Amplessi Escatologici

Astarte Syriaca; Dante Gabriel Rossetti; 1878

 

Imbacuccata dal caro foulard

 

Imbacuccata dal caro foulard,

capelli mossi e sbadati,

nello specchio da trousse

immersa, gigli intrepidi

sbucano qui e lì,

iato di verità

evitato nell’antichità,

con sincerità atarassica

ed orgiastica, spuma in cielo

 

ammiccante, protesa.

 

L’encomio profuso

sembra tardare,

sibillino e scostante,

una croma perduta,

una glossa diffusa,

un parere bartoliano,

un consulto citando Quintaliano,

 

non crede che la donna

sia quel che sia,

sublimità,

e lei che fa? Si distrae!

L’attimo genealogico

perde intensità,

 

allora ammicca e si ficca

tra vocali spurie e spore

precambriane orribili da ascoltare,

impronunciabili, da cestina’!

 

Allora purifichiamoci, dai,

slinguettando diamo fiato

alla dolcezza,

le prebabeliche lingue germaniche

dai suoni rudi, esuliamole,

 

esiliamole.

 

E inizia una nuova era,

l’era della purezza vocale

e del silenzio consonantico.

 

 

Ti vedrò

 

Ti vedrò,

giuro che un giorno ti vedrò,

cara mia carta vincente,

 

non esiterò,

per passione

ed intanto un rombo sonante

impenna, mi dirai,

 

so che le parole giuste

quelle sì in silenzio sussurrerai,

adesso che ti attendo

come fossi ultima luce.

 

Vieni,

so che tu sei l’essenza

della mia vita,

l’unica ragione di esistenza,

l’unica molla intensa,

(l’ondeggiamento della penna sdrucciola sul foglio).

 

Vieni,

attendo le tue note

di stupore,

mi sembra di scorgerti

tra la folla, il tuo riccettino,

l’ombra del mascara,

 

ma mentre l’ombra sfiora

il tuo corpo

ti dissolvi.

 

Verrai o no? L’illusione avvampa,

chi lo sa se l’attesa

è l’ennesima follia,

sarà l’ultima occasione

o forse il nulla,

 

prigioniero del mio sogno

e naufrago barcollerò.

 

Vieni,

ti prego le mie mani

stan tremando,

l’albeggio è forse il traguardo

 

l’inevitabile speranza

che già geme e implora.

 

Vieni,

i tuoi inverni saranno anche i miei

lo sai,

 

è sempre pronto l’ermo viaggio

ma non so,

non so più se resisterò.

L’attimo scivola via,

 

di nuovo trasparente ti fai.

 

Vieni,

mia cara l’intimo sussulto

attende, attende già lo sai

il cenno delle tue soffici mani,

la cenere aumenta

e dal silenzio cinereo

l’anima risorge.

 

 

La pulzella di Lorena

 

Demoni in tumulto

sussurrano in te,

c’è un’aria gelida,

l’inflessibile decisione

è stata presa,

 

arderà la paladina stolta,

la santa introversa e ammaliatrice,

la meretrice battagliera,

sole invincibile punirà

chi d’ardore è spenta ormai.

 

Prega pur se vuoi,

brucerà il demonio che è in te,

inchinati alla croce

o morirai nel dolore.

 

Hai osato fanfare diaboliche parole,

la tua follia è finita,

non hai speranze

orribile ingannatrice,

 

fiamme per l’anima e pel corpo,

non ascolteremo più la tua voce,

astuta donzella, la vendetta

assedierà le tue membra,

 

brucia pulzella,

non darai più retta

alla possessione che t’invade.

 

Urla,

gemiti,

urla

e sputi.

 

E tu

in quell’istante

chiudi gli occhi,

 

ripensi alla luce

che invase i tuoi occhi

genuflessi in cattedrale,

 

rimembri d’un tratto

il sogno di femminea

pace universale,

 

matrona e ragazza

della congiunzion paonazza.

 

La provincia geriatrica

ostenta leggi infami,

 

i tuoi sostenitori

e i vostri sogni svaniti e vani,

la ciocca rossa cade ai tuoi piedi,

il boia gode da belva infetta,

gli occhi cobalto

tra l’invidia della folla

che inventa un misfatto,

ed il sacerdotal ricatto.

 

I soldati d’ Orleans

non saccheggiavano,

i dardi si piegavano,

diana,

daino e

dannata.

 

Un altro urlo c’è,

il braccio armato freme,

il temporale preme,

non purificherà le loro colpe,

le streghe torneranno,

vendicative Erinni,

non esorcizzate

e non intimorite.

 

Arriva l’effige,

putrida contadinella,

 

volevi far la santa,

generalessa unta e diabolica,

il re l’ha spuntata,

non ci sarà pietà,

sognavi libertà,

 

eccoti la realtà.

 

Passano gli anni,

il tuo volto giovane,

non dimentica l’uomo

che ti era affianco,

 

chi non ti ha tradito,

senza farsene accorgere

si avvicina a Thanatos

corrucciato e in sé assorto,

 

l’asta e la falce si spezzan,

come cristalli in frammenti

la lama del pugnale di Ares.

 

Anello del potere sul fondale!

 

 

Un urlo metallico

 

Un urlo metallico,

sinfonico maneggio

da manovella attenta,

mandria valvolare,

veemenza sentimentale scarna,

sentore d’ atomi tomistici,

scolastiche profusioni,

vaneggi santi e macchinosi,

interpretazioni autentiche,

relatività suadente,

nulla,

morte,

tempo ed essere.

 

Brume viandante,

cogli il frutto distante,

tra laudari stridenti,

scansa i fendenti.

 

Senti il cuore che batte?

Sogna!

 

Cosa c’è

nel vespro alessandrino?

 

Solo l’incubo di uno spritz vitale,

di un cocktail virale,

dadaismo intenso,

metafisica del soprano,

surreale ad uso corale

e baritono dantesco.

Spasmo notturno. Cattedrale bianca

e pleonastica ridondanza.

 

Vedi l’inizio?

L’inizio dello scisma.

 

Atonale,

attonito,

attratto

e allitterato.

 

La paura è una nebbiucola,

sale trasudante,

inversa e danzante.

Esca per il refrigerante

liscio della mente,

come palpito stimolante

l’idea fugge in volo,

 

termine di paragone poliglotta,

rovina scadente,

morale teleologica e canonica,

anagogia figlia dei lupi.

 

Barbarici farfugli,

lotte preedeniche,

miscele di terriccio,

materia plasmata e non creata,

 

in principio fu,

poi era,

ora è,

infine sarà.

 

Congedo in concreto

le tue parole

 

e arrivederci.

Fruscio intenso!

 

 

Come pioggia

 

Come pioggia

che bagna i sorrisi

accennati

le note misteriche indugiano,

l’ingresso alla soglia

del silenzio, l’aria si schiude

e il pensiero va altrove,

 

sei già qui? Ti attendevo

tra i volumi e le colonne,

specchio mio d’acqua dolce.

 

Dimmi se hai conservato

le missive, i sigilli, le piume,

se sei rimasta marmorizzata

sulla sponda del letto,

se il dolce sciupio del frullio

ti ha sedotta ancora,

 

petalo fucsia meticoloso tra i rovi,

le strade di Tubinga sorridono

al tuo sguardo tra i vetri,

il cofanetto dei segreti

scandisce il motivo,

 

sbiadita l’immagine,

vai verso i quadretti ondeggianti

e luminosi,

gli occhietti persi nel vuoto,

nel sogno vivido l’intento,

tre fuochi accesi

impostando il rimasuglio,

 

la cera livida sul foglio

scribacchiato, e poi un bacio al vento,

accenni un sentimento.

 

Naufraga l’anima idealista,

mio spirito, mio viso, mio pallido

segno.

 

E fiammette scaltre sul fiume,

la città è un barlume,

incontro intarsiato tra le idee,

le forme divine,

le scappatoie empiree,

stringi le mani alla ringhiera,

sporgente il corpo,

 

sacro il fiore ottagonale,

guarda lì lentamente

il dardo scinde le passioni,

 

nostalgiche effusioni.

L’argento silvestre,

non voglio perderti amore.

 

Sei in me stivaletta,

sei in me anfibia principessa,

stretti in semiotica promessa,

filologica valenza,

stilistico orizzonte.

 

Tre gocce purificano il mio capo,

lo sgocciolio dal tetto spiovente,

grottesca pietra nascosta,

potente e vorticosa,

laccetto e pendente

con le scritte impresse,

 

regina, i miei onori,

regina, i nostri errori.

 

Immagina le distese sconfinate

dove alberga il tuo esercito

allerta armato di brezze,

 

sembra già inchinarsi

al tuo portamento,

al tuo celestial volteggio,

le forze immani dell’est,

terre inesplorate non temi,

sostanza altera e rubiconda,

espressiva imperatrice

 

il tuo regno ti attende,

 

la pace universale

il tuo cenno porterà.

 

 

Vespro seducente

 

Entra il vespro seducente,

sfoglia le tue mani

nude infreddolite,

le risate, le giocate,

le valide occasioni beffate,

valige senza tempo

sul ripiano serale,

l’incanto di un protendersi

verso il notturno corale,

l’albore lunare.

 

Penombra fiera,

vista acuta,

falco librato federiciano,

manuale sadico posizionato,

 

i cinici sputano sul galateo

cerberati,

 

l’arietta prosegue allegra

ma sinestetizzata,

più può il panistico flauto,

l’armonica fisiognomica e slava,

organello sottile,

 

vai ondulata, sciolta e scaltra,

piccadillica, cattedratica,

oppiettizzata,

canone cannabinoide,

etica etilica,

estetica ad est,

vistosa la collanina,

 

fresca la fronte refrigerata,

scende la temperatura,

parte fredda eclissata,

conico l’antro sibillino,

sotterranea la cella,

secondino da barba caprina,

cellerino d’abbronzatura,

pomata reclusa e profusa,

 

lode al soprano,

la viola maggiore è distratta,

scala discendente darwinista,

zoologia simbolica tardo medioevale,

ciclope, gigante e sciapode,

liocorno, furetto, chimera,

centurione-centauro,

 

in piazza Ipazia tra una sigaretta

e l’altra,

 

al bar Hegel paonazzo e ingrassato

per falso rapporto di Venere,

 

alpina lucertola gigante dei ghiacciai,

impressa nel rullio del rullino estinto,

caro viscido sarcofago,

mummifica il portamento,

rendilo edotto.

 

E va sbiadita,

stringi quelle labbra,

poni un intatto cielo cobalto,

limite del mare,

l’onda sale ripida,

l’acqua sgorga e casca,

filmino straripato,

 

magica quiete invernale.

Ma che solfeggio altezzoso,

che diadema putrido

da belva del mare,

quella che lentamente sale

e trascina rovinosa

un quarto di stelle,

 

ma la lancia ferendola la umilia,

non sopravvive al taglio di spada,

non ci inchiniamo,

la ribattezziamo inutile violenza

intesa come qualcosa che manca,

che meschinamente lambisce

l’inutile di uno spasmo,

 

spasimante del nulla.

 

Ed è ripieno farcito,

l’essere, l’esserci,

le diverse declinazioni tedesche,

le congiunzioni mediocri,

l’asperità, la vacuità,

il fine a sé stesso ambito,

 

vai valica il monte Ventoso

petrarchianamente o da tour de france,

in ciclica vendetta esule,

in pagina vandalica,

voglia sopravvissuta,

stirpe ottusa,

priva di mandorle e d’incenso,

sapore ortodosso, giusta icona,

santa tunica, imponente toga,

dito all’infinito collegato,

 

non dimenticato.

 

 

 

Wiesbaden

 

Ametista e opale

congiunti sulle scale,

ascende dolcemente

colei che protegge

 

il dono divino,

la misericordia,

carminio il vestitino.

 

Ok, pian piano,

druidetta furbetta

guarda i tuoi occhi.

 

Che bello,

scartiamo i ricordi,

 

che bello,

manteniamoci ai bordi,

bellina stridente,

visino invitante,

seducente.

 

Appoggiamoci su quel muretto,

hai le labbra che non so risolvere,

ponenti, ardenti e vezzeggiate,

l’ albatros è un po’ inutile,

diciamo manca in concretezza,

meglio il vino se vuoi Baudelaire,

dai si ubriacamoci di qualcosa,

tè corretto e sciupaletto,

fraintendimento e capitale

del tuo Land,

 

ti manca l’università,

due giri in terma,

scientifico aforisma pliniano,

 

ansia anzi panico

dimenticato.

 

Andiamo su per monti,

giù per ditirambi stolti,

che freddo stringimi un po’

anzi mettiti di lato,

obliquo e un po’ svogliato,

sulle scogliere dei ricordi,

calcare sulle rocce bianche,

voglia di gabbro, di basalto,

oh ti garba! Parla a tu per tu,

ah l’hot dog! Così non l’ho mai mangiato!

 

Uh Abat-Jour ! Diffondi il cardigan.

In scivoli e altalene,

mania d’elevazione,

paura dell’abisso in discesa,

ondeggiamento, buttiamoci sul letto!

 

Che stupida,

ed io ti do anche ragione,

specchio dell’oblio, pluripersonale,

immotivato, gioia impersonale,

collera e desiderio.

 

Astuta e quasi perfettamente

sconosciuta, amica arresa,

io bitume ignorato,

vai brucia ‘sto straccio,

benzina e cherosene.

 

Camice e saccarosio

nell’assenzio, squallido silenzio.

Facciamo un tuffo,

trattieni il fiato,

 

leggi o fingi,

sei stupenda uguale,

il primo passo lo fan i capelli,

sfiorano astuti bombardamenti,

 

fragore,

fervore

e fragrante frasca,

 

l’albero nasce dal frutto,

ricorda il fine è più importante

del generatore, ciliegina ibernica

e squisita,

io non posso far altro

che ammirarti, fossilizzarmi

nel guardarti, restare muto

ore ed ore, il tuo nome

è un rimando,

 

quattro semiminime, una croma

e due biscrome,

 

ricotte, precotti, biscotti,

scegli tu la direzione,

l’intrusione,

l’effusione eventuale,

bellina al sapor di semplice

grandezza, magniloquenza e speranza.

 

E il rapporto servo padrone,

dimmi un po’ chi è più importante,

l’amata, l’amante

o forse lo sguardo intrigante,

lode a sé, per sé e di sé,

uh che fiorellino,

freschezza del mattino,

 

uh lo dico ancora,

per te.

 

 

Musica indimenticata

 

Passeggi tra la nebbia,

già immagini il motivetto,

lo ripassi in fretta,

 

ed esplode il discorso.

 

Sai bene cosa vuoi,

ritratto accennato, sbiadito,

in filigrana, lucido sol,

e tu malandrina,

cosa vorrai ancora,

vita mia, non dimentico

e non dimenticar

le nostre assurde follie

incomprese,

 

gli sberleffi, le tue manie,

in un minuto avvisti già

le schiere d’ elfi armati di lance,

le nostre spiagge abbandonate,

 

sfiorate appena le note.

 

E precipito già,

guardami trotto,

mi spoglio, vivo di te.

 

E sognami stanotte,

le ombre che fuggono

ritorneranno come un inciso,

sbalordito il tuo viso.

 

E parla un po’,

magari da sola,

col gatto,

guarda che faccio,

sorrido un po’,

 

vibro sospeso

come te nella mia mente.

E poi i pastelli,

 

le sfumature impresse,

i nostri sogni, guarda,

ridi, beffarda amica,

non dai scampo,

 

nocciolo spoglio e fruscio.

 

Per te si apron i fiumi,

la purezza invade l’animo

e poi ancora brulica pace,

 

vai vivace,

audace cappellina,

tessuto prezioso.

 

E poi mia cara,

mia dolce scarpetta

non senti l’aria

che scorre nelle vene?

non percepisci il calice

della vita eterna? questa musica

indimenticata, riscritta,

riamata, formula dello spirito,

dell’azione, dell’intenzione,

 

ciao amore!

 

 

Scariche magnetiche

 

L’intimo rimorso

è dolore che mi assale,

l’estro nel silenzio

si spegne piano,

 

la cera del tempo

lenta dissolve,

con noncuranza sigilla

il ricordo.

 

Furtiva la notte piange lacrime,

sciupate dal vento

le ultime foglie.

Sembra ieri eppure

è già domani oggi,

il cambiamento epocale

sembra sempre più tardare.

 

Fuggi rapida

vita dissipata,

ai bordi del fiume

l’anima sorride dell’ardimento

che sgocciola passione

riflessa e genuflessa,

si arresta soltanto alla mano

che sospende il vento,

l’aria, il fiato,

il corso.

 

Poi lamenti lontani.

 

Scariche magnetiche

 

sfiorano i nostri corpi,

l’attrazion fatale

da concretizzare,

nell’astratto bosco

il rifugio è perso,

la contemplazione resta un’illusione,

e le menti rozze e stolte

bramano il potere

come svelte scimmie,

e io qui mi acquieto e riposo,

 

in te cerco ristoro.

 

È così difficile trovare le parole

mentre l’attimo sguscia

tra le mani inumidite,

la parete è ultimo sostegno

del sogno infranto.

 

Vai, accompagna la vettura sbrigliata,

in balia di sé,

sorprendimi,

le saette non potranno

mai colpirci, ferirci.

 

L’incauto misterioso

intrepido non congelerà,

non distruggerà la corazza

di cartapesta, non piegherà il gesso

di semplicità,

 

si arrenderà,

le armi esausto deporrà.

Poi sentieri sinceri

aperti dinanzi a noi.

 

Poi la tua presenza

sbiadita chiara apparirà.

 

 

Brigith

 

L’imperatrice

 

Era novembre

 

Era mattina inoltrata,

sdraiato sul letto fissavo la finestra,

i pensieri vagavano sonnambuli oltre il monte,

desideri di ascese verso verità celate

ed inesplorate.

 

Chissà se mai sono

nella tua mente,

nel candore della tua pelle,

vorrei vederti di nuovo intorniata

di perline e maestosa,

 

mi sfioreresti il viso?

Vorrei davvero abbracciarti

ancora, vorrei che le tue mani

guidassero i miei gesti,

vorrei planare nell’aere

e seguir i miei pensieri,

non ha ormai più senso

la mia volontà ed il mio agire,

intorno alberga il vuoto

e dentro un mondo esplode in sé.

 

Era novembre e nulla cambiò,

resto attraccato al molo

in attesa di improbabili maree,

 

noi

improbabili eroi d’altri tempi.

 

Canto cadenzato

 

Parlume di bitume

mascherato di amianto dorato,

sentimento scarno e bazzicato,

destinato al silenzio

ed al fermento stupito.

Damigelle ai posti d’onore,

 

flauti magici,

 

incantevoli corpi nudi,

 

masticanti profusioni,

 

ardori assunti e meticolosi,

 

forse scialbi piatti decorati,

leccornie carnali sui tuoi fianchi,

 

animali graziosi poggiano

le rime altrove e miro te,

lì dinanzi a me,

 

docile fermento mattutino.

 

Cade il canto cadenzato,

poni assenzio mandorlato,

atomo perso nel vuoto,

ogni parola si arresta,

il tuo sguardo resta,

i tuoi fuochi inestinguibili,

i tuoi braccialetti fruibili,

pelle dolce da assaporare,

da lodare,

contemplare in estasi,

il fiume di verbi.

 

Lenta poi ed improvvisa

una viola distoglie il pensiero

e tu come fosse solfeggio intonato

volteggi, spiazzi e spazzi

con le partiture, un basio,

slinguetti dispettosa,

sbatacchi l’anima

secernendo spirito,

 

grazia etilica

e valente effige impressa,

mai dimenticherò la voglia

e la volontà di te.

 

Riprendi l’opera di sensi

sviliti ma rigenerati dalla tua passione,

che labbra vivide, intense,

pure sentinelle in guardia

e pronte a sfiorare l’etereo clamore,

a soggiogarlo, renderlo servo,

al guinzaglio, purificarlo e girarlo,

rivoltarlo,

 

poi chiaro consolarlo.

Attimo di suspence,

 

entrano i cortigiani.

Cortesi direi i tuoi servi,

le tue soluzioni,

in trono dirigi e sorridi,

poi riondeggi come fascio luminoso,

caloroso, inaudito, colorato,

cristallizzato, decorato, declinato,

inviolato, e infine donato.

 

 

Sonata

 

Due bestiole si presentano,

che graziose, che portamento,

che quiete sentir il fermento muto,

l’incanto, il canto tuo, è così sublime

 

(e sei col libro chiuso).

Sembra quasi la musica

non si percepisca,

solo un lontano bagliore tonale,

è un’arpa rinascimentale,

un inciso spirituale.

Il risveglio fischiettante dei folletti,

con gli intenti furbetti,

 

dolce fiaba emo,

 

tra Selene fremo,

Eos avanza, che temperanza,

la giostra gira cara ragazza

nel carillon protetta,

 

sia benedetta la tua faccetta.

 

In punta di piedi

tra viali scoscesi

saliamo i gradini,

sfidiamo gli altarini vicini

vicini, scansiamo il nemico

e facciam l’occhiolino

 

e tu danzi avvinghiata

a te stessa sotto le stelle,

 

dio mio che splendore!

L’acconciatura francese

ti sfiora la palpebra distratta,

allora oscilli trottolina vorticosa

e scomposta,

 

dionisiacamente risorta.

Ciclo naturale

e metempsicosi corporale,

batto i tre quarti,

 

figura perfetta e stellata

da musichetta pitagorica,

 

le etalage di turno

congiunte in Saturno

hanno la luna storta

e contorta.

 

Il meridiano divide il limone

in atteggiamento sospetto,

 

in dolce compagnia sul letto

aspro e strisciante,

 

la corda pizzica ancora

come formaggio l’asola.

 

E c’è una festa in piazza,

si sente dalla terrazza,

più altera va la ragazza.

 

La spola fan tre o quattro

appostati sotto il palco autunnale,

il vento soffia,

l’amplificatore, la spina, le cuffie,

il motore.

E poi gli stralci,

 

sonetti o minuetti,

il maestro si sbatacchia,

poi vede la ragazza,

 

non è distrazione

ma entrar nel vivo della questione.

 

La musica infatti avanza,

avvitamenti,

piroette maledette,

odore di fumo, sbuffa la pipa

all’inverso.

 

Siamo ancora all’inizio,

ne passeranno di ponti

sott’acqua, archi romani sprofondati

e corrosi dal flusso,

 

il maestro spettinato

indossa il cirro stonato,

copricapo lodato, disimparato,

frastornato e sciupato.

 

Vai in re minore,

te lo aspetti,

non sei dodecafonico,

allora l’orchestra sbadiglia,

pastarella e amarena stanca,

vorrebbe inchinarsi per sopirsi,

 

il pubblico bivacca,

divora le note indigeste,

scucite e scandite

dal ticchettio di novena ripiena.

 

Eccolo,

entra in scena,

proprio mancava, l’assicurato

impresario che lancia in aria

i tre danari, mette da parte

e investe i talenti

ad uso contadinello ottuso

ed imbevuto di pesticida laureato,

 

di sandalo arricchito e deluso.

La ragazza sonata si ribella

alla disfatta, gambe all’aria,

è tutta fatta,

affonderà col transatlantico,

 

vicino mio dio,

l’incubo mio,

tra le fauci del coccodrillo

ossia il serpente antico

 

riversa sincera la chimera

e le partiture, tutte le arsure

e le violette infine.

 

Mi alzo dal letto al frastuono,

il pragmatismo ha svilito il suono

docile e contemplativo,

 

l’anima e lo spirito si ribellano

ad un corpo che non vuole piegarsi

ad essere semplice contenitore

e strumento dell’una e dell’altro.

 

E scorgo lontano,

la vista aguzzo,

dicevo scorgo un lamento

materializzato di un mondo eclissato,

un mondo lontano e ovattato.

 

Poi uno scalpitio,

il mendicante ritratto,

armato di bastone,

nell’incedere distrae.

 

Folle, folle,

folle il venditore,

freme, freme,

freme la bancarella,

fruga, fruga,

fruga sotto il suo velo.

 

Il nostro cuore è l’ultimo rumore,

il vento ancora più forte respira affannato,

mi hai già dimenticato? Ma dai,

eri sopra poco fa.

Che cosa diresti al mio posto,

fischietti e mi ignori,

 

padrona dell’oblio notturno.

 

Cambio di scena repentino,

la ragazza mi riabbraccia,

cade in trance,

cade in estasi mistica,

in un attimo è trafitta dal dardo d’amore,

il fanciullino alato ha di nuovo vinto

e perverso è il seguito…

 

Va tra le note di nuovo,

godi la musical vitalità,

vai spogliati,

leva le lineette nere,

bianco il foglio dipingiamo

ed annotiamo.

 

Che carina la mantellina

incrinata sul ruscello,

mi guardi fissa e risplendi,

mi copri il labbro e la tua bocca sfiora

la mia fronte, la mente in refrigerio.

 

 

Acustico intruglio

 

Acustico intruglio nella notte,

lunare influsso sulla soglia del tempo,

poi sonnambuli pensieri,

destrieri rapidi.

 

Dammi l’attacco,

tra piatto e patto.

 

Sì.

Sona il bel sì,

d’oc, d’oil, d’oui,

cortese l’arnese,

Paride ed Eva, guanta na mela,

Guantanamera,

Patroclo e Beowulf,

iena, lupo e leone,

 

indugio burino sbarazzino,

goccia perforante e claudicante,

dissetante, piangente, petalo brinoso

incandescente, borioso, bucolico,

 

georgico pizzetto.

 

Vai così,

ancora il sì,

paese violato, masticato,

bile il giornale nomato libero,

 

l’eurodance, i Gigi di turno

pop, dance e topini,

accigliati al piano, alle tastiere,

alle groviere,

 

dimmi mai o cosa fai,

la scrivente si arresta e vai a capo,

burumbum cià,

 

annebbiata scolaretta

nella vendetta,

 

l’ayatollah torchio di vendemmia,

tutto è ben quel che finisce in mi,

 

bufera russa o capricciosa,

rivoltosa ottobrina porpora,

zarina, cesarea,

Alessandria paludosa,

 

stop uno.

 

Movimento compulsivo,

pensiero ossessivo,

ritmo assordante

ed estatico ondulante,

pentateuco e pentagramma

cabalistico, sufismo

e panpsichismo,

 

percezione aumentata,

esponenziale mescalina,

astrale vite.

 

Lento, sh,

 

lento sh.

 

Un silenzio lo faran i papaveri,

il cemento.

 

Riprende, non arrestarti,

ribellati il sistema,

kantiano imperativo categorico

kierkegaardiano calar le palpebre,

recitar, il personaggio,

 

gioco dei ruoli,

gioco di ruolo,

gioco di parte,

Bercoglioni,

gioco delle parti,

il Vaticano.

 

Silenzio, ancora.

 

Bum!

 

Il pupazzo in viaggio.

Il ritorno etereo.

Il rimorso sulfureo.

Acqua distillata.

Olio e combustibile ligneo.

Classificazione enciclopedica.

Semitica semiotica e semiosi virale.

Attacco micidiale.

Falsificazioni e fornicazioni.

Formiche laboriose,

il sessantotto e le cicale.

Poi le scale.

Trasfert l’Rna.

Mitocondriale il respiro

e il nutrimento clorofillico.

Poi…

 

Stop et booom

 

secondo e terzo finale.

 

 

Un istante fatato

 

Un istante fatato,

come un film il passato,

una storia sbocciata,

di passione velata,

 

sposta due carmini

spiriti felini,

 

agili le mosse,

le decisioni poste come addii puri,

incontrovertibili sapori dolci,

ed è già mattina sui tuoi occhi,

e te ne ricordi con un sorriso

col quale stringi le mie mani.

 

Ah sì,

che impronunciabile sentir!

 

Sposti col favore del vento

l’abat-jour e scendi dal letto,

 

ti poni alla sponda

il voltaico sentimento,

 

sei mezza nuda

come mezza luna ricordi

mondi lontani, la penombra

ti invade il volto

e inizi a cantar,

 

un adagio lieto splende

come viola in primavera,

come nota d’attacco

alla maniera di cattedrali

barocche e nascoste,

 

novene e filastrocche

sui tuoi umidi capelli,

 

impronte sul vello,

oh il mantello,

sul percepir il bello,

 

oh il Metello

che provoca dolori al poeta,

“malum dabunt Metelli Nevio poetae”

 

sordo l’appello, l’invocazione,

la conclusione dischiusa, assortita,

candita e sì, vai col sospir,

che delizioso l’indice al labbro,

 

il naso e la manifestazione

di un silenzioso animaletto

 

porta fortuna quale sei tu,

mia amata rosa, e te lo dico,

ti dico oh, che cristallo candido

e variopinto al tuo riflesso,

al tuo compromesso stabile,

 

un braccio sul mio corpo,

l’antico modulo scisso

sul tuo libricino, reciti come assorta

l’ultimo verso e poi

l’orma del rossetto

sulla mia bocca.

 

 

E poi vetri appannati

 

Le lenzuola sussultano

nell’attimo di esitazione mi guardi,

 

già altrove i tuoi pensieri,

 

l’estasi dell’attimo ti innalza

e vaghi verso mondi lontanissimi.

 

La foglia tremula pel freddo,

finisci nell’oceano profondo,

 

Atlantide sommersa dominata

e mai più punita,

 

nel frattempo sei già sulla riva.

 

Vai docile, va’,

non ti fermare,

attendo le tue mani zuccherose,

come fossero ultimo approdo,

decoro dei dì passati, sviliti,

 

la notte riprende a suonare.

Vado verso l’atmosfera d’inverno,

 

cosa ci fai tra gli spalti beati?

Cosa c’è nel do diesis minore,

forse l’ardore di nebbiucole

che penetrano il corpo,

dissolvono il trotto della mente

intorno al ripiano sciupato.

 

E poi vetri appannati,

il nostro anelito impresso

come stampo opaco e non dimenticato,

 

il tempo non si spazza via.

Procede,

magari si arresta qualche attimo,

ma la bottiglia si avvicina già

alla tua bocca, sei sciolta

come bacche desiderose e carnali,

 

spiriti notturni infestano le braccia.

 

Così lenta le agiti.

 

 

Arpilla

 

Risveglio in gomito ai bordi

delle radici,

sapienza megalitica

all’aurora.

 

Parte e ritorna,

in circolo trotta,

rissa dischiusa in petalo verticale,

licenza boschiva, arpeggio arioso,

e poi la luce che eclissa

in compresenza magnetica

lo sguardo.

 

È già domani tra me e te,

 

lento moto senese,

accento cortese,

urletto crestese,

spasmo punkettaro,

bestia di fato avverso e maledetto,

morosità del sentimento,

dizionarietto urbano,

l’acume spiazza la principessa,

 

in dono l’ortensia,

ne conosci la potenza?

L’assurda valenza?

Il do e il sol!

 

Poi improvviso

adagio allegro,

non troppo disteso ma ripieno,

 

i richiami di mandorla,

i volumetti cari,

tomi d’alloro ricamati,

e sguscia,

sembra sfuggire

come invito all’infinito,

 

è subito mattino,

tu già lo sai,

io già lo so,

oppure no, restiamo al limite

del vortice e pendiamo.

 

Che cosa c’è? Osa la penombra

rivalere, ribelle mia,

la lotta tra i generi,

trittico indoeuropeo,

la valenza plurima cara eredità,

l’infinito sarà indefinito vagar,

 

tu non ricordi la mandria dei pensieri

inquieti al riposo

ma rimembri la figlia del vetturino,

 

è un incubo mattutino,

la casupola villosa oscilla

 

arpilla, fluttuante

dimora nubilosa.

Incanto solforoso,

canto lezioso,

scontro tra Chimera e Desdemone,

 

la luna celtica difende e sorregge,

magari ostenta l’orpello dialettico

del fermento, astuto frumento,

intensivo furetto diabolico e dispettoso,

innocuo ma fastidioso.

 

Continua l’asola ad isolare,

volta la carta epifania del giullare,

 

improvvisa Ofelia, ninfa negligente,

sembra violare il sacro bosco,

entra nel misterioso borgo,

 

ed è già giorno.

 

 

Attracco fugace

 

Cappa e arsura per il corso,

refrigerio del tuo braccio declinato,

così mi estraneo e ti guardo.

Via Toledo,

metà agosto in trotto con te.

 

Rinascente,

profumi, saponette e collanine.

 

D’altronde non c’è la sentinella.

 

Attracco fugace,

saldato il nasino tuo al mio,

che dolce il viso indaffarato.

 

E il tempo cavalca senza sosta.

 

L’alemanna regione

è un volto di disperazione

 

andantino, l’introito del destino,

 

l’immobile fattorino.

 

Attimi persi

o riacquistati infarciti d’assoluto,

 

l’encomio solenne, l’alloro

corona dalla tua mano.

 

Minuti atroci

ma così lieti, lievi e indelebili,

 

l’astuto riguardo delle tue labbra

pende dalle mie.

 

Candida vita cara,

pura sordina baccheggiante.

Sfiniti sulla panchina,

 

giriamo ormai da cinque ore,

loquace il mio sentire

e il tuo riflesso è denso.

 

Ti sfido,

riaccenna il tuo sorriso.

 

Appoggia i sogni,

di lato come fossero ghirlande,

affidamele saranno impreziosite

col cobalto e colla sabbia,

 

saranno immortali come coretti.

 

Ancora più mite il vialetto,

 

posizionata la tua testa sul mio petto,

 

non dimenticarmi flebile

sarai filigrana selenica.

Il cielo sfuma nel rossiccio, fenicio

 

l’incanto dell’occidente marino,

 

è davvero stupendo ma l’attimo si arresta

e divaghi.

 

E così finisce

siamo già distanti,

la vela protesa sbanca

e noi sbarchiamo in brecce parallele,

 

l’estate tra statue e foglie di lichene.

 

 

Stendi in aria le mani

 

Sì, l’invito tra le fronde.

 

Così l’accenno gregoriano.

La mia vita come tramonto

scorge l’ultimo lamento.

 

Sì, quel breve cenno.

No, l’inutile attesa svilita

 

e svilente silente.

Se penso a te

guardo in me

e scorgo i passi

dell’ultimo giubilo danzante.

 

L’intimo pianto adibito

a fremito spento.

 

Con i pensieri spuntati

affilo i concetti

in patetici versi d’oblio,

vai tu cauta al confine,

il nome giusto qual è?

 

Ricordo solo

che per te oscillava

il ciondolo del mio sospiro.

Sì, bramo te.

 

Si, puro sprazzo

sidereo d’oriente.

 

Sulla via sono perso,

sonno sperso,

piccola amigdala

il mio canto perde ogni senso.

 

Sì, ricordo di te.

 

Sì, emozione d’ultimo fiato.

 

Ovemai ricordassi

questo naufrago perso

 

stendi in aria le mani.

 

 

Passano stagioni velate

 

Passano stagioni velate,

le pagine restano offuscate,

le labbra docili e dolci

restano stampo dell’atroce rimorso.

 

Tu affianco sincera e ridente,

l’attimo assurge ad infinito,

 

immobile germoglio odoroso,

incanto del sospiro vorticoso.

Il simpatico vestitino alabastrino,

proprio lì, a ridosso del senso,

portamento divino,

 

e dicevi in concatenazione parole,

l’emisfero oculare inclinato,

ammiccante e vitale.

 

Sono solo refoli inutili,

dimentica gli attimi indescrivibili,

resteranno apatici intrugli,

sdrucciolo rovinosamente nel nulla.

 

Cosa vuoi che resti?

I frammenti da rigattiere?

 

Oppure testimoni scaltri e assenti

perché assente è ogni realtà.

 

Resta solo l’idillio scalzo e stanco,

parlo ancora a vuoto,

a nessuno

o a te,

 

qual è il significato di questa attesa?

 

Una semplice pretesa

tramutata in remissione arresa?

 

Una docile richiesta

che nell’ombra resta funesta?

 

Cade la goccia dal viso,

 

inumidito il libro, è ormai un rito,

la mistura di odori rimembranti

altro non è che un’offesa qualunque.

Il palpito nella penombra,

 

la luce di un lampione distante,

mi imbacucco sul ciglio in ripicca,

 

mi scopro di nuovo silente.

L’auto sfreccia,

breccia vetusta,

la sigaretta caducante e caduca,

e un ultimo pensiero, il tuo volto

di soffiata che risplende

nell’ondata di quiete.

 

Resta un’ora o forse un giorno,

quale sarà il destino non lo so,

un’altra auto passa e credo

che non ci sarà più niente,

 

che l’illusione bolla di sapone

in sé sopita svanirà.

 

 

Paralleli assunti

 

L’aurora, il volto e tu,

mio testo sconosciuto,

riflesso tra cammei, follia.

 

Simpatica e sconfitta,

hai l’aria da brivido freddo,

carpisco le intenzioni,

 

i residui di noi.

 

Paralleli assunti

tra anfratti di cemento,

vegetazioni, Bastiglie,

all’assalto, l’ombra, la silenziosa

intromissione a dito levato.

A fianco manti da ricucire,

 

le ultime battaglie sono canti

ormai annebbiati dal tempo

e dal colore, dallo stupore

di riguardo e proustiano.

 

Implode l’asserzione,

me ne accorgo sol’io

del fittizio sospiro

trattenuto e sopito.

 

Allo specchio il tuo godimento,

 

nel solstizio santifichi te stessa,

in vergine il capricorno,

il tropico del ricordo.

 

Vis compulsiva trafitta

da auctoritas, potestas e mezzo corporale,

sarebbe magari meglio dire

che futuro c’è.

 

I fluidi in campo

come Rinaldo braccio della furia,

Angelica e l’anello

al vento nel pub,

 

Orlando violato

e spuma doppio malto audace,

 

l’ultimo miraggio a dimensione

plurima mostra il coraggio,

 

nel contenuto circolare d’Achille

il raggio.

 

Scansati all’ultima conquista noi,

offuscati e rigenerati da un accordo

di quinta partiamo in quarta

nascosti e pronti.

E poi l’effluvio nel tuo giaciglio,

 

la lingua tua su di me

è una lieve e dolce spilla.

 

 

Fuggiasco contemplativo

 

L’attimo che sgocciola

tra le tue violette che con cura

incanti e spogli, tratti o fondi di bottiglia,

non tutto è stato inutile,

 

questa storia chiede venia.

 

Attimi di pioggia e ascesi,

non me ne volere dicevi,

l’annullamento volitivo

l’ho preso alla lettera, guarda.

 

Porgi l’attimo ora,

la notte è complice per le tue

e per le altre braccia,

 

resto fuggiasco contemplativo.

L’ombrello cinesino,

l’attimo ancora,

gli spostamenti temprati,

 

tempere fluide e si innalza

la temperatura.

È un momento di distrazione,

un attimo d’effusione

 

e la sapienza eremita

scaglia floreali tafferugli

intuitivi e vivi.

Che bello scodinzolio,

 

trami affabulata i capelli

e ti stendi, aspetto un altro attimo,

estraneo stupore.

Pallina folle come incenso

 

in un attimo è già qui,

muta silenziosa direzione

e porgi intanto il viso altrove.

 

E passano gli attimi,

dai senso al trotto,

 

qual è lo scopo

della nostra intromissione?

Forse solo il tuo sbarazzino

cappellino.

 

Volta in un attimo

la carta e scrolla la sigaretta

a mo’ di scaltro intreccio.

 

Arde un fremito di vento

inumidito, attimo d’intenso

incupito, il giochetto dura poco.

 

L’orologio freme il relativo

attimo d’amore.

 

A ritroso l’alloro,

al passo il decoro,

foto ingiallite,

pulite le strade,

chiarite le brame

dell’infinito attimo.

 

Per sempre, un attimo.

 

 

Pallida effige

 

Dopotutto la spiaggia

che hai tra i capelli

è d’intimo verso, inclito scontro.

Dalle miserie scoscese

 

brulica il piacere.

 

In borge e borghi georgiche

spauracchi notturni,

 

la tua pallida effige

soltanto trasmuta

 

l’assurda viltà cassiopea.

 

Dove sei vivace mia guida?

Sono sperso!

 

Dove sei astro femmineo?

Non posso resistere al silenzio.

 

D’altronde nelle foresterie

straniere aspettavo l’arrivo

in punta di piedi

 

ma l’unica cosa concreta

era l’intuire l’essenza tua riflessa.

 

In volti assenti sognavo,

poi schiusa sbocciava l’ultima speme.

In misteriose attese loquace

mi disfacevo, lo sciupio del pensiero

e la breccia del perso sentiero.

 

Non credo ad altro, forse a poco.

 

Non credo e basta, tanto aspetto uguale.

 

D’altro canto la luce un po’ la scorgo,

immagino, fremo.

 

 

Respiro dell’aurora

 

Passa il frullio delle foglie

sopra le coperte,

l’acume spillato in vino

 

e tu acca accavallata.

 

Puoi pure divagare,

l’erba è già pronta,

sguscia solforosa,

tralaticia viene e va.

 

Passeggiamo con la mente,

vetture in lungomare,

dico e sorridi,

respiro dell’aurora,

stendiamoci, va’,

un carino singhiozzo,

sospiro e il bacio è improvviso.

 

Puoi tralasciare questa vita,

puoi sorseggiare un’altra pinta,

un’ audizione d’amore,

ove alberga una civetta,

lo spirito e l’alfetta,

 

un invito, un trottolino intatto,

l’alterigia tua vitale.

Quindi scorre vivida e non si interrompe.

 

Quindi riporto i segni,

pitagorici riporti,

aforismi pentacolari,

 

spettacolari pantacollant.

 

Poniamo per assurdo

il pensiero discordante,

allora prendi la chitarra,

socchiudi le ante,

 

ci divertiamo questa sera,

eccitata ridi di nuovo,

ma è solo un cenno,

un’ipotesi d’attacco

e la mente in desiderio

visibilante va.

Vai avanti ti sento,

 

percepisco vibrazioni estetiche,

scorgo lo spirito,

se non ricordi le parole

non le dire, è inutile,

 

ti accompagno, stringimi più forte.

Cinabrico cielo

accompagnaci per sempre,

 

chiudo gli occhi, li riapro,

sei in fremito sussultante,

avvinghiati ancora sino all’osso,

 

all’ultimo accordo.

 

 

Silenzio! Ultimo verso

 

Per questo poni il silenzio

come ultimo verso,

piangi in sospiro,

le tracce sul viso.

 

Orchestri per concussione

concerti di delusione,

sembri ordire complotti audaci

ma privi di vita, direi fatiscenti.

Poni un candelabro

con grazia sul ripiano,

 

lume da scrivano,

enciclopedizzi gli aforismi

dell’essere come trolli vaganti

su radure d’assenzio,

 

aspiri possente.

 

Immagini la scena

portandoti traslata l’attimo alla parete,

mangiucchi la gomma trafitta

con aria somma, l’incudine

ripudiata e maledetta nell’espirazione

pone il verdetto in conclusione.

 

Allora diventi

la famelica belva

con mastodontici anfibi

trucidanti e borchiosi.

Vaneggi vespri,

li maneggi ancora desti,

li biazzichi in atmosfere

rarefatte e rifatte.

 

Ti nascondi tra le vetrate,

i lastrichi di serenate,

alberghi solitaria negli altrui

pensieri

 

ed il domani è dell’oggi già ieri.

 

 

Fuggi, deh, vai e ritorna

 

Pulsante vialetto ambulante,

saraceno viso condensato in alluminio,

spasmodico volteggio attento,

scaltro e comunque frastornato,

sale a mille la dopamina

 

sprigionata, arieggiata

mesencefalica giornata,

precisamente condensata,

un po’ svogliata.

 

Fuggi, deh, vai ritorna,

a mo’ d’altimetro cambia e trotta.

 

Fulgida cambia rotta,

puoi invertire coordinate

adiuvate dal vento

o dall’ultimo intenso senso.

 

Potrebbe anche suggerire

con riguardo decoroso,

 

funzioni, secessioni, squallide illusione

 

o anche l’ermo eremo solitario.

Magari è una silente ondata

di valente dorata vanagloria

oppure una ridente giornata di sole

 

o forse meglio una novembrina

serata da serenata.

 

Non capisci l’importanza

dello stupore del vissuto,

dell’intimo dolore che sgorga

a frotte dalle fronde.

 

Si modifica il verso,

adornata semplicità nell’ardimento,

puro fermento, è un vaso capiente,

 

testa nicodemica e nicolea!

Fugge ancora il sussulto sussurrante.

 

Fulge il circolo ritornante e ridondante.

 

Uh fonte pura! Dell’ultima sventura!

Uh fantomatica ardua salita,

riposo indomito, ozio mediante,

mediana del tempo!

 

Puoi vedere l’essenza!

All’indomani della presenza,

vive, respira, si sente,

alla vigilia della frontale guerra

un urlo di quiete universale,

pace sesquipedale.

 

Vai passione, colmati ancor d’illusione,

nutriti di spoglie spirituali,

agisci per il tramite spiritoso,

motto solforoso, arioso.

 

Qual è la ragione dell’allucinata stagione,

frutto di follie da società regredita,

di branchi famelici di vandali

che salvano gli ultimi testi

e incendiano le rovine dell’ipocrisia,

 

ma se ti scorgi troppo l’abisso ti inghiotte?

e allora qual è la soluzione?

vivere in intensione e progressiva

espansione senza dimenticare

la polvere e il sale,

nutrimento e fermento,

amore ed unico senso vitale.

 

Shiaga

 

Partenza ovattata,

sfilata dolciastra.

Le forbite delusioni

sono attese ed illusioni

(magari involontarie pretese).

 

Le imprecazioni verso realtà

sconosciute, piogge da granai

e soffusione in mulinelli

e mulinetti, cosiddetti

(contemplazione floreale

ed azione di gemma astrale).

 

Le mitre indoeuropee trasudanti

(intromissione cadenzata).

 

Le madornali ondette

ritrasmesse in calce firmate,

mortificate ed imprecanti,

 

bendate dee nell’adesione

(oh abbracci fugaci).

 

Potrei poi divagare

ma la scelta è densa

e immensa geme.

 

Proclama l’adagio

(perverso detto),

 

proclama il verbo intenso

(vibrazione cordica e scandita),

 

vorrei dire due parole

( oppure sorge di traverso il sole).

 

Proteggi genealogicamente

( a due metri da terra)

 

col tuo nome cacci e resti in piedi

( vitale profusione)

 

trasvoli e non ti posi,

adesso ti fermo, ti aspetto,

ti ammiro, ti guardo

(prodromo dell’interno conflitto

accarezzato dalle tue labbra).

 

La luce lentamente

si spande tra i rami,

la tua immagine mi investe

mentre bramo.

 

Con semplici parole

pensieri remoti,

li condenserei e poi li sgocciolerei

 

e tutto tuo in inumidite spiagge giacerei.

 

L’opacità ritorna e desto mi volto

di lato, vicino il tuo viso

in sogno confonde assurde realtà,

 

ti scorgo tendendo all’infinita verità.

 

 

Polvere vischiosa

 

Polvere vischiosa

nell’accordo di riflesso e schietto.

La stella vistosa all’orizzonte

unica luce come rosa

nel deserto antico, ove assurda

rispondeva alla richiesta del ricordo,

 

un’edenica pace, un innato amore,

uno stupore per il sapere, la fiamma,

il vento e la goccia

 

per cinque o sette lettori.

 

L’attitudine cela l’attributo,

il divino vincerà sempre

sul terreno dannato, non è l’eco

del silenzio ma si alzerà il tramonto

ed in eterna penombra interno

a noi sarà l’universo,

 

l’eterno circolo infinito

e quindi come tale delimitato

da tre punti, coincidenti

 

eppure in manifestazione

ed ideazione distanti e spersi,

 

poi una voce che lenta sussurra,

non tutto andrà perduto.

 

Mangerai di ogni frutto

di sapienza ma mai la tua mano

si leverà su un essere naturale tuo fratello,

altrimenti ne morrai,

 

conoscerai l’ignoranza della fine.

 

E la maledizione terrena

si scagliò silente e dolorosa,

i frutti son di tutti

e si continua a coltivare un orticello

privato privandosi della bellezza

della congiunzione divina

 

comunitaria ed assoluta.

 

Chiudi gli occhi e vedrai

in manifestazione di luce

l’amore seme di sapienza,

giustizia, libertà, e fratellanza,

 

l’eros inerme e potente vince

e soggioga la violenza claudicante,

 

l’umile nel godimento

schiaccia e distrugge il possesso.

 

 

La Torre litigiosa di Varsavia

 

L’ardore dei tuoi occhi che scende

traluce in illusione ed ascende

spuma marina dalle labbra

 

intense.

 

La torre del tuo nome protegge

come silicio possente

e gemma assente

un alito di vento in refolo

 

vitale.

 

Selve asprose e tutto tace,

nel silenzio scorgo l’imprudenza

del tuo volto incandescente

e pallido in un attimo

 

il cenno.

 

Per le tue soffici gote

l’inverno carezza le fronde

che lievi mutano

in scaglie il sincero

 

sguardo fulmineo.

 

 

Centro inscindibile

 

Ammiravo in silenzio

i suoi occhi vividi e accesi,

torce lente sul mio polso

i gemiti da sponda concupiscibile.

 

Nel momento supremo

un inchino vistoso

e le schiuse mani veline

smorzarono l’affiatato

scollamento labiale,

l’intimo tumulto astrale.

 

Le costellazioni in trotto

scese in questo giorno a contemplarti

in congiunzione al capricorno,

 

genesi della lode furente,

perversa in dormiveglia,

 

quasi per metà etilica.

 

Miscela dello stupore lo sguardo,

occhi portali spalancati

ante e poi stretti a fessura

nel verbo infuocato

scagliano aforismi suadenti.

 

Le schiere di belve ai tuoi piedi

e tu sulle punte a slinguettare

fior di ciliegia soddisfi soddisfatta

il desiderio in disfatta

 

e succube a sua volta di te.

 

Centro inscindibile

di ogni interpretazione

la voglia di afferrarti il volto,

 

coprirti d’oro velato

e mai più dimenticato,

in assurdi cieli cobalto

tramutati in ere di rame

soverchiato dall’ultimo

tuo denso bacio, oscuro

 

il medesimo senso occultato.

 

Lasciavo cadere

la viola del pensiero

e tu mi carezzavi i capelli

 

e l’attimo assurse

ad unico istante importante,

obbiettivo di ogni sbarco,

stagione unica,

candida perversione eterea ed eterna.

 

 

Abat-Jour

 

Abat-Jour,

allo specchio tu,

silenzio tutt’intorno,

 

azioni ab intentio

dell’ultima luce che sa di te,

 

sono discorsi protesi

ad intimo verbo,

oppur intesi in declinazione astrosa

e musicalmente estrosa, asprosa.

 

Abat-Jour,

silenzio nell’adagio bronzino,

dialettico andantino,

compari tu in dimostrazione scettica,

nostalgica, ultima diesis.

 

Scorre il vento venoso,

profumo intenso e vorticoso,

parla vespro inspirando

il vuoto gorgheggiato, sciupato,

sprecato, esoterico il senso

essoterico, nostrano,

villa soffusa e profusa,

disillusa e beata,

violata ma incontaminata,

scoperta e increata,

plasmata, creta micenea,

plebea élite giubilante, sognante.

 

Abat-Jour,

direi discrasia discronica,

bella époque

con l’adolescente che consiglia

ai bordi del nuovo millennio

svogliato, problemi d’amore

algebricamente sottratti,

 

l’ama tematica, il fumo di sigaretta,

l’ultima orchestra lenta,

magari un motivetto a mo’ di fumetto,

passa la stanza, piede adirato

e cadenzato, cambiamo

e scorriamo scrollando l’encomio,

l’adoro e il j’accuse,

 

l’entusiasmo da spasmo rotterdamino.

 

Abat-Jour,

in ultima istanza,

ultimo dirimente rampicante,

sognante, ragazza crudele

e vaticinante, scolastica adiuvante,

 

l’ultimo accordo lo volli fortissimamente,

patto musicale saldato e incespicato,

inerpicato, travagliato, accartocciato

e saldato al naso,

scapigliato.

 

 

D’accordo, sogna

 

Gira intorno ad un pensiero

l’anima silente ed imprudente,

 

tu nel letto a scardinare ogni idea

che dirompente si arresta,

l’assurda intromissione

in compromesso ha tolto il velo,

 

godo dell’immagine e ti afferro,

 

sei già pronta nella delibazione

sentimentale, passi altrove

in fluida concatenazione corporale

rifletti e gemiti adorante ed adorabile.

 

Uno sguardo è già passato,

lo sbieco dell’occhiata

è estasi spiritica e possente

come la tua mano contenente

il germoglio del ricordo,

 

in un colpo scarichi l’etereo,

 

secerni l’assoluto dalle edere,

 

tanti passi, invisibili gli stampi,

 

pure le atroci dimenticanze

sono schiarite da l’ombra del tuo volto

 

intatto nell’altrove della parete.

Brucia la vivida amalgama stupita,

 

il certo vive assente nel privato scranno,

in cime tu e l’erbetta è già tradita

dal dito che invia un segnale nel vuoto

 

dell’essente plasmando l’autentico

dall’inautenticità vitale.

 

Diffidente sbuffi e strizzi l’occhio,

tre volte grande, magnifica,

somma, cenno creativo,

maestranza inerme e virtuosa,

fremente.

 

La dualità distrutta dal femmineo

senso trinitario ed unica somma,

gradiente totale dell’invisibile,

 

risma impressa per sempre.

 

Il desiderio non si spegne

e riparti audace,

instancabile respiri profondamente,

 

bellezza al massimo fattore

nel tuo visino carino.

 

Il segreto non sarà svelato ancora?

 

Decidi pure se farlo o no,

la sintesi si attiva quando il meccanismo

è ingranato dalla chiave e dalla svolta attesa.

 

Il bello deve venire

nel momento in cui trasvola

il vento sui tuoi capelli

dando fiato alla materia,

 

c’è tanto da dire, più da fare,

 

invadente scoprirai il piede

e il metro ribaltato,

i tre quarti dell’attacco,

 

ti aspetto.

 

Puoi dire sette parole,

la formula e trottare,

intimo verso specchio dell’eterno,

due occhietti schegge di ciliege,

labbra fragolina nascosta

nella variopinta collina.

La sabbia segna un solco nella clessidra,

 

si blocca il tempo e tutto scorre staticamente,

in un attimo incontriamo il divino,

dentro noi sorge un inviolabile destino,

 

indecifrabile ma sensibile e percepibile.

 

In inscindibili sentieri fulgidi

passeggiamo e poi improvviso il ritorno.

 

Sei ora stanca e chiudi gli occhi, d’accordo,

d’accordo, sogna.

 

 

Vai tranquilla al dunque

 

Vai tranquilla al dunque

ma comunque io eludo il discorso.

 

Tu stringi i pugni allerta,

dici che è per vendetta

che sfiorisce il rimorso decoroso

e intatto ma non basta una parola

a far svanire il sapore della sera

 

e allora tiri le somme,

addendi riflettenti,

tramuti l’eterna lotta sovrana

in questioncina da sottana,

 

sembra quasi che l’atomuccio

sia un surplus voluttuario ed incendiario.

 

Allora ti chiedi se l’essenza

della storia atonica sia etica

da comare o vidimazione risplendente

nelle sale

 

e l’ente traspare.

 

Credi che l’indecenza

sia frutto di un ricordo o di coscienza?

pura vacuità? nel refrigerio assurdità? oppur passione per metà? trasognante viltà? infima realtà?

 

E ispiri con gemiti notturni atroci e bellicosi.

 

Ti stai sporgendo troppo,

l’abisso chiederà il conto,

 

salato, privato e disprezzato,

 

ascesi mistica superiore

nella perdita di dignità.

 

Credo or io che sia il vuoto

che pone problemi,

vacilla il costrutto,

la medaglia in penombra

 

e fuori piove.

 

Lo dici davvero

oppure tanto per dire? Sensitiva

del manto astrale e sincopata

extrasensoriale velleità visiva.

 

Credi in profetiche brame

e sintomatiche astute trame

ma dov’è la persona? Dov’è la previsione

condizione d’amore?

 

ti porgo dai la mano,

la penna l’hai posata,

ci omaggiamo a vicenda in incoscienza,

 

ti aspetto ancora dai.

Ma dimmi che verrai.

 

Ogni cosa è un pensiero

porto in azioni sepolte,

nascoste,

 

in particolar modo il tuo cappellino,

i tuoi occhi e il tuo viso.

È un’illusione il tuo volto orbene,

il tuo sorriso.

Ma non è uno stratagemma soltanto

 

la brina e la voglia che resta.

 

 

Striscia l’ultimo rigo

 

Puoi pure chiudere gli occhi,

fallo, fallo dai, fallo, fallo ancora ed ora la prima volta

così tutto saprai.

 

Puoi pure tributare un pensiero,

vai, vai, vai, vai, fallo, vai.

 

Brucia la sincretia,

ascesa la vasta simmetria,

e l’astuta mia mania

straccia i lacci sulla via.

 

Valida la sorte,

poco più è la morte.

 

Puoi pure sorridere, fallo, dai,

fallo, dai, fallo, che fai? Te ne vai?

 

Stereotipo sincero,

nero il cupo sentiero,

puro lo sguardo

che come dissi è altero.

 

Candida la sfinge,

polvere in soffitte.

 

Esponi lo sguardo

e traccia su carta

la malefatta.

 

Comunque l’incanto

svanisce col tempo,

il tuo corpo è tiranno,

la tua immagine persa

ed in un inutile verso

stupito è l’intento,

in un attimo è già

dimenticato il portento.

 

Placida dalle pareti

principessa senza veli,

cristallina ed introversa,

un po’ dall’azione interdetta.

 

Si spalanca la finestra,

l’incubo e tu succube.

 

Puoi pure difenderti,

orazioni e retorica spenta.

 

E l’antico vaticinio

sta sbrinando in ascesa,

sta intasando i rimai e le scale,

lenta va la sicura

melodia nell’arsura

e il bianco del reale

stranito è regale.

 

Puoi anche dimenticare

le serate, le risate,

puoi pure… come?

Già lo fai?

Te ne vai?

 

Spurie verticali,

tropiche tempeste e tu

con un paio d’ali,

 

alberi che si inerpicano

sulla tua pelle e tu rinchiusa

nel sogno delle stelle.

 

Porgimi ciò che sai,

ma che fai?

Serio te ne vai?

 

Con clamore silente

striscia l’ultimo rigo

e il continuo è un ricordo

che neppure più dico.

 

 

Hai già dimenticato il nostro segreto

 

Hai già spento il sospiro di me,

ragazza che cerchi che non sia me?

Hai già acceso lo stereo e riflesso,

ragazza allo specchio

quel tuo sguardo

il mio è spento ormai.

 

Ogni volta

cambi rotta e fremi

ma ormai hai appena gettato

il tuo straccio e incendiato

il residuo, mai più io e te?

 

Dove sei?

Amore dove?

Non ce n’è ormai di felicità più per me?

Dove sei?

Amore dove?

Dove sei? Pezzettino sereno,

tremavi un giorno ai miei occhi,

alla mia pelle

ma il gemito è rotto ormai già.

 

Piccola e dolce,

perversa e austera, sveli te,

mai sei stata così sincera,

 

te ne vai,

non resta più nulla ormai,

anche il ricordo è svanito,

chi lo sa se tornerai,

se ti ricorderai di me sperso

in questo frammento eterno.

 

Hai già spento anche lo stereo ormai,

non un solo rimando ti porta a me,

 

ragazza hai ragione al mondo

non serve ciò che penso e sento.

 

Hai già dimenticato ogni frase,

ogni intimo sussulto, ragazza

o resto o vado via nessuno se ne accorgerà,

 

non rimpiangerà le mie dita, è vero.

 

Adesso è già sorto il sole,

il nostro segreto dov’è finito?

 

Non ti ricordi nemmeno del mio volto,

delle mie mani, delle mie passioni.

Sono qui,

vivo.

 

Qui ad aspettare,

fino a che l’ultimo fiato emetterò,

mai la testa abbasserò,

ascoltami se vuoi, amore.

 

Aspetto scalzo, distratto,

la vita mi cade dalle mani,

e il vento è il mio ultimo sospiro.

 

Hai già dimenticato il nostro segreto,

ragazza di te mi resta

solo l’immagine impressa della luna.

 

 

Io non posso più aspettare

 

Tic tac,

tic.

Sì.

 

Parlami ancora,

non salutarmi.

 

Lenta la luce è altrove

ma io cerco te.

In questo modo

sovvertiamo il destino.

 

Tutto ai nostri piedi,

sono queste le due tue parole?

 

Oggi brilla l’eterno,

aspetto ancora,

verrà il magico istante,

ti sento,

non sei distante,

 

tutto è possibile, fammi accendere,

 

paf! Scompariamo!

Dammi il verso di traverso,

 

fuggiamo lontano!

Un’esplosione di colori,

 

dammi per sempre il tuo cuore!

 

Fammi venire il brivido dorsale,

parla, sprigiona potenza,

orgetta ad incandescenza!

 

Fammi sentire l’incanto

fugace,

poi fermati e resta qua!

 

Luci soffuse e profuse

ed illuse,

 

ispirami con fascino turbante e gaudente!

 

Con un bacio

fammi disimparare la realtà!

 

Spogliami

di indumenti e morale.

 

Prendimi,

innalzami e innalzati al di là della verità.

 

Vedrai che l’universo,

la natura e anche tu

 

(follie sideree)

 

si muoveranno e ci proteggeranno.

 

Dammi

il sorriso più dolce,

svelami

la tua volontà!

 

Dammi

un altro abbraccio,

stringimi for ever

and ever!

 

Stuzzica il mio entusiasmo,

chiudi gli occhi e continua a cantar!

 

Portami lontano,

le spiagge inviolate da noi conquistate!

 

Sei pronta,

dai vieni,

io non posso più aspettar!

 

 

Scende già la sera

 

Parlerai un giorno con me?

Hai voglia di ascoltarmi ancora?

 

Il tempo passa,

dimmi se un giorno avrò te.

 

Credo che nulla sia importante

ma io non sono ancora finito,

l’entusiasmo è ancora in me,

 

freme ed arde l’inestinguibile fiamma.

 

E te ne prego soffermati,

non dimenticarti di me,

pensami se puoi,

abbracciami se vuoi.

 

Spero che un giorno tutto cambierà,

ti ricorderai,

stai tranquilla,

comunque mai mi perderai.

 

Scende già la sera,

va via un’altra giornata,

muto chiudo gli occhi.

 

Mille pensieri mi affondano,

i dispiaceri sprofondano,

 

tu dove sei? Io oramai che farò?

 

Lenta muore l’ultima speranza,

non c’è più luce né rumore

nella mia mente,

non c’è altro che non sia te.

 

 

Mia Regina

 

Mia Regina,

il tempo è inesorabile

e si spegne in me, sai?

 

Mia Regina,

ti ringrazio,

la paura ormai non mi spaventa.

 

Lo sai che le cose

spesso migliorano ed io credo

di aver scontato ormai le mie colpe

d’amore

con la tua forza ho studiato,

visto, sedotto e sconfitto l’abisso

ed ora sono meno di nulla e stremato

 

ma vivo.

 

Distratto dalla malinconia,

ti ho pensata e amata,

ti ho desiderata,

ed ora poso le mie armi,

 

hai vinto.

 

E ti ringrazio sai perché

non ho più motivo di continuare,

e credo che per sempre ti custodirò,

proteggerò e se vuoi taccerò,

 

sono padrone dell’infinito nulla

che è in me, e non c’è alcuna cosa

che possa distogliere il mio sguardo da te.

 

Mia Regina,

sono una musica fastidiosa ed inutile,

scompaio e non mi copro,

dissolvo me stesso in silenzio.

 

Mia Regina,

le parole sono tutto quello che ho,

non è molto, non è niente,

è tutto perso.

 

Spero non ti dispiaccia

raccoglierle e unirle al tuo cuore.

 

Nei tuoi occhi l’ultima speranza è accesa,

sei tu la mia forza,

io dal mio scranno disfatto

non ho che te.

 

E ti ringrazio di tutto,

ti devo la mia vita,

mai ti tradirò,

 

per sempre d’incanto ti ricoprirò,

le mie parole sono neve tra le tue mani

espandi la luce che ne riflette lieve.

 

Ed hai tutto ma ti prego,

ascoltami, io ti sto donando

tutto me e ciò che è al di là

di me stesso,

 

non rifiutare l’ultimo mio sussurro.

 

Mia Regina,

eccoti la mia eredità,

poche e stupide parole,

 

il mio umile amore.

 

 

Albero Romantico

 

Cosa farai se un giorno

ti volterai verso di me?

 

L’albero romantico

e sotto controllo lo sguardo.

 

Cosa pensi di me noiosa annoiata?

 

Perdo tempo tra profusioni e illusioni,

immagini tue, parole

ed aliti importanti di vento,

mi nutro di te.

 

L’inverno tende come le tue mani,

è un’astuta passione incantata.

 

L’inverno mente e lo sai,

passa l’anno, il fiore sboccerà? Scema,

mi stai guardando,

 

andiamo sono pronto.

 

Cosa pensi essenza velata? Il tuo sorriso

è chiaro luccichio intarsiato,

lascia alla porta il senso

e perdi il controllo.

 

Su letti invernali e silenti

perverse le tue mani sottili e intense,

io penso confuso a te

 

mentre tu guardi e sorseggi tè,

è al limite il godimento.

 

Non è descrivibile

allora posa la penna,

stendi le braccia,

muta sorreggi la guancia

e strizza occhi in disfatta,

 

è l’effluvio del piacere.

 

Non è concepibile l’intreccio,

tramiamo buffi complotti,

 

prendiamoci beffa.

 

Come sei romantica

ricoperta di scaglie d’incenso,

che portamento! Fantastica, stupenda.

 

È troppo bello, fa silenzio,

getta in aria il fiato e le gambe.

 

Il cielo volge il gomito

a mo’ d’indumento, muovi lenta

il viso, fa’ vedere l’esplosione

in trepidazione, non disperarti,

gemi, sono nelle tue mani,

 

scompare ogni pena, ogni dolore.

 

Dai bellicosa fai l’estroversa,

l’estrella, fai le moine,

che passione indomita,

che conclusione furbetta.

 

Che carina

indossi la scansata scarpetta

e le perline al braccio.

 

Ehi guarda che tempo,

mi bruciano gli occhi,

è il nostro inverno, il nostro vento,

il nostro spumeggio tiranno.

 

 

Inizia l’infinito stasera

 

Dolcezza mia preparati

al folle sbarco,

 

dio mio che sguardo,

quante mute parole.

 

Mia cara ragazza

suona distratta,

ti penso ancora,

ti guardo e ti voglio,

sempre vorrei

perdermi tra le tue braccia.

 

Amor mio!

È ancora sera,

candida atmosfera,

palpito celato

da un sorriso offuscato,

l’oscuro segreto che è in

noi scende come pioggia d’aprile.

 

Amato esserino buffo!

E la nebbia che viola l’anima mia

stende tra le vie il tuo intenso profumo.

 

Io qui for ever

a credere in te,

 

ultima lontana speranza,

freme la piazza,

 

spero che un giorno l’ora giusta verrà.

Tesoro indecifrabile,

protendi e schiudi le labbra,

quale parola potrà volgere

i tuoi occhi su di me?

 

Inizia l’infinito stasera!

 

 

Se il vento soffia

 

Se il vento soffia

sai c’è solo un senso,

un unico senso possibile e sensibile,

 

hai ragione potrei anche

risparmiar le parole ma la loro

inutilità è il mio unico rifugio.

 

Te lo vorrei dire ancora,

ma più il tempo passa

più mi spengo,

 

non la verità, non la lealtà,

solo un’armata spersa nel mio cuore.

Tutto l’amore, il fervore,

l’infinito che è in me,

resterà occultato e ignorato,

 

tra le nuvole la speranza sbrina

nel voltar pagina lo sguardo offuscato

si sofferma sull’ultimo rigo

senza la forza di accettarlo.

 

Cosa resta? Cosa ho?

Solitario tra i flutti del mare

a sollevare assurde declinazioni,

le continue tue intrusioni,

sei un’idea che mai morrà.

 

Tutto me stesso ed oltre,

te lo dissi,

bramo la tua eterea presenza,

ma tu non ci sei.

 

Forse un giorno,

l’ultimo senza te…

 

Io ti vorrei dire di aspettare,

di chiudere per un istante gli occhi,

intanto indifferente la folla guarda e passa.

 

 

Smorfietta seducente

 

Smorfietta seducente,

la tua carta vincente,

il labbro morsicato e fremente,

linguetta scollata.

 

Batti sul biliardo

le astute metriche

e poi ti dipingi il corpo eccitata,

tutto al suo posto,

 

le parole e piccole soste

d’amore nei rimandi

e pochi dorsi e pochi accalorati abbracci,

 

avviluppata sei su te stessa.

 

E smorza l’attesa il vento

e la pretesa fumo disilluso,

rinchiusi insieme eppur distanti

brilliamo desiderosi

 

e tu dici sono qua.

Il decolleté fa uno smacco

ammiccante e sognante

in un istante ci innalza

e tira giù la tua spalla,

 

è misteriosamente una tazza inclinata

ed in un sospiro svelata.

Tre punti,

 

vai tocca a me,

stasera ci divertiamo

togli pure le converse

e dirama il discorso in un bacio profondo,

il desiderio c’è, è in noi sai

l’encomio profumato

da moralità boschive

e saltimbanchi soli pretendenti

dell’ilarità, della sincera dualità

brutale e oltremondana,

 

così faccio centro

e tu ti lecchi le dita,

 

oh yeah!

Incroci e bazziche

non mi riescono ma a gradi

ti sfilo le illusioni perverse,

 

l’extension è rimandata a settembre

ma adesso pensiamo al qui ed ora,

 

costellazioni influenti

e virali beffe astratte e sinestiche

 

le tracci e hai ragione,

tocca a te,

declina in alemanno prebabelico.

 

Il sole tarda ad arrivare,

le spiagge lasciale stare,

stai meglio avvinghiata in pasta

di miglio fritta e imburrata,

 

il rossetto mangiucchiato fa stampo

sul campo stordito e i tuoi occhi sbagliano

il tiro centrando me e ridendo.

 

Ascolti i rumori,

i mercati rionali,

le viuzze serali romantiche

e mai dimenticate.

 

Pozioncina dolciastra,

imbrattata speranza,

il mondo pone altrove le premesse,

ma son comunque nostre le stesse.

 

E l’incanto non manca,

scherniti combattiamo,

le stecche stellari battaglie

spade tratte e pungoli sicuri,

colpi audaci al sapor di miele

e d’ambrosia, nettare condito

al maraschino e poi…

 

Lasciami due tiri,

in tutti i sensi,

dammi il punteggio scaltro

che porge al verbo l’orecchio.

 

E l’entusiasmo non manca,

non manca la dolcezza né la tenerezza,

le doti e il gessetto violaceo sulle guance.

 

 

O boh!

 

Parla di rinunce

e scalza tra i ricordi spalanca

pure gli occhietti, capelli svolazzanti,

cambiamo taglio per ogni cazzata

nel perfetto istante in cui

il nostalgico finir degli anni ’90 ha esposto

bluff e smacchi,

smack!

Puoi canticchiare,

 

passa il secolo e l’attesa,

lenta l’atroce clessidra parla

ormai in sordina, puoi vederla

o ignorarla o ignorarmi

o boh!

Anzi no!

Sorge il sole fulgido,

 

spasmo da risveglio mattutino

e biricchino,

 

che faccetta da carezza

e da sciupatina stretta.

 

La chitarra è frastornata,

ridagli fiato e taglia le corde,

suona me.

 

Che occhietto furbetto

dammi un bacio sciupaletto

e magicamente brucia il tropico

derelitto e sconfitto nel giacere trafitto.

 

Puoi consolarmi

con il madornale vino da strapazzo,

col sentimento,

col diretto canone inverso,

o no,

o boh!

Ah!

 

 

Allucinazione eterea

 

Il letto disfatto e tu

in preda all’ultimo spasmo,

silenzio perché

la penombra scende su di me,

 

che ti cerco sai,

un’allucinazione ed un’immagine

persa sei, mantieni tempo

spogliato e maledetto,

 

che disdetta.

La tua voglia dov’è, dove sei?

I misteri mi sbiancano,

le illusioni fioriscono.

 

Non credo più,

sono muto ormai,

cosa faccio? Nemmeno più lo so.

Lo sai sei dentro me,

impressa e trasognata,

svilita e ribelle,

un po’ più pallida e sghignazzante.

 

No, no, no,

non puoi svanire così,

se vuoi mira diritto davanti a te,

cosa vuoi che altro possa perdere,

non c’è più senso,

tutto falso,

 

anche te.

E il vento mi dà i brividi ancora,

mi eccitano ancora

anche due parole,

e di più i silenzi e gli sguardi intensi.

 

Cado per strada,

mi rialzo sai,

ma la tua mano dov’è, dov’è il sostegno,

dov’è il reale nel ricordo?

 

Penso oppure no,

cosa vuoi che cambi,

 

cosa rimane del nulla

che era solo altro nulla o meno,

verità fasulla, germoglio di betulla.

 

Dai divina

ignorami un altro po’,

fai pure la ola con le lenzuola

e scordati di chi non sai e non vuoi,

di me, spauracchio della sincerità.

 

Velata ti volti,

l’essenza è pronta,

pronto il resto,

immergimi e distruggimi,

 

di più non ho.

 

Poi flebile suono

tra le tue labbra voluttuarie,

e sì non ci sei,

no.

 

Vai lontana,

ritorni, ma sì che cambia

d’altronde, ti piace

vedermi come remoto granello

dell’ ultima spiaggia,

 

spargi il sale sui capelli,

fa come vuoi.

 

Le stelle e il cielo

già tremano al respiro,

 

oscillo in declinazione.

Questa mattina

è già uguale all’altra,

è una sera diroccata,

 

dillo se lo vuoi.

È sì è così,

l’oblio e lo sciupio,

l’ultimo gemito,

i tuoi occhi silvani,

infine l’ultima goccia di pioggia.

 

 

Assurdità

 

Assurdità,

è questo il senso del batticuore,

del lieto rumore,

 

la regione tedesca col tuo nome

è un ricordo che tu sai

e non cancellerai se nell’ignoto

sprofonderai,

 

come sei carina,

volti il viso batuffolina,

che eleganza sbarazzina.

 

D’altronde scorre il sentimento

nel silenzio lì vicino a te,

il ciondolino allibito

pone assunti dolciastri e frastornanti,

mi perderei tra le tue braccia,

 

ecco:

con noncuranza stringerti ancora

in ultima profonda istanza.

 

E tu straniera,

occhi dipinti e trapunti

vinti come il cielo blu,

un diadema sei tu,

 

ho trafitto e combattuto anch’io,

imbellettata sei l’incrocio

dello sguardo e il mio traguardo,

 

la mia verità.

 

Assurdità,

le mie parole,

le sue note,

i tuoi spettacolari intrecci,

hai sedotto e frastornato

il vespro antico,

succube anche lui

e tutta la realtà ricoperta

dalla tua apparenza,

dai tuoi colori e dal tempo,

 

sospesa sei tu come brina viva e fiera,

i tuoi occhi in su,

non capisco nulla più.

 

D’altronde piove,

la luna è stata mia compagna,

mia cuccagna il tuo sorriso

e l’occhio ora strizzato ,

allora consapiente e intelligente,

un orgasmo d’intelletti,

 

gli amorosi sensi corrispondenti,

le affini elettività.

 

Assurdità.

Uh il tuo entusiasmo è lo stesso,

immagino i baci,

migliorati,

 

un po’ dischiusi, estasiati

ed estasianti,

il libro si sfoglia con il vento

e resti in piedi,

 

il sussulto è un maremoto

spiegamelo collo sbieco seduttivo,

io sempre ti pensai,

 

la tua anima mai ignorai,

magari t’amai.

 

D’altronde l’arcobaleno

è variopinto e disilluso

come me inconcludente e sognante,

dai tuoi pensieri distante,

 

sono il messaggio sprofondato

in fondo al mare,

 

raccoglimi e cercami se vuoi

e chissà se la corrente mai

ti raggiungerà.

 

Assurdità.

La candela si consuma

ma la cera il mio sigillo imprime,

chissà se l’aprirai,

se ti volterai,

se il mio cuore ti rivedrà.

 

Assurdità.

 

 

Musica ancestrale

 

La descrizione di te

è catturar l’immagine

di un attimo impellente,

 

d’accordo, d’accordo, divago,

ma con un paio di parole

sembra già tutto più chiaro.

 

Puoi stendere le gambe

e riscaldarmi col fiato,

col tuo corpo, col tuo vento,

l’abbraccio già mi fa sobbalzare

e lento ti scopro,

 

che virtù la tua apparenza,

domina su tutto, la tua seduzione

 

è un sentire i tuoi capelli

quando sei distesa sul mio volto.

 

Mormori albeggianti fianchi

provocanti e ad ogni sussulto

alimenti il mio tumulto,

 

quindi desumo

dal brivido fibrillante della tua lingua

un fruscio di sensi e le labbra

perverse assaporate come ciliege etiliche.

 

Poi sfiori il mio naso ed inspiri,

vuoi prendere il fiato e reggere

capiente il bacio contenente,

un magnetico incrocio attraente,

 

ormai sono scoperti i gemiti,

profondi i gaudenti lamenti,

sfoggi la tua coda migliore

 

e riarricci le parole.

E non c’è vita che non sia plasmata

dalle tue dita, non c’è dolore

che sgorghi se più forte

stringerai questo mio corpo

adibito a prisma caro alle carezze

un po’ estroverse in ondulazione fremente.

 

Ed espandi questo irto barlume trafitto,

d’altronde se condisci con le note

una sensazione

l’armonia stellare ci unisce

in conclusione

e con i fremiti svanisce ogni pudore.

 

Adesso lo sai,

un’altra boccata della tua essenza

provocante e pura,

 

faccetta angelica dallo sguardo

stuzzicante e dalla natura magica.

 

Ora mi copri la bocca con le dita,

poi le spogli di petali

e la sfiori con la tua,

 

il bello deve ancora cominciare,

vai con il sospiro micidiale,

colla guancia sul guanciale,

infiamma l’altra ed ardi me

poi chiudi gli occhi.

 

E getti all’aria le palpitazioni

e le illusioni,

il mondo si inchina ai nostri voleri,

siamo noi l’universo e il nulla,

il vuoto e il tutto,

l’infinito e l’ignoto.

 

Dai è il momento di tacere

perché di ciò che c’è in noi

nessuna metrica

né nota né segno né simbolo

può descrivere lo sai già

ciò che percepiamo

è esso stesso musica ancestrale,

essenza divina,

scintilla primordiale.

 

 

Ultimo decennio ovvero nuovo millennio

 

E il caschetto si impose turbato,

rimasuglio del passato,

che carino, vetrata obnubilata,

fiato mio sul tuo collo.

 

Un po’ di pioggia,

ci vuole,

 

novembre nostalgico,

 

dicembre figlio della genesi.

 

Il potere abnorme

sprigionò dalle mani possente,

vita ed ordini repentini,

sogni e capelli spazzolini.

 

Un ciondolo di fumo,

tre grammi rivoluzionari,

rasati ai bordi,

tanti ricciolini spumati

ed ebbri d’oro bianco.

 

Non c’è scampo,

alziamo gli occhi,

prudenti soffochiamo

il fremito del danaro,

possiamo avere di più

e sfogli i pensieri fissanti

sentieri cavalcati da braccia resinate,

 

e se ti poni altrove

qualcosa la ottieni

o perdi tutto e rovini a terra,

sei nulla e non c’è pietà.

 

E quando ormai è scorso il tempo

getti l’ultimo fiato,

inspiri e trattieni secernendo rimorsi,

 

e sei a bordi,

la tua ultima speranza

 

è un ciuffo calato sugli occhi

e ti sembra che infondo

non tutto sia andato perso.

 

 

Sui bordi di un fiore

 

Sui bordi di un fiore

piangi e dormi,

 

respiri bellissima e pura

pensando all’attimo

furbetta fingi,

 

ogni giorno la stessa storia,

qual è il problema,

l’onirico sistema è scardinato

e sparso incantevolmente,

 

ami una parte del tutto

infatti sbatti per sempre le palpebre

che ricordi, ricordano me.

 

Com’è languido il risveglio

stanco, esplode un fremito di pollini

 

tra te e il cielo sigilli

e suggerisci tre metri

o altre banalità,

 

vai gira la chiave e gettala

in una pozzanghera di bitume,

 

sei felice, che ne dici?

 

Due palpiti

e tre onde violette e clementi

ti porgono ossequi,

mira el sentimento,

como si fuera la ultima vez,

 

pendi atroce, sei felice allora?

 

In me preziosa e vorticosa.

 

È primavera, dunque

e il mondo risponde, tu non hai domande?

 

Hai comunque il vestitino

comprato ieri dall’antiquario,

 

sei ancora così precisa

verginella in bilancia,

casta meretrice orgiastica,

 

prendi me serva di Lilith

dagli occhi cobalto o nichilisti neri,

dall’iride in trasformazione,

 

hai un paio d’ali madornali

e immisurabili, soggetti solo a capienza

in metriche musicali,

 

è questo il senso? Sei felice?

 

Vuoi proprio saperlo dici

e sorridi

poi distruggi e sormonti

la volta turchina di spasmi

e gemiti mattutini,

 

sempre stai sospesa lì

e scivoli sul petalo,

oh dio, prolunga un po’ la vocale

o fa la dieresi o stroncala

completamente oppure batti l’asticella,

 

sei felice, dici,

e scarichi bolle di sapone,

sei lì per me sorvegliando

l’ultimo pensiero

e l’ultimo otre di sorrisi,

 

oltre la vita,

molto oltre ma ancora lì,

 

e parte il bacio.

 

Sei sì dialettica sintetica e sinestica,

apri le porte della percezione

e sciogli le catene

e sei ancora felice, felice

consolata da un sorso

di tè selvatico e aromatizzato

da versi intarsiati di miele,

sei lì per questo,

sei lì e tiri su,

sei barlume e ombra,

sei lì distratta e affondi

l’ultima armada possente,

 

sei vocio interiore confuso

col pensiero ed elettromagnetico,

sei l’aurora del domani,

 

sei bolla d’aria tra rossetto ed incisivo.

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