muta

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Le Ninfe ritrovano la testa di Orfeo; JW Waterhouse; 1900

 

2000

 

1

 

Partì verso se stessa incrociando le braccia a cavalcioni sul bagnasciuga fissandolo, si dirigeva con fare sicuro verso di lei e sorrideva. Sensazione claustrofobica, si dipanava man mano nell’ammirazione osservante del suo essere, un individuo strano, un’apparenza entusiastica e sublime. Eccolo a due passi che si china e le porge la mano non per incontrare quella di lei ma per carezzarle soffice le guancia, poi le labbra con un balzo mastodontico e velato. Dal passaggio a livello lì a pochi passi un trambusto, la carovana estiva correva, la sente nell’introito fastidioso come oggetto di disturbo, non è il sibilo felice della meditazione, quello ad uso ronzio del frigo che talora assurge improvviso ad oscillazione delle sfere celesti, era uno scatafascio, un’ inutile baldoria, di quelle che sanno ridurre a cenere gli attimi magici. Dove andranno tutti quei cretini nei vagoni, da dove verranno quei ridicoli esserini biancastri pronti ad arrostire la pelle, a volgarmente imbandire di schifezze la limpidezza del mare, quel godimento che il piccolo paesino campano era prima del turismo di massa. E poi d’altronde lei preferiva di gran lunga l’autunno, l’inverno, il gelo, la ribellione puberale. L’unico elemento buono estivo era il raro afflusso di ragazzi e il cazzeggio, naturalmente. Tanti preliminari, inutili preliminari, l’essere umano è fatto di questo, di introduzioni e parole smorzate, di rivoluzioni, di aforismi, di soggiogo eterno, d’amore, di lussuria, di passeggio godereccio, di transito su corpi, di volti chinati nel piacere, di riflussi d’eros, di palpitazioni adolescenziali, di verità assoluta intrisa di carezze. Ed ecco, lui era questo, e lo è tuttora mentre mi conosce, lontra fluviale tra stagnazioni di selci dal respiro odoroso, superbo, bellezze come collanine intarsiate da mani sapienti sul mio ventre, attracco di realtà e di amplessi giocondi. Pura rimessione d’intenti. Le stelle si riflettono a getto nell’acqua salmastra e lui si siede, magari sono quelle terzine, più spesso quartine giapponesi, ma lui si siede davvero baipassando il mio pensiero o forse conoscendolo troppo a fondo per ripeterlo, se essente possa ripetersi, ma vivido di comprensione, già, comprensione complice non da maestro e non da allievo. Lei dunque, dico lei pensando a me e viceversa, non c’è motivo di dirlo, districare, ecco il tuo compito, districa botolini in gomitoli piani alla Arianna o alla Penelope, io intanto parlo. Lei dunque dicevo e ripeto, tralasciò i pensieri evidenziandoli di blu mentre lui slacciava il suo costume. Che bella coperta solo di un telo trasparente e viola chiaro, come agonia della sera tra stella primaria. E lontano il falò, lontano, passata la corriera, intravedeva il padiglione sinesteticamente il motivetto che li accompagnava, non erano e non sono semplici accordi di chitarra ma sono assolutamente il tutto rinchiuso come nei suoi occhi di cielo, da dodicimila anni di cielo, di mare, d’orizzonte. Non c’è altro che possa accompagnare l’amore e le parole, non c’è altro se non la luce generata dal suono, tutto intorno, altrimenti, sarebbero tetre tenebre. Dal sapore di intrugli sintetici, etilicità mai biasimate, tabacco erbaceo, ecco, questo fu per lei il primo bacio. O il secondo, ma non importa, il presente è l’unico padrone del tempo, l’unico che può annaffiare o far tramontare valanghe di ricordi con un cenno, un flusso energetico di sguardi intensi. Tanta voglia di sé, tanta voglia di sé si imprime e scandisce nel ricercare un altro. La musica continua, cosa strimpella la serata, le chiavi armoniche sopite, chitarre a mo’ di flauti achei accendono il vivere intensamente ora sdraiati con baci più intensi. Che arzigogoli amorosi splendenti, corone di alloro, unico riconoscimento degno di nota è l’amore, unica cosa duratura nella sua caducità. L’amore non si arresta, l’amore è il gesto più folle della temperanza umana. Non ne valeva la pena vivere, fino ad allora. Chissà se un giorno lei renderà eterni questi avvenimenti, eterni con un segno di inchiostro, le superfici corporee e i sussulti, dai baci di preludio agli abbracci, reduci avvinghiati dei sogni, eroi allora, eroici, magari un giorno dimenticati, ma vividi, vividi per sempre nelle trame dell’anima del mondo.

 

 

2

 

Romance in Durango e Dilan, l’altro, quello dei fumetti, atroce ironia distillata, tintinnio malefico, stillicidio spiritico di essenza dark, tra una sigaretta e l’altra, steso sul divano mi muovo ad ondeggiamenti, periodico e distratto, un moto fulmineo come la tempesta in gorghi, placido a un tempo, come la neve appena posata. Immerso nella lettura la musica è una dolce compagna, estatico, catartico, indomabilmente adolescente procedo per la mia via diciamo alternativa, forma d’arte, vita come un romanzo, pusillanime scossa interiore ribelle e poi, azione, azione mai così conformista. Noi, nuovi decadenti fatti ad immagine e somiglianza della new age da mercanti, ah come lo abbiamo masticato il millenium bag! Accarezzo lievemente il cuscino, seta pura, orientalizzazione inconscia, subdola, priva di volontarietà, indotta, pur sempre diversa dalla massa ma così simile a sé, così simile. Credevo allora, cioè credo nel momento stesso in cui sto, chiaramente, agendo, di essere unico. La caratteristica di questo prolungamento degli anni Novanta è il crederci unici in branco. Nella periferia seguiamo mode metropolitane, uniformi, ma siamo gli avventori non più comunitari, siamo anarchici, punkabbestia, individui tuttavia, individui alla ricerca di una personalità unica. L’incontro ha senso e rende partecipi di sé, ma i nostri incontri sociali sono ovattati, sono frasi ebeti, da ubriachi incazzati contro vespai a guisa di ignavi, da fumati rilassati e onirici. Comunque terribilmente, incautamente, ed animatamente soli. Dov’è? Dov’è? Dov’è il me stesso, il noi stessi, la sintetica utopia? In frasi sconnesse dal gaudio. Siamo i nuovi agni dei, i nuovi avventori sacrificali dell’ideologia, la nostra eredità è talmente immensa che ne siamo spersi, che l’originalità sembra esserci scappata dalle mani. E poi dopotutto come sempre fa caldo, troppo, troppo per settembre, troppo per me in ogni caso. Maledetta estateee!!! Comunque, ecco, appunto, che ne sarà di noi, la generazione dei nokia blu, la generazione degli smile, che col t9 digita a velocità ennesimamente maggiori di un amanuense citercense qualsiasi messaggio che arriva, non ho mai capito come, tramite i ripetitori dell’omnitel forse, boh, in qualunque parte d’Italia. Beh ad ogni modo la sigaretta è finita, gli splash pure, la cassetta idem, una concordanza incredibile, devo alzarmi a mettere il lato b ma mi scoccio. Aspetto. Sto bene tra i ragionamenti, come uno che urla in silenzio. Bello! Stasera dovrei anche uscire, si devo, sono due giorni che sto chiuso qui, nella mia stanza, ho proprio bisogno di una sana boccata d’aria. Incontrerò senz’altro qualcuno, inutile accordarmi, conosco troppo bene i miei compagni, andare avanti e indietro per il lungomare, che da quest’anno è anche isola pedonale, lo sarà anche in inverno, boh, speriamo dai. Sì, comunque questo è il loro primo comandamento, consumare le suole e l’asfalto dell’isola, fare la spola. Il secondo è dire cazzate alle ragazze per abbordarle. Il terzo ubriacarsi. Per ora siamo a tre, il legislatore del roveto terrestre si è fermato, ma ne detterà altri nell’inutilità intrinseca della nostra parva esistenza. Quest’estate ho fatto il barista in spiaggia. Tradotto, conosciuto tante ragazze, uscito poco o per niente facendo i cocktail fino alle due per gli altri che ballavano. Non che adori ballare, anzi, preferisco di gran lunga i concerti alle musichette ripetitive e monotone, non parlo solo dell’house o della techno, ma mi riferisco principalmente ai “tormentoni” dell’estate, macarena, tichi tichi ta, o come cazzo si dice, etc… Però ora sono libero, ad agosto ho finito, basta, almeno quindici giorni di riposo e cazzeggio assoluto me li voglio fare. E che diamine.

 

 

3

 

Squilla il suo cellulare e l’occhiata sbrigativa dice che è lui, già lui, foschia e sorriso voltandosi e vedendolo alle sue spalle con l’Harry Davidson e la sigaretta di sbieco infiammata dall’accendino metallico alimentato da benzina. Americanate da quattro soldi e quasi grottesche direi io, ma non lo dico perché non ci sono, o almeno non nel modo che voi credete, ma ora non importa, continuiamo, dai. Biondiccio quasi cenere e dal pizzetto rossastro, occhi indefinibili e verdi in lotta contro quelli di lei tra metilene e cobalto, in lotta scarsa e piena, quasi sinergica, fatta di cenni e completa devozione, amore, no forse amore no, come dice la breve descrizione in chat, “non credo all’amore”, direi che credi al sesso se l’avessi fatto, pur sempre lo farai, ne è certa, ne sei certa, lo farai stasera, col tuo nuovo nuovo dichterino, occhiali da sole cinabri la sera, ottima velatura, sublime direi se non esagerassi, ma lei sì, non si fa scrupoli, esagera con l’enfasi da bambina che ancora le è incollata addosso, piccina e delicata quanto possente nello sguardo, ne parleremo. Film al cinema, il vecchio cinema-teatro di periferia di quella cittadina di mare, bacio, bacio dinanzi a’ ”L’esorcista”, versione completa, revival senza la censura anni ’70, due scene in più o forse tre, neanche si capisce perché censurabili rispetto alle altre, ma così è se vi pare, esserini. Bacio dicevo, bacio lacustre, lacustre, nel gergo tutto loro, una parlesia non da musici ma da critici, critici non di un’arte o letteratura o musica in particolare, ma critici del mondo, o meglio della ridicolità, la ridicolità del tempo. Lacustre non ho mai capito perché significasse lisergico, acido, ad ogni modo va bene, gli sweet trip hanno in genere inizio dinanzi al ruscello salmastre e paludoso che si getta in mare, eccone forse la derivazione, ma l’amarezza, l’acrità si tramuta sempre, o quasi in lindore, in leziosità per abusare ancora di questo termine, sempre perché vi suggerisco che la giusta visione è quella di insieme. Però carucci gli ippopotami, i coniglietti, i miki mouse, gli scoiattolini, i cani trasfigurati ed umani, di una umanità piena e deformemente estetica. Carino tutto anche, e soprattutto, lui. Il film finisce con una caduta dal cielo ed un abbraccio, finale semisquallido, qualunquista, democristiano, esisterà sicuramente qualche frammento di democristianeità anche in America, negli States da motocicletta e cheeseburger. Via come sul capo al naufrago fuori dalla sala. Un altro bacio, francese, slinguattamente trasvolante, e via, dietro la moto. Destinazione alberguccio di periferia. Doccia insieme. Penetrazione lenta e godereccia, lacrime di gioia, di dolore, di piacere, non si sa, lacrime di qualcosa, qualcosa di certamente migliore del nulla che lei si porta dentro. Qualcosa, comunque qualcosa, a guisa di materia, energia, ateicità convessa. Qualcosa che la porta ad un’avversione per il comunismo. E già, modetta americana ma da americano medio, contro la destra, i comunisti e, essendo italiana, ovviamente anche contro il bercoglioni, anarchica se mai, alla Bakunin o alla Nietzsche, di un anarchismo forse più castista ed intellettualmente aristocratico di quello servito, con pere e formaggio occultate ovviamente, ai contadini. Lui è così dolce nella sua brutalità, immagina senza dirlo la ragazzina. I suoi pensieri così profondi, da lasciare a bocca spalancata, come ovviamente non fa poiché mai indebolita alle sue parole ma sempre resa più grande, più forte o semplicemente più stupida anzi tanto stupida quanto serpentinamente cosciente e consapevole della realtà. Ed è quella la realtà, la squallida realtà di chi tende al vero, il sudiciume baudelairiano della realtà plasmata a uso ed immagine del proprio tormentato se stessi interiori. È così, l’alma è una merda ergo la realtà è vomitevole.

 

 

4

 

Una marmaglia si forma come ogni giorno all’ora di pranzo fuori la scuola. Districati tra frenesia ed attimi di quiete i ragazzi escono soffiando all’insù, taluni sgusciano attraverso l’atrio e scivolano fuori, tal altri sostano nello stesso un po’, svuotando la tensione mattutina e finalmente liberi per le peregrinazioni pomeridiane, gli sbalzi di umore, le grida, la gioia. Lei si è trattenuta all’interno dell’edificio scolastico parlando animosamente con il ragazzo, sembra che sia finita, lui deve partire, via per sempre, ciò le risulta incomprensibile, tanto più visto che a suo dire non potranno neanche sentirsi telefonicamente, come se scomparisse nel nulla. L’abitudine a sentire il suo corpo sulla sua pelle, la sua voce, i suoi silenzi, i suoi discorsi, tutto, tutto dovrà disimparare, lui, il primo amore della sua vita sembra irrimediabilmente perso, potranno vedersi solo un’ultima volta, stasera, poi addio per sempre. Nella mente della studentessa balzava l’idea di non presentarsi, di dargli buca, ma spesso le sensazioni vincono la ragione e quindi crede di andarci, pur tuttavia la mente è ancora offuscata da rabbia. Repentinamente gli dà un bacio e va via. Lei, una ragazza dalla superba apparenza, con un viso lezioso per l’anima di chi lo scorge e allo stesso tempo con una inaudita fierezza interiore, un carattere forte per una sensibilità volubile e fragile, con una sicurezza in sé smorzata dai suoi desideri. Eternamente infelice fino a che non conobbe lui, destinata alla tristezza se lui andrà via. Un sillogismo che si fissava nella sua mente indelebile mentre scendeva le scale carezzando lieve la ringhiera. Speranze, ce ne erano? C’era un qualche futuro dopo quella sera che sarà? Interrogativi a iosa, tipici della sua tempra, illusioni vorticose, futuro buio e inconsistenza, caduta del morale, inabissamento degli occhi, quei così vividi occhi azzurri, quella sua voce armoniosa smorzata. Era stanca di delusioni pur non avendone avute mai di così forti, ma comunque alla sua età un fallimento ha efficacia retroattiva e tinge non solo il futuro d’oscuro ma anche il passato, l’antecedente vissuto anzi la sua venuta. Voglia di morire, finirla, far cessare l’inutile vita che si prospetta, voglia di distrazione, più che altro bramosia di distrazione, spinta a che il suo intelletto possa ospitare nuove percezioni, nuovi stimoli, nuova fluidità emotiva. Già, la morte adolescenziale, la morte di un attimo ma di un attimo dal sapore d’infinito. Lui era apparso in un momento di solitudine bieca, aveva colmato le sue giornate, dato un senso alle sue ore, era stato la transizione verso un nuovo modo di vedere le cose, non semplicemente un amore, ecco, ma una guida, dall’alto della sua esperienza e dei suoi dieci anni maggiore, un amore al di là dei limiti, delle convenzioni, della realtà, un amore che squarcia il velo di Maya e rende ciò che ci circonda in funzione esclusivamente di noi stessi. Il rimmel si scioglie tra una lacrima soppressa ma insistente, perdendo lui avrebbe perso sé stessa? E poi la stranezza delle sue parole, “magari mi rincontrerai, se ciò accadesse le tue mani come rasoi inumidiranno le lenzuola di sangue.”

 

5

 

Appoggiato ad un muretto aspetto, è favolosa la luna riflessa nel mare, l’aria tersa e piacevole, la serata di fine settembre risveglia il mio animo mentre attendo. L’estate è finita, ora ci sarà la monotonia dei giorni, l’uno uguale all’altro, ogni mattina a fare le stesse cose aspettando solo il sabato per svagarsi, per dare un senso all’esistenza, al di là dei canoni imposti. Accendo una sigaretta e guardo ancora il mare, è stato davvero stupendo questo amore appena sbocciato, appena appena alla fine dell’estate, continuerà? Beh ad ogni modo staremo a veder, meglio non farsi programmi che potrebbero deludermi, per ora penso all’oggi, ecco già la intravedo, è a due passi da me, mi giro di scatto volgendo la faccia al lungomare e mi sporgo dandole un bacio.< Ciao amore>< Ciao> Ryma, conosciuta ad inizio settembre, di tre anni più piccola di me, frequenta il mio stesso liceo, mai vista prima.< Ehi, sei una turista? Non ti ho mai vista in giro>< No no, sono di qui, piacere Ryma>< Anche tu a goderti la serata?> Solite cazzate che si dicono, frasi fatte e senza senso, domande retoriche. Credo che quando siamo emozionati non parliamo più in maniera cosciente ma deve esserci un demone posizionato proprio qui, nella gola, si percepisce anche come groppo, ci fa dire stronzate che in fondo sono reciproche, la controparte agisce più o meno allo stesso modo se interessata, altrimenti è vittima del demone del rifiuto, risponde in maniera distaccata, elude gli sguardi, ci liquida, si mostra in tutto altro fare affaccendata. Nel mio caso era interessata. Facemmo un giro sul bagnasciuga e poi ci allontanammo nella vegetazione, fu il primo bacio e come tutti i primi baci dava la parvenza di sicurezza, l’azzardo, il tentare di esplorare, con secco rifiuto ed opposizione, ovviamente, le sue nudità. Domani sera torniamo in spiaggia, ci godiamo questo ultimo tempo favorevole, sdraiati fianco a fianco, mano nella mano, gli ardimenti sono più liberi, come esploratori scopriamo il nostro piacere che, fino ad allora, era soltanto autoindotto. Comunque, traendo somme, la storia è continuata, la aspetto sempre all’uscita di scuola, riempie i miei pomeriggi, il tempo vola assieme a lei. Poi una mattina di novembre si ammala, è sola in casa. Vado senza indugio a farle visita. Arrivo, e non lo scorderò questo giorno, e carezzandola la stringo a me iniziamo a baciarci e poi, lentamente, facciamo l’amore sul serio, come bambini che si apprestano ad un gioco sconosciuto, di cui hanno sentito solo vagamente parlare. Le sue membra sono le mie e il mio sangue è il suo. Ci scambiamo umori ed effusioni, dura poco ma è il momento più intenso per entrambi, forse l’attimo più bello della mia vita. Lei tuttavia dopo un po’ si comporta in maniera strana, contrariata, il giubilo per l’atto sessuale tramuta in rimpianto, forse non se la sentiva, era presto, ma da allora comincia ad evitarmi, come se dentro di sé avesse l’animo in subbuglio, un duplice sentimento di amore-odio. Finimmo col lasciarci.

 

6

 

E’ dicembre, poco prima delle vacanze di Natale, ormai non ci vediamo da quasi un mese. Un po’ giù di morale mi estraneo trovandomi al parco, tra gli alberi secolari, dove sono le panchine sulle quali passavamo tanto tempo Ryma ed io. Mi avvicino cercando di vedere se la nostra panchina è libera. A mia sorpresa trovo lei, sola, seduta, alzalo sguardo, mi vede, sorride, mi invita ad accomodarmi.< Anche tu qui> “Sì Ryma, sai com’è, nostalgia>< Io spesso ti penso, non so, forse abbiamo sbagliato a troncare definitivamente>< …>< A volte ho come un vuoto in me, seppur breve il nostro rapporto è stato così intenso, abbiamo fatto tante cose, tutte per la prima volta, tutte insieme…> Mi avvicino alle sue labbra, silenzio, le sfioro, le mi bacia profondamente, sembra che il mondo sia smosso dall’interno, tutto cambia, un nuovo modo di vedere il futuro, tutto unico, tutto stupendo. Guardandoci ridiamo, le carezzo i capelli, come piace a lei. Sembra primavera, un sole intenso illumina i loro volti, con un coltello incidono i loro nomi in breve abbreviazione (che espressione orribile, ma mi piace) su querce stanche.. Stupendo, un’esplosione di colori nella mia anima. Un brivido che mi percorre il corpo, la vita ha di nuovo un senso, è tutto diverso, tutto favoloso. Nel nostro abbraccio siamo un’unità con la natura. Noi fragili cristalli in un mondo traballante accendiamo i nostri mutevoli sentimenti con dolci parole o con situazioni che non ci aspettiamo. Siamo lanterne nel mare notturno, agitati dal fragore dei flutti eppure unico spiraglio per raggiungere la riva. Due parole diciamo all’unisono: non ci lasceremo mai, mai più.

 

 

 

 

2002

 

1

 

Il Virus è adombrato dai palazzi, tra stalattiti di cemento e rivalutazioni cosmiche metropolitane si adagia come nostalgia dell’esistente futuro. Un percorso retrocesso al sarà, al possibile, alla nuova anzi antica epoca che sarà, quella virtuale, degli ologrammi, magari chissà fra dieci anni leggeremo libri con minuscoli computer tascabili. Per adesso le frontiere sono inimmaginabili, tutto si potrà riscattare con un’epoca del sapere accessibile a tutti e gratuitamente. Questo è il nuovo Virus, questa è Milano, ciò che era, forse sarà, magari perirà nell’oblio ma l’innovazione è sempre partita da qui, anche prima di vent’anni fa, prima dell’ottantadue. Guardo le fotografie affisse, riscoprire che non siamo cambiati molto, manco ero nato, già si pensava, germogli punk si annidavano, a cicli alterni, tra manifestazioni libertine, tra voglia di distruggere catene. Il senso comunitario magari sta sbiadendo ma c’è la voglia comunque di un’alternativa, di un’arte esteticamente più ancora che ontologicamente alternativa. Che buffo, ho tra le mani un manoscritto, è anonimo, campeggia il titolo, una storia forse autobiografiche di Alessia e occupazioni, forse deve essere di qualche paese vicino al mio, me ne accorgo da alcuni influssi dialettali, chissà, sarà venuto anche lui qui, alla mia età, nell’82. La cosa che mi colpisce è che il testo non ha alcuna corrispondenza col luogo, chissà come ci è finito e se qualcuno lo ha letto. Storie a tratti quasi erotiche, a tratti disincantati, a tratti quasi grossolanamente filosofici, credo di una filosofia da anatomista distratto. I Kobra in tour in Olanda e Danimarca, leggo su un volantino, su un altro la condivisibile idea di creare spazi autogestiti, vocabolo censurato dall’attuale Regime detentore del Sapere prima ancora che del Potere, magari di un potere minuscolo per un potere da svelte scimmie che scivolano nel fango. Ideologie anarchiche, voglia di negare ogni forma di autorità. Condivisibile. Mi rammarico che domani mattina torno a casa, avrei voluto rimanere ancora al centro, respirare questa aria buona che da noi in provincia arriva solo filtrata. Aria di nuovo, di giusto, di libero. Avrei voglia di scrivere, forse potrei farlo discretamente, ma non oso, tutto sembra talora semplice ma nella concretezza il tutto si basa su una ripetitività, su una continua mancanza di idee originali. Tanti romanzi cyberpunk, carini, mai trovati prima d’ora, sulla scrivania vi sono testi in inglese altri in tedesco ed altri ancora tradotti in italiano. L’Italia dove il bel sì sona è muta, muta da tempo al richiamo, all’odore. Abituata ad essere soggiogata non dissente, salvo poche eccezioni, dal coro. Ryma è a fianco a me, quasi stordita dalla nebbia fumosa del locale, dal frastuono di una band che, ovviamente, non conosco, dalle foto e dai dipinti appesi, dai volantini gettati qui e lì. Mi guarda e mi bacia ardentemente, che parola ormai abusata, eppure struggente nella sua semplice profondità. Che ne sarà di noi? Domanda che mi pongo quando non sono preso dal mio carpe diem tossico, dalla mia obnubilazione da sniffio. Eppure sento che in me c’è qualcosa, che in noi c’è qualcosa, che le, per ripetere la res, cose possono cambiare. Ma, come dice…sì quella lì di qualche annetto fa, va bè, non ricordo, comunque dice più o meno che non siamo che gocce che inondano il cielo. Né più né meno, fra qualche anno magari sarò diverso, lavorerò alle poste, in banca, non scriverò mai né avrò successo, non cambierò nulla. Ma ora non ci voglio pensare. Non è importante. Credi nel domani il meno possibile. Ora tiro, tiro, e magari ci voglio pure rimanere. Sì, perché no, morire qui, strafatto, sarebbe il massimo, morire in un locale semioccultato, nostalgico e avanguardista. Ryma mi guarda ancora. Ma i miei occhi sono persi per l’eterea, la quale è più che altro una tensione, una stella da non perdere di vista, in questi due anni mi sfugge sempre di più di mano il desiderio che possa essere mia. La voglia di rendere volontà azione sta scemando, scolorando, forse sto invecchiando, ho diciassette anni e sono pessimo a fare ‘sti pensieri. Sembro un vecchio. Ho ancora il coraggio, la voglia di osare, ma molte, tante delusioni mi stanno costringendo ad avere i piedi per terra, a conoscere la parola “rinuncia”. Sperò che le cose cambieranno. Ma meglio non pensarci, diamine. Ho un umore troppo ballerino. Non ho il peso di tutto quanto resta sulla terra intera sulle mie spalle, basta, sarà quel che sarà. E poi non è neanche carino pensare ad un’altra con la mia ragazza a fianco. Non va bene. È ipocrisia. Ma al diavolo l’ipocrisia, non voglio mica fare la fine dell’impiegatuccio sposato-sfigato con figli accompagnati da rimorsi e rimpianti. E poi ho paura ad educare qualcuno, non ne sarei in grado. Ma perché penso a queste cazzateeee. Basta. L’ho detto, fammi godere l’attimo. Così facendo non faccio altro che vivere di ricordi, anche adesso. Sembro il classico tipo a che non sta bene da nessuna parte. Stop, basta, fine. Vado a bere, mi distraggo. Dove sei futuro?

 

2

 

Tra le cannucce viola l’ombra della tua pelle imprime aspre fughe dal reale, incontaminato il tuo pensiero, limpido dal riflesso etnico dei braccialetti che scortano sensazioni vorticose. Balla tra la musica e la capata il tavolino la sedia, io e te, casualmente insieme, vicinissimi eppure storditi, si impone un senso di distanza in anime che quasi si sfiorano nel bel canto di cicale invernali e dunque paradossali. Ok, esagero, ma forse pensiamo lo stesso, guardandoci con una profondità inaudita. Si sente e non mente. Non mente la sensazione seppur mia creazione o oscurata percezione. Provi quello che provo io, ne son certo. Eppure il tuo sguardo estasiato sembra nel guardare me sorvolarmi. Dovrei smettere di scrivere, è folle, ma continuo, non facendolo affatto. Non inizierò a scrivere, si è sempre troppo giovani per raccontare qualcosa di diverso dal terribile nullità adolescenziale che ci portiamo dentro. “Me ne dai una?” dici guardando il pacchetto e il fumo dalla bocca. Lo faccio e tu cacci fuori un voluttuario accendino. Stupendo. Come mai tutto ciò che ti appartiene è come te? Come cazzo fai. Rendi favoloso tutto, anche le stronzate, ammirazione assoluta. Faccetta buffa e sproloquio ardito. Parli, non ti fermi, io ti osservo immobile e corrispondente, come si può parlare insieme e trovare i propri pensieri completati dall’altra, approfonditi e viceversa. Mistero tuo, tutto tuo, o forse nostro, ma questo non lo stabilisco io, non lo stabilisci tu. E le parole cariche di rabbia non sono mai state così magnificamente perverse, sembrano stelle di una costellazione d’odio, ma di un odio amoroso, ribelle, il più candido e strampalato oltraggio al destino. Che voglia di baciarle quelle labbra. Se potessi. Oserei. Tra francesismi, germanismi, italiozie, fughe dal reale. Sono trasportato, ci navigo profugo felice, abusivo attracco cerco ma non voglio. Lasciami così e resta così. Punto. Pago il conto. Desiderio fremente di averti tra le mie braccia. Oddio. sì. Dolcissima ammaliatrice. Se solo potessi concretizzare la mia fantasia come le forme create dall’intreccio delle nostre mani nella sospensione fluida, dalle nostre ombre aggrovigliate ed inestricabili che si formano nella sera abbandonando l’uscio del baretto. Ah maledetto me. Tramuta il pensiero, rendilo azione, dico sempre lo stesso ma non lo faccio. Ridicolità spaziale questa, non temporale. Un bacetto, andiamo via per strade opposte, case diverse, ci vedremo presto. Altra occasione sfumata, forse a ragione. Ma comunque lei è pur sempre una mia intima creazione.

 

3

 

Ryma piange, singhiozzi atroci. Lacrime sulle mie mani. Tre schiaffi mi imprimono il viso. Una voce soffusa la sua, stemperata dalla tristezza mista a rabbia tenue ma tremenda. “E’ colpa tua!” dice quasi sconfitta ed insicura nella sua parca esclamazione. Ma io non c’entro. Che cazzo centro. Solo un bacio, nulla più. Va bè, magari un poco poco in più. Ma giusto un abbraccio, qualche spasmo, dei lamenti. Nulla più. Capita. Non si può stampare la propria vita a sedici anni, non si può stiparla in un angolo, vivere come dissi istanti tutti uguali. Non c’entro, ripeto. Non posso centrare. È una terribile coincidenza direi, ma sarebbe inutile. Lei è andata via, scomparsa, non per quell’evento di qualche ora fa. Sono le tre di notte cazzo. Non è scappata, sarà andata ad ubriacarsi da qualche parte. Cosa diamine posso fare io, cristo boia! Non mi preoccupo, non c’è necessità. La inviterei ad andare a dormire. Domani mattina sarà qui. Tutto inutile, disperazione diffusa, condivisa. Mi si insinuano degli ingranaggi smossi anche a me. Ma i miei neuroni sono morfetizzati, ragiono poco e con pochissima lucidità. Non posso pormi ora il problema, anche perché in questo stato non lo risolverei. Aspettare, aspettare il ritorno la mattina. Ecco. È questo che la mia mente in echetto ripete. Domani, domani. Voglio dormire ora. Non posso, lei si impone. Altro schiaffo. “Ok, ok. Sto bene. Sono sveglio, basta” le sussurro. Non è che non capisco ciò che dici, solo al momento non posso darvi importanza. È presto per sparare a zero. Tardi per ragionare. “Solo un bacio, basta”, riesco a dire. Mi sveglio a ridosso del tappeto con i lividi. Non so come cazzo me li so’ fatti. Una mano mi fa exurgere e rovinare di nuovo a terra.” Allora? Sei sveglio adesso? Che hai fatto? Di chi stai parlando? A chi hai baciato?”. mi dice la mano. Ma che cazzo ne so, chi che? Sto pensando ma non riesco a sillabare. Altre due ore, sono le undici del mattino. Ora inizio a capire. Lei è scomparsa. Puft. Svanita nel nulla. L’ultima volta che lo vista? Era attaccata alle mie labbra, poi sono tornato da Ryma, lei è andata per la via opposta. Non so altro. Che dire più di questo. Scoppio a piangere. “Dio buono!!!dov’è? È scomparsa sul serio.” D’un tratto tutto me stesso in discussione, le mie azioni, le mie guerre, la voglia di lei. Una sola cosa non muta nei miei pensieri. Lei stessa. La troverò.

 

4

 

Sei mesi ed è settembre. Il tempo guarisce le ferite. Così dicono gli stolti ed i deficienti assieme agli idioti ovviamente, i cari idioti col sorriso stampato sulle facce da ebeti. E ci credono pure. Nessuno ne parla più di lei. Come fosse stata censurata. Magari il pomeriggio fanno puntate di trasmissioni del cazzo con criminologi stempiati e barbuti ed avvocati dall’accento difettoso. Per il resto il paese è silente, stanco. Sembra che solo la mia malinconia ne abbia memoria. Memoria di quella ragazza che già prima di scomparire non era nessuna. Padre morto e madre tossica. Né fratelli né sorelle. La sua vita privata? Indagano su un ex che forse neanche esiste e che sembra nessuno abbia mai visto. Un enigma da comare ben piazzato e credo tanto, troppo insabbiato. Fortuna che i riflettori si sono tolti dalle mie palle (che cazzo significa quello che ho detto non lo so, ma il mie mi segnalava una profonda appartenenza e ce lo metto spesso quando penso). Ci ritorno spesso, ho l’azione sbiadita ma che si forma dinanzi a me, carrello senza scorta. I portici e noi due soli. “No non voglio” alla terza boccata d’erba dicevi, incurante ti baciai e il mare sembrava renderci veri ed unici eroi dei flutti, quelli dei nostri abbracci. Non ricordo che schiaga ci calammo ma lo facemmo di sicuro perché i ricordi sfumano ed i rimbombi aumentano. Non so se è così ma ricordo noi due per mano a correre e ridere a due palmi da terra, come se non sentissimo alcun peso che non fosse la nostra leggiadria. Poi una cattedrale. (Quale?). E poi il fantastico pavimento e i gemiti. Non so se facemmo sesso. Ricordo il godimento, basta. Ricordo una luce come di betoniera che le illuminò il volto. Poi ricordo che si alzò, che io le chiesi dove andasse e che lei sorrise e disse un tranquillo “Vengo subito”. La sto ancora aspettando perché quel vengo subito si è tramutato in lacrime di Ryma, poi in lividi che non ricordo e poi in tinozze d’acqua in testa ma era già mattina. Ah Ryma, non vuole vedermi più. Contenta lei, io mi preoccupo per l’altra. Sparita nel nulla e dimenticata. Anche se parlano di lei in realtà parlano di loro stessi. Nessuno la conosceva davvero. Ovviamente neanche io ma quella sensazione, quel deja vù che ebbi la prima volta che l’ho guardata negli occhi mi dicono che, non so qualcosa mi frulla per la testa. Forse non dovrei pensarci eppure irresistibile si forma una sfera di dubbi, dubbi strani, dubbi come naufraghi che conoscono i battelli come io credo di conoscere la risposta ma non li vedono in lontananza.

 

5

 

Sul lambire, è lì, sul suo stesso lambire di infinite trame aggrovigliate. Mani lunghe e buone, sottili e dinamiche nel movimento. Corpo gracile ma aggraziato, pelle pallida, da scultura marmorea. Occhi di un nero intenso e profondo. Sospiri a ritmo di sinuosa perfezione, sezione aurea argentea di passione spirituale. Silenzio simile al mistero rovente della sua stessa malinconia, chiusa in un guscio sottile. Respiro di Pall Mall rossa intenso, sbuffo all’aria, a volte di lato. Pensieri classici, sui massimi sistemi del gaudio, edonisticamente sopraffini. Mi vede, mi sorride, mi avvicino. “Ciao, piacere Etalage, che ci fai seduto sul corridoio?” “Rifletto” dice. “Pensieri ormai vecchi, nostalgie. Tu? Ti scocci in classe vero? La monotonia è assordante” “Già, c’è anche un prof antipaticissimo, un certo De Sanctis” “Ah, quello mezzo tossico” “Dicono, se ne raccontano tante su di lui, pazzo di sicuro, certa gente non dovrebbero farla insegnare” “Dai non essere razzista. Poi saranno senz’altro solo voci. E anche se non lo fossero che cazzo te ne sbatte?” “Tremi?” “Certo, è amore. Ahahah. No, scherzo. Diciamo che sostanzialmente sono, e ci aggiungerei in definitiva, cazzi essenzialmente miei” “Scusa” “No, non ci pensare. Ma che fai non te ne vai a fanculo? La frase aveva questo significato sottinteso, e mica tanto” “Vuoi che vada via” “Se proprio devi, resta” “Che discussione paradossale” “Beh è interessante, una cazzata nuova. Siediti scema, se vuoi. Ho voglia di stare un po’ in silenzio, in compagnia di qualcuno che evidenzi la mia solitudine” “Posso?” Dopo essersi seduta Etalage appoggia la sua guancia sulla mia spalla. Scusate l’inversione personale, ma ci voleva e poi saranno cazzi miei come scrivo! “Ho voglia di un bacio” “Mio caro, i baci non si chiedono”, così la ragazzina mi bacia. Bene, ne avevo bisogno. Avrei dovuto farlo anziché dirlo, ma ho agito d’istinto. Le mie mani ovviamente sono sul decollettée, glielo scopro di più. Ovviamente. Lei pensa ai ruderi, alle rovine sparse del mio essere. E la cosa che mi piace di più è che non sana le mie ferite, le lecca indomita ed incautamente lasciando ogni cosa così com’è, al giusto posto, nel corretto modo. Traversare. Adoro il viaggio. Sì il vagabondare. E lei lo sa fare benissimo sul mio corpo arreso ma belligerante. Assesta, vai, assesta un altro colpo. Così. Eccoci convocati in presidenza per intercessione della bidella vergine e zitella. Ovviamente, ripeto l’avverbio per sottolineare la banalità intrinseca nella figura grottesca dell’operatrice ata, laurea honoris causa in esistenza inautentica per via della deviata curiosità e in sturacessi da arpeggio dialettico.

 

 

 

6

 

Mezzanotte lecco la mia pall mall e me la scivolo tra le mani secernendo tabacco e miscelandolo di smeraldo odoroso. Tiro la cartina arrotolata senza pensare a nulla, neanche a lei, neanche al posto in cui sono, l’ultimo di lucidità in cui la vidi prima del mistero. Le stelle fisse mi guardano e traverso me stesso restando immobile nel palpito, lo sento, lo sento il suo cuore a mille, come nascosto da un sottile lenzuolo. Mi cade sangue dal naso. Introverso, chiuso in me, tiro su e la mano lo pulisce con uno svolazzo. Trovo incisi sul marciapiede versi indelebili ed invisibili, come lettura nella mente, rumore di sottofondo, si contemplano, compongono e sciorinano svelti, da recitazione surrealista. Li percepisco ma mentre si susseguono la mia mente non riesce a fissarli. Improvvisa una conseguenza che promana senza continuità, in un assurdo insusseguirsi come se ne fosse la causa. Le mie lacrime. Mai così forti, mai così tonanti. Mal di testa per lo sforzo. Vomito. Occhi restano lucidi. I cd di quei cantantucoli in frantumi, (cosa in frantumi? La musica o il supporto materiale? Poco importa). Particolare stupidissimo che insorge nella tristezza. Ricordo che tuttavia non la estingue ma la alimenta esponenzialmente. Inizio a danzare, mani rette dinanzi a me, come un sonnambulo, più come uno zombie. Volteggio, mi muovo ascoltando un tutto mio lento inesistente e tuttavia terribilmente presente. Abat jour. Ascolto la carezza gelata della morte. Rabbrividisco. Mi muovo ancora, dietro, destra, avanti, di nuovo destra, sinistra. Scorgo la tua immagine, l’immagine di lei. Ma è un attimo e scompare. Chiudo gli occhi per non dimenticarla mai più.

 

7

 

“Amore mio. Devi rilassarti. Sei troppo stressato. Cerca di divertirti.” “…” “Guarda, cosa vuoi di più, hai me. Me. Sai quanta gente lo vorrebbe. Viviamo nel migliore dei mondi possibili. Rousseau, no? Ricordi?” “Ricordo che Rousseau non c’entra nulla con quello che hai detto. È il Candido.” “Chi è candido? Tu sei candido, dolce, bellissimo” “Lascia perdere, va’” “Siamo ad una festa. Potresti accennare un cenno di divertimento e non meditare sulle risultanze cosmiche del Fato” “Che cazzo hai detto Etalage?” “Più o meno una cosa che mi hai detto tu” “Molto meno” Effettivamente non ha tutti i torti. Farsi una trigonometria dei passi di pam post pell, ti prego etc… guardando i passi delle ragazze e le stonature grossolane dei ragazzi che ballano senza capire un cazzo non è il massimo. E credo non sia da me. Ma se sapessi chi sono. Prima non ci pensavo ma da quando è avvenuto il fatto misterioso ci penso sempre più. Chi sono? Perché sono su una pista sulla spiaggia con dei deficienti smanicati e per di più a novembre. Novembre è mio, lasciatemi sprofondare nel mio novembre, non ve ne appropriate. Novembre è la mia malinconia. Che cazzo. E non fa manco freddo. Che cazzoo. No no. Così non va bene. Ha ragione quella, Etalage. Casper! Sto iniziando a scordarmi le cose. Sono sempre più distratto. Assorto nelle mie follie. Dovrei andare in manicomio. Se non li avessero chiusi. Mi sono sempre domandato che fine avessero fatto i pazzi senza manicomio. Boh. Esisteranno ancora gli psicologi, gli scienziati della mente. Tutti disoccupati. Bene. Devo reagire dicono quelle sue labbra da perfettina? Ma perché non si fa fottere che magari è pure brava, gli riesce bene. Ognuno è bravo in qualcosa. Lei lo è senz’altro nel farsi fottere. E nel vantarsi di, non lo so, di niente. Del nulla che le è dentro. Lo spaccia come fosse vero quello che dice. Ma dice solo cazzate. Parla con frasi fatte e non si ricorda nemmeno chi le ha dette. E fin qui, ok, neanche io mi ricordo che ho mangiato a pranzo. Ma lei lo fa in modo fastidioso, saccente. E poi te lo sbatte in faccia. Io almeno le mie elucubrazioni me le tengo per me o le dico se sono costretto. Ma lei, stai per cazzi dei tuoi, bello tranquillo, e all’improvviso: pam, ti piazza la cazzata colossale. E poi il fastidio maggiore è che ride. Che cazzo mi ridi? Tutti belli, allegri, sornioni, divertiti. Siete degli ubriaconi di lucidità. Cretini proprio. Guarda guarda. Coseno della divaricazione più seno del repentino passo all’indietro. Che cazzo mi significa. Eccoli i pazzi. Tutti in libertà. In libertà ritmica, ovvio. Arcotangente lui e lei. Fuma, gli accende la sigaretta. Bellissimo l’accendino rosa che hai, galantuomo, si intona con quella fottuta camicia. Mi sono scolato una bottiglia di gin e non va bene. Ho la nausea. Vomiterei sulle loro acconciature del cazzo. Sartre sarebbe d’accordo.

 

2004

 

1

 

Kimery guarda fissa il sedile dinanzi a sé. Ha lo sguardo sperso nell’etereo, in mistica contemplazione, magari, delle cicche azzeccate sullo schienale. Il finestrino che fugge paesaggi squallidi e repentini le è totalmente indifferente, ed ha santissimamente ragione. I piedi, nonostante la caducità corporea da zombie più proteso verso il cadaverico, guizzo tra la cresta rosso purpurea e la fossa di un domani insicuro unica certezza, ha i piedi saldamente impostati, in parallelo le gambe, fieri anfibi, marcano lo scranno del metrò. Come fa? Deve essere dissociata, i tossici in genere hanno le vertigini e le gambe tremolanti, ma magari lei non sarà per niente una tossica, magari sniffa l’ero una volta o due a settimana. Questa deve essere una volta di quelle. Sono le sette di sera, è buio pesto alla stazione, scende appresso a me, volteggiamenti da automa, ma quel volto. Quanta profondità. C’è modo e modo di avere uno sguardo da tossica, il suo nella sua risultanza estetica era ed è sublime. Deve essere una grande poetessa del frastuono, pochi con l’assordante musica nelle vene restano così. Non inebetiti ma. E che ne so, certe parole non esistono, se fossi bravo la disegnerei ma credo che neanche un genio ci riuscirebbe. Parlarle mi sembra inutile. Uno romperebbe l’atmosfera, due non ho un cazzo da dirgli nella mia stupefazione, tre la vorrei fermare, non è l’enumerazione ma è quello che vorrei farle. Fermati cazzo! Fatti vedere, rimani così, non scendere, rimaniamo un’altra fermata. Scendiamo. Freddo boia. ok. La seguo. Impossibile, mentre penso lei si ferma e sono costretto a scavalcarla. Le sono davanti. Mi giro. Sorride. Ovvio non a me, alla sua disconnessione. È il classico sorriso autoreferenziale, quello che si fa per aumentare dissociazione ed estraneità al mondo intero, quello a mo’ di scudo, utile per chiudersi in un guscio. L’ho sempre pensato. Cosa? Beh che chi arriva a tali livelli di estraniamento entri in contatto coll’intimità più pura e nascosta dell’universo intero. Continua, passo lento ma continua, rallento anch’io, non esce dalla stazione, si va a chiudere nel cesso. Ecco, a questo punto ho la stessa limitazione percettiva di un infante, la pallina scompare.

 

2

 

E’ stupendo stare sdraiati al Parco Pubblico a guardare gli uccelli. Pochi, carini, divertenti quasi, mi suscitano sempre una certa dissolutezza emotiva. È necessaria, si deve saper non pensare a nulla, tutto intorno è pace. Gocce leggere di pioggia sugli occhi. Cosa c’è di più bello. Talvolta vale la pena vivere. Talaltra morire. Oggi no. Sto riuscendo a non pensare finalmente. Attimo favoloso. Sono due anni che non ci riesco, dall’evento del mistero, ovviamente. Oggi sì. Ho cercato in tutti i modi di distrarmi come mi dicevano gli amici, ma se ti distrai poi va a finire che a qualcosa pensi e il pensiero, si sa, non è soggetto alle nostre brame. Se fosse un muscolo sarebbe involontario. Il pensiero è una terribile spirale, testarda per di più. Tante belle idee di contorno e pam, arriva dove vuole lui, converge verso il centro. Già, il centro. Non ci avevo pensato. Forse il centro dei miei pensieri è quell’evento proprio perché è anche il centro della mia vita, la mia ragion d’essere. È così. Senz’altro. Tanto è vero che prima non pensavo a nulla di preciso, a nulla di definitivo, non c’era nessuna idea vettore vitale, ho iniziato a pensare a qualcosa dopo l’evento. Anzi prima pensavo spesso alla ragazza principe dell’evento. Lei. Quando la conobbi il mio cervello ebbe una definizione. Prima solo pensieri in libertà, ecco. Ero apatico, prima. Lo so, gli altri dicono che lo sono diventato dopo, ma chi vuoi che conosca meglio me di me stesso, scusate. Chiaro, gli altri non ti entreranno mai nella mente, non navigheranno mai tra i tuoi neuroni, non capiranno mai le tue scelte, le tue esitazioni. Solo tu puoi farlo, perché sono tue. Ecco, io sono io perché c’è lei, c’era lei, ci sarà lei. Quindi azzardiamo un processo identificativo esulante del sé. È presto, credo di no. Credo.

 

3

 

Do si7. Mutato improvviso il corso aritmico del respiro sul mio corpo estasiato. Limone in soluzione, ago pronto. Buca la tua vena, ultima vela del pelago d’assoluto, buca la mia, l’introito emotivo più autentico negli occhi. Ti amo, ti amo, ti amo Kimery. Sono steso sul tuo corpo recalcitrante agli spasmi diurni. È questa notte gelida di primo dicembre che assurge a costellazione implicita. Corpo allucinato, corpo assopito. Vera paranoia smorzata dal riposo. Acritico, acrilico sul polso nell’attimo relitto del frammento eterno. Godo, godo ma non è sesso è un’emozione totalmente incodificabile. Due menti le nostre, nuova distrazione, due menti. Le nostre tossiche per sempre. Kimery, spogliami, annuda l’anima per sempre. Verme, verme lo spirito. Amo, amo l’eroina che dal polso sale sul mio corpo, ascendete eterno, attimo assoluto. Ti intrufoli, ti intrufoli nei miei ricordi. Nella mia memoria. Sei tu, è il diem che conta. Sei tu, è l’alma tesa che affonda nei tuoi occhi. Scocchi un bacio, tiri il fiato e la purezza provenzale come canna passata è più moderna ed azzeccata. Nostalgici, nostalgici, nostalgici a diciannove anni. Moriamo, risorti, moriamo condotti alle nostre sincere intromissioni, come dico sempre, altere. Quasi dimentico lei. Tu divieni lei (o me?). Nostalgici ancora. Guarda piccina che mi combini, non ti declini, non ti arrovi nei rami, sei candida e perversa, pullula la traccia morfina, morfina dell’interiore l’eroina. Nel cesso, nel cesso del parco pubblico assurgiamo ad ultimi primi del senato neoplatonico dell’alternativo. Nuova aristocrazia furente. MAB. Nuova aristocrazia che vince all’indifferenza. Nobiltà Dark dei nostri pensieri, dei nostri indumenti. Vedo il tuo seno, ci traccio il vero. Nuovi decadenti punkabbestia, toscani, toscani, toscani in piazza del Gesù, toscani, veri toscani autentici dei decumani. Spogliami. Dormi. Teniamoci per mano e nell’inverso camminiamo. Chi ci guarda. Borghesetti piccoli piccoli. Nerone che ci ammira, Filippo Bruno dell’OP Giordano ride, ride, ride e ci guarda. Siamo il mondo noi, siamo l’universo, siamo la luna e siamo il resto. Immagina l’ingresso al chiostro tra i frati, immagina il sillabegio prodomo del canto gregoriano, immagina lo stupore della nostra mania decodificato. Baciami, baciami. Baciami ancora sulle labbra, carezzami le guance. La tennens si impone sul sorso un po’ tabacchico dell’ero nelle vene. La flemma, salasso, salasso dell’inutile assurto ad inquietudine. Beviamo e facciamo un casino con le cellule celebrali, apriamo varchi dimensionali, sogniamo, percezione aumentata. Tu dici sincera, tienimi la mano. Cadiamo, suoniamo, l’accordo dannunziano della rimonta. Se sei stanca vai da lui, se sei esausta vai da lei, fatta abbastanza per mostrarci la vera, sincera e pura neuronale rimembranza. Cosa vuoi che siamo. Ribelli, briganti, esausti venditori d’almanacchi psichedelici. Le forme, le forme che ci appaiono ci invitano a cantare senza decifrare, ci invitano a danzare, ci invitano con forza a ritmo del frastuono a pogare, a lottare, a tiranneggiare. Ricorda, ricorda, padroni dell’universo intero, a metà, pur sempre infinito nel mistero, pur sempre esponenzialmente parallelo. E lei non sei tu. Tuttavia. Punto.

 

4

 

“Cioè credo che quello che dice sia la più colossale delle stronzate cosmiche. Cioè davvero. Non ne sento tante, ma questa è grossa. Non come le altre, ma simile. Un po’ più profondamente inutile ma comunque cazzeiforme. Stronzate. Cioè che ce ne fotte dei cinici. Che ce ne fotte se io mio sento cinica. Crede ancora nel sentire prof? Carissimo dittatoriale servo della tua pseudocultura da perdenti. La verità è un’altra. Non sentiamo più. Non ce ne è per nessun cazzo di motivo al mondo bisogno. Non sentiamo. E soprattutto non siamo. Ci annulliamo e questo va bene. La verità. Bisogna distruggersi, farsi dalla mattina alla sera. Non pensare. È inutile pensare, riflettere, filosofeggiare nella società proprio perché è ipocritamente inutile tutta la società stessa. Caligola, Diogene, socrate socratico, platone pandemonico nel macro o micro cosmo del cazzo universale e panteistico è una delle più sublimi cazzate. Aristotele, chi diceva, ipse dixit, ego soleo fellatio facere. Questo conta, fanculo cosmico. Nel cesso il pessimismo, nel cesso Leopardi. Nel cesso Cristo, Pietro e le orchidee. Nel cesso i fantasmi cazzuti del passato. Nel cesso il GF. Nel cesso Orwell. Nel cesso Tacito, Orazio. Altro che cazzo. Altro. Altro. Non c’è altro. Siamo in una stasi, per ripetere ciò che ho detto e che fra pochi attimi dimenticherò, nel cesso il cosmo. Nel cesso la moda, nel cesso Hello Kitty, e Pucca, fanculo ai culi, altro che punti. Altro che esclamazioni. Nel cesso Bercoglioni, la polis, la politica, altro che sorrisi vili, da imbianchini, da poster, altro che Madonna, altro che cazzo. Altro, altro che. Altro che basta. Nel cesso i libri, nel cesso l’ estetica, altro che merda. Schiaga a lei, schiaga a lui, schiaga a tutti. E fanculo colossale o conico. Anzi cosmico. Confusione. Nel cesso gli anni ottanta. Nel cesso il vostro punk. Nel cesso le lezioni. Nel cesso scuola, istituzione, lavoro, pensione. Altro che paura. Anzi paura. Questo proviamo. Il futuro è apatia. Sono i forum cui scriviamo, anzi scrivete, anzi collaudate con i vostri arnesi calcolatori di merda. Glielo direi in tutte le lingue del mondo prof De Sanctis. Merda! Colossale. Altro che esistenzialismo accademico da neofascisti, anzi nazisti. Altro che noia da francesini. Altro che storie. Altro. Ecco noi non viviamo, noi moriamo giorno per giorno. Voi che ci offrite? Cazzate. Perlomeno fossero teorie. No, sono pratica, pratica vile. Test? Ma test di cazzo. Sono quiz. Voi prof non siete un cazzo, siete Mike Buongiorno, l’emblema della vostra stupidità abissale. L’emblema di questa società che ci offrite. Che ci lasciate in eredità. Io mi pungo. Mi pungo perché è l’unica esistenza autentica. Sono tossica perché voglio esserlo. Perché godo a perdere me stessa. Perché muoio ogni giorno trovando me stessa. Non arriverò ai trentanni. Meglio. Muore giovane chi è caro al cielo. Aggiungerei. Muore adolescente chi è caro agli inferi. Perché io godo come centoquarantaquattromila orgasmi quando mi pungo. Stop. Muori prof.” “E sì è così, dannatamente così Kimery”.

 

5

 

Morire contemporaneamente alla stessa ora lo stesso giorno. Per suicidio. Due ragazze tanto diverse. Per motivi magari differenti. Ma accomunate dalle modalità di morte e dallo giungere della morte stessa. Mettere un tappo in un tubo di scappamento di un’auto. Che non sanno nemmeno guidare. Sanno usare però per morire. Ryma. Morta per sbaglio dialettico, errore coniugato, stupidità implicita. Credeva che fossi ancora innamorata di lei. Della scomparsa. Che cretina, che stronzate. Pur ammettendo che lo fossi e magari lo ero anche, e magari lo sono anche, è una ragione giusta per togliersi la vita? Anche lei, quando eravamo insieme, era innamorata di un altro. Embè. Io sono vivo, non sono morto mica per quel, come si chiama, cazzo non mi ricordo, Tizio? Mevio? Sì, forse magari Caio. Anzi no, Tito?. Boh, che cazzo ne so. Non me ne sono mai interessato. Mi bastava il sesso. E poi amavo un’altra. Lei forse.O no? Ma che me ne fotte, o sì o no non mi sono ucciso, neanche dopo l’evento misterioso. Ryma, innamorata di un cretino, ignorante, stupido. Signorina del cazzo, insicura come una puttana, meretrice possente. D’altronde ha anche i fianchi larghi. Poteva stare con lui. Se fosse vivo Mussolini avrebbe detto che è la ragazza perfetta per sfornare bambini. Poi si è rifatta naso e seno. Che stronza. Chi utilizza la chirurgia estetica per fini non necessari è una zoccola. E sì. Piacerà anche ai femminucci. A quei ragazzotti e a quegli giovani che amano la pet, la plastica, il silicone. Io amo le ragazze. Gli omucoli amano le puttane rifatte. Ahahah. Hai fatto bene Ryma ad ucciderti, altrimenti lo avrei fatto io. Già, che bello. Beng beng, o bang bang, e vincerà chi al cuore punterà. Traduzione pessima, tipica della censura italiana. Meglio. Sì, avrei goduto ad ucciderti. Orgasmo mentale. Mi hai risparmiato la fatica. Da quando non stai con me, due anni, sei diventata la tipica ragazza vetrina, forse ti batte solo Etalage. Ciao puttana, non mi mancherai. Dicono che quando una persona muore tutti ne parlino bene. L’ipocrisia più inutile che abbia mai visto. Io non parlo mai male delle persone alle spalle, sempre alle spalle e in faccia, indifferentemente. E lo dico, la sua morte ha sollevato le sorti dell’umana esistenza. Non mancherai all’umanità, agli esseri dotati di anima altri, cioè agli animali, e nemmeno alle piante o ai minerali. Ha ragione Epicuro, se uno vive come te meglio che si tolga la vita. E sì, è così, l’unico gesto sensato della tua vita è stato il suicidio, inetta a vivere. Ironia della sorte, due chilometri più in là, o in lì se vogliamo essere sillabicamente puri, morivi tu, Kimery. Fatta dalla mattina alla sera. Stupenda nella sua darkagine. Con lo sguardo perso più profondo che i miei occhi abbiano visto. Tu sì che mi mancherai, tossica del sublime. Ti adoro. Adoro la tua vita. Morta non per stupidità tua, ma per stupidità globale. L’Anima Mundi accoglierà le tue spoglie, il tuo spirito superbo, la tua anima. Tu sei parte dell’universo, tu sei parte del tutto. Non ti dimenticherò mai mia anarchica ribelle, mio fiore di loto, mia invasrice dell’animo umano. Mia medicina e mia malattia.

 

 

6

 

Luce in fondo ai corridoi del silenzio. Barcollo indeciso e tetro tra i volteggi del mio essere, cercando luoghi di verità distorcendo la realtà con l’acido lisergico. Sdraiato, ovviamente senza saper dove, inseguo il biancoconiglio. Tempo che passeggia scalzo per il nostro mondo riempiendo di ostacoli il sentiero mi converge verso il senso più profondo ed intimo delle cose. Legato senza catene che non siano virtuali ho un po’ di timore ad alzarmi, come se fosse morfina ciò che pullula nelle vene, come i combattenti assuefatti dei tartari che rischiavano sé stessi, la propria vita, pur di rimanere legati alla prigionia squallida tramutata dalle sostanze dell’imperatore in paradiso, in giardino califfico, tra fiori d’assenzio e sabbia e silicio, un giorno caro al collegamento, allora caro alla intima caratteristica implicita di un mondo in frantumi. Tempo tiranno distorsione mentale, tempo del gaudio confusione irreale. Spasimo vittima di sé stesso. Vivo inclinato ad un piano abissale. Luce, luce, ancora luce, per osmosi sapientemente catapultata dall’ interiore al fulgido spazio sovrastante l’umano. Svenni e mi ripresi lucido con le mani odorose d’incenso e di bacche boschive.

 

7

 

Il nulla, il vuoto improvviso ritorna in me. Buco la mia vena con l’aria di gusto fremente e dolce. Adoro assaporare l’endovena schiumata della vita mia che lenta si spegne. Ti amo. Sono vicino a te, vicino a lei per sempre. I miei occhi socchiusi. Sorriso stampato sul viso. Nell’aria gelida di fine dicembre la bolla della vetrata è mastodonticamente perversa, gioisco ma con garbo. Mi spengo senza l’ombra neanche lontana di un pianto. Ci voglio rimanere stavolta davvero, voglio rimanerci, dare un senso a questa esistenza. Morire e godere ancora e ancora, continuare a godere di ciò che è dietro all’oggetto reale, di ciò che è dietro alla parola, di ciò che è dietro al suono entusiasta e lento. Di ciò che dentro me è fermento. Il libro è semiaperto sull’anta del senso, notti bianche elettive nel polso che rallenta e si tramuta in incoscienza, in rima baciata come sudario desueto e infantile, ma pur sempre attrattivo, il mio assurdo si impone e il sorriso stavolta è più forte, non so neanche dove sono. Un solo pensiero, il fumo che la investiva l’ultima volta che l’ho vista, l’ultima volta che vidi lei. Ecco, questo son’io, l’assoluto del nulla. Ti amo. Che purezza nel cesso di un atomo dal mio palpitare e dal mio sproloquio sconnesso esaltato, esaltato in sé stesso. Voglio rivederti anche solo per un attimo, l’istante del condensamento alternativo del tuo unico fiato, quello sulle mie labbra impostato.

 

Confusione mentale

 

“E’ completamente andato. Ha i documenti falsi, dovrebbe avere tredici anni, se li porta malissimo. Non si sa da dove venga, niente, in tasca non aveva niente a parte la carta di identità falsa, un pacchetto a metà di pall mall e l’ago infilzato ancora nella vena. Deve essere un tossico vagabondo. Portatelo in stanza e sedatelo, non voglio risvegli bruschi.” Nel corridoio un’immagine. Lei, Muta del Gabbro. Amore mio, amore mio. Dove siamo finiti, chi siamo, che saremo. Tendimi le braccia. Fuggiamo. “E’ pazzo, probabilmente ha le allucinazioni o è una sua compagna tossica. È vero uomo ragazzino misterioso, ti sei fumato il cervello assieme a lei” Muta improvvisa sfiora le mie labbra, gli occhi assopiti si fanno tiepidamente ma inesorabilmente alteri: “Mikä antaa sinulle oikeuden tuomita mies vain koska hän oksentaa mutaa, joka niin kauan on gorged?”. “Che cazzo ha detto? Schizofrenica ebete ed ebefrenica. Isolateli e non fateli incontrare. Non voglio guai, almeno stanotte. Fateli fare una bella dormita.” “Dottore, mi lasci approfondire il caso” chiede sorridendo un ragazzo biondo col pizzetto rossastro. È appoggiato ad un muro, col gomito che stropiccia un calendario. Settembre 1998.

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