Saprai trovarmi tra le righe di un accordo muto

Saprai trovarmi

tra le righe

di un accordo

muto.

Questo silenzio

ci ottenebra

gli occhi,

inerte

alla finestra,

aiuto

è il grido

e l’entusiasmo

smorto.

Un sigaretta

spenta,

la luna,

il piano,

il bosco

tra libri polverosi.

Il tuo cenno

come addormentato

dal tempo

funesto dell’assurdo

imbavagliato,

tra lacci di ridicolo

frastuono,

irromperà tremante

tra la ripa scoscesa

della riva novembrina

della nostra prima

uscita,

tra sabbia il passo

muore lento,

vertigine in vibrazione

il tuo rimpianto.

E poi ancora

la vita

tra i diademi striscianti

dell’orgoglio,

tra sentenze profumate

di vendetta.

E mi vedi riflesso

per un attimo

nel luccichio dei tuoi

occhi vividi

tra lacrime deluse.

Ah mia anima!

capiremo come stolti

un giorno

che il principio

è il nostro nulla!

Ciò che ci uccide

è il nostro

filo di appartenenza,

il nostro vincolo

che tiene unite

nell’insieme chiuso

vittime assurde

della vita.

Saprai trovarmi

e tra le righe

avrai traversa

la tua vittoria

esanime,

il tuo caro sipario,

il tuo finale

estroso,

il plauso al tuo inchino

dell’assoluto.

E tremerai

tenendomi

le mani.

muta

john-william-waterhouse-le-ninfe-ritrovano-la-testa-di-orfeo-1900

Le Ninfe ritrovano la testa di Orfeo; JW Waterhouse; 1900

 

2000

 

1

 

Partì verso se stessa incrociando le braccia a cavalcioni sul bagnasciuga fissandolo, si dirigeva con fare sicuro verso di lei e sorrideva. Sensazione claustrofobica, si dipanava man mano nell’ammirazione osservante del suo essere, un individuo strano, un’apparenza entusiastica e sublime. Eccolo a due passi che si china e le porge la mano non per incontrare quella di lei ma per carezzarle soffice le guancia, poi le labbra con un balzo mastodontico e velato. Dal passaggio a livello lì a pochi passi un trambusto, la carovana estiva correva, la sente nell’introito fastidioso come oggetto di disturbo, non è il sibilo felice della meditazione, quello ad uso ronzio del frigo che talora assurge improvviso ad oscillazione delle sfere celesti, era uno scatafascio, un’ inutile baldoria, di quelle che sanno ridurre a cenere gli attimi magici. Dove andranno tutti quei cretini nei vagoni, da dove verranno quei ridicoli esserini biancastri pronti ad arrostire la pelle, a volgarmente imbandire di schifezze la limpidezza del mare, quel godimento che il piccolo paesino campano era prima del turismo di massa. E poi d’altronde lei preferiva di gran lunga l’autunno, l’inverno, il gelo, la ribellione puberale. L’unico elemento buono estivo era il raro afflusso di ragazzi e il cazzeggio, naturalmente. Tanti preliminari, inutili preliminari, l’essere umano è fatto di questo, di introduzioni e parole smorzate, di rivoluzioni, di aforismi, di soggiogo eterno, d’amore, di lussuria, di passeggio godereccio, di transito su corpi, di volti chinati nel piacere, di riflussi d’eros, di palpitazioni adolescenziali, di verità assoluta intrisa di carezze. Ed ecco, lui era questo, e lo è tuttora mentre mi conosce, lontra fluviale tra stagnazioni di selci dal respiro odoroso, superbo, bellezze come collanine intarsiate da mani sapienti sul mio ventre, attracco di realtà e di amplessi giocondi. Pura rimessione d’intenti. Le stelle si riflettono a getto nell’acqua salmastra e lui si siede, magari sono quelle terzine, più spesso quartine giapponesi, ma lui si siede davvero baipassando il mio pensiero o forse conoscendolo troppo a fondo per ripeterlo, se essente possa ripetersi, ma vivido di comprensione, già, comprensione complice non da maestro e non da allievo. Lei dunque, dico lei pensando a me e viceversa, non c’è motivo di dirlo, districare, ecco il tuo compito, districa botolini in gomitoli piani alla Arianna o alla Penelope, io intanto parlo. Lei dunque dicevo e ripeto, tralasciò i pensieri evidenziandoli di blu mentre lui slacciava il suo costume. Che bella coperta solo di un telo trasparente e viola chiaro, come agonia della sera tra stella primaria. E lontano il falò, lontano, passata la corriera, intravedeva il padiglione sinesteticamente il motivetto che li accompagnava, non erano e non sono semplici accordi di chitarra ma sono assolutamente il tutto rinchiuso come nei suoi occhi di cielo, da dodicimila anni di cielo, di mare, d’orizzonte. Non c’è altro che possa accompagnare l’amore e le parole, non c’è altro se non la luce generata dal suono, tutto intorno, altrimenti, sarebbero tetre tenebre. Dal sapore di intrugli sintetici, etilicità mai biasimate, tabacco erbaceo, ecco, questo fu per lei il primo bacio. O il secondo, ma non importa, il presente è l’unico padrone del tempo, l’unico che può annaffiare o far tramontare valanghe di ricordi con un cenno, un flusso energetico di sguardi intensi. Tanta voglia di sé, tanta voglia di sé si imprime e scandisce nel ricercare un altro. La musica continua, cosa strimpella la serata, le chiavi armoniche sopite, chitarre a mo’ di flauti achei accendono il vivere intensamente ora sdraiati con baci più intensi. Che arzigogoli amorosi splendenti, corone di alloro, unico riconoscimento degno di nota è l’amore, unica cosa duratura nella sua caducità. L’amore non si arresta, l’amore è il gesto più folle della temperanza umana. Non ne valeva la pena vivere, fino ad allora. Chissà se un giorno lei renderà eterni questi avvenimenti, eterni con un segno di inchiostro, le superfici corporee e i sussulti, dai baci di preludio agli abbracci, reduci avvinghiati dei sogni, eroi allora, eroici, magari un giorno dimenticati, ma vividi, vividi per sempre nelle trame dell’anima del mondo.

 

 

2

 

Romance in Durango e Dilan, l’altro, quello dei fumetti, atroce ironia distillata, tintinnio malefico, stillicidio spiritico di essenza dark, tra una sigaretta e l’altra, steso sul divano mi muovo ad ondeggiamenti, periodico e distratto, un moto fulmineo come la tempesta in gorghi, placido a un tempo, come la neve appena posata. Immerso nella lettura la musica è una dolce compagna, estatico, catartico, indomabilmente adolescente procedo per la mia via diciamo alternativa, forma d’arte, vita come un romanzo, pusillanime scossa interiore ribelle e poi, azione, azione mai così conformista. Noi, nuovi decadenti fatti ad immagine e somiglianza della new age da mercanti, ah come lo abbiamo masticato il millenium bag! Accarezzo lievemente il cuscino, seta pura, orientalizzazione inconscia, subdola, priva di volontarietà, indotta, pur sempre diversa dalla massa ma così simile a sé, così simile. Credevo allora, cioè credo nel momento stesso in cui sto, chiaramente, agendo, di essere unico. La caratteristica di questo prolungamento degli anni Novanta è il crederci unici in branco. Nella periferia seguiamo mode metropolitane, uniformi, ma siamo gli avventori non più comunitari, siamo anarchici, punkabbestia, individui tuttavia, individui alla ricerca di una personalità unica. L’incontro ha senso e rende partecipi di sé, ma i nostri incontri sociali sono ovattati, sono frasi ebeti, da ubriachi incazzati contro vespai a guisa di ignavi, da fumati rilassati e onirici. Comunque terribilmente, incautamente, ed animatamente soli. Dov’è? Dov’è? Dov’è il me stesso, il noi stessi, la sintetica utopia? In frasi sconnesse dal gaudio. Siamo i nuovi agni dei, i nuovi avventori sacrificali dell’ideologia, la nostra eredità è talmente immensa che ne siamo spersi, che l’originalità sembra esserci scappata dalle mani. E poi dopotutto come sempre fa caldo, troppo, troppo per settembre, troppo per me in ogni caso. Maledetta estateee!!! Comunque, ecco, appunto, che ne sarà di noi, la generazione dei nokia blu, la generazione degli smile, che col t9 digita a velocità ennesimamente maggiori di un amanuense citercense qualsiasi messaggio che arriva, non ho mai capito come, tramite i ripetitori dell’omnitel forse, boh, in qualunque parte d’Italia. Beh ad ogni modo la sigaretta è finita, gli splash pure, la cassetta idem, una concordanza incredibile, devo alzarmi a mettere il lato b ma mi scoccio. Aspetto. Sto bene tra i ragionamenti, come uno che urla in silenzio. Bello! Stasera dovrei anche uscire, si devo, sono due giorni che sto chiuso qui, nella mia stanza, ho proprio bisogno di una sana boccata d’aria. Incontrerò senz’altro qualcuno, inutile accordarmi, conosco troppo bene i miei compagni, andare avanti e indietro per il lungomare, che da quest’anno è anche isola pedonale, lo sarà anche in inverno, boh, speriamo dai. Sì, comunque questo è il loro primo comandamento, consumare le suole e l’asfalto dell’isola, fare la spola. Il secondo è dire cazzate alle ragazze per abbordarle. Il terzo ubriacarsi. Per ora siamo a tre, il legislatore del roveto terrestre si è fermato, ma ne detterà altri nell’inutilità intrinseca della nostra parva esistenza. Quest’estate ho fatto il barista in spiaggia. Tradotto, conosciuto tante ragazze, uscito poco o per niente facendo i cocktail fino alle due per gli altri che ballavano. Non che adori ballare, anzi, preferisco di gran lunga i concerti alle musichette ripetitive e monotone, non parlo solo dell’house o della techno, ma mi riferisco principalmente ai “tormentoni” dell’estate, macarena, tichi tichi ta, o come cazzo si dice, etc… Però ora sono libero, ad agosto ho finito, basta, almeno quindici giorni di riposo e cazzeggio assoluto me li voglio fare. E che diamine.

 

 

3

 

Squilla il suo cellulare e l’occhiata sbrigativa dice che è lui, già lui, foschia e sorriso voltandosi e vedendolo alle sue spalle con l’Harry Davidson e la sigaretta di sbieco infiammata dall’accendino metallico alimentato da benzina. Americanate da quattro soldi e quasi grottesche direi io, ma non lo dico perché non ci sono, o almeno non nel modo che voi credete, ma ora non importa, continuiamo, dai. Biondiccio quasi cenere e dal pizzetto rossastro, occhi indefinibili e verdi in lotta contro quelli di lei tra metilene e cobalto, in lotta scarsa e piena, quasi sinergica, fatta di cenni e completa devozione, amore, no forse amore no, come dice la breve descrizione in chat, “non credo all’amore”, direi che credi al sesso se l’avessi fatto, pur sempre lo farai, ne è certa, ne sei certa, lo farai stasera, col tuo nuovo nuovo dichterino, occhiali da sole cinabri la sera, ottima velatura, sublime direi se non esagerassi, ma lei sì, non si fa scrupoli, esagera con l’enfasi da bambina che ancora le è incollata addosso, piccina e delicata quanto possente nello sguardo, ne parleremo. Film al cinema, il vecchio cinema-teatro di periferia di quella cittadina di mare, bacio, bacio dinanzi a’ ”L’esorcista”, versione completa, revival senza la censura anni ’70, due scene in più o forse tre, neanche si capisce perché censurabili rispetto alle altre, ma così è se vi pare, esserini. Bacio dicevo, bacio lacustre, lacustre, nel gergo tutto loro, una parlesia non da musici ma da critici, critici non di un’arte o letteratura o musica in particolare, ma critici del mondo, o meglio della ridicolità, la ridicolità del tempo. Lacustre non ho mai capito perché significasse lisergico, acido, ad ogni modo va bene, gli sweet trip hanno in genere inizio dinanzi al ruscello salmastre e paludoso che si getta in mare, eccone forse la derivazione, ma l’amarezza, l’acrità si tramuta sempre, o quasi in lindore, in leziosità per abusare ancora di questo termine, sempre perché vi suggerisco che la giusta visione è quella di insieme. Però carucci gli ippopotami, i coniglietti, i miki mouse, gli scoiattolini, i cani trasfigurati ed umani, di una umanità piena e deformemente estetica. Carino tutto anche, e soprattutto, lui. Il film finisce con una caduta dal cielo ed un abbraccio, finale semisquallido, qualunquista, democristiano, esisterà sicuramente qualche frammento di democristianeità anche in America, negli States da motocicletta e cheeseburger. Via come sul capo al naufrago fuori dalla sala. Un altro bacio, francese, slinguattamente trasvolante, e via, dietro la moto. Destinazione alberguccio di periferia. Doccia insieme. Penetrazione lenta e godereccia, lacrime di gioia, di dolore, di piacere, non si sa, lacrime di qualcosa, qualcosa di certamente migliore del nulla che lei si porta dentro. Qualcosa, comunque qualcosa, a guisa di materia, energia, ateicità convessa. Qualcosa che la porta ad un’avversione per il comunismo. E già, modetta americana ma da americano medio, contro la destra, i comunisti e, essendo italiana, ovviamente anche contro il bercoglioni, anarchica se mai, alla Bakunin o alla Nietzsche, di un anarchismo forse più castista ed intellettualmente aristocratico di quello servito, con pere e formaggio occultate ovviamente, ai contadini. Lui è così dolce nella sua brutalità, immagina senza dirlo la ragazzina. I suoi pensieri così profondi, da lasciare a bocca spalancata, come ovviamente non fa poiché mai indebolita alle sue parole ma sempre resa più grande, più forte o semplicemente più stupida anzi tanto stupida quanto serpentinamente cosciente e consapevole della realtà. Ed è quella la realtà, la squallida realtà di chi tende al vero, il sudiciume baudelairiano della realtà plasmata a uso ed immagine del proprio tormentato se stessi interiori. È così, l’alma è una merda ergo la realtà è vomitevole.

 

 

4

 

Una marmaglia si forma come ogni giorno all’ora di pranzo fuori la scuola. Districati tra frenesia ed attimi di quiete i ragazzi escono soffiando all’insù, taluni sgusciano attraverso l’atrio e scivolano fuori, tal altri sostano nello stesso un po’, svuotando la tensione mattutina e finalmente liberi per le peregrinazioni pomeridiane, gli sbalzi di umore, le grida, la gioia. Lei si è trattenuta all’interno dell’edificio scolastico parlando animosamente con il ragazzo, sembra che sia finita, lui deve partire, via per sempre, ciò le risulta incomprensibile, tanto più visto che a suo dire non potranno neanche sentirsi telefonicamente, come se scomparisse nel nulla. L’abitudine a sentire il suo corpo sulla sua pelle, la sua voce, i suoi silenzi, i suoi discorsi, tutto, tutto dovrà disimparare, lui, il primo amore della sua vita sembra irrimediabilmente perso, potranno vedersi solo un’ultima volta, stasera, poi addio per sempre. Nella mente della studentessa balzava l’idea di non presentarsi, di dargli buca, ma spesso le sensazioni vincono la ragione e quindi crede di andarci, pur tuttavia la mente è ancora offuscata da rabbia. Repentinamente gli dà un bacio e va via. Lei, una ragazza dalla superba apparenza, con un viso lezioso per l’anima di chi lo scorge e allo stesso tempo con una inaudita fierezza interiore, un carattere forte per una sensibilità volubile e fragile, con una sicurezza in sé smorzata dai suoi desideri. Eternamente infelice fino a che non conobbe lui, destinata alla tristezza se lui andrà via. Un sillogismo che si fissava nella sua mente indelebile mentre scendeva le scale carezzando lieve la ringhiera. Speranze, ce ne erano? C’era un qualche futuro dopo quella sera che sarà? Interrogativi a iosa, tipici della sua tempra, illusioni vorticose, futuro buio e inconsistenza, caduta del morale, inabissamento degli occhi, quei così vividi occhi azzurri, quella sua voce armoniosa smorzata. Era stanca di delusioni pur non avendone avute mai di così forti, ma comunque alla sua età un fallimento ha efficacia retroattiva e tinge non solo il futuro d’oscuro ma anche il passato, l’antecedente vissuto anzi la sua venuta. Voglia di morire, finirla, far cessare l’inutile vita che si prospetta, voglia di distrazione, più che altro bramosia di distrazione, spinta a che il suo intelletto possa ospitare nuove percezioni, nuovi stimoli, nuova fluidità emotiva. Già, la morte adolescenziale, la morte di un attimo ma di un attimo dal sapore d’infinito. Lui era apparso in un momento di solitudine bieca, aveva colmato le sue giornate, dato un senso alle sue ore, era stato la transizione verso un nuovo modo di vedere le cose, non semplicemente un amore, ecco, ma una guida, dall’alto della sua esperienza e dei suoi dieci anni maggiore, un amore al di là dei limiti, delle convenzioni, della realtà, un amore che squarcia il velo di Maya e rende ciò che ci circonda in funzione esclusivamente di noi stessi. Il rimmel si scioglie tra una lacrima soppressa ma insistente, perdendo lui avrebbe perso sé stessa? E poi la stranezza delle sue parole, “magari mi rincontrerai, se ciò accadesse le tue mani come rasoi inumidiranno le lenzuola di sangue.”

 

5

 

Appoggiato ad un muretto aspetto, è favolosa la luna riflessa nel mare, l’aria tersa e piacevole, la serata di fine settembre risveglia il mio animo mentre attendo. L’estate è finita, ora ci sarà la monotonia dei giorni, l’uno uguale all’altro, ogni mattina a fare le stesse cose aspettando solo il sabato per svagarsi, per dare un senso all’esistenza, al di là dei canoni imposti. Accendo una sigaretta e guardo ancora il mare, è stato davvero stupendo questo amore appena sbocciato, appena appena alla fine dell’estate, continuerà? Beh ad ogni modo staremo a veder, meglio non farsi programmi che potrebbero deludermi, per ora penso all’oggi, ecco già la intravedo, è a due passi da me, mi giro di scatto volgendo la faccia al lungomare e mi sporgo dandole un bacio.< Ciao amore>< Ciao> Ryma, conosciuta ad inizio settembre, di tre anni più piccola di me, frequenta il mio stesso liceo, mai vista prima.< Ehi, sei una turista? Non ti ho mai vista in giro>< No no, sono di qui, piacere Ryma>< Anche tu a goderti la serata?> Solite cazzate che si dicono, frasi fatte e senza senso, domande retoriche. Credo che quando siamo emozionati non parliamo più in maniera cosciente ma deve esserci un demone posizionato proprio qui, nella gola, si percepisce anche come groppo, ci fa dire stronzate che in fondo sono reciproche, la controparte agisce più o meno allo stesso modo se interessata, altrimenti è vittima del demone del rifiuto, risponde in maniera distaccata, elude gli sguardi, ci liquida, si mostra in tutto altro fare affaccendata. Nel mio caso era interessata. Facemmo un giro sul bagnasciuga e poi ci allontanammo nella vegetazione, fu il primo bacio e come tutti i primi baci dava la parvenza di sicurezza, l’azzardo, il tentare di esplorare, con secco rifiuto ed opposizione, ovviamente, le sue nudità. Domani sera torniamo in spiaggia, ci godiamo questo ultimo tempo favorevole, sdraiati fianco a fianco, mano nella mano, gli ardimenti sono più liberi, come esploratori scopriamo il nostro piacere che, fino ad allora, era soltanto autoindotto. Comunque, traendo somme, la storia è continuata, la aspetto sempre all’uscita di scuola, riempie i miei pomeriggi, il tempo vola assieme a lei. Poi una mattina di novembre si ammala, è sola in casa. Vado senza indugio a farle visita. Arrivo, e non lo scorderò questo giorno, e carezzandola la stringo a me iniziamo a baciarci e poi, lentamente, facciamo l’amore sul serio, come bambini che si apprestano ad un gioco sconosciuto, di cui hanno sentito solo vagamente parlare. Le sue membra sono le mie e il mio sangue è il suo. Ci scambiamo umori ed effusioni, dura poco ma è il momento più intenso per entrambi, forse l’attimo più bello della mia vita. Lei tuttavia dopo un po’ si comporta in maniera strana, contrariata, il giubilo per l’atto sessuale tramuta in rimpianto, forse non se la sentiva, era presto, ma da allora comincia ad evitarmi, come se dentro di sé avesse l’animo in subbuglio, un duplice sentimento di amore-odio. Finimmo col lasciarci.

 

6

 

E’ dicembre, poco prima delle vacanze di Natale, ormai non ci vediamo da quasi un mese. Un po’ giù di morale mi estraneo trovandomi al parco, tra gli alberi secolari, dove sono le panchine sulle quali passavamo tanto tempo Ryma ed io. Mi avvicino cercando di vedere se la nostra panchina è libera. A mia sorpresa trovo lei, sola, seduta, alzalo sguardo, mi vede, sorride, mi invita ad accomodarmi.< Anche tu qui> “Sì Ryma, sai com’è, nostalgia>< Io spesso ti penso, non so, forse abbiamo sbagliato a troncare definitivamente>< …>< A volte ho come un vuoto in me, seppur breve il nostro rapporto è stato così intenso, abbiamo fatto tante cose, tutte per la prima volta, tutte insieme…> Mi avvicino alle sue labbra, silenzio, le sfioro, le mi bacia profondamente, sembra che il mondo sia smosso dall’interno, tutto cambia, un nuovo modo di vedere il futuro, tutto unico, tutto stupendo. Guardandoci ridiamo, le carezzo i capelli, come piace a lei. Sembra primavera, un sole intenso illumina i loro volti, con un coltello incidono i loro nomi in breve abbreviazione (che espressione orribile, ma mi piace) su querce stanche.. Stupendo, un’esplosione di colori nella mia anima. Un brivido che mi percorre il corpo, la vita ha di nuovo un senso, è tutto diverso, tutto favoloso. Nel nostro abbraccio siamo un’unità con la natura. Noi fragili cristalli in un mondo traballante accendiamo i nostri mutevoli sentimenti con dolci parole o con situazioni che non ci aspettiamo. Siamo lanterne nel mare notturno, agitati dal fragore dei flutti eppure unico spiraglio per raggiungere la riva. Due parole diciamo all’unisono: non ci lasceremo mai, mai più.

 

 

 

 

2002

 

1

 

Il Virus è adombrato dai palazzi, tra stalattiti di cemento e rivalutazioni cosmiche metropolitane si adagia come nostalgia dell’esistente futuro. Un percorso retrocesso al sarà, al possibile, alla nuova anzi antica epoca che sarà, quella virtuale, degli ologrammi, magari chissà fra dieci anni leggeremo libri con minuscoli computer tascabili. Per adesso le frontiere sono inimmaginabili, tutto si potrà riscattare con un’epoca del sapere accessibile a tutti e gratuitamente. Questo è il nuovo Virus, questa è Milano, ciò che era, forse sarà, magari perirà nell’oblio ma l’innovazione è sempre partita da qui, anche prima di vent’anni fa, prima dell’ottantadue. Guardo le fotografie affisse, riscoprire che non siamo cambiati molto, manco ero nato, già si pensava, germogli punk si annidavano, a cicli alterni, tra manifestazioni libertine, tra voglia di distruggere catene. Il senso comunitario magari sta sbiadendo ma c’è la voglia comunque di un’alternativa, di un’arte esteticamente più ancora che ontologicamente alternativa. Che buffo, ho tra le mani un manoscritto, è anonimo, campeggia il titolo, una storia forse autobiografiche di Alessia e occupazioni, forse deve essere di qualche paese vicino al mio, me ne accorgo da alcuni influssi dialettali, chissà, sarà venuto anche lui qui, alla mia età, nell’82. La cosa che mi colpisce è che il testo non ha alcuna corrispondenza col luogo, chissà come ci è finito e se qualcuno lo ha letto. Storie a tratti quasi erotiche, a tratti disincantati, a tratti quasi grossolanamente filosofici, credo di una filosofia da anatomista distratto. I Kobra in tour in Olanda e Danimarca, leggo su un volantino, su un altro la condivisibile idea di creare spazi autogestiti, vocabolo censurato dall’attuale Regime detentore del Sapere prima ancora che del Potere, magari di un potere minuscolo per un potere da svelte scimmie che scivolano nel fango. Ideologie anarchiche, voglia di negare ogni forma di autorità. Condivisibile. Mi rammarico che domani mattina torno a casa, avrei voluto rimanere ancora al centro, respirare questa aria buona che da noi in provincia arriva solo filtrata. Aria di nuovo, di giusto, di libero. Avrei voglia di scrivere, forse potrei farlo discretamente, ma non oso, tutto sembra talora semplice ma nella concretezza il tutto si basa su una ripetitività, su una continua mancanza di idee originali. Tanti romanzi cyberpunk, carini, mai trovati prima d’ora, sulla scrivania vi sono testi in inglese altri in tedesco ed altri ancora tradotti in italiano. L’Italia dove il bel sì sona è muta, muta da tempo al richiamo, all’odore. Abituata ad essere soggiogata non dissente, salvo poche eccezioni, dal coro. Ryma è a fianco a me, quasi stordita dalla nebbia fumosa del locale, dal frastuono di una band che, ovviamente, non conosco, dalle foto e dai dipinti appesi, dai volantini gettati qui e lì. Mi guarda e mi bacia ardentemente, che parola ormai abusata, eppure struggente nella sua semplice profondità. Che ne sarà di noi? Domanda che mi pongo quando non sono preso dal mio carpe diem tossico, dalla mia obnubilazione da sniffio. Eppure sento che in me c’è qualcosa, che in noi c’è qualcosa, che le, per ripetere la res, cose possono cambiare. Ma, come dice…sì quella lì di qualche annetto fa, va bè, non ricordo, comunque dice più o meno che non siamo che gocce che inondano il cielo. Né più né meno, fra qualche anno magari sarò diverso, lavorerò alle poste, in banca, non scriverò mai né avrò successo, non cambierò nulla. Ma ora non ci voglio pensare. Non è importante. Credi nel domani il meno possibile. Ora tiro, tiro, e magari ci voglio pure rimanere. Sì, perché no, morire qui, strafatto, sarebbe il massimo, morire in un locale semioccultato, nostalgico e avanguardista. Ryma mi guarda ancora. Ma i miei occhi sono persi per l’eterea, la quale è più che altro una tensione, una stella da non perdere di vista, in questi due anni mi sfugge sempre di più di mano il desiderio che possa essere mia. La voglia di rendere volontà azione sta scemando, scolorando, forse sto invecchiando, ho diciassette anni e sono pessimo a fare ‘sti pensieri. Sembro un vecchio. Ho ancora il coraggio, la voglia di osare, ma molte, tante delusioni mi stanno costringendo ad avere i piedi per terra, a conoscere la parola “rinuncia”. Sperò che le cose cambieranno. Ma meglio non pensarci, diamine. Ho un umore troppo ballerino. Non ho il peso di tutto quanto resta sulla terra intera sulle mie spalle, basta, sarà quel che sarà. E poi non è neanche carino pensare ad un’altra con la mia ragazza a fianco. Non va bene. È ipocrisia. Ma al diavolo l’ipocrisia, non voglio mica fare la fine dell’impiegatuccio sposato-sfigato con figli accompagnati da rimorsi e rimpianti. E poi ho paura ad educare qualcuno, non ne sarei in grado. Ma perché penso a queste cazzateeee. Basta. L’ho detto, fammi godere l’attimo. Così facendo non faccio altro che vivere di ricordi, anche adesso. Sembro il classico tipo a che non sta bene da nessuna parte. Stop, basta, fine. Vado a bere, mi distraggo. Dove sei futuro?

 

2

 

Tra le cannucce viola l’ombra della tua pelle imprime aspre fughe dal reale, incontaminato il tuo pensiero, limpido dal riflesso etnico dei braccialetti che scortano sensazioni vorticose. Balla tra la musica e la capata il tavolino la sedia, io e te, casualmente insieme, vicinissimi eppure storditi, si impone un senso di distanza in anime che quasi si sfiorano nel bel canto di cicale invernali e dunque paradossali. Ok, esagero, ma forse pensiamo lo stesso, guardandoci con una profondità inaudita. Si sente e non mente. Non mente la sensazione seppur mia creazione o oscurata percezione. Provi quello che provo io, ne son certo. Eppure il tuo sguardo estasiato sembra nel guardare me sorvolarmi. Dovrei smettere di scrivere, è folle, ma continuo, non facendolo affatto. Non inizierò a scrivere, si è sempre troppo giovani per raccontare qualcosa di diverso dal terribile nullità adolescenziale che ci portiamo dentro. “Me ne dai una?” dici guardando il pacchetto e il fumo dalla bocca. Lo faccio e tu cacci fuori un voluttuario accendino. Stupendo. Come mai tutto ciò che ti appartiene è come te? Come cazzo fai. Rendi favoloso tutto, anche le stronzate, ammirazione assoluta. Faccetta buffa e sproloquio ardito. Parli, non ti fermi, io ti osservo immobile e corrispondente, come si può parlare insieme e trovare i propri pensieri completati dall’altra, approfonditi e viceversa. Mistero tuo, tutto tuo, o forse nostro, ma questo non lo stabilisco io, non lo stabilisci tu. E le parole cariche di rabbia non sono mai state così magnificamente perverse, sembrano stelle di una costellazione d’odio, ma di un odio amoroso, ribelle, il più candido e strampalato oltraggio al destino. Che voglia di baciarle quelle labbra. Se potessi. Oserei. Tra francesismi, germanismi, italiozie, fughe dal reale. Sono trasportato, ci navigo profugo felice, abusivo attracco cerco ma non voglio. Lasciami così e resta così. Punto. Pago il conto. Desiderio fremente di averti tra le mie braccia. Oddio. sì. Dolcissima ammaliatrice. Se solo potessi concretizzare la mia fantasia come le forme create dall’intreccio delle nostre mani nella sospensione fluida, dalle nostre ombre aggrovigliate ed inestricabili che si formano nella sera abbandonando l’uscio del baretto. Ah maledetto me. Tramuta il pensiero, rendilo azione, dico sempre lo stesso ma non lo faccio. Ridicolità spaziale questa, non temporale. Un bacetto, andiamo via per strade opposte, case diverse, ci vedremo presto. Altra occasione sfumata, forse a ragione. Ma comunque lei è pur sempre una mia intima creazione.

 

3

 

Ryma piange, singhiozzi atroci. Lacrime sulle mie mani. Tre schiaffi mi imprimono il viso. Una voce soffusa la sua, stemperata dalla tristezza mista a rabbia tenue ma tremenda. “E’ colpa tua!” dice quasi sconfitta ed insicura nella sua parca esclamazione. Ma io non c’entro. Che cazzo centro. Solo un bacio, nulla più. Va bè, magari un poco poco in più. Ma giusto un abbraccio, qualche spasmo, dei lamenti. Nulla più. Capita. Non si può stampare la propria vita a sedici anni, non si può stiparla in un angolo, vivere come dissi istanti tutti uguali. Non c’entro, ripeto. Non posso centrare. È una terribile coincidenza direi, ma sarebbe inutile. Lei è andata via, scomparsa, non per quell’evento di qualche ora fa. Sono le tre di notte cazzo. Non è scappata, sarà andata ad ubriacarsi da qualche parte. Cosa diamine posso fare io, cristo boia! Non mi preoccupo, non c’è necessità. La inviterei ad andare a dormire. Domani mattina sarà qui. Tutto inutile, disperazione diffusa, condivisa. Mi si insinuano degli ingranaggi smossi anche a me. Ma i miei neuroni sono morfetizzati, ragiono poco e con pochissima lucidità. Non posso pormi ora il problema, anche perché in questo stato non lo risolverei. Aspettare, aspettare il ritorno la mattina. Ecco. È questo che la mia mente in echetto ripete. Domani, domani. Voglio dormire ora. Non posso, lei si impone. Altro schiaffo. “Ok, ok. Sto bene. Sono sveglio, basta” le sussurro. Non è che non capisco ciò che dici, solo al momento non posso darvi importanza. È presto per sparare a zero. Tardi per ragionare. “Solo un bacio, basta”, riesco a dire. Mi sveglio a ridosso del tappeto con i lividi. Non so come cazzo me li so’ fatti. Una mano mi fa exurgere e rovinare di nuovo a terra.” Allora? Sei sveglio adesso? Che hai fatto? Di chi stai parlando? A chi hai baciato?”. mi dice la mano. Ma che cazzo ne so, chi che? Sto pensando ma non riesco a sillabare. Altre due ore, sono le undici del mattino. Ora inizio a capire. Lei è scomparsa. Puft. Svanita nel nulla. L’ultima volta che lo vista? Era attaccata alle mie labbra, poi sono tornato da Ryma, lei è andata per la via opposta. Non so altro. Che dire più di questo. Scoppio a piangere. “Dio buono!!!dov’è? È scomparsa sul serio.” D’un tratto tutto me stesso in discussione, le mie azioni, le mie guerre, la voglia di lei. Una sola cosa non muta nei miei pensieri. Lei stessa. La troverò.

 

4

 

Sei mesi ed è settembre. Il tempo guarisce le ferite. Così dicono gli stolti ed i deficienti assieme agli idioti ovviamente, i cari idioti col sorriso stampato sulle facce da ebeti. E ci credono pure. Nessuno ne parla più di lei. Come fosse stata censurata. Magari il pomeriggio fanno puntate di trasmissioni del cazzo con criminologi stempiati e barbuti ed avvocati dall’accento difettoso. Per il resto il paese è silente, stanco. Sembra che solo la mia malinconia ne abbia memoria. Memoria di quella ragazza che già prima di scomparire non era nessuna. Padre morto e madre tossica. Né fratelli né sorelle. La sua vita privata? Indagano su un ex che forse neanche esiste e che sembra nessuno abbia mai visto. Un enigma da comare ben piazzato e credo tanto, troppo insabbiato. Fortuna che i riflettori si sono tolti dalle mie palle (che cazzo significa quello che ho detto non lo so, ma il mie mi segnalava una profonda appartenenza e ce lo metto spesso quando penso). Ci ritorno spesso, ho l’azione sbiadita ma che si forma dinanzi a me, carrello senza scorta. I portici e noi due soli. “No non voglio” alla terza boccata d’erba dicevi, incurante ti baciai e il mare sembrava renderci veri ed unici eroi dei flutti, quelli dei nostri abbracci. Non ricordo che schiaga ci calammo ma lo facemmo di sicuro perché i ricordi sfumano ed i rimbombi aumentano. Non so se è così ma ricordo noi due per mano a correre e ridere a due palmi da terra, come se non sentissimo alcun peso che non fosse la nostra leggiadria. Poi una cattedrale. (Quale?). E poi il fantastico pavimento e i gemiti. Non so se facemmo sesso. Ricordo il godimento, basta. Ricordo una luce come di betoniera che le illuminò il volto. Poi ricordo che si alzò, che io le chiesi dove andasse e che lei sorrise e disse un tranquillo “Vengo subito”. La sto ancora aspettando perché quel vengo subito si è tramutato in lacrime di Ryma, poi in lividi che non ricordo e poi in tinozze d’acqua in testa ma era già mattina. Ah Ryma, non vuole vedermi più. Contenta lei, io mi preoccupo per l’altra. Sparita nel nulla e dimenticata. Anche se parlano di lei in realtà parlano di loro stessi. Nessuno la conosceva davvero. Ovviamente neanche io ma quella sensazione, quel deja vù che ebbi la prima volta che l’ho guardata negli occhi mi dicono che, non so qualcosa mi frulla per la testa. Forse non dovrei pensarci eppure irresistibile si forma una sfera di dubbi, dubbi strani, dubbi come naufraghi che conoscono i battelli come io credo di conoscere la risposta ma non li vedono in lontananza.

 

5

 

Sul lambire, è lì, sul suo stesso lambire di infinite trame aggrovigliate. Mani lunghe e buone, sottili e dinamiche nel movimento. Corpo gracile ma aggraziato, pelle pallida, da scultura marmorea. Occhi di un nero intenso e profondo. Sospiri a ritmo di sinuosa perfezione, sezione aurea argentea di passione spirituale. Silenzio simile al mistero rovente della sua stessa malinconia, chiusa in un guscio sottile. Respiro di Pall Mall rossa intenso, sbuffo all’aria, a volte di lato. Pensieri classici, sui massimi sistemi del gaudio, edonisticamente sopraffini. Mi vede, mi sorride, mi avvicino. “Ciao, piacere Etalage, che ci fai seduto sul corridoio?” “Rifletto” dice. “Pensieri ormai vecchi, nostalgie. Tu? Ti scocci in classe vero? La monotonia è assordante” “Già, c’è anche un prof antipaticissimo, un certo De Sanctis” “Ah, quello mezzo tossico” “Dicono, se ne raccontano tante su di lui, pazzo di sicuro, certa gente non dovrebbero farla insegnare” “Dai non essere razzista. Poi saranno senz’altro solo voci. E anche se non lo fossero che cazzo te ne sbatte?” “Tremi?” “Certo, è amore. Ahahah. No, scherzo. Diciamo che sostanzialmente sono, e ci aggiungerei in definitiva, cazzi essenzialmente miei” “Scusa” “No, non ci pensare. Ma che fai non te ne vai a fanculo? La frase aveva questo significato sottinteso, e mica tanto” “Vuoi che vada via” “Se proprio devi, resta” “Che discussione paradossale” “Beh è interessante, una cazzata nuova. Siediti scema, se vuoi. Ho voglia di stare un po’ in silenzio, in compagnia di qualcuno che evidenzi la mia solitudine” “Posso?” Dopo essersi seduta Etalage appoggia la sua guancia sulla mia spalla. Scusate l’inversione personale, ma ci voleva e poi saranno cazzi miei come scrivo! “Ho voglia di un bacio” “Mio caro, i baci non si chiedono”, così la ragazzina mi bacia. Bene, ne avevo bisogno. Avrei dovuto farlo anziché dirlo, ma ho agito d’istinto. Le mie mani ovviamente sono sul decollettée, glielo scopro di più. Ovviamente. Lei pensa ai ruderi, alle rovine sparse del mio essere. E la cosa che mi piace di più è che non sana le mie ferite, le lecca indomita ed incautamente lasciando ogni cosa così com’è, al giusto posto, nel corretto modo. Traversare. Adoro il viaggio. Sì il vagabondare. E lei lo sa fare benissimo sul mio corpo arreso ma belligerante. Assesta, vai, assesta un altro colpo. Così. Eccoci convocati in presidenza per intercessione della bidella vergine e zitella. Ovviamente, ripeto l’avverbio per sottolineare la banalità intrinseca nella figura grottesca dell’operatrice ata, laurea honoris causa in esistenza inautentica per via della deviata curiosità e in sturacessi da arpeggio dialettico.

 

 

 

6

 

Mezzanotte lecco la mia pall mall e me la scivolo tra le mani secernendo tabacco e miscelandolo di smeraldo odoroso. Tiro la cartina arrotolata senza pensare a nulla, neanche a lei, neanche al posto in cui sono, l’ultimo di lucidità in cui la vidi prima del mistero. Le stelle fisse mi guardano e traverso me stesso restando immobile nel palpito, lo sento, lo sento il suo cuore a mille, come nascosto da un sottile lenzuolo. Mi cade sangue dal naso. Introverso, chiuso in me, tiro su e la mano lo pulisce con uno svolazzo. Trovo incisi sul marciapiede versi indelebili ed invisibili, come lettura nella mente, rumore di sottofondo, si contemplano, compongono e sciorinano svelti, da recitazione surrealista. Li percepisco ma mentre si susseguono la mia mente non riesce a fissarli. Improvvisa una conseguenza che promana senza continuità, in un assurdo insusseguirsi come se ne fosse la causa. Le mie lacrime. Mai così forti, mai così tonanti. Mal di testa per lo sforzo. Vomito. Occhi restano lucidi. I cd di quei cantantucoli in frantumi, (cosa in frantumi? La musica o il supporto materiale? Poco importa). Particolare stupidissimo che insorge nella tristezza. Ricordo che tuttavia non la estingue ma la alimenta esponenzialmente. Inizio a danzare, mani rette dinanzi a me, come un sonnambulo, più come uno zombie. Volteggio, mi muovo ascoltando un tutto mio lento inesistente e tuttavia terribilmente presente. Abat jour. Ascolto la carezza gelata della morte. Rabbrividisco. Mi muovo ancora, dietro, destra, avanti, di nuovo destra, sinistra. Scorgo la tua immagine, l’immagine di lei. Ma è un attimo e scompare. Chiudo gli occhi per non dimenticarla mai più.

 

7

 

“Amore mio. Devi rilassarti. Sei troppo stressato. Cerca di divertirti.” “…” “Guarda, cosa vuoi di più, hai me. Me. Sai quanta gente lo vorrebbe. Viviamo nel migliore dei mondi possibili. Rousseau, no? Ricordi?” “Ricordo che Rousseau non c’entra nulla con quello che hai detto. È il Candido.” “Chi è candido? Tu sei candido, dolce, bellissimo” “Lascia perdere, va’” “Siamo ad una festa. Potresti accennare un cenno di divertimento e non meditare sulle risultanze cosmiche del Fato” “Che cazzo hai detto Etalage?” “Più o meno una cosa che mi hai detto tu” “Molto meno” Effettivamente non ha tutti i torti. Farsi una trigonometria dei passi di pam post pell, ti prego etc… guardando i passi delle ragazze e le stonature grossolane dei ragazzi che ballano senza capire un cazzo non è il massimo. E credo non sia da me. Ma se sapessi chi sono. Prima non ci pensavo ma da quando è avvenuto il fatto misterioso ci penso sempre più. Chi sono? Perché sono su una pista sulla spiaggia con dei deficienti smanicati e per di più a novembre. Novembre è mio, lasciatemi sprofondare nel mio novembre, non ve ne appropriate. Novembre è la mia malinconia. Che cazzo. E non fa manco freddo. Che cazzoo. No no. Così non va bene. Ha ragione quella, Etalage. Casper! Sto iniziando a scordarmi le cose. Sono sempre più distratto. Assorto nelle mie follie. Dovrei andare in manicomio. Se non li avessero chiusi. Mi sono sempre domandato che fine avessero fatto i pazzi senza manicomio. Boh. Esisteranno ancora gli psicologi, gli scienziati della mente. Tutti disoccupati. Bene. Devo reagire dicono quelle sue labbra da perfettina? Ma perché non si fa fottere che magari è pure brava, gli riesce bene. Ognuno è bravo in qualcosa. Lei lo è senz’altro nel farsi fottere. E nel vantarsi di, non lo so, di niente. Del nulla che le è dentro. Lo spaccia come fosse vero quello che dice. Ma dice solo cazzate. Parla con frasi fatte e non si ricorda nemmeno chi le ha dette. E fin qui, ok, neanche io mi ricordo che ho mangiato a pranzo. Ma lei lo fa in modo fastidioso, saccente. E poi te lo sbatte in faccia. Io almeno le mie elucubrazioni me le tengo per me o le dico se sono costretto. Ma lei, stai per cazzi dei tuoi, bello tranquillo, e all’improvviso: pam, ti piazza la cazzata colossale. E poi il fastidio maggiore è che ride. Che cazzo mi ridi? Tutti belli, allegri, sornioni, divertiti. Siete degli ubriaconi di lucidità. Cretini proprio. Guarda guarda. Coseno della divaricazione più seno del repentino passo all’indietro. Che cazzo mi significa. Eccoli i pazzi. Tutti in libertà. In libertà ritmica, ovvio. Arcotangente lui e lei. Fuma, gli accende la sigaretta. Bellissimo l’accendino rosa che hai, galantuomo, si intona con quella fottuta camicia. Mi sono scolato una bottiglia di gin e non va bene. Ho la nausea. Vomiterei sulle loro acconciature del cazzo. Sartre sarebbe d’accordo.

 

2004

 

1

 

Kimery guarda fissa il sedile dinanzi a sé. Ha lo sguardo sperso nell’etereo, in mistica contemplazione, magari, delle cicche azzeccate sullo schienale. Il finestrino che fugge paesaggi squallidi e repentini le è totalmente indifferente, ed ha santissimamente ragione. I piedi, nonostante la caducità corporea da zombie più proteso verso il cadaverico, guizzo tra la cresta rosso purpurea e la fossa di un domani insicuro unica certezza, ha i piedi saldamente impostati, in parallelo le gambe, fieri anfibi, marcano lo scranno del metrò. Come fa? Deve essere dissociata, i tossici in genere hanno le vertigini e le gambe tremolanti, ma magari lei non sarà per niente una tossica, magari sniffa l’ero una volta o due a settimana. Questa deve essere una volta di quelle. Sono le sette di sera, è buio pesto alla stazione, scende appresso a me, volteggiamenti da automa, ma quel volto. Quanta profondità. C’è modo e modo di avere uno sguardo da tossica, il suo nella sua risultanza estetica era ed è sublime. Deve essere una grande poetessa del frastuono, pochi con l’assordante musica nelle vene restano così. Non inebetiti ma. E che ne so, certe parole non esistono, se fossi bravo la disegnerei ma credo che neanche un genio ci riuscirebbe. Parlarle mi sembra inutile. Uno romperebbe l’atmosfera, due non ho un cazzo da dirgli nella mia stupefazione, tre la vorrei fermare, non è l’enumerazione ma è quello che vorrei farle. Fermati cazzo! Fatti vedere, rimani così, non scendere, rimaniamo un’altra fermata. Scendiamo. Freddo boia. ok. La seguo. Impossibile, mentre penso lei si ferma e sono costretto a scavalcarla. Le sono davanti. Mi giro. Sorride. Ovvio non a me, alla sua disconnessione. È il classico sorriso autoreferenziale, quello che si fa per aumentare dissociazione ed estraneità al mondo intero, quello a mo’ di scudo, utile per chiudersi in un guscio. L’ho sempre pensato. Cosa? Beh che chi arriva a tali livelli di estraniamento entri in contatto coll’intimità più pura e nascosta dell’universo intero. Continua, passo lento ma continua, rallento anch’io, non esce dalla stazione, si va a chiudere nel cesso. Ecco, a questo punto ho la stessa limitazione percettiva di un infante, la pallina scompare.

 

2

 

E’ stupendo stare sdraiati al Parco Pubblico a guardare gli uccelli. Pochi, carini, divertenti quasi, mi suscitano sempre una certa dissolutezza emotiva. È necessaria, si deve saper non pensare a nulla, tutto intorno è pace. Gocce leggere di pioggia sugli occhi. Cosa c’è di più bello. Talvolta vale la pena vivere. Talaltra morire. Oggi no. Sto riuscendo a non pensare finalmente. Attimo favoloso. Sono due anni che non ci riesco, dall’evento del mistero, ovviamente. Oggi sì. Ho cercato in tutti i modi di distrarmi come mi dicevano gli amici, ma se ti distrai poi va a finire che a qualcosa pensi e il pensiero, si sa, non è soggetto alle nostre brame. Se fosse un muscolo sarebbe involontario. Il pensiero è una terribile spirale, testarda per di più. Tante belle idee di contorno e pam, arriva dove vuole lui, converge verso il centro. Già, il centro. Non ci avevo pensato. Forse il centro dei miei pensieri è quell’evento proprio perché è anche il centro della mia vita, la mia ragion d’essere. È così. Senz’altro. Tanto è vero che prima non pensavo a nulla di preciso, a nulla di definitivo, non c’era nessuna idea vettore vitale, ho iniziato a pensare a qualcosa dopo l’evento. Anzi prima pensavo spesso alla ragazza principe dell’evento. Lei. Quando la conobbi il mio cervello ebbe una definizione. Prima solo pensieri in libertà, ecco. Ero apatico, prima. Lo so, gli altri dicono che lo sono diventato dopo, ma chi vuoi che conosca meglio me di me stesso, scusate. Chiaro, gli altri non ti entreranno mai nella mente, non navigheranno mai tra i tuoi neuroni, non capiranno mai le tue scelte, le tue esitazioni. Solo tu puoi farlo, perché sono tue. Ecco, io sono io perché c’è lei, c’era lei, ci sarà lei. Quindi azzardiamo un processo identificativo esulante del sé. È presto, credo di no. Credo.

 

3

 

Do si7. Mutato improvviso il corso aritmico del respiro sul mio corpo estasiato. Limone in soluzione, ago pronto. Buca la tua vena, ultima vela del pelago d’assoluto, buca la mia, l’introito emotivo più autentico negli occhi. Ti amo, ti amo, ti amo Kimery. Sono steso sul tuo corpo recalcitrante agli spasmi diurni. È questa notte gelida di primo dicembre che assurge a costellazione implicita. Corpo allucinato, corpo assopito. Vera paranoia smorzata dal riposo. Acritico, acrilico sul polso nell’attimo relitto del frammento eterno. Godo, godo ma non è sesso è un’emozione totalmente incodificabile. Due menti le nostre, nuova distrazione, due menti. Le nostre tossiche per sempre. Kimery, spogliami, annuda l’anima per sempre. Verme, verme lo spirito. Amo, amo l’eroina che dal polso sale sul mio corpo, ascendete eterno, attimo assoluto. Ti intrufoli, ti intrufoli nei miei ricordi. Nella mia memoria. Sei tu, è il diem che conta. Sei tu, è l’alma tesa che affonda nei tuoi occhi. Scocchi un bacio, tiri il fiato e la purezza provenzale come canna passata è più moderna ed azzeccata. Nostalgici, nostalgici, nostalgici a diciannove anni. Moriamo, risorti, moriamo condotti alle nostre sincere intromissioni, come dico sempre, altere. Quasi dimentico lei. Tu divieni lei (o me?). Nostalgici ancora. Guarda piccina che mi combini, non ti declini, non ti arrovi nei rami, sei candida e perversa, pullula la traccia morfina, morfina dell’interiore l’eroina. Nel cesso, nel cesso del parco pubblico assurgiamo ad ultimi primi del senato neoplatonico dell’alternativo. Nuova aristocrazia furente. MAB. Nuova aristocrazia che vince all’indifferenza. Nobiltà Dark dei nostri pensieri, dei nostri indumenti. Vedo il tuo seno, ci traccio il vero. Nuovi decadenti punkabbestia, toscani, toscani, toscani in piazza del Gesù, toscani, veri toscani autentici dei decumani. Spogliami. Dormi. Teniamoci per mano e nell’inverso camminiamo. Chi ci guarda. Borghesetti piccoli piccoli. Nerone che ci ammira, Filippo Bruno dell’OP Giordano ride, ride, ride e ci guarda. Siamo il mondo noi, siamo l’universo, siamo la luna e siamo il resto. Immagina l’ingresso al chiostro tra i frati, immagina il sillabegio prodomo del canto gregoriano, immagina lo stupore della nostra mania decodificato. Baciami, baciami. Baciami ancora sulle labbra, carezzami le guance. La tennens si impone sul sorso un po’ tabacchico dell’ero nelle vene. La flemma, salasso, salasso dell’inutile assurto ad inquietudine. Beviamo e facciamo un casino con le cellule celebrali, apriamo varchi dimensionali, sogniamo, percezione aumentata. Tu dici sincera, tienimi la mano. Cadiamo, suoniamo, l’accordo dannunziano della rimonta. Se sei stanca vai da lui, se sei esausta vai da lei, fatta abbastanza per mostrarci la vera, sincera e pura neuronale rimembranza. Cosa vuoi che siamo. Ribelli, briganti, esausti venditori d’almanacchi psichedelici. Le forme, le forme che ci appaiono ci invitano a cantare senza decifrare, ci invitano a danzare, ci invitano con forza a ritmo del frastuono a pogare, a lottare, a tiranneggiare. Ricorda, ricorda, padroni dell’universo intero, a metà, pur sempre infinito nel mistero, pur sempre esponenzialmente parallelo. E lei non sei tu. Tuttavia. Punto.

 

4

 

“Cioè credo che quello che dice sia la più colossale delle stronzate cosmiche. Cioè davvero. Non ne sento tante, ma questa è grossa. Non come le altre, ma simile. Un po’ più profondamente inutile ma comunque cazzeiforme. Stronzate. Cioè che ce ne fotte dei cinici. Che ce ne fotte se io mio sento cinica. Crede ancora nel sentire prof? Carissimo dittatoriale servo della tua pseudocultura da perdenti. La verità è un’altra. Non sentiamo più. Non ce ne è per nessun cazzo di motivo al mondo bisogno. Non sentiamo. E soprattutto non siamo. Ci annulliamo e questo va bene. La verità. Bisogna distruggersi, farsi dalla mattina alla sera. Non pensare. È inutile pensare, riflettere, filosofeggiare nella società proprio perché è ipocritamente inutile tutta la società stessa. Caligola, Diogene, socrate socratico, platone pandemonico nel macro o micro cosmo del cazzo universale e panteistico è una delle più sublimi cazzate. Aristotele, chi diceva, ipse dixit, ego soleo fellatio facere. Questo conta, fanculo cosmico. Nel cesso il pessimismo, nel cesso Leopardi. Nel cesso Cristo, Pietro e le orchidee. Nel cesso i fantasmi cazzuti del passato. Nel cesso il GF. Nel cesso Orwell. Nel cesso Tacito, Orazio. Altro che cazzo. Altro. Altro. Non c’è altro. Siamo in una stasi, per ripetere ciò che ho detto e che fra pochi attimi dimenticherò, nel cesso il cosmo. Nel cesso la moda, nel cesso Hello Kitty, e Pucca, fanculo ai culi, altro che punti. Altro che esclamazioni. Nel cesso Bercoglioni, la polis, la politica, altro che sorrisi vili, da imbianchini, da poster, altro che Madonna, altro che cazzo. Altro, altro che. Altro che basta. Nel cesso i libri, nel cesso l’ estetica, altro che merda. Schiaga a lei, schiaga a lui, schiaga a tutti. E fanculo colossale o conico. Anzi cosmico. Confusione. Nel cesso gli anni ottanta. Nel cesso il vostro punk. Nel cesso le lezioni. Nel cesso scuola, istituzione, lavoro, pensione. Altro che paura. Anzi paura. Questo proviamo. Il futuro è apatia. Sono i forum cui scriviamo, anzi scrivete, anzi collaudate con i vostri arnesi calcolatori di merda. Glielo direi in tutte le lingue del mondo prof De Sanctis. Merda! Colossale. Altro che esistenzialismo accademico da neofascisti, anzi nazisti. Altro che noia da francesini. Altro che storie. Altro. Ecco noi non viviamo, noi moriamo giorno per giorno. Voi che ci offrite? Cazzate. Perlomeno fossero teorie. No, sono pratica, pratica vile. Test? Ma test di cazzo. Sono quiz. Voi prof non siete un cazzo, siete Mike Buongiorno, l’emblema della vostra stupidità abissale. L’emblema di questa società che ci offrite. Che ci lasciate in eredità. Io mi pungo. Mi pungo perché è l’unica esistenza autentica. Sono tossica perché voglio esserlo. Perché godo a perdere me stessa. Perché muoio ogni giorno trovando me stessa. Non arriverò ai trentanni. Meglio. Muore giovane chi è caro al cielo. Aggiungerei. Muore adolescente chi è caro agli inferi. Perché io godo come centoquarantaquattromila orgasmi quando mi pungo. Stop. Muori prof.” “E sì è così, dannatamente così Kimery”.

 

5

 

Morire contemporaneamente alla stessa ora lo stesso giorno. Per suicidio. Due ragazze tanto diverse. Per motivi magari differenti. Ma accomunate dalle modalità di morte e dallo giungere della morte stessa. Mettere un tappo in un tubo di scappamento di un’auto. Che non sanno nemmeno guidare. Sanno usare però per morire. Ryma. Morta per sbaglio dialettico, errore coniugato, stupidità implicita. Credeva che fossi ancora innamorata di lei. Della scomparsa. Che cretina, che stronzate. Pur ammettendo che lo fossi e magari lo ero anche, e magari lo sono anche, è una ragione giusta per togliersi la vita? Anche lei, quando eravamo insieme, era innamorata di un altro. Embè. Io sono vivo, non sono morto mica per quel, come si chiama, cazzo non mi ricordo, Tizio? Mevio? Sì, forse magari Caio. Anzi no, Tito?. Boh, che cazzo ne so. Non me ne sono mai interessato. Mi bastava il sesso. E poi amavo un’altra. Lei forse.O no? Ma che me ne fotte, o sì o no non mi sono ucciso, neanche dopo l’evento misterioso. Ryma, innamorata di un cretino, ignorante, stupido. Signorina del cazzo, insicura come una puttana, meretrice possente. D’altronde ha anche i fianchi larghi. Poteva stare con lui. Se fosse vivo Mussolini avrebbe detto che è la ragazza perfetta per sfornare bambini. Poi si è rifatta naso e seno. Che stronza. Chi utilizza la chirurgia estetica per fini non necessari è una zoccola. E sì. Piacerà anche ai femminucci. A quei ragazzotti e a quegli giovani che amano la pet, la plastica, il silicone. Io amo le ragazze. Gli omucoli amano le puttane rifatte. Ahahah. Hai fatto bene Ryma ad ucciderti, altrimenti lo avrei fatto io. Già, che bello. Beng beng, o bang bang, e vincerà chi al cuore punterà. Traduzione pessima, tipica della censura italiana. Meglio. Sì, avrei goduto ad ucciderti. Orgasmo mentale. Mi hai risparmiato la fatica. Da quando non stai con me, due anni, sei diventata la tipica ragazza vetrina, forse ti batte solo Etalage. Ciao puttana, non mi mancherai. Dicono che quando una persona muore tutti ne parlino bene. L’ipocrisia più inutile che abbia mai visto. Io non parlo mai male delle persone alle spalle, sempre alle spalle e in faccia, indifferentemente. E lo dico, la sua morte ha sollevato le sorti dell’umana esistenza. Non mancherai all’umanità, agli esseri dotati di anima altri, cioè agli animali, e nemmeno alle piante o ai minerali. Ha ragione Epicuro, se uno vive come te meglio che si tolga la vita. E sì, è così, l’unico gesto sensato della tua vita è stato il suicidio, inetta a vivere. Ironia della sorte, due chilometri più in là, o in lì se vogliamo essere sillabicamente puri, morivi tu, Kimery. Fatta dalla mattina alla sera. Stupenda nella sua darkagine. Con lo sguardo perso più profondo che i miei occhi abbiano visto. Tu sì che mi mancherai, tossica del sublime. Ti adoro. Adoro la tua vita. Morta non per stupidità tua, ma per stupidità globale. L’Anima Mundi accoglierà le tue spoglie, il tuo spirito superbo, la tua anima. Tu sei parte dell’universo, tu sei parte del tutto. Non ti dimenticherò mai mia anarchica ribelle, mio fiore di loto, mia invasrice dell’animo umano. Mia medicina e mia malattia.

 

 

6

 

Luce in fondo ai corridoi del silenzio. Barcollo indeciso e tetro tra i volteggi del mio essere, cercando luoghi di verità distorcendo la realtà con l’acido lisergico. Sdraiato, ovviamente senza saper dove, inseguo il biancoconiglio. Tempo che passeggia scalzo per il nostro mondo riempiendo di ostacoli il sentiero mi converge verso il senso più profondo ed intimo delle cose. Legato senza catene che non siano virtuali ho un po’ di timore ad alzarmi, come se fosse morfina ciò che pullula nelle vene, come i combattenti assuefatti dei tartari che rischiavano sé stessi, la propria vita, pur di rimanere legati alla prigionia squallida tramutata dalle sostanze dell’imperatore in paradiso, in giardino califfico, tra fiori d’assenzio e sabbia e silicio, un giorno caro al collegamento, allora caro alla intima caratteristica implicita di un mondo in frantumi. Tempo tiranno distorsione mentale, tempo del gaudio confusione irreale. Spasimo vittima di sé stesso. Vivo inclinato ad un piano abissale. Luce, luce, ancora luce, per osmosi sapientemente catapultata dall’ interiore al fulgido spazio sovrastante l’umano. Svenni e mi ripresi lucido con le mani odorose d’incenso e di bacche boschive.

 

7

 

Il nulla, il vuoto improvviso ritorna in me. Buco la mia vena con l’aria di gusto fremente e dolce. Adoro assaporare l’endovena schiumata della vita mia che lenta si spegne. Ti amo. Sono vicino a te, vicino a lei per sempre. I miei occhi socchiusi. Sorriso stampato sul viso. Nell’aria gelida di fine dicembre la bolla della vetrata è mastodonticamente perversa, gioisco ma con garbo. Mi spengo senza l’ombra neanche lontana di un pianto. Ci voglio rimanere stavolta davvero, voglio rimanerci, dare un senso a questa esistenza. Morire e godere ancora e ancora, continuare a godere di ciò che è dietro all’oggetto reale, di ciò che è dietro alla parola, di ciò che è dietro al suono entusiasta e lento. Di ciò che dentro me è fermento. Il libro è semiaperto sull’anta del senso, notti bianche elettive nel polso che rallenta e si tramuta in incoscienza, in rima baciata come sudario desueto e infantile, ma pur sempre attrattivo, il mio assurdo si impone e il sorriso stavolta è più forte, non so neanche dove sono. Un solo pensiero, il fumo che la investiva l’ultima volta che l’ho vista, l’ultima volta che vidi lei. Ecco, questo son’io, l’assoluto del nulla. Ti amo. Che purezza nel cesso di un atomo dal mio palpitare e dal mio sproloquio sconnesso esaltato, esaltato in sé stesso. Voglio rivederti anche solo per un attimo, l’istante del condensamento alternativo del tuo unico fiato, quello sulle mie labbra impostato.

 

Confusione mentale

 

“E’ completamente andato. Ha i documenti falsi, dovrebbe avere tredici anni, se li porta malissimo. Non si sa da dove venga, niente, in tasca non aveva niente a parte la carta di identità falsa, un pacchetto a metà di pall mall e l’ago infilzato ancora nella vena. Deve essere un tossico vagabondo. Portatelo in stanza e sedatelo, non voglio risvegli bruschi.” Nel corridoio un’immagine. Lei, Muta del Gabbro. Amore mio, amore mio. Dove siamo finiti, chi siamo, che saremo. Tendimi le braccia. Fuggiamo. “E’ pazzo, probabilmente ha le allucinazioni o è una sua compagna tossica. È vero uomo ragazzino misterioso, ti sei fumato il cervello assieme a lei” Muta improvvisa sfiora le mie labbra, gli occhi assopiti si fanno tiepidamente ma inesorabilmente alteri: “Mikä antaa sinulle oikeuden tuomita mies vain koska hän oksentaa mutaa, joka niin kauan on gorged?”. “Che cazzo ha detto? Schizofrenica ebete ed ebefrenica. Isolateli e non fateli incontrare. Non voglio guai, almeno stanotte. Fateli fare una bella dormita.” “Dottore, mi lasci approfondire il caso” chiede sorridendo un ragazzo biondo col pizzetto rossastro. È appoggiato ad un muro, col gomito che stropiccia un calendario. Settembre 1998.

Thirassia la cacciatrice

13

Anthony Frederick; Maria Maddalena

 

1

Forse non mi mossi mai di qui, non raggiunsi posti diversi, non viaggiai, mai, e soprattutto mai feci quel viaggio, il folle e ardito viaggio, il viaggio che nessuno osò e che proprio a me fu commissionato dal Grande, dallo “Stupor mundi”. Perché proprio a me? Forse gli ero simpatico, gli era simpatica la mia umiltà mista alla voglia di sapere, la scarsa vanagloria, o forse semplicemente di me si fidava, sapeva che mai l’avrei tradito, d’altronde non potevo, gli dovevo tutto e quella missione era il minimo che potessi fare per ringraziarlo. E magari un po’ mi appassionava anche, non ne sapevo, l’esistenza di quel mistero, il vecchio libro trovato ad Alessandria già parlava di lei, dolcissima, sublime, incantevole, superba, effimera, magica. Non c’è dubbio, arabi e cabalisti la sanno lunga, e questo sua altezza lo sapeva bene, si è sempre fidato di loro, li ha sempre stimati ed apprezzati, di sicuro più di quei personaggi per cui anche lavoravo io, quel clero vanaglorioso e chiuso. Mah! Certo, il viaggio non c’è mai stato, come disse il messo, mai. Io sto vaneggiando sulla sabbia, sto delirando, sto incautamente sfiorando il limite della saviezza, devo credere in ciò che mi dicono. Più che una richiesta, una preghiera, è un obbligo: “devo”, altrimenti la fine non sarà certo gioconda, non sarà certo una fine gaudiosa, il mio corpo diverrebbe come è ora il mio spirito, travagliato, dirompentemente afflitto. Devo dimenticare se c’è stato qualcosa, devo obnubilare per sempre la mente, devo lisciare gli umori secernendo la mia parte assente, direbbe il mio caro amico, amico di Salerno. Che fine avrai fatto? Avrai tradito anche tu il Grande? E lei, lei, lei, lei dunque non esiste, è una fantasia, una diceria, una superstizione, e si sa com’è, tanto ci lavori con queste cose che alla fine finisci per crederci anche tu. Quindi grattiamo la mente come legno su tavoletta, tabula rasa, dimentichiamo tutto, se c’è stato qualcosa. Ma visto che quel qualcosa non c’è stato e che lei non esiste dovrebbe essere ancora più facile dimenticare. Anzi, no, più difficile, è facile liberarsi dalla realtà, facilissimo ( basta sognare), dalla fantasia no, da quello non ci liberiamo facilmente, e sì che ce ne vuole, impresa ardua. Ma sì, perché dovrei ricordare? Non ne vale la pena, ormai è finita e di qui non mi muovo, triste esilio, triste sventura pensare ai suoi soffici ricci silvestri senza vederli, senza sentirne l’effluvio superbo. Che leziosità, che suono armonioso il suo corpo, i suoi capelli, evocatori di nascosti sentimenti, profumati capelli, amorevoli capelli, ancestrali capelli. Mossi come il vento e dal vento, piante rampicanti del silenzio. Non possono non esistere. Tutto ciò che è pensabile è esistibile, e a maggior ragione i suoi capelli, e quindi lei, la visione idilliaca della Foresta Nera. Lei, e cos’altro? Nulla. Nulla, solo lei. Lei c’è. C’è, traspare nella mia mente, la sento ora, le onde del mare perfino sono intrise di lei, è ovunque, anche qui, al mio fianco, sul bagnasciuga. Lei c’è, ma non esiste. Non può, (pensa alla tua fine stupido), già non può, (pensa alla fine dell’Imperator), già, senz’altro non esiste, è stato un sogno, lei non è mai esistita e certo mai esisterà.

E se lei non esiste io non devo pensarla, anzi senz’altro non la sto per niente pensando, se non esiste come faccio? Si può pensare una ragazza che non esiste? Lungi da me fare cose irrazionali a tal punto, neanche istintive (se avessi un po’ di spirito e spinta alla sopravvivenza), proprio irrazionali pure. Sì sto perdendo tempo a fantasticare su qualcuno che non esiste, che non c’è, deve essere la Grecia che mi fa tale effetto. “Dannati romei” direbbe il mio precettore, “credono di saper tutto, di essere ortodossi, sono un branco di usurpatori e chiamano noi usurpatori, noi che abbiamo documenti incontrovertibili di discendenza diretta, noi siamo romani, non loro”. Mi sembra di sentirlo ancora, a Napoli, quando si infiltrava nello Studio come allievo e smuoveva le palpebre sognanti pensandola ritorno del veltro, “e se torna occorre esser pronti, prossimi alla fine se siamo, verso il preludio tendiamo”. Sempre ossessionato da questo, limitetti, limitucoli, ma che, più in alto, più lontano sono i sentieri, un giorno verrà, diceva, è scritto ovunque. Poi citava versetti, le Sacre Scritture in primis, poi il Corano. E che biblioteca aveva, rotoli sparsi ovunque, mai ordinati però, mai catalogati, un uomo così austero, un uomo così razionale che odiava l’ordine, proprio non gli stava a genio. I libri vanno vissuti, non conservati, sbottati, come se lui fosse un libro, spostava le sue azioni ai libri, si identificava con loro.

In ogni caso non perdiamoci, purifichiamoci, anche queste sono distrazioni, devo letiziare tramite la ragione, dimostrazione incontrovertibile che lei non esiste né esisteva: niente le diedi, niente mi ha dato, dovrei avere un suo ricordo, una ciocca di capelli purpurei, si dovrò senz’altro avercela, ce l’ho? No, allora non esiste, non esiste. E se l’avessi persa? Non ricordo di averla persa e meglio ancora non ricordo di averla mai avuta, quindi se il ricordo non inganna non esiste. Ma questo ricordo che non inganna sull’inesistenza è un ricordo che inganna sull’esistenza. Paradosso! Anzi paralogismo! Paralogismo uguale delirio. Io uguale pazzo furioso. Un demone è in me, error demonio il demone c’è in tutti. Illustrazione macchinosa, ricordo lei ( che, premessa fondante non esiste) me lo disse, due parole, due parole me le disse, ergo esiste. Ma che ragionamento è mai questo, sei tu che attribuisci queste parole a lei, potrebbero benissimo essere una tua costruzione, un tuo pensiero, non suo, di un ente che non esiste. Non esiste! Ma che ho detto poc’anzi? Tutto ciò che è pensabile è esistibile, e allora santi numi, vergine immacolata, per l’intelletto di apollo, lei esiste. Sì, ma esistibile e allora? Potrebbe essere esistibile ma non esistere ancora e quindi tu non puoi averla incontrata, oppure esistere già e tu comunque non l’hai incontrata. Non stai dimostrando nulla bello mio. Ti basi sul ricordo, il ricordo è fallace, elusivo, rivoltoso nei confronti del reale, filtra immagini, secerne pensieri, pensieri, inaffidabilità, pura inaffidabilità dunque. Il ricordo è tuo, pur sempre tuo, solo tuo. Non è condivisibile con gli altri, o almeno non lo è nel senso che noi attribuiamo alla condivisione. Il ricordo generatore di pensieri non si condivide mica come si può condividere un sandalo, o due soldi. Si condivide se c’è empatia magari il ricordo, filtro del reale già di per sé, tramutato in pensiero, tramutato a sua volta in scritto o verbo, ma in tal caso i meccanismi di trasmutazione sono già diversi, tanti, troppi e il reale sfuma, non è più tale. E poi in ogni caso ognuno capirebbe ciò che vuole, noi scriviamo o parliamo in ogni caso senza renderci conto di ciò che diciamo, sono gli altri che danno un senso a ciò. I nostri principali intenti non sono mai attesi a prescindere che tali intenti non li neanche conosciamo.

Ah! Le onde del mare che si infrangono sullo scoglio d’amore. La sabbia soffice, pura, lieve. Mi avvicino alla scogliera. Oh! Abisso! Stupendo, mi perdo in te, folle volo, voglio te. Abisso io ti guardo, tu ci sei ed io son qui, tra le rive di quest’isola. Abisso io ti amo, sprofondo in te. No, no, non ci sprofondo, no, ma che. Io resto qui. Qui semplicemente a contemplarti mio favoloso abisso, mio infinito. Sì sono intorpidito da te, dallo sguardo silente di ricordi sbiaditi, ricordi tesi nel vento in un istante, sì in un attimo compare la tua figura e sento il sussulto intrepido, vorace e dolente. Lo ricordo questo sussulto, sussulto generato dal tuo sussurro, il sussurro, un tuo unico gesto e poi le mie parole si arrestarono e restò il tuo docile volto, indissolubile. Eccolo! Eccolo, lo vedo, sì lo vedo, lo vedo tra questi abissi, tra i marosi lo vedo. Sei tu. Non posso creare ciò, esisti e ti ho incontrato. Il tuo volto è lì dinanzi a me, dinanzi a questi occhi incauti, mal dimessi, dinanzi al silenzio, loquace, fluido, diluito, tenebroso, i miei pensieri eccoli, eccoli, m’invadono ma si inchinano al tuo apparire tra furie scoscese, in estasi il mio spirito al ricordo. Sì al tuo ricordo.

Non reggo, no che non reggo, devo sedermi, posare il corpo sul tenero, soffice manto silicico e sdraiarmi, rilassato sì, devo riposare, devo. Ignorarla se esiste, ecco cosa devo fare, non calcolare una possibile esistenza, saltare l’addendo e giungere alla somma, ignorarla come si ignora l’abisso e dunque i suoi occhi. Soffermare il mio sguardo sul bagnasciuga, onda avanti, onda indietro, ritmata, non mi invade va per fatti suoi, non mi considera e non devo considerarla, anzi meglio, chiudo gli occhi così ne percepisco il solo suono, ah che meraviglia! Sì questa è beatitudine, pace celestiale, l’onomatopea, mi sfugge, lasciamola ascoltare, non ripetiamola, vai mare.

Ah ascesa contemplativa! Volteggio, mi muovo ciclicamente, sono un pianetino e allo stesso tempo l’universo, miriade di pensieri spazzati via, nulla quindi tutto nella mente, anche il rumore esula da questo accordo, sì trovo venia così, nell’oblio.

E lei finisce preda del mio sentire, sì si avvilisce ella stessa, dunque se percepisco lei avvilita lei è senz’altro me, io sono lei, lei è rimasuglio della mia anima, dell’azione spiritica, lei è quel che resta del mio sapere, una vittima agonizzante che in agonia chiede venia, perché son io che chiedo venia, che non voglio dissolvermi. Così lei lamentosa scompare, lentamente e lenta si dissolve in liquido multiforme e lei, di nuovo lei, lei informe.

Eccolo! Eccolo di nuovo, dannazione! Lo vedo il suo volto, il suo capo, la sua testa da cui germogliano viole del pensiero, c’è, è di nuova impressa, vividissima.. taglio penetrante dello sguardo, lancia superba che sgocciola assenzio, malefico veleno ebbro, o dio mio perseico furore. L’indolenza dei capelli, sembrano tramutarsi in serpi, triskeli sapienti, incubo. Diviene la sua dolcissima essenza figura orribilante, paura, giaciglio del dolore e del peccato, della maledizione. Eccola l’infausta testa, si stacca, si stacca come capo gorgonico dal corpo e rotola, tra piani scoscesi si dirama e mi fissa, intatto il timore, cupo il fragore, folgore da belva. Risvolto immondo.

Silenzio. D’improvviso il silenzio, il sudore sgorga. E la testa che crolla dal corpo, come quella del battista che per la argentea invidia è soggetto a sciupio, si riflette sull’elmo, come tra le inesplorate terre del nord, come mare che si trasmuta in sostanza solida, impedendo la navigazione, vandalica rimessa, arrendevole. Fiamme di fuoco dalla lingua smerigliano e un solo ricordo permane. Bacio. Un bacio. Ecco il tormento! Le nostre labbra si sono sfiorate. D’accordo, va bene. Ma perché tormento? Se fosse stata una qualunque ragazza non mi avrebbe assillato. Sarebbe finito lì, non sarei qui. Ma c’è di più, c’è di più. Insita è una congiunzione astrale, un intruglio sesquipedale. Nelle mie vene il sangue geme, porpora fenicia su imbarcazioni da speroni folli fanno strada. E soffro, bramo, soffro. Sono maledetto!

Compare d’un tratto una figura, sbiadita effige o forse corpo reale, liscia capigliatura figlia del miglio, occhio cobalto, allucinazione forse? Parlerò con lei, alemanna naufraga insabbiata, lei sa, deve sapere, se è ed esiste saprà, se non esiste mi farà ricordare, stuzzicherà l’animo mio, la mia mente, il flusso di ricordi.

Salve alemanna, tu che vieni dalle terre maestose, dalle terre selvagge e possenti, tu dunque dimmi, lei dov’è? Dimmi, come sta? Tu saprai dell’eterea presenza, rendimi edotto, porgi la tua conoscenza a questo tormento di spirito, lei è la fonte più pura e più oscura, tu devi aiutarmi, straniera aiuta chi servì il Grande, lei dov’è? come sta?

Ma il raggio obliquo del sole maledetto, dell’accecante potere sbieca la mia vista e al ritorno non v’è presenza, ulteriore fantasia, ulteriore vaneggio, devo concentrarmi su altro, lei non deve assolutamente entrare più tra i miei ricordi, né nel mio presente, non deve. Dimenticare. Dimenticare. Devo dimenticare il godimento contemplativo la femminea potenza, le mani saette repentine.

Quando la vidi, perché la vidi, quando la vidi dicevo la prima volta, lei non c’era, io non c’ero.

 

2

Tu non credo mi capisca, non credo proprio, e comunque non è detto che debba farlo. Anzi ci rinuncio, sì ci rinuncio proprio io e non tu. Sei viscido oserei dire. Sono stanca di questo giochetto, proprio stanca, esausta, non ce la faccio più. E non ti credo, giuro che non ti credo, non sei sincero, non mi interessa più. Non mi interessa del potere, fottiti tu e il potere, non mi interessa di essere la regina, sono la regina del nulla, perché tu sei meno di nulla. Ti odio e punto. Anzi nemmanco ti odio, sarebbe troppo. Mi sei semplicemente indifferente. Puoi andare pure a quel paese, restarci, fotterti ancora, con garbo, sì fottiti con garbo e buona notte, principessa io? Ma principessa di un beato cazzo. Stronzo.

Tu mi ami dici. Mi ami. Ma si sente, io lo sento, è un amore che ti somiglia, un amore ipocrita, falso, opportunistico, un amore di comodo, di vantaggio. Un amore del cazzo. Ti sembra giusto? Dimmi, ti sembra giusto? Ti sembra giusto approfittarne? Godi, sì godi ancora, fammi sentire. Ma io, io dove sono? Io chi sono? Sono il tuo giocattolino, o no? Illuditi di illudermi ancora con frasette di commiato, coprendomi d’oro, coprendomi di lodi. Lodi striscianti, lodi da rettile, lodi da te. Lodi dipinte su te. Quando mi lodi, lodi in realtà te. Ed è bello? È bello, dimmi? È bello essere lodato? È bello ricoprire di attenzioni il nulla? È bello ricoprirti di attenzione, vai vai.

Chi sono io? Eh? Rispondi pezzo di merda. Chi sono?  Lo sai? Sarò qualcuno io? O forse sono chi dici tu? Ah sì, è così, tu sapresti chi sono io ed io no. Bene! Molto bene! Stronzo, stronzo bis. Non sai nulla, non sai un cazzo. Non ti chiedi se soffro, se sono triste, se sono felice? Non te ne fotte, è vero? A te interessa altro, interessa vedermi così come vuoi. Bene, bene, bene! So di non poter contare su di te se ne ho bisogno. Se non so chi sono io so chi sei tu, una merda su cui non posso contare.

E che vorresti, dillo, che vorresti da me, che vorresti? Sai già, ma di ciò che tu vuoi a me me ne sbatte.

Ti sei imposto come un cane rabbioso. Ricordo, sì ricordo. Io non avevo nulla da perdere perché ero ciò che sono ora: nulla. Ti ho dato tutta me stessa, ogni sorriso, ogni sguardo, ogni sussulto, ogni gemito. Ho fatto ciò che dicevi non perché mi fidavo di te, no mai, mai fidato di un elemento tale, ma solo per curiosità, per divertimento, per spasso, per una fioca speranza che si accendeva in me, la speranza che un giorno qualcosa sarebbe cambiato. Illusa.

Illusa ed ingenua. Ascoltavo le tue parole, le parole di una marionetta, sì una marionetta perché questo tu sei, non hai una personalità, non hai un cazzo. Non ragioni tu, sei dentro una realtà più grande di te e che non sai gestire, sei un mostriciattolo plasmato da te. Non mi interessa se hai ragione, resti un deficiente, un deficiente che per di più è pure bastardo e infame.

Stronzo che mi vieni a dire: bellina devi impegnarti di più. Ma impegnarmi vallo a dire a chi sai tu. Stronzo tris. Non faccio neanche granché, è vero? È così? Ma muori. Chi cazzo credi di essere. Vuoi soggiogare tutto padrone del mondo ma a me no, non ci riuscirai, falli con qualcun’altra i tuoi giochetti, io sono stanca. Stanca.

Volevo cambiare, è vero, ma volevo cambiare la mia situazione. Non certo me. Quello mai. E nessuno ci riuscirà, figurati uno stronzo come te. Fanculo. Cretino di merda. Deficiente. Illuso. Io penserò sempre, sono viva e penso. Punto.

La mia musica, i miei sogni, il mio amore. No quelli non li otterrai mai. Credi di controllare la mente degli altri ma sei tu che sei controllato, sei tu che sei vittima di te stesso.

Mai, mai. Io non smetterò mai di sognare, di emozionarmi guardando un petalo caduco, caduco come il mio spirito, un petalo luminoso ed intenso che non si arrende, che geme ma non muore. Non posso rinunciarvi, no. Mai. Finché emetterò fiato guarderò sempre la volta celeste e la mente viaggerà, la confusione che è in me esploderà, seppur silente sarà assordante. Perché è silenzio vitale. Io danzerò in cima ad una nuvola color del cinabro e gioirò, gioirò perché vivo, e per sempre vivrò.

Non smetterò mai di sognare uno sguardo di passione sul mio corpo. Una voce, un sussurro sul mio collo, un sussulto sulla mia pelle. Una melodia pura che risplende nel mio cuore e che nulla potrà mai spegnere. Io non smetterò mai. Mai di chiudere gli occhi e vedere l’infinito, l’assoluto. Io non smetterò mai di guardarmi allo specchio, nuda. Di ondeggiare sotto le stelle con passione, di dipingermi il corpo di speranze, di sincerità.

Non smetterò mai di godere, di godere nel cuore della notte, di percepire i profumi della primavera in pieno inverno. Di godere ancora, e ancora. Di godere dell’armonia di un corpo in estasi. E vivere mille volte un istante infinito, sentirmelo tutto addosso, su di me.

Non mi annullerò mai, non sarò mai come vuoi tu, un contenitore di nulla, ancora nulla, nulla è la tua parola e ti ripeto, nulla sei tu.

Non smetterò mai di essere me, di scrivere sui muri il mio nome, di gridarlo al mondo, di correre e poi stanca riprendere, di ansimare e non annoiarmi mai, mai, mai di me.

Io ricordo me, e sono ancora io, e sono ancora mia. Non mi distruggerai, dentro me freme un mondo, e sarà quella la realtà non tu.

E lasciati dire ancora un’ultima cosa. Lasciati dire che il tuo potere non mi spaventa. Lasciati dire che il mio silenzio è vita, non è morte, lasciati dire che sei una belva malefica che morirà del suo stesso morso. Non resisterai a te stesso.

Io fuggirò da te un giorno, fuggirò bastardo. La tua luce, la tua verità è vuota apparenza, falso dei miei stivali, sua altezza del cazzo.

Ti distruggerai, ti distruggerai da solo.

 

3

Ogni cosa ebbe inizio tempo fa. E io in preda all’entusiasmo volai, subito in viaggio. Non esitai, non per scarsa umiltà, non perché credevo di riuscire ma perché finalmente stavo dando un senso alla mia vita, era per quello che avevamo lavorato e io dovevo trovarla, dovevamo trovarla. La congiunzione. La congiunzione, l’unica cosa che sapevamo. Se l’avessi vista, convinta e posta al nostro fianco saremmo stati invincibili. Sarebbe stata epoca di pace, prosperità e cultura. Accettai come un ragazzino entusiasta, senza paura di fallire. La paura mi venne dopo.

Scalavo il Monte Ventoso e si inerpicò in me questo oscuro sentimento, fobia, impotenza, io solo, io solo. Pellegrino io ed il mio bastone. Né scorta, né servi. Solo. L’ascesa mistica, passai a posta di lì, si dice che ci si purifichi, che è quello l’unico sentiero per raggiungerla, è quello l’unico modo per riuscire a contemplarla.

Aprii il testo sacro, lo sfogliai, mi resi conto che era lui ad un certo punto a leggere dentro me. C’era una curvatura rosea in cielo, unica, mai vista prima d’ora. Era il primo segno, ero sulla via giusta.

Inizia, inizia. Era già la fine quell’inizio, indizio di qualcosa che magari poteva sormontarmi, di qualcosa di indomabile. Come pretendere di chiedere aiuto all’ineffabile, all’impercepibile, come? Una capiente pietra mi serrò la strada. Conteneva in sé i miei rimorsi, i miei spasmi notturni, le mie ansie, le mie indecisioni. Sollevarla? Sì, ma come? Non si può rimuovere ciò che ci attanaglia, nulla scompare, se proviamo ad eliminare un dolore soffriremo rimuovendolo e diverrà sempre più indelebile. L’unica è conviverci, ammaestrarlo, farne un punto di forza. E fu così che stremato non tentai di rimuoverla, né di aggirarla compiendo un tragitto più lungo, la abbracciai, la baciai, ne percepii peso, odore. Infine seppur distrutto mi ci arrampicai sopra, era un ulteriore catarsi, un ulteriore passo obbligato.

E che bellezza, che estasi improvvisa, immagini, immagini indescrivibili nella mia mente, più che immagini fasci di luce, simmetrie di colori, dolci suoni. Un volto, un volto, un volto che non vidi bene, cioè meglio, non potei vedere, più che altro intuire, intuire in riflessione postuma, meglio ancora, percepire, ci sono cose che i nostri occhi non possono vedere, le nostre orecchie non possono ascoltare, ma ci sono, si sentono, c’è un brivido dorsale che ce lo dice, noi lo sappiamo, ma non sappiamo spiegarle perché sono coperte da nebbia, seppure chiarissime.

Rotolai come sassolino d’amore ad un tratto, non so, il mio corpo lievitò e rovinò per poi salire nuovamente, in modo ondulatorio. Lucido il suolo, sembravo sfiorire e sbocciare, annientarmi e nascere, essere nulla ed infinito. Quando un tempo pregavo  con intensità e concentrazione lasciandomi carpire dal verbo mai raggiunsi stato pari a questo. Sembrava fossi io il verbo, un verbo eloquente che si estrinsecava, si manifestava nel silenzio. Fragore divino, ogni realtà sensibile era me ed io ero estranea ad essa. Un condensato di pensieri e nessun pensiero. Tale estasi che a descriverla non sarebbero sufficienti parole durò un attimo e ricaddi questa volta definitivamente. Ma non ero per nulla fiacco, per nulla spossato, avevo la forza di cento leoni, il desiderio tornò a luccicare nei miei occhio, barcollai retto, sicuro.

Fatti pochi passi un nuovo sussulto, un gemito, un lontano ansimare fischiava nelle mie orecchie. Ci stetti. Era un improvviso godimento cui seguì l’eccitazione. Sembrava che dalla nebbia sgorgassero a fiumi migliaia di livide figure femminili che non mi lasciavano indifferente. Ma non era un semplice istinto concupiscibile, non era lussuria, non erano corpi ciò che bramavo, erano ombre, ombre che si impossessarono di me. Fu un incanto, se l’estasi riuscii a descriverla a fiato corto ricorrendo ad immagini, tale apparizione era più simile ad una melodia. Un crogiolo di suoni crescenti, di diversa intensità e frequenza ma incredibilmente affini, incredibilmente armoniosi. La dispersione apparente era in realtà uno schema composito, con una logica trascendente, uno schema sublime che solo un grandissimo artefice avrebbe potuto plasmare. E nello stesso istante in cui plasmava dirigeva con grazia. Con femminea grazia. Solo delicate mani femminili possono contenere tale entusiasmante orchestruola eterea e, mai come allora, sentivo tutta la potenza della femminilità.

Piansi, ma non era tristezza. Era sfogo, o forse più. Era la diretta conseguenza di quelle emozioni che si susseguivano e che un corpo umano non poteva reggere. Ero lo sciupio che sgocciolava facendo sorgere imponente un paradiso in me, una reggia mastodontica fuori di me, un architrave ben saldo, invincibile. Era proprio ciò che mi serviva. Purificazione! Sentivo ora che avrei potuto senza pena affrontare il viaggio.

Lacrima chiara, scende a tratti, si arresta, la ingoio. Odore del vento, sapore del mare. Via di fuga unica, via di verità unica, via d’arrivo. Fuggire sé per trovarsi. Schizzare fuori dal corpo per potenziarsi e per saldarsi ad esso in maniera inscindibile, moltiplicando le gioie ed i piaceri.

Un’immensa quantità di sogni si pose come ultimo limite dinanzi a me. Era l’ostacolo più insidioso. Puoi scavalcare un sasso per quanto ripido e tortuoso. Ma i sogni. I sogni sono sostanze viscose, melme. Ti ci avvicini e ti si appiccicano addosso, come liberarsene conservandole, meglio come superarli e trascenderli? L’unica soluzione sembrerebbe dirgli addio, ora sì fare il percorso più lungo per scansarli, starci lontano il più possibile per evitare che ti finiscano addosso. Non avvicinarsi a meno di sette spanne, potrebbero per osmosi congiungerti al tuo corpo e sei finito, non si levano più. Ma a ben vedere se li ignoriamo, se crediamo di poterli evitare non pensando loro magari potremmo rimandare il pensiero ma ad un certo punto te li troverai dinnanzi di nuovo, dovrai invertire rotta e cominciare da capo, sino all’infinito. Che fare dunque? Starci, stare anche con loro. Poi si vedrà. Mi inabissai in quel muschio fastidioso e insolente, ero sudicio di fanghiglia, una fanghiglia leziosa e lieta, al sapor di miele. Leccavo le mie mani e godevo, mi trastullavo dei ricordi. Ad un certo punto mi accorsi che non potevo rimanere oltre in quella situazione. Che fare? Lavarsi, il pensiero imminente andò a ciò. E da cielo una pioggia cristallina scese possente, le gocce riflesse al sole erano una miriade di colori, lontano un arcobaleno. Mi spinsi oltre ormai candido. Dovevo raggiungerlo, dovevo raggiungere quel ponte effimero e voluttuario.

Amore, amore. Era questo ciò per cui lavoriamo. La canzone più candida, il sonetto più splendido mai l’hanno carpito come stavo facendo io in quell’istante. Parole, parole, le parole hanno una carica intensa e veemente. Ma è più loro o l’amore. Come? L’amore? L’amore perché è qualcosa di tanto impercettibile che non puoi concepire in pieno, non puoi con le sole parole. Sciocchezze, follie! L’amore è la genesi, il principio, il verbo. E cos’è dunque il verbo. Una singola parola spesso non può esprimere significati, a volte neanche interi trattati. Qualcosa che non può contenere l’infinito non può essere causa di esso, non può essere causa della realtà sensibile se non sa e non può interamente descriverla e capirla. Ma c’è qualcosa di più, c’è qualcosa che in sé contiene il verbo e che noi spesso non notiamo, seppure percepiamo. Il suono. In principio era la musica. È questo l’amore, musica, metrica, ogni parola ha un suono e ogni parola ha due significati, l’uno manifesto, che spesso è univoco, l’altro apparente, musicale, che sempre è infinito, che sempre è amore. Il cuore iniziò un palpito incandescente, mi sentii come colui che morto e risorto muore di nuovo e vede la luce. Una luce lontana. Una luce non reale e bianca, ma più profonda. Una luce apparente, figlia  del tempo e dei colori. Il ponte!

E giù, giù altre lacrime. Immobilizzato non cedevo. Ma i muscoli, loro si ribellavano al palpito. Ora non avevo paura, ma il corpo era vinto dalla potenza ancestrale. E più piangevo più mi scioglievo, più mi avvicinavo. Volteggiava il mio corpo senza muoversi finché non giunse ai bordi dell’arcobaleno.

Fui lì perso e ritrovato. Smarrito conquistatore di realtà velate e per questo essenze pure. La forma vinceva la sostanza e la plasmava. Ecco la verità. Il senso si perse e fuggì e io fui rapito e transitai su quel ponte.

La prova, il tentativo, figlio del vento era ormai il mio destino.

 

4

Lui è andato via. Quiete. E angoscia.

Improvvisa una luce alle mie spalle, luccica il vetro. È una stella, forse. Un barlume, mi avvicino per toccarla, per goderla, per intrappolarla. Entra in me, guidami, dammi la forza. Sono dinanzi ad un bivio, come allora. Ma questa volta l’alternativa è tra lui e me. Devo essere me. O piccola luce, cicala novembrina. Fatina mia, polvere magica, aiutami, possiedimi. Io da sola sono spersa. Aiutami! Non voglio annullarmi, non voglio perire come inutile straccio, usato, masticato, maciullato. Speranza mia unica, ti invoco. Ti custodirei come tesoro più prezioso del mio umile cuore, rosa splendente. Liberami da questa servitù, liberami dalla schiavitù cui mi sono condotta.

Ricordo, due anni fa. Solitaria e piena di vita cercavo una svolta. E arrivò lui, era per me poco differente al veltro. Era lui la lanterna del mio naufragio infausto. Sì infausto, ma io ero felice anche senza di lui, solo qualcosa mi mancava, qualcosa di indefinito, vivevo spensierata ma colma di pensieri, una sensazione difficile da spiegare, era come se sentissi che il mio destino era un altro, un destino maestoso, quell’orma che solo i grandi lasciano. E lui sembrava la manifestazione di questo desiderio occulto, celato in un cantuccio remoto della mia anima. Sembrava lui il maieuta capace di estrinsecare la me stessa più autentica, di rendere immensa la mia anima dinanzi agli altri. Invece mi ha solo annullato, annichilito.

Le uniche parole che mi ha saputo dire erano: aspetta. Ed io sono stanca di aspettare, ho bisogno di qualcosa qui ed ora, non voglio più sciuparmi nell’attesa. Avrei dovuto forse ascoltarlo, subirlo, subirlo muta? No, non sarei stata io. C’è qualcosa di forte che grida in me e non può essere addomesticato, da nessuno. Non aspetto più! Ho bisogno di schiudermi, di spandere letizia. Non posso rimanere una rosa incolta ed ignorata, un fiore di plastica inodore, dal sapore artificiale, dal colore che non brilla di luce propria. In me c’è un mondo che esplode e grida, grida parole d’amore e libertà.

Ho bisogno di emozionarmi, ancora emozionarmi. Ho bisogno di guardare in fondo a due occhi e vivere. Ho bisogno di uno sguardo puro e superbo che mi dia la forza di andare avanti. Umile ma fiero. Ho bisogno di distruggere le catene che mi legano al passato. Ho bisogno di rendere presente il mio ricordo e concreto il mio sogno. Ho bisogno di agire di conseguenza al mio istinto. Ho bisogno di creare, di dar vita all’informe, di moltiplicare le mie gioie esponenzialmente.

Il tempo si è arrestato, le lancette immobili, la sabbia si ingorga nella clessidra della mia vita. Dinanzi ad ogni cambiamento c’è un’attesa. Una nuova attesa. Un’attesa di incontrare finalmente me. Un desiderio di conoscermi ed agire. Di sprigionare potenza dalle mie mani, godimento e sussulto dalla mia bocca, profondità e passione dai miei occhi. Di creare castelli di sabbia con fondamenta solide, poi distruggerli e cominciare da capo. Ma senza di lui. Da sola forse? Questo non è importante, l’unica cosa importante è che nelle mie azioni future, nella mia vita quotidiana, una persona non può mancare assolutamente: io.

 

5

Mi ritrovai dinanzi uno specchio fluente d’acqua, sgorgava triplice da una comune sorgente e finiva su un corso maggiore, tre. Tre erano gli affluenti del mio cuore. Ragione che pacata e quasi lacustre ondeggiava a mo’ di docile ma possente chiarore solare in sé riflesso. Il sole coi sue raggi, tutto nell’immagine di quell’acqua sembrava dominabile, la paura smorzava ed era freno alle passioni, ma un freno che non si percepiva, che esulava pensieri folli senza che me ne accorgessi, li rimuoveva e sembrava quasi non ci fossero. Più imponente l’istinto, travolgeva ogni cosa, contornato di dieci costellazioni e una stella maestra che lasciava incompleto il pensiero. Ma il godimento era immanente. Si assaporava l’impeto e la paura assumeva una forma manifesta. L’abisso. L’insondabile. Gusto gotico e tetro, acque fosche, nubilose, sembrava fossi di nuovo smarrito. Finché non sopraggiunse la graziosa sintesi, il terzo corso, pacato e ardente ad un tempo, dal riflesso selenico, in penombra da un colle scendeva lieto. Cos’era? Un che di strano e piacevole, una scintilla sapiente e sensibile. Indefinibile, inenarrabile.

Piansi immaginando le sue lacrime. Liberazione fluida, singhiozzo tra giulivo e triste.

Luccichio improvviso. Come una bestiola che trascinava la terra sotto i suoi piedi e rifletteva l’Uno e il molteplice. Silenzio rotto da tale scuotimento interiore, frastuono non udibile, interno. Caddi quasi morto e dovetti porre le mani alle tempie per far cessare questo suono che pareva diabolico.

Clessidra contenente liquido. Lì dinanzi a me lo sgomitolare da matti, lo sgusciare del tempo. E lei si manifestò per la prima volta così, ne ero certo, ne sono certo. Lei era il tempo. Rinchiusa in quel contenitore opaco di vetro era prigioniera, e rendeva noi servi. Una prigioniera che sottometteva. Fino a quando non si ruppe il cristallo contenente. E sprigionò potenza somma. Tutti i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni mi investirono. Era quello il terzo corso d’acqua. Il tempo, così chiamato, così definibile se lo abbiamo a portata di mano, rinchiuso in un involucro, di modo che ci sia parvenza di dominio. Ma a tenerlo in ostaggio, in realtà, è lui che ci domina. E lei dunque doveva essere liberata, e lo fu. La mia mente atemporale anzi oltre il tempo, era tempo e allo stesso momento lo trascendeva.

Moneta a doppia faccia. Voce bassa. Sembrava dirmi alza gli occhi e guarda, assapora questo suono che diviene quasi un respiro. Io subito volsi gli occhi ed ebbi una sensazione inaudita, vidi il tutto e il nulla senza essere visto da alcuno e senza vedere  alcuna cosa. Scorsi la dimensione di un punto, l’immagine dell’aria, la misura di una linea infinita. Dialogavano gli eraclitei opposti. Non era l’uno mutamento dell’altro, era l’uno l’altro se presente, e l’altro l’uno se questo assente, ma l’assenza richiede astrazione o per lo meno intuizione di una eventuale presenza, e la presenza lascia immaginare l’importanza di sé ponendo la mente ad una eventuale perdita di essa e quindi ad una assenza. E se non esistesse assenza? Sarebbe solo una manifestazione questa della presenza? Una presenza che non ha il mezzo adatto a manifestarsi potrebbe divenire assenza. E quindi il bene è in ogni dove, ma si presenta solo se ha un mezzo per manifestarsi, altrimenti è assente e dunque è male.

Sottile si spezzò il cristallo dunque. Ed io chi ero? Nella manifestazione contemplativa era davvero frutto di illuminazione divina ciò che pensavo, o che provenienza aveva? Un pensiero strisciante si insinuò. Se fosse tutto opera del maligno? La mia missione, tutto, ogni cosa che da quando ero partito vedevo. Il senno era andato perso? Era nelle mani negli inferi? L’eresia.

Ma no, non poteva essere, avevo dinanzi a me un’inaudita bellezza e non può la bellezza distogliere dalla verità. L’apparenza candida è frutto del pensiero immacolato. Nel mio vaneggio stavo avvicinandomi, dovevo accantonare le ultime remore e avvicinarmi.

Ma come contenere l’acqua? Scompare tra le mani, ciclica va via ma tornerà. Così la sua immagine scomparve. Così la sua immagine, ne ero certo, si sarebbe presto manifestata di nuovo.

6

Proprio non riesco a star ferma, occupare il mio tempo, devo imprimere le mie speranza su carta, far qualcosa. Cosa?

Non si può, è inutile perdere tempo. L’ozio va fatto ma con maestria, oziare è un’arte, non si può oziare facendo niente, l’ozio è riflessivo, ti scruta dentro. Si prende, si assapora il tempo.

L’orologio scocca, l’una di notte. Un torpore sui piedi, un lento calar di palpebre, ma un’interiorità in subbuglio. Forse magari sto già dormendo e non me ne sono accorta. Non so se capita spesso a tutti, ma a me di frequente, nei momenti di nervosismo. Ho sonno ma sono iperattiva. È come sei il mio corpo si acquietasse ribellandosi al mio essere in tumulto. Ed io ho tante cose da fare, tante. Tante ora che sono finalmente libera. Ma da dove cominciare, e poi si avvicina un’idea parassita, quali sono davvero queste cose?

Fa niente. La lancetta dei secondi sposta minuti di indecisione. Tiranno tempo. È ancora notte, è quasi giorno, è già vittima questo spasmodico scorrere. Illegale, il tempo è illegale, trascina i nostri corpi verso il consumo, l’abrasione, lo sciupio. Il tempo contrabbanda la felicità e l’oro prendendosi il nostro aspetto, i nostri capelli mutanti, i nostri denti fiochi un tempo luminosi, la nostra pelle via via corrosa.

Quando c’era lui, fino a poche ore fa, sussisteva dentro me il desiderio di rivolta, di mutamento. Ma tale lotta immane mi divorava le vene, sfiorivo con essa, come colui che lancia sassi contro il muro ottenendo solo lievi serpeggiamenti ma sfiancandosi. Ed io sbiancavo inerte. Le mie parole fulmini, ad esse seguiva il fragore dell’urlo che lasciavano in lui. Poi finiva lì.

Adesso? Adesso è tutto più semplice, tutto più ovvio, tutto va da sé, non c’è bisogno di lotte, non c’è necessità di giustificazione. Occorre solo ricostruire. Ma come è amaro. Costruire cosa? E soprattutto, su quali fondamenta? Cancellare tutto di lui? O salvare il salvabile, perfezionarlo con lavoro certosino ed adattarlo alle mie esigenze naturalmente escludendo lui?

Ma il problema è un altro. La mia ombra. Credevo che lui mi avesse fornito le risposte che cercavo, mi avesse illuminato su me stessa. Ora ho le mie forze solo, un remo di volontà e una barca malandata di convinzioni. Basteranno? Me la saprò cavare?

L’una e mezza, eppure continua il tiranno, eh! Senza pietà, non mi aspetta. La negazione dell’autorità, della sua autorità. Serve? Si può andare avanti senza. La società è terribile, un mostro, lui è terribile. Credevo un tempo ed ora penso di credere ancora che l’essenziale sia ergersi ad individui forti e potenti e soprattutto soli. Ma correggo il tiro, persone, non più individui. Quando pensavo a ciò, paradossalmente, dicendo individui, esulavo la cosa più importante. La volontà. La volontà essenziale, di potenza, di dominio, il dir sé a sé, che non è per sé in via esclusiva ma è anche per gli altri, non utensili, ma altre persone. La volontà che distrugge cellule societarie e crea l’eterna comunità di esseri umani. Anzi di esseri viventi. Anzi di universo. La comunità universale.

Orrore, ecco, paura. Se nella mia ricerca restassi sola. Sola come allora. E sola ora sono. Sola. Solitudine. Ergersi solitari. Ma l’ergersi solitari richiede la presenza per lo meno di altri che ti sorreggano con le tue stesse idee adattate alle loro o a volta più spesso viceversa. Ma non avendo un sostegno? Si lambiscono le acque della follia. Si perde il senno.

Ed ho il sentore di perderlo, di perderlo di nuovo.

7

Il sentiero diramò a sinistra con un intarsio a destra, protese verso la volta turchina, i pensieri alabastrini come si fosse stati al tramonto, ma il giorno era appena sorto. Era  già nitido. Odore di primavera nei campi e per l’aria esultava, che sapore fresco, che refrigerio, che incanto!

Una luce all’orizzonte, luminescenza e rimembranza di un passato in realtà mai sorto, ma vivido. Puro nel suo entusiasmo diurno.

Uno scalpitio, zoccoli di cavallo, fruscio di carri. Un’ombra oscurava la vista celestiale e l’incanto. Assorbiva fasci luminosi, come carta su macchie d’inchiostro.

Sulle sommità di colline gli alberi svettavano incauti. Sprazzi di betulle dei miei sogni erano intuite. Ma non saldavano i miei eterei pensieri a nulla di concreto. In estasi ancora ero, stazionavo e mi intrecciavo. Pur tuttavia quel rumore reale mi destava dai sogni.

Una voce, lontana si fece più chiara. Uno statuario periodo scarno, una sentenza inflessibile. È tutto finito. Fu tutto ciò che sentii. Un messo papale, un mio superiore mi rese partecipe del fatto che era crollato lo splendido impero. Lo “Stupor Mundi”, l’intrepido eroe, il mio mandante, perito, perito sotto il giglio, come diceva la profezia. Un giglio particolare, un giglio pugliese, paradosso, lui aveva sempre temuto Firenze e morì in altro loco, ma sotto il medesimo segno. A volte non si può scampare al mactub, a ciò che è scritto, il nostro libero arbitrio ci conduce per vie seppur diverse al medesimo servigio del fato.

Ricordi. Ricordi ormai andati. Immaginavo, ripensavo. Ripensavo a me bambino, infante, poi un po’ cresciuto. In mezzo a cento nutrici, padrone, quasi io imperatore di quel mio mondo piccino. Sobbalzi d’ orchestre nei miei ricordi. Ondeggiamenti quasi spasmodici, a volte invece armonici, di un’armonia soprannaturale. C’era sempre una presenza, una femminile presenza che mi accompagnava, e che lo faceva ancora, e che lo fa tutt’ora. Odore di viola. Germoglio di virtù.

E d’obbligo. D’obbligo sobbalzava alla mente il ruscello puro e limpido ove venivo portato, ove bevevo acqua che mai assaporai così pura. Ricordavo le feste trascorse alle sue rive, ricordavo la gioia, l’entusiasmo, l’innocente entusiasmo di quei giorni ormai andati.

Tutto falso, ora sembrava tutto falso. Ogni cosa pareva di demoniaca sostanza, i flussi d’acqua un tempo segno di vita divennero ora emblema di una mi prigionia, presente, di una mia prigionia, futura, sicura.

Cadde improvvisa la neve e la distanza tra il messo e me si fece ancora più profonda, immensa, insormontabile. Le sue mani sembravano volerla scansare, sembravano voler scansare il candore con secca e matura concretezza bollente. Voleva forse sciogliere i miei ricordi e le mie speranze immergendo in un rogo ciò che c’era di più puro, ciò che c’è di più puro?

Io non mossi mai le mie mani, io mai cercai di dimenticare, di essere me stesso, e se mai lo pensai subito abbandonai l’idea folle. Seppure a volte soffrivo del ricordo cercavo comunque di tenerlo in riserva, potrebbe sempre tornare utile. Mai cancellare le proprie radici. Anche i momenti di dolore potremmo un giorno rimpiangere. C’è e sempre ci sarà un granello di gioia anche nei momenti più tristi.

Urlai, urlai ancora, urlai di nuovo. Tutto vano. Ma non potevo ora abbandonare la mia ricerca, ora che l’avevo intravista. No messo, no non mi arrendo. L’avevo appena intravista sotto fluida sembianza. Era lì, a portata di mano. Non potevo. Non potevo rinunciare proprio ora. Continuerò, avrei continuato, anche senza la protezione dell’imperatore, anche se fossi diventato un eretico rozzo e al di là del vero, perché spesso chi è nel vero è ai limiti di esso, chi invece esso non osa cercare è mediocremente nel mezzo, ed un pensiero, un’idea, vale un’altra, purché universalmente accettata.

Cosa scrissi, cosa scrissi in tanti giorni mi disse. Nulla, nulla. Il sonno della ragione, la voglia di ornitologhe piume, ma nulla di stabile, nulla di fisso su carta. Solo idee strambe. Ma tanta crescita, immensa crescita interiore, tanto clamore, tanto subbuglio, tanto turbamento.

Mia femminea figura, mia immago divina, ti raggiungerò, pronunciai deciso e d’un fiato parlando a lei ed anche al mio messaggero. Vai via, mi imposi, lasciami continuare. Ogni mia azione cadrà sotto la mia completa responsabilità, lui disparve.

 

8

Un soffio di vento ed appare dinanzi a me una foto, una foto che la mia mente aveva dimenticato. Quel ragazzo, che simpatico, che dolce, eppure da me così diverso, così distante, ma l’unico forse che mi capiva.

Silenzio, non ho voglia di profferire parola. E ricordo quel giorno. Neanche lui parlava, davanti a me. Eravamo in silenzio, lui con i suoi occhi fragili che guardavano le sue scarpe e parlavano come se singhiozzasse. Mi sorrideva, eppure quel sorriso celava una sofferenza interiore, lo sentivo.

Ci avrei forse magari anche voluto provare con lui. Ma era così ingenuo, troppo. Così debole mi sembrava. Non sarei mai riuscita a stargli accanto. Troppo fragile, a quel tempo, così come sicuramente ora, avevo bisogno di certezze, non di altri dubbi.

Col mio fare non facevo altro che farlo restare ancora più imbambolato dinanzi a me, ancora più indeciso. Mi amava, mi ama ancora credo. Poverino. Dolce come una pasta di mandorla. I suoi pensieri per me. Come ne ero felice, ma come ad un tempo li ignoravo, non facevo altro che metterlo in confusione. Io, eterna indecisa, gli dovevo sembrare una ragazza colma di certezze, sicura, decisa, per lo meno decisa nell’ignorarlo.

E lui continuava a guardarmi, a guardarmi e a tacere. A contemplarmi, quasi come se fossi una divinità. Ed io muta a mia volta. Ma di un mutismo diverso. Se il suo era un silenzio di pudore e colmo di sentimento, il mio era un silenzio di indifferenza, di noncuranza.

Non sarei mai stata in grado di stargli appresso, di sostenerlo. Non ne valeva la pena. Io avevo bisogno di altro, di qualcosa di più. Lui non mi avrebbe saputo aiutare. Io avevo ed ho ancora bisogno di soluzioni concrete, immediate. Ho bisogno di crearmi un guscio di protezione e lui sembrava con i suoi occhi leziosi infrangere quel mio guscio, spogliarmi delle mie certezze. Rendermi ancora maggiormente insicura insomma.

Io avevo bisogno di un mare di parole per celare le mie insicurezze e fronteggiare il mondo. E lui con altrettante parole sembrava distruggere i miei castelli di sabbia. Lasciarmi indifesa. In balia di me e del mondo.

In ogni caso l’unica certezza tra noi due era ed è che siamo ed eravamo agli antipodi, due mondi opposti, ripeto, non poteva, non avrebbe mai potuto e tuttora non può senz’altro funzionare. Siamo due lembi di mare che non si incontreranno mai, distanti anni luce. Inutilmente vicini ma terribilmente distanti. Due universi paralleli. Cercare la congiunzione tra ciò che non può incontrarsi creerebbe senz’altro un annichilimento. È semplicemente così. Quando si congiungono due entità di tal fatta o c’è un big bang e si crea l’increabile o c’è un inesorabile annichilimento, una orripilante distruzione. Ed è meglio non rischiare. Il gioco non vale la candela. Non è che sia chissà che meta bramabile d’uomo, è pur sempre un essere qualunque, timido e ardito. Ma non mi fa alcun effetto, è uguale agli altri, seppur interessante, ma di un interesse fine a sé, per cui non c’è bisogno né necessità di rischiare.

Mento. Forse mento. Quello che ho detto forse non lo penso. È ancora il mio fragile guscio che non mi permette di rischiare.

Ok, sto delirando, sarà l’ora, le tre di notte, il corpo in torpore e lo spirito in fermento ma… Ma un desiderio di lui c’è. Un desiderio di pendere dalle sue sottili e gustose labbra. Un desiderio di prenderlo per mano, di attraversare con lui e non con il ragazzo che mi ha fatto tanto soffrire, l’eternità, nuovi mondi, nuove realtà. Forse proprio il suo fare che sembra mettere a nudo il mio essere e renderlo fragile ed indifeso, come una rosa che trema sul finir dell’estate, può farmi scoprire davvero me stesso.

Sì, mio amico sì, guidami tu per i sentieri dell’esistenza. Condividerò con te la vita.

Ma è tardi, ora anche il mio spirito cede le armi, trovo pace, cado in un sonno profondo, forse domani avrò dimenticato quest’ultimo delirio.

9

 

Ricordo invasivo.

Un palazzo d’oro scandiva la mia vista, colmo di diamanti l’antro, splendore lucente di statue di gesso finemente decorate e splendenti più di mille stelle. Il segno della vittoria alata nei pressi della scala vetusta si imponeva. Minuta eppure essa più di ogni altra risaltava, colmava lo sguardo.

Cotto e ricotto in me stesso, ardevo come cervo disteso su roveti zampilli inestinguibili. Sentivo in me il mio spirito lacerare e trepidare ad un tempo, potenza del vissuto.

Sapienza eterna. Il mio desio di quei giorni. Io fanciullo mi apprestavo alla soglia dell’altare sperando un giorno di comprendere ogni aspetto della realtà fisica e di quella celeste. Spirito e materia. Forma  e sostanza. Speravo di eludere la volgarità e l’amenità umana fuggendo dal mondo reietto e poi investito di divino intelletto, coi miei fratelli, guidare l’umanità verso i sentieri del vero. L’anima. L’anima questa sostanza inesorabilmente eterna che pende e s’impone tra la gente. Quest’essenza somma. L’anima. L’anima che ci avrebbe salvalo. Salvato perché noi fatti d’anima saremmo un giorno da lei ritornati.

Pomello della verga di rettitudine e giustizia sanciva un’ombra fissa e immobile sul pavimento aureo. L’ombra accecante che accantonava ogni umana tendenza, che elevava verso superiori realtà.

Libero arbitrio da un lato della moneta, dall’altro il capo del Fato. Nell’inclinazione un frammento di vero. Il vero nel ricordo, nel futuro ed infine nell’arte. Il vero triplice e manifestato in tali sostanze terrene eppure trascendenti. Il tempo immutabile e flessibile ma statico dinanzi a loro, dinanzi ad esso.

Una sostanza dolce e liquorosa sorseggiata nell’intimo dei nostri pensieri.

Ricordo invadente.

Il mio amico d’infanzia partito chiassoso per la Terra Santa con armi e scudo, pronto all’attacco più che alla difesa, ad inseguire il suo frammento di vero. Finito cavaliere, nobile e padrone, vassallo di terre deserte ed infame conquistatore.

Il mio amico d’infanzia quasi sperso e bambino su quella nave impervia e imponente a cercare un senso alla sua vita, la nave che avrebbe attraccato porti mai più sicuri, traversando flutti sconosciuti.

Il mio amico d’infanzia in lotta contro i mori, pelle ruvida loro, vellutata lui, triste e invecchiato per l’afa, morti gli infedeli e per premio nobiltà tanto bramate.

Il mio amico d’infanzia che un tempo come me cercava il vero, dunque, ed era finito col detestarlo, col fuggirlo, come si sfuggono i fendenti di spada. Ma il vero, il vero prima o poi colpisce alle spalle.

Il mio amico d’infanzia nascosto tra terre d’oriente ed ormai simile agli orientali sovrani pur odiandoli a morte.

E poi il mio maestro, mesto.

Il mio maestro che fine avrà fatto crollato l’impero?

Immaginavo già lui deriso, immaginavo già lui ribelle e da altri savi sostituito senza interrogatorio condannato, senza diritto di esporre le sue tesi, di incantare con la sua eloquenza, con la sua abile e sincera oratoria.

O magari, sì, magari scampato anche a questo, a infischiarsene e a rider di loro in silenzio, beffante, nel chiostro a fischiettare melodie d’oriente.

Sì, senz’altro era così, non avrebbe dimenticato mai nulla, rinnegato mai nulla, pacifico e schivo sarebbe restato nel suo mondo ad aspettare ancora la venuta del suo bramato messia terreno e divino, tra un pasto ed un altro. Avrebbe magari sussurrato che non è con l’altrui opinione avversa che si fallisce.

 

10

 

Ecco, ho fissato per oggi l’appuntamento. Trabocchetto? Io in me tradita? Lui da me tradita? Non so, forse nuova realtà manifesta, forse sincera verità, dolce verità. L’attesa. E poi lo saprò. Ma perché l’ho fatto? Rischio abnorme. Se fosse l’ennesimo abbaglio? Spero non sia così. Forse nella sua innocenza lui mi mostrerà la mia via, la mia pura e soprattutto vera via. Lo spero.

Eccolo che si avvicina, lambisce il bordo della strada. Straripa come corso diurno. Miserrimo eppure potente, furioso, possente, immane. Una piccola parte d’universo che contiene in sé l’assoluto. Contiene tutto ciò che la mia parva mente può immaginare, può sperare. Fare da aquila, da rapace saggio, scaltro e divoratore di spoglie spirituali.

E diventa miserrimo, infimo, inutile e subdolo il mondo, diventa un di più, un gioco inutile, la vita. Sembra quasi che nel guardarlo ogni nostra azione sia tipo il balbettio di un bambino durante la lezione di storia. Inutile, che nulla aggiunge al pubblico fremente. Scalpitio notturno di un falegname che inadempiente non termina l’opera infra il far dell’aurora. Suoni inutili dinanzi la sua apparenza i miei, suoni scarni.

Non pretendo chissà quale inaudita verità dalle tue labbra, non pretendo protezioni da crociato servile, fedele, quasi servo d’amore. Pretendo una minima luce, una fioca luce che mi lasci intuire la via, la via verso il mio essere, una luce che seppur minuscola mi guidi, che seppur distratta mi sostenga. Pretendo l’impossibile? Bramo la luna?

Nel guardarti sembro udir il suono fioco delle onde del mare infrante su scogli di amor dimenticato ed inutile come discorsi eloquenti al vento. Un mare che tengo in un palmo di mano, così sicura di me eppure così timorosa del mio futuro. Sopita sul fondo di questa mia imbarcazione di fortuna, costruita con lacci caduchi, esposta alle intemperie del mondo in rivolta.

Eccoti prossimo a me. Eccoti a due passi da me. Eccoti vicino a me. Eccoti, vorrei ora dire, vorrei ora mostrarti, mostrarmi, eccoti ora in me. Vorrei inumidirti le labbra. L’azione vince sulle remore, stordisce gli ostacoli al pensiero. Un bacio profondo accompagna l’abbraccio fugace. La mano scende dalle tue spalle ai tuoi fianchi, un brivido c’invade.

Eccoti, eccomi. Eccomi tua. Possiedimi. Per sempre. Dammi le tue mani ed intrecciale in un ardore senza fine alle mie. Rendimi partecipe del tuo oscuro mondo. Rendimi la regina della tua astrusa ed alienante realtà.

Ah come invade me il desiderio d’eternità. Il desiderio che quest’attimo sia dipinto d’infinito. Il desiderio che non ci sia un perché ma solo i nostri corpi levigati ed uniti nell’amplesso eterno.

Come mi sento? Cosa provo? Provo il brivido dell’indefinibile, una sensazione di gioia e di potenza, ma di voglia di non capire, di voglia di lasciarmi andare, di sbrigliare le redini dei miei preconcetti e dei miei timori, di lasciarmi andare per sempre tra le tue braccia.

Un brivido mi investe il dorso. Desiderio senza fine di te. Nel calore dei tuoi abbracci trovo rifugio. Non c’è freddo né morte nei miei pensieri. Non c’è più dubbio. Solo desio.

Una realtà magari meno idilliaca, meno primordiale, meno romantica è lì dinanzi a noi. Ma non dimentico, non dimentichi, non scordiamo che la nostra passione potrebbe  smuovere le porte degli inferi.

 

11

 

Mi posi chino ai bordi di quella rovente roccia possente. Solo ovviamente e in silenzio tra me meditando. Che fare? Valeva la pena proseguire? Ormai alea iacta est. Indietro non potevo tirarmi, non c’era più tempo. E comunque non un rimpianto sul mio viso, non una lacrima dai miei occhi. Era lei che volevo, era lei per cui vivevo. Il resto non aveva e non ha senso, il resto è già trascorso, è ormai passato, era ormai passato.

La mia mente lucida e vuota, non un pensiero più la invadeva. Caddi in preda a me e trascesi nuovamente me. Annullamento della volontà e manifestazione dell’essere concreta ed al di là di me ma in me immanente.

Io non ero dunque lei esisteva. Sottile sostanza eterea sulla mia volubile pelle succube alla furia dei giorni e degli anni. C’era lei, presente. E non altro valeva, non altro contava, nessuna importanza il mondo, nessuna importanza l’io perché lei era la parte nascosta di me, ed io carpivo la mia essenza solo in lei.

In preda a ciò sentii forte la sua mano carezzarmi, forte ma ad un tempo lieta, dolce melodia di nuovo. Ero in visibilio dinanzi a tale invisibile figura.

No, non ero nessuno. Non un frate. Non un savio. Non un dotto. Non uno strimpellatore di liuto. Non un verseggiatore della corte federiciana. Solo un granello misero. Un misero granello che grazie a quella mano, la sua mano, reggeva il mondo intero.

Cos’ero se non essenza volatile anch’io. Eppure di una volatilità presente, che son sicuro sarebbe stata scorta da un viandante che mi avesse scorto in quelle terre gelide. Il mio corpo era l’anelito di quel vento interiore, era lui che come specchio rifletteva quel subbuglio.

Contemplazione infinita. Eterna ascesi. Improvviso mi trovai nell’empireo, potrei giurarci. Le stelle fisse, i troni, le potestà, le virtù, il coro di serafini, i luminescenti cherubini, gli arcangeli agguerriti, le lunari immagini degli angeli pura essenza e pura apparenza, tutto sorvolai. Repentino viaggiavo in quella serie di ignote costellazioni e mai gaudio provai maggiore.

Cancellai come bevendo Lete ogni umana colpa, ogni disgrazia, ogni sventura. Ero padrone in quanto servo dell’assoluto. Puro. Candido come germogli intatti ed inviolati nell’aurora di un giorno primaverile. Che gioia, ripeto, e che entusiasmo!

Ogni conflitto ed ogni invidia umana poteva benissimo passarmi addosso e lasciarmi indifferente, a mo’ di un felino che tenti ad ogni modo, avvalendosi della sua astuta agilità, di scalare un ripiano colmo d’olio e ad ogni passo innanzi tre indietro in guisa che l’impresa ardita abbandoni senza scampo.

Amore. Questo il senso del sogno desto. Amore senza condizioni e verso ogni cosa mortale, naturale e innaturale. Amore incandescente ed umido. Amore diurno e notturno, luce, ombra e penombra.

Mai più mai più desideravo tornare tra le umani genti. Tanto gaudio ebbi provato che quando feci brusco ritorno ai piedi della roccia, se mai di lì mi mossi concretamente, mi sentivo come l’infante strappato a forza dal grembo materno che disperato piange, urla e stride, sperando un dì di poter ritornare nell’annacquato rifugio.

Io non esistevo. Io non avevo più personalità alcuna tra gli uomini, tra i miei pari ormai forse non più tali. Io ero un tutt’uno con l’universo, ero l’unità molteplice. Tutto il resto era ai miei occhi inganno.

 

12

 

Che carino che è. Che carino che sei. I tuoi respiri sul mio collo mi inebriano e mi estasiano, sì, ancora, ancora avvicina le tue labbra alle mie orecchie e spira come vento le tue frasi concise e deliziose.

Che frasi. La tua dolcezza è mista a paura. E io mi spavento. Sono così spaventata quanto innamorata, se ci si può innamorare così, se ci si può innamorare dell’attimo, di un attimo, di uno sguardo, di una brezza ardita che diffonde il tuo verbo.

Ed è ciò di cui ho bisogno, ho bisogno di tremare. Il tremolio di eccitazione, il brivido che emana il piacere di essere ricoperta d’oro e d’argento dal tuo fiele d’ambrosia, lo stesso brivido che mi intimorisce. Che immenso piacere mio caro.

È ciò che voglio. Ora sei tu l’inafferrabile, l’inconcepibile, non io. È ciò di cui ho bisogno, inseguirti come le folli corse di noi bambini nel trastullo del gioco. Tu che scappi tra boschi di passioni, dipinti di erbaceo candore, trapunti di docili ed odorose rarità floreali, come scelte dalle tue mani sapienti. Ed io, io che non riesco a raggiungerti, ad acciuffarti, pur avendoti a poche spanne.

Non ti conosco, il tuo è solo un nome. Un nome che sembrava suonare strano, ma che ora nell’ignoranza di te è impresso a chiare lettere. Ed è tutto ciò che serve. Sapere che fai, dove vai, qual è il nostro futuro, è tutto stupido, tutto inutile, contano solo i nostri passi mai così vicini.

Che simpatico che è. Che simpatico che sei. I tuoi sussurri sono colorati d’ironia. Un’ironia così seducente, sento che in questo momento potresti chiedermi qualsiasi cosa, tutto. Farei per te qualsiasi follia. Sei l’eterna mia gioia, una gioia finalmente pura, la gioia che cercavo, non un divertimento vile, ma una gioia dionisiaca e candida, dolce e perversa.

È ciò di cui ho bisogno, ciò che è necessario in assoluto al mio essere. Assaporarti, divertirmi, ridere di gusto e con pacatezza infinita. Ridere con te, tra i tuoi abbracci. Mi sento al sicuro, al sicuro tra la tua insicurezza. Con il divertimento sembri dominare il mondo, domini il mondo, padrone di ogni cosa. Io tua compagna, al tuo fianco e al centro di ogni tua attenzione.

Che sensazione! Noi bambini, ancora, immagine ricorrente. Noi che giochiamo a nascondino. Io nel rifugio segreto e tu, tu che mi cerchi e non mi trovi, divertito chiami il mio nome. Con la tua frenesia calma come il mare di luglio. Adagiato, sì, adagiato sembri, disteso come golfo sorrentino, mio per sempre.

Ora sì che ti conosco mio sconosciuto e sempre presente amico. Tu sei parte del mio essere, sei in me. Non fuggirò più, e tu non mi sfuggirai, mio amico amato. Mai. Mai.

Stringimi ancora, voglio addormentarmi avvinghiata al tuo corpo delicato e possente, svegliarmi domattina col tuo sguardo protettivo ed indifeso, da scoiattolino e da pantera. Non lasciarmi, non farlo.

Che abbaglio, come avevo fatto a lasciarmi ingannare dalla falsità sei tu ciò che cercavo, sei tu ciò che cerco ed ho trovato. Non ci lasceremo più, un solo corpo, un’anima, un solo fiato.  Uniti e nessuno e niente potrà separarci.

Stringimi e chiudi gli occhi con me, amore.

 

13

 

Avrei Continuato, dovevo. Che ragione avrebbe avuto a quel punto la mia vita. E che ragione aveva avuto sino ad allora.

Cosa avevo fatto, cosa era stata la mia vita. Ricerca. Pura ricerca. Ricerca dell’etereo. Non avevo fatto altro da quando ero bambino e fui iniziato agli studi. Mi interessai subito di capire cosa c’era dietro il corpo, cosa c’era di immanente ad esso e trascendente ad un tempo. Avevo vissuto, vivevo, per comprendere l’immagine. E dall’immagine e per l’immagine avevo vissuto di immaginazione, di sogni.

Questa era stata la mia vita. Non avevo fatto altro che aspettarla, attendere la sua venuta. E se non fosse venuta sarei partito per trovarla. Cosa che feci. E a cui non avrei rinunciato, mai.

Ed un’idea che sorse da subito e non mi avrebbe più abbandonato. Lei nella sue eterea essenza era la scintilla di ogni azione, il nostro fine, la nostra propensione, tendevamo ad essa. Altro fine non c’era. Lei era la vita ed ad un tempo la causa remota della vita,  lei era causa, oggetto e fine ad un tempo. Ed io l’avevo vista, immaginate? Vista!

A quella vista la morte non mi intimoriva più, come poteva. Era sublime lei. L’adoravo. Di un’adorazione obbligatoria per lo stato che aveva, piacevole per i sensi, per la vista graziosa, soave per l’udito, dolce per il sapore, lieve al tocco. Sapevo che la morte era nulla perché il piacere dei sensi, l’intensità dell’intelletto, non erano corporali ma trascendenti. La mia anima si sarebbe sparsa per il mondo e manifestata spiritualmente tramite altri mezzi corporali al consumarsi del mio corpo ridotto a cenere. Sarebbe diventata petalo seducente, corolla di passione, sguardo felino, fruscio del vento, balzo bestiale, gesticolio eloquente umano, musica delle sfere.

Piansi, condizione ormai perpetue. Le mie lacrime. Tramutate forse anch’esse un giorno in pioggia divina, in refrigerio umano felice, della terra fertile. Pioggia purificatrice. Lacrima liberatrice che dissolve le macchie oscure della nostra anima. Macchie, cioè vuoto, assenza di lei, divina, lei non manifestabile. Via oscurità amene, via vuoto d’anima e assenza di spirito. Vieni tu in me. Purificami.

Eccola, la sento improvvisa di nuovo. ero sull’orlo di un precipizio e lei vibrava nell’aria. Sotto ai mie piedi limpida acqua scorreva sgocciolando nel vuoto. Cascata intensa e vorticosa, capogiro, timore di nuovo in me. Improvvisamente mi avvicinai e sembrai rovinare giù al fosso. Capii. Erano i vuoti della mia anima, del mio abisso. Ripresi d’un tratto ma lievemente i sensi e scivolai. Solo la sua mano possente mi trattenne ed impedì il peggio. Cadere in preda dell’unico vizio padre degli altri sua conseguenza. Il vuoto, l’abisso.

Passò ora sulla fronte la sua mano e mi parve di sognare maggiormente. Compresi il perché. Era quella la via della verità il sogno. Via del vero e del reale. Esistenza, nostra esistenza fatta per metà di sogno, e per metà di realtà che altro non è se non sogno nella parte del vero, abisso nella indifferente concretezza.

Amore. Amore è l’unica via di salvezza. Non potevo redimermi serbano oscuro odio, tetro rancore, cagione del vuoto e diramazione ad un tempo dello stesso. Amore spassionato, universale, eterno. Amore cioè verbo in nuce, anima. Sguardo, atto di liberalità, bacio ardente, abbraccio caloroso, sua manifestazione, verbo palese, cioè spirito.

E fu appunto uno sguardo inenarrabile il suo congedo. Mi destai in un campo di frumento.

 

14

 

Toglimi le mani di dosso, ho detto basta, ho un altro. Come dici?, no, puoi scordartelo, non sono cazzi tuoi chi sia. Sicuramente qualcuno che sa darmi di più, più di te vile meschino.

Ho sopportato tutto con te. Sono resistita alla perdita di dignità con te, ad essere il tuo burattino di cartapesta. Ora basta, sai già, te lo dissi e lo ripeto, non conti più nulla perché nulla vali. Con te avevo perso ogni ritegno, ogni rispetto di me. Ora so che l’ho finalmente ritrovato, ho ritrovato me tra le sue braccia.

Posso finalmente, ora essere me stessa. Essere realmente ciò che sono, non ciò che tu volevi io fossi, non ciò che lui vuole io fossi, anzi sì. Sì perché la sua volontà sublime non collide con a mia, ma la rispetta ed è in simbiosi con essa. Rispetto, una parola che forse è ignota al tuo vocabolario, che forse hai tralasciato o mai conosciuto.

Sì, mio burattinaio burattino, schiamazzo notturno. Ti muovi come furbo rettile. Ma di una furbizia non astuta, una furbizia che sarà valanga e ti travolgerà. Morirai bastardo, morirai delle tue stesse moine, seduttore delle pocodibuono, delle troiette come te.

Io resisto, resisto alle tue follie, alle tue sciocchezza. Resisto e godrò nel vederti soffrire vittima di te. Resisto uomo piccino, resisto e godo, te lo ripeto, godo, godo nel vederti trascinare le tue stesse catene.

I tuoi sorrisini, si sorridi, rettile. Credi di poter dominare? Io credo che i tuo dominio sia sulla gente della tua stessa fatta. Non su di me, non su di lui. I tuoi sogni di potere sono tristi. E mi spaventano. Mi spaventa la fine terribile che farai. Stai varcando la soglia di un baratro che, sta sicuro, ti inghiottirà senza speranza. Sei ancora in tempo per salvarti. Rinuncia alle tue voglie insane. O fottiti. E muori senza ritegno, senza fama, la fama che tanto brami.

Io ho già fatto la mia scelta, la mia scelta è la dolcezza, il candore, i godimento. La tua la sofferenza, il potere, l’indifferenza. Uomo indifferente vedrai la gente scorrerti a fianco senza accorgersi nemmeno dei tuoi passi, del tuo corpo. Indifferente vittima d’indifferenza.

Sei un condottiero senza armi né onore, io mi ero lasciata entusiasmare da te, ma ero ceca, accecata dalla gloria. Ero divenuta viscida alla tua guisa. Ma non mi hai saputo fregare. Mi sono ribellata in tempo. E lo faranno tutti. La tua sola presenza che a primo acchito provoca desiderio in profondità è un vuoto contenitore, la tua sostanza è d’odio.

Cosa mi rimane di te? Solo il tuo fumo insalubre. Un’apparenza non luminosa. Le tue parole le ho già dimenticate, meschino. E non avrai più nulla da me. Nulla perché il nulla rimane, non ti ho cancellato dalla mente, assurgerai per sempre ad esempio, esempio di vita disumana, di vita reietta. Morirai, bastardo.

Grazie a dio, grazie a dio io non ho come te mille certezze, la certezza è ciò che di più subdolo, inumano e soggiogante può esserci, è la molla del potere malvagio. Grazie a dio sono libera nei miei dubbi, grazie a dio sono libera e fiera nella mia umiltà.

Ah che bello, che gioia sarà da oggi non vedere più i tuoi stupidi presenti, regali farfugliosi, ingarbugliati, ah che piacere e che goduria sciupare e distruggere tutti i tuoi fiori di plastica, finti, come te. Che gioia immensa rinunciare alle tue stupende cene con persone come te, sì quei grandi uomini. Uomini che si atteggiano a potenti del mondo, a capi delle nazioni, a segreti conquistatori, ma a cui manca solo un nasone rosso finto e due passi di danza per lavorare in un bel circo. Ah che pentimento solo non aver sputato nei loro piatti, non aver disperso i loro parrucchini, i loro aneliti di niente.

Ah che bello fare a meno del tuo letto, rinunciare ai tuoi squallidi amplessi.

Che ero io. Eh, la tua bella troia, vero? Il tuo fiore all’occhiello godereccio, il tuo trastullo. Ma portati il frustino la prossima volta e sodomizzati da solo. Vile. Stupido. Stronzo.

Cosa ero e cosa sarei stata per te se depressa, se ansiosa, se timorosa. Solo una stupida e fastidiosa palla al piede. Beh mettila al collo e gettati nel tuo stesso abisso.

Lo vedi ora rido io, stronzo.

A te non ha mai sfiorato l’idea che dentro me potesse esserci qualcosa, qualcosa per cui valeva la pena lottare. Non hai mai guardato in fondo ai miei occhi. Non hai mai colto e nemmeno sfiorato la candida rosa che è in me. Non ti sei mai accorto che dentro me c’è qualcosa di davvero potente, diverso dal tuo sesso senza animo, dal tuo potere senza merito.

Da oggi, con lui, sono disposta a perdere tutto pur di ritrovare me stessa. Addio!

 

15

E cosa sarebbe stata la mia vita senza di lei? Non credo avesse avuto più significato. Non credo perché averla voleva dire comprendersi, entrare finalmente in sé, prendere coscienza. Senza di lei il nulla!

Non c’è ragione che tenga, era lei, lei l’essenza unica dell’infinito e per lei aveva ed ha tuttora un segno visibile il motore degli astri, dei fiumi, del tempo e degli eventi. Non c’è nulla al di fuori di lei ed il nulla altro non è che sua assenza terribile.

Lei la pura speranza, la pura fiamma zampillante ed inestinguibile. Lei il tutto. Il corso del destino è servo del suo arbitrio. Lei ripara dalle intemperie della vita come vivida e fulgida ad un tempo roccia. Lei era la nuova gloria di ogni nazioni. Non potevo né il mondo avrebbe potuto mai perderla.

Cosa significa, vi lascio immaginare, cosa significa vedersi ogni cosa. Vedersi padroni e servi, e vederla serva e padrone. È il principio lei ed è la fine. Uniti entrambi in maniera fissa e stabile in un punto inscindibile e indissolubile. La fine principio di ogni cosa visibile per manifestazione e visibile per sola intuizione.

L’arte, forza tendente alla percezione contemplativa della bellezza deve ed innalza agli altari la  presenza naturale rendendola divina. Croce e delizia degli umani sensi. Connubio idilliaco tra reale e irreale. Universale disegno interiore estrinsecato. Un caro vento primaverile che carezza il volto era il suo sussurro.

Ero certo che dopo di noi non ci sarebbe stato altro, che l’attimo, le ore, il concetto stesso di tempo sarebbe stato inesorabilmente distrutto, perché apparente.

Un lampo apparve in cielo. Il tempo mutò d’improvviso. Uno squarcio sonoro invase l’orizzonte ed i miei sensi. Come scossa la terra sotto ai miei piedi non reggeva più il mio corpo che ormai oscillava. Nell’aria il sapore di tempi malvagi scorreva come sciami insidiosi, la mia mente fu pervasa da immagini orribili. Il mio umore non era più lieto. Paura. Di nuovo la paura mi attanagliò.

E subito un intenso rovescio d’acqua odorosa mi invase. Pioveva. Una tempesta e me naufrago di quello stato d’animo pervasivo e parassita.

Pioveva e la mia concentrazione cadde sulle gocce nell’insieme. Poi su una singola goccia. Guardai e fui preda di meraviglia. I cristalli e la volta mi parve a tal punto cristallina. Eccola. Eccola la divinità. Ecco l’infinità dell’universo. In questo piccolo frammento di realtà. In questo spazio seppur limitato si scorgeva ed era insito l’illimitato. I mondi molteplici ed univoci. L’infinità di una linea delimitata da due punti. Infinita. Infinita perché eternamente divisibile. Balenarono alla mente le parole del mio maestro, i riferimenti alla cabala, la possibilità di scindere ciò che è democritianamente inscindibile. E fu un sussulto, una pace ritrovata.

Da quelle gocce nasceva silente in me un luccichio, una corrispondenza universale con l’umanità e con ogni essere vivente e minerale e con la natura tutta infine ed il cosmo, la corrispondenza del divino.

Noi esseri mortali immortali resi dalla grazia femminea, dal cuor cortese, noi divenuti finalmente eterni, nel circolo eterno, nel circolo etereo, eterno ritorno ed eterna verità nel ricordo. Contenitori noi dell’infinito.

Arrivò un’ondata nuovamente primaverile tra le gocce, il maltempo interiore, questo orribile dolore, si rasserenò da solo a quei pensieri ed in loro.

 

16

Ah leggerezza e piacere nell’essere distesi su questo mio letto a tendere l’occhio al vetro. Le gocce di pioggia impresse e che quasi, come dire, sgretolano al contatto di nuove gocce. È primo mattino. Apro il libro che ho sul comodino. Le affinità elettive. Mi perdo. Mi perdo tra le distese verdeggianti della contrada cui mi rimandano le lettere, unite a parole quasi di fuoco che congiungono periodi di intenso amore, di spassionato ardore. E mi perdo così, dunque. Sfogliando le pagine dall’intenso profumo. Oh quanto adoro l’odore intenso dei libri. Odore di vivacità, di poesia, di immaginazione, di terre lontane.

Un vocio leggiadro percepisco da lontano. I lieti suoni dell’autunno che mi ha liberato dalle catene, da un’ afa oppressiva. Dal suo corpo vischioso ed umido sulla mia pelle. Ah mio autunno! Ah mio liberatore! Ah mio amato!

Non ci speravo. Non ci speravo arrivassi amore mio. Non credevo più possibile uscire da questa prigione dorata e terribile. Quasi mi credevo spacciata, ormai vittima di quel meschino.

Non ci speravo. Quasi credevo di poter riuscire a fuggire, casomai, da sola, con le mie forze. O meglio di essere il mio destino la solitudine e solo nella solitudine ritrovare sicuro riparo. Quasi non credevo più possibile l’esistenza di uomini veri, di veri ragazzi che si ergessero al di là dei limiti senza sfruttarti e tenendoti in considerazione, come divina.

E nonostante tutto questo, in fondo, se avessi teso bene i sensi percependo il mio intimo sussulto me ne sarei accorta. Mi sarei accorta di cercarti. Di averti voluto al mio fianco. Te, te mio caro. Te che ti conoscevo in altre vesti e mai avrei potuto immaginare di finire vittima di tanto spasimo per te. Che voglia di riabbracciarti, anche ora, magari qui su questo letto.

Sembrava quando mi lasciai andare col meschino che quella fosse la via. L’austerità godereccia e la viltà vitale. Che illusa. Mi credevo dominatrice accanto a lui. Eppure non avevo capito, cieca, che chi ti ama ama te, non la sua immagine falsa di te. Magari un’immagine di te, ma quell’immagine più pura, la parte femminile che è in ogni uomo la solo quella può rendere un uomo speciale. Il soffio del vento selvaggio e possente nell’abbraccio unito a quel femmineo sapore corrispondente ed estroso. È questo che noi donne cerchiamo. L’intarsio mancante che completi il nostro disegno interiore. E quanto simile sei tu, amore a me, quanto congeniale e perfetto è il nostro incontro, la nostra unione.

Sei tu quel sapore lieve del manto autunnale dai mille colori.

Ah quanta freddezza c’era prima nei miei occhi, umidi di rabbia e tristezza, ora di un’umidità diversa, l’umidità festosa dell’incontro, della leggerezza, della spensieratezza, l’umidità, posso dirlo perché lo sento, l’umidità dell’amore.

Quanto mi è caro, quanto, e quanto l’avevo ignorato, convinta di poterlo gestire e domare, non sapendo che esso straripa come corso ribelle, non si arresta, nulla può fermarlo né deviarne il corso, quando incontri la persona che hai sempre sognato, che sempre era riposta in un angolo, seppur remoto, del tuo cuore.

Ti amo, mio caro!

 

17

E sì. Credevo proprio così. Credevo che il tempo non necessitasse di limitazioni o di frette, di repentine decisioni. Credevo e capii e credo tuttora che il tempo è la nostra percezione intima, il nostro quantificare il fluire liquido della realtà e più precisamente dei suoi accadimenti concreti. Questi, senza alcun dubbio, non hanno dimensione. È la nostra erronea percezione che gliela dà.

E ruotavo intorno ad un argomento, uno solo eppure così vivido ed intenso. Trottavo giulivo e pensoso ad un tempo. Trottavo come giostra inarrestabile sotto lo scalpitio degli zoccoli.

La mia mente oramai da tempo estesa era contenitore di tutte le emozioni, di ogni essenza spirituale e naturale. Ogni cosa concepibile ed inconcepibile veniva sezionata e ridotta ai minimi di termini sprigionando energia immane, mai così potente la potette l’umana ragione comprendere, e poi colmava il mio essere. Io mi sentivo come arco che tende e sprigiona e riposato staziona, ma all’inverso, nel momento della sezione in minuscole eppur infinite parti veniva sottesa una forza inaudita, nel momento successivo la staticità non era data dal riposo, ma dalla tensione che capiente in me conteneva.

Ed ancora, ancora, ancora dinanzi a me un susseguirsi d’immagini, di realtà, di eterne aspirazioni. La semplicità, la semplicità del sapere si ergeva dinanzi a me. Ah quanto i sofismi sono rivestimenti formali di una nuda realtà unica e plurima ma evidente, esposta in arti e modi diverse a seconda della forma. Ah poi quanto caro mi era innanzi la frugalità susseguente a tale semplicità ideologica, una vita che viveva da sé, senza pretese. Ah che clamore l’impegno civile per il mutamento dell’oppressione e per la pace universale, realizzabile a seguito di piccoli gesti d’umiltà. Ah che splendore superare il finito con una parola che avrebbe senz’altro riecheggiato per l’eternità.

Ah quanto cari mi sono quei fluidi che vidi. Si districavano ansiosi tra essi le varietà cromatiche. Una correlazione immensa emerse allora tra le dodici varietà dell’iride apparse e le tonalità musicali. Ad ogni colore udivo in sinestesia suoni secchi diversi. Ebbi l’impulso di segnare sul terreno una notazione improvvisa ma ero come colui che ha evidente in mente una immagine sonora ma non sa riprodurla. Che sensazione di pochezza, di incapacità comunicativa!

Senz’altro avrei dovuto distogliere lo sguardo da quell’assoluta verità palese ma inesprimibile. Non vi riuscii subito sebbene di lì a poco la mia mente percorse rapida altri sentieri.

Giunse all’espressione, quindi all’olfatto ed al gusto. Sapori inebrianti carezzavano i sensi spogli e li colmavano. Sensazione di sazietà, sublime e di appetito. Sebbene non mangiassi ormai da giorni potei deliziarmi a quella sensazione. Uh che lauto banchetto saporoso, gemme dolciastre, uve biancastre, vivide brocche di nettare divino, ambrosia dal colore scuro e luminoso.

Poi una nuova congiunzione. Era il fluire dei fluidi che in sé univa ogni cosa, lo capii al volo ed ora mi è ancor più chiaro. I nostri sensi sono sorde vittime del liquame candido e puro, innalzato a gloria eterna dallo splendore del corpo riflesso in bellezza suprema tramite lo spirito dell’amore dell’anima. Ma qualcosa mancava, qualcosa che non possedeva un suono preciso, un’immagine vivida, un caro sapore. Sì, l’infinito. Quell’infinito che considerato in virtù come insieme aveva una forma manifesta nella trinità ora indicata e che era distinguibile in maniera nitida dalle nostre sensazioni, preso nella sua più pura definizione era impercepibile. Come se la qualità implicita presente in ogni cosa e che trascende la cosa stessa che la contiene non fosse definibile se non limitata a sé. Non si può definire un punto ma la distanza sì. È nella distanza che definiamo l’assoluto, che possiamo misurarlo ma esso rimane, ha pur sempre una qualità implicita, in sé, che non perde e ciò mi rese evidente che ciò che percepiamo non è immagine riflessa ed imperfetta, non è copia del trascendente, ma è sua limitazione e quindi imperfezione.

Districò improvviso il mio pensiero sulle rocce circostanti e vidi me riflesso in mille forme. Poi mi ricongiunsi alla solida parete e il mio corpo fu lievemente ma in modo brusco adagiato in ogni dove circostante. Improvviso in un attimo planai privo di peso.

Eccomi d’un tratto tra le fronde fitte di un cespuglio che mi accorsi essere la sommità di un tronco e poi giù e su in oscillazione. Vidi un immenso giardino arabizzato, luogo sublime e superbo, lo riconobbi, era il posto ove solevo coi miei compagni di studio disquisire assieme all’Imperator. Ma poi mutò di forma e gli arbusti profumati da soavità d’ agrumi arabizzati scomparve, diede spazio ad altra flora. Una selva mastodontica mai vista in alcuna terra, fitta ed intensa, fior dell’intelletto. Volai più in alto e la vidi nell’insieme, potei quantificarla e l’operazione mi facilitò la qualificazione nel momento in cui tornai come stramazzato al centro d’essa. Era la Foresta Nera, di cui sentii parlare. Un luogo rigoglioso di selvaggio ed era lì che il mio viaggio avrebbe dovuto giungere a meta.

Era ora, era ora di cominciare. Di rintracciare e cogliere e rendere propria la verità sino ad ora solo intuita. Era ora di entrare nel vivo della questione, nel vivo della mia folle missione.

E l’azione precedette questo pensiero esposto, le mie mani si mossero da sole iniziando a tracciare nell’aria una invisibile scala, la scala in sé avvolta del sapere ascendente. Rotolava essa intorno al pullulare vegetale e si intrecciava con le mie mani che creavano essendo create, se di creazione si può parlare, sarebbe stato più giusto dire opera del vasaio, plasmare dall’etereo. Varcai dunque la porta del verbo, dell’esplicabile per via formale ed artistico e mi addentrai oltre sofismi, verso ciò che tenterò di descrivere ma che il più, come ogni cosa del mio viaggio, lascio a chi legge.

Salii in silenzio i vertiginosi gradini. Mi resi conto così che stavo traversando ciò che d’inimmaginabile c’era, ciò che né la descrizione di scienze, né la storia umana, né racconto avevano mai osato. Mi ero calato salendo in una situazione da cui se fossi uscito nulla sarebbe più stato com’era né com’è.

La porta con tanfo rumore divaricò in orizzontale e fu il frastuono della natura.

Ah come è differente il pensiero e l’azione umana dal motore universale e dalla divina intenzione!

 

18

Notte inoltrata. La luna coperta da nubi oscure. Buio infimo mentre sono sola ad aspettare ancora, come stamattina. Aspettare col tremor delle mani i tuoi occhi vicini ai miei.

Come inferno, tra mille dannati dai svariati dolori, l’anima mia è in preda agli spasmi d’angoscia. Desiderio di esser salvata da te, mio illustre cantore, salvata ancora, per sempre, per sempre. Cancella te ne prego la malvagità dalle mie intenzioni e liberami da questa reietta condanna. Voglio affondare tra le tue braccia per sempre, ancora per sempre.

Chi sei tu dolce usignolo dal bel canto, melodia di quest’autunno principio buio della luce? Chi sei tu o mio amato, mia nuova scoperta, mio unico salvatore? Chi sei stella più brillante del firmamento?

Perché sei qui. Dalla tua bocca non un comando che non sia dal sapore di fiele, non un suono che non sia armonia di diversi violini. Vieni mio amore, vieni e difendi questa donzella spaurita dal domani e dal buio del vuoto.

Vieni mio usignolo, dunque. Vieni tu con la zampa ferita, vieni tu che nella tua sofferenza sovrasti di gioia la mia e la purifichi, vieni spazzando via ogni indecisione. Vieni mio eroe senza paura, vieni tu che hai la forza di mille giganti, la purezza di cento gigli e la dolcezza di pasti gustosi. Vieni. Vieni tu che non lasci il tuo manto macchiato dalla ingordigia di astute cupidigie senza liberalità, di lussurie senza desiderio dell’altro, di superbie senza forza e senza virtù. Vieni.

È giunto il momento di destarmi dal sonno della verità, della ragione e dell’istinto e della gioia. È giunto il momento il momento di essere con te avviluppata per emanare la potenza dell’amore, di un amore puro e imponente.

Con te rinasco, in questa stagione dai colori più vari rinasco. Un’energia inaudita si impadronisce del mio corpo e rinasco, mi rigenero, sono di nuovo ricca di forze e bellezza.

Eccoti mia luce. Tra i viali già un fascio lampeggiante squarcia il buio della paura. Eccoti cavaliere eccelso. Eccoti sublime condottiero d’amore. Scintilla come armatura la tua bocca di fragole e d’amarena. Sapore di maggio in questa sera di primo autunno. Eccoti sfoderi già di lontano la spada focosa delle tue parole ardenti che inchiodano l’avversario e inchiodano me che pendo dalle tue labbra.

Baciami. Non salutarmi e baciami. Baciami con passione e senza profferire verbo. Baciami ardito, baciami ti dicono i miei occhi silenziosi e vogliosi. Baciami come battaglia vittoriosa già prima di iniziare. Baciami come scontro fatale. Baciami con entusiasmo di folli imprese. Baciami.

Questa sera non ha più importanza, guardarti mi fa dimenticare ogni cosa, tutta la realtà sei tu, tutta la realtà sono le tue labbra, tutta la realtà è questo bacio. L’umido mi inebria, mi estasia, gaudio immane. Questa sera è come ultimo spiraglio di felicità che assurge a momento eterno.

Baciami dunque, non voglio, non posso, non devo perderti. Baciami e lasciami andare in balia di me, del mio istinto, del mio amore. Lasciami andare in balia di me. Amami ed amami con i tuoi baci, con il tuo bacio.

Baciami come se dovessi partire lontano, come se dovessi volare su terre sconosciute e so, sì lo so che il tuo bacio mi farà volare. Ma il volo in un solo abbraccio realizzato, solo nel tuo abbraccio realizzato.

Baciami d’un fiato e dimentica con me ogni cosa mio eroe. Baciami più forte, stringimi e respira su di me, baciami ancora.

19

Ero intorpidito come colui che alla deriva viaggia senza meta tra la veglia e il sonno, sbatacchiato dalle onde e sperso come cardo senza melodia da seguire, intarsiato da un ricordo, il suo, la sua fugace apparenza.

Ed in questa fase quasi onirica lei apparve, apparve laboriosa come frumento colto da mani esperte ed affannate dalla fatica. Bella e radiosa, di immane bellezza dipinta.

C’era un conflitto forse insanabile tra le mie membra stanche e la sua luminescenza, il suo infliggere archi di luce quasi sonori che scuotevano le mie ossa ma non mi risvegliavano. Ero un bambino impotente dinanzi a lei, un bambino che non riesce a muovere i primi passi per avvicinarla e tentarne un approccio colloquiale.

Circolare era il mio dormiveglia, circolare come la sua aura violacea, era solo una sensazione, un’effimera sensazione. Caddero le mie mani smorte, il sonno oramai voleva imporre dominio, ma ad ogni caduta c’era un rialzarsi improvviso. Vivevo questa sorta di limbo dove l’immagine più pura della bellezza è intravista ma mai goduta a pieno dagli occhi.

E tentai un diversivo, distrarmi, distogliere lo sguardo. Mi avrebbe seguito? A volte quando cerchi qualcosa e sei lì a due passi dall’ottenerla ma più ti avvicini più un subbuglio ti blocca e rende inerme l’unica è voltarsi. Scindersi. Distruggere come petali tra le mani frammenti di razionalità e di concentrazione di modo che sia l’immagine stessa a seguirti. Guardare altrove, guardare altrove semplicemente per raggiungere la meta, per mirare con precisione. Guardare altrove.

Guardare altrove anche per evitare avvicinamenti scoordinati, essere pronto davvero con sé stesso per sopportare la vista. Se spesso non raggiungiamo i nostri sogni è perché la stagione ad essi propizia tarda ad arrivare. Persino con i desideri più intimi occorre pazienza.

Ma mai lasciare tutto, mai mollare, mai cadere nella tentazione della rinuncia. Occorre attendere ma non stancarsi, i fiori hanno un ciclo di riposo lungo diversi mesi ma al loro sbocciare si risveglia l’universo intero.

Bisogna sapersi capire per saper capire il giusto momento. Distratto dunque, mi voltai nell’attesa. Capii, forse, ma mai nell’interezza, mai con precisione aritmetica, capii con vaghezza come l’essenza stessa della ragazza.

Il circolo, il circolo dunque che ritorna e freme. Il circolo dell’universo intero è uno spiraglio, un’asola di attese. Ma quando giungerà il momento sarà un rinvigorire di gioie, momentanee magari, ma pur sempre eterne nell’attimo del godimento. Delusione? Possibile delusione? Ipotesi da scartare. I nostri sogni non sono mai delusioni, però bisogna saper discernere, capirsi dicevo, capire cosa cerchiamo davvero.

La verità arriverà, arriverà quando saremo distratti.

Allora forse mireremo la nostra immagine in uno specchio d’acqua e troveremo lei con le sue sembianze paradisiache. Capiremo che lei era sempre stata dentro noi, che con la fretta avremmo rovinato tutto quando bastava la pazienza, attendere pazienti. Lei verrà a cercarti se tu la cerchi con bramosia.

 

20

Amore, mio dolce e candido amore. Dolce come la pasta di mandorla e candido come giglio mai infetto dalla cupidigia. Dolce amore! Dolce amore da assaporare con leccornia. Candido amore! Da infliggere di lussuria con un sentimento perverso che ti inchiodi alla parete e ti renda eternamente mio in un abbraccio inaudito.

Ti prego amore, riempimi delle tue parole profonde, delle tue più intense sensazioni, delle tue imperfezioni specchio della tua virilità mascherata. Mostrami in tutto il tuo splendore la tua potenza gaudiosa.

Le tue parole sono impresse indelebili, scolpite come su marmo nel mio cuore pulsante, nel mio cuore che accelera il battito alla presenza del tuo volto incantevole. Tu che sei ad un tempo ciò che è dentro di me e quindi da sempre conosciuto ma anche un mondo nuovo da esplorare, la mia nuova America, terra incognita dalle mille bellezze, io alla ricerca delle pietre preziose che la tua anima mi offre, che il tuo corpo invitante mi porge.

Sì, sì amore mio. Rendimi tua, rendimi a tua immagine ossia a mia immagine, mio amore speculare, reinventami e fammi tornare in me con un giro vorticoso.

Con la tua forza del logos mai spento incuti in me timore, incuti in me rispetto, inebriami del calice divino di sapienza, mio vero pigmalione e servo nel medesimo istante.

Vai, continua le tue fervide lotte o mio condottiero dall’armatura scintillante, io attendo le tue parole di gioia, i tuoi gridi di battaglia, i fasti dionisiaci e i sublimi banchetti di fine battaglia. Prepara spada e giavellotto, assestami un colpo mortale e lecca le mie ferite, sanami padrone di ogni cura, principe del bene e del male, incantatore instancabile, combattente imbattibile.

Sì mio cantore ispira la mia stessa arte. Plasmandomi dalla sabbia o con un soffio vitale di vento rendimi la più superba altezza che il mondo conobbe, l’artista trasognante, l’artista il cui sforzo superbo è solo creare dal nulla, modificare l’esistente e farlo tendere alla più immane bellezza.

Abbracciami ancora, ora e per sempre.

Io sono vittima di un’eccitazione frastornante, mio giglio lussurioso vieni a me, fatti godere dall’inizio alla fine del mondo. Ultimi reduci godiamo, dimentichi del resto, noi soli godiamo e diveniamo l’universo intero.

Sì, così, non avere remore, sii tutto mio, sii per sempre mio. Quest’attimo duri ore, anni, millenni. Fammi godere mio amore, è tutto quello che voglio, mio vero amore.

Sono la tua Lilith e la tua Selene, sono la tua vergine eternamente in cerca di sesso, eternamente in cerca di godimento. Non farti scrupoli. Fammi di tutto. Rendimi serva. Sono tua per stanotte come lo sarò per sempre.

Vai mio animale grazioso e terribile, esplodi di passione, sono qui per questo, godiamo insieme. Sì godiamo. Ripeto all’infinito questa parola, godiamo. Per sempre. Altra parola, altro limite infinito.

Ah sì! Come mi guardi con quei tuoi occhi che mi divorano, con quelle tue mani che mi mandano ai campi elisi, nel nirvana, nella candida rosa. Le tue mani che scorrono lievi sulla mia pelle. Che desiderio! Che bramosia! Mi ripeto: che godimento!

Ah sì! Rendimi la tua divinità ancestrale, rendimi la tua meta da bramare che hai qui a due passi. Sono ciò che hai sempre voluto? Ed ora sono qui, per te, godiamo insieme.

Ah sì! Che delicatezza nelle tue mani sapienti!

Ah sì! Non aver fretta immane. Che quest’attimo duri un secolo. Che il godimento tenda all’infinito. Mi strazi. Ho voglia di sussurrarti ancora parole dolci, parole perverse, parole pure.

21

Distolsi dunque lo sguardo nell’attesa che la presenza somma femminea si avvicinasse con me distratto. Un dubbio mi assalì. Subito evaso. Di cosa avremmo parlato. Come potevano le mie miserrime parole tenere testa alla più maestosa bellezza. Non restava che essere muti, sprigionare un logos diverso, un silente ma onnicomprensivo dello scibile umano. Mi avrebbe senz’altro guidato lei, con i suoi poteri, i suoi arcani, le sue magie.

Ah che desiderio di vederla almeno! Gli occhi a volte, seppure solo in parte, saziano il desiderio di parlarle. Come avrei voluto si manifestasse di nuovo. La voglia di voltarmi era forte, immane tentazione. Che fare. Sono gesti unici, apparizioni uniche, non bisogna perdersi in remore ma agire. Agire, sì, ma come. Guardarla ancora.

Improvviso un gesto. Apparve di sbieco. Con l’indice proteso mi indicò e sorrise. Eccolo, eccolo il gesto unico ed irripetibile.

Cosa darei per rivederlo, tutto me stesso. Diventerei pianta rampicante per il suo dolce corpo, mi avvolgerei come tessuto intorno alle sue forme perfette. Oh sublime cacciatrice! Sublime regina di venti e tempeste! Ti bramo, ti osservo e ti bramo!

In un attimo le mie forze rinvigorirono come ad ogni sua vista, come ogni volta che sfinito la fissavo negli occhi boschivi. Dillo piccola maestosa regina cosa fare, dillo ora che ti ho trovato. Voltarmi di nuovo? Seguire i tuoi passi. Farmi guidare dalla tua andature sicura e repentina ma ad un tempo maestosa?

Muto, restai muto. La mia lingua era un ghiacciaio ma si sciolse nel pensiero sublime di averla accanto. Come trafitta da spilla non arreca parole. Solo una forte inspirazione, un “oh” di stupore che ruppe il silenzio. Gli uccelli al suono leggiadro volarono attorno alla maestà femminile.

Ed io muto, ancora muto, muto nei semplici sospiri, unici rumori che attorniano la foresta.

Tu, tu sublime, sei trasparente vetro inossidabile. Sei segno rupestre, miniatura affascinante. Sei presenza eterea, potresti varcare i flutti del mare o questa selva trapassando i rami, camminando sulle acque in tempesta, potresti respirare l’aria di cui tu stessa sei fatta. Presenza ariosa ma non irascibile. Maga ma non strega. Essenza universale.

Era solo un gesto, quell’indicarmi che ti rende di nuovo umana, di nuovo fatta di carne, ossa e pelle, ma un gesto che nella sua unicità avrebbe potuto non più riproporsi. Ah se la mia bocca non fosse muta dinanzi a te quanto avrei da dirti!ma non riesco. Non ne sono capace e non per timore ma per reverenza e sottomissione.

Purtuttavia tu sembri comunicarmi telepaticamente che non sarà l’ultima volta, che ci saremmo incontrati ancora, presto anche.

Ed è tutto ciò che volevo e voglio, il mio più intimo desio.

Sì, tu regina di ogni arte intreccia per me una storia di velluto che sappia coprirmi dalle intemperie della vita.

22

Non finirà, non può finire così. Tornerai, devi.

L’incantesimo fatato in cui siamo sprofondati, l’incantesimo di ambrosia delle tue braccia possenti e dolci non si dissolverà, ne sono certa, tornerai. Non varranno a nulla le parole di mio padre e di quel meschino essere orripilante del mio ex, rettile squamoso e vanaglorioso.

No, tornerai, ne son certa, affronteremo insieme le insidie. Combatteremo ancora. Il destino mio sei tu, il destino dei miei giorni. Tornerai, lo ripeto all’infinito, sfoderando la tua spada mi libererai nuovamente dalle loro paranoie e questa volta, ne sono sicura, per sempre. Mi libererai ed io sarò la tua attrice principale, col trucco genealogico, quello di cui parlammo, col trucco che ricopre il manto delle tue eccitazioni, un po’ sfumato un po’ smacchiato.

Sono certa che la nostra sofferenza per questo che loro chiamano addio sarà forte ma con i tuoi piedi saldi su strade insicure non ti dimenticherai di me. Cadrai in piedi come i gatti e come loro col tuo sguardo ridurrai in poltiglia quelle loro fandonie allucinanti.

Il tuo fascino non sfiorirà, mio incanto e mia gioia, torna quando puoi, torna rinvigorito, torna con un piano preciso, torna e liberami.

Ricordo le nostre fughe nascosti tra i rami, quando discutevamo sul mondo e il mondo stesso e l’universo erano nostri. E lo sono, lo sono per davvero, lo sono perché tremano le mie vene ai tuoi baci.

Ricordo quando ci lasciavamo alle porte di casa. Stretti mano nella mano sarebbero potute passare ore senza che nemmeno un ciclone ci avesse smossi. Noi saldati, immobili eppure pieni di vita.

Ricordo, e le conserverò in tua memoria, attendendo il tuo ritorno, le nostre foto. I sorrisi, le carezze, i volti buffi, gli scatti di sorpresa.

Ricordo il nostro desiderio intimo di fuggire da questa realtà, di approdare sulla nostra isola dalle onde felici e dalla sabbia rubiconda.

Non mi separerò mai da te, non sarà la distanza a farci tramontare, non sarà un ricatto ad eclissarci. Non ci saranno rinunce, non ci saranno rassegnazioni. Tu sei e sarai sempre mio e non ti perderò, romantico cavaliere.

Una lacrima scende sul tuo viso, una lacrima struggente.

Allunghi le tue braccia per stringermi come se non volessi finisse mai questo momento, come se non dovessimo mai più lasciarci, come se fosse stato tutto solo un brutto sogno. E in questo abbraccio oltre a proteggere me proteggi te stesso. In quest’abbraccio cerchi un sostegno, tu o mia chiave di volta, tu punto cardine delle cattedrali d’amore, tu stella polare dei viandanti.

Poi ti stacchi improvviso, ti muovi come ondulando e con passi insicuri, quasi stordito, ti siedi sulla panchina.

Chiudi gli occhi e mi stringi le mani. Vuoi sentire ancora per un po’ quel fremito, quell’armonia universale, quella celeste melodia a noi cara. Solo nostra eppure talmente pura che chiunque può ascoltarla se ha cuore limpido.

Scocca un bacio. Un bacio di quelli sussurrati, di quelli che ti dicono, non voglio, non voglio andare. Un bacio di quelli che ti dicono sei tu la mia più preziosa fanciulla, la mia unica amante, la mia unica perla.

La lacrima scende di nuovo ed inizia a piovere. C’è un sapore amaro in quest’altro bacio che scocchi. Il sapore della paura, della paura dell’addio, della paura di non tornare. La paura che assilla e fa sobbalzare i condottieri prima di un duello o all’approssimarsi di una battaglia.

Fa capolino il sole. La pioggia assume la veste di un ocra quasi velato. Lui mi guarda e va via asciugandosi gli occhi e le guance.

 

23

Una nuova apparizione muta nella sua eloquenza. Ma che eloquenza. Un’eloquenza sensibile, sensuale, quasi sessuale che mi pervase. Un’apparenza, una semplice apparenza dionisiaca. Era lei, ancora lei, in vesti nuove e sgargianti che appariva dalla corteccia di un albero decrepito arricchendolo con la sua immagine ed abbellendolo quasi. Come quando il proprietario riempie di fasti una misera dimora e il personaggio supera la frugalità.

Aveva l’anello al dito, l’anello del potere, il magico anello che le permetteva di comparire e scomparire, di mutare forma, di rimanere eterea ed a volte di sembrare vivida e reale, quasi carnale. Quell’anello porse alle sue labbra carnose in un gemito.

Con eleganza diresse la ormai consueta melodia imbracciando la cetra come musa virgiliana, come etere candida. La musica era spettacolare seppur nella sua inusuale semplicità. Giri armonici e canti muti. Mi sarebbe venuta la voglia di intonare versi al suo suono, magari miei o di amici siciliani, ma non riuscivo perché la sua vista, come incanto, ogni volta mi allibisce.

Dispose le note come baci sensuali, spostando arrangiamenti come tarocchi da cui sprigionava la magia del vissuto, del consunto rinvigorito, dell’eterno. Erano parole le sue, le parole mute dell’impronunciabile nome divino.

E il mondo, il mondo dominato, poteva sfiorando l’anello mutare tempeste in venti soavi, piogge torrenziali in primavere eterne, alberi secolari in fanciulle piante. Ma a ciò era adibito l’altro anello, non quello perverso dell’anulare ma quello preciso, spiovente quasi ma in sessione aurea col corpo.

Si chinò improvvisa, dunque.

Negli occhi l’invisibile divenne il principio primo, l’Un visibile, il dispari, sì il dispari, il dispari della perfezione, non il pitagorico pari completo. Il dispari dell’attesa. Eccola, eccola la precisione, eccolo il vero.

Da ciò le scenette di me immobili furono tasselli di mosaico mal riposti e riordinati dal suo nuovo sguardo su di me. Oh l’assoluto! Oh la sua ferocia silvestre! Belva dagli artigli nascosti e pronta al balzo. In un rigonfiamento delle sue guance sprigionò aria gelida. Refrigerio mentale. La mia mente si espanse e tese all’infinito. Ma fu un attimo. Non si può descrivere pur essendomi capitato già altre volte alla sua vista questa fu unica, ero immensamente ed irrefrenabilmente padrone dell’intero accorgendomi della mia limitatezza.

Lei amica o avversaria? Ecco, posi un quesito cui forse non avrei mai ottenuto risposta se non nella bellezza, la bellezza unica. Non può essere malvagio ciò che è bello dentro. Non può essere malvagia una cacciatrice d’amore quale lei era. Non dovevo temere. Dovevo solo abbattere le mura di paura ed entrare nel suo castello di bontà e sincerità. Forse per questo non ero pronto. Non ero ancora pronto a concludere la mia missione, a parlarle.

Ipocrisia, abbattere l’ipocrisia. Solo lei ci sarebbe riuscita. Ed io dovevo convincerla, convincerla ad intervenire per una pace universale, per una parusia terrena, per una giustizia somma, senza compromessi o prese di potere né corruzione. Una purezza, dicevo, originaria.

Rientrò nella corteccia e con un lampo disparve accompagnata da belve ammansite dalle carezze delle sue mani.

24

Venere, lucifero, la prima luce del mattino di me sopita tra le cianfrusaglie consumate a letto. Me insolitamente rilassata, rilassata forse per l’aria tiepida delle sei del mattino. Ma come colei che dopo la vista di un miraggio non riesce ad abbeverarsi all’oasi così io sprofondai nella stessa depressione.

Lui partito.

Ed io, io qui ad attenderlo, attenderlo come una bambina il giorno di Natale, ma senza speranza. La luce, la luce che ha un rapporto stupendo con il suono e così, senza nemmeno accendere la radio inizio a canticchiare, sottovoce, un “la la la la la la la la”, ho nella mente la canzone “can’t get you out of my head”. Non è che sia la prima volta. Era quasi la nostra canzone. Lui il mio principe liberatore. ora lontano.

L’ultimo nostro pranzo prima del saluto alla panchina. Ancora i resti sul tavolo. Li assaggio come per sorbire ancora qualcosa di lui, come se il gusto stimolasse la vista ed alleviasse il dolore. Ma il suo posto, dove agitava simpatico le mani nel parlare, ora è vuoto.

La luce entra in stanza. Devo categoricamente nutrire speranza, non posso abbattermi sempre più, finirei per reprimermi. Lui tornerà e punto. Il tempo, il tempo non esiste e ne parlammo, o meglio esiste ma è una nostra illusione, quindi non mi interessa, lo attenderò. Non ho fretta.

Presto giocheremo ancora a trovare affinità elettive, a burlarci come piccoli esserini paranoici di messaggi criptati inviatici dalla natura, cercando di codificarli. Non è forse questo il limite, la linea bianca che divide la scienza e la filosofia dalla pazzia? Ah ci fossi tu! Tra una sigaretta e l’altra saremmo scoppiati a ridere di tali disquisizioni. Il mondo è ridicolo ti avrei detto. Il mondo è un ubriacarsi di sentimenti, avresti risposto sorridendo.

Quell’anello, il nostro magico anello. L’anello che un giorno mi donasti dicendo che avrebbe espresso ogni mio desiderio. L’ho qui tra le mani e lo maneggio con cura. Un  solo desiderio, rivederti al più presto. Una sola risposta dà alla mia mente, non c’è fretta, attendi. Sì il mio anello mi consiglia. Ha un’anima e lo sento. Mi è vicino. Mi protegge, sarà il tuo alter ego, in tua mancanza lo strofinerò e i pensieri voleranno a te, al tuo volto, al tuo corpo. Senza incertezze, senza epiloghi disastrosi che come gironi danteschi inghiottono tutto senza pietà né compassione.

E l’anello mi riporta alla nostra cena.

Ti ammiravo leggiadro nel parlare e nel muovere le mani con una grazia innata. Sembrava sbocciassero rose che accompagnavano la tua magna eloquenza, eloquenza sensuale.

Ma non c’era punta di orgoglio ed arroganza, nelle nostre discussioni ti mostravi sincero ed umile, disponibile al confronto e sapevi quando la conversazione prendeva una piega desueta ma non la scansavi con ironia continuavi e soprattutto con autoironia. Eri cosciente delle tue capacità ma ci sorridevi, mostrando i tuoi limiti come solo i grandi sanno fare.

Parlavi spesso anche di te, dei tuoi problemi, ma con fare sempre lucido e accattivante, senza mostrare odio né rancore per nessuno. Cercavi sempre il risvolto positivo della medaglia convinto che ogni persona, anche la più malvagia, ha delle doti umane, delle doti divine, è un essere che soffre nella sua cupidigia o ingordigia o vanagloria ma che in fondo è come noi. Un fanciullino che cerca la verità e non solo facili successi deteriorabili come merci di consumo.

Come ci somigliavamo e come ci completavamo. Due specchi riflessi di cui il più opaco schiariva il lucido e viceversa in un amichevole scambio di passioni.

Sei unico mio amore, sarai una persona come le altre ma sei unico. I tuoi difetti sembrano obnubilarsi ai pregi e anzi tramutarsi in essi proprio grazie alla tua umiltà. Ti adoro tesoro. Ti adoro e ti attendo con bramosia.

25

Mi approssimavo ad uscire dalla Foresta Nera nello stesso istante in cui i miei polsi iniziarono a battere più velocemente ed io ad uscire da quella fase quasi onirica. Ma qualcosa ancora mi tratteneva.

Sentivo come un rombo di mille tamburi nella mente, come il fragore delle battaglie, quando si serrano le fila pronti a sfondare l’offensiva nemica. E chi mai era il nemico se non me stesso, se non le mie stesse paure.

Eccolo il nemico che dovevo abbattere, i miei limiti terreni. Dovevo abbattere il pregiudizio, lo dissi. E alcune vanaglorie carnali. Il desiderio irrefrenabile di possedere ricchezze e di accrescere la propria potenza senza l’umiltà. È come scalare una montagna senza bastone, riuscirci è arduo se non impossibile.

Il mio stomaco a tali riflessioni interiori ebbe un sussulto. Chissà da quando era che non mangiavo. Non avevo forze a sufficienza per cacciarmi la pur abbondante selvaggina del luogo, perciò dovevo cercare il villaggio più vicino ed acquistare qualcosa, gozzovigliare quietamente.

Erano giorni di digiuno eppure nessuno stimolo di appetito mi aveva fino ad ora assalito, preso dalle visioni e dalle riflessioni. Ero abituato all’austerità durante gli studi ma una tale costanza ed estraneità dai beni materiali e dai piaceri carnali non l’avevo mai provata, ne avevo letto di mistici romei, stiliti che vivevano di pochissimo se non di nulla e riuscivano a nutrirsi di solo spirito. O magari santi che consumavano solo la santa eucarestia. Forse le potenzialità umane vanno al di là del nostro credere e sta a noi potenziarle e svilupparle.

Forse l’unica cosa che può farci vivere in eterno è una, e credo di averne la certezza. È l’amore. Amare è dare sé stesso, per sempre a tutti. A tutti sino a negare sé stessi, sino a rinunciare a sé. O meglio, sino a rinunciare al superfluo per rendere davvero necessaria e sufficiente la vita e trovare il nostro noi stessi.

È questo che ora penso, amare. Ma l’amore non si vaneggia né ostenta, l’amore non si prova, l’amore si sente direttamente sottopelle fin quando ti avvolge completamente e ti ricopre come un dolce vello.

Togliamo dunque l’ipocrisia. Togliamo questo nostro essere vili come rettili. Togliamo le falsità dagli sguardi, i doppiogiochi. Spesso facciamo le cose per reprocità, con ottica mercantile. Così, proprio come se ad ogni nostra azione dovesse corrispondere un contraccambio. Dimentichi, spesso degli insegnamenti cortesi. Era così alla corte dell’imperator, la prima cosa che imparavamo era la liberalità, compiere azioni senza pretese.

Spesso dovremmo lasciarci andare all’irrazionalità, la più pura sensualità razionale. Sembra un ossimoro ma è così. I fanciulli, sorridenti, se non corrotti da educazioni mescine non conoscono le leggi del contraccambio, le meschine azioni compiute per ottenere favori.

Forse era questa la situazione edenica. Dove si conviveva belve ed esseri umani in una sorte di pace ancestrale, dove non v’era volontà di sopraffazione, matrice di tutti i mali. Dio forse non ha mai vietato di mangiare all’albero della conoscenza perché soffiando nelle nostre narici ci ha reso coscienti ed intelligenti, a sua immagine e somiglianza. Il suo divieto era di non mangiare l’albero della conoscenza del bene e del male. Cioè non far del male, non peccare di superbia, non alzare le mani contro la natura ed i propri simili. Divieto infranto che ci porta alla dannazione ma dal quale possiamo liberarci. Lei può farlo, con un solo cenno di mano può farlo, ed io non fallirò nella mia missione appena le parlerò.

La follia umana è senza limiti, la coesistenza pacifica creerebbe equilibrio e soprattutto eliminerebbe guerre, e la natura si schiererebbe al nostro fianco, smetterebbe di piangere per le nostre oscenità violente.

Sentii all’improvviso un rumore, un villaggio, ne ero certo, mi avvicinai e scorsi una ragazza intenta a portare un cesto di pesci fluviali. Mi presentai come un monaco in missione per conto imperiale e chiesi ospitalità e conforto in quanto avevo affrontato a fatica la foresta e senza viveri.

L’ospitalità non fu negata.

 

26

Stesa sull’asfalto . Dopotutto è notte fonda, non posso far altro che pensare guardando la fioca luna ricoperta da un lieve strato di nubi. Quando la luce diviene penombra si eccitando le corde del nostro destino, quando si scura troppo, quando è buio pesto, beh allora significa che è tutto finito.

Ed io sono in questa situazione, in bilico tra luce ed ombra. In bilico tra morte spirituale e vita. Il dolore mi attanaglia smorzato solo dalla speranza, lei non può tradirmi. Non può. Non può abbandonarmi. Nemmeno lui l’ha fatto, so che in questo momento, seppur con garbo, starà struggendosi al mio ricordo e forse avrà una forza maggiore per affrontarlo. Sì, il sollievo della compassione, del soffrire insieme è anche un dolore, il dolore per far soffrire un’altra persona che amo.

Qui senza di te è come morire tra le fiamme dell’inferno. Come soffrire in gironi    maledetti. Si sente il passare dell’illusorio tempo. Si sente e ti strugge. La pelle è come corrosa, consumata. Una sensazione orribile, la sensazione di perdersi per sempre.

Senza te non ho appoggi, sono ritornata la ragazza combattiva ma spersa di ieri, la ragazza che può contare solo su sé stessa, che non ha appigli né amici veri su cui contare. La ragazza rinchiusa in questa gabbia d’oro, meglio in questa sfera di cristallo, cristallo impossibile da distruggere ma pungente, come file di vetri aguzzi in alto a delle mura che mi impediscono il valico.

Ti prego, non dimenticarmi. Ti prego, io sarò per sempre tuo. Pure se sono dall’altra parte del mondo sono lì vicino a te, porgi le guance e puoi sentire le mie carezze, porgi le labbra e puoi godere i miei baci. Ritorneremo un giorno a dimorare nel nostro castello incantato, mio prode cavaliere, mio eroe.

Aspetto te col tuo forte destriero, ti cerco. Ti cerco nell’abisso e tu dall’abisso comparirai, ne son certa. Con un saldo colpo sferrato eliminerai i nostri nemici e fuggiremo via, per sempre.

Sono stanca, sono terribilmente stanca di scontare qui la mia pena. Di sopportare il vuoto. La violenza. Il male. Sono stanca di subire tutto ciò. Ho bisogno di te come tu, certo, ne avrai di me.

Io sono la loro principessa di cartapesta, un burattino da manovrare, ma io tutta me stessa la darò solo a te, non farò più altri errori. Seppure le loro paranoie sono reali non mi interessa, a me interessa semplicemente vivere una vita, la mia vita. E mi interessa soprattutto viverla con te.

Tu mio principe dell’infinito, tu vero ben perché privo d’ipocrisia. Quanto ancora dovrò aspettare. Il caos che ho dentro mi corrode i nervi. Ho bisogno di parlarti, di stringerti, di amarti, ho bisogno della tua calda voce rassicurante e dei tuoi refrigeranti baci.

Torna amore. Torna subito anche ora. Ho bisogno di te.

E tu, mia graziosa luna, se sei davvero la nostra simile, la sua protettrice, abbi cura di lui e fa che torni da me, fa che possa stringerlo, fa che possiamo vivere finalmente felici.

 

27

Accanto all’abitacolo dei miei ospitanti c’era un grosso masso ed io i fermai a riflettere.

Pensavo al rapporto che sussisteva a livello linguistico tra i nomi. In genere ciò che cerca è maschile, ciò che viene cercato femminile. Un po’ in tutte le lingue, anche nelle barbare. L’amore cerca, la bellezza è cercata.

E lei? La grandiosa apparizione gaudente? Era lei la mia ricerca senza sosta, il fine ultimo della mia vita, la mia missione sarebbe stata anche l’ultima? Sarei stato eroe liberatore grazie alle sue frecce d’amore.

Il suo nome, il suo nome impronunciabile. Il suo nome come le apparizioni fugaci. Quando hai un lampo che ti invade la mente ma dura pochi attimi non riesci a ricordare quale fosse stato il tuo pensiero. E ciò per un po’ ti fa rabbia.

La dimenticanza vivida. Sapere senza averne memoria. Sapere di avere un’innominata bellezza che si estende senz’altro al suo nome, un nome magnifico senza ombra di dubbio.

Dove sarà ora lei? Lì nei meandri oscuri della selva impervia, di quegli altisonanti rami, superbi alberi che mi hanno condotto in uno stato di trans onirica. Ne avrò fatta di strada, volando, volando col pensiero ho attraversato sentieri reali. Sensazione unica.

Lei sarà lì, nascosta tra le fronde, con le sue spaventevoli bestie ammansite dai suoi magici tocchi di mano. Lei sarà lì, unica che nella possenza conserva una dolcezza e una grazia. Dolce come un biscotto arabo eppure spietata nelle vendette pur mosse sempre da tumulti d’amore.

Lei lì, senz’altro, a mostrare le sue forme migliori. Che attrazione. Un’attrazione non vilmente e semplicemente lussuriosa ma un’attrazione carnale e spirituale ad un tempo. La bellezza. Questa è la bellezza.

I suoi occhi cobalto talora, talora silvani, i suoi occhi come emblema massimo del ricordo. Se dovessi ritrarla saprei da dove partire. Dal taglio degli occhi, dalla loro forma e dal loro mutevole colore che magari non potrà imprimersi su tela ma che ho vivido nella mente. I suoi occhi sono tutto ciò che resta della sua vista. Il resto ricordo lampeggiante e confuso. Ma i suoi occhi indimenticabili, forse per suo stesso volere. Occhi specchi del suo animo, del suo corpo.

Che nome maestoso avrà la regina del bosco. Un nome che nemmeno la biblioteca d’Alessandria nelle epoche di massimo splendore avrebbe saputo trovarmi. Un nome di natura paradisiaca, di fremito infernale. I dotti si arresterebbero esterrefatti al mutismo della sua vista, al sentir pronunciare il suo nome cadrebbero come corpo morto cade.

E la sublimità di quando alza l’indice in cielo attirando a sé i venti e cioè le divinità silvane, dalle ninfe agli spiriti che dimorano gaudiosi, ai folletti rubicondo, agli elfi restii alla parola, ai nani pronti alle armi e al duro lavoro.

Il suo nome impronunciabile, dunque, e nell’inpronunciabilità inviolabile. Inaccessibile. Invalicabile.

A se potessi conoscerlo forse la mia mente andrebbe in paranoia, non saprei reggere cotanta imponenza e docile bellezza.

Lei dal bel nome, col corpo ricoperto di viole e che sorvolandolo in periplo con lo sguardo ti riporta ogni conoscenza umana, ogni lettera, ogni arte, ogni filosofia, ogni popolo sconosciuto.

Riuscirò nell’impresa, ci sarei senz’altro riuscito, lei era qui per noi e non ci avrebbe negato aiuto. Il momento della parusia, lo sentivo, era vicino.

 

28

Ah rieccoti! Che bel mazzo di fiori! Vuoi riconquistarmi bastardo dalla triplice faccia, non sei un Giano ma un ipocrita trilatero scaleno con misure diverse eppur sempre perversamente viscide.

Ricordo io, ricordo i primi tempi. Il tuo fascino mascherava tetri e meschini fini, tu e quell’altro essere orribile di mio padre.

Quante attenzioni, quanto amore sembrava mi dessi, credevi di comprarmi con i tuoi fastosi regali, con le tue cenette lussuose da quattro soldi. Ma dietro tutto questo c’era solo la più totale indifferenza verso me stessa. Io ero uno strumento e non il fine della tua vita. Tu dicevi di amarmi ma pensavi ai tuoi loschi affari paranoici.

Li odio. Odio la tua sete di potere, non sono per niente come te. Ho i miei dubbi nei quali vivo ma una certezza l’ho, che ho bisogno di chi mi rispetti e cacci fuori me stessa, meglio mi aiuti ad essere me stessa, superando le mie insicurezze ma senza mai divenire come te, orrido essere.

Te l’ho detto già altre volte, ho varcato il limite. Ed è punto. Stavo divenendo malvagia con te, quasi indifferente a tutte le bellezze della vita, non sapevo più godermi neanche una giornata di sole, una passeggiata in riva al mare.

Tu eri distratto ed io no ero e non sono altro che un bene mobile per te, il prezzo da pagare per il tuo successo, per la tua gloria senza meriti.

Quante volte sono stata sola nella mia stanza a piangere, a soffrire per le tue carenze d’affetto, per le tue freddezze, gelido come una lastra di ghiaccio il tuo cuore. E tu dov’eri? Ad organizzare complotti, sì chiamiamoli così. A seguire i vostri tesori immaginari. Perché guardare lontano, perché seguire una mappa e percorrere miglia di vita se il vero tesoro è nei nostri cuori, nella nostra quotidianità quieta eppure avventurosa.

A volte mi fai sorridere, sì chiunque si prendere beffa di te. Tu che cerchi cose impossibile con quel folle di mio padre. Tu che soprattutto fai di tutto per essere il più possibile seduttivo, intrigante, con un sex appeal da fare invidia ai divi, tu che cerchi di essere il maestro di vita.

Posso darti un consiglio? Lasciatemi perdere una volta per tutte, io non sono quello che credete e fate una bella cosa. Aprite un bel negozio d’antiquariato e ficcatevici dentro voi e le vostre mappe misteriose. Poi trovate un’altra prescelta, tanto voi siete potenti no? Potete fare tutto. Allora vi chiedo questo immenso piacere. Lasciatemi perdere e pensate agli affari vostri senza coinvolgermi. State solo facendomi soffrire, soffrire come una dannata.

Perciò, ve ne prego, lasciatemi una volta per tutte. Lasciatemi perdere. E soprattutto fatelo tornare. L’esilio che gli avete imposto è orrendo, non ferisce solo lui ma anche me. Ho diritto anch’io alla mia felicità?

Smettetela di trattarmi come un giocattolino, sono per voi solo una bambolina vestita da principessa ma nella vostra casa incantata e senza fate non voglio restarci. Ho bisogno di vivere. Ho bisogno di spiccare il volo.

 

29

Restai ancora a siestare sul masso, mosso ora da altri pensieri.

Il ferro rovente col suo scalpitio mi indusse in riflessone. Il proprietario dell’abitacolo era un fabbro di armi da guerra.

Riflettevo dunque, dai primi colpi assestati. Riconobbi il posto, era un piccolo villaggio ma importante perché nodo di scambio per i viaggiatori ed i soldati. Erano abituati a prestare ospitalità e non fare molte domande.

Riflettevo allora sul tintinnio dell’universo che avevo imparato in questi giorni a percepire. Sul caos che genera la cosa. La res creata dall’informe, o meglio plasmata.

Ero diventato anche molto più sensibile ai rumori, il mio orecchio si era affinato e riuscivo a sentire conversazioni anche a lunghe distanze. Ma come in una sinestesia lo stesso valeva per gli occhi, mi accorgevo sempre più dell’immensa varietà di colori, i primaverili manti floreali, le autunnali esplosioni giallognole dai mille volti e sfumature, l’invernale neve che ricopriva i sempreverdi e i rami spogli con candore ed infine l’estate dai succulenti frutti. Ed anche il palato era affinato. La cena, seppur parca, propostami la divorai in un battibaleno, e non era semplice golosità né appetito per il viaggio, era come se avessi imparato ad apprezzare maggiormente le cose che la natura tutta ci offriva.

Vivevamo in un mondo pieno di potenzialità, umanisticamente posizionati al centro dell’universo e non sapevamo conservare il nostro tesoro. Già, il nostro tesoro non fatto di gemme o pietre preziose ma di bellezza e soprattutto della bellezza delle piccole cose.

Quanto un sorriso può far sognare! Uno sguardo incantare! Una leccornia godere!

Abbiamo un mondo in noi che si ribella e come corde rotte di una lira la nostra anima spesso non riesce a suonare le splendide armonie cosmiche. Occorrerebbe affinarle, con la meditazione, con la bontà di cuore di cui tutti noi disponiamo.

Dentro di noi c’è l’infinito perché dio è in noi e come possiamo noi, esseri divini, cadere così in basso da non sfruttare ciò che il mondo ci offre e soprattutto ciò che noi stesso possiamo offrire, le nostre potenzialità senza limiti.

Il vuoto, spesso domina il vuoto, ma cos’è mai il vuoto se non assenza. La nostra anima musicista non è mai sorda ai nostri richiami, ripariamo le corde dello strumento, fuggiamo dal vuoto e quindi dalla conseguente violenza che ci attanaglia.

Il nostro destino è andare oltre, il nostro destino è essere noi stessi, non profittatori di licenze che offendono il prossimo e la nostra stessa persona ma fautori di libertà, di una libertà non ipocrita, di una libertà serva dell’amore. La vera libertà, siamo liberi solo quando amiamo, quando desideriamo il bene hce coincide con la bellezza, la bellezza è il sommo ben e si manifesta spiritualmente nell’apparenza. Dobbiamo vivere di semplice e puro amore, di continua ricerca di bellezza come pecsatori che cercano di trarre dal mare il loro raccolto così dovremmo sforzarci a vegliare di prima mattina fino ad attendere la somma bellezza che ci estasierà.

Preso da questi pensieri e distrutto dalle fatiche e dalle lunghe meditazioni silvane mi assopii sul masso traendo sollievo dalla durezza, insensibile al dolore per l’eccessiva stanchezza.

 

30

Ti amo. E mi manchi.

Forse sono solo una bambina capricciosa, una stupida ragazzina che non ha più l’aria per vivere. Che ansima nell’attesa del tuo ricordo. Sicuramente sarò solo una ragazzina. Una stupida ragazzina.

Ah quante volte mi spinge un impulso di stringerti! Ah quante volte vibro ed abbraccio il vuoto, piangendo! Credendo tu potessi apparire in carne ed ossa qui dinanzi a me.

Ah, non nego, no che a volte ho avuto la tentazione di dimenticarti, di sottomettermi ai loro voleri. Ma no, non potevo, non posso. Non posso per te, per l’amore che nutri nei miei confronti e soprattutto non posso per me, tu che sai cacciare la parte migliore di me, il mio io più intimo, la mia verità più assoluta.

Con loro solo loro parole, il mio è un essere annullato. Un essere informe, un essere senza vita. Un essere plasmato ai loro comandi.

Mi danno della matta in questo periodo, ma chi sono i veri folli? Chi? Sono loro che mi stanno annientando, anche le mie cellule celebrali annichiliscono al contatto con i loro discorsi deliranti.

Aiutami te ne prego, torna!

È vero, all’inizio stavo bene nel loro mondo d’incanto. È vero all’inizio ero quasi felice, credevo davvero di esserlo, credevo che avere tutto fosse ciò che tutti sognano. Invece non avevo niente. Il mio vero tutto sei tu, dolce amore che pendi dalle mie labbra.

Ho sempre agito, anche in passato, da persona ferma nelle sue decisioni. Loro hanno saputo ingabbiarmi. Ma una cosa non la faranno mai, ammaestrarmi. Io non sono una belva da circo. Io non sono da domare, sono da conquistare.

Conquistare, così come hai fatto tu, corteggiandomi con discrezione per tanto tempo, attendendo impaziente anche quando ero altezzosa perché piegata ai loro voleri, anche quando mi credevo la padrona di tutto.

Tu mi hai insegnato qualcosa di nuovo, l’essere padroni di un nuovo mondo, di un mondo questa volta, davvero fatato. Tu hai distrutto quell’involucro fragile che mi proteggeva e che all’apparenza era così invulnerabile. Tu mi hai fatto capire l’importanza dei sentimenti, dei veri sentimenti. L’importanza dell’amore.

Sarò pur pazza ma pazza del tuo amore, tutta tua, tutta tua. Tutta per te è la mia immagine, il mio corpo, la mia mente, la mia anima e me stessa. Sono tutta tua. Vieni e liberami.

Non so fino a quanto potrò resistere a questo giogo, sono un bue che lavora ai loro meschini piani. Solo tu puoi salvarmi, lo sento, lo credo. Lo sento perché hai il respiro degli angeli, lo credo perché sei diverso dagli altri, tu, mio prode avventuriero.

Salvami! Salva questa ragazzina insicura eppur fiera e coerente!

 

31

Mi risvegliai rilassato ma il mio animo in subbuglio era ancora colo di pensieri.

La gente, la gente e noi tutti non comprendevamo la bellezza della pace e della natura, sempre in guerra gli uni contro gli altri per litigi stupidi, per sete di potere temporaneo nascevano guerre sanguinose. Dimentichi del verbo. La gente proprio non capiva.

E qui mi sorse un dubbio. Come poteva non capire chi aveva in sé dio, l’essenza suprema. Come poteva. Il libero arbitrio come poteva essere utilizzato a fini egoistici. Con calcolo aritmetico e non sensibile. La ricchezza materiale. Era quella senz’altro la regina di ogni male, di ogni vizio. L’unico vero peccato e delitto ad un tepo, far soffrire l’altro per sé, per il proprio bene. Che poi bene non è. Se soffre un altro uomo l’universo piange e chi ha fatto soffrire si allontana sempre più dalla luce interiore che dovrebbe serbare come un tesoro in sé.

L’uomo è testardo. Ed io? Chi ero per dire questo? Forse l’ultimo reduce di una realtà edenica? Forse ancora e peggio simile a loro, grande nei discorsi ed infimo nelle azioni. Forse seppure cercavo di seguire la retta via con l’agire sono di più, sono incomodo.

Magari ero solo un manto rossiccio in una sabbia del medesimo colore. Forse non lascerò impronte ai posteri, non riuscirò nella mia missione. Sia chiaro, non ho sete di gloria ma di verità e amore.

Ma non ci sarebbero riusciranno, no non mi sarei arreso, mai. Non faranno in mille pezzettini questo manto mimetico ma mai mimetizzato. Seppure la mia era una voce che gridava nel deserto questa voce riecheggerà, riecheggerà pronunciando sempre il nome di lei, il suo nome impronunciabile.

Seppure vendetta ci sarà io sarò saldo, non eroe, non merito questo titolo. Ma balbettante testardo che si opera per la salvezza umana.

Guardare il rovescio della medaglia. Le gentili azioni dei malvagi, puntare su questo, anche loro hanno l’anima, il cuore pulsante. Come congegno alchemico va attivato. E io ci sarei riuscito, ci sarei riuscito con lei. Più di mille anni di pace universale, più di mille anni di godimento e gioia ci attendevano. E lei, lei non mi avrebbe, non ci avrebbe abbandonato.

Avrebbe saputo sicuro convincerli. Ed avrei potuto iniziare io. Col sofismo, con la potenza del logos, dei sofismi. Ma lei, lei era essenziale e necessaria, per l’inventio degli stessi, poi io avrei potuto abbellirla. L’ideale sarebbe stato se lei stessa li avesse pronunciati, convertendo i cuori di tutti, spingendoli per mano verso i sentieri della libertà, quella vera.

E sì avrebbe saputo senz’altro sanare il nostro dissidio interiore, quello tra l’anima e il corpo che a volte non le corrisponde, che a volte è disarmonico e capace di compiere gesti atroci contro noi. Noi che siamo esseri umani. Senza distinzione alcuna. Esseri umani con un’anima. Non esistono vie di mezzo, esiste solo l’uomo, esiste solo la natura, esiste solo la nostra essenza spirituale.

Ah sì lei! Lei con il suo ardimento nel parlare avrebbe vinto e superato ogni oratore. Col suo corpo scoperto a metà avrebbe incantato, col gesticolio inebriato, colle parole estasiato. Nessuno le avrebbe retto. Neanche l’arroganza, la pianta più difficile da sradicare.

E soprattutto avrebbe disintegrato la moda perpetua dell’essere umano. La mediocrità, le vie di mezzo. L’uomo è circondato dal compromesso, dalle illusioni di grandezza ma è rinchiuso in una gabbia di mediocrità dal tintinnio assordante.

Ed è questa mediocrità il male. Tolte le vie di mezzo si percorrono i sentieri dell’essere sé stessi più autentici. Uomini fatti per l’eterno. L’esser sé stessi più autentici è, dunque, un esser per l’infinito.

 

32

Ti prego adesso smetti di parlare col tuo fiato putrido che non sopporto. Le tue parole sono il ronzio di mosche appiccicose settembrine. Sei assillante e stupido. Non voglio sentirti!

E poi ho i miei pensieri e non mi interessano le tue brame di potere. Quante volte te lo devo ripetere. Mi angosciano. Mi stancano.

Ti ricordi, tu che dici di amare solo me, i tuoi terribili tradimenti? So che non sono altro che uno strumento per te, un alternativa stabile per i tuoi loschi affari.

Ah quando seppi del tuo vero carattere che tentazione, che voglia matta di prendere una pistola e colpirti, centrarti giusto al cuore fino a vedere il sangue colare! Ah, sai che soddisfazione! Ma non meriti neanche questo, meriti solo di scomparire da me. Non ti odio, ti detesto.

Ah ricordo quando ti sorpresi tra le sue braccia che pronunciavi le stesse parole che dicevi un tempo a me, e che continui a ripetere! Ah ricordo come sei meschino, come sei un porco assetato solo di sesso e di successo. Maiale, il porcile è il tuo luogo ideale. Tu privo di idee e di ideali. Sono il tuo approdo per entrare nelle grazie di mio padre. Ma voi siete due folli. Te lo ripeto all’infinito.

Ah tra le sue braccia godevi? Ti piaceva eh, ti piaceva brutto rettile, ti piaceva dominare. E domina, domina sugli esseri striscianti come te, ma a me lasciami in pace. Prendi quello che vuoi ma a me non mi toccare, non sfiorarmi nemmeno.

Uomo affascinante? Sei un burattino che si crede burattinaio. Uomo senza palle. Uomo solo per nome ma nella sostanza pianta smorta. Sei destinato a finire. Non hai futuro. Da me non avrai più nulla.

Guardami, guardami come mi hai ridotto. Guarda come mi avete ridotto. Sono una carcassa umana. Ho pagato l’essere stato con un meschino come te.

Ora non rido quasi più, sono sempre chiusa in stanza, sono sola. E qualcuno di voi se ne importa? No, certo che no, o meglio la vostra condizione è tornare con te, tornare a tessere i vostri piani paranoici. Avete l’abitudine di credervi salvatori del mondo ed essere semplicemente alla ricerca di un tesoro che arricchisca la vostra gloria terrena.

Che ricatto morale orribile il vostro. Non vi curate di me se non scendo a patti con voi. Non siete più la mia famiglia. Tu poi non sei nessuno, forse non lo sei mai stato veramente. Mio padre pensa ai cazzi suoi tra i libri impolverati. Ed io sola se non mi  sottometto ai vostri loschi voleri.

Guardati allo specchio. L’hai mai fatto? Ti sei mai soffermata a mirare il tuo volto? Bé te lo dico io. Sei un essere spregevole. Abominevole ammasso d’ignoranza. Sei un illuso e chiamate in questi giorni me illusa. Ma vedrai che il tempo mi darà ragione, voi soffrirete come state facendo soffrire me, perirete con la vostra stessa mano, sbaglierete a colpire perché il vero bersaglio, e lo scoprirete presto, siete proprio voi, razza di ignavi ingordi.

Vergognatevi finché siete ancora in tempo e pensate a vivere finché potete. C’è sempre una piccola speranza. Lasciatemi in pace e fate quello che cazzo volete. Oppure lasciatemi in pace e cercate di viverla la vita, non di inseguire fantasmi.

 

33

Entrai come cometa nel borgo intravisto da lontano e fu subito sera.

Ospite nella stalla a fremere per la notte e si avvicinò una forma concreta e non più eterea, una forma di vita dalla bellezza inaudita.

Iniziamo col spumare come mare senza sale, condita ogni aggressione col suo gemito animale e fu godimento mai così intenso.

E lei mi guardò di traverso meschina d’amore senza abbellimenti che non fossero alla sua natura immanenti.

L’ovvietà del se fu presa per eclissi e allora continuammo senza affanno a sbirciare nostre memorie senza parole, lei, la vedi, come gode. Ma con una sofferenza interiore direi che quasi quasi mi commuove, muovo in compassione, ahi quanto somiglia il tuo costume al mio.

Tutto è un miscuglio, dice, guarda e si alza, tutto è un subbuglio, dice, sfiorandomi la spalla. Tutto il concreto una sincera e mai cruda futilità d’amore, io svenni allora lei fu qua. Due o tre tozzi di pane, un po’ di latte di vacche per continuare, oh, sì, tu sai davvero amare.

Lei era tutta ubriaca e la vendemmia in incudine lo mostrò, mi prese a schiaffi quando tornai a soggiogare tra le sue braccia. Ed ancora l’oggi che fu domani mi invase, sì, per forza, io non me ne volli più andare. È lei forse la donzella.

Sì, dico forse è lei quella che dal fugace incanto intravidi nell’oscura foresta, ah come godo, mi sciolgo e riannodo, lei inizia, fa un po’ di moine, non la seppi più scordare.

Lei andava oltre sé stessa, lei non poteva che esser quella.

E me ne accorsi, agitava un monte come niente fosse, ed i suoi fianchi muti e senza rimpianti, e il suo tallone d’Achille che premeva, oh che grazia davvero.

Ma forse il rimpianto solidale non poteva che finire sull’orlo d’abisso, tra una festa e una tomba abbandonata, me ne accorsi dal respiro. Era lei quella ragazza. Me ne accorsi dal viso. Come sei bella, sei venuta a trovarmi, guarda, non ho molti rimpianti, e me ne accorsi davvero.

Come è dolce, si è addormentata.

Come è dolce tutta ubriaca.

Se per caso fortuito un benedettino la guardasse non so se avesse avuto la mia stessa impressione, magari fuggirebbe, non per paura di cadere in tentazione, ma per sua stessa illusione. O forse la benedirebbe dicendo dannata strega ti impalo come un cane, riflessa sul crinale, non può essere che soprannaturale quella naturale bellezza, quel fascino della sua cresta.

E immaginai la sua risposta, mormorio di non so cosa, non so che, è tutto infranto da me.

Ecco è tutto qui, tra un ma ed un sì, ecco è tutto là, tra la passione che dai.

Entrò un raggio di luna.

Ah come l’adorai della notte quella sera, notte simile a sera perché imbevuta dei suoi rubinei capelli, con le sue punte d’incenso, piccina era lei e dolce nel modo più perverso.

Rimandate a domani ogni altra riflessione, disse e si stese, mentre si sveglio la sua paura tumulto che appena appena le mie labbra sfiorò.

Poi il suo corpo si inerpicò come un rampicante, pensile babilonese sulla mia pelle, riflesso delle stelle, no non la potei mai dimenticare. Pur ricordando l’amore che si prova in contemplazione d’improvviso il corpo si impose.

Viola del pensiero la sua tintura che non so dimenticare, non seppi come fare, e parlo del volto dal tetto spiovente così lucido e d’incanto bello, potrebbe essere anzi è lei la ragazza che intravidi, godo al solo pensiero, nel tatto il vero sollievo.

Lei è sola.

Sola come un accordo mai finito e mai deposto, lei è del vortice ardente la più pura sommità intensa.

D’improvviso un rifiuto, lo fa per dispetto, la questione del nostro rapporto è solo fugace amplesso per lasciarti assaporare, ricorda poi tu mi dovrai salvare, va per le strade tra la gente mentre emani la canzone che ha l’inciso in conclusione.

E sembra parli in sogno, quando dissi sono d’accordo lei rispose con parole di Morfeo, emerse e mai più riflesse nelle questioni, così per pure intuizioni.

Lei fa i conti sfiorandosi il nasino, lei fa i conti togliendosi il vestito, legge anzi proclama a memoria ciò che ha imparato dalla sua stessa scuola, è senz’altro l’entità soprannaturale, quella che non si può, che non si sa spiegare.

Lei si concede ancora, dolce viola, arruffandosi i capelli come allora.

 

34

E’ già primavera, piove sull’orlo della mia veste intarsiata ed io respiro, ah, finalmente, finalmente sembra possa esserci un principio. È già primavera d’altronde, piove ed io sembro quasi purificarmi dalle elucubrazioni. Anche se sto perdendo le forze.

E lui non c’è.

È andato via lontano, lui che mi guardava coi suoi occhietti dolci è via, lontano. Io lo amo. Punto. Lui è vera acqua purificatrice e fuoco rigeneratore ad un tempo, come questa pioggia, questa primaverile salubre pioggia.

Lui e non il mio bastardo ex. Ma basta, non devo pensarci, lo rivedrò, oggi me lo sento, se ho aspettato saprò ancora aspettare nei giorni avvenire.

Ah stupende! Stupende le imbarcazioni in riva al mare, il mare, sì, ne son certo, lì lo troverò, devo andare al mare e la vita tornerà in me, e tornerà dunque anche lui che è la vita mia.

Ah come sembra tardare la stagione estiva! non l’ho mai così tanto bramata. Sì perché il mio pensiero parla chiaro, il suo messaggio era forse in codice, ci rivedremo quest’estate. Lo rivedrò, non so dove ma lo rivedrò.

Ah questo inverno quanto ho sofferto, abbandonata da tutti e sola in balia di un ex di cui non vale la pena neanche profferir parola e di una famiglia canaglia. Però lui autunnale è venuto, e io non posso sbagliarmi, esiste ed è unico, unico e duplice perché lui e lui stesso, unico e triplice perché lui, lui stesso e me, me in lui, lui in me.

Non devo più accettare questa infamante realtà, devo evadere, devo fuggire via, aspetterò l’estate e dal mio cuore mi lascerò guidare, contro ogni stilema sociale, lo raggiungerò, la mia famiglia non potrà impedirmelo.

Ah che dolcezza lui! Tornerà e questa volta sarà per sempre.

Ho già finto compiacenza con falsi sorrisi per troppo tempo. Ho vissuto questo inverno d’inferno e lui senz’altro tornerà.

Tornerà e lo troverò perché lui è contro ogni compromesso grandioso ed immane, è lui la luce dei miei giorni, quando lo abbracciavo, che tenerezza! Era come un bambino ma dalla forza innaturale. Era il mio dio e io la sua dea. E questo sarà perché era anche se ora sembra non essere lo è ancora.

Mi purifico e mi raddolcisco. A volte mi stupisco, mi stupisco di come sappia essere così aggressiva e di quanta dolcezza c’è in me dietro quell’aggressività, di quanto la dolcezza muova i miei gesti arroganti, arroganti perchè io arrogo un diritto. Il mio diritto su lui, che è mio, perché io sono eternamente sua.

Lo amo, dio come tremendamente lo amo, il mio fiore incolto del mattino di rugiada.

Piove e guardo l’alba, i piccoli arcobaleni che fanno fatica ad affacciarsi ed ad imporsi sui cristalli incutono in me un desio e una speranza nuova appena nata. Lui è qui, in quegli arcobaleni, così mi lascia i suoi leziosi messaggi d’amore.

O cristallo di questa pioggia inondato dell’idereo colore, investimi e ricoprimi del suo squisito fiato, che mi guida e sorregge.

Lo amo.

 

35

E hai amato gente tanta ma tanta, tutti viandanti alla ricerca. E hai amato gente, ma tanta, tutti per scommessa di trovare il vero amore, quello che non si lascia stare, e così fuggevole ti nutri, sei tu a scomparire nell’attesa del tempo e vivi minuti di controtempo in questi contrattempi.

E così intuii quando mi disse accettami come sono, tu sei molto speciale, che ne parliamo a fare, sei un deserto da scoprire sui cavalloni del mare, un mondo da esplorare.

Ed allora mi accorsi fremente di non essere il solo alla ricerca, cercavo la verità ma non mi resi conto che non ce ne era bisogno, era lei che cercava ogni giorno di più me. Ecco il motivo del viaggio e del tiepido naufragio tra il suo corpo e il suo spirito che di purezza perversa mi inondava.

Ahi era uguale a sé eppure diversa da tutto ciò che abbia mai provato. Un’immane fracasso i suoi capelli al vento di prima mattina, quando non osi sfiorare la brina per non perdere l’incanto di questa che non è relazione fossilizzata ma pura estasi del cuore, la mente era in subbuglio, come arenata su uno scoglio, dolcezza coronata d’alloro, la presi così com’era. Mutava camaleonticamente come le terre del Prete d’Oriente in cui nessuno ha mai osato varcare la soglia, l’eredità dei re magi, era così lei, portava la sacralità da un lato e poi l’adorazione di me e di sé stessa e contemporaneamente a questa realtà ve n’era una terza, quella della aurea bellezza.

Un simbolo cabalistico, il 7, lo disse, siamo fatti per la femminilità, è quello il vasel magico e fluido che ci porta verso l’immensità del trascendente. Traversa come scorrendo le correnti e mai si arresta. Estranea ogni vendetta. E guarda al simbolo del tempo inesistente. Guarda quindi all’ortensia. Non c’è bisogno di fermarsi mai.

Con un dito innocente mi toccò ancora la tunica ormai fradicia e svanì in un lampo ogni stanchezza, mi sarei riproposto di fare l’amore ancora per qualche ora, ma ci sembrò un sopruso e restammo fissi a guardarci, l’aria rarefatta e lei nell’amore più intensa.

Nero improvviso l’abisso del suo neo, uno in quanto trino il destino del libero arbitrio frutto, ci saremmo mai persi, l’avevamo già fatto giocando con l’abaco ed accorgendosi che la serie di numeri è sempre la stessa, ed ora che lo racconto in sezione aurea mi sento un poco sconnesso a pensare allo zero eterno. Tutto tende al caos e all’entropia potremmo dire o ad una fugace entalpia, tutto tende all’infinito o allo zero, coperti perché faceva freddo, dicemmo in conclusione tutto tende a questo trino uno visibile e impercepibile, o percepibile a tratti nella sua interezza.

Ed allora si alzò di scatto con l’aurora ed iniziò a danzare a seno scoperto sotto la stella luciferina di Venere. Dio che pudicizia, sembrava quasi l’incarnazione di ogni brama ed ogni donna era lei, persa e spersa al vento. E si rimise a sedere scrivendo sulla sabbia ciò che il vento cancellò.

Mi accorsi che non era nostra la vita che vivevamo, serviva giusto come compromesso, avremmo dovuto ribellarci e vivere noi stessi.

E poi mi accorsi che non si poteva possedere definitivamente una persona, che il senso del possesso uccide la bellezza ed ogni tenerezza.

Mi accorsi infine che lei era la sola a cui avrei donato tutto me stesso senza cancellare la sua identità, sperò di non andare mai via, di rimanere ma in fluidità.

 

36

Egregio, caro, illustre mio professore sono stanca e atterrita dalle tue parole. Non hai diritto, proprio non puoi scegliere la mia vita, sono io a decidere e ho deciso di odiarvi, borghesucoli di merda.

Vorresti, sì lo so cosa vorresti, che io stessi con lui, ma amo un altro. Tu non hai potere. Credete di poter dominare il destino, ma avete visto male, saremo noi a dominarvi e nemmeno, vi lasceremo nell’indifferenza in cui voi mi lasciate. Morirete d’inerzia, non ci contrasterete e non mi contrasterai.

Tu dalla scelta difficile e lui il tuo piccolo strumento a te asservito, alla vostra causa inutile e dannosa. Ah come godremo! Come godremo quando sarete lontani! Io fuggirò e tu non puoi farci niente. Ah già ho il preludio del godimento! Nel vederti meschino.

Hai rinchiuso la mia vita in una bolla che io con un dito farò esplodere e voi non reggerete all’impatto. Siete destinati alla eterna dimenticanza, pronti? Siete pronti alla morte secolare? Non mi lascerete mai nell’accidia. Me ne andrò.

Ah quanto vi pentirete! Ah quanto soffrirete! Se soffrirete perché la vostra anima è impura e nemmeno la sofferenza può toccarvi.

Siete insetti e morrete da insetti. Abbandonati da tutti, lo vedete come sono io adesso? Lo vedete? Bé ricordatelo, è la vostra fine. Andrete a morire in segreto, senza aver fatto niente alla storia, senza infamia né gloria ma soprattutto senza gioia.

Sì perché voi esseri claudicanti avete perso il senso vero della vita, il senso estetico ed estatico dell’arte. La gioia. La felicità nel creare nuova linfa. Non la conoscete asserviti come siete alla vostra vanagloria.

Noi gioiremo come folli, alle vostre spalle, vi distruggeremo, voi inutili.

Lui è la mia felicità, il suo sorriso a metà che non so scordare, ne son certo, tornerà, quando l’avrò raggiunto. Non potete impedirmi di farlo, di raggiungere il mio vero ed unico amore.

Come dici, son pazza, non esiste costui. I pazzi siete voi a non sognare, a fossilizzarvi in questa realtà che credete e chiamate reale, ma che è il frutto, soltanto, della vostra pazzia.

Sì la realtà è la mia e quella di lui. Realtà perché va oltre il reale e diviene dunque vero, assoluta verità. Tornerò da lui, non puoi e non potete farci niente.

Io so chi sono, so cosa voglio e so che fare della mia vita e non sarete certo voi due, miserrimi, ad ostacolarmi. Non mi ostacolerete perché se anche fossi pazza, bè se anche avessi perso il lume della ragione, bé, tanto meglio, vivrò nell’istinto ragionato con lui, vivremo di soli baci e di soli sogni e di pura gioia.

Vattene adesso, e lasciami da sola nella mia prigione d’orata che mi avete creato e che svanirà un giorno, l’ho detto.

Svanirà e voi non avrete più alcun potere su di me quando sarò accanto a lui, la nostra unione vi seppellirà, in essa vinceremo, in essa avremo il gaudio assoluto.

 

37

E in quel preciso momento mi accorsi non sarebbe durato in eterno, era già mattina e lei mi diceva di andar via ma sentivo non dimenticava che sulla sua pelle c ‘era stata fino a pochi attimi prima la mia e insieme godevamo.

E la parola fuggì per un contrattempo e disse ti amo non dissolvendo, ti amo ma mi dici devo andare.

È giusto così, non me lo so spiegare, ma ci saremo senz’altro rivisti, fu questo il motivo per cui senza fiatare presi tutto e andai via. Sì via da quella inumidita stalla, lei disse non ti voltare, ci rincontreremo, ma adesso sai cosa fare, va e diffondi il mio impronunciabile nome, va per le strade a cantare, ma ti prego non ti voltare.

È così che me ne andai senza meta né più padroni.

Ma ritornerà perché me l’ha promesso e so che lei è il vero e con il vero si supera ogni ostacolo anche la terra brulla su cui andare a navigare colla vertigine del non so più cosa fare.

La incontrerò alla fine e sarà di nuovo un nuovo inizio.

I miei sogni, me lo sento, in quel momento si concretizzeranno senza più alcun danno temere. Lei non è l’arma del dominio che credeva l’Imperator, ma è di più, è segno divino, umana corrispondenza coll’anima tramite lo spirito che incarna.

E sono investito da questa idea, la rincontrerò. Vedo tutto come fosse ora, lei dinanzi a me. Ma perché mi ha chiesto di andare io lo so capire, per testimoniare ed è quello che farò, il vero annuncerò.

E lei tra gli umani rifiorirà come un fiore in aprile, quando il pesco esprime lo stesso concetto, gli alberi spogli risollevati dalle corolle e dai petali e dagli istrionici pollini.

Io provo un sentimento infinito per lei, la gente alla sua vista cambierà ne son certo, e non ci sarà più morte o guerra, non ci sarà altro che non sia vita di gioia, come quando noi audaci scherzavamo col nostro stesso corpo.

Si instaurò un placido e quieto tumulto interiore.

E lei senza più parlare già non c’era più, io cercavo una nuova rotta ma sentii lo scalpitio dei cavalli che alla realtà crudele ma falsa mi riportò.

Era la nuova guardia, quella del vescovato, austera mi invitò a seguirla.

Avevo osato troppo e non mi ero fermato come dai poteri superiori raccomandato.

L’alba ormai cessava dinanzi agli occhi, la luce mi investiva, era un sole tremendo che scintillava da quella armatura.

È l’ora terza in pieno giorno. Cosa succederà all’essenza con cui sono giaciuto, loro di lei approfitteranno. Della vita oltre la vita timor non avranno. La abbrustoliranno come si fa con la carne di bue, aiuto vi prego, gli dissi prendete me ma non lei che non centra.

Loro la vogliono per bene ma sommariamente esaminare per dedurne che è fonte del male. Misogini la vogliono di accuse tempestare, o dio mio sincero, accusare te stesso.

Allora io senz’altro qualcosa devo fare, in pasto a questi lupi, in balia di questi folli non la posso mica lasciare.

Ma luccicano le catene e le mie mani sono già legate.

 

38

Apparirò agli altri come una folle, una pazza nostalgica senza speranza.

Agli altri sembrerò destinata al manicomio come dicono loro.

Ma penso che qualunque legge fermarmi non potrà, la mia volontà la stanno martellando e violando nella speranza possa cedere ad un ricatto ma io non mi smuovo. No mai lo farò, chi ha visto il paradiso non può vivere in questo dorato inferno.

Cambierà tutto, me lo sento, tra pochi giorni sarà giunto il momento, il futuro è già ora, io sono pronta alla partenza, al folle viaggio per cercarlo.

Anche se il vento corrode il mio animo perché a me ostile coi loro poteri, il vasel navigante a lui mi ricongiungerà.

Io non mi fermo dinanzi a loro, tormentosi ed inquieti nel darmi i loro aiuti che in realtà sono loro e non miei desideri.

Apparirò agli altri così come sono, la folle strega che raggiungerà i suoi obbiettivi senza che nessuno per alcun motivo potrà mai ostacolarmi.

Cambierà tutto, ho detto, me lo sento, la verità dai suoi occhi in fermento coglierò, non finirò sul rogo di loro inquisitori balbettanti e insicuri, né tra le brame di un mondo indeciso.

Questo caldo vento mi rigenera ed è già l’annuncio del mondo che sarà.

Non finirò i miei giorni così, il mondo è nostro, sarà nostro e noi nel mondo per il mondo saremo.

Nulla finirà di ciò che abbiamo provato, tutto sarà migliore, tutto a fianco a lui sarà nuovo. Ogni giorno sarà l’alba del godimento e della gioia, ogni giorno un soffio di rosa, ogni sera una viola del pensiero, ogni notte un papavero dell’eterno ritorno.

Non mi resta che finir di preparare le mie cose e fuggire, tra poco mi scoprirò emissaria del vento, quello buono, e svanirò alla loro vista e finalmente il mio porto sicuro raggiungerò.

Nessuno oserà fermarmi, le hanno già tentato, ma non possono, non sanno e non vogliono più ormai.

Mi hanno lasciata sola e nell’indifferenza e sarà questa indifferenza la mia porta d’accesso verso di lui.

Entrerò nel domani, ed ogni attimo di vita sarà l’eterno, ogni nostra parola sarà per sempre.

Cosa aspetto, adesso il vento mi è favorevole e le vele sono gonfie, e la direzione guidata da mano divina è quella giusta.

Cosa aspetto, è ora di andare, cosa aspetto, tanto ormai non mi sanno più fermare, ecco già intravedo le dolcezze d’infinito, ecco il mare eccolo, lo intravedo sulla spiaggia di silicio che mi aspetta.

 

39

Fui condotto dinanzi all’ecclesiale consiglio di savi.

Voi avete sbagliato tutto, iniziai, che ne sapete, che volete saperne? Che credete di conoscere della dolcezza? Il mondo ne è carente e per questo soffre, il mondo ha bisogno della leziosità femminile, quella per cui si è disposti a lottare contro ogni terrena istituzione, quella candidezza per cui si rinuncia davvero ad ogni beneficio e ricchezza, quella che è vera forza perché non soggetta al dominio della spada.

Mi è chiaro perché ho fatto il viaggio, per rendervene testimonianza, ma vi conosco, già leggo nei vostri cuori la sordità alle mie parole.

Voi non sapreste mai accettare i suoi occhi ed il suo seno, il suo sguardo e il suo grido di godimento, voi stolti, non sapete riconoscere il divino in ciò.

Noi in un amplesso abbiamo girato il mondo ridendo di voi. Ridendo di voi abbiamo scoperto il valore del verbo che espressione dolce si fa quando è lieve brezza marina. Noi ridendo di voi e delle vostre calve teste da critici senza conoscere, davvero, senza aver mai gustato le delizie del soprannaturale. Noi ridendo di voi abbiamo riscoperto la coscienza d’assoluto, cosa che vi è estranea perché vittime del vostro stesso potere.

E che potete fare? Mandarmi all’inquisizione o giudicare voi stessi, e con quale mente, critici corrotti dalla lettera e cechi alla allegoria.

È questa dunque la vostra scelta, mandarmi in esilio che deve essere da me sigillato in quanto volontario, con l’obbligo di non parlarne, pena la forca?

Io accettai, accettai perché vedevo in loro la paura alle mie parole ed accettai perché sapevo che lì, nel luogo d’esilio, l’avrei trovata.

E lì tuttora la cerco da tempo immemore.

E tu, ragazza alemanna, che mi dici? Sai tu? Come dici? Non sai ma sei, sei tu che attendevo? Oh meraviglia!

Oh finalmente! Quanto tempo sarà passato su questa spiaggia del destino e finalmente eccoti spuntare, eccoti dolce ragazza. Non sei alemanna né romea ma sei tu, tu che passeggi ed hai appena approdato sei tu, sei tu la ragione del mio peregrinare ed eri tu stessa alla ricerca di me.

Eccomi sono tuo. Eccoti sei mia.

Loro hanno perso, sulle rovine di questo mondo dimenticato ne hanno perso la memoria.

Oh meraviglia! Fatti guardare. Nulla è cambiato mia docile e dolce e austera ragazza, nulla, siamo qui finalmente. Finalmente io e te.

E tutto, da ora, inizia, siamo pronti davvero, fremevamo, da ora inizia questa nuova era.

L’era del vero e del bello e tutto ciò che bello è vero in quanto tale.

Ti aspettavo, siedi qui dinanzi a me.

 

40

“Si è concretizzato il pensiero alla tua dolce vista, sono monolinguista. Avevo quasi per sempre dimenticato quando candido fosse solo il guardarti e percepibilmente lezioso il sentirti. Non ci saranno più attese ora che tu sei qui con me. Io ho sopravvissuto al sopruso inquisitorio di quei due e del mondo. Loro non hanno potuto fermarmi ed ora come per magia eccomi, son tua”

“Per questo fluido movimento di corpi in ascesa anche io son tuo. E tutti i libri al mondo sono impressi sul tuo volto quasi ad ogni male estraneo. E le tue labbra sono i pensili dai quali e per i quali pendo, faccio previsioni: io e te in eterno. Ah soffici labbra intense contro il mondo in declino! da quelle stesse labbra si esprime il verbo ed i soffici baci e dunque lo spirito etereo. Ah che bella immagine quella tua che si intravede e poi si avvicina ed ogni paura declina. Ed implode l’anima intraducibilmente mentre in questo tuo corpo mi sta abbracciando cado in estasi e tu fai altrettanto”

“In questo mondo lontano e sepolto di cui non si ha più memoria, splendori frementi e d’incanto. Per assurdità ho temuto nei giorni a questi avversi di non poterti più sfiorare”

“Mi sono innamorato di te in contemplazione credendoti straniera nell’intenzione, e l’anima e lo spirito ed il corpo in congiunzione sono astri estrosi in definizione. E dall’abisso a questa spiaggia siamo giunti e questo scritto mostra il nostro viaggio come ad una nota nel deserto da cui sgorgano per profezia mille oasi unite da centotré fiumi e sette laghi. E quest’opera che insieme abbiamo creato vivrà in eterno anche se il volgo potrà dimenticare ciò che abbiamo potuto fare resterà per sempre indelebile un segno nel cuore di ogni umano che non potrà mai perderne la memoria. E questo è il nostro compito di riportarci l’un l’altro oltre i confini del tempo. Seguendo una partitura che trasmuta il valore in bello ed estasiante domani del senso per cui mai ti ho eclissato mia luna se non per raccontarti o rincontrarti”

“Questo che dici mi risveglia dal sonno e dal tedio e il prurito del torpore mi invade e scompare. Rifiorisce la terra che era stata sepolta in questo tramonto ed io so che questa notte aprirà un’alba sfolgorante e per contatto divino vivremo.”

“Vivremo per sempre in bocca al godimento e al disincanto di ogni giorno, al pensiero nascosto reso oramai manifesto dalle nostre azioni che stanno trasformando il mondo in questo preciso istante.”

“In questo mondo lontano e sepolto mai più temerò di svegliarmi rinchiusa nelle cancella infernali di una realtà che chiamano reale dimentichi del senso ultimo”

“Ed io in conclusione non posso che ammirare il tuo volto che è tutto l’universo immutabile ed infinito ma delimitato da due punti che si intarsiano nel terzo per finire in un immenso limitato e definito solo dai nostri sguardi. Mio dio che occhi che hai. Il tuo volto è dunque sia felicità che noia che aggressività che dolcezza in un quadrivio di immane innocenza”

“Ed io resterò sempre con te”

“Ed io per sempre assieme a te ad ascoltare questa stupenda melodia di onde del mare e di furore lieve del vento”

“Viviamo e vivremo seguendo questo e solo questo”