cuccagna paradisiaca.
Come ti senti? Che dici?
Ti corono d’alloro?
Dai fuochi delle torce diurne
si intravede il veliero
come adagiato su cieli turchini
d’incanto all’orizzonte immobile,
ultima stella fissa
nell’epoca del moto circolare.
Una schiera di pini mediterranei
incanta e le zingare furbette
fa sognare.
In groppa alla nuvoletta
arriva Erato,
con la lira melodiosa
alla mia penna leziosa da fiato.
Dopo l’addio
lei disse,
il domani non so cosa sia,
ma oggi tu sei di nuovo qua.
Ti sei mai chiesta che altro
può farci una ruota di bicicletta
capovolta su uno sgabello
se non dettare una regola di condotta?
E come mai l’inconscio sepolto
è un porto sicuro ungarettiano
di naufragi in trincea
nel dantesco montaliano
al concerto dei Pink Floyd
dove, può darsi,
sia possibile fare ancora poesia?
E dal tripudio dell’ultimo giorno
si adagia il messaggio
a segno primordiale
e figurativo
e non fonetico
ridotto.

Hator Lilith

Lo specchio che ritrae un’immagine,
la tua,
donna angelica del nono cielo,
del cerchio roseo
e dai canti in giubilo delimitato,
pullulante, intransigente e tollerante,
avvicini alla bocca il bicchiere
col succo di mirtilli,
stuzzica gli elementi
ormai cotti di te,
muovi gli oggetti col pensiero
e leggi nelle menti
e nel cuore delle genti,
cari al tuo dorso
i simpatici gattini
che assieme a te
e succubi ai tuoi ordini
aprono varchi
tra sensibile ed etereo,
la tua voce limpida
schiarisce la volta
densa di luce,
pone il quesito il tuo vestito
finemente ricamato,
ascolto stupefatto
l’ultimo aneddoto
raccontato a suon di accordo
assiduo ed ipnotico,
il mio spirito interamente
dalla tua voce catturato.
“Si illuminano le stelle
ad ogni vostro pensiero lieto,
nella riflessione e nella speranza
l’universo sussulta.”
Ed anche le migliori ondulazioni
si uniscono nel punto
dal tuo indice mostrato,
le ninfe sono serve
e le sacerdotesse profetiche
aspettano calme il tuo cenno,
il tuo vocio di marzapane
imbandendo sacrifici
di gemme e di frumento,
l’umidità delle pareti
è uno sgocciolio di sensazioni,
cattura i nostri desideri
con meticolosità e con furbizia sincera,
prima dei monti il mare
era un formicolio inquieto ed agitato,
si ersero i colli,
si alzarono le catene imponenti.
Ti prego non svanire,
non dissolvere mia lucciola,
ti conserverei nel mio petto!
Volatile farfalla
variopinta diurna,
sarò domani, facendo l’occhiolino
mi dicesti.
Legami magnetici
mi legano a te,
creatura divina,
mia causa motrice,
mio motore degli eventi.
La polvere è l’orma
del passato annidata sui libri
e pronta a raccontarci
ciò che le pagine scritte
lasciano all’immaginazione.

Resterà la tua parola

Il vento, l’onda, la corrente,
le sincere ed affiatate attese,
i tuoi occhi, i tuoi dipinti,
i tuoi accostamenti figurativi,
i tuoi sorrisi,
guardi l’anima da fuori
e non c’è gravità se sei obliqua
sospesa sul letto,
se pensi e sei pensiero,
fuoco rarefatto
il voltaico magnetismo,
il tuo riflusso ed il cristallo,
la pagina macchiata di caffè,
l’odore di fumo e l’arioso tuo opposto
che già senza resa ha immanente
un che di te
nella pronuncia del nome,
la maglietta alla rinfusa
tra le scarpe slacciate
sul pavimento
e il paradosso dell’egittico rito,
pietra azzurra al collo
mia padrona e regina
di sventura, il messaggio
sulla scrivania e la firma
appena appena intuita,
scrivi ancora
come una bambina.
Le rinunce, le veemenze,
nessun risultato nelle scelte vane.
Poi il raggio non capisco
come faccia ad essere
così coinvolto e così tranquillo,
sembra quasi non gli dispiaccia
scomparire e riapparire,
sembra quasi non disdegni
le nuvole, la pioggia,
l’afa, la riscossa
dell’armata sepolta,
delle dodicimila schiere,
delle tue indomabili fiere maestose.
Guardo ancora
come dietro ad un vetro
i tuoi ricami e i tuoi intrecci
tra le mani,
le tue favole senza morale,
le tue fiabe dai castelli incantati,
le tue tracce da maestra,
da scolara, da ragazza stupefatta,
da donna esterrefatta,
da furiosa Euridice
dolce dei sogni incantati,
saggia ragazzina da salvare,
indifesa ma con consigli
da impartire ai salvatori
sognatori dal bel canto
e dal rimorso
alle porte del nulla
che si impone
ma mai vincerà,
tra le tenebre illuminerai
un soffuso chiarir limato
dalla tua magia da messaggera.
Resterà la tua parola.

Carmen

Dal tuo sguardo misterioso
catturato, il ricordo è districato
tra luci e nebbie,
il tuo rossetto orma
del mio canto e tu singhiozzi
a mala pena
ed anche una parola persa
tra le mie mi socchiude
gli occhi, in una nuvola oscura
e tu risalti croma di Mercurio
ermetico ed evidente, no,
non una nota in più,
ogni cosa troverà senso
e lo imporrà se ti volti di nuovo.
Crederesti solo nella musica,
piangeresti fino all’orlo
dell’abisso tra le danze,
tra fuochi sospesi,
in modo più candido
e più pernicioso,
in modo disilluso,
incantami ancora con il viso
ad incantesimo proteso,
l’anello dei domani ritorna
come pioggia,
ritorna come aria,
tra amore ed entusiasmo
della nostra cara profezia millenaria.
Renderai la stanza
una storia dal clamore
e dalla gloria impreziosita,
scoprirai le mani
ed accennerai il pensiero celata
dal tuo velo di damasco e di smeraldo,
il verde con il viola,
il corvino con il rosso,
muti con il tempo e saturnina
e lunare sei complice
di questo mio assurdo
peregrinare tra epoche e leggende,
tra musiche perdute e consumate,
scosse e intorpidite,
poi d’improvviso sprigionate
nel momento del diretto
tuo sguardo perduto
e navigato
ma mai dimenticato.
Gradisci del tè?
I passi nella notte
tra viette solitarie,
i tuoi discorsi, le tue illusioni,
le tue mani che dirigevano
il cosmo,
poi le chiari acque
dissetanti e purificatrici
e ancora poi,
poi il trottare mentre cammini.
Ed ogni cosa si stende
sul tuo corpo
mai così annunziato e lodato.
Parleresti ancora se invocata,
muta oppur loquace
sulla sabbia
come simbolo tracciato,
dal vento cancellato,
nel mio cuore scolpito
e fossilizzato ma reso vivo
dal tuo nuovo sguardo interrogativo,
voluttuario ed incendiario.
Scopriresti il corpo
con la grazia delle nuvole,
colpiresti e affonderesti
il mio stupore
senza temere il paradosso
del nostro risultato
da tempo ricercato
del significato più volte
dall’inerzia di chi è sordo celato.
Ecco i tratti di penna
sul tuo diario scritto
ormai da troppo tempo
e da troppo tempo abbandonato.
La speranza nelle altrui speranze
e inclinazioni,
l’innamorarsi di figure e desideri,
di intelletto e di poesia,
di anima e manifestazione,
di ricordo e di vaghezza,
di rifiuti di compromessi,
di una ragazza sola
contro il mondo,
della fortuna, dell’audacia
e della tua contemplazione straordinaria.
Ordine divino tra le braccia
senza resa e senza viltà
la tua ricchezza, colme di tesori
che il tuo spirito sovente
con un tuo cenno mi regala,
la mia mano verso la tua tesa
si prepara
a dimorare nella tua fortezza
possente armatura,
lieve bollicina,
fragile cartapesta.

Piove e intanto guardo

Piove e intanto guardo ancora,
distratto penso,
la sigaretta si consuma
ed è già un’essenza disattesa
l’eretica pretesa,
polvere e fumo dal fuoco,
e ricordi che erano care
da tempo a noi le albe,
i tramonti,
gli sguardi persi,
stare al buio abbracciati
e cullati da l’ultimo respiro
che sembra assurdo
ma incendiava il mattino,
l’albero in fiore e il nostro destino.
Come dici? Le stesse parole,
quelle di sempre. L’acqua
e gli schizzi alla fontana. Impressa la goccia
ora alla finestra. E la gente che passa,
che traina il suo peso vitale,
stanca come i miei occhi,
sfatta come le mie mani,
spossata come il mio domani.
Puoi non ricordare
questo soffio inutile
sul far del giorno o della sera,
puoi pure continuare
a tracciare assurdità tra i rami,
puoi pure sognare
di andare al di là del tempo,
ma se non esplode più un tumulto
dei sensi nel mio cuore,
nel rimorso e nel dolore,
cosa resta? Dimmi,
cosa resta?
A volte è più difficile
disarmarsi
che combattere a denti stretti,
non so più camminare
con le mie ali,
sì sarà una frase già sentita,
già abusata e violata,
spesso è difficile riconoscere
Petrarca da un petrarchista
cinquecentesco,
a volte poi bisogna accettare
questo folle compromesso,
rinunciare alla felicità
e all’incanto per avere in cambio,
giorni uguali tra le mani,
Baudelaire simil tardo novecento.
Puoi ancora discutere
allo specchio
con lo sguardo
su l’ultimo fumetto,
puoi incorniciare il sopruso
di una melodia che infierisce
su un corpo,
che trascina intorno
alle mura una spoglia
ormai sbiadita e stranita,
ormai relitto affondato e perduto,
rotolo estirpato e bruciato
come erba marcia,
inutile e dannosa.
Cosa resta? Dimmi,
cosa resta?
E le orme sulla brulla terra
sono tutto ciò che ancora
non so cancellare,
ciò che non so dimenticare.

Selene Oscura

La via della desolazione sublime,
il canto di civette,
le solite sguazzanti brame sopite,
le altre invece pronte all’attacco.
Non è qua, forse là,
rinchiusa in scettro
nell’albero immortale
e non maledetta perché altera
rifiuti la sottomissione
e godi nel dominio ancestrale,
sotto i tuoi colpi
non c’è nessuno che possa
osare sopraffarti.
È dal rifiuto generato
un idolo che arresta
ogni pensiero alla deriva,
alla rinfusa, alle tue labbra declinato,
i racconti, quelli tuoi
e che racconti,
sogni a cuore denso,
rifratto e convesso.
Autunnale fiore destinato
al potere sapiente,
dall’arte mai succube
alla natura e al vento,
mio amaro dolciastro,
maledetto germoglio,
sorgi, imponiti, e possiedimi
dal buio alla scossa
di centomila motori
nella mente,
follia contenente,
percezione esponenziale,
vittima io di quest’assoluto
iperlunare.
Il sapore diviene logos
improvviso,
il segreto hermetico
candore manifesto,
l’entrata blasonata
dalla tua immagine funesta
superba apparenza.
Ecco,
non credevo e non credevi
forse neanche tu
di trasfigurare in magico
diluvio universale.
Ti imponi ancora e dici,
ti attendevo,
porgendomi la bocca,
mio sollievo, nel pianto disilluso
del dolore rigeneri
il mio spirito
con sonante candore
di cornamuse mai stanche.
Ed io, solo coperto
del tuo manto, a lottare
contro l’ultima ingiallita
ipocrisia scolorita,
o forse a sognare
cogli occhi spalancati,
mentre cammini,
mentre mi chino.
Ti presenti,
eccoti in tutto il tuo fervore,
eccoti tutta nel mio stupore,
nell’antro del tempio
ormai dimenticato
si riaccende il tuo fuoco
di venerazione ora inestinguibile.
E per te un verso
dell’osmotico piano,
del cianico fulmineo
melodramma stranito.
Eccoti sei qui,
eccoti qui.

Dissoluzione del tempo

Mi vedo,
scemando giustamente
in dignità,
annullare,
assurdo giullare,
questo frammento tutto nostro
disilluso
di clamore
figlio del tuo violento peregrinare
con immagini e demoni,
sintesi gotica dark,
emo spiritica.
E sento parlare,
dalle tue mani sentieri tracciare,
dai tuoi seni cascate inondare
il mio anello di centurie
destate al fischio del vento.
Ogni forbito monolinguismo
calca su parole del destino,
rovina e mistero,
una passione sconfinata e sinistra.
Avrei bisogno di stendere
un tappetto di ortensie ai tuoi passi,
di diluire ancora le viole del pensiero,
di berle mescolate al lete zampillante,
e le Esperidi gustano
le mie parole in cambio di frescura.
Uno sforzo intellettuale sovrumano
e la follia nell’amplesso di te
eternamente vergine dea,
è una scandita introspezione
che esalta l’Es.
C’è necessità di navigare ancora,
la verità che si presenta agli orbi
non è uguale a quello che,
senza spiegazioni, il tuo abbraccio
carnale mi sa dare.
Poi nello spasimo susseguente,
la dignità risulta inclemente,
stretti nel fatale universale
incrocio di sguardi.
Mi accorgo, mentre ascendo
verso alture a respir di vento
interiore,
che non ha senso pianificare
il domani che non è concreto,
resta solo l’oggi
come ricordo delle spoglie
passate di eventi
che in realtà sono attuali.
Non esiste infatti,
nota bene,
alcuna verità se non istantanea,
tutto è concretizzato
nell’infinito di quest’attimo,
l’unico reale,
l’unico specchio del vero
e vero al tempo stesso.
Promana l’apparenza
come unica essenza,
carnale, spirituale,
ed animazione della virtualità mentale.
E tu continui a guardare…

Premi e prendi lo scettro per me
Ed all’introspezione segue,
come onirica forma,
l’immagine della mia storia
capovolta, effige e simbolo
arboreo deluso,
schema profuso
in bollicine catarifrangenti
ai colpi lunari accorti,
guardando flashato
l’ammasso di cespugli
la mia mente è ovunque,
qui, nel bosco, nella radice,
nella brina del petalo
dalla dolcezza inesprimibile,
raggi gamma e delta
schiudono l’entalpico valico
mastodontico della scogliera prealpina,
dici la filastrocca ligure
per ricordare l’inverno,
le dolomiti,
l’iniziale montuosa,
è giorno, è notte,
è oplita chiuso a serratura
nel meccanismo di cottura,
risponde all’intralcio intrecciato,
è godimento, tutto d’un fiato,
salmone lungo i fiumi,
accoppiamento dei vitruviani perfetti,
dei martoriati aneddoti duecenteschi,
ex cathedra i miei gorgheggi,
apre il la sineddoche
all’anta del femmineo,
pendolo, pendolo,
dici, pendolo,
eppur si muove
come ubriaco il cosmo,
getta col fumo un altro fiato,
nel passeggiare tra taxi di Virginia,
un po’ malaticcio il maestro
dalla bacchetta funesta
sull’orchestra di biro consumate,
dall’accendino rinvivite,
frollate, svilite nuovamente,
e tu coi tuoi occhiali
rispecchi l’ignoto.
Uh! uh! uh!
Cambia tutto e muta il tempo
questo canto rapace,
e lo sai, va lenta la musica
come i tuoi passi, scheletri
nei sogni del cassetto,
memento mori,
giro il leggio romito del ghiro,
ed ecco, in fondo non sai
ciò che so,
my baby, sorseggi champagne
rinchiusa nella fortezza
di piombo,
you shot me down, il collage,
l’aura scintillante nello cin cin,
e foto cheese
e foto catalitiche e dodecafoniche,
e foto istruttorie, e foto decisorie,
e foto archetipe,
l’aureola celebrale
degli illuminati oscurantisti
da virtù enciclopediche bruciate
e rigenerate in dispersione
silenziosa, in principio era
il suono del verbo e l’infinito
era architetto del suono
e suono al tempo stesso,
e disse sia il corpo,
e disse infine
sia lo stesso sedotto,
anima mia.
Uh! uh! uh!
E le ragazze indiane
nella genesi erano membra
della casta più alta
e dominatrice,
poi il membro con forza bruta
volle soccombere l’intelletto sapiente,
non ci sono ali in floreali miscugli
e la donna continua a volare,
messaggera di bellezza universale,
quando l’amore comunica in alleanza
e non evoluzione,
plasma ma non modifica,
è tutto uguale,
ci ritorni domani? Lascia fare.
Lei è il futuro che è in me,
scioglie i nodi e li riannoda
al dito perverso,
ah che candore! Lei dice
cos’è l’amore,
viviamo di svolte,
contropartite per eresia etimologica,
tre flash tutti d’un tiro,
triplice molteplicità unitaria,
triplice stupore,
sguardo assente
e dunque colmo di vita mistica
che genera splendide creature
sul bordo dell’amplesso
di chi rifiuta sottomissione,
ti voglio, oh sì! Sei splendida stasera!
Uh! uh! uh!
È giorno,
è notte nei tuoi occhi,
confuta l’ieri, confuta l’ieri,
è già oggi domani,
confuta e ridi,
fonetica mostra, ottieni nove,
nove tu, il mattatoio sentimentale,
folklore rock,
il minimal junghiano,
e colla colla tracci una scia
di sidro sidereo,
e c’è feeling tra noi,
le tue gambe tra le mie
cavalloni spumosi,
premi e prendi lo scettro per me,
premi e prendi lo scettro per me,
dunque,
premi e prendi lo scettro per me.

Caro amore

Caro amore,
ciao, buona sera!
Come ti va la vita?
Ti penso ancora ed ora,
quando andasti via,
ricordi quella atmosfera?,
caro amore, l’odor della pioggia,
volevo che il tempo non continuasse
a infierire su ciò che di più caro
il nostro tesoro interiore conservava.
Caro amore,
e passò anche la sera,
venne la nostra notte,
stesi i corpi lì,
non ci fu seguito
a quel bilico intellettuale,
era tardi già,
l’erba che fumava,
meglio il fumo
dicevi in delirio,
ma pensavi
meglio scomparir,
non sai sfruttare
ciò che di più puro
noi avremmo potuto fare,
e soffiava il vento,
lo ripeto perché la dolcezza
è unica e continua,
non si può mutare termine
per districarla dalla realtà.
Caro amore,
e ti incendi già,
sei sensuale e carnale
mio sogno,
sei così concreta che avvampi
a fiumi e a guizzi,
ma rimani tu,
e non è domani ripetevi,
questo non lo scordo,
ti piaceva giocare,
mentre pensavo
tu già mi sfioravi e dimenticavi,
ti andava bene
e meglio dunque se non ci fossi stato,
in conclusione.
Caro amore,
sono tuo per sempre,
questo dicevo,
tu non ne vale la pena,
confermavi il destino
ed eri lì.

Fenicotteri al mattino

Fenicotteri al mattino,
l’attimo dell’arrotino
rovente tra fiori
e piante sconosciute,
la spada già affilata
del viandante oltre l’oriente,
nella terra del serpente,
tra i tre fiumi della civiltà,
gli sciapodi cinguettano a saltelli,
levigati come saltimbanchi,
cantastorie alemanni
dall’egittico risvolto
a sorso di bacco,
una domanda,
la sfinge guarda,
poi Agamennone osteggia Elettra
tra Cleopatra e la vendetta.
Un sorso di rum attorno al fuoco,
oggi era Venerdì,
sarà dipinto di piume,
sì aborigeno perduto
tra gli echetti innamorati di Narciso,
e passa al timo difensivo,
un’indicazione stradale
abbozzata sul biglietto per il concerto
mentre audace sfonda le porte
la sfilata di damigelle eccitate,
dalle nuvole celate.
E le onde aromatiche
delle lente assurdità
postano battute,
mi piace la dignità delle immagini
accompagnate ad aforistiche
pretese di verità,
perle di stoltezza
adagiate a cazzo
tra lo schermo e la banalità,
i manga culturali,
nello zodiaco il castello di Tubinga
degli anime sul finire
degli anni ottanta,
come sono belle
quelle forme della giapponesina
che ha lineamenti occidentali,
che ha tarli occipitali,
che ha barlume di sensualità
nelle fossette delle guance,
poi il ponte di Brigitte
un tempo era gettone da duecento lire,
me lo cambi devo recarmi
alla cabina
o in sala giochi di giovedì.
Una risposta allo stress
potrebbe essere la risorsa
dell’accesso ad occhi chiusi
tra le gocce odorose
di pioggia d’aprile,
ronca la rauca sbronza,
un trancio di Margherita,
arrostita la retta via,
dallo spioncino il Martini
barrato a sette,
come candelabro segreto
il nostro agente,
una scura chioma danubiana
segna il confine dei musicisti
che bramano librettisti italiani.
Alt,
il berretto somigliante
al tuo passo claudicante,
il mandolino, la verticale,
la paradossale calippica filippica
apologetica ed apoteosi
infine del brume burro squagliato,
buono il gelato.
Alt,
le risate,
due graffi sul corpo
ed un entusiasmo da riposo
letteralmente affine al vizio kierkegaardiano.
Allibita la ragazzina
nel guardare il manto stellare,
stringe la mano ad un’altra retata
dei sentimenti in sulla spiaggia
di Vietri coi sassolini dai dodici colori,
coi suoni in scala, dodici note.
La betulla fuori la tettoia
soppiantata da una gardenia
intesse frammenti poetici
disquisendo col bulbo gravido
e gravito tra le foglioline.

Ragazza dal bel nome

E così passeggiavi senza pensare,
girovagavi lungo i viali,
fischiettavi e mi guardavi,
non c’è remora che tenga,
non c’è la tua vita,
la stessa è una giostra
tutta in salita.
Quando ti fermavi
ed impostavi le gambe
mi salutavi,
come ti senti?
Spero tanto stia bene
reclinata come cigno sulla strada,
risplendi e dici sì.
Ragazza dal bel nome,
trotta ancora un po’,
è primavera giù per il centro,
il sole estende il suo velo
lungo la strada sul far della sera,
divori ancora i fiori?
E poi la notte
la frescura ci inondava,
come clessidra introspettiva
era lo stampo di gesso
dell’idea amorosa
che luccicava catarifrangente
ogni realtà, ombra della luna.
Ragazza dal bel nome,
rolla ancora un po’,
fai la perfida,
fai la profumata essenza
in quanto liberata dal giogo
invernale dell’Ade,
i campi germoglieranno
se ti volti verso di me,
tornerai al tuo eden.

E la stella dov’è?

Sopra fiato e luce
e slancio vitale tu, muti
la brusca fessura del senso
ed incalzi,
il discorso procede,
salti l’intro miscelando
la dispositio ed intessendo l’elocutio
come corolla tropicale,
occhio reclinato alla frescura
fenicia coronata di gemme
ed incastonata nella porpora
adagiata come manifesto poetico
eclettico anzi il sincretismo
del granello infinito,
quanti anni hai ragazzina
di novemila anni fa?
E vola la farfalla
variopinta e decorosa,
i begli orchestrali sulla tua bocca
di fragola e di gelso.
Poi mi aspetti alla porta.
Quando vivi, dici,
dici e menti
con la sagoma elettrica
della melodia.
Parli canticchiando,
citi i Veda e il divino
tratto d’oc che non prevalse,
quando alla dolcezza
preferirono la arroganza,
la saga tratta dall’anello,
dall’Orlando, Reginaldo,
Armida ed Erminia tra i pastori,
la censura,
et in Arcadia ego,
Anceschi bendato. Solitario e muto
il motivo antico,
gli stilnovisti ottocenteschi
partenopei e monolinguisti
e tricromatici,
le tue mani già scendono
tra le mie,
forse maggio ti è caro,
ti è caro angelo di bontà,
monti la panna traducendo
l’Iliade da traduzioni già fatte,
sei già qua?
Forse è colpa del tempo
o della lancia spezzata,
la versione sulla scrivania
e la tua preziosa bugia,
il telefono spento.
O ragazza,
mi stringi i fianchi?
O ragazza,
mi scagli dardi?
tanto a dir non ci provo,
non volo se non mi dissocio,
cos’è la realtà?
Poi il fuoco che è spento
non riarde sistemi di carne,
costrutti mentali arruffianano
i tuoi capelli arruffati,
stile rubato ai sumeri,
gli accadi meticci
sognano i barbari biondi
come dei,
ecco i giganti nei Pirenei,
il cero è riacceso,
triremi tremuli al tramonto.
E la stella dov’è?

Inizia una nuova giornata

Inizia una nuova giornata,
il granchio abissale
unendo i punti,
porgerò un complimento
a questa follia zampillante
dalle scorie portuali,
vola il gabbiano come nascosto
dalle discussioni nubilose
del sintagma decoroso
e trovatore della schiuma
intorno fa la ola,
trotta con grido
da astronauta sconosciuto,
da altezzoso ammiraglio
dei destini già sbiaditi,
così scorge il segmento
del sentimento
e il limite puntiforme dell’amore,
neopitagorico infinito
tra fave e pecorino mortali,
campi e bivi,
libera morte, libero scambio
di baci.
E nonostante i tuoi silenzi
continuo disilluso,
si scioglie il nodo
pugno di scimmia demoniaco,
ti guardi le scarpe siriane,
invidie deliziose,
amarsi come fosse
vento l’amore, spirito,
logos e torpore
in congiunzione carnale
mentre tu violetta continui
ad ansimare bocca di leone
nel godimento lanci un urlo metallaro,
posseduta dalla voglia snervante,
con uno sberleffo al cielo raro,
sei logorroica e prolissa
nelle spiegazioni,
cartucce spiegazzate.
Lode fine a sé stessa,
gatto da rimessa
in scatoloni criptati
da segni indistinguibili,
pozioni fumante,
tre gocce di brina,
poca salvia,
spruzzata di adoxa,
bacche di acai ed aquilegia,
potrebbe essere un deragliamento
conscio delle attese appassite,
uno strano boccale
colmo di acquavite,
ed ora sei di nuovo mia.
La nascosta toppa
dell’epoca lunga del giorno
dà la concretezza che solo la luce
sa dare, periodica la scala.
Dai passi acconci
sul bordo del molo
il sole inzuppato,
nell’attimo ho deciso,
compari come losca presenza,
le sofisticate trame lineari
del pallore ad occhio fervido
schiariscono anche il resto,
il vuoto e il desiderio.
I nuovi elmetti del mattino
scintillano già
e nella vaghezza riparte
la musica leggera,
sei qua ormai solo per metà.

Scuote il buio Nidaba con fare incerto

Parte con i sassi distici
nella bisacca,
mistica la divisione di compiti
un po’ banali,
dal teschio alla sottana
il passo è breve,
cerbiatto spaurito
al corso d’acqua timoroso beve,
e la rapida occhiata cinge
ciò che ho ancora da dire,
cambierei la metrica, lo giuro,
se nel frastuono non innalzassi
ancora un muro,
tra me e te un pellegrino
inabissato nel suo mantra
sulla via, verso Damasco,
ma come fanno ad ignorarlo
i violini un poco in trepidazione,
ma come fanno i mercanti di Aquisgrana
o delle terme
a vidimare un rifiuto
senza neanche al rimorso accennare.
Allora a questo punto
intervenne ed alzò
con grazia la mano
la ragazza del mare,
della caccia, della notte,
della sapienza, della musica,
da soave Astrea
a trasognante imprimitur,
impromptu, dal murale,
dalle corde tese,
dalle santificazioni distiche,
longa manu.
Sai cosa sento
in tal pneumatomachia
che mi assale, si impone,
mi strapazza dove è più lontano
il fosco sincopato assolo di arbusti.
Ed è così la scandita,
vasta resa.
Dondola la donnola assuefatta,
che bislacca domata la disfatta,
rifatta, come a dire,
vieni a guardare,
dai cardi in festa
che riposano a saltelli
sul far della sera,
una godereccia babilonia,
una convinta babele,
ah quanto sono cari
i tuoi orecchini
e la tua cosmetica sumera!
dov’è il mercurio?
diceva il magister,
bevine una goccia,
e l’imperatore perì di follia.
Eccola,
l’entrata trionfale di Gesthinanna,
nel deserto dal cielo
la succulenza paradisiaca,
deserto sfrenato,
astinenza, visioni,
miraggi decorosi.
Ianna seduce col velo
e col precoce scuotimento delle mani
poste tra il musetto
della casa d’incontro.
Scuote il buio Nidaba con fare incerto.

Correlativa vai

Esci di nuovo da scuola
incarnando lo spirito sovrano
dell’intenzione verdognola.
Correlativa vai,
cerchio per affilare
i becchi di sproloqui,
nella figura poligonale
trovi finalmente
il recondito messaggio criptato
da rime alla ricerca mirabilissima.
Scolaretta
ad ispirazioni regolari ti siedi,
chiudi il libro e poi col viola
finisci l’illusione colorata
e combinatoria,
quindi sei pronta
a farti viva e dare vita.
E poi accendi la tua sigaretta
nelle chiuse arie da cuffiette
innalzate e meste,
che miscela puntiforme
di suoni negligenti
e zelanti tra l’asfalto immobile!
Vorrai ancora chiederti
cos’è la vita,
se ha ancora senso questa salita,
l’intenzione va di moda
come la tua ultima aleatoria parola.
Poi ancora il tuo profilo,
il tuo esposimetro maganzese,
non è lacrima francese.
Solo un troll piccino,
intero ed acre
che tremolante scaglia
miceti onirici,
enormi e rubicondi sui pensieri
e che confonde
la tua assurda composizione,
la tua mania ti assilla,
non riesci, ricominci da capo
ad incastonar tasselli
coi sorsetti deludenti,
proprio non ce la fai,
a ridirigere ogni umano verbo,
a districarlo ed incastonarlo,
a porre fine
e quindi iniziare l’ascesa.

Le tre ragazze

Le tre ragazze sempre più vicine
nel canto, nel suono,
nel contemplativo accenno sufi
posizionato in circolo perfetto
nella quadratura del tondo
in fattori bidimensionali
servendosi di tempo
e scelta suprema
adorano l’essenza femminile
con opuscoli ponendo parole
a fine e a capo del verso,
raffreddato l’asciutto
con l’inchino sultano.
Ascolta la voce interiore
che è già suono, luce e calore,
che è il collegamento
con le sfere dall’intelletto mosse,
dalla brulla insenatura scosse
e barimetriche sintassi scarne
fioriscono in giardini mattutini,
oasi zampillanti e refrigerio del tempo.
La riflessione sillogistica
d’un tratto si arresta,
non lambisce l’orlo della tua cresta,
la questione resta insoluta,
sciolta nel sale l’ultima arsura.
Pasti mescolati con verdure
saporose e dolciastri miscugli,
Baharat per vespreggiare il velo
che assiduo e proteso lascia immaginare.
Lenti solfeggi
tra i tuoi denti bianchissimi
fanno sognare.
Alle cure meticolose
della sapienza neoaristotelica,
enciclopedia avicenna-averroneica
mania di miscelare il miele col sale,
la vita con la dolcezza,
procede ancora ad un passo
il materiale intelletto,
l’astrazione dell’anima
da cui procede per grazia divina,
non c’è cardo senza spina,
scarti la pietra giudaica
ed è quasi giugno nell’afa,
spalanca la rete,
pescatore del sole.
Quando il segreto nascosto
fu reso manifesto,
in quell’attimo ancora da venire,
procedendo per grandi,
Baphomet seduto ad uso buddha
persiano quaranta giorni nel deserto,
lo trovi il coraggio,
lo crei il destino
dalle tue stesse mani,
quello stesso destino che bloccò
il sillogismo proclamando la resa,
la vittoria dell’immane immaginazione,
l’unica ad intuire e descrivere
gli eventi futuri ovattati.

Le nozze di Psidide

La goccia di pioggia
di maggio stonava
col ritmo lunare
e allora il cipiglio del caos
pudico volle
coronare il misfatto.
Dal posto inclinato
del catasterismo
la metamorfosi metaforica
dell’osare sull’altare nuziale
adorno dei fiori d’arancio
e di gigli,
è uso qui nelle tetre tensioni
smorzare l’angoscia con un bacio.
Quella goccia che scosse
la cattedrale austera
fu sogno della nostra primavera,
nell’epico scontro elegiaco
le spade furon spezzate
e uno squarcio tramutò
il dialogo pitagorico di trasmigrazione
in dolce sussurro.
Dallo sciogliersi dei capelli
nell’alzare il velo
cinque volti furon rinchiusi in uno,
sette candelabri in un solo sguardo,
dodici costellazioni i denti,
il porporato bramato
delle tue labbra rinchiuse
l’umanità intera allo scoccare del bacio.
Nel momento più intenso
i ricci silvestri si adagiarono
sulle mie spalle,
le stuole di serena stoffa ricamata
finemente erano nuvole terse,
la sua pelle incanto selenico,
autoctisi il tuo abbraccio universale.
E poi l’anello ineludibile,
fiero e mutevole al far della sera,
l’anello del circolo eterno,
vera sorgente di potere
d’amore fu sigillo
di immenso clamore.
Squillo di trombe
tra fasti di chicchi nascosti,
segreti, riposti tra le tue dita
macchiate del nettare divino,
cibata la golosa bocca
d’ambrosia mielata
mentre la sfilata di cori angelici
innalzava il tumulto di pace e quiete,
agitava le masse eteree
rendendo armonia sicura,
restia la damigella prima impaurita
ed ora invaghita del suono soave.
Nello specchio i riflessi del tempo,
al buio l’ombra e il pensiero
in sé concepito,
un nuovo bacio
e poi un altro ancora,
scandisce l’epilogo
della festosa eleganza
l’inizio dell’aurora,
l’inizio della nostra ora.

Il ricordo di Héloïse

Assidua e desiderosa
su letti agghindati dal vento
che non vuole svegliarmi
e soffia in silenzio,
l’atrocità del male inferto
al nostro destino ora meschino
ricordo, tra pensiero e res l’azione
del tuo urlo possente,
della lieve mia voce
che ci addormentava
avvinghiati nei nostri discorsi,
un dito sospeso in cielo,
l’altro nel sospeso del libro
del godimento intellettuale,
orpello per un nuovo corso,
noi posti al cuore del sogno
nel nostro bacio fuggevole,
feltro il barlume di gesso
nelle statue del paracleto
che magicamente ritorna sereno,
l’animo pietra scintillante
dai miei respiri guidata.
Un periplo verticale
della mia forma,
una soave carezza
dalla mia guancia al fianco,
fremo ormai sola.
Come rondini
i tanti gesti d’amore,
goliardico, beffardo ed ebbro
mio compagno,
mai più tra di noi presagi d’incanto,
eclissi sfiorano il mio ventre,
gravido il tempo.
Il decoro è l’essenza pura
della sostanza mio caro,
la glossa che muta semantiche
tracce vitali
è l’unica ragione d’esistenza,
la fisica aleatoria decora
l’atmosfera e resiste al ripiego
dell’oscuro, ermetico il messaggio
che mi hai mandato col cenno,
ti vedo teso.
Discreto il volo
nello spazio campionario,
non puoi volere il gemito
di una fanciulla in pena,
in trepidazione,
la cometa e la nuova crociata,
tu tra i tramonti,
sulle scale del senso esponi, esporrai
il mio sentimento,
acqua zampilla d’argento.
Resta così,
resta impresso nella mia mente,
spirito passeggero preannuncia
la venuta del vero,
quando ragione ingloba
il senso divino per dialettica,
logica, vivida rappresentazione,
il capogiro destriero furente,
ti accompagnerò, mio amato,
per sempre,
magari in tondo il verbo
mezzo tra detto e dicente,
magari il vuoto sarà colmato
dalla folgore della parola,
somma presenza
stranirà la tua assenza.

Damigella floreale

Augusta presenza,
ascolti l’essenza,
sublime eleganza
nel magnetismo irideo,
sibilo euclideo designato
da pitagorico rito,
mentre il passeggio delle scarpe
e le calze incespicate
tra grumi di fieno australe,
deleterio declinare il saluto,
bacio mozzafiato in congiunzione
d’umido ardore vespertino,
che frescura le tue labbra
sfiorate nella fase
in cui i miei occhi seguono
le immagini fugaci, le tue,
quelle immagini astratte
che mi hanno sedotto,
dall’oracolo edotte,
è tutto scritto nell’animo,
è lui che ti verrà a cercare
come puntino interno
e universale sgorgherà
repentino dai tuoi sensi
in manifestazione,
inversione protonica totale,
mosaico ricomposto
in trasversale
seguendo l’ipofisi
si genera fertilità di sabbia,
serotonina e fluido spirituale
della tua euforia naturale,
dal grembo di vimini
si incanta il rettile
e fai la gloria
di una pace millenaria,
schiacciato dal tallone,
avvolto da chi ne rimane
affascinato ed affascina,
per intanto sorseggi il thé in brick,
miscere utile dulcis,
intelligenza somma
assurgerai all’eclissi di favore,
il pesco è già in fiore.
E ritta in piedi,
fremano le gambe sicure,
hai un modo di sorridere
da damigella floreale,
l’intentio della tua occhiata
contro l’onda del mare,
la ratio dei giorni in riva
al mare, sul predellino
il maestro perde il conto
dei giorni, e sorridi, sorridi ancora,
sembri celata da velo,
ragazza occidentale,
l’esotico nasino,
indico l’inchino,
in sanscrito l’orazione.
Facciamo per gioco
castelli di sabbia,
Baricco si arrabbia
del gioco di suoni,
posizione vichinga
nel far da sultano,
non dormirai tra erbacce
d’agapanto, bella di notte,
bella davvero.
Non riesci a concepire
il concetto,
a districare il caos,
ciò che ho detto,
il tempo memoria darà
al domani deserto
di speranze e ricordo,
siamo ancora su deserte spiagge,
il sole tramonta,
dov’è il mio alambicco?
dove la centrifuga
che possa scindere
corpo da anima?
l’energia conseguente
una belva infuocata di spirito.
Ed ecco,
San Lorenzo io lo so
perché tanto di stelle
non muore nessuno,
scioglie la meteora in sciami,
trasfigura l’effige divina,
la nuova milizia elfica
che risplende,
domare, rinchiudere
in tetre terre sotterranee,
nuovi diagrammi voltaici,
nuovi tessuti sociali weberiani,
una scritta sui muri
che inneggia all’idealismo
metafisico e surreale,
capocchie di fiammiferi
in dadi aleatori onirici
vibranti su letti di damasco
e acanto che inneggiano
allo spirito sovrano,
energetico paradiso extrasensoriale,
metapsichica oscillazione.

Mnemosine soggioga Crono

Oh Trofonio
dagli arbusti zampillanti,
rinfresca di oblio
e rimembranza
le mie membra stanche.
Il corpo riposa,
la biancastra balestra
cromata ai bordi,
deposta ai piedi
del reclinato ed interiorizzato
ardire di Cassiopea
nel biasimo del formicolio
ricciuto farneticante.
Non senti? Non aspetti?
Rinchiudi il tempo
col suo cipiglio dilettevole,
con la sua brama di assorbire,
spugna dei nostri sensi,
spugna dei nostri intelletti,
spugna del nostro aspetto.
Saetta con me al tuo fianco,
o ricordo.
Nel punto più lontano
del flusso mnemonico
la libera associazione di gelso,
il riporto a domani di gesso,
il paradisiaco gesto.
Nel delirio da te,
madre possente dei racconti,
nacquero damigelle
che seducono orfei dal bel canto,
unico sentore d’infinito,
unica possibile percezione di scienza.
E fluttua dunque. Fluttua
servendosi di questo corporeo
ammasso di membrane
lievi l’elettricità del divino.
C’è ostilità e scissione
tra i due termini della questione.
Il ponte quadrimensionale è questo?
È qui il pensiero?
Vittima dei due opposti
seppur coincidenti?
La bellicosa e aggraziata Mnemosine
procede, esula dalla realtà carnale
succube a Crono
è su punto di infliggergli
il colpo della mortale indifferenza.
Nulla scorre se la musica
immutabile dà forma all’implasmabile.

Discorso alla fontana

Eri seduta ai bordi
della fontana e zampillava
essenza che raccoglievi
tra le mani,
poi ti avvicinavi
e la mia bocca dissetavi.
Non era fuoco
ciò che scandì l’evoluzione
ma fluido, dicevi. Io ti ascoltavo
ma la mente divagava,
a cento spanne dalla crosta
il tuo mantello infuocato
raddolciva l’umido del riposo
e della sostanza,
rinfrancata ogni speranza,
il paradiso, il tuo pallido viso.
Dai tuoi occhi
io carpii segnali vividi,
è quella la scala miscelata
col turchino,
è questa l’atavica scintilla,
l’intima rivolta.
Immane entelechia,
dicesti un po’ offuscata
ma subito la luce ti rinvestì
quando proseguisti,
la trinità spirito dall’anima
per tramite del corpo,
è la medesima del logos
dall’idea per mezzo del moto
e riflette sul corpo ulteriore,
la corrispondenza in fiore,
comunicazioni energetiche,
allibita finisti,
il cardo la tua sapienza,
decumano immaginazione infinita,
urbe l’ immensa realtà naturale,
inscindibile quindi dal pensiero
astratto generato e generante
ad un tempo il fare concreto,
volontà che si fa potenza
ed assurge ad azione.
Poi d’un colpo l’universo,
caso, cosa e caos e cosmo
furon sempre eterni,
la scintilla energetica circolare
di cui parlavi chiaramente
fu nella mia mente,
nati dalla e antenati
della forma perché,
il tempo essendo in sé escluso
non può essere da altri
che da noi placato e velato,
non distrutto perché esistente,
ma ignorato in quanto suggestione.

Intanto ammiri il tuo smalto lilla

Dalla fucina di frisia,
copisteria di amanuensi decorativi,
spiega grossolanamente il sistema
perduto dei nostri discorsi
vandalici, i graffiti alla stazione
tra sortite aleatorie,
treni di entità ectoplasmatiche
lungo i binari plastici di notte,
eravamo noi gli invitati
al banchetto, gara tra Dionisio
ed Eracle, dimmi chi ingurgiterà
più fluido etilico,
achemenico dominio alchemico
mentre dormi ansimante
volteggia l’irripetibile azione,
ed eravamo lì, dunque,
il frutto è il tuo sorriso
generatore di arbusti contenitori
e protettori, scudo delfico,
immutabile sentimento,
e non distinguevamo la panchina,
l’ultima uscita
della sovrana imbellettata,
era forse il vento
che sradicava annessi cuneiformi,
quale modello dialogico segui?
La nostra topica è smorzata,
ora assaporata.
Si infrange lo specchio.
E i dipinti di rame
sulle scale abissali,
posteriori fiabeschi
nei tuoi assurdi intrecci,
non ti raccapezzi,
sei dinanzi a un bivio,
eri perché sei,
sei bellissima.
Le nuvole offuscano
l’arte boschiva,
il segmentato stilema rupestre,
fosco fonema di mille tempeste
allegoriche. Scendi piano,
si scivola nei rimorsi.
Dalla fiamma segnali
concepiscono vedute di lontano,
l’erbal fiume scompare
nei tuoi occhi e potenzia
la formula edotta, il fumo promana,
è spirito, sì, puro, mia sovrana.
E la tua maestà è sicura
nell’umiltà mai ebbra,
si rifugia come foglia
ai colpi di brina,
ti è chiaro ora
cosa avevamo in comune
con questa, la paura del divino
ossia dell’essere quindi
dell’inconscio quindi
dell’irrazionale, quindi
di noi stessi.
Allora l’urlo mancino
inclinò l’altopiano autunnale,
l’entusiasmo fu rabbia
e sguardo di sfida,
l’innaturale profumo di vita.
Come fanciulla camminavi
ora onda del mare,
ora riflesso,
ora brillante ultimo raggio,
prima luce del mattino
attesa in invocazione,
odore di sapone,
bolla e sigillo,
guanto d’ottone,
ultima lotta, decisiva, trionfante,
bendata.
Intanto ammiri il tuo smalto lilla.

Notte bianca al parco

Al parco,
la luce artificiale
riflessa tra gli alberi
in duplice filare.
Al parco,
l’euforia dell’incontro,
un nuovo fiore colto,
lei sarà di nuovo qui?
Al parco,
l’aria rarefatta
delle effusioni empiriche,
delle profusioni metafisiche.
Già io ricordo,
ricordo indelebilmente
l’ultimo incontro.
Era settembre,
la musica deludente
dalle cuffiette,
ecco due libri,
ce li scambiammo.
Combinazione,
ti dono le affinità elettive
in cambio di notti bianche.
Coincidenze oscillatorie.
Si apre il varco,
trapassiamo la soglia,
guardati sei sempre
uguale in bocca al tuo godimento,
al reciproco nostro fermento.
Volgo già gli occhi altrove,
la tua foto è sbiadita,
l’immagine sgrana tra le dita.
Al parco,
l’ultima promessa,
la nostra corrispondenza
impressa su roccia.
Al parco,
piango e l’anima singhiozza,
sei principessa dell’ultima mia goccia.
Al parco,
solo un’ombra lontana,
a te che resti
e resterai per sempre
rifrazione spirituale
per non dimenticare
la tua presenza carnale.

Il fonema è la goccia del sistema

La goccia del sistema
è questa vibrazione,
è il fonema.
Nella locanda imbanditi
i discorsi tesi,
Praga con le sue birre
e fiumi di parole
sui rami delle nostre mani.
C’è una molteplicità nel reale
e nel naturale dunque,
varie sono le sottocategorie,
triplici, famiglia, genere e specie
ma li puoi chiudere
in concetto e perciò in unità.
Che svanimento
nell’occhio relitto
di imbarcazione ardita
sull’impeto della tempesta del nulla,
lo ricolmi e dai prova
di esistenza e dunque presenza,
dunque solo momento
ma se senza tempo
non può sussistere
si annulla da sé.
Che faccetta, sai,
sorriderei,
sorriderai.
Quando il pensiero permane
come traccia su foglio
strimpelli lieta
e ad un tempo spezzi
il gesso con mestizia,
quale più lieta notizia
dei giorni felici tuoi?
Ciao gemma mia del mattino,
la notte è ancora lunga,
bevi ancora un goccio
e dimmi se sintomaticamente
troveremo in queste ore
la genesi della connessione
tra segno, suono e significato.
È tardi dirai,
ma la voglia,
quella ancora ce l’hai.
Forse questo scarabocchio
al muro senza senso
a fini decorativi
qualcosa ci comunicherà,
sigillo d’eternità,
nascerebbe un amore sofistico
e il simbolo allora
ex post avrebbe senso.
Ma bada bene comunque,
l’albero è nato in vista del frutto.

Lode di Efesto a Cabiro

Il latrare di dieci cani
in cerchio mentre i piroclasti
spumeggiano nell’aria,
la lava è un fermento
ma controllato dalla mia mano
tecnicamente sapiente,
uno scudo per te plasmato,
che scompari nel momento più bello,
all’estremo del godimento
sul mio giaciglio.
Poche parole,
è già dì.
Basalto alcalino
fisso come sai,
tu dalle mille bellezze marine
sei eccitante stasera
come non mai.
Sull’incudine un colpo attento,
non distruggo io ciò
che l’amante della mia metà,
della proclamata amata
con scherno, per vanagloria fa,
uccisione e saccheggio,
dov’è la pietà?
La rosa tra le dita
è ciò che in questo cortile
ardente del Mongibello ti dono,
accettalo dai,
è indistruttibile, indivisibile.
Tanti sono gli affanni di annientare,
di soffocare la vera bellezza
ma il tuo sguardo lo vedo,
è puro.
Esportano armi
e democrazie, addestramenti,
poi il vuoto dell’anima rimane,
continuano a soggiogare,
tu immensa dolcezza dimmi,
perché?
I miei giganti ed io,
con la nostra forza,
ergiamo opere maestose,
è questo il bello,
non la violenza né il dominio
senza rimessa né umiltà.
O mia Cabiro,
unica che mi abbia
davvero amato,
fino all’eterno del nostro
sgomento rideremo
e ridemmo,
uniti noi,
concubini del tepore
di questo folle paesaggio brullo
e vivido ad un tempo,
abbracciami ancora,
da qui si vedono le stelle.
Un tempo distrussi Adranos
con un solo cenno,
la mia potenza è funesta,
colma di vendetta,
le mie catene che indissolubili
imprigionarono
la mia amata in flagrante
adulterio con la tua candidezza
stan diventando mezzo
di passione immensa.
Ah che bellina,
come trottolina riprendi
a danzare, sei mistico amore,
non voglio perdere mai
tutta la tua grazia
piccola Nereide dai denti d’avorio,
amore mio,
stringimi ancor la mano,
Antares è lì,
guardiamolo abbracciati
ancora un po’.

Le decorative di Cosette

Da dietro le asprosità
delle barricate, delle baionette,
il tuo volto illuminato,
i silenzi della lontananza
riflettono te,
faccina buffa, vignetta dolciastra,
pura e paonazza,
che desiderio!
Eccole qui, sono così,
le parole nostre,
all’appendice tutta illustrata,
fiammiferaia di caffè macchiato,
di incenso profumata,
di rose le spine
di questa rivolta
son decorate,
ed è perciò che dalla schiuma
di questa forse ultima sera
l’urlo dell’avanguardia
è solo un lamento di rabbia,
paura di perdere
i tuoi occhi cristallini
come la Senna
che quando ci si affronta
schizza nell’aere la libertà.
Il tronco spezzato,
i nostri cuori, il tuo respiro,
sei palpito zuccheroso
da assaporare,
delizia dei sensi
il non averti mai posseduta
se non tutt’intera
con la tua psiche
che immenso manto
copre il mio corpo.
Parole poi, ancora parole,
scorre il volume.
Noi senza ricchezza lottiamo,
tesoro rinchiuso nel tempio
del nostro sperare,
a mani giunte come in attesa
di un temporale
io qui ti sogno
tra le mie braccia infreddolita
da riscaldare.
Se di fame carnale
e giustizia terrena
questi padroni non ci sanno
saziare,
vivremo allungo avviluppati,
sempre intrecciati,
mai più divisi
anche se il tempo fugge tiranno,
un altro sparo,
cosa ci resta
se non l’amore e la dignità?
Sono le perle
dei nostri discorsi di verità.
E i cigni in coppia,
e le fontane, e le cascate del vento,
il sapore primaverile
della tua pelle.
Ricordi ancora?
Ero impacciato
alle prime mosse,
quando soltanto
un nuovo mondo immaginavo,
quel mondo che avrei voluto
dividere coi tuoi sorrisi mattutini.
Sparano ancora,
la strada è offuscata,
la mia vista appannata.
Mia illustrazione, dai,
te ne prego, non scomparire,
amore mio stringimi ancora,
alziamoci sino in cielo
a raccogliere il tempo perduto,
sì sulla luna,
sì tra le stelle,
amore mio,
guardami ancora,
muoio per te,
ogni pensiero
al mio spirar sarà per te.

Il candore di una sera di prima estate

Spada di sapienza
tratta dal fodero
di te che sei furiosa
in controluce anima persa
nei naufragi della conoscenza,
attorniata l’impugnatura
delle gemme d’equilibrio,
bascule di frumento
soppesato e decorato
da mille violini in sottofondo,
coreografia astrale,
musica soave,
leggero palpitare del cuore
appena appena percepito,
capelli mossi dal vento settembrino.
Ascolta ciò che l’anima
ti sussurra,
il ciclo delle stagioni eterne,
l’immaginazione attonita
e maestosa,
nulla può mutare
nel ritorno ad altri mondi
a questo uguali,
il parallelismo dei nostri cuori
in fremito è il varco
destinato alla mutazione
inesauribile e sospirata
nel tuo ansimare alle mie spalle,
che desiderio di sfuggire
a questa situazione temporale!
di non dimenticare
il viaggio intero
della nostra esistenza
al di là di limiti
e concetti avulsi allo spazio,
di adagi interstellari.
E quando il connubio
delle entità duali
in triplice accordo unipersonale
offuscarono la vista nostra
tutto ci fu più chiaro,
il giglio candido nelle tenebre
del tuo vestito sublimale nero
ed influenza diretta
del corso dell’anima
in quanto orchestrato
con maestria dal movimento
oscillatorio delle stelle.
Ti tramutasti in coleottero
dei boschi non classificato,
fatina viola dei miei sogni diurni,
dell’oblio di Morfeo
tra le tue braccia
come diamanti, la luna nuova
alle tue guance inneggia
al rito druido di iniziazione
all’infinito e alla tensione
ottagonale,
proiezione ortogonale
del tuo volto sui tre alberi
che erano come adagiati
a sottofondo,
tu la dominatrice
della riscossa ancestrale,
la direttrice delle premure
musicate in silenzi inumani,
pur se convinte forze
ci insidiano la polverina
magica siderea attornia
l’atmosfera,
c’è un che di mistico
nel tuo sguardo stasera,
passa l’indivisibile
come se scisso in cabalistica unità
sprigionando energie democritee
impensabili, incommensurabili,
nell’infinito barlume
del minuscolo amuleto
che pende dal tuo collo
conservi il ricordo
di noi due,
dell’intera storia umana,
di ogni era geologica
e cosmologica
e le ali che sbatti
a ritmo di una strizzata
d’occhio mi ricolma
d’entusiasmo,
mi fa sorridere d’istinto
anche se sembra vanità
di vanità in questa sera
illuminata dalla tua fioca
presenza, nella dolcissima
apparenza, scorgiamo
l’importanza del sapore
di queste bacche
della vegetazione sacra ed inviolata.
E muti forma nuovamente,
sei eccellente restia impressa
come manga sedimentato
dalla noncuranza,
perso tra pagine distese
ed annotate,
le figure quasi scompaiono
tramutandosi in flash mentali,
rimandi a corrispondenze saturnine,
il segno grafico,
lo stilema e il lemma primordiale,
cambio di direzione,
ausilio di tessuti e di velluto,
capelli come pioggia
tra le mie dita,
sembriamo ciò che siamo,
la visione del paradiso,
la nostra essenza interiore
ci riporta alla mistica ascesa,
simili agli angeli ma corporali,
messaggeri, artisti
ed inventori di realtà
desiderate con il gaudio
dei bambini,
un giorno torneremo a cogliere
l’intensità di ogni momento,
a carpire l’unicità dell’istante,
della staticità susseguente,
vivremo segugi del presente
unica definizione concepibile
nella mente divina,
la libertà delle nostre scelte
sarà il candore di una sera di fine estate.

Sul muretto di Jena

Verso sera si intuiva
la presenza della luce,
e lo spirito sovrano
sull’incanto del tuo sguardo,
iniziavamo,
era il momento,
schiarivamo un po’ la voce,
del giusnaturalismo sentivamo
già l’odore,
il punto della questione
è il contratto,
ma è lo stesso che ti frega,
più che un patto una scommessa
potrebbe eliminare
il non io dall’esistenza,
distruggere la violenza
della pretesa assassina,
contro gli altri, essenza questa
del crimine.
E tu dimmi perché esiste?
Potremmo ridurlo a malattia,
o meglio mal funzionamento
celebrale, brama di possedere,
la mente non è distorta,
l’animo dell’uomo è come giglio,
è tutta colpa del corpo,
del fango in cui siamo precipitati
per dannazione che spesso
ci spinge
ad un’organica disfunzione.
Ti accendevi,
era ormai buio,
la sigaretta e continuavi,
nello spazio tra due segni
il buono può delimitare l’infinito,
siamo noi l’anima del mondo,
essa in noi stessi si manifesta,
l’io che pensa è il divino,
la suprema sinfonia.
Poi passammo alla morale,
quella generatrice,
in sostanza ficthiana,
l’ordine universale,
ed allora tu dicesti, lo ricordo,
è lì che si trasse in inganno,
quando si parla di morale
c’è sempre un insidia da sanare,
non è questa la questione,
l’ordine è nel bene che trascende
la stessa la quale è riflesso
e spauracchio per i corvi
posto nelle mani
dello stato sovrano.
Più che nell’ateismo
quel pensatore
è caduto nel bigottismo vittoriano.

Seduzione computazionale

Provi a ridosso di uno scoglio
ad accennare frasi scomposte
per imitare il nautico girovagare
alla rinfusa delle particelle
nel caos cosmico
che già per attributo
ha un suo ordine universale,
le eclissi di fine maggio
pluridimensionali
ti adombrano le multidirezioni
vettoriali
dei tuoi sbagli intensi
ed impacciati.
La matrice della selezione naturale
è seduzione computazionale,
quando come per arcano
incantesimo la sfera comunitaria
dell’amore sfiora la sessualità
dell’attrazione, posta in cima,
damigella, scegli con eleganza
la soluzione già accordata
dalla tua anima che percepisce
una fatale corrispondenza,
d’accordo, la scelta è fatta,
irretito il teorema dei desideri,
probabilistico il risultato
non affine al vero,
la certezza nei tuoi dubbi
è l’aria della sera,
la giusta atmosfera,
utilizzando metodi
già adottati per le discipline
canoniche ed astrali,
è lì l’influenza,
sul tuo corpo sfumato,
sul capello cristallino,
sul lieto piedino ribelle.
Colma il vuoto e l’assenza
quell’andatura furbetta,
esplode come un bocciolo
affiliato a giardini esotici
che per distrazione
ricolmano la flora
di onde ultraviolette,
percepisci, vai al di là del suono
con il rapporto coll’intensità cromatica,
viandante la temperatura,
ah dolce frescura!

La nostra mappa (fine secolo autunnale)

E il passo incerto
su quella via di fine autunno,
sotto il braccio il vocabolario
greco-italiano,
e la tua camicina larga,
sopra il cappello vivo
per scampo ai soffi del vento
che sembrava carezzarti
le guance con la premura
che solo un mutamento
di temperatura sa dare,
sogni ad occhi aperti.
Avresti dovuto
non lasciarti abbandonare,
comunque qualcosa l’hai fatto,
hai seguito il tuo cuore,
hai seguito la mappa
e forse quel giorno atteso
verrà in cui reclinati
ai bordi del mare
analizzeremo con sapienza numismatica
la provenienza, la consistenza,
la duplice verità.
E il passo incerto,
poi il respiro, il fiato vitale,
altro a cui pensare,
sembravi una alle prime armi,
sicura di te,
il tuo avvenire segnato.
Non hai mai spiegato
chiaramente la divergenza
tra il titolo e la lirica,
hai messo tra parentesi la meta
del tuo assurdo vagare,
invece a chiare lettere
il varco temporale.
Avresti dovuto dissuadere me,
dissuaderti a tua volta,
stringerti intorno al sollievo
dell’atmosfera,
sai con precisione
che il tempo è cambiato,
sai di preciso che nulla
ci ha mai diviso.
Avresti dovuto perfezionarti
come hai fatto,
eppure quell’istante, ricordi,
tutto era chiaro da tempo,
tutto, il tuo portamento celestiale
con sguardo abissale.
Avrei dovuto stringerti.

Mefite

Sgorga il fluido vitale
ove sorge il tuo tempio
decorato di malto,
in intesa silente
guidi le mandrie, madrigali
medievali inneggiano
al tuo volto incoscienti di farlo.
Guida il bestiame,
la sapienza pastorale,
allegoria del giorno trascorso
su scroscii rupestri
è la ricerca della tua verità interiore.
Maga del ristoro,
medicina sanante il dolore
con liquidi taletiani,
sollievo e refrigerio
nelle sommità abbeverando
il bestiame, rinfrancando i pastori
allevati dal tuo indice,
indirizzati.
Come le lacrime lacustri
di Manto da cui sorse
la città del vegliardo agreste,
guida del sommo spirito sperso,
tu assapori le saline gocce
in flutti boschivi tramutate.
E non c’è morte,
né vuoto, né sofferenza
nell’animo,
escluso come germe reietto
il pullulare di fatiche,
le squarciate ferite.
Poche parole risuonano
a te regina dell’atto,
del verbo d’acquitrino
e purificatore.
Emblema ermetico.
Balzachiana sintesi
degli opposti in un corpo
da madre delle maestosità naturali,
dei realisti paesaggi,
presenza adornata
dalla tua veste cinta
di betulle e tendente
all’apparente ricamo di
gotic lolita.

Scricchiolii camerali

Scricchiolii camerali,
nel silenzio un barlume metallico,
lucentezza dei rumori,
accartocciarsi dell’anima,
un gracchiare di gracili
corvi,
l’upupa perdona e guarda,
guarda la reclusione
del mio essere,
l’assurdità del reale,
l’unica ragione
di vita nella lotta, nella rivoluzione,
nell’amore,
Sisifo il masso a volte
lo ammira
perché alla vanità degli umani
sforzi spesso soccorre
un sorriso ricevuto,
una gioia ricambiata,
bellezza contemplata
con le mani ancora rivoltose
e umidicce, spianate sul terriccio,
in questa prigionia di sensi
aspetto l’attacco musicale
del vento, riflette come acido
psichedelico e corrosivo
nella mente.
C’era un tempo
in cui il governo era di tutti,
c’era un tempo
in cui vigeva con premura materna
la femminea mano
del dominio senz’armi,
c’era un tempo senza guerra,
il tempo in cui forse
la migrazione ordalica indoeuropea
non era ancora arrivata
alle mani,
c’era un tempo,
un edenico tempo,
c’era, lo sento,
c’era un tempo gilianico di ascesi
e contemplazione,
c’era un tempo in cui la brama
di potere non esisteva,
dove non era la tecnica
e la selezione naturale il dominio
ma la seduzione sessuale,
dove c’era ancora
tanto da dire,
dove non c’era violenza,
dove c’era la temperanza
della parità tribale e trinitaria,
della magia astrale,
l’influenza cosmica sui nostri avi
aveva intrecci diversi
prima della maledizione e del dolore.