Porgimi gli affanni in assonanza

Cos’è?

Non credo il cambio

stravolgente della pioggia

dagli occhi,

così per scadimento atroce,

per sopito dilemma dalle mani,

dai canti antichi disincantati,

neanche è un rimorso,

come sogno,

come rostro al centro,

al vertice qualunque

oppur in aree protette

per gioco perverso.

Sono forse le smagliature

del frastuono

che già vanno sicure

in conclusione

mentre tu diffidente

cambi accordo,

dal rock al folk

poi al rock,

ma dimmi,

tu dove sei? Tu che sei prona

sul letto ad incantare

ammiccante,

do7 sol.

In fondo la decisione

è stata presa,

sentenza inflessibile,

nessun gravame possibile,

tra noi solo silenzi,

incompatibili,

diversi,

magiche manie involontarie,

sì,

magari anche il cofanetto

e le tue gioie stampate

tra labbra violacee,

tra il mascara dark,

tra i nuovi indumenti. Avvinghiata

tra collane e piume,

sincretia,

sì,

dai,

lo ridico,

metti la gonna zingaresca,

metti i braccialetti

turchini, quelli alabastrini,

quelli iridei,

poi infine quelli con le borchie,

e sì.

Sarà quel tuo mah

a intrigarti vanitosa,

o anzi quel sospiro

di velluto,

quel baratto arabesco,

quell’intarsio da mercatino,

e poi,

e poi un paio di vinili,

o diamine l’artista,

proprio non ricordo il nome,

credo robetta spagnola

o francese,

panteista quindi o

dada,

sintetizziamo, dai,

anarcodecadente,

vana suadente,

scanzonatamente,

poi batte il piano lontano e forte,

t’aggio voluto bene, assai

(quell’assai lo dici tre volte).

Ci vediamo ancora?

Certo, ci vedremo

nel momento in cui avrai

finito i tuoi giorni

(dio che bastarda),

quando l’anima

si ricongiunge al corpo

(ma non è già congiunta,

mah,

e questa volta mah lo dico io),

quando magari

non sei più tu nemmeno

(io credevo che alla fine lo trovassi

me stesso

non lo perdessi,

continuo con i mah,

no dai,

faccio uno smile da sms),

quando percepirai l’assunto

e lo comprenderai in contemplazione.

Con fumetti

persi tra i denti

che non mostri,

nel momento che sostieni

il campanile trecentesco

ricco di scritte,

ah gli artisti di strada,

ci pensano già loro,

tengo nel palmo il tutto,

porgo il patrimonio decumano,

parlo invano.

O infine canticchiando

di nuovo, nell’istante

in cui ti scuoti,

fulgente neopalestrina

riproponi i tuoi contrappunti

gotici.

Scenderà la foschia

in pieno luglio partenopeo

per serviti

un paesaggio condito

e tundreggiante

sottomesso ai tuoi voleri,

poi un ululare scandinavo

sarà indipendente

dal suono germanico o vittoriano,

sarà quasi similfinnico.

Nell’ipotesi cambiassi idea,

sai dove trovarmi,

porgimi gli affanni in assonanza.

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