Amorosi intrugli silvani

La Seduzione di Merlino; Edward Burne Jones; 1874

 

Dicembre Bavarese

E dai,

non lo so,

cento grammi di follie

sotto il campanile del cielo,

credo sia impossibile

interloquir con te compiutamente,

 

facciamoci un’altra pinta,

folleggiando,

Monaco e la Baviera conquistati

solo per te.

 

Pongo lieve assedio,

 

tu altrove volgi lo sguardo.

 

Ah che gelo,

è quasi inverno,

fallo ancora,

carezza inumidendo le labbra,

linguetta accorata e accaldata,

frescura umideggiante.

 

In più

assumerò

emissari scaltri ma inconcludenti

perché da te intuiti,

o sì,

magari già,

ero proprio io mascherato da velo squarciato,

 

addenti di soppiatto

quel dolcetto nespolato.

Ti asciugo le gote,

 

tu scarichi in sbuffo indolenza su di me.

 

Ti accarezzo la fronte,

 

tu stendi le dita sull’invisibile piano.

Oh, teresettamente guardi,

 

io ti cito il canto della malinconia,

ma chi sei tu intermittente membrana,

 

seduta resti ancor sulla panchina.

 

 

Campanellini

 

Dolce amica

guarda questo promontorio steso.

 

Campanellini.

 

Dolce inabissata

piangi tra sollievi

spumati qua e là.

 

Campanellini.

 

Vorrei disegnare incautamente

la veduta sannita

per porger il limite più in là,

 

questa nostra spedizione senza fondi

né bottiglie,

un paio di pall mall,

nell’istante dello sbuffo

il naso tuo sfiora il mio,

 

dimmi se hai scalfito

il canto restio.

 

Campanellini.

 

Dolce scapigliata

sciocca e astuta

ti copri di sabbia.

 

Campanellini.

 

Dolce scalmanata

prestami le borchiette.

 

Campanellini.

 

Vorrei tanto porgerti

le mani sulle spalle,

intelaiare quel tuo braccio,

renderlo a ridosso

di uno spettro

che se c’è magari batte i colpi

ed io ti sbatto sul verace giaciglio,

 

non so se hai reso l’idea

confondendo l’ondulazione delle mani

coi tuoi occhiali inamisati.

 

Campanellini.

 

Dillo ed esponilo,

vai tranquilla che ti ascolto,

parlami di te per allegorie,

poni a due passi le pazzie,

oppure taci con abilità.

 

E vorrei sognarti

desto in conclusione

ricattatrice d’amore,

scribacchina viola del rancore,

smozzicante sentinella d’ardore,

 

forse hai gli appunti.

 

Hai scoperto il nascondiglio

del mio cuore

ed hai appiccato il fuoco,

 

casomai te ne pentirai

allestirai un paio di tempeste,

tanto la natura

aspetta i colpi della tua bacchetta

per vendetta,

 

oh che disdetta

lo hai detto

non ce l’hai!

 

Ipazia Palladiana

 

Come mi vedi

anelito del mare?

Scopri le spalle,

dai,

scorgimi gli affanni.

 

Un capriccio al di là della soglia

dell’amore, una simpatica

disquisizione sulla noce.

 

Sei stata bistrattata come il sole!

Albigese!

 

Spaventami dai un po’,

porgi in scacco i passi,

delle tre essenze poste

scegli la seducente,

frescura dal palato magico

e ignorato quel portamento

furbettino

e il mal d’aria

che ti scaglia

i carmi nel padiglione.

 

Sei svogliata e innamorata,

ma di chi?

 

Sei sciupata dal ricordo

e dal mio conforto!

Catara arresa!

 

Ipazia Palladiana

mi scrolli due note legate,

stupenda assolvi

la tua parca funzione,

 

l’intruglio di lumache

e acqua tofana

è il tuo cocktail migliore,

 

ah belladonna,

viola del pensiero.

 

Sei imbrattata della schiuma

nella sala!

 

Sei oriunda e romita

ma orientata!

Pura cortese!

 

Sei svestita

sotto le stelle

come orionica danzante!

 

Sei trapunta

delle scorze di limone

e di melagrana!

Docetica apparsa

 

 

Amore del pensiero

 

L’inverno sboccia cauto

tra i rami,

il riflesso del mio cuore

tra le tue dita,

e scrivi d’amore

senza fronzoli di sorta,

affidandoti al Fato stolto,

 

oh la volta cobalto!

 

la luna!

 

E tu.

 

Tu piccola dominatrice

umile con lo sguardo fiero.

 

E me.

 

Io alla porta,

chino con sparsi i fogli

tra le placche del marmo.

 

O piccola aiutami

a metter ordine.

 

Oh cielo!

Non ricordi il nostro rifugio?

 

E socchiudi la porta,

hai focalizzato gli occhi,

mi hai carezzato gli zigomi,

ridato luce alla mente,

pizzicato la tua arpa

senza profferir parola,

 

posta sul capo la corona

e non sai più cosa cerchi,

cosa vuoi da te,

si riapre da sola

la porta

e non ho vie di scampo,

rifuggo nel tuo sguardo,

sai sono sperso anch’io,

 

tu,

tu piangi,

tu mi osservi

e piangi,

 

ti guardi allo specchio

e pensi al futuro.

 

Non stai sbagliando,

la via è quella giusta,

mia cara, penso a te,

ancora a te,

mentre da lontano guardi oltre,

ti asciughi gli occhi,

riparte il palpito

mai interrotto,

 

ci sei,

tu ci sei,

lo sento,

lo scorgo dall’orma sul muro,

dal segno indelebile dello spray,

dal vetro della finestra appannato,

dall’umido della fronte.

 

La porta si richiude,

non ho che te,

amore fugace e perenne,

indenne esposizione

di fiori raccolti,

crestomazie

dal sapore di fiele

 

e inizia l’amor mai finito,

l’amore germogliato

dalla brulla e spoglia diramazione

del ligneo tronco,

 

il fiore invisibile e meraviglioso,

quel fiore invernale

che scorgono solo i miei occhi,

che scorgono solo i tuoi occhi

e resto ancora alla porta,

con te,

 

amore dai lucidi capelli,

oh sì,

amore del pensiero.

 

Sorge una stella nel tramonto

 

Sorge una stella nel tramonto,

il mio cuore innanzi geme,

alma serafica

non sei affianco a me,

dove sei ragazza mia?

dove sei?

E chi c’è con te?

chi ti stringe le spalle?

 

Lo sai che sei,

sei la sorgente

pura del mio spirito,

dentro me sospiri

e candidamente scosti l’aria,

 

che movimento puro,

che disincanto sospeso,

che pensiero disilluso

amor mio,

 

la vita non ci dona

la candida rosa,

la scorgiamo solo da lontano

come emblema

del nostro cuore. Il sapore del vento.

 

Ticchettio mio dove sei?

Amore livido e seducente,

 

dove sei mia attrice,

lunare effige plastica,

ciondolo siriano al collo,

mio speciale barlume lieve,

tu dispetto buffo,

paonazza e bronzina gioia,

goccia vespertina,

acrilico scardinato

ma possentemente intriso,

musica dolce nelle vene,

sole notturno e gelido,

melodia stampata indelebile

sul vetro.

 

Sorge una stella nel tramonto,

ti amo credo

e te lo dico senza perifrasi,

tanto è come staccare un fiore

ed annusarlo, lo sai che preferisco

contemplarlo e immaginarne l’odore,

ma stasera sento un tepore

che dai polsi mi invade la schiena,

scende a perpendicolo

e mi scuote il capo,

ti prego, vieni qui con me,

sogniamo insieme nella radura,

so che ci sei,

so che verrai,

se sei mancata a tante albe

non potrai dimenticarti di me

proprio ora che riscende la notte,

sì so che verrai,

 

sarai qui appoggiata

alla mia nuca,

noi di spalle

gli un gl’altri

a guardare il cielo

e poi chiudendo gli occhi

a raccogliere l’attimo profondamente,

trattenerlo e non perderlo più,

per sempre insieme.

 

Ti amo, ti amerò per sempre!

 

Sorge una stella nel tramonto,

senza di te la rimiro e penso,

dove sei ormai non lo so,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto,

vago in speranze lontane

con te distante, mi volto e piango,

tu non ci sei,

 

sono assordato da questo silenzio,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto

ed alzo le mani,

saluto e scanso le foglie caduche,

ti attendo e mi asciugo gli occhi.

 

Amazzone

 

L’eco lontano

rimbomba tra le stalagmiti,

odore di fumo e tamerici.

 

Nostra dama sull’orchestra,

oscura e viscidamente funesta.

 

La gabbia dei sinceri addii

che tristi rotano lì intorno,

 

la fiamma dei cabalistici ulivi.

Follia e Dionisio,

 

vivi nelle vene

e nella scure,

amore bazzicante.

 

Sento la forza arcana,

la potenza ancestrale,

la violetta scismatica ragazza.

 

E poi l’incanto dei pensieri,

scuri dal sapore lieve.

 

Amore,

dici a tua volta,

il maestrale nostrano

non è la furia scandinava

dei tuoi servili temporali,

succubi domani deleteri.

 

Sei stupenda

scandita dalle percussioni,

sbellicata dagli archi

e dai mesti sultani

che si inchinano

e che fremono al tuo giacere.

 

Io sono qua,

l’alba dell’età,

l’anima del sagrato,

l’ombra del segreto.

 

E non ho le seducenti mani

a tempo sul ripiano,

sgomito nell’altopiano,

banalizzo i sentori

dell’incauto oltraggio.

 

Sei di sbieco senza fiato,

sei svilita e xilofonata,

 

spiega e metti in piega,

subisci pure gli odori.

 

Sento un po’ la pioggia

e non ho quel gomito carnale,

quell’archibugio astrale,

quel rimpianto sconfitto,

quel petto trafitto.

 

Resisti a quel sopruso,

mangi pane e burro,

 

scruti la soffitta

e non è eclissi il sole nero,

 

l’atomo del vero.

 

Ti ricordi ancora,

 

ho lacrime d’assenzio,

germoglia lo smeraldo,

travalico i monti,

 

ti guardo negli occhi,

la mia testa sul tuo pallido petto,

rosa ebenacea sul mento

e cuore in fermento.

 

Oh godo alla vista della luna,

oh godi al verbo incarnato,

trasfigurata effige catara,

provenzale sonata,

tubinghese teologia,

atavica pazzia,

orda indoeuropea stanziale,

cornuto vitello d’oro,

taurino messaggio,

belante miraggio,

allucinato istante bendato.

 

 

Ludica la sinfonia del giglio sotto assedio

 

Ludica la sinfonia

del giglio sotto assedio,

adornava di scalzi misfatti

la seducente sagoma,

 

lati obliqui

e servili inclini

all’inchino pianeggiante

mostravano intrepidi

fermenti bellici,

 

slacciando le vesti

e tu ti spingevi

oltre la guardia

lasciando intuire

mistero e fermento,

 

sincero cimento.

 

Maglietta rossa,

lastricato,

poi pioggia,

infine livore.

 

L’importante è espandere la mente,

come se fosse l’universo

che si avviluppa non sviluppa

ma statico volge centripeto

verso il vero,

che è sempre esistito,

non si è trasformato,

non è stato creato,

 

Dio immanente

nell’universo finito,

dov’è l’infinito?

semplice,

immagina il tondo talismano

se ellissoidale

assurge a gemito temporale

kronoide baalico!

 

Indotto in meditazione

al quanto soggettiva

divenivo oggetto,

quindi persona

anche se sembra paradossale

ciò è reso concreto,

 

come?

 

Eh eh,

sono i tuoi occhi. Saltimbanco

romano

alla corte del pontifex maximus,

se non fa ridere allora

allestiamo un rogo,

incendiamo ‘sto lurido rovo,

depuriamo,

chiariamo,

cioè diveniamo oscurantisti,

rosacrociani,

 

oppure andiamo a quel paese,

il paese del miglio,

patate sbucciate,

canarini e sottane.

 

Volgi lo schiribicchio di rame

verso l’infuso sopito,

mettersi l’anello al dito

oppure lasciarlo ciondolare?

da Angelica al rimpianto incatenato e furioso sesquipedale

 

L’importante è frastornare,

due o tre sofismi,

in santità velate,

 

devi sapere che dalle parole

è nata la vita,

 

la vuoi la scintilla della materia,

eccola perché dunque ecco il verbo.

 

E, dici,

la materia inanimata?

 

Dai ti rispondo,

bios è anch’essa,

l’anima è ovunque,

non perdiamo alcunché,

non mi credi? Allora sovverti

un altro po’ le coperte,

 

agita le lenzuola,

allestisci laude colline,

vitigni toscani,

scaldini equatoriali

 

e se arriverà la penombra

non mostrerò indecisioni.

 

La vedi la pioggia?

Batte ora più forte!

 

 

Crolla l’Impero

 

No, non c’è barlume,

siedo sulle scale,

ti vedo silenziosa

carezzare il naufragare

nei pensieri,

 

le oscene scene,

la nostra stella.

 

Arde a tempo,

arde fuori l’arioso

e freme. A me,

a me echi ancestrali,

a me, potenza indomita,

 

a me.

 

E dalla sera

sorbisco i dissapori,

le scarpette fulgide

alla porta, entri? si dai entra pure.

 

Tu cosa vuoi?

Tu che non piangi,

tu che respiri col dito,

che sei di là,

lontana ma ferma

all’uscio timorosa

e ardita,

 

faccetta di neve.

 

E ti scordi di nuovo,

ti viene da ridere alla follia,

simultaneo il sopruso,

lo sberleffo

e mi sbatti

nelle segrete dell’animo

senza pietà alcuna,

 

senza gravami,

senza retori

che esplodano sermoni

o arringhe

di ogni branca per me,

tu credi invece parli

dell’autogemmazione squamosa.

 

Eccoti qua, eccoti qua,

sei venuta guardando ovviamente

altrove,

 

non ti degni nemmeno

di entrare

accenni già di andare via,

 

di fuggire con altri valenti

e beffardi segreti di marmo

come gli occhietti vivi

che sfiorano e non si riposano,

 

che vedono tutto

ma non scorgono

il particolare,

 

fai ancora le tue belle generalizzazioni

ma dimmi,

la rosa non è meglio

della distesa verdognola

intorno che la contiene?

 

L’intorno d’altronde

ausilia soltanto

la definizione del limite

ma la stessa sussiste

intrinseca solo nei petali, sai.

 

No, dov’è la luce?

dov’è il sole? dov’è il cielo?

 

Non c’è speranza ahimè,

la scala crolla

mentre rovino con lei,

 

futile oggettino antico

nel postmoderno,

 

nel ripensamento inutile.

Noi, mai più noi,

 

anzi mai e basta,

non c’è mai stato passato,

soltanto gemiti,

le lacrime dal cielo carmini versetti.

 

Sento già

che non è perduto

ciò che non si è mai avuto

 

ma la libertà,

lei è in rivolta

e non resiste alla rappresaglia

del potere quieto e subdolo,

 

cerca un appiglio

e stende le mani tese

alla volta turchina,

 

nuvole rade non ostacolano

il gesto ribelle,

 

il giavellotto o la torre

dalla unica voce,

 

la piattaforma della pace

svilita dai nostri rimorsi,

 

dall’albero dell’amore,

dal frutto di sapienza

ed il gusto di reciprocità

e rispetto

trafigge non il nemico

ma il nostro stesso petto.

 

Ci sei o no? Diamoci la mano,

varchiamo il confine

anzi con la gomma pane

smacchiamolo e poi resettiamolo,

siamo qui per questo,

tu già lo sai,

il tuono non spaventerà

la moltitudine sola, dai.

 

No, non c’è pietà,

in eterno esilio

dalla verità,

 

le camice sulla cruccia

accanto alle scarpe.

 

No, non c’è lealtà,

dove sono finite

le armate invidiate

e indistruttibili? A vele spiegate

tutti scappati.

 

Arde, arde e freme,

la città,

fiamme a gola altezzosa,

 

via, via l’umiltà,

non c’è pietà.

 

No, non c’è dignità,

tu te ne vai,

e così finisce quest’istante.

 

No, io non me ne andrò,

solo resterò

ma con te affonderò.

 

Finisce il tempo, crolla l’impero,

crolla l’impero.

 

 

Astri Estrosi

 

Tu,

specchio,

valvola trascendente,

tasto d’avorio,

scala in si minore,

giro ossessivo,

armonica compulsione strumentale

 

e la testa sotto il cuscino.

 

Tu,

 

tu già lo sai,

sulla sponda del molo

sfoglierai la luna,

 

oh frastuono di miele,

oh onda spumeggiante

e lastrico di schiena bianca,

tondo violetto,

 

clavicembalo alato.

 

Sto con te amore mio,

guancia a guancia a fissare

impietriti il mistero,

e arriva il do,

 

hai voglia delle mie labbra,

 

mi sussurri.

 

Oh, i tuoi capelli sul mio petto!

 

E non hai l’ortica istigatrice

sul ventre, continui.

 

Sarà il nostro segreto

l’aurora,

 

vaneggi mentre protendi

il tuo dito serrante

sulle mie labbra.

 

L’albero esplode

di vigore nei tuoi giardini,

 

sono tuoi gli altarini.

 

Ascendo tra le foglie,

sono superba,

 

strafai.

 

Astri estrosi

incrociano i nostri sguardi

mentre li orchestriamo,

 

accordiamo le falle,

nessuno può fermare

il nostro palpito furioso,

mai,

 

la tua veste candida

sotto assedio,

 

mistero di vetro è questo,

 

cristalli condensati nel tempo

e rimessi al vento,

rimessi al senso,

 

assi e travi urbane

a sostegno dei giorni,

 

paonazza sei, ragazza,

affronta i ridenti,

angosciosi fermenti,

lividi inospitali

sul polso violato,

 

docile riporto,

matematico sfregio naturale,

vasta alleanza sui binari

dalla fiamma antica

della fiamma amica.

 

Bacchetti la corda

con forza tra le nubi,

 

vai mia piccina instancabile,

continua a suonare,

le carte le puoi giocare tranquilla,

 

sono paziente,

squarcia il velo orientale

dell’illusione,

 

e sorgi luna

in luogo del sole,

 

ridona la potenza

alle selve,

 

riaddenta la mela,

 

volgi lo sguardo alla luce,

 

un lieve sentore

sobbalzerà in te,

serva e padrona d’assoluto,

maestra e scolaretta,

 

demone angelico.

 

Astri estrosi

ruotano intorno

mentre scriviamo,

il piano stonato,

la vita nostra sintomatica

svilisce il potere superbo,

 

sorge per sempre

il bagliore pallido,

nell’abbraccio possente

 

fondiamo e creiamo

staticamente la sostanza.

 

 

Serenellosa

 

Il carillon suona,

ostile, incantata e stupita

sorseggi il tuo cioccolato bianco,

 

nessun rimpianto

visto dal rifugio,

 

quel cantuccio caldo

 

magari toscano.

 

Pioverà,

già un po’ sgorga

la serenità,

sole spagnolo caliente

e sordo,

calante

 

e l’astro nascente,

dio mio che caldo,

 

dammi un beso

però serrato.

 

Prendi il panteismo,

va bene,

ma fa comunque troppo caldo,

 

due scritti di Coelho

magari pleonastici.

 

Ermete Trismegisto,

dai punta all’Egitto,

mentre intrecci

la tua collanina di perle,

 

bella, grazie, è per me,

iridea oserei dire,

 

un po’ di impasto

e il dolcetto è arabico,

 

caramelloso il tuo leccalecca,

 

il piercing e l’andatura da emo,

ti lecchi i baffi invisibili.

 

Riccettina vola,

dolce ausilio viola ondaccolante

 

dai, mentre afferri i soffi incliti,

il più bello si confonde

col tuo cappellino viola,

 

sei un uragano ottagonale,

allucinante l’orecchino

da circo,

 

togli le converse

e sfreghi i tuoi piedi,

 

la scintilla è la risultante

algoritmica ed oligominerale

dell’animo.

 

E lo scherzo

sembra quasi finire,

 

il maestro è furioso

perché non rispetti i tempi,

 

allora dimmi

che hai un bel gattino

arruffato e sbadato

che ti mischia le carte

 

e proprio non puoi studiare,

 

passa ai canditi,

formaggio filante,

così dai un bacio

al sapor di big babol

 

al tuo finestrino

nel traffico volgare e irreale,

diciamo va’, nuovamente sesquipedale.

 

Serenellosa la serenata,

scorgo la luna,

stil novo partenopeo,

 

e tu fai le bollicine

non di sapone ma di tè.

 

Boccolosa doppio malto

e chiara,

 

mostrami la strada,

toh che carino il braccialetto!

 

Scarti qua e là,

dormi dai un po’,

ti carezzo la coperta,

e la scorza zuccherosa

nel palato stringe

il fiato universale,

 

così poi tu puoi tranquilla

far l’elastico filetto gommoso,

 

l’impronta del tuo rossetto

sulle mie labbra.

 

 

Ohibò

 

Avessi fiato parlerei di te,

magari in barca

solfeggiando il golfo

costeggiato ed ingolfato

veicolo stellare,

 

la sabbia che sporcò la stiva,

 

vestigio umano

del ricordo,

 

padroneggi con rispetto

il mio timone,

nocetta buffa,

 

vocetta candida e serpentina

cassi le mie casse

con rinvio, formale l’errore

illogico il dolore,

 

manifesto marxista infondato.

 

Accendi la siga e tiri sorridendo,

il tuo fumo appanna i miei

occhi portali,

in sogno portuali

 

appigli sepolti

e sepolcri, spogli nichilisti

da canarini che tu sai,

 

sbottoni la camicia in trance,

meditazione ondulata,

 

e già!

 

Dagli un nome a ogni creatura,

va be’ ma questo è proprio orrendo

nomoteta arruffata,

il suono fonetico deriva

dall’onomatopea,

fumetto primordiale e astrale,

 

studi la parola e allora,

perché babeli ancora?

 

Il gruppo clanico

cambia forma

non sostanza né apparenza,

 

vedi l’allitterazione

tra suono naturale

e pronuncia umana vocale,

costante consonante,

impronunciabile e sonante,

 

il nome di dio lo puoi intuire,

e la cravatta non ce l’ho.

 

Un altro paio di tiri

perché me ne lascerai due,

già lo so,

mi offendo così però,

 

contrasti la trinità,

la verità non è duale

o manichea,

ma unica

perché il dispari alla lunga

fa unità,

 

l’infinito è un otto capovolto

anzi diciamo steso tramortito,

pari ma impari

dunque impuro,

 

cadi in contraddizione,

accendiamo un bel falò

e ammettiamo l’inesistenza

del pari allora.

 

Piangi ma che fai?,

ti disperi,

in realtà mi accorgo

fingi e poni il piede sinistro

in avanti

il destro ben saldo

e dai fiato al fumo:

 

esiste tutto quanto,

il pari in realtà

è disparico in disparte

quindi dispari se si completa,

dunque il pari è parte

del dispari risultante

e di conseguenza l’infinito

finito incompleto.

 

Ohibò!

 

 

L’intro pensa se stesso

 

Ti incontro, ti scorgo,

vedo i tuoi occhi spalancati

e abissali,

 

sorridi,

e poi…

 

Insieme tra le gemme,

il silenzio intorno è irreale,

 

innalzati io e te,

tra i segreti nostri

 

domani imperscrutabili

ma chiari,

 

comunque vividi

per noi che siamo…

 

voltati guarda,

spacco in sezione aurea,

le mie valige,

la tua effige plastica.

 

Tic tac, tic tac.

 

Noi qua,

 

faccio il suono vocale più intenso,

si presta meglio,

 

canzone che pensi te stessa

vai, il progetto

sentimentale assoluto,

 

karma intrinseco,

e piangendo sdruccioli

ciò che c’è cioè,

 

non so,

perché il ritmo incalza,

o amor e viaggia

la mente lungo i nostri boschi,

 

le bianche nubi cherubiniche

metalliche

dove finalmente trovi

l’accordo fatale,

l’altisonante verso vitale,

 

e vai via,

resti qui comunque sai,

 

e poi in ogni caso materialmente

tornerai, fiduciaria del cuore,

vassalla dal sapor di neve,

riccetta ammiccante,

 

e riparto in sol,

 

vado verso ciò

che non so,

 

la simpatia e l’intrigo

tra me e te,

 

mostri pietà.

 

Va, lento va,

il motivetto che è un passante

battuto e infreddolito

che si avvita sulla scala

metafisica e lo vedi meglio,

 

la testa è capocchia

di fiammifero rubino

e poi il din don

ticchettante.

 

Tac. Tic.

 

Urticante amica,

bruciacchia il naso ardita,

vai cambia tonalità,

 

le sentirai le mie storie,

sono simili a ciò,

linee melodiche che si rincorrono,

si cercano,

si scrutano,

poi infine al momento

di accostarsi,

 

senti là il sapore

del bacio quasi vicino,

 

prossimo,

 

senti il fiato sul tuo,

vorresti incrociar le labbra,

 

ma il dito continua a salire

e discendere,

 

sembra lontano,

ma ci distraiamo ed è scintilla!

 

Ah passione!

Vampa umida elettromagnetica

in corrente,

 

vero archè,

l’energia secerne,

potenza cosmica,

 

vero archè

dunque il bacio

 

e lo sai dura un istante,

 

il verbo del principio

insufficiente, si arresta il sistema,

non è attimo,

non è tempo

è nuovo logos,

è senso della vita,

anima, spirito

dunque anima in azione

e materia a un tempo,

 

genesi ed epilogo,

punto immisurabile,

scena indipingibile,

melodia appena intuibile,

 

infinito!

 

Ah passione!

 

Dionisiaco, apollineo

e poi hermetico,

 

potenza dell’amore,

vaso colmo

e vuoto di ogni nulla,

 

arcobaleno a banda

da tredici colori in filigrana,

 

bello e buono

a un tempo,

 

essere e dover essere,

 

immanenza e trascendenza.

 

Ah passione!

 

Veemenza e temperanza,

riso, pianto e poi sorriso,

liturgico ed orgiastico,

canone, precetto, disciplina,

volontà e azione!

 

Ah passione!

 

La pace!

 

 

Evanescente il dolore spento

 

Evanescente il dolore spento,

la rosa dischiusa in silenzio.

 

Dolce effusione

mentre fissi la tela.

 

Vorrei scrivere effluvi,

vorrei partecipare al simposio

tracimando lo spirito.

 

Sognami.

 

Quel canto elevato mi scuote.

 

Granelli tanti

quanto i giorni in giovinezza.

 

I segni del tempo

sul volto cedono

alla potenza del bello.

Le palpebre sbattono al vento,

 

portoni di cortine incartocciate,

sbadate e sincere

mentre studio i tuoi sguardi

di sbieco,

 

tu assisa sul bordo

della fonte centrale.

 

Ragazza guardami ancora,

sono nel punto genealogico

delle realtà oniriche,

 

ditirambica, filippica,

estrosa e sofista.

 

Tu, prediletta dai numi,

il mio fiato è per te,

 

io frollerei solo

per un tuo fugace approccio,

 

uniti, indelebili,

te lo ridico, sei la voce

che da corpo ai miei pensieri,

 

la tua essenza mi guida

solingo con verga e lanterna,

ed io non posso tradirti

o abbandonarti, non voglio.

 

Sussurri come brezza d’inverno,

la tua voce non copre il gemito,

 

lo vuoi il mio cuore?

 

La mia anima?

 

Il mio spirito?

 

Il mio corpo?

 

Materializzati allora

dolce eterea,

 

la tua voce intensifica il suono,

diviene strumento essa stessa,

e allora drummeggi e sorridi.

 

 

Iannara misteriosa

 

Proclami l’inverso

come assorta,

l’incubo si raddolcisce

in un istante,

 

l’eremo tra la vivida

vegetazione,

 

l’ermo domani.

 

Imbellito il vascello

dei pensieri,

l’ultimo eco è risuonato,

dardi di fuoco in campi di spine,

 

non diamo spazio abbastanza

all’incanto del dominio

senza armi e armature,

con egide dagli occhi gorgonici,

 

nemici atterriti,

la spada del verbo,

la ruota dentata

con te minacciata.

 

Iannara misteriosa

vai senza aspirare,

 

fuma tossendo,

precludi un assedio,

 

tranquilla, l’aurora è vicina,

già vedo venere e luce

dell’angelo ribelle,

 

già vedo il fuoco

e la maledizione, il grifone

che rode la bile,

incessante il dolore,

 

ciclico il riapparire

con fasti dionisiaci,

 

con mandrie gelate,

o dissi offuscate (?!?)

 

il frutto e la conoscenza,

cioè consapevolezza

e libera scelta.

Poi il brivido dorsale,

certo ci vuole,

 

e ti affanni a rinsavire,

vorresti trovar la formuletta

anche per questa sconfitta

benedetta,

 

allora ti alzi austera,

aspetti i canti di gloria,

 

le sonate del furore popolare,

dell’arca trainata,

 

tale sembra il tuo

perverso sortire.

 

E mugugni trasognando

nel vuoto della stanza,

la radio a mille,

a mille il cuore,

 

lo tracci un sorriso,

cominci ad inveire,

a spegnere il verdetto di fuoco

coll’umore del corpo,

ti arresti improvvisa,

 

la pelle che freme,

la luce che accenna,

spegni la lampada,

scaldi le gambe col fiato,

slanciata in avanti

coi muscoli tesi,

 

gli occhietti furbetti,

 

la piazza in fermento,

 

l’odore di polvere e vento.

 

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti verso il tramonto

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti

verso il tramonto,

ampiezza frontale e vigore,

radure di primi eredi edenici

incontaminati rubicondi

ma pallidi, nubi

intorno alle loro parole,

 

eroi dimenticati,

gelati,

equilibrati,

 

ragazze avorio ed oro bianco

sui ciondoli e il volto vitale,

 

lo slancio floreale,

sonate martellanti

ed echetti in falsetto,

 

marce di pace.

 

La falena variopinta

sulla spalla,

 

l’anello intarsiato,

coleottero libero.

 

Nella vasta distesa

verso l’ignoto,

l’indomabile vuoto

sarà colmato,

 

il messaggio di speranza

proclamato,

 

gli strilloni in silenzio

loquaci mostreranno

il percorso di verità.

 

Urlettino soave,

scisso sensazionale Liocorno,

 

regno dei magi,

 

foglietta di sapienza autunnale

col verde scalfito dal viola

di transizione e rivoluzione.

 

Proseguiamo io mesto,

non indugiamo l’orizzonte è vicino,

la ghiacciata terra

a tre lati sul mare,

la caliente terra

a tre lati sul mare,

l’una di fronte all’altra,

 

scindiamoci,

 

istruiremo in conoscenza d’assoluto

la rozzezza,

la lotta armata scomparirà,

muta si dissolverà,

 

diremo loro che il male

è ogni forma di violenza.

 

Vedranno il frutto del risveglio,

o dormiranno ciechi nelle loro zuffe,

 

l’amore dominerà e vincerà,

col tempo si capirà

il senso del nostro vagare.

 

 

Ah scaglie di fuoco!

 

Ah scaglie e fuoco!

Piange il mio sospiro,

 

lacrime, cenere,

amore, con te.

 

Ti ho qui,

muta oh Sophie!

 

Qui,

le tue mani intrecciate

alle mie.

 

Si alza la fiamma

e resta il verbo,

 

i nostri discorsi,

la nostra isola lontana

senza più approdo.

 

Ipocrite le orazioni

degli incappucciati

intorno al fitto dardo

che ci ha trafitto alle spalle.

 

Ancora no,

fauci secche,

 

neanche più spazio

per gli affanni.

 

E la melodica

in do minore

discende intatta,

geme,

 

vuol rivoltarsi,

armeggiar la piazza.

 

Ah le illusioni nostre!

ah i nostri rotoli!

le rimostranze dialettiche!

trivio e quadrivio!

 

Ah sì, l’esilio!

ah le fontane del chiostro!

 

Sale, sale, sale,

l’urlo muto riarso,

l’umidità combustibile,

le perse nostre parti fredde.

 

Ora sì, ora sì,

vivremo nel sussurro del vento,

nessun limite, ora sì,

 

nessuna damnatio memoriae,

 

solo liberi,

già intravediamo

nell’opacità oculare

sempre più vivida

la riva da noi sognata,

per sempre nostra,

 

adesso.

 

 

La lezione di Iside

 

Ma quanto sei sospettosa,

languida e timorosa,

cicalina dagli occhi oscurati,

velati, mesti e sbadati.

 

Ti alzi e te ne vai via,

ti pensierosa sbatti

le dita sul labbro,

ti cambi e ti trucchi il viso,

 

passi allo sfondo

e il mascara ti manca un po’,

metti malachite preziosa

e galena da atmosfera,

ocra labiale,

 

sei pronta e con le gambe vai giù,

 

sì ti tiri le calze

in virtù titaniche e simpatiche,

 

l’impulso ti palpita il pensiero,

lo deponi il silicio del vero.

 

Questo tepore di fieno

che pone in dialettico intruglio

il veliero pronto a salpare

è un rimorso micidiale

nella tempesta portuale.

 

È vero la voglia stanca

peggio del pavesiano lavoro

ma la lezione di Iside è austera.

Sei un po’ svogliata ragazza,

 

mangia la cioccolata in terrazza,

 

visto errato il riporto,

guarda il sale precipita più sotto.

 

Una miriade di sanfedisti valenti

erano ancora più tristi,

spedivano indulti,

indulgenze plenarie

e sigilli papali

ai briganti.

 

Crolla il mondo se torno,

quindi godo e comunque,

guarda, lo faccio,

 

mastica le foglie di coca,

bevi pure una scoria di basalto

liquefatta

quindi tornata all’origine

ma raffreddata in paradosso.

 

Il sergente Trisiani

suona il flauto avvitando le travi,

a me sembrava felice

tanto che sciolse le camere e si dimise.

 

D’altronde la Legge leggeva poco,

legulei e clero giurista e scaltro,

si ispirava piuttosto ai fumetti

ma guardando solo le figure,

era un surrogato e un rimasuglio

di etica e morale

allora laica lucidò del potere le scale.

 

Il destriero nel vento meticcio

assaporò il languore del maestrale,

fu cavalcato a pelo

e senza redini

da un auriga senza vettura.

 

Un colpo di spugna

e tu ripensi al trucco,

 

soffi aria tra le mani

mentre ti senti distrutta

di prima mattina,

 

l’alcol ancora nel sangue,

vai in visibilio ondeggiante.

 

Meno male,

oggi non piove,

tira aria gelida ma buona,

 

dormirò avvinghiata al termosifone.

 

 

Virtù diademica

 

Cosa vuoi

trasparente essenza luminosa?

Abita in me il rimorso

buio del tempo.

 

Chiara vita

scorre nello sgorgo

della finestra,

 

non violenza

ma scintilla lieve,

 

a cavallo d’ippocampo

vibra nell’aere

come tra abissi

il tuo esercito imbattibile,

 

e sembra giunta l’ora,

l’ora della verità.

 

Ah il rossiccio ardore!

 

ah il pallido incanto!

 

ah lo smeraldino furore!

 

Divento come se il mio corpo

fosse scisso,

 

poi di colpo

l’anima ritorna in lui

salubre,

 

e io so volar,

le mie mani schiuse,

mi guardi e sì,

boicotti i miei progetti terreni,

 

e stai faziosa ancor sospesa.

 

Oh virtù diademica!

oh bellezza angelica!

oh firmamento marino!

 

L’arco da mille foglie

e dodici varietà cromatiche,

 

non è un dolce ma temperanza

statica,

il dormiveglia stride,

unghia sul marmo

in acustico bagliore elettrico,

 

vai, tu sai dove mirare,

tanto sono tuo,

 

vivido il violetto

 

alfa e omega

del circuito universale,

 

intermezzo spettacolare,

 

progresso generato

dall’errore ribelle,

 

uomo tale perché cade nel vizio.

 

Uh magmatico limite!

 

uh sinaptica percezione extrasensoriale!

 

uh magnetica dialettica metallica!

 

 

Resta qua

 

Non trovo più il disco

con inciso il verso,

quello dei porticati,

non hai idea

di quanto mi dispiaccia,

piangerò se non gli dai la caccia.

 

Non scherzare con il fuoco lento,

soffia pure il perdimento

controvento in paramento,

 

la fiamma risplende d’incanto,

la mia vera mistica ascesa

tra le tue braccia.

 

No,

non è amore,

 

sembra condimento puro,

fondamento della sostanza,

sua linea e chiave di volta

e sostanza stessa infine.

 

No,

il viaggio può aspettare,

già lo sai,

 

l’importante è l’ altrove

dei nostri pensieri,

 

siam lontani,

sospesi,

inauditamente protesi,

 

siam plananti

in giubilo festanti,

nella ciurma in calca,

 

sulla pista ghiacciata

scia di pattini.

 

Volge il sole al tramonto

ormai omelette,

 

scorgo l’ombra

e non è stavolta sul soffitto

ma miscelata alla mia,

tu meta e non metà,

 

il tuo sorriso sensuale

stampato a Gutenberg

per scherzo immobile,

 

non parlo della città

del metal melodico

donna e ragazza,

amica e compagna.

 

Non vorrei amor divagare

come d’uso,

 

stiam giocando

col dispetto nostro

e col sospetto loro,

 

regoliamo il volume

al minimo

e socchiudiamo gli occhi,

 

come son carini

i nostri due nasetti

che si sfiorano appena!

 

No,

non voglio,

non lasciarmi le mani,

l’alba tarda ancora

e non fronteggerò

la transizione

senza il tuo sguardo,

 

puoi restare,

 

dormire qui se vuoi,

 

i nostri sogni mattutini

saranno fiori germogliati asciutti.

 

Non mi abbandonare amore,

io sempre ci sarò

se chini il tuo volto

sulla mia spalla.

 

Non credo sia importante il perché,

basta un attimo

e riappari fulminea

nel limpido sfondo,

 

ti penso,

come se non fossi qua.

 

Non credo sia importante

il risplendente sole

senza il tuo volto nel giardino,

 

scendi dai monti

come ruscello benevolo,

 

neve sciolta e odorosa.

 

Non c’è più l’affanno

sul vetro,

nell’attimo concentrico

d’assenzio sei già qua,

come fonte di splendore

autentico.

 

Non miscredenza

nell’essenza del simpatico

 

fare estroso,

magari candida nube

 

di gloria eterna.

 

Non clamore frastornante

ma rivoluzione silente

cioè scarica vitale,

 

pulsione indomita d’amor.

 

Resta qua!

 

 

Qualcuno inveisce con forza nella mischia

 

Qualcuno inveisce

con forza nella mischia,

sincopato il labbro

come pastasciutta,

 

questo pseudoepocale manto disilluso della folla

è scostato e snobbato dal volgo stesso.

Invece quel nostro ingorgo a trotto

è così finito:

altro non era che libro dei sogni,

il burrone abissale dei ricordi

svelati come fossero mobili.

 

Girano quei fogli enciclopedici della nostra vita,

passa il tempo

e resta il disincanto

quindi, le magliettine,

le bende e le bandane,

i cagnolini e le grosse belve domate,

l’apostrofo e a capo dell’epiteto.

 

Un passante stranito

guarda e sorride,

 

le nostre parole stese su panchine,

gli amoreggiamenti, le effusioni

e le questioni insolute,

 

presumete orbene

che il sentimento puro

sia deducibile solo

da una stupida trasmissione televisiva

di Bercoglioni

o forse un post del Grillo parlante genovese di Cortina,

o ancora del nostro Dalaipapa gesuita?

 

Trasudante il sangue vespertino del cielo,

postilloso e cavilloso

il callo scrivano,

 

un tantino amarognola

l’offesa,

 

più che altro indifferente

la massa proletaria,

 

sorprendente il manico di scopa,

però.

 

Oscuro l’Efesino

stracolmo nella cruna

mentre filan le Parche dolenti,

 

pubblicherei per cambiare pagina

un pezzo sui siriaci serpenti.

 

Magdalena

 

Sguardo svanito,

nell’anima del bosco,

solitario un fruscio lontano,

il vento ti carezza i capelli

lo spirito inonda i tuoi occhi,

dolce la neve sul volto

inondato di speranze,

come fosse vivida fonte

tra l’aurora del tuo domani

 

I canti antichi

impressi sulle pareti

le tue dita in cielo

volteggiano e guidano

le tue parole

come il nascere del sole.

 

Sei luce,

immagine sincera,

 

torre d’avorio ed oro bianco,

 

lo sguardo si acuisce

e la mia essenza si eleva

 

e non c’è più vuoto o buio

dentro me.

 

 

Notte ai Decumani

 

Stanotte ai Decumani

la consorte del principe di Venosa

coperta solo di lenzuola

maledice i madrigali verseggiando,

intravedo il barlume corneo nei suoi occhi.

 

Sansevero che cauto miscela arsenico

e belladonna sulla tela

poi come un caimano piange,

ah la sua cura sforbiciata per il plasma!

 

Sai, vorrei bruciare l’odore

dei tuoi pallini d’incenso in combustione

privi di allori e seducenti,

 

è ora:

il venditore di giornali sembra

aggiudicatario battitore,

 

picciola mia stai attenta e non dimenticare

di trasmutare la morale.

 

Croce, il diplomatico mancato,

estetizza estasiato in biblioteca,

 

l’arte è una parte,

direi però la fondamentale,

la molla della storia

e del circolo perverso della gloria

(i poeti laureati tra le piante dai nomi poco usati).

 

Patteggiamo col divo Nerone!

 

Era un tempo l’era dei fumetti

letti in piazza

tra il gomito e la tazza

di solfuro intarsiata

stracolma di folla indispettita,

 

le cicche fumate a metà

raccolte dal senso e finite.

 

Varia l’effige!

 

Bruno studiacchia

nel chiostro e si distrae,

poi butta all’aria le icone

dei fratelli

e le sostituisce con scritti

babilonesi o neoplatonici.

 

Virago celtica!

 

Ed affinché

non dimenticassimo le beffe

con le cornamuse contuse

facemmo il verso al gesso

del docente inconcludente.

 

E spaziamo con la danza!

 

Ondeggia a sinistra o di là,

vedi

vai già

più lenta della musica,

ritmata la tua scorza di limone,

candito

inflitto a pizzico di dito.

 

La violenza sconfitta

con un bacio in palafitta

dell’invasrice indoeuropea

ancella di Brighid,

 

epoca remota,

l’edenica scena

non fu mai più riproposta,

 

son fiori colti nel deserto

e tradotti in sanscrito.

 

Non manca fumo pel digiuno,

 

C’è cenere e amore se ti volti di là,

 

il capo piumato è scolorito

allora rinunciamo all’allettante invito.

 

Al far della sera si cacciava

e per maledizione

non ci si nutriva più

solo di frumento e bacche,

 

la simpatica ragazza

faceva l’occhiolino

ed incrociava le braccia.

 

Tu sai,

conosci il nome del silenzio,

 

vuoi avere le cartine al tornasole,

le patrie senza limiti e frontiere.

 

Le musiche non cambiano

da popolo a popolo

c’è comparabilità nell’identità

l’essere diverso

si identifica solo con l’incontro

e col confronto

ed acquista così unicità.

 

Mi conceda infine l’ultimo passo di danza

(d’altronde hai intuito l’uno e l’altro canto, il verso stravolto e il suono).

 

 

Si svestì dinanzi allo specchio

 

Si svestì dinanzi allo specchio,

il mio,

se ha un rimorso lo scuce

nel letto,

 

la voglia forse non rimane,

ma lei sembra la scia

di una stella

o magari della viola

la corolla,

 

colta da una donzella estasiata.

 

Tutto negli occhietti,

brivido pensante

ed astraente

in quanto manifestazione,

spirito apparente.

 

E il corso d’acqua

risplende ciclico,

 

ci bagniamo sempre

nello stesso fiume statico,

 

unità triplice della natura,

 

dio ad un tempo anima,

spirito e corpo,

 

ti prego ricorda

l’impresa ardita

 

tra i flutti,

le colonne d’Ercole,

antidoriche,

 

il muschio ridente poi.

l’ultima stazione,

il vagone sonante,

te che parti,

che fuggi,

 

tornerai?

si schiuderanno più le labbra?

 

sussurrami il versetto.

 

Giradischi affetto

da dolori al petto,

 

e stride al contatto

col corpo lucido.

 

Io tendo le mani,

la luce si riflette,

cado in estasi

come se scorresse

latte nelle vene.

 

Assopito penetravo nell’assoluto,

spesso un ronzio mi distraeva,

il mio annullamento volitivo,

è nostro potenziamento giulivo.

 

L’orologio batte sugli attenti,

l’incubo si smorza

e il sapore della svolta,

mi pone nel dubbio,

ti fa sobbalzare.

 

Scende ora la pioggia lieve,

parli quasi sopita,

i boccoli e lo sguardo vago,

le lenzuola stropicciate

al vento,

ombra soffusa

al chiaror di luna,

 

pura immagine,

la sonata è mancina ed estrosa,

la veemenza del silenzio,

 

il viola tra le dita,

macchie soffici d’inchiostro,

 

picciola la magica orchestra

è dipinta nell’aria,

 

sei speciale sai,

penso a te.

 

Sento già il brivido dorsale,

le mani tremano,

la voce tua sublime e dolce

in me,

scendo e salgo,

guardo il cielo,

c’è lassù la stella

dai contorni tuoi,

illumina,

guarda qua,

 

si dirama in costellazione,

e così prende forma

di te.

 

Scorri a fiumi,

ti sento dentro me,

 

il cuore palpita,

la voce tremula.

 

E credo non dimenticherò

il tuo sussulto,

la musica della tua voce.

 

La notte domina più in alto,

il tuo sguardo obliquo

di nuovo alla parete,

 

cosa darei per vederti così,

per racchiudere

e non dimenticare più

quest’attimo,

 

vorrei dirti più

di quello che posso,

ma tu sei più

di quel che so,

 

fermati attimo

e lasciala impressa,

sì.

 

Guarderei solo te,

non vorrei mai più perdere

i tuoi gesti, i tuoi sogni, le tue parole.

 

Voglio te,

i tuoi occhi

e i tuoi soffici capelli,

 

non dimenticarti mai

di me.

 

Scende ora la pioggia lieve,

i pensieri non vanno però altrove,

 

diventi fluida come l’acqua,

pura e sincera

coi tuoi problemi,

le tue dolci esitazioni,

e io ti voglio veder

per sempre così.

 

Picciola mia!

 

Sei splendida stasera,

fantastica sai.

 

 

 

L’alba del domani sarà petalo tra le nostre dita

 

“Cosa fai lì sconfitta,

stesa e un poco afflitta,

direi dalla luce trafitta?”

“Dai se proprio insisti,

tolgo il cappellino,

agito i capelli”

“Sì,

vibrazione austera,

sento in te il sapore della sera”

“Vorrei dirti una sola parola

ma la nebbia mi scolora”

“Se credi sia giusto,

socchiudi gli occhi,

col dito sfiorami,

materializzati,

l’inverno non ci può avvilire,

ti prego, dai,

non scomparire,

non dissolverti ancora”

“Deh mio simpatico amico,

non ricominciare,

io non mi soffermo mica”

“Uh guarda che carino,

il piercing e il nasino,

l’introverso giro in tondo fino”

“Ohibò,

che dolce l’hai notato”

“Dimmi un po’ allora

cosa ti trattiene?”

“La sabbia, il vento,

la maglia, il tempo,

l’ultimo elemento”

“Quale?”

“…”

“D’accordo fa come vuoi,

lo scoprirò”

“Non c’è numero che tenga,

ma un’unica sostanza

allora stringimi forte amore,

dimentichiamo tutto

e scopriamo l’assoluto

avvinghiati come ultimi eroi”

“Sono stupefatto

dal tuo sguardo, dal tuo volto,

dal tuo corpo,

credo che la notte

sarà l’ultima vittoria,

se il mondo crolla,

i nostri sogni sfumano,

l’erba cessa di crescere,

noi ultimi reduci

ricostruiremo la vita,

l’alba del domani

sarà petalo tra le nostre dita”.

 

Il Giardino di Epicuro

 

Goccia di rugiada,

quattro di mattina

il giardino respira di follia,

 

si prepara la festa frugale,

feta, orata mandorlata

e un cotilo di vin mielato.

 

Passa la ragazza,

capelli raccolti,

trucco accennato,

corpo snello,

 

vademecum sotto il braccio,

 

pulsione di vita in petto,

 

è stupendo il profilo!

 

Un bacio sulla guancia,

l’altro mi sfiora le labbra

 

con sapore fulgido d’incanto,

 

e poi il ciondolo e il pendente,

il braccialetto spigato,

finemente intagliato in bronzo.

 

Entra il maestrino,

solleva lo sguardo,

anzi lo abbassa in alto

ascetico ed intorno fa le mosse

mentre lei con due o tre smorfie

si inchina e si intarsia,

si strapazza,

 

vai giovine pulzella,

vai piccola frigente

e fringuellosa slinguacchiata

e decorosa.

 

Cara siamo soli,

cogli le asciutte parole.

 

Volgi l’indecente,

ci basta poco per essere felici,

dai con la bacchetta

dirigendo austeri

l’orchestra con la pace,

con la gioia,

con l’amore e la fortuna

dei nostri anelli

 

eliminiamo dal mondo

violenza e guerra,

 

le scritte nei cartelli,

 

i disegni sui fumetti,

 

sui manifesti l’orma

dei pennarelli.

 

Vai raccogli l’aere,

 

inspira l’anima della natura

tramite lo spirito diventa pura.

 

Vai distesi a terra,

poniamo la brezza egea

e chiamiamola flemma e purea.

 

Vita straordinaria,

il sussulto divino si scorge

nel semplice barlume affino,

doniamo noi stessi alla causa,

al bene comune,

 

l’orticello del dispetto

devastiamo coltivando il rispetto,

 

e vita eterna nell’amore

e nella cenere il mutamento statico e ciclico.

 

La ragazza di Dublino

 

“Spremi il tuo cuore!

Con speme scandisci le parole!”

 

Sto svitando cardini e cancelli,

le fondamenta

della mia passione

sono obliqui raggi di sole,

vasti scoscesi campi da arare,

vitali illusioni da nutrire.

 

Mastodontici colonne,

templi castrici a coda di rondine.

 

L’architrave sembra seducente!

 

“Cogli il fiore!”

 

Sono assai distratto dall’incanto del vento.

 

“Poni ardenti assiomi…”

 

Ho mangiato,

in fretta il mio panino,

struttura cellulare,

impermeabile membrana,

pompa sodica e spola del potassio.

 

Nel silenzio vibra un phon,

la musica ancestrale in profondità.

 

Livido scolo.

 

Canuto argine dell’acquedotto.

 

Potrei divagare, impostar la voce nell’anfiteatro.

 

“Vai tranquillo!”

 

Sembra divagare

la previsione astrale.

 

“Scorgi le scale?”

 

Scade la ricevuta,

alto là,

l’imposta sudicia,

la baratteria dantesca.

 

“In anime ribelli

la chimera del tempo”

 

Scesi poi bazzicando

tra le strade del borgo.

 

“La corrente è un po’ avversa,

mantieni la promessa”

 

Ero un po’ assorto

nei miei pensieri.

 

“Lascia stare,

resta in piedi”

 

Passò d’un tratto

la ragazza di Dublino.

Il flusso allora si arrestò

e mi misi a parlare.

 

Come stai?

E perniciosa dove vai?

 

Rideva, dispettosa

e cinica non rispondeva.

 

“A volte il silenzio è l’incubo del portamento”

 

Ma poi d’un tratto iniziò a sciorinar parole.

 

“Vedi, è fiera!”

 

Le sue scodelle.

 

“Dove è il pragmatismo?”

 

Accordò la lingua

in intenso spulciare indecenze.

 

“Non disperarti amico

lei ti vuole bene”

 

Allora le coprii

le labbra con un dito.

 

“Guarda che occhi!”

 

Non so,

il mondo è sul suo volto,

la storia nel dondolare,

la conoscenza nell’indicare,

la sapienza nel fiatare.

 

“L’atomo è in paradosso scindibile

ma il legame no,

è solo apparenza,

resta saldato”

 

Mi colpisce più di ogni cosa

la dolcezza che ha nel parlare

ma soprattutto

la grazia nel baciare.

 

L’immagine dell’assoluto

nel cenno della testa.

 

Dodici chiavi ed una serratura.

 

“Non ti distrarre,

continua a fissar lo sguardo,

innamorati appassionatamente,

le gioie al petto e al braccialetto.”

 

E quando smette

carpisco il suo discorso,

mi svesto dell’orgoglio,

scaccio la vanagloria,

mi fisso allibito,

bocca aperta

e lei sporgente.

 

“Le sentinelle del sinedrio

parlano di vendetta,

lei resta estromessa

e allora espande letizia”

 

Schiarisce un po’ la voce

non tossendo ma ispirando

e mi mette al corrente

degli opposti, immanenti a loro

c’è la sintesi che li ingloba

ma allo stesso tempo

li contiene e quindi

annulla differenze,

c’è un’unica sostanza

e quindi il male si scorge

solo dall’assenza.

 

“Le virtù son sante e beate,

dal cielo e dalla terra benedette,

se scordi ciò che c’è in te,

perdi di vista il divino”

 

Irrompo e mi trascino estasiato,

educato alla libertà,

alla dignità, all’amore

e alla parola.

 

“La simpatia è universale,

ponila come premessa,

siam ginestre vesuviane,

stringiamoci in un unico abbraccio”

 

 

Cleopatra Selene

 

E va la gazzella,

carta attacca,

volge intatta,

preda al corso

d’acqua,

oddio che scacco!

 

La ragazza morsa

dalla taranta danza,

 

ondeggiamento sub sahariano,

regina della savana,

 

estasi statica.

 

Warhol fa graffiti urbani,

la ragazza domata trasforma

il lamento gutturale

in lemma soprano,

indossa le borchiette dark,

la zattera a triplo tronco

alla sorgente del Nilo azzurro

va .

 

Reginetta a pesca in apnea

stretta al timone,

 

allento la corda

e il tronco divarica

in trotto,

 

viandante va’.

 

Fiori cretacei tra i capelli,

cacci lo specchio,

trucco cretese,

labbro fenicio

semi sporgente.

 

E in un rollio kilimangiarico

sembri crapettare,

austriaca scura.

 

Vai,

comica zuffa,

luna violetta,

lingua sorretta,

patina asciutta.

 

Sogni il megafono francese,

il punk senese o berlinese,

la dedica con scredito,

l’urletto sollevato,

la seducente ondata,

il Clysma cobalto-cinambrico.

 

Cambia il taglio dei capelli,

il colore dei sentimenti,

la danzetta sta finendo,

rinforca gli occhiali da sole

e pensa,

riprendi il clarinetto,

scuotilo per dispetto,

nell’indecisione mistica

crea una moda,

una parola,

o una vivida storia

già fritta,

 

un aspide che insidia il calcagno

della tua discendente,

 

la flotta nemica

salverà qualche libro?

 

Kimery

 

Dam dam,

le spoglie spirituali,

zam zam,

sostanza al sommo grado,

la la,

astute simmetrie,

quo quo,

superflua venalità.

 

E scivolo sul piano inclinato,

mi manca un sostegno,

forza trasversale

e vettoriale inverso,

sditato un po’ cucito,

svampito twilightiano,

ennesima eclisse consoliana,

ambasciata emo zigzagata.

 

L’espansore a incudine

falcia il martello,

l’ultima occasione,

l’incubo del sonno di ragione,

nottuccia amore,

 

illuminista romantico

e decadente enciclopedico,

 

rosa e biancospino,

 

acca un po’ aspirata,

 

capo o coda o smilza

bicocca da sfinge.

 

Set set,

pentole bibliche,

pam pam,

sbrigata statica,

bum bum,

sorseggia mandorla sudamericana,

ven ven,

veltro spoglio da addobbo intrinseco.

 

Cado come sabbia,

clessidra formativa,

body modification

da scettro maledetto,

anello gianico e ceccato,

 

si fossi fumetto andrei all’inverso.

 

Beng beng,

golfo tarantino,

can can,

suono asciutto israelita,

bon bon,

maya nutelloso,

br br,

cancro in capricorno

uniti all’ordinata g

ascissa p-melissa

dell’equatore milleriano.

 

 

Lady Nietzsche

 

Agalma sbiadita

dall’incuria dei giorni andati,

non è finzione,

sei vivida in proiezione,

riflessa e maledetta,

in un angolo col libro

semiaperto,

e poi diretta al piano

ondeggiando.

 

Il silenzio del vento taurino,

la seduzione e l’ossessione,

natura e sonata frastornante,

pessimismo ridondante,

il bel sì alla terra,

elevazione spirituale diretta,

il litio in provetta

e sei più calma.

 

Dov’è la parola ardente?

dove il furore? In te si chiude

la storia come girotondo,

 

danza sugli specchi,

la tua gioia,

la fierezza permane,

e la voglia di sovversione,

 

trasmuti l’alma

e ti trasfiguri.

 

Booom!

Dondola la pioggia,

va.

 

Piange il sole,

luna altrove,

nero ardore,

corvo in Mole.

 

Strisciando intanto

sui rimasugli,

la vasta quiete

del sussurro

interrotta dal vascello silvestre,

 

le danzatrici,

la fruttaiola e l’uva,

l’intentio,

l’inaudita verdognola

pozione amarognola,

il rosmarino diluito

tra i capelli,

il rito sabbioso,

il rito tenebroso,

la voglia d’incenso,

la mitriaca valenza,

lo schizzo alla fontana scissa,

la solitudine vana,

poi la virtù velata,

la tracotanza infetta,

la magica rimessa intatta,

il rigurgito vitale,

la passione scardinata,

la sincopata arsura gelida.

Infine un ululato lontano,

 

poi il silenzio.

 

 

Da qualche parte

 

Da qualche parte,

forse proprio lì,

oltre il confine del mare,

alberga l’indicibile,

 

sguardi attenti, rivolte, gesti.

 

Sfiora il tuo viso l’inverno,

accenni un sorriso di nuovo,

piano, calma, non c’è fretta,

 

calma.

 

L’astratto, discorde, pudico,

velato cenno cinereo,

vita in versi, forse indifferenti

i gorgheggi preliminari,

 

eh eh, vedi la luce

intralciata dal velato

dolore lacrimato.

 

Dammi l’attacco,

l’ingorgo.

 

Dammi il soffuso,

l’illuso dischiuso,

 

poi zitta!

 

Qualche cosa dentro me

si muove.

 

Noci celebrali, impulsi magnetici,

meschini corsari dimenticati,

messi elettrici,

cause motrici attente,

teorie disdette, paralogismi,

canti come mandorli in fiore.

 

Dimmi di sì

sul predellino del sapere.

 

Dammi l’accenno

sul fiato ondulato,

 

magia del creato.

 

La pioggia!

È così che va la storia.

Così soffice il guanciale

del tuo corpo,

incantato il posto.

 

Così mi guardi di sbieco,

sempre sgocciola neve,

neve.

 

E scrollo le mura,

gli architravi dei miei pensieri.

 

Avvolte come cialdoni,

avviluppati discorsi

carichi di forza

e molecolari inscindibili,

indiscutibili, limiti intrinsechi,

 

a volte umidità labiali

tra me e te,

 

madori vischiosi,

calcoli finali,

 

trovami l’intro.

 

Dimmi lo so,

non lo trovo però.

 

Dammi il misto focoso

di ardore strepitoso.

Annunci

Ballate apicali

Musica; Edward Burne Jones; 1877

 

Et Amas!

aspetto da un po’,

tempo bastardo,

l’arrivo all’agognato assunto tramortito

spettro opaco

dalla rimembranza,

 

è sera già.

 

Due di coppe,

guarda,

 

sai chi sono.

 

Solo o sola,

è così,

sai di che parlo.

 

Tutta persa

dark side of the moon,

dark dance

under the grin of the stars,

sì, troppo bella.

 

Stasera non c’ho da fare,

hai carpito l’invito

dicevo, vieni a danzare

sotto le stelle,

 

sono qui per te,

bellina,

odio gli esseri umani

anzi no

loro non ci sono.

 

Ma tu mi conosci

ti do l’anima.

 

Dai è tardi,

vieni stanotte

tredici passo quarantotto.

 

Spoglia

come l’autunno

laudamus

 

la guancia destra tua gonfia

nel gorgheggio.

 

Non sono solo

se tu

mi guardi dal basso.

 

Lo so,

hai detto tacita tutto con lo sguardo,

ma guarda altrove

dolcissima mia adorata

d’assenzio solubile

e fragile

traslucida riluci incatenata

all’apparenza

che risuona stanca in sordina

a controtempo

nell’atto dell’attacco.

 

Sono giunto

all’apice

del godimento,

 

amami.

 

Dove sai,

tra viuzze di sentimenti dimenticati.

 

E anche ora davanti a me

piccola mia follia

delle stelle sei lo specchio

quando mi guardi

sento le vibrazioni

astrali dell’amore concentrarsi

 

tripudio di te.

 

E sei così

scapigliata

tutta matta

stendi languide lenzuola

e mi arricci

l’entusiasmo

che svogliato fugge

e si ritrova sempre

negli oscuri lucidi

chiarissimi

occhi tuoi.

 

E ti amo

ma mi perdo

sempre lì

in queste viuzze

di sentimenti dimenticati.

 

Duplice è la settimina stanza

di prima

incline ad assi scoscesi

e questa la comprende nella somma.

 

Ed è vendetta terrena?

Semplice oltraggio,

ditirambo etereo

dell’assunto in proporzione

che erode ma con calma

piatta tra specchi rampicanti.

 

Le lire suonano stanche

nell’eco della cattedrale civile

e tra santicchianti consonanti

slinguetta

una dama nuziale.

 

Ma lo sposo giocondo

è solo

e non sente

che vilipendio

per la tenebrosa attesa.

 

Mille frammenti di anime perse

nello sguardo celato e cortese

quando

vassallo è pretesa d’eterno

diritto.

 

Le lacrime gocciolano amare

le lacrime gocciolano amare e fulminee

tra gli occhi del signore esausto

dell’affronto

che con lacci al collo e alle giunture

spezza il fiore di chi senza colpa

fu vittima di questa

e poi di quella,

in conseguenza dialettica,

 

terrena giustizia

dal sapore aspro di vendetta.

 

Vidi la cerbiatta bianca

d’ebano e arcadica semita

capretta rarefatta

innamorata

o in cerca d’amore

 

dolce principessa

dei boschi

e del cielo schiarito

dalla luna.

 

Ed hai pretese

o solo sogni desti

in pieno giorno

o quando mi cerchi

pensando intensamente

all’orario fissato

sballottolo selciato

d’ambrosia serale

nello scuotimento ottagonale.

 

Senza più speranza

il primo della corte si innamorò

di un’ecatombe celeste

e degli occhi

che sai già

in quanto detti

ed in contemplazione eterea

vissuti.

 

La penombra

sarà la mia vita

di nuovo Orfeo,

 

disse.

 

Ma chi guarda

sputa invidia

ed è servito

il lauto banchetto

dei sogni

di una ragazza

persa per sempre.

 

Persa sola ma comunque salva.

 

Sento ancora

il tuo sospiro.

 

Pensi a noi

tempo fa

nell’attico

o

al pian terreno

del limbico palazzo

sotto la luna

anno iniziale

del millennio.

 

Tesoro

sai

che se scelgo ora te,

dicembre,

il mondo

cambia

e anche noi.

 

Scelta diversa

la mia,

la nostra.

 

Nel baratro,

nell’inferno.

 

E, ne hai ancora memoria,

del ti amo,

dell’innamoramento strano,

volevi me

volevo io te

ma la realtà

non cambiò,

 

diversa scelta

diversa resa.

 

Ora solingo

ci ripenso a quell’ennesimo

varco temporale,

 

roca cara,

amore mio

nella parallela

corrispondenza altera

del mondo accanto

che intuiamo nei sogni.

 

Di fianco io e te

senza psicotropi,

ammanto io e te

e vivande alte

sciorinanti

verso l’abisso noi

verso il ripiano loro,

 

tu comunque ti sei salvata.

 

Salva dal profumo di un amore eterno,

 

e ho già parlato

credo e penso,

ma stanco riprendo

il tuo volto tra mille.

Piccola mia divina

sei ciò

che manca.

 

La danza comincia

ma non si può

con le parole superbe

ricrearti

se non nel ricordo.

 

Cara mia amata

loro

senza ritegno

cercano vita da distruggere.

 

Nell’aurora

i nostri sensi

troppo ebbri

potrebbero perdersi

tra le profezie di Daniele

e le scardinature categoriche,

loro,

 

sono terribili

belve inaudite.

 

Amore cerca

la via

per l’ultimo scampo.

 

Loro

distruggono

i nostri sogni ingordi.

 

L’aurora

ci sopisce

e noi avviluppati,

braccia nelle braccia

e sangue nel sangue,

 

amore mio fuggi lontana

i lupi famelici

distruggono

la nostra iridescenza

e il profumo di un amore eterno.

 

Ed in dimensione oltrepassata

giunto al qui ed al ora

della dodicesima di undici raggomitolate

che poi è questa

sono pazzo

 

un pazzo che rincorre un’ombra perduta.

 

Eccoti,

cosa sei diventata?

Più felice

eppure spietata

contro la verità.

 

Non lo posso accettare,

tuttavia

vado via

come sempre

ultimi tempi.

 

Amore di una volta,

indifferente.

 

Ed io ricordo

il nostro ondeggiare

come danzanti mano nella mano

tra le strade

di una Pomigliano autunnale.

 

Ma l’inverno

annebbia

i miei tepori

e tu lontana,

io a te ancora vicino.

 

Amore mio,

guardati e guarda me,

sono divenuto

l’ultimo folle

e più atroce

delirio

dell’inutilità

della mia esistenza

 

e la tua serenità

sobbalza

e si impone in te

perché figlia dell’oblio

autoimposto.

 

Le tempeste

di inizio millennio

sono echi oramai lontani

tra le veneziane semichiuse.

 

Amore di un tempo.

Vita di un tempo.

Passione di un tempo.

 

Amore mio

racconto ancora

quella storia

di un pazzo che rincorre un’ombra perduta

 

ma la storia ora

è l’attuale

tempo unità immaginaria

spazio reale

 

complesso il numero

del dissenso

 

e sono qui così,

esiliato in terra Tracia

alla ricerca del tesoro,

quello interiormente alchemico

da alambicco spirituale

secernente assurdo astrale.

 

Tesoro!

Brava!

 

Ecco svelata la tua

duplice ombrosa

finezza d’intenti.

 

Nell’istante perduto

in cui ho capito

che ero una semplice abitudine

il coltello

affonda

metafora gira godendo

ma è mia la ferita.

 

E folle

il fendente

galeotto

fu il vostro verso

a questo avverso

carissime,

 

il mio fu a me mortale.

 

Eccoti, brava,

trottetta in sottoscala,

 

ero il rifugio

di un’anima parva,

 

solo sciocchezze.

 

Ma lo sai che la malignità

non mi spaventa più

e un colpo suadente

mi schiude

le tempie

nel momento in cui

il bacio

sporco vostro

cambiò le sorti

del mondo.

 

Tradito

dal senso,

e tu

dell’arma bianca

su di me

non sentivi

nocumento

e tu

della pietà vendicativa

non ti curavi,

non la sopportavi.

 

Ma sappi che

l’esilio

in terra Tracia

l’ho sorbito

e l’ho vissuto sulla mia pelle

 

soltanto.

 

Ero lì,

sono lì,

in tensione sull’abisso!

 

Solitario nella notte

il respiro del vento

e il tuo lamento come eco,

 

l’entusiasmo

spento ormai.

 

Ti vorrei

ancora qui,

amata

nelle tenebre,

vorrei gli occhi tuoi

d’amarena

nella notturna

sonata.

 

Attraverso

lo specchio

il tuo sguardo

celato

dalla

pagina bianca

appena letta.

 

E penso

solo a te

anche in questa nuova vita

sei la linfa

dei miei giorni persi

ad un passo

dalla tua voce

lento serpentino

sussurrio,

 

tutta mia,

 

voglio te!

 

Passa l’anima

ma il corpo

non muore mai

ad essa consustanziale

 

l’alma la obnubili

ma si ribella

come desiderio bramoso

all’ombra

dell’ultima luna

 

e non è una serenata.

 

Godimento,

godimento ciò che conta,

pullulare

ed istinto bestiale,

 

in tensione sull’abisso.

 

Sembri una leziosa peccatrice

salvifica perversa

 

e noi

splendiamo tiranni

alla discesa

verso il mare

 

ma ciò che facciamo

non è nelle nostre brame;

 

siamo fulgide speranze di periferia

mentre la tua luce

brilla

candida

e pullula

l’occhio destro

anzi il sinistro scomposto.

 

Ed eccoci qui

 

tu non reggi il confronto

armonioso

e l’estetica

si spegne lenta

col passare del tempo,

 

un amore intrecciato

da mille tormenti

resta l’ultima spiaggia.

 

Mi senti?

Perché non rispondi?

Sei la solita tu

variopinta

cristiana

ateizzata

dal balzo

immaginifico

sulla ripa che scoscende

nella tempesta

dell’amore

di cui parlavi

e che

non sapevo.

 

Che fine ha fatto l’entusiasmo?

 

A trent’anni

due noi

siamo,

sono

il relitto

corsaro

nella fossa delle Bermuda

affondato,

sai

 

io baciavo

labbra che non erano tue.

 

Golfo del Messico

e radura ombrosa

per dimenticare

quello che io dico

e tu non sai.

 

L’inferno

qui

è peggio

del fuoco,

cammina

con me,

volto divino mio

sei lo sguardo

unico

salvifico

 

leziosa peccatrice perversa,

mio madrigale della terra,

 

mandrie di sciacalli

sulle nostre orme,

 

mandrie di selvaggi

ritti tra le fronde.

 

Tramonta!

Tramonta!

Corna e furore!

Tramonta l’occidente.

 

Viso e scandalo,

tramonta,

 

un grido soave.

 

Nelle acque candide

della rocca

opaca;

la voce è moderna

e postatomica,

 

l’Impero Romano

rigenerato,

 

mille fiere,

mille fiere,

 

tutti schiavi,

più di due terzi

dei mortali,

 

genti umane,

 

fisco grande annientamento,

 

mai italico popolo tanto oltraggiato.

 

Fiammetta

piange

alla riva,

 

quella strana.

 

La Madre terra

in rivolta,

 

gemito ancestrale,

 

l’asse terrestre,

epoca di materia

il Seicento

il Nuovo Millennio,

 

epoca di spirito,

acquario,

Terzo Millennio.

 

Suona la lira

dei giorni d’oblio,

 

ninfa alla sorgente,

Pallade,

Gea,

Europa,

 

essenza è ancora sera,

 

figli noi della terra.

 

Nel cuore il viaggio.

 

Mi assopisco,

suona il flauto

mentre

Morfeo getta

braccia

ai tuoi seni,

 

sono lucide

le realtà

raggomitolate,

 

strane,

 

straripa il sentiero

del mondo

nuovo,

 

Colombo

soffio di vento

uomo di vele,

uomo di mille pene.

 

Cantilena,

gira la schiena

dal tritone

sorge il sole,

sorge il sole,

 

aurora,

terra! terra,

vita,

 

Terra!

 

Reverse divertito,

suono d’assenzio,

 

centrale

nucleare

 

lumi delle mie brame

sogni germogliati

acidi folletti

e Torquato,

 

acidi intrugli,

 

il peyote

e lo sbalzo quantico,

 

piegatura della rosa,

svolazzo dell’estrella,

nome e gloria.

 

Dentro il cuore c’è la viola

e nella viola forse il sole muore.

 

sulle pendici dell’ultimo pensiero sincero,

lungo le scale

perdute del tempo

come assurde invenzione

escon fuori parole

grigie come giornate

di nebbia

e paure,

forti nel cuore

realtà mai immaginate,

nel sogno

verso il passato,

 

ed ora

è tutto perso

tra tralicci

di versi

eterni,

 

ma muta

silente

il tuo

perduto

amore.

 

Così che

anche le notti

siano più lunghe

e senza più lettere

scrivo col gesso

su muri spersi di sera

mentre tu

lontana

ma vicina all’ostaggio

dell’anima mia

 

e il treno

senza pudore

sfreccia

ingiallito,

 

una sigaretta.

L’attesa

 

verso l’inferno

delle nostre storpie illusioni

 

ora solo mie.

 

Deturpano tutto,

l’umana sorte

ed il nostro amore

che è insabbiato

e insudiciato

da chi,

come loro,

senza pietà

 

ha rubato

per calcolo e valutazione

o per divertimento

parossistico

e stolto

ciò che traslucido

era nelle mani.

 

Ribellati al tuo destino

sulle pendici

dell’ultimo pensiero

sincero.

 

Non è forse

ciò che ricordi?

L’unica cosa?

 

Quella da Melisenda

agli accordi

è ciò che perdemmo.

 

Ma se tu non tramonti

io continuerò a soffiare.