selendichter omnia

Selendichter

di Giovanni Di Rubba

THIRASSIA LA CACCIATRICE

1

Forse non mi mossi mai di qui, non raggiunsi posti diversi, non viaggiai, mai, e soprattutto mai feci quel viaggio, il folle e ardito viaggio, il viaggio che nessuno osò e che proprio a me fu commissionato dal Grande, dallo “Stupor mundi”. Perché proprio a me? Forse gli ero simpatico, gli era simpatica la mia umiltà mista alla voglia di sapere, la scarsa vanagloria, o forse semplicemente di me si fidava, sapeva che mai l’avrei tradito, d’altronde non potevo, gli dovevo tutto e quella missione era il minimo che potessi fare per ringraziarlo. E magari un po’ mi appassionava anche, non ne sapevo, l’esistenza di quel mistero, il vecchio libro trovato ad Alessandria già parlava di lei, dolcissima, sublime, incantevole, superba, effimera, magica. Non c’è dubbio, arabi e cabalisti la sanno lunga, e questo sua altezza lo sapeva bene, si è sempre fidato di loro, li ha sempre stimati ed apprezzati, di sicuro più di quei personaggi per cui anche lavoravo io, quel clero vanaglorioso e chiuso. Mah! Certo, il viaggio non c’è mai stato, come disse il messo, mai. Io sto vaneggiando sulla sabbia, sto delirando, sto incautamente sfiorando il limite della saviezza, devo credere in ciò che mi dicono. Più che una richiesta, una preghiera, è un obbligo: “devo”, altrimenti la fine non sarà certo gioconda, non sarà certo una fine gaudiosa, il mio corpo diverrebbe come è ora il mio spirito, travagliato, dirompentemente afflitto. Devo dimenticare se c’è stato qualcosa, devo obnubilare per sempre la mente, devo lisciare gli umori secernendo la mia parte assente, direbbe il mio caro amico, amico di Salerno. Che fine avrai fatto? Avrai tradito anche tu il Grande? E lei, lei, lei, lei dunque non esiste, è una fantasia, una diceria, una superstizione, e si sa com’è, tanto ci lavori con queste cose che alla fine finisci per crederci anche tu. Quindi grattiamo la mente come legno su tavoletta, tabula rasa, dimentichiamo tutto, se c’è stato qualcosa. Ma visto che quel qualcosa non c’è stato e che lei non esiste dovrebbe essere ancora più facile dimenticare. Anzi, no, più difficile, è facile liberarsi dalla realtà, facilissimo ( basta sognare), dalla fantasia no, da quello non ci liberiamo facilmente, e sì che ce ne vuole, impresa ardua. Ma sì, perché dovrei ricordare? Non ne vale la pena, ormai è finita e di qui non mi muovo, triste esilio, triste sventura pensare ai suoi soffici ricci silvestri senza vederli, senza sentirne l’effluvio superbo. Che leziosità, che suono armonioso il suo corpo, i suoi capelli, evocatori di nascosti sentimenti, profumati capelli, amorevoli capelli, ancestrali capelli. Mossi come il vento e dal vento, piante rampicanti del silenzio. Non possono non esistere. Tutto ciò che è pensabile è esistibile, e a maggior ragione i suoi capelli, e quindi lei, la visione idilliaca della Foresta Nera. Lei, e cos’altro? Nulla. Nulla, solo lei. Lei c’è. C’è, traspare nella mia mente, la sento ora, le onde del mare perfino sono intrise di lei, è ovunque, anche qui, al mio fianco, sul bagnasciuga. Lei c’è, ma non esiste. Non può, (pensa alla tua fine stupido), già non può, (pensa alla fine dell’Imperator), già, senz’altro non esiste, è stato un sogno, lei non è mai esistita e certo mai esisterà.
E se lei non esiste io non devo pensarla, anzi senz’altro non la sto per niente pensando, se non esiste come faccio? Si può pensare una ragazza che non esiste? Lungi da me fare cose irrazionali a tal punto, neanche istintive (se avessi un po’ di spirito e spinta alla sopravvivenza), proprio irrazionali pure. Sì sto perdendo tempo a fantasticare su qualcuno che non esiste, che non c’è, deve essere la Grecia che mi fa tale effetto. “Dannati romei” direbbe il mio precettore, “credono di saper tutto, di essere ortodossi, sono un branco di usurpatori e chiamano noi usurpatori, noi che abbiamo documenti incontrovertibili di discendenza diretta, noi siamo romani, non loro”. Mi sembra di sentirlo ancora, a Napoli, quando si infiltrava nello Studio come allievo e smuoveva le palpebre sognanti pensandola ritorno del veltro, “e se torna occorre esser pronti, prossimi alla fine se siamo, verso il preludio tendiamo”. Sempre ossessionato da questo, limitetti, limitucoli, ma che, più in alto, più lontano sono i sentieri, un giorno verrà, diceva, è scritto ovunque. Poi citava versetti, le Sacre Scritture in primis, poi il Corano. E che biblioteca aveva, rotoli sparsi ovunque, mai ordinati però, mai catalogati, un uomo così austero, un uomo così razionale che odiava l’ordine, proprio non gli stava a genio. I libri vanno vissuti, non conservati, sbottati, come se lui fosse un libro, spostava le sue azioni ai libri, si identificava con loro.
In ogni caso non perdiamoci, purifichiamoci, anche queste sono distrazioni, devo letiziare tramite la ragione, dimostrazione incontrovertibile che lei non esiste né esisteva: niente le diedi, niente mi ha dato, dovrei avere un suo ricordo, una ciocca di capelli purpurei, si dovrò senz’altro avercela, ce l’ho? No, allora non esiste, non esiste. E se l’avessi persa? Non ricordo di averla persa e meglio ancora non ricordo di averla mai avuta, quindi se il ricordo non inganna non esiste. Ma questo ricordo che non inganna sull’inesistenza è un ricordo che inganna sull’esistenza. Paradosso! Anzi paralogismo! Paralogismo uguale delirio. Io uguale pazzo furioso. Un demone è in me, error demonio il demone c’è in tutti. Illustrazione macchinosa, ricordo lei ( che, premessa fondante non esiste) me lo disse, due parole, due parole me le disse, ergo esiste. Ma che ragionamento è mai questo, sei tu che attribuisci queste parole a lei, potrebbero benissimo essere una tua costruzione, un tuo pensiero, non suo, di un ente che non esiste. Non esiste! Ma che ho detto poc’anzi? Tutto ciò che è pensabile è esistibile, e allora santi numi, vergine immacolata, per l’intelletto di apollo, lei esiste. Sì, ma esistibile e allora? Potrebbe essere esistibile ma non esistere ancora e quindi tu non puoi averla incontrata, oppure esistere già e tu comunque non l’hai incontrata. Non stai dimostrando nulla bello mio. Ti basi sul ricordo, il ricordo è fallace, elusivo, rivoltoso nei confronti del reale, filtra immagini, secerne pensieri, pensieri, inaffidabilità, pura inaffidabilità dunque. Il ricordo è tuo, pur sempre tuo, solo tuo. Non è condivisibile con gli altri, o almeno non lo è nel senso che noi attribuiamo alla condivisione. Il ricordo generatore di pensieri non si condivide mica come si può condividere un sandalo, o due soldi. Si condivide se c’è empatia magari il ricordo, filtro del reale già di per sé, tramutato in pensiero, tramutato a sua volta in scritto o verbo, ma in tal caso i meccanismi di trasmutazione sono già diversi, tanti, troppi e il reale sfuma, non è più tale. E poi in ogni caso ognuno capirebbe ciò che vuole, noi scriviamo o parliamo in ogni caso senza renderci conto di ciò che diciamo, sono gli altri che danno un senso a ciò. I nostri principali intenti non sono mai attesi a prescindere che tali intenti non li neanche conosciamo.
Ah! Le onde del mare che si infrangono sullo scoglio d’amore. La sabbia soffice, pura, lieve. Mi avvicino alla scogliera. Oh! Abisso! Stupendo, mi perdo in te, folle volo, voglio te. Abisso io ti guardo, tu ci sei ed io son qui, tra le rive di quest’isola. Abisso io ti amo, sprofondo in te. No, no, non ci sprofondo, no, ma che. Io resto qui. Qui semplicemente a contemplarti mio favoloso abisso, mio infinito. Sì sono intorpidito da te, dallo sguardo silente di ricordi sbiaditi, ricordi tesi nel vento in un istante, sì in un attimo compare la tua figura e sento il sussulto intrepido, vorace e dolente. Lo ricordo questo sussulto, sussulto generato dal tuo sussurro, il sussurro, un tuo unico gesto e poi le mie parole si arrestarono e restò il tuo docile volto, indissolubile. Eccolo! Eccolo, lo vedo, sì lo vedo, lo vedo tra questi abissi, tra i marosi lo vedo. Sei tu. Non posso creare ciò, esisti e ti ho incontrato. Il tuo volto è lì dinanzi a me, dinanzi a questi occhi incauti, mal dimessi, dinanzi al silenzio, loquace, fluido, diluito, tenebroso, i miei pensieri eccoli, eccoli, m’invadono ma si inchinano al tuo apparire tra furie scoscese, in estasi il mio spirito al ricordo. Sì al tuo ricordo.
Non reggo, no che non reggo, devo sedermi, posare il corpo sul tenero, soffice manto silicico e sdraiarmi, rilassato sì, devo riposare, devo. Ignorarla se esiste, ecco cosa devo fare, non calcolare una possibile esistenza, saltare l’addendo e giungere alla somma, ignorarla come si ignora l’abisso e dunque i suoi occhi. Soffermare il mio sguardo sul bagnasciuga, onda avanti, onda indietro, ritmata, non mi invade va per fatti suoi, non mi considera e non devo considerarla, anzi meglio, chiudo gli occhi così ne percepisco il solo suono, ah che meraviglia! Sì questa è beatitudine, pace celestiale, l’onomatopea, mi sfugge, lasciamola ascoltare, non ripetiamola, vai mare.
Ah ascesa contemplativa! Volteggio, mi muovo ciclicamente, sono un pianetino e allo stesso tempo l’universo, miriade di pensieri spazzati via, nulla quindi tutto nella mente, anche il rumore esula da questo accordo, sì trovo venia così, nell’oblio.
E lei finisce preda del mio sentire, sì si avvilisce ella stessa, dunque se percepisco lei avvilita lei è senz’altro me, io sono lei, lei è rimasuglio della mia anima, dell’azione spiritica, lei è quel che resta del mio sapere, una vittima agonizzante che in agonia chiede venia, perché son io che chiedo venia, che non voglio dissolvermi. Così lei lamentosa scompare, lentamente e lenta si dissolve in liquido multiforme e lei, di nuovo lei, lei informe.
Eccolo! Eccolo di nuovo, dannazione! Lo vedo il suo volto, il suo capo, la sua testa da cui germogliano viole del pensiero, c’è, è di nuova impressa, vividissima.. taglio penetrante dello sguardo, lancia superba che sgocciola assenzio, malefico veleno ebbro, o dio mio perseico furore. L’indolenza dei capelli, sembrano tramutarsi in serpi, triskeli sapienti, incubo. Diviene la sua dolcissima essenza figura orribilante, paura, giaciglio del dolore e del peccato, della maledizione. Eccola l’infausta testa, si stacca, si stacca come capo gorgonico dal corpo e rotola, tra piani scoscesi si dirama e mi fissa, intatto il timore, cupo il fragore, folgore da belva. Risvolto immondo.
Silenzio. D’improvviso il silenzio, il sudore sgorga. E la testa che crolla dal corpo, come quella del battista che per la argentea invidia è soggetto a sciupio, si riflette sull’elmo, come tra le inesplorate terre del nord, come mare che si trasmuta in sostanza solida, impedendo la navigazione, vandalica rimessa, arrendevole. Fiamme di fuoco dalla lingua smerigliano e un solo ricordo permane. Bacio. Un bacio. Ecco il tormento! Le nostre labbra si sono sfiorate. D’accordo, va bene. Ma perché tormento? Se fosse stata una qualunque ragazza non mi avrebbe assillato. Sarebbe finito lì, non sarei qui. Ma c’è di più, c’è di più. Insita è una congiunzione astrale, un intruglio sesquipedale. Nelle mie vene il sangue geme, porpora fenicia su imbarcazioni da speroni folli fanno strada. E soffro, bramo, soffro. Sono maledetto!
Compare d’un tratto una figura, sbiadita effige o forse corpo reale, liscia capigliatura figlia del miglio, occhio cobalto, allucinazione forse? Parlerò con lei, alemanna naufraga insabbiata, lei sa, deve sapere, se è ed esiste saprà, se non esiste mi farà ricordare, stuzzicherà l’animo mio, la mia mente, il flusso di ricordi.
Salve alemanna, tu che vieni dalle terre maestose, dalle terre selvagge e possenti, tu dunque dimmi, lei dov’è? Dimmi, come sta? Tu saprai dell’eterea presenza, rendimi edotto, porgi la tua conoscenza a questo tormento di spirito, lei è la fonte più pura e più oscura, tu devi aiutarmi, straniera aiuta chi servì il Grande, lei dov’è? come sta?
Ma il raggio obliquo del sole maledetto, dell’accecante potere sbieca la mia vista e al ritorno non v’è presenza, ulteriore fantasia, ulteriore vaneggio, devo concentrarmi su altro, lei non deve assolutamente entrare più tra i miei ricordi, né nel mio presente, non deve. Dimenticare. Dimenticare. Devo dimenticare il godimento contemplativo la femminea potenza, le mani saette repentine.
Quando la vidi, perché la vidi, quando la vidi dicevo la prima volta, lei non c’era, io non c’ero.

2

Tu non credo mi capisca, non credo proprio, e comunque non è detto che debba farlo. Anzi ci rinuncio, sì ci rinuncio proprio io e non tu. Sei viscido oserei dire. Sono stanca di questo giochetto, proprio stanca, esausta, non ce la faccio più. E non ti credo, giuro che non ti credo, non sei sincero, non mi interessa più. Non mi interessa del potere, fottiti tu e il potere, non mi interessa di essere la regina, sono la regina del nulla, perché tu sei meno di nulla. Ti odio e punto. Anzi nemmanco ti odio, sarebbe troppo. Mi sei semplicemente indifferente. Puoi andare pure a quel paese, restarci, fotterti ancora, con garbo, sì fottiti con garbo e buona notte, principessa io? Ma principessa di un beato cazzo. Stronzo.
Tu mi ami dici. Mi ami. Ma si sente, io lo sento, è un amore che ti somiglia, un amore ipocrita, falso, opportunistico, un amore di comodo, di vantaggio. Un amore del cazzo. Ti sembra giusto? Dimmi, ti sembra giusto? Ti sembra giusto approfittarne? Godi, sì godi ancora, fammi sentire. Ma io, io dove sono? Io chi sono? Sono il tuo giocattolino, o no? Illuditi di illudermi ancora con frasette di commiato, coprendomi d’oro, coprendomi di lodi. Lodi striscianti, lodi da rettile, lodi da te. Lodi dipinte su te. Quando mi lodi, lodi in realtà te. Ed è bello? È bello, dimmi? È bello essere lodato? È bello ricoprire di attenzioni il nulla? È bello ricoprirti di attenzione, vai vai.
Chi sono io? Eh? Rispondi pezzo di merda. Chi sono? Lo sai? Sarò qualcuno io? O forse sono chi dici tu? Ah sì, è così, tu sapresti chi sono io ed io no. Bene! Molto bene! Stronzo, stronzo bis. Non sai nulla, non sai un cazzo. Non ti chiedi se soffro, se sono triste, se sono felice? Non te ne fotte, è vero? A te interessa altro, interessa vedermi così come vuoi. Bene, bene, bene! So di non poter contare su di te se ne ho bisogno. Se non so chi sono io so chi sei tu, una merda su cui non posso contare.
E che vorresti, dillo, che vorresti da me, che vorresti? Sai già, ma di ciò che tu vuoi a me me ne sbatte.
Ti sei imposto come un cane rabbioso. Ricordo, sì ricordo. Io non avevo nulla da perdere perché ero ciò che sono ora: nulla. Ti ho dato tutta me stessa, ogni sorriso, ogni sguardo, ogni sussulto, ogni gemito. Ho fatto ciò che dicevi non perché mi fidavo di te, no mai, mai fidato di un elemento tale, ma solo per curiosità, per divertimento, per spasso, per una fioca speranza che si accendeva in me, la speranza che un giorno qualcosa sarebbe cambiato. Illusa.
Illusa ed ingenua. Ascoltavo le tue parole, le parole di una marionetta, sì una marionetta perché questo tu sei, non hai una personalità, non hai un cazzo. Non ragioni tu, sei dentro una realtà più grande di te e che non sai gestire, sei un mostriciattolo plasmato da te. Non mi interessa se hai ragione, resti un deficiente, un deficiente che per di più è pure bastardo e infame.
Stronzo che mi vieni a dire: bellina devi impegnarti di più. Ma impegnarmi vallo a dire a chi sai tu. Stronzo tris. Non faccio neanche granché, è vero? È così? Ma muori. Chi cazzo credi di essere. Vuoi soggiogare tutto padrone del mondo ma a me no, non ci riuscirai, falli con qualcun’altra i tuoi giochetti, io sono stanca. Stanca.
Volevo cambiare, è vero, ma volevo cambiare la mia situazione. Non certo me. Quello mai. E nessuno ci riuscirà, figurati uno stronzo come te. Fanculo. Cretino di merda. Deficiente. Illuso. Io penserò sempre, sono viva e penso. Punto.
La mia musica, i miei sogni, il mio amore. No quelli non li otterrai mai. Credi di controllare la mente degli altri ma sei tu che sei controllato, sei tu che sei vittima di te stesso.
Mai, mai. Io non smetterò mai di sognare, di emozionarmi guardando un petalo caduco, caduco come il mio spirito, un petalo luminoso ed intenso che non si arrende, che geme ma non muore. Non posso rinunciarvi, no. Mai. Finché emetterò fiato guarderò sempre la volta celeste e la mente viaggerà, la confusione che è in me esploderà, seppur silente sarà assordante. Perché è silenzio vitale. Io danzerò in cima ad una nuvola color del cinabro e gioirò, gioirò perché vivo, e per sempre vivrò.
Non smetterò mai di sognare uno sguardo di passione sul mio corpo. Una voce, un sussurro sul mio collo, un sussulto sulla mia pelle. Una melodia pura che risplende nel mio cuore e che nulla potrà mai spegnere. Io non smetterò mai. Mai di chiudere gli occhi e vedere l’infinito, l’assoluto. Io non smetterò mai di guardarmi allo specchio, nuda. Di ondeggiare sotto le stelle con passione, di dipingermi il corpo di speranze, di sincerità.
Non smetterò mai di godere, di godere nel cuore della notte, di percepire i profumi della primavera in pieno inverno. Di godere ancora, e ancora. Di godere dell’armonia di un corpo in estasi. E vivere mille volte un istante infinito, sentirmelo tutto addosso, su di me.
Non mi annullerò mai, non sarò mai come vuoi tu, un contenitore di nulla, ancora nulla, nulla è la tua parola e ti ripeto, nulla sei tu.
Non smetterò mai di essere me, di scrivere sui muri il mio nome, di gridarlo al mondo, di correre e poi stanca riprendere, di ansimare e non annoiarmi mai, mai, mai di me.
Io ricordo me, e sono ancora io, e sono ancora mia. Non mi distruggerai, dentro me freme un mondo, e sarà quella la realtà non tu.
E lasciati dire ancora un’ultima cosa. Lasciati dire che il tuo potere non mi spaventa. Lasciati dire che il mio silenzio è vita, non è morte, lasciati dire che sei una belva malefica che morirà del suo stesso morso. Non resisterai a te stesso.
Io fuggirò da te un giorno, fuggirò bastardo. La tua luce, la tua verità è vuota apparenza, falso dei miei stivali, sua altezza del cazzo.
Ti distruggerai, ti distruggerai da solo.

3

Ogni cosa ebbe inizio tempo fa. E io in preda all’entusiasmo volai, subito in viaggio. Non esitai, non per scarsa umiltà, non perché credevo di riuscire ma perché finalmente stavo dando un senso alla mia vita, era per quello che avevamo lavorato e io dovevo trovarla, dovevamo trovarla. La congiunzione. La congiunzione, l’unica cosa che sapevamo. Se l’avessi vista, convinta e posta al nostro fianco saremmo stati invincibili. Sarebbe stata epoca di pace, prosperità e cultura. Accettai come un ragazzino entusiasta, senza paura di fallire. La paura mi venne dopo.
Scalavo il Monte Ventoso e si inerpicò in me questo oscuro sentimento, fobia, impotenza, io solo, io solo. Pellegrino io ed il mio bastone. Né scorta, né servi. Solo. L’ascesa mistica, passai a posta di lì, si dice che ci si purifichi, che è quello l’unico sentiero per raggiungerla, è quello l’unico modo per riuscire a contemplarla.
Aprii il testo sacro, lo sfogliai, mi resi conto che era lui ad un certo punto a leggere dentro me. C’era una curvatura rosea in cielo, unica, mai vista prima d’ora. Era il primo segno, ero sulla via giusta.
Inizia, inizia. Era già la fine quell’inizio, indizio di qualcosa che magari poteva sormontarmi, di qualcosa di indomabile. Come pretendere di chiedere aiuto all’ineffabile, all’impercepibile, come? Una capiente pietra mi serrò la strada. Conteneva in sé i miei rimorsi, i miei spasmi notturni, le mie ansie, le mie indecisioni. Sollevarla? Sì, ma come? Non si può rimuovere ciò che ci attanaglia, nulla scompare, se proviamo ad eliminare un dolore soffriremo rimuovendolo e diverrà sempre più indelebile. L’unica è conviverci, ammaestrarlo, farne un punto di forza. E fu così che stremato non tentai di rimuoverla, né di aggirarla compiendo un tragitto più lungo, la abbracciai, la baciai, ne percepii peso, odore. Infine seppur distrutto mi ci arrampicai sopra, era un ulteriore catarsi, un ulteriore passo obbligato.
E che bellezza, che estasi improvvisa, immagini, immagini indescrivibili nella mia mente, più che immagini fasci di luce, simmetrie di colori, dolci suoni. Un volto, un volto, un volto che non vidi bene, cioè meglio, non potei vedere, più che altro intuire, intuire in riflessione postuma, meglio ancora, percepire, ci sono cose che i nostri occhi non possono vedere, le nostre orecchie non possono ascoltare, ma ci sono, si sentono, c’è un brivido dorsale che ce lo dice, noi lo sappiamo, ma non sappiamo spiegarle perché sono coperte da nebbia, seppure chiarissime.
Rotolai come sassolino d’amore ad un tratto, non so, il mio corpo lievitò e rovinò per poi salire nuovamente, in modo ondulatorio. Lucido il suolo, sembravo sfiorire e sbocciare, annientarmi e nascere, essere nulla ed infinito. Quando un tempo pregavo con intensità e concentrazione lasciandomi carpire dal verbo mai raggiunsi stato pari a questo. Sembrava fossi io il verbo, un verbo eloquente che si estrinsecava, si manifestava nel silenzio. Fragore divino, ogni realtà sensibile era me ed io ero estranea ad essa. Un condensato di pensieri e nessun pensiero. Tale estasi che a descriverla non sarebbero sufficienti parole durò un attimo e ricaddi questa volta definitivamente. Ma non ero per nulla fiacco, per nulla spossato, avevo la forza di cento leoni, il desiderio tornò a luccicare nei miei occhio, barcollai retto, sicuro.
Fatti pochi passi un nuovo sussulto, un gemito, un lontano ansimare fischiava nelle mie orecchie. Ci stetti. Era un improvviso godimento cui seguì l’eccitazione. Sembrava che dalla nebbia sgorgassero a fiumi migliaia di livide figure femminili che non mi lasciavano indifferente. Ma non era un semplice istinto concupiscibile, non era lussuria, non erano corpi ciò che bramavo, erano ombre, ombre che si impossessarono di me. Fu un incanto, se l’estasi riuscii a descriverla a fiato corto ricorrendo ad immagini, tale apparizione era più simile ad una melodia. Un crogiolo di suoni crescenti, di diversa intensità e frequenza ma incredibilmente affini, incredibilmente armoniosi. La dispersione apparente era in realtà uno schema composito, con una logica trascendente, uno schema sublime che solo un grandissimo artefice avrebbe potuto plasmare. E nello stesso istante in cui plasmava dirigeva con grazia. Con femminea grazia. Solo delicate mani femminili possono contenere tale entusiasmante orchestruola eterea e, mai come allora, sentivo tutta la potenza della femminilità.
Piansi, ma non era tristezza. Era sfogo, o forse più. Era la diretta conseguenza di quelle emozioni che si susseguivano e che un corpo umano non poteva reggere. Ero lo sciupio che sgocciolava facendo sorgere imponente un paradiso in me, una reggia mastodontica fuori di me, un architrave ben saldo, invincibile. Era proprio ciò che mi serviva. Purificazione! Sentivo ora che avrei potuto senza pena affrontare il viaggio.
Lacrima chiara, scende a tratti, si arresta, la ingoio. Odore del vento, sapore del mare. Via di fuga unica, via di verità unica, via d’arrivo. Fuggire sé per trovarsi. Schizzare fuori dal corpo per potenziarsi e per saldarsi ad esso in maniera inscindibile, moltiplicando le gioie ed i piaceri.
Un’immensa quantità di sogni si pose come ultimo limite dinanzi a me. Era l’ostacolo più insidioso. Puoi scavalcare un sasso per quanto ripido e tortuoso. Ma i sogni. I sogni sono sostanze viscose, melme. Ti ci avvicini e ti si appiccicano addosso, come liberarsene conservandole, meglio come superarli e trascenderli? L’unica soluzione sembrerebbe dirgli addio, ora sì fare il percorso più lungo per scansarli, starci lontano il più possibile per evitare che ti finiscano addosso. Non avvicinarsi a meno di sette spanne, potrebbero per osmosi congiungerti al tuo corpo e sei finito, non si levano più. Ma a ben vedere se li ignoriamo, se crediamo di poterli evitare non pensando loro magari potremmo rimandare il pensiero ma ad un certo punto te li troverai dinnanzi di nuovo, dovrai invertire rotta e cominciare da capo, sino all’infinito. Che fare dunque? Starci, stare anche con loro. Poi si vedrà. Mi inabissai in quel muschio fastidioso e insolente, ero sudicio di fanghiglia, una fanghiglia leziosa e lieta, al sapor di miele. Leccavo le mie mani e godevo, mi trastullavo dei ricordi. Ad un certo punto mi accorsi che non potevo rimanere oltre in quella situazione. Che fare? Lavarsi, il pensiero imminente andò a ciò. E da cielo una pioggia cristallina scese possente, le gocce riflesse al sole erano una miriade di colori, lontano un arcobaleno. Mi spinsi oltre ormai candido. Dovevo raggiungerlo, dovevo raggiungere quel ponte effimero e voluttuario.
Amore, amore. Era questo ciò per cui lavoriamo. La canzone più candida, il sonetto più splendido mai l’hanno carpito come stavo facendo io in quell’istante. Parole, parole, le parole hanno una carica intensa e veemente. Ma è più loro o l’amore. Come? L’amore? L’amore perché è qualcosa di tanto impercettibile che non puoi concepire in pieno, non puoi con le sole parole. Sciocchezze, follie! L’amore è la genesi, il principio, il verbo. E cos’è dunque il verbo. Una singola parola spesso non può esprimere significati, a volte neanche interi trattati. Qualcosa che non può contenere l’infinito non può essere causa di esso, non può essere causa della realtà sensibile se non sa e non può interamente descriverla e capirla. Ma c’è qualcosa di più, c’è qualcosa che in sé contiene il verbo e che noi spesso non notiamo, seppure percepiamo. Il suono. In principio era la musica. È questo l’amore, musica, metrica, ogni parola ha un suono e ogni parola ha due significati, l’uno manifesto, che spesso è univoco, l’altro apparente, musicale, che sempre è infinito, che sempre è amore. Il cuore iniziò un palpito incandescente, mi sentii come colui che morto e risorto muore di nuovo e vede la luce. Una luce lontana. Una luce non reale e bianca, ma più profonda. Una luce apparente, figlia del tempo e dei colori. Il ponte!
E giù, giù altre lacrime. Immobilizzato non cedevo. Ma i muscoli, loro si ribellavano al palpito. Ora non avevo paura, ma il corpo era vinto dalla potenza ancestrale. E più piangevo più mi scioglievo, più mi avvicinavo. Volteggiava il mio corpo senza muoversi finché non giunse ai bordi dell’arcobaleno.
Fui lì perso e ritrovato. Smarrito conquistatore di realtà velate e per questo essenze pure. La forma vinceva la sostanza e la plasmava. Ecco la verità. Il senso si perse e fuggì e io fui rapito e transitai su quel ponte.
La prova, il tentativo, figlio del vento era ormai il mio destino.

4

Lui è andato via. Quiete. E angoscia.
Improvvisa una luce alle mie spalle, luccica il vetro. È una stella, forse. Un barlume, mi avvicino per toccarla, per goderla, per intrappolarla. Entra in me, guidami, dammi la forza. Sono dinanzi ad un bivio, come allora. Ma questa volta l’alternativa è tra lui e me. Devo essere me. O piccola luce, cicala novembrina. Fatina mia, polvere magica, aiutami, possiedimi. Io da sola sono spersa. Aiutami! Non voglio annullarmi, non voglio perire come inutile straccio, usato, masticato, maciullato. Speranza mia unica, ti invoco. Ti custodirei come tesoro più prezioso del mio umile cuore, rosa splendente. Liberami da questa servitù, liberami dalla schiavitù cui mi sono condotta.
Ricordo, due anni fa. Solitaria e piena di vita cercavo una svolta. E arrivò lui, era per me poco differente al veltro. Era lui la lanterna del mio naufragio infausto. Sì infausto, ma io ero felice anche senza di lui, solo qualcosa mi mancava, qualcosa di indefinito, vivevo spensierata ma colma di pensieri, una sensazione difficile da spiegare, era come se sentissi che il mio destino era un altro, un destino maestoso, quell’orma che solo i grandi lasciano. E lui sembrava la manifestazione di questo desiderio occulto, celato in un cantuccio remoto della mia anima. Sembrava lui il maieuta capace di estrinsecare la me stessa più autentica, di rendere immensa la mia anima dinanzi agli altri. Invece mi ha solo annullato, annichilito.
Le uniche parole che mi ha saputo dire erano: aspetta. Ed io sono stanca di aspettare, ho bisogno di qualcosa qui ed ora, non voglio più sciuparmi nell’attesa. Avrei dovuto forse ascoltarlo, subirlo, subirlo muta? No, non sarei stata io. C’è qualcosa di forte che grida in me e non può essere addomesticato, da nessuno. Non aspetto più! Ho bisogno di schiudermi, di spandere letizia. Non posso rimanere una rosa incolta ed ignorata, un fiore di plastica inodore, dal sapore artificiale, dal colore che non brilla di luce propria. In me c’è un mondo che esplode e grida, grida parole d’amore e libertà.
Ho bisogno di emozionarmi, ancora emozionarmi. Ho bisogno di guardare in fondo a due occhi e vivere. Ho bisogno di uno sguardo puro e superbo che mi dia la forza di andare avanti. Umile ma fiero. Ho bisogno di distruggere le catene che mi legano al passato. Ho bisogno di rendere presente il mio ricordo e concreto il mio sogno. Ho bisogno di agire di conseguenza al mio istinto. Ho bisogno di creare, di dar vita all’informe, di moltiplicare le mie gioie esponenzialmente.
Il tempo si è arrestato, le lancette immobili, la sabbia si ingorga nella clessidra della mia vita. Dinanzi ad ogni cambiamento c’è un’attesa. Una nuova attesa. Un’attesa di incontrare finalmente me. Un desiderio di conoscermi ed agire. Di sprigionare potenza dalle mie mani, godimento e sussulto dalla mia bocca, profondità e passione dai miei occhi. Di creare castelli di sabbia con fondamenta solide, poi distruggerli e cominciare da capo. Ma senza di lui. Da sola forse? Questo non è importante, l’unica cosa importante è che nelle mie azioni future, nella mia vita quotidiana, una persona non può mancare assolutamente: io.

5

Mi ritrovai dinanzi uno specchio fluente d’acqua, sgorgava triplice da una comune sorgente e finiva su un corso maggiore, tre. Tre erano gli affluenti del mio cuore. Ragione che pacata e quasi lacustre ondeggiava a mo’ di docile ma possente chiarore solare in sé riflesso. Il sole coi sue raggi, tutto nell’immagine di quell’acqua sembrava dominabile, la paura smorzava ed era freno alle passioni, ma un freno che non si percepiva, che esulava pensieri folli senza che me ne accorgessi, li rimuoveva e sembrava quasi non ci fossero. Più imponente l’istinto, travolgeva ogni cosa, contornato di dieci costellazioni e una stella maestra che lasciava incompleto il pensiero. Ma il godimento era immanente. Si assaporava l’impeto e la paura assumeva una forma manifesta. L’abisso. L’insondabile. Gusto gotico e tetro, acque fosche, nubilose, sembrava fossi di nuovo smarrito. Finché non sopraggiunse la graziosa sintesi, il terzo corso, pacato e ardente ad un tempo, dal riflesso selenico, in penombra da un colle scendeva lieto. Cos’era? Un che di strano e piacevole, una scintilla sapiente e sensibile. Indefinibile, inenarrabile.
Piansi immaginando le sue lacrime. Liberazione fluida, singhiozzo tra giulivo e triste.
Luccichio improvviso. Come una bestiola che trascinava la terra sotto i suoi piedi e rifletteva l’Uno e il molteplice. Silenzio rotto da tale scuotimento interiore, frastuono non udibile, interno. Caddi quasi morto e dovetti porre le mani alle tempie per far cessare questo suono che pareva diabolico.
Clessidra contenente liquido. Lì dinanzi a me lo sgomitolare da matti, lo sgusciare del tempo. E lei si manifestò per la prima volta così, ne ero certo, ne sono certo. Lei era il tempo. Rinchiusa in quel contenitore opaco di vetro era prigioniera, e rendeva noi servi. Una prigioniera che sottometteva. Fino a quando non si ruppe il cristallo contenente. E sprigionò potenza somma. Tutti i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni mi investirono. Era quello il terzo corso d’acqua. Il tempo, così chiamato, così definibile se lo abbiamo a portata di mano, rinchiuso in un involucro, di modo che ci sia parvenza di dominio. Ma a tenerlo in ostaggio, in realtà, è lui che ci domina. E lei dunque doveva essere liberata, e lo fu. La mia mente atemporale anzi oltre il tempo, era tempo e allo stesso momento lo trascendeva.
Moneta a doppia faccia. Voce bassa. Sembrava dirmi alza gli occhi e guarda, assapora questo suono che diviene quasi un respiro. Io subito volsi gli occhi ed ebbi una sensazione inaudita, vidi il tutto e il nulla senza essere visto da alcuno e senza vedere alcuna cosa. Scorsi la dimensione di un punto, l’immagine dell’aria, la misura di una linea infinita. Dialogavano gli eraclitei opposti. Non era l’uno mutamento dell’altro, era l’uno l’altro se presente, e l’altro l’uno se questo assente, ma l’assenza richiede astrazione o per lo meno intuizione di una eventuale presenza, e la presenza lascia immaginare l’importanza di sé ponendo la mente ad una eventuale perdita di essa e quindi ad una assenza. E se non esistesse assenza? Sarebbe solo una manifestazione questa della presenza? Una presenza che non ha il mezzo adatto a manifestarsi potrebbe divenire assenza. E quindi il bene è in ogni dove, ma si presenta solo se ha un mezzo per manifestarsi, altrimenti è assente e dunque è male.
Sottile si spezzò il cristallo dunque. Ed io chi ero? Nella manifestazione contemplativa era davvero frutto di illuminazione divina ciò che pensavo, o che provenienza aveva? Un pensiero strisciante si insinuò. Se fosse tutto opera del maligno? La mia missione, tutto, ogni cosa che da quando ero partito vedevo. Il senno era andato perso? Era nelle mani negli inferi? L’eresia.
Ma no, non poteva essere, avevo dinanzi a me un’inaudita bellezza e non può la bellezza distogliere dalla verità. L’apparenza candida è frutto del pensiero immacolato. Nel mio vaneggio stavo avvicinandomi, dovevo accantonare le ultime remore e avvicinarmi.
Ma come contenere l’acqua? Scompare tra le mani, ciclica va via ma tornerà. Così la sua immagine scomparve. Così la sua immagine, ne ero certo, si sarebbe presto manifestata di nuovo.

6

Proprio non riesco a star ferma, occupare il mio tempo, devo imprimere le mie speranza su carta, far qualcosa. Cosa?
Non si può, è inutile perdere tempo. L’ozio va fatto ma con maestria, oziare è un’arte, non si può oziare facendo niente, l’ozio è riflessivo, ti scruta dentro. Si prende, si assapora il tempo.
L’orologio scocca, l’una di notte. Un torpore sui piedi, un lento calar di palpebre, ma un’interiorità in subbuglio. Forse magari sto già dormendo e non me ne sono accorta. Non so se capita spesso a tutti, ma a me di frequente, nei momenti di nervosismo. Ho sonno ma sono iperattiva. È come sei il mio corpo si acquietasse ribellandosi al mio essere in tumulto. Ed io ho tante cose da fare, tante. Tante ora che sono finalmente libera. Ma da dove cominciare, e poi si avvicina un’idea parassita, quali sono davvero queste cose?
Fa niente. La lancetta dei secondi sposta minuti di indecisione. Tiranno tempo. È ancora notte, è quasi giorno, è già vittima questo spasmodico scorrere. Illegale, il tempo è illegale, trascina i nostri corpi verso il consumo, l’abrasione, lo sciupio. Il tempo contrabbanda la felicità e l’oro prendendosi il nostro aspetto, i nostri capelli mutanti, i nostri denti fiochi un tempo luminosi, la nostra pelle via via corrosa.
Quando c’era lui, fino a poche ore fa, sussisteva dentro me il desiderio di rivolta, di mutamento. Ma tale lotta immane mi divorava le vene, sfiorivo con essa, come colui che lancia sassi contro il muro ottenendo solo lievi serpeggiamenti ma sfiancandosi. Ed io sbiancavo inerte. Le mie parole fulmini, ad esse seguiva il fragore dell’urlo che lasciavano in lui. Poi finiva lì.
Adesso? Adesso è tutto più semplice, tutto più ovvio, tutto va da sé, non c’è bisogno di lotte, non c’è necessità di giustificazione. Occorre solo ricostruire. Ma come è amaro. Costruire cosa? E soprattutto, su quali fondamenta? Cancellare tutto di lui? O salvare il salvabile, perfezionarlo con lavoro certosino ed adattarlo alle mie esigenze naturalmente escludendo lui?
Ma il problema è un altro. La mia ombra. Credevo che lui mi avesse fornito le risposte che cercavo, mi avesse illuminato su me stessa. Ora ho le mie forze solo, un remo di volontà e una barca malandata di convinzioni. Basteranno? Me la saprò cavare?
L’una e mezza, eppure continua il tiranno, eh! Senza pietà, non mi aspetta. La negazione dell’autorità, della sua autorità. Serve? Si può andare avanti senza. La società è terribile, un mostro, lui è terribile. Credevo un tempo ed ora penso di credere ancora che l’essenziale sia ergersi ad individui forti e potenti e soprattutto soli. Ma correggo il tiro, persone, non più individui. Quando pensavo a ciò, paradossalmente, dicendo individui, esulavo la cosa più importante. La volontà. La volontà essenziale, di potenza, di dominio, il dir sé a sé, che non è per sé in via esclusiva ma è anche per gli altri, non utensili, ma altre persone. La volontà che distrugge cellule societarie e crea l’eterna comunità di esseri umani. Anzi di esseri viventi. Anzi di universo. La comunità universale.
Orrore, ecco, paura. Se nella mia ricerca restassi sola. Sola come allora. E sola ora sono. Sola. Solitudine. Ergersi solitari. Ma l’ergersi solitari richiede la presenza per lo meno di altri che ti sorreggano con le tue stesse idee adattate alle loro o a volta più spesso viceversa. Ma non avendo un sostegno? Si lambiscono le acque della follia. Si perde il senno.
Ed ho il sentore di perderlo, di perderlo di nuovo.

7

Il sentiero diramò a sinistra con un intarsio a destra, protese verso la volta turchina, i pensieri alabastrini come si fosse stati al tramonto, ma il giorno era appena sorto. Era già nitido. Odore di primavera nei campi e per l’aria esultava, che sapore fresco, che refrigerio, che incanto!
Una luce all’orizzonte, luminescenza e rimembranza di un passato in realtà mai sorto, ma vivido. Puro nel suo entusiasmo diurno.
Uno scalpitio, zoccoli di cavallo, fruscio di carri. Un’ombra oscurava la vista celestiale e l’incanto. Assorbiva fasci luminosi, come carta su macchie d’inchiostro.
Sulle sommità di colline gli alberi svettavano incauti. Sprazzi di betulle dei miei sogni erano intuite. Ma non saldavano i miei eterei pensieri a nulla di concreto. In estasi ancora ero, stazionavo e mi intrecciavo. Pur tuttavia quel rumore reale mi destava dai sogni.
Una voce, lontana si fece più chiara. Uno statuario periodo scarno, una sentenza inflessibile. È tutto finito. Fu tutto ciò che sentii. Un messo papale, un mio superiore mi rese partecipe del fatto che era crollato lo splendido impero. Lo “Stupor Mundi”, l’intrepido eroe, il mio mandante, perito, perito sotto il giglio, come diceva la profezia. Un giglio particolare, un giglio pugliese, paradosso, lui aveva sempre temuto Firenze e morì in altro loco, ma sotto il medesimo segno. A volte non si può scampare al mactub, a ciò che è scritto, il nostro libero arbitrio ci conduce per vie seppur diverse al medesimo servigio del fato.
Ricordi. Ricordi ormai andati. Immaginavo, ripensavo. Ripensavo a me bambino, infante, poi un po’ cresciuto. In mezzo a cento nutrici, padrone, quasi io imperatore di quel mio mondo piccino. Sobbalzi d’ orchestre nei miei ricordi. Ondeggiamenti quasi spasmodici, a volte invece armonici, di un’armonia soprannaturale. C’era sempre una presenza, una femminile presenza che mi accompagnava, e che lo faceva ancora, e che lo fa tutt’ora. Odore di viola. Germoglio di virtù.
E d’obbligo. D’obbligo sobbalzava alla mente il ruscello puro e limpido ove venivo portato, ove bevevo acqua che mai assaporai così pura. Ricordavo le feste trascorse alle sue rive, ricordavo la gioia, l’entusiasmo, l’innocente entusiasmo di quei giorni ormai andati.
Tutto falso, ora sembrava tutto falso. Ogni cosa pareva di demoniaca sostanza, i flussi d’acqua un tempo segno di vita divennero ora emblema di una mi prigionia, presente, di una mia prigionia, futura, sicura.
Cadde improvvisa la neve e la distanza tra il messo e me si fece ancora più profonda, immensa, insormontabile. Le sue mani sembravano volerla scansare, sembravano voler scansare il candore con secca e matura concretezza bollente. Voleva forse sciogliere i miei ricordi e le mie speranze immergendo in un rogo ciò che c’era di più puro, ciò che c’è di più puro?
Io non mossi mai le mie mani, io mai cercai di dimenticare, di essere me stesso, e se mai lo pensai subito abbandonai l’idea folle. Seppure a volte soffrivo del ricordo cercavo comunque di tenerlo in riserva, potrebbe sempre tornare utile. Mai cancellare le proprie radici. Anche i momenti di dolore potremmo un giorno rimpiangere. C’è e sempre ci sarà un granello di gioia anche nei momenti più tristi.
Urlai, urlai ancora, urlai di nuovo. Tutto vano. Ma non potevo ora abbandonare la mia ricerca, ora che l’avevo intravista. No messo, no non mi arrendo. L’avevo appena intravista sotto fluida sembianza. Era lì, a portata di mano. Non potevo. Non potevo rinunciare proprio ora. Continuerò, avrei continuato, anche senza la protezione dell’imperatore, anche se fossi diventato un eretico rozzo e al di là del vero, perché spesso chi è nel vero è ai limiti di esso, chi invece esso non osa cercare è mediocremente nel mezzo, ed un pensiero, un’idea, vale un’altra, purché universalmente accettata.
Cosa scrissi, cosa scrissi in tanti giorni mi disse. Nulla, nulla. Il sonno della ragione, la voglia di ornitologhe piume, ma nulla di stabile, nulla di fisso su carta. Solo idee strambe. Ma tanta crescita, immensa crescita interiore, tanto clamore, tanto subbuglio, tanto turbamento.
Mia femminea figura, mia immago divina, ti raggiungerò, pronunciai deciso e d’un fiato parlando a lei ed anche al mio messaggero. Vai via, mi imposi, lasciami continuare. Ogni mia azione cadrà sotto la mia completa responsabilità, lui disparve.

8

Un soffio di vento ed appare dinanzi a me una foto, una foto che la mia mente aveva dimenticato. Quel ragazzo, che simpatico, che dolce, eppure da me così diverso, così distante, ma l’unico forse che mi capiva.
Silenzio, non ho voglia di profferire parola. E ricordo quel giorno. Neanche lui parlava, davanti a me. Eravamo in silenzio, lui con i suoi occhi fragili che guardavano le sue scarpe e parlavano come se singhiozzasse. Mi sorrideva, eppure quel sorriso celava una sofferenza interiore, lo sentivo.
Ci avrei forse magari anche voluto provare con lui. Ma era così ingenuo, troppo. Così debole mi sembrava. Non sarei mai riuscita a stargli accanto. Troppo fragile, a quel tempo, così come sicuramente ora, avevo bisogno di certezze, non di altri dubbi.
Col mio fare non facevo altro che farlo restare ancora più imbambolato dinanzi a me, ancora più indeciso. Mi amava, mi ama ancora credo. Poverino. Dolce come una pasta di mandorla. I suoi pensieri per me. Come ne ero felice, ma come ad un tempo li ignoravo, non facevo altro che metterlo in confusione. Io, eterna indecisa, gli dovevo sembrare una ragazza colma di certezze, sicura, decisa, per lo meno decisa nell’ignorarlo.
E lui continuava a guardarmi, a guardarmi e a tacere. A contemplarmi, quasi come se fossi una divinità. Ed io muta a mia volta. Ma di un mutismo diverso. Se il suo era un silenzio di pudore e colmo di sentimento, il mio era un silenzio di indifferenza, di noncuranza.
Non sarei mai stata in grado di stargli appresso, di sostenerlo. Non ne valeva la pena. Io avevo bisogno di altro, di qualcosa di più. Lui non mi avrebbe saputo aiutare. Io avevo ed ho ancora bisogno di soluzioni concrete, immediate. Ho bisogno di crearmi un guscio di protezione e lui sembrava con i suoi occhi leziosi infrangere quel mio guscio, spogliarmi delle mie certezze. Rendermi ancora maggiormente insicura insomma.
Io avevo bisogno di un mare di parole per celare le mie insicurezze e fronteggiare il mondo. E lui con altrettante parole sembrava distruggere i miei castelli di sabbia. Lasciarmi indifesa. In balia di me e del mondo.
In ogni caso l’unica certezza tra noi due era ed è che siamo ed eravamo agli antipodi, due mondi opposti, ripeto, non poteva, non avrebbe mai potuto e tuttora non può senz’altro funzionare. Siamo due lembi di mare che non si incontreranno mai, distanti anni luce. Inutilmente vicini ma terribilmente distanti. Due universi paralleli. Cercare la congiunzione tra ciò che non può incontrarsi creerebbe senz’altro un annichilimento. È semplicemente così. Quando si congiungono due entità di tal fatta o c’è un big bang e si crea l’increabile o c’è un inesorabile annichilimento, una orripilante distruzione. Ed è meglio non rischiare. Il gioco non vale la candela. Non è che sia chissà che meta bramabile d’uomo, è pur sempre un essere qualunque, timido e ardito. Ma non mi fa alcun effetto, è uguale agli altri, seppur interessante, ma di un interesse fine a sé, per cui non c’è bisogno né necessità di rischiare.
Mento. Forse mento. Quello che ho detto forse non lo penso. È ancora il mio fragile guscio che non mi permette di rischiare.
Ok, sto delirando, sarà l’ora, le tre di notte, il corpo in torpore e lo spirito in fermento ma… Ma un desiderio di lui c’è. Un desiderio di pendere dalle sue sottili e gustose labbra. Un desiderio di prenderlo per mano, di attraversare con lui e non con il ragazzo che mi ha fatto tanto soffrire, l’eternità, nuovi mondi, nuove realtà. Forse proprio il suo fare che sembra mettere a nudo il mio essere e renderlo fragile ed indifeso, come una rosa che trema sul finir dell’estate, può farmi scoprire davvero me stesso.
Sì, mio amico sì, guidami tu per i sentieri dell’esistenza. Condividerò con te la vita.
Ma è tardi, ora anche il mio spirito cede le armi, trovo pace, cado in un sonno profondo, forse domani avrò dimenticato quest’ultimo delirio.

9

Ricordo invasivo.
Un palazzo d’oro scandiva la mia vista, colmo di diamanti l’antro, splendore lucente di statue di gesso finemente decorate e splendenti più di mille stelle. Il segno della vittoria alata nei pressi della scala vetusta si imponeva. Minuta eppure essa più di ogni altra risaltava, colmava lo sguardo.
Cotto e ricotto in me stesso, ardevo come cervo disteso su roveti zampilli inestinguibili. Sentivo in me il mio spirito lacerare e trepidare ad un tempo, potenza del vissuto.
Sapienza eterna. Il mio desio di quei giorni. Io fanciullo mi apprestavo alla soglia dell’altare sperando un giorno di comprendere ogni aspetto della realtà fisica e di quella celeste. Spirito e materia. Forma e sostanza. Speravo di eludere la volgarità e l’amenità umana fuggendo dal mondo reietto e poi investito di divino intelletto, coi miei fratelli, guidare l’umanità verso i sentieri del vero. L’anima. L’anima questa sostanza inesorabilmente eterna che pende e s’impone tra la gente. Quest’essenza somma. L’anima. L’anima che ci avrebbe salvalo. Salvato perché noi fatti d’anima saremmo un giorno da lei ritornati.
Pomello della verga di rettitudine e giustizia sanciva un’ombra fissa e immobile sul pavimento aureo. L’ombra accecante che accantonava ogni umana tendenza, che elevava verso superiori realtà.
Libero arbitrio da un lato della moneta, dall’altro il capo del Fato. Nell’inclinazione un frammento di vero. Il vero nel ricordo, nel futuro ed infine nell’arte. Il vero triplice e manifestato in tali sostanze terrene eppure trascendenti. Il tempo immutabile e flessibile ma statico dinanzi a loro, dinanzi ad esso.
Una sostanza dolce e liquorosa sorseggiata nell’intimo dei nostri pensieri.
Ricordo invadente.
Il mio amico d’infanzia partito chiassoso per la Terra Santa con armi e scudo, pronto all’attacco più che alla difesa, ad inseguire il suo frammento di vero. Finito cavaliere, nobile e padrone, vassallo di terre deserte ed infame conquistatore.
Il mio amico d’infanzia quasi sperso e bambino su quella nave impervia e imponente a cercare un senso alla sua vita, la nave che avrebbe attraccato porti mai più sicuri, traversando flutti sconosciuti.
Il mio amico d’infanzia in lotta contro i mori, pelle ruvida loro, vellutata lui, triste e invecchiato per l’afa, morti gli infedeli e per premio nobiltà tanto bramate.
Il mio amico d’infanzia che un tempo come me cercava il vero, dunque, ed era finito col detestarlo, col fuggirlo, come si sfuggono i fendenti di spada. Ma il vero, il vero prima o poi colpisce alle spalle.
Il mio amico d’infanzia nascosto tra terre d’oriente ed ormai simile agli orientali sovrani pur odiandoli a morte.
E poi il mio maestro, mesto.
Il mio maestro che fine avrà fatto crollato l’impero?
Immaginavo già lui deriso, immaginavo già lui ribelle e da altri savi sostituito senza interrogatorio condannato, senza diritto di esporre le sue tesi, di incantare con la sua eloquenza, con la sua abile e sincera oratoria.
O magari, sì, magari scampato anche a questo, a infischiarsene e a rider di loro in silenzio, beffante, nel chiostro a fischiettare melodie d’oriente.
Sì, senz’altro era così, non avrebbe dimenticato mai nulla, rinnegato mai nulla, pacifico e schivo sarebbe restato nel suo mondo ad aspettare ancora la venuta del suo bramato messia terreno e divino, tra un pasto ed un altro. Avrebbe magari sussurrato che non è con l’altrui opinione avversa che si fallisce.

10

Ecco, ho fissato per oggi l’appuntamento. Trabocchetto? Io in me tradita? Lui da me tradita? Non so, forse nuova realtà manifesta, forse sincera verità, dolce verità. L’attesa. E poi lo saprò. Ma perché l’ho fatto? Rischio abnorme. Se fosse l’ennesimo abbaglio? Spero non sia così. Forse nella sua innocenza lui mi mostrerà la mia via, la mia pura e soprattutto vera via. Lo spero.
Eccolo che si avvicina, lambisce il bordo della strada. Straripa come corso diurno. Miserrimo eppure potente, furioso, possente, immane. Una piccola parte d’universo che contiene in sé l’assoluto. Contiene tutto ciò che la mia parva mente può immaginare, può sperare. Fare da aquila, da rapace saggio, scaltro e divoratore di spoglie spirituali.
E diventa miserrimo, infimo, inutile e subdolo il mondo, diventa un di più, un gioco inutile, la vita. Sembra quasi che nel guardarlo ogni nostra azione sia tipo il balbettio di un bambino durante la lezione di storia. Inutile, che nulla aggiunge al pubblico fremente. Scalpitio notturno di un falegname che inadempiente non termina l’opera infra il far dell’aurora. Suoni inutili dinanzi la sua apparenza i miei, suoni scarni.
Non pretendo chissà quale inaudita verità dalle tue labbra, non pretendo protezioni da crociato servile, fedele, quasi servo d’amore. Pretendo una minima luce, una fioca luce che mi lasci intuire la via, la via verso il mio essere, una luce che seppur minuscola mi guidi, che seppur distratta mi sostenga. Pretendo l’impossibile? Bramo la luna?
Nel guardarti sembro udir il suono fioco delle onde del mare infrante su scogli di amor dimenticato ed inutile come discorsi eloquenti al vento. Un mare che tengo in un palmo di mano, così sicura di me eppure così timorosa del mio futuro. Sopita sul fondo di questa mia imbarcazione di fortuna, costruita con lacci caduchi, esposta alle intemperie del mondo in rivolta.
Eccoti prossimo a me. Eccoti a due passi da me. Eccoti vicino a me. Eccoti, vorrei ora dire, vorrei ora mostrarti, mostrarmi, eccoti ora in me. Vorrei inumidirti le labbra. L’azione vince sulle remore, stordisce gli ostacoli al pensiero. Un bacio profondo accompagna l’abbraccio fugace. La mano scende dalle tue spalle ai tuoi fianchi, un brivido c’invade.
Eccoti, eccomi. Eccomi tua. Possiedimi. Per sempre. Dammi le tue mani ed intrecciale in un ardore senza fine alle mie. Rendimi partecipe del tuo oscuro mondo. Rendimi la regina della tua astrusa ed alienante realtà.
Ah come invade me il desiderio d’eternità. Il desiderio che quest’attimo sia dipinto d’infinito. Il desiderio che non ci sia un perché ma solo i nostri corpi levigati ed uniti nell’amplesso eterno.
Come mi sento? Cosa provo? Provo il brivido dell’indefinibile, una sensazione di gioia e di potenza, ma di voglia di non capire, di voglia di lasciarmi andare, di sbrigliare le redini dei miei preconcetti e dei miei timori, di lasciarmi andare per sempre tra le tue braccia.
Un brivido mi investe il dorso. Desiderio senza fine di te. Nel calore dei tuoi abbracci trovo rifugio. Non c’è freddo né morte nei miei pensieri. Non c’è più dubbio. Solo desio.
Una realtà magari meno idilliaca, meno primordiale, meno romantica è lì dinanzi a noi. Ma non dimentico, non dimentichi, non scordiamo che la nostra passione potrebbe smuovere le porte degli inferi.

11

Mi posi chino ai bordi di quella rovente roccia possente. Solo ovviamente e in silenzio tra me meditando. Che fare? Valeva la pena proseguire? Ormai alea iacta est. Indietro non potevo tirarmi, non c’era più tempo. E comunque non un rimpianto sul mio viso, non una lacrima dai miei occhi. Era lei che volevo, era lei per cui vivevo. Il resto non aveva e non ha senso, il resto è già trascorso, è ormai passato, era ormai passato.
La mia mente lucida e vuota, non un pensiero più la invadeva. Caddi in preda a me e trascesi nuovamente me. Annullamento della volontà e manifestazione dell’essere concreta ed al di là di me ma in me immanente.
Io non ero dunque lei esisteva. Sottile sostanza eterea sulla mia volubile pelle succube alla furia dei giorni e degli anni. C’era lei, presente. E non altro valeva, non altro contava, nessuna importanza il mondo, nessuna importanza l’io perchè lei era la parte nascosta di me, ed io carpivo la mia essenza solo in lei.
In preda a ciò sentii forte la sua mano carezzarmi, forte ma ad un tempo lieta, dolce melodia di nuovo. Ero in visibilio dinanzi a tale invisibile figura.
No, non ero nessuno. Non un frate. Non un savio. Non un dotto. Non uno strimpellatore di liuto. Non un verseggiatore della corte federiciana. Solo un granello misero. Un misero granello che grazie a quella mano, la sua mano, reggeva il mondo intero.
Cos’ero se non essenza volatile anch’io. Eppure di una volatilità presente, che son sicuro sarebbe stata scorta da un viandante che mi avesse scorto in quelle terre gelide. Il mio corpo era l’anelito di quel vento interiore, era lui che come specchio rifletteva quel subbuglio.
Contemplazione infinita. Eterna ascesi. Improvviso mi trovai nell’empireo, potrei giurarci. Le stelle fisse, i troni, le potestà, le virtù, il coro di serafini, i luminescenti cherubini, gli arcangeli agguerriti, le lunari immagini degli angeli pura essenza e pura apparenza, tutto sorvolai. Repentino viaggiavo in quella serie di ignote costellazioni e mai gaudio provai maggiore.
Cancellai come bevendo Lete ogni umana colpa, ogni disgrazia, ogni sventura. Ero padrone in quanto servo dell’assoluto. Puro. Candido come germogli intatti ed inviolati nell’aurora di un giorno primaverile. Che gioia, ripeto, e che entusiasmo!
Ogni conflitto ed ogni invidia umana poteva benissimo passarmi addosso e lasciarmi indifferente, a mo’ di un felino che tenti ad ogni modo, avvalendosi della sua astuta agilità, di scalare un ripiano colmo d’olio e ad ogni passo innanzi tre indietro in guisa che l’impresa ardita abbandoni senza scampo.
Amore. Questo il senso del sogno desto. Amore senza condizioni e verso ogni cosa mortale, naturale e innaturale. Amore incandescente ed umido. Amore diurno e notturno, luce, ombra e penombra.
Mai più mai più desideravo tornare tra le umani genti. Tanto gaudio ebbi provato che quando feci brusco ritorno ai piedi della roccia, se mai di lì mi mossi concretamente, mi sentivo come l’infante strappato a forza dal grembo materno che disperato piange, urla e stride, sperando un dì di poter ritornare nell’annacquato rifugio.
Io non esistevo. Io non avevo più personalità alcuna tra gli uomini, tra i miei pari ormai forse non più tali. Io ero un tutt’uno con l’universo, ero l’unità molteplice. Tutto il resto era ai miei occhi inganno.

12

Che carino che è. Che carino che sei. I tuoi respiri sul mio collo mi inebriano e mi estasiano, sì, ancora, ancora avvicina le tue labbra alle mie orecchie e spira come vento le tue frasi concise e deliziose.
Che frasi. La tua dolcezza è mista a paura. E io mi spavento. Sono così spaventata quanto innamorata, se ci si può innamorare così, se ci si può innamorare dell’attimo, di un attimo, di uno sguardo, di una brezza ardita che diffonde il tuo verbo.
Ed è ciò di cui ho bisogno, ho bisogno di tremare. Il tremolio di eccitazione, il brivido che emana il piacere di essere ricoperta d’oro e d’argento dal tuo fiele d’ambrosia, lo stesso brivido che mi intimorisce. Che immenso piacere mio caro.
È ciò che voglio. Ora sei tu l’inafferrabile, l’inconcepibile, non io. È ciò di cui ho bisogno, inseguirti come le folli corse di noi bambini nel trastullo del gioco. Tu che scappi tra boschi di passioni, dipinti di erbaceo candore, trapunti di docili ed odorose rarità floreali, come scelte dalle tue mani sapienti. Ed io, io che non riesco a raggiungerti, ad acciuffarti, pur avendoti a poche spanne.
Non ti conosco, il tuo è solo un nome. Un nome che sembrava suonare strano, ma che ora nell’ignoranza di te è impresso a chiare lettere. Ed è tutto ciò che serve. Sapere che fai, dove vai, qual è il nostro futuro, è tutto stupido, tutto inutile, contano solo i nostri passi mai così vicini.
Che simpatico che è. Che simpatico che sei. I tuoi sussurri sono colorati d’ironia. Un’ironia così seducente, sento che in questo momento potresti chiedermi qualsiasi cosa, tutto. Farei per te qualsiasi follia. Sei l’eterna mia gioia, una gioia finalmente pura, la gioia che cercavo, non un divertimento vile, ma una gioia dionisiaca e candida, dolce e perversa.
È ciò di cui ho bisogno, ciò che è necessario in assoluto al mio essere. Assaporarti, divertirmi, ridere di gusto e con pacatezza infinita. Ridere con te, tra i tuoi abbracci. Mi sento al sicuro, al sicuro tra la tua insicurezza. Con il divertimento sembri dominare il mondo, domini il mondo, padrone di ogni cosa. Io tua compagna, al tuo fianco e al centro di ogni tua attenzione.
Che sensazione! Noi bambini, ancora, immagine ricorrente. Noi che giochiamo a nascondino. Io nel rifugio segreto e tu, tu che mi cerchi e non mi trovi, divertito chiami il mio nome. Con la tua frenesia calma come il mare di luglio. Adagiato, sì, adagiato sembri, disteso come golfo sorrentino, mio per sempre.
Ora sì che ti conosco mio sconosciuto e sempre presente amico. Tu sei parte del mio essere, sei in me. Non fuggirò più, e tu non mi sfuggirai, mio amico amato. Mai. Mai.
Stringimi ancora, voglio addormentarmi avvinghiata al tuo corpo delicato e possente, svegliarmi domattina col tuo sguardo protettivo ed indifeso, da scoiattolino e da pantera. Non lasciarmi, non farlo.
Che abbaglio, come avevo fatto a lasciarmi ingannare dalla falsità sei tu ciò che cercavo, sei tu ciò che cerco ed ho trovato. Non ci lasceremo più, un solo corpo, un’anima, un solo fiato. Uniti e nessuno e niente potrà separarci.
Stringimi e chiudi gli occhi con me, amore.

13

Avrei Continuato, dovevo. Che ragione avrebbe avuto a quel punto la mia vita. E che ragione aveva avuto sino ad allora.
Cosa avevo fatto, cosa era stata la mia vita. Ricerca. Pura ricerca. Ricerca dell’etereo. Non avevo fatto altro da quando ero bambino e fui iniziato agli studi. Mi interessai subito di capire cosa c’era dietro il corpo, cosa c’era di immanente ad esso e trascendente ad un tempo. Avevo vissuto, vivevo, per comprendere l’immagine. E dall’immagine e per l’immagine avevo vissuto di immaginazione, di sogni.
Questa era stata la mia vita. Non avevo fatto altro che aspettarla, attendere la sua venuta. E se non fosse venuta sarei partito per trovarla. Cosa che feci. E a cui non avrei rinunciato, mai.
Ed un’idea che sorse da subito e non mi avrebbe più abbandonato. Lei nella sue eterea essenza era la scintilla di ogni azione, il nostro fine, la nostra propensione, tendevamo ad essa. Altro fine non c’era. Lei era la vita ed ad un tempo la causa remota della vita, lei era causa, oggetto e fine ad un tempo. Ed io l’avevo vista, immaginate? Vista!
A quella vista la morte non mi intimoriva più, come poteva. Era sublime lei. L’adoravo. Di un’adorazione obbligatoria per lo stato che aveva, piacevole per i sensi, per la vista graziosa, soave per l’udito, dolce per il sapore, lieve al tocco. Sapevo che la morte era nulla perché il piacere dei sensi, l’intensità dell’intelletto, non erano corporali ma trascendenti. La mia anima si sarebbe sparsa per il mondo e manifestata spiritualmente tramite altri mezzi corporali al consumarsi del mio corpo ridotto a cenere. Sarebbe diventata petalo seducente, corolla di passione, sguardo felino, fruscio del vento, balzo bestiale, gesticolio eloquente umano, musica delle sfere.
Piansi, condizione ormai perpetue. Le mie lacrime. Tramutate forse anch’esse un giorno in pioggia divina, in refrigerio umano felice, della terra fertile. Pioggia purificatrice. Lacrima liberatrice che dissolve le macchie oscure della nostra anima. Macchie, cioè vuoto, assenza di lei, divina, lei non manifestabile. Via oscurità amene, via vuoto d’anima e assenza di spirito. Vieni tu in me. Purificami.
Eccola, la sento improvvisa di nuovo. ero sull’orlo di un precipizio e lei vibrava nell’aria. Sotto ai mie piedi limpida acqua scorreva sgocciolando nel vuoto. Cascata intensa e vorticosa, capogiro, timore di nuovo in me. Improvvisamente mi avvicinai e sembrai rovinare giù al fosso. Capii. Erano i vuoti della mia anima, del mio abisso. Ripresi d’un tratto ma lievemente i sensi e scivolai. Solo la sua mano possente mi trattenne ed impedì il peggio. Cadere in preda dell’unico vizio padre degli altri sua conseguenza. Il vuoto, l’abisso.
Passò ora sulla fronte la sua mano e mi parve di sognare maggiormente. Compresi il perché. Era quella la via della verità il sogno. Via del vero e del reale. Esistenza, nostra esistenza fatta per metà di sogno, e per metà di realtà che altro non è se non sogno nella parte del vero, abisso nella indifferente concretezza.
Amore. Amore è l’unica via di salvezza. Non potevo redimermi serbano oscuro odio, tetro rancore, cagione del vuoto e diramazione ad un tempo dello stesso. Amore spassionato, universale, eterno. Amore cioè verbo in nuce, anima. Sguardo, atto di liberalità, bacio ardente, abbraccio caloroso, sua manifestazione, verbo palese, cioè spirito.
E fu appunto uno sguardo inenarrabile il suo congedo. Mi destai in un campo di frumento.

14

Toglimi le mani di dosso, ho detto basta, ho un altro. Come dici?, no, puoi scordartelo, non sono cazzi tuoi chi sia. Sicuramente qualcuno che sa darmi di più, più di te vile meschino.
Ho sopportato tutto con te. Sono resistita alla perdita di dignità con te, ad essere il tuo burattino di cartapesta. Ora basta, sai già, te lo dissi e lo ripeto, non conti più nulla perché nulla vali. Con te avevo perso ogni ritegno, ogni rispetto di me. Ora so che l’ho finalmente ritrovato, ho ritrovato me tra le sue braccia.
Posso finalmente, ora essere me stessa. Essere realmente ciò che sono, non ciò che tu volevi io fossi, non ciò che lui vuole io fossi, anzi sì. Sì perché la sua volontà sublime non collide con a mia, ma la rispetta ed è in simbiosi con essa. Rispetto, una parola che forse è ignota al tuo vocabolario, che forse hai tralasciato o mai conosciuto.
Sì, mio burattinaio burattino, schiamazzo notturno. Ti muovi come furbo rettile. Ma di una furbizia non astuta, una furbizia che sarà valanga e ti travolgerà. Morirai bastardo, morirai delle tue stesse moine, seduttore delle pocodibuono, delle troiette come te.
Io resisto, resisto alle tue follie, alle tue sciocchezza. Resisto e godrò nel vederti soffrire vittima di te. Resisto uomo piccino, resisto e godo, te lo ripeto, godo, godo nel vederti trascinare le tue stesse catene.
I tuoi sorrisini, si sorridi, rettile. Credi di poter dominare? Io credo che i tuo dominio sia sulla gente della tua stessa fatta. Non su di me, non su di lui. I tuoi sogni di potere sono tristi. E mi spaventano. Mi spaventa la fine terribile che farai. Stai varcando la soglia di un baratro che, sta sicuro, ti inghiottirà senza speranza. Sei ancora in tempo per salvarti. Rinuncia alle tue voglie insane. O fottiti. E muori senza ritegno, senza fama, la fama che tanto brami.
Io ho già fatto la mia scelta, la mia scelta è la dolcezza, il candore, i godimento. La tua la sofferenza, il potere, l’indifferenza. Uomo indifferente vedrai la gente scorrerti a fianco senza accorgersi nemmeno dei tuoi passi, del tuo corpo. Indifferente vittima d’indifferenza.
Sei un condottiero senza armi né onore, io mi ero lasciata entusiasmare da te, ma ero ceca, accecata dalla gloria. Ero divenuta viscida alla tua guisa. Ma non mi hai saputo fregare. Mi sono ribellata in tempo. E lo faranno tutti. La tua sola presenza che a primo acchito provoca desiderio in profondità è un vuoto contenitore, la tua sostanza è d’odio.
Cosa mi rimane di te? Solo il tuo fumo insalubre. Un’apparenza non luminosa. Le tue parole le ho già dimenticate, meschino. E non avrai più nulla da me. Nulla perché il nulla rimane, non ti ho cancellato dalla mente, assurgerai per sempre ad esempio, esempio di vita disumana, di vita reietta. Morirai, bastardo.
Grazie a dio, grazie a dio io non ho come te mille certezze, la certezza è ciò che di più subdolo, inumano e soggiogante può esserci, è la molla del potere malvagio. Grazie a dio sono libera nei miei dubbi, grazie a dio sono libera e fiera nella mia umiltà.
Ah che bello, che gioia sarà da oggi non vedere più i tuoi stupidi presenti, regali farfugliosi, ingarbugliati, ah che piacere e che goduria sciupare e distruggere tutti i tuoi fiori di plastica, finti, come te. Che gioia immensa rinunciare alle tue stupende cene con persone come te, sì quei grandi uomini. Uomini che si atteggiano a potenti del mondo, a capi delle nazioni, a segreti conquistatori, ma a cui manca solo un nasone rosso finto e due passi di danza per lavorare in un bel circo. Ah che pentimento solo non aver sputato nei loro piatti, non aver disperso i loro parrucchini, i loro aneliti di niente.
Ah che bello fare a meno del tuo letto, rinunciare ai tuoi squallidi amplessi.
Che ero io. Eh, la tua bella troia, vero? Il tuo fiore all’occhiello godereccio, il tuo trastullo. Ma portati il frustino la prossima volta e sodomizzati da solo. Vile. Stupido. Stronzo.
Cosa ero e cosa sarei stata per te se depressa, se ansiosa, se timorosa. Solo una stupida e fastidiosa palla al piede. Beh mettila al collo e gettati nel tuo stesso abisso.
Lo vedi ora rido io, stronzo.
A te non ha mai sfiorato l’idea che dentro me potesse esserci qualcosa, qualcosa per cui valeva la pena lottare. Non hai mai guardato in fondo ai miei occhi. Non hai mai colto e nemmeno sfiorato la candida rosa che è in me. Non ti sei mai accorto che dentro me c’è qualcosa di davvero potente, diverso dal tuo sesso senza animo, dal tuo potere senza merito.
Da oggi, con lui, sono disposta a perdere tutto pur di ritrovare me stessa. Addio!

15

E cosa sarebbe stata la mia vita senza di lei? Non credo avesse avuto più significato. Non credo perché averla voleva dire comprendersi, entrare finalmente in sé, prendere coscienza. Senza di lei il nulla!
Non c’è ragione che tenga, era lei, lei l’essenza unica dell’infinito e per lei aveva ed ha tuttora un segno visibile il motore degli astri, dei fiumi, del tempo e degli eventi. Non c’è nulla al di fuori di lei ed il nulla altro non è che sua assenza terribile.
Lei la pura speranza, la pura fiamma zampillante ed inestinguibile. Lei il tutto. Il corso del destino è servo del suo arbitrio. Lei ripara dalle intemperie della vita come vivida e fulgida ad un tempo roccia. Lei era la nuova gloria di ogni nazioni. Non potevo né il mondo avrebbe potuto mai perderla.
Cosa significa, vi lascio immaginare, cosa significa vedersi ogni cosa. Vedersi padroni e servi, e vederla serva e padrone. È il principio lei ed è la fine. Uniti entrambi in maniera fissa e stabile in un punto inscindibile e indissolubile. La fine principio di ogni cosa visibile per manifestazione e visibile per sola intuizione.
L’arte, forza tendente alla percezione contemplativa della bellezza deve ed innalza agli altari la presenza naturale rendendola divina. Croce e delizia degli umani sensi. Connubio idilliaco tra reale e irreale. Universale disegno interiore estrinsecato. Un caro vento primaverile che carezza il volto era il suo sussurro.
Ero certo che dopo di noi non ci sarebbe stato altro, che l’attimo, le ore, il concetto stesso di tempo sarebbe stato inesorabilmente distrutto, perché apparente.
Un lampo apparve in cielo. Il tempo mutò d’improvviso. Uno squarcio sonoro invase l’orizzonte ed i miei sensi. Come scossa la terra sotto ai miei piedi non reggeva più il mio corpo che ormai oscillava. Nell’aria il sapore di tempi malvagi scorreva come sciami insidiosi, la mia mente fu pervasa da immagini orribili. Il mio umore non era più lieto. Paura. Di nuovo la paura mi attanagliò.
E subito un intenso rovescio d’acqua odorosa mi invase. Pioveva. Una tempesta e me naufrago di quello stato d’animo pervasivo e parassita.
Pioveva e la mia concentrazione cadde sulle gocce nell’insieme. Poi su una singola goccia. Guardai e fui preda di meraviglia. I cristalli e la volta mi parve a tal punto cristallina. Eccola. Eccola la divinità. Ecco l’infinità dell’universo. In questo piccolo frammento di realtà. In questo spazio seppur limitato si scorgeva ed era insito l’illimitato. I mondi molteplici ed univoci. L’infinità di una linea delimitata da due punti. Infinita. Infinita perché eternamente divisibile. Balenarono alla mente le parole del mio maestro, i riferimenti alla cabala, la possibilità di scindere ciò che è democritianamente inscindibile. E fu un sussulto, una pace ritrovata.
Da quelle gocce nasceva silente in me un luccichio, una corrispondenza universale con l’umanità e con ogni essere vivente e minerale e con la natura tutta infine ed il cosmo, la corrispondenza del divino.
Noi esseri mortali immortali resi dalla grazia femminea, dal cuor cortese, noi divenuti finalmente eterni, nel circolo eterno, nel circolo etereo, eterno ritorno ed eterna verità nel ricordo. Contenitori noi dell’infinito.
Arrivò un’ondata nuovamente primaverile tra le gocce, il maltempo interiore, questo orribile dolore, si rasserenò da solo a quei pensieri ed in loro.

16

Ah leggerezza e piacere nell’essere distesi su questo mio letto a tendere l’occhio al vetro. Le gocce di pioggia impresse e che quasi, come dire, sgretolano al contatto di nuove gocce. È primo mattino. Apro il libro che ho sul comodino. Le affinità elettive. Mi perdo. Mi perdo tra le distese verdeggianti della contrada cui mi rimandano le lettere, unite a parole quasi di fuoco che congiungono periodi di intenso amore, di spassionato ardore. E mi perdo così, dunque. Sfogliando le pagine dall’intenso profumo. Oh quanto adoro l’odore intenso dei libri. Odore di vivacità, di poesia, di immaginazione, di terre lontane.
Un vocio leggiadro percepisco da lontano. I lieti suoni dell’autunno che mi ha liberato dalle catene, da un’ afa oppressiva. Dal suo corpo vischioso ed umido sulla mia pelle. Ah mio autunno! Ah mio liberatore! Ah mio amato!
Non ci speravo. Non ci speravo arrivassi amore mio. Non credevo più possibile uscire da questa prigione dorata e terribile. Quasi mi credevo spacciata, ormai vittima di quel meschino.
Non ci speravo. Quasi credevo di poter riuscire a fuggire, casomai, da sola, con le mie forze. O meglio di essere il mio destino la solitudine e solo nella solitudine ritrovare sicuro riparo. Quasi non credevo più possibile l’esistenza di uomini veri, di veri ragazzi che si ergessero al di là dei limiti senza sfruttarti e tenendoti in considerazione, come divina.
E nonostante tutto questo, in fondo, se avessi teso bene i sensi percependo il mio intimo sussulto me ne sarei accorta. Mi sarei accorta di cercarti. Di averti voluto al mio fianco. Te, te mio caro. Te che ti conoscevo in altre vesti e mai avrei potuto immaginare di finire vittima di tanto spasimo per te. Che voglia di riabbracciarti, anche ora, magari qui su questo letto.
Sembrava quando mi lasciai andare col meschino che quella fosse la via. L’austerità godereccia e la viltà vitale. Che illusa. Mi credevo dominatrice accanto a lui. Eppure non avevo capito, cieca, che chi ti ama ama te, non la sua immagine falsa di te. Magari un’immagine di te, ma quell’immagine più pura, la parte femminile che è in ogni uomo la solo quella può rendere un uomo speciale. Il soffio del vento selvaggio e possente nell’abbraccio unito a quel femmineo sapore corrispondente ed estroso. È questo che noi donne cerchiamo. L’intarsio mancante che completi il nostro disegno interiore. E quanto simile sei tu, amore a me, quanto congeniale e perfetto è il nostro incontro, la nostra unione.
Sei tu quel sapore lieve del manto autunnale dai mille colori.
Ah quanta freddezza c’era prima nei miei occhi, umidi di rabbia e tristezza, ora di un’umidità diversa, l’umidità festosa dell’incontro, della leggerezza, della spensieratezza, l’umidità, posso dirlo perché lo sento, l’umidità dell’amore.
Quanto mi è caro, quanto, e quanto l’avevo ignorato, convinta di poterlo gestire e domare, non sapendo che esso straripa come corso ribelle, non si arresta, nulla può fermarlo né deviarne il corso, quando incontri la persona che hai sempre sognato, che sempre era riposta in un angolo, seppur remoto, del tuo cuore.
Ti amo, mio caro!
17

E sì. Credevo proprio così. Credevo che il tempo non necessitasse di limitazioni o di frette, di repentine decisioni. Credevo e capii e credo tuttora che il tempo è la nostra percezione intima, il nostro quantificare il fluire liquido della realtà e più precisamente dei suoi accadimenti concreti. Questi, senza alcun dubbio, non hanno dimensione. È la nostra erronea percezione che gliela dà.
E ruotavo intorno ad un argomento, uno solo eppure così vivido ed intenso. Trottavo giulivo e pensoso ad un tempo. Trottavo come giostra inarrestabile sotto lo scalpitio degli zoccoli.
La mia mente oramai da tempo estesa era contenitore di tutte le emozioni, di ogni essenza spirituale e naturale. Ogni cosa concepibile ed inconcepibile veniva sezionata e ridotta ai minimi di termini sprigionando energia immane, mai così potente la potette l’umana ragione comprendere, e poi colmava il mio essere. Io mi sentivo come arco che tende e sprigiona e riposato staziona, ma all’inverso, nel momento della sezione in minuscole eppur infinite parti veniva sottesa una forza inaudita, nel momento successivo la staticità non era data dal riposo, ma dalla tensione che capiente in me conteneva.
Ed ancora, ancora, ancora dinanzi a me un susseguirsi d’immagini, di realtà, di eterne aspirazioni. La semplicità, la semplicità del sapere si ergeva dinanzi a me. Ah quanto i sofismi sono rivestimenti formali di una nuda realtà unica e plurima ma evidente, esposta in arti e modi diverse a seconda della forma. Ah poi quanto caro mi era innanzi la frugalità susseguente a tale semplicità ideologica, una vita che viveva da sé, senza pretese. Ah che clamore l’impegno civile per il mutamento dell’oppressione e per la pace universale, realizzabile a seguito di piccoli gesti d’umiltà. Ah che splendore superare il finito con una parola che avrebbe senz’altro riecheggiato per l’eternità.
Ah quanto cari mi sono quei fluidi che vidi. Si districavano ansiosi tra essi le varietà cromatiche. Una correlazione immensa emerse allora tra le dodici varietà dell’iride apparse e le tonalità musicali. Ad ogni colore udivo in sinestesia suoni secchi diversi. Ebbi l’impulso di segnare sul terreno una notazione improvvisa ma ero come colui che ha evidente in mente una immagine sonora ma non sa riprodurla. Che sensazione di pochezza, di incapacità comunicativa!
Senz’altro avrei dovuto distogliere lo sguardo da quell’assoluta verità palese ma inesprimibile. Non vi riuscii subito sebbene di lì a poco la mia mente percorse rapida altri sentieri.
Giunse all’espressione, quindi all’olfatto ed al gusto. Sapori inebrianti carezzavano i sensi spogli e li colmavano. Sensazione di sazietà, sublime e di appetito. Sebbene non mangiassi ormai da giorni potei deliziarmi a quella sensazione. Uh che lauto banchetto saporoso, gemme dolciastre, uve biancastre, vivide brocche di nettare divino, ambrosia dal colore scuro e luminoso.
Poi una nuova congiunzione. Era il fluire dei fluidi che in sé univa ogni cosa, lo capii al volo ed ora mi è ancor più chiaro. I nostri sensi sono sorde vittime del liquame candido e puro, innalzato a gloria eterna dallo splendore del corpo riflesso in bellezza suprema tramite lo spirito dell’amore dell’anima. Ma qualcosa mancava, qualcosa che non possedeva un suono preciso, un’immagine vivida, un caro sapore. Sì, l’infinito. Quell’infinito che considerato in virtù come insieme aveva una forma manifesta nella trinità ora indicata e che era distinguibile in maniera nitida dalle nostre sensazioni, preso nella sua più pura definizione era impercepibile. Come se la qualità implicita presente in ogni cosa e che trascende la cosa stessa che la contiene non fosse definibile se non limitata a sé. Non si può definire un punto ma la distanza sì. È nella distanza che definiamo l’assoluto, che possiamo misurarlo ma esso rimane, ha pur sempre una qualità implicita, in sé, che non perde e ciò mi rese evidente che ciò che percepiamo non è immagine riflessa ed imperfetta, non è copia del trascendente, ma è sua limitazione e quindi imperfezione.
Districò improvviso il mio pensiero sulle rocce circostanti e vidi me riflesso in mille forme. Poi mi ricongiunsi alla solida parete e il mio corpo fu lievemente ma in modo brusco adagiato in ogni dove circostante. Improvviso in un attimo planai privo di peso.
Eccomi d’un tratto tra le fronde fitte di un cespuglio che mi accorsi essere la sommità di un tronco e poi giù e su in oscillazione. Vidi un immenso giardino arabizzato, luogo sublime e superbo, lo riconobbi, era il posto ove solevo coi miei compagni di studio disquisire assieme all’Imperator. Ma poi mutò di forma e gli arbusti profumati da soavità d’ agrumi arabizzati scomparve, diede spazio ad altra flora. Una selva mastodontica mai vista in alcuna terra, fitta ed intensa, fior dell’intelletto. Volai più in alto e la vidi nell’insieme, potei quantificarla e l’operazione mi facilitò la qualificazione nel momento in cui tornai come stramazzato al centro d’essa. Era la Foresta Nera, di cui sentii parlare. Un luogo rigoglioso di selvaggio ed era lì che il mio viaggio avrebbe dovuto giungere a meta.
Era ora, era ora di cominciare. Di rintracciare e cogliere e rendere propria la verità sino ad ora solo intuita. Era ora di entrare nel vivo della questione, nel vivo della mia folle missione.
E l’azione precedette questo pensiero esposto, le mie mani si mossero da sole iniziando a tracciare nell’aria una invisibile scala, la scala in sé avvolta del sapere ascendente. Rotolava essa intorno al pullulare vegetale e si intrecciava con le mie mani che creavano essendo create, se di creazione si può parlare, sarebbe stato più giusto dire opera del vasaio, plasmare dall’etereo. Varcai dunque la porta del verbo, dell’esplicabile per via formale ed artistico e mi addentrai oltre sofismi, verso ciò che tenterò di descrivere ma che il più, come ogni cosa del mio viaggio, lascio a chi legge.
Salii in silenzio i vertiginosi gradini. Mi resi conto così che stavo traversando ciò che d’inimmaginabile c’era, ciò che né la descrizione di scienze, né la storia umana, né racconto avevano mai osato. Mi ero calato salendo in una situazione da cui se fossi uscito nulla sarebbe più stato com’era né com’è.
La porta con tanfo rumore divaricò in orizzontale e fu il frastuono della natura.
Ah come è differente il pensiero e l’azione umana dal motore universale e dalla divina intenzione!

18

Notte inoltrata. La luna coperta da nubi oscure. Buio infimo mentre sono sola ad aspettare ancora, come stamattina. Aspettare col tremor delle mani i tuoi occhi vicini ai miei.
Come inferno, tra mille dannati dai svariati dolori, l’anima mia è in preda agli spasmi d’angoscia. Desiderio di esser salvata da te, mio illustre cantore, salvata ancora, per sempre, per sempre. Cancella te ne prego la malvagità dalle mie intenzioni e liberami da questa reietta condanna. Voglio affondare tra le tue braccia per sempre, ancora per sempre.
Chi sei tu dolce usignolo dal bel canto, melodia di quest’autunno principio buio della luce? Chi sei tu o mio amato, mia nuova scoperta, mio unico salvatore? Chi sei stella più brillante del firmamento?
Perché sei qui. Dalla tua bocca non un comando che non sia dal sapore di fiele, non un suono che non sia armonia di diversi violini. Vieni mio amore, vieni e difendi questa donzella spaurita dal domani e dal buio del vuoto.
Vieni mio usignolo, dunque. Vieni tu con la zampa ferita, vieni tu che nella tua sofferenza sovrasti di gioia la mia e la purifichi, vieni spazzando via ogni indecisione. Vieni mio eroe senza paura, vieni tu che hai la forza di mille giganti, la purezza di cento gigli e la dolcezza di pasti gustosi. Vieni. Vieni tu che non lasci il tuo manto macchiato dalla ingordigia di astute cupidigie senza liberalità, di lussurie senza desiderio dell’altro, di superbie senza forza e senza virtù. Vieni.
È giunto il momento di destarmi dal sonno della verità, della ragione e dell’istinto e della gioia. È giunto il momento il momento di essere con te avviluppata per emanare la potenza dell’amore, di un amore puro e imponente.
Con te rinasco, in questa stagione dai colori più vari rinasco. Un’energia inaudita si impadronisce del mio corpo e rinasco, mi rigenero, sono di nuovo ricca di forze e bellezza.
Eccoti mia luce. Tra i viali già un fascio lampeggiante squarcia il buio della paura. Eccoti cavaliere eccelso. Eccoti sublime condottiero d’amore. Scintilla come armatura la tua bocca di fragole e d’amarena. Sapore di maggio in questa sera di primo autunno. Eccoti sfoderi già di lontano la spada focosa delle tue parole ardenti che inchiodano l’avversario e inchiodano me che pendo dalle tue labbra.
Baciami. Non salutarmi e baciami. Baciami con passione e senza profferire verbo. Baciami ardito, baciami ti dicono i miei occhi silenziosi e vogliosi. Baciami come battaglia vittoriosa già prima di iniziare. Baciami come scontro fatale. Baciami con entusiasmo di folli imprese. Baciami.
Questa sera non ha più importanza, guardarti mi fa dimenticare ogni cosa, tutta la realtà sei tu, tutta la realtà sono le tue labbra, tutta la realtà è questo bacio. L’umido mi inebria, mi estasia, gaudio immane. Questa sera è come ultimo spiraglio di felicità che assurge a momento eterno.
Baciami dunque, non voglio, non posso, non devo perderti. Baciami e lasciami andare in balia di me, del mio istinto, del mio amore. Lasciami andare in balia di me. Amami ed amami con i tuoi baci, con il tuo bacio.
Baciami come se dovessi partire lontano, come se dovessi volare su terre sconosciute e so, sì lo so che il tuo bacio mi farà volare. Ma il volo in un solo abbraccio realizzato, solo nel tuo abbraccio realizzato.
Baciami d’un fiato e dimentica con me ogni cosa mio eroe. Baciami più forte, stringimi e respira su di me, baciami ancora.

19

Ero intorpidito come colui che alla deriva viaggia senza meta tra la veglia e il sonno, sbatacchiato dalle onde e sperso come cardo senza melodia da seguire, intarsiato da un ricordo, il suo, la sua fugace apparenza.
Ed in questa fase quasi onirica lei apparve, apparve laboriosa come frumento colto da mani esperte ed affannate dalla fatica. Bella e radiosa, di immane bellezza dipinta.
C’era un conflitto forse insanabile tra le mie membra stanche e la sua luminescenza, il suo infliggere archi di luce quasi sonori che scuotevano le mie ossa ma non mi risvegliavano. Ero un bambino impotente dinanzi a lei, un bambino che non riesce a muovere i primi passi per avvicinarla e tentarne un approccio colloquiale.
Circolare era il mio dormiveglia, circolare come la sua aura violacea, era solo una sensazione, un’effimera sensazione. Caddero le mie mani smorte, il sonno oramai voleva imporre dominio, ma ad ogni caduta c’era un rialzarsi improvviso. Vivevo questa sorta di limbo dove l’immagine più pura della bellezza è intravista ma mai goduta a pieno dagli occhi.
E tentai un diversivo, distrarmi, distogliere lo sguardo. Mi avrebbe seguito? A volte quando cerchi qualcosa e sei lì a due passi dall’ottenerla ma più ti avvicini più un subbuglio ti blocca e rende inerme l’unica è voltarsi. Scindersi. Distruggere come petali tra le mani frammenti di razionalità e di concentrazione di modo che sia l’immagine stessa a seguirti. Guardare altrove, guardare altrove semplicemente per raggiungere la meta, per mirare con precisione. Guardare altrove.
Guardare altrove anche per evitare avvicinamenti scoordinati, essere pronto davvero con sé stesso per sopportare la vista. Se spesso non raggiungiamo i nostri sogni è perché la stagione ad essi propizia tarda ad arrivare. Persino con i desideri più intimi occorre pazienza.
Ma mai lasciare tutto, mai mollare, mai cadere nella tentazione della rinuncia. Occorre attendere ma non stancarsi, i fiori hanno un ciclo di riposo lungo diversi mesi ma al loro sbocciare si risveglia l’universo intero.
Bisogna sapersi capire per saper capire il giusto momento. Distratto dunque, mi voltai nell’attesa. Capii, forse, ma mai nell’interezza, mai con precisione aritmetica, capii con vaghezza come l’essenza stessa della ragazza.
Il circolo, il circolo dunque che ritorna e freme. Il circolo dell’universo intero è uno spiraglio, un’asola di attese. Ma quando giungerà il momento sarà un rinvigorire di gioie, momentanee magari, ma pur sempre eterne nell’attimo del godimento. Delusione? Possibile delusione? Ipotesi da scartare. I nostri sogni non sono mai delusioni, però bisogna saper discernere, capirsi dicevo, capire cosa cerchiamo davvero.
La verità arriverà, arriverà quando saremo distratti.
Allora forse mireremo la nostra immagine in uno specchio d’acqua e troveremo lei con le sue sembianze paradisiache. Capiremo che lei era sempre stata dentro noi, che con la fretta avremmo rovinato tutto quando bastava la pazienza, attendere pazienti. Lei verrà a cercarti se tu la cerchi con bramosia.

20

Amore, mio dolce e candido amore. Dolce come la pasta di mandorla e candido come giglio mai infetto dalla cupidigia. Dolce amore! Dolce amore da assaporare con leccornia. Candido amore! Da infliggere di lussuria con un sentimento perverso che ti inchiodi alla parete e ti renda eternamente mio in un abbraccio inaudito.
Ti prego amore, riempimi delle tue parole profonde, delle tue più intense sensazioni, delle tue imperfezioni specchio della tua virilità mascherata. Mostrami in tutto il tuo splendore la tua potenza gaudiosa.
Le tue parole sono impresse indelebili, scolpite come su marmo nel mio cuore pulsante, nel mio cuore che accelera il battito alla presenza del tuo volto incantevole. Tu che sei ad un tempo ciò che è dentro di me e quindi da sempre conosciuto ma anche un mondo nuovo da esplorare, la mia nuova America, terra incognita dalle mille bellezze, io alla ricerca delle pietre preziose che la tua anima mi offre, che il tuo corpo invitante mi porge.
Sì, sì amore mio. Rendimi tua, rendimi a tua immagine ossia a mia immagine, mio amore speculare, reinventami e fammi tornare in me con un giro vorticoso.
Con la tua forza del logos mai spento incuti in me timore, incuti in me rispetto, inebriami del calice divino di sapienza, mio vero pigmalione e servo nel medesimo istante.
Vai, continua le tue fervide lotte o mio condottiero dall’armatura scintillante, io attendo le tue parole di gioia, i tuoi gridi di battaglia, i fasti dionisiaci e i sublimi banchetti di fine battaglia. Prepara spada e giavellotto, assestami un colpo mortale e lecca le mie ferite, sanami padrone di ogni cura, principe del bene e del male, incantatore instancabile, combattente imbattibile.
Sì mio cantore ispira la mia stessa arte. Plasmandomi dalla sabbia o con un soffio vitale di vento rendimi la più superba altezza che il mondo conobbe, l’artista trasognante, l’artista il cui sforzo superbo è solo creare dal nulla, modificare l’esistente e farlo tendere alla più immane bellezza.
Abbracciami ancora, ora e per sempre.
Io sono vittima di un’eccitazione frastornante, mio giglio lussurioso vieni a me, fatti godere dall’inizio alla fine del mondo. Ultimi reduci godiamo, dimentichi del resto, noi soli godiamo e diveniamo l’universo intero.
Sì, così, non avere remore, sii tutto mio, sii per sempre mio. Quest’attimo duri ore, anni, millenni. Fammi godere mio amore, è tutto quello che voglio, mio vero amore.
Sono la tua Lilith e la tua Selene, sono la tua vergine eternamente in cerca di sesso, eternamente in cerca di godimento. Non farti scrupoli. Fammi di tutto. Rendimi serva. Sono tua per stanotte come lo sarò per sempre.
Vai mio animale grazioso e terribile, esplodi di passione, sono qui per questo, godiamo insieme. Sì godiamo. Ripeto all’infinito questa parola, godiamo. Per sempre. Altra parola, altro limite infinito.
Ah sì! Come mi guardi con quei tuoi occhi che mi divorano, con quelle tue mani che mi mandano ai campi elisi, nel nirvana, nella candida rosa. Le tue mani che scorrono lievi sulla mia pelle. Che desiderio! Che bramosia! Mi ripeto: che godimento!
Ah sì! Rendimi la tua divinità ancestrale, rendimi la tua meta da bramare che hai qui a due passi. Sono ciò che hai sempre voluto? Ed ora sono qui, per te, godiamo insieme.
Ah sì! Che delicatezza nelle tue mani sapienti!
Ah sì! Non aver fretta immane. Che quest’attimo duri un secolo. Che il godimento tenda all’infinito. Mi strazi. Ho voglia di sussurrarti ancora parole dolci, parole perverse, parole pure.

21

Distolsi dunque lo sguardo nell’attesa che la presenza somma femminea si avvicinasse con me distratto. Un dubbio mi assalì. Subito evaso. Di cosa avremmo parlato. Come potevano le mie miserrime parole tenere testa alla più maestosa bellezza. Non restava che essere muti, sprigionare un logos diverso, un silente ma onnicomprensivo dello scibile umano. Mi avrebbe senz’altro guidato lei, con i suoi poteri, i suoi arcani, le sue magie.
Ah che desiderio di vederla almeno! Gli occhi a volte, seppure solo in parte, saziano il desiderio di parlarle. Come avrei voluto si manifestasse di nuovo. La voglia di voltarmi era forte, immane tentazione. Che fare. Sono gesti unici, apparizioni uniche, non bisogna perdersi in remore ma agire. Agire, sì, ma come. Guardarla ancora.
Improvviso un gesto. Apparve di sbieco. Con l’indice proteso mi indicò e sorrise. Eccolo, eccolo il gesto unico ed irripetibile.
Cosa darei per rivederlo, tutto me stesso. Diventerei pianta rampicante per il suo dolce corpo, mi avvolgerei come tessuto intorno alle sue forme perfette. Oh sublime cacciatrice! Sublime regina di venti e tempeste! Ti bramo, ti osservo e ti bramo!
In un attimo le mie forze rinvigorirono come ad ogni sua vista, come ogni volta che sfinito la fissavo negli occhi boschivi. Dillo piccola maestosa regina cosa fare, dillo ora che ti ho trovato. Voltarmi di nuovo? Seguire i tuoi passi. Farmi guidare dalla tua andature sicura e repentina ma ad un tempo maestosa?
Muto, restai muto. La mia lingua era un ghiacciaio ma si sciolse nel pensiero sublime di averla accanto. Come trafitta da spilla non arreca parole. Solo una forte inspirazione, un “oh” di stupore che ruppe il silenzio. Gli uccelli al suono leggiadro volarono attorno alla maestà femminile.
Ed io muto, ancora muto, muto nei semplici sospiri, unici rumori che attorniano la foresta.
Tu, tu sublime, sei trasparente vetro inossidabile. Sei segno rupestre, miniatura affascinante. Sei presenza eterea, potresti varcare i flutti del mare o questa selva trapassando i rami, camminando sulle acque in tempesta, potresti respirare l’aria di cui tu stessa sei fatta. Presenza ariosa ma non irascibile. Maga ma non strega. Essenza universale.
Era solo un gesto, quell’indicarmi che ti rende di nuovo umana, di nuovo fatta di carne, ossa e pelle, ma un gesto che nella sua unicità avrebbe potuto non più riproporsi. Ah se la mia bocca non fosse muta dinanzi a te quanto avrei da dirti!ma non riesco. Non ne sono capace e non per timore ma per reverenza e sottomissione.
Purtuttavia tu sembri comunicarmi telepaticamente che non sarà l’ultima volta, che ci saremmo incontrati ancora, presto anche.
Ed è tutto ciò che volevo e voglio, il mio più intimo desio.
Sì, tu regina di ogni arte intreccia per me una storia di velluto che sappia coprirmi dalle intemperie della vita.

22

Non finirà, non può finire così. Tornerai, devi.
L’incantesimo fatato in cui siamo sprofondati, l’incantesimo di ambrosia delle tue braccia possenti e dolci non si dissolverà, ne sono certa, tornerai. Non varranno a nulla le parole di mio padre e di quel meschino essere orripilante del mio ex, rettile squamoso e vanaglorioso.
No, tornerai, ne son certa, affronteremo insieme le insidie. Combatteremo ancora. Il destino mio sei tu, il destino dei miei giorni. Tornerai, lo ripeto all’infinito, sfoderando la tua spada mi libererai nuovamente dalle loro paranoie e questa volta, ne sono sicura, per sempre. Mi libererai ed io sarò la tua attrice principale, col trucco genealogico, quello di cui parlammo, col trucco che ricopre il manto delle tue eccitazioni, un po’ sfumato un po’ smacchiato.
Sono certa che la nostra sofferenza per questo che loro chiamano addio sarà forte ma con i tuoi piedi saldi su strade insicure non ti dimenticherai di me. Cadrai in piedi come i gatti e come loro col tuo sguardo ridurrai in poltiglia quelle loro fandonie allucinanti.
Il tuo fascino non sfiorirà, mio incanto e mia gioia, torna quando puoi, torna rinvigorito, torna con un piano preciso, torna e liberami.
Ricordo le nostre fughe nascosti tra i rami, quando discutevamo sul mondo e il mondo stesso e l’universo erano nostri. E lo sono, lo sono per davvero, lo sono perché tremano le mie vene ai tuoi baci.
Ricordo quando ci lasciavamo alle porte di casa. Stretti mano nella mano sarebbero potute passare ore senza che nemmeno un ciclone ci avesse smossi. Noi saldati, immobili eppure pieni di vita.
Ricordo, e le conserverò in tua memoria, attendendo il tuo ritorno, le nostre foto. I sorrisi, le carezze, i volti buffi, gli scatti di sorpresa.
Ricordo il nostro desiderio intimo di fuggire da questa realtà, di approdare sulla nostra isola dalle onde felici e dalla sabbia rubiconda.
Non mi separerò mai da te, non sarà la distanza a farci tramontare, non sarà un ricatto ad eclissarci. Non ci saranno rinunce, non ci saranno rassegnazioni. Tu sei e sarai sempre mio e non ti perderò, romantico cavaliere.
Una lacrima scende sul tuo viso, una lacrima struggente.
Allunghi le tue braccia per stringermi come se non volessi finisse mai questo momento, come se non dovessimo mai più lasciarci, come se fosse stato tutto solo un brutto sogno. E in questo abbraccio oltre a proteggere me proteggi te stesso. In quest’abbraccio cerchi un sostegno, tu o mia chiave di volta, tu punto cardine delle cattedrali d’amore, tu stella polare dei viandanti.
Poi ti stacchi improvviso, ti muovi come ondulando e con passi insicuri, quasi stordito, ti siedi sulla panchina.
Chiudi gli occhi e mi stringi le mani. Vuoi sentire ancora per un po’ quel fremito, quell’armonia universale, quella celeste melodia a noi cara. Solo nostra eppure talmente pura che chiunque può ascoltarla se ha cuore limpido.
Scocca un bacio. Un bacio di quelli sussurrati, di quelli che ti dicono, non voglio, non voglio andare. Un bacio di quelli che ti dicono sei tu la mia più preziosa fanciulla, la mia unica amante, la mia unica perla.
La lacrima scende di nuovo ed inizia a piovere. C’è un sapore amaro in quest’altro bacio che scocchi. Il sapore della paura, della paura dell’addio, della paura di non tornare. La paura che assilla e fa sobbalzare i condottieri prima di un duello o all’approssimarsi di una battaglia.
Fa capolino il sole. La pioggia assume la veste di un ocra quasi velato. Lui mi guarda e va via asciugandosi gli occhi e le guance.

23

Una nuova apparizione muta nella sua eloquenza. Ma che eloquenza. Un’eloquenza sensibile, sensuale, quasi sessuale che mi pervase. Un’apparenza, una semplice apparenza dionisiaca. Era lei, ancora lei, in vesti nuove e sgargianti che appariva dalla corteccia di un albero decrepito arricchendolo con la sua immagine ed abbellendolo quasi. Come quando il proprietario riempie di fasti una misera dimora e il personaggio supera la frugalità.
Aveva l’anello al dito, l’anello del potere, il magico anello che le permetteva di comparire e scomparire, di mutare forma, di rimanere eterea ed a volte di sembrare vivida e reale, quasi carnale. Quell’anello porse alle sue labbra carnose in un gemito.
Con eleganza diresse la ormai consueta melodia imbracciando la cetra come musa virgiliana, come etere candida. La musica era spettacolare seppur nella sua inusuale semplicità. Giri armonici e canti muti. Mi sarebbe venuta la voglia di intonare versi al suo suono, magari miei o di amici siciliani, ma non riuscivo perché la sua vista, come incanto, ogni volta mi allibisce.
Dispose le note come baci sensuali, spostando arrangiamenti come tarocchi da cui sprigionava la magia del vissuto, del consunto rinvigorito, dell’eterno. Erano parole le sue, le parole mute dell’impronunciabile nome divino.
E il mondo, il mondo dominato, poteva sfiorando l’anello mutare tempeste in venti soavi, piogge torrenziali in primavere eterne, alberi secolari in fanciulle piante. Ma a ciò era adibito l’altro anello, non quello perverso dell’anulare ma quello preciso, spiovente quasi ma in sessione aurea col corpo.
Si chinò improvvisa, dunque.
Negli occhi l’invisibile divenne il principio primo, l’Un visibile, il dispari, sì il dispari, il dispari della perfezione, non il pitagorico pari completo. Il dispari dell’attesa. Eccola, eccola la precisione, eccolo il vero.
Da ciò le scenette di me immobili furono tasselli di mosaico mal riposti e riordinati dal suo nuovo sguardo su di me. Oh l’assoluto! Oh la sua ferocia silvestre! Belva dagli artigli nascosti e pronta al balzo. In un rigonfiamento delle sue guance sprigionò aria gelida. Refrigerio mentale. La mia mente si espanse e tese all’infinito. Ma fu un attimo. Non si può descrivere pur essendomi capitato già altre volte alla sua vista questa fu unica, ero immensamente ed irrefrenabilmente padrone dell’intero accorgendomi della mia limitatezza.
Lei amica o avversaria? Ecco, posi un quesito cui forse non avrei mai ottenuto risposta se non nella bellezza, la bellezza unica. Non può essere malvagio ciò che è bello dentro. Non può essere malvagia una cacciatrice d’amore quale lei era. Non dovevo temere. Dovevo solo abbattere le mura di paura ed entrare nel suo castello di bontà e sincerità. Forse per questo non ero pronto. Non ero ancora pronto a concludere la mia missione, a parlarle.
Ipocrisia, abbattere l’ipocrisia. Solo lei ci sarebbe riuscita. Ed io dovevo convincerla, convincerla ad intervenire per una pace universale, per una parusia terrena, per una giustizia somma, senza compromessi o prese di potere né corruzione. Una purezza, dicevo, originaria.
Rientrò nella corteccia e con un lampo disparve accompagnata da belve ammansite dalle carezze delle sue mani.

24

Venere, lucifero, la prima luce del mattino di me sopita tra le cianfrusaglie consumate a letto. Me insolitamente rilassata, rilassata forse per l’aria tiepida delle sei del mattino. Ma come colei che dopo la vista di un miraggio non riesce ad abbeverarsi all’oasi così io sprofondai nella stessa depressione.
Lui partito.
Ed io, io qui ad attenderlo, attenderlo come una bambina il giorno di Natale, ma senza speranza. La luce, la luce che ha un rapporto stupendo con il suono e così, senza nemmeno accendere la radio inizio a canticchiare, sottovoce, un “la la la la la la la la”, ho nella mente la canzone “can’t get you out of my head”. Non è che sia la prima volta. Era quasi la nostra canzone. Lui il mio principe liberatore. ora lontano.
L’ultimo nostro pranzo prima del saluto alla panchina. Ancora i resti sul tavolo. Li assaggio come per sorbire ancora qualcosa di lui, come se il gusto stimolasse la vista ed alleviasse il dolore. Ma il suo posto, dove agitava simpatico le mani nel parlare, ora è vuoto.
La luce entra in stanza. Devo categoricamente nutrire speranza, non posso abbattermi sempre più, finirei per reprimermi. Lui tornerà e punto. Il tempo, il tempo non esiste e ne parlammo, o meglio esiste ma è una nostra illusione, quindi non mi interessa, lo attenderò. Non ho fretta.
Presto giocheremo ancora a trovare affinità elettive, a burlarci come piccoli esserini paranoici di messaggi criptati inviatici dalla natura, cercando di codificarli. Non è forse questo il limite, la linea bianca che divide la scienza e la filosofia dalla pazzia? Ah ci fossi tu! Tra una sigaretta e l’altra saremmo scoppiati a ridere di tali disquisizioni. Il mondo è ridicolo ti avrei detto. Il mondo è un ubriacarsi di sentimenti, avresti risposto sorridendo.
Quell’anello, il nostro magico anello. L’anello che un giorno mi donasti dicendo che avrebbe espresso ogni mio desiderio. L’ho qui tra le mani e lo maneggio con cura. Un solo desiderio, rivederti al più presto. Una sola risposta dà alla mia mente, non c’è fretta, attendi. Sì il mio anello mi consiglia. Ha un’anima e lo sento. Mi è vicino. Mi protegge, sarà il tuo alter ego, in tua mancanza lo strofinerò e i pensieri voleranno a te, al tuo volto, al tuo corpo. Senza incertezze, senza epiloghi disastrosi che come gironi danteschi inghiottono tutto senza pietà né compassione.
E l’anello mi riporta alla nostra cena.
Ti ammiravo leggiadro nel parlare e nel muovere le mani con una grazia innata. Sembrava sbocciassero rose che accompagnavano la tua magna eloquenza, eloquenza sensuale.
Ma non c’era punta di orgoglio ed arroganza, nelle nostre discussioni ti mostravi sincero ed umile, disponibile al confronto e sapevi quando la conversazione prendeva una piega desueta ma non la scansavi con ironia continuavi e soprattutto con autoironia. Eri cosciente delle tue capacità ma ci sorridevi, mostrando i tuoi limiti come solo i grandi sanno fare.
Parlavi spesso anche di te, dei tuoi problemi, ma con fare sempre lucido e accattivante, senza mostrare odio né rancore per nessuno. Cercavi sempre il risvolto positivo della medaglia convinto che ogni persona, anche la più malvagia, ha delle doti umane, delle doti divine, è un essere che soffre nella sua cupidigia o ingordigia o vanagloria ma che in fondo è come noi. Un fanciullino che cerca la verità e non solo facili successi deteriorabili come merci di consumo.
Come ci somigliavamo e come ci completavamo. Due specchi riflessi di cui il più opaco schiariva il lucido e viceversa in un amichevole scambio di passioni.
Sei unico mio amore, sarai una persona come le altre ma sei unico. I tuoi difetti sembrano obnubilarsi ai pregi e anzi tramutarsi in essi proprio grazie alla tua umiltà. Ti adoro tesoro. Ti adoro e ti attendo con bramosia.

25

Mi approssimavo ad uscire dalla Foresta Nera nello stesso istante in cui i miei polsi iniziarono a battere più velocemente ed io ad uscire da quella fase quasi onirica. Ma qualcosa ancora mi tratteneva.
Sentivo come un rombo di mille tamburi nella mente, come il fragore delle battaglie, quando si serrano le fila pronti a sfondare l’offensiva nemica. E chi mai era il nemico se non me stesso, se non le mie stesse paure.
Eccolo il nemico che dovevo abbattere, i miei limiti terreni. Dovevo abbattere il pregiudizio, lo dissi. E alcune vanaglorie carnali. Il desiderio irrefrenabile di possedere ricchezze e di accrescere la propria potenza senza l’umiltà. È come scalare una montagna senza bastone, riuscirci è arduo se non impossibile.
Il mio stomaco a tali riflessioni interiori ebbe un sussulto. Chissà da quando era che non mangiavo. Non avevo forze a sufficienza per cacciarmi la pur abbondante selvaggina del luogo, perciò dovevo cercare il villaggio più vicino ed acquistare qualcosa, gozzovigliare quietamente.
Erano giorni di digiuno eppure nessuno stimolo di appetito mi aveva fino ad ora assalito, preso dalle visioni e dalle riflessioni. Ero abituato all’austerità durante gli studi ma una tale costanza ed estraneità dai beni materiali e dai piaceri carnali non l’avevo mai provata, ne avevo letto di mistici romei, stiliti che vivevano di pochissimo se non di nulla e riuscivano a nutrirsi di solo spirito. O magari santi che consumavano solo la santa eucarestia. Forse le potenzialità umane vanno al di là del nostro credere e sta a noi potenziarle e svilupparle.
Forse l’unica cosa che può farci vivere in eterno è una, e credo di averne la certezza. È l’amore. Amare è dare sé stesso, per sempre a tutti. A tutti sino a negare sé stessi, sino a rinunciare a sé. O meglio, sino a rinunciare al superfluo per rendere davvero necessaria e sufficiente la vita e trovare il nostro noi stessi.
È questo che ora penso, amare. Ma l’amore non si vaneggia né ostenta, l’amore non si prova, l’amore si sente direttamente sottopelle fin quando ti avvolge completamente e ti ricopre come un dolce vello.
Togliamo dunque l’ipocrisia. Togliamo questo nostro essere vili come rettili. Togliamo le falsità dagli sguardi, i doppiogiochi. Spesso facciamo le cose per reprocità, con ottica mercantile. Così, proprio come se ad ogni nostra azione dovesse corrispondere un contraccambio. Dimentichi, spesso degli insegnamenti cortesi. Era così alla corte dell’imperator, la prima cosa che imparavamo era la liberalità, compiere azioni senza pretese.
Spesso dovremmo lasciarci andare all’irrazionalità, la più pura sensualità razionale. Sembra un ossimoro ma è così. I fanciulli, sorridenti, se non corrotti da educazioni mescine non conoscono le leggi del contraccambio, le meschine azioni compiute per ottenere favori.
Forse era questa la situazione edenica. Dove si conviveva belve ed esseri umani in una sorte di pace ancestrale, dove non v’era volontà di sopraffazione, matrice di tutti i mali. Dio forse non ha mai vietato di mangiare all’albero della conoscenza perché soffiando nelle nostre narici ci ha reso coscienti ed intelligenti, a sua immagine e somiglianza. Il suo divieto era di non mangiare l’albero della conoscenza del bene e del male. Cioè non far del male, non peccare di superbia, non alzare le mani contro la natura ed i propri simili. Divieto infranto che ci porta alla dannazione ma dal quale possiamo liberarci. Lei può farlo, con un solo cenno di mano può farlo, ed io non fallirò nella mia missione appena le parlerò.
La follia umana è senza limiti, la coesistenza pacifica creerebbe equilibrio e soprattutto eliminerebbe guerre, e la natura si schiererebbe al nostro fianco, smetterebbe di piangere per le nostre oscenità violente.
Sentii all’improvviso un rumore, un villaggio, ne ero certo, mi avvicinai e scorsi una ragazza intenta a portare un cesto di pesci fluviali. Mi presentai come un monaco in missione per conto imperiale e chiesi ospitalità e conforto in quanto avevo affrontato a fatica la foresta e senza viveri.
L’ospitalità non fu negata.

26

Stesa sull’asfalto . Dopotutto è notte fonda, non posso far altro che pensare guardando la fioca luna ricoperta da un lieve strato di nubi. Quando la luce diviene penombra si eccitando le corde del nostro destino, quando si scura troppo, quando è buio pesto, beh allora significa che è tutto finito.
Ed io sono in questa situazione, in bilico tra luce ed ombra. In bilico tra morte spirituale e vita. Il dolore mi attanaglia smorzato solo dalla speranza, lei non può tradirmi. Non può. Non può abbandonarmi. Nemmeno lui l’ha fatto, so che in questo momento, seppur con garbo, starà struggendosi al mio ricordo e forse avrà una forza maggiore per affrontarlo. Sì, il sollievo della compassione, del soffrire insieme è anche un dolore, il dolore per far soffrire un’altra persona che amo.
Qui senza di te è come morire tra le fiamme dell’inferno. Come soffrire in gironi maledetti. Si sente il passare dell’illusorio tempo. Si sente e ti strugge. La pelle è come corrosa, consumata. Una sensazione orribile, la sensazione di perdersi per sempre.
Senza te non ho appoggi, sono ritornata la ragazza combattiva ma spersa di ieri, la ragazza che può contare solo su sé stessa, che non ha appigli né amici veri su cui contare. La ragazza rinchiusa in questa gabbia d’oro, meglio in questa sfera di cristallo, cristallo impossibile da distruggere ma pungente, come file di vetri aguzzi in alto a delle mura che mi impediscono il valico.
Ti prego, non dimenticarmi. Ti prego, io sarò per sempre tuo. Pure se sono dall’altra parte del mondo sono lì vicino a te, porgi le guance e puoi sentire le mie carezze, porgi le labbra e puoi godere i miei baci. Ritorneremo un giorno a dimorare nel nostro castello incantato, mio prode cavaliere, mio eroe.
Aspetto te col tuo forte destriero, ti cerco. Ti cerco nell’abisso e tu dall’abisso comparirai, ne son certa. Con un saldo colpo sferrato eliminerai i nostri nemici e fuggiremo via, per sempre.
Sono stanca, sono terribilmente stanca di scontare qui la mia pena. Di sopportare il vuoto. La violenza. Il male. Sono stanca di subire tutto ciò. Ho bisogno di te come tu, certo, ne avrai di me.
Io sono la loro principessa di cartapesta, un burattino da manovrare, ma io tutta me stessa la darò solo a te, non farò più altri errori. Seppure le loro paranoie sono reali non mi interessa, a me interessa semplicemente vivere una vita, la mia vita. E mi interessa soprattutto viverla con te.
Tu mio principe dell’infinito, tu vero ben perché privo d’ipocrisia. Quanto ancora dovrò aspettare. Il caos che ho dentro mi corrode i nervi. Ho bisogno di parlarti, di stringerti, di amarti, ho bisogno della tua calda voce rassicurante e dei tuoi refrigeranti baci.
Torna amore. Torna subito anche ora. Ho bisogno di te.
E tu, mia graziosa luna, se sei davvero la nostra simile, la sua protettrice, abbi cura di lui e fa che torni da me, fa che possa stringerlo, fa che possiamo vivere finalmente felici.

27

Accanto all’abitacolo dei miei ospitanti c’era un grosso masso ed io i fermai a riflettere.
Pensavo al rapporto che sussisteva a livello linguistico tra i nomi. In genere ciò che cerca è maschile, ciò che viene cercato femminile. Un po’ in tutte le lingue, anche nelle barbare. L’amore cerca, la bellezza è cercata.
E lei? La grandiosa apparizione gaudente? Era lei la mia ricerca senza sosta, il fine ultimo della mia vita, la mia missione sarebbe stata anche l’ultima? Sarei stato eroe liberatore grazie alle sue frecce d’amore.
Il suo nome, il suo nome impronunciabile. Il suo nome come le apparizioni fugaci. Quando hai un lampo che ti invade la mente ma dura pochi attimi non riesci a ricordare quale fosse stato il tuo pensiero. E ciò per un po’ ti fa rabbia.
La dimenticanza vivida. Sapere senza averne memoria. Sapere di avere un’innominata bellezza che si estende senz’altro al suo nome, un nome magnifico senza ombra di dubbio.
Dove sarà ora lei? Lì nei meandri oscuri della selva impervia, di quegli altisonanti rami, superbi alberi che mi hanno condotto in uno stato di trans onirica. Ne avrò fatta di strada, volando, volando col pensiero ho attraversato sentieri reali. Sensazione unica.
Lei sarà lì, nascosta tra le fronde, con le sue spaventevoli bestie ammansite dai suoi magici tocchi di mano. Lei sarà lì, unica che nella possenza conserva una dolcezza e una grazia. Dolce come un biscotto arabo eppure spietata nelle vendette pur mosse sempre da tumulti d’amore.
Lei lì, senz’altro, a mostrare le sue forme migliori. Che attrazione. Un’attrazione non vilmente e semplicemente lussuriosa ma un’attrazione carnale e spirituale ad un tempo. La bellezza. Questa è la bellezza.
I suoi occhi cobalto talora, talora silvani, i suoi occhi come emblema massimo del ricordo. Se dovessi ritrarla saprei da dove partire. Dal taglio degli occhi, dalla loro forma e dal loro mutevole colore che magari non potrà imprimersi su tela ma che ho vivido nella mente. I suoi occhi sono tutto ciò che resta della sua vista. Il resto ricordo lampeggiante e confuso. Ma i suoi occhi indimenticabili, forse per suo stesso volere. Occhi specchi del suo animo, del suo corpo.
Che nome maestoso avrà la regina del bosco. Un nome che nemmeno la biblioteca d’Alessandria nelle epoche di massimo splendore avrebbe saputo trovarmi. Un nome di natura paradisiaca, di fremito infernale. I dotti si arresterebbero esterrefatti al mutismo della sua vista, al sentir pronunciare il suo nome cadrebbero come corpo morto cade.
E la sublimità di quando alza l’indice in cielo attirando a sé i venti e cioè le divinità silvane, dalle ninfe agli spiriti che dimorano gaudiosi, ai folletti rubicondo, agli elfi restii alla parola, ai nani pronti alle armi e al duro lavoro.
Il suo nome impronunciabile, dunque, e nell’inpronunciabilità inviolabile. Inaccessibile. Invalicabile.
A se potessi conoscerlo forse la mia mente andrebbe in paranoia, non saprei reggere cotanta imponenza e docile bellezza.
Lei dal bel nome, col corpo ricoperto di viole e che sorvolandolo in periplo con lo sguardo ti riporta ogni conoscenza umana, ogni lettera, ogni arte, ogni filosofia, ogni popolo sconosciuto.
Riuscirò nell’impresa, ci sarei senz’altro riuscito, lei era qui per noi e non ci avrebbe negato aiuto. Il momento della parusia, lo sentivo, era vicino.

28

Ah rieccoti! Che bel mazzo di fiori! Vuoi riconquistarmi bastardo dalla triplice faccia, non sei un Giano ma un ipocrita trilatero scaleno con misure diverse eppur sempre perversamente viscide.
Ricordo io, ricordo i primi tempi. Il tuo fascino mascherava tetri e meschini fini, tu e quell’altro essere orribile di mio padre.
Quante attenzioni, quanto amore sembrava mi dessi, credevi di comprarmi con i tuoi fastosi regali, con le tue cenette lussuose da quattro soldi. Ma dietro tutto questo c’era solo la più totale indifferenza verso me stessa. Io ero uno strumento e non il fine della tua vita. Tu dicevi di amarmi ma pensavi ai tuoi loschi affari paranoici.
Li odio. Odio la tua sete di potere, non sono per niente come te. Ho i miei dubbi nei quali vivo ma una certezza l’ho, che ho bisogno di chi mi rispetti e cacci fuori me stessa, meglio mi aiuti ad essere me stessa, superando le mie insicurezze ma senza mai divenire come te, orrido essere.
Te l’ho detto già altre volte, ho varcato il limite. Ed è punto. Stavo divenendo malvagia con te, quasi indifferente a tutte le bellezze della vita, non sapevo più godermi neanche una giornata di sole, una passeggiata in riva al mare.
Tu eri distratto ed io no ero e non sono altro che un bene mobile per te, il prezzo da pagare per il tuo successo, per la tua gloria senza meriti.
Quante volte sono stata sola nella mia stanza a piangere, a soffrire per le tue carenze d’affetto, per le tue freddezze, gelido come una lastra di ghiaccio il tuo cuore. E tu dov’eri? Ad organizzare complotti, sì chiamiamoli così. A seguire i vostri tesori immaginari. Perché guardare lontano, perché seguire una mappa e percorrere miglia di vita se il vero tesoro è nei nostri cuori, nella nostra quotidianità quieta eppure avventurosa.
A volte mi fai sorridere, sì chiunque si prendere beffa di te. Tu che cerchi cose impossibile con quel folle di mio padre. Tu che soprattutto fai di tutto per essere il più possibile seduttivo, intrigante, con un sex appeal da fare invidia ai divi, tu che cerchi di essere il maestro di vita.
Posso darti un consiglio? Lasciatemi perdere una volta per tutte, io non sono quello che credete e fate una bella cosa. Aprite un bel negozio d’antiquariato e ficcatevici dentro voi e le vostre mappe misteriose. Poi trovate un’altra prescelta, tanto voi siete potenti no? Potete fare tutto. Allora vi chiedo questo immenso piacere. Lasciatemi perdere e pensate agli affari vostri senza coinvolgermi. State solo facendomi soffrire, soffrire come una dannata.
Perciò, ve ne prego, lasciatemi una volta per tutte. Lasciatemi perdere. E soprattutto fatelo tornare. L’esilio che gli avete imposto è orrendo, non ferisce solo lui ma anche me. Ho diritto anch’io alla mia felicità?
Smettetela di trattarmi come un giocattolino, sono per voi solo una bambolina vestita da principessa ma nella vostra casa incantata e senza fate non voglio restarci. Ho bisogno di vivere. Ho bisogno di spiccare il volo.
29

Restai ancora a siestare sul masso, mosso ora da altri pensieri.
Il ferro rovente col suo scalpitio mi indusse in riflessone. Il proprietario dell’abitacolo era un fabbro di armi da guerra.
Riflettevo dunque, dai primi colpi assestati. Riconobbi il posto, era un piccolo villaggio ma importante perché nodo di scambio per i viaggiatori ed i soldati. Erano abituati a prestare ospitalità e non fare molte domande.
Riflettevo allora sul tintinnio dell’universo che avevo imparato in questi giorni a percepire. Sul caos che genera la cosa. La res creata dall’informe, o meglio plasmata.
Ero diventato anche molto più sensibile ai rumori, il mio orecchio si era affinato e riuscivo a sentire conversazioni anche a lunghe distanze. Ma come in una sinestesia lo stesso valeva per gli occhi, mi accorgevo sempre più dell’immensa varietà di colori, i primaverili manti floreali, le autunnali esplosioni giallognole dai mille volti e sfumature, l’invernale neve che ricopriva i sempreverdi e i rami spogli con candore ed infine l’estate dai succulenti frutti. Ed anche il palato era affinato. La cena, seppur parca, propostami la divorai in un battibaleno, e non era semplice golosità né appetito per il viaggio, era come se avessi imparato ad apprezzare maggiormente le cose che la natura tutta ci offriva.
Vivevamo in un mondo pieno di potenzialità, umanisticamente posizionati al centro dell’universo e non sapevamo conservare il nostro tesoro. Già, il nostro tesoro non fatto di gemme o pietre preziose ma di bellezza e soprattutto della bellezza delle piccole cose.
Quanto un sorriso può far sognare! Uno sguardo incantare! Una leccornia godere!
Abbiamo un mondo in noi che si ribella e come corde rotte di una lira la nostra anima spesso non riesce a suonare le splendide armonie cosmiche. Occorrerebbe affinarle, con la meditazione, con la bontà di cuore di cui tutti noi disponiamo.
Dentro di noi c’è l’infinito perché dio è in noi e come possiamo noi, esseri divini, cadere così in basso da non sfruttare ciò che il mondo ci offre e soprattutto ciò che noi stesso possiamo offrire, le nostre potenzialità senza limiti.
Il vuoto, spesso domina il vuoto, ma cos’è mai il vuoto se non assenza. La nostra anima musicista non è mai sorda ai nostri richiami, ripariamo le corde dello strumento, fuggiamo dal vuoto e quindi dalla conseguente violenza che ci attanaglia.
Il nostro destino è andare oltre, il nostro destino è essere noi stessi, non profittatori di licenze che offendono il prossimo e la nostra stessa persona ma fautori di libertà, di una libertà non ipocrita, di una libertà serva dell’amore. La vera libertà, siamo liberi solo quando amiamo, quando desideriamo il bene hce coincide con la bellezza, la bellezza è il sommo ben e si manifesta spiritualmente nell’apparenza. Dobbiamo vivere di semplice e puro amore, di continua ricerca di bellezza come pecsatori che cercano di trarre dal mare il loro raccolto così dovremmo sforzarci a vegliare di prima mattina fino ad attendere la somma bellezza che ci estasierà.
Preso da questi pensieri e distrutto dalle fatiche e dalle lunghe meditazioni silvane mi assopii sul masso traendo sollievo dalla durezza, insensibile al dolore per l’eccessiva stanchezza.

30

Ti amo. E mi manchi.
Forse sono solo una bambina capricciosa, una stupida ragazzina che non ha più l’aria per vivere. Che ansima nell’attesa del tuo ricordo. Sicuramente sarò solo una ragazzina. Una stupida ragazzina.
Ah quante volte mi spinge un impulso di stringerti! Ah quante volte vibro ed abbraccio il vuoto, piangendo! Credendo tu potessi apparire in carne ed ossa qui dinanzi a me.
Ah, non nego, no che a volte ho avuto la tentazione di dimenticarti, di sottomettermi ai loro voleri. Ma no, non potevo, non posso. Non posso per te, per l’amore che nutri nei miei confronti e soprattutto non posso per me, tu che sai cacciare la parte migliore di me, il mio io più intimo, la mia verità più assoluta.
Con loro solo loro parole, il mio è un essere annullato. Un essere informe, un essere senza vita. Un essere plasmato ai loro comandi.
Mi danno della matta in questo periodo, ma chi sono i veri folli? Chi? Sono loro che mi stanno annientando, anche le mie cellule celebrali annichiliscono al contatto con i loro discorsi deliranti.
Aiutami te ne prego, torna!
È vero, all’inizio stavo bene nel loro mondo d’incanto. È vero all’inizio ero quasi felice, credevo davvero di esserlo, credevo che avere tutto fosse ciò che tutti sognano. Invece non avevo niente. Il mio vero tutto sei tu, dolce amore che pendi dalle mie labbra.
Ho sempre agito, anche in passato, da persona ferma nelle sue decisioni. Loro hanno saputo ingabbiarmi. Ma una cosa non la faranno mai, ammaestrarmi. Io non sono una belva da circo. Io non sono da domare, sono da conquistare.
Conquistare, così come hai fatto tu, corteggiandomi con discrezione per tanto tempo, attendendo impaziente anche quando ero altezzosa perché piegata ai loro voleri, anche quando mi credevo la padrona di tutto.
Tu mi hai insegnato qualcosa di nuovo, l’essere padroni di un nuovo mondo, di un mondo questa volta, davvero fatato. Tu hai distrutto quell’involucro fragile che mi proteggeva e che all’apparenza era così invulnerabile. Tu mi hai fatto capire l’importanza dei sentimenti, dei veri sentimenti. L’importanza dell’amore.
Sarò pur pazza ma pazza del tuo amore, tutta tua, tutta tua. Tutta per te è la mia immagine, il mio corpo, la mia mente, la mia anima e me stessa. Sono tutta tua. Vieni e liberami.
Non so fino a quanto potrò resistere a questo giogo, sono un bue che lavora ai loro meschini piani. Solo tu puoi salvarmi, lo sento, lo credo. Lo sento perché hai il respiro degli angeli, lo credo perché sei diverso dagli altri, tu, mio prode avventuriero.
Salvami! Salva questa ragazzina insicura eppur fiera e coerente!
31

Mi risvegliai rilassato ma il mio animo in subbuglio era ancora colo di pensieri.
La gente, la gente e noi tutti non comprendevamo la bellezza della pace e della natura, sempre in guerra gli uni contro gli altri per litigi stupidi, per sete di potere temporaneo nascevano guerre sanguinose. Dimentichi del verbo. La gente proprio non capiva.
E qui mi sorse un dubbio. Come poteva non capire chi aveva in sé dio, l’essenza suprema. Come poteva. Il libero arbitrio come poteva essere utilizzato a fini egoistici. Con calcolo aritmetico e non sensibile. La ricchezza materiale. Era quella senz’altro la regina di ogni male, di ogni vizio. L’unico vero peccato e delitto ad un tempo, far soffrire l’altro per sé, per il proprio bene. Che poi bene non è. Se soffre un altro uomo l’universo piange e chi ha fatto soffrire si allontana sempre più dalla luce interiore che dovrebbe serbare come un tesoro in sé.
L’uomo è testardo. Ed io? Chi ero per dire questo? Forse l’ultimo reduce di una realtà edenica? Forse ancora e peggio simile a loro, grande nei discorsi ed infimo nelle azioni. Forse seppure cercavo di seguire la retta via con l’agire sono di più, sono incomodo.
Magari ero solo un manto rossiccio in una sabbia del medesimo colore. Forse non lascerò impronte ai posteri, non riuscirò nella mia missione. Sia chiaro, non ho sete di gloria ma di verità e amore.
Ma non ci sarebbero riusciranno, no non mi sarei arreso, mai. Non faranno in mille pezzettini questo manto mimetico ma mai mimetizzato. Seppure la mia era una voce che gridava nel deserto questa voce riecheggerà, riecheggerà pronunciando sempre il nome di lei, il suo nome impronunciabile.
Seppure vendetta ci sarà io sarò saldo, non eroe, non merito questo titolo. Ma balbettante testardo che si opera per la salvezza umana.
Guardare il rovescio della medaglia. Le gentili azioni dei malvagi, puntare su questo, anche loro hanno l’anima, il cuore pulsante. Come congegno alchemico va attivato. E io ci sarei riuscito, ci sarei riuscito con lei. Più di mille anni di pace universale, più di mille anni di godimento e gioia ci attendevano. E lei, lei non mi avrebbe, non ci avrebbe abbandonato.
Avrebbe saputo sicuro convincerli. Ed avrei potuto iniziare io. Col sofismo, con la potenza del logos, dei sofismi. Ma lei, lei era essenziale e necessaria, per l’inventio degli stessi, poi io avrei potuto abbellirla. L’ideale sarebbe stato se lei stessa li avesse pronunciati, convertendo i cuori di tutti, spingendoli per mano verso i sentieri della libertà, quella vera.
E sì avrebbe saputo senz’altro sanare il nostro dissidio interiore, quello tra l’anima e il corpo che a volte non le corrisponde, che a volte è disarmonico e capace di compiere gesti atroci contro noi. Noi che siamo esseri umani. Senza distinzione alcuna. Esseri umani con un’anima. Non esistono vie di mezzo, esiste solo l’uomo, esiste solo la natura, esiste solo la nostra essenza spirituale.
Ah sì lei! Lei con il suo ardimento nel parlare avrebbe vinto e superato ogni oratore. Col suo corpo scoperto a metà avrebbe incantato, col gesticolio inebriato, colle parole estasiato. Nessuno le avrebbe retto. Neanche l’arroganza, la pianta più difficile da sradicare.
E soprattutto avrebbe disintegrato la moda perpetua dell’essere umano. La mediocrità, le vie di mezzo. L’uomo è circondato dal compromesso, dalle illusioni di grandezza ma è rinchiuso in una gabbia di mediocrità dal tintinnio assordante.
Ed è questa mediocrità il male. Tolte le vie di mezzo si percorrono i sentieri dell’essere sé stessi più autentici. Uomini fatti per l’eterno. L’esser sé stessi più autentici è, dunque, un esser per l’infinito.

32

Ti prego adesso smetti di parlare col tuo fiato putrido che non sopporto. Le tue parole sono il ronzio di mosche appiccicose settembrine. Sei assillante e stupido. Non voglio sentirti!
E poi ho i miei pensieri e non mi interessano le tue brame di potere. Quante volte te lo devo ripetere. Mi angosciano. Mi stancano.
Ti ricordi, tu che dici di amare solo me, i tuoi terribili tradimenti? So che non sono altro che uno strumento per te, un alternativa stabile per i tuoi loschi affari.
Ah quando seppi del tuo vero carattere che tentazione, che voglia matta di prendere una pistola e colpirti, centrarti giusto al cuore fino a vedere il sangue colare! Ah, sai che soddisfazione! Ma non meriti neanche questo, meriti solo di scomparire da me. Non ti odio, ti detesto.
Ah ricordo quando ti sorpresi tra le sue braccia che pronunciavi le stesse parole che dicevi un tempo a me, e che continui a ripetere! Ah ricordo come sei meschino, come sei un porco assetato solo di sesso e di successo. Maiale, il porcile è il tuo luogo ideale. Tu privo di idee e di ideali. Sono il tuo approdo per entrare nelle grazie di mio padre. Ma voi siete due folli. Te lo ripeto all’infinito.
Ah tra le sue braccia godevi? Ti piaceva eh, ti piaceva brutto rettile, ti piaceva dominare. E domina, domina sugli esseri striscianti come te, ma a me lasciami in pace. Prendi quello che vuoi ma a me non mi toccare, non sfiorarmi nemmeno.
Uomo affascinante? Sei un burattino che si crede burattinaio. Uomo senza palle. Uomo solo per nome ma nella sostanza pianta smorta. Sei destinato a finire. Non hai futuro. Da me non avrai più nulla.
Guardami, guardami come mi hai ridotto. Guarda come mi avete ridotto. Sono una carcassa umana. Ho pagato l’essere stato con un meschino come te.
Ora non rido quasi più, sono sempre chiusa in stanza, sono sola. E qualcuno di voi se ne importa? No, certo che no, o meglio la vostra condizione è tornare con te, tornare a tessere i vostri piani paranoici. Avete l’abitudine di credervi salvatori del mondo ed essere semplicemente alla ricerca di un tesoro che arricchisca la vostra gloria terrena.
Che ricatto morale orribile il vostro. Non vi curate di me se non scendo a patti con voi. Non siete più la mia famiglia. Tu poi non sei nessuno, forse non lo sei mai stato veramente. Mio padre pensa ai cazzi suoi tra i libri impolverati. Ed io sola se non mi sottometto ai vostri loschi voleri.
Guardati allo specchio. L’hai mai fatto? Ti sei mai soffermata a mirare il tuo volto? Bé te lo dico io. Sei un essere spregevole. Abominevole ammasso d’ignoranza. Sei un illuso e chiamate in questi giorni me illusa. Ma vedrai che il tempo mi darà ragione, voi soffrirete come state facendo soffrire me, perirete con la vostra stessa mano, sbaglierete a colpire perché il vero bersaglio, e lo scoprirete presto, siete proprio voi, razza di ignavi ingordi.
Vergognatevi finché siete ancora in tempo e pensate a vivere finché potete. C’è sempre una piccola speranza. Lasciatemi in pace e fate quello che cazzo volete. Oppure lasciatemi in pace e cercate di viverla la vita, non di inseguire fantasmi.

33

Entrai come cometa nel borgo intravisto da lontano e fu subito sera.
Ospite nella stalla a fremere per la notte e si avvicinò una forma concreta e non più eterea, una forma di vita dalla bellezza inaudita.
Iniziamo col spumare come mare senza sale, condita ogni aggressione col suo gemito animale e fu godimento mai così intenso.
E lei mi guardò di traverso meschina d’amore senza abbellimenti che non fossero alla sua natura immanenti.
L’ovvietà del se fu presa per eclissi e allora continuammo senza affanno a sbirciare nostre memorie senza parole, lei, la vedi, come gode. Ma con una sofferenza interiore direi che quasi quasi mi commuove, muovo in compassione, ahi quanto somiglia il tuo costume al mio.
Tutto è un miscuglio, dice, guarda e si alza, tutto è un subbuglio, dice, sfiorandomi la spalla. Tutto il concreto una sincera e mai cruda futilità d’amore, io svenni allora lei fu qua. Due o tre tozzi di pane, un po’ di latte di vacche per continuare, oh, sì, tu sai davvero amare.
Lei era tutta ubriaca e la vendemmia in incudine lo mostrò, mi prese a schiaffi quando tornai a soggiogare tra le sue braccia. Ed ancora l’oggi che fu domani mi invase, sì, per forza, io non me ne volli più andare. È lei forse la donzella.
Sì, dico forse è lei quella che dal fugace incanto intravidi nell’oscura foresta, ah come godo, mi sciolgo e riannodo, lei inizia, fa un po’ di moine, non la seppi più scordare.
Lei andava oltre sé stessa, lei non poteva che esser quella.
E me ne accorsi, agitava un monte come niente fosse, ed i suoi fianchi muti e senza rimpianti, e il suo tallone d’Achille che premeva, oh che grazia davvero.
Ma forse il rimpianto solidale non poteva che finire sull’orlo d’abisso, tra una festa e una tomba abbandonata, me ne accorsi dal respiro. Era lei quella ragazza. Me ne accorsi dal viso. Come sei bella, sei venuta a trovarmi, guarda, non ho molti rimpianti, e me ne accorsi davvero.
Come è dolce, si è addormentata.
Come è dolce tutta ubriaca.
Se per caso fortuito un benedettino la guardasse non so se avesse avuto la mia stessa impressione, magari fuggirebbe, non per paura di cadere in tentazione, ma per sua stessa illusione. O forse la benedirebbe dicendo dannata strega ti impalo come un cane, riflessa sul crinale, non può essere che soprannaturale quella naturale bellezza, quel fascino della sua cresta.
E immaginai la sua risposta, mormorio di non so cosa, non so che, è tutto infranto da me.
Ecco è tutto qui, tra un ma ed un sì, ecco è tutto là, tra la passione che dai.
Entrò un raggio di luna.
Ah come l’adorai della notte quella sera, notte simile a sera perché imbevuta dei suoi rubinei capelli, con le sue punte d’incenso, piccina era lei e dolce nel modo più perverso.
Rimandate a domani ogni altra riflessione, disse e si stese, mentre si sveglio la sua paura tumulto che appena appena le mie labbra sfiorò.
Poi il suo corpo si inerpicò come un rampicante, pensile babilonese sulla mia pelle, riflesso delle stelle, no non la potei mai dimenticare. Pur ricordando l’amore che si prova in contemplazione d’improvviso il corpo si impose.
Viola del pensiero la sua tintura che non so dimenticare, non seppi come fare, e parlo del volto dal tetto spiovente così lucido e d’incanto bello, potrebbe essere anzi è lei la ragazza che intravidi, godo al solo pensiero, nel tatto il vero sollievo.
Lei è sola.
Sola come un accordo mai finito e mai deposto, lei è del vortice ardente la più pura sommità intensa.
D’improvviso un rifiuto, lo fa per dispetto, la questione del nostro rapporto è solo fugace amplesso per lasciarti assaporare, ricorda poi tu mi dovrai salvare, va per le strade tra la gente mentre emani la canzone che ha l’inciso in conclusione.
E sembra parli in sogno, quando dissi sono d’accordo lei rispose con parole di Morfeo, emerse e mai più riflesse nelle questioni, così per pure intuizioni.
Lei fa i conti sfiorandosi il nasino, lei fa i conti togliendosi il vestito, legge anzi proclama a memoria ciò che ha imparato dalla sua stessa scuola, è senz’altro l’entità soprannaturale, quella che non si può, che non si sa spiegare.
Lei si concede ancora, dolce viola, arruffandosi i capelli come allora.

34

E’ già primavera, piove sull’orlo della mia veste intarsiata ed io respiro, ah, finalmente, finalmente sembra possa esserci un principio. È già primavera d’altronde, piove ed io sembro quasi purificarmi dalle elucubrazioni. Anche se sto perdendo le forze.
E lui non c’è.
È andato via lontano, lui che mi guardava coi suoi occhietti dolci è via, lontano. Io lo amo. Punto. Lui è vera acqua purificatrice e fuoco rigeneratore ad un tempo, come questa pioggia, questa primaverile salubre pioggia.
Lui e non il mio bastardo ex. Ma basta, non devo pensarci, lo rivedrò, oggi me lo sento, se ho aspettato saprò ancora aspettare nei giorni avvenire.
Ah stupende! Stupende le imbarcazioni in riva al mare, il mare, sì, ne son certo, lì lo troverò, devo andare al mare e la vita tornerà in me, e tornerà dunque anche lui che è la vita mia.
Ah come sembra tardare la stagione estiva! non l’ho mai così tanto bramata. Sì perché il mio pensiero parla chiaro, il suo messaggio era forse in codice, ci rivedremo quest’estate. Lo rivedrò, non so dove ma lo rivedrò.
Ah questo inverno quanto ho sofferto, abbandonata da tutti e sola in balia di un ex di cui non vale la pena neanche profferir parola e di una famiglia canaglia. Però lui autunnale è venuto, e io non posso sbagliarmi, esiste ed è unico, unico e duplice perché lui e lui stesso, unico e triplice perché lui, lui stesso e me, me in lui, lui in me.
Non devo più accettare questa infamante realtà, devo evadere, devo fuggire via, aspetterò l’estate e dal mio cuore mi lascerò guidare, contro ogni stilema sociale, lo raggiungerò, la mia famiglia non potrà impedirmelo.
Ah che dolcezza lui! Tornerà e questa volta sarà per sempre.
Ho già finto compiacenza con falsi sorrisi per troppo tempo. Ho vissuto questo inverno d’inferno e lui senz’altro tornerà.
Tornerà e lo troverò perché lui è contro ogni compromesso grandioso ed immane, è lui la luce dei miei giorni, quando lo abbracciavo, che tenerezza! Era come un bambino ma dalla forza innaturale. Era il mio dio e io la sua dea. E questo sarà perché era anche se ora sembra non essere lo è ancora.
Mi purifico e mi raddolcisco. A volte mi stupisco, mi stupisco di come sappia essere così aggressiva e di quanta dolcezza c’è in me dietro quell’aggressività, di quanto la dolcezza muova i miei gesti arroganti, arroganti perché io arrogo un diritto. Il mio diritto su lui, che è mio, perché io sono eternamente sua.
Lo amo, dio come tremendamente lo amo, il mio fiore incolto del mattino di rugiada.
Piove e guardo l’alba, i piccoli arcobaleni che fanno fatica ad affacciarsi ed ad imporsi sui cristalli incutono in me un desio e una speranza nuova appena nata. Lui è qui, in quegli arcobaleni, così mi lascia i suoi leziosi messaggi d’amore.
O cristallo di questa pioggia inondato dell’idereo colore, investimi e ricoprimi del suo squisito fiato, che mi guida e sorregge.
Lo amo.

35

E hai amato gente tanta ma tanta, tutti viandanti alla ricerca. E hai amato gente, ma tanta, tutti per scommessa di trovare il vero amore, quello che non si lascia stare, e così fuggevole ti nutri, sei tu a scomparire nell’attesa del tempo e vivi minuti di controtempo in questi contrattempi.
E così intuii quando mi disse accettami come sono, tu sei molto speciale, che ne parliamo a fare, sei un deserto da scoprire sui cavalloni del mare, un mondo da esplorare.
Ed allora mi accorsi fremente di non essere il solo alla ricerca, cercavo la verità ma non mi resi conto che non ce ne era bisogno, era lei che cercava ogni giorno di più me. Ecco il motivo del viaggio e del tiepido naufragio tra il suo corpo e il suo spirito che di purezza perversa mi inondava.
Ahi era uguale a sé eppure diversa da tutto ciò che abbia mai provato. Un’immane fracasso i suoi capelli al vento di prima mattina, quando non osi sfiorare la brina per non perdere l’incanto di questa che non è relazione fossilizzata ma pura estasi del cuore, la mente era in subbuglio, come arenata su uno scoglio, dolcezza coronata d’alloro, la presi così com’era. Mutava camaleonticamente come le terre del Prete d’Oriente in cui nessuno ha mai osato varcare la soglia, l’eredità dei re magi, era così lei, portava la sacralità da un lato e poi l’adorazione di me e di sé stessa e contemporaneamente a questa realtà ve n’era una terza, quella della aurea bellezza.
Un simbolo cabalistico, il 7, lo disse, siamo fatti per la femminilità, è quello il vasel magico e fluido che ci porta verso l’immensità del trascendente. Traversa come scorrendo le correnti e mai si arresta. Estranea ogni vendetta. E guarda al simbolo del tempo inesistente. Guarda quindi all’ortensia. Non c’è bisogno di fermarsi mai.
Con un dito innocente mi toccò ancora la tunica ormai fradicia e svanì in un lampo ogni stanchezza, mi sarei riproposto di fare l’amore ancora per qualche ora, ma ci sembrò un sopruso e restammo fissi a guardarci, l’aria rarefatta e lei nell’amore più intensa.
Nero improvviso l’abisso del suo neo, uno in quanto trino il destino del libero arbitrio frutto, ci saremmo mai persi, l’avevamo già fatto giocando con l’abaco ed accorgendosi che la serie di numeri è sempre la stessa, ed ora che lo racconto in sezione aurea mi sento un poco sconnesso a pensare allo zero eterno. Tutto tende al caos e all’entropia potremmo dire o ad una fugace entalpia, tutto tende all’infinito o allo zero, coperti perché faceva freddo, dicemmo in conclusione tutto tende a questo trino uno visibile e impercepibile, o percepibile a tratti nella sua interezza.
Ed allora si alzò di scatto con l’aurora ed iniziò a danzare a seno scoperto sotto la stella luciferina di Venere. Dio che pudicizia, sembrava quasi l’incarnazione di ogni brama ed ogni donna era lei, persa e spersa al vento. E si rimise a sedere scrivendo sulla sabbia ciò che il vento cancellò.
Mi accorsi che non era nostra la vita che vivevamo, serviva giusto come compromesso, avremmo dovuto ribellarci e vivere noi stessi.
E poi mi accorsi che non si poteva possedere definitivamente una persona, che il senso del possesso uccide la bellezza ed ogni tenerezza.
Mi accorsi infine che lei era la sola a cui avrei donato tutto me stesso senza cancellare la sua identità, sperò di non andare mai via, di rimanere ma in fluidità.

36

Egregio, caro, illustre mio professore sono stanca e atterrita dalle tue parole. Non hai diritto, proprio non puoi scegliere la mia vita, sono io a decidere e ho deciso di odiarvi, borghesucoli di merda.
Vorresti, sì lo so cosa vorresti, che io stessi con lui, ma amo un altro. Tu non hai potere. Credete di poter dominare il destino, ma avete visto male, saremo noi a dominarvi e nemmeno, vi lasceremo nell’indifferenza in cui voi mi lasciate. Morirete d’inerzia, non ci contrasterete e non mi contrasterai.
Tu dalla scelta difficile e lui il tuo piccolo strumento a te asservito, alla vostra causa inutile e dannosa. Ah come godremo! Come godremo quando sarete lontani! Io fuggirò e tu non puoi farci niente. Ah già ho il preludio del godimento! Nel vederti meschino.
Hai rinchiuso la mia vita in una bolla che io con un dito farò esplodere e voi non reggerete all’impatto. Siete destinati alla eterna dimenticanza, pronti? Siete pronti alla morte secolare? Non mi lascerete mai nell’accidia. Me ne andrò.
Ah quanto vi pentirete! Ah quanto soffrirete! Se soffrirete perché la vostra anima è impura e nemmeno la sofferenza può toccarvi.
Siete insetti e morrete da insetti. Abbandonati da tutti, lo vedete come sono io adesso? Lo vedete? Bé ricordatelo, è la vostra fine. Andrete a morire in segreto, senza aver fatto niente alla storia, senza infamia né gloria ma soprattutto senza gioia.
Sì perché voi esseri claudicanti avete perso il senso vero della vita, il senso estetico ed estatico dell’arte. La gioia. La felicità nel creare nuova linfa. Non la conoscete asserviti come siete alla vostra vanagloria.
Noi gioiremo come folli, alle vostre spalle, vi distruggeremo, voi inutili.
Lui è la mia felicità, il suo sorriso a metà che non so scordare, ne son certo, tornerà, quando l’avrò raggiunto. Non potete impedirmi di farlo, di raggiungere il mio vero ed unico amore.
Come dici, son pazza, non esiste costui. I pazzi siete voi a non sognare, a fossilizzarvi in questa realtà che credete e chiamate reale, ma che è il frutto, soltanto, della vostra pazzia.
Sì la realtà è la mia e quella di lui. Realtà perché va oltre il reale e diviene dunque vero, assoluta verità. Tornerò da lui, non puoi e non potete farci niente.
Io so chi sono, so cosa voglio e so che fare della mia vita e non sarete certo voi due, miserrimi, ad ostacolarmi. Non mi ostacolerete perché se anche fossi pazza, bè se anche avessi perso il lume della ragione, bé, tanto meglio, vivrò nell’istinto ragionato con lui, vivremo di soli baci e di soli sogni e di pura gioia.
Vattene adesso, e lasciami da sola nella mia prigione d’orata che mi avete creato e che svanirà un giorno, l’ho detto.
Svanirà e voi non avrete più alcun potere su di me quando sarò accanto a lui, la nostra unione vi seppellirà, in essa vinceremo, in essa avremo il gaudio assoluto.
37

E in quel preciso momento mi accorsi non sarebbe durato in eterno, era già mattina e lei mi diceva di andar via ma sentivo non dimenticava che sulla sua pelle c ‘era stata fino a pochi attimi prima la mia e insieme godevamo.
E la parola fuggì per un contrattempo e disse ti amo non dissolvendo, ti amo ma mi dici devo andare.
È giusto così, non me lo so spiegare, ma ci saremo senz’altro rivisti, fu questo il motivo per cui senza fiatare presi tutto e andai via. Sì via da quella inumidita stalla, lei disse non ti voltare, ci rincontreremo, ma adesso sai cosa fare, va e diffondi il mio impronunciabile nome, va per le strade a cantare, ma ti prego non ti voltare.
È così che me ne andai senza meta né più padroni.
Ma ritornerà perché me l’ha promesso e so che lei è il vero e con il vero si supera ogni ostacolo anche la terra brulla su cui andare a navigare colla vertigine del non so più cosa fare.
La incontrerò alla fine e sarà di nuovo un nuovo inizio.
I miei sogni, me lo sento, in quel momento si concretizzeranno senza più alcun danno temere. Lei non è l’arma del dominio che credeva l’Imperator, ma è di più, è segno divino, umana corrispondenza coll’anima tramite lo spirito che incarna.
E sono investito da questa idea, la rincontrerò. Vedo tutto come fosse ora, lei dinanzi a me. Ma perché mi ha chiesto di andare io lo so capire, per testimoniare ed è quello che farò, il vero annuncerò.
E lei tra gli umani rifiorirà come un fiore in aprile, quando il pesco esprime lo stesso concetto, gli alberi spogli risollevati dalle corolle e dai petali e dagli istrionici pollini.
Io provo un sentimento infinito per lei, la gente alla sua vista cambierà ne son certo, e non ci sarà più morte o guerra, non ci sarà altro che non sia vita di gioia, come quando noi audaci scherzavamo col nostro stesso corpo.
Si instaurò un placido e quieto tumulto interiore.
E lei senza più parlare già non c’era più, io cercavo una nuova rotta ma sentii lo scalpitio dei cavalli che alla realtà crudele ma falsa mi riportò.
Era la nuova guardia, quella del vescovato, austera mi invitò a seguirla.
Avevo osato troppo e non mi ero fermato come dai poteri superiori raccomandato.
L’alba ormai cessava dinanzi agli occhi, la luce mi investiva, era un sole tremendo che scintillava da quella armatura.
È l’ora terza in pieno giorno. Cosa succederà all’essenza con cui sono giaciuto, loro di lei approfitteranno. Della vita oltre la vita timor non avranno. La abbrustoliranno come si fa con la carne di bue, aiuto vi prego, gli dissi prendete me ma non lei che non centra.
Loro la vogliono per bene ma sommariamente esaminare per dedurne che è fonte del male. Misogini la vogliono di accuse tempestare, o dio mio sincero, accusare te stesso.
Allora io senz’altro qualcosa devo fare, in pasto a questi lupi, in balia di questi folli non la posso mica lasciare.
Ma luccicano le catene e le mie mani sono già legate.

38

Apparirò agli altri come una folle, una pazza nostalgica senza speranza.
Agli altri sembrerò destinata al manicomio come dicono loro.
Ma penso che qualunque legge fermarmi non potrà, la mia volontà la stanno martellando e violando nella speranza possa cedere ad un ricatto ma io non mi smuovo. No mai lo farò, chi ha visto il paradiso non può vivere in questo dorato inferno.
Cambierà tutto, me lo sento, tra pochi giorni sarà giunto il momento, il futuro è già ora, io sono pronta alla partenza, al folle viaggio per cercarlo.
Anche se il vento corrode il mio animo perché a me ostile coi loro poteri, il vasel navigante a lui mi ricongiungerà.
Io non mi fermo dinanzi a loro, tormentosi ed inquieti nel darmi i loro aiuti che in realtà sono loro e non miei desideri.
Apparirò agli altri così come sono, la folle strega che raggiungerà i suoi obbiettivi senza che nessuno per alcun motivo potrà mai ostacolarmi.
Cambierà tutto, ho detto, me lo sento, la verità dai suoi occhi in fermento coglierò, non finirò sul rogo di loro inquisitori balbettanti e insicuri, né tra le brame di un mondo indeciso.
Questo caldo vento mi rigenera ed è già l’annuncio del mondo che sarà.
Non finirò i miei giorni così, il mondo è nostro, sarà nostro e noi nel mondo per il mondo saremo.
Nulla finirà di ciò che abbiamo provato, tutto sarà migliore, tutto a fianco a lui sarà nuovo. Ogni giorno sarà l’alba del godimento e della gioia, ogni giorno un soffio di rosa, ogni sera una viola del pensiero, ogni notte un papavero dell’eterno ritorno.
Non mi resta che finir di preparare le mie cose e fuggire, tra poco mi scoprirò emissaria del vento, quello buono, e svanirò alla loro vista e finalmente il mio porto sicuro raggiungerò.
Nessuno oserà fermarmi, le hanno già tentato, ma non possono, non sanno e non vogliono più ormai.
Mi hanno lasciata sola e nell’indifferenza e sarà questa indifferenza la mia porta d’accesso verso di lui.
Entrerò nel domani, ed ogni attimo di vita sarà l’eterno, ogni nostra parola sarà per sempre.
Cosa aspetto, adesso il vento mi è favorevole e le vele sono gonfie, e la direzione guidata da mano divina è quella giusta.
Cosa aspetto, è ora di andare, cosa aspetto, tanto ormai non mi sanno più fermare, ecco già intravedo le dolcezze d’infinito, ecco il mare eccolo, lo intravedo sulla spiaggia di silicio che mi aspetta.

39

Fui condotto dinanzi all’ecclesiale consiglio di savi.
Voi avete sbagliato tutto, iniziai, che ne sapete, che volete saperne? Che credete di conoscere della dolcezza? Il mondo ne è carente e per questo soffre, il mondo ha bisogno della leziosità femminile, quella per cui si è disposti a lottare contro ogni terrena istituzione, quella candidezza per cui si rinuncia davvero ad ogni beneficio e ricchezza, quella che è vera forza perché non soggetta al dominio della spada.
Mi è chiaro perché ho fatto il viaggio, per rendervene testimonianza, ma vi conosco, già leggo nei vostri cuori la sordità alle mie parole.
Voi non sapreste mai accettare i suoi occhi ed il suo seno, il suo sguardo e il suo grido di godimento, voi stolti, non sapete riconoscere il divino in ciò.
Noi in un amplesso abbiamo girato il mondo ridendo di voi. Ridendo di voi abbiamo scoperto il valore del verbo che espressione dolce si fa quando è lieve brezza marina. Noi ridendo di voi e delle vostre calve teste da critici senza conoscere, davvero, senza aver mai gustato le delizie del soprannaturale. Noi ridendo di voi abbiamo riscoperto la coscienza d’assoluto, cosa che vi è estranea perché vittime del vostro stesso potere.
E che potete fare? Mandarmi all’inquisizione o giudicare voi stessi, e con quale mente, critici corrotti dalla lettera e cechi alla allegoria.
È questa dunque la vostra scelta, mandarmi in esilio che deve essere da me sigillato in quanto volontario, con l’obbligo di non parlarne, pena la forca?
Io accettai, accettai perché vedevo in loro la paura alle mie parole ed accettai perché sapevo che lì, nel luogo d’esilio, l’avrei trovata.
E lì tuttora la cerco da tempo immemore.
E tu, ragazza alemanna, che mi dici? Sai tu? Come dici? Non sai ma sei, sei tu che attendevo? Oh meraviglia!
Oh finalmente! Quanto tempo sarà passato su questa spiaggia del destino e finalmente eccoti spuntare, eccoti dolce ragazza. Non sei alemanna né romea ma sei tu, tu che passeggi ed hai appena approdato sei tu, sei tu la ragione del mio peregrinare ed eri tu stessa alla ricerca di me.
Eccomi sono tuo. Eccoti sei mia.
Loro hanno perso, sulle rovine di questo mondo dimenticato ne hanno perso la memoria.
Oh meraviglia! Fatti guardare. Nulla è cambiato mia docile e dolce e austera ragazza, nulla, siamo qui finalmente. Finalmente io e te.
E tutto, da ora, inizia, siamo pronti davvero, fremevamo, da ora inizia questa nuova era.
L’era del vero e del bello e tutto ciò che bello è vero in quanto tale.
Ti aspettavo, siedi qui dinanzi a me.
40

“Si è concretizzato il pensiero alla tua dolce vista, sono monolinguista. Avevo quasi per sempre dimenticato quando candido fosse solo il guardarti e percepibilmente lezioso il sentirti. Non ci saranno più attese ora che tu sei qui con me. Io ho sopravvissuto al sopruso inquisitorio di quei due e del mondo. Loro non hanno potuto fermarmi ed ora come per magia eccomi, son tua”
“Per questo fluido movimento di corpi in ascesa anche io son tuo. E tutti i libri al mondo sono impressi sul tuo volto quasi ad ogni male estraneo. E le tue labbra sono i pensili dai quali e per i quali pendo, faccio previsioni: io e te in eterno. Ah soffici labbra intense contro il mondo in declino! da quelle stesse labbra si esprime il verbo ed i soffici baci e dunque lo spirito etereo. Ah che bella immagine quella tua che si intravede e poi si avvicina ed ogni paura declina. Ed implode l’anima intraducibilmente mentre in questo tuo corpo mi sta abbracciando cado in estasi e tu fai altrettanto”
“In questo mondo lontano e sepolto di cui non si ha più memoria, splendori frementi e d’incanto. Per assurdità ho temuto nei giorni a questi avversi di non poterti più sfiorare”
“Mi sono innamorato di te in contemplazione credendoti straniera nell’intenzione, e l’anima e lo spirito ed il corpo in congiunzione sono astri estrosi in definizione. E dall’abisso a questa spiaggia siamo giunti e questo scritto mostra il nostro viaggio come ad una nota nel deserto da cui sgorgano per profezia mille oasi unite da centotré fiumi e sette laghi. E quest’opera che insieme abbiamo creato vivrà in eterno anche se il volgo potrà dimenticare ciò che abbiamo potuto fare resterà per sempre indelebile un segno nel cuore di ogni umano che non potrà mai perderne la memoria. E questo è il nostro compito di riportarci l’un l’altro oltre i confini del tempo. Seguendo una partitura che trasmuta il valore in bello ed estasiante domani del senso per cui mai ti ho eclissato mia luna se non per raccontarti o rincontrarti”
“Questo che dici mi risveglia dal sonno e dal tedio e il prurito del torpore mi invade e scompare. Rifiorisce la terra che era stata sepolta in questo tramonto ed io so che questa notte aprirà un’alba sfolgorante e per contatto divino vivremo.”
“Vivremo per sempre in bocca al godimento e al disincanto di ogni giorno, al pensiero nascosto reso oramai manifesto dalle nostre azioni che stanno trasformando il mondo in questo preciso istante.”
“In questo mondo lontano e sepolto mai più temerò di svegliarmi rinchiusa nelle cancella infernali di una realtà che chiamano reale dimentichi del senso ultimo”
“Ed io in conclusione non posso che ammirare il tuo volto che è tutto l’universo immutabile ed infinito ma delimitato da due punti che si intarsiano nel terzo per finire in un immenso limitato e definito solo dai nostri sguardi. Mio dio che occhi che hai. Il tuo volto è dunque sia felicità che noia che aggressività che dolcezza in un quadrivio di immane innocenza”
“Ed io resterò sempre con te”
“Ed io per sempre assieme a te ad ascoltare questa stupenda melodia di onde del mare e di furore lieve del vento”
“Viviamo e vivremo seguendo questo e solo questo”

muta

2000

1

Partì verso se stessa incrociando le braccia a cavalcioni del bagnasciuga fissandolo, si dirigeva con fare sicuro verso di lei e sorrideva. Sensazione claustrofobica, si dipanava man mano nell’ammirazione osservante del suo essere, un individuo strano, un’apparenza entusiastica e sublime. Eccolo a due passi che si china e le porge la mano non per incontrare quella di lei ma per carezzarle soffice le guancia, poi le labbra con un balzo mastodontico e velato. Dal passaggio a livello lì a pochi passi un trambusto, la carovana estiva correva, la sente nell’introito fastidioso come oggetto di disturbo, non è il sibilo felice della meditazione, quello ad uso ronzio del frigo che talora assurge improvviso ad oscillazione delle sfere celesti, era uno scatafascio, un’ inutile baldoria, di quelle che sanno ridurre a cenere gli attimi magici. Dove andranno tutti quei cretini nei vagoni, da dove verranno quei ridicoli esserini biancastri pronti ad arrostire la pelle, a volgarmente imbandire di schifezze la limpidezza del mare, quel godimento che il piccolo paesino campano era prima del turismo di massa. E poi d’altronde lei preferiva di gran lunga l’autunno, l’inverno, il gelo, la ribellione puberale. L’unico elemento buono estivo era il raro afflusso di ragazzi e il cazzeggio, naturalmente. Tanti preliminari, inutili preliminari, l’essere umano è fatto di questo, di introduzioni e parole smorzate, di rivoluzioni, di aforismi, di soggiogo eterno, d’amore, di lussuria, di passeggio godereccio, di transito su corpi, di volti chinati nel piacere, di riflussi d’eros, di palpitazioni adolescenziali, di verità assoluta intrisa di carezze. Ed ecco, lui era questo, e lo è tuttora mentre mi conosce, lontra fluviale tra stagnazioni di selci dal respiro odoroso, superbo, bellezze come collanine intarsiate da mani sapienti sul mio ventre, attracco di realtà e di amplessi giocondi. Pura rimessione d’intenti. Le stelle si riflettono a getto nell’acqua salmastra e lui si siede, magari sono quelle terzine, più spesso quartine giapponesi, ma lui si siede davvero baipassando il mio pensiero o forse conoscendolo troppo a fondo per ripeterlo, se essente possa ripetersi, ma vivido di comprensione, già, comprensione complice non da maestro e non da allievo. Lei dunque, dico lei pensando a me e viceversa, non c’è motivo di dirlo, districare, ecco il tuo compito, districa botolini in gomitoli piani alla Arianna o alla Penelope, io intanto parlo. Lei dunque dicevo e ripeto, tralasciò i pensieri evidenziandoli di blu mentre lui slacciava il suo costume. Che bella coperta solo di un telo trasparente e viola chiaro, come agonia della sera tra stella primaria. E lontano il falò, lontano, passata la corriera, intravedeva il padiglione sinesteticamente il motivetto che li accompagnava, non erano e non sono semplici accordi di chitarra ma sono assolutamente il tutto rinchiuso come nei suoi occhi di cielo, da dodicimila anni di cielo, di mare, d’orizzonte. Non c’è altro che possa accompagnare l’amore e le parole, non c’è altro se non la luce generata dal suono, tutto intorno, altrimenti, sarebbero tetre tenebre. Dal sapore di intrugli sintetici, etilicità mai biasimate, tabacco erbaceo, ecco, questo fu per lei il primo bacio. O il secondo, ma non importa, il presente è l’unico padrone del tempo, l’unico che può annaffiare o far tramontare valanghe di ricordi con un cenno, un flusso energetico di sguardi intensi. Tanta voglia di sé, tanta voglia di sé si imprime e scandisce nel ricercare un altro. La musica continua, cosa strimpella la serata, le chiavi armoniche sopite, chitarre a mo’ di flauti achei accendono il vivere intensamente ora sdraiati con baci più intensi. Che arzigogoli amorosi splendenti, corone di alloro, unico riconoscimento degno di nota è l’amore, unica cosa duratura nella sua caducità. L’amore non si arresta, l’amore è il gesto più folle della temperanza umana. Non ne valeva la pena vivere, fino ad allora. Chissà se un giorno lei renderà eterni questi avvenimenti, eterni con un segno di inchiostro, le superfici corporee e i sussulti, dai baci di preludio agli abbracci, reduci avvinghiati dei sogni, eroi allora, eroici, magari un giorno dimenticati, ma vividi, vividi per sempre nelle trame dell’anima del mondo.

2

Romance in Durango e Dilan, l’altro, quello dei fumetti, atroce ironia distillata, tintinnio malefico, stillicidio spiritico di essenza dark, tra una sigaretta e l’altra, steso sul divano mi muovo ad ondeggiamenti, periodico e distratto, un moto fulmineo come la tempesta in gorghi, placido a un tempo, come la neve appena posata. Immerso nella lettura la musica è una dolce compagna, estatico, catartico, indomabilmente adolescente procedo per la mia via diciamo alternativa, forma d’arte, vita come un romanzo, pusillanime scossa interiore ribelle e poi, azione, azione mai così conformista. Noi, nuovi decadenti fatti ad immagine e somiglianza della new age da mercanti, ah come lo abbiamo masticato il millenium bag! Accarezzo lievemente il cuscino, seta pura, orientalizzazione inconscia, subdola, priva di volontarietà, indotta, pur sempre diversa dalla massa ma così simile a sé, così simile. Credevo allora, cioè credo nel momento stesso in cui sto, chiaramente, agendo, di essere unico. La caratteristica di questo prolungamento degli anni Novanta è il crederci unici in branco. Nella periferia seguiamo mode metropolitane, uniformi, ma siamo gli avventori non più comunitari, siamo anarchici, punkabbestia, individui tuttavia, individui alla ricerca di una personalità unica. L’incontro ha senso e rende partecipi di sé, ma i nostri incontri sociali sono ovattati, sono frasi ebeti, da ubriachi incazzati contro vespai al guisa di ignavi, da fumati rilassati e onirici. Comunque terribilmente, incautamente, ed animatamente soli. Dov’è? Dov’è? Dov’è il me stesso, il noi stessi, la sintetica utopia? In frasi sconnesse dal gaudio. Siamo i nuovi agni dei, i nuovi avventori sacrificali dell’ideologia, la nostra eredità è talmente immensa che ne siamo spersi, che l’originalità sembra esserci scappata dalle mani. E poi dopotutto come sempre fa caldo, troppo, troppo per settembre, troppo per me in ogni caso. Maledetta estateee!!! Comunque, ecco, appunto, che ne sarà di noi, la generazione dei nokia blu, la generazione degli smile, che col t9 digita a velocità ennesimamente maggiori di un amanuense citercense qualsiasi messaggio che arriva, non ho mai capito come, tramite i ripetitori dell’omnitel forse, boh, in qualunque parte d’Italia. Beh ad ogni modo la sigaretta è finita, gli splash pure, la cassetta idem, una concordanza incredibile, devo alzarmi a mettere il lato b ma mi scoccio. Aspetto. Sto bene tra i ragionamenti, come uno che urla in silenzio. Bello! Stasera dovrei anche uscire, si devo, sono due giorni che sto chiuso qui, nella mia stanza, ho proprio bisogno di una sana boccata d’aria. Incontrerò senz’altro qualcuno, inutile accordarmi, conosco troppo bene i miei compagni, andare avanti e indietro per il lungomare, che da quest’anno è anche isola pedonale, lo sarà anche in inverno, boh, speriamo dai. Sì, comunque questo è il loro primo comandamento, consumare le suole e l’asfalto dell’isola, fare la spola. Il secondo è dire cazzate alle ragazze per abbordarle. Il terzo ubriacarsi. Per ora siamo a tre, il legislatore del roveto terrestre si è fermato, ma ne detterà altri nell’inutilità intrinseca della nostra parva esistenza. Quest’estate ho fatto il barista in spiaggia. Tradotto, conosciuto tante ragazze, uscito poco o per niente facendo i cocktail fino alle due per gli altri che ballavano. Non che adori ballare, anzi, preferisco di gran lunga i concerti alle musichette ripetitive e monotone, non parlo solo dell’house o della techno, ma mi riferisco principalmente ai “tormentoni” dell’estate, macarena, tichi tichi ta, o come cazzo si dice, etc… Però ora sono libero, ad agosto ho finito, basta, almeno quindici giorni di riposo e cazzeggio assoluto me li voglio fare. E che diamine.

3

Squilla il suo cellulare e l’occhiata sbrigativa dice che è lui, già lui, foschia e sorriso voltandosi e vedendolo alle sue spalle con l’Harry Davidson e la sigaretta di sbieco infiammata dall’accendino metallico alimentato da benzina. Americanate da quattro soldi e quasi grottesche direi io, ma non lo dico perché non ci sono, o almeno non nel modo che voi credete, ma ora non importa, continuiamo, dai. Biondiccio quasi cenere e dal pizzetto rossastro, occhi indefinibili e verdi in lotta contro quelli di lei tra metilene e cobalto, in lotta scarsa e piena, quasi sinergica, fatta di cenni e completa devozione, amore, no forse amore no, come dice la breve descrizione in chat, “non credo all’amore”, direi che credi al sesso se l’avessi fatto, pur sempre lo farai, ne è certa, ne sei certa, lo farai stasera, col tuo nuovo nuovo dichterino, occhiali da sole cinabri la sera, ottima velatura, sublime direi se non esagerassi, ma lei sì, non si fa scrupoli, esagera con l’enfasi da bambina che ancora le è incollata addosso, piccina e delicata quanto possente nello sguardo, ne parleremo. Film al cinema, il vecchio cinema-teatro di periferia di quella cittadina di mare, bacio, bacio dinanzi a’ ”L’esorcista”, versione completa, revival senza la censura anni ’70, due scene in più o forse tre, neanche si capisce perché censurabili rispetto alle altre, ma così è se vi pare, esserini. Bacio dicevo, bacio lacustre, lacustre, nel gergo tutto loro, una parlesia non da musici ma da critici, critici non di un’arte o letteratura o musica in particolare, ma critici del mondo, o meglio della ridicolità, la ridicolità del tempo. Lacustre non ho mai capito perché significasse lisergico, acido, ad ogni modo va bene, gli sweet trip hanno in genere inizio dinanzi al ruscello salmastre e paludoso che si getta in mare, eccone forse la derivazione, ma l’amarezza, l’acrità si tramuta sempre, o quasi in lindore, in leziosità per abusare ancora di questo termine, sempre perché vi suggerisco che la giusta visione è quella di insieme. Però carucci gli ippopotami, i coniglietti, i miki mouse, gli scoiattolini, i cani trasfigurati ed umani, di una umanità piena e deformemente estetica. Carino tutto anche, e soprattutto, lui. Il film finisce con una caduta dal cielo ed un abbraccio, finale semisquallido, qualunquista, democristiano, esisterà sicuramente qualche frammento di democristianeità anche in America, negli States da motocicletta e cheeseburger. Via come sul capo al naufrago fuori dalla sala. Un altro bacio, francese, slinguattamente trasvolante, e via, dietro la moto. Destinazione alberguccio di periferia. Doccia insieme. Penetrazione lenta e godereccia, lacrime di gioia, di dolore, di piacere, non si sa, lacrime di qualcosa, qualcosa di certamente migliore del nulla che lei si porta dentro. Qualcosa, comunque qualcosa, a guisa di materia, energia, ateicità convessa. Qualcosa che la porta ad un’avversione per il comunismo. E già, modetta americana ma da americano medio, contro la destra, i comunisti e, essendo italiana, ovviamente anche contro il bercoglioni, anarchica se mai, alla Bakunin o alla Nietzsche, di un anarchismo forse più castista ed intellettualmente aristocratico di quello servito, con pere e formaggio occultate ovviamente, ai contadini. Lui è così dolce nella sua brutalità, immagina senza dirlo la ragazzina. I suoi pensieri così profondi, da lasciare a bocca spalancata, come ovviamente non fa poiché mai indebolita alle sue parole ma sempre resa più grande, più forte o semplicemente più stupida anzi tanto stupida quanto serpentinamente cosciente e consapevole della realtà. Ed è quella la realtà, la squallida realtà di chi tende al vero, il sudiciume baudelairiano della realtà plasmata a uso ed immagine del proprio tormentato se stessi interiori. È così, l’alma è una merda ergo la realtà è vomitevole.

4

Una marmaglia si forma come ogni giorno all’ora di pranzo fuori la scuola. Districati tra frenesia ed attimi di quiete i ragazzi escono soffiando all’insù, taluni sgusciano attraverso l’atrio e scivolano fuori, tal altri sostano nello stesso un po’, svuotando la tensione mattutina e finalmente liberi per le peregrinazioni pomeridiane, gli sbalzi di umore, le grida, la gioia. Lei si è trattenuta all’interno dell’edificio scolastico parlando animosamente con il ragazzo, sembra che sia finita, lui deve partire, via per sempre, ciò le risulta incomprensibile, tanto più visto che a suo dire non potranno neanche sentirsi telefonicamente, come se scomparisse nel nulla. L’abitudine a sentire il suo corpo sulla sua pelle, la sua voce, i suoi silenzi, i suoi discorsi, tutto, tutto dovrà disimparare, lui, il primo amore della sua vita sembra irrimediabilmente perso, potranno vedersi solo un’ultima volta, stasera, poi addio per sempre. Nella mente della studentessa balzava l’idea di non presentarsi, di dargli buca, ma spesso le sensazioni vincono la ragione e quindi crede di andarci, pur tuttavia la mente è ancora offuscata da rabbia. Repentinamente gli dà un bacio e va via. Lei, una ragazza dalla superba apparenza, con un viso lezioso per l’anima di chi lo scorge e allo stesso tempo con una inaudita fierezza interiore, un carattere forte per una sensibilità volubile e fragile, con una sicurezza in sé smorzata dai suoi desideri. Eternamente infelice fino a che non conobbe lui, destinata alla tristezza se lui andrà via. Un sillogismo che si fissava nella sua mente indelebile mentre scendeva le scale carezzando lieve la ringhiera. Speranze, ce ne erano? C’era un qualche futuro dopo quella sera che sarà? Interrogativi a iosa, tipici della sua tempra, illusioni vorticose, futuro buio e inconsistenza, caduta del morale, inabissamento degli occhi, quei così vividi occhi azzurri, quella sua voce armoniosa smorzata. Era stanca di delusioni pur non avendone avute mai di così forti, ma comunque alla sua età un fallimento ha efficacia retroattiva e tinge non solo il futuro d’oscuro ma anche il passato, l’antecedente vissuto anzi la sua venuta. Voglia di morire, finirla, far cessare l’inutile vita che si prospetta, voglia di distrazione, più che altro bramosia di distrazione, spinta a che il suo intelletto possa ospitare nuove percezioni, nuovi stimoli, nuova fluidità emotiva. Già, la morte adolescenziale, la morte di un attimo ma di un attimo dal sapore d’infinito. Lui era apparso in un momento di solitudine bieca, aveva colmato le sue giornate, dato un senso alle sue ore, era stato la transizione verso un nuovo modo di vedere le cose, non semplicemente un amore, ecco, ma una guida, dall’alto della sua esperienza e dei suoi dieci anni maggiore, un amore al di là dei limiti, delle convenzioni, della realtà, un amore che squarcia il velo di Maya e rende ciò che ci circonda in funzione esclusivamente di noi stessi. Il rimmel si scioglie tra una lacrima soppressa ma insistente, perdendo lui avrebbe perso sé stessa? E poi la stranezza delle sue parole, “magari mi rincontrerai, se ciò accadesse le tue mani come rasoi inumidiranno le lenzuola di sangue.”

5

Appoggiato ad un muretto aspetto, è favolosa la luna riflessa nel mare, l’aria tersa e piacevole, la serata di fine settembre risveglia il mio animo mentre attendo. L’estate è finita, ora ci sarà la monotonia dei giorni, l’uno uguale all’altro, ogni mattina a fare le stesse cose aspettando solo il sabato per svagarsi, per dare un senso all’esistenza, al di là dei canoni imposti. Accendo una sigaretta e guardo ancora il mare, è stato davvero stupendo questo amore appena sbocciato, appena appena alla fine dell’estate, continuerà? Beh ad ogni modo staremo a veder, meglio non farsi programmi che potrebbero deludermi, per ora penso all’oggi, ecco già la intravedo, è a due passi da me, mi giro di scatto volgendo la faccia al lungomare e mi sporgo dandole un bacio. Ryma, conosciuta ad inizio settembre, di tre anni più piccola di me, frequenta il mio stesso liceo, mai vista prima. Solite cazzate che si dicono, frasi fatte e senza senso, domande retoriche. Credo che quando siamo emozionati non parliamo più in maniera cosciente ma deve esserci un demone posizionato proprio qui, nella gola, si percepisce anche come groppo, ci fa dire stronzate che in fondo sono reciproche, la controparte agisce più o meno allo stesso modo se interessata, altrimenti è vittima del demone del rifiuto, risponde in maniera distaccata, elude gli sguardi, ci liquida, si mostra in tutto altro fare affaccendata. Nel mio caso era interessata. Facemmo un giro sul bagnasciuga e poi ci allontanammo nella vegetazione, fu il primo bacio e come tutti i primi baci dava la parvenza di sicurezza, l’azzardo, il tentare di esplorare, con secco rifiuto ed opposizione, ovviamente, le sue nudità. Domani sera torniamo in spiaggia, ci godiamo questo ultimo tempo favorevole, sdraiati fianco a fianco, mano nella mano, gli ardimenti sono più liberi, come esploratori scopriamo il nostro piacere che, fino ad allora, era soltanto autoindotto. Comunque, traendo somme, la storia è continuata, la aspetto sempre all’uscita di scuola, riempie i miei pomeriggi, il tempo vola assieme a lei. Poi una mattina di novembre si ammala, è sola in casa. Vado senza indugio a farle visita. Arrivo, e non lo scorderò questo giorno, e carezzandola la stringo a me iniziamo a baciarci e poi, lentamente, facciamo l’amore sul serio, come bambini che si apprestano ad un gioco sconosciuto, di cui hanno sentito solo vagamente parlare. Le sue membra sono le mie e il mio sangue è il suo. Ci scambiamo umori ed effusioni, dura poco ma è il momento più intenso per entrambi, forse l’attimo più bello della mia vita. Lei tuttavia dopo un po’ si comporta in maniera strana, contrariata, il giubilo per l’atto sessuale tramuta in rimpianto, forse non se la sentiva, era presto, ma da allora comincia ad evitarmi, come se dentro di sé avesse l’animo in subbuglio, un duplice sentimento di amore-odio. Finimmo col lasciarci.

6

E’ dicembre, poco prima delle vacanze di Natale, ormai non ci vediamo da quasi un mese. Un po’ giù di morale mi estraneo trovandomi al parco, tra gli alberi secolari, dove sono le panchine sulle quali passavamo tanto tempo Ryma ed io. Mi avvicino cercando di vedere se la nostra panchina è libera. A mia sorpresa trovo lei, sola, seduta, alzalo sguardo, mi vede, sorride, mi invita ad accomodarmi. “Sì Ryma, sai com’è, nostalgia”.  Mi avvicino alle sue labbra, silenzio, le sfioro, le mi bacia profondamente, sembra che il mondo sia smosso dall’interno, tutto cambia, un nuovo modo di vedere il futuro, tutto unico, tutto stupendo. Guardandoci ridiamo, le carezzo i capelli, come piace a lei. Sembra primavera, un sole intenso illumina i loro volti, con un coltello incidono i loro nomi in breve abbreviazione (che espressione orribile, ma mi piace) su querce stanche.. Stupendo, un’esplosione di colori nella mia anima. Un brivido che mi percorre il corpo, la vita ha di nuovo un senso, è tutto diverso, tutto favoloso. Nel nostro abbraccio siamo un’unità con la natura. Noi fragili cristalli in un mondo traballante accendiamo i nostri mutevoli sentimenti con dolci parole o con situazioni che non ci aspettiamo. Siamo lanterne nel mare notturno, agitati dal fragore dei flutti eppure unico spiraglio per raggiungere la riva. Due parole diciamo all’unisono: non ci lasceremo mai, mai più.

2002

1

Il Virus è adombrato dai palazzi, tra stalattiti di cemento e rivalutazioni cosmiche metropolitane si adagia come nostalgia dell’esistente futuro. Un percorso retrocesso al sarà, al possibile, alla nuova anzi antica epoca che sarà, quella virtuale, degli ologrammi, magari chissà fra dieci anni leggeremo libri con minuscoli computer tascabili. Per adesso le frontiere sono inimmaginabili, tutto si potrà riscattare con un’epoca del sapere accessibile a tutti e gratuitamente. Questo è il nuovo Virus, questa è Milano, ciò che era, forse sarà, magari perirà nell’oblio ma l’innovazione è sempre partita da qui, anche prima di vent’anni fa, prima dell’ottantadue. Guardo le fotografie affisse, riscoprire che non siamo cambiati molto, manco ero nato, già si pensava, germogli punk si annidavano, a cicli alterni, tra manifestazioni libertine, tra voglia di distruggere catene. Il senso comunitario magari sta sbiadendo ma c’è la voglia comunque di un’alternativa, di un’arte esteticamente più ancora che ontologicamente alternativa. Che buffo, ho tra le mani un manoscritto, è anonimo, campeggia il titolo, una storia forse autobiografiche di Alessia e occupazioni, forse deve essere di qualche paese vicino al mio, me ne accorgo da alcuni influssi dialettali, chissà, sarà venuto anche lui qui, alla mia età, nell’82. La cosa che mi colpisce è che il testo non ha alcuna corrispondenza col luogo, chissà come ci è finito e se qualcuno lo ha letto. Storie a tratti quasi erotiche, a tratti disincantati, a tratti quasi grossolanamente filosofici, credo di una filosofia da anatomista distratto. I Kobra in tour in Olanda e Danimarca, leggo su un volantino, su un altro la condivisibile idea di creare spazi autogestiti, vocabolo censurato dall’attuale Regime detentore del Sapere prima ancora che del Potere, magari di un potere minuscolo per un potere da svelte scimmie che scivolano nel fango. Ideologie anarchiche, voglia di negare ogni forma di autorità. Condivisibile. Mi rammarico che domani mattina torno a casa, avrei voluto rimanere ancora al centro, respirare questa aria buona che da noi in provincia arriva solo filtrata. Aria di nuovo, di giusto, di libero. Avrei voglia di scrivere, forse potrei farlo discretamente, ma non oso, tutto sembra talora semplice ma nella concretezza il tutto si basa su una ripetitività, su una continua mancanza di idee originali. Tanti romanzi cyberpunk, carini, mai trovati prima d’ora, sulla scrivania vi sono testi in inglese altri in tedesco ed altri ancora tradotti in italiano. L’Italia dove il bel sì sona è muta, muta da tempo al richiamo, all’odore. Abituata ad essere soggiogata non dissente, salvo poche eccezioni, dal coro. Ryma è a fianco a me, quasi stordita dalla nebbia fumosa del locale, dal frastuono di una band che, ovviamente, non conosco, dalle foto e dai dipinti appesi, dai volantini gettati qui e lì. Mi guarda e mi bacia ardentemente, che parola ormai abusata, eppure struggente nella sua semplice profondità. Che ne sarà di noi? Domanda che mi pongo quando non sono preso dal mio carpe diem tossico, dalla mia obnubilazione da sniffio. Eppure sento che in me c’è qualcosa, che in noi c’è qualcosa, che le, per ripetere la res, cose possono cambiare. Ma, come dice…sì quella lì di qualche annetto fa, va bè, non ricordo, comunque dice più o meno che non siamo che gocce che inondano il cielo. Né più né meno, fra qualche anno magari sarò diverso, lavorerò alle poste, in banca, non scriverò mai né avrò successo, non cambierò nulla. Ma ora non ci voglio pensare. Non è importante. Credi nel domani il meno possibile. Ora tiro, tiro, e magari ci voglio pure rimanere. Sì, perché no, morire qui, strafatto, sarebbe il massimo, morire in un locale semioccultato, nostalgico e avanguardista. Ryma mi guarda ancora. Ma i miei occhi sono persi per l’eterea, la quale è più che altro una tensione, una stella da non perdere di vista, in questi due anni mi sfugge sempre di più di mano il desiderio che possa essere mia. La voglia di rendere volontà azione sta scemando, scolorando, forse sto invecchiando, ho diciassette anni e sono pessimo a fare ‘sti pensieri. Sembro un vecchio. Ho ancora il coraggio, la voglia di osare, ma molte, tante delusioni mi stanno costringendo ad avere i piedi per terra, a conoscere la parola “rinuncia”. Sperò che le cose cambieranno. Ma meglio non pensarci, diamine. Ho un umore troppo ballerino. Non ho il peso di tutto quanto resta sulla terra intera sulle mie spalle, basta, sarà quel che sarà. E poi non è neanche carino pensare ad un’altra con la mia ragazza a fianco. Non va bene. È ipocrisia. Ma al diavolo l’ipocrisia, non voglio mica fare la fine dell’impiegatuccio sposato-sfigato con figli accompagnati da rimorsi e rimpianti. E poi ho paura ad educare qualcuno, non ne sarei in grado. Ma perché penso a queste cazzateeee. Basta. L’ho detto, fammi godere l’attimo. Così facendo non faccio altro che vivere di ricordi, anche adesso. Sembro il classico tipo a che non sta bene da nessuna parte. Stop, basta, fine. Vado a bere, mi distraggo. Dove sei futuro?

2

Tra le cannucce viola l’ombra della tua pelle imprime aspre fughe dal reale, incontaminato il tuo pensiero, limpido dal riflesso etnico dei braccialetti che scortano sensazioni vorticose. Balla tra la musica e la capata il tavolino la sedia, io e te, casualmente insieme, vicinissimi eppure storditi, si impone un senso di distanza in anime che quasi si sfiorano nel bel canto di cicale invernali e dunque paradossali. Ok, esagero, ma forse pensiamo lo stesso, guardandoci con una profondità inaudita. Si sente e non mente. Non mente la sensazione seppur mia creazione o oscurata percezione. Provi quello che provo io, ne son certo. Eppure il tuo sguardo estasiato sembra nel guardare me sorvolarmi. Dovrei smettere di scrivere, è folle, ma continuo, non facendolo affatto. Non inizierò a scrivere, si è sempre troppo giovani per raccontare qualcosa di diverso dal terribile nullità adolescenziale che ci portiamo dentro. “Me ne dai una?” dici guardando il pacchetto e il fumo dalla bocca. Lo faccio e tu cacci fuori un voluttuario accendino. Stupendo. Come mai tutto ciò che ti appartiene è come te? Come cazzo fai. Rendi favoloso tutto, anche le stronzate, ammirazione assoluta. Faccetta buffa e sproloquio ardito. Parli, non ti fermi, io ti osservo immobile e corrispondente, come si può parlare insieme e trovare i propri pensieri completati dall’altra, approfonditi e viceversa. Mistero tuo, tutto tuo, o forse nostro, ma questo non lo stabilisco io, non lo stabilisci tu. E le parole cariche di rabbia non sono mai state così magnificamente perverse, sembrano stelle di una costellazione d’odio, ma di un odio amoroso, ribelle, il più candido e strampalato oltraggio al destino. Che voglia di baciarle quelle labbra. Se potessi. Oserei. Tra francesismi, germanismi, italiozie, fughe dal reale. Sono trasportato, ci navigo profugo felice, abusivo attracco cerco ma non voglio. Lasciami così e resta così. Punto. Pago il conto. Desiderio fremente di averti tra le mie braccia. Oddio. sì. Dolcissima ammaliatrice. Se solo potessi concretizzare la mia fantasia come le forme create dall’intreccio delle nostre mani nella sospensione fluida, dalle nostre ombre aggrovigliate ed inestricabili che si formano nella sera abbandonando l’uscio del baretto. Ah maledetto me. Tramuta il pensiero, rendilo azione, dico sempre lo stesso ma non lo faccio. Ridicolità spaziale questa, non temporale. Un bacetto, andiamo via per strade opposte, case diverse, ci vedremo presto. Altra occasione sfumata, forse a ragione. Ma comunque lei è pur sempre una mia intima creazione.

3

Ryma piange, singhiozzi atroci. Lacrime sulle mie mani. Tre schiaffi mi imprimono il viso. Una voce soffusa la sua, stemperata dalla tristezza mista a rabbia tenue ma tremenda. “E’ colpa tua!” dice quasi sconfitta ed insicura nella sua parca esclamazione. Ma io non c’entro. Che cazzo centro. Solo un bacio, nulla più. Va bè, magari un poco poco in più. Ma giusto un abbraccio, qualche spasmo, dei lamenti. Nulla più. Capita. Non si può stampare la propria vita a sedici anni, non si può stiparla in un angolo, vivere come dissi istanti tutti uguali. Non c’entro, ripeto. Non posso centrare. È una terribile coincidenza direi, ma sarebbe inutile. Lei è andata via, scomparsa, non per quell’evento di qualche ora fa. Sono le tre di notte cazzo. Non è scappata, sarà andata ad ubriacarsi da qualche parte. Cosa diamine posso fare io, cristo boia! Non mi preoccupo, non c’è necessità. La inviterei ad andare a dormire. Domani mattina sarà qui. Tutto inutile, disperazione diffusa, condivisa. Mi si insinuano degli ingranaggi smossi anche a me. Ma i miei neuroni sono morfetizzati, ragiono poco e con pochissima lucidità. Non posso pormi ora il problema, anche perché in questo stato non lo risolverei. Aspettare, aspettare il ritorno la mattina. Ecco. È questo che la mia mente in echetto ripete. Domani, domani. Voglio dormire ora. Non posso, lei si impone. Altro schiaffo. “Ok, ok. Sto bene. Sono sveglio, basta” le sussurro. Non è che non capisco ciò che dici, solo al momento non posso darvi importanza. È presto per sparare a zero. Tardi per ragionare. “Solo un bacio, basta”, riesco a dire. Mi sveglio a ridosso del tappeto con i lividi. Non so come cazzo me li so’ fatti. Una mano mi fa exurgere e rovinare di nuovo a terra.” Allora? Sei sveglio adesso? Che hai fatto? Di chi stai parlando? A chi hai baciato?”. mi dice la mano. Ma che cazzo ne so, chi che? Sto pensando ma non riesco a sillabare. Altre due ore, sono le undici del mattino. Ora inizio a capire. Lei è scomparsa. Puft. Svanita nel nulla. L’ultima volta che lo vista? Era attaccata alle mie labbra, poi sono tornato da Ryma, lei è andata per la via opposta. Non so altro. Che dire più di questo. Scoppio a piangere. “Dio buono!!!dov’è? È scomparsa sul serio.” D’un tratto tutto me stesso in discussione, le mie azioni, le mie guerre, la voglia di lei. Una sola cosa non muta nei miei pensieri. Lei stessa. La troverò.

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Sei mesi ed è settembre. Il tempo guarisce le ferite. Così dicono gli stolti ed i deficienti assieme agli idioti ovviamente, i cari idioti col sorriso stampato sulle facce da ebeti. E ci credono pure. Nessuno ne parla più di lei. Come fosse stata censurata. Magari il pomeriggio fanno puntate di trasmissioni del cazzo con criminologi stempiati e barbuti ed avvocati dall’accento difettoso. Per il resto il paese è silente, stanco. Sembra che solo la mia malinconia ne abbia memoria. Memoria di quella ragazza che già prima di scomparire non era nessuna. Padre morto e madre tossica. Né fratelli né sorelle. La sua vita privata? Indagano su un ex che forse neanche esiste e che sembra nessuno abbia mai visto. Un enigma da comare ben piazzato e credo tanto, troppo insabbiato. Fortuna che i riflettori si sono tolti dalle mie palle (che cazzo significa quello che ho detto non lo so, ma il mie mi segnalava una profonda appartenenza e ce lo metto spesso quando penso). Ci ritorno spesso, ho l’azione sbiadita ma che si forma dinanzi a me, carrello senza scorta. I portici e noi due soli. “No non voglio” alla terza boccata d’erba dicevi, incurante ti baciai e il mare sembrava renderci veri ed unici eroi dei flutti, quelli dei nostri abbracci. Non ricordo che schiaga ci calammo ma lo facemmo di sicuro perché i ricordi sfumano ed i rimbombi aumentano. Non so se è così ma ricordo noi due per mano a correre e ridere a due palmi da terra, come se non sentissimo alcun peso che non fosse la nostra leggiadria. Poi una cattedrale. (Quale?). E poi il fantastico pavimento e i gemiti. Non so se facemmo sesso. Ricordo il godimento, basta. Ricordo una luce come di betoniera che le illuminò il volto. Poi ricordo che si alzò, che io le chiesi dove andasse e che lei sorrise e disse un tranquillo “Vengo subito”. La sto ancora aspettando perché quel vengo subito si è tramutato in lacrime di Ryma, poi in lividi che non ricordo e poi in tinozze d’acqua in testa ma era già mattina. Ah Ryma, non vuole vedermi più. Contenta lei, io mi preoccupo per l’altra. Sparita nel nulla e dimenticata. Anche se parlano di lei in realtà parlano di loro stessi. Nessuno la conosceva davvero. Ovviamente neanche io ma quella sensazione, quel deja vù che ebbi la prima volta che l’ho guardata negli occhi mi dicono che, non so qualcosa mi frulla per la testa. Forse non dovrei pensarci eppure irresistibile si forma una sfera di dubbi, dubbi strani, dubbi come naufraghi che conoscono i battelli come io credo di conoscere la risposta ma non li vedono in lontananza.

5

Sul lambire, è lì, sul suo stesso lambire di infinite trame aggrovigliate. Mani lunghe e buone, sottili e dinamiche nel movimento. Corpo gracile ma aggraziato, pelle pallida, da scultura marmorea. Occhi di un nero intenso e profondo. Sospiri a ritmo di sinuosa perfezione, sezione aurea argentea di passione spirituale. Silenzio simile al mistero rovente della sua stessa malinconia, chiusa in un guscio sottile. Respiro di Pall Mall rossa intenso, sbuffo all’aria, a volte di lato. Pensieri classici, sui massimi sistemi del gaudio, edonisticamente sopraffini. Mi vede, mi sorride, mi avvicino. “Ciao, piacere Etalage, che ci fai seduto sul corridoio?” “Rifletto” dice. “Pensieri ormai vecchi, nostalgie. Tu? Ti scocci in classe vero? La monotonia è assordante” “Già, c’è anche un prof antipaticissimo, un certo De Sanctis” “Ah, quello mezzo tossico” “Dicono, se ne raccontano tante su di lui, pazzo di sicuro, certa gente non dovrebbero farla insegnare” “Dai non essere razzista. Poi saranno senz’altro solo voci. E anche se non lo fossero che cazzo te ne sbatte?” “Tremi?” “Certo, è amore. Ahahah. No, scherzo. Diciamo che sostanzialmente sono, e ci aggiungerei in definitiva, cazzi essenzialmente miei” “Scusa” “No, non ci pensare. Ma che fai non te ne vai a fanculo? La frase aveva questo significato sottinteso, e mica tanto” “Vuoi che vada via” “Se proprio devi, resta” “Che discussione paradossale” “Beh è interessante, una cazzata nuova. Siediti scema, se vuoi. Ho voglia di stare un po’ in silenzio, in compagnia di qualcuno che evidenzi la mia solitudine” “Posso?” Dopo essersi seduta Etalage appoggia la sua guancia sulla mia spalla. Scusate l’inversione personale, ma ci voleva e poi saranno cazzi miei come scrivo! “Ho voglia di un bacio” “Mio caro, i baci non si chiedono”, così la ragazzina mi bacia. Bene, ne avevo bisogno. Avrei dovuto farlo anziché dirlo, ma ho agito d’istinto. Le mie mani ovviamente sono sul decollettée, glielo scopro di più. Ovviamente. Lei pensa ai ruderi, alle rovine sparse del mio essere. E la cosa che mi piace di più è che non sana le mie ferite, le lecca indomita ed incautamente lasciando ogni cosa così com’è, al giusto posto, nel corretto modo. Traversare. Adoro il viaggio. Sì il vagabondare. E lei lo sa fare benissimo sul mio corpo arreso ma belligerante. Assesta, vai, assesta un altro colpo. Così. Eccoci convocati in presidenza per intercessione della bidella vergine e zitella. Ovviamente, ripeto l’avverbio per sottolineare la banalità intrinseca nella figura grottesca dell’operatrice ata, laurea honoris causa in esistenza inautentica per via della deviata curiosità e in sturacessi da arpeggio dialettico.

6

Mezzanotte lecco la mia pall mall e me la scivolo tra le mani secernendo tabacco e miscelandolo di smeraldo odoroso. Tiro la cartina arrotolata senza pensare a nulla, neanche a lei, neanche al posto in cui sono, l’ultimo di lucidità in cui la vidi prima del mistero. Le stelle fisse mi guardano e traverso me stesso restando immobile nel palpito, lo sento, lo sento il suo cuore a mille, come nascosto da un sottile lenzuolo. Mi cade sangue dal naso. Introverso, chiuso in me, tiro su e la mano lo pulisce con uno svolazzo. Trovo incisi sul marciapiede versi indelebili ed invisibili, come lettura nella mente, rumore di sottofondo, si contemplano, compongono e sciorinano svelti, da recitazione surrealista. Li percepisco ma mentre si susseguono la mia mente non riesce a fissarli. Improvvisa una conseguenza che promana senza continuità, in un assurdo insusseguirsi come se ne fosse la causa. Le mie lacrime. Mai così forti, mai così tonanti. Mal di testa per lo sforzo. Vomito. Occhi restano lucidi. I cd di quei cantantucoli in frantumi, (cosa in frantumi? La musica o il supporto materiale? Poco importa). Particolare stupidissimo che insorge nella tristezza. Ricordo che tuttavia non la estingue ma la alimenta esponenzialmente. Inizio a danzare, mani rette dinanzi a me, come un sonnambulo, più come uno zombie. Volteggio, mi muovo ascoltando un tutto mio lento inesistente e tuttavia terribilmente presente. Abat jour. Ascolto la carezza gelata della morte. Rabbrividisco. Mi muovo ancora, dietro, destra, avanti, di nuovo destra, sinistra. Scorgo la tua immagine, l’immagine di lei. Ma è un attimo e scompare. Chiudo gli occhi per non dimenticarla mai più.

7

“Amore mio. Devi rilassarti. Sei troppo stressato. Cerca di divertirti.” “…” “Guarda, cosa vuoi di più, hai me. Me. Sai quanta gente lo vorrebbe. Viviamo nel migliore dei mondi possibili. Rousseau, no? Ricordi?” “Ricordo che Rousseau non c’entra nulla con quello che hai detto. È il Candido.” “Chi è candido? Tu sei candido, dolce, bellissimo” “Lascia perdere, va’” “Siamo ad una festa. Potresti accennare un cenno di divertimento e non meditare sulle risultanze cosmiche del Fato” “Che cazzo hai detto Etalage?” “Più o meno una cosa che mi hai detto tu” “Molto meno” Effettivamente non ha tutti i torti. Farsi una trigonometria dei passi di pam post pell, ti prego etc… guardando i passi delle ragazze e le stonature grossolane dei ragazzi che ballano senza capire un cazzo non è il massimo. E credo non sia da me. Ma se sapessi chi sono. Prima non ci pensavo ma da quando è avvenuto il fatto misterioso ci penso sempre più. Chi sono? Perché sono su una pista sulla spiaggia con dei deficienti smanicati e per di più a novembre. Novembre è mio, lasciatemi sprofondare nel mio novembre, non ve ne appropriate. Novembre è la mia malinconia. Che cazzo. E non fa manco freddo. Che cazzoo. No no. Così non va bene. Ha ragione quella, Etalage. Casper! Sto iniziando a scordarmi le cose. Sono sempre più distratto. Assorto nelle mie follie. Dovrei andare in manicomio. Se non li avessero chiusi. Mi sono sempre domandato che fine avessero fatto i pazzi senza manicomio. Boh. Esisteranno ancora gli psicologi, gli scienziati della mente. Tutti disoccupati. Bene. Devo reagire dicono quelle sue labbra da perfettina? Ma perché non si fa fottere che magari è pure brava, gli riesce bene. Ognuno è bravo in qualcosa. Lei lo è senz’altro nel farsi fottere. E nel vantarsi di, non lo so, di niente. Del nulla che le è dentro. Lo spaccia come fosse vero quello che dice. Ma dice solo cazzate. Parla con frasi fatte e non si ricorda nemmeno chi le ha dette. E fin qui, ok, neanche io mi ricordo che ho mangiato a pranzo. Ma lei lo fa in modo fastidioso, saccente. E poi te lo sbatte in faccia. Io almeno le mie elucubrazioni me le tengo per me o le dico se sono costretto. Ma lei, stai per cazzi dei tuoi, bello tranquillo, e all’improvviso: pam, ti piazza la cazzata colossale. E poi il fastidio maggiore è che ride. Che cazzo mi ridi? Tutti belli, allegri, sornioni, divertiti. Siete degli ubriaconi di lucidità. Cretini proprio. Guarda guarda. Coseno della divaricazione più seno del repentino passo all’indietro. Che cazzo mi significa. Eccoli i pazzi. Tutti in libertà. In libertà ritmica, ovvio. Arcotangente lui e lei. Fuma, gli accende la sigaretta. Bellissimo l’accendino rosa che hai, galantuomo, si intona con quella fottuta camicia. Mi sono scolato una bottiglia di gin e non va bene. Ho la nausea. Vomiterei sulle loro acconciature del cazzo. Sartre sarebbe d’accordo.

2004

1

Kimery guarda fissa il sedile dinanzi a sé. Ha lo sguardo sperso nell’etereo, in mistica contemplazione, magari, delle cicche azzeccate sullo schienale. Il finestrino che fugge paesaggi squallidi e repentini le è totalmente indifferente, ed ha santissimamente ragione. I piedi, nonostante la caducità corporea da zombie più proteso verso il cadaverico, guizzo tra la cresta rosso purpurea e la fossa di un domani insicuro unica certezza, ha i piedi saldamente impostati, in parallelo le gambe, fieri anfibi, marcano lo scranno del metrò. Come fa? Deve essere dissociata, i tossici in genere hanno le vertigini e le gambe tremolanti, ma magari lei non sarà per niente una tossica, magari sniffa l’ero una volta o due a settimana. Questa deve essere una volta di quelle. Sono le sette di sera, è buio pesto alla stazione, scende appresso a me, volteggiamenti da automa, ma quel volto. Quanta profondità. C’è modo e modo di avere uno sguardo da tossica, il suo nella sua risultanza estetica era ed è sublime. Deve essere una grande poetessa del frastuono, pochi con l’assordante musica nelle vene restano così. Non inebetiti ma. E che ne so, certe parole non esistono, se fossi bravo la disegnerei ma credo che neanche un genio ci riuscirebbe. Parlarle mi sembra inutile. Uno romperebbe l’atmosfera, due non ho un cazzo da dirgli nella mia stupefazione, tre la vorrei fermare, non è l’enumerazione ma è quello che vorrei farle. Fermati cazzo! Fatti vedere, rimani così, non scendere, rimaniamo un’altra fermata. Scendiamo. Freddo boia. ok. La seguo. Impossibile, mentre penso lei si ferma e sono costretto a scavalcarla. Le sono davanti. Mi giro. Sorride. Ovvio non a me, alla sua disconnessione. È il classico sorriso autoreferenziale, quello che si fa per aumentare dissociazione ed estraneità al mondo intero, quello a mo’ di scudo, utile per chiudersi in un guscio. L’ho sempre pensato. Cosa? Beh che chi arriva a tali livelli di estraneamento entri in contatto coll’intimità più pura e nascosta dell’universo intero. Continua, passo lento ma continua, rallento anch’io, non esce dalla stazione, si va a chiudere nel cesso. Ecco, a questo punto ho la stessa limitazione percettiva di un infante, la pallina scompare.

2

E’ stupendo stare sdraiati al Parco Pubblico a guardare gli uccelli. Pochi, carini, divertenti quasi, mi suscitano sempre una certa dissolutezza emotiva. È necessaria, si deve saper non pensare a nulla, tutto intorno è pace. Gocce leggere di pioggia sugli occhi. Cosa c’è di più bello. Talvolta vale la pena vivere. Talaltra morire. Oggi no. Sto riuscendo a non pensare finalmente. Attimo favoloso. Sono due anni che non ci riesco, dall’evento del mistero, ovviamente. Oggi sì. Ho cercato in tutti i modi di distrarmi come mi dicevano gli amici, ma se ti distrai poi va a finire che a qualcosa pensi e il pensiero, si sa, non è soggetto alle nostre brame. Se fosse un muscolo sarebbe involontario. Il pensiero è una terribile spirale, testarda per di più. Tante belle idee di contorno e pam, arriva dove vuole lui, converge verso il centro. Già, il centro. Non ci avevo pensato. Forse il centro dei miei pensieri è quell’evento proprio perché è anche il centro della mia vita, la mia ragion d’essere. È così. Senz’altro. Tanto è vero che prima non pensavo a nulla di preciso, a nulla di definitivo, non c’era nessuna idea vettore vitale, ho iniziato a pensare a qualcosa dopo l’evento. Anzi prima pensavo spesso alla ragazza principe dell’evento. Lei. Quando la conobbi il mio cervello ebbe una definizione. Prima solo pensieri in libertà, ecco. Ero apatico, prima. Lo so, gli altri dicono che lo sono diventato dopo, ma chi vuoi che conosca meglio me di me stesso, scusate. Chiaro, gli altri non ti entreranno mai nella mente, non navigheranno mai tra i tuoi neuroni, non capiranno mai le tue scelte, le tue esitazioni. Solo tu puoi farlo, perché sono tue. Ecco, io sono io perché c’è lei, c’era lei, ci sarà lei. Quindi azzardiamo un processo identificativo esulante del sé. È presto, credo di no. Credo.

3

Do si7. Mutato improvviso il corso aritmico del respiro sul mio corpo estasiato. Limone in soluzione, ago pronto. Buca la tua vena, ultima vela del pelago d’assoluto, buca la mia, l’introito emotivo più autentico negli occhi. Ti amo, ti amo, ti amo Kimery. Sono steso sul tuo corpo recalcitrante agli spasmi diurni. È questa notte gelida di primo dicembre che assurge a costellazione implicita. Corpo allucinato, corpo assopito. Vera paranoia smorzata dal riposo. Acritico, acrilico sul polso nell’attimo relitto del frammento eterno. Godo, godo ma non è sesso è un’emozione totalmente incodificabile. Due menti le nostre, nuova distrazione, due menti. Le nostre tossiche per sempre. Kimery, spogliami, annuda l’anima per sempre. Verme, verme lo spirito. Amo, amo l’eroina che dal polso sale sul mio corpo, ascendete eterno, attimo assoluto. Ti intrufoli, ti intrufoli nei miei ricordi. Nella mia memoria. Sei tu, è il diem che conta. Sei tu, è l’alma tesa che affonda nei tuoi occhi. Scocchi un bacio, tiri il fiato e la purezza provenzale come canna passata è più moderna ed azzeccata. Nostalgici, nostalgici, nostalgici a diciannove anni. Moriamo, risorti, moriamo condotti alle nostre sincere intromissioni, come dico sempre, altere. Quasi dimentico lei. Tu divieni lei (o me?). Nostalgici ancora. Guarda piccina che mi combini, non ti declini, non ti arrovi nei rami, sei candida e perversa, pullula la traccia morfina, morfina dell’interiore l’eroina. Nel cesso, nel cesso del parco pubblico assurgiamo ad ultimi primi del senato neoplatonico dell’alternativo. Nuova aristocrazia furente. MAB. Nuova aristocrazia che vince all’indifferenza. Nobiltà Dark dei nostri pensieri, dei nostri indumenti. Vedo il tuo seno, ci traccio il vero. Nuovi decadenti punkabbestia, toscani, toscani, toscani in piazza del Gesù, toscani, veri toscani autentici dei decumani. Spogliami. Dormi. Teniamoci per mano e nell’inverso camminiamo. Chi ci guarda. Borghesetti piccoli piccoli. Nerone che ci ammira, Filippo Bruno dell’OP Giordano ride, ride, ride e ci guarda. Siamo il mondo noi, siamo l’universo, siamo la luna e siamo il resto. Immagina l’ingresso al chiostro tra i frati, immagina il sillabegio prodomo del canto gregoriano, immagina lo stupore della nostra mania decodificato. Baciami, baciami. Baciami ancora sulle labbra, carezzami le guance. La tennens si impone sul sorso un po’ tabacchico dell’ero nelle vene. La flemma, salasso, salasso dell’inutile assurto ad inquietudine. Beviamo e facciamo un casino con le cellule celebrali, apriamo varchi dimensionali, sogniamo, percezione aumentata. Tu dici sincera, tienimi la mano. Cadiamo, suoniamo, l’accordo dannunziano della rimonta. Se sei stanca vai da lui, se sei esausta vai da lei, fatta abbastanza per mostrarci la vera, sincera e pura neuronale rimembranza. Cosa vuoi che siamo. Ribelli, briganti, esausti venditori d’almanacchi psichedelici. Le forme, le forme che ci appaiono ci invitano a cantare senza decifrare, ci invitano a danzare, ci invitano con forza a ritmo del frastuono a pogare, a lottare, a tiranneggiare. Ricorda, ricorda, padroni dell’universo intero, a metà, pur sempre infinito nel mistero, pur sempre esponenzialmente parallelo. E lei non sei tu. Tuttavia. Punto.

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“Cioè credo che quello che dice sia la più colossale delle stronzate cosmiche. Cioè davvero. Non ne sento tante, ma questa è grossa. Non come le altre, ma simile. Un po’ più profondamente inutile ma comunque cazzeiforme. Stronzate. Cioè che ce ne fotte dei cinici. Che ce ne fotte se io mio sento cinica. Crede ancora nel sentire prof? Carissimo dittatoriale servo della tua pseudocultura da perdenti. La verità è un’altra. Non sentiamo più. Non ce ne è per nessun cazzo di motivo al mondo bisogno. Non sentiamo. E soprattutto non siamo. Ci annulliamo e questo va bene. La verità. Bisogna distruggersi, farsi dalla mattina alla sera. Non pensare. È inutile pensare, riflettere, filosofeggiare nella società proprio perché è ipocritamente inutile tutta la società stessa. Caligola, Diogene, socrate socratico, platone pandemonico nel macro o micro cosmo del cazzo universale e panteistico è una delle più sublimi cazzate. Aristotele, chi diceva, ipse dixit, ego soleo fellatio facere. Questo conta, fanculo cosmico. Nel cesso il pessimismo, nel cesso Leopardi. Nel cesso Cristo, Pietro e le orchidee. Nel cesso i fantasmi cazzuti del passato. Nel cesso il GF. Nel cesso Orwell. Nel cesso Tacito, Orazio. Altro che cazzo. Altro. Altro. Non c’è altro. Siamo in una stasi, per ripetere ciò che ho detto e che fra pochi attimi dimenticherò, nel cesso il cosmo. Nel cesso la moda, nel cesso Hello Kitty, e Pucca, fanculo ai culi, altro che punti. Altro che esclamazioni. Nel cesso Bercoglioni, la polis, la politica, altro che sorrisi vili, da imbianchini, da poster, altro che Madonna, altro che cazzo. Altro, altro che. Altro che basta. Nel cesso i libri, nel cesso l’ estetica, altro che merda. Schiaga a lei, schiaga a lui, schiaga a tutti. E fanculo colossale o conico. Anzi cosmico. Confusione. Nel cesso gli anni ottanta. Nel cesso il vostro punk. Nel cesso le lezioni. Nel cesso scuola, istituzione, lavoro, pensione. Altro che paura. Anzi paura. Questo proviamo. Il futuro è apatia. Sono i forum cui scriviamo, anzi scrivete, anzi collaudate con i vostri arnesi calcolatori di merda. Glielo direi in tutte le lingue del mondo prof De Sanctis. Merda! Colossale. Altro che esistenzialismo accademico da neofascisti, anzi nazisti. Altro che noia da francesini. Altro che storie. Altro. Ecco noi non viviamo, noi moriamo giorno per giorno. Voi che ci offrite? Cazzate. Perlomeno fossero teorie. No, sono pratica, pratica vile. Test? Ma test di cazzo. Sono quiz. Voi prof non siete un cazzo, siete Mike Buongiorno, l’emblema della vostra stupidità abissale. L’emblema di questa società che ci offrite. Che ci lasciate in eredità. Io mi pungo. Mi pungo perché è l’unica esistenza autentica. Sono tossica perché voglio esserlo. Perché godo a perdere me stessa. Perché muoio ogni giorno trovando me stessa. Non arriverò ai trentanni. Meglio. Muore giovane chi è caro al cielo. Aggiungerei. Muore adolescente chi è caro agli inferi. Perché io godo come centoquarantaquattromila orgasmi quando mi pungo. Stop. Muori prof.” “Hai ragione. Ti capisco. Hai dannatamente ragione Kimery”.

5

Morire contemporaneamente alla stessa ora lo stesso giorno. Per suicidio. Due ragazze tanto diverse. Per motivi magari differenti. Ma accomunate dalle modalità di morte e dallo giungere della morte stessa. Mettere un tappo in un tubo di scappamento di un’auto. Che non sanno nemmeno guidare. Sanno usare però per morire. Ryma. Morta per sbaglio dialettico, errore coniugato, stupidità implicita. Credeva che fossi ancora innamorata di lei. Della scomparsa. Che cretina, che stronzate. Pur ammettendo che lo fossi e magari lo ero anche, e magari lo sono anche, è una ragione giusta per togliersi la vita? Anche lei, quando eravamo insieme, era innamorata di un altro. Embè. Io sono vivo, non sono morto mica per quel, come si chiama, cazzo non mi ricordo, Tizio? Mevio? Sì, forse magari Caio. Anzi no, Tito?. Boh, che cazzo ne so. Non me ne sono mai interessato. Mi bastava il sesso. E poi amavo un’altra. Lei forse.O no? Ma che me ne fotte, o sì o no non mi sono ucciso, neanche dopo l’evento misterioso. Ryma, innamorata di un cretino, ignorante, stupido. Signorina del cazzo, insicura come una puttana, meretrice possente. D’altronde ha anche i fianchi larghi. Poteva stare con lui. Se fosse vivo Mussolini avrebbe detto che è la ragazza perfetta per sfornare bambini. Poi si è rifatta naso e seno. Che stronza. Chi utilizza la chirurgia estetica per fini non necessari è una zoccola. E sì. Piacerà anche ai femminucci. A quei ragazzotti e a quegli giovani che amano la pet, la plastica, il silicone. Io amo le ragazze. Gli omucoli amano le puttane rifatte. Ahahah. Hai fatto bene Ryma ad ucciderti, altrimenti lo avrei fatto io. Già, che bello. Beng beng, o bang bang, e vincerà chi al cuore punterà. Traduzione pessima, tipica della censura italiana. Meglio. Sì, avrei goduto ad ucciderti. Orgasmo mentale. Mi hai risparmiato la fatica. Da quando non stai con me, due anni, sei diventata la tipica ragazza vetrina, forse ti batte solo Etalage. Ciao puttana, non mi mancherai. Dicono che quando una persona muore tutti ne parlino bene. L’ipocrisia più inutile che abbia mai visto. Io non parlo mai male delle persone alle spalle, sempre alle spalle e in faccia, indifferentemente. E lo dico, la sua morte ha sollevato le sorti dell’umana esistenza. Non mancherai all’umanità, agli esseri dotati di anima altri, cioè agli animali, e nemmeno alle piante o ai minerali. Ha ragione Epicuro, se uno vive come te meglio che si tolga la vita. E sì, è così, l’unico gesto sensato della tua vita è stato il suicidio, inetta a vivere. Ironia della sorte, due chilometri più in là, o in lì se vogliamo essere sillabicamente puri, morivi tu, Kimery. Fatta dalla mattina alla sera. Stupenda nella sua darkagine. Con lo sguardo perso più profondo che i miei occhi abbiano visto. Tu sì che mi mancherai, tossica del sublime. Ti adoro. Adoro la tua vita. Morta non per stupidità tua, ma per stupidità globale. L’Anima Mundi accoglierà le tue spoglie, il tuo spirito superbo, la tua anima. Tu sei parte dell’universo, tu sei parte del tutto. Non ti dimenticherò mai mia anarchica ribelle, mio fiore di loto, mia invasrice dell’animo umano. Mia medicina e mia malattia.

6

Luce in fondo ai corridoi del silenzio. Barcollo indeciso e tetro tra i volteggi del mio essere, cercando luoghi di verità distorcendo la realtà con l’acido lisergico. Sdraiato, ovviamente senza saper dove, inseguo il biancoconiglio. Tempo che passeggia scalzo per il nostro mondo riempiendo di ostacoli il sentiero mi converge verso il senso più profondo ed intimo delle cose. Legato senza catene che non siano virtuali ho un po’ di timore ad alzarmi, come se fosse morfina ciò che pullula nelle vene, come i combattenti assuefatti dei tartari che rischiavano sé stessi, la propria vita, pur di rimanere legati alla prigionia squallida tramutata dalle sostanze dell’imperatore in paradiso, in giardino califfico, tra fiori d’assenzio e sabbia e silicio, un giorno caro al collegamento, allora caro alla intima caratteristica implicita di un mondo in frantumi. Tempo tiranno distorsione mentale, tempo del gaudio confusione irreale. Spasimo vittima di sé stesso. Vivo inclinato ad un piano abissale. Luce, luce, ancora luce, per osmosi sapientemente catapultata dall’ interiore al fulgido spazio sovrastante l’umano. Svenni e mi ripresi lucido con le mani odorose d’incenso e di bacche boschive.

7

Il nulla, il vuoto improvviso ritorna in me. Buco la mia vena con l’aria di gusto fremente e dolce. Adoro assaporare l’endovena schiumata della vita mia che lenta si spegne. Ti amo. Sono vicino a te, vicino a lei per sempre. I miei occhi socchiusi. Sorriso stampato sul viso. Nell’aria gelida di fine dicembre la bolla della vetrata è mastodonticamente perversa, gioisco ma con garbo. Mi spengo senza l’ombra neanche lontana di un pianto. Ci voglio rimanere stavolta davvero, voglio rimanerci, dare un senso a questa esistenza. Morire e godere ancora e ancora, continuare a godere di ciò che è dietro all’oggetto reale, di ciò che è dietro alla parola, di ciò che è dietro al suono entusiasta e lento. Di ciò che dentro me è fermento. Il libro è semiaperto sull’anta del senso, notti bianche elettive nel polso che rallenta e si tramuta in incoscienza, in rima baciata come sudario desueto e infantile, ma pur sempre attrattivo, il mio assurdo si impone e il sorriso stavolta è più forte, non so neanche dove sono. Un solo pensiero, il fumo che la investiva l’ultima volta che l’ho vista, l’ultima volta che vidi lei. Ecco, questo son’io, l’assoluto del nulla. Ti amo. Che purezza nel cesso di un atomo dal mio palpitare e dal mio sproloquio sconnesso esaltato, esaltato in sé stesso. Voglio rivederti anche solo per un attimo, l’istante del condensamento alternativo del tuo unico fiato, quello sulle mie labbra impostato.

Confusione mentale

“E’ completamente andato. Ha i documenti falsi, dovrebbe avere tredici anni, se li porta malissimo. Non si sa da dove venga, niente, in tasca non aveva niente a parte la carta di identità falsa, un pacchetto a metà di pall mall e l’ago infilzato ancora nella vena. Deve essere un tossico vagabondo. Portatelo in stanza e sedatelo, non voglio risvegli bruschi.” Nel corridoio un’immagine. Lei, Muta del Gabbro. Amore mio, amore mio. Dove siamo finiti, chi siamo, che saremo. Tendimi le braccia. Fuggiamo. “E’ pazzo, probabilmente ha le allucinazioni o è una sua compagna tossica. È vero uomo ragazzino misterioso, ti sei fumato il cervello assieme a lei” Muta improvvisa sfiora le mie labbra, gli occhi assopiti si fanno tiepidamente ma inesorabilmente alteri: “Mikä antaa sinulle oikeuden tuomita mies vain koska hän oksentaa mutaa, joka niin kauan on gorged?”. “Che cazzo ha detto? Schizofrenica ebete ed ebefrenica. Isolateli e non fateli incontrare. Non voglio guai, almeno stanotte. Fateli fare una bella dormita.” “Dottore, mi lasci approfondire il caso” chiede sorridendo un ragazzo biondo col pizzetto rossastro. È appoggiato ad un muro, col gomito che stropiccia un calendario. Settembre 1998.

Anno Scolastico 2009/10

Intro

E lode ad Erato
e lode a Psidide,
andate al di là
leggendo ‘sti versi.
Ascoltate un’anima
che mai sarà pura
per voracità.
Ascoltate l’indulto,
vittime
gli adolescenti
della società
che da preconcetti
esclude la diversità.
Mentre fumo
ascolto
te che piangi
e fiera mandi a quel
paese
chi vera vittima
non è come te.
E dunque amore
non rinnegare te stessa.
E ascolta per davvero
come fai
il sussurro di giorni
stanchi ormai,
sei la prediletta
al di là del monte
del pudore,
della cascata illusionistica
della morale
che inghiotte
le nostre oscenità.
Sei splendente
tra le stelle.
Urania maggiore
ed estasiata
nell’ermetismo,
voglio te,
ti vuoi,
mi vuoi.
Eternità!
E dice Darwin
che è tutto normale,
il liberismo
capitalista
e il corpo spento di ragazze
stirate e di una bellezza
che puzza di falso e di plastica.
Per questo
dispero
e cerco tra i miei compagni
rivoluzioni
che sai.
Ed improvvisamente
ti dico che sei quello del tempo che fu
ma carpisco con la mente
che la tua rivolta
è già la mia.
Con disincanto
è satira
o sei tu satiro
ed io ninfa.
E ti prego
stringi le mie braccia con le tue.
Te quiero.
Il tuo saluto
si spende
come sponda
selvaggia
e voglio solo te,
mi respiri
come fiato
nel ricordo.
Ergo non dare importanza
ai ministri,
ai docenti,
agli stornelli
giustamente eretti
non pensare
agli altri,
nella disobbedienza
distruggi il potere
sacrale
con orfici misteri depura
il marcio istituzionale.
Non pensare
a ciò che vedi su face
o msn,
abbraccia
chi ti ama veramente
e guarda un essere umano
negli occhi,
getta alla rovina il tuo palmare,
calpestalo
e bacia la ragazza
che ti aspetta,
e vivi davvero
non solo
nel cibernetico spazio
culturale
a te destinato
come concessione,
sei tu che comandi
e non i politici
né il web.
I tuoi ricordi
sono reali,
e la tua percezione
è il vero della scienza,
l’unica verità
è creata dal tuo livello
di percezione.
Al limite
non ascoltare
i padroni
mascherati da agnelli
manda all’aria
internet
ed i cellulari,
abbraccia chi ti guarda
e nel disaggio
non smuove
il palmare con un tocco digitale.
Ergo non pensare
ad altro che non sia
la verità
del tuo pensare stesso
tra i cimeli
dell’essere
ricostruisci,
ti prego tu,
adolescente
dell’epoca nostra
cambia qualcosa,
ti prego plasma
una comunità sociale
dove potremmo
restare
in gruppo
in un abbraccio universale,
dove chi comanda
è chi è padrone di se stesso.
E sdraiati sull’erba
sospirando
con una ragazza,
ti prego abbracciala.
Sei tu
e tu solo
l’assoluto.

Settembre- primo Novembre

Il sussurro del mare triste
Odi il sussurro del mare
triste?
Non vuoi ridare sorrisi
a un volto smorto
di lacrime agrodolci
e di speranze vane,
dal faro lontano e muto
risponde al tuo cenno,
oramai solo etereo,
un’oscurità di silenti addii
fossilizzati su stampe col gesso
tenue.
Ardori tremano tra le mie mani
da anni, dimenticati
e la tua apparenza agitata
è sguardo ormai offuscato
da pensieri
estranei.
L’eco rimbomba in me sopito
e fluttuante smorza l’ultima voce
melodiosa
di sirene esauste.
Il destino ha steso il filo
della noncuranza.
Non vuoi ridare respiro
al mio sospiro,
tra altre nuvole alberga oggi
il tuo desio e i tuoi fuggevoli pensieri,
ma un’onda increspata
stordisce i miei ricordi,
sfuma sabbia tra le dita,
tuttavia l’isola nostra
si fa più lontana,
gli occhi lucidi al tepore
della splendente antica luna;
ascolto ancora il mare,
ma il dipinto divora i tuoi stessi colori
e solo l’immaginazione ti ripone
in vetta alla collina nostra dove,
mano nella mano e senza guardarci,
contemplavamo l’abisso
irraggiungibili.
Rara una parola
nel mio spirito in travaglio.
Il tuo profumo scorgo,
sei qui vicino?
Non vuoi tornare
ed io a capo chino
lancio un sasso
contro l’infinito gorgo
stanco.
Fuga
Prendiamoci per mano
e chiudendo gli occhi navighiamo
traversando correnti di mari lontani,
ed anche se più tardi del previsto
al fine giungeremo sulle rive
calde del nostro mondo.
Poi, senza remissioni,
ascolterò parlare per davvero
il tuo candido cuore
che, anche se in silenzio,
mi saprà dire cose
che tu non hai mai detto.
E sarai già brilla,
le tue parole fuoco e argento,
sole e vento
dalle corde vocali.
E sarai ancora più bella,
il tuo vestito dalle bordature viola,
non ti sentirai sola.
Dalla sera alla mattina
non avremo più paura
ed il nostro spirito più vero
darà corpo al pensiero
che, brulicando tra le rovine,
sarà più libero di quanto credi,
urleremo sino a tardi.
E poi verrà la notte
e tu sfinita cadrai sul guanciale
con una forza animale.
Ed io cogliendo l’attimo
carezzerò la pelle,
soffici saranno le stelle
che dai tuoi fuochi accesi
cadranno più cortesi
sul mio braccialetto.
Illumineremo il cielo
con un arcobaleno di diamanti
dagli zigomi striscianti
che toglieranno il vero,
il buono e il giusto
dalla nostra mente,
zigomi di serpente.
E, come dei bohemiens,
non ci cureremo del passato
o del futuro,
vivremo coscienti
solo di essere noi stessi.
Ma non sarà poi il giorno a svegliarci
col suo soffice e sottile filtro di luce,
sarà un repentino mutamento
della temperatura del nostro corpo.
Saremo ancora mano nella mano
e i baci, baci, baci
investiranno il corpo
come sopra come sotto.
Però la nostra forza tremante
cadrà sconfitta a terra.
Il circolo ondulatorio della testa
intorno ad un oggetto fisso,
che poi è lo stesso,
ci renderà più lenti
nei movimenti.
Il flusso di ricordi
sarà annebbiato da dimenticanze
a vivide alternanze.
Le nostre ali spezzate
saranno rinnegate
dagli altri
ma risorgeranno dal nulla.
E la fonte blu cobalto
stenderà sul tuo smalto
uno strano desiderio.
Mi hai scritto una poesia
Mi hai scritto una poesia
breve, in un lampo
l’hai però poi subito cancellata
perché avevi paura
di sprecare l’inchiostro.
Ne valeva la pena?
E’ rimasto sul foglio
un groviglio nero
di sogni inestricabili
e più inchiostro di quanto speravi.
Io ti dico, però,
che ho capito tutto lo stesso,
d’altronde, dalle mille parole
che ci siamo scambiati,
tutto era chiaro sin dall’inizio,
noi: due specchi riflessi.
Poi improvviso ed inaspettato
dal nulla s’è diffuso il silenzio
e ci siamo guardati incantati
e il mondo era ai nostri piedi.
Tuttavia non abbiamo mosso un dito,
abbiamo proseguito per strade diverse
il nostro cammino
e tu mi hai scritto la poesia
che hai poi cancellato.

Steso al chiaror di luna
Vivida
appari improvvisa in copertina
e il fuoco dei tuoi capelli
risplendeva nei miei umidi
occhi fragorosi e silenziosi
rinchiusi in teneri boccioli amorosi.
E un motivo poi non c’è.
Vivida
leggevi entusiasta dentro me
la parola mai pensata
dalla tua mente in dimensioni
d’ardore astratto sviluppato
e il sospiro era per me
e la pioggia traversa
serata estiva.
E poi è vero,
volevo stringerti cinta
paradisiaca,
e poi è vero,
volevo scalfire ogni pudore
dipingendo il tuo volto
carboncino sopra l’asfalto.
Vivida
sfumante eppure così decisa
spogliavi il sopruso di disilluso
canto stonato e frastornato,
smarrita scandivi scaglie di luce
che dalle mani posate appena
sul mio corpo creavano la giusta atmosfera.
Ed è così,
dimentico spesso di me
e distratto penso
all’infinito
irraggiungibile
puro
amore.
Vivida
dalla paura alla intrusione
dell’anima mia e dei foglietti
sparsi ovunque come imbanditi
a future memorie oramai sopite,
ti prego non dirmi che questo superbo
tuo apparente miraggio illusorio
svanirà granello al refolo fiato del vento.
E sì, è così.
Vivida
ti penso dopo qualche ora
e sento il fiato
sul vetro opaco.
Non svanirai se
quell’attimo inonderà l’atmosfera,
se districherà il tutto
la tua bellezza intensa.
Vivida.

Un giorno qualunque

Di prima mattina
sui capelli la brina
e tu ancora ad occhi chiusi.
Silente sei un po’ diversa,
sublima intrepida la tua apparenza,
silente sbuffo variopinto
di quest’oscuro finale
che vorrebbe, è vero,
la storia non finire,
ma non posso, non puoi farmi male.
Un giorno qualunque,
io spersa tra libri
e ricami impegnati
di spasmi grechi,
versione come bolle di sapone,
tu che mi aiuti dici,
traduci come Pascoli
tra le tamerici.
Ti prego guardami piccolo
mio amore australe,
l’entusiasmo può sbrinare,
ho tanta voglia di stringerti ancora,
come tra le pagine soffuse e colorate
del tuo diario,
quelle ancora un poco perse,
anno scolastico 2009/10.
lo sai bene che anche se scompaio
ne soffrirai,
il mondo è riluttante
con l’universo,
non vuol lasciarmi andare,
io stupido, inutile, scarto del genere umano
tu mi puoi salvare
nel mio amore,
il mio stesso amore
ti può guidare.
Ti prego dimmi che resterai,
stasera inizierebbe l’estate,
ti prego dimmi che mi bacerai,
fuggiremo dalla vita dura
di questa nostra eccentrica dittatura.
Ci rivediamo in sordina,
sembra smorto il sentimento,
ti voglio adorare,
prepara gli altari
dei nostri pensieri,
strizzando l’occhio ridammi
in un soffio la voglia di continuare,
il mio cuore smorto solo tu puoi saziare,
è quasi inverno.
Dammi pure nell’ultimo palpito
la risposta,
ti prego fallo in fretta,
è vero abbiamo riacceso
il fuoco della vita,
è vero e non lo puoi scordare,
ma se anche tu fuggirai
lontana non riuscirò la tua ciocca
ad acciuffare.
Dai dimmi di sì,
dai resta con me.
Cara se mi cancelli
tornerò sperso
tra le pagine dei tuoi sogni…
ti prego dimmi di restare.

La cartellina, quella viola

Un pensiero assorto
come fosse ultimo respiro
e tu ansimi tra gli odori,
eppure tu non ti fai sentire,
una settimana.
Forse dovrei chiamarti,
ricordo noi insieme
a tarda sera.
Ti desidero, sei lontano.
Ti prego torna,
amore che trova sé stesso
nelle grandi distanza,
i tuoi segreti mentre
mi aspetti all’angolo
della strada, la nostra.
Dove sei?
Ti vorrei qui per ripristinare
il nostro flusso astrale,
e dimmi la verità,
se mi ami o mi hai mai amato.
È un modo scomposto
e allora tu non mi vuoi più.
Dove sei?
Amore che respiri
dei miei palpiti nascosti.
Non sei più fuori la villa
a scrivermi parole
che non posso dire,
non sei più lì
a rischiare di morire
nell’amplesso,
amore mio d’età lontana,
noi contro ogni convenzione.
Amore limpido,
puro,
sincero,
adesso guardami
e dimmi se mi hai mai amato
da quella sera estiva
quando contavamo le stelle
e tu fissavi il mio profilo,
riportato uguale
al mare di tarda mattina,
impresso su cartoncino
e riposto il tuo foglio
che conservo ancora
nella cartellina,
quella viola.

Distesa nuda
Porta imbandita
estiva.
Attacco ossessivo,
prova dell’affannato
respiro.
Musica,
ripetizione.
Così
passò tra alti e bassi
l’estroso connubio
di cui sai,
voilà,
serpente e nuvola,
pistola
puntata in alto
e via,
così,
la festa il giovedì,
l’attesa
si fa più affannata,
l’usato
promosso a nono
grado,
voilà,
frammenti di arroganze,
sei già
spostata a baricentro inverso,
asse del pathos,
di là,
sei sempre e comunque
unica.
Poi dici
è tardi già oggi,
domani
sentirò la libertà,
le vene sfiorano
riposi
e dormiveglia,
un tempo era stupendo
il fruscio del disco
sulla punta metallica.
Hai ragione è nulla
il melodramma
inscenato a tratti
dall’anima,
pietà
implora la tazzina da tè,
il canto di upupe,
non svegliarci, che volti giulivi,
sbarazzini,
freschi come vendemmie
massimo disinteresse
e savoir faire.
È così,
ripetizione,
ciò che ormai
non c’è,
siga consumata
nella vendetta
degli ok
mossi a pietà.
Giungerà
una mistica ascesa triste,
fuori giudizi cosmici
adagiati a scuse di potere
plateali.
Distesa nuda
dicevi sì,
ora cosa dirai?

Arrangiamento modale
Stai pensando a me
fisso lo sguardo
sopra il mio banco,
sopra il pudore
delle mie guance
immensamente sperse nel candore
e dici che
l’erba del parco,
il tuo fumetto,
la storia e l’intreccio
sono da buttare,
c’è il ritmico accordo
materiale
domani a scuola,
è proprio così,
torniamo al bar,
tra piante di
petali aggrinziti,
foglie cadute,
briciole sempreverdi
e un po’ scomposte.
Pensiero mio,
sei strano sai,
stasera è autunno,
il tuo sogno è il domani?
Ma oggi non ci sei!
Oggi è diverso,
oggi è quasi lo stesso.
Due vale due,
nulla lontano,
fontana eraclitea, spoglia mortale,
stracci il giornale.
Il telefono e due gettoni,
il pianto atroce,
schede magnetiche,
le polveriere,
le nostre ascese,
sono circa le sei.
E non ci sei,
e siamo qui.
Polvere d’angelo
e nitrato
sul carbonato
specchio alla rinfusa,
sistemi i capelli,
ti scardini il trucco,
sarebbe meglio
se stessi piangendo
ma è solo l’umido
del sogno che
sbriciola in me,
sbriciola in noi.
Che fine hai fatto?
È da un minuto che ti sto cercando!
Domani mattina è l’alba,
ci hai mai pensato?
E dici che
sono diversa,
l’angelo nel
plenilunio
sposta gli accordi,
i segni e te,
sarai domani
ciò che nega sé
se cerchi ancora me.
E sei già qua,
e sei proprio tu,
dipinta di spille,
sorriso ammiccante.
Sei proprio tu,
dimmi perché,
dammi
le risposte ai quesiti
universali.
Arabeggio armeggio,
astratto volteggio,
figure emergono
alle pareti
ed agli scarabocchi
su fogli lividi,
su lucidi esosi
esseni della new age
o fantasmagorici
fantascientifici
degli androidi innamorati,
spilla ancora acqua dalla fontana
sin al crinale
dell’ago teologico.

Notte di novembre

Le tre di notte
io sveglia
dopo il ritorno,
un angelo oscuro
guarda me,
i miei occhi scintillano
di male.
Sembra ci sia ancora alcol ed erba
in me,
sembra voglia scoppiare.
Sembra ci sia ancora tu.
Amnesia totale.
I miei sogni sfumano
nel gorgheggio
da bipolare, non dormo,
maniaca di me stessa,
sono onorata agli altari,
il mio demonio dice sì,
viva Baal,
viva la corte
di mosche
e Beelzebub.
Dolce treep,
Lsd,
popper,
benzedrina,
perdo l’equilibrio,
benzodiazepina.
Il tuo volto
ed il tuo sguardo
sono su di me,
i miei poster si animano
e il demoniaco promana,
si impone.
Possiedimi!
Possiedimi essenza malata,
possiedimi eterna malattia,
possiedimi spola londinese,
possiedimi riverbero e schifio
pomiglianese.
Maretta

E’ grave

L’equilibrio vibra
e nell’aria scivola,
l’area intorno delimitata,
pantere e mastini,
il resto resta appeso
allo striscione.
La verità ridà
pazienza,
un po’ stonata
piazza Garibaldi,
corteo da mille forme,
figure, post,
graffiti all’angolo,
cioè, ti prego!
È grave!
Il rumore si confonde
con le onde a intermittenza
della plastica sfiorata
dalla rivoluzione intasata,
noi di seconda
classico all’alba della speranza
senza conclusioni designate
in confusioni obliterate,
controlli da rifare,
pieguzzata l’anta
e schiusa nella macchinetta
del welfare da respiro,
Gheddafi, il bacio,
il rito abissino.
È sentimento,
sentite quante grida
inebriano il palato,
brivido dorsale,
eppure l’esigenza
è proprio quella di frenare
tafferugli da imbianchini,
marca ancor più forte
il manganello come vettore
di un potere che si impone.
E destiamoci
da pallidi dormienti,
oltre le barricate,
non ci potete fermare!
Dopotutto siamo ancora qui,
ancora vivi,
e dopotutto Napoli è bella
anche di sera.
Il nostro desiderio
è un cono a due piazze
steso in rotazione
petulante tra le tazze,
caffè, gelato,
inviluppo deludente
progressione del deficiente
rimato in proiezione,
aule come sale,
cinema da universitari
sempre pullulanti
e sempre più distanti.
Ed io stamattina con la testa,
guarda,
proprio non ci sto,
non sarà una novità,
ma anche senza sfiorire,
come dici,
mi sento svenire.

L’occupazione
Saltelli traversando i banchi,
sulla vetta
della flotta antica
intrisa Alcesti e
l’Arcadia,
sette contro Tebe,
bianco latte,
profughi
eretti a spogli cadetti,
Rane e topi,
da Aristofane
alla melodiosa
astronomia leopardiana.
Passi ancora,
più accorti,
attenti,
passi lenti.
Eppure sorge
dalle nebbie
del fumo,
un po’ Cusano,
un po’ l’Atlantide nuova.
Il pensiero avverso è strano
Giano
delle impalcature,
le persiane chiuse
e stranamente femminili
come le fessure,
lotte arcaiche, lo ridico,
punto accesa contro il nulla
il dito.
E continuo
con le allegorie,
pensando all’essere
o all’apparire,
storico a pugni
contro l’ambasciatore fiorentino,
sfumature dotte quanto
ignoranti,
per espressioni magnetiche
Prometeo si rode il fegato
incatenato,
peripli i miei sforzi
diagonali.
Il pensiero avverso
a mo’ di capretto
è sacrificato
dalla somma
dell’infausto risultato
e la nebbia sale,
lotta ritemprata
dalle voltaiche espressioni
giulive, sono ancora frastuoni
i suoni,
due in disparte si scambiano
effusioni.
Tuttavia chi trafigge
distrugge anche se stesso
e il senso ambiguo
è un rimando
al canto antico.
E nonostante
il flauto di Saffo
amore perduto
dell’altra carminia
da Sallustio
a Catilina.
E l’Ego sale,
pensiamo:
tutto si può fare!
Comunque è veramente
fantastico
dimenticare del Fato il vero
affare,
senza scusarsi volan carte,
le matite infrangibili
sulle lavagne
in fischio dorsale
fastidioso
Masaccio ad esempio
come mosca ritratta.
In tal modo se ne hai voglia
puoi far venir il tramonto
alle cinque
e immaginarti in spiaggia
scolastica
d’estiva dicembrina.
Pensi a questo punto,
faccio un paio di tiri
e la rivolta avversa
è ancora più lontana,
si parla per parlare
della culturale
rimonta rivoltosa
del futuro,
prossimo
all’incendio venturo.
Ecco in media res
ciò che ti affligge,
mi affligge davvero,
la colonna semplice
ed achea
parossismo dell’esperienza
orfica, ermetica
e bendata,
andando in confusione
tra l’aedo, l’oscuro ed il messaggero.
E ora la vista si appanna
non so se per il fumo più denso
o per artefici psichedelici,
le palpebre sfiorano,
quattro di loro ancora
a parlare,
la noia mi abbraccia semplice, mortale.
Mi sembra debba sbattere più forte
l’anta dalle piegature
per assurgere scomposta a reale
interno godimento da saluto
militare.
Sembra che ormai risvengo,
troppa rivoluzione
è come amore,
da sindrome del visitatore
fiorentino (e diversamente nuovamente
dico).
Sembra che veda allucinata
le Erinni che mi inforcano
dal piede alla giuntura verticale.
Ma come ascesa a terzo canto l’immago
trasla in moto orizzontale,
l’aula scompare, le urla e il vocio
verticale,
dalla folla si dileguano.
E tu mi stringi le mani,
loro a lato fanno baccano,
l’intimità umida sfocia in un
bacio sconosciuto.
Così mi appare
definitivo
e chiaro tutto,
mi abbracci più forte
mio magico
romantico
cavaliere
di amorosa futura
ventura.

Vacanze natalizie

Ricordi nostalgici alla vigilia
Ecco il primo giorno,
riposo tra le tende addobbate,
presepi vivi
di atmosfere
da perdenti felici.
Allegri i turisti indigeni
e strani,
sempre visti.
Poi mi assale il tedio,
la giornata è assedio,
sempre stesse battute,
sempre auguri,
sempre bacetti,
sempre facce di bronzo,
enigmatica sfinge
la neve.
E ritorna il ricordo,
nel tramonto di quel pomeriggio
a scuola barricata,
il bacio dato a collo di bottiglia,
sembrava perso il mio padrone,
tre anni maggiore.
Ma sembra sia passato un anno.
E allora era bello,
tutto pronto,
tutto perfetto.
Ok, ma adesso?
Spauracchi di cera,
andate a quel paese,
tetti a spiovente e regali.
Ecco, improvviso un pensiero,
accettare a sedici anni quell’invito,
sognare di baciarti nell’albergo,
potrei fingere di uscire per locali
la notte del 31,
nessuno lo potrà mai sospettare.
E a letto poi,
ti prego chiederò:
che devo fare?
Urlerò piangendo:
ti prego, non mi fare male!
Poi passerà anche quello.
E poi, cosa resterà?
Vaneggi
tra fogli spersi,
vaneggi tra i miei arpeggi
amore mio,
mio primo amore.
Passerebbe tempo,
domani è Natale,
non ti posso ancora vedere.
Sei lontano,
fuori Pomigliano.
E ti prego,
mandami un messaggio,
ti prego,
sono in linea!

Le due meno un quarto

blub blab, bleb,
sleep, spleen,
scream,
reality, sound room,
pink mind,
sassofono, piano
ed altro,
batteria, piatto,
scacco,
basso appena appena,
slow, slower..
ecco entra l’ombra,
rara,
prodigio.
Ma è memoria allusiva
quella distensiva,
piedi a gambe incrociate
sulla parete viola,
ovvio lo smalto,
ovvio l’orgia strumentale,
ovvio, dai,
si sa,
ovvio,
c’è altro,
intenso
hight,
frastuono fastidioso,
abbassa le percussioni,
ok,
un altro po’,
ci siamo quasi,
sta scemando,
sclera il gruppo,
si assopisce,
per favore!
Per favore!
Vorrei iniziare
a pensare:
qual è la risposta
che regge
il mio equilibrio?
Sussurri:

Sussurra più piano: .
Fine primo Quadrimestre
Interrogazione
Ci fossero mosche
sarebbe perfetto,
l’individuo spappolato,
schiacciato,
su fondi piatti assurdi,
finestre afose
del ghiaccio polare,
il termosifone
a scaldare sottane
che ci fossero sarebbe peggio,
meglio navigare tra la grandine
dischiusa in una pioggia
di catrame oscura,
è tutta colpa di chi non si sa,
non si sa
se la letteratura non è mai
dignità
ma calcolo combinato
dal respiro sul collo
di questo nuovo artefatto
economico rissoso
della puerile
vigliacca sterilità
emotiva
o peggio da lacrimuccie
a mezza bocca
che urlano scontente ad una
folla.
E c’è un’altra
(viaggiano intatte,
aironi
che girano muti
e ariosi
di memorie ormai tradite)
interrogazione
dicevo,
mentre sembra quasi
autodifesa
la putrida offesa
d’ignoranza
della disciplina
ormai stanca,
ormai molle
ad un palato
esausto,
orribile la decisione,
butto su carta
e dico
che si muore per amore,
la follia la devi provare
Ludovico è un servo,
io no,
io sono la pazza e ho scritto
o per lo meno capito
quello che il leccaculo
ha scritto sulla luna
perché non vado a nessuna corte
e nella luna
la mente è persa
da tempo immemore,
è un’istanza
scandita bene.
Per questo prof non ci pensare,
alle cazzate
premier, giornalisti,
interviste,
scandali e puttane
poi proprio non le definirei
chi guadagna quanto
una baldracca in quattro mesi
sono proprio loro
simili ad Ariosto,
e non lo tengo in conto
lo sconto,
il mercato, l’Hello Kitty
la sviolinata nostalgica,
Gelmini e sesso orale
nei cessi o sulle scale.
E siamo così,
meretrici tutte
del web,
pigre assuefatte
e lei mi tiene in sella
come una crociata
sponsorizzata,
con la carne
e col sistema
furia per criptare il malcontento,
dell’epoca
che, badi bene, è la stessa.
Quindi lasci stare.
Mi lasci impazzire
davvero.
L’oscuro è solo
quello del fumo.
I veri discorsi
non sono opzionali,
non hanno una risposta
definitiva e chiara,
non sono fatti di crocette
occidentali,
non sono l’uso né il costume
del mantice folle
di quel consumo a scadenza.
Ecco, bravo, è lo stesso,
l’ho detto.
È inutile,
non continuiamo,
lei mi sembra
la persona
meno adatta
a parlare di letteratura,
professore torni a casa
che è tempo che non ripete
la lezione.
Ecco,
io resto,
senza talent show,
questo è quello
che insegnate
burocrati alla moda
e
ministri del non fare,
profeti
di un nuovo Zarathustra
digitale,
del mago dell’armeggio
volatile
del senso,
dai due re
che dir
buffoni
è troppo impegnativo.
Io mi dispiace
credo ad altro,
credo ad un abbraccio
e all’infinito
dell’amore,
stretta
tra le sue braccia intense
nel respiro di lui.
(Intermezzo immaginifico:
il sussurro nel sogno)
L’incontro
Rendi il tempo intenso
sfiorando indotta
pensieri inerpicati
un po’ come residui
dall’aria cullati
in formidabili sistemi
scaraventati,
in soffici dilemmi
riposti in confusione
dalle tue mani che disegnano
desideri e da trasparizioni
il senso diviene corporale.
E’ l’eterno che vivido mi appare
forse perché la tua presenza
riempie
intensa un vuoto nell’anima mia,
fosse reale sarebbe la più intensa
furente e ventosa leggiadria.
Vuoi parlarne?
Ed improvvisa sciogli
tutti i nodi della questione
in piegature disilluse
chiarificate dalla parola,
vittima del ricordo
pone assunti inabissati,
giardini e mandorli appena
nati,
violazioni sincere
del tuo simpatico stupore cristallino
potresti dire:
partiamo?
E così l’infinito sei tu
sulla passione svelo il mio cuore
nel tuo silenzio cerco il mio altrove.
Navighiamo
nei nostri ampollosi
residui d’assoluto
al di là dell’orizzonte
solcando terre sconosciute
che con un sorriso si posano?,
l’eremo del conflitto gesticolio
sospeso
in curvatura ellittica,
nella sua velatura vocale sale
e scende
tra papille sapore dolciastro.
Superiamo ogni convenzione
come occulti ultimi eroi,
ultimi folli, ultime luccicanti
rilegature,
nelle posizioni traverse
lo sguardo mi rinfranca.
Guardando me di lato
dicendo l’inverso pensavi
e capivi fraintesa gli assiomi
nel colore
affinché non ti sciupassi
e restassi il fuoco acceso
in occidente.
Non capisci ma lo fai,
ti scagli intorpidita
e la pagina ingiallita
sfila alla deriva.
Un futuro dipinto di te,
come parole fatte di sole consonanti.
Intendimi bene:
continua a leggere, da oggi
in te cerco ispirazione
per narrare l’influsso
delle nostre sensazioni.
La piegatura dell’Estrella
Sembravo stupefatto
mentre ti ascolto
e l’ombra smuoveva
smussando
la mia silente sensazione
che in veste candida
mi raddolciva.
Ero un po’ come in vortice
su precipizio, vertigine,
l’armatura d’amore il cielo
e le nubi
dei tuoi occhi dipinse
sbuffi soavi e attese,
volteggiamenti opachi
e rissosi armamentari,
fogli sparsi, inchiostro,
cera lacca, rimai.
L’assuefazione dalle tue parole
mi rendeva distratto
talora spiazzato,
più spesso incantato
astratto
e l’intromissione
in forma verbale
scindeva sillabica
a fiato gaudente.
Ed ecco che io
arrivavo alla fine
senza indugiare.
Epocali azioni,
ti porgo la mano,
il rumore lontano è lieto.
Tu sei stupenda
e l’attenzione di nuovo si smuove.
Mi guardi,
magari succedesse qualcosa.
Nel momento in cui
il sentimento
schiariva piano piano,
senza residui,
ti mirai e non ricordo
che un’immagine,
quella tua sfuggita.
Inebrierei i giorni mie
di te se fossi qui.
Magari indugi
Continuo a divagare.
Magri faccio sul serio,
magari scherzo,
ma tu sei sempre tu,
conosco l’ignoto
che pende dalle tue labbra
ondeggianti.
Forse mi pongo in assedio,
guarda mi siedo.
L’entusiasmo da scrittoio
lampada mai consumata,
traccio il tuo profilo
e sogno ad occhi aperti.
Magari indugi.
Allora un po’ mi eclisso.
Assorbo sul mio corpo
il tuo volto
come talismano
infinitamente sperso,
labirinto il tuo volto
e poi ripenso al fiore,
candido ardore
delle viole
in remissione.
Forse sorrido.
Come sei rimasta, fumo
nella stanza trascendentale
custode sei come la luna,
e forse esagero ancora.
Immagini desideri,
inondi ciò che hai intorno
ed al tuo incedere nascono fiori,
tappeti ornamentali,
piante germogliate rampicanti.
Magari esagero di più,
ti guardo, ma mi guarderai
tu?
Mi sto diramando ancora
come fossi allo specchio,
fantastico il tuo aspetto.
Ti penso ancora
il cuore batte, sei speciale,
aumenta il desio ora disarmato.

La tua essenza
Stringendola al petto
come un amuleto
si scorge il confine
assediato ed intenso
nel tuo fraseggio.
Quasi maestra d’orchestra
dirigi i venti,
sposti idee colossali
come banchetti
mi sussurri in falsetto
ciò che ho già detto.
Vivi come dea immortale
grazie alla bellezza
cortese, carina,
vibrazione sei del mio
sentimento alterno.
Ed è indipendente
può essere estate, novembre,
notte o primavera,
resti sincera.
Armeggi i tuoi capelli,
delizioso il tuo labbro
dell’amaro estirpa la radice
e lezioso è dell’infinito
matrice.
E sei come assorta,
mi scordi con niente.
Senza parlare enunci come
da un volume
mondi paralleli,
mi scarti e mi sollevi
l’entroterra del meandro
ultimo del mio sentiero,
ancora più bella assapori
ciò che resta del tuo implicito
clamore.
Ancori l’essenziale
e dalla storia snuclei
come inestricabile pellicola
il vero
e ciò che frulla nel pensiero,
precoce avventista della rima
trista.
Ergo scrivi ancora,
sporcami il dito
d’inchiostro.
?????
Il tuo nome
potrei declinarlo
lo penso invece soltanto
e rido, tu non lo sai.
Non sei scoperta
ma levigata, ricamata
e baciata da te stessa.
Assurdo!
Ecco i tuoi occhi,
santoddio li adoro.
Dicendo il tuo nome
si scioglie in migrazione
la rondine verso oriente.
Sorgi come il sole,
sei un amore.
Se dico il tuo nome coniugo il tutto
in uno.
E forse ammirando
te stessa,
intima atmosfera
del creato ragione,
del mio fiato illusione
e mai stanca mia passione.
Credo sia questo lo scopo
della tua repentina apparenza.

Entusiasmata dalle note
La tua mano accarezza
ogni mia certezza
distruggendo assunti canonici
e quasi non vista
ti destreggi.
Tu sei come sei,
mi racconti di te
ancora,
simpatica ragazzina
muovi la lingua
e sciorina parole
che si avvicinano
a una quinta musicale
con tratteggi da crinale
della realtà,
quella che mi appare più certa.
Ecco come sei:
invariabile eccezione,
il tuo timbro di voce
risuona soave
come melodia, brivido dalla
schiena che mi smuove
le palpebre
e sfinisce,
voglio ascoltarti ancora!
Cara ricordati
come fossimo soli
senza delusioni
né parole
altre che non siano
amore, dolcezza e tenerezza.
Simpatica,
sei tanto simpatica,
leggi fingendo nella mente
come fossi accerchiata
da un manipolo di briganti
e paladini fumanti.
Ah! Sì! Piccola bestiola
dipinte le dita,
lo smalto
e come dicevo
penso ad altro.
L’impronta del tuo corpo
nell’assoluto,
l’espresso, il candore
dell’intrecciato discorso
dal senso al capello.
Dici, c’ero, lo so anch’io
e come in giro per
il mondo
ti posi su un fiore
entusiasmata dalle note.
Il ballo dello sguardo
Fu un attimo e una scossa
si impose
pallida e splendente
come astuta creatura
innocente
nella meditazione
che evidenziava
attimi, minutini, secondi,
risvolti temporali.
Ed il tuo sguardo un po’
mi abbandonava
un po’ si celava.
Ciò a dimostrazione
della necessità dell’essere
oltre ogni sostanza
si manifesta la tua presenza
velata d’apparenza
e la parola è di nuovo muta.
Immagina un po’ una danza
o magari un viaggio
e contempla te stessa,
io facendolo
quasi mi innamoro
e non è mica poco!
E torna per un istante
la sublime spuma marina
genealogica di te stessa.
E con l’amore si dimentica
ogni cosa che non sia
verità.
I sogni sono l’unico limite
al di là di sé,
resti in bilico.
Epilogo onirico (ovvero il futuro arriverà presto)
Una parola,
un gesto,
una condizione,
una delusione,
niente da rimpiangere.
È
il refrigerio di te stessa
cui ambisco,
quando canto in silenzio,
quando mento
quando sono lo stesso
di prima,
quando sogno in sordina.
Ecco il vero:
l’ho deciso
era tempo
che non guardavo con
questi occhi.
E sarò anche precipitoso
ma ti penso spesso,
i miei pensieri
volano sinceri
mentre il rimasuglio
di me è in escandescenza
sbatacchiato
energia e magnetica
affinità mi invade
come spiriti lontani
eppure in serie legati,
irraggiungibili
ma tanto vicini.
Nel momento in cui mi rivedrai
nelle sensazioni
vedrò come disincagliato
il tuo profumo,
nel momento che ti incontrerò
di nuovo.
Tendimi, te lo ripeto
la mano.
Il futuro
arriverà presto.

Febbraio
Alla rinfusa, dopo esser uscita con te, stasera, su un muretto ancora allucinata, pensieri sparsi.
Piano nel silenzio si ascolta
il mio lamento.
Sembra familiare,
un gioco già fatto,
è il respiro intenso del delirio
inaudito
e non mio
ma della ridicola
gente che passa attorno
ai miei residui umani
e alle bottiglie
di
wodka, jack, tennens,
alle cartine consumate
degli spini,
alla paroxetina
e al tepore
della sera,
voglio restare,
ancora qui,
anche senza te
a nutrirmi di te.
E tutti i signorini
si esaltano
nel criticarti,
nello sparare sentenze
a noi,
che credono drogati,
ma vibriamo sulle melodie
dell’amore,
tutto qui,
bigotti avete dimenticato
la verità,
perso la via.
Pazzi!
A volte, è vero,
vago tra la gente
indifferente,
tanti auguri,
sono la buffona del paese,
voi siete
solo quello che immaginate
vaghi e strani
ma bigotti,
voi siete
stanchi
e vecchi dal principio,
soddisfatti
della vostra mediocrità
borghese,
ipocrita,
giudicante,
screditante,
criticante.
Io amo solo chi è come me,
amo chi pensa,
chi respira,
chi vive,
amo te,
le tue forme
geometricamente musicali.
E questo basta
già.
Occultista nichilista della pietà
Seguendo ancora col passo
il percorso
dei tuoi indumenti.
Postazione conosciuta:
sette di sera
dell’inverno chimera.
Credimi, mi dici,
sei stupenda
aggrovigliata e attorcigliata
tutta sciolta
nella furia,
brillante d’avventura.
Se vuoi avvicinami,
ti accendo la siga,
continui.
Dimmi di te,
ma io non ti rispondo già più,
stesa l’anima
fin lassù
nel giardino delle esperidi
marcio e spoglio,
come un cesso
il paradiso.
Tu mi vuoi,
dormi già,
siamo assiepati
subito avvinghiati.
Facciamoci del male!
Gridando insieme
non si può spezzare
(e questo è il nostro
segreto),
esausti questo inverno
saremo l’infinito
e il per sempre giusto
il tempo perverso,
quindici minuti,
vai di fretta.
Come ti chiami
e come mi chiamo
non lo saprai,
sapremo mai.
Ma mi brucia il fiato
nell’ardire,
scaldami e respira
a retrogusto
di sigaretta alla vaniglia.
L’hai già fatto?
Quasi mai.
Lascia fare,
ti ho mentita
(almeno credo).
Goccia di sangue
macchia il polso
già incensato
e blu d’inchiostro.
Non pensiamo più,
voglio venire
insieme a te,
adesso, adesso,
ma senza finire
mai,
in eterno orgasmo estatico.
Si è fatto tardi
ti ricopri
e mi riallacci,
non siamo nudi,
solo poche vecchie intimità.
Credi a me faccia piacere,
piacere sempre passato,
comunque va bene lo stesso,
quasi quindici minuti
avrei continuato
ciò che facevo
un quarto d’ora fa.
Occultista nichilista
della pietà.

Dark dance
under the grin of the stars
Mantice odoroso della notte,
venatura sublime e scalza
di verbi corrotti
dallo sguardo.
E’ un attimo e la tua immagine
riflessa di traverso
su carta lucida e sdrucciolata
del blunotte tempestoso
incute gaudio,
somma gloria.
Quando il pallore selenico
della pelle, del volto,
degli zigomi arcuti
tendenti ad infiniti rimandi struggenti
t’invade, godo, godo e lo spirito
mio trova ristoro
perso ad ammirare le tue labbra
inumidite dall’assenzio.
E di sbieco continuo,
dai tuoi capelli impressi su velo
osservo la storia criptica
di cavalieri al passo con i destrieri
senza sella
in un parapiglia di novelle maledette
da un mistico
silenzio.
E anche tu continui
fissa, ossessionata dal candido
intrepido avvenire
a presagire,
a oltraggiare
a non arrenderti al tramonto
a non ritrarti all’alba.
E l’aurora vince
e il tramonto degli idoli
ci accompagna fluttuanti
(stretta sei tra le tue stesse
braccia)
tra le strade
o sul sentiero
tracciato dai
folli avventori anacronistici
del luccicante sogno:
presagio dell’oscuro.

Emerge un foglio, la tua scrittura
Nella polvere alzata
da un vento
ed una pioggia appena accennata
emerge un foglio,
la tua scrittura,
forse no, ma mi piace pensarlo,
mi ricorda l’ombra di un passato,
io fanciulla in transizione
e quel ragazzo buffo
e un po’ imbranato come te,
secondo me
se continuiamo saremo estasiati
dall’incubo che vedremo.
Alzi il capo
in senso negativo
ma allusivamente
eludi il discorso
per tenermi ancora
tra le tue braccia,
ma mio caro
persino il nostro parere,
il nostro sentire,
il nostro ardire,
le nostre conquiste
e la nostra crescita intellettuale
vivremo male,
fossilizzati nel domandarci
se siamo noi due
gli esseri più importanti.
E forse sarai
il pazzo che dondola
un po’ qui e un po’ là
e il tuo verbo sarà
a metà di alcune canzoni,
sarà un rimando eterno
al nostro tormento
quella musica
che accenni appena appena alla
chitarra
e i musicisti allibiti
ad libitum
sussurreranno frammenti della nostra vita,
io e te,
eroi immortali,
io e te,
eroi
indeclinabili.
Ed io come te impazzirò
negli anni
per sempre ti cercherò.
Non ti credo,
figlio di Hermes
mi seduci romantico
e decadente
ma smarrita se crederti
ti dico, non so.
Credimi amore,
forse, e già adesso,
impazzirò.
In fase maniacale non dormirò.
Meglio finirla qui?
Signore dei mie anelli
sono pazza perduta di te,
come Angelica,
furbo o astuto
menagramo
della filosofia
occidentale
imbarbarita.
Ma noi siamo
qui.
E adesso
sei il mio patatoso,
la mia droga
e il mio pazzo preferito,
il tuo sorriso
è
il profilo disarmante gotico
o l’ingresso di una città,
un ponte vertiginoso
o il flusso di un fiume
arioso,
la corrente del mare
e il mare stesso all’imbrunire,
d’inverno come lo sogno
da tempo.
Io impazzirò
pensando alla tua follia,
vorrei averti qui.
E in silenzio sarai la ragione
della mia vita,
sarai tu Nietzsche sperso,
pazzo a Torino
mentre tra le tue braccia
sbrino.

Ti penso avvinghiata tra le coperte
Come sto?
Ti penso avvinghiata tra le coperte,
notte senza te,
il tuo respiro è vivissimo,
vorrei fumare una pall mall.
Eccoti,
amore mio,
ti cercavo,
insieme scarabocchiavamo,
tu dicevi
arte astratta.
Sto capendo di amarti,
un po’ come l’amnèsia mi entri dentro,
e non cercano altro le vene.
Vedi quando sono a casa
penso solo e intensamente
a te e alle tue brame d’assoluto,
ai tuoi graffi che conservo
intatti sulla pelle.
Va tutto bene,
tranquillo,
ti scrivo su face,
ma voglio sangria,
nel vento
voglio stringerti.
Voglio
ancora,
le tue mani
da druido nichilista.
Credo che voglio ubriacarmi
delle tue parole.
Quando ti guardo
penso a
la canzone, quella che sai.
E tu
mi fai
rigenerare.
La tristezza svanisce,
te lo dico,
ti amo.
Vedi,
se non ci sei
non riesco manco a scrivere.
Vorrei che
la tua verità
sia mia.
Ti voglio amore,
le tue converse
come
calzari aerei,
vibrano
nell’aere
e se non so volare
come te,
ti prego,
insegnami.

Memento mori ritmico

L’alcol
ti apre la mente
deprimendo sovrastrutture
protettive,
impalcature,
fatti male!
Memento mori
ritmico,
ascolta il suono
del ticchettio.
Porgimi il bicchiere
in differita,
è lontano, non ci arrivo,
attraverso l’alba dei tuoi sogni
e in un secondo cado a terra,
anzi barcollo.
È puro il sentimento,
l’hai contrastato,
io mi sono persa nei meandri
del passato.
La verità alberga dove c’è
follia intrepida
e ripetizione
artistica o esistenziale
ossessiva della parola,
mantra,
taranta,
succhia il veleno
dalla pianta,
un po’ cura,
troppo uccide,
non mi serve una cura,
non mi serve manco di morire.
Guardo le stelle.
Siamo al chiuso,
nel garage la vodka
sa di mela cotta,
ha lo stesso effetto,
forse solo corretto
il comportamento,
un po’ più allegra, spiga di frumento,
comunque sul sapore,
ti sbagli,
scendi dalla poltrona,
scleri da due ore.
Batti il tempo!
Canto
sono entusiasta
di morire ogni istante
intensamente.
Un secondo di
annullamento
serve e mica poco.
Voglia di trinciare
le vene.
Ah si!!!
muoviti,
ritmo tribale,
profumo deluso,
se non bevi e non ti muovi,
ci congeliamo
vittime
del gelo padrone
del nostro cobalto.
Morire è stupendo
tra le tue braccia.
Da eroi del nulla
e parassiti del tempo
e del senso,
vi distruggeremo
con la nostra
stupenda incoerenza,
coi vostri orripilanti
giochi musicali,
gusti di merda
manco commerciale.

Primavera

Nel bosco dei grilli

Stesi vicini
siamo così per trasalire,
tutto il tuo amore
è l’unica legge nel mio cuore,
queste effusioni
sono come spedizioni
in solitario
intorno al globo,
mare perverso
dell’invito fumante
di botole del sentimento
che verso nuovi mondi
ci condurranno
rompendo ogni frastuono
con fragore silenzioso.
Non dire
neanche a me
il segreto che ci illumina
e che in bocca nel sussulto
immenso soffocherà
lasciando solo trasparire
il ronzio del movimento
e l’eco di libertà.
Ti amo
anche dovessimo
stazionare
al sole quaranta ore,
vagare nel mare
due lustri
di appunti,
ti stai confondendo!
Ma io sono la
tua Regina
e ho già in mente
cosa comandare,
le armate risplendenti
sul luccichio delle ortensie
mai sciupare.
I miei ordini
provengono dal tuo potere.
Ed io sono io
e tu sei me.
Mi amerai,
sai perché?
Perché sei
ciò che di vero
c’è in me,
tutte le mie parole
prendono forma
e l’assurdo è già reale.
Il canto dei folletti,
mi vestono a festa
le fatine,
sono allucinate
come chi le insegue
e poi si ferma stanco
sotto un platano
ed è tranquillo
persino l’abisso
trasformato dal vento leggiadro,
è tutta una ghirlanda di sapori,
un tripudio di odori
e su una tavolozza
resta inenarrabile il colore.
E tu sei
quello che dici.
Nell’infinito sul petalo
grezzo
dici, sono come Alice,
e come la ragazza stordita
allargo le braccia
masticando i fiorellini,
quelli saporiti,
mi sento la tua principessa,
è giglio il velo
e turbine la resistenza.
Foglioline
tinte sul mio vestito.
Ti credo
perché
sei sempre più vicino
al mio mondo,
mi credi
perché ciò che dici
è vicino a ciò che penso,
stesi allunghiamo reciproche
ancora le nostre mani
perché più ti stringo
più ti sento mio.

La fonte del respiro

Schizzi fugaci
tra i tuoi occhi,
le mie spalle,
il mio sorriso
per te cos’è?
Sei fuggito tra le panchine
poi hai accordato
il tuo fiato corto
all’angolo del viadotto
ed il tuo corpo
più che contro i filistei
è da messaggero
che trasmuta tra
e trapassa le
colonne dell’umano
limite,
del confine audace
dell’umana ragione
ed io ti sento da qui,
dalla sorgente pura
del logos che mi dà
esperienza e libertà,
i fiumi già li sai,
sono quelli del principio,
immersa nel latte
e nel miele
ti percepisco
così, tutta nuda
e ti rivedo
in controluce,
tu sei
il mio primo ed unico amore,
sei proprio tu.
E intanto mi assopisco,
quasi vorrei
bagnarti ancora un po’,
inumidirti ed abbandonarmi
al tuo corpo
che mi protegge dalla luce
talora accecante.
Sei il mio angelo,
il sospiro che anch’io
ho sognato
e il potere
che ho sfidato
come e con te,
potere
così ardente
che non è verità
ma solo
aspra sottomissione,
illusione.
Il tuo sorriso
è traslato sul viso
mio.
Ed io esisto
e sono
solo perché
ho incontrato te,
tu sei
il mio respiro.
Che vita vivrei
accanto a te,
solo aizzando
i più bei fiori
che cogli per me!
Ammainiamo le vele,
mi sono innamorata,
se non mi baci
morrò.
Un soffio di vento
ti rende più vicino,
l’amore è così
è il sentirsi,
annusarsi,
toccarsi,
tastarsi,
sciuparsi,
consumarsi
come fuoco
alle ninfe
inestinguibile.
E tu
mi fai tremare
mentre parli
sottovoce.

Tutta eleusina in classe

Ave,
tutta nuda
vorrei mostrarmi
per onorarti
mattina
di primavera.
Sia sola, sia con voi,
sia con lui.
È la libertà.
Ave
al leprotto,
alla luna crescente,
dai, compagni,
stringiamoci
intorno
alla rosa
e balliamo
come quando
qualcosa
in silenzio sull’erba fresca
si posa.
È la verità.
Vai,
andiamo così,
approfittiamo della
confusione
per dipingere
alle spalle
del disciplinatore
la voglia di amore.
Dai,
tutti insiemi,
dai.
È la frescura.
E c’è un raggio di sole
che mi scopre
l’avambraccio
seduttivo
e del tuo profilo
ambasciatore.
Forza amici.
È la semplicità.
Ave,
i nostri giorni,
tutti insieme,
sempre tutti
tra le mani
e mai nessuno
solo,
noi,
tutti insieme.
È la nostra età.
(sarebbe bello conservarvi
così).
Guardiamo verso l’est,
innamoriamoci dell’assoluto,
siamo nel giardino
di Epicuro.
Pan a tutto fiato
guida le ninfe
e leggere si
intonano
esaustive
liberate dalla corrente
diagonale.
È l’amore.
Canzone
va tra le strade,
i vicoli
e gli incroci a che assorbono
la nostra anima
se continuiamo col flauto
e con la lira,
tutto
il paese,
il mondo,
l’universo
saprà che siamo immortali.
È la nostra vita.

Maggio
Pioggia riflessa al sole
In estasi io la guardavo,
sembrava piovesse fuoco
che in scintille scompariva,
pioggia riflessa al sole

Magici sogni leziosi

Tra le quattro e le sei
del mattino,
appaiono vividi talora
i magici sogni più leziosi
come fiori germogliati asciutti.
Se poi è maggio ciò
è stupendo,
percorre all’inverso
il suo cammino il tempo.
E appari così,
di traverso.

Ultimo giorno di scuola
L’ora batteva
distratta sul muro,
disegni arronzati,
i nostri per sempre erano intrecciati
col pennarello,
quello tuo viola.
Eri così dolce,
le tue parole
ricalcavano nel mio cuore
la storia del mondo
e davvero mi sentivo
importante,
l’unica,
la più presente,
la ragione dell’esistenza
dell’intero universo.
Ero davvero estasiata
e per questo
scrivo in ricordo
di questa giornata al passato.
E mi stringevi,
mai avrei immaginato
fosse la fine,
eppure
da subito capii
che mai avrei provato
un sentimento più profondo,
mai
sarei stata la luna,
mai più la penombra d’oscuro
e celava il mio cuore
la mia solitudine,
ti prego ora
dammi ancora un motivo
per vivere
e per sconfiggere i mostri del nostro presente.
Ti prego
non voglio restare
mai più
coi miei castelli di sabbia,
la rabbia,
voglio ancora te.
Ti prego
sono ancora
la tua fanciulla,
la tua fanciulla
che danza su specchi
al riflesso delle stelle.
Quando
i prof e la famiglia
minacciavano a dito sospeso
di farci fuori,
dicendo entusiasti
la vostra non è cultura,
voi siete dei pazzi.
A quei tempi,
l’ultimo giorno di scuola,
scalfivo il mio cuore
silente tra le tue braccia,
tu vagabondo squattrinato
poeta dei sobborghi
che invece di piangere
mi osserva
e mi dà speranza,
proprio tu
non affondare,
non precipitare
non mi abbandonare.
(A volte,
ed era stupendo,
mi chiamavi
piccina).
Allo
squillo
rivoltoso
la cattedra fissa
e l’impiego
mandammo a puttane.
E venne,
subito,
sera.
Noi sulla spiaggia.
Volevo stringerti per sempre.
Ti baciavo
stropicciata
tra la sabbia
ed era la notte
più bella
della mia vita,
per quest’istante
e quest’anno
la mia solitudine
fu sublimata,
e non ero,
non fui,
spersa.

L’ECO DEL RISVEGLIO

L’imperatrice
Plasma un destriero indomito
da auriga folle,
da corsaro suadente
di flutti scossi
dalle redini turbate
Gli occhi speculari
di metilene
nella mente di siriaci
dalle grazie celtiche
prostrate al vento
e in panistica unità
con la natura
In selve distorte
tra laghi di immane
gaudio
riposa il tuo velo sospeso:
eternità di roccia
silicio effimero
ma possente
Nella radura la tua gemma
al collo
verde d’assenzio
e variopinta di smeraldi
come calice goduto
come piattaforma di pensiero
fugace
I Fenici
scaltri
tra le rovine di Tebe
e tu in trono
nel firmamento austero
di sogni diurni
di paste statiche
e leziose
come miele,
dolce fiele
negli assedi,
ventura dei portenti,
gioia dei nemici,
emblema della celere
battaglia
In un dissipare di luci
e in un sormontante anelito
dimesso
da soave spuma marina
o da effige divina
numismatica
sorta
trapassata
come liquame
anzi vapore
tra le pareti
umido delle scale
odore incantevole della pioggia
I templi
eretti per te
mistero delle immagini
infinite
di un così vasto ardore
che invade gli animi
Lo spirito
che giace sovrano
sul tuo corpo
carezza le spalle
inumidisce i capelli
dà madore alla pelle
Tu
incauta folla di stupore
ondaccolo della luce
intorpidito bastione
di stratagemmi bellici
Per te le forze cosmiche
lottano
e ai tuoi piedi
l’ultimo anelito cedono
Tu sola collo sguardo
incanti i viaggiatori stanchi
dall’assedio pittoresco
Immergi dentro te
e esponi declinando
con tre parole
l’umanità intera
Dialettica degli opposti,
punto d’armonia assoluta,
il verbo si arresta
dinanzi al tuo apparire
Ma non vive
il tuo respiro
tra spasimi incessanti
di una vittoria
delle foglie incaute
sulle piante
La clorofilla di te
ti dà la forza
di anguste intromissioni
tra quel che è vero
e quello ormai silente
Genesi effimera del volto
lo sguardo intermittente
di te stessa
rivolto verso candidi pensieri
e impure come ieri
le giornate
Bisognerebbe avere la passione
di dire cose da
bestiole che
in te trovano riposo
in te trovano ristoro
nel muover delle mani si stupiscono
ed estroverse si smarriscono
Per conquistarti un soldato
avrebbe invaso
l’Egitto in un attimo svogliato
crollando Alessandria ai suoi piedi
in vana voglia
coi libri intrepidi tra le rive
auguste di potenza
del Nilo trasmigrato in Stige nubiloso
Ma poi il combattente
slegando i lacci del mantello
perdendo la croce e il suo cappello
distrutto ai tuoi piedi
pel rifiuto
L’imperatrice sei tu
io te lo sussurro
sfogliando il volume
sul Volturno
in una piazza incauta del mistero
che la costellazione col tuo nome
cede a Mercurio
E per conquistarti
un alchimista dorato
si è venduto
l’alambicco ed il suo stato
sguazzando nel protocollo di Bisanzio
e giocandosi i tarocchi senza sosta
e senza la tua effige
Sei tu l’Imperatrice
di quelle terre indoeuropee
della tundra sterminata
della scalata verso
il Mare Nostrum
La mappa mostra il tabernacolo
l’alchimista la sfoglia e non ti trova
ti perde nella pietra mistica
nella battaglia di Lepanto
Dov’è il tuo trono e la corona
se s’inchinano i condottieri e i maghi
non senti nelle vene il marchingegno
divino
E capisci ciò che forse non hai letto
e sospendi ciò che forse
non ti sei chiesta
nove gradi nel pianeta ascendente
sul tuo Liocorno
Lo sguardo frulla
Lo sguardo frulla,
invadente sgorga, negli occhi
tuoi che trillano,
indomiti biscotti
col ventre d’amarena
sgusciante di illusioni.
Prezioso quell’ intenso
vagare
in tundre desolate
che chiedono venia
inconcludente
al vortice tuo
ardente.
Gaudioso il tuo zigomo
dolce e strisciante
come la notte
che risplende
invitante
un chiaro percorso
scosceso e sconosciuto.
Improvviso
gelido il tuo viso,
la schiuma sul volto
pasticciera
è il mantice della sera
come l’acqua
novembrina e sincera
fissata dal pensiero
un po’ impuro.
Lo stillicidio del tramonto,
la luna prossima
e il sogno
che già t’invade,
conquista d’altri tempi
sopiti
da battaglie fugaci e mai perse.
E poi capelli:
rame e argento
dei cirri intrepidi e furenti,
destrieri lontani e scossi,
vaghi e guizzanti.
Occulta,
così resti occulta,
i volumi del silenzio
sono piante rampicanti.
Sguazzi tra fecondi ariosi
discorsi
che spiazzano,
che riposano,
che infine si assopiscono,
mormori un fruscio
come il vento
e resti dominata da te stessa.
Impercettibile, volatile sostanza,
etilico ectoplasma,
si sente la tua presenza
nell’aria
ma manchi in consistenza,
sì tanta veemenza,
comunque te lo ripeto,
manchi in consistenza.
Nobile, gas nobile,
legata con te stessa
non rimpiangi
l’inutile compagnia,
stendi la tela,
prima di distruggerla
resti a rimirarla,
godi e la tranci di netto.
Col bicchiere in mano,
il liquido verde,
i fluidi rimescolati
li versi nel letto
e parli per dispetto
anche del calore
e della quinta
(volteggiano le dita nel vuoto).
Il rimario l’hai smarrito
ma, cribbio,
non ti serve,
fai benissimo da sola,
fai benissimo anche senza,
meglio il gelido cobalto,
dipinto di assenzio
in gaudiose vittorie
etiliche
incantate
dal supremo colore
intorpidito
dal pallido incarnato
che cede alla sera
i misteri,
al chiaro contatto
di un raggio di luna.
E sì la luna
apparirà sintetica,
intraprendente
ma come lemma silente,
apparirà,
tepore nel cielo
senza preavviso, dici sul serio,
stringendo nei pugni il tuo velo
sospeso di inquietudine.
Allora sì,
cambierà tutto
come solo un arido sentiero,
breccia nella voce dimessa,
un po’ cupa, nostalgica.
Intorpidito ogni furore
sono strade di catrame
che sfiora ad ogni ora
il tuo buon umore
mentre senti dolente
il mutamento della pioggia,
diventi tu stessa pioggia,
prezioso acquitrino
in parole menomate.
Diventi l’essenza,
la temperanza,
l’incandescenza.
Diventi quel segno svelato,
quel tuo sguardo obnubilato,
un cantiere in sospeso.
Diventi pura,
candida ma ardita,
poi dolce bocciolo
di foglie spaurite
da una goccia trasparente.
Intorpidito,
nello specchio il tuo sguardo,
ricordi sbiaditi
e tesi nel vento,
è un attimo e compare
e scompare e ricompare
multiforme
la tua figura
in un sussulto intrepido,
vorace,
dolente.
Poi solo parole
che si arrestano
dinanzi al tuo incauto
gesto folgorante
e resta il tuo docile
volto indissolubile.
Dagli occhi incauti
dagli occhi incauti
mal dimessi
al silenzio
loquace come fluido
diluito
e tenebroso
di pensieri impuri
che m’invadono
e che si inchinano
al tuo apparire
furiosa
in estasi per un ricordo..
Divina padrona
Divina padrona
un mistero sublime
avvolge
quell’aura di tristezza
che ti invade
da quella notte
Sola e in silenzio
varchi ogni dì
le soglie del tempo
Spiazzi con lo sguardo
e intanto
sorridi nobilmente
con incanto
e celestiale gaudio
Parli di te
con vivacità e poesia
ti agiti, ti muovi
e non cedi
Trapassi l’aria
e volteggi amabilmente
tra le tue parole
mutate in furiosi
e vorticosi ingorghi
Tempeste di sabbia,
diamanti di cera,
serpenti a sonagli
ed animate, vuote storie
di peccati
Non concedi alla sera
che qualche barlume,
non chiudi le finestre
neanche se gli sconfitti
petali ti investono
Li tramuti in foglie secche
che con superbia
sgretoli tra le mani
Ridotti in polvere
ti implorano pietà
ma tu indifferente
li spargi intorno a te
chiudi gli occhi
apri la bocca
e divori il vento
con voracità.
Poi soffi e
dai potere al caos
confondi le menti
e domini compiaciuta
Sovrana e padrona
ti annoi con semplicità
ti rendi complice del tedio
ma lo pugnali alle spalle
fingendo indifferenza ed
estraneità
Infine ti stendi
sul tuo letto argentato
porti un dito al cielo
ti sfiori poi le labbra
e godi la tua divinità
Traluce
Traluce
in svariate
sensazioni scandite
il languido svolazzo
derubato dallo sguardo
tuo propendente
nei confronti dell’infinito
diroccato
ingurgitando bacche
ambrosiamente velenate.
Stupida diramazione
sulla salina,
svincolo a destra dei tuoi fianchi
trapassati e trasformati
in perversità.
Ma come si è potuto
sfiorare l’accordo
veemente
nel frastuono melodico?
Cadenzato il verso,
tre piedi,
la metrica federiciana,
da Lentini a Bembo
il passo è sovvertito,
la glossa grossolanamente
disattende il principio.
Non ci hai fatto caso,
capretta d’altri tempi,
l’essenza è stata persa
sul tuo corpo.
Ah come era stupendo
il tuo profilo,
armonia d’assoluto
anzi la venuta dell’oblio
che ti ha disincantato,
ora ascolti le scaglie
a mo’ di invasrice.
Fulgida dicromatica
non dimenticare
la storia tra di noi
mai sorta e mai nata.
E continua a recitare,
sul palco coi boccoli cinabrici
affinché imprima sul cartoncino
le tue velature sublimi.
Poi noncurante
come sei sempre stata,
schiaccia questo residuo del nulla,
io resto inutile musichetta,
ignorata e inesistente.
Bios-Thanatos
Un atomo di idrogeno,
pioggia scaltra,
trasmigrazione della scalza
intromissione
tracotante di particolarismi
crepuscolari
nell’intento di sviare altrimenti,
altri connessi,
intrugli scantenati
e poi, i tuoi silenzi
giù o in soffitta,
il carbossido,
l’alcheno,
la vita e il piagnisteo.
Poi ti vedo navigare
con candida mano dirigenziale,
sullo scranno alabastrino,
sul predellino di basalto,
e scende da questi crateri,
non fossilizzi
tutti i miei pensieri,
li dischiudi tra miserie e inganni,
li proteggi tra bagliori e furori.
Poi l’onda del mare si infrange
sullo scoglio d’amore,
ascolta la tua voce,
fisiologica
la passione piramidale,
sgomento,
puro sgomento,
nel vederti incedere
in trotto,
tra le spiagge
tra gli invasori,
tra i più stupidi scultori,
che non traggono
vita dal marmo
ma gorgheggiano il loro
santo scalpello,
come macchie perse
nel claudicante senso.
Intanto alla deriva,
tra le colline toscane,
tra le più amare
muse insabbiatrici,
tra i giardini,
tra le zamie,
tra i pensili babilonesi
non hai più porti sicuri,
nichilismo sui tuoi occhi,
tedio e nausea
sulla tua bocca.
In una valente balza
scoscesa
di giudizi minossici,
avvolgi la tua coda giudicante,
poi la spogli di vergogna,
la danni quella tua voglia,
nell’oscuro rimpiangi il sole,
maledici rose candide
ma le brami
infondo a quel tuo cuore,
come sogni desti,
vortici paradossali.
No, forse non c’è speranza,
hai ragione
qui è il buio,
ma la musica dialettica
e sintesi ad un tempo,
li sfinisce questi tuoi pensieri
come se giammai,
tu non avessi avuto paura.
Poi la pioggia svanisce,
lampa corpuscolare perde il senso,
il pavimento è sanguinante,
ti distendi con le gambe all’aria,
e l’infinito è lì vicino,
già li senti i serafini,
le virtù,
le potestà,
l’empireo.
Allora decidi,
togli il sol, poni il mi,
e la chiave di basso
diventa di volta,
architettonicamente regge l’universo
in un barlume di anfratti,
tra tendenze centrifughe
trovi il punto d’assoluto.
La quinta dimensione
Porgendo il bicchierino,
scopri inaudita
l’indice furente,
scosceso tra le ardite
rovine
di regge mastodontiche
e novembrine
che sotto un colpo fiero
tracollano in trotto,
svaniscono d’un botto,
e restano pezzetti di domani
mal riposti, come atolli alteri.
Posi tutto e corri tra le tue stesse
braccia,
pesi poco e gradivo il tuo corpo
si slaccia.
Sono essenze fluide nell’aria
come se si sentisse
un flebile lamento
che se esistesse per davvero
o fosse alba di giorni concupiti
al chiaror selenico…
Possediamo il talismano!
Poi trema attonita
la tua mano,
sfregandolo ti atteggi
ad anima dei silvani anfratti
o magari degli insoliti
acquitrini
di rimpetto trasparenti
ed attraenti, immagini
ti invadono
a sgorgare preghierine
mentre precipiti con grazia
celtica.
La molla del tempo.
La chiave del silenzio.
La svampita croce circolare.
Tutto nel portagioie del tuo camerino ineguale.
E se avessimo sbagliato
dall’inizio?
Se fosse tutto
falso?
Al di là del limite
ascendiamo
calpestando gli scalini
e forgiando lame irsute
per la celere battaglia,
che ormai dura da millenni.
Antropiche guerriglie urbane,
pre-edeniche pretese
di potere pur sempre privato,
sciacallaggi atroci
sulla tua pelle
come a dire frasi sconnesse,
post-atomiche rimesse,
carrozzerie sgualcite lievemente
ma terribilmente sacrileghe,
sull’altare della discordia.
Porgendo il bicchierino
forse il tuo sguardo
non immaginava questo,
non si aspettava fossimo accerchiati
dai nemici di sempre.
Precisamente loro,
i loro tratti suadenti,
la cicatrice ad angolo retto.
Forse non è vero
ma tu te ne ricordi,
mi hai impresso nella mente,
me come matrice di futuri incontri
senza più psicotropi.
Forse quel gesto,
quel bicchiere significava,
dai fuggiamo via,
prima che arrivi l’alba.
Ci restano due ore.
Varca la porta,
la quinta dimensione.
La dama delle stelle
Poniamo per un istante un’ipotesi,
diamogli corpo,
diamogli pensiero.
La luce mostra intorno
nocumento,
ma forse è meglio,
stendo il velo,
lo scorgo,
lo accosto,
lo sfioro,
dita in cielo.
Siamo stati felici
in mezzo ai tuoi capricci,
come se infondo
non ci importasse,
della pioggia.
Ma no,
tu, no,
non dimenticare
che siamo stati
validi tiranni,
berberi affanni,
sofistici e ditirambici
accordi.
Sguazza tra le tue note,
fallo con calma,
sì, dai,
metti pure i numeretti,
forse è meglio,
mi oriento sì,
mi schiudo, sì.
Il vero è come foglie
ingiallite,
variopinte, dai guarda
che colori
poco prima della caduta.
Mettiamoci in cima,
nascondiamoci tra i rami,
percepiamo la natura,
anima mundi,
ardente spirito incendiario.
L’essenza è qui,
dove è il godimento,
cardi e sogni,
rapaci intrugli,
cabalistiche passioni,
austere invasioni,
continenti sconosciuti
e ancora sì,
magica quiete, prorompente.
Mantiene tale essenza
l’ombra delle idee,
dai volteggi,
dai solfeggi,
neoplatonici incontri,
forse un karmico,
volubile selciato,
etereo ma magari vivido
come mero giudizio nero.
La voglia c’è,
manca la disciplina,
o forse, no,
la stessa esiste,
insita nel tuo caos cosmico,
dove va non lo sa,
lì tra il tuo volto effimero,
tracciato con la china
su un A3.
Guarda c’è una pera,
guarda una melagrana,
guarda un furetto,
fisiognomica e santa
la tua effige,
il riflesso,
l’apparenza.
Ti bastava un solo cenno
per tramutare
il legno in argento,
con l’indice proteso,
coll’ anulare capiente,
col cerchio di congiunzione al collo.
Puoi accennare un sorriso.
E ardentemente
quando il rumore è assente,
fai di nuovo il cenno,
assapora l’anima di belve e clorofille.
Poi finisti nel giardino
Poi finisti nel giardino,
sfiorando i vespri autunnali,
caduche tutte le tue passioni,
spargesti effluvio
violaceo
senza concepire
né stagioni né illusioni
ma soltanto
validi sonetti.
Spalancando il portone
in quanto possedevi già
quanto ti occorreva:
la sfinge,
la chimera,
la troposfera,
le strisce di Elio
e non di aerei
come se tu,
stampo nel gesso,
sbuffando scendessi
a compromesso.
E poi i tradimenti,
eh eh,
dove li metti?
Poi venne qualcuno
che ti sussurrò
un lamento
nel padiglione auricolare,
lo spingesti quindi fino all’eccesso,
ti cambiasti l’espansore
e lo sfinisti,
lo punisti,
lo infliggesti,
nel naso la congiunzione corpo-spirito,
nel pancreas l’ectoplasma,
nel fegato la rogna.
Quel qualcuno ti disse
l’ora di conseguenza,
pronunciò le tre parole della formuletta
ma tu rispondesti
di avere già le catene
attaccate ai passanti,
dunque era inutile,
meglio sorvolare,
ti bastava.
Sì, continuando a parlare
dicesti io ho voglia di bayles,
ancora,
dai ancora un cicchettino,
poco così, poco colà.
Non so che follie
dopo la bevuta,
magari vorresti anche
una dose,
allora sì o allora no,
comunque è tardi
meglio tornare a casa,
io ti dico.
Ma in ogni caso
un paio di basetti
te li concedi,
smackettante
aspetti prima di ricambiare
il refolo di vento,
ti sdrai per terra
divaricando le gambe.
Ah piccolina cosa mi combini?
Non ti viene in mente
che domani sarà giorno,
beh che dico,
a te cosa importa,
sul libricino stenderai
un telo da mare.
Un telo tedioso
ma accogliente,
mentre gli altri
parlano
tu straparlerai
nel sonno fingendo,
ovviamente,
compassione.
Poi tra le aule a trotto
il giro sarà interrotto,
scolastica citerai l’Aquinate
e due versetti a caso,
poi sulla cattedra,
allestita a palcoscenico
per l’occasione,
germoglierai estrosa.
Ma ora è sera
non pensiamoci
ancora dimmi un po’
che cosa vuoi dirmi
o andiamo al sodo.
Già lo sapevo!
mi parli di Verne,
poi incurante passi all’anima
che pende
e non ha riscontri.
Infine e finalmente
troviamo spazio
per l’amore
ma solo su due mattonelle,
34×30.
L’origine del mondo specchio del tuo corpo
Probabilmente si è trattato di un sopruso,
inaudito gemito del lauto banchetto
incluso,
la voglia è già condizionale,
sospensiva clausola
dell’anima
mentre il sapone
ascende in macchie,
in bolle poi,
in conclusione.
Dal cielo mi sorprendi,
schiarisci le stelle
come fossero denti
sorprendenti e beffardi,
aneliti di travagli
superati dallo stupore.
Eccoti mentre ti trasferisci in mare,
la conchiglia,
la genesi,
l’attesa,
Zante,
Stromboli,
Vulcano,
Napoli,
Roma,
l’altopiano. Eccoti
che scandisci bene le parole.
Eccoti
che trasmuti,
dai valori,
dalla morale,
fino all’inclito spiano
astrale. Eccoti
con le partiture. Eccoti
in brulle arsure,
dove non hai più voglie
né floreali, estrose balestre
possenti. Eccoti
nella cascina. Eccoti
scalatrice,
dove neanche il Monte Ventoso
ha potuto riempirti d’allori.
Sì ti fa piacere,
mi hai trovato,
bottoni, lacci e asole,
mi hai trovato.
Apri la credenza,
prendi leziose
paste statiche
come vesti. Ti copri,
indumenti impermeabili
all’ardore, tanto tu
già l’hai svelato
il segreto.
Allora sì
lo prendi, lo sospendi,
specchietti, purpurei ammanti,
oscure toghe che vincon l’arme
come erba dolce ed odorosa
che fa battaglia silente
all’orgoglio.
Ma poi
neanche ti rendi conto
delle ostruzioni
e degli ostracismi, hai fiducia,
davvero ci credi
in quel che dici,
ambiziosa!
I simboli vegetali,
l’aquila e il falco,
i numeri perversi, statici
come l’universo speculare,
circolare ma tagliato
in due simmetricamente,
di qua l’oscuro negativo,
di qui la luce positiva.
E poi lo zero,
quindi il punto,
sostegno della storia
inesprimibile ed immisurabile,
magari percettibile,
ma inconcepibile.
E nel Museo di Alessandria
o nello Studio napoletano
hai trovato la congiunzione,
gli scritti dove
l’origine del mondo
non è descritta in termini
di creazione
né di trasformazione
ma solo come specchio
del tuo corpo.
I secoli, i millenni,
i giorni, l’ore
e gli anni, assoluti
e tracciati sul tuo volto.
La storia è sapienza,
la vita conoscenza.
Tu sei storia e vita,
conoscenza e sapienza.
L’universo vive e si espande,
di un’espansione paziente,
che non scorre ma resta lì,
tutto esiste,
tutto è sempre stato
ma sconosciuto
e scoperto perciò per gradi.
Allora ti è sufficiente,
va bene così,
sleghi i capelli.
Allora basta così,
riprendiamo domani sera.
Usignolo libero
Si alza il vento,
soffia fiato silente
tra le corde
e tu distesa
sulla brume
dialettica foglia perduta.
E d’improvviso
chiudi gli occhi
e si spalancano i mari,
i cobaltici anfratti
divini
sul taglio zigomato
e la lacrima
raggiunge le tue labbra.
Poi il cinguettio,
di nuovo. Zitti,
tutti zitti.
Va,
ondeggia qua e là,
corri,
fuggitiva corri,
libera,
sei libera adesso,
non ti perdo,
no,
tu rimarrai in me.
E ribelle e dolce mia,
scuoti ancora un po’
la testa. Vai,
usignolo fiero vai,
nessuno più vorrà
legarti, incatenarti,
costringerti a cantar.
Vai,
il mediterraneo è un po’ più là,
la vita tua preziosa,
viva, serena,
estrosa, e pura ormai sarà.
Da dietro alla colonna
Suppongo sia lei.
Presumo sia proprio lei.
Dai mi avvicino.
Scorgo le labbra ciliegie,
madeleine occhi,
amarene pupille.
Le incandescenze violacee
ai bordi del corpo,
sul viso la seta,
lo sguardo turchino,
il sorriso beffardo.
Spostati devo accostarla,
anzi no,
è meglio mi nasconda
dietro la colonna.
Le macchinette d’acacia
fanno un rumore
assordante,
un sibilo crescente,
allora è l’occasione giusta,
la falena grigia
apre il sipario ai suoi colori.
Pura magagna,
eh eh,
sì mi ricordo,
quel pensiero estivo
sull’asfalto paonazzo,
le tue mani svolazzanti
tra le ciglia e i compromessi,
le tue dita invitanti
tra scadenti e sagaci
trotti al centro dell’incrocio.
A quest’ora
(tre di pomeriggio)
chi vuoi che passi,
andiamo a intermittenza,
stringimi la mano,
aspettiamo un breve
accenno di gomma, e
gettiamoci ad occhi chiusi
in mezzo alla strada.
Supini per terra.
Non ci sono, dai,
bare di fuoco
ma comunque, tranquilla,
vediamo il futuro
lo stesso,
ignoriamo il presente.
Fosse stato vero!
Avremmo saputo
di esser entrambi
qui alla distilleria.
E il sibilo aumenta. Si,
dio mio come aumenta,
forse magari
è soltanto
scheggia della mia mente.
Lo ignoro
ovvero ignoro te
ovvero ancora ne approfitto
per ‘mbruscinarti
o solo guardarti.
Ma improvviso,
oh no che succede,
folletti, monacelli e fatine
nel castello imbandito
sul ripiano a mo’ di buffet.
Mi offrono una pastarella
sguazzosa di maraschino,
la mangio da me.
Mi giro.
O dio, lei ora dov’è?
Eccola affianco al re.
Ma l’anello al dito,
cito ancora dio e dico,
cribbio dove è finito?
C’è bisogno,
sì mi decido,
la accosto e l’avvicino
ad un tempo
e le sussurro
d’un fiato
di spostarsi
a ridosso del muro,
la devo parlare.
Poi incurante della reazione
continuo,
sono finito
in un mondo parallelo
dove non c’è raziocinio.
No non è così,
guarda, tu dici,
ma io nemmeno ti ascolto più.
Ti sembra questo il motivo
di essere incantevole o socievole?
Al ritorno vedrai
le mie lenzuola
immerse nel rosa
delle persiane
in giubilo attendendo
l’arrivo da Maratona.
E concludi chiedendomi
di dipingerti il viso,
di accennarti un po’ di falso
e un po’ di vero,
di odorarti i capelli,
evocatori di nascosti sentimenti,
profumati e saporiti
compagni delle nostre perversioni.
Il sibilo è ora schizzato,
la cresta troppo alta,
la frequenza incalcolabile. Mi giro
e vado via.
Vai parola
Vai parola,
non fermarti ancora,
cerca il suo viso,
scendi dai colli in corso,
soffia in viuzze affollate,
prova a trovarla,
il mio sforzo
è vano.
Ove il mio farneticare
ti invada l’anima,
carichi lo spirito,
ti renda indivisibile unità,
resta con gli occhi bassi
di fronte a me,
guardati ancora
oscillando le gambe.
Non preoccuparti
il fascio ti invaderà il volto
per un altro po’,
non agitarti,
i tuoi boccoli
sono nei miei sogni,
oh sì quei cirri greci,
quel misterioso estro alemanno,
quell’indolenza e quell’indifferenza.
Se poi devo restar
lontano a maciullare
amare solitudine,
guardami tu,
io pongo lo sguardo altrove
ma stai tranquilla,
sei impressa nella mente
a caratteri mobili,
mio libro universale,
vengo ad attinger frammenti
di verità dai tuoi occhi
che sono solo sintesi
del volto misterioso,
ragazza d’altri tempi,
sei la mia via diletta,
dove da tranquilli posti
non mi scomodo,
stiracchiato
sul triclino col calice in mano,
bevo i tuoi umidi livori
ardenti,
tu sei comunque
sempre più lontana.
Mia gamberetta ritratta,
incedi in verso negativo,
resta soltanto un flebo
della tua ombra,
io scrivo senza che tu legga,
scrivo inutilmente.
Meglio sorvolare la verità
Proclamata
con un giro di parole
la perdizione della seduzione,
tu mi guardi
con gli occhi intensi
ma il pensiero è già altrove.
E tanto tempo,
tanto vivido il senso,
lo batti sulla cattedra
come un pugno dato al muro,
sei capace di dirigere
un’orchestra o chiedi venia
come un ginnico esercizio
in palestra.
Le sensazioni che sprigiona
il tuo corpo
in questa superba sonata
sono candide come
le rose di un maggio lontano
che rincorre per caso
un verso e lo acciuffa
guardando più in là.
Qualcuno direbbe
l’autunno è una passione
da coltivare come le strade
spalancate sulla realtà,
hai un po’ di timori,
allora passa da me.
Tre quarti è l’azione,
due terzi finisce in perversione.
E c’è una stella
troppo bella
dalla finestra la guardi
e speri magari
pensando a te stessa,
puoi pure sorvolare
l’introduzione,
vieni al dunque con pudore.
E guardarti fissa
di nuovo negli occhi,
cercando un barlume di verità,
ma la tua nebbia
mi oscura la vista,
è meglio sorvolare
la verità.
Porgimi il cuore diadema del dolore
Porgimi il cuore
diadema del dolore,
porgimi il tuo sguazzante
animo intatto,
porgimelo dai,
non ti chiedo dove vai.
Credo che tu,
ammiccante come non mai
abbia tratto addendi,
i fogli, le formiche, il pianto,
il veleno ed anche la pioggia
mescolata al bitume
non implorerà,
dirà soltanto che giammai
la storia è finita tra noi.
Ed a quel punto dirò,
cara sei la vernice
più fluorescente
su pareti perverse,
sei indelebilmente scaltra
ma già, non scompari neanche
se dici no,
impressa resti al vetriolo,
o magari al vetrino,
microscopico ardore positivista.
Per questo io striscerò,
coperto di mandrie
sopite in me,
invitante
con la socchiusa palpebra
all’imbrunire,
sei solo rimasuglio
del vuoto gesso
posto sul compromesso,
la lavagna di Delle Vigne
chiuso in cella ingiustamente
perché, l’invidia,
rende cechi sai,
ma tu resti più lontana che mai.
Allora zitto dirò,
sei alemanna, franca, celtica o galla,
sei iberica o magari romea,
non so,
le punizioni Giustinianee,
le accuse di eresia e di vilipendio.
Per questo ancora muto dirò,
la tua soave voce dov’è?
Sei ciò che tende,
ciò che darebbe una svolta
definitiva se,
lo Stupor Mundi
sotto il giglio non si fosse spento,
ma tu portami alla vita
di nuovo
del dominio senza guerre,
alla legge senza tavole
o bronzini incisi hammurabici,
sei tu la babilonia vera
di libertà, non meretrice,
non sei più il sosia di te,
sei la candida effige,
sei la rosata stele celeste,
sei l’effluvio d’Egitto,
l’Astrea e la Sofia,
sei il Filos e il Logos,
leghi tutto supina in te.
Allora fondiamo ‘sta città,
diamogli mura trasparenti,
accogliamo in sincretia
ogni brama di sapere,
collochiamola sul mare
e tra le colline.
Poi infine ancora più tacito,
io le do il tuo nome,
il tuo epiteto
e il tuo attributo.
La sognatrice al far dell’aurora
Eccoti qua
di nuovo a fare l’ étoile,
esplodi in frasi concise,
scisse armonie riottose,
risulti suadente
e lei che dice deludente,
via la fornace
ai sogni incauti d’attrice,
vivi per me
e dici che il resto
è il surplus essenziale
di ogni felicità,
vivi per me
e attonita dici
che son verseggiatore atono
dei tuoi desideri dischiusi,
eccoti un gesto,
eccoti il verso,
se gira, lo sai,
è solo perché tu
lo vuoi,
il limite sepolto
fa scialbe pietà nell’aria
della crudeltà,
cruda cattività autoindotta
ed ipnotica rotta volatile,
champagne vorresti
nella tua stanza,
cerchi questo oggettino e mi chiedi,
dov’è?
Qual è il problema?
Forse adesso c’è
ed era il duemila
e io non ancora ti conoscevo,
a stento ti vedevo,
eclissi di sole e di luna
in tempi determinati
per i nostri ultimi
vent’anni
che ci approssimavano
alla totale estensione espulsiva
della ragione,
leggendo il libro
guardami ancora
e sorridi,
segno di sfida,
l’universo siam noi,
beni indivisi e pubblicità immobiliare,
cerchi anche tu,
chirografaria,
la dimora,
resti di ogni domani,
ci separammo
perché non fummo mai uniti,
bevi ancora,
abbiamo, come dire,
tempo,
e mi prendi in giro
con la tua profonda
superficialità
da scuotimento di tettonica
a zolle,
derive di baci,
Pascal e Pasteur,
l’inciso,
non sono convinta,
come lo zero assoluto
il triste inverno,
vorrei le parti più fredde di te,
inumidire i tuoi zigomi
con foglie secche e odorose,
allucinatoria l’implosione,
e sì, c’è, e sì, si fa,
bene,
stai comunque bene
senza di me,
però, d’altronde,
chi ti manca
è quella nascosta parte
di te,
molto bene,
e di più inizi
a fare la provenzale
nuda sulle scale,
logorami il fiato
e l’ebbrezza ingiallita
del tuono d’autunno,
repentina lasci pure spazio
intensivo al tuo giulivo
vorticapo,
ingorgo amnesico,
rompighiaccio sulla spiaggia
attizzata all’albeggio
della luna,
noi pugilatori indecisi e stizziti,
solo il mio senso
ti rende orgogliosa
delle tue follie
ma dai,
proprio non lo senti?
non ci credo,
non sai ascoltare il suono divino,
ubriacatevi se potete,
stantuffi di luce e di rame.
E mi sfidi firmandomi il braccio
con l’indelebile segno,
chi ha intelligenza calcoli,
è questa la sapienza,
la vita e la scelta,
mi sbianca la tua mente,
ed è qui,
è questo il posto,
è il nostro discorso interrotto,
è l’incantevole passato,
fammi gli assiomi
che così diamo alle nostre creature
qualcosa in cui credere,
fallo però prima dell’ora terza,
donzella scherzosa,
aurea aurora,
prima luce del mattino,
sguardi distratti,
cuori distanti,
volti infiammati
e lui ci gode,
gode e si imbizzarrisce
ancora più potente
nel far credere che lui non c’è,
ubi stantibus,
scegli il re
delle frasi perdute
in me.
E sulla terrazza
ancora le note
dell’indefinito
tuo sogno
intensamente gentile
e decora la nuova era,
oppure compra ancora
Chanel e Rimbaud
che cerca di te,
se gira, lo sai, senza i suoi raggi
ci sarà pur sempre un perché,
è il limite candido
o la potenza della sua gloria
in sanscrita armatura,
ti svanisce il se
eliminando le troppo ingombranti
voci verbali
e trovando la genesi del sì
o l’assunto del ma,
la curvatura della A, l
‘intrinseca pietà di sé intrisa
e ludicamente indecisa,
quartina addescata
nella fagocitosa
terzina italiana,
non senti l’urlo
che è in te.
Ah! perché? perché?
perché?
Sì cuci ciò che separa,
così mi sembra appaia
la mattutina imbambolata
chiave raggirata,
ancora stonata,
in fondo il no
non è mai negazione,
mi dici,
mi dici che è negativa intensità,
la frase poi la attribuisci a me,
è la tua precocità,
la mia l’hai assaggiata già,
è la notte della ragione,
Itaca era lì,
la nota inviolata è il si,
il sarcofago inaridito,
lo sguardo di Cheope
al mezzodì
non è,
è così se inverti
il significato del re,
in Pelligoux la cantantessa
andò in tournè
al ritorno trovò me,
dopo il saluto,
dico la sera appresso,
ci fu l’invocazione
al giallo laureato
del caucasico intruglio
mozzafiato,
così i volti cambiano,
le croci restano,
il miraggio è fatto,
steso e ditirambico,
ma no,
volesse il cielo no,
due segnali ed il tridente,
poi la verga di ferro
che guida l’universo.
Sento che con te
la spiaggia spumeggiante
del ricordo
che hai versato sul letto
è menzognera meta,
la tua la sai,
dopotutto sei già distesa.

Onirico intreccio
L’invito perso nel vuoto,
miele sui tuoi fianchi.
L’intrepido indice
sulle labbra,
appoggiato il piede tuo
sull’anta.
Verticalizzavo ipnotizzato
alla vista della tua
incoerenza,
trapassata soglia spirituale
al sommo grado.
Vacuo quel sorrisino,
vanità sul tuo petto,
ciondolo di spighe gialleggianti.
E il pacato venticello
come satropo al confine
giusto un po’ compromissorio.
Te è da un po’
che non cambi le lenzuola,
fai follemente innamorare
in sogno come nel reale,
leziosa candida,
cavallo indomito
contro il monte asproso,
senza pioggia prendi un pensiero,
lo cancelli,
soavemente lo ribalti. E seduci
in tale inversione
apodittica di moto.
Plasmi un piedistallo altissimo
e ti ci riponi in continenza,
resti poi ad i suoi piedi
ad onorarti
ma bilocata
anche in cime a godere
delle boriose invocazioni.
E la brina tremolante,
sì lei proprio e non il bocciolo,
la trapatti allegramente,
slinguettando fai la veemente,
petulante, noiosa, inconsistente.
Ma sovviene speranza
come argilla succube del tempo,
maciullata e ricomposta
dalle mani scomposte.
Poi è un tantino
che non sento i tuoi martellanti
accordi
ma comunque
mi ricordo,
li puoi pure sbatacchiare.
Carta straccia, dici,
ma insomma,
stai sopra il tuo bel piedistallo
audace
e non hai neanche
fede nelle tue creature?
Ma lo spirito intelligente
che risiede
è già sfocato,
allora tenti di nuovo,
se ti servono parole
io son qua.
Sgargiante rigira
i chiavistelli,
son paziente,
ridagli fiato,
sguazza tra melodici
nonsense armonici.
Son qua per te.
Allora ci stendiamo
sul marmo,
ornitologhe penne
e sbuffi di budella.
Allora ci diamo la mano,
si parte per l’onirico intreccio!
Il manto delle stelle che scuote con furore il vortice assordante delle tue parole
Il manto delle stelle
che scuote con furore
il vortice assordante
delle tue parole,
avrò fiducia
nella potente arsura
di gocce di cristallo
che cadono dai rami
mentre sorreggi
il vuoto
di queste conclusioni,
partiamo dalla fine,
diamoci la mano,
nell’abisso sogniamo
e con un bacio svelato
il pavimento infuocato
diventa percorribile
da noi stretti e un po’ spersi.
Dai confronti
emerge triplice dualità,
di cui tanto parlo,
sincera vanità,
nell’apparenza
hai il collo teso all’insù,
sei molto carina,
lo so, dai, vali di più.
Il vento fa sognare
e tu?
Tu non lo ascolti.
Sei molto presa
dalla tua praticità,
non ti soffermi
neanche su un simbolo
di fedeltà.
E poi cos’è il silenzio
se rannicchiata
già pensi ad altro?
Sai molto bene
come confondere
i miei discorsi a metà.
Ti scosti un poco,
dalle carni pulsanti emerge
il cupo fiato affannato.
E non lo farai più.
Distratta, un po’ svogliata,
dillo se mi pensi
oppure se c’è qualcosa che non va.
Comunque eccomi,
puoi guardami.
Scia di petali blu
Il manto senza fiato
dell’arsura sgargiante,
della fornitura di assoli capovolti,
sguarniti di mistero
ma avvolti
in un involucro di vetro.
E tu tiri le somme,
trai addendi come fossero
sifoni che ostacolano le tue azioni.
Sì,
vai con calma piatta,
il piedino è perversamente asciutto,
forse solo un tantino istigante,
tracotante la passione
che travalica il coperchio.
Su dai spegni il fuoco,
sta bollendo.
Sta magicamente dissolvendo.
Tale reazione,
cauta maliosità,
aggiunta di smalto
e in un attimo è già
una miscela sospesa,
sopita vacuità.
Nel diluito,
ti piacerebbe magari,
sì, si vede dal volto,
fare sul serio,
sboccare futilità.
Ti domandi tra te,
cose che non sa nessuno,
dai un colpetto all’imbarcazione,
hai scampato la collisione.
Perciò ti inoltri,
vai,
vele protese,
braccia arrese, marosi duali,
manichei o tonnesiani…
Mi sorprendi
ma mica tanto,
la tua apparenza
che invoca
è solo il preludio,
che passa all’adagio sulfureo,
dodecafonica storia,
scala a punta di bacco,
assaporata
in labbra sottili
e purpuree,
le fauci divagano
invece in altri sapori.
Te tu che fai?
Dove è che stasera vai?
Te ne fuggi di nuovo
scavalchi validi valichi stridenti,
invitanti maschere,
celati gli occhi soltanto,
che poi sorprendono d’improvviso,
macchie d’ulivi.
Infine periodi sospesi,
schizzi di linfa vitale,
spasmi fulgidi,
aurore mistiche,
veementi distici e futuristi,
caffè di lettere nostrane,
magari a Roma. Poi nulla più.
E intanto che si pone
un verso nel chiuso di una stanza,
attaccato alla parete il sipario.
A te non entra più neanche
un solitario sudario,
la spallina sincera la scopri.
Lo sfilato portone
di casa tua
non ha ormai più fontane,
cade come neve
dai monti
di staccato disincanto. Eccoti,
scopri di esser sola,
sì solo sola,
per tua decisione
cadrai tra altre braccia,
scorgendovi, come al solito
niente di importante.
E se altro invece accadrà,
se dal fossato
verso il ponte ascenderai,
la voglia e la disciplina
le troverai.
Altro in conclusione.
No mi dici,
poi non rispondi più
e nel silenzio sgusci via,
oh scia di petali blu!
Passo repentino
Passo repentino,
piede estroso,
solo assetto di università,
assolute immagini
e poi vita.
Oh, mia grazia,
lieve scalza,
pura verità,
il tuo occhio socchiuso
alla luce,
abbaglio!
Secca quiete,
da sera il vestito,
sul ciglio della nostra
scalpitante calma.
Oh il ronzio,
frastuono sensazionale,
il tuo bischetto, discolo, sintattico
volere!
Ah la gloria,
somma sale
sì,
va, vola,
spinge intrepida al furore,
sospende intatta la veemenza
(e che lo dici?
tanto poi lo scordi, lo riaccordi, lo ristagni,
lo cestini e lo rinfranchi)!
Sì la rabbia sommersa,
poi l’Egitto,
la maestranza
(solo non puoi sintetizzare,
ricorda,
in toto il discorso
battendo la bacchetta
sulla cattedra furbetta).
Dillo allora,
dillo allora,
parla ancora,
fallo solo per un po’
almeno, oh dio
è questa la storia!
La nostra sempre,
tutto in te,
santicchiante reciti il sermone
che dici norvegese
nel tuo apatico e irriverente
oltraggio.
Oh piccola
sì ti sento possente,
però,
distorta,
oh mia stilistica,
sono alla sinestesia dei sensi!
Gocce di acrilico
La macchia sul libro
e l’odore d’incenso.
Una catasta di gesso
sul camice togato.
Allo zenit
l’aurora decadente.
E scariche elettromagnetiche.
Uh uh..ah ah..eh eh..zum..
E’ iniziata la giornata
quindi la notte della ragione
a scansare realtà qui e lì,
euripidee banalità
di modo che sentii
la forza di Amon Ra.
Tra l’house, il metal e il minimal.
Poche gocce di acrilico
impresse su carta velina
e il tempio fluido
col Dakoticancroidea
fugace sul messale.
Successe nel centimetrato
istante
in cui all’interno del bunsen
diluii i camei.
Scorsi l’erbetta
ai bordi dei viali
e sfiorai le ginestre sai così,
credo fosse mercoledì.
Il fumo resinato
in vaschette da cento lire.
Presi le scarpe con noncuranza?
Lo dici tu!
Posai l’oggetto del desiderio
sul comodino.
Scranno voltaico di camoscio,
vate igienico,
bocciolo mio.
Dov’è il tempo?
eccolo nell’emisfero sinistro,
lo spazio nel destro
allora la storia è al centro.
Ipotalamiche follie di te,
neofita nichilista
cambia rotta
un’altra volta.
Non distruggere
il vapore del mio verbo.
Stringilo intatto,
afferralo e spillalo.
Accendo la tv,
pensando a tutto ciò,
che diamine il west,
meglio il pigiama party,
va.
O santi numi
chi sono questi imbecilli
ebeti già la mattina,
che confusione,
sembra non voglian perdere le poltrone,
demenziali!
Preludio
Ecco il punto morto
dell’introito di universo,
il punto sociale
in cui il capitalismo
ha marcato il suo finale.
(Monti, Berlusconi,
Grillo, Bersani
o altre facce da rinale).
Ecco è questo il punto,
via dalle correnti inverse
del nostro pensare
che vi rende soltanto concime,
letame.
Capisci bene che vuol dire
senza prospettive,
senza stabilità,
senza possibilità
di risultanze ricreative,
vero sviluppo
dell’umana percezione.
Bruciate e cremate!
Se davvero senti
di poterti liberare
spezza le catene
e fuggi,
se davvero pensi
di potercela fare
a distanziare l’assolutismo statale,
alzati,
cosa stai ad aspettare?
Che buon senso può avere
una vita in un call center
o in un centro commerciale,
o tra bulloni e carichi
o tra pratiche da sbrigare.
Tempo perso a servire
chi non ci può arricchire
ma si serve di noi
per creare crediti,
imposte,
beni da alienare
oppure denaro inutile
e da utilizzare
per l’acquisto di congegni
che non ci fanno
più pensare,
ragionare,
discernere e capire.
E la felicità
un diritto impresso
in un Paese che è figlio
di futilità, gli specchietti
sono i soliti
e voi siete ratti,
ratti italiani
pronti ad abboccare
ad un’esca sociale,
un delitto efferato,
le gambe delle miss,
gli inciuci dei calciatori
o il traguardo raggiunto
da reality realmente ebefrenici
ed ebeti
nella cernita culturale.
Fermati un attimo.
Rifletti.
Chi è il vero pazzo
chi ha percezioni
al di là della natura umana
o chi mediocremente si ferma
allo sguardo fugace
ed è vittima
di volontà aliene a sé
e frutto
di un cervello
commerciale.
Ecco il punto.
Non capisco come facciate
a non sentire
un moto interiore,
una forza sovrumana
che ci spinge a far
ciò che vogliamo.
Il vero è nostro
personalmente
e ce ne sbatte il cazzo
dello Stato e della gente.
Continua, continua,
la lotta continua.
È vero soffrirete,
ma non vi arrendiate
rifiutate soprattutto
il compromesso.
Sorge il virus e il darkchimera,
l’officina nove nove,
l’hydra mentale, il kobra,
moto cyberpunk.
Continua, continua,
la lotta continua.
Veste lucida,
inaudita svolta
sovrannaturale,
estensione della mia memoria,
eterno percepito,
io figlio di ogni età
mi alzo per dire,
le stenografiche teorie
sono passioni celebrali
etereamente impresse
nel vostro Es.
Qual è il motivo della atonia,
dell’apatia,
della troppa serietà?
fumate l’erba,
fumate l’erba insieme
e poi ragioneremo.
Qual è il motivo
per cui il vero criminale
è chi è di una classe
sottoproletaria
mentre batman
politicanti
ed ingordi parlamentari
si ingozzano dei soldi?
qual è il motivo
per cui le banche
decidono
circa la felicità di un uomo?
Porgi un saluto
Porgi un saluto
scorta
appena appena
dal finestrino,
con forza accenni
un sorriso,
ti porti dietro
in una valigia
il tuo mondo
fatto di carte
stropicciate e sbiadite.
Dici a te stessa
guardando allo specchio
che il volto pallido
è ora paonazzo,
che forse il trucco
celato del tempo
rinvigorisce il tuo sguardo
adolescente.
Ed è apparenza
quella che conta,
ed è sostanza
la forma.
Il treno parte,
la pioggia battente,
come godi a sentirti addosso
l’aria di novembre,
respiri piano
e dal tuo canto
silente un’allegrezza
si spande.
Adagio ma non troppo
il motivo che ti ha sedotto,
hai perso il senso,
lo trovi nel domani
guardando l’oggi
con i soliti capricci
da ragazzina. Ed è già sera,
si inumidisce
l’atmosfera del vagone,
sei la padrona
del tuo stesso viaggio,
la meta altrove
ma volgi i tuoi occhietti
alla mia immagine
fissa nella mente.
Partenza
Estrinseco fervore,
direi quasi
vita profusa
ma così carinamente
lodata come vittima
disillusa,
poggi la chitarra
sul sedile, ovvio,
che sentore
di nostalgia
del ritorno
già prima del viaggio,
cambiamento epocale,
direi livello taglio di capelli
sfoderato, nuovo
e dalla critica non commentato,
ode al dissapore,
all’odore di gelso,
la cannuccia viola,
bibita chiara,
dolce limonata ossimorica,
l’infinito a tre passi
non più due,
simpatica!
ma la rifacciamo,
non vedo l’innovazione
né l’energia,
si sente non si vede?
va bé sinestesia,
guarda prendi quello che hai scritto
e gettalo via,
sono serio,
non sprechiamo tempo,
il tempo non si spreca
anzi sei stimolante,
credo che quell’anello
mi dica molto,
prova a sfiorar le corde
con lui, magari funziona,
anzi lo sfrego un po’,
che brivido,
che sensazione,
l’infinito ritorna condito,
lo vedi picciola
si è di nuovo avvicinato,
stringimi forte,
non reggo l’impatto
coll’assoluto,
possiamo accendere
una sigaretta,
un tempo fumavi
anche tu le pall mall,
tieni l’accendino
mi treman le mani,
sto confondendo le famose
e care realtà velate,
eccoti il fuoco,
la fogliolina brucia,
pura intensa veemenza
in quest’istante
dell’aspirazione,
e quando cacci fuori
io scompaio,
parte il treno,
ci rivediamo,
tranqui.
Passeggiando a tarda sera
Vorrei protendere le mani
mentre Argo
in simbiosi con il cielo
alimenta i suoi occhi
ed una voce intensa
dice di rilassarmi,
di placare le paure
e tenere a bada
gli entusiasmi.
Un passato ritornato,
il menestrello alla corte
stringe a sé l’ultima nota
nel cadenzare sorridendo
la provenzale parola.
Il solo pensiero espande fluido,
il chiarore del cielo
e la cascata illusionistica
sono passi non distanti
dal trovare pienamente
sé stessi.
Che svalvolata macchinosa,
sei pura come una celestiale rosa,
gli sguardi cobalto sono intuizioni
delle precoci velleità.
Un ragazzo
e una ragazza sorridendo,
spersi per attività di sostanze
nell’oscillamento di ciondoletti
in cattedrali,
dai soffitti, dalla cupola,
dall’arrivo in penombra
della nostra luce.
Mille vite,
dalla riviera ai decumani
più attitudini,
vedute e stili,
mode feconde
molto più dicevo,
tanto maggiori
dei berlinesi ardori.
E Fredrich dice assaporarlo,
assaporarlo un po’ alla volta,
meglio l’ozio greco partenopeo
e creativo
che la razionalità positivista
di una parte minoritaria
di filosofi pastori,
prussiani, alemanni,
della Bavaria,
della fulgida sonata,
il professore scambiato
per una spia nei vaneggiamenti,
dice cosa c’è, cosa c’era,
lo ripeto fluido vitale,
lo ripeti,
c’era il mare,
talvolta tramutato
in un tranquillo oceano
che è transitato
con lieve paura
di attacchi di squali,
Giona visse nella balena,
ma la mia guida
mi accompagna,
al risveglio solo nella stanza,
nel sogno arrivo sulla spiaggia.
Vibrazione,
tutto è onda ora,
lei è violetta
e mai domata,
gruppi, gruppi di ragazzi
ad aspettare
senza incrociar le braccia,
un rullio di tamburi,
un rollare,
un saperci fare,
chiese abbandonate
l’altruismo d’equilibrio
del volteggio dei birilli,
ballerino resto fermo
mentre voce e penna scrive,
ballerino di penna.
Porre come rimasuglio
del pensiero
un sentimento inviolato,
non ti trovo se dipingo
l’astrattismo e se mi pongo
in sinestesia ad ascoltare i colori,
molti non a torto
vedono rumori.
Porri e vuoti incudini
alle stazioni,
pomodori verdi fritti,
tanti patti coi crumiri,
scioglie il ghiaccio
il disilluso
mentre accenna ad un saluto
steso a fili della strada,
come dici
la ritmica è cambiata.
Il metronotte
nel settantotto
si orientava male,
bici e stelle cadenti
tra le strade.
E se il futuro
può anche arrivare
in ritardo
e se chi vive è una ragazza
d’Europa dimenticata
allora sono certo
unendo il verbo
vacillante,
tutto il resto è già vissuto,
l’aforisma in un saluto.
Immagini svolazzano
tra la folla,
non si è mai troppo
vasti in funzione topografica,
talora il mondo è tabernacolo
ed il Nilo nasce nell’estremo oriente,
l’Etiopia è al di là dell’India.
Il lamento della virtù
Se scenderà
questo lamento tra le vie
con quel furore
che connota il mare
in tempesta,
se capirò
che tra le pagine
non hai lasciato il segno,
proteggerò il candore
della vita stringendolo
semplicemente, lievemente
tra le mie mani.
La virtù nella sabbia,
tra pensieri nascosti,
senza tanto sperare
in quanto suadente
riposa in dolori
più agguerriti delle lance.
E poi,
fuggendo l’anima
da quegli ostili spiriti,
mi chiede venia il cuore
ma stavolta senza stupirmi.
Intorno c’è tanto vigore
e quell’oscuro rifluire
di sangue nell’inchiostro
(protegge quella macchina
divina
il pathos della fortuna).
La virtù
senza rabbia
si è assopita di nuovo,
si è rinchiusa in stridenti
parole annebbiate
dai tormentosi
bombardamenti.
Me ne andrò via
senza lasciare sparsi i fogli,
con quel sapore che distingue
il chiaro valore delle cose
e piangerà lo specchio,
sentenziando un mio ritorno,
dei canti irsuti,
degli astri perduti.
La virtù
si domanda
se va bene così,
se ha lasciato lo spazio
al caldo invadente
ed al risollevato
refrigerio della mente.
Altalenai privo di un motivo
Altalenai
privo di un motivo,
senza dirlo, senza sperare
nell’epilogo come immaginavi
rauca. L’erba, la radio,
il vuoto, l’orbita celeste. Poi…
non ascoltavi
mentre chiedevano
cosine semplici e tanto
fragili. Fragili come te.
Riprendeva l’acustica
e nitida pagina
socchiusa ma
melodicamente valida.
Al passaggio
delle valchirie strambe
con campanellini
e non destrieri,
ticchettio
e non scalpitio.
Tu dai ancora fiato
di traverso. E subentra
la regina.
Piano piano
a tre code avvolte
in sé, schiuse in sé,
mette calma
ai piatti, per un po’,
giusto un assaggio, e riprende
il crescendo di Gregorio,
organo nuovo baconiano,
vespertino.
E finalmente il ritorno
impoverito e in sé
disimparato come quando
il virgiliano ascendeva
componendo
dagli ovini e dai cereali. Che ora,
ora per davvero
arricchiti
sfioravano
i contorni agresti.
Poi giù per terra.
Chiudi gli occhi ragazza
Chiudi gli occhi ragazza,
non percepisco che te.
Dillo ancora,
dai dillo. Fai di nuovo
quel cenno.
E le spiagge lontane
e le luci soffuse.
Vai avanti con garbo,
io non aspetto altro.
Le chimere sconfitte,
i sigilli distrutti o sì!
Continui incurante,
vola lo sguardo distante
ormai da me.
Sai sono sincero,
sai dico sul serio
come ho scritto inutilmente
altrove no…
e tu non ricordi.
Ovvio dai, non ricordi!
Ovvio dai non ricordi!
Ovvio, sì, più che puerile.
Terribilmente puerile.
Assurdo.
Ridicolo.
Ridicolo come il mondo,
dicevi al bar.
Tra le azzurre cannucce
criticavi un po’ tutti,
yeah.
Non avevi rispetto,
che ti importava del giudizio,
yeah.
Il tuo ardore svelato
nello sguardo stregato.
La tua lacrima lenta,
solo per vendetta.
Infine le nostre
parole sfinite sui binari.
Dì, io non metto il punto
Finsi di non ricordare
solo per assecondare
la tua indifferenza
di sempre.
L’arbusto vidimava
la tua scanzonata orchestruola.
Su tamerici incantevoli
ti rispecchiai
mentre tu
come sempre ironicamente
sorridevi
per poi sprofondarmi
nuovamente nell’oscuro
oblio. Anzi quel sorriso
era una repressa
risata di gusto
occultata
e come vedi
ti ho capita. Io scompaio
con faciltà, tranquilla,
non mi va l’inopportuno
avviso sincronizzato,
perciò partecipe del fatto
che tu, astuta bestiola,
strappi ‘sto germo-germoglio
e lo divori. E per di più,
ti sta indigesto,
manifesto della noncuranza.
Ma il calcolo lo feci,
ah triste destino,
amarti fino all’osso
ma che disdetta,
respirare in ebbrezza
etiche etiliche,
le tue parole sono sempre state
per me
tesoro taurino.
Allora come va?
Dimmi, che fai di bello?
Sì, tutto a posto?
Mi fa piacere,
scusa posso? L’accendino,
il picchetto,
oh mio dio,
tutto a posto?
Sono libricini
che frullano
ed inauditamente ti lodano.
Lo scalfiscono il pensiero,
sì sono io che bramo
te eterea,
sono io che cerco
i tuoi sguardi. Che bagliore!
E tu che pensi in questo momento,
tu che non leggi ciò che scrivo?
Io sono assopito
negli intrecci metodici
ma sono sincero.
Se solo un istante
mi hai pensato,
sono rinsavito,
se solo un attimo
hai letto,
sono rinvigorito.
Che penso? Dai, nulla.
Che dico? Esplora per capire
(e te lo scrivo dietro il tuo ritratto).
Se con la penna
per caso scrivi
due parole
che riguardano me,
beh non cadranno a vuoto.
Ma tanto tu
sei protesa
in altri effluvi
e interessi. Non pensi
di certo
al mio fiato perduto,
comunque guarda
io ci sono,
quel respiro fugace
lo scorgi per sempre,
lo scorgi nel vento
che rinfranca la tua pelle.
E allora
se non mi firmo lo sai,
se leggi ignorerai
come hai sempre fatto.
Dì cara allora.
Dì, ma non metto il punto.
Alba lieve tra le foglie
Alba lieve tra le foglie,
ho sognato
guardando tra gli anfratti
dei pensieri tuoi distratti. Manco è
che lo abbia fatto così,
per dire,
o soltanto una volta.
Poi ho spento
e parafrasato
i tuoi versetti
ribaltando
le metriche latine,
tra i cori dell’aurora.
La mano scagliava
prime muse
in alto e pei cespugli
ed io aspettavo in silenzio
la tua venuta
e nel frattempo
scrivevo e divagavo.
E dillo se vuoi cestinare
la fitta nebbia.
Al chiarore
delle nubi rossastre
risplende il mare
fulgida spuma
e richiamavo
obnubilate verità celate,
tu le scorgevi
e più lo facevi,
più mi accorgevo
di esser stato
talmente inutile,
come dire…
superfluo se non di disturbo,
sei grande, infinita, immensa,
senza di me,
molto meglio senza di me.
Allora quale è il mio posto,
naufrago scalzo,
fuggitivo d’amore,
tra le rovine di una rivoluzione
senza tregua né alleati.
E qui pongo,
sì lo pongo io
il punto,
momentaneo magari,
sì momentaneo,
la ricerca del tuo sguardo
senza sosta continua
ed ormai vivo
solo per questa ricerca.
E poi,
e poi,
punto.
Bastioni bellici
Eccola, bastioni bellici,
incede con lealtà.
Cambio repentino. Ma lieve ritorno.
L’armata lontana si percepisce appena,
no, non è ancora qua,
ma il sapore dei rami è fruscio diverso,
aspettiamo immersi tra gli odori
incantevoli, incontaminati,
la foresta nera tromba realtà mascherate,
mentre avanza, avanza e non si sente,
questa gioia ci raddolcisce,
ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna,
ci sbandiera gaudio
dagli occhi alteri. Assopiti,
ondeggianti nello smeraldo,
le baionette sono un inciso.
Ma un rumore strano si avvicina,
non è un grido di guerra,
non è un urlo di vendetta,
sembra quasi il proseguo di tale armonia ancestrale.
Ma gli zoccoli.
Eccoli, eccoli furenti i nemici. Alziamo l’asta.
Si va, lance, spade sguainate,
si va, saettiamo, marciamo repentini,
affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo,
all’istante.
Voglio te, tra le mani
Ero solo tra la sabbia
e batteva la speranza
sui tuoi vetri di soffiata,
come sempre il sentore
di averti amata,
ma così tra i capelli,
tra i silenzi mentre giri
per intero il viso
sincero.
Finisce il possibile incanto
tra noi,
da sempre annebbiato,
molto bene, davvero,
vaghi tra i tuoi frivoli
pensieri, tu sei l’unica
amore,
sei la sola sconvolgente,
io ti osservo fra i germogli
della virtù.
Ossigeno sgorga in te
che passione, che…
e nella situazione
non so,
quel divario della sorgente
in comune tra me e te,
io guardo,
sì la guardo solo,
solo ancora nella stanza,
distratto do un’occhiata
alla finestra,
e sei là,
tra le nubi arresa e fiera!
Oh, sì, oh! Oh sì,
sei tra le nubi,
mi chiami,
mi sussurri,
colle penne tra gli anfratti
del mio cuore,
le imprimi macchinosa,
ti dilunghi estrosa,
oh la tua incantevole
girata di volta,
di archi,
di riporti,
ossigeno,
ancora,
voglio te,
tra le mani.
Porgimi gli affanni in assonanza
Cos’è?
Non credo il cambio
stravolgente della pioggia
dagli occhi,
così per scadimento atroce,
per sopito dilemma dalle mani,
dai canti antichi disincantati,
neanche è un rimorso,
come sogno,
come rostro al centro,
al vertice qualunque
oppur in aree protette
per gioco perverso.
Sono forse le smagliature
del frastuono
che già vanno sicure
in conclusione
mentre tu diffidente
cambi accordo,
dal rock al folk
poi al rock,
ma dimmi,
tu dove sei? Tu che sei prona
sul letto ad incantare
ammiccante,
do7 sol.
Infondo la decisione
è stata presa,
sentenza inflessibile,
nessun gravame possibile,
tra noi solo silenzi,
incompatibili,
diversi,
magiche manie involontarie,
sì,
magari anche il cofanetto
e le tue gioie stampate
tra labbra violacee,
tra il mascara dark,
tra i nuovi indumenti. Avvinghiata
tra collane e piume,
sincretia,
sì,
dai,
lo ridico,
metti la gonna zingaresca,
metti i braccialetti
turchini, quelli alabastrini,
quelli iridei,
poi infine quelli con le borchie,
e sì.
Sarà quel tuo mah
a intrigarti vanitosa,
o anzi quel sospiro
di velluto,
quel baratto arabesco,
quell’intarsio da mercatino,
e poi,
e poi un paio di vinili,
o diamine l’artista,
proprio non ricordo il nome,
credo robetta spagnola
o francese,
panteista quindi o
dada,
sintetizziamo, dai,
anarcodecadente,
vana suadente,
scanzonatamente,
poi batte il piano lontano e forte,
t’aggio voluto bene, assai
(quell’assai lo dici tre volte).
Ci vediamo ancora?
Certo, ci vedremo
nel momento in cui avrai
finito i tuoi giorni
(dio che bastarda),
quando l’anima
si ricongiunge al corpo
(ma non è già congiunta,
mah,
e questa volta mah lo dico io),
quando magari
non sei più tu nemmeno
(io credevo che alla fine lo trovassi
me stesso
non lo perdessi,
continuo con i mah,
no dai,
faccio uno smile da sms),
quando percepirai l’assunto
e lo comprenderai in contemplazione.
Con fumetti
persi tra i denti
che non mostri,
nel momento che sostieni
il campanile trecentesco
ricco di scritte,
ah gli artisti di strada,
ci pensano già loro,
tengo nel palmo il tutto,
porgo il patrimonio decumano,
parlo invano.
O infine canticchiando
di nuovo,nell’istante
in cui ti scuoti,
fulgente neopalestrina
riproponi i tuoi contrappunti
gotici.
Scenderà la foschia
in pieno luglio partenopeo
per serviti
un paesaggio condito
e tundreggiante
sottomesso ai tuoi voleri,
poi un ululare scandinavo
sarà indipendente
dal suono germanico o vittoriano,
sarà quasi similfinnico.
Nell’ipotesi cambiassi idea,
sai dove trovarmi,
porgimi gli affanni in assonanza.

Straripato il corso diurno
Straripato il corso diurno,
incantevole magari
il pallido selciato
e il taglio del disincantato errore.
Hai cambiato le damigelle
del tuo palco,
hai riscosso da esattrice scaltra
le promesse della sabbia.
Al confine,
al limite illusionistico del mare,
l’arco teso è disarmato
dalla lacrima.
E dallo stesso scoglio
guardiamo il sole
quasi come se ignorassimo
i nostri stessi sguardi,
le palpebre dilatate,
lo stupore, il clamore,
poi più niente.
Ed il flutto schizza attorno,
la violenza di una sconfitta,
il palpito di un cuore affranto,
diretta weltanschauung,
inversa indifferenza.
Io mi volto ogni tanto
ma tu continui ad osservar
dritto.
All’imbrunire
il suono non è lieto
forse lieve,
dolce, ma atroce.
E noi immobili,
il giorno scorre,
già passato, niente da dire,
tornerà la tua sera novembrina
l’inoltrato e oscuro inverno,
non è un anno preciso,
forse un sogno,
ma in quest’attimo
strisciante sento
gli occhi tuoi sui miei.
Ma ti innalzi,
mi hai guardato e ti sollevi,
la tua roccia ora
è da raggiungere
ardua impresa per me,
resto qui solo
senza la tua presenza
ma col sol conforto
della luce tua tenue,
per sempre.

Traspare in filigrana il tuo sorriso
È necessario partire,
il problema comunque è
dove andare,
mentre nel frattempo
si esclude la vanitosa
discendenza, stirpe reale
o claudicante effusione
dalle labbra.
Un sadico piangente
a mo’d’albero d’altra nomea
non l’ho valutato,
tu l’hai invece conquistato
ed io per discrezione
lo translo sul tuo corpo,
o che perfezione,
girati di lato!
Ipotizza anche un repentino
tumulto, lotta per il pane,
crisi universale,
l’economia domiciliare
porge due bazzecole le incolla
e poi le scrolla, le violenta
fisse alla parete,
viola il tessuto,
o ti prego esci Marduk
il signore ti attende,
Shamash e Ishkur fan perder tempo
in epatoscopie, ornitomantiche
direzioni dell’adagio
sovvertito in tala jazzistico
ritmato, ciclico e fuorviato
dallo sbattimento repentino
del maestro sullo stantio,
sul plastico scardinato
ad uso torta nuziale,
deriva pure il crinale
della quiescenza,
estingui il negozio
vessatoriamente,
ghirettina inconcludente
china ad occhi chiusi
sul volumetto da Thorah
o sul Gilgamesh,
sul piano inclinato
dall’inclito furente
Beowulf il piè veloce,
raffreddato, incappucciato, incatenato,
spigliato, ulissico e tallonato
con garbo matrimoniale,
fitto dardo astrale,
e sotto il canforato
abbeverato e dissacrato,
sminuzzato ha bazzicato
in osteria,
ah le birette egizie
al gusto d’orzo!
E poi detto questo
prova ad abbozzare
la raga caucasica
che mi ha fatto spantecare,
anestetica erbetta da villetta,
analgesico intruglio millepiedico
da iannara,
sintesi del flusso australe,
ipnotico vento aurorico e luciferante,
spasmo da fenicetta,
eh eh,
riattacco la musichetta.
E mentre tu tracci silente
ciò che dico,
traspare in filigrana il tuo sorriso.
Tesoro occultato: regresso
D’accordo
sintomo d’affetto
è il mio scalpello
che ti plasma
mentre dalla materia
sgorga la tua radenza
che dallo sbieco
di due occhi
rianima l’ebbrezza
e soffia lieve
tra le narici
ed è già essenza mistica
e movente che oscilla
a Siena con fuggenza maledetta,
che scalpita trattando
coi teocratici distratti
e presi da faccende
materiali, scisse le parti basse
dall’intelletto
per godere senza rimorso,
con nonchalance.
E quindi tu ti sbatti in stanza,
capigliatura dalla consistenza
e dall’effluvio umido di terriccio,
scagli la lancia contro la parete,
piume al vento,
sintomi di astinenza
dall’amore, dal dolore,
dal sapore delle vita,
sì lo dico,
sei distratta ridipinta dalle rose
magramente scabrose
e candenzose
ma talmente pure e fini
che li perdo due minuti
in estasi librata e temperata,
mai sofferta,
forse persa
ma comunque lo ridico,
vuoi un quadrifoglio a tre punte,
la fortuna ti ha abbandonata,
non lo cogli,
non divori più
quell’erbetta del parco
al centro o forse
al vento,
sì senz’altro, è più corretto,
dire mah, non ci capisco,
saltiamo un rigo,
ha senso lo stesso,
se tu lo vuoi lo contrastiamo
quell’animaletto scialbo
e biascicante,
un po’ valente, un po’ criptico,
inlinneo, indeclinabile,
allora schiaccialo, distruggilo,
squallido insetto dai sei occhi,
aristotelicamente a quattro zampe
erronee,
detto da altri, da lui,
dal dito proteso verso la realtà sensibile,
o santi numi
come è osceno il riporto
del cantato, dell’arioso,
del focoso, maldolente
azoteiforme, primordiale,
scintilloso, e poi estroso,
comparativo,
come quando in sincronia
sbatte il tasto del piano
e della scrivente
e tu continui ad agitarti,
a sbatacchiare i capelli,
non li vedo, ma li sento,
il colore, la costanza,
la temperanza sovvertita
e maledetta.
Sì ma la partitura,
dì dov’è? Oh l’hai persa!
Che sbadata, dammi l’indirizzo,
io l’ho sempre saputo
ma lo voglio recitato
a partire dalla genealogia,
dallo studio filologico
del verbo,
quattro punti di sopruso,
tre di sospensione,
due d’abuso,
uno è omega
allora dici, dov’è l’alfa circolare,
che hai capito non l’alfetta
d’altri tempi,
non la statica dei fluidi immobili,
nulla scorre.
Eh…ok,
aggiudicato e passato in giudicato,
l’ offerente lo ha preso
a quattro lire,
nel volume l’ha nascosto
quell’oggetto d’antiquariato
un po’ sciupato, un po’ segreto.
Stop.
Resta lì per sempre, Sognatrice
E soffia il vento
sulle mie attese,
l’inverno alle schiuse
porte gelate d’acciaio,
smuovo la mia copia
degli Acheron
dal variegato sapore
e mi chiedo se la notte
mi arde lo spirito
o è solo vaneggio.
Sì, sì resta in sospeso,
piccola senti i miei dialettici fasti
di marzapane
e resta distratta
con la biro tra le labbra,
inondata da simpatiche fluorescenze,
le mani violette e paonazzo il volto.
Io nascosto dietro lo scaffale
polveroso mentre tu
annusando la dolce e docile
carta-foglia ti accorgi appena
di me e non volti il capo,
continui i tuoi affari,
i sensazionali e sensati
miscugli di senso
ormai gabellati
neanche più compiuti,
lasciati a metà,
tra sogno e realtà,
tra vero e irreale,
sciocco e naturale,
poi toh,
obliquo lo sguardo
di traverso
e ti sormontano maestose
ali svolazzanti alle tue spalle.
Oh, maraviglia marina!
Oh, candore celeste!
Oh, oscuro fiero,
altero e diretto
atto dell’indice
e medio incrociati
e balzati in etereo
diletto lì intorno!
E i desideri
li indovino appena,
respiri tra affanni sicuri
e colpetti atonici
e senza sorridere
crucci le guance,
sei grande ma intanto
sbatte, è un sussulto
consequenziale
ma tutto il frastuono
è solo nella nostra mente
elettivamente affine,
selettivamente scostante,
invitante infine il diniego
assenziente che liscia i capelli
precipitati sul viso
e non ti dico più niente,
ti prego, resta,
resta così,
già ti vedi riflessa e minuta,
presenza voluta,
il tuo corpo trasfigurato,
godimento di sé.
E vai già lontano,
sognatrice le mie parole
sono in questa sera tenebrosa
solo per te,
magica tenue luce,
non mi scordo,
ti ammiro,
ti guardo ancora,
resta lì per sempre.

AMOROSI INTRUGLI SILVANI

Dicembre Bavarese
E dai,
non lo so,
cento grammi di follie
sotto il campanile del cielo,
credo sia impossibile
interloquir con te compiutamente,
facciamoci un’altra pinta,
folleggiando,
Monaco e la Baviera conquistati
solo per te.
Pongo lieve assedio,
tu altrove volgi lo sguardo.
Ah che gelo,
è quasi inverno,
fallo ancora,
carezza inumidendo le labbra,
linguetta accorata e accaldata,
frescura umideggiante.
In più
assumerò
emissari scaltri ma inconcludenti
perché da te intuiti,
o sì,
magari già,
ero proprio io mascherato da velo squarciato,
addenti di soppiatto
quel dolcetto nespolato.
Ti asciugo le gote,
tu scarichi in sbuffo indolenza su di me.
Ti accarezzo la fronte,
tu stendi le dita sull’invisibile piano.
Oh, teresettamente guardi,
io ti cito il canto della malinconia,
ma chi sei tu intermittente membrana,
seduta resti ancor sulla panchina.

Campanellini
Dolce amica
guarda questo promontorio steso.
Campanellini.
Dolce inabissata
piangi tra sollievi
spumati qua e là.
Campanellini.
Vorrei disegnare incautamente
la veduta sannita
per porger il limite più in là,
questa nostra spedizione senza fondi
né bottiglie,
un paio di pall mall,
nell’istante dello sbuffo
il naso tuo sfiora il mio,
dimmi se hai scalfito
il canto restio.
Campanellini.
Dolce scapigliata
sciocca e astuta
ti copri di sabbia.
Campanellini.
Dolce scalmanata
prestami le borchiette.
Campanellini.
Vorrei tanto porgerti
le mani sulle spalle,
intelaiare quel tuo braccio,
renderlo a ridosso
di uno spettro
che se c’è magari batte i colpi
ed io ti sbatto sul verace giaciglio,
non so se hai reso l’idea
confondendo l’ondulazione delle mani
coi tuoi occhiali.
Campanellini.
Dillo ed esponilo,
vai tranquilla che ti ascolto,
parlami di te per allegorie,
poni a due passi le pazzie,
oppure taci con abilità.
E vorrei sognarti
desto in conclusione
ricattatrice d’amore,
scribacchina viola del rancore,
smozzicante sentinella d’ardore,
forse hai gli appunti.
Hai scoperto il nascondiglio
del mio cuore
ed hai appiccato il fuoco,
casomai te ne pentirai
allestirai un paio di tempeste,
tanto la natura
aspetta i colpi della tua bacchetta
per vendetta,
oh che disdetta
lo hai detto
non ce l’hai!
Ipazia Palladiana
Come mi vedi
anelito del mare?
Scopri le spalle,
dai,
scorgimi gli affanni.
Un capriccio al di là della soglia
dell’amore, una simpatica
disquisizione sulla noce.
Sei stata bistrattata come il sole!
Albigese!
Spaventami dai un po’,
porgi in scacco i passi,
delle tre essenze poste
scegli la seducente,
frescura dal palato magico
e ignorato quel portamento
furbettino
e il mal d’aria
che ti scaglia
i carmi nel padiglione.
Sei svogliata e innamorata,
ma di chi?
Sei sciupata dal ricordo
e dal mio conforto!
Catara arresa!
Ipazia Palladiana
mi scrolli due note legate,
stupenda assolvi
la tua parca funzione,
l’intruglio di lumache
e acqua tofana
il tuo cocktail migliore,
ah belladonna,
viola del pensiero.
Sei imbrattata della schiuma
nella sala!
Sei oriunda e romita
ma orientata!
Pura cortese!
Sei svestita
sotto le stelle
come orionica danzante!
Sei trapunta
delle scorze di limone
e di melagrana!
Docetica apparsa

Amore del pensiero
L’inverno sboccia cauto
tra i rami,
il riflesso del mio cuore
tra le tue dita,
e scrivi d’amore
senza fronzoli di sorta,
affidandoti al Fato stolto,
oh la volta cobalto!
la luna!
E tu.
Tu piccola dominatrice
umile con lo sguardo fiero.
E me.
Io alla porta,
chino con sparsi i fogli
tra le placche del marmo.
O piccola aiutami
a metter ordine.
Oh cielo!
Non ricordi il nostro rifugio?
E socchiudi la porta,
hai focalizzato gli occhi,
mi hai carezzato gli zigomi,
ridato luce alla mente,
pizzicato la tua arpa
senza profferir parola,
posta sul capo la corona
e non sai più cosa cerchi,
cosa vuoi da te,
si riapre da sola
la porta
e non ho vie di scampo,
rifuggo nel tuo sguardo,
sai sono sperso anch’io,
tu,
tu piangi,
tu mi osservi
e piangi,
ti guardi allo specchio
e pensi al futuro.
Non stai sbagliando,
la via è quella giusta,
mia cara, penso a te,
ancora a te,
mentre da lontano guardi oltre,
ti asciughi gli occhi,
riparte il palpito
mai interrotto,
ci sei,
tu ci sei,
lo sento,
lo scorgo dall’orma sul muro,
dal segno indelebile dello spray,
dal vetro della finestra appannato,
dall’umido della fronte.
La porta si richiude,
non ho che te,
amore fugace e perenne,
indenne esposizione
di fiori raccolti,
crestomazie
dal sapore di fiele
e inizia l’amor mai finito,
l’amore germogliato
dalla brulla e spoglia diramazione
del ligneo tronco,
il fiore invisibile e meraviglioso,
quel fiore invernale
che scorgono solo i miei occhi,
che scorgono solo i tuoi occhi
e resto ancora alla porta,
con te,
amore dai lucidi capelli,
oh sì,
amore del pensiero.

Sorge una stella nel tramonto
Sorge una stella nel tramonto,
il mio cuore innanzi geme,
alma serafica
non sei affianco a me,
dove sei ragazza mia?
dove sei?
E chi c’è con te?
chi ti stringe le spalle?
Lo sai che sei,
sei la sorgente
pura del mio spirito,
dentro me sospiri
e candidamente scosti l’aria,
che movimento puro,
che disincanto sospeso,
che pensiero disilluso
amor mio,
la vita non ci dona
la candida rosa,
la scorgiamo solo da lontano
come emblema
del nostro cuore. Il sapore del vento.
Ticchettio mio dove sei?
Amore livido e seducente,
dove sei mia attrice,
lunare effige plastica,
ciondolo siriano al collo,
mio speciale barlume lieve,
tu dispetto buffo,
paonazza e bronzina gioia,
goccia vespertina,
acrilico scardinato
ma possentemente intriso,
musica dolce nelle vene,
sole notturno e gelido,
melodia stampata indelebile
sul vetro.
Sorge una stella nel tramonto,
ti amo credo
e te lo dico senza perifrasi,
tanto è come staccare un fiore
ed annusarlo, lo sai che preferisco
contemplarlo e immaginarne l’odore,
ma stasera sento un tepore
che dai polsi mi invade la schiena,
scende a perpendicolo
e mi scuote il capo,
ti prego, vieni qui con me,
sogniamo insieme nella radura,
so che ci sei,
so che verrai,
se sei mancata a tante albe
non potrai dimenticarti di me
proprio ora che riscende la notte,
sì so che verrai,
sarai qui appoggiata
alla mia nuca,
noi di spalle
gli un gl’altri
a guardare il cielo
e poi chiudendo gli occhi
a raccogliere l’attimo profondamente,
trattenerlo e non perderlo più,
per sempre insieme.
Ti amo, ti amerò per sempre!
Sorge una stella nel tramonto,
senza di te la rimiro e penso,
dove sei ormai non lo so,
amore!
Sorge una stella nel tramonto,
vago in speranze lontane
con te distante, mi volto e piango,
tu non ci sei,
sono assordato da questo silenzio,
amore!
Sorge una stella nel tramonto
ed alzo le mani,
saluto e scanso le foglie caduche ,
ti attendo e mi asciugo gli occhi.

Amazzone
L’eco lontano
rimbomba tra le stalagmiti,
odore di fumo e tamerici.
Nostra dama sull’orchestra,
oscura e viscidamente funesta.
La gabbia dei sinceri addii
che tristi rotano lì intorno,
la fiamma dei cabalistici ulivi.
Follia e Dionisio,
vivi nelle vene
e nella scure,
amore bazzicante.
Sento la forza arcana,
la potenza ancestrale,
la violetta scismatica ragazza.
E poi l’incanto dei pensieri,
scuri dal sapore lieve.
Amore,
dici a tua volta,
il maestrale nostrano
non è la furia scandinava
dei tuoi servili temporali,
succubi domani deleteri.
Sei stupenda
scandita dalle percussioni,
sbellicata dagli archi
e dai mesti sultani
che si inchinano
e che fremono al tuo giacere.
Io sono qua,
l’alba dell’età,
l’anima del sagrato,
l’ombra del segreto.
E non ho le seducenti mani
a tempo sul ripiano,
sgomito nell’altopiano,
banalizzo i sentori
dell’incauto oltraggio.
Sei di sbieco senza fiato,
sei svilita e xilofonata,
spiega e metti in piega,
subisci pure gli odori.
Sento un po’ la pioggia
e non ho quel gomito carnale,
quell’archibugio astrale,
quel rimpianto sconfitto,
quel petto trafitto.
Resisti a quel sopruso,
mangi pane e burro,
scruti la soffitta
e non è eclissi il sole nero,
l’atomo del vero.
Ti ricordi ancora,
ho lacrime d’assenzio,
germoglia lo smeraldo,
travalico i monti,
ti guardo negli occhi,
la mia testa sul tuo pallido petto,
rosa ebenacea sul mento
e cuore in fermento.
Oh godo alla vista della luna,
oh godi al verbo incarnato,
trasfigurata effige catara,
provenzale sonata,
tubinghese teologia,
atavica pazzia,
orda indoeuropea stanziale,
cornuto vitello d’oro,
taurino messaggio,
belante miraggio,
allucinato istante bendato.

Ludica la sinfonia del giglio sotto assedio
Ludica la sinfonia
del giglio sotto assedio,
adornava di scalzi misfatti
la seducente sagoma,
lati obliqui
e servili inclini
all’inchino pianeggiante
mostravano intrepidi
fermenti bellici,
slacciando le vesti
e tu ti spingevi
oltre la guardia
lasciando intuire
mistero e fermento,
sincero cimento.
Maglietta rossa,
lastricato,
poi pioggia,
infine livore.
L’importante è espandere la mente,
come se fosse l’universo
che si avviluppa non sviluppa
ma statico volge centripeto
verso il vero,
che è sempre esistito,
non si è trasformato,
non è stato creato,
Dio immanente
nell’universo finito,
dov’è l’infinito?
semplice,
immagina il tondo talismano.
Indotto in meditazione
al quanto soggettiva
divenivo oggetto,
quindi persona
anche se sembra paradossale
ciò è reso concreto,
come?
Eh eh,
sono i tuoi occhi. Saltimbanco
romano
alla corte del pontifex maximus,
se non fa ridere allora
allestiamo un rogo,
incendiamo ‘sto lurido rovo,
depuriamo,
chiariamo,
cioè diveniamo oscurantisti,
rosacrociani,
oppure andiamo a quel paese,
il paese del miglio,
patate sbucciate,
canarini e sottane.
Volgi lo schiribicchio di rame
verso l’infuso sopito,
mettersi l’anello al dito
oppure lasciarlo ciondolare?
L’importante è frastornare,
due o tre sofismi,
in santità velate,
devi sapere che dalle parole
è nata la vita,
la vuoi la scintilla della materia,
eccola perché dunque ecco il verbo.
E, dici,
la materia inanimata?
Dai ti rispondo,
bios è anch’essa,
l’anima è ovunque,
non perdiamo alcunché,
non mi credi? Allora sovverti
un altro po’ le coperte,
agita le lenzuola,
allestisci laude colline,
vitigni toscani,
scaldini equatoriali
e se arriverà la penombra
non mostrerò indecisioni.
La vedi la pioggia?
Batte ora più forte!

Crolla l’Impero
No, non c’è barlume,
siedo sulle scale,
ti vedo silenziosa
carezzare il naufragare
nei pensieri,
le oscene scene,
la nostra stella.
Arde a tempo,
arde fuori l’arioso
e freme. A me,
a me echi ancestrali,
a me, potenza indomita,
a me.
E dalla sera
sorbisco i dissapori,
le scarpette fulgide
alla porta, entri? si dai entra pure.
Tu cosa vuoi?
Tu che non piangi,
tu che respiri col dito,
che sei di là,
lontana ma ferma
all’uscio timorosa
e ardita,
faccetta di neve.
E ti scordi di nuovo,
ti viene da ridere alla follia,
simultaneo il sopruso,
lo sberleffo
e mi sbatti
nelle segrete dell’animo
senza pietà alcuna,
senza gravami,
senza retori
che esplodano sermoni
o arringhe
di ogni branca per me,
tu credi invece parli
dell’autogemmazione squamosa.
Eccoti qua, eccoti qua,
sei venuta guardando ovviamente
altrove,
non ti degni nemmeno
di entrare
accenni già di andare via,
di fuggire con altri valenti
e beffardi segreti di marmo
come gli occhietti vivi
che sfiorano e non si riposano,
che vedono tutto
ma non scorgono
il particolare,
fai ancora le tue belle generalizzazioni
ma dimmi,
la rosa non è meglio
della distesa verdognola
intorno che la contiene?
L’intorno d’altronde
ausilia soltanto
la definizione del limite
ma la stessa sussiste
intrinseca solo nei petali, sai.
No, dov’è la luce?
dov’è il sole? dov’è il cielo?
Non c’è speranza ahimè,
la scala crolla
mentre rovino con lei,
futile oggettino antico
nel postmoderno,
nel ripensamento inutile.
Noi, mai più noi,
anzi mai e basta,
non c’è mai stato passato,
soltanto gemiti,
le lacrime dal cielo carmini versetti.
Sento già
che non è perduto
ciò che non si è mai avuto
ma la libertà
lei è in rivolta
e non resiste alla rappresaglia
del potere quieto e subdolo,
cerca un appiglio
e stende le mani tese
alla volta turchina,
nuvole rade non ostacolano
il gesto ribelle,
il giavellotto o la torre
dalla unica voce,
la piattaforma della pace
svilita dai nostri rimorsi,
dall’albero dell’amore,
dal frutto di sapienza
ed il gusto di reciprocità
e rispetto
trafigge non il nemico
ma il nostro stesso petto.
Ci sei o no? Diamoci la mano,
varchiamo il confine
anzi con la gomma pane
smacchiamolo e poi resettiamolo,
siamo qui per questo,
tu già lo sai,
il tuono non spaventerà
la moltitudine sola, dai.
No, non c’è pietà,
in eterno esilio
dalla verità,
le camice sulla cruccia
accanto alle scarpe.
No, non c’è lealtà,
dove sono finite
le armate invidiate
e indistruttibili? A vele spiegate
tutti scappati.
Arde, arde e freme,
la città,
fiamme a gola altezzosa,
via, via l’umiltà,
non c’è pietà.
No, non c’è dignità,
tu te ne vai,
e così finisce quest’istante.
No, io non me ne andrò,
solo resterò
ma con te affonderò.
Finisce il tempo, crolla l’impero,
crolla l’impero.

Astri Estrosi
Tu,
specchio,
valvola trascendente,
tasto d’avorio,
scala in si minore,
giro ossessivo,
armonica compulsione strumentale
e la testa sotto il cuscino.
Tu,
tu già lo sai,
sulla sponda del molo
sfoglierai la luna,
oh frastuono di miele,
oh onda spumeggiante
e lastrico di schiena bianca,
tondo violetto,
clavicembalo alato.
Sto con te amore mio,
guancia a guancia a fissare
impietriti il mistero,
e arriva il do,
hai voglia delle mie labbra,
mi sussurri.
Oh, i tuoi capelli sul mio petto!
E non hai l’ortica istigatrice
sul ventre, continui.
Sarà il nostro segreto
l’aurora,
vaneggi mentre protendi
il tuo dito serrante
sulle mie labbra.
L’albero esplode
di vigore nei tuoi giardini,
sono tuoi gli altarini.
Ascendo tra le foglie,
sono superba,
strafai.
Astri estrosi
incrociano i nostri sguardi
mentre li orchestriamo,
accordiamo le falle,
nessuno può fermare
il nostro palpito furioso,
mai,
la tua veste candida
sotto assedio,
mistero di vetro è questo,
cristalli condensati nel tempo
e rimessi al vento,
rimessi al senso,
assi e travi urbane
a sostegno dei giorni,
paonazza sei, ragazza,
affronta i ridenti,
angosciosi fermenti,
lividi inospitali
sul polso violato,
docile riporto,
matematico sfregio naturale,
vasta alleanza sui binari
dalla fiamma antica.
Bacchetti la corda
con forza tra le nubi,
vai mia piccina instancabile,
continua a suonare,
le carte le puoi giocare tranquilla,
sono paziente,
squarcia il velo orientale
dell’illusione,
e sorgi luna
in luogo del sole,
ridona la potenza
alle selve,
riaddenta la mela,
volgi lo sguardo alla luce,
un lieve sentore
sobbalzerà in te,
serva e padrona d’assoluto,
maestra e scolaretta,
demone angelico.
Astri estrosi
ruotano intorno
mentre scriviamo,
il piano stonato,
la vita nostra sintomatica
svilisce il potere superbo,
sorge per sempre
il bagliore pallido,
nell’abbraccio possente
fondiamo e creiamo
staticamente la sostanza.

Serenellosa
Il carillon suona,
ostile, incantata e stupita
sorseggi il tuo cioccolato bianco,
nessun rimpianto
visto dal rifugio,
quel cantuccio caldo
magari toscano.
Pioverà,
già un po’ sgorga
la serenità,
sole spagnolo caliente
e sordo,
l’astro nascente,
dio mio che caldo,
dammi un beso
però serrato.
Prendi il panteismo,
va bene,
ma fa comunque troppo caldo,
due scritti di Coelho
magari pleonastici.
Ermete Trismegisto,
dai punta all’Egitto,
mentre intrecci
la tua collanina di perle,
bella, grazie, è per me,
iridea oserei dire,
un po’ di impasto
e il dolcetto è arabico,
caramelloso il tuo leccalecca,
il piercing e l’andatura da emo,
ti lecchi i baffi invisibili.
Riccettina vola,
dai, mentre afferri i palloncini,
il più bello si confonde
col tuo cappellino viola,
sei un uragano ottagonale,
allucinante l’orecchino
da circo,
togli le converse
e sfreghi i tuoi piedi,
la scintilla è la risultante
algoritmica ed oligominerale
dell’animo.
E lo scherzo
sembra quasi finire,
il maestro è furioso
perché non rispetti i tempi,
allora dimmi
che hai un bel gattino
arruffato e sbadato
che ti mischia le carte
e proprio non puoi studiare,
passa ai canditi,
formaggio filante,
così dai un bacio
al sapor di big babol
al tuo finestrino
nel traffico volgare e irreale,
diciamo va’, sesquipedale.
Serenellosa la serenata,
scorgo la luna,
stil novo partenopeo,
e tu fai le bollicine
non di sapone ma di tè.
Boccolosa doppio malto
e chiara,
mostrami la strada,
toh che carino il braccialetto!
Scarti qua e là,
dormi dai un po’,
ti carezzo la coperta,
e la scorza zuccherosa
nel palato stringe
il fiato universale,
così poi tu puoi tranquilla
far l’elastico filetto gommoso,
l’impronta del tuo rossetto
sulle mie labbra.

Ohibò
Avessi fiato parlerei di te,
magari in barca
solfeggiando il golfo
costeggiato ed ingolfato
veicolo stellare,
la sabbia che sporcò la stiva,
vestigio umano
del ricordo,
padroneggi con rispetto
il mio timone,
nocetta buffa,
vocetta candida e serpentina
cassi le mie casse
con rinvio, formale l’errore
illogico il dolore,
manifesto marxista infondato.
Accendi la siga e tiri sorridendo,
il tuo fumo appanna i miei
occhi portali,
in sogno portuali
appigli sepolti
e sepolcri, spogli nichilisti
da canarini che tu sai,
sbottoni la camicia in trance,
meditazione ondulata,
e già!
Dagli un nome a ogni creatura,
va be’ ma questo è proprio brutto,
il suono fonetico deriva
dall’onomatopea,
fumetto primordiale e astrale,
studi la parola e allora,
perché babeli ancora?
Il gruppo clanico
cambia forma
non sostanza né apparenza,
vedi l’allitterazione
tra suono naturale
e pronuncia umana vocale,
costante consonante,
impronunciabile e sonante,
il nome di dio lo puoi intuire,
e la cravatta non ce l’ho.
Un altro paio di tiri
perché me ne lascerai due,
già lo so,
mi offendo così però,
contrasti la trinità,
la verità non è duale
o manichea,
ma unica
perché il dispari alla lunga
fa unità,
l’infinito è un otto capovolto,
pari ma impari
dunque impuro,
cadi in contraddizione,
accendiamo un bel falò
e ammettiamo l’inesistenza
del pari allora.
Piangi ma che fai?,
ti disperi,
in realtà mi accorgo
fingi e poni il piede sinistro
in avanti
il destro ben saldo
e dai fiato al fumo:
esiste tutto quanto,
il pari in realtà
è disparico in disparte
quindi dispari se si completa,
dunque il pari è parte
del dispari risultante
e di conseguenza l’infinito
finito incompleto.
Ohibò!

L’intro pensa se stesso
Ti incontro, ti scorgo,
vedo i tuoi occhi spalancati
e abissali,
sorridi,
e poi…
Insieme tra le gemme,
il silenzio intorno è irreale,
innalzati io e te,
tra i segreti nostri
domani imperscrutabili
ma chiari,
comunque vividi
per noi che siamo…
voltati guarda,
spacco in sezione aurea,
le mie valige,
la tua effige plastica.
Tic tac, tic tac.
Noi qua,
faccio il suono vocale più intenso,
si presta meglio,
canzone che pensi te stessa
vai, il progetto
sentimentale assoluto,
karma intrinseco,
e piangendo sdruccioli
ciò che c’è cioè,
non so,
perché il ritmo incalza,
o amor e viaggia
la mente lungo i nostri boschi,
le bianche nubi cherubiniche
dove finalmente trovi
l’accordo fatale,
l’altisonante verso vitale,
e vai via,
resti qui comunque sai,
e poi in ogni caso materialmente
tornerai, fiduciaria del cuore,
vassalla dal sapor di neve,
riccetta ammiccante,
e riparto in sol,
vado verso ciò
che non so,
la simpatia e l’intrigo
tra me e te,
mostri pietà.
Va, lento va,
il motivetto che è un passante
battuto e infreddolito
che si avvita sulla scala
metafisica e lo vedi meglio,
la testa è capocchia
di fiammifero rubino
e poi il din don
ticchettante.
Tac. Tic.
Urticante amica,
bruciacchia il naso ardita,
vai cambia tonalità,
le sentirai le mie storie,
sono simili a ciò,
linee melodiche che si rincorrono,
si cercano,
si scrutano,
poi infine al momento
di accostarsi,
senti là il sapore
del bacio quasi vicino,
prossimo,
senti il fiato sul tuo,
vorresti incrociar le labbra,
ma il dito continua a salire
e discendere,
sembra lontano,
ma ci distraiamo ed è scintilla!
Ah passione!
Vampa umida elettromagnetica
in corrente,
vero archè,
l’energia secerne,
potenza cosmica,
vero archè
dunque il bacio
e lo sai dura un istante,
il verbo del principio
insufficiente, si arresta il sistema,
non è attimo,
non è tempo
è nuovo logos,
è senso della vita,
anima, spirito
dunque anima in azione
e materia a un tempo,
genesi ed epilogo,
punto immisurabile,
scena indipingibile,
melodia appena intuibile,
infinito!
Ah passione!
Dionisiaco, apollineo
e poi hermetico,
potenza dell’amore,
vaso colmo
e vuoto di ogni nulla,
arcobaleno a banda
da tredici colori in filigrana,
bello e buono
a un tempo,
essere e dover essere,
immanenza e trascendenza.
Ah passione!
Veemenza e temperanza,
riso, pianto e poi sorriso,
liturgico ed orgiastico,
canone, precetto, disciplina,
volontà e azione!
Ah passione!
La pace!

Evanescente il dolore spento
Evanescente il dolore spento,
la rosa dischiusa in silenzio.
Dolce effusione
mentre fissi la tela.
Vorrei scrivere effluvi,
vorrei partecipare al simposio
tracimando lo spirito.
Sognami.
Quel canto elevato mi scuote.
Granelli tanti
quanto i giorni in giovinezza.
I segni del tempo
sul volto cedono
alla potenza del bello.
Le palpebre sbattono al vento,
portoni di cortine incartocciate,
sbadate e sincere
mentre studio i tuoi sguardi
di sbieco,
tu assisa sul bordo
della fonte centrale.
Ragazza guardami ancora,
sono nel punto genealogico
delle realtà oniriche,
ditirambica, filippica,
estrosa e sofista.
Tu, prediletta dai numi,
il mio fiato è per te,
io frollerei solo
per un tuo fugace approccio,
uniti, indelebili,
te lo ridico, sei la voce
che da corpo ai miei pensieri,
la tua essenza mi guida
solingo con verga e lanterna,
ed io non posso tradirti
o abbandonarti, non voglio.
Sussurri come brezza d’inverno,
la tua voce non copre il gemito,
lo vuoi il mio cuore?
La mia anima?
Il mio spirito?
Il mio corpo?
Materializzati allora
dolce eterea,
la tua voce intensifica il suono,
diviene strumento essa stessa,
e allora drummeggi e sorridi.

Iannara misteriosa
Proclami l’inverso
come assorta,
l’incubo si raddolcisce
in un istante,
l’eremo tra la vivida
vegetazione,
l’ermo domani.
Imbellito il vascello
dei pensieri,
l’ultimo eco è risuonato,
dardi di fuoco in campi di spine,
non diamo spazio abbastanza
all’incanto del dominio
senza armi e armature,
con egide dagli occhi gorgonici,
nemici atterriti,
la spada del verbo,
la ruota dentata
con te minacciata.
Iannara misteriosa
vai senza aspirare,
fuma tossendo,
precludi un assedio,
tranquilla, l’aurora è vicina,
già vedo venere e luce
dell’angelo ribelle,
già vedo il fuoco
e la maledizione, il grifone
che rode la bile,
incessante il dolore,
ciclico il riapparire
con fasti dionisiaci,
con mandrie gelate,
o dissi offuscate,
il frutto e la conoscenza,
cioè consapevolezza
e libera scelta.
Poi il brivido dorsale,
certo ci vuole,
e ti affanni a rinsavire,
vorresti trovar la formuletta
anche per questa sconfitta
benedetta,
allora ti alzi austera,
aspetti i canti di gloria,
le sonate del furore popolare,
dell’arca trainata,
tale sembra il tuo
perverso sortire.
E mugugni trasognando
nel vuoto della stanza,
la radio a mille,
a mille il cuore,
lo tracci un sorriso,
cominci ad inveire,
a spegnere il verdetto di fuoco
coll’umore del corpo,
ti arresti improvvisa,
la pelle che freme,
la luce che accenna,
spegni la lampada,
scaldi le gambe col fiato,
slanciata in avanti
coi muscoli tesi,
gli occhietti furbetti,
la piazza in fermento,
l’odore di polvere e vento.

Dal Caucaso spedizioni albeggianti verso il tramonto
Dal Caucaso spedizioni albeggianti
verso il tramonto,
ampiezza frontale e vigore,
radure di primi eredi edenici
incontaminati rubicondi
ma pallidi, nubi
intorno alle loro parole,
eroi dimenticati,
gelati,
equilibrati,
ragazze avorio ed oro bianco
sui ciondoli e il volto vitale,
lo slancio floreale,
sonate martellanti
ed echetti in falsetto,
marce di pace.
La falena variopinta
sulla spalla,
l’anello intarsiato,
coleottero libero.
Nella vasta distesa
verso l’ignoto,
l’indomabile vuoto
sarà colmato,
il messaggio di speranza
proclamato,
gli strilloni in silenzio
loquaci mostreranno
il percorso di verità.
Urlettino soave,
scisso sensazionale Liocorno,
regno dei magi,
foglietta di sapienza autunnale
col verde scalfito dal viola
di transizione e rivoluzione.
Proseguiamo maestro,
non indugiamo l’orizzonte è vicino,
la ghiacciata terra
a tre lati sul mare,
la caliente terra
a tre lati sul mare,
l’una di fronte all’altra,
scindiamoci,
istruiremo in conoscenza d’assoluto
la rozzezza,
la lotta armata scomparirà,
muta si dissolverà,
diremo loro che il male
è ogni forma di violenza.
Vedranno il frutto del risveglio,
o dormiranno ciechi nelle loro zuffe,
l’amore dominerà e vincerà,
col tempo si capirà
il senso del nostro vagare.

Ah scaglie di fuoco!
Ah scaglie e fuoco!
Piange il mio sospiro,
lacrime, cenere,
amore, con te.
Ti ho qui,
muta oh Sophie!
Qui,
le tue mani intrecciate
alle mie.
Si alza la fiamma
e resta il verbo,
i nostri discorsi,
la nostra isola lontana
senza più approdo.
Ipocrite le orazioni
degli incappucciati
intorno al fitto dardo
che ci ha trafitto alle spalle.
Ancora no,
fauci secche,
neanche più spazio
per gli affanni.
E la melodica
in do minore
discende intatta,
geme,
vuol rivoltarsi,
armeggiar la piazza.
Ah le illusioni nostre!
ah i nostri rotoli!
le rimostranze dialettiche!
trivio e quadrivio!
Ah sì, l’esilio!
ah le fontane del chiostro!
Sale, sale, sale,
l’urlo muto riarso,
l’umidità combustibile,
le perse nostre parti fredde.
Ora sì, ora sì,
vivremo nel sussurro del vento,
nessun limite, ora sì,
nessuna damnatio memoriae,
solo liberi,
già intravediamo
nell’opacità oculare
sempre più vivida
la riva da noi sognata,
per sempre nostra,
adesso.

La lezione di Iside
Ma quanto sei sospettosa,
languida e timorosa,
cicalina dagli occhi oscurati,
velati, mesti e sbadati.
Ti alzi e te ne vai via,
ti pensierosa sbatti
le dita sul labbro,
ti cambi e ti trucchi il viso,
passi allo sfondo
e il mascara ti manca un po’,
metti malachite preziosa
e galena da atmosfera,
ocra labiale,
sei pronta e con le gambe vai giù,
sì ti tiri le calze
in virtù titaniche e simpatiche,
l’impulso ti palpita il pensiero,
lo deponi il silicio del vero.
Questo tepore di fieno
che pone in dialettico intruglio
il veliero pronto a salpare
è un rimorso micidiale
nella tempesta portuale.
È vero la voglia stanca
peggio del pavesiano lavoro
ma la lezione di Iside è austera.
Sei un po’ svogliata ragazza,
mangia la cioccolata in terrazza,
visto errato il riporto,
guarda il sale precipita più sotto.
Una miriade di sanfedisti valenti
erano ancora più tristi,
spedivano indulti,
indulgenze plenarie
e sigilli papali
ai briganti.
Crolla il mondo se torno,
quindi godo e comunque,
guarda, lo faccio,
mastica le foglie di coca,
bevi pure una scoria di basalto
liquefatta
quindi tornata all’origine
ma raffreddata in paradosso.
Il sergente Tripiani
suonava il flauto avvitando le travi,
sembrava davvero felice
allora sciolse le camere e si dimise.
La Legge leggeva poco,
si ispirava piuttosto ai fumetti
ma guardando solo le figure,
era un surrogato e un rimasuglio
di etica e morale
allora laica lucidò del potere le scale.
Il destriero nel vento meticcio
assaporò il languore del maestrale,
fu cavalcato a pelo
e senza redini
da un auriga senza vettura.
Un colpo di spugna
e tu ripensi al trucco,
soffi aria tra le mani
mentre ti senti distrutta
di prima mattina,
l’alcol ancora nel sangue,
vai in visibilio ondeggiante.
Meno male,
oggi non piove,
tira aria gelida ma buona,
dormirò avvinghiata al termosifone.

Virtù diademica
Cosa vuoi
trasparente essenza luminosa?
Abita in me il rimorso
buio del tempo.
Chiara vita
scorre nello sgorgo
della finestra,
non violenza
ma scintilla lieve,
a cavallo d’ippocampo
vibra nell’aere
come tra abissi
il tuo esercito imbattibile,
e sembra giunta l’ora,
l’ora della verità.
Ah il rossiccio ardore!
ah il pallido incanto!
ah lo smeraldino furore!
Divento come se il mio corpo
fosse scisso,
poi di colpo
l’anima ritorna in lui
salubre,
e io so volar,
le mie mani schiuse,
mi guardi e sì,
boicotti i miei progetti terreni,
e stai faziosa ancor sospesa.
Oh virtù diademica!
oh bellezza angelica!
oh firmamento marino!
L’arco da mille foglie
e dodici varietà cromatiche,
non è un dolce ma temperanza
statica,
il dormiveglia stride,
unghia sul marmo
in acustico bagliore elettrico,
vai, tu sai dove mirare,
tanto sono tuo,
vivido il violetto
alfa e omega
del circuito universale,
intermezzo spettacolare,
progresso generato
dall’errore ribelle,
uomo tale perché cade nel vizio.
Uh magmatico limite!
uh sinaptica percezione extrasensoriale!
uh magnetica dialettica metallica!

Resta qua
Non trovo più il disco
con inciso il verso,
quello dei porticati,
non hai idea
di quanto mi dispiaccia,
piangerò se non gli dai la caccia.
Non scherzare con il fuoco lento,
soffia pure il perdimento
controvento in paramento,
la fiamma risplende d’incanto,
la mia vera mistica ascesa
tra le tue braccia.
No,
non è amore,
sembra condimento puro,
fondamento della sostanza,
sua linea e chiave di volta
e sostanza stessa infine.
No,
il viaggio può aspettare,
già lo sai,
l’importante è l’ altrove
dei nostri pensieri,
siam lontani,
sospesi,
inauditamente protesi,
siam plananti
in giubilo festanti,
nella ciurma in calca,
sulla pista ghiacciata
scia di pattini.
Volge il sole al tramonto
ormai omelette,
scorgo l’ombra
e non è stavolta sul soffitto
ma miscelata alla mia,
tu meta e non metà,
il tuo sorriso sensuale
stampato a Gutenberg
per scherzo immobile,
non parlo della città
del metal melodico
donna e ragazza,
amica e compagna.
Non vorrei amor divagare
come d’uso,
stiam giocando
col dispetto nostro
e col sospetto loro,
regoliamo il volume
al minimo
e socchiudiamo gli occhi,
come son carini
i nostri due nasetti
che si sfiorano appena!
No,
non voglio,
non lasciarmi le mani,
l’alba tarda ancora
e non fronteggerò
la transizione
senza il tuo sguardo,
puoi restare,
dormire qui se vuoi,
i nostri sogni mattutini
saranno fiori germogliati asciutti.
Non mi abbandonare amore,
io sempre ci sarò
se chini il tuo volto
sulla mia spalla.
Non credo sia importante il perché,
basta un attimo
e riappari fulminea
nel limpido sfondo,
ti penso,
come se non fossi qua.
Non credo sia importante
il risplendente sole
senza il tuo volto nel giardino,
scendi dai monti
come ruscello benevolo,
neve sciolta e odorosa.
Non c’è più l’affanno
sul vetro,
nell’attimo concentrico
d’assenzio sei già qua,
come fonte di splendore
autentico.
Non miscredenza
nell’essenza del simpatico
fare estroso,
magari candida nube
di gloria eterna.
Non clamore frastornante
ma rivoluzione silente
cioè scarica vitale,
pulsione indomita d’amor.
Resta qua!

Qualcuno inveisce con forza nella mischia
Qualcuno inveisce
con forza nella mischia,
sincopato il labbro
come pastasciutta,
il manto disilluso della folla
è scostato e snobbato dal volgo stesso.
Va a finire che l’ingorgo
a trotto
altro non era che libro dei sogni,
il burrone abissale dei ricordi
svelati come fossero mobili.
Passa il tempo
e resta il disincanto
quindi, le magliettine,
le bende e le bandane,
i cagnolini e le grosse belve domate,
l’apostrofo e a capo dell’epiteto.
Un passante stranito
guarda e sorride,
le nostre parole stese su panchine,
gli amoreggiamenti, le effusioni
e le questioni insolute,
presumete orbene
che il sentimento puro
sia deducibile solo
da una stupida trasmissione televisiva
di Bercoglioni?
Trasudante il sangue vespertino,
postilloso e cavilloso
il callo scrivano,
un tantino amarognola
l’offesa,
più che altro indifferente
la massa proletaria,
sorprendente il manico di scopa,
però.
Oscuro l’Efesino
stracolmo nella cruna
mentre filan le Parche dolenti,
pubblichiamo va’
un pezzo sui siriaci serpenti.

Magdalena
Sguardo svanito,
nell’anima del bosco,
solitario un fruscio lontano,
il vento ti carezza i capelli
lo spirito inonda i tuoi occhi,
dolce la neve sul volto
inondato di speranze,
come fosse vivida fonte
tra l’aurora del tuo domani
I canti antichi
impressi sulle pareti
le tue dita in cielo
volteggiano e guidano
le tue parole
come il nascere del sole.
Sei luce,
immagine sincera,
torre d’avorio ed oro bianco,
lo sguardo si acuisce
e la mia essenza si eleva
e non c’è più vuoto o buio
dentro me.

Notte ai Decumani
Notte ai Decumani
la consorte del principe di Venosa
coperta solo di lenzuola
maledice i madrigali verseggiando,
barlume corneo nei suoi occhi.
San Severo miscelava arsenico
e belladonna sulla tela
poi come un caimano piangeva,
da cura sforbiciata per il plasma.
Vorrei bruciare l’odore
dei pallini d’incenso in combustione
privi di allori e seducenti,
il venditore di giornali sembra
aggiudicatario battitore,
picciola non dimenticare
di trasmutare la morale.
Croce diplomatico mancato
estetizzava estasiato in biblioteca,
l’arte è una parte,
direi però la fondamentale,
la molla della storia
e del circolo perverso della gloria.
Patteggiamo col divo Nerone!
E l’era dei fumetti
letti in piazza
tra il gomito e la tazza
di solfuro intarsiata
stracolma di folla indispettita,
cicche fumate a metà.
Varia l’effige!
Bruno studiacchiava
nel chiostro e si distraeva,
poi buttava all’aria le icone
dei fratelli
e le sostituiva con scritti
babilonesi o neoplatonici.
Virago celtica!
Ed affinché
non dimenticassimo le beffe
con le cornamuse contuse
facemmo il verso al gesso
del docente inconcludente.
E spaziamo con la danza!
Vai là,
ondeggia a sinistra o di là,
vai già
più lenta della musica,
ritmata la tua scorza di limone,
candito
inflitto a pizzico di dito.
La violenza fu sconfitta
con un bacio in palafitta
dell’invasrice indoeuropea
ancella di Brighid,
era un’epoca remota
ma l’edenica scena
non fu mai più riproposta,
sono fiori colti nel deserto
e tradotti in sanscrito.
Voilà,
non manca fumo pel digiuno,
voilà,
c’è cenere e amore se ti volti di là,
il capo piumato è scolorito
allora rinunciamo all’allettante invito.
Nella notte si cacciava
per maledizione
non ci si nutriva più
solo di bacche e frumento,
la simpatica ragazza
faceva l’occhiolino
ed incrociava le braccia.
Sai già,
conosci il nome del silenzio,
vuoi avere le cartine al tornasole,
le patrie senza limiti e frontiere.
Le musiche non cambiano
da popolo a popolo
c’è comparabilità nell’identità
perché l’essere diverso
si identifica solo con l’incontro
e col confronto
ed acquista così unicità.
Mi conceda infine l’ultimo passo di danza.

Si svestì dinanzi allo specchio
Si svestì dinanzi allo specchio,
se ha un rimorso lo scuce
nel letto,
la voglia forse non rimane,
ma lei sembra la scia
di una stella
o magari della viola
la corolla,
colta da una donzella estasiata.
Tutto negli occhietti,
brivido pensante
ed astraente
in quanto manifestazione,
spirito apparente.
E il corso d’acqua
risplende ciclico,
ci bagniamo sempre
nello stesso fiume statico,
unità triplice della natura,
dio ad un tempo anima,
spirito e corpo,
ti prego ricorda
l’impresa ardita
tra i flutti,
le colonne d’Ercole,
antidoriche,
il muschio ridente poi.
l’ultima stazione,
il vagone sonante,
te che parti,
che fuggi,
tornerai?
si schiuderanno più le labbra?
sussurrami il versetto.
Giradischi affetto
da dolori al petto,
e stride al contatto
col corpo lucido.
Io tendo le mani,
la luce si riflette,
cado in estasi
come se scorresse
latte nelle vene.
Assopito penetravo nell’assoluto,
spesso un ronzio mi distraeva,
il mio annullamento volitivo,
è nostro potenziamento giulivo.
L’orologio batte,
l’incubo si smorza
e il sapore della svolta,
mi pone nel dubbio,
ti fa sobbalzare.
Scende ora la pioggia lieve
Parli quasi sopita,
i boccoli e lo sguardo vago,
le lenzuola stropicciate
al vento,
ombra soffusa
al chiaror di luna,
pura immagine,
la sonata è mancina ed estrosa,
la veemenza del silenzio,
il viola tra le dita,
macchie soffici d’inchiostro,
picciola la magica orchestra
è dipinta nell’aria,
sei speciale sai,
penso a te.
Sento già il brivido dorsale,
le mani tremano,
la voce tua sublime e dolce
in me,
scendo e salgo,
guardo il cielo,
c’è lassù la stella
dai contorni tuoi,
illumina,
guarda qua,
si dirama in costellazione,
e così prende forma
di te.
Scorri a fiumi,
ti sento dentro me,
il cuore palpita,
la voce tremula.
E credo non dimenticherò
il tuo sussulto,
la musica della tua voce.
La notte domina più in alto,
il tuo sguardo obliquo
di nuovo alla parete,
cosa darei per vederti così,
per racchiudere
e non dimenticare più
quest’attimo,
vorrei dirti più
di quello che posso,
tu sei più
di quel che so,
fermati attimo
e lasciala impressa,
sì.
Guarderei solo te,
non vorrei mai più perdere
i tuoi gesti, i tuoi sogni, le tue parole.
Voglio te,
i tuoi occhi
e i tuoi soffici capelli,
non dimenticarti mai
di me.
Scende ora la pioggia lieve,
i pensieri non vanno però altrove,
diventi fluida come l’acqua,
pura e sincera
coi tuoi problemi,
le tue dolci esitazioni,
e io ti voglio veder
per sempre così.
Picciola mia!
Sei splendida stasera,
fantastica sai.
Serenellosa!

L’alba del domani sarà petalo tra le nostre dita
“Cosa fai lì sconfitta,
stesa e un poco afflitta,
direi dalla luce trafitta”
“Dai se proprio insisti,
tolgo il cappellino,
agito i capelli”
“Sì,
vibrazione austera,
sento in te il sapore della sera”
“Vorrei dirti una sola parola
ma la nebbia mi scolora”
“Se credi sia giusto,
socchiudi gli occhi,
col dito sfiorami,
materializzati,
l’inverno non ci può avvilire,
ti prego, dai,
non scomparire,
non dissolverti ancora”
“Deh mio simpatico amico,
non ricominciare,
io non mi soffermo mica”
“Uh guarda che carino,
il piercing e il nasino,
l’introverso giro in tondo fino”
“Ohibò,
che dolce l’hai notato,
son sicura che sbagliamo”
“Ecco che ricominci,
dimmi un po’ allora
cosa ti trattiene?”
“La sabbia, il vento,
la maglia, il tempo,
l’ultimo elemento”
“Dimmi un po’ tu,
qual è?”
“Non te lo dico”
“D’accordo fa come vuoi,
lo scoprirò”
“Non c’è numero che tenga,
ma un’unica sostanza
allora stringimi forte amore,
dimentichiamo tutto
e scopriamo l’assoluto
avvinghiati come ultimi eroi”
“Sono stupefatto
dal tuo sguardo, dal tuo volto,
dal tuo corpo,
credo che la notte
sarà l’ultima vittoria,
se il mondo crolla,
i nostri sogni sfumano,
l’erba cessa di crescere,
noi ultimi reduci
ricostruiremo la vita,
l’alba del domani
sarà petalo tra le nostre dita”.

Il Giardino di Epicuro
Goccia di rugiada,
quattro di mattina
il giardino respira di follia,
si prepara la festa frugale,
feta, orata mandorlata
e un cotilo di vin mielato.
Passa la ragazza,
capelli raccolti,
trucco accennato,
corpo snello,
vademecum sotto il braccio,
pulsione di vita in petto,
è stupendo il profilo!
Un bacio sulla guancia,
l’altro mi sfiora le labbra
con sapore fulgido d’incanto,
e poi il ciondolo e il pendente,
il braccialetto spigato,
finemente intagliato in bronzo.
Entra il maestrino,
solleva lo sguardo,
anzi lo abbassa in alto
ascetico ed intorno fa le mosse
mentre lei con due o tre smorfie
si inchina e si intarsia,
si strapazza,
vai giovine pulzella,
vai piccola frigente
e fringuellosa slinguacchiata
e decorosa.
Cara siamo soli,
cogli le asciutte parole.
Volgi l’indecente,
ci basta poco per essere felici,
dai con la bacchetta
dirigendo austeri
l’orchestra con la pace,
con la gioia,
con l’amore e la fortuna
dei nostri anelli
eliminiamo dal mondo
violenza e guerra,
le scritte nei cartelli,
i disegni sui fumetti,
sui manifesti l’orma
dei pennarelli.
Vai raccogli l’aere,
inspira l’anima della natura
tramite lo spirito diventa pura.
Vai distesi a terra,
poniamo la brezza egea
e chiamiamola flemma e purea.
Vita straordinaria,
il sussulto divino si scorge
nel semplice barlume affino,
doniamo noi stessi alla causa,
al bene comune,
l’orticello del dispetto
devastiamo coltivando il rispetto,
e vita eterna nell’amore
e nella cenere il mutamento statico e ciclico.

La ragazza di Dublino
“Spremi il tuo cuore!
Con speme scandisci le parole!”
Sto svitando cardini e cancelli,
queste fondamenta
della mia passione
sono obliqui raggi di sole.
Vasti scoscesi campi da arare,
vitali illusioni da nutrire.
Mastodontici colonne,
templi castrici a coda di rondine.
L’architrave sembra seducente!
“Cogli il fiore!”
Sono assai distratto dall’incanto del vento.
“Poni ardenti assiomi…”
Ho mangiato,
in fretta il mio panino,
struttura cellulare,
impermeabile membrana,
pompa sodica e spola del potassio.
Nel silenzio vibra un phon,
la musica ancestrale in profondità.
Livido scolo.
Canuto argine dell’acquedotto.
Potrei divagare, impostar la voce nell’anfiteatro.
“Vai tranquillo!”
Sembra divagare
la previsione astrale.
“Scorgi le scale?”
Scade la ricevuta,
alto là,
l’imposta sudicia,
la baratteria dantesca.
“In anime ribelli
la chimera del tempo”
Scesi poi bazzicando
tra le strade del borgo.
“La corrente è un po’ avversa,
mantieni la promessa”
Ero un po’ assorto
nei miei pensieri.
“Lascia stare,
resta in piedi”
Passò d’un tratto
la ragazza di Dublino.
Il flusso allora si arrestò
e mi misi a parlare.
Come stai?
E perniciosa dove vai?
Rideva, dispettosa
e cinica non rispondeva.
“A volte il silenzio è l’incubo del portamento”
Ma poi d’un tratto iniziò a sciorinar parole.
“Vedi, è fiera!”
Le sue scodelle.
“Dove è il pragmatismo?”
Accordò la lingua
in intenso spulciare indecenze.
“Non disperarti amico
lei ti vuole bene”
Allora le coprii
le labbra con un dito.
“Guarda che occhi!”
Non so,
il mondo è sul suo volto,
la storia nel dondolare,
la conoscenza nell’indicare,
la sapienza nel fiatare.
“L’atomo è in paradosso scindibile
ma il legame no,
è solo apparenza,
resta saldato”
Mi colpisce più di ogni cosa
la dolcezza che ha nel parlare
ma soprattutto
la grazia nel baciare.
L’immagine dell’assoluto
nel cenno della testa.
Dodici chiavi ed una serratura.
“Non ti distrarre,
continua a fissar lo sguardo,
innamorati appassionatamente,
le gioie al petto e al braccialetto.”
E quando smette
carpisco il suo discorso,
mi svesto dell’orgoglio,
scaccio la vanagloria,
mi fisso allibito,
bocca aperta
e lei sporgente.
“Le sentinelle del sinedrio
parlano di vendetta,
lei resta estromessa
e allora espande letizia”
Schiarisce un po’ la voce
non tossendo ma ispirando
e mi mette al corrente
degli opposti, immanenti a loro
c’è la sintesi che li ingloba
ma allo stesso tempo
li contiene e quindi
annulla differenze,
c’è un’unica sostanza
e quindi il male si scorge
solo dall’assenza.
“Le virtù son sante e beate,
dal cielo e dalla terra benedette,
se scordi ciò che c’è in te,
perdi di vista il divino”
Irrompo e mi trascino estasiato,
educato alla libertà,
alla dignità, all’amore
e alla parola.
“La simpatia è universale,
ponila come premessa,
siam ginestre vesuviane,
stringiamoci in un unico abbraccio”

Cleopatra Selene
E va la gazzella,
carta attacca,
volge intatta,
preda al corso
d’acqua,
oddio che scacco!
La ragazza morsa
dalla taranta danza,
ondeggiamento sub sahariano,
regina della savana,
estasi statica.
Warhol fa graffiti urbani,
la ragazza domata trasforma
il lamento gutturale
in lemma soprano,
indossa le borchiette dark,
la zattera a triplo tronco
alla sorgente del Nilo azzurro
va .
Reginetta a pesca in apnea
stretta al timone,
allento la corda
e il tronco divarica
in trotto,
viandante va’.
Fiori cretacei tra i capelli,
cacci lo specchio,
trucco cretese,
labbro fenicio
semi sporgente.
E in un rollio kilimangiarico
sembri crapettare,
austriaca scura.
Vai,
comica zuffa,
luna violetta,
lingua sorretta,
patina asciutta.
Sogni il megafono francese,
il punk senese o berlinese,
la dedica con scredito,
l’urletto sollevato,
la seducente ondata,
il Clysma cobalto-cinambrico.
Cambia il taglio dei capelli,
il colore dei sentimenti,
la danzetta sta finendo,
rinforca gli occhiali da sole
e pensa,
riprendi il clarinetto,
scuotilo per dispetto,
nell’indecisione mistica
crea una moda,
una parola,
o una vivida storia
già fritta,
un aspide che insidia il calcagno
della tua discendente,
la flotta nemica
salverà qualche libro?

Darkchimera
Dam dam,
le spoglie spirituali,
zam zam,
sostanza al sommo grado,
la la,
astute simmetrie,
quo quo,
superflua venalità.
E scivolo sul piano inclinato,
mi manca un sostegno,
forza trasversale
e vettoriale inverso,
sditato un po’ cucito,
svampito twilightiano,
ennesima eclisse consoliana,
ambasciata emo zigzagata.
L’espansore a incudine
falcia il martello,
l’ultima occasione,
l’incubo del sonno di ragione,
nottuccia amore,
illuminista romantico
e decadente enciclopedico,
rosa e biancospino,
acca un po’ aspirata,
capo o coda o smilza
bicocca da sfinge.
Set set,
pentole bibliche,
pam pam,
sbriga la pratica,
bum bum,
sorseggia mandorla sudamericana,
ven ven,
veltro spoglio da addobbo intrinseco.
Cado come sabbia,
clessidra formativa,
body modification
da scettro maledetto,
anello gianico e ceccato,
si fossi fumetto andrei all’inverso.
Beng beng,
golfo tarantino,
can can,
suono asciutto israelita,
bon bon,
maya nutelloso,
br br,
cancro in capricorno
uniti all’ordinata g
ascissa p-melissa
dell’equatore milleriano.

Lady Nietzsche
Agalma sbiadita
dall’incuria dei giorni andati,
non è finzione,
sei vivida in proiezione,
riflessa e maledetta,
in un angolo col libro
semiaperto,
e poi diretta al piano
ondeggiando.
Il silenzio del vento taurino,
la seduzione e l’ossessione,
natura e sonata frastornante,
pessimismo ridondante,
il bel sì alla terra,
elevazione spirituale diretta,
il litio in provetta
e sei più calma.
Dov’è la parola ardente?
dove il furore? In te si chiude
la storia come girotondo,
danza sugli specchi,
la tua gioia,
la fierezza permane,
e la voglia di sovversione,
trasmuti l’alma
e ti trasfiguri.
Booom!
Dondola la pioggia,
va.
Piange il sole,
luna altrove,
nero ardore,
corvo in Mole.
Strisciando intanto
sui rimasugli,
la vasta quiete
del sussurro
interrotta dal vascello silvestre,
le danzatrici,
la fruttaiola e l’uva,
l’intentio,
l’inaudita verdognola
pozione amarognola,
il rosmarino diluito
tra i capelli,
il rito sabbioso,
il rito tenebroso,
la voglia d’incenso,
la mitriaca valenza,
lo schizzo alla fontana scissa,
la solitudine vana,
poi la virtù velata,
la tracotanza infetta,
la magica rimessa intatta,
il rigurgito vitale,
la passione scardinata,
la sincopata arsura gelida.
Infine un ululato lontano,
poi il silenzio.

Da qualche parte
Da qualche parte,
forse proprio lì,
oltre il confine del mare,
alberga l’indicibile,
sguardi attenti, rivolte, gesti.
Sfiora il tuo viso l’inverno,
accenni un sorriso di nuovo,
piano, calma, non c’è fretta,
calma.
L’astratto, discorde, pudico,
velato cenno cinereo,
vita in versi, forse indifferenti
i gorgheggi preliminari,
eh eh, vedi la luce
intralciata dal velato
dolore lacrimato.
Dammi l’attacco,
l’ingorgo.
Dammi il soffuso,
l’illuso dischiuso,
poi zitta!
Qualche cosa dentro me
si muove.
Noci celebrali, impulsi magnetici,
meschini corsari dimenticati,
messi elettrici,
cause motrici attente,
teorie disdette, paralogismi,
canti come mandorli in fiore.
Dimmi di sì
sul predellino del sapere.
Dammi l’accenno
sul fiato ondulato,
magia del creato.
La pioggia!
È così che va la storia.
Così soffice il guanciale
del tuo corpo,
incantato il posto.
Così mi guardi di sbieco,
sempre sgocciola neve,
neve.
E scrollo le mura,
gli architravi dei miei pensieri.
Avvolte come cialdoni,
avviluppati discorsi
carichi di forza
e molecolari inscindibili,
indiscutibili, limiti intrinsechi,
a volte umidità labiali
tra me e te,
madori vischiosi,
calcoli finali,
trovami l’intro.
Dimmi lo so,
non lo trovo però.
Dammi il misto focoso
di ardore strepitoso.

DIVINO EFFLUVIO FEMMINEO TRA I CAPELLI SCOSSI DAL TUO SMALTO LILLA

Odor di Morfeo

Il talismano in su,
seta trasmutata in carne viva,
hai, sai, un’attraente colorito
corpuscolo mio,
e tu credi che crescerà il mio sentimento,
una passione mai così sicura,
un controllo segreto,
tenero e dolce della mia mente
(vai!),
ti osservo, oh superba azione!
Luce fantastica e tempo infinito
e assente, e sormontata
attenta schiuma inerme e stupita,
all’essenza semplicità distillata e raccolta,
spaventata esperienzuola dark,
esperimento ed io concentrato e intenso
(credi assurdo!)
paghi la tua eleganza
da cigno spoglio e imbellettato,
ora con te sempre conosco
impasse e senso
(puro!),
dimmi già cosa c’è
fronte spaziosa
(gli dei!),
io attendo te
quando esplodi semplicità,
l’esperienza oscura
che ti dicevo è controllo totale
dell’azione
(credimi!),
paghi eleganza attrice,
e che ricordo spande tra le viuzze
(sono qui!),
che vuoi? me? Assapora allora te,
libricino aperto,
che percezione esponenziale di sé,
e vai, vai in dune del pensiero.
Ahi! Ahi! Ahi!
Ahi silente amica! Stai in pace
(e sì, direi)
in mezzo a questo campo di fieno
raggrinzito
(ahi! Ahi! Ahi!),
possiedo te
(circolo ondulatorio)
—–
(silente amica ahi!)
pungimi concisa,
o sì, estasi!
(ahi!).
——
(silente amica!).
Son qui cigolante
e l’inverno spinge possente
tre note, odor di Morfeo,
(ahi! Ahi! Ahi!).
Non senti la bellezza,
puoi vederla e toccarla
(ahi!),
e rimastica maneggiando con cura
ciò che vuoi,
(ahi!)
nell’oblio non ti scordo,
(silente amica, silente amica,
silente amica ciao!).

Spegni la luce e cominciamo

Ma che astuta teoria vacillante
o mia capretta,
per caso collideremo,
poni sempre gli stessi assunti
e sbiadisci in un angolo
come figlia del nulla,
comunque per simpatia
la mia immagine la chiudi nel cassetto,
non si sa,
potrebbe sempre servire. Meglio, fiorire.
E ti escludi suonando
sonanti risate
o mia fulgida sirena,
che conclusione,
guarda salti i passaggi,
siamo solo all’inizio.
Potrebbe essere che mi innamorassi
o forse tu, ma in ultima istanza,
meglio divagare con le implosioni.
E poi la scusa,
hai l’entusiasmo scritto nel destino.
Va bé, d’accordo,
ma che c’entra,
che fai ti spogli,
aspetta l’alba,
ok, ok,
fallo adesso
ma smetti di cantare.
Ti inizia a piacere il discorso!
Scopri il dorso,
ti intreccio il collo dibattente
e polemico, un tantino noioso.
Ho pensato ancora a te,
lo so non è il momento,
ma fa niente. Sei rossa in viso,
dirama l’imbarazzo
e raccoglilo in barattolini di marmellata.
Poi il vero scapigliato
e da te allontanato,
raccontato in due parole
direi proprio disincantato.
Una domanda ancora?
Vai.
Comunque per sincretia nostalgica,
disperdiamo il nostro ardore
concentrato e dialettico.
Forse la soluzione te la sei data,
l’emblema della passione passata,
ci scivolano addosso i decenni,
mastichiamo i fermenti
con ogni dissuasione.
E direi che ora ci va bene
la conclusione,
pari al dito proteso
oppure tra le gengive teso.
Ed è tutto già scritto
nella declinazione della costellazione.
Allora vai,
leccami il cuore e risucchia il sangue,
sono qui ondeggiante,
dai il colpo di grazia,
incline al pudore.
Ogni cosa è già vissuta,
spegni la luce e cominciamo.

Apparenza sublime

Trapunta di stelle
mi appari chiara conoscenza,
l’incubo dissolve e salva
come caduca estate brilla nel cuore,
è iato felice e dissonante
quando trascendi ed ogni senso
è incantato ed impegnato
nella tua contemplazione,
per me dov’è l’aggiunta
e la vita e te, desiderio
che ti chiedi e mi chiedi
la pura intrusione,
la svogliata e spoglia
funzione molteplice,
(ascolta, un sussurro!).
Oh spiegami che sorta d’amore c’è!
Appare in sogno la stella nostra,
e io so che è già domani
ed oggi ripeto intatto
ogni pensiero
come ultima schiera,
ultima chimera,
(ripeti tu, seguimi, ripeti):
un dondolio col naso all’insù,
demandi ogni dove e scegli te,
pezzettino dolce,
(ripeti con me):
ascolti il silenzio percettivo,
che costrutto, apparenza sublime.
Ogni ricordo che ho e che hai,
lo sai,
ogni intensione illusa
che plasmi dal sussulto ormai,
ogni melodioso canto
che tiranneggi e scandendo fai
è di ogni remoto karmico galleggio
con mani gorgoniche spalancate,
continua, vai.
Oh mio dio!
l’emissario non sa più che dirai.
Ogni piacere che bruciacchiando
zucchero dai
è un echetto ridondante
e girovago ma attenuato,
svilito e deluso.

Per viette abbandonate

Per viette abbandonate
senti l’ombra del silenzio,
le mandrie di stuole lucide
e pure nel metrò.
Posto in cima ad un traliccio
l’inverno lo vedo,
c’è un rimando vistoso a te,
ciocchetta sbadata.
E senza rimpianti né ricordi
sei qui sottopelle,
intensa realtà. Sei l’occhiata
di sbieco di quella ragazza
beffante con un sorriso ammiccante.
Sui binari si spande un’ essenza
oscura e vistosa a fini entusiastici
per contattare ectoplasmatiche
sincerità cosmiche.
Dal lampione intermittente
improvviso il buio e sei di nuovo qui,
piccola zarina alabastrina.
Ed allora per poco non inciampo,
estasiato stilita da barbetta rasata
e aromatizzata, intarsiata di perle
speculari al tuo manto abbellito
da pozioncina ebraica rinchiusa
in vasetti di ebano etilico.
Pungono le ematiche tracce
disperse sulla tazzina da tè.
Banalità imbarbarita e balbettante,
banalità indecente e veemente.
(Parti o mia vocettina nell’alba e trovi me).
Per viette solitarie
l’ombra implode
e si richiude nel tuo palmo di mano.

Scherzetto

Quando il chiarore
dipinto discese sul mio polso
sentii in me il tepore del vento
mischiato all’incenso.
Ma che piacere intenso
il vederti svestita tra le ariette,
le foglie e i giornali.
Sublime il tramonto
stendiamoci sul pavimento stellato
e in un istante componiamo indecenze,
la nostra vita risponde.
Ma che dolcezza il tuo volto,
che sapore il tuo labbro,
carino il ciuffetto,
il tuo fare perverso.
Sbrinavi clessidra inversa
sulle onde del mare,
la tua sapienza lanciava
segnali di passione e d’amore.
Ma cosa dici?
Stupenda sei e resterai
se dai tuoi occhi
il fervore mai spento conserverai.
La falce della luna
lentamente il silenzio trinciava
e loquace la tua lingua
il sale assaporava.
Ma che furbetta!
Con gli occhi dischiusi,
e che giretto tornante
il tuo passo danzante.
Quando improvviso
il tuo ardore divenne azione,
in palpito fremente
tirasti la somma del mio cuore.
Ma come sei bellina
con gli occhietti chiusi!
sogni il futuro, il destino,
il vino e l’infinito,
poi scocca un basio.

Bocciolo nel tepore mattutino

Sorridi disincantata,
quell’espressione svanita,
esplosione di colori
nell’alterigia seducente,
una parola vorrei dirti
ma non so andare oltre,
graffia il fermento
il tuo sguardo sicuro
e sei nei miei sogni,
nei pensieri, nei gomitoli
teneri di speranze perdute,
infrante e disperate,
hai già deciso ormai,
io cosa sono ora,
l’ultimo frammento
del tuo disprezzo,
il punto che non tiene
del tuo discorso,
sono il vapore del tuo treno
in partenza,
io me lo sento,
forse non ce la farò,
non riuscirò a dimenticare
le tue mani docili,
magari l’occhio tuo cadrà
sull’ultimo rigo e dal vile silenzio
un rapido ricordo volerà
fino al mio volto.
Splendida luce delle mie notti,
colore dei miei giorni,
furore delle mie rivolte,
splendida non puoi dimenticare.
Inchiostro di pagine oscure,
rossetto impresso sulle labbra,
brina mattutina,
non puoi dimenticare.
Guardi dal finestrino,
il vento ribelle scuote i tuoi capelli,
l’orologio tiranno,
l’ansia del domani,
io più ti guardo più stringo il dolore,
più mi rinchiudo,
bocciolo nel tepore mattutino.

Nel bosco incantato d’inverno

Quando il colore di mille parole
discese sul viso
tu muta piangevi e guardavi,
la traduzione ostile pungeva
il sapore della notte disarmante.
Ero distratto,
tu pronta all’assedio,
gradisci del tè? ho i biscotti,
gli ultimi gemiti con occhi
sbarrati e sognanti,
teneri come le storie
che ardita racconti,
che piena di vita lasci appese,
scordando di essere unica e grande.
Quando dal bosco incantato
d’inverno mandavi segnali
col fuoco e col vento sincera
dipingevi le tue intenzioni su tela
e fu subito primavera.
Eri un fumetto intarsiato
di gelso emanavi un sospiro
tracciando di netto un sorriso
che estasiava i confini di ogni nazione
svogliata, di ogni popolo che pendeva
fremente dalle tue labbra,
e tu non dimenticavi
di essere ciò che da tempo il mondo
aspettava, ciò che da tempo ognuno di noi
nel suo cuore celava.

Estrella danzante

Vola con lo sguardo al di là,
più lontano che puoi,
vedrai allora che una folle ragione c’è,
per sciuparsi allo specchio distratto.
Ed i tuoi sogni irrompono,
si infuocano le tue parole,
chiedi di assediare le stagioni
avverse e monti i tuoi stessi versi,
vai in avanguardia.
Sfoderi il denso tuo portamento
glorioso, pronunci l’indicibile
e giochi buffa e altera con le tue formulette,
vai.
Trotta,
lentamente ondeggia e trotta,
colma d’oro bianco
l’armatura della tua apparenza
ed armi non ho, dici,
che non siano rivolte d’amore,
in congiunzione decorosa ai tuoi gesti
è la natura sovrana alleata
di tale superba altezza
che non soccombe al silenzio
ma accresce la potenza con la sua incoscienza
e con la sua incoerenza turbante,
la natura è strisciante,
e con un bacio stordisci
e stendi fendenti possenti,
più dolori non hai,
più timori non ho.
Magica tempesta vistosa
dal tuo indice proteso,
leccornia dei miei occhi
i tuoi assordanti frastuoni dolciastri,
sinergiche forze,
e l’elmetto di Atena ce l’ho, dici,
e riparte l’attacco non c’è pietà,
l’indecenza nascosta dal nasino
sbatacchiato e il nemico non regge,
il meschino colore atroce
è svilito e annichilito dal tuo reverse,
dalle tue note invertite,
inverse e perverse,
e gli anfibi ce li ho, dici,
e stupita sorridi,
nessuno resiste al tuo amor.
Lampo etereo dinnanzi a me,
accomodi il destriero e ti avvicini,
sussurri tre parole
ed a mille va il cuore,
tra le mie rose colte,
le tue donate,
le nostre impresse
e le altre intatte,
l’aurora dei piaceri
e foglioline masticate,
una leziosa melodia.
Estasi diffusa,
sapori d’estate non dimenticati.
E fischiettando te ne vai,
tra i cocktail e gli spray alla parete,
e seduto al tavolino
noto il volto fuggito agli sguardi
e ai rumori,
riparte la musica a dismisura,
calibrato l’addio,
temperato il tuo desio.
Vai, piccola guerriera,
la tua fuga è una vittoria altera,
vai dolce mia principessa,
è colma d’entusiasmo la nostra resa,
vai regina d’assenzio,
mentre mi dilungo ti dissolvi
e sorridi, furbetta strizzi l’occhio
e sorridi,
vai signora del vento
il tuo ardore vivace
è il nostro encomio
e la tua eterna pace,
vai streghetta misteriosa,
la tua storia vibra intorno
come ultimo rigo
del mio canto intonato
ai bordi del mare agitato,
vai ragazza
che del mondo
sei l’unica cosa degna d’esser vissuta,
con un cenno voluttuario
getti l’ultimo bacio.

Ancora sorge il sole dai rami

Vento di sapori
perduti nell’aria.
Ricordi di giornate volate
in cima a un pioppo silvano.
Segnali di disturbo.
Poi un’ondetta di fumo.
Ancora sorge il sole tra i rami,
le passioni sono eterne,
eterna la tua fronte,
una delusione,
il tempo atroce,
un invito posto già dai fauni ammoniti,
magari fai la “V” con le dita
e poi digrigni i denti,
così scuoti la testa
e getti stralci di pensieri,
mi viene in mente il sorriso,
quel tuo asso occultato,
lo giochi quando vuoi
o magari ancora lo celi
alle spalle della gente,
lo lanci e torna indietro,
la frutta assaporata con dispetto,
ti scappa un accenno doremico
e dissolvi la noia sartriana
in questione bardata con maestria
dalle tue soffici mani
e indirizzata a chicchessia
(e già lo sai).
E resto alle pendici del silenzio,
dell’eterno turbamento
e dopo mi svesto, mi pento
dell’inclinazione e della delusione
(e già lo sai).
E scandisce la termica potenza,
trasuda la tua essenza trasmutata
e trasfigura il corpo
(oppure dormi?).
Le voglie ora più forti
gemono nel mio petto,
è tutta una rivolta
tutto un fracassante fermento,
le soglie del domani
sono già arricciate e dorate,
le mie umili intenzioni,
le tue etiliche serate,
roteante la saetta,
non hai età serene né godimenti
pei tuoi occhi, dolenti gli zigomi perversi
e caruccia l’ispirazione, i cirri fenici
restii all’assedio.
La tua parola mista all’ardore
è il portento reso manifesto,
la tua disinvoltura ribelle
è tepore sulla mia pelle.
Forse non è cominciato
tutto ora,
nasci ai primordi, la pace primordiale,
la musica ancestrale delle sfere,
la rivolta senz’armi di passate ere.
Forse da questi tumulti
figli del piacere mistico
e sovrano della passione sovrumana
senti il calore delle mie braccia
e protendi i tuoi progetti
a candide promesse perverse.
La frescura mattutina
mi ha liberato i polsi,
refrigerio della mente,
percepisco l’assoluto estasiato,
rigenerato,
rinasco per sempre
dalle spoglie del passato,
dalla cenere del potere maciullato.
Questa tua agitazione delle mani
rampicanti su pareti
mi ha ridato la forza
di distruggere con garbo
l’ipocrisia ferita dal nostro entusiasmo.

Disgusto

Mi verrebbe
da vomitar le mie parole
sul corpo grassoso
di quell’imprenditoruculo milanese
che se impalato magari gode.
Avrei una voglia di donare
la mia saliva
a chi perde i capelli
nelle idiozie economiche,
nei miasmi giuridici striscianti
a livello di inciucio da comare.
Puoi pure divagare,
dal microfono la bocca allontanare,
ma un quadrupede servo
di ipocrita morale resti o mio caro!
Dimmelo omucolo che viene dal nulla
e lì tornerà cosa significa
distruggere i sogni di un popolo,
drogarli con spettacolini televisivi
da circo.
Dai,
che tu sei lo stato e la legge,
mia pecora belante
fai ancora una battutina idiota
che il mondo ride.
Vai cagnolino caccia la lingua,
sei meglio di un filmucolo anni settanta,
la studentessa in gita con Bercoglioni.
E magari ci divertiamo,
due o tre soldi te li diamo pezzente,
soldi dal retrogusto di fogna,
come sei carino mio ratto
malandrino.
Guarda piccolo uomo,
che l’Italia non è come credi,
la gente coi tuoi specchietti
non la puoi troppo a lungo ingannare.

Ninfa alla sorgente

Si agitava come Ninfa alla sorgente,
che frescura dalle sue mani,
e leggiadra cantava:
“ove Amor co’ begli occhi
il cor m’aperse:
date udienza insieme a le dolenti
mie parole estreme”,
poi atroce si spogliava.
I
petali nuovi della primavera
gli dipingevano il corpo,
sapevan di pesco le soffici membra,
entusiasti i suoi denti sfidavan le stelle,
biancheggiavan le fronde,
era l’apparenza manifesta
della sublime essenza,
muta declinava.
Sorta austera la giovinezza
dai capelli vorticosi,
se fosse provenzale
magari direi senza esitare:
“lei tutta nuda si bagnava”,
disse di sì.
E quest’umile principessa austera
stasera ha fatto tardi,
alla fermata del metrò
si è messa ad ammirare ed ammaestrare
le sue docili belve, come gode
nel mutare le strofe,
nel sovvertire i suoi sussurri
rendendoli puri e oscuri
portando il tempo, la metro invertita,
intanto distilla i fiori.
Vita dalle braccia scagliata,
orma dell’eterno,
dai tuoi occhi un solo cenno,
io ti ascolto, come dici?
gradisci un caffè?

La sigaretta accesa

La sigaretta accesa,
il mondo gelato,
le mie convinzioni
intente ad eludere paradigmi,
magari domani
pioverà in biblioteca,
addormentarsi sui tomi
delle tue illusioni e poi strappar
le mie delusioni e dirti d’un fiato…
Vai convinta, mia speranza,
vai taglia i ponti,
vai getta fondamenta del pensiero!
Cambiare moda e costume
con un cenno di mano,
anticipare, plasmare e dirigere
la società e gli interessi,
sentirsi dio in un istante,
poi trovare il limite nella noncuranza.
Cazzeggiare e fare domande
nel volterriano palazzo dorato
che non ne ha bisogno,
aver da ridire,
sprigionar l’assoluto
sentendosi dire: embè?!
Capir che l’infinito
per loro son due spiccioli,
un palmare,
e una macchina lucidata,
ed allora stanco e svilito
ti dico d’un fiato…
Vai mia speranza e mio amore,
vai mio unico futuro
che tu ce la fai,
vai annienta e crea
i nostri castelli voluttuari
e fermi,
vai ora parla tu,
vai.
Dare importanza al silenzio
in mezzo ad un fracasso
cui non si fa più neanche caso,
contar i giorni aspettando
la morte o i sogni.
Vai tu, vai tu,
continua ad inventar storie,
vai unica verità, vai.

Gioco di specchi

Lo stereo sembra muto,
la vibrazione è un istante
che risplende tutto intorno
e percepisco l’infinito in me,
il cielo stellato, mi accorgo,
altro non è che la morale
che ho dentro,
non credo di ardire
se il petalo brillante di brina
più prezioso è un dono
che cedo a te.
D’un tratto si impone il mio riflesso,
mi chiedo “io chi sono?”
e l’unica risposta che trovo
è nulla senza il sostegno di chi
indefinita e trasparente
è solo un’immagine contemplativa,
dolce, carina e femminile
nella mia mente.
Noi due distesi a terra,
ricordo che tremava il cielo
e la terra, tu sollevata ed io inclinato,
dove sono finiti i tuoi capelli?
L’alba, ancora lei,
ed io che muto la guardo
e assaporo le illusioni leziose,
non credo sia tra sogno
e realtà se collidono e si intersecano,
se dialettici si annichiliscono
e plasmano ancora te.
E magari che pretendevo?
È giusto che così resti,
è giusto così.
Ma non mi arrendo,
no.

Nuova Babilonia

Traccia i tuoi sogni
su rotoli infuocati,
e dissacrante dì di sì,
ogni bene si eleva
e scende in te,
il tuo corpo riflette
l’anima in forma di spirito
e dai tuoi occhi il fremito
già sa d’eterno,
il sole invincibile,
la luna imbattibile e seduttiva,
si imbandisce l’altare della pace,
arde la piazza della nuova Babilonia.
Ascolta la oscura
e limpida melodia,
dalle tue mani già si intarsia
il cielo, i sette candelabri
e i tre stendardi in rivolta,
con l’erotismo soggioghiamo
invidia ed ogni forma di violenza,
annientamento o morte,
poi la terra oscilla
insieme alla tua testa,
senti che il mondo è tutto qui
nel tuo palmo
e sprigioni l’atroce fascio cromatico,
lo sai nulla ti può fermare,
volano assieme buio e luce
figlie l’uno dell’altro mutamento.
E tre parole striscianti
graffiano i vetri.
Sogni misti alla musica
e le solfuree sensazioni,
viaggia la mente,
sfiora nuovissime terre, mari
e si libra nell’aria appena nata.

Berecyntia

Nube d’assenzio
discende lieta
sulle tue forme perfette,
un nuovo giorno avanza
e si dipinge lo spettro della vita
tra storie colme di verità,
anzi la venuta di mille colori
esplosi tra i rami spogli
un desiderio rompe ogni attesa
e si impreziosisce la tua fragilità,
un simpatico refolo
ti schiarisce la voce
e la realtà bianca e pura
è il tuo potere,
il solito crescendo tra le foglie
è l’apparenza dei tuoi capelli
di rame, dei tuoi sogni innocenti
e dei tuoi cenni perversi
di generalessa alla mensa
del sapere con l’elmo e il candore
di parole ferme e frementi
mentre scorre il tempo
e resti la ragazza di sempre,
la dominatrice di ogni sussulto
e di ogni canto.
In cima al monte bendata
sei il refrigerio dei miei pensieri,
la fonte dei miei desideri,
passano i mutamenti,
ritornano all’origine anche quelli,
ai ricordi dai forma e vita,
unito al cielo il tuo fiato gelato,
congiunzione dello spirito
tra labbro e fronte,
segnali occulti tra i righi,
spazi che colmano le indecisioni,
chiavi svogliate e da te sincronizzate,
mantieni il tono di voce
e impassibile ti addentri
tra i tuoi trastulli artistici,
creature immortali
alla tua sinistra,
stendardi e simboli
a destra,
mille diademi e l’assoluto
poggiati sul capo,
sospeso il giglio
e l’acacia tra i denti,
il leggio lì innanzi
emana leccornie d’incenso,
è tutto pronto,
inizia il folle e ardito sbarco.
L’attimo di silenzio
è riprodotto dal verbo muto,
l’aura alle tue spalle si infiamma,
si inerpica il violaceo riflesso,
tutto è stato detto,
togli il velo del giulivo
e del tragico incanto
e si arresta il flusso,
si intorpidiscono i sensi,
voci lontane sono un unico coro
e la linea delle cinque sostanze
un’unica barriera di forza,
l’uno invisibile diviene percepibile.

Pensieri silvani

Ad ogni modo
sto già disegnando i tuoi capelli
e smacchiando il volto
e il segno emerge del tuo pallore,
gelido il fiato inebria gli occhi
e i sensi invadono
le parole intracciabili,
vibra e si espande la tua effige
lungo radure di passioni mai sopite,
si unisce il tuo corpo
a ululati ancestrali e a suoni
pitagorici ma dionisiacamente intrepidi
e gementi mentre io col flauto traverso
mi assopisco tra la macchia
e la brulla gentilizia e cortese.
Il rimmel viola è l’ultimo baluardo
dello sfinito sentimento
notturno rovinato sul guanciale,
il lucidalabbra incantato
ed elettrico inonda la sponda
della mia ultima e definitiva verità,
poi oscilli tra i pendenti
che coniugano assurdi predicati
sanscriti e triplici risvolti annebbiati,
il fumo impone delusioni di catrame
tra i più astuti invernali scuotimenti
mentre io riposo derubato
dal me stesso più autentico
dimenticato e ridotto
ad ultimo brandello del silenzio,
a vuoto oggettino incendiato
e incenerito.
L’erba lì intorno delimita,
la mia essenza è in rivolta,
la mia voce sibila,
sorridendo mi eclisso,
a testa alta mi smarrisco,
intesso i resti del futuro
mentre tu guardi la mia agonia
intimidita ma altera.
Ad ogni modo
sto già dimenticando il mio sogno
e sono pronto a subire ancora
il giorno.

Spalanca la porta del tempo

Luce,
questa luce promana,
giusto un giorno di pura dualità,
cavalco rampicante in cima,
le ali dischiuse e gli occhi intensi,
sparge ardore alle mie spalle
mentre in fiamme implora
la città nuova,
o mia piccola sorgi fenice,
così hai già pronte le tue risposte,
o non lo so.
Torni lì, amor mio,
colmami, costruisci,
torna in me magica quiete
possente, colmami ancora,
confondimi, affonda i costumi e gli usi.
Scippa pure i tormenti,
inventa nuovi smeraldi
di concetti distribuiti
da alberi rovesciati,
radici in cielo,
frutti alla mia bocca sospesi,
mani protese,
nuovi animi rivoluzionari
tra un amplesso ed un altro,
e non c’è nulla di nuovo,
niente di che,
qui ed ora
la tua immagine magica.
Tendimi verso il cielo,
dimenticami nel nuovissimo ricordo,
controllami, costami un arditissimo
atomo siglato ed autenticato,
chiamami con echetti boschivi,
illuminami, costituisci l’ultimo intento evaso,
coprimi,
erbette velenose.
Vai dondola,
freme l’altalena,
vai canta,
si oscura la limpida sera,
vai soffia,
c’è aria di primavera,
di morte e di sublime
e tenera corinzia
e vandalica effige,
spalanca la porta del tempo.

Età berlusconiana

Divora cellule comunitarie
questa violenta età commerciale
e societaria,
di interessi, soldi e vili
promiscuità preedeniche,
il caos paleolitico domina ancora
ed impone nuove lotte sovrumane
per il possesso di terre,
di carne e di pelli.
Abominio che il popolo
della lingua musicale e somma
possa resistere nell’ascoltare
le banalità industriali
e i sogni di potere di un coglione,
perché il popolo dell’umiltà
e della grandezza abbocca ancora
agli ami orripilanti del successo
vacuo ed immediato.
Poi senti un cretino borbottare,
due folli dire siete meno della merda
mentre i destinatari applaudano
al plebiscito e alla sentenza,
siamo noi la soluzione ai vostri problemi,
voi pensate a lavorare.
Non riesco ad accettare
che si scelga il gabinetto in base a
prestazioni sessuali e a corsi di due mesi,
non riesco a dar fiducia
a chi distrugge senza
le capacità di ricostruire,
e vedi ancora le svelte scimmie
che abbrancano e arraffano,
e poi si mettono a giudicare.
Non riesco a digerire
i sorrisetti viscidi
di un ottantenne paranoico
neanche attraente
che paga e crede di comandare,
e possiede non avendo nulla,
e gode non amando nessuno,
e piange non avendo mai sofferto,
o lurida e meschina maschera di te stesso,
vedrai che sei tu la bestia da soma,
continua a strisciare!
Vedrai che l’anima mundi
non la puoi comprare!
Continua pure a dimorare
nelle tue caverne a divorare,
continua ad esser predatore
di chi è senza unghie,
continua a fare la vittima sacrificale,
un giorno capirai
che non hai lasciato niente
che non sia polvere e distruzione,
la storia ti ricorderà
come l’Erostrato
della dolce civiltà
dove il bel sì suona.

Placida riposi su un tappeto di ortensie e di brina

Dolce serenità
risplende lieta
dai tuoi occhi
mentre il vialetto
si intreccia al tuo stupore,
al tuo muto gesto,
corpo d’incanto,
forme di pianto e riso,
intracciabile il respiro.
Arde il palazzo degli innamorati,
un canto s’innalza,
o mia luce,
mio empireo sospiro,
le notti ai piedi del tuo desio,
o mia ombra ansimante
prolunga i cenni,
immergimi ed esitante
porgimi il tuo saluto
come rimpianto sciupato
del giorno ormai passato.
Sorge dalle tue braccia
il sentimento e la passione
della mia età,
mi porgono le tue capienti
mani il manto ardito della verità.
Poi racconti le tue trame,
dici astrusi tuoi sofismi,
i tuoi siderei intenti stesi
e sfiniti innalzati dalle mie parole
e dai tuoi pensieri,
mi possiedi ed entri in me,
già sogno e quindi percepisco
l’aroma della maestà inviolata,
il sapore della bellezza somma
appena nata.
Il color vivace
dell’impronta umana
ascende e l’accoglie il ciel
quella tua encomiabile presenza,
il coro di mille serafini,
un paio d’ali trasformano
la tua perversione
in unica innocente realtà eterna
e lodo il coraggio invincibile
del tuo stupore irresistibile,
bramo te dal basso
e aspetto in meditazione
tutta la potenza
del tuo imponente terzo occhio
incontrastato e innalzato
a gloria d’altare.
E dallo scranno
anche l’intelligenza divina
ti cede il passo di candidezza vestita,
di gioia la tua maestranza infinita.
Sì, luce soffusa di ogni cattedrale,
simpatica vestale,
il fuoco si riaccenderà nel tuo tempio
e insaziabile sarà la folla in fermento.
Aprirà il nostro sogno
il clamore della più fervida rivoluzione,
della più intrepida immaginazione
resa atto dall’infinita oppressione
della gemente volontà martoriata
dall’inaudita arroganza plutocratica
e destinata ad un’infima resa.
Poi l’epifania dell’assoluto
sarà un intenso naufragio
tra flutti di speranze indomite,
poi tra noi le eloquenti assenze
segno del tempo nostro suddito tiranno,
preda dell’ultimo affanno.
Dischiuso il libro,
fugace lo sguardo,
disperso il senso,
amo il tuo mistero,
siedi sulle scale del pensiero,
cori cobalto intarsiano i frammenti,
dall’assoluto fisso e immutabile
nella nostra mente
componiamo il relativo,
specchio l’uno dell’altro infinito,
emblema dell’indefinito
a vivissime lettere composto
e deposta la morale.
Placida riposi ora stesa
su un tappeto di ortensie e di brina.

Ragazza d’Europa dimenticata

Dal silenzio
un ricordo invade il mio corpo,
guscio socchiuso per intuite
realtà celate,
la fiamma da gloria è accresciuta
e i segreti dello spirito son manifesti.
Per spiagge di sera
inumidisci i tuoi occhi dissacranti,
il trionfo dell’uno nei movimenti tuoi.
Oh maraviglia
vederti sgargiante
che premi l’indice
sulla mia fronte
e mi sfiori le labbra!
In questa follia d’amor
non c’è altro che te,
ragazza d’ Europa dimenticata.
Al fragor delle onde
scuoti con il tuo assurdo vagar,
accendi le stelle
e assapori distratta
le conchiglie al collo
come fossero caramelle.
Oh bellezza il tuo piede fermo
ed in avanti proteso!
Oh goduria
il sorriso sbarazzino
e il volto da cherubino!
Sembra già che per migliori acque
alzi le vela la navicella del mio destino.

Uniti all’imbrunire

Uniti all’imbrunire
tra i nostri entusiasmi
e le illusioni
non ce n’è più ormai di spazio
per sbandierare le passioni, sai.
Il vento soffia già,
parole non ne ho
e tu non ne dai,
nell’indicibile germoglia il tuo sospiro.
Potresti aderire a un nuovo fermento
ma sfinita deponi la banderuola
del nulla, ti spingi ancora
oltre ogni confine,
mi stringi e dici
non ci sarà mai fine
ma comunque il verdetto
è stato estratto,
cara mia amica
inauditamente bella stasera,
siamo smarriti tra i nostri discorsi
ignorati e d’altronde potremmo
qualcosa di seppur lieve modificare,
non tutto andrà perduto allora?
Ridiamoci su!
Posi un tempo assunti
tra i tuoi silvani capelli,
a volte corvini a volte cinabri,
il braccialetto con grazia lo sfiorai,
alberi maestosi tra le vivide speranze
sottomesse rinacquero,
noi eterni,
noi soli al mondo,
noi padroni della natura.
Uniti i nostri destini,
non c’è violenza alcuna
che divida ciò che l’imprudenza
ha in onor sublimato,
poi non c’è possibilità
di arrenderci
anche se trafitti, dal buio
e dall’ombra beffiamo
e risorgiamo.
Il vento non dimentica,
le dolci bestiole col musino
accarezzano le nostre gambe,
l’indice in numerazione assurgerà
a limite unico di verità
e il per sempre sarà
la nostra più profonda realtà.

Processo alla Lamia

“Calpesta il crocefisso,
sicuro non ne morrai,
non siamo nati per soffrire
ma per ridere e danzar.
Parto per altri sentieri,
mi aspettano nuove età,
l’ombra coi suoi misteri
è l’unica salvezza.
Nel godimento sfrenato
non si arresta il riposo,
tra riti egizi di sabato
sboccia il vero amore”.
La ragazza tradotta
con forza dinanzi la corte
restò a testa alta
e con un sorriso di sfida
spalancò gli occhi,
le altre sorelle distanti
legate a ruote appuntite
invertivano il loro umile sentire
e come premio
folli confessioni
poi autenticate.
“Eva airam
aitarg anelp sunimod
mucet atcideneb ut ni
subireilum te sutcideneb
sutcurf sirtnev iut
susei atcnas airam
retam ied aro
orp sibon subirotaccep
cnun te ni aroh
sitrom eartson nema”.
Dimentichi del verbo
lessero l’astuta sentenza,
Bartolo da Sassoferrato
il parere contro le donne
mai lo diede,
siete adusi a falsificare
come con l’atto di Costantino,
mi sembra sia chiaro che per voi
se non sottomesse siano pericolose.
“Si quid in me non manserit
mittetur foras,
sicut palmes et arescet
et colligent eum,
et in ignem mittent
et ardet”.

Danza mattutina

Si aprono le porte,
entri il destino,
mistero del tuo viso,
il tuo cavallo bianco e alato
è l’intimo mio fiato,
perso il sostegno,
rinato il sentimento.
Agghindata da corone
e fasci di luce,
tre fiori alle giunture,
senti il mio tormento forbire
un languido lamento,
capovolta la carta,
lanciata l’unghia alla ribalta,
lo smalto dirompente in furore
sorprendente.
La positura assunta
è uno stralcio di vendetta,
ai piedi la succosa uva,
inebriami il palato col passo pervertito,
la curva della vita a circoli tornanti,
due limpidi diamanti
ritornano in germoglio
tra i preti nascosti del tuo cuore,
è un attimo e l’ altrove
è un assioma indiscutibile,
la mano stesa intera
su labbra sognanti,
spallate diroccate
tra i viaggi
e le mattine divine sciupate.
L’ospite inquietante
ti cede il passo,
nel nichilismo
il tratto di matita,
non c’è più arte
che stia al passo col costume,
dov’è finito il canto?
dov’è la partitura?
dov’è la tela dell’incubo
che svela aforismi notturni?
le percussioni e i sussulti violati
da baci miscelati di gemme
in sé trafitte,
così stroncati e assaporati
da inutili ingordi palati,
melodie in sordina
tra l’ultima goccia di brina,
tremula la foglia,
si inonda e poi si spoglia
della primula l’ultima onda.
Sulle scale riallacci le ali,
sei pronta a planare
su vermigli praterie,
una baraonda nel ricordo
del passato,
scuoti il maraschino,
secerni un invettiva
imboscata e disillusa,
l’ascoltatore muto,
sul ripiano l’ultima missiva,
nel petto l’intima riscossa,
bianca acacia colta.

Sweet trip
E quando finiscono le parole
resta il tuo corpo steso
tra i rifiuti il senso
e il tutto in te,
tre gocce rosse.
Frammenti delle idee
inutili e umiliate,
ignorate, l’oscuro velato
sugli occhi, spine
le rose pungenti,
cosa vuol dire un addio,
un luccichio di vetro,
non c’è più realtà,
e le tue calze in vista
tra i rami e il vento tiranno,
tra i sogni oramai deposti.
Questa vita più non ha fluorescenze
e quindi speranze, muta e stupida
ti invita ad un’ eclissi dei ricordi.
Pullula nel sangue la sostanza,
contrasti nella stanza della mente,
il tuo ultimo gemito e poi
un desiderio remoto,
l’amore che brami distante da te.
Basta,
dici tradita dal Fato,
costruire l’intenzione sciupata,
così finisce tutto?
Fosse mai cominciato qualcosa,
a iosa sul cucchiaio il limone,
prendiamo, ti va? Un tè assieme?
Magari sì,
non dir così,
il tempo scorre,
i secondi smeraldi rallentano,
la pioggia ti bagna le gote perverse,
ed è già notte,
un urlo instabile
e l’angoscia dell’oggi,
del nuovo sé,
incostante il sillabare,
disforia e sinestesia,
euforica paura.
Avanzi lenta nel campo,
incubi incisi incunaboli desti,
immobile il verso diretto
alla meta schiarita,
rauca, romita.
Qual è il prezzo della felicità?
Gli echi sull’ultima corda
son elettromagnetici richiami,
ci vai.

Tu visino buffo

Hai trovato nuove possibilità
tra le carte sciupate dal tempo
e comincia una nuova età.
Volevi dare spazio
a chi non ne ha bisogno,
volevi andare oltre la realtà.
Tu visino buffo cambi già,
da ieri si trasformerà,
si scaglierà, il mattino
sorgerà incauto per te.
Sul muro impressa
una stella,
ti pare possa immaginare altro?
il tuo nasino all’insù,
ah come non far virtù
del tuo intelletto supremo!
Ti vorrei sospirare
come fai tu all’istante
coll’effluvio del senso,
piene le otri delle intenzioni
nel campo delle passioni
e le ali delle illusioni
sono già su di te.
C’è un fruscio di parole
che viene verso me
ed è brivido in versi il tuo volger
lo sguardo fuggevole qui,
sei già intatta nell’anima mia.
Ti vorrei ritagliare
e imprimere su filigrana,
dalla neve sulla fronte
preme l’intrepida sponda
della rimembranza,
le nuvole son fisse già su di te.

B

Mi stordisci con le trame
subito imparate,
con le parole confuse sussurrate,
con i sogni soffusi del timbro di voce,
ok continua così.
Vibra la corda su distese infinite,
è un protendersi il tuo braccio
verso realtà sopite,
destate dai tuoi accordi,
fresche mattine,
ok l’aria è già buona.
E parti spedita,
non ti reggo più,
inizi a sciorinare sofismi musicali
così dolci e così chiari
che sembra assurdo
non ci abbia pensato
qualche divinità a modellare
il corpo con tale maestria,
con sì velata umiltà,
possente verità.
Assetto da occidentale
composta assumi nella tua posa
inebriante, le bollicine pizzicano
l’arpa ed è il verso concatenato
al portamento,
ok va bene così.
Sentimento sancito
da verdetti inflitti dal tuo dito,
da quel segno che rimanda
a una speranza espressa,
sembra quasi che la natura dica:
sei tu l’unica via.
Non c’è fine allo splendore
nel tuo regno incantato,
farfalle svolazzanti
in mille varietà cromatiche
inondano me che sono sabbia
e tu tranquilla resisti e sorridi,
o mio dio come fai
a non perder i sensi a tal suprema,
candida tua bellezza?
Vorrei tracciarti indelebile
come se tu fossi la stagione
prossima all’introversa esplosione
che in manifestazione
giubilante mi estasia
e su di giri batte il tasto
sulla tastiera con te che mi possiedi,
entra in me una tal gioia
che solo il bacio impresso
sulla mia sfinita fronte
può di più,
e già lo sai.
Sapori di ogni sorta
e di ampio respiro
nel trepidante sorriso
che investe l’aere di effluvi suadenti,
risplendono ancora
come stelle i tuoi denti
e nell’illusione sei già
in tensione riarsa
e saturnina danzante.
Vorrei per sempre
stringerti tra le mie braccia,
cantar fino a tardi assieme a te,
fuggire dal mondo
e trovare me nei tuoi occhi,
va già l’ultima nota
della nostra canzone,
dici già
la la la la la la la la,
io ti voglio come mai questa notte,
le tue mani trepidanti su di me.

Un’onda gela i tuoi occhi

Gemi,
tra i residui dei nostri domani.
Un’ onda gela i tuoi occhi
nel vorticoso ingorgo
del nostro eterno
mare assorto.
Pensieri spersi
nel desio mattutino.
Destini indomiti e sommi
al calar delle tenebre
sui nostri corpi.
Sensuali sapori notturni
sulla tua salata pelle
intarsiata d’ allori.
Godi,
percepisci il fremito di mille rivolte,
l’Europa masticata,
l’Africa violata,
corpo sedotto dalle mie passioni.
Non dissi parole
che non siano infinite.
Odi,
il pullulare cromatico
dei nostri destrieri
privi di brade.
Innalzati,
nulla fermerà la verità.
Scrivi,
speranza ultima deposta.
Leggi,
memoria ellissoidale fluente,
sgorga tra le fronde,
assapora i frutti dolci
della conoscenza,
dove non v’è bene,
dove non v’è male,
dove non v’è altro
che non sia amore.

Melodia al Gesù Nuovo

Allora è vero
esiste quella melodia
che in silenzio ci guidava
nella piazza,
era già intuita
dagli artisti di strada,
noi abbracciati
su di giri
trasportati dal suono intenso.
È così,
è impressa sulla facciata
del Gesù Nuovo
in aramaico,
quante notti d’estasi
ci vibravano il cuore,
l’erba nella mente
spalancava le porte
della nostra percezione,
il silenzio,
poi un soffuso sentimento.
Casomai di me ti ricordassi,
spalancando gli occhi piangeresti,
nostalgia
e desiderio di abbracciami
ti dipingerebbe il volto,
sì oramai non ne vale la pena,
ma ricorda avremmo cambiato
il mondo,
io e te, infinito dentro me.
Come vorrei che cambiasse qualcosa,
il tuo sguardo forse il coraggio
mi darebbe,
ma siamo ormai lontani,
te ne prego volgi gli occhi
verso me,
fidati,
stringimi le mani.
La notte copre candida la città,
mille luci sono la unica verità,
io ti vorrei ancora a cantar
ma è assurdo,
comunque potremmo ora
davvero cambiare il mondo,
tu sorridi
e l’ultima carezza mi porgi sublime.

Madame Tolkien

Adagiata su terre perse,
i ricciolini neri sublimi,
lo ammiri il tuo ciondolo
dall’arcaica incisione ,
sospesa vibrerai
dipinta di potenza.
Brami nell’abisso,
sgorghi a cor trafitto,
forse nulla ti rimane.
Parlerai alle stelle con grazia,
forse entusiasta sorriderai ancora,
un passante ti guarda e ti strizza l’occhio.
Carica di illusioni vibri
tra l’inconscio e le passioni,
la lingua prebabelica
ti cede gli affanni
e tu come ultimo fiore la cogli.
Io ero sperso sui bordi del definibile,
tu muta mi guardasti
e con un cenno il mio cuore colmasti,
ora vivo per te.
Quel vestibolo nella positura
atroce di templi dimenticati
era una intima rivalsa,
contemplavo l’immago in silenzio,
forse si è trattato solo di un istante,
ma non voglio dimenticare.
Madame dell’intelletto,
Madame del logico discorso,
non posso ignorare nella notte
il tuo volto perché ogni cosa
ha un riscontro esplicito
nel tuo corpo,
ogni cosa respira sulla tua pelle.

Ritmato il verso

Ritmato il verso,
posto l’inverso.
Sorge un luccichio,
vibra il crepuscolo
nel sentimento.
Passa al successivo rigo,
volta la pagina.
L’entropia diffonde gemiti
da sponde,
limite del mare,
illusione di sprofondare,
la genealogia dell’evoluzione
è una conclusione ciclica
e statica delle nostre passioni,
l’energia cosmica investe la fronte,
rapida è in espansione
la mente dispersiva,
concentrica e centripeta
in sé condensata e concentrata,
lo spirito plasma la naturale
fisicità e il reale è frutto
di nostra intima proiezione.

Africa libera

Eccezionale il fermento
delle indomite popolazioni,
il vento suffragato dalla verità
e il piede che calpesta
la violenza altero.
La vittoria dai rivoltosi segnalata,
i dittatori muti,
e Gheddafi da psicotico continua
a serbare in cuore rancori
ormai anacronistici.
(Vento loquace del silenzio subshariano).
(Sentimento di rivalsa).
(Logos manifesto).
Nei simboli arcaici
rimandi espliciti alla purezza libera,
nel cappello russo
della voce smorta
solo un sibilo folle,
non sarà il petrolio a salvarti,
resta pure nella tenda
coi tuoi figli occidentalizzati,
dinanzi all’assoluto
piangerai come un bambino.
Il popolo in festa ti maledice,
il verbo emana vivido
negli occhi di quelle ragazze sorridenti,
o mio dittatore,
ormai è giunta l’ora
di cedere le armi.
Le piazze affollate,
fratelli musulmani e laici
uniti all’imbrunire per creare
sprazzi infiniti di civiltà nuove.
Una dolce fanciulla aizzava la folla
in un francese dal rigurgito arabizzato.
La luce divina li investiva,
chiara mi estasiava.
Il femmineo cataro
contaminò il credo islamico.
Effluvi oppiacei nelle nostre papille,
sapori dionisiaci nelle nostre pupille,
l’intima dualità tradotta
in floreali illusioni
ci condusse alle più fluida realtà.
La luce tornò intrepida,
non fuggimmo, la sorbimmo
e sprigionammo sincere profusioni
di potenza umile e fiera.
Poi stracolmi i pensieri
di rinascita ciclica
germogliarono nei nostri cuori,
emiri e mercanti,
stranieri e viandanti
pongono assedio silenzioso
e pacifico.
Africa libera!
Ora davvero il popolo
in festa può godere
dell’entusiasmo
che ci ha diretto verso l’eterno,
puro diadema dell’indefinito
ora concretizzato,
ritorna l’arcaico splendore
mai dissipato,
mai consumato,
mai dimenticato.
Genesi della rinascita!
Donne maestose
in somma bellezza sfilano
ora per vie dimesse
ad un vento che davvero
estrinseca puro
ciò che da tempo
il cuore arabo celava.
Finalmente il riscatto!

Assurda questa vita terrestre

Assurda questa vita terrestre,
ludica l’unica forma di senso,
che strazio,
imploda il mondo.
Le attrazioni magnetiche
ci spingono altrove,
perché soffermarsi su tali
questioni banali
da viscide bestie squamose
nel fango a godere?
La verità va cercata
in prossimità del sole.
La serie dei numeri primi
ci spinge lontano,
ai bordi dell’abisso
e via da questo orribile Leviatano,
occorre esulare l’anima
dagli influssi societari.
L’effluvio astroso della gemmazione
estrosa posta sul tracciato
epidermico inviolato,
brivido ibernato da elettronico
spasmo periferico neuronale.
Ad est la genesi
e la scoperta
che tende un po’ al tramonto
a falce lunare di esseri divisi
a metà e senza forma dorsale,
prete Gianni nel suo impero
a fare segni insegnati dai magi
rende onore a chi non ha pudore.
Il cloruro di zinco
posizionato in trasversale,
la scissione intermittente di viole
e sentinelle oblique
danneggia il sistema
e l’ozono in combustione
già mostra la sua assurda
delusione al primate dominante
e in sé morente.
L’hobbit e il neanderthal
estinti o nascosti,
ritorna il numero sette
in successione, e svolti in progressione
il soffietto con il berretto da pub.

Mädchen Wagner

Fremo nel guardarti
contro vento,
la fiamma emana dall’aura
posta intenzionalmente
in rivoltosa riscossa
come involucro di potere,
sciolte le ultime catene dell’ignoto,
pallida la volta celeste,
l’influsso del diadema dell’aria
è belva sul tuo corpo impressa
e dominata.
La valida sordina
incute timore,
amplifichi con grazia
il rimando sonante del tuo cuore,
ed è un’ armonia celeste
improvvisa,
su spiagge le candide sfere
luccicano
e l’estasi del logos
è resa manifesta
dalla tua lingua perversa.
Ti elevi nel godimento
e sfogli il senso delle lettere
singole che logicamente
implicano strettamente
o negano amorevolmente
il barlume del tuo magico silenzio.
Occorrerebbe saltare
in giubilo scostante
l’eterna communitas astrale
e ginestriana in comunione
col sapore vitale
della tua furbetta ed edonistica
congiunzione carnale.
In preda all’incoscienza consapevole,
gemma di bacco,
sulle tue labbra il tepore.
Pullula il cardigan
e scrolla il decolletè,
lo sguardo lancia saette,
il rombo dell’intrusione,
è un sollievo l’invasione impostata,
stendi sul piano le tue carte migliori.
Mia indomita ragazza,
percorri pure le soffuse
storie saltellando di rigo in rigo,
mia indomita ragazza,
continua.
Il chiaro ci invase
ed accrebbe il tuo karmico
sorso intenso ed interdetto,
la punta della cresta intorniò
i trambusti di rame,
le scaglie ed i selciati, gli archi
trionfanti e i semicerchi residui
di battaglie ci raccontano storie
permeate di sollazzi mai abbandonati.
Le foglie ormai sono assenti,
ma il declino di questo febbraio
è un presentimento,
un pentimento
e un portento deluso.
Mädchen Wagner,
il buio è in te,
l’ultima spoglia spirituale
solleva il manto stellare,
il futuro a due passi
impresso nel tuo tema natale,
l’antropologico senso,
poi di nuovo l’iniziale
espansivo fermento
e fremo.

E poi è silenzio

Mi chiedo quale sia
la conseguenza del lineare assunto
scomposto dalla foga
dei tuoi capelli ricci,
un alito sul mio corpo
pone desideri germogliati,
oasi nel deserto,
poi irrompe la concatenazione
ancora frammentaria.
E l’entusiasmo che c’è in te
esplode e si spande,
universo mobile,
l’interno del tuo indumento
decorato e un po’ sciupato,
l’attento mio tracciato,
il vento ritoccato e le tue labbra,
i tuoi segnali stuzzicano il ricordo,
stendono un sincero e puro sogno
sbaciucchiato, miscelato il composto
del tuo spasmo,
soluzione indomita nel tuo fianco.
E dai,
te lo dico.
Traslata la giornata
ad incubo diurno,
succoso gemito succube
notturno,
uno sguardo inquietante
poni ma non regge,
il visino dolce ancora vince,
si spoglia ogni rimorso
e cadi di nuovo umida
tra le mie braccia.
E poi l’eterno accordo
è il circolo del tuo ritorno,
sovverti in musica dotta
il cantico e l’inversa rotta,
dionisiaca ispirazione,
apollinea composizione,
hermetica significazione,
spiazzi come una suadente
Eumenide ecumenica
universalizzante
che ha già consumato
la vendetta ed ora docile
sorride angelica,
esorcizza il timore
con un’ultima carezza
che sfiora le corde
del famelico e colpevole
cuore che ha osato tanto,
che è scivolato,
reimparato il mondo,
sciolto i lacci al turbamento.
E poi è silenzio.

Usucapisci il corpo mio

Usucapisci il corpo mio,
con discrezione.
Usa la buona fede distratta,
la vis boni dominae.
Apparisti percependo
i frutti dell’anima mia,
sono tuoi puoi tenerli,
lascia fare.
Hai libera la pelle,
dignità degli occhi.
Attraversa i campi del mio naso
senza licenza
d’artemidoso diletto.
E il tuo cuore supera
in limo decibel di tollerabilità,
anormale a cianciare
da comodino a batuffolino.
Ed assumi per sempre
in proprietà e stabilità
quel che il vacuo possesso
non ti dà,
ma credimi non si ottiene
in senso passionale,
quel che hai per sempre
è comunque in comune.
Un fiorellino demaniale
tra i capelli, perversità.
Flessibile l’emissione fondamentale,
incrociate garanzie.
E il gravame pullula
in congiunzione con l’altare
concordatario,
firma il mantenimento
anzi tempo,
nell’ipocrisia sacramentale
di stampo contrattuale.
E con disincanto
volgi già l’errore violento
in annullabilità,
il vessatorio sospensivo
stretto in termine giocoso
e dormiente, in nullità,
e porgi il triclinio
dell’atto interessato
e affievolito.

L’aurora di una Nuova Era

Immenso fluido vitale
nelle corti spagnole e siciliane.
Brivido intenso!
Genesi ed epilogo
intuiti nel noumeno
impensabile in paradosso,
ondeggiante la ragazza avvolta
dai capelli e commossa.
Germoglierà di nuovo
un logos erotico,
planante stormo di uccelli migratori,
i pensili babilonesi
ed i trattati sulle leggi
e sull’essenza,
pareri e digesti,
compilazioni giustinianee
e folli bolognesi che decretano
favori al Barbarossa
in cambio di autonomie
pur sempre autofinanziate,
l’inverno è al limite del senso,
quel che piace a me
ha valore di nichilismo volitivo
e completo abbandono
sensuale e spirituale,
di norma ciò ha vigore universale.
Parte la mia sacca
sulle spalle involucro
di questo corpo tremulo,
la verità ci sarà e sarà la gloria
di ogni mortale,
incorniciata dallo Stupor Mundi,
ascenderò in sul Monte Ventoso
e l’alma sarà purificata,
mi addentrerò nella Foresta Nera
dove alberga il nocciolo
di ogni sostanza,
l’anima espressa in rima
in una stanza fissa e armoniosa,
perfetta e caotica e smaniosa.
La bellezza greca, infine,
spanderà i miei gesti su Thirassia
e sarà l’aurora della Nuova Era.

Ommico il cuoricino cosmico e dialettico

Entri il fumo
e l’atmosfera si rarefaccia,
volta pure la carta
a ritmo con l’oscillazione
del ventre,
di’ ancora sì
nel mistico anfratto
di un artefatto cordico
e sognante, trasudante,
cosciente a metà
volgendo l’ altrove
a sogno
e tre quarti a realtà.
Ommico il cuoricino
cosmico e dialettico,
il detto sanscrito intatto
è un disegnino a freccette sbiadito
e smacchiato sulla panchina
paonazza, in viso il corpo
e in piazza il grido.
E ritorna il ciclico arnese
in frastuono sordo
tra la cenere del tempo
ed un assurdo anelito del vento,
il corso del tempo non s’arresta,
maya scricchiolio nel vino,
la giumenta in tempesta
posta d’assedio dal velo,
il vespro dà segni di resa,
e rientra in chiesa
la cattedratica colonna
portante del pubblico studio.
È un colpo sonante,
tramuta il ritmo,
rinsavito, tra i fasci di parole
recate in man come i pensieri
violati, violette le onde sonore
similmente alle luminose,
il corso e il ricorso
in n dimensioni
si riduce improvviso
a circolo mattutino,
ad infinito punto.

L’infinito tra le tue mani le mie umili dita dipingeranno

È sera e il senso storna
ogni possibile taglio
dei tuoi occhi,
magari è perso il sentimento puro
per sempre.
La stella brilla e inonda
con discrezione i miei pensieri
ed il tuo viso,
volge un sogno malinconico,
io resto muto ai bordi
dell’orizzonte dei tuoi desideri.
Il desiderio innalza
le mie passioni verso
le nostre intromissioni ardite,
non dire una parola,
basta lo sguardo,
pensi anche tu
a ciò che immagino soltanto.
Smetti,
non ridere ancora,
è solo un ardore
che non ha speranza,
magari tu ci riuscirai,
ma io, io che farò,
ancora cosa?
Parlerò nel vuoto
di un mare di silenzio,
ogni giorno loderò
le tue forme
e la tua più intima sostanza,
il concreto tuo fare astratto
e magari un nuovo sorriso
accennato il tuo cuore
verso il mio corrisponderà.
E adesso che fai? Sogni?
Non dar peso alle mie parole,
sono vane profusioni.
E adesso che fai? Piangi?
Guarda questa foglia appassita
tra le pagine della tua vita
è un ricordo ormai sbiadito,
io anche se solo, lo sai resisto,
lo sai esisto.
Passerà,
anche questo dolore finirà,
un nuovo giorno
la gloria infinita ci renderà,
senza limiti il nostro palpito sarà,
l’ infinito tra le tue mani
le mie umili dite dipingeranno.

Assunti pratici

Due bottiglie di vino
e il fumo intenso dalla bocca,
le parole intrepide
a ridosso della stanza
mentre una musica guidava
gli astri nostri,
un tepore puro
da usare come tamburo
per i giorni che sarebbero venuti,
l’autunno che danzava
e l’erba che bruciava silenziosa,
poi i sogni e tu guardavi
come assorta questa luna rubino.
La “V” congiunta col tuo nome,
l’anarchica rivolta esteriore
e il panteista sussulto interiore,
il nostro essere che si tramutava
in inconscio collettivo,
quindi tu,
con lo spirito nel piercing al naso
manifesto, il solco della tua lettera
sulla cenere tracciavi.
I canti delle baraonde
soffocavano il pudore ed i tabù,
traslate sulla parete
erano le nostre catene,
il tempo come al solito non c’era
e per questo non sentivamo
neanche il bisogno di rimandare
il godimento bello e pronto,
dalla conchiglia sorto
il tuo corpo.
Lento l’indice sulla tua schiena,
scendeva poi senza remissioni
e in quel momento il tramonto
fu l’istante di ogni giorno.
Novembre continuava,
danzava, guardava, rideva,
le nostre carni avviluppate
sviluppavan pensieri.
Per sempre fu
ciò che il vento ci disse,
ancora la luna ribattette,
noi nemmeno più ascoltavamo
e l’energia esplose e si espanse.
Ancora!
Leggiamo nella mente
la frase invisibile del nostro libro
mai scritto.
Per sempre!
Suoniamo e canticchiamo
quella canzone da noi
mai composta.
Ancora!
Esponiamo su parete
il disegno su carta
mai tracciato.
Per sempre!

Ultimo fiato

Il sole brilla
senza di te,
ma l’essere sussulta
e allora l’astro non esiste più
se lui non c’è,
ogni cosa ha il suo limite,
sfiori austera l’impossibile,
la paranoia che si impone,
la mente non è scissa è condivisa,
il flusso telepatico dell’attimo,
il ronzio variopinto di un perché,
sapori nuovi sorbiti
con il maraschino,
dov’è la rivolta
dal colore spagnolo
e dal manto francese?
Smorza ogni dolore
in un incendio giocoso,
tra le corde tese
ed i tumulti del pensiero,
provaci ad ascendere.
Ogni cosa,
ogni rosa è colta
dalle tue dita
e il tuo viso dipinge
l’assoluto di una eterna vita.
Io e te a due passi
distanti in numerazione
dialettica e prima,
io e te retorica geniale
di un genealogico domani
aurorico e intenso.
Io e te l’ermo nascondiglio
e l’eremo intruglio scandito
pluricellulare
da totem monolitico
e squarciato come velo violato.
Io e te
e poi le parole scordate
che non vanno a tempo
ed ancora tu sul divano mediano
a consumare con l’elmo
la frescura ed ad entrare svilita
nel senso,
cogliere il segno decifrato,
è autoimposta da te
quest’azione come ultimo gemito,
ultimo fiato.
Limite floreale

Fa rotta capovolta il pensiero,
naufragio nubiloso
ma in porto sicuro.
Fa baraonda il sospiro,
spasmo diurno
nel tepore mattutino.
Integrale delimitante
di misure astruse stereotipate
in piani animosi,
il barlume di terracotta
sbriciola tra le mani corrotte.
Agguanta il chiostro,
in un palmo statico placalo,
nel mentre del ricordo
un’effe alla riportasi
del pavimento cosacco rampicante.

Succubi alla profezia

Succubi alla profezia
si partiva,
centomila armate schierate,
marce e petti impostati,
rami d’ulivo
e palme tra le mani,
all’improvviso il cataclisma planetario,
l’infinità dei mondi
ridotta a circolo delimitato
dall’invettiva,
dall’inventiva femminea.
Nel tempio di Delfi
la comunità di Filadelfia lesse,
i copti intralciati dalla Maddalena,
intimamente riapparve Atlantide,
con nocumento,
gli dei torneranno,
sono tornati
o stanno avanzando.
Nella Città Eterna
fu un lampo a scatenar la foga,
in un solo istante
fu riacceso il fuoco di Vesta,
due metallare in un angolino
a fumare,
tre scuotimenti emo
a tagliuzzare i resti artificiali
del domani,
a riaccordarli,
a incollarli ad uso collage dadaista,
sembra che sia sublimato
il punto alternativo di vista.
Nella volta celeste
diversi segni luminosi ingannevoli,
nella stratosfera i caccia americani
si accostano e implodono
ad uso cheeseburger,
bevanda e patatine
ovviamente comprese.
Infine lungo il corso
si sviluppa l’apocalisse,
tra le caldarroste
e gli artisti di strada,
spiazza l’iceberg inflitto
a colpo d’ascia
della scienza spiritica
congiunta in sezione aurea
alla naturale.

Stringimi più forte

Luccica alla sorgente
il mio spirito in refrigerio,
nasce di nuovo e si rigenera,
puro si spande intorno,
la limpidezza riflette il tuo corpo.
Stringimi più forte amore
ancora, con ardore
inumidiscimi le labbra,
intimamente diventi il frutto
di ogni mio giorno addolcito
dal tuo sguardo e dall’incanto
dei tuoi gesti, ti dico
nulla d’importante,
contano le azioni
sulle intenzioni,
la volontà svanisce
e resta il profumo assoluto
dei tuoi polsi.
E il sole fa capolino
tra i monti innevati,
nello stesso istante appari
come fiamma inestinguibile,
anche la passione è annullata,
resta solo il tuo respiro
sul mio collo,
il fremito,
il ricordo attuale
del qui ed ora.
Scende la mano
sui miei fianchi,
il tuo struscio inclinato,
credo che adesso non abbia più senso
ogni altra realtà,
si avviluppa come un guscio
la bolla dei nostri sogni
e germoglia un’energia
che dirompente domina ogni dove,
la sensazione infinita
di respirare assieme alla natura.

Forse una speranza nuova c’è

D’altronde tramutare i petali
in canti disillusi
è spogliarsi di sé stessi
per godersi,
magari potremmo dirci
le solite parole
trovando un senso incontrovertibile
e davvero puro.
Allo stesso modo
un’ armonica a sette punte
include il ricordo sostanziale
e indelebile.
Non c’è altro da aggiungere,
non c’è neanche il fuoco
per le estrose storie abbrustolite
e nascoste.
Non c’è il tuo volto
ad illuminare,
non c’è la sera
né la parete da imbiancare.
Dai,
potresti pure darmi un segno,
un cenno,
è importante la tua presenza
in trasparenza eterea.
Il prato intanto esulta
a questa tua rinuncia
mai arresa,
così per te l’importante
è quello che meno dici.
Scorre il tempo,
il nostro varco si confonde
col reale,
dove è ciò che abbiam lasciato,
di noi cosa rimane?
Allo stesso modo
il volo incerto degli stormi
in ritorno consuma l’attesa.
Non è questo ciò che credevamo possibile
e realizzabile,
non è ciò che aspettavamo
dalle pagine scribacchiate da me,
da te, dal vento, dalla pioggia.
Dai,
potresti anche cambiare idea,
l’inverno sta svilendo
forse una speranza nuova c’è.

Persefone è sulla soglia dell’Ade

Scuotimenti!
Persefone
è sulla soglia dell’Ade,
in bilico tre soldi
per tirare avanti
nella vita terrena,
dov’è l’oscuro, la luce e il senso
di questo infinito tempo delimitato?
Indossa un jeans macchiato,
ai bordi consumato,
le forme, le fantastiche gambe,
sostanziali le giunture,
procede traslucida,
dolce il frutto assaporato,
muove il suo corpo stupefatto,
è quasi qua
e dice ciò che sa.
Convulsione atroce febbrile,
eziologia psicotica,
psichedelica!
Attira a sé il vento,
fiorirà senz’altro il pesco,
c’eri tu ed esco,
lei aspetta ancora,
il whisky sul tavolo fa capolino,
ed è già mattino,
subito sera l’atmosfera,
le ringhiere irretiscono il cretino,
il pensiero è sbarazzino,
due o forse tre soldati stanchi,
non prendere il sole
nei mesi con la emme,
fede nel sistema e dimmi sì,
il fiore germoglia
nell’introspezione misterica
di Melissa P,
sento il sangue che fischia,
sinestesia uditiva
in percezione esaustiva,
panico tra la folla,
scioglie la neve tra i tropismi,
vasi comunicanti i nostri sentimenti
corrispondenti ed elettivamente affini,
sgabuzzini stanchi delle parole,
e nel frattempo il tempo incalza e sta,
tu stagioni pianta fagocitante
americanate dimenticate,
sulla strada zoofila di Berlino
togli un’altra costola antitetica,
giusto così,
la metro dà affanno,
timore reverenziale,
spiccioli sul crinale,
sull’ultimo vaticinio astrale,
che carino il tuo cappellino
che ora sollevi fissa e triste
alla Feltrinelli, ultima martire
dei tuoi astrusi rotoli confusi
raccolti e pubblicati,
il senso questi tre grammi d’erba
finissima ed odorosa
lo danno solo se bruciati ed aspirati.
Inutili spasmi da rigurgito morale!
E che sguardo carismatico,
la realtà tornerà fiera,
cosa diremo e che faremo? Non importa,
non ora, continua a parlar…
Impulsi elettrici,
impulsi magnetici,
impulsi elastici!
Respira senza fiatar
ora Persefone
e ci guarda, la distanza inganna,
seguivi i campi d’ulivi,
i sempreverdi pungenti e soli,
un po’ corrucciati,
un po’ svogliati,
assi rossi a vertigo
arrotolata e minossica,
giudizio perfetto
da teoria del discorso pratico
particolarizzato
in argomentazione giuridica
spiccata a dorso di limone,
acre il pendente,
reale il razionale
ma trascendente l’istinto,
tabula rasa sapiente,
saggio è colui che sa di sapere
perché corrispondente
allo stimolo della natura,
la realtà sensibile
nostra creazione
rende immortale
ogni nostra azione.
Agitazione,
magica intrusione!
Così l’apparenza vince
e trasmuta l’essenza in verità
ovvero realtà plasmata,
giusto un attimo ed arriva
la principessa del mondo
sotterraneo, giusto un attimo
e superiamo l’oscuro Tartaro
con la luce e la grazia divina,
è già mattina.
Le connessioni sinaptiche
sono manifestazioni spiritiche!
La storia schiude,
la sfera dell’assoluto è l’ultimo astro
percepito nell’umore del fumo
aspirato in estasi,
la grande opera dell’Architetto Divino,
la sezione aurea
del dio matematico e simpatico,
e nel sortire sentenze carine
togli ancora il copricapo,
fili tesi dall’ultimo fiato,
risultati seriali scagliati
e resi unici.
Ulteriori agitazioni!

Alta la mano fino al cielo

Alta la mano fino al cielo,
la rabbia nel pugno chiuso,
l’urlo diffuso
irrompe il silenzio
e si spezza il barcollante
potere come se fosse gesso,
argomenta dialetticamente
con quelle facce di bronzo
ministeriali
che sputano le loro sentenze
come fossero lama,
abbiamo noi da distruggere
i principi e costruire
su nuove fondamenta la realtà,
abbiam bisogno di concretizzare
la nostra più pura verità.
Dimmi un po’ perché ti arrendi,?
Non intravedi già nella tua mente
una luce soffusa e lontana?
Dimmi un po’ ti sembra il momento
di deporre le armi?
Il mantello scintillante
riflette le mie speranze,
quelle che erano anche le tue,
quelle che sono anche le tue.
Sfida ancora con una lancia il cielo,
innalza la torre contro il potere
morale figlio della moneta sonante,
della moneta invadente,
della moneta viscida e strisciante.
Dimmi un po’
piccola pulzella ribelle
dov’è finita la foga
dei tempi ancestrali? Dov’è la rivolta?
Dove sono le nostre candide ali?
Dov’è la fortuna
e il destino
del nostro servo arbitrio
che un tempo ci guidava,
che un tempo ci sfidava,
che un tempo ci seduceva,
che un tempo ci dominava,
che un tempo ci innalzava?
Guardami fisso negli occhi
e per un’altra volta fiorisci,
per una volta ancora tendimi
la mano, per una volta ancora
questa subdola ingordigia umana
condanniamo e soffochiamo.

Sfiorasti, ne hai memoria?

Sfiorasti, ne hai memoria?,
l’animo mio in colloquiale tesi
di cazzimmoso frumento,
un corpo docile e perfetto
il tuo sotto il dominio darkettino
del senso polemico,
le fauci man mano
dall’allontanamento
hanno triturato e maciullato
le caramelle filanti,
gommose e zuccherose,
hanno ingurgitato carne compressa
macchiate di salsa rosa,
in preda all’affanno ora
ogni tuo movimento.
Assurdo leviatano adagiato a sultano,
con un giro di volta si impostò
e smaltì tutti i dubbi
in certezze fameliche e insaporite.
Guardati come sei,
stazionaria in quiete
e cinematica all’apparenza
ma terribilmente conservatrice,
quasi bacchettona agnostica
e bigotta atea,
ah quegli occhietti di metilene
si sono trasformati in un puerile
turchino da sedentaria.
Sfiorasti, dunque dicevo,
il mio cuore,
gli avvenimenti susseguiti
da ideologie scarne,
che romanticismo da cuore
nelle freccette spezzate,
fai pena al collare di un cane.
Guardati allo specchio
sei minuziosamente inutile
e depressa
quindi colma di serena felicità
da armistizio americano,
democratica alla McDonald,
ah ricordo le avversioni stupende
ora che hai impresso sul petto
il marchio del silenzio.
Cara non vale la pena idolatrare
altri che non siano sé stessi.
Ok passeggia in sulla strada,
il corvo ridacchia e ti beffa,
dunque resta dell’alma la rimessa,
succube a una stanca vendetta.
Dai continua,
prendi in giro chi ti pare,
poi fai le fuse a chi ti dimentica
e a chi ti intriga,
solo perché figlio di un successo
che tu odi in quanto brami,
monete scintillanti,
vanno bene per te,
ma chi le possiede è figlio della
perdizione,
condanni cioè solo chi ti assomiglia,
ti ci vedo proprio bene, guarda,
in mezzo alla tua stessa fanghiglia.

Maggio ’97

Attendevamo
col vaticinio di Nostradamus alla mano
la dolce fine del mondo
ma per adesso
un paio di alluvioni,
della pioggia rossa,
un tramonto divino,
acqua altro che benedetta
e dolcenera,
facendo il conto
la scuola non brucia,
fa un po’ caldo
mi scopro e bagno.
Sistemo gli occhiali,
vado alla centrale nucleare
mai attiva,
un’esplosione della fissazione mia
che fissa l’atomo d’uranio.
Scindi poi l’idrogeno,
punta sulla rinnovabile,
la geotermica è scalza
non si investe, preferisci dare
la precedenza al pedone
figlio del tuo clone,
il sosia usato a iosa,
e continua a piover.
Un paio di persone
angosciate e porelle
sull’orlo del precipizio,
Gazzè la musica non può fare,
si tagliuzzan le vele,
una pietra al collo,
il Sarno in sussulto
pensando al suicidio
dall’odore di pomodori San Marzano.
Allora la Carmen
in preda all’entusiasmo
per radio continua a cantare,
dice simpatica e un po’ ribelle
di esser confusa e felice
ma non sa cosa l’attende.
Ciao ragazzina
dai ricciolini biondi e corti
le righe son puerile,
fogli da bruciare
ma continua a obnubilare.
Pensaci a fondo,
magari tutto e dunque nulla
è davvero cambiato,
noi sull’altalena,
lo spiffero puro dell’atmosfera,
ora i Maya,
i maremoti scossi del Sol Levante,
tutto cambia
e Lampedusa dice resta uguale,
lo sbarco della speranza,
noi in procinto di una nuova
esistenza,
Battiato di Gommalacca
interiore lo sguardo
a cercare l’essenza.
Buona sera, sei qui mia cara,
mi dia tre goleador del ’97,
le pall mall rosse da dieci
a 1900 lire del 2000
a gusto di millenium bag,
quelle centos blu del 2005,
le celesti dell’anno a venire.

Eh sì, è così

Promana essenza di bacco
sul lastrico sciupato
del ricordo ormai andato,
un dolore e tre pagine mute,
il senso non perde il contatto
col tempo, è stato il mio scuotimento
ditirambico a dorso di fluidità,
il simbolo che rimanda
all’intelletto, la passione da incendio
a sponda di letto sulle tue pelli
delicate l’estate, alla sbarra solenne
mi adagio ed intarsio i sibili
e i clamori di Labeone
in topiche ciceroniane,
prego, volga la civetta
e la bilancia della stordita pulzella
perversa e bendata.
Intanto la sua ondulazione
vitrea scaglia i principi
d’integrità vitale e mai morale,
puro libretto lirico
dell’unità pasciuta nella terra
del lavoro e nei rotoli
della reggia resistente,
viale lungo e rettilineo
da miglio interiorizzato
e scardinato come le ipotesi
vaghe dell’accusa basate
sul preconcetto pregiudiziale,
intervento incidentale e patetico
gesticolio invernale,
spezzi il crinale e monti in sella
alla tua figura bella
in preda all’ultimo godimento,
lei rimane, tu rimani,
il letto ormai è agitato,
le coperte in fermento seducono
il limite oceanico,
la cucitura del vestito è selvaggiamente
squarciata, pronti alla marcia forzata
sul corpo dirompente.
Immagino e vedo,
si materializza il rapporto ancestrale
ed astrale, un’ influenza
sul tuo tema natale,
giornata perduta e vissuta
in funzione di questa sera
che accenna a venire,
che tende all’infinito
essendo la somma dei nostri amplessi
il numeratore di uno zero divisore
e pastore del verbo incarnato
nel nostro congiunto fiato,
una scusa, non possiamo,
allora c’è gusto maggiore,
ricominciamo,
c’è qualcosa alla parete,
forse un’ombra o il caro gioco
di specchi riflessi,
prendi la tua arma migliore
e mira al mio cuore,
palpita il pulpito e non si arresta,
incessante viandante sperso
sulla via di Santiago,
allora improvvisa ti scosti
e divertita fai le bollicine sulle gengive,
sembri prendere piede
nel trastullo beffante,
il luccichio del tramonto ancora,
sotto il ponte l’aurora.
Ed ecco, mia caruccia,
pietra celebrale
quindi amigdala serale,
razionale la sfera del sesso,
la conservazione della specie,
darwiniana evoluzione,
ma nell’altro emisfero irrazionale
c’è l’amore che senza senso
guida l’universo
in un abbraccio
e tu continui a sussultare
ghiotta di piacere,
estrella stupidina,
il rimmel da diva
è il baluardo in salita
del dito voluminoso
posto tra l’incisivo e il canino,
mangiucchi l’unghia,
la lingua è in trepidazione
come pendolo mi invita
al proseguo di ‘sta storia
mai finita.
Eh sì, è così!
L’entropia nel tropico
del cancro giaciuta
è la tua ultima scusa
che ormai neanche commuove,
vestito a righine sottili
di un verde intenso
giace a terra in contrasto
con le guance viola e stupende,
sbattuta ancora e ancora,
vissuta teneramente.
Intanto due o tre tulipani
costernano il contorno
dell’orecchio sinistro
mentre sciogli l’essenza
di papavero nel cucchiaino,
le tue vene sottili attendono
lo sbarco enzimatico
e scansano doppi sensi,
è una battuta tanto dolce
quanto una venere triste e annoiata,
magari elfica,
dell’ultimo cetaceo la corolla.

Arcadia Sannazaro

Leggimelo ancora nell’orecchio
quel verso che hai già detto
distratta tra una bevanda
e un’altra,
le tue mani mi carezzan
e sfiorano le corde dell’ardore,
pure eppur così perverse
come mandorle dischiuse,
in fiore i tuoi giardini dell’oblio,
ove ponessi i tuoi riccioli biondi
come limite del senso
credo avremmo dei problemi,
le questioni dell’umanità insolute
da noi risolte e rivolte
alla noncuranza,
stretti sulla stessa barca
e comunque così distanti,
il mio corpo idiota sprigiona
clamori ormai celati
ma la tua mente va già altrove
e si perde nei miei occhi,
io,
fattorino del destino.
Arcadia mia della luna a mezza falce,
riflessa all’acquitrino
io a sbuffo vorticoso,
cigno solo nei tuoi sogni,
viaggio e parto più lontano
nella nostalgia del tuo ritorno,
di allori adorno,
mi innalzo e tu mi scansi
e sorridi,
forse ti perdi,
affinché gli occhietti verdi
alla Baricco possan indagare
il limite del professore
o del pittore dalle frasi sospese,
tu raccontami di te,
io ti esalto ma mi eclisso,
resto in un angolo,
piattino in mano,
due o tre grammi d’amore
riflesso me lo danno
i tuoi nuovi sorrisi,
sugli scogli a Mergellina
il sole inzuppa il mare
e gode nell’eco perso.
E coll’asticella del violino
a fare esercizi di solfeggio,
ho composto la nostra tensione,
non hai voglia di esternarla
ma leggendo una lacrima
dal cuore scende fissa
ed è un minuto e un rigo
che il saluto è già svanito,
sul fiume a naufragare
le parole come dai tuoi occhi il sale,
scrivo solo,
sembra inutile,
ma continuo, guarda,
e fremo,
un po’ stanco mi rivolto,
tu mi ignori ancora,
ma va bene,
resta il vento tra le foglie
e le tue canzoni spoglie.
Allora invadiamo
le regioni mai imparate,
tu fai conti ed i bilanci,
tu dai segni di resa colle dita
e ti adagi sugli specchi,
impressa e non arrampicata,
tu sei la gioia di questa sala
che ti attende e l’ultimo fremito
spende,
un applauso folgorante
nei tuoi occhi scintillanti,
gioie mattutine
e tepori di primavera
tra i fiori di pesco
e le gocce di pioggia
imposte dai nostri silenzi.
Coll’elmo tra le mani
mettiamoci a danzare,
le tue dite intrecciano le mie,
è un momento di fermento totale,
è un momento di tormento
mai così sincero ed infinito.

Varrà a qualcosa questa atmosfera?

Alte sino al cielo
le mura della paura,
fosse concentriche attorniano
ed ostacolano l’accesso
alla conoscenza estrema,
come magiche serate
all’ombra dei silenzi,
un po’ a ricordo un po’ a memoria
un po’ a fantasia un po’ a seme del vero,
prima di bussare non dimenticare
il bastone eretto verso l’ignoto,
l’ente goto del trastullo neoabissino.
Lo sbarco sulla luna,
la duna delle tue baggianate,
stese su triclini come in salita
i gomiti giù di brutto,
la vetrata araba e senza fiato,
sul tuo polso l’effige dell’esistenza,
postato il pensiero condiviso
e sentimentalmente oscuro,
la voce interiore che mi dice
non ne vale la pena,
ma è il substrato,
il riflesso platonico del pozzo,
guarda, io comunque vado a fondo.
Ciò di cui hai bisogno
è continuare col sobbalzo
nel treno a ripetere
la lezione di tedesco,
labbra che si muovono
come a recitare il mantra
intellettualmente affine a Goethe
o alla sintassi a metà strada
tra latino ed indiano,
le tre voci della declinazione
sincopate nella tua illusione,
tu che pensi al tuo demone
senza accorgertene
e il fragore del mattino ti assiste,
un solco di netto nei pressi del tuo cuore
per fondare una cattedrale
su cui poterti contemplare
per sempre.
“Natura natura”,
è un rimando al nudo volgare
o all’opera introspettiva,
un dolore da tarlo mentale,
mai sopravvalutare gli individui
ma cercare in loro un che di personale,
cara MT, qualcosa di tangente
al tuo ricciolo da crinale,
spoglia come i binari
che ti assistono,
ad ignorarmi,
dimenticarmi in fondo
mai avermi conosciuto,
come ogni essere umano
che non guardi e definisca
l’assoluto come bambino balbettante.
In fondo sono quelle mura
che ci limitano e proteggono
da noi stessi,
ma un colpo accorto
da auriga attento
potrebbe guidare senza spauracchio
l’animo nostro e concretizzar lo spirito,
se solo guardassi, un attimo ti girassi,
c’è l’incrocio di sguardi,
varrà a qualcosa quest’atmosfera?

Coppia Unità molteplice e divina

Un cappello a mo’ di velo
ti nasconde il volto,
la canzone ormai scordata,
quella che hai appena cantato.
Ciò che hai appena detto
si interseca al tuo corpo.
Le scaglie macedoni
aduse a rintracciare biblioteche
ormai sepolte,
colossi ormai distrutti,
meraviglie babilonesi rampicanti.
La moneta nella bocca nascosta
ti servirà se Caronte si cruccia.
È stupenda questa desolazione
qui nell’Ade,
mi ricorda il paesaggio
che vedemmo mano nella mano
col sole di mezzanotte sulla fronte.
I giganti ed i bestioni
di Vico
rinchiusi nell’oscuro Tartaro,
mentadent quell’orgasmo orgiastico
e ditirambico, sacrifichiamo,
siamo pronti all’olocausto.
Che piacere sovvertire
ciò che abbiamo ancora da dire.
Socrate malato e catatonico
crede di non sapere
ma spreca la sua vita
da caporale in riserva
in onore sublimato da Platone
che non lo credeva e mutava
le sue parole,
maieuta da osteria.
La tua lingua fa il periplo
del mio contorno e l’aura lilla
scende sul mio polso,
in coppia diveniamo
Unità molteplice e divina.

Pelide adirato

Pelide adirato,
trapassata spoglia e tu
Patroclo ardito e timido
assopito sul terreno
maciullante d’armatura
scintillante, cascate tonanti
di deodoranti.
Rimandato a settembre
il rimando al tuo pendente,
meglio sorvolare e tagliuzzare
i resti del deficiente.
Il midollo della questione
è sviluppato in conclusione
affrettata e coperta di vocali
ridondanti e allitterate,
dalla falce di luna allattate.
Sfida sotto le mura
in ritorni nostalgici e nottambuli,
deve pur finire l’ora
della riscossa acre
alle porte della bicocca.
A questo punto il soprano accenna
animose scorie introspettive
rende tutto più bellicoso
e il rostro si adatta alla situazione
miagolante della casa stregata
e malandata.
Non te l’aspettavi
un nuovo giorno nuziale
da freccia avvelenata,
Briseide da legnaia
contenente la rima sorprendente
figlia della bocca spalancata
nel gorgheggio di traverso
allo scempio duodenale attivo.
Ciclica l’attesa
del canto rimbombante
e claudicante, zuccheroso
da senatore a forma di cavallo,
la lingua e la punta marina
della pinna che arzigogola
la pretesa attesa di Lacoonte
articolata.
Lenta la scoscesa
rimessa in forme di bollicine
che arde e preme alle mie mani,
ubriachezza da milizia in festa
e balestrata in desiderio sibillino.

Nunet

Caos cosmico primordiale
tra le ciocche ancestrali
dei tuoi cirri ineludibili e sinceri
quasi puerili e diretti,
l’entropia dei tuoi diamanti marini,
per intanto è respiro atroce
dei vespri dei tuoi occhi
magicamente inzuppati.
Edenica realtà
nel gorgheggio prebabelico,
un’unità indivisa nel silenzio
antitetico al tempo incalzante,
una scusa immisurabile
ma ad un tempo vettoriale
è il fruscio della tua pelle pura
seta da carezza,
è un tramonto mozzafiato
il tuo sguardo agli onori innalzato
che precoce ed indulgente
pone il labbro sul mio polso.
Ippopotami onirici sbiaditi,
il suo volto da guerriero,
il mio da alabastro incantato
e bellicoso,
l’acqua cabalistica
trattiene il senso
ed il nuovo feroce e incantevole è.
Genesi naturale,
più che abissale il relitto
dei tuoi giorni andati ed esaltati,
tu conchiglia imprimi indelebilmente
melodie musicate dalle sfere congiunte
e succubi ai tuoi ordini,
ai tuoi voleri capricciosi
ma mai così armonici,
desio di umana stirpe,
di ogni ardore ribelle ed intenso.
L’energia sinaptica
è sincretia spirituale
con l’assoluto e spiritico
comando naturale
delle nostre arcane potenze
micidiali.
Il mio cuore ti appartiene
e ogni riflusso califfo del dominio
del vento rimane,
la tua smania da “V” permane
e l’infinito capovolto già è.
Lenta sorge ormai
la sera nell’odore di primavera,
in riva al mare stesa e abissale
divarichi le gambe,
sei l’Uno visibile e intuibile
in intenzioni di riscosse,
gomitoli di storie perse
e rese immortali.
Un risvolto capovolto
da riporto indefinito
è il bramare quel tuo perfetto corpo,
possederti in riva al mare,
godere del tuo abbraccio universale.
Il tuo nome è scritto sulla sabbia,
l’acrobata lo lascia al vento
perché sia dominio di tutti,
il tuo volto è in visibilio
e il rossore del cielo
un suono terreno, celeste
e divino ormai è.

Picciola

Esaltò la potenza dei miei gesti,
stesa austera sul letto,
notturno l’adagio,
un ricordo mai così vivido
di galassie inaudite
e paralleli universi transfert
ed infinitamente piccoli
come i suoi occhi
che spalanca nel momento
dell’amplesso che eccitante
stringe nella seduzione,
la lingua fuoco bibliofilo
e simpatico nella lotta
tra i cieli di cartone.
Picciola il pigiamino
è traduzione veemente
ed inventiva fedele
di versi inumiditi
e così secerni scaglie d’incenso
dalle narici, il tuo nasino
non è stato mai così carnale,
la tua bocca dischiusa
mai così intenzionata a spandere
essenze multiformi ed intense
di parole ormai già dette,
tramandate dai saggi
in barba bianca,
i due opposti figuri,
il buono ed il cattivo Merlino,
l’assenza di candore
nel fumo dell’erba pipa,
la metrò è in tumulto
per la notte bianca.
Ragazzina dai silenzi evinci
ciò che è maggiormente presente,
la fondamentale premessa
dell’euristica verità,
analogica e comunque
tremendamente evidente,
l’algoritmo tralasciato
dal tuo alter ego
in preda all’ultimo anelito dell’Es,
tra marosi spume d’entusiasmo,
di sballo,
scansi l’ostacolo del tuo formato
introspettivo,
calcoli le distanze
tra i nostri corpi
a mo’ di gesto d’amore.
Ragazzina è un ritorno
soffuso il tuo sbuffare
da locomotiva tragitti
di praterie spinoziane
lungo distese d’oppio
nordamericano e cabalista.
Nel momento del saluto
il labbro varcò la soglia
dello scibile, la Scilla
delle colonne d’Ercole s’inabissò
nel momento del folle volo
traslata nei pressi
della sicula Nigeria dantesca
montana,
lei disse ciao
ma era un addio,
e brucia la barba caprina
per mano delle truppe napoleoniche
a Berlino nell’hegeliano pensiero deluso,
non c’è scampo per questo clamore
disposto ad esulare il comando
dalla norma corrosa,
finisce lo stilita
tra rottami di automobili,
tra gli inceneritori campani,
i giacobini irrompono
nella terra pomiglianese
tra lo scontro del popolo fedele,
gli striscioni proletari s’innalzano,
la nuova povertà millenarista
e neoborghese,
lotta per acquistare l’Ipod
e trasmutare in immagine televisiva,
soglia di sopravvivenza voluttuaria,
mi volto a questo punto
e lei strizza per l’ultima volta
l’occhio sinistro.
Ragazzina da converse apodittiche,
parusia femminea,
parole senza vocali impronunciabili,
tal altre senza fonemi
ma fatte di cenni d’autore.

Anima mia, cosa resta?

Anima mia, cosa resta?
Un frammento di bellezza.
Non può essere tutto inutile,
tutta viltà.
Cerchi te,
docilmente restia,
talora dolce e pura
dormi mentre ti ammiro
tra frastuoni di squilli storditi,
tu come d’incanto
sui banchi rimandi a dopo
la realtà.
Novembre di marette distorte,
di rivolte edotte dai tuoi passi,
il tuo respiro lento intuisco
tra i clamori di un giro rovente
attorno al tuo corpo.
Mia sentinella e mia generalessa,
stai all’erta su fruscii
di foglie giallognole,
spogli ciò che c’è di più vero,
mi hai sedotto col pensiero.
Dormi mentre staziona
la formula alchemica. Bacone
e il tuo anione affetto
da attraente negatività.
Novembre di bui nascondigli,
tra le spine di atroci intuizioni, sembri oggi
come ieri
al mio fianco,
effimera e voluttuaria donzella.
Novembre col libro semiaperto
tra mani d’assenzio,
puoi avvelenarmi con un altro
sguardo
attraverso il tuo manto
getti in aria sul finire del giorno
il misterioso baluardo.

On the road

L’aria rarefatta alla stazione
mentre chiedevamo venia,
l’autista a fare il pieno,
due stracci disillusi i nostri indumenti,
tanti sogni e tanti ardimenti,
promana l’incubo e s’impone.
Già c’è l’intorno e la questione,
è qui la voglia di volare,
è implicita l’atroce rissa,
e non si può dimenticare
ciò che non abbiamo saputo fare.
L’albero cresceva, crebbe
ed è cresciuto anche il nostro cuore,
sì è imprigionato il pudore
ma le voglie ormai svanite
hanno reso il sentimento inutile
e meschino.
Più non c’è la censura
che ci accalorava,
passato il ritmo del west
che incalzava,
arrugginita l’altalena delle paure,
e noi stanchi e ormai inutili
a trapassare ricordi ed infilarli
in collanine che strette
tra le mani inviano segnali a te,
ti lasciano immaginare me.
Allora non avremmo immaginato
che l’estate già finita
fosse solo la sordina
per passioni impresse su velina
trasparente, l’anima, il tuo corpo,
la tua mente.
C’è ancora l’ingiallita foto,
è eguale la primavera muta,
ci sfidano: l’intima prova,
ed io distratto qui penso a te.
Nel momento del risveglio
sento un sobbalzo intrepido
che si ribella,
dice guarda l’alba e poi…
Evidente lo spettro del tempo,
intravedo l’occhio furbetto,
immagino l’odor dei tuoi capelli
che non dimenticherò mai.

Lo specchio della divinità

Vortice potente
assorbe ogni passione,
nell’ora del giudizio
è tutto indifferente,
guardi un po’ sopita
il mio corpo che ti implora,
due sentinelle marciano
e tu che attorno fai la spola.
Io no, non cerco più un perché
ma vivo dubbi da caffè,
macchia sul tuo corpo
e voglia di me,
intuito paradossale
come carica opposta ed invertita,
lo dissi, l’hai intuito
e sale sulle scale fissa
come luccichio dell’est
questo nuovo fumetto
che ormai si brucia
e si trasforma in immagine visiva.
Sai, sai già dove vai,
non hai memoria che di te,
non hai più voglie e sorseggi il sake.
La sacher è a gusto malto,
maggese e un po’ assopita,
gira in tondo la tua testa,
mi hai preso di sfuggita,
sguscio come strisciante formica
dei tuoi sogni al microscopio,
alien da spade laser,
da attrici consumate.
Io no, non cerco altro riparo
sessantottino,
cerco il frumento del mattino.
Penso colla schiuma
del mare incollata
e sbaciucchiata la gola,
un brivido che pensa e si materializza.
Tu sei la donna degli dei,
non ti concedi ma cedi spasmi
di sapere e lasci mute
le tue statue di cera,
le puoi sgretolare mia Kalì,
surrealista da Dalì
che brama nell’inconscio
del sussurro capovolto.
Vista aguzzata
nel trattato sulla caccia federiciano
che simboleggia astrusi passi
di fauno nella poetica di Mallarmé,
vuoi altro caffè?
Spugna primordiale,
uncino da sveglia divorata
dal drago che non c’è,
ricordi la stagione,
perivi o tenerella,
e no,
morir di maggio no,
fantino il tuo delfino
da Dumas per tutti o per nessuno,
mentre ritorni e mi dai il la.
Pernicioso il savoiardo
con Nietzsche re d’Italia
o folle del cortile,
vegano e alessandrino
tende la mano al cavallo martoriato.
Lo sai, per un’idea te ne vai,
patologia mentale altro non è
che possessione demoniaca,
demoni boschivi ribelli
alle scorie ed al cemento
e poi non va curata l’inclinazione
è estro o contemplazione,
neurotrasmettitore accordato a mille
va solo indirizzato ad armonico fiato.
Poi tu non mi guardi e sorridi,
pensi già all’abbraccio da mulino bianco,
ad altre cretinate,
i valori, la famiglia,
dimentichi l’umana verità,
la terra e il din don dan,
l’indice al cielo,
lo specchio della divinità.

Dona i tuoi capelli al flusso delle stagioni viola dal tepore

Dona i tuoi capelli
al flusso delle stagioni
viola dal tepore,
non c’è verità che non sia tracciata
sul tuo corpo.
Che dispiacere dici guardando
fuori, mossa dal silenzio
di questo giorno di fasti,
il pendolo della tua lingua
ne ha bisogno
ma fa bene anche senza le mie parole,
potresti anche chiamarmi per nome.
Ed improvviso un gelido antico pianto
coltivò ortiche eccitanti e divaricando
la mente estesa ti accorgesti finalmente
che la tensione dei nostri discorsi
era ninfa vitale per i posteri.
Non c’è pietà tra la sabbia primaverile
azteca, donami la spalla velata,
ricordati la passata visita transitata
verso l’iperuranio sentimentale.
Cerca di lanciare il peso dell’inibizione
più lontano che puoi,
non sollevare mai le mani su un essere vivente,
non cercare assurde promesse,
non versare sangue,
e ricordati che per sempre
la vita oltre la vita
e per la vita vive,
nell’infinito il naufragio
non sarà mai arreso.

Wilm i Milosc

La goccia è già schiuma
rarefatta ed intatta
sulla tua pelle lucenti
le stelle,
primavera boschiva
tra i rami in fiore bocciati
di prima mattina.
Ascolterai nel silenzio
il brivido che hai nell’anima
e che sussulta e che esulta
alla parola muta
di questa tua magica aurora.
Tra selve dimenticate ed intatte
hai socchiuso gli occhi
leggendo nella mente
il verso che hai davanti
e viaggia il respiro,
investe il tuo viso, appanna
i miei occhi che fremono,
che bramano le tue mani
su me.
Ascolterai per sempre
il senso di ogni parola lontana
e già volta a ciò che il gocciolio
ti dice,
è già mattino, leghiamo al polso
il nostro destino.
E carezzi la pelliccia
della feroce bestiola ammansita
da saette dei tuoi sguardi alteri
ma così dolci,
il chiaror dei tuoi occhi
è tutto ciò a cui penso.
Ascolterai ancora
il suono delle tue storie
raccontate a bassa voce,
non dimenticherà mai il mio corpo
la scossa che la musica
della tua voce invasrice e ardita
mi ha donato.

TRASLUCIDE ILLOGICITA’ SENSUALI

La goccia e il petalo inclinato

La goccia e il petalo inclinato,
refrigerio del mattino appena arrivato.
Il cuore vittima dello stupore
dinanzi al divino e naturale
spettacolo di colori.
Primavera che genera
un subbuglio interno,
lo spirito che gode del cambiamento,
che indossa a sua volta il nuovo manto.
Diamanti e smeraldi intorno al collo,
l’estro delle tue voglie.
Ovemai chiudessi gli occhi
viaggeresti estendendo
i tuoi orizzonti,
il seme della bellezza esploso,
spiccheresti oltre il monte il volo.
Senza più pudori,
tendente all’infinito del cielo,
al limite del mare,
dai tuoi occhi il clamore.
Amore figlia del tempo
non imbrunisce ciò che momentaneamente
hai eluso,
che credevi aver dimenticato.
Amore non scompare
il tuo desiderio solo fingendo
indifferenza,
temendo invernali sofferenze
atroci ancora.
La goccia e il petalo inviolato,
un sentimento germogliato,
maggio è vicino,
ritornerai.

Quando guardi come assente

Quando guardi come assente
il rumore interiore che sgorga,
non immagini quanto i mie occhi
fremano al desio di divorare i tuoi,
nel silenzio della notte
il cuore innalza il suo canto inaudito,
verso spiagge lontane fugge
il nostro ultimo respiro.
Si schiarisce il cielo al tuo cenno,
è come tepore il tuo sogno desto,
tra colombe candide il sentimento
sorride e fissa i tuoi pensieri
diretti al di là del tempo e del senso,
senza ragione lasciati andare,
in preda all’entusiasmo,
inizia a volteggiare,
pura come acqua di sorgente
inizia a volare senza dimenticare
il mio viso.
Ti ammiro e ti penso,
quando scoccherà l’ora capirai
che ogni tuo volere è oramai
diventato azione e continua,
continua a ondeggiare nell’aria,
lo spazio nell’animo e nella mia mente
l’hai già tracciato con le tue lievi mani.

Beatrice Bronzina

Lettere mie leggere
si espandono nell’aria
e vibrano sotto il dominio
del tuo respiro,
il bianco e le righe e gli spazi,
dualità nei tuoi occhi
mentre sorridi furbetta e dolce
carezzi l’aria come specchio del tempo,
sembri dimenticare il sogno
nel tuo viaggio sognante,
mia docile, ardita, stordita essenza,
su questa carta ancora ti penso.
Verrà di nuovo l’inverno gelato
se non rivedrò il tuo sguardo.
Soffia il vento,
il tuo verbo in me.
Quando penso al flusso cosmico
sembra quasi inutile ogni mio sforzo,
avvinghiata nella tua apparenza
irraggiungibile,
concreata e reale invece guardi
comunque altrove e, dai,
a cosa servono i miei brividi
e i miei sussurri, puerili, stupidi,
orribili, suoni stonati,
fascino spento.
È così? Ripeti nell’inconscio
il mio pensiero esposto,
brillantemente fai finta
di niente e non ci sei
quando sei qui presente,
compari e ti imponi se assente,
non serve la mia maschera
né il tuo velo,
getta la monetina
nella mia limpida acqua
e vai via, già lo so.
Adesso imbracci la tua chitarra,
ogni mia nota si è spenta,
sgorga nel mare immenso
il mio sentimento nascosto,
e prenditi gioco,
ancora guarda in alto,
mai vedrai sotto al tuo naso
la congiunzione col tuo spirito,
vai continua,
il mare è calmo e pacato,
mi accoglie,
non c’è male ma non dico
addio sole,
non dico addio a te, mia luna,
in te vibrerò quando non sentirai
che un rumore lontano,
un fiato stranito,
vai prosegui, vai, vai,
vedi che non mi vedi,
distorto eppure così sincero
il tuo sguardo e poi ancora,
ancora io, fruscio del silenzio
e palpito del tuo polso
dai mille odori, tremori
quando non ti appare più nulla chiaro,
stupore, ritorni in te
e non ne hai più bisogno.

E non si arresta quest’ultima attesa

E non si è arresa quest’ultima attesa,
è già schiuma il tuo volto da piccina,
magari atroce e bellicoso
ma tremendamente decoroso
nell’eccitazione e nel trastullo
dei sensi.
Come sempre indossi
le tre costellazioni congiunte
da una stella comune,
io distratto sbuffo e poi ti guardo,
studiata a fondo,
tre note di disappunto
e trapunto il dito
che ardita adagi
tra labbro e gengiva.
Posi viola, posi sola,
posi come stuola,
posi e vola
il mastodontico giornale
nella tribù e nell’asola
dal risvolto positivo e declinato,
inviolato.
Mani da fata sul bonghetto
dal tuo tocco benedetto
e dal tuo polso insanguinato maledetto,
mani che torchiano il tuo braccialetto
secernendo succoso nettare divino
che assaporo indecoroso
e tu sempre più ribelle sorridi
dell’allegoria stampata sul petto.
Rosa sublime e canto di serafini
storditi, traditi,
mangiucchi allora quindi le unghie,
t’incanti, di nuovo mi guardi.

L’eterno ricordo

E dallo sbatacchio
dell’inclinato ramo
sotto il dominio vibrante
del vento sciama un singhiozzo
che si stampa fisso
tra i tuoi denti sensibili.
L’eterno ricordo
è vittima di un subdolo rimorso.
Pensa,
tra le scorie di gabbro
e tra distese di tenebre,
in procinto di nuove virtù,
pensa ed adorna il tuo capo
con losche foglie di salvia degli dei.
Il rumore lontano
impone il sigillo
sul tuo passo insicuro.
Innalza l’osmosi dritta
in questo tropismo verticale
dei nostri luccichii di spirito.
Il sentimento traspare,
lo vorrei catturare,
conservare come cinguettio primaverile,
come notturno intermittente
accendersi e infiochirsi delle lucciole,
nascoste e intuibili
iniziatrici del viaggio oltremondano,
specchio metafisico del nostro domani.
Ah questa quiete!
non dire una parola,
tra festosi guizzi allegri
si sperda il nostro ultimo intenso
silenzio.

La lista della spesa

I tramonti mattutini,
lo sguardo dolce dei bambini,
gli atomi scissi
perché instabile è l’amore
e l’elemento,
lo stupido e solito argomento,
altri anfratti,
i drogati alle fratte,
le divisioni ed i denominatori
del silenzio,
l’assenso post mortem,
il biologico tumulto asciutto,
il vuoto kierkegaardiano,
l’assoluto hegeliano,
il vino nietzscheiano,
poi,
Ratzinger e Ruini
depressi come l’aquinate,
i cipressi alti e schietti
in duplice filare,
il tuo solito fissare,
la gente che saluta,
gli oblò delle astronavi,
i viaggi interstellari,
le cravatte dei commendatori,
gli assistenti dottori,
i professori impolverati ed eruditi,
le distese toscane e le viti,
i mandolini nelle pizzerie,
i soldi gettati per le vie,
Berlusconi dall’odore atroce,
la Gelmini e il sesso orale
nei bagni delle scuole,
la Carfagna e la fase anale,
la lingua e le sole,
la violenta remissione,
Foscolo e Napoleone,
il tuo cartellone,
due metri di rinunce,
tre metri sotto al cielo,
il codice rocco,
la riforma dell’88,
la rivolta e il decotto,
il caffè con il biscotto,
la ricottina salata,
la guantiera e la sfilata,
i sentieri del coseno di alfa,
l’omega e la gamma,
la costante kappa e la discussione,
fasci di rette e la morale,
rettitudine dell’anima,
cambia i valori
ed i numeretti esponenziali,
quelli delle note musicali,
orientamenti spersi sull’orsa maggiore,
Amalfi con la bussola,
la scuola salernitana,
Dilan Dog e le investigazioni,
i RIS e le illusioni,
i gialli come nettare
estratto dal polline,
la fotosintesi nei cloroplasti,
il nicotinammide adenina
dinucleoside,
il cloruro di zolfo,
il satanico incontro nella solfatara,
acqua avvelenata e bruciacchiata,
la scolara,
poi,
Melissa P che fa l’astrologa,
la solita sonata,
la violenta ondata,
i mesti meticci,
le razze arronzante,
ceppi e assurde stanze,
canzoni duecentesche,
i catari e le donne,
digiuni ed autogemmazione,
fertilità e delusione,
il diritto comune,
la nuova scolastica,
gli esegeti, gli storici e gli scettici,
poi ancora fumetti.

L’immagine ha già riflesso

L’immagine ha già riflesso
di luce misterica
ed è manifesta nelle tue forme
la più soave apparenza.
Pensarti di sfuggita,
mentre guardi e sorridi
è il mio massimo slancio vitale,
è il solo desiderio, possesso
che so bramare.
La tua veste difesa
da miriadi di soffuse luci deluse.
Come può l’entusiasmo
discendere senza il tuo sguardo?
Il sentimento è già in me.
Nell’attimo del deriso
mio passo giulivo
si articola in forma di arcaica
sonata ogni tua parola.
La brezza, il mattino,
il mio ed il nostro destino.
Una battaglia già persa
in partenza la tua,
bellissima essenza
contro il mio spasmo
che a terra in visibilio
il suo corso arresta.
Tu non ti arrendi pur già vittoriosa,
l’animo mia da conquistatrice
lo sondi e di nuovo splendente
sorridi, folgore dell’infinito.
All’improvviso intuì ogni mossa
quella tua giravolta distesa
sulla radura della conoscenza
e del disincanto contemplativo
e caro al mio spirito.

Liceale

E genuflesso il canticchiante
messaggio subliminale,
le marchette della sera,
stese adagiano l’atmosfera,
un fuoco lento per riscaldare
i risparmi e le sottane
dell’antro ditirambico
del tuo sogno mai così desto,
immagini che scorrono sul video,
mangiucchianti pac man anni ottanta
e le camice col risvolto
che tanto o poco ti hanno sedotto,
poi tanti saluti su cartoline
dal ripiego così carino,
così impresso come big babol,
continua e coglie nel segno
l’erba che invade e sbaciucchia
la zona e i baretti del centro
nervoso, un po’ l’accumbens nucleus,
di svolazzare come lingua
tra le tue labbra raddolcite
dal video gioco
con polso deluso e slanciato.
Ma che bello!
un ricamo ad occhi chiusi
per altre vie,
sul condiscendente astruso furetto
che ti ha delusa,
manca la dolcezza
nella pecunia verbis,
nella piscina stesa
o forse più eccitante a galleggiare
inversa sulla banchina,
dici sì, dici no
caricatura buffa,
dolce immagine animata
virtualmente realizzata.
Ma gli anni sono ormai chiusi
mentre apri rovistando
quei cassetti,
ti frughi poi la borsetta,
ancora segni di tabacco
e le cartine per altri mondi
sconosciuti asciutti
eppur districati
tra i tuoi contorti discorsi
allo specchio temendo
ciò che c’è in te più puro e oscuro,
e che bello domani mi nascondo
tra i rami come usignolo
dal bel canto,
poi il viaggio in treno
ed il ripasso svelto in fila
tra le mattine d’aprile al sole
a rincorrere come vignetta
il disciplinatore
per non essere avvistata
dalla torre di guardia,
io che premo il tuo naso
sulla spiaggia.
Magari poi da confusione
e da diniego il manto levato
e poi l’occhiolino,
il mastichio che si fa più intenso,
dai vieni a cena,
non fare tardi,
dai ricordati,
o resti o parti,
rassicurata dalle maree
e dai delfini in circolo a guizzare,
corteo da mille forme.
Ah che poi farò,
l’auto da fè dei miei pensieri
autocondannati ed imposti
come se fosse neve
il tuo silenzio il tuo ricordo
che ormai più non c’è,
la fretta che ti invade
l’albero della vita
dal frutto colto e rinfrancato
dai tuoi continui giri
e destinato a viaggi ad occhi chiusi.
Incartucciata un po’ avvilita
la voglia viene,
è d’obbligo il saluto,
un cenno o solo il miagolio
di te arruffata e un po’ attizzata,
mi graffi già come se avessi voglia
di imprimere il tuo marchio
sul mio braccio e sulla fronte.
Eppure muove un alito
di cuoricini, il tuo diario indotto
allo scribacchio da incunabolo
amoroso,
da vorrei a gaudio dei.
Ecco è arrivata la luna sola
e sondi il meticoloso intorno,
delimitato il tuo fiato sul vetro,
in cartongesso il nadir
è già svuotato e incappucciato,
sguardo e testa bassa,
sul pavimento il corpo teso
a goccia precipita,
inclinato a destra
dal tuo occhio.
La fluorescenza sulle mani
dell’evidenziatore iniziatico
e diretto,
lo tracci il colpo di netto,
passerà anche stanotte,
la tele spenta e sfocate
le tele che non hai mai avuto
il coraggio di trinciare
da tritacarne la tua brama negoziale
e non contraddittoria
né compromissoria.
E poi continua la tua folle
impresa da ragazzina
contro valanghe e nubi
e contro te,
contro ogni destino
ed ogni tempo,
ma lui dov’è?
Più non c’è la voglia
se non puoi sfiorarlo,
non puoi.

Un attimo e giri

Un attimo e giri.
Ed ora che mi dici,
non c’è la tua serenità,
qui tra gli alberi in fiore
e gli ammassi di lattine,
continui come sempre a fissarmi.
Ed ora come va?
Le solite occasioni
e poi altri scritti e graffiti,
la birra d’un fiato
ed il fiato graffiato dalle sigarette.
Ed ora ti distrai,
sei languida e vorrei
penetrare a fondo
dentro gli occhi tuoi,
l’esplosione di colori
nel pudore enfatico dei gesti
e delle perline,
e vai, che sei grandissima,
immensa tra le ortiche,
il lastrico dei baci gettati,
e a questo punto è tutto più strano,
già pensi ad altro,
esula la mia parola
dalla mia persona,
resta il respiro mio
appena appena da te intuito,
e vai, che sei magnifica
lettrice, reggitrice,
regina, vetrina del tempo.
Ed ora come mai i tuoi giorni
lieti sono estranei ai miei?
Con il dito all’in su tracci
il danzante entusiasmo
delle cose di voi umani,
io ormai lontano
già intravedo il buio
nei giorni miei
e tu sorridi,
distante l’ultimo riflusso
di felicità condividi,
ti alzi e te ne vai,
la panchina vuota lascia un’orma,
la tua aura non mi abbandonerà,
ma tu non sei più qua,
a due passi la follia,
vai via.

Nikkal

Coperta di gemme
ti sollevi quasi abissale
come vegliardo sapiente
la tua anima capiente
e lo spirito ricolmo di te
esplode mille bellezze,
si adagia sul tuo corpo
il velo del pudore e del sentimento
puro, un passo vibrato nell’etereo
ed il circolo ricolma
di splendida bontà
il vuoto trafitto e soccombente.
Ma che ardimento
osare contro l’ignoto,
che temperanza nelle scelte
e che equilibrio nelle eterne
ed inflessibili decisioni,
così iniziò per gioco
e non ti è mai sfuggito di mano
il destino,
servo di una volontà possente
ed invincibile
in quanto sorda a richiami
che non vengano dalla tua divinità,
furente la fiamma
dal tuo dito sgorga e s’impone.
Che confusione invece
generano le mie palpebre
al passar delle inutili immagini
cui mi soffermo,
coglierò mai un giorno
l’assoluto dal lento schiudersi
del fiore incantato
della verità sublime?
Le tue mani tendono
dall’alto e sfiorano le mie.
Sui rotoli è impresso
il tuo sigillo indelebile,
loquace e universale,
sembra un canto
dalle cento sfumature,
tre linee melodiche si inseguono
e convergono sulle tue labbra,
il fiato che secerni plasma
e dà vita all’aria
in un vento primaverile
trasformata
e di incenso profumata.

La nebbia ed io sommerso

Quando ascolterai
dal silenzio fiorire
questo tepore d’incanto
il flusso dei tuoi pensieri
diretto verso me
sarà baluardo di una gloria infinita
che oscena già mostri.
Allora vedrai le tue mani
improvvise gelare come foglie
d’autunno sperare e colorarsi
di assurde speranze
il piede della stanza
in tutto il suo splendore
sarà dell’infinito l’odore,
poi verso nubifragi
il tuo sorriso settembrino
e partenopeo,
strizza l’occhio
nei pressi del golfo del caos,
mia candida violetta ingiallita
ed impreziosita dal sapore del tempo
che sfinito non muta
le tue forme né il tuo splendore,
ah mia cara
e che splendore!
Uh il faro d’Alessandria!
il mio ultimo approdo,
di me inviolato sulla barca
degli ultimi sapienti
alla folle ricerca
dei rotoli perduti, bruciati
e dalla cenere rinati,
come te che splendente
colosso multiforme,
prolifico e facondo illumini
me
e ciò che ho attorno scompare,
le mie paure figlie dell’ombra
e tu padrona degli altari.
La nebbia ed io sommerso.
Poi figure apparse,
scomparse
e infine pensate e generatrici
di nuovi linguaggi,
le cellule specchio
nei pressi del Brocca
e il nuovo linguaggio imitativo
e balbuziente
ma pure tanto potente
da infliggere scosse di vita
tra foglie di ortica stuzzicanti
le tue brame ancestrali,
che voglia mi viene
e che contemplazione
nel vederti nei pressi del pesco,
guarda uscito in fantasia
più da me non esco
e ritorno su passi già tracciati,
mi vedi che cinguetto
come ultimo rigo del passo
di ornitologia che fisso
nella mia mente
imprime melodie
al passo con fruscii di criniere
ed è a quel punto che ti avvicini
e mi baci col tuo fare classico
e diffidente e distratto,
eppur stordito e stupefatto.
Ahi raddolcite dal miele!
le tue note rilesse
con oscillazione di mano
e stereotipi densi
di senso surrealista,
ma che goduria vederti
come stilema lontano,
come carezza che pullula
e si declina dalla tua mano
dalla cadenza triplice e greca.
La turba dei ricordi
si addensa a sua volta
ed annega me già sommerso,
è un attimo e senza difese
resto in preda di te,
mi guardi e mi sfidi,
poi dici,
dai, continuiamo!

E’ sera

Ulula il vento
tra le scogliere ove si infrange
sperso uno schiumio arso
dal tuo sguardo.
Da fronda a fronda
la costiera è un luccichio
mentre il silenzio che splende
come asciutto dal mio spirito si spande.
È sera,
sul tuo corpo in folgori dipinto,
il chiaroscuro del cielo
è dal tuo incarnato illuminato.
È sera,
sui monti che limitano
il suono e la vista,
sulle nostre ali acciuffate,
stanche negli approdi
ma pronte a un rapido guizzare
se colte da mani capienti,
se curate da assoluti respiri sul collo.
È sera,
dalle tue mani,
sapore dolciastro tra nubi
abbondanti come frumento
di prima estate,
è un sentiero quel sogno
che inumidiva i nostri occhi.
È sera,
nel refrigerio dell’ultimo senso,
nel quiete vagare ormai spersi,
cittadini di mondi perduti.
È sera,
ed i tuoi abbracci bramo,
destato da giorni di subbuglio
alla finestra mi scorgo,
il tramonto è l’inizio della nuova era,
dell’ultima aurora,
della più pura stagione
che attende i nostri passi
da troppo tempo corrosi
dai flutti del mare.

Giorni dell’oblio

Il tempo guizzava
come matto tra le restie fogliette
di valeriana a ciuffetti,
giorni dell’oblio.
Incupiti sui rami i corvi,
cianfrusaglie nere tra le fenditure
della reggia serale e dai canti corali
all’eccitazione destinati.
A volte passeggiavo pensoso
tra le ginestre,
poi mi voltavo ed era già giorno,
cominciai a inseguire
le mie voglie divine
coltivando contemplativi silenzi.
Apparve inaudita ed inaspettata
sul far del meriggio
di un maggio da intensi profumi,
poi con un soffuso
schiarir di carezze
illuminò sfiorando le rose
e la frescura dei ginepri,
l’intelletto disincagliò l’immagine
impressa dal nous al logos,
al gesticolio stuzzicante.
Il solstizio nella notte di San Giovanni,
le lotte lucide mentre mi incantavo,
audace celavo indecisioni
alle tue deduzioni sillogistiche.
A volte distillavo l’alcol
dai fiori sperso,
lo univo col sapore
delle nocine immature
e pullulanti di verde aromatico
ed etilico.
Apparve lieta
come falce di luna
e senza un fiato ingigantì
le spoglie mortali
innalzandole agli altari,
potete soltanto lasciare spazio
alla fantasia ed intuire
ciò che vidi impresso indelebile
su lapislazzuli.

I mandorli magici

I mandorli magici
ed elusi adombrano
la tavola
imbandita per la festa.
I clavicembali a doppia coda
dell’occhio rinchiusi
in un cristallo allietano
la soglia delle pluridimensioni.
Una ragazza porge ciliege
decorate coi raggi del suo cuore.
Buona giornata!
è già arrivata la brezza
del mattino in riva al mare.
Ah come è sincera
questa spremuta d’agrumi!
diffusi sul polso
da effluvi fluviali
di cuccagna paradisiaca.
Come ti senti? Che dici?
Ti corono d’alloro?
Dai fuochi delle torce diurne
si intravede il veliero
come adagiato su cieli turchini
d’incanto all’orizzonte immobile,
ultima stella fissa
nell’epoca del moto circolare.
Una schiera di pini mediterranei
incanta e le zingare furbette
fa sognare.
In groppa alla nuvoletta
arriva Erato,
con la lira melodiosa
alla mia penna leziosa da fiato.
Dopo l’addio
lei disse,
il domani non so cosa sia,
ma oggi tu sei di nuovo qua.
Ti sei mai chiesta che altro
può farci una ruota di bicicletta
capovolta su uno sgabello
se non dettare una regola di condotta?
E come mai l’inconscio sepolto
è un porto sicuro ungarettiano
di naufragi in trincea
nel dantesco montaliano
al concerto dei Pink Floyd
dove, può darsi,
sia possibile fare ancora poesia?
E dal tripudio dell’ultimo giorno
si adagia il messaggio
a segno primordiale
e figurativo
e non fonetico
ridotto.

Hator Lilith

Lo specchio che ritrae un’immagine,
la tua,
donna angelica del nono cielo,
del cerchio roseo
e dai canti in giubilo delimitato,
pullulante, intransigente e tollerante,
avvicini alla bocca il bicchiere
col succo di mirtilli,
stuzzica gli elementi
ormai cotti di te,
muovi gli oggetti col pensiero
e leggi nelle menti
e nel cuore delle genti,
cari al tuo dorso
i simpatici gattini
che assieme a te
e succubi ai tuoi ordini
aprono varchi
tra sensibile ed etereo,
la tua voce limpida
schiarisce la volta
densa di luce,
pone il quesito il tuo vestito
finemente ricamato,
ascolto stupefatto
l’ultimo aneddoto
raccontato a suon di accordo
assiduo ed ipnotico,
il mio spirito interamente
dalla tua voce catturato.
“Si illuminano le stelle
ad ogni vostro pensiero lieto,
nella riflessione e nella speranza
l’universo sussulta.”
Ed anche le migliori ondulazioni
si uniscono nel punto
dal tuo indice mostrato,
le ninfee sono serve
e le sacerdotesse profetiche
aspettano calme il tuo cenno,
il tuo vocio di marzapane
imbandendo sacrifici
di gemme e di frumento,
l’umidità delle pareti
è uno sgocciolio di sensazioni,
cattura i nostri desideri
con meticolosità e con furbizia sincera,
prima dei monti il mare
era un formicolio inquieto ed agitato,
si ersero i colli,
si alzarono le catene imponenti.
Ti prego non svanire,
non dissolvere mia lucciola,
ti conserverei nel mio petto!
Volatile farfalla
variopinta diurna,
sarò domani, facendo l’occhiolino
mi dicesti.
Legami magnetici
mi legano a te,
creatura divina,
mia causa motrice,
mio motore degli eventi.
La polvere è l’orma
del passato annidata sui libri
e pronta a raccontarci
ciò che le pagine scritte
lasciano all’immaginazione.

Resterà la tua parola

Il vento, l’onda, la corrente,
le sincere ed affiatate attese,
i tuoi occhi, i tuoi dipinti,
i tuoi accostamenti figurativi,
i tuoi sorrisi,
guardi l’anima da fuori
e non c’è gravità se sei obliqua
sospesa sul letto,
se pensi e sei pensiero,
fuoco rarefatto
il voltaico magnetismo,
il tuo riflusso ed il cristallo,
la pagina macchiata di caffè,
l’odore di fumo e l’arioso tuo opposto
che già senza resa ha immanente
un che di te
nella pronuncia del nome,
la maglietta alla rinfusa
tra le scarpe slacciate
sul pavimento
e il paradosso dell’egittico rito,
pietra azzurra al collo
mia padrona e regina
di sventura, il messaggio
sulla scrivania e la firma
appena appena intuita,
scrivi ancora
come una bambina.
Le rinunce, le veemenze,
nessun risultato nelle scelte vane.
Poi il raggio non capisco
come faccia ad essere
così coinvolto e così tranquillo,
sembra quasi non gli dispiaccia
scomparire e riapparire,
sembra quasi non disdegni
le nuvole, la pioggia,
l’afa, la riscossa
dell’armata sepolta,
delle dodicimila schiere,
delle tue indomabili fiere maestose.
Guardo ancora
come dietro ad un vetro
i tuoi ricami e i tuoi intrecci
tra le mani,
le tue favole senza morale,
le tue fiabe dai castelli incantati,
le tue tracce da maestra,
da scolara, da ragazza stupefatta,
da donna esterrefatta,
da furiosa Euridice
dolce dei sogni incantati,
saggia ragazzina da salvare,
indifesa ma con consigli
da impartire ai salvatori
sognatori dal bel canto
e dal rimorso
alle porte del nulla
che si impone
ma mai vincerà,
tra le tenebre illuminerai
un soffuso chiarir limato
dalla tua magia da messaggera.
Resterà la tua parola.

Carmen

Dal tuo sguardo misterioso
catturato, il ricordo è districato
tra luci e nebbie,
il tuo rossetto orma
del mio canto e tu singhiozzi
a mala pena
ed anche una parola persa
tra le mie mi socchiude
gli occhi, in una nuvola oscura
e tu risalti croma di Mercurio
ermetico ed evidente, no,
non una nota in più,
ogni cosa troverà senso
e lo imporrà se ti volti di nuovo.
Crederesti solo nella musica,
piangeresti fino all’orlo
dell’abisso tra le danze,
tra fuochi sospesi,
in modo più candido
e più pernicioso,
in modo disilluso,
incantami ancora con il viso
ad incantesimo proteso,
l’anello dei domani ritorna
come pioggia,
ritorna come aria,
tra amore ed entusiasmo
della nostra cara profezia millenaria.
Renderai la stanza
una storia dal clamore
e dalla gloria impreziosita,
scoprirai le mani
ed accennerai il pensiero celata
dal tuo velo di damasco e di smeraldo,
il verde con il viola,
il corvino con il rosso,
muti con il tempo e saturnina
e lunare sei complice
di questo mio assurdo
peregrinare tra epoche e leggende,
tra musiche perdute e consumate,
scosse e intorpidite,
poi d’improvviso sprigionate
nel momento del diretto
tuo sguardo perduto
e navigato
ma mai dimenticato.
Gradisci del tè?
I passi nella notte
tra viette solitarie,
i tuoi discorsi, le tue illusioni,
le tue mani che dirigevano
il cosmo,
poi le chiari acque
dissetanti e purificatrici
e ancora poi,
poi il trottare mentre cammini.
Ed ogni cosa si stende
sul tuo corpo
mai così annunziato e lodato.
Parleresti ancora se invocata,
muta oppur loquace
sulla sabbia
come simbolo tracciato,
dal vento cancellato,
nel mio cuore scolpito
e fossilizzato ma reso vivo
dal tuo nuovo sguardo interrogativo,
voluttuario ed incendiario.
Scopriresti il corpo
con la grazia delle nuvole,
colpiresti e affonderesti
il mio stupore
senza temere il paradosso
del nostro risultato
da tempo ricercato
del significato più volte
dall’inerzia di chi è sordo celato.
Ecco i tratti di penna
sul tuo diario scritto
ormai da troppo tempo
e da troppo tempo abbandonato.
La speranza nelle altrui speranze
e inclinazioni,
l’innamorarsi di figure e desideri,
di intelletto e di poesia,
di anima e manifestazione,
di ricordo e di vaghezza,
di rifiuti di compromessi,
di una ragazza sola
contro il mondo,
della fortuna, dell’audacia
e della tua contemplazione straordinaria.
Ordine divino tra le braccia
senza resa e senza viltà
la tua ricchezza, colme di tesori
che il tuo spirito sovente
con un tuo cenno mi regala,
la mia mano verso la tua tesa
si prepara
a dimorare nella tua fortezza
possente armatura,
lieve bollicina,
fragile cartapesta.

Piove e intanto guardo

Piove e intanto guardo ancora,
distratto penso,
la sigaretta si consuma
ed è già un’essenza disattesa
l’eretica pretesa,
polvere e fumo dal fuoco,
e ricordi che erano care
da tempo a noi le albe,
i tramonti,
gli sguardi persi,
stare al buio abbracciati
e cullati da l’ultimo respiro
che sembra assurdo
ma incendiava il mattino,
l’albero in fiore e il nostro destino.
Come dici?Le stesse parole,
quelle di sempre. L’acqua
e gli schizzi alla fontana. Impressa la goccia
ora alla finestra. E la gente che passa,
che traina il suo peso vitale,
stanca come i miei occhi,
sfatta come le mie mani,
spossata come il mio domani.
Puoi non ricordare
questo soffio inutile
sul far del giorno o della sera,
puoi pure continuare
a tracciare assurdità tra i rami,
puoi pure sognare
di andare al di là del tempo,
ma se non esplode più un tumulto
dei sensi nel mio cuore,
nel rimorso e nel dolore,
cosa resta? Dimmi,
cosa resta?
A volte è più difficile
disarmarsi
che combattere a denti stretti,
non so più camminare
con le mie ali,
sì sarà una frase già sentita,
già abusata e violata,
spesso è difficile riconoscere
Petrarca da un petrarchista
cinquecentesco,
a volte poi bisogna accettare
questo folle compromesso,
rinunciare alla felicità
e all’incanto per avere in cambio,
giorni uguali tra le mani,
Baudelaire simil tardo novecento.
Puoi ancora discutere
allo specchio
con lo sguardo
su l’ultimo fumetto,
puoi incorniciare il sopruso
di una melodia che infierisce
su un corpo,
che trascina intorno
alle mura una spoglia
ormai sbiadita e stranita,
ormai relitto affondato e perduto,
rotolo estirpato e bruciato
come erba marcia,
inutile e dannosa.
Cosa resta? Dimmi,
cosa resta?
E le orme sulla brulla terra
sono tutto ciò che ancora
non so cancellare,
ciò che non so dimenticare.

Selene Oscura

La via della desolazione sublime,
il canto di civette,
le solite sguazzanti brame sopite,
le altre invece pronte all’attacco.
Non è qua, forse là,
rinchiusa in scettro
nell’albero immortale
e non maledetta perché altera
rifiuti la sottomissione
e godi nel dominio ancestrale,
sotto i tuoi colpi
non c’è nessuno che possa
osare sopraffarti.
È dal rifiuto generato
un idolo che arresta
ogni pensiero alla deriva,
alla rinfusa, alle tue labbra declinato,
i racconti, quelli tuoi
e che racconti,
sogni a cuore denso,
rifratto e convesso.
Autunnale fiore destinato
al potere sapiente,
dall’arte mai succube
alla natura e al vento,
mio amaro dolciastro,
maledetto germoglio,
sorgi, imponiti, e possiedimi
dal buio alla scossa
di centomila motori
nella mente,
follia contenente,
percezione esponenziale,
vittima io di quest’assoluto
iperlunare.
Il sapore diviene logos
improvviso,
il segreto hermetico
candore manifesto,
l’entrata blasonata
dalla tua immagine funesta
superba apparenza.
Ecco,
non credevo e non credevi
forse neanche tu
di trasfigurare in magico
diluvio universale.
Ti imponi ancora e dici,
ti attendevo,
porgendomi la bocca,
mio sollievo, nel pianto disilluso
del dolore rigeneri
il mio spirito
con sonante candore
di cornamuse mai stanche.
Ed io, solo coperto
del tuo manto, a lottare
contro l’ultima ingiallita
ipocrisia scolorita,
o forse a sognare
cogli occhi spalancati,
mentre cammini,
mentre mi chino.
Ti presenti,
eccoti in tutto il tuo fervore,
eccoti tutta nel mio stupore,
nell’antro del tempio
ormai dimenticato
si riaccende il tuo fuoco
di venerazione ora inestinguibile.
E per te un verso
dell’osmotico piano,
del cianico fulmineo
melodramma stranito.
Eccoti sei qui,
eccoti qui.

Dissoluzione del tempo

Mi vedo,
scemando giustamente
in dignità,
annullare,
assurdo giullare,
questo frammento tutto nostro
disilluso
di clamore
figlio del tuo violento peregrinare
con immagini e demoni,
sintesi gotica dark,
emo spiritica.
E sento parlare,
dalle tue mani sentieri tracciare,
dai tuoi seni cascate inondare
il mio anello di centurie
destate al fischio del vento.
Ogni forbito monolinguismo
calca su parole del destino,
rovina e mistero,
una passione sconfinata e sinistra.
Avrei bisogno di stendere
un tappetto di ortensie ai tuoi passi,
di diluire ancora le viole del pensiero,
di berle mescolate al lete zampillante,
e le Esperidi gustano
le mie parole in cambio di frescura.
Uno sforzo intellettuale sovrumano
e la follia nell’amplesso di te
eternamente vergine dea,
è una scandita introspezione
che esalta l’Es.
C’è necessità di navigare ancora,
la verità che si presenta agli orbi
non è uguale a quello che,
senza spiegazioni, il tuo abbraccio
carnale mi sa dare.
Poi nello spasimo susseguente,
la dignità risulta inclemente,
stretti nel fatale universale
incrocio di sguardi.
Mi accorgo, mentre ascendo
verso alture a respir di vento
interiore,
che non ha senso pianificare
il domani che non è concreto,
resta solo l’oggi
come ricordo delle spoglie
passate di eventi
che in realtà sono attuali.
Non esiste infatti,
nota bene,
alcuna verità se non istantanea,
tutto è concretizzato
nell’infinito di quest’attimo,
l’unico reale,
l’unico specchio del vero
e vero al tempo stesso.
Promana l’apparenza
come unica essenza,
carnale, spirituale,
ed animazione della virtualità mentale.
E tu continui a guardare…

Premi e prendi lo scettro per me
Ed all’introspezione segue,
come onirica forma,
l’immagine della mia storia
capovolta, effige e simbolo
arboreo deluso,
schema profuso
in bollicine catarifrangenti
ai colpi lunari accorti,
guardando flashato
l’ammasso di cespugli
la mia mente è ovunque,
qui, nel bosco, nella radice,
nella brina del petalo
dalla dolcezza inesprimibile,
raggi gamma e delta
schiudono l’entalpico valico
mastodontico della scogliera prealpina,
dici la filastrocca ligure
per ricordare l’inverno,
le dolomiti,
l’iniziale montuosa,
è giorno, è notte,
è oplita chiuso a serratura
nel meccanismo di cottura,
risponde all’intralcio intrecciato,
è godimento, tutto d’un fiato,
salmone lungo i fiumi,
accoppiamento dei vitruviani perfetti,
dei martoriati aneddoti duecenteschi,
ex cathedra i miei gorgheggi,
apre il la sineddoche
all’anta del femmineo,
pendolo, pendolo,
dici, pendolo,
eppur si muove
come ubriaco il cosmo,
getta col fumo un altro fiato,
nel passeggiare tra taxi di Virginia,
un po’ malaticcio il maestro
dalla bacchetta funesta
sull’orchestra di biro consumate,
dall’accendino rinvivite,
frollate, svilite nuovamente,
e tu coi tuoi occhiali
rispecchi l’ignoto.
Uh! uh! uh!
Cambia tutto e muta il tempo
questo canto rapace,
e lo sai, va lenta la musica
come i tuoi passi, scheletri
nei sogni del cassetto,
memento mori,
giro il leggio romito del ghiro,
ed ecco, in fondo non sai
ciò che so,
my baby, sorseggi champagne
rinchiusa nella fortezza
di piombo,
you shot me down, il collage,
l’aura scintillante nello cin cin,
e foto cheese
e foto catalitiche e dodecafoniche,
e foto istruttorie, e foto decisorie,
e foto archetipe,
l’aureola celebrale
degli illuminati oscurantisti
da virtù enciclopediche bruciate
e rigenerate in dispersione
silenziosa, in principio era
il suono del verbo e l’infinito
era architetto del suono
e suono al tempo stesso,
e disse sia il corpo,
e disse infine
sia lo stesso sedotto,
anima mia.
Uh! uh! uh!
E le ragazze indiane
nella genesi erano membre
della casta più alta
e dominatrice,
poi il membro con forza bruta
volle soccombere l’intelletto sapiente,
non ci sono ali in floreali miscugli
e la donna continua a volare,
messaggera di bellezza universale,
quando l’amore comunica in alleanza
e non evoluzione,
plasma ma non modifica,
è tutto uguale,
ci ritorni domani? Lascia fare.
Lei è il futuro che è in me,
scioglie i nodi e li riannoda
al dito perverso,
ah che candore! Lei dice
cos’è l’amore,
viviamo di svolte,
contropartite per eresia etimologica,
tre flash tutti d’un tiro,
triplice molteplicità unitaria,
triplice stupore,
sguardo assente
e dunque colmo di vita mistica
che genera splendide creature
sul bordo dell’amplesso
di chi rifiuta sottomissione,
ti voglio, oh sì! Sei splendida stasera!
Uh! uh! uh!
È giorno,
è notte nei tuoi occhi,
confuta l’ieri, confuta l’ieri,
è già oggi domani,
confuta e ridi,
fonetica mostra, ottieni nove,
nove tu, il mattatoio sentimentale,
folklore rock,
il minimal junghiano,
e colla colla tracci una scia
di sidro sidereo,
e c’è feeling tra noi,
le tue gambe tra le mie
cavalloni spumosi,
premi e prendi lo scettro per me,
premi e prendi lo scettro per me,
dunque,
premi e prendi lo scettro per me.

Caro amore

Caro amore,
ciao, buona sera!
Come ti va la vita?
Ti penso ancora ed ora,
quando andasti via,
ricordi quella atmosfera?,
caro amore, l’odor della pioggia,
volevo che il tempo non continuasse
a infierire su ciò che di più caro
il nostro tesoro interiore conservava.
Caro amore,
e passò anche la sera,
venne la nostra notte,
stesi i corpi lì,
non ci fu seguito
a quel bilico intellettuale,
era tardi già,
l’erba che fumava,
meglio il fumo
dicevi in delirio,
ma pensavi
meglio scomparir,
non sai sfruttare
ciò che di più puro
noi avremmo potuto fare,
e soffiava il vento,
lo ripeto perché la dolcezza
è unica e continua,
non si può mutare termine
per districarla dalla realtà.
Caro amore,
e ti incendi già,
sei sensuale e carnale
mio sogno,
sei così concreta che avvampi
a fiumi e a guizzi,
ma rimani tu,
e non è domani ripetevi,
questo non lo scordo,
ti piaceva giocare,
mentre pensavo
tu già mi sfioravi e dimenticavi,
ti andava bene
e meglio dunque se non ci fossi stato,
in conclusione.
Caro amore,
sono tuo per sempre,
questo dicevo,
tu non ne vale la pena,
confermavi il destino
ed eri lì.

Fenicotteri al mattino

Fenicotteri al mattino,
l’attimo dell’arrotino
rovente tra fiori
e piante sconosciute,
la spada già affilata
del viandante oltre l’oriente,
nella terra del serpente,
tra i tre fiumi della civiltà,
gli sciapodi cinguettano a saltelli,
levigati come saltimbanchi,
cantastorie alemanni
dall’egittico risvolto
a sorso di bacco,
una domanda,
la sfinge guarda,
poi Agamennone osteggia Elettra
tra Cleopatra e la vendetta.
Un sorso di rum attorno al fuoco,
oggi era Venerdì,
sarà dipinto di piume,
sì aborigeno perduto
tra gli echetti innamorati di Narciso,
e passa al timo difensivo,
un’indicazione stradale
abbozzata sul biglietto per il concerto
mentre audace sfonda le porte
la sfilata di damigelle eccitate,
dalle nuvole celate.
E le onde aromatiche
delle lente assurdità
postano battute,
mi piace la dignità delle immagini
accompagnate ad aforistiche
pretese di verità,
perle di stoltezza
adagiate a cazzo
tra lo schermo e la banalità,
i manga culturali,
nello zodiaco il castello di Tubinga
degli anime sul finire
degli anni ottanta,
come sono belle
quelle forme della giapponesina
che ha lineamenti occidentali,
che ha tarli occipitali,
che ha barlume di sensualità
nelle fossette delle guance,
poi il ponte di Brigitte
un tempo era gettone da duecento lire,
me lo cambi devo recarmi
alla cabina
o in sala giochi di giovedì.
Una risposta allo stress
potrebbe essere la risorsa
dell’accesso ad occhi chiusi
tra le gocce odorose
di pioggia d’aprile,
ronca la rauca sbronza,
un trancio di Margherita,
arrostita la retta via,
dallo spioncino il Martini
barrato a sette,
come candelabro segreto
il nostro agente,
una scura chioma danubiana
segna il confine dei musicisti
che bramano librettisti italiani.
Alt,
il berretto somigliante
al tuo passo claudicante,
il mandolino, la verticale,
la paradossale calippica filippica
apologetica ed apoteosi
infine del brume burro squagliato,
buono il gelato.
Alt,
le risate,
due graffi sul corpo
ed un entusiasmo da riposo
letteralmente affine al vizio kierkegaardiano.
Allibita la ragazzina
nel guardare il manto stellare,
stringe la mano ad un’altra retata
dei sentimenti in sulla spiaggia
di Vietri coi sassolini dai dodici colori,
coi suoni in scala, dodici note.
La betulla fuori la tettoia
soppiantata da una gardenia
intesse frammenti poetici
disquisendo col bulbo gravido
e gravito tra le foglioline.

Ragazza dal bel nome

E così passeggiavi senza pensare,
girovagavi lungo i viali,
fischiettavi e mi guardavi,
non c’è remora che tenga,
non c’è la tua vita,
la stessa è una giostra
tutta in salita.
Quando ti fermavi
ed impostavi le gambe
mi salutavi,
come ti senti?
Spero tanto stia bene
reclinata come cigno sulla strada,
risplendi e dici sì.
Ragazza dal bel nome,
trotta ancora un po’,
è primavera giù per il centro,
il sole estende il suo velo
lungo la strada sul far della sera,
divori ancora i fiori?
E poi la notte
la frescura ci inondava,
come clessidra introspettiva
era lo stampo di gesso
dell’idea amorosa
che luccicava catarifrangente
ogni realtà, ombra della luna.
Ragazza dal bel nome,
rolla ancora un po’,
fai la perfida,
fai la profumata essenza
in quanto liberata dal giogo
invernale dell’Ade,
i campi germoglieranno
se ti volti verso di me,
tornerai al tuo eden.

E la stella dov’è?

Sopra fiato e luce
e slancio vitale tu, muti
la brusca fessura del senso
ed incalzi,
il discorso procede,
salti l’intro miscelando
la dispositio ed intessendo l’elocutio
come corolla tropicale,
occhio reclinato alla frescura
fenicia coronata di gemme
ed incastonata nella porpora
adagiata come manifesto poetico
eclettico anzi il sincretismo
del granello infinito,
quanti anni hai ragazzina
di novemila anni fa?
E vola la farfalla
variopinta e decorosa,
i begli orchestrali sulla tua bocca
di fragola e di gelso.
Poi mi aspetti alla porta.
Quando vivi, dici,
dici e menti
con la sagoma elettrica
della melodia.
Parli canticchiando,
citi i Veda e il divino
tratto d’oc che non prevalse,
quando alla dolcezza
preferirono la arroganza,
la saga tratta dall’anello,
dall’Orlando, Reginaldo,
Armida ed Erminia tra i pastori,
la censura,
et in Arcadia ego,
Anceschi bendato. Solitario e muto
il motivo antico,
gli stilnovisti ottocenteschi
partenopei e monolinguisti
e tricromatici,
le tue mani già scendono
tra le mie,
forse maggio ti è caro,
ti è caro angelo di bontà,
monti la panna traducendo
l’Iliade da traduzioni già fatte,
sei già qua?
Forse è colpa del tempo
o della lancia spezzata,
la versione sulla scrivania
e la tua preziosa bugia,
il telefono spento.
O ragazza,
mi stringi i fianchi?
O ragazza,
mi scagli dardi?
tanto a dir non ci provo,
non volo se non mi dissocio,
cos’è la realtà?
Poi il fuoco che è spento
non riarde sistemi di carne,
costrutti mentali arruffianano
i tuoi capelli arruffati,
stile rubato ai sumeri,
gli accadi meticci
sognano i barbari biondi
come dei,
ecco i giganti nei Pirenei,
il cero è riacceso,
triremi tremuli al tramonto.
E la stella dov’è?

Inizia una nuova giornata

Inizia una nuova giornata,
il granchio abissale
unendo i punti,
porgerò un complimento
a questa follia zampillante
dalle scorie portuali,
vola il gabbiano come nascosto
dalle discussioni nubilose
del sintagma decoroso
e trovatore della schiuma
intorno fa la ola,
trotta con grido
da astronauta sconosciuto,
da altezzoso ammiraglio
dei destini già sbiaditi,
così scorge il segmento
del sentimento
e il limite puntiforme dell’amore,
neopitagorico infinito
tra fave e pecorino mortali,
campi e bivi,
libera morte, libero scambio
di baci.
E nonostante i tuoi silenzi
continuo disilluso,
si scioglie il nodo
pugno di scimmia demoniaco,
ti guardi le scarpe siriane,
invidie deliziose,
amarsi come fosse
vento l’amore, spirito,
logos e torpore
in congiunzione carnale
mentre tu violetta continui
ad ansimare bocca di leone
nel godimento lanci un urlo metallaro,
posseduta dalla voglia snervante,
con uno sberleffo al cielo raro,
sei logorroica e prolissa
nelle spiegazioni,
cartucce spiegazzate.
Lode fine a sé stessa,
gatto da rimessa
in scatoloni criptati
da segni indistinguibili,
pozioni fumante,
tre gocce di brina,
poca salvia,
spruzzata di adoxa,
bacche di acai ed aquilegia,
potrebbe essere un deragliamento
conscio delle attese appassite,
uno strano boccale
colmo di acquavite,
ed ora sei di nuovo mia.
La nascosta toppa
dell’epoca lunga del giorno
dà la concretezza che solo la luce
sa dare, periodica la scala.
Dai passi acconci
sul bordo del molo
il sole inzuppato,
nell’attimo ho deciso,
compari come losca presenza,
le sofisticate trame lineari
del pallore ad occhio fervido
schiariscono anche il resto,
il vuoto e il desiderio.
I nuovi elmetti del mattino
scintillano già
e nella vaghezza riparte
la musica leggera,
sei qua ormai solo per metà.

Scuote il buio Nidaba con fare incerto

Parte con i sassi distici
nella bisacca,
mistica la divisione di compiti
un po’ banali,
dal teschio alla sottana
il passo è breve,
cerbiatto spaurito
al corso d’acqua timoroso beve,
e la rapida occhiata cinge
ciò che ho ancora da dire,
cambierei la metrica, lo giuro,
se nel frastuono non innalzassi
ancora un muro,
tra me e te un pellegrino
inabissato nel suo mantra
sulla via, verso Damasco,
ma come fanno ad ignorarlo
i violini un poco in trepidazione,
ma come fanno i mercanti di Aquisgrana
o delle terme
a vidimare un rifiuto
senza neanche al rimorso accennare.
Allora a questo punto
intervenne ed alzò
con grazia la mano
la ragazza del mare,
della caccia, della notte,
della sapienza, della musica,
da soave Astrea
a trasognante imprimitur,
impromptu, dal murale,
dalle corde tese,
dalle santificazioni distiche,
longa manu.
Sai cosa sento
in tal pneumatomachia
che mi assale, si impone,
mi strapazza dove è più lontano
il fosco sincopato assolo di arbusti.
Ed è così la scandita,
vasta resa.
Dondola la donnola assuefatta,
che bislacca domata la disfatta,
rifatta, come a dire,
vieni a guardare,
dai cardi in festa
che riposano a saltelli
sul far della sera,
una godereccia babilonia,
una convinta babele,
ah quanto sono cari
i tuoi orecchini
e la tua cosmetica sumera!
dov’è il mercurio?
diceva il magister,
bevine una goccia,
e l’imperatore perì di follia.
Eccola,
l’entrata trionfale di Gesthinanna,
nel deserto dal cielo
la succulenza paradisiaca,
deserto sfrenato,
astinenza, visioni,
miraggi decorosi.
Ianna seduce col velo
e col precoce scuotimento delle mani
poste tra il musetto
della casa d’incontro.
Scuote il buio Nidaba con fare incerto.

Correlativa vai

Esci di nuovo da scuola
incarnando lo spirito sovrano
dell’intenzione verdognola.
Correlativa vai,
cerchio per affilare
i becchi di sproloqui,
nella figura poligonale
trovi finalmente
il recondito messaggio criptato
da rime alla ricerca mirabilissima.
Scolaretta
ad ispirazioni regolari ti siedi,
chiudi il libro e poi col viola
finisci l’illusione colorata
e combinatoria,
quindi sei pronta
a farti viva e dare vita.
E poi accendi la tua sigaretta
nelle chiuse arie da cuffiette
innalzate e meste,
che miscela puntiforme
di suoni negligenti
e zelanti tra l’asfalto immobile!
Vorrai ancora chiederti
cos’è la vita,
se ha ancora senso questa salita,
l’intenzione va di moda
come la tua ultima aleatoria parola.
Poi ancora il tuo profilo,
il tuo esposimetro maganzese,
non è lacrima francese.
Solo un troll piccino,
intero ed acre
che tremolante scaglia
miceti onirici,
enormi e rubicondi sui pensieri
e che confonde
la tua assurda composizione,
la tua mania ti assilla,
non riesci, ricominci da capo
ad incastonar tasselli
coi sorsetti deludenti,
proprio non ce la fai,
a ridirigere ogni umano verbo,
a districarlo ed incastonarlo,
a porre fine
e quindi iniziare l’ascesa.

Le tre ragazze

Le tre ragazze sempre più vicine
nel canto, nel suono,
nel contemplativo accenno sufi
posizionato in circolo perfetto
nella quadratura del tondo
in fattori bidimensionali
servendosi di tempo
e scelta suprema
adorano l’essenza femminile
con opuscoli ponendo parole
a fine e a capo del verso,
raffreddato l’asciutto
con l’inchino sultano.
Ascolta la voce interiore
che è già suono, luce e calore,
che è il collegamento
con le sfere dall’intelletto mosse,
dalla brulla insenatura scosse
e barimetriche sintassi scarne
fioriscono in giardini mattutini,
oasi zampillanti e refrigerio del tempo.
La riflessione sillogistica
d’un tratto si arresta,
non lambisce l’orlo della tua cresta,
la questione resta insoluta,
sciolta nel sale l’ultima arsura.
Pasti mescolati con verdure
saporose e dolciastri miscugli,
Baharat per vespreggiare il velo
che assiduo e proteso lascia immaginare.
Lenti solfeggi
tra i tuoi denti bianchissimi
fanno sognare.
Alle cure meticolose
della sapienza neoaristotelica,
enciclopedia avicenna-averroneica
mania di miscelare il miele col sale,
la vita con la dolcezza,
procede ancora ad un passo
il materiale intelletto,
l’astrazione dell’anima
da cui procede per grazia divina,
non c’è cardo senza spina,
scarti la pietra giudaica
ed è quasi giugno nell’afa,
spalanca la rete,
pescatore del sole.
Quando il segreto nascosto
fu reso manifesto,
in quell’attimo ancora da venire,
procedendo per grandi,
Baphomet seduto ad uso buddha
persiano quaranta giorni nel deserto,
lo trovi il coraggio,
lo crei il destino
dalle tue stesse mani,
quello stesso destino che bloccò
il sillogismo proclamando la resa,
la vittoria dell’immane immaginazione,
l’unica ad intuire e descrivere
gli eventi futuri ovattati.

Le nozze di Psidide

La goccia di pioggia
di maggio stonava
col ritmo lunare
e allora il cipiglio del caos
pudico volle
coronare il misfatto.
Dal posto inclinato
del catasterismo
la metamorfosi metaforica
dell’osare sull’altare nuziale
adorno dei fiori d’arancio
e di gigli,
è uso qui nelle tetre tensioni
smorzare l’angoscia con un bacio.
Quella goccia che scosse
la cattedrale austera
fu sogno della nostra primavera,
nell’epico scontro elegiaco
le spade furon spezzate
e uno squarcio tramutò
il dialogo pitagorico di trasmigrazione
in dolce sussurro.
Dallo sciogliersi dei capelli
nell’alzare il velo
cinque volti furon rinchiusi in uno,
sette candelabri in un solo sguardo,
dodici costellazioni i denti,
il porporato bramato
delle tue labbra rinchiuse
l’umanità intera allo scoccare del bacio.
Nel momento più intenso
i ricci silvestri si adagiarono
sulle mie spalle,
le stuole di serena stoffa ricamata
finemente erano nuvole terse,
la sua pelle incanto selenico,
autoctisi il tuo abbraccio universale.
E poi l’anello ineludibile,
fiero e mutevole al far della sera,
l’anello del circolo eterno,
vera sorgente di potere
d’amore fu sigillo
di immenso clamore.
Squillo di trombe
tra fasti di chicchi nascosti,
segreti, riposti tra le tue dita
macchiate del nettare divino,
cibata la golosa bocca
d’ambrosia mielata
mentre la sfilata di cori angelici
innalzava il tumulto di pace e quiete,
agitava le masse eteree
rendendo armonia sicura,
restia la damigella prima impaurita
ed ora invaghita del suono soave.
Nello specchio i riflessi del tempo,
al buio l’ombra e il pensiero
in sé concepito,
un nuovo bacio
e poi un altro ancora,
scandisce l’epilogo
della festosa eleganza
l’inizio dell’aurora,
l’inizio della nostra ora.

Il ricordo di Héloïse

Assidua e desiderosa
su letti agghindati dal vento
che non vuole svegliarmi
e soffia in silenzio,
l’atrocità del male inferto
al nostro destino ora meschino
ricordo, tra pensiero e res l’azione
del tuo urlo possente,
della lieve mia voce
che ci addormentava
avvinghiati nei nostri discorsi,
un dito sospeso in cielo,
l’altro nel sospeso del libro
del godimento intellettuale,
orpello per un nuovo corso,
noi posti al cuore del sogno
nel nostro bacio fuggevole,
feltro il barlume di gesso
nelle statue del paracleto
che magicamente ritorna sereno,
l’animo pietra scintillante
dai miei respiri guidata.
Un periplo verticale
della mia forma,
una soave carezza
dalla mia guancia al fianco,
fremo ormai sola.
Come rondini
i tanti gesti d’amore,
goliardico, beffardo ed ebbro
mio compagno,
mai più tra di noi presagi d’incanto,
eclissi sfiorano il mio ventre,
gravido il tempo.
Il decoro è l’essenza pura
della sostanza mio caro,
la glossa che muta semantiche
tracce vitali
è l’unica ragione d’esistenza,
la fisica aleatoria decora
l’atmosfera e resiste al ripiego
dell’oscuro, ermetico il messaggio
che mi hai mandato col cenno,
ti vedo teso.
Discreto il volo
nello spazio campionario,
non puoi volere il gemito
di una fanciulla in pena,
in trepidazione,
la cometa e la nuova crociata,
tu tra i tramonti,
sulle scale del senso esponi, esporrai
il mio sentimento,
acqua zampilla d’argento.
Resta così,
resta impresso nella mia mente,
spirito passeggero preannuncia
la venuta del vero,
quando ragione ingloba
il senso divino per dialettica,
logica, vivida rappresentazione,
il capogiro destriero furente,
ti accompagnerò, mio amato,
per sempre,
magari in tondo il verbo
mezzo tra detto e dicente,
magari il vuoto sarà colmato
dalla folgore della parola,
somma presenza
stranirà la tua assenza.

Damigella floreale

Augusta presenza,
ascolti l’essenza,
sublime eleganza
nel magnetismo irideo,
sibilo euclideo designato
da pitagorico rito,
mentre il passeggio delle scarpe
e le calze incespicate
tra grumi di fieno australe,
deleterio declinare il saluto,
bacio mozzafiato in congiunzione
d’umido ardore vespertino,
che frescura le tue labbra
sfiorate nella fase
in cui i miei occhi seguono
le immagini fugaci, le tue,
quelle immagini astratte
che mi hanno sedotto,
dall’oracolo edotte,
è tutto scritto nell’animo,
è lui che ti verrà a cercare
come puntino interno
e universale sgorgherà
repentino dai tuoi sensi
in manifestazione,
inversione protonica totale,
mosaico ricomposto
in trasversale
seguendo l’ipofisi
si genera fertilità di sabbia,
serotonina e fluido spirituale
della tua euforia naturale,
dal grembo di vimini
si incanta il rettile
e fai la gloria
di una pace millenaria,
schiacciato dal tallone,
avvolto da chi ne rimane
affascinato ed affascina,
per intanto sorseggi il thé in brick,
miscere utile dulcis,
intelligenza somma
assurgerai all’eclissi di favore,
il pesco è già in fiore.
E ritta in piedi,
fremano le gambe sicure,
hai un modo di sorridere
da damigella floreale,
l’intentio della tua occhiata
contro l’onda del mare,
la ratio dei giorni in riva
al mare, sul predellino
il maestro perde il conto
dei giorni, e sorridi, sorridi ancora,
sembri celata da velo,
ragazza occidentale,
l’esotico nasino,
indico l’inchino,
in sanscrito l’orazione.
Facciamo per gioco
castelli di sabbia,
Baricco si arrabbia
del gioco di suoni,
posizione vichinga
nel far da sultano,
non dormirai tra erbacce
d’agapanto, bella di notte,
bella davvero.
Non riesci a concepire
il concetto,
a districare il caos,
ciò che ho detto,
il tempo memoria darà
al domani deserto
di speranze e ricordo,
siamo ancora su deserte spiagge,
il sole tramonta,
dov’è il mio alambicco?
dove la centrifuga
che possa scindere
corpo da anima?
l’energia conseguente
una belva infuocata di spirito.
Ed ecco,
San Lorenzo io lo so
perché tanto di stelle
non muore nessuno,
scioglie la meteora in sciami,
trasfigura l’effige divina,
la nuova milizia elfica
che risplende,
domare, rinchiudere
in tetre terre sotterranee,
nuovi diagrammi voltaici,
nuovi tessuti sociali weberiani,
una scritta sui muri
che inneggia all’idealismo
metafisico e surreale,
capocchie di fiammiferi
in dadi aleatori onirici
vibranti su letti di damasco
e acanto che inneggiano
allo spirito sovrano,
energetico paradiso extrasensoriale,
metapsichica oscillazione.

Mnemosine soggioga Crono

Oh Trofonio
dagli arbusti zampillanti,
rinfresca di oblio
e rimembranza
le mie membra stanche.
Il corpo riposa,
la biancastra balestra
cromata ai bordi,
deposta ai piedi
del reclinato ed interiorizzato
ardire di Cassiopea
nel biasimo del formicolio
ricciuto farneticante.
Non senti? Non aspetti?
Rinchiudi il tempo
col suo cipiglio dilettevole,
con la sua brama di assorbire,
spugna dei nostri sensi,
spugna dei nostri intelletti,
spugna del nostro aspetto.
Saetta con me al tuo fianco,
o ricordo.
Nel punto più lontano
del flusso mnemonico
la libera associazione di gelso,
il riporto a domani di gesso,
il paradisiaco gesto.
Nel delirio da te,
madre possente dei racconti,
nacquero damigelle
che seducono orfei dal bel canto,
unico sentore d’infinito,
unica possibile percezione di scienza.
E fluttua dunque. Fluttua
servendosi di questo corporeo
ammasso di membrane
lievi l’elettricità del divino.
C’è ostilità e scissione
tra i due termini della questione.
Il ponte quadrimensionale è questo?
È qui il pensiero?
Vittima dei due opposti
seppur coincidenti?
La bellicosa e aggraziata Mnemosine
procede, esula dalla realtà carnale
succube a Crono
è su punto di infliggergli
il colpo della mortale indifferenza.
Nulla scorre se la musica
immutabile dà forma all’implasmabile.

Discorso alla fontana

Eri seduta ai bordi
della fontana e zampillava
essenza che raccoglievi
tra le mani,
poi ti avvicinavi
e la mia bocca dissetavi.
Non era fuoco
ciò che scandì l’evoluzione
ma fluido, dicevi. Io ti ascoltavo
ma la mente divagava,
a cento spanne dalla crosta
il tuo mantello infuocato
raddolciva l’umido del riposo
e della sostanza,
rinfrancata ogni speranza,
il paradiso, il tuo pallido viso.
Dai tuoi occhi
io carpii segnali vividi,
è quella la scala miscelata
col turchino,
è questa l’atavica scintilla,
l’intima rivolta.
Immane entelechia,
dicesti un po’ offuscata
ma subito la luce ti rinvestì
quando proseguisti,
la trinità spirito dall’anima
per tramite del corpo,
è la medesima del logos
dall’idea per mezzo del moto
e riflette sul corpo ulteriore,
la corrispondenza in fiore,
comunicazioni energetiche,
allibita finisti,
il cardo la tua sapienza,
decumano immaginazione infinita,
urbe l’ immensa realtà naturale,
inscindibile quindi dal pensiero
astratto generato e generante
ad un tempo il fare concreto,
volontà che si fa potenza
ed assurge ad azione.
Poi d’un colpo l’universo,
caso, cosa e caos e cosmo
furon sempre eterni,
la scintilla energetica circolare
di cui parlavi chiaramente
fu nella mia mente,
nati dalla e antenati
della forma perché,
il tempo essendo in sé escluso
non può essere da altri
che da noi placato e velato,
non distrutto perché esistente,
ma ignorato in quanto suggestione.

Intanto ammiri il tuo smalto lilla

Dalla fucina di frisia,
copisteria di amanuensi decorativi,
spiega grossolanamente il sistema
perduto dei nostri discorsi
vandalici, i graffiti alla stazione
tra sortite aleatorie,
treni di entità ectoplasmatiche
lungo i binari plastici di notte,
eravamo noi gli invitati
al banchetto, gara tra Dionisio
ed Eracle, dimmi chi ingurgiterà
più fluido etilico,
achemenico dominio alchemico
mentre dormi ansimante
volteggia l’irripetibile azione,
ed eravamo lì, dunque,
il frutto è il tuo sorriso
generatore di arbusti contenitori
e protettori, scudo delfico,
immutabile sentimento,
e non distinguevamo la panchina,
l’ultima uscita
della sovrana imbellettata,
era forse il vento
che sradicava annessi cuneiformi,
quale modello dialogico segui?
La nostra topica è smorzata,
ora assaporata.
Si infrange lo specchio.
E i dipinti di rame
sulle scale abissali,
posteriori fiabeschi
nei tuoi assurdi intrecci,
non ti raccapezzi,
sei dinanzi a un bivio,
eri perché sei,
sei bellissima.
Le nuvole offuscano
l’arte boschiva,
il segmentato stilema rupestre,
fosco fonema di mille tempeste
allegoriche. Scendi piano,
si scivola nei rimorsi.
Dalla fiamma segnali
concepiscono vedute di lontano,
l’erbal fiume scompare
nei tuoi occhi e potenzia
la formula edotta, il fumo promana,
è spirito, sì, puro, mia sovrana.
E la tua maestà è sicura
nell’umiltà mai ebbra,
si rifugia come foglia
ai colpi di brina,
ti è chiaro ora
cosa avevamo in comune
con questa, la paura del divino
ossia dell’essere quindi
dell’inconscio quindi
dell’irrazionale, quindi
di noi stessi.
Allora l’urlo mancino
inclinò l’altopiano autunnale,
l’entusiasmo fu rabbia
e sguardo di sfida,
l’innaturale profumo di vita.
Come fanciulla camminavi
ora onda del mare,
ora riflesso,
ora brillante ultimo raggio,
prima luce del mattino
attesa in invocazione,
odore di sapone,
bolla e sigillo,
guanto d’ottone,
ultima lotta, decisiva, trionfante,
bendata.
Intanto ammiri il tuo smalto lilla.

Notte bianca al parco

Al parco,
la luce artificiale
riflessa tra gli alberi
in duplice filare.
Al parco,
l’euforia dell’incontro,
un nuovo fiore colto,
lei sarà di nuovo qui?
Al parco,
l’aria rarefatta
delle effusioni empiriche,
delle profusioni metafisiche.
Già io ricordo,
ricordo indelebilmente
l’ultimo incontro.
Era settembre,
la musica deludente
dalle cuffiette,
ecco due libri,
ce li scambiammo.
Combinazione,
ti dono le affinità elettive
in cambio di notti bianche.
Coincidenze oscillatorie.
Si apre il varco,
trapassiamo la soglia,
guardati sei sempre
uguale in bocca al tuo godimento,
al reciproco nostro fermento.
Volgo già gli occhi altrove,
la tua foto è sbiadita,
l’immagine sgrana tra le dita.
Al parco,
l’ultima promessa,
la nostra corrispondenza
impressa su roccia.
Al parco,
piango e l’anima singhiozza,
sei principessa dell’ultima mia goccia.
Al parco,
solo un’ombra lontana,
a te che resti
e resterai per sempre
rifrazione spirituale
per non dimenticare
la tua presenza carnale.

Il fonema è la goccia del sistema

La goccia del sistema
è questa vibrazione,
è il fonema.
Nella locanda imbanditi
i discorsi tesi,
Praga con le sue birre
e fiumi di parole
sui rami delle nostre mani.
C’è una molteplicità nel reale
e nel naturale dunque,
varie sono le sottocategorie,
triplici, famiglia, genere e specie
ma li puoi chiudere
in concetto e perciò in unità.
Che svanimento
nell’occhio relitto
di imbarcazione ardita
sull’impeto della tempesta del nulla,
lo ricolmi e dai prova
di esistenza e dunque presenza,
dunque solo momento
ma se senza tempo
non può sussistere
si annulla da sé.
Che faccetta, sai,
sorriderei,
sorriderai.
Quando il pensiero permane
come traccia su foglio
strimpelli lieta
e ad un tempo spezzi
il gesso con mestizia,
quale più lieta notizia
dei giorni felici tuoi?
Ciao gemma mia del mattino,
la notte è ancora lunga,
bevi ancora un goccio
e dimmi se sintomaticamente
troveremo in queste ore
la genesi della connessione
tra segno, suono e significato.
È tardi dirai,
ma la voglia,
quella ancora ce l’hai.
Forse questo scarabocchio
al muro senza senso
a fini decorativi
qualcosa ci comunicherà,
sigillo d’eternità,
nascerebbe un amore sofistico
e il simbolo allora
ex post avrebbe senso.
Ma bada bene comunque,
l’albero è nato in vista del frutto.

Lode di Efesto a Cabiro

Il latrare di dieci cani
in cerchio mentre i piroclasti
spumeggiano nell’aria,
la lava è un fermento
ma controllato dalla mia mano
tecnicamente sapiente,
uno scudo per te plasmato,
che scompari nel momento più bello,
all’estremo del godimento
sul mio giaciglio.
Poche parole,
è già dì.
Basalto alcalino
fisso come sai,
tu dalle mille bellezze marine
sei eccitante stasera
come non mai.
Sull’incudine un colpo attento,
non distruggo io ciò
che l’amante della mia metà,
della proclamata amata
con scherno, per vanagloria fa,
uccisione e saccheggio,
dov’è la pietà?
La rosa tra le dita
è ciò che in questo cortile
ardente del Mongibello ti dono,
accettalo dai,
è indistruttibile, indivisibile.
Tanti sono gli affanni di annientare,
di soffocare la vera bellezza
ma il tuo sguardo lo vedo,
è puro.
Esportano armi
e democrazie, addestramenti,
poi il vuoto dell’anima rimane,
continuano a soggiogare,
tu immensa dolcezza dimmi,
perché?
I miei giganti ed io,
con la nostra forza,
ergiamo opere maestose,
è questo il bello,
non la violenza né il dominio
senza rimessa né umiltà.
O mia Cabiro,
unica che mi abbia
davvero amato,
fino all’eterno del nostro
sgomento rideremo
e ridemmo,
uniti noi,
concubini del tepore
di questo folle paesaggio brullo
e vivido ad un tempo,
abbracciami ancora,
da qui si vedono le stelle.
Un tempo distrussi Adranos
con un solo cenno,
la mia potenza è funesta,
colma di vendetta,
le mie catene che indissolubili
imprigionarono mia madre
e la mia amata in flagrante
adulterio con la tua candidezza
stan diventando mezzo
di passione immensa.
Ah che bellina,
come trottolina riprendi
a danzare, sei mistico amore,
non voglio perdere mai
tutta la tua grazia
piccola Nereide dai denti d’avorio,
amore mio,
stringimi ancor la mano,
Antares è lì,
guardiamolo abbracciati
ancora un po’.

Le decorative di Cosette

Da dietro le asprosità
delle barricate, delle baionette,
il tuo volto illuminato,
i silenzi della lontananza
riflettono te,
faccina buffa, vignetta dolciastra,
pura e paonazza,
che desiderio!
Eccole qui, sono così,
le parole nostre,
all’appendice tutta illustrata,
fiammiferaia di caffè macchiato,
di incenso profumata,
di rose le spine
di questa rivolta
son decorate,
ed è perciò che dalla schiuma
di questa forse ultima sera
l’urlo dell’avanguardia
è solo un lamento di rabbia,
paura di perdere
i tuoi occhi cristallini
come la Senna
che quando ci si affronta
schizza nell’aere la libertà.
Il tronco spezzato,
i nostri cuori, il tuo respiro,
sei palpito zuccheroso
da assaporare,
delizia dei sensi
il non averti mai posseduta
se non tutt’intera
con la tua psiche
che immenso manto
copre il mio corpo.
Parole poi, ancora parole,
scorre il volume.
Noi senza ricchezza lottiamo,
tesoro rinchiuso nel tempio
del nostro sperare,
a mani giunte come in attesa
di un temporale
io qui ti sogno
tra le mie braccia infreddolita
da riscaldare.
Se di fame carnale
e giustizia terrena
questi padroni non ci sanno
saziare,
vivremo allungo avviluppati,
sempre intrecciati,
mai più divisi
anche se il tempo fugge tiranno,
un altro sparo,
cosa ci resta
se non l’amore e la dignità?
Sono le perle
dei nostri discorsi di verità.
E i cigni in coppia,
e le fontane, e le cascate del vento,
il sapore primaverile
della tua pelle.
Ricordi ancora?
Ero impacciato
alle prime mosse,
quando soltanto
un nuovo mondo immaginavo,
quel mondo che avrei voluto
dividere coi tuoi sorrisi mattutini.
Sparano ancora,
la strada è offuscata,
la mia vista appannata.
Mia illustrazione, dai,
te ne prego, non scomparire,
amore mio stringimi ancora,
alziamoci sino in cielo
a raccogliere il tempo perduto,
sì sulla luna,
sì tra le stelle,
amore mio,
guardami ancora,
muoio per te,
ogni pensiero
al mio spirar sarà per te.

Il candore di una sera di prima estate

Spada di sapienza
tratta dal fodero
di te che sei furiosa
in controluce anima persa
nei naufraghi della conoscenza,
attorniata l’impugnatura
delle gemme d’equilibrio,
bascule di frumento
soppesato e decorato
da mille violini in sottofondo,
coreografia astrale,
musica soave,
leggero palpitare del cuore
appena appena percepito,
capelli mossi dal vento settembrino.
Ascolta ciò che l’anima
ti sussurra,
il ciclo delle stagioni eterne,
l’immaginazione attonita
e maestosa,
nulla può mutare
nel ritorno ad altri mondi
a questo uguali,
il parallelismo dei nostri cuori
in fremito è il varco
destinato alla mutazione
inesauribile e sospirata
nel tuo ansimare alle mie spalle,
che desiderio di sfuggire
a questa situazione temporale!
di non dimenticare
il viaggio intero
della nostra esistenza
al di là di limiti
e concetti avulsi allo spazio,
di adagi interstellari.
E quando il connubio
delle entità duali
in triplice accordo unipersonale
offuscarono la vista nostra
tutto ci fu più chiaro,
il giglio candido nelle tenebre
del tuo vestito sublimale nero
ed influenza diretta
del corso dell’anima
in quanto orchestrato
con maestria dal movimento
oscillatorio delle stelle.
Ti tramutasti in coleottero
dei boschi non classificato,
fatina viola dei miei sogni diurni,
dell’oblio di Morfeo
tra le tue braccia
come diamanti, la luna nuova
alle tue guance inneggia
al rito druido di iniziazione
all’infinito e alla tensione
ottagonale,
proiezione ortogonale
del tuo volto sui tre alberi
che erano come adagiati
a sottofondo,
tu la dominatrice
della riscossa ancestrale,
la direttrice delle premure
musicate in silenzi inumani,
pur se convinte forze
ci insidiano la polverina
magica siderea attornia
l’atmosfera,
c’è un che di mistico
nel tuo sguardo stasera,
passa l’indivisibile
come se scisso in cabalistica unità
sprigionando energie democritee
impensabili, incommensurabili,
nell’infinito barlume
del minuscolo amuleto
che pende dal tuo collo
conservi il ricordo
di noi due,
dell’intera storia umana,
di ogni era geologica
e cosmologica
e le ali che sbatti
a ritmo di una strizzata
d’occhio mi ricolma
d’entusiasmo,
mi fa sorridere d’istinto
anche se sembra vanità
di vanità in questa sera
illuminata dalla tua fioca
presenza, nella dolcissima
apparenza, scorgiamo
l’importanza del sapore
di queste bacche
della vegetazione sacra ed inviolata.
E muti forma nuovamente,
sei eccellente restia impressa
come manga sedimentato
dalla noncuranza,
perso tra pagine distese
ed annotate,
le figure quasi scompaiono
tramutandosi in flash mentali,
rimandi a corrispondenze saturnine,
il segno grafico,
lo stilema e il lemma primordiale,
cambio di direzione,
ausilio di tessuti e di velluto,
capelli come pioggia
tra le mie dita,
sembriamo ciò che siamo,
la visione del paradiso,
la nostra essenza interiore
ci riporta alla mistica ascesa,
simili agli angeli ma corporali,
messaggeri, artisti
ed inventori di realtà
desiderate con il gaudio
dei bambini,
un giorno torneremo a cogliere
l’intensità di ogni momento,
a carpire l’unicità dell’istante,
della staticità susseguente,
vivremo segugi del presente
unica definizione concepibile
nella mente divina,
la libertà delle nostre scelte
sarà il candore di una sera di fine estate.

Sul muretto di Jena

Verso sera si intuiva
la presenza della luce,
e lo spirito sovrano
sull’incanto del tuo sguardo,
iniziavamo,
era il momento,
schiarivamo un po’ la voce,
del giusnaturalismo sentivamo
già l’odore,
il punto della questione
è il contratto,
ma è lo stesso che ti frega,
più che un patto una scommessa
potrebbe eliminare
il non io dall’esistenza,
distruggere la violenza
della pretesa assassina,
contro gli altri, essenza questa
del crimine.
E tu dimmi perché esiste?
Potremmo ridurlo a malattia,
o meglio mal funzionamento
celebrale, brama di possedere,
la mente non è distorta,
l’animo dell’uomo è come giglio,
è tutta colpa del corpo,
del fango in cui siamo precipitati
per dannazione che spesso
ci spinge
ad un’organica disfunzione.
Ti accendevi,
era ormai buio,
la sigaretta e continuavi,
nello spazio tra due segni
il buono può delimitare l’infinito,
siamo noi l’anima del mondo,
essa in noi stessi si manifesta,
l’io che pensa è il divino,
la suprema sinfonia.
Poi passammo alla morale,
quella generatrice,
in sostanza ficthiana,
l’ordine universale,
ed allora tu dicesti, lo ricordo,
è lì che si trasse in inganno,
quando si parla di morale
c’è sempre un insidia da sanare,
non è questa la questione,
l’ordine è nel bene che trascende
la stessa la quale è riflesso
e spauracchio per i corvi
posto nelle mani
dello stato sovrano.
Più che nell’ateismo
quel pensatore
è caduto nel bigottismo vittoriano.

Seduzione computazionale

Provi a ridosso di uno scoglio
ad accennare frasi scomposte
per imitare il nautico girovagare
alla rinfusa delle particelle
nel caos cosmico
che già per attributo
ha un suo ordine universale,
le eclissi di fine maggio
pluridimensionali
ti adombrano le multidirezioni
vettoriali
dei tuoi sbagli intensi
ed impacciati.
La matrice della selezione naturale
è seduzione computazionale,
quando come per arcano
incantesimo la sfera comunitaria
dell’amore sfiora la sessualità
dell’attrazione, posta in cima,
damigella, scegli con eleganza
la soluzione già accordata
dalla tua anima che percepisce
una fatale corrispondenza,
d’accordo, la scelta è fatta,
irretito il teorema dei desideri,
probabilistico il risultato
non affine al vero,
la certezza nei tuoi dubbi
è l’aria della sera,
la giusta atmosfera,
utilizzando metodi
già adottati per le discipline
canoniche ed astrali,
è lì l’influenza,
sul tuo corpo sfumato,
sul capello cristallino,
sul lieto piedino ribelle.
Colma il vuoto e l’assenza
quell’andatura furbetta,
esplode come un bocciolo
affiliato a giardini esotici
che per distrazione
ricolmano la flora
di onde ultraviolette,
percepisci, vai al di là del suono
con il rapporto coll’intensità cromatica,
viandante la temperatura,
ah dolce frescura!

La nostra mappa (fine secolo autunnale)

E il passo incerto
su quella via di fine autunno,
sotto il braccio il vocabolario
greco-italiano,
e la tua camicina larga,
sopra il cappello vivo
per scampo ai soffi del vento
che sembrava carezzarti
le guance con la premura
che solo un mutamento
di temperatura sa dare,
sogni ad occhi aperti.
Avresti dovuto
non lasciarti abbandonare,
comunque qualcosa l’hai fatto,
hai seguito il tuo cuore,
hai seguito la mappa
e forse quel giorno atteso
verrà in cui reclinati
ai bordi del mare
analizzeremo con sapienza numismatica
la provenienza, la consistenza,
la duplice verità.
E il passo incerto,
poi il respiro, il fiato vitale,
altro a cui pensare,
sembravi una alle prime armi,
sicura di te,
il tuo avvenire segnato.
Non hai mai spiegato
chiaramente la divergenza
tra il titolo e la lirica,
hai messo tra parentesi la meta
del tuo assurdo vagare,
invece a chiare lettere
il varco temporale.
Avresti dovuto dissuadere me,
dissuaderti a tua volta,
stringerti intorno al sollievo
dell’atmosfera,
sai con precisione
che il tempo è cambiato,
sai di preciso che nulla
ci ha mai diviso.
Avresti dovuto perfezionarti
come hai fatto,
eppure quell’istante, ricordi,
tutto era chiaro da tempo,
tutto, il tuo portamento celestiale
con sguardo abissale.
Avrei dovuto stringerti.

Mefite

Sgorga il fluido vitale
ove sorge il tuo tempio
decorato di malto,
in intesa silente
guidi le mandrie, madrigali
medievali inneggiano
al tuo volto incoscienti di farlo.
Guida il bestiame,
la sapienza pastorale,
allegoria del giorno trascorso
su scroscii rupestri
è la ricerca della tua verità interiore.
Maga del ristoro,
medicina sanante il dolore
con liquidi taletiani,
sollievo e refrigerio
nelle sommità abbeverando
il bestiame, rinfrancando i pastori
allevati dal tuo indice,
indirizzati.
Come le lacrime lacustri
di Manto da cui sorse
la città del vegliardo agreste,
guida del sommo spirito sperso,
tu assapori le saline gocce
in flutti boschivi tramutate.
E non c’è morte,
né vuoto, né sofferenza
nell’animo,
escluso come germe reietto
il pullulare di fatiche,
le squarciate ferite.
Poche parole risuonano
a te regina dell’atto,
del verbo d’acquitrino
e purificatore.
Emblema ermetico.
Balzachiana sintesi
degli opposti in un corpo
da madre delle maestosità naturali,
dei realisti paesaggi,
presenza adornata
dalla tua veste cinta
di betulle e tendente
all’apparente ricamo di
gotic lolita.

Scricchiolii camerali

Scricchiolii camerali,
nel silenzio un barlume metallico,
lucentezza dei rumori,
accartocciarsi dell’anima,
un gracchiare di gracili
corvi,
l’upupa perdona e guarda,
guarda la reclusione
del mio essere,
l’assurdità del reale,
l’unica ragione
di vita nella lotta, nella rivoluzione,
nell’amore,
Sisifo il masso a volte
lo ammira
perché alla vanità degli umani
sforzi spesso soccorre
un sorriso ricevuto,
una gioia ricambiata,
bellezza contemplata
con le mani ancora rivoltose
e umidicce, spianate sul terriccio,
in questa prigionia di sensi
aspetto l’attacco musicale
del vento, riflette come acido
psichedelico e corrosivo
nella mente.
C’era un tempo
in cui il governo era di tutti,
c’era un tempo
in cui vigeva con premura materna
la femminea mano
del dominio senz’armi,
c’era un tempo senza guerra,
il tempo in cui forse
la migrazione ordalica indoeuropea
non era ancora arrivata
alle mani,
c’era un tempo,
un edenico tempo,
c’era, lo sento,
c’era un tempo gilianico di ascesi
e contemplazione,
c’era un tempo in cui la brama
di potere non esisteva,
dove non era la tecnica
e la selezione naturale il dominio
ma la seduzione sessuale,
dove c’era ancora
tanto da dire,
dove non c’era violenza,
dove c’era la temperanza
della parità tribale e trinitaria,
della magia astrale,
l’influenza cosmica sui nostri avi
aveva intrecci diversi
prima della maledizione e del dolore.

AMPLESSI ESCATOLOGICI

Imbacuccata dal caro foulard
Imbacuccata dal caro foulard,
i capelli mossi e sbadati,
nello specchio da trousse
immersa, gigli intrepidi
sbucano qui e lì,
iato di verità
evitato nell’antichità,
con sincerità atarassica
ed orgiastica, spuma in cielo
ammiccante, protesa.
L’encomio profuso
sembra tardare,
sibillino e scostante,
una croma perduta,
una glossa diffusa,
un parere bartoliano,
un consulto citando Quintaliano,
non crede che la donna
sia quel che sia,
sublimità,
e lei che fa? Si distrae!
L’attimo genealogico
perde intensità,
allora ammicca e si ficca
tra vocali spurie e spore
precambriane orribili da ascoltare,
impronunciabili, da cestina’!
Allora purifichiamoci, dai,
slinguettando diamo fiato
alla dolcezza,
le prebabeliche lingue germaniche
dai suoni rudi, esuliamole,
esiliamole.
E inizia una nuova era,
l’era della purezza vocale
e del silenzio consonantico.
Ti vedrò

Ti vedrò,
giuro un giorno ti vedrò,
cara mia carta vincente,
non esiterò,
per passione non esiterò,
ed intanto un rombo sonante
impenna, mi dirai,
so che le parole giuste
me le dirai,
adesso che ti attendo
come fossi ultima luce.
Vieni,
so che tu sei l’essenza
della mia vita,
l’unica ragione di esistenza,
l’unica molla intensa,
(l’ondeggiamento della penna sdrucciola sul foglio).
Vieni,
attendo le tue note
di stupore,
mi sembra di scorgerti
tra la folla, il tuo riccettino,
l’ombra del mascara,
ma mentre l’ombra sfiora
il tuo corpo
ti dissolvi.
Verrai o no? L’illusione avvampa,
chi lo sa se l’attesa
è l’ennesima follia,
sarà l’ultima occasione
o forse il nulla,
prigioniero del mio sogno
e naufrago barcollerò.
Vieni,
ti prego le mie mani
stan tremando,
l’albeggio è forse il traguardo
o forse no,
l’inevitabile speranza
che già geme e implora.
Vieni,
i tuoi inverni saranno anche i miei
lo sai,
è sempre pronto l’ermo viaggio
ma non so,
non so più se ancora resisterò.
L’attimo scivola via,
di nuovo trasparente ti fai.
Vieni,
mia cara l’intimo sussulto
attende, attende già lo sai
il cenno delle tue soffici mani,
la cenere aumenta
e dal silenzio cinereo
l’anima risorge.
La pulzella di Lorena

Demoni in tumulto
sussurrano in te,
c’è un’aria gelida,
l’inflessibile decisione
è stata presa,
arderà la paladina stolta,
la santa introversa e ammaliatrice,
la meretrice battagliera,
sole invincibile punirà
chi d’ardore è spenta ormai.
Prega pur se vuoi,
brucerà il demonio che è in te,
inchinati alla croce,
morirai nel dolore.
Hai osato fanfare diaboliche parole,
la tua follia è finita,
non hai speranze
orribile ingannatrice,
fiamme per l’anima e pel corpo,
non ascolteremo più la tua voce,
astuta donzella, la vendetta
assedierà le tue membra,
brucia pulzella,
non darai più retta
alla possessione che t’invade.
Urla,
gemiti,
urla
e sputi.
E tu
in quell’istante
chiudi gli occhi,
ripensi alla luce
che invase i tuoi occhi
genuflessi in cattedrale,
rimembri d’un tratto
il sogno di femminea
pace universale,
matrona e ragazza
della congiunzion paonazza.
La provincia geriatrica
ostenta leggi infami,
i tuoi sostenitori
e i vostri sogni svaniti e vani,
la ciocca rossa cade ai tuoi piedi,
il boia gode da belva infetta,
gli occhi cobalto
tra l’invidia della folla
che inventa un misfatto,
un altro sacerdotal ricatto.
E i soldati d’ Orleans
non saccheggiavano,
i dardi si piegavano,
diana,
daino e
dannata.
Un altro urlo c’è,
il braccio armato freme,
il temporale preme,
non purificherà le loro colpe,
le streghe torneranno,
vendicative Erinni,
non esorcizzate
e non intimorite.
Arriva l’effige,
putrida contadinella,
volevi far la santa,
generalessa unta e diabolica,
il re l’ha spuntata,
non ci sarà pietà,
sognavi libertà,
eccoti la realtà.
Passano gli anni,
il tuo volto giovane,
non dimentica l’uomo
che ti era affianco,
chi non ti ha tradito,
senza farsene accorgere
si avvicina a Thanatos
corrucciato e in sé assorto,
l’asta e la falce si spezzan,
come cristalli in frammenti
la lama del pugnale di Ares.
Anello del potere sul fondale!
Un urlo metallico
Un urlo metallico,
sinfonico maneggio
da manovella attenta,
mandria valvolare,
veemenza sentimentale scarna,
sentore d’ atomi tomistici,
scolastiche profusioni,
vaneggi santi e macchinosi,
interpretazioni autentiche,
relatività suadente,
nulla,
morte,
tempo ed essere.
Brume viandante,
cogli il frutto distante,
tra laudari stridenti,
scansa i fendenti.
Senti il cuore che batte?
Sogna!
Cosa c’è
nel vespro alessandrino?
Solo l’incubo di uno spritz vitale,
di un cocktail virale,
dadaismo intenso,
metafisica del soprano,
surreale ad uso corale.
Spasmo notturno. Cattedrale bianca
e pleonastica ridondanza.
Vedi l’inizio?
L’inizio dello scisma.
Atonale,
attonito,
attratto
e allitterato.
La paura è una nebbiucola,
sale trasudante,
inversa e danzante.
Esca per il refrigerante
liscio della mente,
come palpito stimolante
l’idea fugge in volo,
termine di paragone poliglotta,
rovina scadente,
morale teleologica e canonica,
figlia dei lupi.
Barbarici farfugli,
lotte preedeniche,
miscele di terriccio,
materia plasmata e non creata,
in principio fu,
poi era,
ora è,
infine sarà.
Congedo in concreto
le tue parole
e arrivederci.
Fruscio intenso!

Come pioggia
Come pioggia
che bagna i sorrisi
accennati
le note misteriche indugiano,
l’ingresso alla soglia
del silenzio, l’aria si schiude
e il pensiero va altrove,
sei già qui? Ti attendevo
tra i volumi e le colonne,
specchio mio d’acqua dolce.
Dimmi se hai conservato
le missive, i sigilli, le piume,
se sei rimasta marmorizzata
sulla sponda del letto,
se il dolce sciupio del frullio
ti ha sedotta ancora,
petalo fucsia meticoloso tra i rovi,
le strade di Tubinga sorridono
al tuo sguardo tra i vetri,
il cofanetto dei segreti
scandisce il motivo,
sbiadita l’immagine,
vai verso i quadretti ondeggianti
e luminosi,
gli occhietti persi nel vuoto,
nel sogno vivido l’intento,
tre fuochi accesi
impostando il rimasuglio,
la cera livida sul foglio
scribacchiato, e poi un bacio al vento,
accenni un sentimento.
Naufraga l’anima idealista,
mio spirito, mio viso, mio pallido
segno.
E fiammette scaltre sul fiume,
la città è un barlume,
incontro intarsiato tra le idee,
le forme divine,
le scappatoie empiree,
stringi le mani alla ringhiera,
sporgente il corpo,
sacro il fiore ottagonale,
guarda lì lentamente
il dardo scinde le passioni,
nostalgiche effusioni.
L’argento silvestre,
non voglio perderti amore.
Sei in me stivaletta,
sei in me anfibia principessa,
stretti in semiotica promessa,
filologica valenza,
stilistico orizzonte.
Tre gocce purificano il mio capo,
lo sgocciolio dal tetto spiovente,
grottesca pietra nascosta,
potente e vorticosa,
laccetto e pendente
con le scritte impresse,
regina, i miei onori,
regina, i nostri errori.
Immagina le distese sconfinate
dove alberga il tuo esercito
allerta armato di brezze,
sembra già inchinarsi
al tuo portamento,
al tuo celestial volteggio,
le forze immani dell’est,
terre inesplorate non temi,
sostanza altera e rubiconda,
espressiva imperatrice
il tuo regno ti attende,
la pace universale
il tuo cenno porterà.

Vespro seducente
Entra il vespro seducente,
sfoglia le tue mani
nude infreddolite,
le risate, le giocate,
le valide occasioni beffate,
valige senza tempo
sul ripiano serale,
l’incanto di un protendersi
verso il notturno corale,
l’albore lunare.
Penombra fiera,
vista acuta,
falco librato federiciano,
manuale sadico posizionato,
i cinici sputano sul galateo
cerberati,
l’arietta prosegue allegra
ma sinestesizzata,
più può il panistico flauto,
l’armonica fisiognomica e slava,
organello sottile,
vai ondulata, sciolta e scaltra,
piccadillica, cattedratica,
oppiettizzata,
canone cannabinoide,
etica etilica,
estetica ad est,
vistosa la collanina,
fresca la fronte refrigerata,
scende la temperatura,
parte fredda eclissata,
conico l’antro sibillino,
sotterranea la cella,
secondino da barba caprina,
cellerino d’abbronzatura,
pomata reclusa e profusa,
lode al soprano,
la viola maggiore è distratta,
scala discendente darwinista,
zoologia simbolica tardo medioevale,
ciclope, gigante e sciapode,
liocorno, furetto, chimera,
centurione-centauro,
in piazza Ipazia tra una sigaretta
e l’altra,
al bar Hegel paonazzo e ingrassato
per falso rapporto di Venere,
alpina lucertola gigante dei ghiacciai,
impressa nel rullio del rullino estinto,
caro viscido sarcofago,
mummifica il portamento,
rendilo edotto.
E va sbiadita,
stringi quelle labbra,
poni un intatto cielo cobalto,
limite del mare,
l’onda sale ripida,
l’acqua sgorga e casca,
filmino straripato,
magica quiete invernale.
Ma che solfeggio altezzoso,
che diadema putrido
da belva del mare,
quella che lentamente sale
e trascina rovinosa
un quarto di stelle,
ma la lancia ferendola la umilia,
non sopravvive al taglio di spada,
non ci inchiniamo,
la ribattezziamo inutile violenza
intesa come qualcosa che manca,
che meschinamente lambisce
l’inutile di uno spasmo,
spasimante del nulla.
Ed è ripieno farcito,
l’essere, l’esserci,
le diverse declinazioni tedesche,
le congiunzioni mediocri,
l’asperità, la vacuità,
il fine a sé stesso ambito,
vai valica il monte Ventoso
petrarchianamente o da tour de france,
in ciclica vendetta esule,
in pagina vandalica,
voglia sopravvissuta,
stirpe ottusa,
priva di mandorle e d’incenso,
sapore ortodosso, giusta icona,
santa tunica, imponente toga,
dito all’infinito collegato,
non dimenticato.

Wieisbaden
Ametista e opale
congiunti sulle scale,
ascende dolcemente
colei che protegge
il dono divino,
la misericordia,
carminio il vestitino.
Ok, pian piano,
druidetta furbetta
guarda i tuoi occhi.
Che bello,
scartiamo i ricordi,
che bello,
manteniamoci ai bordi,
bellina stridente,
visino invitante,
seducente.
Appoggiamoci su quel muretto,
hai le labbra che non so risolvere,
ponenti, ardenti e vezzeggiate,
l’ albatros è un po’ inutile,
diciamo manca in concretezza,
meglio il vino se vuoi Baudelaire,
dai si ubriacamoci di qualcosa,
tè corretto e sciupaletto,
fraintendimento e capitale
del tuo Land,
ti manca l’università,
due giri in terma,
scientifico aforisma pliniano,
ansia anzi panico
dimenticato.
Andiamo su per monti,
giù per ditirambi stolti,
che freddo stringimi un po’
anzi mettiti di lato,
obliquo e un po’ svogliato,
sulle scogliere dei ricordi,
calcare sulle rocce bianche,
voglia di gabbro, di basalto,
oh ti garba! Parla a tu per tu,
ah l’hot dog! Così non l’ho mai mangiato!
Uh Abat-Jou ! Diffondi il cardigan.
In scivoli e altalene,
mania d’elevazione,
paura dell’abisso in discesa,
ondeggiamento, buttiamoci sul letto!
Che stupida,
ed io ti do anche ragione,
specchio dell’oblio, pluripersonale,
immotivato, gioia impersonale,
collera e desiderio.
Astuta e quasi perfettamente
sconosciuta, amica arresa,
io bitume ignorato,
vai brucia ‘sto straccio,
benzina e cherosene.
Camice e saccarosio
nell’assenzio, squallido silenzio.
Facciamo un tuffo,
trattieni il fiato,
leggi o fingi,
sei stupenda uguale,
il primo passo lo fan i capelli,
sfiorano astuti bombardamenti,
fragore,
fervore
e fragrante,
l’albero nasce dal frutto,
ricorda il fine è più importante
del generatore, ciliegina ibernica
e squisita,
io non posso far altro
che ammirarti, fossilizzarmi
nel guardarti, restare muto
ore ed ore, il tuo nome
è un rimando,
quattro semiminime, una croma
e due biscrome,
ricotte, precotti, biscotti,
scegli tu la direzione,
l’intrusione,
l’effusione eventuale,
bellina al sapor di semplice
grandezza, magniloquenza e speranza.
E il rapporto servo padrone,
dimmi un po’ chi è più importante,
l’amata, l’amante
o forse lo sguardo intrigante,
lode a sé, per sé e di sé,
uh che fiorellino,
freschezza del mattino,
uh lo dico ancora,
per te.

Musica indimenticata
Passeggi tra la nebbia,
già immagini il motivetto,
lo ripassi in fretta,
ed esplode il discorso.
Sai bene cosa vuoi,
ritratto accennato, sbiadito,
in filigrana, lucido sol,
e tu malandrina,
cosa vorrai ancora,
vita mia, non dimentico
e non dimenticar
le nostre assurde follie
incomprese,
gli sberleffi, le tue manie,
in un minuto avvisti già
le schiere d’ elfi armati di lance,
le nostre spiagge abbandonate,
sfiorate appena le note.
E precipito già,
guardami trotto,
mi spoglio, vivo di te.
E sognami stanotte,
le ombre che fuggono
ritorneranno come un inciso,
sbalordito il tuo viso.
E parla un po’,
magari da sola,
col gatto,
guarda che faccio,
sorrido un po’,
vibro sospeso
come te nella mia mente.
E poi i pastelli,
le sfumature impresse,
i nostri sogni, guarda,
ridi, beffarda amica,
non dai scampo,
nocciolo spoglio e fruscio.
Per te si apron i fiumi,
la purezza invade l’animo
e poi ancora brulica pace,
vai vivace,
audace cappellina,
tessuto prezioso.
E poi mia cara,
mia dolce scarpetta
non senti l’aria
che scorre nelle vene?
non percepisci il calice
della vita eterna? questa musica
indimenticata, riscritta,
riamata, formula dello spirito,
dell’azione, dell’intenzione,
ciao amore!

Scariche magnetiche

L’intimo rimorso
è dolore che mi assale,
l’estro nel silenzio
si spegne piano,
la cera del tempo
lenta dissolve,
con noncuranza sigilla
il ricordo.
Furtiva la notte piange lacrime,
sciupate dal vento,
le ultime foglie.
Sembra ieri eppure
è già domani oggi,
il cambiamento epocale
sembra sempre più tardare.
Fuggi rapida
vita dissipata,
ai bordi del fiume
l’anima sorride dell’ardimento
che sgocciola passione
riflessa e genuflessa,
si arresta soltanto alla mano
che sospende il vento,
l’aria, il fiato,
il corso.
Poi lamenti lontani.
Scariche magnetiche
sfiorano i nostri corpi,
l’attrazion fatale
da concretizzare,
nell’astratto bosco
il rifugio è perso,
la contemplazione resta un’illusione,
e le menti rozze e stolte
bramano il potere
come svelte scimmie,
e io qui mi acquieto e riposo,
in te cerco ristoro.
È così difficile trovare le parole
mentre l’attimo sguscia
tra le mani inumidite,
la parete è ultimo sostegno
del sogno infranto.
Vai, accompagna la vettura sbrigliata,
in balia di sé,
sorprendimi,
le saette non potranno
mai colpirci, ferirci.
L’incauto misterioso
intrepido non congelerà,
non distruggerà la corazza
di cartapesta, non piegherà il gesso
di semplicità,
si arrenderà,
le armi esausto deporrà.
Poi sentieri sinceri
aperti dinanzi a noi.
Poi la tua presenza
sbiadita chiara apparirà.

Brigith
L’imperatrice
Era novembre
Era mattina inoltrata,
sdraiato sul letto fissavo la finestra,
i pensieri vagavano sonnambuli oltre il monte,
desideri di ascese verso verità celate
ed inesplorate.
Chissà se mai sono
nella tua mente,
nel candore della tua pelle,
vorrei vederti di nuovo intorniata
di perline e maestosa,
mi sfioreresti il viso?
Vorrei davvero abbracciarti
ancora, vorrei che le tue mani
guidassero i miei gesti,
vorrei planare nell’aere
e seguir i miei pensieri,
non ha ormai più senso
la mia volontà ed il mio agire,
intorno alberga il vuoto
e dentro un mondo esplode in sé.
Era novembre e nulla cambiò,
resto attraccato al molo
in attesa di improbabili maree,
noi
improbabili eroi d’altri tempi.
Canto cadenzato
Parlume di bitume
mascherato di amianto dorato,
sentimento scarno e bazzicato,
destinato al silenzio
ed al fermento stupito.
Damigelle ai posti d’onore,
flauti magici,
incantevoli corpi nudi,
masticanti profusioni,
ardori assunti e meticolosi,
forse scialbi piatti decorati,
leccornie carnali sui tuoi fianchi,
animali graziosi poggiano
le rime altrove e miro te,
lì dinanzi a me,
docile fermento mattutino.
Cade il canto cadenzato,
poni assenzio mandorlato,
atomo perso nel vuoto,
ogni parola si arresta,
il tuo sguardo resta,
i tuoi fuochi inestinguibili,
i tuoi braccialetti fruibili,
pelle dolce da assaporare,
da lodare,
contemplare in estasi,
il fiume di verbi.
Lenta poi ed improvvisa
una viola distoglie il pensiero
e tu come fosse solfeggio intonato
volteggi, spiazzi e spazzi
con le partiture, un basio,
slinguetti dispettosa,
sbatacchi l’anima
secernendo spirito,
grazia etilica
e valente effige impressa,
mai dimenticherò la voglia
e la volontà di te.
Riprendi l’opera di sensi
sviliti ma rigenerati dalla tua passione,
che labbra vivide, intense,
pure sentinelle in guardia
e pronte a sfiorare l’etereo clamore,
a soggiogarlo, renderlo servo,
al guinzaglio, purificarlo e girarlo,
rivoltarlo,
poi chiaro consolarlo.
Attimo di suspence,
entrano i cortigiani.
Cortesi direi i tuoi servi,
le tue soluzioni,
in trono dirigi e sorridi,
poi riondeggi come fascio luminoso,
caloroso, inaudito, colorato,
cristallizzato, decorato, declinato,
inviolato, e infine donato.
Sonata

Due bestiole si presentano,
che graziose, che portamento,
che quiete sentir il fermento muto,
l’incanto, il canto tuo, è così sublime
(e sei col libro chiuso).
Sembra quasi la musica
non si percepisca,
solo un lontano bagliore tonale,
è un’arpa rinascimentale,
un inciso spirituale.
Il risveglio fischiettante dei folletti,
con gli intenti furbetti,
dolce fiaba emo,
tra Selene fremo,
Eos avanza, che temperanza,
la giostra gira cara ragazza
nel carillon protetta,
sia benedetta la tua faccetta.
In punta di piedi
tra viali scoscesi
saliamo i gradini,
sfidiamo gli altarini vicini
vicini, scansiamo il nemico
e facciam l’occhiolino
e tu danzi avvinghiata
a te stessa sotto le stelle,
dio mio che splendore!
L’acconciatura francese
ti sfiora la palpebra distratta,
allora oscilli trottolina vorticosa
e scomposta,
dionisiacamente risorta.
Ciclo naturale
e metempsicosi corporale,
batto i tre quarti,
figura perfetta e stellata
da musichetta pitagorica,
le etalage di turno
congiunte in Saturno
hanno la luna storta
e contorta.
Il meridiano divide il limone
in atteggiamento sospetto,
in dolce compagnia sul letto
aspro e strisciante,
la corda pizzica ancora
come formaggio l’asola.
E c’è una festa in piazza,
si sente dalla terrazza,
più altera va la ragazza.
La spola fan tre o quattro
appostati sotto il palco autunnale,
il vento soffia,
l’amplificatore, la spina, le cuffie,
il motore.
E poi gli stralci,
sonetti o minuetti,
il maestro si sbatacchia,
poi vede la ragazza,
non è distrazione
ma entrar nel vivo della questione.
La musica infatti avanza,
avvitamenti,
piroette maledette,
odore di fumo, sbuffa la pipa
all’inverso.
Siamo ancora all’inizio,
ne passeranno di ponti
sott’acqua, archi romani sprofondati
e corrosi dal flusso,
il maestro spettinato
indossa il cirro stonato,
copricapo lodato, disimparato,
frastornato e sciupato.
Vai in re minore,
te lo aspetti,
non sei dodecafonico,
allora l’orchestra sbadiglia,
pastarella e amarena stanca,
vorrebbe inchinarsi per sopirsi,
il pubblico bivacca,
divora le note indigeste,
scucite e scandite
dal ticchettio di novena ripiena.
Eccolo,
entra in scena,
proprio mancava, l’assicurato
impresario che lancia in aria
i tre danari, mette da parte
e investe i talenti
ad uso contadinello ottuso
ed imbevuto di pesticida laureato,
di sandalo arricchito e deluso.
La ragazza sonata si ribella
alla disfatta, gambe all’aria,
è tutta fatta,
affonderà col transatlantico,
vicino mio dio,
l’incubo mio,
tra le fauci del coccodrillo
riversa sincera la chimera
e le partiture, tutte le arsure
e le violette infine.
Mi alzo dal letto al frastuono,
il pragmatismo ha svilito il suono
docile e contemplativo,
l’anima e lo spirito si ribellano
ad un corpo che non vuole piegarsi
ad essere semplice contenitore
e strumento dell’una e dell’altro.
E scorgo lontano,
la vista aguzzo,
dicevo scorgo un lamento
materializzato di un mondo eclissato,
un mondo lontano e ovattato.
Poi uno scalpitio,
il mendicante ritratto,
armato di bastone,
nell’incedere distrae.
Folle, folle,
folle il venditore,
freme, freme,
freme la bancarella,
fruga, fruga,
fruga sotto il suo velo.
Il nostro cuore è l’ultimo rumore,
il vento ancora più forte respira affannato,
mi hai già dimenticato? Ma dai,
eri sopra poco fa.
Che cosa diresti al mio posto,
fischietti e mi ignori,
padrona dell’oblio notturno.
Cambio di scena repentino,
la ragazza mi riabbraccia,
cade in trance,
cade in estasi mistica,
in un attimo è trafitta dal dardo d’amore,
il fanciullino alato ha di nuovo vinto
e perverso è il seguito…
Va tra le note di nuovo,
godi la musical vitalità,
vai spogliati,
leva le lineette nere,
bianco il foglio dipingiamo
ed annotiamo.
Che carina la mantellina
incrinata sul ruscello,
mi guardi fissa e risplendi,
mi copri il labbro e la tua bocca sfiora
la mia fronte, la mente in refrigerio.
Acustico intruglio

Acustico intruglio nella notte,
lunare influsso sulla soglia del tempo,
poi sonnambuli pensieri,
destrieri rapidi.
Dammi l’attacco,
tra piatto e patto.
Sì.
Sona il bel sì,
d’oc, d’oil, d’oui,
cortese l’arnese,
Paride ed Eva, guanta na mela,
Patroclo e Beowulf,
iena, lupo e leone,
indugio burino sbarazzino,
goccia perforante e claudicante,
dissetante, piangente, petalo brinoso
incandescente, borioso, bucolico,
georgico pizzetto.
Vai così,
ancora il sì,
paese violato, masticato,
bile il giornale nomato libero,
l’eurodance, i Gigi di turno
pop, dance e topini,
accigliati al piano, alle tastiere,
alle groviere,
dimmi mai o cosa fai,
la scrivente si arresta e vai a capo,
burumbum cià,
annebbiata scolaretta
nella vendetta,
l’ayatollah torchio di vendemmia,
tutto è ben quel che finisce in mi,
bufera russa o capricciosa,
rivoltosa ottombrina porpora,
zarina, cesarea,
Alessandria paludosa,
stop uno.
Movimento compulsivo,
pensiero ossessivo,
ritmo assordante
ed estatico ondulante,
pentateuco e pentagramma
cabalistico, sufismo
e panpsichismo,
percezione aumentata,
esponenziale mescalina,
astrale vite.
Lento, sh,
lento sh.
Un silenzio lo faran i papaveri,
il cemento.
Riprende, non arrestarti,
ribellati il sistema,
kantiano imperativo categorico
kierkegaardiano calar le palpebre,
recitar, il personaggio,
gioco dei ruoli,
gioco di ruolo,
gioco di parte,
Bercoglioni,
gioco delle parti,
il Vaticano.
Silenzio, ancora.
Bum!
Il pupazzo in viaggio.
Il ritorno etereo.
Il rimorso sulfureo.
Acqua distillata.
Olio e combustibile ligneo.
Classificazione enciclopedica.
Semitica semiotica e semiosi virale.
Attacco micidiale.
Falsificazioni e fornicazioni.
Formiche laboriose,
il sessantotto e le cicale.
Poi le scale.
Trasfert l’Rna.
Mitocondriale il respiro
e il nutrimento clorofillico.
Poi…
stop
secondo e terzo finale.
Un istante fatato

Un istante fatato,
come un film il passato,
una storia sbocciata,
di passione velata,
sposta due carmini
spiriti felini,
agili le mosse,
le decisioni poste come addii puri,
incontrovertibili sapori dolci,
ed è già mattina sui tuoi occhi,
e te ne ricordi con un sorriso
col quale stringi le mie mani.
Ah sì,
che impronunciabile sentir!
Sposti col favore del vento
l’abat jour e scendi dal letto,
ti poni alla sponda
il voltaico sentimento,
sei mezza nuda
come mezza luna ricordi
mondi lontani, la penombra
ti invade il volto
e inizi a cantar,
un adagio lieto splende
come viola in primavera,
come nota d’attacco
alla maniera di cattedrali
barocche e nascoste,
novene e filastrocche
sui tuoi umidi capelli,
impronte sul vello,
oh il mantello,
sul percepir il bello,
oh il Metello
che provoca dolori al poeta,
sordo l’appello, l’invocazione,
la conclusione dischiusa, assortita,
candita e sì, vai col sospir,
che delizioso l’indice al labbro,
il naso e la manifestazione
di un silenzioso animaletto
porta fortuna quale sei tu,
mia amata rosa, e te lo dico,
ti dico oh, che cristallo candido
e variopinto al tuo riflesso,
al tuo compromesso stabile,
un braccio sul mio corpo,
l’antico modulo scisso
sul tuo libricino, reciti come assorta
l’ultimo verso e poi
l’orma del rossetto
sulla mia bocca.

E poi vetri appannati

Le lenzuola sussultano
nell’attimo di esitazione mi guardi,
già altrove i tuoi pensieri,
l’estasi dell’attimo ti innalza
e vaghi verso mondi lontanissimi.
La foglia tremula pel freddo,
finisci nell’oceano profondo,
Atlantide sommersa dominata
e mai più punita,
nel frattempo sei già sulla riva.
Vai docile, va’,
non ti fermare,
attendo le tue mani zuccherose,
come fossero ultimo approdo,
decoro dei dì passati, sviliti,
la notte riprende a suonare.
Vado verso l’atmosfera d’inverno,
cosa ci fai tra gli spalti beati?
Cosa c’è nel do diesis minore,
forse l’ardore di nebbiucole
che penetrano il corpo,
dissolvono il trotto della mente
intorno al ripiano sciupato.
E poi vetri appannati,
il nostro anelito impresso
come stampo opaco e non dimenticato,
il tempo non si spazza via.
Procede,
magari si arresta qualche attimo,
ma la bottiglia si avvicina già
alla tua bocca, sei sciolta
come bacche desiderose e carnali,
spiriti notturni infestano le braccia.
Così lenta le agiti.
Arpilla

Risveglio in gomito ai bordi
delle radici,
sapienza megalitica
all’aurora.
Parte e ritorna,
in circolo trotta,
rissa dischiusa in petalo verticale,
licenza boschiva, arpeggio arioso,
e poi la luce che eclissa
in compresenza magnetica
lo sguardo.
È già domani tra me e te,
lento moto senese,
accento cortese,
urletto crestese,
spasmo punkettaro,
bestia di fato avverso e maledetto,
morosità del sentimento,
dizionarietto urbano,
l’acume spiazza la principessa,
in dono l’ortensia,
ne conosci la potenza?
L’assurda valenza?
Il do e il sol!
Poi improvviso
adagio allegro,
non troppo disteso ma ripieno,
i richiami di mandorla,
i volumetti cari,
tomi d’alloro ricamati,
e sguscia,
sembra sfuggire
come invito all’infinito,
è subito mattino,
tu già lo sai,
io già lo so,
oppure no, restiamo al limite
del vortice e pendiamo.
Che cosa c’è? Osa la penombra
rivalere, ribelle mia,
la lotta tra i generi,
trittico indoeuropeo,
la valenza plurima cara eredità,
l’infinito sarà indefinito vagar,
tu non ricordi la mandria dei pensieri
inquieti al riposo
ma rimembri la figlia del vetturino,
è un incubo mattutino,
la casupola villosa oscilla
arpilla, fluttuante
dimora nubilosa.
Incanto solforoso,
canto lezioso,
scontro tra Chimera e Desdemone,
la luna celtica difende e sorregge,
magari ostenta l’orpello dialettico
del fermento, astuto frumento,
intensivo furetto diabolico e dispettoso,
innocuo ma fastidioso.
Continua l’asola ad isolare,
volta la carta epifania del giullare,
improvvisa Ofelia, ninfa negligente,
sembra violare il sacro bosco,
entra nel misterioso borgo,
ed è già giorno.
Attracco fugace

Cappa e arsura per il corso,
refrigerio del tuo braccio declinato,
così mi estraneo e ti guardo.
Via Toledo,
metà agosto in trotto con te.
Rinascente,
profumi, saponette e collanine.
D’altronde non c’è la sentinella.
Attracco fugace,
saldato il nasino tuo al mio,
che dolce il viso indaffarato.
E il tempo cavalca senza sosta.
L’alemanna regione
è un volto di disperazione
andantino, l’introito del destino,
l’immobile fattorino.
Attimi persi
o riacquistati infarciti d’assoluto,
l’encomio solenne, l’alloro
corona dalla tua mano.
Minuti atroci
ma così lieti, lievi e indelebili,
l’astuto riguardo delle tue labbra
pende dalle mie.
Candida vita cara,
pura sordina baccheggiante.
Sfiniti sulla panchina,
giriamo ormai da cinque ore,
loquace il mio sentire
e il tuo riflesso è denso.
Ti sfido,
riaccenna il tuo sorriso.
Appoggia i sogni,
di lato come fossero ghirlande,
affidamele saranno impreziosite
col cobalto e colla sabbia,
saranno immortali come coretti.
Ancora più mite il vialetto,
posizionata la tua testa sul mio petto,
non dimenticarmi flebile
sarai filigrana selenica.
Il cielo sfuma nel rossiccio, fenicio
l’incanto dell’occidente marino,
è davvero stupendo ma l’attimo si arresta
e divaghi.
E così finisce
siamo già distanti,
la vela protesa sbanca
e noi sbarchiamo in brecce parallele,
l’estate tra statue e foglie di lichene.
Stendi in aria le mani

Sì, l’invito tra le fronde.
Così l’accenno gregoriano.
La mia vita come tramonto
scorge l’ultimo lamento.
Sì, quel breve cenno.
No, l’inutile attesa svilita
e svilente silente.
Se penso a te
guardo in me
e scorgo i passi
dell’ultimo giubilo danzante.
L’intimo pianto adibito
a fremito spento.
Con i pensieri spuntati
affilo i concetti
in patetici versi d’oblio,
vai tu cauta al confine,
il nome giusto qual è?
Ricordo solo
che per te oscillava
il ciondolo del mio sospiro.
Sì, bramo te.
Si, puro sprazzo
sidereo d’oriente.
Sulla via sono perso,
sonno sperso,
piccola amigdala
il mio canto perde ogni senso.
Sì, ricordo di te.
Sì, emozione d’ultimo fiato.
Ovemai ricordassi
questo naufrago perso
stendi in aria le mani.

Passano stagioni velate

Passano stagioni velate,
le pagine restano offuscate,
le labbra docili e dolci
restano stampo dell’atroce rimorso.
Tu affianco sincera e ridente,
l’attimo assurge ad infinito,
immobile germoglio odoroso,
incanto del sospiro vorticoso.
Il simpatico vestitino alabastrino,
proprio lì, a ridosso del senso,
portamento divino,
e dicevi in concatenazione parole,
l’emisfero oculare inclinato,
ammiccante e vitale.
Sono solo refoli inutili,
dimentica gli attimi indescrivibili,
resteranno apatici intrugli,
sdrucciolo rovinosamente nel nulla.
Cosa vuoi che resti?
I frammenti da rigattiere?
Oppure testimoni scaltri e assenti
perché assente è ogni realtà.
Resta solo l’idillio scalzo e stanco,
parlo ancora a vuoto,
a nessuno
o a te,
qual è il significato di questa attesa?
Una semplice pretesa
tramutata in remissione arresa?
Una docile richiesta
che nell’ombra resta funesta?
Cade la goccia dal viso,
inumidito il libro, è ormai un rito,
la mistura di odori rimembranti
altro non è che un’offesa qualunque.
Il palpito nella penombra,
la luce di un lampione distante,
mi imbacucco sul ciglio in ripicca,
mi scopro di nuovo silente.
L’auto sfreccia,
breccia vetusta,
la sigaretta caducante e caduca,
e un ultimo pensiero, il tuo volto
di soffiata che risplende
nell’ondata di quiete.
Resta un’ora o forse un giorno,
quale sarà il destino non lo so,
un’altra auto passa e credo
che non ci sarà più niente,
che l’illusione bolla di sapone
in sé sopita svanirà.

Paralleli assunti

L’aurora, il volto e tu,
mio testo sconosciuto,
riflesso tra cammei, follia.
Simpatica e sconfitta,
hai l’aria da brivido freddo,
carpisco le intenzioni,
i residui di noi.
Paralleli assunti
tra anfratti di cemento,
vegetazioni, Bastiglie,
all’assalto, l’ombra, la silenziosa
intromissione a dito levato.
A fianco manti da ricucire,
le ultime battaglie sono canti
ormai annebbiati dal tempo
e dal colore, dallo stupore
di riguardo e proustiano.
Implode l’asserzione,
me ne accorgo sol’io
del fittizio sospiro
trattenuto e sopito.
Allo specchio il tuo godimento,
nel solstizio santifichi te stessa,
in vergine il capricorno,
il tropico del ricordo.
Vis compulsiva trafitta
da auctoritas, potestas e mezzo corporale,
sarebbe magari meglio dire
che futuro c’è.
I fluidi in campo
come Rinaldo braccio della furia,
Angelica e l’anello
al vento nel pub,
Orlando violato
e spuma doppio malto audace,
l’ultimo miraggio a dimensione
plurima mostra il coraggio,
nel contenuto circolare d’Achille
il raggio.
Scansati all’ultima conquista noi,
offuscati e rigenerati da un accordo
di quinta partiamo in quarta
nascosti e pronti.
E poi l’effluvio nel tuo giaciglio,
la lingua tua su di me
è una lieve e dolce spilla.

Fuggiasco contemplativo

L’attimo che sgocciola
tra le tue violette che con cura
incanti e spogli, tratti o fondi di bottiglia,
non tutto è stato inutile,
questa storia chiede venia.
Attimi di pioggia e ascesi,
non me ne volere dicevi,
l’annullamento volitivo
l’ho preso alla lettera, guarda.
Porgi l’attimo ora,
la notte è complice per le tue
e per le altre braccia,
resto fuggiasco contemplativo.
L’ombrello cinesino,
l’attimo ancora,
gli spostamenti temprati,
tempere fluide e si innalza
la temperatura.
È un momento di distrazione,
un attimo d’effusione
e la sapienza eremita
scaglia floreali tafferugli
intuitivi e vivi.
Che bello scodinzolio,
trami affabulata i capelli
e ti stendi, aspetto un altro attimo,
estraneo stupore.
Pallina folle come incenso
in un attimo è già qui,
muta silenziosa direzione
e porgi intanto il viso altrove.
E passano gli attimi,
dai senso al trotto,
qual è lo scopo
della nostra intromissione?
Forse solo il tuo sbarazzino
cappellino.
Volta in un attimo
la carta e scrolla la sigaretta
a mo’ di scaltro intreccio.
Arde un fremito di vento
inumidito, attimo d’intenso
incupito, il giochetto dura poco.
L’orologio freme il relativo
attimo d’amore.
A ritroso l’alloro,
al passo il decoro,
foto ingiallite,
pulite le strade,
chiarite le brame
dell’infinito attimo.
Per sempre, un attimo.
Pallida effige
Dopotutto la spiaggia
che hai tra i capelli
è d’intimo verso, inclito scontro.
Dalle miserie scoscese
brulica il piacere.
In borge e borghi
spauracchi notturni,
la tua pallida effige
soltanto trasmuta
l’assurda viltà cassiopea.
Dove sei vivace mia guida?
Sono sperso!
Dove sei astro femmineo?
Non posso resistere al silenzio.
D’altronde nelle foresterie
straniere aspettavo l’arrivo
in punta di piedi
ma l’unica cosa concreta
era l’intuire l’essenza tua riflessa.
In volti assenti sognavo,
poi schiusa sbocciava l’ultima speme.
In misteriose attese loquace
mi disfacevo, lo sciupio del pensiero
e la breccia del perso sentiero.
Non credo ad altro, forse a poco.
Non credo e basta, tanto aspetto uguale.
D’altro canto la luce un po’ la scorgo,
immagino, fremo.
Respiro dell’aurora

Passa il frullio delle foglie
sopra le coperte,
l’acume spillato in vino
e tu acca accavallata.
Puoi pure divagare,
l’erba è già pronta,
sguscia solforosa,
tralaticia viene e va.
Passeggiamo con la mente,
vetture in lungomare,
bianca si diffonde,
dico e sorridi,
respiro dell’aurora,
stendiamoci, va’,
un carino singhiozzo,
sospiro e il bacio è improvviso.
Puoi tralasciare questa vita,
puoi sorseggiare un’altra pinta,
un’ audizione d’amore,
ove alberga una civetta,
lo spirito e l’alfetta,
un invito, un trottolino intatto,
l’alterigia tua vitale.
Quindi scorre vivida e non si interrompe.
Quindi riporto i segni,
pitagorici riporti,
aforismi pentacolari,
spettacolari pantacollant.
Poniamo per assurdo
il pensiero discordante,
allora prendi la chitarra,
socchiudi le ante,
ci divertiamo questa sera,
eccitata ridi di nuovo,
ma è solo un cenno,
un’ipotesi d’attacco
e la mente in desiderio
visibilante va.
Vai avanti ti sento,
percepisco vibrazioni estetiche,
scorgo lo spirito,
se non ricordi le parole
non le dire, è inutile,
ti accompagno, stringimi più forte.
Cinabrico cielo
accompagnaci per sempre,
chiudo gli occhi, li riapro,
sei in fremito sussultante,
avvinghiati ancora sino all’osso,
all’ultimo accordo.

Silenzio! Ultimo verso
Per questo poni il silenzio
come ultimo verso,
piangi in sospiro,
le tracce sul viso.
Orchestri per concussione
concerti di delusione,
sembri ordire complotti audaci
ma privi di vita, direi fatiscenti.
Poni un candelabro
con grazia sul ripiano,
lume da scrivano,
enciclopedizzi gli aforismi
dell’essere come trolli vaganti
su radure d’assenzio,
aspiri possente.
Immagini la scena
portandoti traslata l’attimo alla parete,
mangiucchi la gomma trafitta
con aria somma, l’incudine
ripudiata e maledetta nell’espirazione
pone il verdetto in conclusione.
Allora diventi
la famelica belva
con mastodontici anfibi
trucidanti e borchiosi.
Vaneggi vespri,
li maneggi ancora desti,
li biazzichi in atmosfere
rarefatte e rifatte.
Ti nascondi tra le vetrate,
i lastrichi di serenate,
alberghi solitaria negli altrui
pensieri
ed il domani è dell’oggi già ieri.

Fuggi, deh, vai e ritorna
Pulsante vialetto ambulante,
saraceno viso condensato in alluminio,
spasmodico volteggio attento,
scaltro e comunque frastornato,
sale a mille la dopamina
sprigionata, arieggiata
mesencefalica giornata,
precisamente condensata,
un po’ svogliata.
Fuggi, deh, vai ritorna,
a mo’ d’altimetro cambia e trotta.
Fulgida cambia rotta,
puoi invertire coordinate
adiuvate dal vento
o dall’ultimo intenso senso.
Potrebbe anche suggerire
con riguardo decoroso,
funzioni, secessioni, squallide illusione
o anche l’ermo eremo solitario.
Magari è una silente ondata
di valente dorata vanagloria
oppure una ridente giornata di sole
o forse meglio una novembrina
serata da serenata.
Non capisci l’importanza
dello stupore del vissuto,
dell’intimo dolore che sgorga
a frotte dalle fronde.
Si modifica il verso,
adornata semplicità nell’ardimento,
puro fermento, è un vaso capiente,
testa nicodemica e nicolea!
Fugge ancora il sussulto sussurrante.
Fulge il circolo ritornante e ridondante.
Uh fonte pura! Dell’ultima sventura!
Uh fantomatica ardua salita,
riposo indomito, ozio mediante,
mediana del tempo!
Puoi vedere l’essenza!
All’indomani della presenza,
vive, respira, si sente,
alla vigilia della frontale guerra
un urlo di quiete universale,
pace sesquipedale.
Vai passione, colmati ancor d’illusione,
nutriti di spoglie spirituali,
agisci per il tramite spiritoso,
motto solforoso, arioso.
Qual è la ragione dell’allucinata stagione,
frutto di follie da società regredita,
di branchi famelici di vandali
che salvano gli ultimi testi
e incendiano le rovine dell’ipocrisia,
ma se ti scorgi troppo l’abisso ti inghiotte?
e allora qual è la soluzione?
vivere in intensione e progressiva
espansione senza dimenticare
la polvere e il sale,
nutrimento e fermento,
amore ed unico senso vitale.

Schiaga

Partenza ovattata,
sfilata dolciastra.
Le forbite delusioni
sono attese ed illusioni
(magari involontarie pretese).
Le imprecazioni verso realtà
sconosciute, piogge da granai
e soffusione in mulinelli
e mulinetti, cosiddetti
(contemplazione floreale
ed azione di gemma astrale).
Le mitre indoeuropee trasudanti
(intromissione cadenzata).
Le madornali ondette
ritrasmesse in calce firmate,
mortificate ed imprecanti,
bendate dee nell’adesione
(oh abbracci fugaci).
Potrei poi divagare
ma la scelta è densa
e immensa geme.
Proclama l’adagio
(perverso detto),
proclama il verbo intenso
(vibrazione cordica e scandita),
vorrei dire due parole
( oppure sorge di traverso il sole).
Proteggi genealogicamente
( a due metri da terra)
col tuo nome cacci e resti in piedi
( vitale profusione)
trasvoli e non ti posi,
adesso ti fermo, ti aspetto,
ti ammiro, ti guardo
(prodromo dell’interno conflitto
accarezzato dalle tue labbra).
La luce lentamente
si spande tra i rami,
la tua immagine mi investe
mentre bramo.
Con semplici parole
pensieri remoti,
li condenserei e poi li sgocciolerei
e tutto tuo in inumidite spiagge giacerei.
L’opacità ritorna e desto mi volto
di lato, vicino il tuo viso
in sogno confonde assurde realtà,
ti scorgo tendendo all’infinita verità.
Polvere vischiosa

Polvere vischiosa
nell’accordo di riflesso e schietto.
La stella vistosa all’orizzonte
unica luce come rosa
nel deserto antico, ove assurda
rispondeva alla richiesta del ricordo,
un’edenica pace, un innato amore,
uno stupore per il sapere, la fiamma,
il vento e la goccia
per cinque o sette lettori.
L’attitudine cela l’attributo,
il divino vincerà sempre
sul terreno dannato, non è l’eco
del silenzio ma si alzerà il tramonto
ed in eterna penombra interno
a noi sarà l’universo,
l’eterno circolo infinito
e quindi come tale delimitato
da tre punti, coincidenti
eppure in manifestazione
ed ideazione distanti e spersi,
poi una voce che lenta sussurra,
non tutto andrà perduto.
Mangerai di ogni frutto
di sapienza ma mai la tua mano
si leverà su un essere naturale tuo fratello,
altrimenti ne morrai,
conoscerai l’ignoranza della fine.
E la maledizione terrena
si scagliò silente e dolorosa,
i frutti son di tutti
e si continua a coltivare un orticello
privato privandosi della bellezza
della congiunzione divina
comunitaria ed assoluta.
Chiudi gli occhi e vedrai
in manifestazione di luce
l’amore seme di sapienza,
giustizia, libertà, e fratellanza,
l’eros inerme e potente vince
e soggioga la violenza claudicante,
l’umile nel godimento
schiaccia e distrugge il possesso.

La Torre litigiosa di Varsavia

L’ardore dei tuoi occhi che scende
traluce in illusione ed ascende
spuma marina dalle labbra
intense.
La torre del tuo nome protegge
come silicio possente
e gemma assente
un alito di vento in refolo
vitale.
Selve asprose e tutto tace,
nel silenzio scorgo l’imprudenza
del tuo volto incandescente
e pallido in un attimo
il cenno.
Per le tue soffici gote
l’inverno carezza le fronde
che lievi mutano
in scaglie il sincero
sguardo fulmineo.

Centro inscindibile

Ammiravo in silenzio
i suoi occhi vividi e accesi,
torce lente sul mio polso
i gemiti da sponda concupiscibile.
Nel momento supremo
un inchino vistoso
e le schiuse mani veline
smorzarono l’affiatato
scollamento labiale,
l’intimo tumulto astrale.
Le costellazioni in trotto
scese in questo giorno a contemplarti
in congiunzione al capricorno,
genesi della lode furente,
perversa in dormiveglia,
quasi per metà etilica.
Miscela dello stupore lo sguardo,
occhi portali spalancati
ante e poi stretti a fessura
nel verbo infuocato
scagliano aforismi suadenti.
Le schiere di belve ai tuoi piedi
e tu sulle punte a slinguettare
fior di ciliegia soddisfi soddisfatta
il desiderio in disfatta
e succube a sua volta di te.
Centro inscindibile
di ogni interpretazione
la voglia di afferrarti il volto,
coprirti d’oro velato
e mai più dimenticato,
in assurdi cieli cobalto
tramutati in ere di rame
soverchiato dall’ultimo
tuo denso bacio, oscuro
il medesimo senso occultato.
Lasciavo cadere
la viola del pensiero
e tu mi carezzavi i capelli
e l’attimo assurse
ad unico istante importante,
obbiettivo di ogni sbarco,
stagione unica,
candida perversione eterea ed eterna.

Abat Jour
Abat Jour,
allo specchio tu,
silenzio tutt’intorno,
azioni ab intentio
dell’ultima luce che sa di te,
sono discorsi protesi
ad intimo verbo,
oppur intesi in declinazione astrosa
e musicalmente estrosa, asprosa.
Abat Jour,
silenzio nell’adagio bronzino,
dialettico andantino,
compari tu in dimostrazione scettica,
nostalgica, ultima diesis.
Scorre il vento venoso,
profumo intenso e vorticoso,
parla vespro inspirando
il vuoto gorgheggiato, sciupato,
sprecato, esoterico il senso
essoterico, nostrano,
villa soffusa e profusa,
disillusa e beata,
violata ma incontaminata,
scoperta e increata,
plasmata, creta micenea,
plebea élite giubilante, sognante.
Abat Jour,
direi discrasia discronica,
bella époque
con l’adolescente che consiglia
ai bordi del nuovo millennio
svogliato, problemi d’amore
algebricamente sottratti,
l’ama tematica, il fumo di sigaretta,
l’ultima orchestra lenta,
magari un motivetto a mo’ di fumetto,
passa la stanza, piede adirato
e cadenzato, cambiamo
e scorriamo scrollando l’encomio, l
‘adoro e il j’accuse,
l’entusiasmo da spasmo rotterdamino.
Abat Jour,
in ultima istanza,
ultimo dirimente rampicante,
sognante, ragazza crudele
e vaticinante, scolastica adiuvante,
l’ultimo accordo lo volli fortissimamente,
patto musicale saldato e incespicato,
inerpicato, travagliato, accartocciato
e saldato al naso,
scapigliato.

D’accordo, sogna

Gira intorno ad un pensiero
l’anima silente ed imprudente,
tu nel letto a scardinare ogni idea
che dirompente si arresta,
l’assurda intromissione
in compromesso ha tolto il velo,
godo dell’immagine e ti afferro,
sei già pronta nella delibazione
sentimentale, passi altrove
in fluida concatenazione corporale
rifletti e gemiti adorante ed adorabile.
Uno sguardo è già passato,
lo sbieco dell’occhiata
è estasi spiritica e possente
come la tua mano contenente
il germoglio del ricordo,
in un colpo scarichi l’etereo,
secerni l’assoluto dalle edere,
tanti passi, invisibili gli stampi,
pure le atroci dimenticanze
sono schiarite da l’ombra del tuo volto
intatto nell’altrove della parete.
Brucia la vivida amalgama stupita,
il certo vive assente nel privato scranno,
in cime tu e l’erbetta è già tradita
dal dito che invia un segnale nel vuoto
dell’essente plasmando l’autentico
dall’inautenticità vitale.
Diffidente sbuffi e strizzi l’occhio,
tre volte grande, magnifica,
somma, cenno creativo,
maestranza inerme e virtuosa,
fremente.
La dualità distrutta dal femmineo
senso trinitario ed unica somma,
gradiente totale dell’invisibile,
risma impressa per sempre.
Il desiderio non si spegne
e riparti audace,
instancabile respiri profondamente,
bellezza al massimo fattore
nel tuo visino carino.
Il segreto non sarà svelato ancora?
Decidi pure se farlo o no,
la sintesi si attiva quando il meccanismo
è ingranato dalla chiave e dalla svolta attesa.
Il bello deve venire
nel momento in cui trasvola
il vento sui tuoi capelli
dando fiato alla materia,
c’è tanto da dire, più da fare,
invadente scoprirai il piede
e il metro ribaltato,
i tre quarti dell’attacco,
ti aspetto.
Puoi dire sette parole,
la formula e trottare,
intimo verso specchio dell’eterno,
due occhietti schegge di ciliege,
labbra fragolina nascosta
nella variopinta collina.
La sabbia segna un solco nella clessidra,
si blocca il tempo e tutto scorre staticamente,
in un attimo incontriamo il divino,
dentro noi sorge un inviolabile destino,
indecifrabile ma sensibile e percepibile.
In inscindibili sentieri fulgidi
passeggiamo e poi improvviso il ritorno.
Sei ora stanca e chiudi gli occhi, d’accordo,
d’accordo, sogna.

Vai tranquilla al dunque

Vai tranquilla al dunque
ma comunque io eludo il discorso.
Tu stringi i pugni allerta,
dici che è per vendetta
che sfiorisce il rimorso decoroso
e intatto ma non basta una parola
a far svanire il sapore della sera
e allora tiri le somme,
addendi riflettenti,
tramuti l’eterna lotta sovrana
in questioncina da sottana,
sembra quasi che l’atomuccio
sia un surplus voluttuario ed incendiario.
Allora ti chiedi se l’essenza
della storia atonica sia etica
da comare o vidimazione risplendente
nelle sale
e l’ente traspare.
Credi che l’indecenza
sia frutto di un ricordo o di coscienza?
pura vacuità? nel refrigerio assurdità? oppur passione per metà? trasognante viltà? infima realtà?
E ispiri con gemiti notturni atroci e bellicosi.
Ti stai sporgendo troppo,
l’abisso chiederà il conto,
salato, privato e disprezzato,
ascesi mistica superiore
nella perdita di dignità.
Credo or io che sia il vuoto
che pone problemi,
vacilla il costrutto,
la medaglia in penombra
e fuori piove.
Lo dici davvero
oppure tanto per dire? Sensitiva
del manto astrale e sincopata
extrasensoriale velleità visiva.
Credi in profetiche brame
e sintomatiche astute trame
ma dov’è la persona? Dov’è la previsione
condizione d’amore?
ti porgo dai la mano,
la penna l’hai posata,
ci omaggiamo a vicenda in incoscienza,
ti aspetto ancora dai.
Ma dimmi che verrai.
Ogni cosa è un pensiero
porto in azioni sepolte,
nascoste,
in particolar modo il tuo cappellino,
i tuoi occhi e il tuo viso.
È un’illusione il tuo volto orbene,
il tuo sorriso.
Ma non è uno stratagemma soltanto
la brina e la voglia che resta.

Striscia l’ultimo rigo

Puoi pure chiudere gli occhi,
fallo, fallo dai, fallo, fallo e saprai.
Puoi pure tributare un pensiero,
vai, vai, fallo, vai.
Brucia la sincretia,
la vasta simmetria,
l’astuta mia mania
che straccia i lacci sulla via.
Valida la sorte,
poco più è la morte.
Puoi pure sorridere, fallo, dai,
fallo, dai, che fai? Te ne vai?
Stereotipo sincero,
nero il cupo sentiero,
puro lo sguardo
che come dissi è altero.
Candida la sfinge,
polvere in soffitte.
Esponi lo sguardo
e traccia su carta
la malefatta.
Comunque l’incanto
svanisce col tempo,
il tuo corpo è tiranno,
la tua immagine persa
ed in un inutile verso
stupito è l’intento,
in un attimo è già
dimenticato il portento.
Placida dalle pareti
principessa senza veli,
cristallina ed introversa,
un po’ dall’azione interdetta.
Si spalanca la finestra,
l’incubo e tu succube.
Puoi pure difenderti,
orazioni e retorica spenta.
E l’antico vaticinio
sta sbrinando in ascesa,
sta intasando i rimai e le scale,
lenta va la sicura
melodia nell’arsura
e il bianco del reale
stranito è regale.
Puoi anche dimenticare
le serate, le risate,
puoi pure… come?
Già lo fai?
Te ne vai?
Spurie verticali,
tropiche tempeste e tu
con un paio d’ali,
alberi che si inerpicano
sulla tua pelle e tu rinchiusa
nel sogno delle stelle.
Porgimi ciò che sai,
ma che fai?
Serio te ne vai?
Con clamore silente
striscia l’ultimo rigo
e il continuo è un ricordo
che neppure più dico.

Hai già dimenticato il nostro segreto

Hai già spento il sospiro di me,
ragazza che cerchi che non sia me?
Hai già acceso lo stereo e riflesso,
ragazza allo specchio
quel tuo sguardo
il mio è spento ormai.
Ogni volta
cambi rotta e fremi
ma ormai hai appena gettato
il tuo straccio e incendiato
il residuo, mai più io e te?
Dove sei?
Amore dove?
Non ce n’è ormai di felicità più per me?
Dove sei?
Amore dove?
Dove sei? Pezzettino sereno,
tremavi un giorno ai miei occhi,
alla mia pelle
ma il gemito è rotto ormai già.
Piccola e dolce,
perversa e austera, sveli te,
mai sei stata così sincera,
te ne vai,
non resta più nulla ormai,
anche il ricordo è svanito,
chi lo sa se tornerai,
se ti ricorderai di me sperso
in questo frammento eterno.
Hai già spento anche lo stereo ormai,
non un solo rimando ti porta a me,
ragazza hai ragione al mondo
non serve ciò che penso e sento.
Hai già dimenticato ogni frase,
ogni intimo sussulto, ragazza
o resto o vado via nessuno se ne accorgerà,
non rimpiangerà le mie dita, è vero.
Adesso è già sorto il sole,
il nostro segreto dov’è finito?
Non ti ricordi nemmeno del mio volto,
delle mie mani, delle mie passioni.
Sono qui,
vivo.
Qui ad aspettare,
fino a che l’ultimo fiato emetterò,
mai la testa abbasserò,
ascoltami se vuoi, amore.
Aspetto scalzo, distratto,
la vita mi cade dalle mani,
e il vento è il mio ultimo sospiro.
Hai già dimenticato il nostro segreto,
ragazza di te mi resta
solo l’immagine impressa della luna.

Io non posso più aspettare

Tic tac,
tic.
Sì.
Parlami ancora,
non salutarmi.
Lenta la luce è altrove
ma io cerco te.
In questo modo
sovvertiamo il destino.
Tutto ai nostri piedi,
sono queste le due tue parole?
Oggi brilla l’eterno,
aspetto ancora,
verrà il magico istante,
ti sento,
non sei distante,
tutto è possibile, fammi accendere,
paf! Scompariamo!
Dammi il verso di traverso,
fuggiamo lontano!
Un’esplosione di colori,
dammi per sempre il tuo cuore!
Fammi venire il brivido dorsale,
parla, sprigiona potenza,
orgetta ad incandescenza!
Fammi sentire l’incanto
fugace,
poi fermati e resta qua!
Luci soffuse e profuse
ed illuse,
ispirami con fascino turbante e gaudente!
Con un bacio
fammi disimparare la realtà!
Spogliami
di indumenti e morale.
Prendimi,
innalzami e innalzati al di là della verità.
Vedrai che l’universo,
la natura e anche tu
(follie sideree)
si muoveranno e ci proteggeranno.
Dammi
il sorriso più dolce,
svelami
la tua volontà!
Dammi
un altro abbraccio,
stringimi for ever
and ever!
Stuzzica il mio entusiasmo,
chiudi gli occhi e continua a cantar!
Portami lontano,
le spiagge inviolate da noi conquistate!
Sei pronta,
dai vieni,
io non posso più aspettar!

Scende già la sera

Parlerai un giorno con me?
Hai voglia di ascoltarmi ancora?
Il tempo passa,
dimmi se un giorno avrò te.
Credo che nulla sia importante
ma io non sono ancora finito,
l’entusiasmo è ancora in me,
freme ed arde l’inestinguibile fiamma.
E te ne prego soffermati,
non dimenticarti di me,
pensami se puoi,
abbracciami se vuoi.
Spero che un giorno tutto cambierà,
ti ricorderai,
stai tranquilla,
comunque mai mi perderai.
Scende già la sera,
va via un’altra giornata,
muto chiudo gli occhi.
Mille pensieri mi affondano,
i dispiaceri sprofondano,
tu dove sei? Io oramai che farò?
Lenta muore l’ultima speranza,
non c’è più luce né rumore
nella mia mente,
non c’è altro che non sia te.

Mia Regina

Mia Regina,
il tempo è inesorabile
e si spegne in me, sai?
Mia Regina,
ti ringrazio,
la paura ormai non mi spaventa.
Lo sai che le cose
spesso migliorano ed io credo
di aver scontato ormai le mie colpe
d’amore
con la tua forza ho studiato,
visto, sedotto e sconfitto l’abisso
ed ora sono meno di nulla e stremato
ma vivo.
Distratto dalla malinconia,
ti ho pensata e amata,
ti ho desiderata,
ed ora poso le mie armi,
hai vinto.
E ti ringrazio sai perché
non ho più motivo di continuare,
e credo che per sempre ti custodirò,
proteggerò e se vuoi taccerò,
sono padrone dell’infinito nulla
che è in me, e non c’è alcuna cosa
che possa distogliere il mio sguardo da te.
Mia Regina,
sono una musica fastidiosa ed inutile,
scompaio e non mi copro,
dissolvo me stesso in silenzio.
Mia Regina,
le parole sono tutto quello che ho,
non è molto, non è niente,
è tutto perso.
Spero non ti dispiaccia
raccoglierle e unirle al tuo cuore.
Nei tuoi occhi l’ultima speranza è accesa,
sei tu la mia forza,
io dal mio scranno disfatto
non ho che te.
E ti ringrazio di tutto,
ti devo la mia vita,
mai ti tradirò,
per sempre d’incanto ti ricoprirò,
le mie parole sono neve tra le tue mani
espandi la luce che ne riflette lieve.
Ed hai tutto ma ti prego,
ascoltami, io ti sto donando
tutto me e ciò che è al di là
di me stesso,
non rifiutare l’ultimo mio sussurro.
Mia Regina,
eccoti la mia eredità,
poche e stupide parole,
il mio umile amore.

Albero Romantico

Cosa farai se un giorno
ti volterai verso di me?
L’albero romantico
e sotto controllo lo sguardo.
Cosa pensi di me noiosa annoiata?
Perdo tempo tra profusioni e illusioni,
immagini tue, parole
ed aliti importanti di vento,
mi nutro di te.
L’inverno tende come le tue mani,
è un’astuta passione incantata.
L’inverno mente e lo sai,
passa l’anno, il fiore sboccerà? Scema,
mi stai guardando,
andiamo sono pronto.
Cosa pensi essenza velata? Il tuo sorriso
è chiaro luccichio intarsiato,
lascia alla porta il senso
e perdi il controllo.
Su letti invernali e silenti
perverse le tue mani sottili e intense,
io penso confuso a te
mentre tu guardi e sorseggi tè,
è al limite il godimento.
Non è descrivibile
allora posa la penna,
stendi le braccia,
muta sorreggi la guancia
e strizza occhi in disfatta,
è l’effluvio del piacere.
Non è concepibile l’intreccio,
tramiamo buffi complotti,
prendiamoci beffa.
Come sei romantica
ricoperta di scaglie d’incenso,
che portamento! Fantastica, stupenda.
È troppo bello, fa silenzio,
getta in aria il fiato e le gambe.
Il cielo volge il gomito
a mo’ d’indumento, muovi lenta
il viso, fa’ vedere l’esplosione
in trepidazione, non disperarti,
gemi, sono nelle tue mani,
scompare ogni pena, ogni dolore.
Dai bellicosa fai l’estroversa,
l’estrella, fai le moine,
che passione indomita,
che conclusione furbetta.
Che carina
indossi la scansata scarpetta
e le perline al braccio.
Ehi guarda che tempo,
mi bruciano gli occhi,
è il nostro inverno, il nostro vento,
il nostro spumeggio tiranno.
Inizia l’infinito stasera

Dolcezza mia preparati
al folle sbarco,
dio mio che sguardo,
quante mute parole.
Mia cara ragazza
suona distratta,
ti penso ancora,
ti guardo e ti voglio,
sempre vorrei
perdermi tra le tue braccia.
Amor mio!
È ancora sera,
candida atmosfera,
palpito celato
da un sorriso offuscato,
l’oscuro segreto che è in
noi scende come pioggia d’aprile.
Amato esserino buffo!
E la nebbia che viola l’anima mia
stende tra le vie il tuo intenso profumo.
Io qui for ever
a credere in te,
ultima lontana speranza,
freme la piazza,
spero che un giorno l’ora giusta verrà.
Tesoro indecifrabile,
protendi e schiudi le labbra,
quale parola potrà volgere
i tuoi occhi su di me?
Inizia l’infinito stasera!

Se il vento soffia

Se il vento soffia
sai c’è solo un senso,
un unico senso possibile e sensibile,
hai ragione potrei anche
risparmiar le parole ma la loro
inutilità è il mio unico rifugio.
Te lo vorrei dire ancora,
ma più il tempo passa
più mi spengo,
non la verità, non la lealtà,
solo un’armata spersa nel mio cuore.
Tutto l’amore, il fervore,
l’infinito che è in me,
resterà occultato e ignorato,
tra le nuvole la speranza sbrina
nel voltar pagina lo sguardo offuscato
si sofferma sull’ultimo rigo
senza la forza di accettarlo.
Cosa resta? Cosa ho?
Solitario tra i flutti del mare
a sollevare assurde declinazioni,
le continue tue intrusioni,
sei un’idea che mai morrà.
Tutto me stesso ed oltre,
te lo dissi,
bramo la tua eterea presenza,
ma tu non ci sei.
Forse un giorno,
l’ultimo senza te…
Io ti vorrei dire di aspettare,
di chiudere per un istante gli occhi,
intanto indifferente la folla guarda e passa.

Smorfietta seducente

Smorfietta seducente,
la tua carta vincente,
il labbro morsicato e fremente,
linguetta scollata.
Batti sul biliardo
le astute metriche
e poi ti dipingi il corpo eccitata,
tutto al suo posto,
le parole e piccole soste
d’amore nei rimandi
e pochi dorsi e pochi accalorati abbracci,
avviluppata sei su te stessa.
E smorza l’attesa il vento
e la pretesa fumo disilluso,
rinchiusi insieme eppur distanti
brilliamo desiderosi
e tu dici sono qua.
Il decolletè fa uno smacco
ammiccante e sognante
in un istante ci innalza
e tira giù la tua spalla,
è misteriosamente una tazza inclinata
ed in un sospiro svelata.
Tre punti,
vai tocca a me,
stasera ci divertiamo
togli pure le converse
e dirama il discorso in un bacio profondo,
il desiderio c’è, è in noi sai
l’encomio profumato
da moralità boschive
e saltimbanchi soli pretendenti
dell’ilarità, della sincera dualità
brutale e oltremondana,
così faccio centro
e tu ti lecchi le dita,
oh yeah!
Incroci e bazziche
non mi riescono ma a gradi
ti sfilo le illusioni perverse,
l’extension è rimandata a settembre
ma adesso pensiamo al qui ed ora,
costellazioni influenti
e virali beffe astratte e sinestiche
le tracci e hai ragione,
tocca a te,
declina in alemanno prebabelico.
Il sole tarda ad arrivare,
le spiagge lasciale stare,
stai meglio avvinghiata in pasta
di miglio fritta e imburrata,
il rossetto mangiucchiato fa stampo
sul campo stordito e i tuoi occhi sbagliano
il tiro centrando me e ridendo.
Ascolti i rumori,
i mercati rionali,
le viuzze serali romantiche
e mai dimenticate.
Pozioncina dolciastra,
imbrattata speranza,
il mondo pone altrove le premesse,
ma son comunque nostre le stesse.
E l’incanto non manca,
scherniti combattiamo,
le stecche stellari battaglie
spade tratte e pungoli sicuri,
colpi audaci al sapor di miele
e d’ambrosia, nettare condito
al maraschino e poi…
Lasciami due tiri,
in tutti i sensi,
dammi il punteggio scaltro
che porge al verbo l’orecchio.
E l’entusiasmo non manca,
non manca la dolcezza né la tenerezza,
le doti e il gessetto violaceo sulle guance.

O boh!
Parla di rinunce
e scalza tra i ricordi spalanca
pure gli occhietti, capelli svolazzanti,
cambiamo taglio per ogni cazzata
nel perfetto istante in cui
il nostalgico finir degli anni ’90 ha esposto
bluff e smacchi,
smack!
Puoi canticchiare,
passa il secolo e l’attesa,
lenta l’atroce clessidra parla
ormai in sordina, puoi vederla
o ignorarla o ignorarmi
o boh!
Anzi no!
Sorge il sole fulgido,
spasmo da risveglio mattutino
e biricchino,
che faccetta da carezza
e da sciupatina stretta.
La chitarra è frastornata,
ridagli fiato e taglia le corde,
suona me.
Che occhietto furbetto
dammi un bacio sciupaletto
e magicamente brucia il tropico
derelitto e sconfitto nel giacere trafitto.
Puoi consolarmi
con il madornale vino da strapazzo,
col sentimento,
col diretto canone inverso,
o no,
o boh!
Ah!

Allucinazione eterea
Il letto disfatto e tu
in preda all’ultimo spasmo,
silenzio perché
la penombra scende su di me,
che ti cerco sai,
un’allucinazione ed un’immagine
persa sei, mantieni tempo
spogliato e maledetto,
che disdetta.
La tua voglia dov’è, dove sei?
I misteri mi sbiancano,
le illusioni fioriscono.
Non credo più,
sono muto ormai,
cosa faccio? Nemmeno più lo so.
Lo sai sei dentro me,
impressa e trasognata,
svilita e ribelle,
un po’ più pallida e sghignazzante.
No, no, no,
non puoi svanire così,
se vuoi mira diritto davanti a te,
cosa vuoi che altro possa perdere,
non c’è più senso,
tutto falso,
anche te.
E il vento mi dà i brividi ancora,
mi eccitano ancora
anche due parole,
e di più i silenzi e gli sguardi intensi.
Cado per strada,
mi rialzo sai,
ma la tua mano dov’è, dov’è il sostegno,
dov’è il reale nel ricordo?
Penso oppure no,
cosa vuoi che cambi,
cosa rimane del nulla
che era solo altro nulla o meno,
verità fasulla, germoglio di betulla.
Dai divina
ignorami un altro po’,
fai pure la ola con le lenzuola
e scordati di chi non sai e non vuoi,
di me, spauracchio della sincerità.
Velata ti volti,
l’essenza è pronta,
pronto il resto,
immergimi e distruggimi,
di più non ho.
Poi flebile suono
tra le tue labbra voluttuarie,
e sì non ci sei,
no.
Vai lontana,
ritorni, ma sì che cambia
d’altronde, ti piace
vedermi come remoto granello
dell’ ultima spiaggia,
spargi il sale sui capelli,
fa come vuoi.
Le stelle e il cielo
già tremano al respiro,
oscillo in declinazione.
Questa mattina
è già uguale all’altra,
è una sera diroccata,
dillo se lo vuoi.
È sì è così,
l’oblio e lo sciupio,
l’ultimo gemito,
i tuoi occhi silvani,
infine l’ultima goccia di pioggia.

Assurdità

Assurdità,
è questo il senso del batticuore,
del lieto rumore,
la regione tedesca col tuo nome
è un ricordo che tu sai
e non cancellerai se nell’ignoto
sprofonderai,
come sei carina,
volti il viso batuffolina,
che eleganza sbarazzina.
D’altronde scorre il sentimento
nel silenzio lì vicino a te,
il ciondolino allibito
pone assunti dolciastri e frastornanti,
mi perderei tra le tue braccia,
ecco:
con noncuranza stringerti ancora
in ultima profonda istanza.
E tu straniera,
occhi dipinti e trapunti
vinti come il cielo blu,
un diadema sei tu,
ho trafitto e combattuto anch’io,
imbellettata sei l’incrocio
dello sguardo e il mio traguardo,
la mia verità.
Assurdità,
le mie parole,
le sue note,
i tuoi spettacolari intrecci,
hai sedotto e frastornato
il vespro antico,
succube anche lui
e tutta la realtà ricoperta
dalla tua apparenza,
dai tuoi colori e dal tempo,
sospesa sei tu come brina viva e fiera,
i tuoi occhi in su,
non capisco nulla più.
D’altronde piove,
la luna è stata mia compagna,
mia cuccagna il tuo sorriso
e l’occhio ora strizzato ,
allora consapiente e intelligente,
un orgasmo d’intelletti,
gli amorosi sensi corrispondenti,
le affini elettività.
Assurdità.
Uh il tuo entusiasmo è lo stesso,
immagino i baci,
migliorati,
un po’ dischiusi, estasiati
ed estasianti,
il libro si sfoglia con il vento
e resti in piedi,
il sussulto è un maremoto
spiegamelo collo sbieco seduttivo,
io sempre ti pensai,
la tua anima mai ignorai,
magari t’amai.
D’altronde l’arcobaleno
è variopinto e disilluso
come me inconcludente e sognante,
dai tuoi pensieri distante,
sono il messaggio sprofondato
in fondo al mare,
raccoglimi e cercami se vuoi
e chissà se la corrente mai
ti raggiungerà.
Assurdità.
La candela si consuma
ma la cera il mio sigillo imprime,
chissà se l’aprirai,
se ti volterai,
se il mio cuore ti rivedrà.
Assurdità.

Musica ancestrale

La descrizione di te
è catturar l’immagine
di un attimo impellente,
d’accordo, d’accordo, divago,
ma con un paio di parole
sembra già tutto più chiaro.
Puoi stendere le gambe
e riscaldarmi col fiato,
col tuo corpo, col tuo vento,
l’abbraccio già mi fa sobbalzare
e lento ti scopro,
che virtù la tua apparenza,
domina su tutto, la tua seduzione
è un sentire i tuoi capelli
quando sei distesa sul mio volto.
Mormori albeggianti fianchi
provocanti e ad ogni sussulto
alimenti il mio tumulto,
quindi desumo
dal brivido fibrillante della tua lingua
un fruscio di sensi e le labbra
perverse assaporate come ciliege etiliche.
Poi sfiori il mio naso ed inspiri,
vuoi prendere il fiato e reggere
capiente il bacio contenente,
un magnetico incrocio attraente,
ormai sono scoperti i gemiti,
profondi i gaudenti lamenti,
sfoggi la tua coda migliore
e riarricci le parole.
E non c’è vita che non sia plasmata
dalle tue dita, non c’è dolore
che sgorghi se più forte
stringerai questo mio corpo
adibito a prisma caro alle carezze
un po’ estroverse in ondulazione fremente.
Ed espandi questo irto barlume trafitto,
d’altronde se condisci con le note
una sensazione
l’armonia stellare ci unisce
in conclusione
e con i fremiti svanisce ogni pudore.
Adesso lo sai,
un’altra boccata della tua essenza
provocante e pura,
faccetta angelica dallo sguardo
stuzzicante e dalla natura magica.
Ora mi copri la bocca con le dita,
poi le spogli di petali
e la sfiori con la tua,
il bello deve ancora cominciare,
vai con il sospiro micidiale,
colla guancia sul guanciale,
infiamma l’altra ed ardi me
poi chiudi gli occhi.
E getti all’aria le palpitazioni
e le illusioni,
il mondo si inchina ai nostri voleri,
siamo noi l’universo e il nulla,
il vuoto e il tutto,
l’infinito e l’ignoto.
Dai è il momento di tacere
perché di ciò che c’è in noi
nessuna metrica
né nota né segno né simbolo
può descrivere lo sai già
ciò che percepiamo
è esso stesso musica ancestrale,
essenza divina,
scintilla primordiale.

Ultimo decennio

E il caschetto si impose turbato,
rimasuglio del passato,
che carino, vetrata obnubilata,
fiato mio sul tuo collo.
Un po’ di pioggia,
ci vuole,
novembre nostalgico,
dicembre figlio della genesi.
Il potere abnorme
sprigionò dalle mani possente,
vita ed ordini repentini,
sogni e capelli spazzolini.
Un ciondolo di fumo,
tre grammi rivoluzionari,
rasati ai bordi,
tanti ricciolini spumati
ed ebbri d’oro bianco.
Non c’è scampo,
alziamo gli occhi,
prudenti soffochiamo
il fremito del danaro,
possiamo avere di più
e sfogli i pensieri fissanti
sentieri cavalcati da braccia resinate,
e se ti poni altrove
qualcosa la ottieni
o perdi tutto e rovini a terra,
sei nulla e non c’è pietà.
E quando ormai è scorso il tempo
getti l’ultimo fiato,
inspiri e trattieni secernendo rimorsi,
e sei a bordi,
la tua ultima speranza
è un ciuffo calato sugli occhi
e ti sembra che infondo
non tutto sia andato perso.
Sui bordi di un fiore

Sui bordi di un fiore
piangi e dormi,
respiri bellissima e pura
pensando all’attimo
furbetta fingi,
ogni giorno la stessa storia,
qual è il problema,
l’onirico sistema è scardinato
e sparso incantevolmente,
ami una parte del tutto
infatti sbatti per sempre le palpebre
che ricordi, ricordano me.
Com’è languido il risveglio
stanco, esplode un fremito di pollini
tra te e il cielo sigilli
e suggerisci tre metri
o altre banalità,
vai gira la chiave e gettala
in una pozzanghera di bitume,
sei felice, che ne dici?
Due palpiti
e tre onde violette e clementi
ti porgono ossequi,
mira el sentimento,
como si fuera la ultima vez,
pendi atroce, sei felice allora?
In me preziosa e vorticosa.
È primavera, dunque
e il mondo risponde, tu non hai domande?
Hai comunque il vestitino
comprato ieri dall’antiquario,
sei ancora così precisa
verginella in bilancia,
casta meretrice orgiastica,
prendi me serva di Lilith
dagli occhi cobalto o nichilisti neri,
dall’iride in trasformazione,
hai un paio d’ali madornali
e immisurabili, soggetti solo a capienza
in metriche musicali,
è questo il senso? Sei felice?
Vuoi proprio saperlo dici
e sorridi
poi distruggi e sormonti
la volta turchina di spasmi
e gemiti mattutini,
sempre stai sospesa lì
e scivoli sul petalo,
oh dio, prolunga un po’ la vocale
o fa la dieresi o stroncala
completamente oppure batti l’asticella,
sei felice, dici,
e scarichi bolle di sapone,
sei lì per me sorvegliando
l’ultimo pensiero
e l’ultimo otre di sorrisi,
oltre la vita,
molto oltre ma ancora lì,
e parte il bacio.
Sei sì dialettica sintetica e sinestica,
apri le porte della percezione
e sciogli le catene
e sei ancora felice, felice
consolata da un sorso
di tè selvatico e aromatizzato
da versi intarsiati di miele,
sei lì per questo,
sei lì e tiri su,
sei barlume e ombra,
sei lì distratta e affondi
l’ultima armada possente,
sei vocio interiore confuso
col pensiero ed elettromagnetico,
sei l’aurora del domani,
sei bolla d’aria tra rossetto ed incisivo.

RAGAZZE AL DI LA’ DEL LIMITE ULTIMO DELLA CONOSCENZA

Quei tramonti accesi al di là della conoscenza

Quei tramonti accesi
al di là della conoscenza,
paturnie dispettose
ai gemiti sulla soglia del dicibile,
poi le storie raccontate
come fiori dalle tue mani raccolti,
schiarivo la voce e tu
ti intrufolavi nei ricordi,
settecentesco il lume sbiancò,
poi dal cemento la tecnica
basi impostò,
rivolte e il petrolio,
grammi di felicità
pur sempre contrattualizzata,
un po’ a scroscio
un po’ a metà
la bocca capiente
come principio immanente
nella tua dualità,
c’era il letto
dalle coperte un po’ accartocciate
e ci aspettava così disfatto,
giochiamo alle ombre cinesi
è un’opera di verità,
teatrale il sotterfugio
di mezza estate
inscenato tra maschere di sincerità,
il teschio sul comodino
un po’ perché
anche in arcadia un rimorso c’è.
Esplode il nostro pianto
ininterrotto,
dai non far così,
la stiratura dei fantasmi
schiude il discorso sfumato
in andatura emo, la solita regalità,
nella metempsicosi
delle nostre anime sperse
siamo già altrove
con la mente,
dai ridici su,
metapsichica la sensazione
di percezione ormai affine,
ormai la parola
non necessità più di vocalità,
l’intesa è negli sguardi,
nell’energia che sprigiona
dai tuoi occhi,
cambi corso
e defluisci in paralogismi atroci.
Dai ritratti fissi alla parete
rabbrividisce un fremito serale,
le tue bestiole appollaiate
come uccelli deludenti
e delusi non si muovono,
sembra di vagare
tra le mummie imbalsamate,
mia naturalista etologa
delle passioni dell’anima,
poi ogni tanto fissavi il pavimento,
hai cambiato direzione
nella riflessione,
un tempo guardavi all’insù,
la sciarpina comunque è carina
usata come bandana cinematica.
Le scarpette nel tempo
cedono alla realtà,
l’apparire bislacca
con il velo da orientale
per divertirti o esorcizzare
le vedute classiste,
le caste assegnate
dall’harmonia coeli,
dai parla ora ancora di te.
Le promesse redente
dalle dita incrociate,
le bugie inesistenti
sotto egida sofista
di rimandi ai mutamenti d’età,
adesso all’improvviso ti rivolti,
mi trascini tra le tue stesse
incomprensioni,
la potenza dell’atto babelico
scandisce ed è un pullulare
di emozioni nuove,
orizzonti sconosciuti, varcati,
navigati con le nostre
fragili imbarcazioni
di acanto e recondito riflesso.

E rincorro il tuo silenzio

E rincorro il tuo silenzio
come se non ci fosse altro
da cercare,
minatore dei sobborghi,
increspati
i i sotterranei paleocristiani
dei tuoi domani.
Funghetto mio
con la tua smania di celare
i sentimenti,
di approdare senza ancoraggio
sicuro su questa terra,
in lontananza un porto quiete,
la tua ultima speranza.
Avvolgiamoci maestosi
attorno al cero del pudore,
faccetta simpatica,
un po’ introversa e timida,
un po’ sfacciata
a me dai un’occhiata,
due esserini ti alzano il velo,
la veste e il mantello,
regina di questi argomenti,
i nostri campi di frumento,
la tua sapienza,
regina di quest’ultima confidenza.
Poi qualche mossa attenta,
rigiri a vuoto la faccenda,
ti distendi,
hai stretta la mia mano al petto,
aspetti il segnale astrale
e ancora maghetta straniera
dei boschi ricordi nel tempo
diffuso tutt’intorno
ogni gesto perfetto
è nella tua mente,
non un rumore, non una stonatura,
posizioni nel punto giusto
il clamore del tuo servo,
il vento,
potresti anche proseguire,
mai più fermarti,
tendere all’infinito,
il tuo corpo è stupendo,
l’ho detto,
percorre avvallamenti ogni respiro.
Sei pronta, dici,
ma nell’apparenza
hai già colmato ogni deficienza
del sistema logico,
ora sei allo specchio
col volto rarefatto,
immagine destinata
a restare così com’è,
a superare il corporeo mutamento
per l’ardore che hai dentro.
Tracci disegni vibrando nell’aria
il tuo dito dirompente e soave,
conclusioni con garbo
le sai tracciare concatenandole
ad argomentazioni, nella liberalità
dei tuoi gesti ogni sinallagma
è sciupato, inutile, sprecato,
ti sposti i capelli soffiando
col nasino all’insù,
alla realtà sensibile dai colore
e scompare ogni amorfa percezione,
dai fiato e sapore
al tuo incanto provocato
dal mio stupore.

Ciocchette inerpicate

Le tue ciocchette inerpicate
sui fiordi e un fiore blu,
accesa la sigaretta
come se scampassi la vendetta,
ti calmi giusto un poco
e sei più dolce di prima,
ti scruti con sospetto
accomodando il tuo riccetto
al finestrino, mia Sophie!
Oh ma dai!
fermati un attimo qui!
il tempo fugge,
che sciocchezze, due minuti,
tre quarti d’ora, una vita intera,
te ne prego, fermati un po’.
E allora tu indifferente
fai moine da studentessa
imbronciata e a un tempo divertita!
Oh piccina!
Eh Sophie!
che rivolta e che subbuglio!
Porgi l’occhio ora tu
alla mia voce,
senti il ritmo che ascende
e copre, manto della città.
Ah Sophie!
distruggi i miei castelli con i piedini imbizzarriti e non con un sì! tvb oh mia Sophie!
Col tempo da modello vettoriale
a matricola ancestrale,
ti guardi ancora, sì,
dai in fondo sei la stessa,
con i tuoi ornamenti ragazzina
sei la prima luce del mattino,
il messaggio criptato
dal tuo cor sarà intercettato
perché dentro te
rempaira sempre amor.
Oh Sophie!
la primavera splende,
tu non muti
ed il sorriso acceso è già sbiadito,
grazie per l’attenzione,
sembri dire come ipnotizzata
dalla soluzione di marzapane.
Ed appunto, è giusto così,
tra i clamori di una folla
libera dal giogo,
mi sorridi come fosse
l’ultimo argomento l’entusiasmo,
sei pronta a continuare,
a spulciare l’ultimo volume
di questa vita che dai tramonti
fa sbocciare gigli e passiflore.

Furtiva Ficiniana (l’altra parte della alternatività )

A quel tempo allibita
e puntata
lei restava affascinata
da quelle riunioni di studentini
comunisti col suo fascino
da anarchica americana
dallo zoo di Berlino
a sulla strada
li arringava estasiata.
Le stelle danzano, dicevo,
e sorridono,
i discorsi erano all’orlo del senso,
argomenti ce ne erano,
la critica pura alla società
e alla cultura,
tu dirompente eri quella parola,
figlia dei tuoi pensieri,
delle tue intenzioni
e delle tue azioni verbali,
ammiccante, sai,
ed oggi ti svesti
sbiancata e ingrassata
dalle tue teorie dionisiache,
sei diventata la cara
e silente loquace
atea sedentaria,
ed io ricordo l’altra meta
irraggiungibile,
fatta di apparenza non logorroica,
fatta di puro spirito,
quell’essenza velata,
l’altra faccia dell’alternatività
cioè della verità.
La guardo ora distante
è come allora,
è un’idea un poco soffusa
ma vivida e impressa,
è l’umore oscillante, mutante,
la melanconia che stimola l’arte,
che sorprende già me
nel silenzio del tempo,
lei è immutevole,
immutabile il capello
dialettico e tetro,
le sue diramazioni celebrali
tese all’immensità,
la bile nera da bipolare
scandisce meste assurdità
adornate di sapienza eterna.
Ed allora io navigo ancora,
io mi struggo al pensiero,
quello sguardo da malvagia
recondita, da strega rapitrice
di sentimenti, enigmatica
come una stremata logica,
ed i corvi volano
nel deserto del Nevada,
avvoltoi tu mi dici,
principi della morte,
la nostra massima aspirazione,
la nostra più lieve sorte,
nell’oscurità la mancanza
di foto o ritratti
lascia lo spazio all’immaginazione,
la copia d’altronde
più fedele della tua realtà,
della tua presenza compatta
e scissa in molteplicità.
Scendo rapido
le scale dei miei giorni,
quelli andati sono solo
lo specchio dei domani,
mi dici sempre senza parlare,
dai siediti,
il bello deve ancora venire,
gli umori che secerni
allo sguardo autunnale,
sono foglie diademiche,
le nostre storie e i nostri cipigli,
tu che non ricordavi,
ti è bastato guardarle e tutto
ti è stato chiaro,
ogni segno svelato,
sono io,
l’ultimo prato di settembre
in questa radura brulla
e senza vento,
fiore del canto.
Le conclusioni non le meritiamo
e dai le evito,
resta un vortice intenso e magnetico,
come sono intensi quei tremolii,
hai già un brivido freddo,
la tua sicurezza da domatrice
ipnotica, gli albori si intrecciano,
in un incalcolabile fervido
cenno del viso,
bigiotteria da mercatino,
l’occhio coperto
del nostro destino,
effluvio solenne
è lo sbuffo di quei piroscafi
della mente che ci riportano
con un lieto e salubre ingorgo
di pollini e dunque fotogrammi
dei nostri bordelli dirigenziali
lungo borghi reali,
tu ti adagi maestosa
sul trono di cartapesta,
io richiudo il mio guscio
della stessa materia,
si scandisce l’atmosfera.
Le questioni,
i tuoi spasimi,
i tuoi arrangiamenti
e la tua rabbia,
il tuo rossetto rubino,
le decorazioni, il rimmel
e le delusioni,
vai con la frusta tra le mani,
vai rendi succube
ogni incertezza,
indecisione,
ogni nota delle tue emozioni.

E il sole sorgerà, lo so!

Nelle tenebre una luce
e sei mia.
Poi le tue labbra
dal sapore eterno.
È così,
è questo sentimento
che offusca la mia voglia.
Può essere,
forse è così,
sono vaneggi anche puerili
ma se solo sapessi che rapimento,
che estasi nel tuo abbraccio,
sapessi che vibrazione
della mia anima
alle tue parole chiare
ed enigmatiche come il vento.
Mi annullavo,
fiatavo,
resta nulla di ciò,
resta nulla.
Seguendo la nostra
estroversa retorica.
È vero, non c’era modo
di concretizzare l’astratto
dei nostri baci coll’azione
ma ho speso tutte le mie forze
per guardarti negli occhi
stringendoti le mani,
carezzando i tuoi fragili polsi,
sapessi quante volte ancora
avrei voluto rendere immortale
i nostri corpi,
impresso quell’attimo,
sapessi come avrei voluto
stringerti ancora più forte.
Mi annullavo,
fiatavo,
resta nulla di ciò,
resta nulla.
Seguendo i segnali
e le coincidenze della nostra memoria.
E il sole sorge ancora.
Seguendo i silenzi
come frenesie pacate d’attesa.
E il sole sorgerà,
lo so!

La falce di luna, la luce che resta

Con tiepidezza
affrancavo i miei giorni,
in preda agli affanni celati
da vani entusiasmi,
le tre di notte,
tante parole da riversare
e concetti scoloriti da ripristinare.
Forse pensavo
che non c’è salvezza nell’attesa.
Forse pensavo
che i tuoi occhietti erano solo un sogno
sbiadito.
Comunque continuavo.
Guardarti un po’ nell’ombra
sembrava la soluzione
a questa mia delusione
che muta con la temperatura,
umore dirompente
e corrispondente alle tue mani gelate.
È così che si muove la mia mente,
è così,
tendendo alla tua immagina.
Con noncuranza
ponevo scarsa attenzione
alle mie azioni,
preferivo annebbiarmi,
nottuccia estiva,
tanto ancora da dire,
cosa c’è da aspettare?
è ora di lasciarsi andare.
Forse pensavo che la speranza
è un germoglio che sorge
anche nel tepore di un solfeggio,
che sboccia anche se è lontano
ciò che ho dentro.
Allora continuo.
Parlarti con la mia voglia
in un palpito è la situazione
più sentimentale che questa pioggia,
refrigerio estivo,
nell’innocenza di un tuo sguardo
mi sa dare.
Sei tu la falce di luna,
tu la luce che resta.

Sorgi candida

Sorgi candida
da una nuvola con letizia
e dualità rifletti le emozioni,
potrebbe già svegliarci
quest’aurora.
Una fiaba d’attrazione,
spettacolo indicibile,
sei sospesa a un braccio
sul lenzuolo mentre mi sorridi.
Anche la prima luce
del mattino è erotica
e divina nel portamento
tuo furente a un tratto
in bilico sul mio corpo,
se la vita è estasi
sei tu la vita,
volontà di potenza
è arte dell’incosciente nostro
amplesso, noi incatenati
come eterni dannati a bramare
lo spiraglio di luce,
quella tenue che non acceca
di vanagloria.
Ascolti dal balcone
quel suono soave,
è il cinguettio dei nostri passeri
destati, il tuo sguardo
come un transito obbligato
verso il piacere melodioso.
Potrebbe ancora imbrattare
la parete il nostro sentimento,
siamo teppistelli dell’amore
scalzi e sfacciati come ragazzini,
hai ragione,
se dici una bugia la vita cambia,
resta uguale, fa lo stesso,
non siamo soggetti a destino
che non sia nel nostro animo
sepolto e pronto a guizzare,
delfino traballante nel momento
del bisogno, fortuna ardimentosa,
la brume schiuma
potrebbe essere una soluzione
o magari la vernice scolorita,
o meglio il quadernino
bruciacchiato e senza senso,
come dici? Certo,
è proprio questo il punto,
il dilemma che nel legame
in paradosso ci libera
dal giogo del domani.
Ed ora ti avvicini al fumo
delle parole sciupate,
mai così aromatizzate ed addolcite,
adornate di ambrosia,
leccornia dei nostri sensi.

Acclami arricciata i capricci

Acclami arricciata
i capricci di artemia affiatata,
la sostituzione ad un affanno
notturno è il cupo accordo
disincagliato dal verbo
incessante e prolisso.
A causa della luna
si muovono le tettoniche e le maree,
col fervore degli astri
muta il carattere
e il prisma dei tuoi occhi
animati e animosi
nelle tue deduzioni.
Poi mi verrebbe di invitare
a cena il viandante
che ha percorso sentieri scoscesi
e ripide ascese
per trovare sé stesso
in una bottiglia di buon vino,
un po’ di etilicità mattutina,
un fremente riflusso del cosmico
e monastico intruglio.
E c’è verità nelle tue mani
mai così assorte nella perversione,
muta la realtà con un’ estasi del dire.
Pagine fitte di scrittura
macchiate di caffè
e di profumo di chanel.
E ti ripresenti
come fossi a un provino
dinanzi alla maestà divina,
voglio fare l’attrice, dici,
poi salti alle conclusioni mancine
del tuo volto impallidito
dal tepore mattutino.
In conciliazione
c’è un tumulto
tra eros e thanatos
che si supera in una nuova
meditazione godereccia
e dionisiaca,
dico sì mentre dici
anche tu lo stesso,
possiedimi tutto
o mia vita,
possiedimi tutto
o vita.
Le damigelle si arrangiano
nella danza giusto così,
come possono,
le rimatrici del ventre
invece inviano segnali
con i loro denti splendenti.
E poi il viandante
mi parla ancora di sé
citando lei,
e poi il viandante dice,
lei è essenza risplendente.

Lo scalo al quinto piano

Lo scalo al quinto piano
sul treno del tempo,
un passo felpato
da grondaia
nel sentirti a ridosso dell’orgasmo,
una posizione deleteria
che per pudicizia è clamore,
tossisci così come fanno
le api assetate di gialleggiante
nettare atroce.
Ottima conclusione la tua,
ti volti di scatto e mi dici sì,
poi si mutano i tuoi desideri
in contrasti avversi.
Non so,
non lo ricordo l’esatto motivo
che ci ha stretti indissolubili
anche se lontani,
forse un biancospino
o una dalia violetta.
Mi hai sedotto piccolina
con garbo,
la storia non la studi perché
la fai ogni giorno
col tuo assuefatto manto,
che storia meschina sarebbe stata
senza il distacco materiale
ma stai tranquilla ritornerà
quell’abbraccio d’artigianato
che bramiamo.
Te ne sei resa conto
guardandomi negli occhi,
il lento fiato si accorda
al tuo piedino con la solita
sempre nuova e attuale scena
mattutina,
ora che ti guardi allo specchio
col viso che muta,
depersonalizzata potresti magari
trasfigurare o ascendere
alle tue dolci perversioni.
Stai tranquilla non perderò
il sapore carnale
delle tue braccia,
il sospirato, il tiepido
bacio velato.
Allora spalanca
ancora gli occhietti,
hai la profondità geologica
di una palafitta
colma di interessanti libri e cianfrusaglie,
sei in piedi per scambio
fervido e assiduo,
lascia andare,
sta bene l’ombelico ricamato.
Allora aizza la foga
del popolo in rivolta
affinché i nostri sussulti interiori
siano compresi a posteriori
ed attualizzati nello stesso istante
in cui siano profferiti.

Di folli arredamenti celebrali

Di folli arredamenti celebrali
ricamati con carta argentata
e inviolata pulsazione
d’amore carnale,
oppure magari surplus involontari
dove ti rendi conto davvero
che la sovrastruttura è più forte
ed è lei che regge la struttura,
che la forma dà la sostanza,
che le vere fondamenta del senso,
di ogni senso,
sono sole le inutilità, le incomprensioni
e gli sguardi distratti,
ha bussato alla porta
il silenzio
lo abbiamo sedotto col verbo
e si è reso conto di essere
esso stesso un suono,
la vibrazione del tempo,
una scaglia del nostro
ciclico mutamento,
tutto ciò, il segreto nella fluidità
delle mosse, nell’azione,
nella rapida spiegazione,
diamante irrispettoso il tuo
che porti da maestra di ritmo
con me ballerino di penna
che segue i tuoi colpi accorti
sulla cattedra delle nostre passioni.
Cosa rimane
dei nostri discorsi
e delle nostre creature,
stampo di lettere,
cianfrusaglia di melodia,
quando l’attimo futuro
di un passante ascolterà
l’euforia del nostro presente.
Intangibile augusta presenza
la tua, incompiuta l’opera
della plasmazione,
nevralgico il punto informe
sul quale ti soffermi,
pitagorico e neoplatonico
l’interagire, il nostro
speculare incantati
ed ipnotizzati
con lo sguardo fisso alla parete,
negazione del nulla
il neologismo esterrefatto,
e sento già l’odore del caffè
tra le tue affermazioni,
sento già il lieto rumore,
l’amichevole ingorgo di spiriti
al nostro fianco, armate schierate
e pronte all’assalto,
armate di basalto infernale
con l’armatura scintillante
di luce celestiale,
armate di penombra,
quelle col nome giusto,
un avvenire fatto di illazioni
confermate al fine
di non dimenticare
la nostra storia infinita,
importante il tuo scuoterti
i braccialetti.
Per superare sconforti
e paure
abbiamo posto
una pace universale con la natura,
lei ci pone sincera la mano,
già si sente nell’aria
il sapore del grano maturo.

I colori del suono

Ero sospeso
sulla goccia di pioggia,
veltro dal sapore intatto
sul tuo corpo,
ero con silenzi urbani
in riva al mare ad aspettare,
nella trappola della melodia
quando l’eclissi schiariva
le convinzioni e ci esaltavamo
sulle varietà intense di colori.
Avevamo trovato
il giusto equilibrio
tra senso e messaggio,
tra segni criptati
e decodificazioni bendante e aleatorie,
pure sintassi d’amore,
e respiri piano ora.
Il calore
con le sue sfumature,
refoli inaspettati e sereni
tra le traduzioni del tramonto
che scoppiettante cede come sempre,
è questa l’essenza dello spirito umano,
la transizione,
siamo eterni viaggiatori,
nomadi per natura,
oscilliamo tra buio e luce
come fossimo impressi su vetri,
le scale musicali scandiscono
le nostre ascendenze
e i nostri virtuosismi verticali,
riguardo la scena
delle nostre oscenità,
perversi gli intenti
con semplicità esposti
da abbracci intensi,
trovo il nodo che scioglie
il dilemma solo fissando
i tuoi occhi d’ambra ed ipnotici,
sulla tua pelle resta
il sapore di sabbia,
ora se vuoi puoi restare,
c’è tanto da fare ancora.
Siamo dei folli
e folleggiamo come folletti,
siamo druidi che varcano
soglie inaccessibili,
il nostro domani è l’eternità
e tu sei l’ultima stella
che splende e non si arrende mai,
che vibra così,
entità eterea
eppure così carnale
il nostro iperuranico sfiorarci
con le parole
e inumidirci con i gesti
di quotidianità dialettica e mai stanca.

La nostra candida ed invincibile potenza

E soffia il vento
sulle nostre assurde parole,
non ha importanza
o forse non ricordo
l’ultimo tuo intenso sguardo.
Farfugliavo pensieri scomposti
per dirimere austere questioni
e la potenza del caos interiore
con fremiti vividi
vinceva ogni timore.
Adesso che si legge
come una pagina spersa
l’interiorità,
la tua più splendida essenza,
ora che attendo ancora
le tue risposte sono adagiato
su questa panchina adombrata
a fischiare motivetti
d’oblio perenne.
E soffia il vento,
forse questo ci ha aiutato
a capire che l’intenzione
a volte è più dell’azione.
Mi arricciavo su tetti a strapiombo
per sospendere gli ariosi nel vuoto
e in me cresceva il desiderio
furente di scrutare quell’abisso
di foglie e di frutti,
di fiori asciutti.
Adesso che sospiri lievemente
inclinata sulla mia spalla
non un dubbio percorre
il mio essere,
ora che mi sfiori
e mi sorreggi
la spada tratta
è la nostra candida
e invincibile potenza.

L’orma del nostro destino

Quando la passione è briosa,
la temperatura del tuo corpo
un refrigerio di parole,
ci uniamo in visibilio
con le palpebre semichiuse
a sognare,
abbracciati stretti
nei nostri sogni
che man mano prendono
forma e luce.
Nella stella più distante
della nostra costellazione
il brillare puro ci spinge
oltre ogni labiale declinazione.
Credo che questo sentimento
sia il delirio più intenso
che le nostre menti possano concepire,
credo che varcheremo i limiti
dell’ignoto con la noncuranza
dei passanti presi in riflessione.
Quando si arresta l’andatura
inclinata dei nostri
sguardi incrociati,
nel tuo portamento
io mi ritrovo rinvigorito,
forze nuove ci inebriano
e inseparabili ci legano
brame d’abisso.
Credo che non dimenticheremo
mai questo nostro sogno
e che come silenziosi attacchini
stamperemo nell’eterno dell’etereo
l’orma del nostro destino.

Quando scorre la penna

Quando scorre la penna
mi percorre un brivido,
mille pensieri affiorano
e si aggrovigliano inestricabili,
sono passi di luna
i tuoi che alteri
stridono col vento alle pareti,
i miei occhi scorrono
sulle pagine inaudite
della nostra vita,
decifrando codici perduti
tra le onde del mare.
E sono silenzi
quelle tue parole
che mi scuotono in un attimo,
mille luci invadono
le coperte attonite
che si inerpicano
in astruse simmetrie
a cui non credi più,
le valige pesano
ogni giorno
e ancora le tue notti
da brigante di Artemide
sono simpatiche e funeste,
placate solo dalle grida
di periferia di un vuoto senso
dato dalle immagini,
ma io ti sento
sempre più vicina
generalessa dolce e un po’ ribelle.
E passerà del tempo ancora
ma il mio sguardo all’orizzonte
non si perde,
prudente ti attende,
sono tante ancora le battaglie,
tante le pagine
che non ho riempito di disillusioni,
tante le cadute,
tante le tue palpitanti riflessioni,
sono un po’ le mie
queste sincretie
a cui dai il peso
di una piuma impaurita,
e dunque passa il tempo.
E chiuderò le porte
mai così lievemente
aspettando il suggello
del tuo corpo,
del tuo misterico intoppo
sulle vie della speranza,
ma ti attenderò,
te lo ripeto,
forse è solo per sincera
introspezione,
io lo farò,
tra le valanghe chilometriche
dei giorni attenderò.

La luce soffusa che inebria

Sentirai una voce nel profondo,
un’incudine rimbomberà
come la quiete estiva
e tediosa dell’asfalto
alle tre di pomeriggio.
L’erba alta
era una passione fitta di illusioni,
in sé celava il manto astrale
della verità divina,
copriva come un velo
le potenzialità celebrali
ed affini al tuo corpo
in procinto del godimento.
Poi l’urlo si fece più intenso,
squarcerà una stella
nel subbuglio del tuo caos
interiore e ti perderai
nel canto melodioso di settembre.
Ditirambico l’affronto
a doppio taglio dell’orgoglio,
incantevole il felpato
movimento adagio delle dita
sul piano con clamori fuori
dalle onde sonore nello scettro sacro
della bacchetta dirigenziale.
E passa, credi,
il tempo non ascoltando
il magico accordo
che hai dentro.
Sentirai una fine empatia
che sprigionerà sinaptica energia,
percezione al di fuori del comune
quella che pizzica la cetra
con l’ortensia fissata
dal tuo sguardo nervoso
eppur incantato.
Allora dal fumo
delle città in rovina
sorgerai da piccola fenicia,
le tue palpebre saranno spalancate
per cedere al tuo stesso
femmineo dominio,
sei la luce soffusa che inebria.

L’intro pensa sé stesso

L’intro pensa sé stesso
nel giardino colmo
di frutti dolciastri
e il silenzio del mattino
è un lemma perso
nel labirinto del destino.
Dalla tua mano ponente
la verità e la snellezza
dell’essenzialità il tanfo di uno schianto
tra spiriti elettivi
è trasmutato
in melodia mozzafiato.
Amore ricordi
ancora il paesaggio gotico?
le cattedrali della perversione?
le spoglie dell’illusione?
La luna appariva all’orizzonte
varcando del tuo pensiero silenzioso
il monte.
Il pregiudizio estetico
disincarna l’estetismo stesso
e siamo ormai quasi orbi
alla vista del bello.
L’ondeggiamento è
qui e lì.
Amore ricordi ancora
la folle impresa,
il viaggio verso l’assoluto
per radure brulle
e freddi aurore,
credi sia giusto cancellare
o fingi di non guardare?
L’estate brilla,
il tuo sguardo rarefatto
come uno spasmo,
in preda all’entusiasmo
profumi di un effluvio silvano
e il tuo carezzarmi
è uno sgocciolio di mandragola
(pagine dischiuse
aperte per distrazione,
pagine profuse).
Sei sempre in me!
Amore non puoi dimenticare
quello sbirciare alla finestra
che senza arrendevoli deposizioni
illuminava le pareti,
poniamo un nuovo limite
nel nostro illimitato
universo parallelo.
Amore,
mia vita,
mia unica.
Manterrai dentro te
la nuova stagione
che è lo specchio
del nostro passato.
Vita nata dal plasma onirico,
vita nata dal plastico dei sentimenti.

Piccola e muta tra le mie braccia

Era mattina inoltrata
quando la brezza estiva
portò i tuoi cinerei capelli
all’indietro, arruffata
di ghirlande sfioravi
i miei polsi nel sentimento
di un’estate che finalmente
sospirava.
Ascolterò muto le tue parole,
nel silenzio dei risvegli
senza tempo,
disinnescherò i tuoi sospiri
rendendoli sublimi.
Dillo ancora una volta
che la forza della parola
è il tepore più intenso
che risveglia spiriti
ormai dimenticati,
dove alberga il nostro
più perverso sentimento.
Era mattina inoltrata,
non avevamo voglia di alzarci
dalle lenzuola,
restammo abbracciati
ancora qualche ora,
il sapore del caffè
stuzzicava l’intelletto
nel momento distorto
del tuo sguardo
che mi ha sedotto,
ti ascolterò ancora parlare.
Dimmi se il vuoto
delle nostre angosce
può essere superato
scegliendo davvero,
dillo che siamo
le pietre più preziose
che il mondo possa vantare,
quel sospiro d’universo
che gli altri sanno solo bramare.
Quando le labbra sfiorano
i perniciosi anfratti del tempo,
non esiste passione
che regga all’intento,
parlerai ancora con la tua dolcezza? Lo farai?
L’estate preme sulle nostre spalle,
isolati dal vento percorriamo
il sentiero all’inverso,
le vie più brevi
sono con attenzione scartate
e il tuo portento cosmico
un prologo sesquipedale.
E poi non basta altro verbo a definirti,
piccola e muta sei ora tra le mie braccia.

Un nuovo labirinto

Per questo richiudi il libro,
la tua schermaglia
per il silenzio,
assapori con gusto
le tue dita
come fossero ottoni
percossi nell’animo
delle mie indecisioni.
Estasiata al clamore di Wagner,
fai segnetti nell’aria
mai più assurdi
eppure da me comprensibili,
muovi sul tavolo giocando
le tue carte migliori,
ti diverte parlarmi all’orecchio
con la nonchalance
di un prezioso nonsense.
Improvvisa ti volti
e assopisci la lezione,
diciamo questo
per non dire sorbire,
apri di nuovo il codice
segreto e smarrito
e in un tratto di penna
scarabocchi un sorriso
illuminando il cielo turchino,
poni assedio.
Discuti del tangibile
e nell’imperfezione trovi scampo
alla passione,
mostri furbetta
la tua recondita arma segreta,
dominatrice dell’aria
dai comandi a questi tenui ventoli,
mentre parlo gonfi le guance
pronte allo sbuffo
e dal visino scorgo
il tuo nasino buffo,
l’ indelebile assonanza
sintomatica di grazia.
Allora per questo ti imprimi
come stampo di gesso,
resta tempo.
L’ebbrezza dell’alcol
ti ha raggiunto le vene,
fai due trottolini
che direi un po’ amorosi e dadaisti,
comunque hai voglia,
riprendi a parlare,
dialoghi universali
quelle frottole vaneggianti
ma preziose.
Mostri allora
l’odor dell’aurora,
la mano è ferma
seppur nella tua follia,
mi scopri il corpo
ormai in preda
ad eccitazione corporale
e contemplativa
sul tuo seno la mia guancia
rende il risveglio soave.
Allora sei la guerriera
degli angusti sentieri
migratori del cosmo.
Infine ti beffi come divertita,
l’allegro del grammofono
è all’epilogo,
prendi la tua incandescente
soluzione di cloruro di zinco
e scorgi nel domani
un nuovo labirinto.

Germoglierà un fiore, forse, tra le mie parole

Il desiderio sorse
quando l’alba schiariva
il cuore come impresso
sulla sabbia,
le tue parole erano vento
per l’inverno,
da conservare un ricordo
come assenzio.
Le indecisioni
frutto di un calore
che se non scalda,
è forse l’impossibile che bramo,
puntare tutto quel che ho
non può servire,
perdere e poi ricominciare
con l’entusiasmo
di un mendicante di brillanti.
Il sale sulla terra
e sul tuo corpo,
magico intralcio
quel tripudio di parole,
scrivere tanto
o forse poco a penna d’oca,
nella follia di un domani
che non scolorirà mai
le mie passioni.
Se l’albeggiare non è ciò
che si intrufolerà nell’animo mio
ti ricorderai soltanto di un addio,
le parole sono vane,
si vive di illusioni,
tra la gente le intenzioni vaghe,
l’egoismo e il narcisismo
di chi cerca sé stesso
è forse solo il vuoto che ho dentro,
quel ricordo malinconico
di un accordo che suonavi
ondeggiata alle mie corde
ma se ti do tutto me stesso
il restio rifugio
è un asso capovolto dall’azione.
E d’improvviso si impose la realtà,
fatta di sogni,
una vita vissuta
forse solo per metà,
distrarsi è facile
e c’è chi ha vinto già,
c’è chi rimane all’asciutto
della viltà.
Non restano forze
neanche per sussurrare
quelle parole
che rabbrividiscono il nostro corpo,
è tutta vacuità dell’assurdo,
si cerca sempre qualcuno
che possa darti qualcosa
oppure muori
nelle tue sensualità
di bolle acustiche
che esplodono a metà.
Se le delusioni della vita
sono quello che ci resta,
guardarsi allo specchio
e trovarsi cambiato,
è facile definire
l’introverso di un saluto
come asciutto malinconico addio,
i pensieri sono questi
mentre la vita piano si consuma,
un’altra parola solamente
è il nascondiglio delle braccia.
Come disprezzo
le facili sensazioni materiali,
forse la paura dell’ignoto,
come vorrei elevarmi oltre
e disincagliare il gelso
con la grazia del mattino,
ma quel che penso
è solo un inutile
vaneggio vespertino.
Il tramonto di una storia
è l’attimo che schiude
come occhi di marmo il cuore,
questa vita è una finzione,
un caos decifrabile soltanto
dal pallore audace,
ma continuo la mia lotta solo,
germoglierà un giorno un fiore,
forse,
tra le mie parole.

Giusto solo a metà

Allora è questo il punto,
l’intorno della questione
delimitato da un accordo,
un po’ sviolettato questo bordo,
come sempre,
come segno del vissuto,
un sentimento atroce
che passeggia qua e là
tra le parole e i sogni
virgolettato da uno stonato la,
potresti disegnarlo
oppure ignorarlo
oppure magari sciuparlo di verità.
E la canzone scorre,
lei sì,
è il tempo che ci circonda
e a cui non credo fermamente,
di cui non spendo neanche
l’estimo del vuoto rintracciato
da un vistoso saluto.
Io sono saldo su due piedi
in bilico tra i colli di marzapane,
le vallate di pop corn
e di vandalici scippetti
decollati dalle penne schiuse
a guscio d’uovo.
Ed ascoltare poi il lamento
diffuso della remissione plenaria
di foglie spoglie e scardinate,
violate dai tuoi baci
di fiele e miele.
E continuo ancora,
la soglia della mia sincerità
è il nascondiglio nostro
per le sensazioni,
mai lasciarsi andare in sensualità.
La scollatura a V,
poi magari anche
le tue calze blu,
tre o quattro sigarette
fumate con il maraschino
stampo del nostro destino.
Orribile la metrica,
l’hai un po’ sconvolta
come capelli destinati
a mari innamorati
del tuo corpo nudo
sul dorso di una conclusione
scanzonata
e mai più dimenticata,
magari respirata,
sospiri in profondità,
vai dicendo all’anima
che è solo assurdità,
idiozia la mia,
se vuoi recito la mia parte,
uno, nessuno, centomila
oppure forse unica molteplicità,
siamo tutti uguali,
questo forse già lo sai,
siamo tutti strumenti
stesi e tesi
verso il sole
che è simpatico
giusto così,
giusto solo a metà.

Nell’antro del castello degli Spiriti Magni

Nell’antro del castello
degli Spiriti Magni
una penombra lucente
da Campi Elisi,
passioni condivise.
Il poeta con la spada calliopea,
l’amore provenzale
di ispirazione ovidiana
corretta da catarismo scandito
da un furente sorriso.
Camilla, Pantasilea,
armate di tutto punto
nel De bello gallico
fanno figura sussurrando
promesse a Cesare e Cleopatra
già avvinghiata ad Antonio.
Poi la storia naturale
dell’indice proteso
verso il reale descrittivo
e categorico
il manoscritto vocale,
la maieutica unica reduce
di una malattia incontrastata
per la morale,
tante idee nell’iperuranico
amplesso platonico
che non ha niente a che vedere
con l’amore carnale
né col contemplativo,
è solo freddo pensiero.
L’acqua scorre in refrigerio,
il tuo spirito calmo
in preda all’intellettuale orgasmo,
il fuoco riarde
nell’eterno ritorno eracliteo,
l’infinito del segmento
violato da passi attenti di tartaruga.
Mi soffermo con discrezione,
non voglio disturbare in divagazioni,
incantato sto ad ascoltare
le imprese del pacifismo bellico,
del presunto veltro,
dell’amore,
unione indissolubile
della rivoluzione,
credo sia meglio continuare a giocare.
D’improvviso con la lira
l’amante della fanciulla
spersa nell’Ade si lascia tradire,
amarezza nel non poterla vedere,
lui che è maestro ed allievo
della suprema bellezza femminile,
cardine della violacea speranza.
Declamando al foro
il retore repubblicano
ha lo sguardo altero di un sovrano
ma cade in contraddizione,
l’actio e l’elocutio
è sublime,
ha perso punti nell’inventio,
sta sciorinando baggianate
da mercante
mentre lo assiste l’integerrimo
maestro di Nerone
con le vene ancora tagliate,
sembra rimpiangere l’errore fatale.
Poi gli arabi medici
e matematici greci
con le formule troppo perfette
per essere rare e reali,
Euclide ricorda
un’idea distante dalla terra
e dalla oscura rimessa.
Tramandando il sapere astrologico
si scuote il chiostro,
abbiamo accesso,
ma ora non posso.

Passeggiavamo per sentieri

Passeggiavamo per sentieri
tra la vegetazione
ed avevo impresso
il nome tuo
come se non ci fosse altro
nel mio cuore,
mentre tu ti distraevi,
guardavi altrove
con la grazia di una bimba dispettosa.
Era estate,
forse la più dolce
mai assaporata
sulla tua pelle disarmata,
il tuo corpo come disegnato
nell’eterno di un bacio stampato
e travolto di passione,
eri tu che mi pensavi,
eri tu ed io che ti seguivo
come vento stretto
tra le tue stesse mani.
Non si può dimenticare
in un attimo
una storia mai iniziata,
non si può sciupare un fiore
dal chiarore tenebroso,
luminoso quel tuo volto,
il tuo visino,
il tuo piercing,
il tuo simpatico respiro sul mio collo.
Poi io che mi perdevo
nelle mie insicurezze,
nelle mie paure,
nei miei sogni,
nelle mie disillusioni,
hai voglia ancora di giocare?
lasciati ti prego accarezzare,
guarda il sole all’orizzonte,
guarda il nostro domani
dimenticando ogni pudore,
lascia scorrere,
ascolta l’animo mio
sperso tra le tue braccia.
E passeggiavamo come assenti
assaporando i germogli
del desiderio,
un passo, un altro,
un pensiero capovolto,
le tue mani ancora,
carino lo smalto consumato,
non dirmi,
non raccontarmi il tuo passato.
Scorre il ruscello dei miei pensieri,
ci sei tu che ti imponi
come sasso nella vita,
mi confondi e mi rispondi,
ma cos’è che cerco
non l’ho mai capito,
so solo che i tuoi capelli
sono petali
che non dimenticherò,
che mi riportano il destino
a portata di mano.

Abbraccio universale

Il tuo corpo che mi ispira
nell’abbraccio universale,
scorgo l’attimo del silenzio
e lo assaporo.
Non penso più,
la mia mente è annullata,
si espande la mia anima
al contatto col tuo velluto carnale.
Al di là del limite della sapienza
c’è un’infinita conoscenza,
ci sono fiori incontaminati,
come i tuoi polsi profumati.
Non penso più,
guardo solo te,
l’acqua scorre negli anfratti,
siamo ultimi reduci edenici.
È un pensiero solamente
quel che resta di me,
sperso tra la gente,
la nostra storia si innalzerà
oltre ogni dualità.

Dietro ad ogni MA con BI c’è sempre un’ acca

Per chi suona la campanella?
Siamo unici in quanto soli
a questo mondo
che ci appartiene
e conteniamo e ci contiene,
sinceri e a volte scaltri,
troppo spesso indifferenti.
Per chi suona la campanella?
Forza entrate in aula
che l’orpello culturale
un po’ ci aspetta e un po’ ci schiva,
lo sguardo di quella ragazza
che ha ancora sete di sapere
e di apparenza
in questa vita di evanescenza.
Cara Sofia dai mille volti
e dai trecento aspetti.
Per chi suona la campanella?
Cara Sofia del mio desio.
Per chi suona la campanella?
Cara Sofia
donna del destino,
del palpito,
del respiro.
Ecco,
potresti anche voltarti
socraticamente verso questa
incandescenza, la luce
di traverso già ti illumina
l’intenso,
non ti sfioro perché
sei già colma d’alloro
come la Laura petrarchiana
tra le acque limpide e perniciose,
angeliche e boriose.
Per chi suona la campanella?
Per un miscuglio di gentaglia
inconcludente,
o solo per il tuo corpo
che già manifesta l’anima
di questo incontro?
Cara Sofia
dall’andatura ondeggiante.
Per chi suona la campanella?
Cara Sofia
con l’occhio strizzato.
Per chi suona la campanella?
Dietro le barricate
della rivoluzione repubblicana spagnola
a scambiarci promiscui baci
ridendo del disciplinatore fallito.
Ecco,
potresti voltarti ancora
un altro po’
e farti vedere di dorso,
il fichtiano incontro
dello spirito libero dall’essere
e sovrano
ha tolto dal destriero
del mio percorrere altitudini
andaluse
molto più del dovuto.
Ecco,
potresti darmi un altro bacio,
non aspetto altro,
lo scambio di gesti come baratto
primordiale,
non c’è valuta che ci possa separare.
Ecco,
scordiamo questo sole scolorito
ormai è finita,
strusciamo la lavagna,
sento ancora odor di gesso,
dimmi un po’,
per chi suona la campanella?

Per te parole

Per te
parole,
ancora fumo,
quando passerà il turno
del nostro dolore?
Ho chiuso gli occhi
stringendo le tue mani,
tu mi hai sorriso,
mi hai accompagnato
ai bordi di un sogno
desto e rubicondo.
E l’ora dei sensi
si è imposta incandescente
sul ciglio
di una passione mai finita,
travolgente e giuliva.
Per te,
piccolo soffio,
per te,
docile accordo,
per te la sensualità
del carnale godimento
lenta mai sfiorirà
la bellezza del tuo corpo.
E l’ora delle decisioni
lievemente ma con ferocia
si impose,
tra le tue Winston
ed i tuoi capelli anche
un altro sorriso
scuote il mio viso.
Per te,
solo parole,
per te,
solo il mio corpo,
il mio sangue,
la mia pelle.

E sono steso di sbieco

E sono steso di sbieco,
guardo le tue spalle
e il tuo dorso marino,
sei la regina
di questo misero acquitrino.
Sposto un po’
i tuoi lunghi capelli alla Isotta,
sei capovolta,
dormi con grazia
di una ragazza indomita
e fiera, mai sottomessa
al gemito della sera.
Posso consolarmi
anche solo nell’ammirarti,
nel dipingerti come tatuaggio
il fondoschiena,
il tuo magico ormeggio sconosciuto
che mai mi ha deluso,
parole per te ancora tante,
dissi,
mia potenza divina.
E poi le tue guanciotte rosse,
capricciosetta e un po’ perversa,
cavalcando i miei sogni
e pensieri
sei il più attuale ieri,
sei destinata a lodi schiuse
che magari fioriranno
col vento scaltro
del nostro autunno,
e dici sì,
me lo sento,
il celestiale turbamento.
La vita vissuta
tra inchiostri sbiaditi
e fumo di sigarette
ormai consumate,
la cenere che cade
dalle scale escheriane,
e tu continui a sorridere sopita.
Le capitali europee
d’un tratto si imprimono
sul tuo corpo,
non c’è recondito impulso
ma estroso desio contemplativo,
giacere con la tua anima
e la tua materia ormai divina
in un solo incontro,
in un solo melodioso accordo,
dormi un altro po’? È già l’alba!
È già l’ora del nostro
spirituale risveglio,
di imprimere per sempre
il vero e il verbo,
a squarciagola ad un concerto
d’usignoli
per stonare,
per sognare.
E sfoglia il libro
al capoverso quattro,
hai già impreziosito
il tuo scalfito palpito
e in refrigerio sembri voltarti
ma è solo un sussulto
notturno
di questa prima
luce del mattino
che seduce più
del nostro pensiero,
è più sgualcita
dei miei libri perfino.
Vai avanti amore,
resta in un angolo,
non ti voglio svegliare,
i capitelli, le campate,
i fiumi, i ruscelli,
i monti, gli astri,
le passeggiate sul lungomare,
le nostre serate
sono raccolte in quest’istante,
in questo tuo ulteriore respiro,
non scomparire.
Entra un fascio
dalla finestra chiusa
a metà e le ombrette lucenti
sono già suoni.

Vuoi per davvero dimenticare?

Magari anche mi.
Oppure si.
Entrambi, legamento
Nel vento sento te,
fuoco incandescente,
dal brivido sulla mia pelle
diretto al cuore.
Per distrazione.
Magari la.
Sei tutta dentro me,
sussulti con lo scuotimento
delle mie vene spianate,
sei già tutta mia.
Ti stendi contenta
del tuo turbamento,
hai in mente un accordo.
Ma noi chi siamo,
profeti dei pazzi,
ti domandi e rispondi,
poi il la.
Vuoi per davvero dimenticare
i nostri corpi stesi supini,
mai tanto vicini,
le nostre acrobazie di penna,
i nostri vaneggiamenti?
Non siamo poi così diversi!
Nel tempo lo scolorimento
delle cicale misteriose,
è già estate,
non te l’aspettavi?
Magari ancora si.
In un bemolle
mi rizzi al cielo
il mio manto oscuro,
schiarisci un po’ la voce,
dai.
Vuoi davvero dimenticare
le giornate e le nottate
tra i silenzi ed i baci intensi
che inumidivano i nostri corpi violetti?
Anche il destino
ha fatto al nostro canto
l’inchino,
e noi ora soli quaggiù.
Do e poi si7.
Vuoi per davvero dimenticare
le serate all’imbrunire,
il tuo volto sulla mia spalla,
il mare e la più superba stella?
Magari mi e ancora si,
dici.
Vuoi davvero dimenticare?
Io non posso,
sento ancora il tuo sproloquiare,
il dolce sapore ancestrale
delle tue labbra.
E dimmi sì.

Senza fiatare

L’entusiasmo incontenibile
da un soffio di vento stroncato,
irrefrenabile desiderio di vendetta,
i tuoi sorrisi, le tue intense carezze,
tuttavia è sempre vero
che la felicità a volte
è troppo lontana
e chi crede di averla trovata
sprofonda nuovamente
nel suo dolore.
Le tue parole oramai
a poco possono contare,
tuttavia mi rimane
il palpitare
nel guardar le tue foto sbiadite,
ma a volte occorre
non lasciarsi troppo andare,
non cadere tra le braccia
di una passione.
Come ci guarderà
ora il faro di Alessandria?
Ci saranno mai più
le passeggiate
mano nella mano
nella reggia di Versailles?
Avrai ancora voglia di bere
la limpida acqua del sapere
e sbiancare di fronte
al soprannaturale,
piangere per Paganini
fino a lasciarti sfiorare
dalle sue corde?
Scorgere il mare
dall’ermo colle senza fiatare?
Senza fiatare!
L’aristotelica tua categorizzazione
non ammette vie di mezzo,
tuttavia cerca di fissare nella mente
quelle mie tre parole.
Cosa penserà di noi ora
il Colosso di Rodi?
Godremo ancora distesi
nei pensili babilonesi?
Ricordo come era dolce
stringermi i fianchi
mentre sbarrando gli occhi
mi dicevi di sentire
l’odore del mare,
il ripiano del nostro
influsso al astrale,
il ricamare della sabbia
tra la pelle
nell’infinità indefinita del tempo,
il tuo parlare ancora
senza fiatare.
Senza fiatare!

Le conclusioni

I ti voglio bene,
i ti amo,
i baci,
gli abbracci recitati
come mantra
ad una shiva
un po’ femminea
dai capelli arruffati.
Le conclusioni sapienziali
di cui tratti,
dal centro dell’intarsio violaceo
del flusso di potere
del tuo candore
alla giravolta del rancore,
le conclusioni speziate
ed impreziosite
dalle dolciastre parole
di chi ha consapevolezza,
fluido a incandescenza,
emette un sospiro
come fosse naturale respiro,
questa non è una pipa,
oppure metti al vertice
del monumento funebre
di Cheope una sigla.
Ritmata la cadenza
dei greci un po’ rock,
degli andalusi un po’ delusi,
degli elvetici
sempre ingaggiati
come spie di guerra,
non è così che si scuote la testa,
ho il tuo numero di cellulare,
ti posso chiamare?
hai un attimo per divagare?
Le conclusioni
del liquido ancestrale
sono gorgheggi di piume scolorite,
l’evoluzione descritta
da un medico mancato,
la profusione,
l’eredità dei geni,
sono tabula rasa ricettive
le nostre caste verità interiori,
e Agostino direbbe
è lei che ti verrà a cercare,
e D’Agostino con l’eurodance
ci sa fare.
Non hai parole?
La bocca resta asciutta,
l’accademico di accademia alcuna,
l’apolide filologo
dell’Università di Basilea,
aploide il rigurgito scolastico,
incrocia pure le dita
e mettiti in posa per la miniatura,
mi raccomando,
con fare austero e disinvoltura.
Le conclusioni,
le tue passioni,
spulcia un po’ di rimmel
dagli occhi,
sì, guardami di traverso
che mi fai impazzire,
nel godimento intellettuale
potrei anche morire,
scandisci le parole,
muovi bene le mani
e non solo per accompagnare
la retorica,
anche e soprattutto
per i tuoi giochetti
eroticamente confusi.
Le conclusioni.
E poi direi,
altro da raccontare,
ma concludendo,
le conclusioni.

Alice fantasy

Parti in quarta
con una quinta da dio,
accovacciata sei sulla luna
con ali tinte di gridellino,
ti specchi con purpurei capelli,
narcisa d’altri venti
e da te stessa sottomessa,
fiori attorniano l’anima
e il tuo corpo da messaggeri
dei nostri rimandi all’astratto.
Vento,
dicevo il vento,
il vento e te stessa,
in principio era solo questo,
a volte ho paura
che la tua melodia
sia troppo ardua per me
da seguire,
ecco penna e calamaio,
plasmiamo con un ghigno,
una nuova glaciazione.
Rimpiangiamo un po’ fanciulli
quell’autunno che ricopre
come piume il nostro corpo,
tu padrona,
mio tesoro sconosciuto,
mio irsuto vaneggio,
sai è da un po’
che mi manca il suono
della tua chitarra,
il tuo canticchiare di traverso
come sull’orlo di una tazza
di caffè scolorita
dal tuo languire
e dal tuo esplodere giallognolo,
accendi un’altra sigaretta.
Sull’orlo,
dicevamo o dicevo,
ma capisco che sei tu
il mio abisso
ed io sospeso
tra paura e voglia d’avventura,
ossia timore e libertà,
una nuvola si impone imperiosa,
il tuo sapore scorge
l’astuta rocciosa scogliera,
agitazioni motorie
come spasmi naturali
di tettoniche a zolle,
maree di assenza di te.
Sbocci dalle tue stesse ali
in metamorfosi ora candidissime
accompagnata dal tuo fedele
liocorno in miniatura
e dalla tua artistica bravura.
Una cascata improvvisa
dalle colonne corinzie
ti ridà la limpidezza
di un giglio immortalato
dal mio sguardo ed immortale
per tuo stesso gesto.
Forse questa stradicciola
di campagna è un po’ aspra,
un po’ adirata,
alzi un po’ la veste,
non ti scuote fermamente
il fango della gente,
ti senti credo come Alice
nel tuo mondo fatato,
più che introspezione psicologica
o critica sociologica,
realtà cosmica.
Congiungi le mani
ed è la luce,
le divarichi
ed è chiaro l’invisibile.
Ho capito forse di volerti,
come l’elmo in battaglia,
ricca di colori,
stendardo novembrino
di un amore mai sopito.
Guarda credo sia passato tempo,
non è vero,
è per dispetto,
suonami, ti prego, ancora qualcosa,
non sfiorire come rosa.
Oh! Non hai mai assaporato
la mela della perdizione
ma sei comunque maledetta,
si crea il buio nella mia mente,
darkettina mia e un po’ insolente.
Ti deponi tra il silenzio
e l’ultimo fascio che ci accende,
ti intravedo un po’ lilla
un po’ trafitta
ma sempre fiera
e mai sconfitta.
Vola la farfalla
perché io, senza te,
non saprei che scrivere,
non avrei motivi per vivere,
non ho più inchiostro,
scrivo col gesso
ma te ne prego,
non violarlo con la mano.

Il treno dall’infinito

Una sigaretta accesa
distratto alla stazione.
Un coro di allodole
e decoro alla Gondor.
Non mi muovo,
sono immobile
al secondo grado
di noia heideggeriana.
Giusto un po’ agitato,
svilito,
sfiorito.
Cambia come il suono
stridulo il tempo.
Dorme accovacciato un cucciolo
col suo padrone dai capelli
rasta a elemosinare.
Non mi muovo,
quasi mi stenderei nell’oblio
di questa panchina mattutina.
Alberi ortodossi e commossi
mi adombrano il fiato,
non ho voglia di parlare
e prendo a scribacchiare.
Lento.
Quanta voglia
di tenderti le mani,
di congelare il ricordo
e renderlo attuale,
senza sconto il tuo visino
dolce e seducente.
Non so neanche più dove andare,
la mia vita da gitano di cristallo,
basta un soffio di sentimento
ed in frantumi do tutto me stesso
al vento
mentre tu non ti tagliuzzi,
sopporti le mie assurdità,
le mie paure,
le mie vili scommesse alla roulette,
un altro giro e ho perso tutto.
Così, dici,
il tempo è come il mare,
sponda da lasciarsi andare.
Chiara l’acqua del vissuto,
magari gli dedico un pensiero
se rimane a flutti
e gli occhi da sirena
si perdono nel volto,
il mio,
sono qui,
a desiderarti,
a bramare quel tuo corpo
da piccina ardita.
E poi sorrido,
l’afa mi imprime
un tepore di giorni andati
e mai più scordati.
Oh cara!
Potrei ridarti le mie mani,
incrociarle alle tue,
dirti ti amo sulla spiaggia
fino all’alba.
E non voglio respirare
senza il tuo fiato da bambina
che mi inumidisce la pelle
come ardente rivolo
puro e suadente.
Tempo,
penso ancora al tempo maledetto
che fugge reo confesso
et non s’arresta un’ora,
ma poi è solo il profumo dell’aurora
nel nostro amplesso
che ci scandisce ardimenti
che neppure l’entusiasmo
dei sentimenti
possono glorificare,
solo umori disillusi,
ma io non ti scordo,
un giorno ti prometto,
sarai sull’orlo di un cuscino
a dirmi ancora sottovoce,
ti amo amore.
Arriva d’improvviso
il treno dall’infinito,
la destinazione mia quale sarà?
Un luogo dove forse
la mia parola splenderà.

Abbracciati per l’eternità

E quando non hai più voglia
di scrivere o pensare
e un brivido t’assale,
cerchi di starci dentro
e scorgi il sentimento.
Alle volte la paura
è un’arma che ci impedisce
di varcare i muri della verità,
altre volte è solo insicurezza,
viltà e vanagloria stupida.
Non capisco come si possa
odiare guardando negli occhi
né tanto meno come si possa
girare il coltello di traverso
e con un colpo assestato tradire
un amico oppure un nemico,
tradire chi è della tua stessa carne,
togliergli l’amore e la libertà.
Nel frattempo noi due
abbracciati per l’eternità.
Ah come sussurra il mare!
Ah che voglia delle tue labbra,
che voglia di baciare!
E assaporando nuove sensazioni
nella nostra introspezione,
siamo in simbiosi con l’umanità.
Poi più chiari e più sinceri
(puoi pure baciarmi ancora,
se vuoi),
stringerci ed assaporare
l’universo intero.
Ma proprio non lo sentono
quegli altri il dolce vento
che spira solo per la loro pelle?
Noi sulla nostra isola deserta
mai siamo stati tanto a contatto
con la vera umanità.
E stringimi,
ti prego,
fallo ancora,
il nostro è un abbraccio universale,
panteistico il pensiero,
l’unico che mi sfiora,
noi,
due passi sulla sabbia,
la luna,
la nostra ridente padrona
con la freccia nella fodera
da cupido
non scaglia che eros e amore.
Se guardi ancor lo specchio
ci puoi veder diversi
ma siamo sempre i soliti fanciullini,
i poetini che piangono
e al tempo stesso lanciano
giavellotti al cielo.
Non credi sia importante
divagare, saperci fare,
lavorare,
non credi sia più importante
stringere una ragazza
e saperla amare?
Sì ho detto amare,
amare lei sola,
unica al mondo,
la tua meta di sempre
finalmente raggiunta
che con fasti dionisiaci
è stata imbandita
ad un orfico rito sbiadito
ed è lei la pulzella ardita,
la ragazza più sbalorditiva.

Traendo somme

Traendo somme
con gli amplessi complessi
dell’algoritmico tuo fiato
sul selciato
rinchiusi come albori
delle clorofille in bolle di sapone
dal superbo odore di marzapane.
Una funzione lineare
un po’ ondulata è l’ascissa
del sentimento sul tuo corpo,
coordinata alla maniera leonardiana
e stralunata da un’incudine
bislacca leopardiana.
Non so se la risultante
sarà una decisione,
una conclusione importante,
termine caro in giorni d’imperio
ortodosso sulla tua pelle
di colori variopinta
e dalla luce come lancia
nell’ultima remora inflitta,
ad ogni modo il vizio
di punteggiatura è la distrazione,
damasco dell’altopiano
a ridosso sulla stessa
epidermide salata.
Le melodie di ogni mattino
stese al sole
hanno posto assedio
ma con pudore,
il diluvio universale
del nostro sproloquio
ha ottenuto clamore
grazie alla seta del tuo candore.
Ed alla fine mi chiedo
se la storia senza capo e coda
è un disarmante diversivo
per il tuo volto giulivo
già scordato ma al suono
delle sfere accordato.

Aspettandoti sul nostro ramo

Aspettandoti sul nostro ramo,
quello più fiorito, ricordi?
Aspettandoti prima di partire,
per sempre lontano
come il tuo incanto svilito
dalle mie parole,
un canto intenso di cicale.
Sei l’illusione dei miei domani
e al tempo stesso dunque
la speranza qui tra le mie mani,
converge passato e futuro
nel tuo sorriso ora immaginato,
degli anelli fluorescenti
ed altri decorati di alabastro
sono approdo per i miei pensieri,
i braccialetti stesi come guanciali
sui tuoi polsi oramai consumati.
Ah come è lieve
l’aria questa sera!,
come vorrei potessi goderla
qui al mio fianco!
È tutto scritto,
mi dicesti un giorno
e confermasti il libero arbitrio
in paradosso
guardando me come giullare
decorato nell’ultima battaglia
contro la massa.
Forse nel vento a noi amico
ci rincontreremo,
i tuoi percorsi saranno segni
tracciati sulla sabbia
delle mie voglie, le tue,
le nostre,
il nostro cambiamento rinverdito,
le cose cambieranno
ma forse con moderazione,
con la dolcezza
che nei tuoi silenzi scorgo
in fondo al tuo bel cuore
di diamanti.
E come da tarocchi sortirà la sorte,
puoi pure dare un nome
alle mandrie o alle scale musicali,
così da confondere l’inizio con la fine,
il tuo corpo al mio fianco disteso
e le mani intrecciate, sogni destati
dall’albeggiare del tramonto,
ed ora comincia la storia
per davvero,
quando non hai raggiunto
altro confine che non sia
quello tracciato sui tuoi bordi
dall’eccitazione frastornati,
sul ramo penso a te.
Fiorisce, è un attimo,
poi disappare quella tua immagine
da incorniciare,
le spiagge mute
ai nostri passi nudi,
il lambire delle nostre discussioni
è l’acqua cheta della tempesta
senza rumore
che corrode la scogliera.
Ah potessi sentire
con me, qui al mio fianco
questo intenso profumo estivo!
Potessi lasciarti andare
e l’intenzione ricamata
indirizzare all’istinto razionale,
in una sincretia d’affetti
mai provata,
forse perché da troppo tempo
tralasciata,
da millenni ormai dimenticata!
Forse nel tempo a noi nemico
ci scorderemo,
si convincerà anche lui
della fasullità delle nostre
sensazioni lineari,
magari comprenderà
che la descrizione di un ellissoide
vale anche nel suo dominio
e non solo in quello spaziale,
poche parole ardite,
il circolo non è perfetto
perché non esiste sulla terra
un vero triangolo
ed un vero cerchio,
sono approssimazioni ed illusioni
i baci tuoi ed i rapporti umani,
ergiamoci in alto,
ti attendo ancora qui,
sono sul nostro ramo.
Una viola del pensiero
si posa sul mio palmo improvvisa,
ti ho intravista,
non mi hai dimenticato.

Tutto ciò che resta

Mi ponevo quesiti
appostati sul nostro discorso,
isolati noi due un po’ dal mondo,
ora che è finita
non ci sono più domande,
strisciamo nella certezza
del nostro domani come insetti.
Non ce ne erano motivi per scomparire,
forse solo l’abitudine di una storia
che si consumava
e ti avrebbe distrutto,
ah mi ricordo negli amplessi
di noi distesi!
I tuoi capelli che coprivano
il mio volto come tele
di velluto indiano!
Poi arriverà già un altro,
un sostituto
come per gli addetti ai caselli,
meccaniche le attese,
sporgente quel tuo seno
che le mie mani capienti
avvolgevano al tuo ansimare
come preda del tuo desinare,
una storia mai finita,
non tornerai ma sei ancora
nella mia mente vivida e viva,
un sussulto di campane,
quelle che ci risvegliavano
al tramonto,
per Paesi sconosciuti,
Monaco e la Baviera ai nostri comandi
e noi sugli attenti.
Una passeggiata in bicicletta
sul suolo partenopeo,
rovinammo a terra per campagne
e ci avviluppammo
come allodole al far del giorno,
io ero steso su coperte decorate,
tu mi riempivi di ortensie profumate.
Tutto finì
prima che potessimo soffrire,
che un amore unico
potesse ferirci,
l’amore esplose
in tutto il suo fragore
quando con la tua mano
carezzandomi dicesti addio.
Ci sarà qualcuno
ancora che prenderà
i tuoi polsi corrosi?
che ti sedurrà con le parole e i sogni?
traccerà forse come me il futuro
ma non saprà mai dirti
che senza di te la vita
è un vicolo oscuro. Puoi pure piangere ancora
sai! Noi a danzare
di spalle come giullari matti.
Chi altro lo farà e chi lo farebbe?
Parleremo forse un giorno
ancora colmi di illusioni,
le nostre che vincevano
ogni patimento ed ogni paura,
affrontammo il mondo intero
ed ora soli ad allontanarci
mentre la tua mano si distende
e rompe l’intreccio con la mia.
Ti ricorderò per sempre
piccola ragazzina
che usi le tue iniziali
invece del tuo nome.
Ti ricorderò come dolce audace ribelle
che ha lasciato un segno indelebile,
nella mia voce,
la mia incudine su carta
è tutto ciò che resta.

Un raggio di luna

Un raggio di luna
penetra e crea orme
austere sulla parete.
Un raggio di luna,
ombra del tempo passato
al fragore del vento.
La quiete dei giorni velati
si apre al tumulto
di questa sera incantata.
Nelle gelide nottate invernali
sono rinvigorito al sapore
della frescura diurna.
Nell’afa arida di questi giorni
sto assaporando sieste sbiadite
come la foto tua sul mio comodino
riposta,
tralcio di vite
per la vendemmia delle nostre meraviglie.
Un raggio di luna penetra lieve,
un po’ mi accompagna.
Un raggio di luna,
altisonante un cigolio continuo
e incessante,
poi più sotto un pensiero sepolto
accompagnato dalla linea melodica
a tonalità univoca.
Nelle gelide nottate di febbraio
bramavo il tuo corpo
come sedotto dalle tue poesie
di fanciulla.
Nelle afose calure diurne
di questo tempo
ho cercato di dimenticare
il refrigerio dei tuoi baci.
Delle tue parole
resta il sentore
di una storia destinata a non finire.

Tu nella villa comunale

Tu nella villa comunale
stesa sulla panchina
a mettere lo smalto lilla della sera,
comunque il trucco di Gondor
è svelato da un fantomatico
Roll adirato.
Il rumore del sapore
delle tue labbra
è condito di lapislazzuli,
marmi pregiati da Carrara
ti immortalano adagiata.
Il rumore dei colori
non si smuove neanche un po’
dal tuo visino dolce
come il maraschino.
Tu nella pace universale
mi stringi stretto
come fossi estromesso
dalle tue cure,
ma dopotutto quel frastuono
nel tuo diario appunti una nota
o due,
arrangi un arronzato suono.
Il tepore delle labbra
col lucidalabbra addolcite
rende amara la sordina
e non puoi suonare
mentre riposi.
Il caldo (l’afa d’agosto).
Una sigaretta (due stecchini d’incenso).
Il tuo quaderno (macchiato di gesso).
Un paio di fumetti (Dylan che sorride).
Poi del ricordo la cornice.
Il rumore dei sapori
è scosso come albori
di cui vai ghiotta la mattina,
alle sette già in cucina.
Il rumore dell’incudine
batte forte sulle campane
ed è un risveglio occipitale,
lo dico per mischiar
le tue carte migliori.

KLL

Io balbetto
dinanzi a voi dall’arte somma
perché il vuoto del silenzio
con il vostro melodioso accordo
avete rotto.
Avevo dodici,
forse tredici anni
e mi spinsi sul baratro
della scrittura
mosso dalla musica
più che dalla scure della poesia,
divoravo libri e fumetti
ed ascoltavo estasiato
le parole sibilline,
quelle ribelli
e quelle libere davvero,
ero un po’ un viaggiatore sperso
tra i versi.
Non avevo forse
sogni di gloria
ma soltanto il desiderio
di tracciare un solco nella storia
con il mio passo insicuro,
il momento preciso non lo ricordo,
ma le muse di comune accordo
con Apollo ed Hermes
vennero a trovarmi,
con Selene a sedurmi.
Vi devo la mia vita
al di là della banalità
di una mediocre disillusa
pulsione fatta di rinunce
e brilla al vostro suono
la mia pelle
che come un assiduo mercante
cerca la sua perla.
Questa è la mia storia
fatta dalle vostre parole,
questa è la mia vita
vissuta per il dolce suono
del liuto a collo di bottiglia
che mi spinge a suonare sulla scrivente
le gemme della mia mente,
voi siete stati tutto
e sempre lo sarete,
non dimentico le origini
di una storia forse
ancora tutta da raccontare,
da folletti dei boschi spiegare,
da comporre, da leggiucchiare.
Un groviglio di parole,
un passo muto tra la folla.
Se le mie parole
non lasceranno il segno
come corpo si dissolveranno
ma ne resterà l’odore
di viola del pensiero,
la dono a te più cara,
a voi la mia simpatica orchestrina
diretta dalla estiva brina.
Voi uniti nel bel canto,
passi tardi i miei,
seguiti dal loro sublime
e superbo incanto,
non so quale sarà
il mio vero destino
ma ho imparato a navigare controvento
e ad ondeggiare
come ubriaco sulle scale.
Vi devo un’ articina
imparata da carte sbiadite
e malandate,
dai miei orecchi attenti,
dalle mie pupille dilatate
al clamore di parole leggiucchiate.
Questa è la mia storia,
sono solo fatto di parole,
non attendo altro
che un destriero possente
che mi conduca sulla via
impervia della vita
come naufrago del tempo,
invasore e cantore
incautamente bellicoso.

L’esilio di Partenope

Partenope guarda il suo stesso paesaggio
dal mare,
le orde sannite
invadono il magico borgo
vecchio dall’incuria non protetto.
Lei ha cucito
con le sue lievi mani
bottoni sulla veste
che ricopre il corpo
di sirena incantatrice,
ma si è innamorata
del suo sguardo sbarazzino
come una bambina,
tuttavia le orme delle orde
sul suolo interno
si appropriano del suo fascino
senza remore né paure.
O mia principessa della poesia,
i cantori anche dopo la tua morte
li hai saputi incantare.
Certo, sicuro, è vero,
la nostra cultura
è oggi schiaffeggiata
dalle mani di stranieri egoismi
ma, ne sono sicuro,
qualcosa cambierà
in questa città che è simbolo
di una nazione
e della bellezza del mondo
città nuova.
È questa la ragione
per cui non ti voglio abbandonare
e resto mite
ma qui con te a lottare
senza tregua.
E siete ancora seduti
rannicchiati per maledizione
tu e il tuo amante a Castel dell’Ovo
in dolce e atroce esilio,
in attesa che le cose cambieranno.
E siete ancora chiusi
come in gabbia a scambiarvi
baci salati e leziosi,
baci timorosi.
Ricordo le leggende
che circolavano sul tuo conto,
che cara ragazza
dal trucco vistoso e dark
in mezzo al mare coi pescatori!
D’un tratto raccontasti
tutti i tuoi misteri
allo straniero sannita
che lo trasmise alle iannare,
rinunciasti a tutto
per avere lui dal bel volto.
Ma il segreto più grande,
o piccina,
non lo svelasti,
lasciasti in tuo potere
le vibrazioni dell’amore
che il mondo possono cambiare.
O mia principessa della follia,
gli artisti di strada in Piazza
del Gesù Nuovo suonano
ancora i tuoi motivetti
e tracciano i tuoi disegni.
Certo, è vero, ne sono cosciente,
ne sono sicuro,
la libertà vera non l’abbiamo
mai ottenuta
ma abbiamo saputo serbare
nei nostri cuori
le culture del mondo intero
e sappiamo ancora innamorarci davvero,
nel guardare una ragazza negli occhi
essere sinceri.
È questa la ragione
per cui sono anch’io
innamorato dei tuoi sussulti
e dei tuoi frastuoni tumultuosi,
di questo popolo dal cuore immenso.
E siete ancora lì,
a guardarci tutti stupiti
della nostra incuria
e della nostra noncuranza.
E siete ancora lì,
abbracciati a vedere
come noi ladroni
siamo cechi
dinanzi ai nostri tesori.

TRA L’ABISSO E LA LUCE

Lilith

Pensami distratta
e cerca di apparire
corrente rifratta,
ora ho bisogno di te,
il polso ed i diademi
sono umili giacigli di pietà,
conosci ciò che è scritto,
nel vuoto il mio polso
un tempo relitto,
ora ho davvero bisogno.
E fingendo ancora
non raccogli più gli occulti
segnali, l’avido e l’ipocrita
a cerca di complotti
serpeggiano contro di me,
conosci ciò che è scritto,
verrà il tempo e sarà ricordo
approssimato all’epilogo del senso.
Reciterai ancora
cantando e pensando
alla graziosa sintesi
di te su corpi gentili
che come risvegli d’aprile
si addensano e sfociano
in voci sottili e bianche,
nel microcosmo dell’alluvionale
pulsione momentanea del bosone.
Lilith guarda ad Eva
e dice quiete e tempestosa,
almeno io non sono una serva,
non sono sottomessa.
Sei molto importante colpita
in diagonale da flash
e da lampare ottocentesche,
Lilith mentre abbandoni
il tuo trono verbale
ti affianchi al sapere astrale
e all’intimo ritmo mancino
che sai conquistare,
padrona di terre ormai perse.
Ti prego dimentica
la autunnale vendetta succosa
e slancia da tetti un po’ ebbri
l’aneddoto mentre siamo accanto,
mi riconosci?
Lilith!
Non sempre comprendiamo
il potere che ci è stato donato!

Tu

E tu
sull’approssimarsi
dell’onomastica aurora,
della topomastica tua indecisa ora,
mi guardavi senza saper più
dell’onirica mia dignità
nel livido stile tra vita e realtà,
fumante e controverso il decorso
della sicula spiaggia
che pone al folle sbarco
dei giovani e forti
tre spietate verità nascoste,
senza dirlo arriva il momento
del tuo manto che incute al vento
la sua traccia di sincerità,
mentre tu continui ancora a guardar.
Tu conoscevi in fondo
più di quanto credevi,
sapevi eclissare le parole
con due algebriche intenzioni,
seduta in sul crinale del muretto,
scorgi una disfida a Caporetto
e segni col dito un’austera parola
che come sabbia mentre ascolti
ti divora,
io chi sono e tu chi sei?
Beh è vero,
io ci avrei pensato come feci
divorando la realtà caprina
e illogica del tuo profilo,
avendo spasmi folli in digestione,
occultavi segnali e mi stringevi
strizzando l’occhio,
era il traguardo ma più sconvolto.
Tu intanto a sorseggiar passaggi
con schiuma marine e tennens ad oltranza,
con l’oltraggio mai commesso
che senza il tuo impronunciabile suono
era il volto della nuova stagione.
Io non scordo chi ha avuto
un meandro di posto ardente.
Beh è vero, io avrei vissuto
per qualche giorno senza alcuna
coscienza di me stesso
se solo tu, oddio così!,
se avessi soffermato il tuo repentino sguardo.
Cosa farei nel presente
con il passato stracolmo d’incenso
e il futuro degli estivi baci d’inverno,
mi avresti ispirata te
del quale nome poco fa parlai,
ti avrei baciata dunque e lo sai.
Tu hai forse freddo
se senti la pressione calare,
avremmo entrambi avuto paura,
avremmo entrambi posto sorriso
di sfida in essere estatico e prolisso,
avendo paura che faccia giorno
occultami nella tua borsetta
sporgendo la mano intrisa di remore,
stritola foglie e scrivimi di parole,
con sguardo inclinato e basso sul diario,
con sguardo perso nel volume del senso,
è luglio e il sole non tramonta mai.
Ti prego tu,
non chiedermi come mi chiamo.
Beh è vero, io un pensierino
tra il colle divino l’avrei fatto,
ti avrei posta come regina
sulla sommità più alta
della mia stessa spina
che mi buca le vene.
Tu, sai per caso che ora è questa sera?
Guarda un po’, penso a te,
e ho bisogno del tuo volto,
dei tuoi polsi, delle tue gambe,
di odorare la tua essenza
per nutrirmi di vita intrepida
e traballante,
puoi pure lasciarmi il tuo numero
inciso sullo specchio col rossetto,
puoi pure, fallo con ritegno ribelle,
fallo pure prima che sorga il sole.
Tu non mi credi se ti dico che mi sono
innamorato,
non mi credi se ti dico che il flusso
di queste lettere è per te,
non mi credi se ti dico sul serio,
sono io, sono sincero.
Tu, se anche mi stai pensando
cercami tra i sogni tuoi mai dimenticati,
tra le frasi perse in un libro,
tra la metrica e il suono ghiacciato
di partiture fitte come il passato.

Puoi pure continuare

Puoi pure parlare
senza pudore
mentre ti strusci sull’orlo del vuoto.
Chiedi perché.
Dai ciliegi l’illuminazione
del transito dall’umana follia
al varco della disturbata divinità,
gli studi di teologia a Tubinga
con la voglia matta
di crauti e pizza fritta,
una teoria per cogliere l’essenza
non solo nell’umano o nell’animato
ma anche nel rigurgito vegetale
e nella staticità minerale.
Un po’ da ribelli
un po’ da serpenti
stritoliamo senza assaporare
l’atroce fascino della morte.
Prego, fai la ripetizione per antonomasia
del grido mentre ti sdrai
e mi guardi dall’alto.
Non credi più a niente,
così un’atea da due soldi
fa di me stilita e sé attrice inconcludente
della nostra rima deludente.
Buco fino a non respirare
ed adoro di farmi inquisire
dalla grande meretrice.
Tra le sbarre di un edificio abbandonato
o sopra ad un selciato armonizzo
il fiato con il sabba
alle quattro di sabato pomeriggio.
Puoi pure continuare a leccarmi
mentre chiedi perché.
Mentre si suona il jazz
andare in un safari con Cole Porter
nell’Africa occidentale.
Oppure tirare ad Harry Potter
il gonnellino scozzese come lesione occipitale.
Il tuo guardar la sabbia
mentre sorridi
e con tenerezza scocchi
un bacio fulmineo ma temperato
dalla tua estrema indulgenza
nella tua visione globale
della tua tenuta estiva minimale.
Non dimenticare la scrivente
mentre parti col tuo ridente
saluto da villaggio infestato.
Porgimi l’intimità di un sussulto
tra le note e il tuo scrivere assurdo.
Tra le macerie del rigore
un animo non può e non vuol volare.
Puoi pure continuare…

Risvolto umano assente

Dalle correnti avverse
della strada
ricordo il volto e la rugiada
che ascende consistente,
dal doppio nome stile ed epiteto
nell’oscuro del domani ,
potremmo parlare del nichilismo
d’incenso occulto
ed estrosamente esoterico.
Dai libri incastrati
sugli astri gemelli
nel circolo il centro
del doppio raggio
pone congiunzione
tra ultimo cancro e primo capricorno,
e tu dopotutto profetizzavi
il vacuo candore del silenzio.
Filosofie che passano
con gli anni tra le ante
delle memorie,
come canoni e stilizzati diagrammi,
chi vuoi che ispira chi?
Intanto designi il trono.
Forse le passioni
eran questioni
di natura prettamente spirituale
che nel tridente da rima astrusa
corporale e madrigale
rendeva meglio di un vocio
di sovra fiato,
tra spiagge, gennai e giugni uguali,
congruenti invece a slacciati intenti.
Ebbene lo sostieni,
l’embargo dei diamanti in folle sbarco,
stracci di vanagloria nel tuo assioma,
un curioso chieder scusa,
mentendo come voglio, come vuoi,
come mi attendo.
Nella distrazione capimmo
che non eravamo mai stati avanzati,
soltanto la marcia del rigore
del tuo guardare altrove
avrebbe posto in balia dei marosi
i tuoi specchietti decorosi.
Il parapendio e il fato,
la remissione e il peccato,
la pallida rimessa della tua giunta
cresta d’alluminio.
L’aurora dei sentimenti
è un volteggio tra spartiti
e sparuti uccelli, camaleonti
che si addobbano da sé,
ciò che resta di te è il bisogno
o il se.
Forse ancora parole,
ingorghi e stantuffi reintegrati
capiti e non spiegati,
ogni notte ritorni accompagnata
dal risaputo, dal fasto e dal veemente
risvolto umano assente.

Tra i platani dell’Eden

Doveva finire,
il sonno di ragione
ha soppresso anche l’istinto,
ed ecco che questo ha posto
la firma al nostro
esser noi stessi più autentici,
come materie viventi,
eccoci ora statici,
un tempo divagavamo,
non un fiato tra il respiro
e il sospiro delle parole diademi
del tempo, del nostro tormento
dipinto, un po’ finto mentre fingi,
ti dipingi, ti schiudi
riaprendo il ricordo,
e pur talor dinamici
nel movente del rimorso
che già invadente mi fa,
piroscafo arreso
alle barbarie corsare
cui stesi protezione
con l’appoggio della corona
e del raccordo ancorato,
eccoci lì come a produrre solfati
tra schiamazzi e scorribande notturne.
Ecco eravamo
tra i platani dell’Eden
e sorridendo ci azzuffavamo
con dispetto nel dialogo tra noi aperto,
appetibile il silenzio,
e scorgevamo il soffio divino
come spirito, lo sgorgo dell’aere
mutato dal cupo, intenso vortice
tra spina e capo,
ed ecco che la nostra
sintetica gradevole allitterazione
divenne clamore condensato,
divenne un altro incanto
che produsse dalla materia
l’intima atmosfera sapienziale,
di scopo, fine, amore,
stupore e caso.
Poi l’essenza
dietro l’apparenza,
nello studio ontico ci correggemmo,
la vera essenza era nell’apparire,
unico strumento del percepire
e per questi motivi via d’accesso
all’assoluto e all’Un visibile
e in sé invisibile
era l’arte od una parte d’intero,
poi non dimenticammo
il solido reso vapore,
la risposta al dilemma
di ciò che assaporiamo
e di quello che strumenti
nelle nostre stesse mani
respiriamo,
il reale ci mostra o no il vero?
La logica guida i pensieri solo
o anche le leggi naturali?
E che ne dici del fato,
del servo arbitrio o della libera scelta,
di traduzioni bibliche a Rotterdam,
del greco, di Girolamo,
del fenicio, dell’ebraico,
del cuneiforme o dell’aramaico? Dici
tutto questo non importa,
guarda alla glossa,
guarda alla mela,
guarda al relativo
e guarda alla materia,
è tutto un empireo di intenzioni,
lo dico per le vie d’accesso
al vero,
lo dico sul serio,
per altre situazioni,
per ciò che ci spaventa,
per l’intuizione senza erudizione,
è tutto il progresso
basato sull’errore,
ed ecco di nuovo un’assonanza
che appare e cancella il tracciato
e l’intralciato silicato
e il nostro duplice trinitario intento
si dileguò a guisa di un serpente
che punge e mente,
che chiude la storia
con volti e con memoria.
Ed eccoci che siamo
manifesti
tra i platani e le acacie
ridenti della punizione,
tragica e dionisiaca,
sparuta ed Euripidea,
e noi ci azzuffavamo per dispetto
e con dolore
nella polvere che mai fu creata,
libera interpretazione dell’evoluzione,
sulla quinta, il verde ed il calore,
sui giudici e sui salmi,
su Samuele, Sansone e Salomone,
sul tempo, due tempi,
Davide la parusia
e la metà del tempo,
poi sulla dignità
e sul sentimento morale,
etico, coscienziale e consustanziale.
Poi il nostro vocio
interno e ditirambico,
il nostro sentiero,
il destriero, il vino e l’inviolato,
il ritratto, il volto,
il mare aperto.
Ovemai stridesse un sogno desto
sapremmo se le nostre assurdità
hanno riscontri.

Un solo istante

Un solo istante e mutò
la sensazione tra noi,
eretta dalla pioggia
a dorso di colline,
sette re di cui uno ha da venire,
l’austera mossa,
la sfera, la riscossa
della solita onda
dei capelli mossa.
E l’alambicco secerneva
il tuo volto,
così tutto alla luna ritto,
si poneva il punto
al centro del piano letargico a ritroso.
Ed è così
che la dimostrazione alchemica
si scinde, nasce l’amore,
per pura coincidenza,
disegno divino o parascienza,
per tornanti di abbracci
contratti come Ermanno,
le spoglie sepolte nella sua Wight.
Rafforza sé stessa
nella tua immagine stretta,
le mani, un trafiletto,
la sponda, l’arcipelago,
il letto, consonanti atroci,
pure e già spietate
al binario sistema di fuga,
non ci salutiamo, guarda,
un po’ m’ignori orma di te.
Come regole del tempio
e Rinaldo in campo,
come Goffredo del Santo Sepolcro,
Riccardo, Federico II
e l’imperio su Gerusalemme,
Corradino e il suo legittimo erede
fuggito nei vicoli di Napoli,
e direi appare un po’ sfocato
il successore al trono che beve
inebriato del sangue reale,
dove è stata fissata
la trincea nell’ultima Nicea,
nella donazione di Costantino,
ed è quella ragazza
con le braccia a semianta
che dice sei tornato,
prudente, violente e saccheggiato,
vittima dell’avverso fato,
non ci pensava quell’aprile,
non era nel cortile,
il vento soffiava traversata
dell’ultima anima volatile.
Questo è il punto:
il flusso onirico del senso.
Un po’ come il mare
che si infrange sugli scogli
all’impazzata con te
violetta alticcia,
con te prudente dama,
con te prudente attrito
di ogni rimorso,
eccoti,
torna tutto a posto.
È il punto trinitario di incrocio
e il sator arepo tenet opera rotas,
si svela la lettera tra i rovi
e tra i capelli bruciacchiati
e numericamente inversi.
Così ti desti all’alba
dell’ultimo plenilunio,
tra il trambusto e il gancio girevole
da perno dell’ultima ragazza
gradevole, graziosa, gravida
e regina d’ogni ordine e grado,
di arbusti notevoli,
nostrani, antichi resti intatti,
tauromachie assordanti.
Ed ecco ho detto il nome
cerca trova nell’ultima ora.

I segni del corpo

“Quod superest,
nunc huc rationis deluit ordo,
ut mihi mortali consistere mundum
nativumque simul ratio
reddunda sit esse”.
Nello spazio, scorgi il posto
più incitato al declino
del senso
quando il tempo considerato
e delimitato nell’ordinata tratteggiata
di per sé infinita, sbiadita,
restia al mutamento.
I giorni, sempre gli stessi,
un calcolo combinato
dalla nostra ragione e dal tuo caso.
“Perfacile est animi ratione
exolvere nobis quare fulmineus
molto penetralior ignis
quam noster fluat taedis
terrestribus ortus”.
Puoi sprigionare
la tua energia dalle mani
protese nei quattro segni naturali,
il tuo ricordo non sfiorisce
mai.
Molte le sensazioni inutili
in quanto la gioia è solo
passata e futura
e, come dici, hai paura
di quest’inerzia che colpisce
sfiorando sulla nostra pelle
i vaghi segni dello scorrere fluido
nella nostra stessa acqua.
“Del resto,
per provvedere a uno o due casi
particolari, i quali non sono
affatto frequenti, che motivo c’è
di darci pensiero
per indicare le combinazioni
che siano composte da più lettere?”.
“Iamque adeo fracta est aetas
effetaque tellus vix animalia
parva creat quae cuncta creavit
saecla deditque ferarum ingentia
corpora partu”.
È vero,
puoi cambiare idea
ma già sei nell’operare
tal situazione
delimitata dall’infinito piano Euclideo
o costretta in altre costruzioni
con assiomi vincolati dalla logica
o più spesso dall’irrazionale.
“Ecce homo”.
Vento dal vento sfumato
si innalza la terra da te stessa
sognata
nell’ondulazione sdegnata
da una frequenza innalzata
dal tuo palpito
quando mi guardi inviolata.
Posti lontani, atolli, guardiani,
tempeste funeste, rissose
qualità di fragole e amarene,
vermigli cuori nella notte boriosa.
“La gente mi passava accanto:
udivo il rumore dei passi,
a volte il brusio delle parole
ma non vedevo nessuno”.

Il mio polso brucia ancora

Il mio polso brucia ancora
per le ferite dell’aurora,
cambiata la musica e schiarita
da lampara, è stonato
il ritmo incalzato,
si pone su di un polline umano
e sa mutare il pianoforte,
la percussione e il fiato,
un po’ come un armadio
che contiene ogni credenziale
tra le rime della strada
e l’aspirazione alla inviolata
ragazza del meriggio,
del tuo rifiuto inflitto,
forse stavamo guardando
quando si distaccò un momento
per distrazione il controtempo.
Il mio polso non lo sa
se la mattina tornerà,
un po’ con fatica
accende l’ultima sfiga
della pluriennale siga,
è forse incanto
quello macchiato sul vestito,
è forse pianto
quello impresso nelle linee.
E guarda e taci
e spingi il vuoto
del tuo testo ingiallito,
un po’ rampollo del respiro.
Il mio polso brucia ancora,
è un tormento infernale
quello impresso sulla carta
per virtuosismo virtuale,
è un po’ così da quando spingi
a forza il tuo sentir,
potrete calcolare
il peso del rifiuto
lasciando lo sportello del tempo
ancora in disuso,
oppure potrete sorvolare
ad una falsa partenza,
tutto il resto e l’inclita scienza,
o forse, ancora,
bloccare il mio volto e fossilizzarlo,
ma lei già se ne è andata
e la parola è sfuggita.
Ecco il fraseggio,
l’atomo inchinato
alle voglie del prato,
steso come un’astronave
su una radura stanziale,
i nomadi del centro
si spostano controvento.
E non pensarci più,
è inutile,
e lascia alla abat jour
il rimasuglio del rito del guru.
Il mio polso brucia ancora
e ti distendi allucinata
col ritmo solito della strada,
la tundra zingaresca
è una mossa intarsiata
dall’ultima giornata.
Eppur si vede, si muove,
non ci rende altro motivo,
l’estate sta finendo
da quando hai perso il senso
dell’incontro,
del lucido, dello scontro,
dell’ultimo tuo affronto.
C’ero anch’io,
nel momento dell’assenso,
nel momento dell’assolo,
nel braccio ondulatorio.
E lascia perdere
un’altra nota
a sé.

E così sia
Era l’era delle consonanti,
posaceneri persi in sulla via,
ecatombi e vividi commossi
mentre ci si accusa di vigliaccheria,
nella vetrina affossata abbagliante
il risorgimento orfico ed incatenato
dell’ultimo senso antico,
quando gridi commossa
che non sai, non sei, non vuoi,
non puoi, il respiro sul collo,
il pezzo di fumo e il mite finestrino,
attaccate le mie labbra a una bottiglia,
l’intenso inverno di adesso
è calura intramontabile,
notti e giorni di buio
e buoi cornuti aspettando
la mossa vera o falsa,
pusillanime e scossa dalla tua bocca,
nell’ipnosi.
Il paradosso nell’atrio a ridosso,
tu ora dove sei? dove son io?
Mentre ti spogliavi
scucivi il vuoto
e poi lo respiravi
e rigettavi il fuoco,
va bene, è una tua scelta
la mediocrità.
Il mio istinto mi dice
che siete incompleti,
vi manca qualcosa nello stesso istante
in cui pretendete,
di sapere un po’ tutto, un po’ niente,
un chicchessia di conoscere
non se ne pente,
l’auto a ridosso della strada
mentre buco ancora la mia pelle,
sconfigge ogni dolore
l’oblio dei mie sensi
mentre ondeggio distratto
appeso ad un filo
tra palo della luce ed asfalto,
in metropolitana sudato
con l’istante bruto
che dice accasciati a terra,
guarda come è bello il mondo,
mandalo a quel paese,
se la sfiga al tuo sguardo si arrese,
scegli almeno una vocale
per dare suono all’impronunciabile,
ma se inizi a finger da adesso
non è un compromesso,
scrivi, recita, dipingi,
sorridi, fai lo stesso,
quello che volevi dimenticare
tra il roveto rovente e le leggi
impresse su pietra,
focalizzate da nomi segreti,
poi si accende la radio,
l’epoca è quella,
guarda che violenta scossa
di illusioni nelle tue stesse
cittadine illuminazioni,
forme inauspicate, inspiegabili
e canute che ti dicono
come un vegliardo, vai, vai,
passa col rosso,
è lo stesso proprio adesso
mi trincia lo sportello
un autocarro rimesso e triste,
non distinguo più il reale, il senso,
il tempo.
E così sia,
mi alzo e vado via,
scorgo il saluto in uso nel resto,
oddio, mi puoi guardare
come l’altra sera,
castello in assedio,
immagine mia,
e così sia.
E sì però,
io sono lì
nel tuo ricordo che obnubili
e mandi lì,
nell’ombra tua,
nel tuo esser l’opposto manicheo di te,
il volume della tua regalità.
E così sia.
Con l’elettroshock
o con un orgasmo
seppellire mille bugie,
vomitar sé stessi,
quando avverti odori
che ti penetrano le membrane celebrali,
che sprigionano inaspettate
dando fuoco ed attivando
un recettore,
quanti neuroni ho ancora,
quanto c’è di vero,
quanto scordo,
quanto non voglio.
È finita la storia,
eccoci qui,
ora che siamo.
L’autostrada contromano,
il nostro silenzio quotidiano,
il fruscio delle foglie,
gli alberi, le trame,
poi trovarsi in un posto
o in un altro senza sapere
come ci si è finiti,
ma chi siamo ormai,
uno, due o nessuno,
siamo tre raccordi rinchiusi
nello specchio con decoro,
con decoro.
E così sia,
non posso negare
la salvezza dei miei ricordi,
quando sfioristi nascesti,
creasti un non so che di me.

Follia alla deriva

Postato e prostrato
col sudore alla fronte
chiedo venia un po’ da me.
Guardo in me scoprendo
cose che già so,
perdute nel via vai
del mio domani.
È stato un lampo contro il velo,
io profugo scalzo contro il cielo.
Pensavo ed era normale
ma nell’illusione mi bendavo
abbeverato alla fonte dei perché.
Credevo in ciò che vidi, sentii,
ma non era mica così scaltro
ciò che vien servito, idolatrato
come un re e che di sostanza
ha solo imperio sulle mosche
e sulla scarsa immagine imposta
nella vita concupita senza se.
Ero distratto, un po’ incupito
dal mio verso incatenato,
dalle idee stroncato.
L’alba e tu,
le solite cose ed i tabù,
le tue storielle sull’effige
intorpidita a dorso di dita fragili
e scartate dalla stessa società
fingendo un po’ di pietà, ipocrita, falsa,
bugiarda e che non valuta
l’essenza della rarità.
Cosa dicesti?
Che vuoi che sappia?
Ogni ricordo è come sabbia,
cambia ogni istante
adattato al dì presente,
non c’è oramai mai più passato.
Pensavo a spiagge lontane un tempo,
alle fughe, al vento all’anima,
allo spirito di ribellione
ma mi accorgo che ogni battaglia
è studiata e organizzata
per cancellare l’orma del pensiero
da questa poco astuta umanità.
Credevo ed ero miope del senso
quando si scriveva contro te.
Ero distratto dal mio stesso tatto
che non era per niente me.
Le stagioni e poi, i canti
al vespro o alla mattina,
le parallele ore in vetrina,
i sussulti notturni, pomeridiani,
i baci, gli entusiasmi, i sorrisi,
gli sguardi, scrutare il cielo,
sognare, non parlare,
desiderare, crederci,
tutte ipotesi schizogenetiche,
la mia follia è alla deriva.
Tra l’indifferenza e l’oblio

Stesi da qua all’immensità
vuoti e sazi ma storditi,
quei piaceri ci distanziano dall’essere noi.

Parafrasi del verbo

Parafrasi del verbo,
senso nel mio logos,
religione nel mio introito emotivo.
Ascoltando.
Vento nel gaudio.
Pensieri del rimorso
nell’atomo scomposto,
nel roveto in fiamme legiferante,
tante le emozioni con quelle intenzioni,
pure intromissioni
dell’ondata prima indoeuropea,
nuovi sogni nascosti.
Seme sperso di Adamo tra
Lilith ed Eva
con la genesi di nuovi demoni,
forza sciogliete la camicia
di forza ai folli in manicomio,
ascoltate i loro neologismi
schizofrenici
e le parole senza senso,
detengono la verità,
non è una disfunzione
dei neurotrasmettitori,
ma è la voce celestiale della terra.
Postulando Munch a squarciagola,
orgasmo dell’aurora,
Tzara e Duchamp.
Nelle orbite oculari allucinazioni,
nella mia mente un vocio.
Lsd e mescalina,
paranoia e desiderio,
possiamo guarire dalle psicosi
con un paio di tiri di skunk,
rivoluzionare il mondo.
Do you remember?
Amnesia totale.
Teletrasporto di corpi violati,
Tesla ed il controllo mentale.
Mentalismo,
Gustav Rol.
Egis shows santis
hi hi joint
he doesn’t show his force,
he shows virgin,
I’m thirty, I’m virgin emo,
nine get, nine you,
he’s and shows word,
double she and not double sense,
u zuzu shows what you think
and shut up.
Collassi interni e magici,
aure magenta.
Per trovare le coordinate e la giusta posizione.
Poni la questione sul silenzio decoroso
nel ricordo.

Cassie

Candele nella tua stanza
al chiarore degli occhi
che sinceri ed allibiti
piangono ricordando
il giorno trascorso in solitudine,
non sai quel che sei,
quanto il tuo guardare me
speciale è.
Ah il tuo desiderio di vivere
davvero morendo stesa in piedi
su un rogo giocondo
di modo che l’ilarità dolorosa
potrà finalmente dal tuo corpo
esile esplodere!
Sedici anni d’inutilità,
qualche anno di follia,
disturbo e crudeltà
della gente senza pietà.
Alla finestra la notte
è l’unica fuga dalla realtà.
E il sonno disturbato per l’inquietudine,
il mascara sciolto ed il soffitto
mobile per la vertigine,
paradossi nostalgici
di una vita che non c’è stata mai.
Eccoti qua, piccina a sognar,
eccoti qua, che stile nella tua alternativa
realtà vera onirica.
Ma piccina, adesso o domani
mi ucciderai in silenzio, silenzio.
Ma piccina lo sai,
verrà il giorno e mi tradirai,
il mio sangue inumidirà
le lenzuola dalle vene,
le speranze tue perderai
nel voltarti mentre ti parlo altrove,
nel non riconoscermi mai più.
Passerà?
Cosa resterà,
mia dolce amica?
Chiudi la porta,
spegni la luce.
Chiudi la porta,
le candele illuminate dalla luna.

Romanzo secondo

Dove sei,
tu che crei virtù
dai vaneggiamenti decadenti?
Dov’è il tuo stile da brivido?
La luce del sole nei tuoi occhi chiari?
Mi manca il tuo dondolio,
il cocktail senza ghiaccio in estate.
Mentre fumo la penna sguscia
e l’immagine si forma intatta
sulla tua pelle,
sei la mia poesia e le stelle,
nell’ombra respiro.
L’aria trasuda di te,
della tua follia,
del tuo sguardo acceso,
del nichilismo.
Pomigliano nell’aurora,
occhi azzurri, gotici albori,
dopotutto a guardare
i suoi cirri di primo mattino,
le sue mani,
il mio volto ancora ad accarezzare
in un albergo di provincia.

Ragazza al bivio

Passa un’anima intravista
dal retro spettatore
che lascia una scia sulla strada
ancora un po’ confusa
per le scorribande serali
delle tue inclinazioni
mentre attendi ad un bivio
per attraversare senza farti scortare,
senza farti scordare, atonica
ed impressa sulla stagione
dalla vivificazione scossa,
scaldi le guance come un motore,
non credevo, non pensavo,
non sapevo, proprio non ti vedevo
frutto non invecchiato
con l’abbigliamento dei giorni
che furono,
con il volto che non oso guardare
ma che dentro lo specchietto
di me stesso rimane,
la tua anima, è proprio quella,
mi sorridi, mi sfidi, duello atroce,
posa quel fiore, cogli autentiche sincerità,
dal cuscino, dal violino,
da ciò che poi sarà,
è già sera, non mi reggo,
continui attonita ma sorniona
a guardarmi per stupirmi,
per stupire il tuo ego
dimesso al soffio leggero
del mio passaggio austero,
credi alle coincidenze?
eri proprio lì,
sei proprio qui, lo giuro,
cosa c’è di vero
in ciò che scorgo?
Cosa c’è disegnato
sull’istogramma nel tuo polso tatuato,
l’alba coi suoi rimandi,
come dici? mi conosci?
non sai chi sono?
quello di sempre,
non ti sorprendere,
io vago e vagheggio,
magus et magister dell’ultim’ora,
la fine che tu hai dimenticato,
riposta sullo scaffale,
forse ti sei scordata, mia rovina
e mia salvezza eterna,
quiete tempestosa, è tutto finito,
non c’è più tempo, ma voltati un istante,
sono qui a sorseggiare
anche solo quest’ultima
apparenza di te,
la parvenza di valore autentico
di cui hai sete,
sì lo so che lo sai,
espurghi libertà,
trai l’essere autentico,
la millantata unica personalità restia
che si presenta a tratti
nei suoi abissali e vari
corollari frutto di te,
frutto della molteplicità, che ti ripeto,
sai, vive in me, vive in noi,
come un canto d’ubriaco
sgorga pura e limpida,
allora, mi dai una mano,
segna con il sangue la mia gloria
e la mia immortalità,
l’infinito, taumaturgico domani,
che non era, sali, sai,
non ti chiudo in un semplice pensiero,
perché è così, è tutto vero,
andiamo in stanza, muti,
muti a parlar,
è così che si scrive il codice della fuga.
Cosa saremo non lo dici, lo fai
e fai sul serio con quelle mani,
lo spirito dissolto nelle rimanenze
e nei passati,
bucati come il miele
nel cuore dell’illusione,
sei così vera
che smorzi l’intenzione,
la rendi sana e mi sollevi,
sei proprio tu,
ora che ci credi,
rinasco nel guardarti ancora,
si ferma l’attimo
e la gente passa e va,
restiamo noi, soltanto noi,
infinite palpebre che scoprono
il mondo fatto di segnali occulti,
siamo sacerdoti del controtempo,
il solfeggio è l’incanto scosso
da capelli, ottagonali i tuoi via vai
immobili, marmorei i fiati,
la sincretia dei gesti tuoi
la sola realtà, guardi, ancora guardi qua,
va bé, magari hai ragione,
vista e lampo osceno nell’oscurità,
saprai di me ciò che non sai,
quel segreto sigillato aperto mai,
l’assurdità, la fantasia e la follia,
comunque è meglio che invecchiare
morire nella luce della verità,
e quale è il patto faustiano allora?
mi son perso il resto,
Paganini già lo sa.
Ciao, sei tu?
pensavo a te, come dici?
parlavo col cavallo
o con la lucida realtà
in bilocazione bicromatica
e prismatica dell’immensità,
“non fa niente, continua pure,
il 2000 è il tuo secolo”,
un millennio di profumi,
uscivi,
con chi rompevi i leggiadri
assoli tuoi unici?
Nessuno forse tranne te arriverà,
un po’ per indolenza
un po’ per stanchezza a questa riga qua,
eppure nei millenni resterà
la parola, il tuo verbo mai scisso
o interpretato, fatto storico inesistente,
è questa la novità,
non porre fatti o valori
ma imporre interpretazioni
incancellabili e inossidabili
perché impressi nell’Es,
o nell’essere forse dicevo,
fa tu, suona la musichetta,
scegli la nota giusta,
ok,
quindi parlavi di novità,
il mondo finirà quando ci accorgeremo
che tutto è già accaduto,
il giradischi in panne impenna
in salita come acritica locomotiva esausta
e irrobustita dal sole del mattino,
cara mia principessa,
vuota il sacco adesso, oppure no,
lontano ti amerò
perché un giorno sarai qui,
nell’assunto rinchiuso
nella fortezza sepolta ed oceanica,
ecco qui.
E torneremo al concreto,
dissolti e materiali
tra i roveti incolti
in autunnali sortite agonizzanti
di chi ha perso i sogni
e crede in una unicità
ormai tramontata,
positivamente dall’ideologia stessa seppellita,
sfiorita mi ricorderai
l’indifferente sordina fastidiosa
squarcerò con punte affilate
in melodrammatiche serate,
comunque meglio del silenzio inutile.

Sogno di ieri notte

Lou von Salomè

Mentre penso scorgo il tuo volto.
Allora io tento
di farti capire che nel mondo intero
il patto l’abbiamo fatto
senza accorgercene nemmeno
lo stesso giorno,
senti il respiro, vuoto il sospiro,
allora fluida torna da me
come non sei mai stata,
sono la luce prima del mattino,
il soffio inutile del vento,
il ribrezzo di corridoi,
il riporto all’animo sconvolto,
la bellezza di un tempo
scioglie le tue mani in gesso astruso
e disilluso finché non diventino
il frutto della nostra bramosia,
ancella mia, padrona,
intrisa d’aprile,
serva prediletta dell’abisso.
Sogno di dei,
Lou Von Salomè,
dignità dischiusa sarebbe
ciò che hai cercato,
sconfitto l’inverno,
vissuto ed oltraggiato l’inferno
e agli altari sublimato,
immortale risorto
solo per un tuo ragionamento indotto,
purpurea meschinità.

Hydra mentale

Passeggiando come traversando
decenni diroccati dell’età
dai sapori frantumati,
era il mattino pronto ad arrivare
mentre scendevo dalle scale,
ancora buio sopra la testa
occhi al vento con tellurico temporale
scalfito e tragico che si approssima
al rigurgito etilico della mattina,
stesa la fessura delle ante
e delle crepe come fosse vetrina,
guardando le mie unghie tinte di nero,
il resto del passato come schierato
dalle truppe, dalla paura trattenni il fiato,
si aprì il portone e fu un notturno fragore.
Guardai Milano e corso Garibaldi,
scintillando in file entusiastico,
iniziando a volteggiare
come un airone
che per non pensarci posa lo sguardo
altrove,
ti rividi dopo anni
un po’ per caso,
un po’ per violento nubifragio
decorato dalle remissioni
del virus scandito
e nel lisergico chiarore claudicante
zoppicai dalla cornice
al pianto inabissato,
mi stesi a terra continuando
a fare scorgere immagini
imperfette
che dalla finitezza riversavano
sbocchi
verso affluenti inclinati
scorrendo in ruscello riservato,
come è stato ciò che è stato,
allora non ricordai chi ero
e nel silenzio rubacchiai un saluto
come oltraggio al destino.
Presi un foglio umido
e con l’inchiostro abbozzai il ricordo
oramai troppo lontano
di un uomo senza più gloria né rispetto,
di un uomo nella sua anima persa,
di un ragazzo quando il cellulare
era solo paura della prigione,
quando l’età era dell’innocenza
e il futuro come ora già vissuto,
poi con la tennens cercai di dimenticare
per poter tenere bene a mente
ciò che son stato
quando non ero,
ciò che sarò prima dell’ascesa
e della caduta,
prima del tempo di qualche venuta,
così resi tutto in mille pezzi,
il foglietto navigava
nella pozzanghera appena formata,
la pioggia nolana si dissipava.
Erano quattro quei cavalieri di parole,
di romanzi hardcorde ricamati,
guardai la musica ed ascoltai
il sussurro dei miei libri
che si districava nella corrente
per elettrificare un quoziente
approssimato dal rifiuto
dell’assurdo risultato.
Risi di gusto davanti a te invecchiata.
Puntando tutto sulla conclusione
persi e ancora, ancora ridevo,
delle altrui imperfezioni,
delle loro decisioni,
di me sollevato come rondine
che assurgo l’ultimo sospiro
alla ragazza che mi ha dimenticato
per un’indifferente conoscenza,
per un ardito silenzio,
comunque non la biasimai
e in solitudine me ne andai.
Bucai quella voglia taciturna,
ascoltai ancora l’immagine
in sordina ma che non era
mica smarrita,
la via di ieri era in salita,
la rimonta in differita,
la spiaggia arrivò in ritardo
quando c’era già lo spasmo
dal cruente cuore d’arpilla,
arpia di giorni indispettiti,
mai così non mi ero indispettito,
la rabbia impotente conduce
alla follia se non sei auriga
del tuo stesso sentire
oncologico nel patrimonio
intellegibile e istintuale,
un rimbombo assurdo mentale,
un ridicolo pentimento, ok,
d’accordo, ora ti sento.
Guardai tutto come da un televisore,
la risata intensificata
e il foglio perso
fecero scrivere i tomi della mia vita
nell’animo di sconosciute
usate a mo’ di inganno celebrale,
sull’asfalto restò il resto,
conciso coll’indelebile gesso
dell’indice accusatore della convenzione.
Schizai deciso come un sopruso
e resi il giusto a chi è dovuto,
me ne andai con il vento alle spalle,
i tuoi capelli agitati,
il pendolino e il numero di prestigio alle carte.

Viaggio astrale in riflesso di tempesta stellare

NR YH ‘BTRŠŠ W
GRŠ H ‘A B ŠRDN Š
LM H ‘A ŠL M SB’A
M LKT NRN L BN NGR LPHSY.
Alito inesperto
sul ripiano al furor del vento.
Urla arcaiche balestrali,
muschio, inebriamento astrale,
viaggio selenico e segugio
intarsiato nel metallo
a forma aguzza, dente felino.
È sulla spiaggia l’attesa.
PDN L’ŠMNMLQR
L’DN L’Š R ‘ ZP’L’Š
MN’B BN’BD MNB
N’BDTWYN BN HY
D RY BN BDGD
BN D’MLK BN H’B KŠ M’QL DBR Y.
Progresso progressive,
clastico calcareo anacronistico
nel proiettare immagini violette.
Paradigmatico l’incrocio
complesso ed epocale come adesso,
epica scissione psichica
della realtà sensibile
da quella intellegibile,
uniformità teorica
e superamento del quantico
e del relativo
nel flusso energetico imposizionato
ed ultratopico
presso l’orizzonte degli eventi
inaspettati,
violate leggi paradossali,
occhio di Ra,
ricordo, negativo parallelo,
animosa penetrazione divina
nella cordiale visita elettrica
della memoria,
inspiegabile è dir poco,
piuttosto inquantificabile
ma intuibile con successo scarso,
causalità invertita
l’accidente,
l’effetto genera la causa
ed il futuro modella il passato
refrattario e con geroglifico
sistema iconoclastico e binario,
intelletto artificiale.
Fuochi accesi ed intrapresi
rodono il fegato accostati
ad appostamenti di relitti sprofondati,
lo spirito aleggiava sulle acque,
le nozze bigotte proposte
e rimarcate deludenti
pretese violate,
la conoscenza civile
ostracismo dell’ardire,
domina da anni
la lotta darwiniana
senza genetica e malthiana,
non è follia
è semplicemente sbagliata.
Il bicchiere si ricompone dai cocci.
Resta tutto normale.
Viviamo dal principio
il circuito serpentino illuminato
avulso a senso spaziale,
parascrittura inusuale
del logos stanziale,
Dioniso umano morto e risorto,
mito caananeo.
Rifiuto usurpazione.
Ellittica trasmissione.
Velivoli d’oro,
argento dei bastoni,
navetta in terracotta.
Brucia Tiro,
fiamme e mare eroico,
le arpe e la musica contemporanea
ha da sé, base di vermi,
base di vermi,
ha attratto a sé, base di vermi.
Non voltarti.
Sgancia intatto una miscela il Fato,
dacci forma, urla isteriche,
ossessioni, precisioni,
il risultato mina basi, basi di vermi,
cambieranno tempi e leggi.
Scelta Pallade alla luce del mattino,
scelta furba tra le greggi,
oggetto del declino, frastuono,
armamentario scarno,
mistico volteggiamento, pendente,
non si muove, non si muove,
spazio diagonale,
la via più lunga per l’oriente,
la via più breve cerca il vero,
scinde il quark pusillanime,
tra i Gesuiti il fisico,
lingotti,
liste destre, sinistre,
guarda in alto la virilità,
robotica, cibernetica, androide,
tridimensionale,
ologrammatica imperfetta,
l’ecosistema non si conserva,
termodinamica sbiadita
e tramontana,
quantico aperto,
andaluso passo,
stanza.
Urla da circa
trecento milioni di anni,
spara.
In periferia i barcollamenti,
gli indumenti, stilisti attacchini,
stiliti spazzini, latte, piante,
l’arte, non si finisce,
surrealismo, cerca un blocco,
serpens caput, ophiuchus,
sirpium serpin, canfora,
truce struscio vorticoso.
Ecco ipnotiche soluzioni
per sopire dall’esterno
un vuoto interiore,
maggiore il magone invernale,
tremo alle ginocchia
ai passi felpati cari, unanimi,
incolore, inodore, psichedelici,
stimolanti maggiori,
macchie lasciate a caso sul pentagramma,
base, falsetto, reverse,
sintetizzatore proteico sonoro.
Venere nel nautico imbroglio
trasmutato Baal in Crono,
il signore dei signori
reso accadico tempo trascorso
non a caso e sferico
da quattro punti concisi dialettici
ed intensi.
Sogno, sogno.
Ricerca amore,
ricerca del vero amore interiore,
ricerca in contemplazione,
canto dinanzi al volto divino
ed unico e trino, mistero egizio,
rito ittita, dominazione assira,
Tiro brucia ancora,
le arpe, le arpe, perdute,
perduti gli accordi coordinati,
ritmici, abbellimenti,
legali legati in rappresentanza.
Dall’età non c’è più crudeltà
nella pietà,
ecco il punto,
ancora tu.
Tre fiumi incrociati
nel giardino perduto.
Eccoci di ritorno
a lampioni spenti in periferie
inviolate da atteggiamenti
impulsivi e distratti
dal via vai dei gatti.
L’occhio di Ra,
l’occhio di Ra.

Ohimè!

Ohimè!
L’inverno su di me.
Rinascita scarlatta
della lacrima divina
e infuocata presente
nell’anima creatrice,
come intelligenza, spirito intelligente,
ma ridurre la trinità
a bipolarismo sarebbe folle,
nello stesso è insito, consustanziale,
spirito corpo e dio
son forme di energia,
e l’Uno è ciò che comanda
in noi come frutto benedetto di luce,
dodici colori, dodici note,
dodici odori, dodici sensazioni,
da dove parte la scala
nel tutto irreale,
nell’assoluto irrazionale
con piano divino
e caduchi risvegli dopo la morte
nelle transizioni
per tratturo antico al piano
verso pluridimensioni superiori,
in principio era il suono,
poi il pensiero e infine il verbo
ma se la questione è senza tempo,
lo stesso è convenzione,
non esiste evoluzione, mai,
semplice presa di consapevolezza
con l’esperienza e la meditazione interiore,
niente scorre e la nostra staticità
è la riserva più affascinante
perché ancora inconcepita,
da qualcuno forse intuita.
Dove siamo diretti,
verità 9903,
il piano è cambiato e strano,
non mi ci soffermo,
la fulgida schiuma natale
incrociata come segno vivissimo
e splendente in cielo,
incroci che sono già avvenuti,
decenni masticati, millenni offuscati
dalla nebulosa spaziale,
teoricamente è tutto giusto
ma manca alla scienza materialista
di quest’epoca della modifica
della materia, partita nel seicento,
la precocità spirituale del vero,
la riflessione e la dialettica
è nulla senza l’arte e l’intuizione.
Le stelle da sdraiati
sulla sabbia alle tre di notte,
un fuoco dipanato,
la musica da accordo infantile,
un bacio profumato d’ortiche,
l’abbraccio universale delle etnie,
le razze superiori,
tredici linee di sangue
che spiegano a parole
cose che neanche sanno.
Fratello mio, sorella mia,
non c’è gerarchia ma se davvero
non c’è dominio,
non si può regolarizzare
l’economia in base a scelte
popolari del futuro prossimo
e genetiche del nuovo comunismo,
occorre compassione,
partecipazione, sapienza
e amore diffuso tra tutte le persone.
Movimenti come alberghi
a cinque stelle manovrati dagli illuminati,
fanno fumo e casino nelle piazze,
politici mascherati di populismo
che infrangono ogni aforisma,
posti quasi alla pari
di qualsiasi altro partito,
coscienze di giovani
pieni di potenziali manovrate
dall’effimero,
dall’ottenere senza percepire,
né riflettere o capire.
Non ve ne accorgete
che siete burattini?
mai ascoltare altri
che non siano voi stessi,
voi stessi che se indagate
nel profondo dominerete
la rabbia e scoprirete
che l’amore è l’unica possibile rivoluzione.
E se nel complottismo ci si accusa disillusi,
chi critica in negativo
è chi vi appartiene,
chi critica in positivo
è chi vi subisce,
l’inverso se rifletti
va bene lo stesso,
il guaio è nel mezzo,
una zona di silenzio.
Pensa, indaga,
scopri te stesso, realizza gli altri.

2013

Il veltro del dispetto
sgusciò dal giusto mezzo,
il punk che si impostò,
come penombra andò,
digitando il pc
che non lo vedevi che da qui,
scoppiando dal bit bit
più eterno, strampalato
del surrogato orientale estremo
e vivente in tecnica furbetta
e sorridente,
tesa a un filo la mia mente andò,
forse è l’intenzione
ma il mare si annidò
nell’altro mezzo di cartone
impresso da macroscopico gesso,
e l’alba poi ondeggiò un cantico
allegro ma non troppo,
moderato e stilistico del sarò,
e poi si increspò,
dipinta fu la bolla clorofillica
da erbe officinali
ad altre più subdolamente ancestrali,
il resto lo vedrai
quando ti perderai.
Ed eccoti improvvisa
a dorso di cornice
disfatta e accennante,
un po’ imbronciata
dall’era appena nata,
ti stemperasti così
e l’inverno la stagione soggiogò,
ridicolo il tempo ci cullò,
guarda ricorderai
le acconciature da sdraiatella in piazza,
da stracciatella e pasta canina
e cinica cioè recitazione,
il verbo dal frastuono si scostò
e l’atomo notò
noi spersi nel fiato e nel fumo
calibrato dall’ansia e dal panico
tinto l’alloro,
da assetti nelle maniche
e da i velate come cartine
del decennio, poi l’alba tramontò,
la storia si oscurò,
e il verbo l’intenzione
ormai evidente pronunciò,
pensa a quante rinunce
solitarie e scarmigliate
abbracciasti con il cenno del sarò,
l’estate ritornò, il palco e la gloria
un nuovo giorno dall’abisso ricavò,
pronuncia scomposta,
rifiuto della scossa allegra
e scoppiettante in sé,
e allo specchio poi sorseggerai l’aroma
di te stessa incauta
e fortemente da fiati nati
dalla natura ti disincanterai.
E intanto l’illusione
accanita restò lì,
di patrocinanti mai accuditi,
e intanto fugge l’ombra
e tu mi guardi assai,
ridendo te ne vai,
pasciuta all’età tua,
il reverse che non c’è,
la sfera che va nell’andantino,
il flauto abissino, e l’elmo divino.
Infine penserai,
io stessa, dimmi, dove sto?
E infine ti risponderai,
è andata bene in fondo
e d’altronde il resto
non mi interessa e manco lo notai.
Infine e dunque stop,
l’emo dalla coda dell’occhio
piagnucolò coll’MP3 lirico
e psichedelico chiuse sé stesso
ridendo dal finestrino
della metro rimaneggiando
l’ideale o forse teorizzando
l’esistenza dell’idea in sé.
Adesso si che vedrai la novità.
Il vero è qui e si concentra in te,
in me, nelle anime nostre
incrociate a un bivio da vicino
Niccolò e Ficino imbambolato
nel quale e nel dove
moderando i passi e le proporzioni
in sensazioni veementi
e ritmate mai più di così,
ed il disegno scolorì,
la nota si intreccio con te.
Finita la rimonta,
inizia la realtà
nel segno pronunciato
il nuovo arriverà,
pressato dai tuoi occhi
prestati al disincanto vorticoso
dell’illustre saluto
un po’ violato in sé.
La luna è sempre lì,
il bosco setacciato da metropolitana viltà,
i palazzi ingrigiti,
forse non mi notasti
nell’osservazione stesa contemplativa
nella tua docile, dolce
e ditirambica invettiva perversa.
Il nuovo lo vedrai.

Hasta luego canaglia

La macarena delle nacchere
e del tip tap alla riviera
tra tarante ritmate ed altolocate
come morse dalla virtù
in sé sciupata e dall’ondulazione
a realtà declinata.
E l’inverno crepuscolo intenso.
L’aria da nababbo
nella conclusione impostata
a ritmo un po’ serale
dell’estate che comunque verrà.
Profumo e barba fatta.
L’eremo della storia
lo disincaglio tra i cespugli.
Magari parla l’intruso tra noi.
E gli uccelli ci guardano
come hitchcockiani spettatori
distratti ma accaniti,
cosa farai?
Le suonate musici
sono destinati al dadeggio incrociato
tra aramaico e latino,
tra assunzioni sul posto
e terremoti che scuotono
l’eterno etereo infernale
e verniano magari da belve cretacee,
giurassiche, triassiche,
o magari dal mesozoico al cambriano
cambiare impostazione,
primarie distinzioni.
Dio mio l’arca e le bestiole
a due a due.
Un po’ in senso letterale.
Un po’ in complotto abissale.
Magari vogliono trovare
la connessione tra Magdala e Sophia.
Dove andiamo e in che modo?
Provenzali merovingi,
incutiate timore a falce di incudine
gessata.
Da Carlo Magno al miraggio
dell’austero conflitto austroungarico
da chanson d’oil
il nostro rigore affermativo
talora con violenza celata
vince sull’amore per orgoglio
e l’Orlando da innamorato
a pazzo il passo è breve.
Ecco cosa dovresti fare.
Cercare due consonanti
e vocalizzarle in falsetto sghignazzante
sul finale.
Hasta luego canaglia!
E nel ritmo invertito
inizia la nuova danza,
a carponi d’assoluto,
sento il verbo intarsiarsi
col tuo abbraccio sincero.
Qualcuno dice
spoglie sul cantiere
di una rivoluzione ormai assopita,
ma tu ascolta quello che ho da dire,
don’t dead, dont’dead
in the end of the time, punk don’t dead.
E mentre sorseggi l’essenza del silenzio
c’è un rigore scardinato
dalla confusione di chitarre
accordate al massimo
che stemperano la temperanza
dei borghesi.
L’immensità è ancora
nei nostri occhi,
dai primordi di una realtà virtuale,
noi classe dissipata e derealizzata,
nei concetti mal concretizzata
ma nel nostro assoluto
unica e sincera,
noi generazione di transizione
verso il nuovo,
noi generazione di furente spirito,
noi porte spalancate
verso il vostro infinito.
L’energia alla lunga si impone
sulla materia e la modella
come noi rivoltosi rivoluzionari
faremo nel nostro fracasso sillabato
e mal accordato,
mai sconfitto e sempre vivido
come dai tuoi occhi trasversali e perversi.
L’immensità talora è abusata,
talora si sfavilla conoscenza nerd
nell’abisso
ma noi siamo la realtà concreta,
noi non moriremo,
non disappariremo in intense
sciorinature anglofone.
Ma siamo punto di non ritorno
del vero oltre il limite illusionistico.
Hasta luego canaglia!

Amore da Belle Epoque

Nell’atrio del locale
il fumo inverso sale.
E dimmi la verità
questa volta tra lo spirito che esulta
nelle tue boccate profonde
che secernono la realtà intorno a te,
intorno a me, seduto al limite ultimo
dell’inchino col sapore
senza uguali del campari.
E dimmelo ancora,
se la vita è come dici tu,
sto cantando e la voce si stanca,
ti sento in me.
Dimmi ancora con lo sguardo
perverso che il nostro rendimento
netto è frutto di passione
mentre strizzo l’occhio declini
in iperurani sopraffini,
ti sciogli e scendi dal palco
e mentre canto ti abbracci a me,
unico appiglio nel tuo borderline
dell’assoluto,
un bacio scocca ma declinato
da eucliptus al varco oltraggiato
dalle note sempre in mi.
Ancora ti stringo a me,
per sempre e non fa niente
se domani dimenticheremo.
La voglia sale mentre mi accarezzi
e sincera mi squadri
come fossi l’entusiasmo
della tendenza del tuo desiderio.
Ripenso a te,
a ciò che farei per te.
Ed ascoltami, ti prego,
domani ti resterà solo
il ricordo dello sbatacchio,
del trapattare con la lingua,
dell’ontico amplesso
mentre penso in compromesso
che il tuo corpo per tutta la notte
giace sopra il mio interdetto,
così godo nel tuo lamento,
il piacere all’ottava musicale,
elevato alla nona per simpatia
tratta dall’attrazione di un pensiero
campato in aria e da te lodato
come fosse l’ultimo traguardo
possibile della rivoluzione umana,
esaltati ci poniamo
in ingorgo ritmato, un altro bacio.
E ti penso come vuoi tu,
è già mattina e il tuo capello si impone,
voltata non mi guardi più.
Non ti sveglio, lo sai tu?
Me ne vado e ti ricorderò
come spoglia decimata
dell’ultimo albergo,
stretta al mio manto,
muta nell’entusiasmo,
amata per sempre,
tu.

Adoro questa tua apparenza

Silenziosa e raccolta
in magica apparenza
ti scosti disinvolta
lucente decadenza
da quei tuoi splendidi occhi
mi trovo disarmato
e sboccia disilluso
come manto trapunto
il tuo tenero saluto.
Poi mi poni a conoscenza
di una realtà velata,
le tue labbra disegnate
in rosea fluorescenza.
Sogni ancora con lo sguardo,
il pensiero è il mio vello
che ti rende edotta
dalla tua stupenda forma
si illumina il tuo volto.
Armeggi con respiro profondo
il tuo morbido capello scosso
nella sua parca situazione designata
dall’aula del ricordo sfuma sincero
invadendo l’alma mia
la tua frullosa vocale
melodia.
Dal viola alla tua mano
recondita e sopita
si slaccia la scarica ardita:
profusione eterna e desta.
Dunque sei la più bella
e banalmente dico
ciò che tace il respiro.
Poi a mille il cuore scuote
l’armata posta a conclusione
e mi disarmo dinanzi a te
infrange furente il mio desio,
mentre il tuo sospiro
è nei tuoi gesti
gocce di rugiada
pensandoti come aurora,
come attimo dopo il fiore mai sciupato
del sogno.
Rifletti ma poi sciogli
queste rissose lotte vocali
ti confondi anche tu e nell’incedere
germoglia lo stupore
ultimo floreale ardore.
Ti sciogli quasi invisibile
ma all’improvviso scagli altrove il viso
fai la graziosa con le mani
e l’impianto del sistema universale
di arzigogoli e massimi sistemi
si riduce ad ultimo punto d’universo
mia stella più risplendente
del giardino del mio cuore
firmamento.
Adoro questa tua apparenza!
Allora sei la lucciola che trema alla finestra
pallida trema al vigore del vento,
ti stringerei al mio petto
pronunciando il tuo nome che non dico,
stordito e giulivo.
E poi ancora pensieri,
li trattengo per non sbiadire la tua effige.
Guardi a sinistra e poi me
ti giri in ricognizione
se sciorini altre due parole
ti tengo ancor più stretta alla memoria.

La luna albeggia attimi sviliti

Tre assunti tra le dita
un velo sollevato la sfida
delicata al far della sera
che irrompe
e va.
Respiri
come assonnata
la settimana travolta
dalla
tua
coscienza
che svolta
all’alma mia
decide
già
ciò che sarà
ed albeggia la luna,
il ritmo della vita
in metamorfosi
come tra granelli
tersi di sabbia,
ti illumini opaca,
vaga
sei già qua
verità
ed apostrofi i miei discorsi
con i tuoi sì,
dici di no,
non so,
forse ma ora
non ci penso più,
vai via da te
stessa come
magiche
assuefazioni
rifatte
dal lontano
barlume
di fiacca ermetica
rapita,
la tua metamorfosi alla realtà
dalle tue soffici mani
ondeggianti
dipinta
e sei di nuovo
così
come vuoi,
voglio io
ed è l’unica
incontrovertibile
certezza .
Va l’atmosfera
disincagliata
e riflessa
dalle tue braccia
attorno ai fianchi stanchi
spalle rissose
di gioia mancina
della mia vita
vetrina.
Ecco,
proprio non ci
riesci
ti sciogli ariosa
alla prima
dopo la mezzanotte
che in ottava
va
e ciò che sono
lo spirito estroso
tuo lo sa
in corrispondenza eterea.
Attimi sviliti!

Risveglio in notturna primavera

Dal nulla infausto
dei timorosi silenzi
una luce scarna
lo scranno d’abisso.
Chiedo venia al fruscio
distratto delle foglie
notturne
e il gemito del futuro
dal ventre si scioglie,
guizza rapido
verso l’ignoto
ed interrompe
il flusso mancino
dei pensieri disastrosi.
E come il verno
temprato ha lo spirito
disposto
a cupe attese
e fragili promesse
così
nella quiete
smuove i passi
un canto
e lontano
si scuote il
rumore,
graffito e pioggia
della armoniosa primavera,
musica divina
primordiale.

Saprai trovarmi tra le righe di un accordo muto

Saprai trovarmi
tra le righe
di un accordo
muto.
Questo silenzio
ci ottenebra
gli occhi,
inerte
alla finestra,
aiuto
è il grido
e l’entusiasmo
smorto.
Un sigaretta
spenta,
la luna,
il piano,
il bosco
tra libri polverosi.
Il tuo cenno
come addormentato
dal tempo
funesto dell’assurdo
imbavagliato,
tra lacci di ridicolo
frastuono,
irromperà tremante
tra la ripa scoscesa
della riva novembrina
della nostra prima
uscita,
tra sabbia il passo
muore lento,
vertigine in vibrazione
il tuo rimpianto.
E poi ancora
la vita
tra i diademi striscianti
dell’orgoglio,
tra sentenze profumate
di vendetta.
E mi vedi riflesso
per un attimo
nel luccichio dei tuoi
occhi vividi
tra lacrime deluse.
Ah mia anima!
capiremo come stolti
un giorno
che il principio
è il nostro nulla!
Ciò che ci uccide
è il nostro
filo di appartenenza,
il nostro vincolo
che tiene unite
nell’insieme chiuso
vittime assurde
della vita.
Saprai trovarmi
e tra le righe
avrai traversa
la tua vittoria
esanime,
il tuo caro sipario,
il tuo finale
estroso,
il plauso al tuo inchino
dell’assoluto.
E tremerai
tenendomi
le mani.

E tutto non finisce

Saltellando giocondo tra flutti increspati
l’orizzonte si adagia sulla perfida stanza
e la luce lunare, penombra mi assale
come trio giubilante il mio grido d’amore
risplende nel muschio selvaggio, si estende
tra i tuoi cirri boschivi e le vedute matte
con un balzo la stagione nuova si inverte
roteando fulminea tra grappoli di papavero
e foglie d’ortica
la puoi sentire se vuoi quando il tuo orecchio
porrai con attenzione sul sussulto del mio petto
nell’intreccio tra vegetazione e lo splendido volto
pallido e puro come quando carezzi con affusolate
mani desiderose il soggiorno vistoso come promontorio
e il silenzio si tinge di tiepido fruscio musicale.
Un eco risveglia il mio respiro affannato e pacato
il tuo manto stellare mi copre il corpo dalla brezza
investito imprimendo indelebile l’anima, stampo
mai spento del foco del tempo, il nostro lontano.
Ancora echi e una voce soprano delusa dall’andamento
respinge l’invasione ma si scioglie il sentimento più vivo,
più intenso nel secondo, nel quesito scomposto, lo sento
ancora come squillo di tromba, vivido e nitido il suono,
la follia della pioggia nel fruscio del vento è riposta.
Ritorna quel ritmo.
Io genuflesso ti chiedo, mia miniatura
di animarti e lasciarti dalla danza cullare
desideri nascosti saranno prorompenti se tu
nel rimbombo notturno scoccherai da Artemide
flotte di saette tra vette dirimpetto al precipizio
di modo da percepire l’infinito in un semplice
passo, non è nota lo spirito ma cascata sincera
che dall’intestazione trasforma l’abbellimento
in adorno sintagma indivisibile ed elementare
il fonema, la goccia, la roccia, l’anatema
sul polso orno della balestra e dell’arco universale
nella selva mi perdo e tu amata bestiola trascendi
il senso del ragionamento con simpatica alterità
sentimentale.
Due pulzelle tessono in disparte,
la modernità vocale è solo apparente,
improvviso come arcobaleno dalla crociata
smussa ogni sonata l’entusiasmo
ma è solo fulminea apparenza
che talora ricorre come ritornello
o come circolo vago,
come magico assolo.
Guarda alla rima svogliata, la tua immensità
disertata.
E tutto non finisce.

Inebriato dalla tua apparenza

Nell’antro della grotta
bigotta
il trastullo dell’eroe
ribelle.
Mille e poi cento
fiori di loto,
il tuo volto altezzoso,
il tuo vestito dipinto
di ciclamino.
Pensiamo nebulosi
nel frammento musicale,
tutto è amore, mia cara,
tutto è nuovo
con gli occhi del passato
incerto,
del futuro rigoglioso
tra germogli di sogni
acerbi,
clorofille i desideri,
allori rissosi.
Del numero infinito
portiamo il respiro
come quando, lenta,
passeggi a dita sciolte,
briga del sentimento,
auriga del dissenso
armonioso.
Nessuno oltre noi ascolta
il sussurro dei passi nostri
sulla sponda.
Forse magari solo la luna
o il sole bistrattato
perché possente
possono raccontare
l’aneddoto,
tiepidi sul mosaico di stelle
stravissuto, nostra immago,
nostro orizzonte.
Et anche i tuoi occhi
dal brevissimo sguardo
dissero, pizzicati sulla lira,
la notte è l’assolo
del nostro ululato d’amore,
reietto e spento solo
per i giudizi invecchiati
del lento inesorabile consumarsi
dei sassi sulla riva.
(Talora le conchiglie
brillano senza sapore
umano).
Continua a stringermi
con l’apparenza,
disseta il mio cuore
inebria l’alma solitaria
e sorridi.
Anche la pioggia greve
ed odorosa
accompagna i nostri cenni
e non c’è vita umana
che separi
l’intreccio
delle nostre mani.

Emisfero di passioni è la ragazza mia

Emisfero di passioni è la ragazza mia
ed ogni quesito d’universo spento
ripudia dolor nell’estroso passo,
talora guarda al dipinto plurale
dell’erba e del soffice manto
austero nel canto cadenzato
e raddrizza l’inverso fragoroso
della vista quando, miserrimi,
celebrammo la ventura dell’oscuro.
Talora lei simpatica,
quando le fisso le mani
abbassa il viso
ed è come voragine il
mio core,
come tempesta il mio sentire,
tutto trasmuta in trascendente
e non v’è figlio di Cristo
che non senta il pullular
di una scolastica passione,
il vincolo sovruman
della femminea intenzione.
Allor si chiede all’ombra
ristorato
un corpo innamorato e tutto
perso
se da un solo cenno
si può carpire il color
dell’immenso,
le fugaci vie mancine,
i dardi e le stelle
che in gomitoli di costellazione
fanno l’eco
al grappolo vistoso della sua
silente immaginazione,
del suo sorriso.
Sembra che la temperanza
vinca la empedoclea
confusione,
la scissione dell’armonia
tutta in faville
quando per la tensione
si respira guerra
che dir ‘sì santa
è offesa all’anima
creatrice.
E lei, perciò,
è l’unica salvezza,
o genti mortal
gettate al vento il mantello,
ficcate nella rimembrosa roccia
l’acuminato stendardo,
lanciate l’elmo,
che ‘sì tosta virtù
mai per disdegno
ha carpito il senso mio.
Come il pittor
talvolta naufrago
rimugina sull’algoritmo
fitto
del Fato
per trovar la giusta quadratura
al cerchio,
tal io son rimembrano e contemplando
la sua gioia diurna
e furente nella notte
quando l’occhio dilata il suo vettore
e tenue come foco rissoso
sfavilla il suo pudore,
splendore!
Non negate spiriti
a cotal figliuola
che tanto ha sofferto
e tanto amato
la grazia dell’immenso.
E tieni conto
o Misericordioso Lume
che pur se lei ha negato
il tuo dominio
l’occhio ruggente e celeste
suo
a te ha condotto
me e gli altri innamorati
profughi nel vuoto
infinito dell’immenso.
Non sperderti dunque,
o mia canzone,
ma per li cortili e i vicoli,
le reti ingorde
e le prolisse rive
spargi il suo nome
e per desio
cedile il posto
nel più melodioso cerchio.

Pupilla inaudita

Pupilla inaudita
e inenarrabile,
matrice del misterico stesso
tuo intrinseco
astratto
e etereo
impronunciabile fattore,
sguardo inebriante
della pace universale,
scaglione inesperto
e tutto ardito,
io
fisso quel punto
mentre assisa somma
sei il rimasuglio floreale
dell’essenza infinitesima
che trae splendore
dall’ infinitamente piccolo
che d’energia
raccoglie in madornale
concentrazione
tutto l’intellegibile
che scopro
non più indivisibile
ma percezione vaga
della rissosa natura
che parla a tratti
come consumata
dall’emissione
del tuo fiato.
Chi sei tu piccina
che tanto gaudio
non disdegno
ma da sapore d’assoluto
assurgo
a mantice prolisso
di ciò che
solo accennato dipinse
il relitto umano
nel momento stesso
in cui pietoso
volse il suo pennello
all’incanto astratto decadente
dell’immenso?
Par sì crudele e
di oscuro salice
trafitta,
ma il Dark alla Desdemona
trasmuta
e trasuda pallade
del religioso
silente armeggio
sapiente
e mancino
quando d’artemidea amazzone
trafigge il dardo
con sì splendore
e noncuranza
che l’ago nella vena
dal pagliaio
è pacifista assassino
della belligerante
resa,
guerra finita
e diplomazia
discesa
tra saporite mandorle,
foglie di assenzio,
caduca spina
nella rosa inversa.
E come d’equatore
mancante il tropico
dall’eros
delirante
vola come spasmo
e trasla e parla
d’incantevole fattura
come respiro trafiggente
del sospiro
dicente all’entusiasmo,
muta aspetto
e scindi il desio
dall’entroterra sublunare
di ciò che uman ragione
tace.
Senza costrizione,
misericordioso guardo
femmineo,
soggioga belve,
bestie
ed anime animali
nel momento panpsichista
di inutile lamento
è la mia voce
quando avverto,
mentre scrivo,
il melodioso passo
del tuo immane pronunciar
l’eterno,
chiudo gli occhi
come svenendo
di vertigo istanza
tra legge
e guaritrice affanno
la sintesi graziosa
del male e del bene
come d’angelo caduto
riscattato dalla
stagion divina
concupita
e
sognatrice
senza più ricordo
all’aurora
dell’ultima notturna
vision leziosa
e tutto l’universo
tra foglie novembrine,
maggio, ciliege
fragori lampi dicembrini,
neve in febbraio
e sonando
d’acume di notte
in mezza estate
sera di luglio
quando il tramonto mostra
la frescura d’amor,
volume sustanziale
ed accidente non pensabile
e più guardo qull’apparenza
più non respiro
come dardo
che stordisce nel momento
della pugna
ma l’assopirsi non volea
acchè per sempre
perfetto
possa percepire.
Vorrei davvero,
genti mie,
che poteste capir
ciò ch’io
guardando e stupendo
mutande essenze
di dodici note
e dodici colori
e dodici parole
e numeri
a tal stessa guisa.
O me stesso misero
fammi esporre solo
un istante
lo iato circoscritto
e circospetto
alfin che capisca ciò
che il mistico saluto
rende cenno concreto
e viceversa.
E l’ultimo attimo,
come fosse il primo
o addirittura passato
o maravigliosamente
mai sentito,
è vittima
d’allucinata
immaginazione.

O mea patria
O mea patria!
Ristoro dei miseri
e desio dei leziosi
profughi dello spirito,
guida nel mare tempestoso,
navicella d’ingegno e respiro
eterno
della soave canzone adorna
di araldi mai stanchi delle
lodi,
in circolo attorno
al fuoco di Vesta
rifulgente
mai sazio, e risplendente,
ti prego vivi,
ti prego stendi la
possente mano
dei tuoi eroi e servi,
padroni dell’esistente
e del metafisico sospiro,
del tempo frantumato
e del destino di gloria,
copri col tuo manto questi quattro
ultimi reduci
di una guerra
che cantano finita
da anni.
Barattieri mai sazi
oltraggiano
lo stendardo,
macchiano la candida
veste che fu l’orgoglio
di piccoli ragazzi
sprezzanti della morte,
grandi uomini,
immensi cavalieri
del tuo sangue,
arcangeli della divina,
laicale causa
comunitaria.
Volgi il tuo sguardo
immensa donna
e col fragore di fulmini
e di dardi stellari
mostra l’ira pietosa.
Regina degli umili,
dei bastardi,
degli ultimi,
rigetta nella fornace
gli ostentatori,
i maghi politici,
gli ingordi lussuriosi
che godono nel fagocitare
danaro, ricchezze,
rovina nel fango
le svelte scimmie,
chi si dice poeta
e non si accorge
che nell’atea protezione
ha già trovato
la morte.
Amore mio,
che dir magnifica
è poco,
ascolta non me
ma il
lamento della virtù ,
manda le tue schiere:
Cesare dal purpureo
furore,
Augusto magnipotente,
Aurelio il saggio,
Costantino tua spada
crociata,
Diocleziano, Giustiniano
sommi legislatori,
Cicero oratore,
Petronio esteta
col diplomatico
Croce della medesima
materia,
Orazio figlio
del repentino
lampo spaziale,
l’Aquinate dall’aguzza
abilità deduttiva,
Pietro pastore
adottato dalla
Città Eterna,
Federico lo svevo
siculo campano,
Stupor Mundi,
Pier delle Vigne
il notaro dolce,
i due Guido,
l’eretico e il cristiano,
il sommo Alighiero degli Alighieri
e Montale il baritono,
Petrarca col suo caro Agostino
assieme al fratello,
Boccaccio, Dario Fo,
Benigni e Cecco
oltraggioso,
i 99 e i maestosi
giocolieri
di strada
con Rino
romano calabrese
che li
accompagna
a ritmo di chitarra,
alla risata complice
dell’anarchico Faber
e del Maestro Battisti,
il fine Machiavelli
e Lorenzo dei Medici,
Sisto,
Michelangelo,
Leonardo,
il geometra magico
del cerchio
ed il Vasari,
Arrigo,
Cola di Rienzo,
e il pugno chiuso,
il presidente partigiano,
Aldo filosofo del diritto
e del giusto compromesso,
Dossetti ecclesiastico
della libertà,
i due rossi
quello della seconda guerra
e quello morto mentre arringava
i suoi compagni a non arrendersi
e che ora alla vista dell’inciucio
e alla scomparsa di ogni ideale
piangerebbe lacrime amare,
Fieramosca,
Goldoni commediante
e le sue maschere
tutte nostrane,
Metastasio
e l’aristocratico Alfieri
col suo volere
che sposta nella tundra
montagne e grossi massi
e pregiudizio,
il folle sorrentino
che narrò Goffredo
di Buglione
assieme a Ludovigo
con l’Orlando folle
perché innamorato
come Boiardo ha già
cantato,
Pico ermetico
dalla memoria prodigiosa
e il martire Bruno
arso sul rogo
per libero pensare,
Basile larga la soglia,
stretta la via,
Manzoni il padre della lingua
e quello della sublime merda,
Mazzini il massone
e gli altri carbonari,
Pellico, Garibaldi,
il Tessitore,
i sottufficiali borboni
e poi giusti briganti
in sella,
paladini del mezzogiorno,
non dimenticando poi Filangieri
e gli altri del ’99,
e il pontefice
che non poteva e non voleva
perché non doveva,
e quell’altro della cattolica
rivoluzione,
detto il Buono,
cui seguì Paolo,
poi Luciani gentile,
il polacco che imparò l’italiano
insegnando l’amore,
il tedesco che tanta ala
a Tommaso scolastico spese,
i due argentini,
l’uno papa come
d’Assisi il poverello,
l’altro col numero dieci,
infine noi,
poveri e pochi,
non degni
ma bisognosi,
per sempre alla mercé
tua
e dei tuoi comandi,
o Bella tra le belle.
Non mostrare
che umiltà
con sguardo fiero,
con la tua pietosa
vendetta
salva chi ancora ama
e resta
nella sacra terra
di giullari e santi,
di dotti e nobili
di massima famiglia,
spezza il nostro pianto
accarezzaci le gote
e liberaci dai tiranni
populisti a cinque stelle
e ipocriti,
dal demagogo
di finivenst padrone
e dai molluschi seguaci
di Letta,
di Bersani,
di Prodi,
dell’Europa
sotto l’impero tedesco
e lontana
per cagion dei banchieri
al patriottico
disegno
dei nostri padri
che uniti
unirono
la figlia di Gea,
di D’Alema,
Occhetto,
Veltroni,
Bertinotti,
e tutti gli altri
che si dicono col popolo
ma restan soli
e stolti.
Altro dirTi non vo,
come disse chi assieme
al padre della Genealogia
di Roma
qui nella partenopea terra
da lontano fu sepolto,
ma sappi che la nostra
foga non s’arresta,
noi Italiani,
inventori della terza via,
come il siracusano
fece della leva,
cui il professor
Pisano
in domicilio coatto,
trasse il matematico
metodo
che rese decifrabile la
Natura,
e che insegnò
la diversità
del moto celeste
dalla volontà
della medesima
provenienza,
entrambe libere
e sovrane,
come sole
abbisogna
della luna,
e viceversa,
un ultimo favore
Ti chiediamo:
dai parola ai muti,
vista agli accecati,
pace perpetua,
cancella la xenofobia
da questo popolo tanto ospitale,
rendi italiano chi lo vuole
senza guardare al sesso
o alla razza,
e neanche all’opinione,
ma solo all’alma sua,
a che sia degno
di entrare cittadino
in questa terra,
scelta dall’Immenso.
E a quei che si ostinano
a deturpare il tuo
corpo,
le fulgide bellezze
di paesaggio
e quelle lasciateci
dagli avi,
dai lumi delle nostre ville,
dai sarcofagi
tanto osannati
dal poeta che morì per
debiti
in terra anglicana
e che nel momento della Tua unità
tra le braccia materne della sua cara
Croce Santa fiorentina
fu riportato,
dagli ragione,
dagli gioia e istinto,
illumina il loro intelletto,
a che preservino noi
e soprattutto
la Tua Persona Risplendente,
che ci insegna a non ripagar
con la stessa moneta.
Non altro ancor,
dico e diciamo,
Ti chiediamo
per noi,
non ricchezze,
non onori,
non glorie,
non allori,
ma il viver dignitosamente,
nell’universale abbraccio
fraterno,
e infine,
soprattutto,
l’esser degni
di esser nomati
figli Tuoi.

L’epilogo intransigente

Dal sole il respiro,
tramonto,
silenzio
in bilico,
taccio
come rovente lama
nel luccichio
sulle trame
del destino.
Ascolta con cuore aperto
la trasmutazione della rinuncia
nell’amore e nella libera
passione,
rifuggendo come abbagliata
ad una appena accennata
melodia,
lei s’assise
e a sguardo
tutto dipinto
iniziò
magicamente recitando.
L’epilogo intransigente

Defè

Innamorarsi
come fanciulli
del tuo corpo,
dei persi capelli biondi
alla rinfusa,
sciocchi specchietti
e sensazioni inutili
che tornano sempre
ardimentose
nel mio cuore di spine
terribili,
atroci.
Innamorarsi
del tuo dolore,
che troppe volte
è stato pure il mio,
noi rinchiusi in questa bolla
a disegnare illusioni,
speranze vane,
distratti da altro,
innamorarsi della tua sofferenza
inutilmente,
senza la forza né il potere
di renderti felice,
di rendermi felice.
E cito il detto antico,
chi vive è una ragazza
e il resto è già vissuto,
innamorarsi di te in un attimo
e senza ragione,
in te trovare la giusta conclusione
alla mia assurda vita.
Innamorarsi
e dopo averti vista
capire che questo
è il mio ultimo grido,
il mio ultimo lamento,
lo dono a te
immersa nel tuo soffrire
a che la tua speranza possa
tramutarsi nella tua gioia,
non scriverò mai più,
non scriverò più nulla.
Defè I

Silenzio intorno a noi.
La verità fa male,
il dolore è più importante
di tutti i nostri sogni silenziosi,
te quiero davvero
come tu non hai neanche immaginato,
te quiero inutilmente
perché le palpebre e le tue lacrime
saranno sempre più importanti
dell’inutile amore che ho provato
quando ti ho vista,
mia anima dolce sono innamorato
del tuo tormento, sono invaghito
del tuo puro, perverso sentimento.
Te quiero.
E ora non lo so.
Sai chi sono?
Sono quel poeta assurdo
che piangeva,
sono la consolazione degli adolescenti,
sono la speranza persa
dei sogni di chi vuol cambiare il mondo,
sono chi piange,
chi vuole renderti felice,
chi nella nebbia ti sogna
silenzioso e non vuole disturbare
le tue cose più importanti
del vuoto dei miei silenzi.
Vorrei solo poter esserti vicino,
poter stringerti le mani,
poter essere perfetto
per renderti felice,
poter essere sincero
per renderti la principessa
di un mondo incantato,
poter dirti bisbigliando sottovoce
ti amo.
Ed ecco il tuo giudizio:
il mio amore vale niente.
Tanti ammiratori sconosciuti,
sentimenti puri da chi non mi conosce,
e tu Fede amore dopo tanto,
e pensi ad altro, pensi al meglio,
ti resto vicino e spero un giorno
sia felice, ma l’unica sei tu.
Sembra che io sia distratto da altro.
Te quiero,
ti chiedo scusa
se non sono all’altezza di amarti,
di consolarti, chiedo scusa
se non sono chi tu sogni distratta,
chiedo scusa se il mio amore
ti fa sorridere,
ti fa respirare senza sorte.
Te quiero.
E per sempre.
Ti voglio bene.
Ti voglio bene.
È vero a volte innamorarsi di un dolore.
È vero sono stupido a pensare
che un giorno tu mi possa amare,
sei sincera quando dici che sono nulla,
che non valgo niente.
Avrei solo voglia di non farti soffrire.
Ti amo Fede.
Mi sono innamorato
come un pazzo,
e mi credi erano anni
che non lo facevo.
Quante illusioni mi colpiranno.
Ti amo.
Te lo dico.
Amo il tuo dolore.
Senza te non scriverò più nulla.
Ti amo,
anche se non mi penserai mai.
Ti amo.
Ti amo davvero,
sono solo un folle
e il mio universo si rinchiude
nel tuo ultimo accordo.
Amore,
respira perché non ho niente,
le mie parole spero…
ma lo so non servono a nulla.

LE TENEBRE DI SAFFO

Il folle sulla via maestra

Non parlo del tempo
né del suo intimo senso
interconnesso con la frase
tronca sul finale,
non è la luce
del mattino che mi può svegliare
ma il tramonto della cera
tua posta ai bordi
dell’ultimo
introverso, intimo
crinale,
e intanto passa
lì,
sulla strada maestra,
il folle.
Si sente sperso
nella nebbia
e non può porre
in questione
la sua mania
d’oltraggio
silenziosa.
Una volta,
dice strano,
ma è consapevole
che la sua vita
da troppi anni
è finita
schiantata
sull’asfalto
tenebroso
di un freddo pomeriggio
d’assenzio invernale,
una volta,
continua semiserio
ma fa pena il suo modo
di comporre
le frasi sciocche
come fossero
assoluto
distillato,
una volta
il re dell’ Ellesponto
aveva
quattro dame a corte,
le più belle
in confusione
gettavano bottoni
al conte
e facevano moine
da ragazzine,
al di là del confine del mare
c’era il segreto rifugio
e una di quelle,
la più bella,
mi baciò
sotto una stella,
poi improvviso
il servo e il Visir
persiano
mutarono
il senso temporale.
Tuttavia
pochi capiscono,
nessuno lo crede.
Talora comunque
tra notte e mattino,
quando l’anima è di tenebra
e il corpo sembra vibrare,
quando non sei cosciente
ma nemmeno sopita
vedi il volto suo
ed il veliero
dimenticato dal nemico,
e il tuo destino sembra dirti,
non capisco
cosa posso fare.
Ma pochi gli credono,
nessuno lo saluta.
Ed il giorno
dopo come prima
arriva
la Dama del buio abissale,
con tredici diademi
gli dice
di tornare,
e una volta, lo giuro,
mi è sembrato di sentirne i passi
siderei
nel vento di dicembre danzare.
Ma chi altro vuoi che
possa credergli?

Non puoi smettere proprio tu

Passa
distratto
il ripudio
del dolore,
e siamo ancora
assieme,
assurti ad assoluto
assorti
nella delusione.
Continua tu,
potremmo innamorarci,
ti ripeti
ciò che non è più
reale,
è evidente,
lasciami cantare,
sugli spalti
musica
violetta
viola
la nostra sentenza
e l’inverno
è troppo freddo
senza te.
Tu sei così,
un po’ paranoica,
un po’ viaggiatrice
a dorso
dell’incanto
implicita aura attorno
a te.
Tuttavia
sai cosa resta da dire
e silente
non sai più stare,
per questi motivi
assorbi
e sprigiona
decisa
il tuo ciao.
Siamo arrivati,
l’auto rimbomba vendetta,
gli altri?
Non ci sono più.
Sei rimasta tu,
piccola sugli altari,
non è che siamo così cattivi,
forse solo opposti
seduttivi.
E lo sai che stasera
è tardi.
Ma come fai a non
invecchiare mai?
Eccoli,
arrivano,
i nostri avventori,
mamma mia come stiamo
allucinati,
sembra una volante
la luminaria là distante.
E canta ancora,
non puoi smettere proprio tu
e non stasera.

Appare indefinita

Appare
indefinita
l’ombra,
deduco
stanotte
si farà tardi,
carichi
gli applausi.
Sei tu
che mi guardi
assorta?
Credi
che da sola
non abbia
quanto basta per volare?
E sei invadente
e un po’ delusa
dai miei passi
tardi
e verdeggianti,
non sai
misurare
l’infinito dell’amore,
io sono pazza
e non riesco a ritornare.
Ma il piano
suona ancora.
Cerca di leggere
la verità
negli occhi
dei misteri
che sai,
e finiscila
con la storia
del rimasuglio perduto.

Numeri nascosti nelle metriche latine

Numeri nascosti
nella versione criptica
della metrica latina,
intanto noi
fumiamo
e ce ne fottiamo,
l’erba è stupenda.
Se non sono quella di ieri
è perfetto,
giusto,
meglio così.
Impara a respirare l’aurora!
Pozioni magiche
nei tappeti
intrecciati
col destino
intarsiato d’alabastro.
E l’erba
sa di bellezza.
Assoluto
il ritorno
al nostro divenire,
asciutto
e corretto
al gin.
Caffè
scomposto,
nell’occhio
strizzante
setacciato
il manto del tuo fiato
di rose
e mille certezze,
adoro le tue
infinite
presenze.

Matite pennarelli acquarelli dita

Sguardo verso l’alto,
secerne
il vento
spirito
eterno.
E tu sei
distesa
al mare,
talora
ti udii
partire
e sorridente
insabbiare
le mie assurde
postulazioni
con semplicità.
Tornerà
l’incanto
della primavera
e, ti giuro,
ne parlerò
un giorno,
anche prima,
magari.
Ci attardavamo
spesso
fino a a tarda sera
all’uscita della metro
per spiare
il confine
tra urban
e panteismo,
i libri della scuola
erano
il confine
tra l’Ego
e la realtà.
Matita, pennarelli,
acquarelli, dita.

Abbiamo dato ciò che potevamo

Non scorgo più
gli occhi tuoi
e l’anima
la perdo
tra le carezze
di ragazze
stanche di se stesse.
E tu chi sei?
Che fai?
Che ne sarà?
Io vado via,
perdonami.
Nei tuoi
sinceri
“ciao”
scorgo
l’infinito
che è in noi.
Siamo soli
io e te.
È finita,
ti prego
capisci,
penserai a me
un giorno,
e sarà allora
che piangerai
perché
il vento
dietro i miei passi
è spietato,
sia per me
sia per te,
sorridi,
ti prego,
abbiamo dato
ciò che potevamo.

Cerca ancora di me

Non sarà
più come era
ma piangi,
strana
ti senti,
hai gli occhi
che parlano da sé.
Sai
che è stato stupendo
ma non puoi
rinnegare
il futuro
per me.
Tuttavia
sai
che le risposte
e gli abbracci,
i baci
non si perdono così.
Ti amo!
Non dimenticarmi,
io mai lo farò.
E se non sai
più
quale è la via,
cerca ancora di me.
Tuttavia io
sono la bambina spaurita,
e l’amazzone
che scaglia
le sue armi
contro il cielo,
che babele
il futuro.
E saremo uniti
anche se distanti,
di me
non farà a meno
l’anima tua.

Il tramonto degli dei

Tramonto degli dei,
torneranno i fasti achei,
gli alessandrini riti.
E senza
sapere
il futuro
guardare gli occhi tuoi.
Non sapere
se
la verità
è panteismo,
panpsichismo,
panismo.
La cazzimma
della delusione
ritrova sé,
e il fallimento
è l’arma
che ci rende folli,
scaltri,
che ci fa sputare
contro
la verità.
Siamo
i tristi
figli
degli anni ottanta.
Immagina
il sogno
che avevamo
ad inizio millennio.
Siamo noi
la generazione
dei fuoricorso,
dei rivoluzionari
eterni
eterei rivoltosi,
noi pedice
e sipario d’assoluto,
punk,
disco-pub,
skunk.
E alla stazione
stringiamo
la foto,
ciascuno la sua,
diretti
verso
il paradiso artificiale
che sognammo
e che ora
non è più
perché
ha preso il sopravvento
l’insicurezza
e i falsi idoli,
gli dei dell’oggi,
siamo servi di ciò che
feroci
abbiamo combattuto atroci.
Ed io e te
e lei
eravamo la trinità.
Ed io e lei
con Nietzsche e Giordano Bruno,
spaccavamo,
poi fatti
stringevamo il rosario
dell’oppio nelle mani
e non dimenticavamo
il domai.
Ti amai,
mi amasti,
lei mi amò.

Il lamento di Asdabea

Sdraiato a ritroso
sul filo,
attenti al riporto
dell’infinito capovolto,
scorgo intransigente
le spoglie spirituali
del volto proteso a sentimento,
ne scorgo il silenzio come orma
sulla scritta
che per pudicizia
impone impunità
violata dall’effige
della smaniosa
sfinge dei ricordi,
improvviso
alchimista,
cabala del cielo,
le nuvole fuggono
tra gli uccelli
miscelati,
il gufo insegna.
Ho visto la torre de babele
dal ponte
e il pianto della ragazza
con cipiglio deluso
gettarsi nel Flegetonte
per mistico sogno irrealizzato,
mandare al ripudio
il grido ribelle.
E pure verseggia
ancora in Greco,
le sue ninfe
si riuniscono
in circolo
e piccoli
poeti
traducono
in metriche latine
quegli endecasillabi
e quel verso finale,
voglio sperare
che tutta nuda
continui a danzare
al canto dei magici
veli delle ancelle,
le allievi libidinose
di scienza
e quindi
di eros.
Eppure un matriarcato
originario
è come inviluppato
confronto
di quella
che ora si noma
se stessa,
padrona d’assoluto,
il segno è vistoso
di statistiche spurie
e tratteggi decisi
del punto inesatto
concisi in indecisioni
sciamaniche
e atopiche
del senso
e del confine dimensionale,
e sono loro
gerarchie femminee,
Sophia la direttrice
scalza,
Maddalena la rivalsa
corporale,
spirito il furore
di amazzoni
occultate
da giambi
e cataclismi
marmorei
e minerali.
Tredici
squilibrati tedi,
antropos,
seicentosessantaei
stolti
inumani
d’uomo
finalistico
di se stesso
per cecità
diagonale
intravista
nella genesi
e nell’omega
repentina
e maledetta.

Molto al di là

Chiudi gli occhi,
è solo un istante
quello effimero
in cui vedrai
tutto il mondo
come fosse in un palmo di mano.
E pensa ad altro.
Stupendo
volteggio,
rimane
il resto.
Che te lo dico a fare?
Vai vai vai,
il serpentino sapiente
struscinio,
il sillabeggio sillabo di chi è ancora innamorato
di te.
Potresti chiudere gli occhi,
specchio del passato
il salutare
assunto
in conclusione.
Quanti errori,
mater dei!
Ecco,
ci siamo,
riprende
il ritmo,
jazz.
Ti prego obnubila
ogni pensiero,
concentrati,
il mondo
è al di là
dell’esperienza
percettiva
di secondo livello,
è molto al di là.

Piccola sei il mio segreto

Piccola,
sei il mio segreto
e il tempo passa.
La musica non risponde
ai richiami dell’abisso,
e sei stesa
come dicendo
basta.
Piccola sei il mio segreto
e la luce tenebrosa
di piante
dimenticate
nell’arrampicarsi
dei nostri sensi
sconvolti
piangono
lacrime di gesso.
Piccola sei il mio segreto
e lo rimarrai
anche stanotte,
quando torno a casa
tra viali infestati
di ragnatele tediose.
Piccola sei il mio segreto
e non mi volto
sperando non infranga
lo specchio lucente della realtà
i tuoi passi danzanti.

Piuma nel deserto

Richiamo
del silenzio
lamentoso
ed eterno.
Ti penso
ma sei sola
e sono sola.
Vorresti parlare
ma le tue labbra
sigillate
dal pudore.
Amore mio
sei il vento
di ciò che non è stato,
dicendoti addio….
Morire dentro
è l’alba della nuova vita
che assaporo
da tempo,
come posso,
amore,
dimenticare il tuo viso.
Ti prego,
ti prego
volgi, se non puoi
gli occhi,
il tuo ricordo
a questa piuma
nel deserto.

E’ sera
É sera
cara,
tradisci
te stesa
e la tua stupida
semplicità,
sono un susseguirsi di
rubini
i sogni
purissimi
del mio silenzio.
Pesche le tue guance,
chi sarai,
allieva della notte?
potrà mai la tua luce
innocente
consolare
il mio sorriso
smorto
da un ottobre
che non fu?

Il passare del tempo

A passi felpati
cammina
il tempo.
Maledizione
dell’umana stirpe,
arzigogolo
dei folli.
Vorrei gridare al vento,
tu,
lurido senso,
lurida inferma
lancia,
luccicante
del nostro soffrire,
tu,
ti direi,
non sedurre più
chi tradisci
senza colpa.

La stupenda meretrice, ovvero Babilonia la Grande

Vino e miele
in boccali,
baccanali,
coppe d’argento,
smeraldo il tempio
e il braccialetto
sempre più
perverso,
su e giù,
oscillazione erotica.
Si squarcia il cielo,
solo amore,
solo amore,
grida il folle,
piange lo stolto.
Mi dava mille baci
la ragazza mia,
nell’indecisione profondeva
l’emozione,
così sensuale
nella scollatura,
intravedevo
i fiori di loto
che mi portavano altrove,
o mio amore
da cannuccia
a bavara persiana
era la stoccolma
designata e intransigente,
prigioniera dei miei sogni
avevi come sempre la cartellina,
quella rossa.
E intanto
nella circumvesuviana
sfioravi
il senso delle stelle.
A volte mi sopivo,
stanca della
troppo strana
melodia
differenziale
e pitagorico-karmica.
Che bellina che sei!
Sostenevamo
concetti
ma la cupezza della notte
era inebriamento
per la rivoluzione.
Gli altri sparlavano,
noi ridevano
e taciti ci dissipavamo.
E dalla tangente
quarta al punto gamma
la vibrazione
del riporto
deluso
dal clavicembalo
scordato,
frastuono ecclesiale,
canonico
risvolto,
rivolta
arancia meccanica,
sconvolta,
latte e fiele,
latte e miele.

Dall’abisso del mare in tempesta

Chi sono?
Allora appari,
sembri non perire
facilmente
ma benzodiazepine
ti servono
per non soffrire
mentre io cerco ancora te.
È vero,
ho sbagliato,
ma tu ricordi?
Se sono stronza
perché
c’è lui tra di noi,
piccirè,
io ti amo,
ti prego capisci.
Se davvero
mi credessi
capiresti
che non hai sbagliato
quella mattina a scuola
ad accarezzarmi
furtiva
nell’antro del bagno.
Se un giorno capirai,
vedrai che quello che sei
lo devi al nostro rapporto,
infondo
lui è solo un ancoraggio
per non scolorire
pel tempo
che fugge e corrode
i solchi del nostro amore,
lo sai che ora
non abbiamo più la forza
non siamo adolescenti oramai
e non possiamo più lottare.
Ricordi il tuo primo regalo di natale,
magari tu lo accarezzi
quel pupazzo patatoso
e se lo guardi
vedi gli occhi miei.
Guarda
che anch’io ho perso il senno,
sono sposata,
dei figli,
ma penso ancora a te
e so il tuo numero
a memoria,
e vorrei rivivere
il liceo,
noi due,
le saffiche perverse
e sogno di tutti i ragazzi..
Non è stato un errore
la schiuma ultima del mare.
Verrà
di nuovo Natale,
i tempi stanno cambiando
ma oramai per noi è finita,
è troppo tardi.

Gli occhi tuoi sol’io li ho visti davvero

Ti lodai
come una divinità,
ora c’è l’ altrove
impresso.
Non puoi,
addirittura
rubiamo,
non possiamo,
il mio cell
l’ho spento
per non soffrire più.
Mandami via!
Non voglio essere pietosa,
ti prego
dimmi che un’ altra
o peggio un uomo
non c’è.
Dimmi
se c’è
una ragazza
che morirebbe per te,
e nel sospiro
sveglia
ti stringerebbe,
gli occhi azzurri tuoi.
Nessun ragazzo può capire,
il quarto di luna storta,
andrei con te
all’inferno,
con l’elmo
perso nella battaglia d’Assietta,
equilibrio sconvolto
nel ripristino atroce
del nostro smarrito naufragare.
Non ci pensare,
magari sbaglio,
amore mio,
vado via,
vado via senza pietà,.
Non capisci,
sono viva
e senza te non ci riesco,
ma sono viva
solo se sei felice.
Trova un’anima
come me
che si nutre
di noi
e senza respirare
vorrebbe cavalcare
il cavallone
del tuo cuore,
morirei se salvassi te,
vorrei volare
per proteggerti
dalle sofferenze,
non farti mai morire.
E dimmelo se trovi
qualcuna che ha venduto
l’anima per te,
che vive solo per te,
gli occhi tuoi
solo io li ho visti
davvero.

Vorrei viverti qui ed ora

Vieni assieme a me,
andiamo oltre l’eterno,
vorrei che fosse vero
il rapporto lunare.
Vorrei parlarti
come feci allora,
vorrei che
essere nel tuo cuore
non fosse solo un sogno.
Prigioniero d’amore
voglio solo te,
gli occhi,
il tuo corpo, la tua pelle,
sei la bella tra le belle,
sei un’idea,
un’azione,
una profusione sentimentale
e sensuale.
E io se non sei mia
muoio
e non ci penso.
Naufraga d’amore
non ti scordo.
Muoio volentieri,
le schiere
di cherubini
credono più del caos
al nostro amore.
Ai bordi di un fiore
vorrei davvero
che capissi
che non siamo reietti umani,
tu sei stupenda,
ed è questo che mi fa soffrire,
un altra o un altro
può sostituirmi,
tu no.
Vorrei dirti,
piccola naufraga d’assoluto,
da anni
amo solo te.
Voglio morire
se non c’è
più per me
un abbraccio.
Voglio viverti
qui ed ora.

Vedrai che non siamo davvero cambiate

Magari avessi la forza
per insegnare
e cantare ancora,
la mia vita
è solo una rinuncia,
muoio anch’io.
È già inverno,
ti sei scordata di me.
Vorrei che cambiasse ciò che è stato,
se una donna è lo specchio di me.
Lo so che ti penso,
vorrei che il momento
della felicità
fosse prolungato
all’infinito,
vorrei non fosse mai terminato
l’istante,
il mio occhio bendato,
il tuo nascosto
dal brivido scosso.
E ora chi sei?
Ricordi ancora la nostra storia,
l’hai rimossa
pel rimorso,
ricordi il nostro segreto,
un giorno tutto sarà chiaro
anche la mia di genere inversione
temporale
per non farmi scoprire.
Piove a Pomigliano
e ricordo le nostre prigioni.
Vorrei che per un istante
sotto pali della luce
le vertigini fossero
sostituite
dalla forza di un tempo.
Non smetterò mai
di parlare
del cobalto
dei tuoi occhi
e dell’assenzio
velenoso
della storia di noi.
Non svelare
il nostro segreto,
vedrai
che non siamo davvero cambiate.

Sola, frammento d’assoluto

Passi e vai,
sei padrona,
ma brava,
non sai più cos’è
il sentimento che era dentro noi,
ottimo taglio di capelli
mi ricordi te quattordicenne.
E magari sei
diventata pure borghese.
Fumo sempre le Pall Mall.
Una volta
ricordi
i sigarotti,
cosa siamo noi?
Al cinema.
Io cosa sono?
Frammento d’assoluto,
voi non ci siete
e io sembro l’ultima ancella
e domina stanca,
non vuoi palar latino.
Eppure tu ci sei.
Ti ricordi,
stavamo
cambiando il mondo,
ma poi,
tradirmi subito o dopo cinque anni.
Ora chi sei?
Il frammento d’alma mia.
Guarda come sono ridotto,
tutti dicono pazza,
ma voi due lo sapete
che
la mia mente
è sana,
vi amo ancora.
Io sono sul filo,
non riesco più né a cantare
e nemmeno camminare
negli spazi aperti,
il mio futuro è oscuro.
Ti ricordi,
vi ricordate
quando in un abbraccio
abbiamo detto il mondo è nostro,
avete rinunciato,
mi avete dimenticato,
sono sola.

Tutto fu riposto tra le rime

Pegaso
l’anima,
il vento,
capelli scossi,
fermento,
mutamento.
Potresti dirmi chi sei,
piccola stella azzurra.
Le tue forme
strane,
la luce del lillà che imprime
sul corpo la tua venatura sublime.
Velatura d’inverno,
pianti grondaie,
eterno dalla tua bocca.
Ed è pur sempre sera,
non sembra,
non vuole,
eppure dell’entusiasmo
il moto ondeggiante
dell’universo
il tuo volto smuove.
L’anima la perdo,
seduzione sottile.
Puoi rimandare
l’appuntamento,
quello con quel tipo
di marmo,
un po’ sicuro di sé,
un po’ ampolloso.
E satira
stringerebbe il riflesso della via,
bell’ironia la tua,
cerca il peggio di me
in quel refrattario scomporsi
al prisma
dell’attenzione,
quella mia,
quando dico
tui, tibi, te, te.
Bellina carezza
il godimento
che si pone ponendo
ciò che c’è di vero
del risvolto del pensiero,
la filastrocca
e la scomposta
rimessa rimossa.
Magari sorridendo
potresti confondere
l’intento,
non hai di che vivere,
va bene,
si può fare,
continua
però per favore a cantare.
Tanto bellina,
sei tutta pazza,
la mia ragazza
sa già
di noi
l’entusiasmo visivo.
Ma come faremo
a dipingere ancora,
vai al canale
o nel borgo,
tuttavia
è già sera.
La Senna
è impaurita
dall’ombra
e dal tuo trasparire,
ectoplasma
scandito
a verso
inflitto
della sconfitta.
Poi passò anche il sentire,
e tutto fu riposto
tra le rime.

L’antro tenebroso

Solo una luce,
lontano
il faro spumeggia
tenebra inesatta
e scomposta,
è l’immagine
di te,
muta.
Si spalanca
il dolore interiore,
manchi.
E ciò che vedo
è ciò che forse non sento,
l’immaginazione
tragica
prima del sacrificio,
è nella mia mente
il lampo
delle sonore
assuefazioni sorde.
Sono io
al di sotto
delle ombre
tra cattedrali
nude
della
nuova ora,
notte fonda.
E come fosse apocalisse
canti gregoriani,
come ci fossero frati,
sette inaudite
che riecheggiano
come minacce lontane,
micce pronte all’implosione
di cristalli
scanditi da turbe
psicotiche
nel trascorrere
pomeriggi invernali
curva alla finestra
dei domani.
Il vero
è assoluto
ed io persa
tra le sorti dell’abisso,
infausto destino,
le Parche
filan tacite
e stillicidio
è la vita,
morte prematura.
Vivendo,
pur vivendo
lo stesso.
Ma non sento forse
altro,
dall’eremo lontano
proiezione è il tintinnio
assordante di campane,
e i tuoi bracciali,
falce inesorabile,
non purifica
l’acqua
ma
intensifica
la paura.
Ti prego salvami!
Se sono immersa
nelle paludi
intarsiate
di infami
biasimi
ai bordi dell’Ade.

Una persa

Un’anima persa
nell’oscuro
del pensiero,
naufraga del vero,
sola e pallida
nella regione tedesca,
cambia l’ascesa,
hai visto se hai distrutto,
ho dato un peso differente,
c’è sempre il tuo nome
nel passato,
basta studiare,
cambia
giorno per giorno
col mio desio attuale,
sempre più attuale,
se stai leggendo
anche anonima
se sei tu,
le tenebre te lo concederanno.
Dai distruggimi,
voglio
erba,
voglio eccitarmi,
voglio eccitarmi,
salotti
e teatri,
tourné
se tu solo lo volessi,
conquisteremo il mondo,
conquisteremo
l’universo.
Inversione di senso
e di genere.
Le anfetamine
e lsd,
l’alcol,
paroxetina,
paroxetina,
paroxetina
e vodka.
Sparano,
giù la statua
di Saddam.
E un antipsicotico
per un bad trip
per contrastarlo.
Dichter
è qui,
hai capito
chi sono,
nell’aula nel 98,
settembre
settembre,
sono io non lui
sono io non lui,
sono io non lui,
sono
un pazzo,
ma cammino sul velluto,
dai decumani
all’isola.
Sangria
e rivoluzione.
La verità è assiotica,
ti amo,
e non muori.
Sei tu quella ragazza,
assiologica
dicevo la passione
spogliami,
distruggi la mia dignità.
Ascensione superiore,
hai letto
l’Anticristo
meglio di me,
ricorda Friedrich.
Ricorda,
che sono coerente,
Beatrice,
Laura,
Fiammetta,
montaliana,
esistenzialista.
Forse domani pioverà.
Non uso,
non uso,
se capisci,
dorso di bottiglia
etereo
nel cellulare.

85-7

Incubi notturni,
urla,
clamore,
serva di satana,
luce
opaca
del futuro.
E mentre
cantano
i cori
dell’azzurro
floreale,
ma tu sei
più speciale.
Sogno
strane forme
amorfe.
Ed ero
ciò
che a Sant’ Elena
non fu,
sogno
il violino,
tu che dici
ti amo,
quale è il senso
della vita
mi chiedi
ed io tranquillo
rispondo.
L’ora più buia
è quella che precede il sorgere del sole.
Piccola
persa
non dimenticare
le tue origini
e chi ti ama
senza chiedere niente
chi ti amò e ti ama,
ti prego se hai capito,
fammi capire,
criptico
sarà,
mai nessuno
oltre noi capirà.
Nell’oscuro della notte
la tua voce
al limite del sogno,
ti amo
piccola
stramba.
Un giorno guardai
distratto
gli occhi tuoi,.
Mi innamorai,
non dimentico,
fu l’unica volta,
amai davvero solo te
che mai fosti mia,
l’unica che amai.

MINIMUM DELIRIUM

Senza il tuo profumo
La realtà non è solo
nei miei occhi
e dunque tu dimmi
che pensi.
Così
volevo il tuo amore
e tu guardavi me
in controluce.
La verità
è nel nostro essere avvinghiati
tra mille lune,
tempi moderni,
estrosi pensieri.
Ricorderai un giorno
l’amore solo, crederai reale
il fumo
dei miei giorni,
dimmi, che altro posso fare?
Le cose che mi rimproveri
mi esulano dall’essere
umano
e vite a limite della speranza
con le mie azioni.
Amerai ancora
come io amo te?
amerai davvero
chi cerchi
pensando alle mie labbra?
e
la realtà
è che ti ho perdonata.
È così,
non riesco a dimenticarti.
Davvero non so
se riuscirai ad amarmi,
sono pazzo
perso
nell’amore stesso.
Ma pensa un attimo
alla vita
stravissuta
nei sussulti
solo per renderti speciale
e ora
non so più
se riuscirò a vivere
senza il tuo profumo.

Ragazzina, godi e sogna più che puoi
Splendente come la luna
magari imprevedibile
è la mossa
che scomposta
poni sulla scacchiera
dei miei giorni.
Tu profumi d’assenzio
ed il rigurgito
è già amore
e così spendi
giorni come destrieri
a furia esosa.
E tu
senza pensarci
mi adori, come collirio scolori
gli occhi tersi dal fumo.
Puerilità
sia lodata
la tua mossa precoce
da ragazzina,
mi fai godere,
strette le mani
sul mio senso stordito
dal tuo fraseggio esaustivo,
vorrei dirti davvero,
continua,
è l’amore che pone le basi
del pensiero
un po’ perverso
un po’ storicamente eterno.
Vita viva
e vissuta,
diciassettenne
esaudisci il mio bisogno
d’amore,
sei già esperta
e lo vedo,
il rimpianto sdrucciolato
nel bicchiere
del calice eterno,
sono sicuro
sia vero amore.
Ecco
sono sul punto di volere
più di quanto mi possa aspettare,
siamo al limite del prezzo
d’albergo,
ragazzina, vai tu,
sei più bella delle ninfe,
porgimi il tuo cuore
che non può essere
peccato
il reciproco amore.
Senza condizioni,
scanzonata la sonata,
la mia pelle innamorata
è frutto della tua sapienza
da studentessa furente
e più che bella.
Ed io
chiedo di averti
solo per il nostro
più intenso bisogno
e improvvisa mi fissi
godendo
fai capire che non c’è barriera
che tenga la piena
del vero amore,
non pensare ti prego
alla notizia da telegiornale
intrisa di morale,
godi e sogna
più che puoi.

La più acerba, candida, passione
Fiori incolti
tra i prati
disillusi
del domani.
Il passato
è solo lo specchio del futuro,
sai, amore mio,
che il ricordo
mi trapunta spilla
disillusa
della tua dolcezza.
Guarda
la nostra fantasia
ed i rapporti
elusi
dalla tua vita
fantastica.
Vivi
come mai
hai sognato
la differenza
della tua realtà
è flusso
della nostra età
acerba.
Magica
polvere
di sogni.
Se tu non ricordi
come esistere
completamente,
non piangere più,
guardami negli occhi
e scopri anche tu
che delle altre
molto più
speciale sei.
Sulla nostra spiaggia
l’anima
riflusso d’assoluto,
spirito ribelle,
mia amica della terra
di Provenza
fai la leziosa,
mostrami il tuo accento
figlio della luna
e dipinto delle stelle,
riflesso del più puro amore.
Ti amo,
così.
Mentre penso a te,
tutto intorno
è quiete.
I nostri passi
si confondono col vento,
amore mio
respira anche tu.
Splendido
è il tripudio dell’illusione
di questo amore,
saziami sempre più.
Amo
il tuo corpo ribelle,
l’età dell’adolescenza
che sui nostri corpi
impone la più acerba
candida
passione.

203

Ecco,
pronta,
lì.
Un’unica risposta
ai tormenti tuoi,
peso annullato
dalla piegatura
dissonanza plastica,
fa un po’ come vuoi,
esatto
hai già capito
distratto come sai
che il mio abbraccio
ed il mio seno
languido
è uva e tabasco per te.
Poni l’illusione
e baciami muto,
è il tormento
che brucia
e saporito
scaglia disarmante
il tepore
delle tue guance.
Zitto zitto,
serpina e male
estetico
ed esistenziale.
Parola
magica
e chiave di volta,
parola chiave,
sono tutta per te.
E dimmi sincero
chi è più carina
di me.
Dammi il mi minore
e posta la soluzione
nelle brame della legge
il comando è mio
ed il corpo tuo.
Baciami
in silenzio,
nessuno ci può,
ci potrà ascoltare.
E dimmi
se sono serpentina,
perversa
e godereccia
come ti aspetti,
spegniti lucente
in bocca
al mio piacere.
È il sapore sincero
del tuo amore.
Dammi tutto
te.

Inizio al buio
Inizio al buio
senza neanche pensare
alle influenze
della musica
affine
al sentimento
perso
frammentario
che transige
l’ultima umana transizione,
delusione del millennio
che non è più fresco
ma ancorato ancora
a
pensieri, quelli tuoi,
linea melodica difforme
e schema metrico
dada consumato
dall’incertezza del genealogico
passato.
Ed io ti dico
che stai benissimo
così,
un po’ distratta dalla luce
soffusa
e pura
dei tuoi atti osceni
sperimentati
all’alba come sempre.
Trova le connessioni,
vedi non è
superficiale
come credi
sono pezzettini
di già
fatto
col lavoro
del tempo,
arriva la sera
e sostituisci
il jazz
col
minimal.
Poi,
ponti noi,
virgole
dei nostri domani,
troncature stanche
di solchi esistenziali
imbarbariti,
imbruttiti
nella ricerca del bello
un po’ assoluto
un po’ emisfero eterno
in bilico
tra
contemplazione e godimento.
Eliot fuma
sorseggiando
resti di arancia
in incandescenza
sgocciolano
le sue parole
tra gli appunti
seduto al tavolo
del suo bar.

Piccina mia, dammi l’eternità
Conta ancora
il profumo
del tuo respiro,
sente il bisogno
la nostalgica pretesa.
Ciao, amore mio,
sono quello dell’altra sera,
come dici?
ricordi,
il tempo nelle sue sfumature
grigie da casalinghe
insoddisfatte,
preferisci come me
il viola,
giusto per ottenebrare
la memoria,
mettici qualche ortensia
e sfuma il verdetto,
ci dipingiamo d’eterno.
Io?
non lo so,
forse dovresti
stringermi ancora.
Il mistero nei nostri corpi
sarà il nostro segreto,
insieme avviluppati
come animali
godi della prima
fioritura autunnale
olistica
e parossistica
nell’ottobre dei mille
riflessi di corolla,
scindi l’axiotica,
come mulino a vento
frulli
e ne son contento,
mettici qualche punto
e il senso
è ancora nostro.
Come stai?
Dimmi se moriamo
dal piacere
ristretto
nell’amplesso
d’assoluto.
E poi
sogni lucidi,
assunti gotici,
che fai stasera?
Se vuoi
sono al parco.
Le tue elucubrazioni
saranno reali,
stringimi ancora
che quest’attimo
potrebbe essere
l’ultimo reale.
E saremo brame
senza neanche
rimpiangere stazionamenti
passati oramai.
Ed improvviso
il sassofono.
È un po’ un sopruso,
piccina mia,
dammi l’eternità!

L’estate finisce gemendo sé
Porgimi un fiore
amore
nel pudore
del tuo pallido
colore,
è tutto opaco.
Piangi
come traversa
diagonale.
Rotoli
nell’estromissione
delle parole,
gelate
essenze.
Brucia la rissosa
lotta del tabacco,
pongo un esseno assedio
nella bionda
veduta,
panorama etilico
della gioventù.
Vaghe
parole insensate,
aurore boreali nei tuoi occhi.
Prestami mille lire,
senti il mio odore
che stracolmo
espone
aneddoti
già vissuti
e consumati.
Pare
scomparire
l’orizzonte
degli eventi
esteri,
meglio appaciarsi
nel rimando implicito
a sublimazioni mentali
e l’estate finisce
gemendo sé.

Il mio paradiso
Essendo il mio
pensiero
perduto tra i rami
dei tuoi sogni
e svuotando l’alma sino all’osso
la tenue luce rissosa
della noia
e del rassegnato
abbandono
nelle brame
dell’illusorio
spasmo,
ritengo scomposto
il sentimento
dalle mastodontiche velature
di cartapesta,
basta,
basta, basta
urla il mio spirito
che esule immemore
dagli avamposti
del tuo occhio
socchiuso
come ad assentire
le mie fantasticherie
funeste,
dormi,
sì, dormi ti dico,
piccina riposa
stesa nuda sul mio petto
tra le cicale naufraghe della sera
in serrate fessure
consumate
dallo sbattere incessante
su specchietti d’acciaio
delle lancette
bastarde,
dei secondi
carcerieri
del mio essere puro
mentre ascolti il palpito
mio
oramai scomposto.
Mi raccomando,
non svegliarti,
non svegliarti amore mio,
abusata dalla terrena
maledizione,
resta così,
ancora a sognare
mondi cristallini
in questa stanza in penombra
ove rotola terribile
la scimitarra delle bottiglie
aguzze
di gin e cointreau.
Saremo noi,
tu piccola innocente
dal corpo giovine già
consumato
da mani arroganti
ed ignoranza,
da penetrazioni assurde
e autoreferenziali,
da grida senza piacere,
da mani callose
sul tuo seno splendente
macchiato di sigari
e violenza.
Saremo noi
e sai perché?
Perché il tuo sonno
senza affanno
di bambina
è lo scampo giocondo
che ti salva
dalle intemperie
di questo mondo
ipocrita.
Dormi, dormi,
come divina imperatrice,
come regina,
dormi,
io ti osservo
angelo mio
maledetto dalla ribellione
e dal silenzio.
Tremava la tua mano
un’ora fa,
l’illogicità, il lavorio scomposto
delle tue mani,
come alienata proletaria
a muovere il mio sesso
senza scampo,
coi gemiti falsi
da attrice di quinta,
da ballerina esausta.
Averti vicina,
sfidare l’assoluto
con le tue labbra
profonde
nei baci che non puoi
dare,
è così,
non voglio perdere un attimo
dei tuoi sospiri
non voglio svegliarti,
piccina,
le signore mutano
parole
e sogni,
ma tu sei qui,
ancora, candida come la rosa,
illuminata dalla falce di luna
come una stella
del firmamento
eterno,
no,
no, scappa via,
questo mondo
non t’appartiene,
fuggi
come cigno
lontano lontano,
spalanca la finestra,
non tornare mai più,
resta qui
senza pensieri,
invidie,
curiosità deviate,
senza giudizi
e giudici,
resta qui e planiamo
oltre l’eterno,
sino al giardino
che ti porti dentro.
Io canterò
e tu resterai sul mio petto
luminosa
e sarà questo
il mio paradiso.

Tu sei ciò che sveglio mi tiene nel tepore
Spesso ti guardo
da spiraglio
della tua alma
tra strade perdute.
I tuoi sussulti
essenze maledette
dei miei giorni
stanchi.
I tuoi occhi
come tramezzi
del lavoro
writer
et crypto
nel tripudio assurdo
della tua bocca,
ah!
quella tua bocca!
Che aspetto
abbarbicato
tra il centro storico,
sei tu
l’unica luce
del respiro d’affanno,
sincera,
la notte inizia
e tu
sei ciò
che sveglio
mi tiene
nel tepore.

Ye soy feliz
So che sarai tu
da quel sorriso
tiepido
e un po’ ribelle,
i tuoi capelli
saranno l’arma
migliore,
occhi metilene,
piccina,
adoro
strusciare
le mie parole corporali
sulle
tue
forme,
perverso il pensiero,
tu di dieci anni più
piccola.
E allora capiremo
che davvero
non vale più nulla,
che sei la mia
pupilla
io
il tuo maestro
o meno,
e tu indosserai
quella gonna
che ti regalai,
ye soy feliz,
mi toccherai
come solo tu
sai fare
parleremo di Giambattista Vico
all’apice dell’adolescenziale
godimento.
Parola,
fatto e forma
sublime.
Spogliati
piccina,
voglio venirti dentro.
E un giorno
capirai
che non esiste morale
che non sia di servi
e noi
al di là
di questi Vittoriani
italiani di sinistra
parrucconi,
al di là
di quelle troiette
di destra liberista
serve del Berlusca.

La giusta negazione dell’infinito

Il tuo ricordo
è come la nebbia
fitta tra stagioni
di rimpianti,
gorgoglio del cielo
esausto
e della mano lirica
che contempla fruscii
sinestici
senza toccarli.
Piangi,
distruggi,
strappa
e lancia nel vento
ogni mia pretesa
scritta
nelle tue vene
urlando spaesata
tra righi d’infinito.
Ecco,
ora puoi sentire
il rinnegare
del tempo
nei tuoi occhi
allo specchio.
E attende il tuo vestito,
inorridito
dalle lancette
mute
nel sentire
graffi,
balze scoscese,
statue di marmo
arroventate
nel silenzio
la giusta negazione
dell’infinito.

Il tuo riflesso

Non ti stanchi
del tetro romore
del vento
su pupille d’acciaio.
E sei sperduta
come sopita
sotto i rami
spogli
dell’eterno
desio.
A volte gli odori
parchi
rendono le mie note
scaltre
come clero
tedioso
all’imbrunire.
Basta coi riflessi,
le ombre sul soffitto
aspettano insidiose
il tuo riflesso.

La tua voce attracco nel porto notturno
La terra battuta
dal sole
nell’istante
del sonno
steso
funesto
nella danza
soffice
e repentina
che non accede
e non tace
i miei ed
ai miei
dolori.
Distruggi il dramma
del mio essere
con la tua voce
lieta
e la profezia
della sofferenza
dell’alma
si distrae
e tu continui,
come signorina
dei sogni
appena germogliati,
come dicesti
e come dissi,
nella metrica
sconfina
il tuo corpo,
il mio sentire
l’eremo solingo
della croce infernale
che arde
inesauribile
dietro
i miei sorrisi.
Bene,
dormiamo,
trasgrediamo l’inerzia
della vita
ascoltando la tua musica,
attracco
nel porto
notturno.

Etica

Calcolando il confine
dell’orizzonte ottico
di mezzodì
chiuso nel sogno
e arroventato
trafitto
dalla tua ombra
scarna
e pusillanime
teca di porpora,
dimmi allora,
noi chi siamo?
Cosa ci differenzia
da questa brezza
incantevole
e taciturna
e dal gabbiano
svolazzante
allo scandire
dei giorni,
quando come rose appassite
gelavi i miei
occhi.
Ecco,
questo è il nostro
tempo,
uno scarabocchio
sulle tele
stracciate
dalle punte delle mine.
Destreggiamo,
cara
così
i nostri limiti
fanciulleschi
e giochiamo
irriverenti
coi bozzetti ed i dipinti
incompiuti
del Maestro della Natura
e dell’Etereo,
ribelli
e bellissimi
ma soli.

Camminavi un tempo
Camminavi un tempo
come folgore
tra nubi,
il riflesso lungo del tuo pallore
era la luna
specchio sul mare,
e il tuo rigore
distratto
incudine rimbombante
tra flutti
del mio spirito
leggiadri,
le mie parole
scrollavano
la tua cera, stampo
di lugubre affanno
dondolante docile
su altalene
di piume,
simpatica
aggrovigliata ai muri
della città
nostra scomposta
tra cumuli di scritte
macchiate le tue mani
di rosso
barberino
ricordo,
l’occhio lucente
tra stelle
di cicale
e di pruni
fischiettanti
nei tuoi boschi
ora deserti
di felci,
ah! e quando
dormisti
accanto al mio
giaciglio
di ghirlande
il collo
pullulava
sornione
alla nuova moda
consumata
dal vigore
della tua pronuncia
strana,
allora passeggiavi
su filo spinato
e melodie rissose
d’equilibrio
intarsiate
dalla tua mano rampicante
tra ciuffi di note
confuse.
Ora nel firmamento
sperso il mio sguardo
è senza guida.

Piccola stella del deserto
Potresti,
come fai,
dimenticarmi.
Ma voglio dirti una cosa
che il tuo volto
riflesso
nell’irideo nubifragio
mio ha consumato.
Piove
e la stagione lieta
rende suffragi
alla peregrinazione
del tuo corpo.
Il cristallo autunnale
del fuoco
rissoso
sgorgando
minerale
perduto
nell’entroterra
australe.
Piove
e lo sai.
Tremi ai boccoli
tuoi,
dal jeans corto
estivo
al ricordo,
non vuoi.
E la temperanza,
io chi sono?,
la temperanza ti preme
il cuore
soffocandolo.
Ti prego facciamolo,
facciamola questa follia.
Amami,
amami come il vento,
le stagioni,
amami come
nei miei sogni,
non aver paura.
Non aver paura se gli altri
mi additano
come il diverso,
il folle,
non aver paura
né pregiudizio,
non dimenticare te,
non farlo,
il mondo è nostro.
Lascia proliferare
voci assurde
in giro,
lascia dire alla legge
stanca,
ai medici da manicomio,
alle comare,
lasciale parlare,
lasciale dire
lui è pazzo.
Ma salvami
se io
ogni giorno ti salvo,
salvami se t’amo.
La musica
è ciò che ha
scosso
frullii di gesso,
lascia perdere
amami,
anche solo uno istante,
anche solo il tempo di dire
amore.
L’universo ti spinge
a declinazioni astruse
e lo sai,
amami
anche adesso.
Fallo,
piccola stella
del deserto.

Chi sei tu?
Chi sei tu
che spaventi
i miei riflessi
con noncurante
amore?
Tu sei
il tripudio di belve
affamate
alla mensa
del mio corpo.
Tu sei l’anima mia
consumata
dallo strazio
del ricordo.
Tu sei gli anarchici
e i punkabbestia
stanchi,
tu sei gli eroi esanimi
di un tempo.
Il silenzio
è oggi nostro,
ai bordi di strade
dimenticate
a elemosinare
verità
e follia.
Tu sei il silenzio,
allora.
È così.
Sei me
che sempre
stupido
e stupito
attingo alla vostra
mente.
Tu sei me
che dimentico
nell’acido
lisergico
ogni cognizione
reale
e fuggo
finito,
sperso,
senza te
al mio fianco.

Stringimi
Impallidisco
al far della sera
ma tu stringimi
quando la luce
parca
confonde
i miei pensieri
nell’oscuro tramonto
del mio sogno
che nel languire
vive
tra i vostri desii
e le vostre aspiraqzioni
come se oramai fossi
solo
alla deriva
e sorridente
esclusivamente
dei vostri successi,
stanchi e inesaudibili
i miei,
già,
i vostri successi,
amiche mie,
compagni miei,
in voi trovo l’ultima ragione
della mia esistenza.
Ma tu stringimi,
stringimi nel mio essere
imperfetto,
inutile,
la vergogna della umana specie,
dove il cor spaura
ai mie nubifragi
stringimi ora che muoio
non già nel corpo
ma nell’alma
e nel suo foco sempre più
penoso
e roco.
Stringimi
mentre la gente
straparla
della mia essenza
additandola come subdola
e perversa,
stringimi
quando socchiudo gli occhi
e trattengo le lacrime
per non perire
d’apparenza.
Stringimi
tenendomi la mano,
come nessuno fa più
con me
da tempo,
e asciuga la mia rabbia
e la melanconia
senza fiatare,
con un bacio muto,
Stringimi almeno tu,
ragazza,
non lasciarmi andare
nel gorgo
della morte del mio cuore.

LE FONDAMENTA DELLA MIA PENOMBRA

Le fondamenta della mia penombra

Scordando le note
sono trafitto
dalla luce che mancò
alla storia
quella nostra,
quella che sai
senza sapere

capovolta
l’attesa
stellare
del destino
a cui non credi
per dispetto atroce
ma
per vaga speranza
chiudi nell’accordo perso
da noi che strani
dormiamo
alla partenza
spogliati dalle rime
come calici
i pensieri
e tu che chiacchieri
con me
mentre il tè è già
freddo
dell’estate
la paura
puro amore ti darà.

Eccoci al punto,
sta attenta.

Dici che non scordi
l’illusione
e ciò che fu
ma nei miei rimorsi
vivo tenebroso
ormai,
ma dopotutto eri un po’ così
con le statue di gesso
che ammiccavi lucida
e sconvolta dal domai,
prometto
che la colpa non c’è
ma ti giuro che ritorno
quando all’ombra della luna
mi cerchi
come ultimo sopravvissuto
alla sconfitta
che ti giuro vivo anch’io
per negligenza o forse
inutile sincerità
dolente,
le mie spalle
e il brivido.

Forse non è stato il giorno
appena nato
a porre le premesse che
furente alla tempesta
scioglievi
lacci di malinconia
stretta forte alla mia pelle
come ritrovata
la vita
e vedevi
gli occhi lucidi
nell’attesa che il tempo
si fermi
collegato alla realtà
che perdemmo sconvolti
dalla spiaggia
inerpicata
tra capelli
e tiepidi
rimandi alla fortuna,
e quella lo sai
non la gioco
a scudo tratto
se ti ascolto
è il barlume
della vita
che si espande dai tuoi occhi
e illumina
il mio viso
stanco di combattere
e tu,

tu,
che or’è?
dicevi appoggiata a me
mi bloccavi il corpo
ed il bacio
fu già addio,

risveglio atroce
senza te.

E cantavi a squarciagola
ma era un sogno la poesia
che scrivevi sul mio corpo
viola tinto
di lillà
tra il sogno
ruggente
verità scomposta e chiara,

sei un tesoro
amore mio!

E nel bosco
il volto fisso
l’alba aurora
del passato
rimirò.

Sei tu
quel canto che
vibrante sale dal polso
e si irradia
nel mio cuore scalzo
come dissi
genuflesso
tra i ricordi
nel deserto
erano fiori
i sogni tuoi,

guarda erano anche i miei
e sono
proiettati
nel futuro che sarà.

Tracci
la linea e sconvolta
mi dici lascia stare
tradendo
il patto
che solevi
sorseggiare
tra un attacco
stupendo
e tutto quello
che c’è in mezzo,

e ci pensi ogni tanto
noi lontani
e lontana l’armonia
nel cielo dei miei sogni
le stelle solcate
dal tuo dito
che improvviso sulle labbra
quelle mie
mi spingevano a baciarti
ma in silenzio
abbracciarti
senza far sentire
mai
che esplode in noi
la passione
l’amore
e la follia.

Così
ridi leggi
e poi ricordi
svogliata
sei oramai al di là
di quel che penso
sei più brava di me
nel dirmi
ciò che vorrei
dirti
ma così
splendi immensa
e stupenda
di lato,
braccio
capelli
vento
tu,

profilo fantastico
e limpido
il gelo
che ci riscalda
nella nostra immensità
indissolubili
e così
mi dici aspetta
sono qui.

Il mare schizza
l’anima
nel corpo dell’ostilità
della nostra segreta
verità.

Il nostro assurdo finale

Puoi andare,
sei stanca
lo so,

questo ricordo
è troppo intenso.

E cos’ho detto,
il mio corpo in mille pezzi
l’alma in frammenti.

Ed è di nuovo giorno,
non ti so scordare.

Forse domani
sarà diverso.

Potresti pure restare,
già il vento imprime
questo assurdo finale.

Lo sai che
non mi puoi
lasciarti preda di te
senza eclissi
nel mare

non mi abbandonare.

Potresti
non andare.

Passano gli anni
e soli noi

potrei rivelarti
il mistero eretto
nel tempio
del nostro sentimento eterno.

Ecco,
non vuoi
capire
che è l’età
che distrugge
come tenebra
tutto ciò
che costruimmo,

l’amore impossibile
questo assurdo finale,

potresti pure restare,

potevi.

E adesso
l’oblio copre
manto d’autunno
il nostro pensiero
e sono nudo
tra trame
da intrecciare.

E’ questo
il nostro assurdo finale.

Alternativa non c’era e più non c’è

Così
ho deciso che
senza più arzigogoli
voglio la libertà.

Non so se sia
dovuto a te,
piccola mia stella
d’universo umida
e sincera
come il calar
della mia vita
sul pendio
dell’assoluto,

che bello
pensare ancora a te.

Tuttavia,
amore,
non so se sono
ciò che voglio
né se all’ombra
del cuore
posso refrigerio
trovare
assurda ascensione
ritmica
delle tue mani

e senza volare
non so proprio stare.

Dopotutto sai meglio di me
che quella notte
alternativa non c’era
ed ora non ce n’è.

Ed anche se sei convinta
l’amore è tenebra che accende
la speranza dentro me,
mi dispiace, devo andare,
posto più qui non ce n’è,

lo sai piccola che sei
ciò che cercavo
ed ora cerco solo me.

Ma abbracciandoti ancora,
sono in me
per sempre
e non solo per scomparire,
vorrei sentirti ancora,

vieni,
l’alba e la solita promessa.

Ovvio
questo spazio tempo,
parallelo il nostro mondo
e la tua scommessa
ed il mio dispetto.

Ricordi ora?

Il velo di Maya
e il solitario
sulle scale
di acuto
disincanto

e tuttavia
noi siamo ancora noi,
lo sai,
rotola la mano,
la procedura.

Ecco,
è questo il punto
che il nostro universo
si è ristretto
compatto
e rifratto.

Ed ora
solo due parole.

Continua
tu,
vai vai,
continua.

Il confine tra te e lo specchio

Sembra evidente
che l’occhio
proteso
sia
l’immagine di me.

Non sai
parlare
che di te.

Il ricordo
è tenebra,
l’estate
nel nulla finirà,

le distese,
le colline
e tu,
l’ombra del mondo
il tuo collo
declinato
nel no.

Credi sia possibile
scrivere di te
ma la verità
è che io
scrivo
sono
solo io.

Il futuro eccolo qui,
immagine di te,
la vita
assurda
delle scogliere

sul polso
impresso il mio desio
e tu
ombretta fuggevole vai
sorridendo alle mie spalle.

Se questo è il vero
l’intramontabile essere
è il confine
tra te e lo specchio.

Noi Fedeli d’Amore

Non so il motivo
del nostro eterno
segreto,

ti amo
ed è così
ma è tempo
che girovago
incappucciato
pioviggina
in città
l’ombra segue
il segmento
del mio orgoglio,
ancor ti penso.

Forse vorrei
anzi certo
ritornare
e ricordare
di te che verseggi
ed io rido estasiato

ma sono fermo
e tu più non ci sei.

Dove sei piccola stella mia,
non è più palese
che siamo
gli unici padroni
del mondo
mentre pazzi
ci lasciamo
sedurre
dalle nostre perversioni.

Vorrei dirtelo
ma non so
se la penombra
è punto di forza
o precipito
ma tu ricorda
rotola la mano
e guarda fremente.

Sono sicuro che mi manchi,
meno che ce la faremo,
tu lontana
e parallela indecifrabile,

sono più di dieci anni
e l’ora brucia.

Ma se la luce
indissolubile
essendo tempo
è imprescindibile
e indivisibile
dallo spazio

attraversiamo la strada vicini
pur lontani,

un giorno eravamo noi
il centro del mondo
ora naufraghi,

ma tu guardami negli occhi,
non ricordi?

Non volo senza fremito e palpito

Sono le sei,
svegliati
non vuoi?
il sogno è lucido,
prima mattina
germoglio
asciutto desiderio
ancora tu.

E l’alba è la stessa
non vorrei dimenticare
ma oggi
non so
forse
l’erba del giardino
riflette
la tua indecisione
mai banale
ma terribile.

Io non volo
senza ali
e se tu non guardi
è il mio terribile finale.

“Verrà la morte
e avrà i tuoi occhi”.

Vorrei dirtelo,
hai ragione
il verso è più lungo,

ma ora tutto è cambiato
neanche il tramonto
è segno indelebile.

La notte è lunga,
resta
abbiamo tanto da fare.

Non voglio morire
senza stringere
il mio desio

le tue braccia
sono il mio infinito
il mio amore è
lo spasmo
del fremito,

due cuori che palpitano
per motivi
così diversi.

Lo sai.

Mai dimenticherò

Vai tranquilla
hai tutto il tempo che vuoi,
finisce il sogno

fu la realtà
dei tuoi occhi
mai miei.

Ma comunque
io sono ancora per te
solo te,
io non rinnego
niente.

Comunque
fu per me
l’inestinguibile
accartocciarsi
dei flutti
tra passioni
miracolose
e pie,
le tue

e non ti dimenticai
mai.

Ora
sono così,
sono il sussurro
del tempo,
l’orma gigante
del segno
infinito
di noi.

E terribile
sei via,
torna senza pensare
ad altro che a te.

E’ così,
il silenzio tiranno
tra noi ora,
una delusione.

Vorrei
che qui
fossimo i sinceri
sentieri
ancora
che arditi
percorrevamo
senza timore,
sei tu il mio unico
sogno
e se non torni
A
non so,

mai dimenticherò,

son qui.

Il tuo sussurro prima di addormentarmi

Sei l’eterna gloria
viva e presente,
la più dolce
sensibile
e boriosa,
l’incanto
dei sogni
la luce nei boschi,
il sapore dei mie occhi
stesi
pianure
d’incanto
nei disegni
dove trovo
l’anima tua
ogni volta più
possente
e più presente.

E sai benissimo
che seppure
solo un giorno
stringerai le mie mani
senza capire
se mi ami
o è solo
un’altra illusione.

Ma tu fallo,
non rinunciare
all’alba dei tuoi sogni.

Amore mio
perversa
quanto precoce
nel diluvio universale
del piatto
fresco l’intensa
irruente
leziosia
d’incenso.

E saremo ciò
che vuoi,
gli ultimi reduci atroci
e invincibili.

Ed è questo il senso
di ogni scritto
e ogni sussulto,

il tuo sussurro
prima di addormentarmi.

L’ultimo segreto

Assumendo per vero
il calice e l’introito
dello scomposto
vettore fattoriale
incedi a passo repentino
leggiadro il viso
e l’entropico disegno
posto come argomento
del nostro tripudio.

E’ da dio e dal giudizio
umano
che sorge il bello
nell’intelletto
e se esponi il silenzio
è già taciuto
il tempo.

Purtroppo però la diramazione
è scomposta
ed il senso ultimo
celato
da cespugli e pianti,
da innumerevoli
numeretti
da camerino

mentre sei alla declinazione
quella finale
ed ora tutto è più chiaro.

Sconvolta sei disposta
a sorbire
il cantico del sogno
al di là
del ripudio
d’assoluto

l’eremo trafitto
sulle mani
che tendono
e si approccia il corpo
alle tue venature

sentiamo per davvero
il mistero
nel tempio
e divaghiamo
senza sapere nulla di noi
piccoli eroi
che scanditi
parliamo
d’assoluto
per sofismi.

Stringendoti al mio petto
volevi sapere l’ultimo
segreto
ed inventavi
la storiella
quella delle tue brame,
il reame dai pollini invidiosi
senza sapere
che sei tu la soluzione,
sei tu l’intenzione
della mia ultimissima sostanza

la più profonda

e l’elmo scalfiva
me.

Sveglio vedo te

Sveglio
vedo te
come luce tiepida
soffusa
fai le fusa
ed è banale,
sei un’ ombra tutta modificata
e fumo
da strada.

Poi guardo alla cornice
quella perpetrata
dalle tue gambe nude e snelle
sentinelle
la spola e la scuola
ore 23,
accendi la siga
e dici sono qui
ma è per distrazione
atroce.

Poi ancora un profumo
inimmaginabile
di ortensie.

E l’oblio dei giorni nostri
e lo scardinio dei sogni miei
e l’estate
che si dimentica
nuvola rosa.

Poi sono stato
a guardare
mentre tu fulminea
mi baciavi
alle tre,

ed è così
che vivo l’intimità
della tua dualità
triste il destino
d’incenso
della settimana
un po’ avversa
week end piovoso,
uggioso spirito
da soffitta.

L’antro è atrio
del pensiero
e tu lo sai
che ci sei stata.

Memoria onnicomprensiva

Ok, comincia
sei pronta a partire silente
tra colline
e ciliegi
arma di pena
scomposta
dall’amore concupito
e strano
sentivo i tuoi passi
di prima mattina,
l’estate si rifiuta di scordare
lo strumento pronto all’uso
come dorso di bottiglia,
oceani di silenzio,
memorie sparse
qui e lì
per purezza vocalica
e stanca,
come dire scordare
il rimorso
che è già frutto di me,
non ci credo!
gridi o forse speri
sapendo che d’altronde
anche se vero
poco ti interessa
se non fosse per l’inciucio dialettico
della scollatura
verdeggiante
su pieghe d’assenzi
celesti
ed il volto
si ricompone
dal dominio inesorabile del tempo
e sei spazio
già prima ragazzina
e rubato
salvato
dalle consonanti
di cui ti nutri
ma solo ogni tanto,
sovente la ritieni
una congiura del passato,
sei più bella di prima
anche con la disarmante
tenuta sportiva
mentre ti stringi le spalle,
vai, eccoti.

Così
ti inerpichi in porticati
di cui non sai
e non puoi,
sei il ricordo del destino.

Intanto guardo
e ricordo quando
duplicato è il sogno
ma comunque
farei tutto tale e quale,
lo specchio,

è.

Ma dopotutto mi dimentico
dell’introspezione
e la faccio
mentre tu ridi estasiata
estasi strana
godo.

Sei lontana oramai
e non sei più in me,
vorrei il vento
del tuo fiato,
dammi la vita,
voglio impresso
il timbro del tuo bacio,
le mie stesse mani scavalcano me
e sono già mio.

La incontro all’angolo
come sempre della strada
è la mia stanza
che la sogna,
piange per altro.

Categorie indivisibili

Con i soliti schemi
lirici
rientro nel vivo
della questione
e di te
tremante
dagli occhi limpidi
puri
verso le nove stasera.

Poi non ci credevo
eri proprio tu,
non credo sia rilevante
ma la nostra
discesa
scoscesa è questa,
vuoi che ti dica altro
ancora?

Guardandoci stretti per mano
nessuno lo legge
bene sto verso
se non tu per ogni inizio,
agli stolti stesi iati arresi,
e per ogni fine si scopre
l’identità immaginaria
che è valore temporale
ad ogni battito di polso
connesso allo spazio
invece cifra
naturale,
risolvi questo
e poi
l’inverso è compagna
del maestro.

Il totale
ha senso
indipendente
e imprescindibile.

E rideranno
come pazzi
a guardare
senza capire,

trecento anni
di fermento,
la risposta è sempre lì,
nel nocumento il tormento
gaudiosa l’ascensione
gaudente
della libertà.

Ciao,
tutto bene?
stanotte
ho un po’ da fare
nei sogni tuoi,

perché disegni
l’immensità
d’un verso
se è già evidente
in sé celata,
gira l’argomento
steso
nel tuo intento
perfetto
d’un tempo.

E torneremo se vorremo,
ma nessuno ci crederà mai.

Segreto
neanche tanto
ma la musica
accompagnerà il trionfo,

calici traboccano
e si gonfiano
nel prosit incrocio
dell’illusione
e l’illuso appena
nel suono si libera.

Comunque è meglio
che decidano
le luci della città.

Ultima estetica

Soltanto per completezza
andiamo al di là,

l’ultimo senso cela il verbo
l’intimo sussulto
della morte
del rumore.

Tremila
e sette
lo scorrimento
perfetto
kantiano disatteso.

E non ne parliamo nemmeno.

L’incubo
sogno della ragione
e sonno del pudore
dall’ottocento
all’ipocrita viltà,
secolo scorso
breve
in un secondo.

Ma la risposta
è che non ne verrà
né una vena
né una pena,

ma ridendo
capirai.

Se sembra nebbia,
leggi ogni cosa dall’inizio,
tutto
non solo questa
raccolta di fiori,

e ridendo
capirai.

L’estetica
passa dal bello
alla profondità.

MABUS

Ed è così

Ed è così.
Puoi pensare
a noi
quando
parlasti
con fiato sciolto,
l’intenzione
è
perduta tra rime.
Dolcissima,
l’inverno è qua,
stesi tra letti
dorati
petali,
autunno abissale
di testo integrale,
volume rissoso
tra spogli ricordi.
Ed ora chi sei?
E dimmi, che fai?
Risplende il sole opaco
sul tuo volto
docile.
Puoi dimenticare
il respiro
dei nostri giorni
sfiorati perché
le nostre pretese
erano
follie solari,
follie stellari,
la luna è con noi.
Ti amo, sai,
ma per riepilogo
intransigente del respiro.
Ed hai gli occhi
bendati.

Tra le parole

Tra le parole ancora
un sorriso,
sei qui fino
alle sette.
Puoi voltarti,
sono qui da ieri.
Io?
cosa vuoi da me?
Mi piacerebbe
sfiorarti.
Ti amerò,
violenta sarà la nostra remissione
e gli altri persi nei loro progetti,
noi fuori dal mondo,
non dirmi quanti anni hai,
è meglio respirare affannati
sul tuo corpo.
E sono le due
di notte,
tu dici
tutto ok.
Domani che sarà,
non ti interessa,
sorvola.
Mettiamo un po’ di musica
stasera.
Domani sarà finita,
mai esistita,
amore mio,
nostro impossibile.
E la realtà sarà
al di là della ragione,
un solo respiro sul tuo ventre,
il suono è scomposto
e lieto accoglie i nostri
gemiti.
For ever
e mai più.
Il tuo sospiro
E tu stringevi
piangendo
il tuo
leggiadro sospiro,
come collana
violava
la storia,
la nostra vanagloria
e tu
soffice tra le mie braccia,
piccola
stella incantevole
per non dimenticare
che l’universo
è nostro
in un abbraccio.
Sognando un tuo bacio
imprimevo col gesso
il tuo profilo
come un ribelle
scalzo
e svogliato,
un po’ tiepido
ma tu rinascevi
come fulgida
schiuma,
sospiro d’inverno,
picciola
importante
e quella notte
non dimenticai
il tuo sospiro
ora e sempre.

LA Gran Dama seduta sull’Orchestra
Passa con sguardo fiero
la ragazza imbronciata
dalla sua visiera
ed è silenziosa
nei suoi occhi
e dentro me.
Si sente appena
la fine.
Finestrino riflesso,
fine dei nostri giorni,
follia lucida.
E se per caso
credi ancora in me,
non lasciarmi,
non lasciarmi.
Piango al vento,
calma ossidata
dal tepore,
ed io le sogno
le tue braccia.
Proteggimi.
Dall’oltraggio,
cammina ancora
e volgi lo sguardo
all’anima mia,
vedo te
tra le dune
del passato,
gli entusiasmi
spenti,
il telefono
rotto,
mai, mai più.
Speranza
invadimi
ed è ancora
silenzio in me.
Cerco
la tua presenza
tra le ombre,
tra la luce
scarna
di lampare
esauste,
cerco te
ed è tarda notte
già.
Dimmi di sì,
sussurro,
dimmi di sì,
immago d’infinito.
Dimmi sì
nel mezzo di questo mondo
ormai squallido.

Abbiamo perso entrambi
Pensoso e forse solo
quando l’entusiasmo traboccava
dalla circumvesuviana
e si spendeva rivoluzione
novembrina,
l’occupazione ed il sapore
dei tuoi baci distratti
e sopiti
sulla mia spalla sinistra
e distesa,
ed ora non so se cercarti
tra gli algoritmi
delle strade perdute.
E abbiamo perso.
La generazione spersa
tra nuovo
e follia.
Non ho saputo respirarti
eppure tu ora sei
signora
ed invecchiata.
Abbiamo perso,
anche tu hai ceduto,
con l’aria che trasudava
ed ora invece sputa
le tue sentenze
non più ribelli
ma solo fatte livello
casa e chiesa,
lavoro in banca
o capo personale,
lavoro ingegneristico
fallimentare.
Te lo dico,
abbiamo perso
entrambi.
Ma ricordi
l’ebbrezza
lanciando
cd
commerciali
e sbarbando
esosi contro l’house.
Ed io mi sono perso
tra Dostoevskij
e il ricordo
della mia follia,
dimenticando
che ero io
sul lastrico
leggendo
stretto ai tuoi fianchi
Nietzsche,
germoglio mattutino,
sveglio dall’albore
del rigurgito
ottobrino,
rimasuglio di pazzie estive,
un altro sorso,
non ricordi
i miei baci
di dinamite
e in piazza
non ci siamo,
siamo nel nostro
triste
e opaco
altrove.
Abbiamo perso
entrambi.
Per favore, basta
Pensieri un po’ storditi
mostrano la strada verso il vero
assoluto
e infungibile.
Corri rapita dal cielo
et assurda.
Pensami
di sera,
undici meno un quarto.
Soffiami in bolla
sapone degli ottoni,
tienimi la mano
o ci sperdiamo,
resto ad aspettare
la prossima capata
e tanti inutili
avventori
prospetterebbero
il futuro paradisiaco,
futuro inutile,
futuro,
qualche figlia,
Luna…
soffia sulle canne
il vento dell’alcol,
un rinsavito
savio
mago e maestro
delle pillole
che prendiamo
per svegliarci
dal bad trip
e dichter soffia
ancora
come flash.
Cosa vuoi che ti dica,
quale è il ricordo di me?
Un tossico,
un violento,
un astuto,
un barbaro,
uno stupido,
un fumato,
un inspirato,
un profeta,
un vate,
un figlio di Selene,
pazzo.
Cara ricordi
le notti sfumate
tra i fumi stessi
dello stravivere?
ricordi il senso della vita?
ricordi il senso
che davo?
tu sempre più cattiva,
tu sempre più eletta,
dove sei tu?
Io vivo
io vivo
vivo,
tu che fai
assodata
alla moda delle tue calze
e mutandine firmate.
Profumo di merda
il tuo
oramai francese
aduso a scintille,
un tempo odiavi
ciò che non era
spagnolo a limite.
Muori viva,
sei ricoperta di ciò che biasimavi,
non ti conosco più.
Basta, basta, basta,
per favore basta.
Il Giovialista
Pensarti, cos’è?
Un sacrilegio!
Sembro frustrato
e non succube.
L’estate la intravedo
nelle canne
che sospiri,
che sospiro
tradendo
la moltitudine
delle mie premesse,
voglio obnubilarmi
per sempre.
Tra un po’
mi sveglio e piango,
ho scoperto
come cambiare il passato.
È un ricordo
ciò che fa vivido
il presente farcito
di conseguenze
che non sono più mie
ma della situazione tesa,
posso cambiarla.
La verità
è che non esiste
solo si può
giudicare,
giovialisti,
il tempo presente
con il passato.
Axiotica delle vibrazioni
Dove sono?
Sento gli accordi
familiari
ma non mi ritrovo,
è il 1998,
o sbaglio,
il fisico è fungibile
ma la bile non è morte!
Alla sera l’ombrello,
piove di traverso,
alla sera l’ombrello,
piove e più non sento,
lapsus temporale,
ingorgo parossistico
del senso pessimistico,
spirale autentica e infelice,
scontro in paradosso
tra il presente
e il rimorso.
Potresti stordirmi
ancora,
mi gira la testa.
Ovemai sbagliassi
non mi crederesti,
ma ovemai sbagliassi
nulla muterebbe
se l’atomo è funzione
del tuo corpo,
sei prorompente nell’ombra
e sogno i fasti greci,
sei furente,
squillo di tromba,
sei invadente,
fai il verso all’intenso
vortice spietato
e dici
non è niente.
Dove sono?
Non riconosco
il centro
è opaco
è opaco,
my God!
Ci sono quattro folli,
passeggiano,
fanno la spola
tra le risatine
e l’indifferenza,
vittime di loro stessi
più che degli altri.
Riaprite la sponda
psichiatrica,
siamo sommersi da cretini,
volti ebeti del mattino,
falliti del tempo
poi sono il resto,
quelli più patetici,
quelli in se stessi
famelici,
ripudio della stirpe
danzante.
Io dove sono?
È passato qualche anno,
non si direbbe,
quanti falliti,
mamma mia!
Axiotica delle vibrazioni!
Vi amo tutti!!!
siamo
persi
in
fraseggi,
in pensieri,
poche le parole,
illazioni adolescenziali,
lo ripeto
per i cechi
e per gli stolti,
per il resto fa lo stesso,
dobbiamo diventare
ciò che siamo,
dice qualche pazzo
magari
al cavallo.
Dove sei Sophia?
Noia
e spleen,
sono sulle scale
della cattedrale
oscura
e sento le voci
dei viandanti del mattino,
il mio abisso
e la mia ombra
sono immensi,
più di me.
Parigi
è luminosa
negli occhi
solo degli arlecchini
e dei turisti.
La sapienza
è triste all’orizzonte
del mio schizzo,
sembra filigrana
il foglio ingiallito
come me,
puoi toccarmi,
stasera ti ho sognata.
Brucia Troia,
le illusioni
sono un coro di
cherubini
accordati
al clavicembalo.
La vita
è un continuo
fottere
il prossimo.
L’economia,
statistica,
diamo altre brioche,
altre ghigliottine,
altri olocausti,
altri ovettini pasquali,
altre ovazioni
contro le streghe
in fiamme,
in fiamme
e santificate.
La musica va,
non scappare,
assapora il resto.
L’urlatore insiste
con le sue idiozie,
noi ridiamo,
noi ridiamo
ma di nascosto.
Un altro spauracchio,
un altro nemico immaginario,
e i giovani
vittime delle false credenze,
Ortega, dio che generazione!
gli idola baconiani
sono diventati
la new age,
il complottismo
e i vestiti firmati,
puttane e puttanieri.
Sono stanco,
ma siete ciechi?
Sono stanco,
ma siete pazzi?
Cioè, davvero ci credete,
cioè.
Dove sei Sophia?
Dove?
A volte
eri stanca
in metro,
dove sono
i tuoi occhi
profondissimi?
E sarà per sempre
Sono frammenti
di specchio lucente
le albe sempre nuovissime
del nostro destino,
le rincorse boschive
del mattino
petali
al vento.
Rovi che sciolgono
sogni
persi
nel fragore
del sentiero
da tempo
perduto,
immaginazione
et emozione.
Vivere senza
voltarsi,
è il tepore
del vento
che spinge
il nostro
sospiro
perduto,
no,
non lo dimenticare mai.
È un segreto
dentro
l’anima,
le speranze perse
come fluidi
senza
spine,
rose eclissate
e fluorescenti
stampo sul tuo corpo
lilla.
Ma perdo
di nuovo
vincendo
entusiasta
la tua difesa
mi illude
e mi
sprona
ad una immaginifica
destinazione,
l’eccitazione
del tuo viso,
la pacatezza
dello scorcio
notturno.
Stasera dormi
con me
e sarà per sempre.

Eterea gotica presenza

Passa del tempo
ma il sentimento
è lo stesso,
sento nelle vene il turbamento
che non mi fa più respirare,
con l’intelletto
sprono
il sentire
ma non è finita,
tormentato
resto qui giù
e il lieto
cantare
trasforma
il madrigale
in requiem
spirituale.
Assopito come vuoi tu
piango al limite del ripudio
sterminato
ed astruso,
sento i passi,
sei già qua,
da lontano mi fai
la ola
riepilogando
la nostra storia
e la sola
del passato,
hydra spersa
a mezzo fiato.
Ti vorrei
vedere
per un’ultima volta,
baciare
i tuoi polsi
feriti,
leccare
i tuoi sospiri.
Vorrei quasi morire
per rincorrerti
su spiagge abbandonate,
guardiani
del nostro destino
non dormo,
insonne
ti sento vibrazione
ancora sul mio collo
corpo in eccitazione.
Dove sono le proiezioni
fondo schiena
e parete,
va bene,
è uguale piccolina,
non fuggire.
E ricordo
raggiungendoti
Orfeo
contro l’ira
di Persefone gelosa
e nel principato
dell’ombra
seguisci li miei passi,
sei tanto sincera
perversa
e bella tua immago,
furente
sei stupenda
anche se sei solo
eterea gotica
presenza.

Eterno di fugacità stesa al vento
Suona,
suona…
Magari
ricordi
i due puntini
tra il cappellino
che al mercatino
comprai,
perfetto,
sembri fatta
di lillà,
qualcuno guardava
noi due
con l’invidia
della tundra zingaresca
di un pensiero traverso,
lo sguardo.
Dicesti,
hai gli occhi
che guardano al di là.
Ricordi il mio
primo bacio,
che fu il tuo,
tante inaudite
bestialità,
il tempo passato
è un futuro,
specchio
del mondo al di là
delle altre
idee, e
demenziali
sentenze.
Ricordi ancora?
Limite d’infinito
sbocciavi
a metà
e la realtà
tra le tue dite
sboccerà
come fragilità
che ti rende
potente,
l’alma al di là
dei soprusi,
degli altri,
siamo soli
noi,
eterno
di fugacità
stesa al vento.

La nostra verità ribelle

Ed eccoci qua,
figli dell’immensità.
Stop,
stop,
la musica si fa dolce.
Ed eccoci io e te,
siamo ciò che rimane
del mondo
e nel silenzio
avvinghiati teneri,
stupendi i tuoi occhi.
Sento ciò che ho dentro
e simpatico
il flusso della nostra
presenza mostrata,
manifesta nell’immensità.
Eppure applaude
la meschinità
e siamo soli,
ancora
al di là,
lo dico di nuovo.
Voglio sentirti dentro,
vuoi spandermi il cuore,
noi due.
I silenzi ormai strani
rendono il nostro soggiorno
d’esistenza
intenso.
E tu dolcissima,
dove vai?
Se vuoi son qua,
mai a metà.
Tutto tuo.
E respiri me
mentre piangi
e mentre sogni
la libertà.
Nasce nel fermento
il ripudio
della vostra banalità,
credete siamo dei falliti,
ma non sapete
più guardare
con gli occhi
innocenti e perversi
della nostra fragilità
che apre le porte
verso il nostro rifugio,
della nostra verità
ribelle.

Oblio d’inverno

La realtà
sta sbiadendo,
vetro opaco
dentro me l’immagine
tua,
granelli di sabbia
i baci tuoi,
clessidra dell’immensità
del nulla
tutto nostro.
Ti ricordi noi?
Canticchi e
piangi
tra la polvere
e i soffi di pioggia.
C’è sintonia.
Non c’è più realtà,
ormai categorica
sfuma
tra i siparietti
di un tempo,
ricordi amore.
E tutto ciò che è stato
è ora rimorso,
tanti i petali
di vento.
E l’oscuro dei miei giorni
oblio d’inverno,
ultimo
mio tramonto,
noi.
Il tempo
reversibile
negli occhi tuoi,
ci sei?
Dove il respiro,
vivido,
schiarirà
anche il tuo
silenzio?
Dimmi ancora
se la morte
distrugge davvero
tutto.

Ombre cinesi

Ombre cinesi.
Dovrei smettere
di scrivere
e lasciarmi pensare,
ancora.
Sembra una tenda
il rifugio
che cerco
nell’anima tua
silenziosa,
sembra vero
ciò che dici
e resti fissa
nell’incanto
di te stessa.
Ma volare
è già diverso,
sentirti dentro
è il bisogno
che trasuda
dal mio spirito
in tumulto.
Ed è vero
sento te,
mi accarezzi
le labbra
poi l’indice
sovrappone
il senso.
E tu
puoi cambiare
il destino
col solito volteggio
delirante
sul far dell’estate
ammiccante.
E silenziosa
sei lì
e mi guardi
ancora
ma è già tronco
il respiro
della profusione
di profumi,
riconoscerei
te tra mille
sogni
confusi.

Il nostro sogno perduto

Taglio le vene,
giusto per invadente
coscienza ribelle.
Pensato come soffio
l’entusiasmo svanisce
nel momento
in cui non credi più in me
né in te.
E noi
che cazzo abbiamo fatto?
dormivo
accanto a te.
Non so se
la monotonia
ti ha reso perfetta,
ciò che volevi.
Non ricordi
i nostri desideri,
la ragazzina,
vestita
alternativa.
E io chi sono
ora?
Le notti bianche,
l’acido lisergico
e noi sempre più fuori,
tu scomparsa
ed io riapparso.
E non siamo più noi,
la giovinezza
l’adolescenza
ha cancellato.
Tu ti appoggi
e noi vogliamo
l’erba
senza dimenticare
l’alternativo
dolore
provocato
da ciò che è non
stato:
il nostro sogno
perduto.

Caerep

Piove da tempo,
noi soffi di metallo,
ormai stanchi,
stanchi di noi stessi,
tu mia luna
mi chiedi se
è giusto l’esser me
così come sono.
E che cazzo
ho combinato!
Dimmelo, ti prego dimmi
che sarai ancora vicina,
vicina alle mie debolezze,
ai miei stupidi punti di forza,
non credo basterà
un gesto per
eliminare ciò che è stato
e tu mi dici,
ho altro oramai da pensare,
non sono quella di ieri.
Mia luna,
ci sei sempre
ma oramai sei
l’irraggiungibile
che eri.
E nessuno poteva dividerci.
Chiamami amore,
gli anni
peggiorano,
i nostri segreti,
chi siamo adesso?
dimmelo,
sei davvero felice?
Andiamo
di nuovo a fare
i pazzi,
cara non credere che
se non parlo di te
ogni parola
non sia lo stesso
rivolta
al tuo viso
stupendo.

Luna magnetica

Magari ci sei,
magari ci sei,
magari ci sei ancora tu.
E potresti sottolinearlo
col pennarello
tutto viola
in rimasuglio è l’estate,
biciclette,
pensieri per incupire
il presente
passato.
Seria
è lei
questa sera,
piccina estroversa,
perversa
e rissosa,
decorosa
nel saluto
ma sola,
un po’
come se
tu non fossi più tu.
Ed è sera,
per entusiasmo
bevo tre pinte
e mezzo.
E lei cerca
conforto lucente.
Tuttavia
il pensiero
già fugge,
entusiasmo tra le vie,
e lei è
l’indomita ragazza
che gode
sé,
poi sincera
slinguetta,
oggi è come ieri,
pallida, mia pallida,
la voltura
chiave di volta
strana.
E magari lei ardente
si fa offrire la colazione,
voglio
crema amarena,
poi gin tonic,
non posso dormire
se non bevo,
e lei tutta sola,
dinanzi
allo specchio,
che farà
mentre si spoglia.
E mi dice,
la tua ragazza
ora non c’è,
sali su da me.
Ed io sì
oppur no,
vai, quasi accetto,
lei invece non ha brame
se non d’assoluto,
mi stringe già i fianchi.
Struscia la pelle,
eretta la sella
del mascara confuso,
rossetto in disuso.
E tutta splendente,
luna in sé ardente
tradisce nel senso
l’intento.
Ed il nuovo
è già perso,
il nuovo confuso
tra spiagge,
sdraiati,
luna magnetica.

Tutto irrimediabilmente perso da tempo
Il sapore del latte,
confuso l’umore
nella notte,
tarda la voce,
lento il pensiero,
l’amore è sciupato,
anni di disilluso
sopire l’astruso
sentiero del senso.
Alle due mezza
penso che il mio ricordo
è soltanto sbiadita
immagine di treni
mai partiti.
E ti penso,
va bene?
Lo sai chi sei?
sei quella che un tempo
diceva
adoro le tue mani,
i tuoi occhi,
le tue labbra
ora smorte,
ora ferite
ricoprono ogni passione
con il solito velo
d’illusione.
Solitario piango
e dentro me
il sentire vibrazioni
sciupa il corpo
non più perverso,
solo l’affanno ormai sento,
solo l’affanno
del tempo.
Accendo la sigaretta
e chiudo il cuore,
il sapore dei tuoi baci
non riesco più a ricordare,
la gioventù vicina
per me è così lontana,
quando ormai erano gli ultimi tempi
mi dicesti che era una storia
in bilico
e andasti trafitta
dalla nebbia di gennaio,
fu l’ultima volta che strinsi
per un istante
l’amore eterno,
fu il momento preciso in cui persi
l’orientamento
e le stelle divennero
ballerine
a ritmo della follia
che ora mi porto dentro.
Chi sei?
Anima parva
dinanzi all’infinito che è in me
riesco a sentire
solo il sussurro
delle tue parole,
scomposte,
dov’è? dov’è
il mio appoggio?
il mio sostegno?
solo perderò anche il desio
di andare avanti,
è tutto perso,
tutto perso,
tutto irrimediabilmente perso
da tempo.

E forse ha ragione

Il pensiero
e poi il velo
introverso del vero,
ed è notte inoltrata.
Musica,
bolla di sapone.
E continui così.
Sembra assurdo ma è così.
E la serata
propone
sonata
da infermiera
della letteratura,
filologia
classica,
il pazzo
alto,
un po’ sbarbato,
studia forsennato
e poi lo nega,
e il gin è pronto.
Un po’ di lucidità
traversa
traversata,
è come su una
la ragazzina,
sei grande
anni inutili,
sei bella,
estrella col cappellino,
diviene subito mattino.
E le soluzioni
sono illazioni,
nella salvia divinorum,
nell’allucinazione
da borgo,
da piantina nata
ai bordi di un fiore,
e voglio suonarti,
distendi le vertebre
e la bocca
è l’entusiasmo,
voglio magnarmi
le tue labbra.
E gli investigatori
lasciali, ti prego,
lasciali al guru.
Le volanti spiazzate,
le astruse
rubee macchine
che da Pascal
sentono l’odore
del giorno,
il fiorire
di placche metalliche,
placche telluriche,
noi siamo distanziati,
l’albore lo sa,
è testimone.
La festa gradassa
è vorace
voragine infernale,
ma lei resiste
in manicomio.
E forse ha ragione.

Nel silenzio sei consustanziale

Nell’istante preciso
sciolse il velo cupo
del mistero
e l’entusiasmo commosse
la ragazza,
lei tanto carina
in preda ad allucinazione
e il sangue
dell’intenso
ondoso
respiro trafugante
sentimento.
Poi le realtà
quotidiane
emerse in infinito
di spastiche
isteriche
un po’ ansiose
declinano
e poi dicono
ti prego fammi tua.
L’estro
è solo senso
e nell’ ilare realtà guarda e
gode il professore
mentre tenta
un po’ a carponi,
seducente studentessa.
E non ho peli sulla lingua
né linguaggi astrusi.
I sanscriti designano,
cinesi primo livello,
fenici in controtempo
l’enfatica rimessa,
ebraica
poi greca,
latina,
come dire,
banale.
Il suo ragazzo
spaventa,
della cisterna
zoppa.
Ed io dico ciò che voglio,
quattro lettere
inviate,
ed è notturna
la telefonata,
non sei tu,
sono io,
affossi le fossete
visive,
sei carina,
dici sei carina.
Eros-Tanato
e l’inverso.
Nel silenzio
sei consustanziale.

Comunista americana

Possibile.
Sì,
dici sì,
e non c’è scampo.
Costosa
l’introspezione,
siamo in quarta,
tu ami
me
e te stessa.
L’eremo
è circoscritto
al tuo bacio
un po’ inconsistente.
E le guardie
danno istruzioni
circa la via,
documenti scomposti.
Ce n’è un’altra.
Eccoti illuminata
dalla pioggia
in sulla strada
e divieto
pedonale è la tua escursione.
Sei così,
non ti poni problemi,
andiamo alla esselunga,
alla rinascente,
all’upim.
Eccoti qua,
sei silente,
buttafuori
africano
e reggiseno,
tanga,
perizoma.
Ti fai sincera accompagnare,
non penso al tempo,
baratti un bacio con l’attesa,
e la Sibilla a Cuma
rende necessario
l’infuso
e la coca del McDonalds.
Ed ecco qui,
vuoi un panino
comunista americana,
sei ingrassata,
sei fuggita
dalle mie braccia
e ti interessa solo ciò che non sarò.

La ragazza è chimera in proiezione

Passa passaporto
verso l’ignoto,
isola inesistente,
biancoconiglio,
realtà traversa,
trasversa verità,
declinazione scalza.
La circumvesuviana.
Noi di ritorno,
lavoro esausto
di te bella
entrata direttamente
dall’uscita
secondaria,
lillà.
Improvvisa
la ragazza
rende edotti
i conquistatori
di esser un po’ meno
di Greci e Macedoni,
di Alessandro,
il Senato romano
è frutto di un sussurrare continuo,
è troppo tardi.
E prendi la metro,
Napoli
artistico e intransigente.
La vertigo
è vuoto d’assoluto.
Odore di morfina
nel tossico sopito
dinanzi a me,
posto conquistato,
sonno etereo.
E la ragazza è
chimera in proiezione.
Il respiro
intenso
ed agorafobico cerca te.

Cybernichilista

Preclude il pensiero
lo spazio del vero,
percezione
del sincero
e della variazione intellegibile
del sentimento
e la scollatura mostra
ciò che tace l’apparenza,
elmetto soffiato
come vetro
Murano,
Capodimonte,
arcanum
ed occidente,
San Pietroburgo,
disquisisci
in partenopeo
se l’azione
è frutto
della tua erezione
societaria
verso concupiscenti
entusiasmi.
Un po’ eremiti,
un po’ pacifisti manifestano.
Le dialettiche del borgo
solinghe si scompongono,
è sempre presente
lo scemo del villaggio,
sembri tu.
La musica
fa assurgere
il mio minuto
in un botto.
E le ragazze,
sembrano
intelligenti,
ma citano frasi fatte,
lette su facebook,
manca la fonte,
e non hanno mai letto Wilde.
Ti spinge a suo livello
l’idiota
e ti batte con l’esperienza.
Che bella frase,
piccina,
sembra scritta da Hitler,
ma manco mi meraviglio,
magari voterai Grillo.
E il tuo tessuto,
badessa
baronessa.
Eccoti qui,
comprati un Iphone,
un tablet,
brava,
lavora silenziosa.
Spegni il cervello,
spegni l’alma,
il cuore.
Sei bella
ma ti saluto,
non fai per me,
cambio così.
Non fai per me,
fai per il cybernichilista
astruso
alter-ego
maschile jungiano
insito in te.
Ondeggi, scrittura vana
Proposta
decadente
sulle tue scarpe
che guardo sciolto
dalle mie stesse
conclusioni,
dici passioni
ma
il tintinnio
dei campanellini
tuoi
exsurge
domine,
parere,
entroterra
il gusto
di limone.
E sei trapunta
tutta bella,
dici
sospesa
sono la questione,
ciò che esponi,
sono io,
parli di me,
imprevedibile
non sai dove
con la mia musica
arriverò
ed infatti
è inaspettato
questo intreccio
di mani rampicanti,
ortica stuzzicante
labile
sentimento,
sensazione
scardinata.
Schizza via
lo spruzzo primaverile
di odori
tutti tuoi,
sì lo vuoi,
lo vuoi cara.
Ed è inciso
il dorso d’ulivo.
Carrube
trapanate,
crani cananei etilici,
nervi smaniosi
di un sorso,
sorgente
viva
e vivida,
dai di più
e manco lo sai
ma altera comunque
te ne vai,
ritorni
stanca,
è notte tarda
sul mio corpo
ancora deluso
dall’aduso
luogo comune
musicale,
proiezione
del tuo spirito astrale.
Mancano parole,
ondeggi,
scrittura vana.

Amore da quarto d’ora

Adagiarmi su rami
per godere
il canto che mi è caro,
quello di cicale,
lo sai.
Il codice estroso
strascina aria fuori dai pori
di te,
senso antico,
pianto.
Arrangiando il sogno,
stillicidio assoluto
del verbo
svogliato
dalle frasi tue,
toccami il cuore,
corporale
passione.
E da solo vorrei
morire tra braccia
smaniose del sospiro.
Dici dico
sempre parole
tanto uguali.
Il dizionario
è flusso esteso
del tuo pensiero.
E in corteo
liceo spastico
del tumulto,
è quasi sera
e siete ancora qui,
lui lo sa?
Astraendo me stesso
le tue sillabe declino
e nel mio silenzio
silenziosa sei,
amore
da quarto d’ora.

Siparietto femmineo celtico

Dondolo.
Qui,
lì,
sono pronto.
Liberami
dal giogo
dell’oblio.
Sono sugli attenti,
maestà divina,
sono le sette,
andiamo
all’orizzonte
degli eventi scissi,
puoi destinare
il mio saluto
alle spiagge
oramai
languide e sommerse.
E tu destreggi
lo specchietto,
labbra accarezzate appena appena
dal lucidalabbra.
Ed improvvisa
irrompi come estrella
da siparietto.
Tuttavia
io sono
dove sei tu.
Ecco, eccomi.
Sei pronta?
È tardi,
sei la solita,
stira il basso
con le solite dita
da isterica
sincera
musica della radura
spersa tra i capelli tuoi,
di nuovo
schiuso il siparietto.
Sembrerebbe tutto finito,
amore mio.
Tuttavia
la luce la vedo,
primo sangue
sparso
tra platani,
celti,
inaccessibili
realtà
del lasciarti spersa,
accanto a me,
spersa perversa,
scherzo dai,
ci sono.
Baciami.
Sei solo mia!

Le generali questioni

Folla di viole e rose
sulla pelle
che brama
acconciature
oramai fuori moda
e tu dici,
non vedi?
Sono la ragazza,
quella sulle scale
del monte,
tempio di sapienza
e vertigo alla bocca
servito.
La risposta
in fondo la sai,
salti al dunque,
quattro pagine stracciate,
non serve il digiuno
se non trovi
prima chi davvero sei tu
cosa t’opprime,
cosa ti stringe il corsetto,
forza, andiamo a letto.
Inizia a divagare,
sei sulla strada giusta.
Lenta lenta
inizia a sciorinare
le tue bestemmie corrette
e bigotte,
un po’ fataliste.
Tardo ottocento,
nuovo nocumento,
documento.
Le generali questioni,
ecco il significato,
e se la chiave
non ti sembra giusta,
pensa a te stessa.
Guarda al di là
della scommessa
e percepisci
il parallelo assunto fisico
in protezione
proiettata e protende
verso l’assoluto
il tuo corpo astruso,
cresta e riscossa,
tutta sei fritta
alla luna.
Corteggi
come la cantilena,
carillon,
non ti scordare,
suoni morta
innevata,
sei fantasmagorica
ectoplasmica,
spuria.
Un sentirti
è un vivere in me.
E pensa che
c’hai pure ragione.
Scandisci bene le parole,
ricordati,
sono solo tue.

Rosa a tardo pomeriggio

Non trovo il pennarello,
quello con le giunture,
sì è un inizio che ho già fatto,
l’indizio,
sono labile,
piango delle tue certezze.
L’incantevole mondo dei sogni
in cui ti rifugi
è differente da quello
che io sogno.
Tu sei così,
distratta
e stanca,
sei così.
Abbiamo
perso il pomeriggio,
sei più spenta della
cera
e sigilla
tutto il tuo sguardo.
E se non hai
più che dire,
accendi il cuore.
Ma poi improvviso
ex machina
arriva lo squillo,
sta finendo il secolo
e tu sei sempre la stessa.
Il tuo pensiero
sguscia via.
Sì, sì,
guarda bene,
è lui.
Risp.
Xkè è csì
E ora ragione non c’è
più,
né necessita
di rimanere qui
intrappolato tra ciò che dici
e ciò che in un attimo
hai già strappato
spensierata.
E tu continui ad ondeggiare
come in rima al cellulare.

Maybe

Non ci pensare più,
non è più così,
addio,
si erge il muro del pianto
tra noi,
Tempio
e rimasuglio
dello splendore ormai andato,
beh
sono secoli!,
in frantumi i nostri sogni,
hai perso me?
Ora cosa sei
nella massa
indomita
del nulla?
In un attimo
risveglio
sapori sopiti,
interagenti
con la squisita
dimensione
estemporanea
della tua
incline assonanza
protesa verso un rifiuto.
Chi siamo noi?
Non ricordi.
Maybe.
Hai perso bella,
non è più come dici tu.
Tra gorghi spaccature,
le tue fessure,
segni sul corpo
nero,
sniffa il solvente
mentre stringi
solo te stessa,
è passato
ormai.
Tu già non ci sei più.
Pensaci, pensaci,
potremmo navigare
tra le gocce del domani,
potresti restare,
il treno è giusto
se non scendi,
non so,
decidi tu.

Caelo Repecta
Non sento passione
nei tuoi accordi,
potrei sbagliarmi
ma sembri usurata
dal tempo manicheo
che ti investe
da anni e da giorni,
non riesco a focalizzare
le tue premesse,
e dici
vale la pena lottare
ancora
anche oggi.
E fumiamo l’erba
stesi su panchine
ma non capisco perché
la società non sceglie
la pacatezza
naturale.
E stanotte
stesa nel mio letto
mi poni inciuci
tanto heideggeriani
da essere velluto
sul tuo corpo.
E improvvisa
si pone
la necessità
del cammino,
guardatemi negli occhi,
schifo la politica
com’era e com’è,
mettete ragazzi
bombe nel parlamento,
mandate in frantumi
il governo.
Aò, la rivoluzione
con piccole rivolte atroci
è lecita,
dimmi, tu lo sai,
che il mondo cambia
senza noi?
Ma il patto impone
che sunt servanda
le nostre pretese
e le nostre
vanaglorie
e i nostri vizi.
E dico,
ma scalzo,
Caelo Repecta.

MA BU

Pronti?
Dance.
Vita vissuta
rettin fly,
vita vissuta,
rettin fly.
Pone salate remissioni,
pelle gelata.
Dai dillo,
piccola spaurita
al far della sera,
che sogni
i miei
orgiastici
sapori magnetici,
dillo che sei
perversa
già solo in te stessa,
ma bu.
E il respiro
è passato
e anche se lo dico,
qui lo nego.
Parlami sincera,
vado contromano
in autostrada,
è esatto,
è giusta la mia follia
bipolare
talora,
talora schizofrenica,
talora borderline,
talora narcisista,
imprimo come assoluto
il mio Ego,
imprimo il mio
Ego
come ragione unica
della vostra esistenza,
umani.
Psicosi
ipnotica regressiva,
re dell’impero orientale
straziante,
occidente struggente,
ossimoro restio
alle tue parole.
Booom!

La danza del mutamento

Era ovvio che
nel mutamento perdessi
parte di te
per lei.
Ed è lei
che riflette
in sé gli occhi miei,
i suoi sempre più belli.
Dolcissima
e ribelle,
terribile
e struggente
decadente.
Con lei
i pensieri sono già
al di là,
mi perdo e mi ritrovo
in cumuli
di residui
di umana dignità.
Ed ora la mia vita
ha un senso tutto nuovo.
Era Aprile,
era Agosto di giornate
spente riaccese,
neanche troppe sigarette,
che bello
il giro
e il volteggio,
l’entusiasmo del momento.
È lei la mia droga,
non sono più io
eppure lei
mi apre l’anima
seppur non mia
è già dentro me,
sono in lei.

L’aria fritta
Via.
Sono lo stesso
rimorso
del tuo pianto
e sono oscuro
mentre stilizzi
lo spostamento
oculare
nel centro dell’universo
avanguardista.
La tua musica
è nelle vene,
resta lì,
resta in me.
Cosa sarà di me?
Non mi domandavo
neanche
se la trasmutazione
fosse già effettiva,
immanente nell’imminente
istante
e quindi applicabile
automaticamente
nella autonomia
tutta tua,
tutta mia,
evidente e fenomenologica
in sé.
Dai canti indolenti
e viziati viziosi
dei mie cardi stradali
in nebbie sporadiche
ritrovo il tuo volto
come sepolto
dall’ombra,
e sono sempre cicale,
succhi tutto il mio sangue,
nel mezzo
del mio respiro,
è questa la parola chiave,
il serpente antico,
il fico,
l’albero
a diroso.
Arioso!
E mi dici
che il peccato
originale
lo scorgerò
quando rinuncerò
a tutto me stesso
solo per te,
circa diecimila anni fa,
iride tua,
ansia e panico,
traslittera
ed è pronta
la risposta,
scopri l’aria fritta.

Siamo noi i demoni

Tu eri l’Acheronte di sangue,
lo Stige nubiloso
del nostro rivoluzionario
pensiero
al di là della morale,
il senso incarnato nel verbo,
logos dell’etereo
eterno
assiomatico,
scarno
e pusillanime,
tu eri ragazzina,
eri serva,
padrona
del monte asproso
disincagliato,
tu eri erba, skunk,
remissione,
esaltazione del peccato,
tu eri vivente
ossimoro maledetto,
giumenta in folle vista
del firmamento,
congiunzione,
copula,
trasgressione,
tu eri il corpo
delle dee
ed il loro sangue.
Paradisi artificiali,
inferni reali.
Et demoniacus ergo non cogito,
sed in pulcritudo fermento
gaudente
sum.
Dillo, inverso
adoro la porta dell’ade,
adoro la ribellione,
il volto umano
della dannazione.
Da Dante a Milton,
dal ripudio
all’offesa,
al bigottismo,
al decadente,
assurge a sentiero
d’assoluto,
manichei stolti,
l’inferno è un passaggio,
una transizione,
è il nostro lamento,
la via verso l’assoluto,
bestiole selvagge,
consacrate a Diana,
su dorso di scopa,
Malleus Maleficarum,
Mulier Striga,
pozioni
nere,
dark magic word,
dark magic world.
Assoluto
nello spaccare le vene,
depressione,
mania,
assoluto,
figliole di Satana,
ragazzine
vendete
il vostro corpo,
il vostro sangue,
riceverete sapienza.
L’eterno
nei vostri zigomi,
fanciulline
fatemi godere
l’assoluto in voi,
l’assoluto
trafitto,
l’assoluto in noi.
Convertite
alla moralità terrena
il celeste orizzonte
aurorico
al far del tramonto
immaginifico.
Reale psicotico
e simbolico,
simbiotico
aforisma,
ragionamento analitico
consustanziale.
Siamo noi i demoni.

Allegra, ma non troppo
È allegro
ma non troppo
il motivo,
maestro sono
sulle tue astruse
partiture,
è già novembre.
E c’hai l’idea fissa
del mistero,
sono attraente
nell’immago,
ma tu silente
fai le moine
a portata di mano
e scandisci
le solite parole,
“respiro nel tuo sospiro”.
E mi innamorai,
questo è vero,
ma la maturità
cancella
lacaniamente
ogni coppia,
ogni riferimento,
siamo alla follia
mia e tua,
e discutiamo del nulla.
Ti amai,
mi amasti
e restavi nelle
brame del tedio,
(la disperazione il tuo scettro)
soprattutto a Natale
o alla vigilia.
E da anarchica
dicevi sprezzante
“Sì”.
Ed improvvisa omeopatica
il tuo disturbo endocrino
tiroideo
che ti rende
bipolare
assurge a verità
e ti scordi per dispetto di me,
ma il mio futuro
è nel passato.
Ti sembra assurdo?
Ma sono io
nel viaggio austero e ardimentoso,
nel periglio il tuo ego
visto in proiezione
di quando fanciulla
dicesti che la rivolta
era scomposta.

Né pozione d’amore
Eri scampata
al corso ineluttabile
dell’età,
inenarrabile,
e come mi ami,
piccola
appena appena in fiore,
tagliandoci le vene,
facciamo un patto d’amore,
eterno.
Come continuerai,
Machiavelli conservare
il principato del cuore
e sillogismo opaco
del tuo volto sul dorso.
E il tuo
non era amore,
ora è
indefinibile
carezza
come pazzi in mezzo alla via
la conclusione del canone
nel cannone.
Bucandoti le vene
assapori
il rumore,
cosmico.
È fastidioso!
Quale contemplazione!
Guarda che ti sei presa
anfetamine e speed
e non lozione
delicata
negli organi, agente
in comune, rissosi,
né pozione d’amore.

Pallida realtà

La fine immediata,
già presente
da ora,
infatti
sfugge la luce
tra le mie mani e tra gli occhi
tuoi ghiacciati,
tuttavia il ricordo
già stordisce,
ed è dicembre
nelle vene,
è già presente,
tuttavia sento
la voce
calda della
mia ragione.
E tiepido
volo tra
insoliti frasi
che oramai
sono note,
e tu intanto
già dimenticata,
già sublimata,
già ingraziata,
agli altari lodata.
È stato
un errore di percorso,
quello genealogico
dell’incoscienza.
E noi due?
Né respiri né sospiri,
un po’ imbronciati
un po’ ubriachi
sulla via maestra
perdevo
me stesso,
perdevo
la mia dignità,
perdevo,
perdevo la libertà,
perdevo il rispetto,
perdevo, ripeto,
me stesso.
Resta
solo amore,
cenere
e ragione,
solo illusione,
metafisica,
convivenza con te in me stesso,
e pallida realtà.

ESTATE MELANCONICA OVVERO LA SESTA NAPOLETANA

Quando senti il bisogno

Quando senti il bisogno
di dire altro
ovvero sono qua,
non è sgomento
ma l’elmetto
da guida
che stupida
mi dai
mentre intanto
il tempo
si manifesta vivido.

Eh si
potresti dire
due, tre parole
è così che va.

E potremmo anche
dimenticare
guardando
al di là di ogni
disinvoltura
potresti
guidare
anche nel senso
inverso del tuo corpo
mentre strana
hai già pensato
e dissolto
il segmento
dell’intenso
respiro
diagonale.

E poi va avanti
la stanza
senza ritmica
ebbra,
e magari
anche virgole
dentro
l’alma

di un’ illusione
potrebbe essere quello
il sentimento
madornale
il tuo portento
che è già mio
nello stesso momento dell’addio,

inizia un nuovo corso
e l’organo però è vecchio
baconiano
ma medioevale
e non seicentesco,
alchimista e non
politico
scientifico
il disegno.

Vecchie estati

Dal faro
la luce
tramonto sincero
mare agli occhi
tuoi
labbra svogliate
e sei tu,
l’altra sera
oppure adesso
non so che farò
dei tuoi occhi
quando rivedrò
le parole che tu
mi hai detto
senza senso
oramai.

Se sono solo è vero
non posso perdere
ma tu lontana
mi dici di andare
ed è così,
sei tutta
incapricciata

e non dici mai
tornerò
sola declini
la mia resa
e
sarà soltanto
un ricordo
di chi non sa
scordarti mai.

E quelle nostre discese
che non ti rimangono
neanche a metà,
un sogno fatto è difesa
dalle tenebre
di questa realtà

io banalizzo pontificando
sui nostri
non ti lascio più
mentre ammiravi distesa
di lato
e l’ho detto mille volte ormai
e tu mi ripeti
non hai scritto niente
a parte duemila volte
la stessa cosa
con angolature diverse
sei patetico sai,
io non ci sono più

e riavvolgo distratto
quella storia
che mai può
finir
tu ti giri di lato
cambi strada
meglio dirmi di sì
quando traversi scogliere
io non sono più nulla
se non parte di te
quella impercettibile
rinnegato
posizione
né pozione non ho
per quei tuoi sguardi
la passione trabocca
ma il destino avverso,
va bene è lo stesso,
non ci credo
che così
debba finir.

Adesso sei sicura
neanche mi saluti.

Adagio vai
ma l’ombra mia è stanca
non ce la faccio a guardarmi
se sono così
è stato per il respiro
d’assoluto
che ho cercato.

Sono vero ma a metà
se vuoi la parte oscura
soffro
e
non scordo chi nel mio cuore
ha impresso la traccia
indelebile
che mai dimenticherò

è così assurdo
neanche ci avrei creduto
se detto da me.

Nichilismo annientato da un solo abbraccio

Un bacio
al tepor di luna
e la scrivente
a mille.

Metamorfosi
in nuvole
rubiconde
tra le stelle perfette
fissa
mi tieni come un aquilone
sul mare
e tu ridi.

Vedi amore
sono qui per te
questo nuovo sogno
è nostro già
e non c’è più nulla
se non tu.

Guardami cara
sei l’umana temperanza
furente
del nostro
orgoglio esaltato
oltre l’oltre
del limite
di ogni
pensiero rubato
a noi
giovani amanti.

E il futuro
non ci sorprende
siamo noi i burattinai
della folla
siamo vivi
come se
fosse l’ultimo
universo
il nostro
e poi

sai che sono solo
solo per te
che già vai a folle
mentre ridi
fragore di onde stupende
e riguardo al nostro amore
credimi è l’infinito
per sempre.

Se domani ricordi lontano
questo sogno
non sarai mai più
tra le lacrime
del nichilismo
annientato
da un solo abbraccio.

Sigillo sei della mia verità

Nella notte
una voce antica
come la canzone
piccola e flebile
e non si disperde
il suono del piano
tutta Napoli freme
senza nascondersi
tra lenzuola obnubilate
dalle penombre dei vialetti;

estasiante
ciò che pensi di me
e se è tardi
credimi

rinasco e ti guardo.

Nell’ombra dissipata
sei pur sempre tu
giovane
ragazzina
della tua svista si può parlare
ma se stasera devo andare
non dimenticare

tra due giorni
sono qui
in riva al mare
sai di sale

è stupenda questa notte
con te
san Lorenzo brilla nell’aria
esulta la barca
del nostro corpo
fuso nell’inviolabile
segreto astruso

sei semplice e bella
ma hai lo sguardo
da passione eterna.

E’ questa la verità.

L’accento scomposto,
il tuo,
ed io
godo nel sentirti parlare
sai già più di ciò che fai
e sei immortale
sola qui con me.

E dal fumo traspare
una figura,
sei sempre tu
che mi pensi
nascondi la lettera mia
e piena di fuoco

sembri giovinetta
di inizio secolo
già
svogliata
e già sciupata dalla brina

e il panorama
è l’orma
dei tuoi occhi.

Sigillo sei
della mia verità,

millenni trascorsi
a pendere tra le tue labbra
innocenti.

Un soffio di maggio che ti disse addio

Accadde all’improvviso
quella mattina,
eri alla fermata
e aspettavi
il ritorno tenerello
del tuo portento
partito un anno e mezzo fa.

Venne una stella
quella brillante
che appena appena fa vedere
nei mattini di foschia
eppure è estate.

Stazione centrale
e sei già imbronciata
poi mi segui
mentre speri che un giorno
sia qui con te.

Tornai quando non avresti
creduto possibile
l’anno infinito
tendere dai tuoi polsi.

Nel firmamento c’è un posto per te
ma il tempo passò e non sapesti
trovarmi

tra le rose di maggio
tornai
ma la fonte
fu più viva
solo con le tue lacrime.

A volte ti penso ancora,
chissà che fai e con chi sei
vorrei ritrovarti,
rivivere
i primi baci.

Ma il rumore e la città
mi rendono
mobile
e non è più un pensiero
ma altro
che cerca te.

Ti ricordi
prima della guerra
quella poesia
tra le nostre
corrispondenze amorose
le tue mani fantasiose
ma il tempo si impose
e tornai solo
in spirito
e fu un soffio
di maggio che ti disse addio.

Respiro ormai sciupato

Stasera porta il tempo
con te
mentre attraversi
l’erbetta del prato
scorga limpida
la luna nell’eco melanconico
del passato
e tu guardi
l’anima senza
rendere giustizia
all’ultimo secondo

con te.

Solo
lo stupore del tuo calore,
tendo all’assoluto
mentre tu sei lontano
ti ascolto
è già notte
e non c’è speranza più per noi

guardi dentro me.

Volevo dirtelo
che il nostro bilico
spicca il volo
io, te ed un paio d’ali

solo il senso

che ci demmo

resta lì.

Ed io e te
senza amore
inquadriamo il tepore
diurno
e l’afa
che tende la tua mano
sei ombra

irreale.

Squilla il telefono
l’anacronismo dialettico
del nostro intento
perso

perso il senso.

Liberi
perdiamo noi,

avvinghiati sulle scale
sentiamo il sincero
fantasma
del nostro
respiro

oramai sciupato.

Stretta per sempre qui

Così finisce qui,
tutto nel tuo sguardo
si moltiplica d’immenso,

sei bella e mai mia,
tanto l’importante
è averti stretta

ma non sei qui
amore,
non sei semplicemente
tu
la risultante della mia elucubrazione
d’infinito
ma ci resti
come chiave
volta dell’imprescindibile
confine.

Poi quando volevo
te
fuggivi
rapida
ma l’estate scolpisce te
ultima reduce
della boscaglia
umida
tra polsi tuoi

tre sogni
me li devi proprio

amarti
ma perché
se tu sei troppo lontana

e ti penso ancora

voglio te
mia cara
sei la fulgida
vita

che ho perso
da tempo
mentre cercavo
me stesso
pensando al tuo
sguardo
ma sono solo

ho perso tutto
anche la ragione
per te.

Dimmi sì,
stanotte
solo
stanotte,
e ti prego

(lamento
fastidioso
il mio canticchiare furente
e stanco)

a volte credo
che sia necessario
ascoltare
se stessi
vorrei
un tuo abbraccio

vorrei venissi
a liberarmi
a liberarti

a pensarmi
stretta per sempre,

qui.

Chiaro il tuo viso

Così
chiami tardi
ma
il problema
si intreccia
indelebile
il tuo
sorriso

sghignazzi
tra te
la corrente
avversa
del neoliberismo
mascherato
da emancipazione

vuoi stare sopra
quando vuoi
e non solo
se
ami te.

La storia è
dipinto di
ciò che immagini
appena
mentre mi aspetti
al solito posto

sincera
mi dici
dove andiamo

e non chiedi
nulla
è tutto sicuro
nei meandri
dei tuoi
rifugi
celebrali

ecco il varco.

Il tempo
sa ciò che
non è sconfitta
quando mi guardi
non ragiono bene,

hai ragione
anche quando non guardi,

ma è diverso.

Lo sguardo
intenso
è l’arma disillusa
del nostro
sentirci
reciproci
come utensili
destinati
al senso
inverso
del comune

sei abbastanza pazza
per stare
stasera qui con me.

Complimenti,
ne parleremo.

Sono qui,
e lo sai.

Piangi
mentre
tenebrosa mi dici
come mi chiamo
ed io domando
addio
tra le arance
del mattino

chiaro il tuo viso.

Notturno

Il piano
è ciò ch’ho
quando dici
cosa sei
mentre il nostro
abbraccio scioglie

il fragore
del giorno furente
tra verze
i capelli
estasiati
alla fonte,

sono io
sei tu.

Parli
a volte distante
ma noi siamo
noi
e tutto il resto
è nulla
nessun ente
costante
non impallidisce

non è che non ti ama
ma sono
così.

Il cielo
lacrima stelle
ed è solo presente
il nostro niente
quando
era inverno
la pelle
riscaldava
il mio essere assente

e vai.

Così
al ritmo delle cicale
proteggi il tuo labbro
smarrito
nel percorso innocente
del sentimento
che provo
e lo sai,

vado via
per restare
così
con te
tra le corolle
perdute
e i coralli trapunti di
sogni,

il mare va e poi torna
tutto
resta
nell’incudine
del nostro notturno
che cresce
e poi non si chiude facilmente

se sei qui con me
non è più presente
ciò che siamo
non siamo nemmeno noi,

e la gente passa
e non guarda
finge
solo per
il sapore
di non perdersi
di aversi sempre lì,

ma noi siamo altro
e non si rinnega
l’assoluto.

L’ombra dei manga

Leggero
il tuo sospiro
quella mattina,
meraviglioso il corpo
disegnato
dal pensiero,

io e te
e nulla più.

Ma nell’oggi
non c’è poesia
quando distratto
non ricordo
se non
ascolto
il tuo odore
assurdo
quando
in bilico
esplodeva
il tuo bacio.

Puoi ritornare
se la paura
finge
la premura
primula
sui tuoi occhi
lucidi.

Potresti
almeno un attimo
ricordare
senza credere
che tutto finisce

se sei nuova
è merito tuo
se nulla
resta ormai
al mondo di me.

Comunque
è lo stesso,
a volte perdere
è la sublime vittoria
dell’alma persa.

E dopotutto
se si deve crescere
è per dimenticare,
la nostalgia
non è di questo secolo
infranto
nel suo nascere,

tanti progetti
sino alla follia

mentre devo cancellare ciò che penso
non rinnego ciò che sento.

Sei tu l’alba

Pomeriggio estivo
nei vicoli
storici
solo
per chi non sa
quanto c’è
d’attuale nel disagio
esistenziale,

un bacio rubato
tra le colonne.

L’entusiasmo smorza la tensione
ma poi non è sempre così
quando
senti la necessità
del cambiamento.

E’ stato un attimo
ma nulla pretendevo
se non tutto
forse questo
è successo
affinché
dimenticassimo
il nostro posto nel mondo,

due angeli
cacciati
per superbia
o forse solo per amore,

le nostre fotografie,
avevo te
senza
paura
ora solo
non sono più in me

e tu dove sei?

La speranza
germoglia limpida
ma la realtà
è terribile,

se la vita è questa
non so
cosa sia la morte,

comunque è uguale,
sono qui
sempre coerente,
non ho mai
rinnegato me.

Anche se ormai sono solo
la verità
chiedila a dio,
siamo reietti
solo
per gli uomini,

è vero
ho sbagliato
con le tue poesie,
ma tu eri tu
ed io sono solo il lamento
agonizzante del vento,

sei tu
l’alba.

Reso all’oblio

Parlare come fai
è l’ultima risorsa
innocenza non ce l’hai
mica,
quando il punto
non è chiaro
sei tu appellabile
in declinazione
e l’ultima intenzione
gravame dell’anima.

Quando pensi
sembri assorta
e non taci
ma straparli
e vai
con la spola
del cuore
che preme
mentre va su e giù
ed è tutto.

A volte
il tuo pudore
è talmente sfacciato
che in commiato
vado
via
ma solo per te.

Ti ricordi di noi
e della banderuola
ora all’impazzata,

ma io t’ho amata,
e tu non ricordi
neanche
la spiaggia.

Ed è tutto davvero
anche se ci ricasco
ti credo
e non vedo

l’ottusa realtà
obnubilato dal
sapore
dei tuoi baci
d’assenzio
perversi.

E tra la lacrima
e Morfeo
il passo è breve
non ci conosciamo
mica
affermi
come punto di domanda
categorico
invisibile
il tuo
portamento
noncurante.

Non c’è scampo
siamo
non esiste più,

e chi vuoi che ormai
mi può capire,

tutti fuggiti
ed in altri affari
affaccendati,

tutti voltati
di là
a guardare
sé.

Il futuro, la consolazione presente

E’ così
sei tornata
stanca
e sempre
ancora qui,

non te n’eri mai andata
evasiva
ma presente
come essenza
protetta
dai capelli,
nuovi
eppure
come quelli di un tempo,
legati all’inverso

fumo molto più di prima
e non so
se sia
per
perdita d’equilibrio
o perché sono
l’ultimo straccio
di ciò che non c’è.

A volte
ma non sempre,

sono le tue parole
e le mie esauste
ma
non ho più
né coraggio
né te
e l’unica virtù
è il sapere
che in fondo ci sei,

anche se cambia il senso
la forza è quella
e non muoio

vivo
per gli occhi tuoi.

Cosa vuoi
se non sai
o se fingi
dipingimi d’assoluto.

Sono sempre io,
il solito
onnipresente
entusiasmo
stroncato
dal risvolto
reale del presente.

L’ultima speranza
è il sogno
che rinvigorisce
nei giovani
spudorati del domani,

l’oggi
l’osservo
e noi siamo ancora noi.

Anche se non ci sei.

Lo sai che quello che facevi
e quello che sarebbe successo

lo sapevo ma
il lieto fine ci sarà,
tragos
o limpido dei nuovi
giorni miei.

La cabala dei sogni quelli miei, i nostri

Il punto di domanda
dell’incomprensione universale
dissolta
zolletta nel caffè
tanta parte di te,

io
l’illusione
e la verità
che si fa attendere
come se un giorno
magari noi
potessimo
innamorarci
come se in riva al mare
la luna
fosse solo
parte di te.

E con il tempo
quello che vuoi
si materializza
senza dimenticare
quali sono
i punti forti

tu
ed anche io,
sarebbe bello
se avessi
non dimenticato
quella parte nascosta di te

che freme
palpito naturale
della nostra
meta
da studiare
come se astratta
o ipotetica
come se irraggiungibile
meta
dove sei
e sono.

Ma se non
mi sai dimenticare
è solo
perché
un’ eco lontana
ti dice che
una ragione c’è

anche se lontana
nascosta,

nessuno
al di là di noi.

Vorrei crederci ancora
una volta prima di morire
che esiste un’oasi
dove possiamo davvero stare

nel silenzio
di un bacio
vero.

LEZIOSIE D’INCENSO

Tenebra schiarita

Dalla penombra
emerge ridotta
quella tua immagine
allo specchio
mentre sorretta
da paggi
e da elfi
gingillo raro
risorta
e scomposta
dictum
la nostra storia
canticchiando
sorniona
tra l’auto
e il suo retrovisore.

Ed è sbagliato,
continui,
piove
piangi,

respiri.

Ma riuscimmo
a riveder le stelle
quella notte
nuvolosa
di mezza estate,

l’allodola
l’ultimo canto
del vento riflesso
nel ricordo
di un
addio
manifesto,

mai più
i nostri sguardi,
piccola,
mai più gli intrecci.

Via,
via per sempre.

Non una lacrima
né isteria
né rimorso,

nemmeno saggezza
ma tenebra
schiarita
e comunque,
nel sospiro finale,
eterna.

Il passato arriverà tutto nuovo

La storia ed il palpito
l’immenso in un battito,
inizia il tempo
sospeso,

un tuono
in sottofondo,

luce chiara.

La nostra conversazione
mozzata sul finale,
il nostro
fumo che intero
è fortezza
del mio cuore

ed ora soli.

Allora
riappare agli occhi
ciò che in quell’istante
non era ma è e fu.

Quando
ascoltavi
non sapevi
ricomporre
il mosaico delle mie parole.

E sempre
un’unica
destinataria,
mitto se metti,

sei tu.

E giochetti metrici
mentre sei
bellissima
nonostante il tempo
e tutto il resto.

Quando
senti dondolare
i tuoi occhi
impazziti
solo io e te
conosciamo
ciò che c’è dietro

ma il varco non è qui,
e il treno
in controluce
sbuffa
e stereotipato
va,

musica dimenticata
ti rimane
impressa
appena sveglia
ipnagogica
ed ipogea del sonno
profondo.

Ed è così
sei tu
e se la volontà
precede
la conoscenza
intelletto
autoreferenziale
sei
o mia mistica
apparenza fulminea.

Il passato
arriverà
tutto nuovo.

Labbro scolorito

Acconto
accordato
nel profondo
della riflessione vana.

E tutto rimane
com’era
mentre naviga imperterrita
la tua visione
dell’immenso
dedotto
in un verso.

Nell’intenso
del verbo
intromesso
alla tua ipotesi
scalfita e fantastica,
la cartapesta
e l’illusione
masticata
allucinata.

E le dolcezze
sono le scordate
assunzioni metafisiche
dal reale
del giorno
appena finito
mentre silente
dici
o fingi,
labbro
scolorito.

E così un po’ sopita
e un po’
attenta
guardi in aria
come a riflettere
sul vago
segnato impronta
dalle mie dita,
dalla mia mano
protesa.

E il tuo fiato
tra gli zigomi miei,
il collo
invernale
è la foto,
l’ultima che ho,
nel mio giardino
d’infinito.

E i mandorli
in fiore
o i limoni gialli
o gli acanti
o le sette segrete
sono misteri
orfici
svelati
dai tuoi desideri
da ragazzina svogliata.

Ai bordi del fiume

Nella radura
la solita scusa
è estate di sera
all’ultima ora
per strade e sentieri
la tenebra prima
risponde a digiuno
il riparo del tempo,

ossa infossate
nel gotico armeggio
ormai in disuso

mentre sa
che la nuova realtà
è già qui.

Amore,
ti imploro,
risorgi dal nulla
e schiarisci,
penombra
per sempre,
le anime fragili,
i prigionieri
del senso.

Puoi non dimenticare
chi è stato speciale
nella dittatura
perpetuata
a ricatto morale
del passo occidentale
o materna
chiesa
da odore di chiuso,

pontefici
di gomma
che sono
solo vana
presenza
fumo negli occhi
pronti e precotti
anche per
i filoprotestanti
per laici
e per romantici,
per chi crede che nella storia
sia possibile che il mondo cambi.

Amore,
tremante
pura e ammiccante,
risorgi dal mare
risplendi tra i colli
e ocra della tua lussuria
da cunicolo e caverna
dai amore
quello vero
a chi ha perso
se stesso

ai bordi del fiume
un’anima persa
è l’unica salva.

Due voci in un unico fiato

Ecco fatto
il colorito sguardo
perso
nel bosco
ed è la parola
quella muta tua
che senza
pretesa
alcuna umana
cela verità
sopite da anni,

deucalione annebbia
navigazioni atroci
verso mondi sconosciuti
eppure
il pianeta
nostro
lo avevamo a un passo,

irrealtà.

Tante storie
sempre le stesse
nessun argomento
e nulla che stupisce
dalle supposizioni.

Un carillon
suona
stanco.

Io resto qui
in sulla riva del mare
fermo
attendendo
parusie
dimenticate

e sei con me
ombra tratteggiata
al fianco
di giullari e re,
di potenze ignote.

Abbiamo il diletto
della scardinatura sistemica

ma non è il neologismo
che va come noi
e viene
come sai,

capisci
la valenza
del nostro abbraccio?

Danzo sulla sabbia.

Cambia il ritmo
se
penso ancora
a ciò che è stato,
passa il tempo
sul motivetto
inizio anni ’60

se è così
allora declinerai
la passione mia
per vanagloria assurda.

Sei tu chi sai.

E noi
ritmo messicano
nella vudistica
astuzia veduta
vesprosa
veda.

Zuccherosa sei
ma non parli
né animi
le notti
passate
accanto mentre al buio
dicevi
che compromesso
non esiste
se saremo
per sempre
ciò che siamo,

due voci
in un unico fiato.

Corrono i destrieri
in balia dei cavalieri,

e siamo ancora
noi.

Tornerà lo spasmo
nostro d’assoluto.

Ventiquattro Sedici

Un lieve lamento
tra le facce sfocate
e tiepide
mentre bufera dentro di me
quiete lucida
come il senso
di libertà
impone.

E poi io e te
sempre più lontani,
si muore
morii per meno,
molto di meno
sentenza
terribile
inflitta dallo stato
delle cose.

E sinceri
i nostri baci
non furon più
mai più,
pochi anni ancora
e lontano
ogni luccichio,
ogni
trepidazione,
cuore barrato,
soffoco.

Poi c’è da dire
che ormai
nulla ha senso,
strade non ce ne sono,
motivi,
combattere,
a che serve oramai?

Prigioniero
per sempre,
vittima su questa terra
della valenza
negativa
del chiacchiericcio,
del sofismo,
idiota
o pazzo,
a tratti l’uno,
a tratti l’altro.

E la verità
la porterò
con me.

Troppa pietà
per un fiore
appassito
da una lotta
finita
da tempo.

E’ già ora piccola

E’ già ora piccola
la sera si approssima
tra nuvole
serene
di un domani
che mai saprai,
ricorda,
ricordati
di me;

sai già
oggi che
saranno
filastrocche frastornate
dall’America
nuova
che cerchi
quando stanca
pelle
passata

al di là,
via di qui.

E segui il senso
segnato
dalla musica,

nell’infinitesimo istante
dell’abbandono
coevo
al coacervo stolto
del pensiero
già parte
manifesta di sé.

Velatura sublime dell’ultima tua parola

All’uscio
scosceso
dell’esoterismo
banale
nasconde mistero
già svelato
meccanico ordigno solare
macchinazione meschina
e tutto è uguale.

Chi sono io?
Sono all’aperto
ed è il negozio
scordato
che pone premesse
ma non è un giorno di sole,

passa
il vento
in sulle strade
verso segnali
che non amano
che l’oggi.

E via così,
scegli pure
tra il tesauro
delle vecchie parole
quelle
vecchie
anzi d’antico
la modernità
contemporanea
di una realtà evidente
e bastevole
all’incremento
del tuo perenne fittizio nocumento.

E procedi,
passo certo,
si, è vero,
ma non si può rinunciare
ad un piccolo particolare
quindi è ovvio
ripetere
le stesse cose
mentre in spiaggia gelida
brilla l’ultima
venatura,
velatura sublima
dell’ultima tua parola.

L’ultimo motivo

Al piano bussola
dell’orizzonte
non penso ma corro
in susseguirsi
di respiri,

fai presto,
non c’è bisogno
di altro.

Gira la melodia
stereofonica
e proteica
assuefazione
d’incenso.

Ancora tu,
vedendoti
credo non risolvo nulla
se non sprigionare

rumori
scossi
da platani
da rubicondi
sornioni sentimenti,

mai,
era così,
ma ora
il volto
schiarito
è simile
tuttavia
spingo
a folle il sentire,
concupisce il mio
veliero
tra flutti
di marzapane
nelle fiabe
che dimentichi
da tempo,

brutto segno
il libeccio
in questo periodo.

E la verità
che sbandieriamo
è la stessa,
nel tempio dischiuso
delle tue promesse
scorgo le mie.

Sei l’unico motivo
per cui vivo ancora.

Ab-soluto

E’ tutto un divertimento
metafisico.

Nuova mia virtù

Stringimi stasera
mentre piango
alla luna
l’ultimo
lentissimo
canto
che non sa sé
ma sussurro si fa
lieve
adagio scomposto
del fluttuare
qui e lì
come dalla Provenza
la scorta
deruba
la viltà
dei soliti strumenti
in riga
pronti
alla sonata
strana.

E tu straniera
dai mille volti
cento sogni
svaniscono
nelle mani sottili,
entusiasmi antiche,

sei bellissima
nuova mia virtù,
tinta dell’indefinito
a me carissimo
solitario
il sospiro
quando
decisa
punti il dito
tra indecisioni
nostalgiche
e nessuno lo saprà.

Sei ciò che
innamorare mi fa
delle viole
sfiorate
note pizzicate
sulla pelle tua
sottilissima
arpa
che tiepida
grida

sono qui con te
a due passi
tu con me
ti sento
nell’ombra che cerco
da anni,
qui tu accanto
qui tu lontana
ma tenue
raggio

amo te,
e questo basta
se tornerai
o se diversa
leggiadria
mai stata mia
già sei
qui con me.

LE CORDE DELLA MIA POESIA

Le corde della mia poesia

Luci ancora?
Parla soltanto
se capirai,
gli anni son molti,
da pianger,
vedrai
l’immenso
nella melodia,
vedrai , e già lo sai,
tenerezza e follia,
ma non rinunciare
a questa vita,
talora anche il treno
perso
è segno
di fiori futuri
che sbocceranno
come sogni, utopie
tra le mani tue
che son giunte,
angeliche
remissioni
a fiato corto
in pace universale
tuttavia,
seguisci li miei passi
e non dirmi addio,
dalle tenebre un canto
è parte di noi
come siamo stati
il domani saprà
sussurrarlo,
ti è chiara la stagione
sottesa
all’intricato
artifizio
d’idioma dimenticato,
scegli me
anche stavolta,
e fu così
che cadesti
tra le braccia mie,
ricordi anche la casa
sulla scogliera,
non penso tanto
a ciò che credo,
io credo comunque
che tutto è uguale per noi.
E tu
un soffio,
non varcasti più
l’avanspettacolo
come guerriera
senza scudo,
l’elmo spento
nel tepore degli abbracci.
Il corpo nell’avviluppato
dei pensieri,
tranquilla non cambio,
resto ciò che sai,
e se vuoi grazia mia
non andare via,
mi ricordo di te.
E se nella melodia
che ti ho detto
non riesci a trovarmi
traccia
con le dita
segmenti
di linee scomposte
ravvivati dal tocco,
quello mio.
Guarda sono sempre lì
al tuo fianco,
ergo non disperare
se non vedi la luce
nel nulla eterno,
sono le citazioni approssimate
quelle che
ravviavano i tuoi occhi,
guarda lo so,
caduta, sembrerebbe banale,
ma scrivo che,
anzi tempo meglio
sarebbe non parlare
o magari ancora lasciarci andare,
perché
l’epoca nostra
non lascia
tracce
che non siano indelebili
nel calco
dei tuoi sogni
che sospirando
sfiorano le corde
della mia poesia.

E tu sei sempre così
Passi lenti
a tarda sera.
Rumore di grondaie
asciutte.
Eccoti qua,
piccola come un cero,
la Ceres
delle stagioni,
quelle con il sole al tramonto,
ed è ancora sera.
E tu sei sempre così.
Qui muti
la dimensione temporale
nel velo
della dignità
frantumata.
E vuoi sempre di più,
e fumi e fumo anch’io,
pall mall
o sono solo.
E sei sempre con me,
gitane.
Chi sono io,
tu lo sai
ma piango me,
sei la violetta,
quella certa,
mentre tu fuggi,
alle spalle la città.
E dopotutto sei qui
ed è questa la verità,
amo od amai,
il varco si rimpicciolisce,
languisce il senso,
corpo calibrato,
turgido il sapore,
dalla tua bocca,
e quella non è mai asciutta,
se ti avvicini al mio desio,
e gode la mia povertà.
E gode poi
massiccia e fiera
vetta
la mente
quella tua lucida,
nella metro
in tragica viltà.

Notte bifocale
Deve trattarsi
di te,
quell’impronta
sul cuscino la ricordo,
di sicuro sei passata,
come quando gettasti
dalla decapottabile
la mia sciarpa
ed il tuo foulard
perché ora è al mio collo,
coast to coast,
dal Gargano ai monti vispi
e asprosi,
oppure verso le Ande
con fare distante.
E dici assonanza
di essere
bifocale
e bilingue
in bocca all’incrocio
nel bacio sbocciato
stellato
e mai dimenticato,
filastrocca o sonata.
E nascosta
mi guardavi,
c’era un’altra
ed eri eccitata
si trattava
di scoprire il mondo,
quello nuovo,
tuttavia
l a libertà
venne,
erano le quattro e mezza
ed era la luce
quella dell’alba
e le prime carovane
palustri
di pastori
cittadini e salmastri.
Forse
oggi è andato dimenticato
ciò che successe
nella tenerezza
dell’attimo
di cui si parlava,
era già notte scorsa,
caffè mio del mattino,
è già tutto finito.
Pleonastica figlia dell’anima mia ribelle
Ciao tutta mia,
come ti va?
è un po’ di tempo
che distratta passeggi
qui e lì
il respiro strutto
nel distrutto.
Solo sei
la più
intrigante,
fai le fuse,
scendi con la grazia
alabastrina
di un sapore cristallino
dell’invito appena posto
e forse no,
non ti ho sognata
se eri già al mio fianco svestita
e dici pure
è tutto tranquillo,
tutto già vissuto
nei tuoi denti stretti.
di nascosto
guardo il volto tuo,
chiusi nella stanzetta
picciola sei troppo fantastica
ti insegno i