Il Sospiro del Vento

Gentle spring Frederick Sandys 1863

Il gentil vento; Frederick Sandys; 1863

Prolegomeni

Penso a te, guardo indietro e la vita piange sé mentre luce bagliore si fa, dalle note stonate dei giorni andati e delle notte violente come l’anima inquieta che è in me. Un’ombra, la solita. Ed è così, dovrei raccontare tutto quello che ho già detto, dall’inizio. Ma la chiarezza è così oscura, selenica la realtà nel sussulto del vero che si schiude tra le mani protese al vento. E’ sera, novembre, un novembre freddo. ’98, ’99, il varco è qui, ripullula il frangente. In realtà era il 7. Ma se scolora la vita frutto del senso, ed è così che vanno le cose, diciamocelo, se scolora, beh, una cosa l’ho capita. Forse solo questa. Il tempo non solo inganna ma rimescola le sue carte come vuole, la memoria è la mezza via tra ciò che ci parve di scorgere e ciò che è fantastico, quello che realmente, credo, scorgemmo. Tredici e otto. Perfezione mancata, come al solito, ma sta volta questi numeri assurdi significano ben poco se non sé stupendamente. Comunque iniziamo dall’inizio, so già che pensi mentre leggi dirò “o magari dalla fine”, per chi legge e sa, cioè chi ne capisce poco. Va bè, iniziamo con calma e facendo le debite premesse, ovviamente, di modo che capirà anche chi non sa.

Dove sono? al solito posto, sincero, tra il monte e l’oblio, qui nella vallata serale sudando freddo per le tenebre. sono qui eppure non riesco a trovarmi, scavo a fondo, in me per trovare le giuste parole, nella perfetta inclinazione, ed è come quando, naufrago, confido nell’inaspettato, la giusta corrente che spinge verso la luce lontana. Balaustra di sentimenti, trepidazioni profondissime ed inconsistenti ad un tempo. L’approssimarsi della salvezza. Trovarsi nel ricordo per fuggire ad esso.

Sembra la stessa cosa, già detta, già assaporata, ma rendiamo consistente il vano. Malamente ovviamente, ma è un modo. E poi l’ho scritto appena ora, la luce è in fondo, ora lasciamoci cullare da una corrente che è stupendamente non avversa.

Le parole di un infelice? Ovvio, scontato. Di un infelice che cerca gli occhi, i tuoi, e nella ricerca dà un senso alla sua infelicità. E poi gli occhi brillano, la luce è lontana ma, ripeto, la corrente etc., il pezzo di legno regge, culliamoci un po’. Instancabili.

Quanti anni? Tanti, troppi. Un istante, un soffio. Un giubilo perduto, mai avuto. Bislacco modo d’essere. Buffo, lo dico sempre, la sorte non è ironica ma beffarda, questo sì. E profonda. Meravigliosa aleatorietà dell’essere. Noumeno? l’avvenire, ovvero il già stato, e l’ovvero ha la sua solita ambiguità. La lascio, sarà chiaro poi.

Ad ogni modo parlavo dei tuoi occhi. (Esiste un solo lettore, ma cambia aspetto ed è lettrice). I tuoi fantastici occhi amore mio! Che tripudio! che canto velato! Il canto, il solito, quel motivetto semplice semplice che ti resta dentro, che non canticchi ma che scuote autonomo tra le tue membrane celebrali, che ti raddolcisce il cuore. Si potesse scrivere a lettere la musica. In modo però chiaro, evidente, subitaneo. Non parlo di note ma di parole. Se sapessi leggere la melodia che mi è dentro, che ti è dentro. Musica! Salva da ogni paura, ogni lingua si scioglie, inizia la danza, lenta, lento, accompagnato da un sussurro, di quelli che ti facevano venire i brividi, anima mia.

Asserzioni reverse

È la prima nota

oppure

all’indomani tre,

 

la vita corre e noi pure

tornando indietro le vite seguiremo

(stessa vita, stessa lingua)

è la storia.

 

Ricorda quel viso che eri

e sentirai simpatie per noi

e se m’innamoro

-sì serena-

sarà per dialoghi tra di noi.

Salto quantico 0: la ragazza con la valigia

Eh l’esaustività! Che folle pretesa, folle eppur così seducente, e seducente come ogni forma di abissica follia, di profondo discernere ovverossia discendere, cauti e arditi. Selendichter ed il resto. Ed il resto muto. Ah la storia! Ah il tempo! Ahi l’amarezza sulfurea! Tempo che non esisti se non in dispersione baalica, tu demone gettato, demone della caduchezza, speculum della caducità, gettato qui nel nostro sensibile mondo pseudopercettivo. Ba’al fatto demonio. Ds>-0. Lineare per forma, circolare per sostanza, attimo sempre uguale e sempre attuale perduto nel divenire. Ellisoidà perduta. E reversibile può seguendo tracce che diramano vitrioliche al nulla essente in sé perduto ed in sé manifestatamente fluidificato. Fuoco inerme e pullulante. Sator arepo tenet opera rotas. E se vai così vai colì, anche all’inverso. Quando passeggevoli scorgevamo il naufragare tra terre di corallo e lapislazzuli, tra asprose velleità, tra fulgori ritmici il lento sussurrare felpato di Lilith. Colma di vendetta, erinnica, eumenidesca nel riposo. Otium momentaneo e lenta rota, cui subito si incanta il dominio, scettro perduto d’alambicco e trono focoso sul polso. E tornate, per tornati, Ds<-o. E  poi silenti eliminare l’uguaglianza in congruenza, simbiotica, ad imitatio dei, e tutto è un solo istante ma dal conversum della moneta, caducità annullata, sartrianamente. DS=0. Eh l’esser per il nulla, che poi significa essere nel nulla, e poi si sa il vizio del pensiero è postumo, non del francese, il vizio è perversione e tutto è nulla e noi naviganti stolti su di un mare, come sul capo al naufrago l’onda l’avvolve e pesa. E poi non c’è neanche quel mare. Che è il nulla, ed il nulla è incapiente in sé d’entificazione e dunque d’essenza. Ma ti devi appigliare a qualcosa, imprimerti negli specchi per non arrampicarvisi. Bene, male, tutto, assenza. E dunque ne hai bisogno, dillo, ammettilo, ne hai bisogno di pensare al nulla. E lo perverti, lo pervertisci, lo esauteri dal suo esser nulla in sé, perché hai bisogno di concepirlo, se tutto ciò che è pensabile è esistibile, e dunque, passo ardito, esistente. Visibile. Oltre i quattro del fuoco, dell’aria, della terra, dell’acqua, sceso direttamente dall’etereo. Ed etereisticamente a ciò proteso. Ed allora lo definisci flutto pacifico, oceanico, dall’Antartide atlantica, nella zona oggidì sotto studio italofrancese. E dici, ne sei costretto, dai, in principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Era domenica credo, giorno del padrone, accettavo senza accorgermi un invito al dolore, suona la radio. Eh io la chiamo così. Siamo radio, cibernetiche. Sì sì, siamo, protesi oramai, lo siamo in prolungamento celebrare e celeberricamente etalagico. Utensili aggiungono vigore al nostro esserci, perché divengono parte del nostro essere. Come agenti patogeni, virus alieni, altri, creati in provette cablatiche che corrodono le sinapsi. E tu sei le tue sinapsi diviene già inattuale, ed attualissimo. Tu sei la protesi delle tue sinapsi. Impulsi elettromagnetici come cellule infettate. Banalità al dominio, dominio stolto, si intende. Elettrochimica spiritica. Morte dell’apparenza, sovversione della manifestazione.

Ed era domenica, penso, dunque plasmo. Ad immagine del divino dicevamo, che mi crea, ma parla tonante ed il logos diviene materia animata ed inanimata, ancora queste differenze, pazienza; che plasma poi ciò che è a sé somigliante e soffia, pneuma, dà vita, infonde. In fondo lo fa. Che scardinatura. Mamma mia! Appunti di viaggio. Come districarsi in questo labirintico corso dialettico che pone in essere assiomatiche et dogmatiche ineluttabili verità concrete. Concrete perché eteree. Epoca dello spirito, epoca dell’aquario, epoca del ritorno. 1936 apertura-2025 chiusura. Clauso il senso? Ripercorrere come da celle manicomialesche basagliche. Come quella mattina in cui mi son svegliato-e detto così sembra Bella ciao e forse lo è-.

Appare in tutta la sua fulgenza eterea la raga con la valigia. Raga jazzistico ritmato della ragazza d’alabastro dai riccioli cinabrici, dagli smeraldini ciondoletti, dorate piume e d’avorio i pendenti. E tanti metallici campanellini, e fasci di purpurea candida velatura sublime opposta al senso ed in sé pieno. Colma di grazia perversa, candida, dolciastra, leziosa. Bronzine le borchie corrose, aura magenta. Metilene e cobalto gli occhi. Violacee le gote. L’anello sinistro ad intarsio, persiano ab origo e dunque di quel colorito indico, indiano, semipenobrico. Ma pallido l’incarnato. E a destra due righe avviluppate all’anulare, forza Roma ed i suoi colori, forza Lazio e il suo turchino. Assenza! Tripudio austero dell’immenso! Scompare come nell’apparire, valido gelso di corolla audace, intimo senso subitaneo. Appare, riappare e scompare. Proprio in questo verso, in tale direzione, modulante del peso di sé, proprio in tale cronologica dissolvenza. Reca con sé quel taglio allo specchietto del frastuono che tacito è all’inizio, magia saporita del viso. È così, lei d’altronde è così. È lei chi è se non sé medesima assorbente d’assoluto. Si incanala, si incanala al dorso cromatico del tempo e rilucendo traluce nell’ultimo assiduo palpitio. L’assenzio rachelico, la assuefazione di sé, intima sostanza, forma ricucita dell’essenza e barlume percettivo. Assidua! Assidua ed immensa! Allucinazione eterea! Mandorlo dischiuso! Incanto prebabelico! È lei di cui dissi, e dico ancora, con le medesime parole e cambiando ritmo ed inclinatura all’inclito suo sguardo che fuggo. Fuggo come fuggisce fugace quella sua apparente essenza. Non lo sostengo, non lo reggo, ebbro di lei, dei suoi iridei assunti. Vortice proteso in sembianza di barlume. Lo ripeto in altra sostanza. È lei, è lei dunque. Pendolo che oscilla, repentino spasmo da cerbiatta, dominatrice in dissolvenza. E ciò che si ripete, attenta, ciò che si ripete, è lei, è lei, ciò che si ripete dà senso a quel volto antico ed attuale, modernismo delle spoglie vivificate ed intense. Come fluido lei diviene fluido e lo è sempre stato, come nebulosa, nubilosa, furetto fumante, nuvoletta aprica, d’aprile e d’ottobre, ultimo restio profumo di novembre. E lei fracassosa nel trapasso silenzioso tra questo mondo e un altro e quello appena appena appresso. È lei, è lei, è lei nelle infinite diramazioni negli intrecci e negli abbracci, tanto nel vento quanto nel pentimento, come nella colpa come nella sua assoluzione, nell’assolvenza, nella vanità, nella vacuità, nella nullità di cui dissi, quel nulla eterno che in lei si incarna dando consistenza al tralucente. Sublimando, sublime si avvicina. Ed è un sussurro la sua interezza, come ricordo che non ricordo, come pensiero lontano di ciò che non fu e per questo è sempre stato. Scende eterea. Scende retta, in diagonale, traversa al viadotto esistenziale, varco sommo. E sommamente lei. No, plauso mio. Lei eterna gloria di me, lei sola vivacità melanconica. Lei in sé, per sé e con sé.

E la valigia riporto e ditirambo. La valigia è il mistero azzurrognolo, che quasi è particolare dai cui sfuggire, da cui sfuggire per gaudio e non per paura, ma per timore di lei stessa che induce a contemplarla tralasciando il resto. La valigia un dono dimenticato. E dimentico del mondo per lei che è qui concreta e fuggevole, pragmatica nella sua inconsistenza, pragmatica nella sua velleità. Artificio vero e vera quiete dell’alma, ed alma stessa. Come corpo che nascendo in tensione ed in potenza è lì ad un attimo dal farsi e si disfa e disfacendosi si rende vivido, intatto. Nella mutevolezza si rende percettibile, si tocca, si palpa, si odora, si innalza, si gusta dolcissima labbra, labbra dolcissime. Violacee come le gote e come il profumo violetto della rimembranza che emana dai suoi polsi e dal collo. La valigia è già l’ieri, l’oggi è lei che ritorna nel domani, in quel domai ritmico che è il passato e l’adesso, l’oggi che percorriamo tra una pagina e un verso a ritroso per scoprire noi. Questa domenica mattina. Folle sbarco, mite approdo, porto sicuro, vela tesa, prua fulminea verso l’immenso. Cauta, cauti. Diretti oltre il monte, solcando l’illusionistica cascata d’orizzonte degli eventi, al di là dopotutto. Verso l’altrove e nell’altrove già da un po’.        

Bellum: sotto i colpi delle saette oceaniche

  1. Credo sia questa la data. Ripartire, rifare, rimodulare. Se si cancella l’ardore esautora il furore. Da dietro le barricate son qui. Questo il punto, l’introito d’Universo. Bagliori funesti lontani giacciono, grandina respiro d’assenzio, acque velenate. Ondaccolare in suadenza. Sto rescrivendo (riscrivendo!?!) ciò che già scrissi. Ripensando. Questo capitolo, verso, versetto, scherzo. Scherzetto. Obnubila silente ancora. Fulminee secessioni malrimesse, saette cordiche sotto l’abissico cielo cariddico. E rimodulo, ci provo.

Bagliore, dunque! Bagliore! Illusorio, scrivo così e parlo colì. Rimbombo astrale. Scuote il sistema dalle fondamenta, fondamenta stolte del pensiero. Balaustre e bastoncelli d’incenso. Sotto travisamento altero. Scuote il cielo ancora nel turchineggiare attonito. Sono solo con tre foglie ed un cancellino. Dicendo ancora- tornanti infuocati-. Scuote l’abisso! Tramonti rubicondi!

Eccomi, è questo il punto. Sono, eh è già un’impresa, un proporsi in manifestazione. È l’apparenza [unica forma possibile d’esistenza, ovvero di epifania della stessa]. Etalagici voi invece, furbi che vi credete intelligenti mi vedete. E che vedete? La terra, bella, magnifica, magniloquente. Ma siete furbetti voi pseudointelligenti. Lo siete e dite: non è così e mai può essere cosà. E scavate romite talpe! Scavate per toglier le piume. Ed eccovi ora voi, che vedete. Acqua sporca di terriccio, acqua torbida. E dite il vostro eureka. Sententiate, profferite e dite (in quest’ordine o all’inverso), abbiamo capito. Furbi delle sottane asmodiche et asmodaiche. Stolti e ciechi nella vostra furbizia. Vedete il vello di metallo sotto tale torpore turpe? E se andate innanzi azzardate, immaginate e sortite ciò che non vedete, o che vedete per qualche spaccatura astrale, ogni tanto, di rado, a volte. Voialtri furbi più dei furbi deducete-e sempre dal sensibile- invischiati in questa epoca seicentesca della materia, protesi ma non ancora consci dell’Aquario. Dite. Sotto c’è l’ardore. C’è il fuoco! E in là più non andate. Stolti più degli stolti. Furbi di II livello, seconda generazione, 2.0, 4.0. non vi soffermate che sul voi stessi etalagici nel giudizio. Ecco il nucleo che credete di fuoco, voi che come spiriti immondi siete in quest’aere. Aeriformi dite: è foco! È divenire. Gnostici dei miei stivali, testimoni di Geova dello gnosticismo. Girovagate su voi stessi, tra Tartaglia ed Abracadabra –rimodulate entrambi cerchiando le lettere giuste ed ecco i primi numeri in sequela-. [Sator arepo tenet opera rotas]. Girovagate metà per metà verso la meta, o scorgete l’intero e una sua parte e di quella parte aurei il doppio ed il resto di esso mezzo. Ma non capite che del sensibile. Invettiva parlo di me, dell’universo e di ogni essere umano. Sono io stesso la vostra scusa, la mia scusa. In intermezzo. Ma scindendo in duplice forma l’immobile staticità. Ecco il nucleo! È etereo. Motore primo. È somma bellezza. maraviglia! Sonnecchiate razionali e non sognate l’infinito. Insensibili che studiano concupiscenti solo il sensibile ed ad esso si fermano. Tutto così claro a voi. Geoidesco, sferico, ellisodeico e fotografato e visto da un satellite –quale?-. clauso il senso ancora? Fondo opaco di bottiglia catarifrangente nel catartico eclissarvi in vitro. Neopositivismo filoprotestante, new age da burini cosmici. Attracco e fuga e attacco nel silenzioso sinedrio dei vostri solfeggi a fiato chiuso, flauti assordanti in Bastiglie masticate. Ridicoli e di nuovo, mi ripeto, ridicolità convessa. Vapore marmoreo. Nubiliscenza perduta e spersa.

Rimbomba ancora l’intorno della questione. Qui nella Terra di Saturno, nel Giardino del Mondo, vicino Città Nuova, sto meditando tra il fragore fulgido del frastuono. Eccoli! Avanzano! Sh!sh! Bastioni bellici! Non c’è pietà né dignità. Percorso distratto in rettipiano tetraetico. Crolla l’impero! Quest’ipotesi è astrusa sul tuo polso. Le vedremo tutte e quattro tra un po’, più in lì. Anzi cinque, tra calendario stropicciato. (Virtù diademica). Tra un po’ è già adesso, per il momento in parte e per l’intero il resto. Eccola! Bastioni bellici, incede con lealtà. Cambio repentino. Ma lieve ritorno. L’armata lontana si percepisce appena, no, non è ancora qua, ma il sapore dei rami è fruscio diverso, aspettiamo (aspetto!?!), aspettiamo immersi tra gli odori incantevoli et incontaminati. La Foresta Nera tromba di realtà mascherate. Nel mentre avanza, avanza e non si sente. Questa gioia ci raddolcisce. [E parlo al plurale sentendoti vicina amica, colmo chiasmo dopo il fulgore antecedente e prossimo, viso postumo], ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna, ci sbandiera gaudio dagli occhi alteri. Assopiti, ondeggianti nello smeraldo. Le baionette sono un inciso. Ecco ancora. Un romore strano si avvicina, non è grido di guerra, non è urlo di vendetta, sembra quasi il prosieguo di tale armonia ancestrale. Ma gli zoccoli! Eccoli! Eccoli furenti i nimici. Alziamo l’asta. Si va, lance, spade sguainate. Si va. Shiva. Saettiamo, marciamo repentini, affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo, all’istante. Voglio te, tra le mani. Mio plurale, raga dolcissima come liturgia dei sensi ed al di là di essi. In me stessa eterea sembianza. Unità e molteplicità ad un tempo. preludio di ogni verbo tonante e sublime nella grazia.

Io, solo, qui, tra la sabbia. Un dì batteva la speranza sui tuoi vetri di soffiata. Come sempre il sentore di averti amata, ma così, tra i capelli, tra i silenzi, mentre giri per intero il viso. Da sempre annebbiato finì l’incanto tra di noi? Vaghi vaghiamo, io tra frivoli pensieri. E tu sei tu. Sei la sola sconvolgente –e ti osservai nel giardino tra germogli di virtù-. Ossigeno sgorga e tu ne sei la fonte, tra queste nebulose venefiche della battaglia. Sì, ne sei la sorgente! e quel divario tra essa che è il nostro filo di appartenenza e così dal plurimo zampilliamo assieme. Alzo lo sguardo di là dalle barricate. Sei là, tra le nubi stesse, e arresa e fiera. Oh sì! Sei tra le nubi, mi chiami, mi sussurri colle penne tra gli anfratti cordici di me in attesa dell’assedio bellicoso. Ti imprimi nell’alma macchinosa, ti dilunghi estrosa. Oh la tua incantevole girata di volta, di archi, di riporti, ancora ossigeno mi sei. Voglio te, voglio te, voglio te. Qui ed ora. Tra le mie mani. Mia virtù diademica. Cosa vuoi mia luce e mio respiro? cosa vuoi sospiro intenso? cosa vuoi essenza luminosa? cosa ancora? Alberga in me il rimorso buio del tempo. Mi abita, lo indosso, chiara vita scorre nello sgorgo della barra oblatica. Vita e non violenza, scintilla lieve a cavallo di ippocampo. So che nell’aere vibra il tuo esercito imbattibile come tra gli abissi tremanti. Sembra giunta l’ora della verità. Ah il rossiccio ardore! ah il pallido incarnato! ah lo smeraldino furore! Sembra scisso in due essenze e tre sostanze il mio corpo. Improvvisa l’anima torna in lui. Torna. Salubre come te, che sei valore e sai volare nello scontro e mi cedi le ali intrepida. Le mani, le mie, che ti bramano schiuse! Hai boicottato i miei progetti terreni e sei ancora sospesa e faziosa, ma di te. Oh virtù diademica! oh bellezza angelica! oh firmamento marino! Arco da mille foglie e dodici varietà cromatiche. Statica mia! Il dormiveglia stride, unghia sul marmo in acustico bagliore elettrico. Vai, vai. Tu sai dove mirare in do minore. Sono tutto tuo. Vivido il violetto alfa et omega del circuito universale, intermezzo spettacolare, progresso generato dall’errore ribelle, uomo io e tale perché cado nel vizio, trappola tesa da cui mi innalzi. Uh magmatico limite! uh sinaptica percezione extrasensoriale! uh magnetica dialettica metallica!

Ancora ed ancora. Forever and ever. Scuotimenti sistemici, sistematiche docili e velleitarie. È un nuovo adesso e l’impero crolla. Crolla l’impero. No, non c’è barlume [ennesimo cambio repentino], non più. Siedo sulle scale, ti vedo muta carezzare il naufragio nei pensieri, dei miei pensieri, quelli nostri, dei pensieri. Scene oscene lì in su la nostra stella. Arde! Arde a tempo, arde fuori l’arioso e freme. A me, a me echi ancestrali, a me potenza indomita, a me. È una sera strana, aurorica, ne sorbisco i dissapori, le scarpette fulgide alla porta. Entri? Sì dai, entra pure. E cosa vuoi? Tu cosa vuoi? Tu che non piangi e respiri col dito. Tu che sei di lì, nell’altrove eppure qui, immanente nelle cose che profumano di te. Lontana ma ferma all’uscio, quasi timorosa e senz’altro –Dio come mi piace ripeterlo- ardita. Faccetta di neve in questa bufera cosmica e dialettica dell’oltraggio. E ti scordi arco femmineo, amazzone anarchica, ti scordi di nuovo. Ti vien da ridere alla follia, simultaneo il sopruso, lo sberleffo. E mi sbatti nelle segreta dell’animo senza esitazione, pietà, senza gravami alcuni, senza retori che esplodano in sermoni ed arringhe di ogni branca per me. E lei che ride a sua volta e crede che io, che noi, che voi, parliamo dell’autogemmazione squamosa. Eccoti qui, eccoti qua. Sei venuta dall’altrove e guardi, profilo assente, al di là. Ovviamente, altrove. Non ti degni di entrare, accenni già di dover andare via, di voler andare via, di fuggire tra altri beffardi segreti marmorei, come gli occhietti vivi e vividi che sfiorano i sensi e non riposano. Che tutto vedono ma che non scorgono il particolare, arghici ma per metà vivace in completezza. E i furbetti s’adoprano nelle loro belle generalizzazioni. Ma tu, tu, tu dimmi: la rosa non è meglio della distesa verdognola intorno che la contiene? L’intorno d’altronde ausilia soltanto la definizione di limite e pur tuttavia la stessa sussiste intrinseca solo nei petali. Sai? Booom! No, dov’è la luce? dove il sole? dove il cielo? Non c’è speranza ahimè, la scala crolla, è appena crollata disarmonica ed io con essa rovino. Futile oggettino antico nel postmoderno postatomico e postcibernetico scalzo. Nel ripensamento inutile. Noi, mai più noi. Anzi no, mai e basta. Mai ci fu passato, soltanto gemiti (le lacrime del cielo carmini versetti). Sento già e dunque comprendo che mai si perde ciò che non s’è avuto. Ma la libertà! Lei è in rivolta e non resiste alla rappresaglia del potere quieto e subdolo, cerca un appiglio ed io la seguo prolisso cercando appiglio. Stende le mani tese come le mie che te vogliono bramose. Stende le mani tese alla volta turchina macchiata, gelido metilene e cobalto pel fragore cromatico disturbante le intere sfumature del rosso. Tuttavia nuvole rade non ostacolano il gesto ribelle, il giavellotto o la torre della unica voce, la piattaforma della pace svilita dai nostri rimorsi dal sapore di sapienza e dal retrogusto di reciprocità e rispetto. Voce sussurrante e bellicosa che trafigge non il nemico ma il mio-nostro-stesso petto. Apparenza mia fulgida! Ohi! Ci sei o no? Prendiamoci per mano, varchiamo il confine. Anzi, con la gomma pane smacchiamolo e poi resettiamolo. Siamo qui per questo, tu già lo sai. Il tuono non spaventerà la moltitudine sola. Dai, vieni. Booom! No, non c’è pietà, in eterno esilio dalla verità (le camice sulla cruccia accanto alle scarpe). No, non c’è lealtà. Dove sono finite le armate invidiate et indistruttibili? A vele spiegate tutti scappati. No, no. No! Io non andrò via, resterò solo ed affonderò, e se affonderò sarà con te, alabastrina mia. Finisce il tempo, crolla l’impero, crolla l’impero. Crolla l’impero!

Scompari, riappari, scompari. Un giochetto. Che nervi! Dalla disapparenza svolazza un segno. Nel disapparire emerge un foglio, come un lamento di chi se ne va. Cade andando su [si inabissa quando s’alza]. Virtù diademica, ancora. Virtù arzigogolante. Lo leggo.

“Se scenderà

questo lamento tra le vie

con quel furore

che connota il mare

in tempesta,

 

se capirò

che tra le pagine

non hai lasciato il segno,

 

proteggerò il candore

della vita

stringendolo

semplicemente, lievemente

tra le mie mani.

 

La virtù nella sabbia,

tra pensieri nascosti,

senza tanto sperare

in quanto suadente

riposa in dolori

più agguerriti delle lance.

 

E poi,

fuggendo l’anima da quegli ostili spiriti,

mi chiede venia il cuore

ma stavolta senza stupirmi.

 

Intorno c’è tanto vigore

e quell’oscuro rifluire

di sangue nell’inchiostro

 

(protegge quella macchina

divina

il pathos della fortuna).

 

La virtù

senza rabbia

si è assopita di nuovo,

si è rinchiusa in stridenti

parole annebbiate

dai tormentosi bombardamenti.

 

Me ne andrò via

senza lasciare sparsi i fogli,

con quel sapore che distingue

il chiaro valore delle cose

 

e piangerà lo specchio

sentenziando un mio ritorno,

di canti irsuti

degli astri perduti.

 

La virtù

si domanda

se va bene così,

se ha lasciato lo spazio

al caldo invadente

ed al risollevato

refrigerio della mente.”

 

Mi ricordo. Mi ricordo. Parafrasando Pierpaolo la poesia è l’essenza del capitolo. O di più? La conservo stropicciato ed inumidito antico fattomi lei ed in lei. Scende il lamento. Virtù diademica, virtù diademica.

Salto quantico I: l’esperimento di MJ

  1. TS in scossa rivoltosa ha spianato il varco, per un attimo in controluce l’orizzonte degli eventi, immerso per scossa autocelica nell’LCTS, labirinto cosmico tele spaziale, telespaziale. Tutto in un istante è attuale, dietro il futuro ed innanzi il passato. L’ha fatto, l’ha fatto. Ma si è fermato stanco al bar a sorseggiare il solito tè sconvolto. Non era stata una buona giornata ma ottima. Noi lo sappiamo ed affidiamo a te, MJ il prosieguo, arma che distrugge et amaca assidua. Altro che arma, altro che scissioni. Ci state lavorando, scosse telluriche o lisergiche. Ciò che avviluppati assordanti stiamo per fare, oh MJ, è ciò che è impensabile! Oggi 9 dicembre. Sotto la svastica, sotto la svastica. Lavora littorio accademico dello studio. Assorda, assorda. Fluidificazione! Sintassi ostica del silenzio. Momenti, momenti. Il carico è pronto, scindiamo noi, annichilimento, annichilimento. È questa l’ora, sette e ventiquattro. Partiamo. Saltella opaca la tua scrittura, velocissima, supera la luce e si fa fattore. Asserzione destrimana. Aspetta. Luci ancora abbaglianti. Per non perdersi ne LCTS ricorda che pensiero vaga in. Ecco la congiunzione. Spalanchiamo e vaga colla mente soffermandoti su un punto. 12000 anni orsono. India. Amebe scarse, qui si fa la storia. Si cangia motore e maestrale detto a tratti. Soffermati su quel punto, medesimo giorno e medesimo mese. Purezza d’alleanza. Sublimazione.

Qui si fa la vita! Scostando l’assoluto e secernendolo in cellule scomposte. Neuroni. Ippocampo trainate vello roano ed amigdala vettore dirigente. Qui si fa! Canto armonioso propaga. Li vediamo, li vediamo. Uomini in cartapesta e cartongesso risaliti e rinsaviti. L’altare agli dei, che siamo noi. Inchinati e scimmieschi ma evoluti. Qui si fa la storia. Ciò che abbiamo aperto non si chiuderà. La soluzione nei radicali. Rieureka! Riscossa! Ecco come è diviso. E manco ci eri arrivato lettore, lettrice. Manco per divinità. Compressione del campo zero e Riemann. Ecco come accostare. È tutto esatto. Condotto fuori. L’India! Spostandosi si inchinano, diamogli il simbolo uncinato. Paradosso della conoscenza! Quello che stiamo facendo, quello che stiamo facendo. Era qui la chiave, nel flusso mnemonico. Nel flusso mnemonico. Il tempo è scandito dalle radici. Spazio reale e tempo unità immaginaria. Grande MJ! Ma è come perdersi, perdersi per pochi scansi sensibili. Approdiamo e la chiave è duplice. Il tempo scandito dalla sequenza numerica al quadrato. Questi sono i punti di accesso. Gli unici. E noi possiamo esserci in corpo, anima e spirito. In sangue ed ossa e dignità. Segale cornuta o pejote. Abbiamo avuto accesso e la numerazione è quella Gregoriana. Incredibile come la mente produca immago et suono! L’errore scostato e l’ora legale benjaminiana. Ogni cosa che sta facendo l’uomo l’ha già fatto, ovverossia la farà. Per ora l’India, ma continueremo. Si parte dall’1 che è se stesso. Ottimo. Ma hai fatto di più, sei andato in regressione prima dell’1 stesso. Come al solito, come sempre, MJ hai intuito una cosa prima di scoprirla. Incredibile! L’unità immaginaria! Irrazionale. Prima di capire come muoverci negli anni del Signore hai scoperto come muoverci in epoca anteriore. E da lì, poi, muoverci in questa. La mente umana è strana. Da perderci la testa se non lo si è già fatto. L’India non è il loco che cerchiamo, ma il primo esperimento è ok. Lei è un genio MJ.

Oggi, 9 dicembre 1936 il passato non è più lo stesso. Tutto qui comincia e tutto qui cambia. Silenzio e rullo di percussioni, assordato assordante assurgi. Ora il nostro futuro è il passato. Quello che ha dipinto in sala Hr non è rubato dal simbolo della vecchia destra. Ma è un simbolo indiano. I quattro elementi ed al centro l’etere. Oggi abbiamo cambiato ciò che era. Non si torna più indietro, non possiamo ritirarci. Si torna indietro, quindi. Buona la prima-anzi la seconda- accordo di quinta e verde. Brucia poi il silenzio.

Misterya Magna: la Creazione

Tutto ciò che è pensabile è esistibile, esistente in potenza per il tramite dell’atto. In principio era il Verbo, parola creatrice. E non esiste nella staticità divina creazione che non sia eterna ed eterna nell’attimo et priva di ogni demoniaca caducità. Thirassia la cacciatrice è il viaggio spasmodico ed in preda alla crisi, critica, poietica, poetica. Fattura et fattore. Et etiam fattura ad immago del fattore. Thirassia la Cacciatrice è Atlantide, il balzo sovrapposto tra pensiero presente ed epoca di contatto, Stupor Mundi, ed è così. Atlantide ed Antartide, zona franco-italica, mi ripeto. Etiopia. Dove? Terra di Prete Gianni tra India e Cina, e poi più in là nipponica premessa assurda. Samurai stoico et in vita suadente. Codice d’onore ed onore pratico. Poi più in lì scavando, a partire da qui, Giardino del Mondo vicino a Città Nuova, trovandosi nei lembi del pacifico mare magellanico, Mu. Ed onda convessa in striscia di foco, dorsale oceanica. E la Tule più a nord, lì, tra le nubilose ghiacciate e fumanti atrocità islandese. I Pitti incontrano gli indiani d’America, i Fenici diretti alle Canarie. Ma su questo torneremo, torneremo, amata lettrice, distratto lettore, magico ipnotico velame d’assenzio. Ci ritorneremo mentre il centurione cesareo brucia il museo. Alessandria. Per distrazione od ordine imposto. Ci ritorneremo. Premessa questa è come promessa, ma utile nel riguardo di ciò che sto per dire, fare. Tagliato il collo alla giumenta stanca. Vapori ancora tra Marsili e il pleonastico calcare, tra Vesuvio e i campi solfurei. Tra gabbro e basalto, e la metrica che è giambo, ci ritorneremo. Apriamo il preludio, monte d’universo.

E che atto, atto dettato da una volontà. Genesi, genesi. La premessa è per cercare l’edenico posto, il posizionato topos dell’assurdo imbavagliato dal silenzio ardente. Fuoco nel roveto legiferante. E come tutto nacque? Come cominciò quando lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Creatore e creatura. E cos’è l’uno e cosa è l’altra. L’altra mezzo tra detto e dicente. E siamo noi. E l’Uno trittico trino, per contemplarlo in trinità tre Persone ed una Sostanza. E noi ne deteniamo il riflesso. Noi che anima come Dio propendiamo e promaniamo con lo spirito nostro per il tramite del corpo. E questo potrebbe bastare. Ma basta? Questo è in altri essenti in egual misura, ed anche gli utensili, detti scarsamente, sono essenti, minerali. E dunque non basta a definire la creatura. I minerali, gli essenti vegetali et gli altri animati differenti da chi è a Dio simigliante. E che siamo noi. In doppio grado, uomo e poi in sommità donna. e donna tramite stesso ed apertura varco divino. Ma il sangue e le ossa e la pelle et i nervi, et la linfa nostra. È la unicità. È la unica vera unicità. Ma ogni altro, prima dell’unicità nostra, va descritto. Le onde elettromagnetiche, le onde elettrochimiche, lo spirito. E lo spirito ha tale duplice fattura, che dalla elettrochimica comunica in noi stessi risplendenti e che dall’elettromagnetismo illumina l’altro ed il creato. E tale conformazione è propria delle specie inerti ed erte, perché non v’è qui differenza, il loro spirito è colore, è sapore, è profumo, ciò che percepiamo. Et tale spirito è anche il loro, ma negli essenti clorofillici e negli animati a noi differenti come per noi c’è l’elettrochimica che elabora e l’elettromagnetismo che emana. Nei minerali è elettrochimica che sola emana e l’elaborazione del messaggio è in sé lucente carevole, e l’elettromagnetismo la accompagna, come bivio verso noi stessi, che siamo centro dopo Dio. Ma in tutti i descritti il messaggero è l’alma, come Padre persona divina, situata nel core per noi e per altri essenti animati, negli altri intrinseca sostanza, a ciascuno differente a seconda della conformazione e del diletto divino, e della sua fantasia. Il corpo è quello che rende visibile tale divino mistero dell’invisibile. Lo espone e lo dipana e lo intreccia et lo trama. Guscio del vettore spirito che è messaggio  e che è elaborato dall’anima messaggera. Spirito traino vellutato ed alma nocchiero, et corpo ciò che serve et è concreto. E sembrerebbe ora che la nostra distinzione che è sangue e linfa ed ossa e nervi ed anche pelle sia simile anche ad alcuni essenti animati, ma differente ne è la funzione. In loro animati evoluti et anzi evolti, perché evoluzione implica mutamento, e mutamento e divenire sono baalici, come ormai detto, tutto in loro funziona ad imitatio homini. Ed hanno altresì tali stesse sostanze perché a noi servono per la gloria, e noi che nominiamo, e nominando abbiamo fatto, subito dopo la nostra creazione, che ha forma differente, come tra un po’ la pazienza del lettore e della lettrice e degli altri mille, e delle miriade che sono e non sono e quindi saranno osserverà leggendo.

In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. E dunque cosa c’era prima e cosa dopo, che è la medesima quaestio. Abisso è vuoto et infinito e zero, mare d’atrocità perché la mente intuisce ma non concepisce l’inesistenza. Ma tutto ciò che è pensabile è esistibile e ciò che è intuibile è respiro d’assoluto e del vento, e quindi del volto. È qui la seconda chiave. Per chi ha orecchi. E gli abissi! Mari colmi di tristezza, la tristezza e il pianto che è sospiro di desio. Che è sommo amore. Osservare sé ed essere in sé sufficiente e per questo incompleto. Era l’abisso Pitagora e sovvertito perché vi era il vero e la realtà era terribile in quanto perfezione nell’incompleto e quindi nel dispari poiché se il pari completo è definito, l’incompleto no. Ed in ciò resta traccia, perché nulla esclude ciò che era, essendo ciò in sé stessa. L’abisso la realtà, Dio la verità. L’abisso era il pensiero triste del divino, l’aracnide ostile che non doveva essere ma che essendo sarebbe resta in traccia. E l’altro pensiero era il bello, il buono, kalos kai agathos. Per questo il suo spirito aleggiava sulle acque. Come su ruscello senza abisso, ma l’abisso era il pianto. E allora il verbo arresta. Necessità. Necessità. Amore. Libertà. In giusto ordine. Perché l’Artista sommo crea, crea cioè pone in essere. E qui vi è l’atto creativo divino dettato da una volontà libera che è l’amore. E sia la luce! e con essa le promanazioni di Dio, ovverosia gli angeli. Messaggeri, taumaturgi, misericordiosi, combattenti. Promanazioni delle qualità di Dio, cori sonanti e musicati, canti di giubilo. E c’era la Luna che sono gli angeli strictu sensu, riflesse immagini nell’acqua cristallina ove aleggiava, che sono coloro a noi più vicini perché voti incompiuti, inadempienti, luna venere strabica e nella strabicità ha perfezione. E poi Mercurio ed i combattenti Arcangeli, per fama e gloria, bagliori e fragori che cantano e luccicano, Hermes che è Gabriele, medico Raffaele, generale Michele. Poi Venere che volteggia e canta e sono Principati, sommo gaudio d’immenso. Poi il sapiente Sole, e sono Potestà, spiriti di Saggezza, cantanti e danzanti in triplice corona. E poi Virtù, bellicose, che sono Marte e che sono eroi, danzanti in una croce luminose, le Gemme altere e pure, come essenza di minerali, nelle varie gradazioni. Poi i puri, catari, Dominazioni, in Giove, e dalla purezza la possenza della mistica, che danza e canta colla scrittura, aperta a chiare lettere ed è la parola più sincera, impressa lettera a forma d’aquila. Perché dalla scrittura e con essa combattono per la verità. E ciò che è scritto rimane ed è la Giustizia. Il pianeta possente è possenza d’estasi e l’unica divina Verità che vince la Legge di sabbia e di cristallo. Ancora l’accesso più alto, e che è Saturno-e qui è l’origo del Giardino-, gli spiriti contemplativi che sono Troni. I fattori del mondo, le parti migliori che ungono l’alma e nell’alma si innalzano. E v’è corrispondenza tra Giove e Saturno, tra questi, doppio volto della ascesi, contemplativo ed attivo, e l’azione vivente delle Dominazioni discende dalla purificazione dei Troni. Poi le luci accese in un cielo fulgente che sono i Cherubini, spiriti del trionfo, quelle luci corazzate e limpide, ove corazza è ciò che mostra la potenza infinita di Dio e la sua eterna gloria che mai tramonta. Stelle Fisse! Nulla muta e nulla diviene, eternità della parola. Ed ecco la musica divina, somma genitrice dell’essenza, nove cerchi concentrici che rotano attorno un punto, mobilità statica e non dinamica, flusso etereo ed intramontabile. Quello che la bocca tace è splendore del canto, i Serafini. La luce si fa musica in ondeggiamento dialettico e tripudio intenso, e tutto qui si raccoglie. E poi l’Empireo, la Rosa Mistica, il clamore che diviene grazia e femminea grazia, ciò che oramai non può descriversi, né dipingersi, né musicare. Ed ecco che qui ritorna il concreto. Ecco Dio, che è materia e che è energetico vigore genealogico et energetico flusso creativo. Ed ecco che è la luce, così descritta, quella luce che promana angelica ed è Spirito Santo, doppio vettore, di qualità di Dio e di contatto et etiam voce sua e sussurro del vento, alito ancestrale, pneuma, sollievo sospirante. Ed ecco il cielo che è luce, e che separa dall’incubo degli abissi. Per poi far emergere ciò che ogni altra cosa contiene e che è la terra, ed ogni suo abitante, con le caratteristiche perfette nell’imperfezione, e contenitori del tutto anch’essi, scintille del divino ma serventi. Ecco che Dio che è anche corpo crea il suo corpo di belve, clorofille e terre emerse ed è in esse perché in ognuna sia custodito l’infinito. Ed ecco infine l’uomo, che ha le medesime qualità del divino, a sé somigliante. E plasmato in creazione, non creato per mezzo del tuono candido delle parole come tutto il resto. Plasmato a sua immago e superiore anche agli angeli tutti, lux dei. Con un corpo proprio, con proprio spirito, e con propria anima e tutte derivante dal creatore. L’uomo che Dio ha modellato con le sue mani è suo respiro. E poi la donna ribelle e poi l’altra del suo fianco e la tensione d’assoluto. Lei che in duplice natura è angelo che tutto abbraccia e che a Lui conduce l’uomo. E l’uomo nomoteta come Dio delle creature e delle terre e finanche degli stessi abissi dà con voce e canto suo valore al corpo di Dio creato, nominando dà valore a minerali ed essenti immobili e mobili, nominando dà valore a quei frammenti dell’infinità del divino. La voce di Dio è il canto che crea, la voce umana quella che dà valore e che tutto canta stupendo e che tutto custodisce di ciò che è fatto ed a cui il divino stesso accompagna sulla via per mezzo degli angeli, per guida dello spirito illuminando l’alma umana che risplende e risplendendo illumina a sua volta nella custodia e nel concedere per grazia valore. E se gli spiriti angelici hanno libertà tal libertà è dell’uomo e della donna stessa ma maggiore per loro stessa fattura. E la libertà è ciò che conduce l’uomo a scegliere quale donna seguitare, e se dare o togliere valore alle cose ed agli essenti e quindi a sé medesimo. Se di sé aumentare valore o toglierlo, agli altri togliendolo, se distruggere il giardino scegliendo l’abisso e perdendosi in esso o se rimanere illuminato dal divino spirito ed esso seguire liberamente. Ed anche gli angeli ribelli, un terzo d’essi, scelsero di guardare verso l’altra sponda, ribelli al fattore e precipitati da Esso e dai fedeli nell’incubo suo, nella sua tristezza. E in tale tartarica tristezza incatenati. E dall’abisso a richiamare l’uomo ad essere lontano dalla luce. e dall’abisso ancora a convincerlo che lui è ombra perché la sua ombra vede ma può essere luce, e con tale finzione l’Avversario e i suoi distolgono dalla luce l’uomo, e gli tolgono valore. Invidiosi dell’uomo e della donna conducendoli in perdizione, con l’illusione, in tutte le sue forme. Perché illusoria è ogni essenza di quel terzo malvagio, dal divenire et tempo, alla caducità, alla malattia nelle sue diverse specie ed alla violenza bruta e d’ingegno. Mentre l’uomo fatto è per seguir la donna e tendere a Dio, e la donna per contenerlo e vivere in Dio. L’uomo e la donna sono le virtù di Dio da Dio promanate e tutte in essi contenute, quelle virtù descritte, proprie della luce, degli angeli, e dagli angeli donate all’uomo per il tramite dello spirito.

E l’uomo e la donna danno valore o liberamente possono toglierlo attirati dall’illusione, e l’uomo e la donna custodiscono o possono distruggere attirati dall’illusione ancora, e l’uomo e la donna posso seguitare il vero e veder il reale in sé e non nella sua illusorietà. In duplice via, l’una verso il creatore l’altra verso il creato, ed ambedue per gloria del divino. Timor di Dio per il divino e Pietà per simili creature, e quindi Scienza delle stesse e propria Fortezza, e quindi  Consiglio per i simili illuminati nell’Intelletto dalla terza Donna, Regina di Sapienza, e che conduce l’uomo stesso alla Sapienza. e ciò per la gloria di Dio. Ed anche il diletto pel creato e delle creature e dei simili, tutto è ad essi uguale e tutto tendente in spasmodico Amore, o in meditato stupore. Ed Amore agape che tramite l’eros brama ciò che manca, e seguitando la lingua prescelta e che è la Nostra, quella di chi scrive, della Terra di Saturno, lingua primigenia della italica stirpe. E per dialettica etimologica di genere che sintesi etimologica genera, ogni nome maschile è ciò che cerca ed ogni femminile ciò che è cercato per il raggiungimento d’Equilibrio che è razionale et maschile ed ha per faccia irrazionale e pura l’artistica Armonia femminea. Come ad esempio, et sommo esempio, Amore maschile cerca Bellezza femminile, e via per ogni cosa chi cerca è uomo e chi è cercato donna e tramite la ricerca incontrare Dio, ed ad esso tendere. Tutto per ogni parola, la Scienza lo Scienziato, e l’Arte l’Artista, e via di seguito. E tutto ciò saliscendo la Misteriosa scala del femmineo. Amore, mosso da Desiderio e Sentimento, salisce i gradini, Ricerca, Follia, Verità, Matematica, Scienza, Sofia, Libertà, Perversione, Responsabilità, Timidezza, Poesia, Giustizia, Intelligenza, Apparenza, Felicità, Morte, Bellezza. E al culmine la vetta: Armonia finale.   

Dopo i fatti: salto quantico -1

“Scenderemo nel gorgo, muti”. 2005, ad un anno dai fatti noti. Muta, 2004 e lo sbalzo quantico. Scomparsi in regressione. Si indaga. Scoprire qualcosa per puro caso e per disagio esistenziale, mistero del dire in proporzione austera. Scoprire per caso, è ciò che rompe la causalità nel processo intuitivo, l’uso fatto da Philadelphia ‘43 all’MK 70 e poi al girigiogo estremo del 80-90, e poi a seguitare col 2000 da novembre a marzo del successivo anno da JT. Li analizzeremo ma bisogna partire dal negativo speculare. Diremo quasi sia avvenuto prima del 1936. Gran trambusto nella perdita definitiva della linearità giudaico-cristiana che era tomisticamente un orientamento per descrivere il reale, viziato, viziato dalla caducità. Ma essa comunque andava descritta, per farsene, come dire, una idea. Ma i tempi sono maturi. Le date confuse. Verrà poi il 2013. Ma dopo, cioè anzi la venuta dell’oblio ditirambico. Per dipanare il dedalico suono voi seguite la numerazione. Cerchiamo di dare ordine, intuitivo ovviamente. L’intuizione è ciò che precede la verifica e poi tutto si immerge nel calderone deduttivo. Ma andiamo per gradi, ripeto. 13 ottobre.

Le indagini affidate a MS, passato più di un anno e nulla di fatto. Il silenzio domina per evitare interferenze e c’è quel mistero del ’98  della comparsa dal nulla e della subitanea disapparizione, persi nei meandri dopo essere sedati. Quasi sembra si tenti, nonostante il silenzio e la discrezione, di deviare, distogliere, affidare ad altri. Ed MS lo sa ed oggi non cerca direttamente loro seguendo piste che gli sono congeniali, linee investigative tradizionali. Sa che c’è del mistero. Scavando nella vita. Nulla di concreto i due. Poca roba. Ripercorrendo a ritroso non c’è storia eufemica. Nulla di nulla. La cartella, la cartella del ’98. Sa che lì è la chiave. Lo percepisce come incauto elemento essenziale. Ma parliamoci in maniera chiara, limpida, dolce e cristallina. Il caso non è più suo. Solo primo intervento. Nel giro di un mese gli è stato tolto. Da chi? E soprattutto, perché? Agisce in proprio, quasi ossessionato. Una cartella con due righe ricuperata in gennaio, a seguire due fogli stracciati. Purtuttavia l’ossessione continua, continua perché nel suo ufficio è pervenuta quella misteriosa ed a tratti infantile poesia dal sapore di filastrocca e cantilena. Mitomane? O è lì la chiave. 18 di luglio. Busta gialla. Ad MS.

“La chiave è il motociclista.

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Colto sul fatto

da solo fritto.

 

Colto sul fatto il nostro amico

cadde pensando a ciò che dico

e se sul fatto non c’era niente

comunque lui avrebbe taciuto.

 

Era un ragazzo timido commissario,

lo giuro.

 

La polizia chiuse i battenti

ma scovò nell’aria altri incidenti

 

ergo riprese i battenti,

scavò nell’aia e trovò i suoi denti.

 

Il commissario più adirato di prima

prese i ragazzi per uno spalla,

tra un caffè e una sigaretta

passò nottate senza vendetta.

 

La povera Lucy fu poi interrogata,

fu poi chiamata

in quella stanza tanto,

 

troppo buia.

 

“Cara

cos’è successo? cos’è stato?

sono tanto adirato”.

 

Erano intanto le quattro di notte

e il commissario con disincanto

scriveva tanto e leggeva poco

non c’era nulla nella sua casacca nera

tanto la verità la sapeva già dalla scorsa sera.

 

La povera Lucy, la cara amica

era stata chiusa in cantina,

torturata il giorno appresso

e il commissario giocò il suo asso:

 

fatta la sera, fatta la notte

venne l’alba un’altra volta

e il commissario restò a guardare

cosa c’era nello scaffale.”

Banale e quasi deandreiana, deandreiesca,  c’è assonanza con Bocca di Rosa. La stanza del monolocale di MS è tappezzata di ritagli di giornale e fa bella mostra questa cantilena. Ci deve essere qualcosa che sfugge. Scindere elementi, cogliere eguaglianze, secernere congruenze. Lucy? Motociclista? Cantina? Ed analizzare la cantilena. Ogni parola deve avere un senso. È come fosse un messaggio cifrato, ne è sicuro. Lo compara con la canzone. Ne studia i personaggi, le situazioni. Scaffale? Cantina? Cellardoor! Tolkien. Scaffale-fascicolo. Fascicolo manchevole, cioè cosa manca nel fascicolo, la parte stracciata della cartella. Motociclista? Andantino e distrazione, fumo negli occhi, estraneo, chi si occupa del caso togliendoglielo ed occultando. Commissario, è lui, MS. Lucy-Notte-Sera-Alba. Lucy-Marinella-Muta quindi. “Ragazzo Timido”-compagno di Muta scomparso. Riprendiamo Sera-Notte-Alba, connessione con le stelle e col fiume. Dal fiume alla stella. Piegatura dell’estrella. Adirato, per il mistero? Incidenti nell’Aria- il volo nel fiume? L’Aia il Giardino-quale?- Denti-Tasti del Piano. Tortura-Disagio Esistenziale, ovvero paturnia del sé. L’Asso- il Gioco. Prese i Ragazzi per Una Spalla-una sola? Quindi Spalla sta per colui che è accanto, nel significato teatrale. Opera, messa in scena. Chiuse e Riaprì i Battenti-quindi indagine in proprio. Ma c’è qualcosa che manca! Ma c’è qualcosa che manca? Lucy-Muta, colei che dà la Luce-la luce plasmata dal fango. La Creazione, creazione che si sposa con messa in scena. Quattro di Notte-ora della scomparsa. Sommatoria delle due e delle tre di notte meno uno, che è il fattore manchevole. L’alba viene nuovamente. Quindi si scopre il mistero. Sera-Notte-Alba, Alba che nuovamente viene, cioè che è già venuta e che dunque è il punto di inizio. Manca l’Aurora. Dall’alba si comincia, ma la verità si sa già nella Sera. Cosa avvenne la Sera. Cosa c’entra l’Aurora. Aurora prima luce del mattino. Venere. Aura anche? Amico-Ragazzo Timido. Mmh. Che Comunque Avrebbe Taciuto. Avrebbe Taciuto, cioè sarebbe congiunto con Muta. Interrogare la luce per trovare il fango, cioè Muta, fare domande a Lucy. Scriveva Tanto Leggeva Poco-i fogli stracciati e le deposizioni. Colto sul Fatto-Fritto-Aurora (che manca). Tempo!!! Fatta la Sera, Fatta la Notte Venne L’Alba un’Altra Volta. Si inizia all’Alba e si finisce all’Alba e manca l’Aurora. L’Aura, Eos, Eos+Selene, e la composizione, rime baciate. Ryma, la ragazza suicida. Kymery l’Aurora, Chimera a cavallo, la Chimera è il sogno, l’utopia ma anche l’essere mitologico, testa di leone,  corpo di capra, coda di drago e vomitante fiamme. L’Aurora è la fiamma, ovverossia la luce. Due suicidi. E due scomparse. E siamo alle quattro di notte, di nuovo. Il tempo, il tempo. ma rimescolato a caso. Chimera, cioè capra, e cioè luce, legata a Lucy, e abitante la Licia, terra di luce. Di nuovo luce. la verità la sa –la so- dalla sera ma all’alba che nuovamente viene resta –resto- a guardare nello scaffale ciò che manca e lo trova –trovo-, pur se manca. I fogli stracciati. Ed uno i Denti nell’Aia, ovverossia le stelle nel giardino. Ancora l’Aurora e Venere. Sa –so- la verità prima di saperla. Il Tempo invertito. E manca ancora qualcosa. Cellardoor, l’ingresso magnifico-più bella parola della lingua inglese- l’ingresso negli inferi, Virgilio e la Chimera, Vitriol, Capra, et in arcadia ego! L’ingresso agli inferi! Ma Kymery chi era. Come persona dico. Tossica. La droga, Colto sul Fatto-da Solo Fritto. Il cervello fritto, fatto, che vuol dire anche drogato. Fatta la Sera-Fatta la notte. Ovverossia drogata sino all’alba. E nello scaffale cosa manca? Ecco Tempo-Droga-Luce-Fango. Ed il Fiume. E le parole in Rima. Manca la deposizione. Motociclista. Come trovare il motociclista, che è la chiave. E c’entra con la droga, col tempo o con entrambi? Giocare l’Asso, il suo –mio- Asso. Messa in scena, una messa in scena. Un gioco. Giocare l’asso, avere l’asso nella manica. Giocare il suo –mio- asso. Cioè barare. Barare per trovare il motociclista. Lui –Io- la Verità la so Già Dalla Sera. Non c’è Nulla nella Casacca Nera. L’asso nella manica manca. Quindi barare per svelare la messa in scena. E qual è la messa in scena? Ciò che si nasconde. Che non c’è. Un Re Senza Corona e Senza Scorta. Manca il riferimento, eccolo, manca il riferimento tra cantilena e canzone, quindi è questo. Il Re, la carta. Il Re è l’asso nella manica. Senza corona e senza scorta. Ecco, ecco. Collegamento con Muta. Presenza. Quando? La luce, l’alba, il millennio. 2000. 2000 è il Re che fa la comparsa, se sera è ’98 e notte ’99. Il Re-motociclista che era già-già sapeva la sera cioè il ’98- fa comparsa all’alba del millennio -2000-. Alba che torna di nuovo, circolo ritornante. Il motociclista fa la sua comparsa nel 2000 con Muta. Ecco dove cercare!

Conformazione

Tremo innanzi alla ricchezza,

ho terrore del potere

 

mi sento un umile artigiano

delle parole,

un bambino che stride e piange

lacrime d’assenzio

nel suo silenzio smorto

    

De substantia corpore, anima et spiritu: immago dei, visibilia et invisibilia  

Se nel vuoto del mio silenzio sospira una viola in tumulto è l’universo. Candida speme! Nell’introito che dialettico si impone quando in principio era, ed è tuttora, il Logos, il Verbo detto e creativo, e noi dicenti a sua immago. Scossa ancestrale fu l’uomo nella sua essenza che è substantia, nella sua forma corporale, nella sua emanazione in dire e fare, poeta e artista. Cenere è ciò che ritorna, ingraziato dal femmineo ed è sommo amore quel che resta ed è ombra ciò che vivifica la luce e nell’occultamento la esalta. Ombra fallace ed illusoria se la si seguisce come reale, parte del mistero se la si vede come dono. Immenso dono di Dio. Gli angeli non hanno forma ma sostanza e quindi non hanno ombra. E l’ombra è ciò che il nostro corpo imprime nel ricordarci che non siamo solo luce, non semplici emanazioni ma completi in riscossa. L’ombra ci rimanda alla nostra completezza, è una parte che ci ricorda d’esser corporali e ricordando ci fa risplendenti e risplendenti illuminanti. Ma se come ciechi, stolti, guardiamo ad essa e la ergiamo ad una realtà possibile, dimentichi diveniamo di tutto il resto che non è corpo. E così del corpo facciamo idolo, e tutto il restante è miscuglio organico, miscuglio meschino che ingloba in sé alma e spirito. Il corpo ci ricorda che conserviamo in noi l’essenza, una, l’immortalità. Ma se noi stolti ancora studiamo l’orma e dall’orma ergiamo templi al corpo e svuotiamo la scienza dicendola empirica et positivista e svuotiamo la teologia filosofica dicendola filoprotestante et illuminista diamo luce al corpo nostro e non al resto. Il corpo, il corpo! E se l’ombra è un rimando all’etereo eterno Massimo Fattore ed alla nostra stessa essenza, da ciò svuotata di noi non resta che il segno impresso. Come fugacità l’ombra scompare e disappare per fattura della luce, di tal guisa l’orma è divorata dall’acqua e se ne cancella il ricordo. Più alta orma stampar? L’orma è il nostro peso e se il peso è corporale di noi non rimarrà che la mediocre esaltazione di sé, l’etalagia del corpo. Se invece come per l’ombra riempiamo d’alma il corpo, l’orma nostra è quella spirituale, e spirito resta perché da spirito ben più alto è mosso, quello spirito dolce colomba d’umiltà e promanazione di sapienza e carità che irradiando l’anima ci rende fulgidi e radiosi a nostra volta.

E dal corpo si cominciò. Sommo Artista Creatore Facente prese il fango per modellar l’umana stirpe, Egli essendo sommo in umiltà la sua creatura volle fosse umilmente somma, dono lezioso, amorevole et accorato. Modellare il corpo ad immago del corpo suo, et del mondo et dell’universo intero. E il mondo è terra e terra è fango quando inumidita dall’acque, e così in prima mistura già fece preparandosi all’opra e l’acqua e terra et epidermide dunque la seconda et acqua abisso tenue, perché nell’homo restasse l’orma delle sue lacrime che, ad acqua così ad essa intrisa, nel profondo come linfa e come sangue che tutto move e scuote, restasse nella sua creatura la stessa Sua nostalgia d’assoluto, lo stesso baratro d’abisso, impresso nel sangue. E terra, l’epidermide, vello dorato per il suo lavoro, per il fatto in potenza. La terra che madre è profonda e che donna è profonda e che come l’uomo ricopre col mantello la ragazza per difenderla alla stessa maniera e nella stessa inclinazione coprì dal freddo con pelame rado e biondiccio, e come donna in sé coperta il fattore fece intarsio a tale pelle umana abbellendola in magnificenza. E fu madore per secernere l’umido in eccesso e così le due sfere oculari da cui sgorga rimpianto e rimorso, e tristezza per l’abisso. E sangue è abisso perché, come per orma ed ombra, l’uomo libero scegliesse di suo la sua strada e la sua felicità, l’uomo libero scegliesse amore per esser tutto libero. Ma se la scelta fu diversa, maledetto il fango tornò alla polvere e fu cenere, ed in ciò tornò per spegnere superbia. E per spegnere superbia, di cui terribile è superbia violenta anche detta sanguigna, imparasse il dolore e la fatica. Ma quel sangue d’abisso, che resta oggi e resterà sin la parusia, fu in seguito lavato dal Fattore stesso che si fece, mistero d’amore grandioso, fattura. E sangue del Fattor-fattura ogni colpa lavò tranne la scelta ed insegnò dolore e redenzione, ed insegnò amore edenico per creatura e creato e quindi per Dio, et acqua del Battista e sangue del Cristo tutto lavarono quando disceso negli inferi all’homo insegnò d’essere ancor più a Dio vicino. Ma l’immensità d’amore dell’Amante che si fece amato a che l’amato l’amasse e amasse ciò da cui egli proviene fu a tal punto grande che in sé definizione d’amore non mutò, perché in amor non v’è comando ma erotica pulsione, libera scelta. E quelle tracce d’abisso lavate furon restando la possibilità all’uomo di scegliere ancora l’Avversario ed il suo terzo, come avvinti dall’ombra et illusi. Ma in quel sangue et in quel corpo immolato grande via fu indicata ed immenso mutamento a che se Dio prima parlava faccia a faccia per tramite degli angeli suoi, quel tempo parlò in sé e per sé di sé, e tragos fu lui stesso. Mirate la cacciata edenica come l’amante deluso pel tradimento dell’amato. Deluso e subito riappreso che comunica per profeti e per re, e per i primi spesso inascoltato, che grande scossa d’acqua diede dalla terra di Saturno, che irato d’amore pel tradimento scegliesse homo per homo et donna per donna una guida, ora profeta ora re che a sé l’umana stirpe riportasse, a sé, alla terra et all’universo tutto. E fe’ castighi anche di foco. E le guide mai ascoltate anche se in trono, e la Giustizia della sua bocca ignorata. E allora guida più grande mandò, che non è angelo né altra schiera, che non è homo sovrano et legislatore et giudice per compier sua azione, che non è homo profeta per parlar direttamente, ma egli stesso si fece homo. L’amore per l’amato è farsi egli stesso amato, e qui è la sua libertà. Oh maraviglia! Quale essente animato, clorofillico o minerale o istrumento tanto fu amato da sposarsi in sé. Quale fu tanto amato da essere raggiunto non più a parole né a fatti ma in sua stessa specie! Come chi ama e abbraccia la sua ragazza e nell’abbraccio è lei, o chi la sogna, o chi divide nello stesso piatto dolci e vivande, quale essere fu tanto amato da assaggiar l’ambrosia e bere il nettare nello stesso piatto dell’Uno eterno!  

Fatto che fu l’impasto occorreva il sostegno, e le travi di Agarttha furon prese et le rocce possenti della terra emersa a che fossero tessuto connettivo di quel fango e lo reggessero nel peregrinar, e dure fossero le ginocchia a che inchinato e genuflesso desse lode e lodando con preghiera e canto, e preghiera e canto ben più gradito dell’angelico perché fatto su dura pietra impressa di cui le luci di Dio da sole non son sprovviste. L’ ossa umane sono l’ascesi dell’uomo, il contempalar il divino. Chini a gran voce e suono. E retti in piedi con le azioni che in libertà posson essere simili a quelle del Creatore. Ed in principio l’homo a sé bastevole perché anche donna fatta di tal guisa e che è Lilith, ma donna ingannevole e senza merito e senza colpa, avvinghiata dall’Avversario voleva esser Dio ed esser homo et anche angelo, e punita non esser né l’un, nell’altro, né promanazione. Ed avvinta dall’avversario e respinta dal creatore, da ambedue ripudiata ed ancor oggi a vagar perché in Superbia volendo tutto perse la progenie, che ora insidia come dragone con la Vergine. E quindi dopo i fatti l’Infinito amore diede compagna dall’osso stesso, perché sia solida essenza, roccia che a Dio conduce l’homo, dal fianco perché come costola protegge il cor che è foco e dunque, come detto, accanto all’homo lo guida verso Amor mai spento, solidissimo ponte; salda in fede contro le serpi, colma di grazia, ad imitatio dell’umana madre di Dio. Ovverossia Sapienza e Regina e Amore, donna aggraziata che non si farà avvinghiare né sedurre dall’Avversario ma lo pone sotto i suoi piè e perciò stesso scelta come madre del Creator-fattura e Madre potente, ed Avvocata della progenie umana perché umana, e dispensatrice di Saggezza. E dopo l’ossa fece un cuore prendendo foco dalla terra, e quel foco fu donato ed è motor d’amore che sussulta e regola l’eterno e che legifera come roveto, sempre mosso da amor che guida il giusto. Ah l’Avversario, che angelo senza foco né potestà d’imperio trasse in inganno l’uomo col nettare del fico, col pomo di discordia e disse, doppio nell’intenzione, tu donna e tu uomo mangiate il frutto in conoscenza, ed inventò Prometeo e disse che lui era tale, che rubato aveva il foco per l’homo e per la donna. Ma quel foco del pomo era già della fattura splendida e lui in invidia lo disse perché quel foco uman bramava. E diede seducendo pomo di conoscenza per condurre l’uomo all’idolo dell’ombra e non più il palpitare cordico scandì l’eterno ma la caduchezza spoglia del divenire, la caducità del mondo, il divenire che ci ingrigisce e ci distrugge. E logora il corpo! Quel corpo che però come immolato il sangue da Fattor-fattura diviene eterno e in ciò resta, nel mistero dell’union col sangue stesso e per l’eterna vita ci custodisce. Poi i nervi e tutte le diramazioni che sono contenenti dell’ispirito nostro e che ne son sorgente e moto, elettrochimica che modulando tutto dirige. E dal vento che dirada il foco li prese Iddio, perché non son liquame ma vapore diramato e sorgente ed in elettromagnetismo consenton comunicazione. Per bocca presa da costiere e tutta di stelle bianche trapunta, stelle bianche denti e infinite di sabbia sgorgano da lingua battente percussione, da corda vocale tesa come lira, e da soffio lieve il fiato e magica orchestra è la parola umana nomoteta, valente, valorosa e dispensatrice di grazia, di suono e canto e di preghiera che è somma delle prime, quando accordata, se non in dissonanza avversaria che produce maldicenza ed ingordigia. A guisa delle mani che come quelle del creatore plasmano e creano opere in magnificenza e strumenti et utensili. E le mani prese dalle selve, dalle savane e dai boschi, dalle giungle e dalle foreste e dalle belve ivi abitanti, a che dipingessero mistero, a che raccogliessero frutti e cibarie preparassero, a che lavorassero, a che scrivessero lodi infinite al creato ed al creatore. E gli occhi umidità, luce degli angeli emissari di gioia e di lacrime nostalgiche dal firmamento. E le orecchie che ascoltando imparassero, come guardando e come toccando e dicendo, ma più in profondo perché in alma umana risuonasse la voce divina. Ed esse infatti presi dagli echi tra le rocce, e nell’ascolto rendono roccia l’uomo. Il pneuma infine, soffio vitale che dà forma alla scultura, preso dall’empireo e dall’etere dunque a che lo spirito promanasse, dai sensi descritti e dalle parti corporali e a questi trascendesse, come sospiro che trascende ogni essenza corporale. E qui è l’anima, nell’etereismo dell’homo, il dolce ricettore, nell’organo che ascolta gli odori e che respira e che tutto del corpo santifica e quindi santificando nel corpo gli elementi e della terra e del creato, e quindi del creatore. E tale etere è completo, e tale è l’alma, sorgente d’infinito che se nell’homo e nella donna è in ogni frammento, frammentata è nelle belve e clorofille. E l’alma è vera e potenza ad un tempo, così che investe lo spirito e lo esalta e lo pone in atto a che attraverso il retante sia manifesto, nel respiro dà refrigerio ai nervi, assioni e sinapsi,  d’ossigeno ricolma il sangue e infiamma il core. 

18 novembre 79   

Due giorni nelle caverne! A fiotti e stracci accampati trentotto tra uomini e donne, queste dodici e in più i bambini, pochi e non contati. Alcuni morti pel freddo, gli uomini. Quel giorno si diressero non verso la spiaggia ma per i cunicoli che avrebbero dovuto condurre alle tenebre, al di sotto di ciò che è o che agli uomini è velato, ove Orfeo non riuscì a salvar la sua Euridice ed ove Persefone ha in quei giorni freddi appena varcato il guado d’Acheronte. E la flora non è mai come in questi giorni di fuori. Castigo divino del caro e lieto monte gentile. Quel cunicolo aperto nella villa del primo Imperatore, quel mistero che tanta ala diede a Virgilio e tanta fama, e che lo stesso trovò cercando altro e fece edificare. Alla ricerca del pozzo della Sibilla che egli situò ove i flutti-ah ricordo di fiamme del 13 e dei terremoti, della sabbia, dei pulviscoli, di ciò che rode e distrugge, e poi il frastuono al di fuori, e chissà il resto, chissà se è finita, da ieri alcun romore, ma esisterà ancora il mondo?- dicevo, dove i flutti bagnano il Flegreo e dove Averno è collocato tra gli uccelli malvagi e il mefitico Stige. E quel Virgilio seppe che ingresso altro era e più glorioso, da foce del Sebeto che irradia con scolo grazioso il Castro di Lucullo che sin quasi al Flegreo stesso si estende ed ove conservate sono le opere scampante all’incendio falso di Alessandria et altre ancora, raccolte dal centurione cesareo prima che i sudditi di Cleopatra vi irruessero per salvar a loro volta gli altri, riuscendoci. Quel centurione assoldato e ritrovato in terra egizia senz’armatura e come profugo, coperto di stracci verdi e decorazioni inusuali, inattuali gli scippi e delle stelle che chiamava gradi ed armato di bastoni tonanti, che a raffica o in singolo frastuono rombavano alla guisa del gentile monte. Assoldato e promosso da Cesare in persona a ricuperar i volumi e rotoli e poi a bruciare le stanze vote del Museo. Certo non riuscì a trafugar tutto, ma quello che gli serviva. Ma quando un dì disapparve così come era sorto, dal deserto, lasciò tra le dune il semovente che egli con guizzo di mano movea senza alcun traino di belva o umano. E di lì i volumi furon trasferiti al Castro e conservati assieme a mappe strane del centurione e a trascrizioni incomprensibili e barbariche in caratteri latini. E tanto ivi lesse il poeta accolto da Mecenate che soggiornò in Città Nuova con fama di mago e nei territori agricoli vagava come un matto per ritrovar quel varco che credeva accanto alla villa ottavia e che l’imperatore tanto finanziò e tanto dispese di propria tasca e fantasia e desio a che fosse trovata la vera origo, che scrisse in terra troiana ove decise di dipartire senza trovare e prima di salpare dalle terre brindisine morì ripensando e morendo chiese di esser sepolto nel Giardino del Mondo dopo averne dato istruzione ma frainteso fu ubicato in loco altro. Costui nel cercar l’origo della gente di Roma aveva trovato ben altro, l’origo dell’homo in quel Giardino, di cui le indicazioni sono sperse ma che in tre fiumi si dipana in uno sorgendo zampillante. E subito morente disse dell’errore, e di modificar il testo che narrava le gesta del figlio d’Anchise e d’Afrodite, e disperato per fatica volle bruciare ma fu frenato e all’imperator ciò restò, più il mistero. Ma quelle genti nelle grotte sapevano del mago folle ed autorevole per conto degli avi e s’addentrarono a cento spanne dalla sorgente sebetica nella villa imperiale e lì trovaron rifugio dai lapilli.

Ed il 18 più in dentro giunsero temendo, sempre per racconto degli avi, di giungere all’Averno e allo Stige nubiloso, o peggio in bocca ad Ade direttamente, ma temendo nasceva la speranza elisa di quel giardino dimenticato e fu la luce che più li smosse verso oriente e poi a sud e di nuovo ad oriente, ai bordi della cascata. E lì videro come pioggia riflessa al sole la cascata d’Eolo e la luce tenue più dispersa ma più lucida ed un’uscita de’ tre fiumi incrociati in uno et il giardino che sembrava immenso e che era intatto al fracasso e che era il mondo nuovo e che fece ben presto dimenticar la ruina, l’ala palustre, l’acquitrino. Come in bolle sorgiva era la cascata e come tra l’oppio i sensi loro più scoscesi nel salire e salendo maggiormente ancora inebriati. Se quello era mondo il monte gentile aveva donato, per grazia del Padre divino, loro novo loco, se ancora viventi eran -come sentivan percependo sé, la pelle propria e l’altrui, ed asciugando lacrime di gioia- e non nei campi Elisi.

Quel campo era ai più ignoti e palustre detto così come ubicato nelle cartine ma la paludosa sfoglia che l’avvolgeva e che i legionari sapevan accanto a campi abbandonati ed altri con poca cultura, serbava un loco estasiante e corazzato da cherubini in sembianze d’uomo e luccicanti e gloriosi, e vino a flutti, e tenerezza e gaudio, e perduta Arcadia come si dirà un giorno e ricercata poi dal Petrarca e da Dante posta a vetta di monte purgante, ed a ragione. E come Thirassia cacciatrice mostrò al viaggiatore stanco secoli appresso la via che nel racconto è descritta ed in visione nel quinto passo che riporto,

“uno specchio fluente d’acqua, sgorgava triplice da una comune sorgente e finiva su un corso maggiore di tre affluenti che erano il core e ragione che pacata e quasi lacustre ondeggiava a mo’ di docile ma possente chiarore solare in sé riflesso. Il sole coi sue raggi, tutto nell’immagine di quell’acqua sembrava dominabile, la paura smorzava ed era freno alle passioni, ma un freno che non si percepiva, che esulava pensieri folli senza che me ne accorgessi, li rimuoveva e sembrava quasi non ci fossero. Più imponente l’istinto, travolgeva ogni cosa, contornato di dieci costellazioni e una stella maestra che lasciava incompleto il pensiero. Ma il godimento era immanente. Si assaporava l’impeto e la paura assumeva una forma manifesta. L’abisso. L’insondabile. Gusto gotico e tetro, acque fosche, nubilose, sembrava fossi di nuovo smarrito. Finché non sopraggiunse la graziosa sintesi, il terzo corso, pacato e ardente ad un tempo, dal riflesso selenico, in penombra da un colle scendeva lieto. Cos’era? Un che di strano e piacevole, una scintilla sapiente e sensibile. Indefinibile, inenarrabile. Piansi immaginando le sue lacrime. Liberazione fluida, singhiozzo tra giulivo e triste. Luccichio improvviso. Come una bestiola che trascinava la terra sotto i suoi piedi e rifletteva l’Uno e il molteplice. Silenzio rotto da tale scuotimento interiore, frastuono non udibile, interno. Caddi quasi morto e dovetti porre le mani alle tempie per far cessare questo suono che pareva diabolico. Clessidra contenente liquido. Lì dinanzi a me lo sgomitolare da matti, lo sgusciare del tempo. E lei si manifestò per la prima volta così, ne ero certo, ne sono certo. Lei era il tempo. Rinchiusa in quel contenitore opaco di vetro era prigioniera, e rendeva noi servi. Una prigioniera che sottometteva. Fino a quando non si ruppe il cristallo contenente. E sprigionò potenza somma. Tutti i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni mi investirono. Era quello il terzo corso d’acqua. Il tempo, così chiamato, così definibile se lo abbiamo a portata di mano, rinchiuso in un involucro, di modo che ci sia parvenza di dominio. Ma a tenerlo in ostaggio, in realtà, è lui che ci domina. E lei dunque doveva essere liberata, e lo fu. La mia mente atemporale anzi oltre il tempo, era tempo e allo stesso momento lo trascendeva. Moneta a doppia faccia. Voce bassa. Sembrava dirmi alza gli occhi e guarda, assapora questo suono che diviene quasi un respiro. Io subito volsi gli occhi ed ebbi una sensazione inaudita, vidi il tutto e il nulla senza essere visto da alcuno e senza vedere alcuna cosa. Scorsi la dimensione di un punto, l’immagine dell’aria, la misura di una linea infinita. Dialogavano gli eraclitei opposti. Non era l’uno mutamento dell’altro, era l’uno l’altro se presente, e l’altro l’uno se questo assente, ma l’assenza richiede astrazione o per lo meno intuizione di una eventuale presenza, e la presenza lascia immaginare l’importanza di sé ponendo la mente ad una eventuale perdita di essa e quindi ad una assenza. E se non esistesse assenza? Sarebbe solo una manifestazione questa della presenza? Una presenza che non ha il mezzo adatto a manifestarsi potrebbe divenire assenza. E quindi il bene è in ogni dove, ma si presenta solo se ha un mezzo per manifestarsi, altrimenti è assente e dunque è male. Sottile si spezzò il cristallo dunque. Ed io chi ero? Nella manifestazione contemplativa era davvero frutto di illuminazione divina ciò che pensavo, o che provenienza aveva? Un pensiero strisciante si insinuò. Se fosse tutto opera del maligno? La mia missione, tutto, ogni cosa che da quando ero partito vedevo. Il senno era andato perso? Era nelle mani negli inferi? L’eresia. Ma no, non poteva essere, avevo dinanzi a me un’inaudita bellezza e non può la bellezza distogliere dalla verità. L’apparenza candida è frutto del pensiero immacolato. Nel mio vaneggio stavo avvicinandomi, dovevo accantonare le ultime remore e avvicinarmi. Ma come contenere l’acqua? Scompare tra le mani, ciclica va via ma tornerà. Così la sua immagine scomparve. Così la sua immagine, ne ero certo, si sarebbe presto manifestata di nuovo.”  

Lì era l’origo dell’umana specie, l’inaccessibile Giardino del Mondo. E così, quasi come avvinti dalla felicità ma trattenuti dal riverenziale timore vollero accedere ma erano frenati come ad insudiciar di fango quella terra che poi del fango di lì attorno lor stessi erano fatti, ma non sapevano o sapendolo lo avevano dimenticato. E il piede primo di SAF volle varcare, e il fece e fu quel giorno che loco aperto fu et accessibile. E i quattro corazzati che eran due ma umano senso inganna fecer uscir trentadue più i bambini e la cascata si dischiuse da spada angelica custodita e mai, si disse, fu più aperta, se non di rado in percezione, come successe al viandante di Federico imperatore per mano di Thirassia -ed abbiam riportato il passo- e come accadde talora altre volte ancora, in limite d’assoluto a qualcuno, et come accadde a Muta ed al suo compagno nel 2004 in confusione e in altri casi ed in altri lochi contemplanti di Selendichter e come accade in dormiveglia intuendo l’infinito, o in improvviso innamoramento tutti scossi e statici. La cascata fu richiusa e roccia divenne ed imprigionato tempo e terra di Saturno. Cristallo restava ed è memoria, lucentezza ed è fantasia.    

Il motociclista braccato: Summa Malorum ovvero narrazione salto quantico radical2 et in progressio numeris

  1. In viuzze frastagliate e scarne della zona pomilia MS non sì dà pace eppure è da tempo vicino all’obiettivo, scovare il nemico, il motociclista. Sa il punto esatto: “al di là dei due ponti e dietro l’architrave del sonno di un domani che non fu”. Questo il biglietto del 4 settembre 2010. Tassello dopo tassello ricostruisce, ripensa e rimodula, come lo scrivente nel narrarvi questi fatti, qui ancora da dietro le barricate, per narrarvi il simbolo che udite e che vedete e che in clamore cercate ed è questo nella mente sua, mia, nostra, lettori e lettrici. Cos’è la vita se non la lotta contro il male, quale altro scopo l’uomo ha. Respinge il male ma ne resta avvinghiato perché affascinato da quella sua ombra che rende il corpo un idolo. E non va al di là, non squarcia il velo. Il fenomeno innalza ed il noumeno elude o lo pone in sfera diversissima ed eventuale, non dimostrabile e quindi non conoscibile. Non ne scorge l’utilità del secondo e si perde nelle brame del primo, ignora che l’uno è manifestazione dell’altro e che l’altro è respiro del vento, ed il primo tepore mattutino. Quel dì fu tutto in cristallo et luminescenza-e le ricorrenti parti di noi medesimi-. E bracca il male per noi MS ed abbiate orecchi, ogni personaggio ed ogni contemplatio di Selendichter e degli otto e di Mabus e dei quattordici, come di Muta e di Thirassia, come dell’Anno Scolastico, è nostra battaglia e nostra fascinazione. Ed è ricerca della Verità. Come gli Unicum di Tacita Amata o Berecyntia, o Alma Incantatrice. E così gli inediti tutti Percependo l’Ardente Spirito Incendiario, d’Amore Servitude è Libertà, Tra Vero et Irreale Sciocco e Naturale, ed Arsi Vivi et ogni forma, ed anche il Romanzo A. che ebbe inizio e mai fine, e poi fu silenzio. Questa fine, e la luce entrò tiepida, questo inizio. Ed anche i medesimi di questo, scrivendo e tacendo ad un punto per tentare spiegazioni, ogni cosa ed ogni parola, assieme a trame e personaggi et intrecci et contemplazioni che dicevo sono frammento dell’umano, un frammento imperfetto e costantemente in bilico. Ma in noi è vera perfezione, Venere strabica, in noi è frammento d’assoluto ma ferini cadiamo, cadiamo e fraintendiamo, cercando la luce ed adorando l’ombra ci dimentichiamo, dimentichiamo noi stessi ed il Sommo Fattore e volgiamo lo sguardo di là, per poi rivoltarlo in questo balenare di lettere e parole e fraseggi e rime. E le altre poesie e scritti che taccio e sono sparsi. Ma tutto è invocazione del divino e qui è il vero, tutto è lotta contro quel terzo che è ribelle e glorioso, che è superbo e lussurioso ed avido e meschino, e preda del vizio e dello scempio e della violenza bruta e dell’inganno fatto con l’ingegno. Quel terzo vanaglorioso su tutto e di tutto bramoso lo conserviamo ed è nostro abisso, ed il nostro abisso è la malinconia di Dio, come dicemmo. Et i due terzi sono in noi completezza perché dipana il vero nell’intero e lo spirito aleggia sulle acque e dunque in superfice perché l’abisso, sin dall’inizio, ci è indicato come rimpianto e la vera apparenza è l’acqua bassa. Le nostre illusorie gioie, la nostra Etalage, sono lacrime di pentimento e pentimento che promana dalla nostra incapienza, dal nostro poco sapere perché poco si ama. Ed i due terzi sono il nostro infinito, il nostro assoluto ed il nostro intero. E se quel terzo non possiamo eliminarlo da noi che resti come resta nel Fattore, malinconia d’abisso. E non prevalga la parte minore prima che si spalanchi la maggiore aurea che è luminescenza e materia e che anzi contenga nell’intero come percorso l’ascesi ed il lasciare alle spalle non è, perché manchevole è il lineare ma saper scegliere l’intero è nostra grazia e nostra libertà. Se libertà prevale è tutta d’amore, se la usiamo per volgiarci indietro è arbitrio e dissolutezza. Lo spirito aleggia e noi consci che vetrinetta lacrimosa è l’abisso, colmi di gioia seguitiamo questo spirito che ricolma d’energia lucente e musicata l’alma nostra e ci ingrazia e ci adorna per la gloria del divino. Seguitiamolo e lasciamoci trasportar su navicella pel mare perché è sereno e calmo nella mitezza nostra e nell’umiltà, radice di ogni sapienza, e nella carità, radice d’ogni azione e nella fede che si palesa evidente e sgorga mentre noi guardiamo specchi ed ombre e ci scorgiamo capovolti o incatenati a caverne, prigionieri di noi stessi. E nostra fede è questa, che l’intero è Dio che vuolci partecipi di Sé medesimo. Ah fede grandiosa! Guidati dalla speme che è prima ancora che tutto dissipasse e disincagliasse come Pandora, Antartide, e Atlantide e Terre leggendarie sprofondate per quel tale Avversario e quel terzo seguitante. Ma in noi è speme che resta, e dalle rovine, come dodicimila anni orsono quando cataclismico Marsili il tutto dissipò. E tutto in caduchezza, e tutto arso o annegato. Ma non la speme da cui risorge fiore al tramonto pel mattino che verrà. Noi cadiamo nel terzo e tutto perdiamo come terre sprofondate perché manchevoli non vediamo l’intero ed i due terzi seppur di gioia ci colmano ci sono insufficienti e per cercar l’intero e completarci volciamci ancora indietro e seguitiamo il terzo, che non è se non illusorio. E tutto perdiamo! E tutto perdiamo. Ma la speme ci fa ricostruire ciò che perdemmo. Capiremo un giorno tutto ciò che siamo, intero noi e l’universo, il cosmo, il mondo, creature e minerali et istrumenti et elementi compositivi, et forma et substantia. Scorgendo la fattenza femminea e seguitando essa, sommo ponte che abbraccia l’anima a che saremo un giorno abbracciati all’eterno e tutti eterni, saremo singoli e molteplici, statici e dinamici, e quel terzo che ci fa apparir caduci e stanchi, malati, irruenti, meschini non prevarrà ma sarà assorbito nell’intero e tutto sarà a noi evidente e riprendendo il discorso chiaro e noi completi per intero e non atterzati e prossimi allo zero e sempre in ruina poi verso il negativo. E come noi composti del tutto siamo singoli e nell’altro siamo noi fratelli e sorelle e nel creato custodi in Dio siamo tutto assoluto e tutti assieme. Se vogliamo, se vorremo.

MS è lì al di là dei due ponti e prossimo ad assopirsi, cadere in lisergia per sostenere le fondamenta in penombra, e scorgere la figura del motociclista Avversario che insegue dal 2004 e dal ’98, quando in finale simile De Sanctis e la sua A spiraron ma il primo rimase folle e la seconda come Muta ed il compagno disapparì nel silenzio viva l’una, gli altri due nel semplice altrove silenzioso dell’anno secondo eguale al primo. Et etiam nel ’99 quando inseguendo la greca donzella RS e Pallade e contenente e contenitore e contenuto il giovinetto disparve in altro loco, tabula rasa ricettiva ed opere in chiaro scuro, e discorso a ciò proteso, e lettere a RM, e poi ritorno estivo ed infine novembrino stupore e scoperta.

E assopendosi ecco la moto, ecco l’Avversario. E subito ecco il viaggio astrale in riflesso di tempesta stellare

 “NR YH ‘BTRŠŠ W

GRŠ H ‘A B ŠRDN Š

LM H ‘A ŠL M SB’A

M LKT NRN L BN NGR LPHSY.

 

Alito inesperto

sul ripiano al furor del vento.

 

Urla arcaiche balestrali,

muschio, inebriamento astrale,

viaggio selenico e segugio

intarsiato nel metallo

a forma aguzza, dente felino.

 

È sulla spiaggia l’attesa.

 

PDN L’ŠMNMLQR

L’DN L’Š R ‘ ZP’L’Š

MN’B BN’BD MNB

N’BDTWYN BN HY

D RY BN BDGD

BN D’MLK BN H’B KŠ M’QL DBR Y.

 

Progresso progressive,

clastico calcareo anacronistico

nel proiettare immagini violette.

 

Paradigmatico l’incrocio

complesso ed epocale come adesso,

 

epica scissione psichica

della realtà sensibile

da quella intellegibile,

uniformità teorica

e superamento del quantico

e del relativo

nel flusso energetico imposizionato

ed ultratopico

presso l’orizzonte degli eventi

inaspettati,

violate leggi paradossali,

 

occhio di Ra,

ricordo, negativo parallelo,

animosa penetrazione divina

nella cordiale visita elettrica

della memoria,

inspiegabile è dir poco,

piuttosto inquantificabile

ma intuibile con successo scarso,

 

causalità invertita

l’accidente,

l’effetto genera la causa

ed il futuro modella il passato

refrattario e con geroglifico

sistema iconoclastico e binario,

 

intelletto artificiale.

 

Fuochi accesi ed intrapresi

rodono il fegato accostati

ad appostamenti di relitti sprofondati,

lo spirito aleggiava sulle acque,

le nozze bigotte proposte

e rimarcate deludenti

pretese violate,

la conoscenza civile

ostracismo dell’ardire,

domina da anni

la lotta darwiniana

senza genetica e malthiana,

non è follia

è semplicemente sbagliata.

 

Il bicchiere si ricompone dai cocci.

Resta tutto normale.

 

Viviamo dal principio

il circuito serpentino illuminato

avulso a senso spaziale,

 

parascrittura inusuale

del logos stanziale,

Dioniso umano morto e risorto,

mito caananeo.

 

Rifiuto usurpazione.

 

Ellittica trasmissione.

 

Velivoli d’oro,

argento dei bastoni,

navetta in terracotta.

 

 Brucia Tiro,

fiamme e mare eroico,

le arpe e la musica contemporanea

ha da sé, base di vermi,

base di vermi,

ha attratto a sé, base di vermi.

 

Non voltarti.

 

Sgancia intatto una miscela il Fato,

dacci forma, urla isteriche,

ossessioni, precisioni,

il risultato mina basi, basi di vermi,

 

cambieranno tempi e leggi.

 

Scelta Pallade alla luce del mattino,

scelta furba tra le greggi,

oggetto del declino, frastuono,

armamentario scarno,

mistico volteggiamento, pendente,

non si muove, non si muove,

spazio diagonale,

la via più lunga per l’oriente,

la via più breve cerca il vero,

scinde il quark pusillanime,

 

tra i Gesuiti il fisico,

MJ

 

lingotti,

liste destre, sinistre,

guarda in alto la virilità,

robotica, cibernetica, androide,

tridimensionale,

ologrammatica imperfetta,

l’ecosistema non si conserva,

 

termodinamica sbiadita

e tramontana,

quantico aperto,

andaluso passo,

 

stanza.

 

Urla da circa

trecento milioni di anni,

 

spara.

 

In periferia i barcollamenti,

gli indumenti, stilisti attacchini,

stiliti spazzini, latte, piante,

l’arte, non si finisce,

surrealismo, cerca un blocco,

 

serpens caput, ophiuchus,

sirpium serpin, canfora,

 

truce struscio vorticoso.

 

Ecco ipnotiche soluzioni

per sopire dall’esterno

un vuoto interiore,

maggiore il magone invernale,

tremo alle ginocchia

ai passi felpati cari, unanimi,

incolore, inodore, psichedelici,

stimolanti maggiori,

 

macchie lasciate a caso sul pentagramma,

base, falsetto, reverse,

sintetizzatore proteico sonoro.

 

Venere nel nautico imbroglio

trasmutato Baal in Crono,

 

il signore dei signori

reso accadico tempo trascorso

non a caso e sferico

da quattro punti concisi dialettici

ed intensi.

 

Sogno, sogno.

 

Ricerca amore,

ricerca del vero amore interiore,

ricerca in contemplazione,

canto dinanzi al volto divino

ed unico e trino, mistero egizio,

rito ittita, dominazione assira,

 

Tiro brucia ancora,

le arpe, le arpe, perdute,

perduti gli accordi coordinati,

ritmici, abbellimenti,

legali legati in rappresentanza.

 

Dall’età non c’è più crudeltà

nella pietà,

 

ecco il punto,

ancora tu.

 

Tre fiumi incrociati

nel giardino perduto.

 

Eccoci di ritorno

a lampioni spenti in periferie

inviolate da atteggiamenti

impulsivi e distratti

dal via vai dei gatti.

 

L’occhio di Ra,

l’occhio di Ra.”

Nello spasimo ondulante come le parole si manifesta il senso ultimo del ricordo, accordo proteso e l’Avversario parla. MS ascolta estatico ed in paranoia delirante, l’uno stato sovrasta e avvolge l’altro in una miscela destrimane incupita. Il tempo è fermo per un attimo ma la sua tempità, cedevolezza, è rimasuglio intero e che tale sembra nella scorrevolezza del terzo. Inizia il motociclista, “dal 1943 Philadelphia. L’attracco fugace in terra d’avorio ed oro bianco, lapislazzuli, ametista ed opale, congiunti in scala, indomati e sinergiche intromissioni del fato che nella sua staticità convessa si mostra arioso concavo per ciò che vuole essere ma non è e non essendo slitta la parola al delirio. Philadelphia da dodicimila anni, Giardino del Mondo corrotto et ultimo cristallo opaco e fluorescente preservato dai corazzati quattro in forma duale. Tutta l’Europa e parte di Gea. Demoni d’aria e d’acqua e del sottosuolo, spiriti maligni aleggiavano come ora e fu una catacombe per chi di sé non sopporta. Noi scimmie in spirito per invidia abbiamo reso voi scimmie lavoranti, ma eretti ed abili dopo i fatti del Giardino, di varia genere et l’ultima estinta in tal trambusto perché rozza e a voi simile ma astrusa e tozza e rubiconda imperfetta. Et è abelico rimasuglio poi in sapienza consistenza della pastorizia sull’agrestre in Arcadia saturnina, che fuggito fu e morto, et altri figli accoppiati con ispiriti et immensi colossi rettili, ma in sembianza ed in forma avvelenata d’assenzio perché il corporal mutamento fu tutto loro e per nostro e mio comando in quanto noi bramiamo corpo. Tutto a significatezza della varietà che cessò quando dal mar calabro si dipanaron saette e maremoti. E pastorizia sapienziale rimase nella stirpe noetica pleistocenica e tarda, perché la somma libertà dopo maledizione pel Pomo rese l’homo storpio ed in dinamica evoluzione e la donna che talora imperava sacerdotessa et talaltra amazzone ed in taluni insediamenti in matriarcato a sigillo della terra. Tutto cessato col rombo del colosso e salvato il bene e di cessante e minor potere con l’Arca e ricominciò quella che voi sapete e nomate storia. Ed ancor prima, Sessanta milioni circa, in Messico, MK casco allucinoso. Voragine e di demoni conserva l’orma quei giganti e da essi proveniente, ma nella loro caducità et anzi la loro caducità sbocciarono i primi fiori, speme motrice, cretaceo. Da loro discendente in forma rettiliana. E da loro e dai volatili serpe piumata, Quetzalcoatl. Ed in terra beneventana in loco astruso ove formò comunità Plotino e la nomò Platonopoli e dove insidia millenaria è di Serapin ovvero Sirpium Serpin, che strisciante è rettilineo et mago et infesta come nel Sabato dei Saba di lì un po’ prossimi nati a perversione del lucente Sebeto turchino e celestiale. Tutto ciò è delirio non corpo proteso bestiale ma il corpo rettile/uccello è illusorio come quello insettivoro: solo spiriti ribelli. Nulla più. Nel vostro delirio! Nel vostro delirio. Voi esseri umani date corpo al terzo, date corpo vostro intero o con atto o pensiero o parola. Voi date corpo a tante gerarchie illusorie. Noi terzo siamo nulla, siamo abisso e voi ci date corpo e forza e ci fate alieni, astronauti antichi. Ci fate idola. Ma noi siamo angeli ribelli e gelosi di voi uomini e di più delle donne, di ogni candidezza, del vostro corpo e bramiamo il vostro corpo. E la donna che è il vostro ponte saldo verso il divino quanto adoriamo, quanto adoro farla strumento et utensile per la perversione del sé e per la vostra. E voi stessi uomini utensili vi fate nelle nostre mani, nelle mani del terzo. E distruggete e vi dividete e tutta la nostra invidia la riversate voi sul prossimo, tutta la nostra bramosia la riversate voi sul prossimo. Siete nostro utensile perché liberi cadete nell’arbitrio e nell’illusoria nostra essenza. Tutto ciò che è pensabile è esistibile. Nomoteti, potete trasformare il pensiero in azione e cadete in nostra balia, folli. Fate la nostra volontà e non di chi vi ama. Credete al pensiero e lo dissociate dal cuore e da tutto il resto. Vi credete scissi e vi sentite incompleti e nell’incompletezza venite a questo terzo e lì noi vi dividiamo, noi siamo coloro che dividono, io sono colui che divide. E voi vi vedete frammenti del nulla quando siete d’assoluto et d’infinito frammenti. E noi vi dividiamo, dividiamo le vostre membra e voi agite con i nervi distruggendo con frode, agite col cuore e siete in balia delle passioni e del concupiscibile, agite con le ossa ed edificate altari e fortezze al terzo che è nulla. Agite con la pelle e con le mani e col sangue siete violenti, come con la pelle fragili. Con le mani e costruite oscenità et armi atroci. Noi vi dividiamo e dividendovi siete in lotta tra voi. E dividendovi siete in lotta con la terra che parimenti violate e con l’universo che credete vostro e vostramente lo distruggete e lo fate pulviscolo. E con gli occhi non vedete e con le orecchie non udite. Noi vi dividiamo perché bramiamo il vostro corpo e voi lo donate. Voi ci date vita. Noi siamo nulla. Voi ticchettate il tempo ed invecchiate, voi scegliete Barabba. Voi crocifiggete. Voi ammazzate, voi tradite. Noi lo facciamo col vostro corpo e voi acconsentite. La vostra libertà è arbitrio. Tutta la storia è nulla. Noi siamo nulla e voi ci adorate. E nomoteti stolti, dunque, date nomi al nostro terzo, nomi taciuti agli angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafini, promanazione lucente del divino, tranne dei tre che simbolo son di ognuno, Gabriele messaggero, Michele generale e Raffaele medico. I due terzi promananti il divino hanno nome segreto e sono gerarchia tutta uguale e differente, cori angelici da diversi gradi in ascensione e diversi ruoli ma uniti alla moltitudo ad un tempo in Candida Rosa. Et etiam il Custode vostro che vi sussurra Santo Spirito ha nome segreto perché tutti sono adoranti il divino. Ed attraverso Esso promanano le somme virtù del Creatore che Egli stesso ha inciso in voi. E  ci siete voi medesimi che furono et essendo siete e sarete, i Dottori, Santi, Beati, Venerabili ed ogni anima gradita a Dio che è in ispirito cogli angeli, che un giorno si congiungerà col corpo e sarà l’eterno in ogni loco e ciò che vedete attraverso specchio vedrete faccia a faccia -e quel tempo della parusia è già venuto e già è nella mente del divino, ma voi corrotti e caduchi siete nelle nostre brame-  caduta ogni nostra intenzione e vizio da noi promananti. E voi invece date nomi a noi e sovvertite trinitate dolcissima e gaudiosa con trinità perversa di Satana corpo e Lucifero spirito et Diavolo anima-che tanto brama divisione-. E nomoteti non ci date solo il vostro corpo ma i vostri ambienti e togliete valore a creato e creature consentendoci infestazioni, e come godo e godiamo quando togliete valore perché ci fate violare il corpo incorruttibile del divino che non è in verità corrotto ma in vostra realtà et in vostra illusoria percezione. Et l’Anticristo che è idea duplice filoprotestante, empirica, illuminista, positivista, massonica, capitalista, liberista, comunista, dittatoriale di destra estrema e materiale o d’estremismo fanatico. Due bestie dal mare e dalla terra e falso profeta duplice azione che è lo scisma da cui promanò il seicento-e il viaggio codesto fece e facemmo negli anni ottanta- inizio di materialismo, di cui tentammo prima, nel ’78, di facere la medesima mutazione con cataro detto nel duecento ed altra eresiarca ondulazione, ma vennero i due ordini al bilancio et ivi scordammo ornamento. E prima con Simon mago, poi manichei, poi scisma in oriente e poi cogli ismaeliti e il lor profeta nuovo di Persia e l’altro anzi l’agnello mitriaco e taurino, somma sovversione ideologica. E non sol, date nomi a noi e gradi perché noi gloria bramiamo, e date gerarchia perché noi maledicenti et in piramidale assetto siamo, corrompendo natura vostra e vostra eguaglianza. Ed ogni nome nostro è perdizione e malanno, Baal è il tempo disgregante, Asmodeo è la lussuria che corrompe, per dirne due dei settantadue possenti, e a questi due date ancora più potere perché cercate materiale immortalità e loro disgregano il dono divino, la trinitate perversa Dio, Baal la Patria et il Creato e le Creature, Asmodeo la Famiglia e voi stessi. E cadete in malattia per quel restante terzo che malattie produce e che è legione di cui si servono i settantadue, trinitate imperatore e re, principi e presidenti, duchi e marchesi, conti. Ognuno ha al suo servizio demoni minori che si insidiano e procurano ogni malanno e disgregazione, a seconda di ciò che vi insidia e della specie cui date valore-ovvero disvalore-dei 72 gerarchi. E la vostra Eva non è ponte verso Dio quando seguisce Lilith che è dispersione e non la Celeste Madre e quando grazia cede per successo da voi corrotta e non rispettata, cade in tentazione e voi cadete con essa. Folli, distruggete ancora e siate divisi, il domani non sarà”. Il domani non fu, sussurra risvegliandosi MS, oggi è domani. Non prevarrete! E le tue stesse parole mendaci delirio nell’ascesi hanno detto il vero. Non prevarrete  incatenati nel buio mortale abisso dell’oscuro Tartaro, MS passò dunque dal delirio all’illuminazione e quasi anacoreta parlava per bocca del bene. Non prevarrete per il sangue dell’agnello, per patriarchi e profeti, per Dottori, Santi, Beati e Venerabili, per la Madre Celeste nostra difensrice, per gli impronunciabili da umano verbo et per somma umiltà Angeli, Arcangeli, Principati, Potestà, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini, per gli altri Custodi nostri, per il Santo Spirito che guida l’uomo e la donna ed ogni cosa. Per tutti costoro che ci riempiscono di messaggi et insegnamenti et opere virtuose. Per la Divina Misericordia. Per nostra libertà e tutti stupendamente liberi sceglieremo l’amore e non l’arbitrio.

Monarca d’Occidente

“Dove sei,

anima mia dolce

ed elettiva,

tu che crei virtù

dai vaneggiamenti miei decadenti?

 

Dov’è il tuo stile

oscuro e fascinoso

da brivido

ed ora da dimenticare

tra le tenebre del mondo

nostro senza noi

e senza ciò che

rendeva fantastico

il discorso

articolato

tra pallidi amori perduti?

 

La luce nei tuoi occhi

chiara in risvolto tracotante

tutta da veste arricciata

e stupita,

abbrividita

dalle parole di fuoco

scese sul tuo corpo,

l’unico importante,

dimentico di ogni realtà

e verità trascendente,

solo ardente.

 

Mi manca il tuo dondolio,

il cocktail senza ghiaccio in estate.

 

Mentre fumo la penna sguscia

e l’immagine si forma intatta

sulla tua pelle,

sei la mia poesia e le stelle,

nell’ombra respiro

e l’aria trasuda di te,

della tua follia,

del tuo sguardo acceso,

del nichilismo.

 

Pomigliano nell’aurora,

occhi che non so

decifrare piccola e suadente,

gotico albore,

dopotutto resto a guardare

i tuoi cirri alla prima luce del mattino

tanto impressi

nella mia memoria,

le tue mani,

le tue mani aggrondanti la luna

nel tempo dall’umidio folle

di mille prati agghindati dal vento

del tuo nome superbo

 

il mio volto ancora ad accarezzare

tra la penombra

impresso vivido nella mente

come se non ci fosse altro

da ammirare

come se disimparassi in un tempo

ogni vagheggio

concreto

nel tuo etereo essere

concreta

con la noia a due palmi

e i dolci fiori

della stagione

delle tue parole,

 

principessa

vocetta inespressa

inaudita

e risonante melodie

parlate in sussurro

al risveglio del mio sogno

desto,

 

non ci dormo tenerella

tutta stupenda!”

2025 circa, scopro nella tasca ancora questo, mia scrittura, romanzo secondo et sintesi. È l’idea della memoria scarna, di un tempo che è non fu mai più. La guerra logora la memoria, questa guerra soprattutto, ed abdicando stropiccio il senso e non lo scovo. Ma è la mia scrittura. E la memoria barcolla ancora e si fa poetica nel bivio dell’incontro, terra pomilia, quando mi hai scritto una poesia tu stessa, ma breve et in un lampo hai poi però cancellato tutto, non volevi sprecare per me l’inchiostro, ma cancellando, oh ne valeva la pena!?!  hai lasciando sul foglio un groviglio nero di sogni inestricabili e più inchiostro di quanto speravi. Groviglio oscuro che non narra né canta di noi, due specchi riflessi, dal nulla si diffuse il silenzio e noi ci guardammo incantati, et il mondo era ai nostri piedi, tuttavia senza movere dito abbiamo proseguito per sentieri diversi il nostro cammino. E tu mi scrivesti la poesia, che hai poi cancellato.

Mabus nacque dopo gli otto e prima di essi con le sue quattordici trame e le tre scorte sintetiche e tanti frammenti. Nacque e nascendo realizzò la sua completezza di noi tre che siete voi tre più io che sono somma e parte e si disvelò il senso e tutto fu chiaro, e nello svelarsi il senso si esaurì restando barlume di mistero. E il Giovialista di sangue italico, saturnino e affine ai germani per forma estrasse la spada contro Babilonia e il suo sovrano, e il mistero trino autentico prevalse come era giusto e come era vero e come era sempre e si chiuse il portale. Ed è oggi. Spersa memoria, silenzio. Non dipano alcunché e nulla trovo. Come se fosse frastuono e apatia e dialettica tacitezza. La donna con la valigia. Ultimo ricordo. Dovrei chiudere in cristallo e lucentezza e ritrovarlo e scorgerne l’esatta ubicazione che già so e che è questa ove sono assiso in contemplazione e ho fatto accampamento, e l’alma mia è accampata e scossa. E nel silenzio mutano le vesti ed è 996. Giovanni manda la missiva dalla terra paludosa ove si annida il Giardino alla foce in Città Nuova. Sergio e Bacco umiliati in martirio lasciano traccia ultima di altro mistero luculliano et ad esso antecedente e alessandrino ed atlantideo. La giusta connessione, la giusta connessione. Le illazioni di Selendichter ed il resto appresso sparso ed ogni lettera sono viaggio e ricerca dissi, scrissi. E l’ama umana purificata è oblio della cascata lete e poi bevendo dirama in flutti eunoè riversando nel cocito Averno lo stigico acquitrino di contorno. Ed è somma ricordanza e riaperto il velo pel portale chiuso. Ed i tre fiumi rivedo lucenti che convergono in altro grandioso. E più non sento la ferita che dipana dal mio corpo. Selendichter! Mi lascio andare, qui ed ora, qui è ora, da dietro le barricate non descrivo ciò che canta il mio ultimo sospiro. Ti vedo in controluce che scompari tra le nubi e prendendo le mie mani tremanti appari luna candidissima e tutto è melodia d’immenso.

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Abbracciati all’Eternità

Arte e Letteratura; William Adolphe Bouguereau; 1867

 

“La loy du Sol et Venus contendus,

appropriant l’esprit de prophetie:

ne l’un ne l’autre ne seront entendus,

par sol tiendra la loy du grand Messie”.

 

Dalle Canarie al Pacifico,

da Bermuda alle terre emerse d’occidente,

dall’Europa a Giove folgorante,

luci abbagliano i crateri,

 

sommità dei desideri,

luccica la terra di Saturno;

un’esploratrice dell’ottocento,

la rincorsa e la metempsicosi quasi attuale,

 

la lotta all’Hydra sfuma

ponendo alleanza nell’incontro

affermativo

dell’essere restio

ad evitare compromesso e senso di rivalsa,

 

intanto l’aborigeno fugge con la canoa.

 

Alimentati dal fuoco ma

con poco carburante

spremevano l’intenzione

della navigazione

esseri bipedi e bassini

accordando i loro flauti di traverso

per scendere nel punto

diciamo controverso,

 

nella nostra comune intesa

dell’entropia marcata scardinava ,

in meditazione

e senza troppi spasmi,

abbracciava l’eterno e tutto l’universo,

 

la mano sembrava lambire

e a tratti accarezzare confini

dal profumo d’assoluto.

 

Le corde del percorso

sono tese all’inverso,

possiamo ritenerli giochetti coi fiocchetti,

vezzeggiativi i punti esclamativi

legavano le pretese

tra rocce scoscese,

 

la ragazza era sempre più distratta

e si forniva di bucoliche aspettative

non riuscendo ad entusiasmarsi per null’altro

che non fosse l’ossessiva e folkloristica danza

preludio del controllo mentale

techno

nel sorbire atroci congiunzioni

tra md ed ma.

 

“Gewiß, so liebt ein Freund den Freund

wie ich dich liebe,

rätselvolles Leben!

 

Ob ich in dir gejauchzt,

geweint,

ob du mir Leid,

ob du mir Lust gegeben,

 

ich liebe dich mit

deinem Glück und Harme,

und wenn du mich vernichten mußt,

 

entreiße ich schmerzvoll

mich deinem Arme,

gleich wie der Freund der Freundesbrust”.

 

Traversavano la dogana i bimbi a testa alta,

erano precoci nel porsi alle ambizioni,

fanciulli della trincea colmi d’entusiasmo

ma l’estasi finiva se ti crollava addosso

un rimbombo assordante,

 

se si sconnetteva il cablaggio,

se il filo dell’elettrodo

tendeva ad un doppio positivo.

 

Nella scuola filosofica Diogene

si calava spettinato,

gli indici doppi indicavano terra e cielo,

alcuni con l’astrolabio misuravano

la circonferenza della terra,

 

il Beta li correggeva,

ma più la luce si avvicinava ad Alessandria

più il calcolo indeciso diveniva preciso.

 

Non riusciamo a vedere universi paralleli

né nel macrocosmo né nell’infinitamente piccolo,

siamo ritornati a confermare il panteismo

seicentesco

senza dimenticare il panpsichismo insito

e puro

 

degli assiri.

 

Il ricordo sfuma appena,

tu su consiglio di pseudoidee a te arrivate

e molto poco orientali,

 

etalage,

tra cento anni non ve ne sarà più

memoria,

 

scrivi per constatare ciò che non sai

spiegare

e giustifichi con la ragione

flussi intensi d’energia

unica realtà che comprende

ogni essere ed ogni essente.

Spettro oramai opaco del ricordo

Clizia; Frederic Leighton

 

Erminia

 

Erminia,

et in arcadia ego,

tagliuzzate le vene

più di un anno fa,

musica dell’mp3 nelle cuffie

in riporto

mista di canzoni d’amore.

 

Sguardo alto sotto la doccia,

principessa delle serate

uno sprazzo sereno

e poi pupille dilatate!

 

Il treno che ci accompagnava

nei discorsi vuoto è ormai,

un filo solo si addipanava,

naufragava

verso incogniti prati azzurri

 

cori serali

e lamenti mattutini.

 

Poi le grida di rabbia

erano voci velate

soffocate

e dal tedio offuscate.

Dall’oblio sepolta

 

il candore della pelle

non ha saputo il vento smorzare.

 

Tenuti insieme per mano

tracciavamo costellazioni

sognanti

e veementi sprazzi di noi,

 

frammenti di domani.

 

Il gaudio dei tuoi dolori,

la noncuranza nemica.

 

Muta,

la società la risposta

ai tuoi desideri non l’ha data.

 

Erminia carta stampata

e disegno

di ogni costellazione,

 

nella melodia

del mio ultimo accordo.

 

Discorsi folli

 

Pioggia toccante

e cinematografica nella tua mente.

 

Sete giallognola

e aspra tra le gengive

e gli incisivi sporgenti.

 

Stracolmi di euforia

gli ubriachi della sera

ondeggiano a sinistra,

 

lieve il caduco introito di destra,

spalmati come cioccolata

i neuroni

o pronti all’assedio bellicoso,

 

un grappolo d’uva.

 

Messaggi telepatici

ed incanto bilingue

della nazione destrimane

e cilindrica,

 

sensazioni di quiete.

 

E la tempesta a volte

segue questa calma

nell’incrocio di sguardi,

 

pensieri ovattati.

 

Il vichiano corso e ricorso

dei bestioni e degli umani,

 

dei villani e dei baritoni,

privi di titoli accademici,

 

i maestri distratti dalla natura,

pensieri malandati

dall’incuria guizzante della paura.

 

È la follia la molla della storia,

è questa la verità

neanche amara,

 

ha un retrogusto dolciastro.

 

Siamo in simbiosi.

 

Ci esuliamo come assediati

ma siamo noi lo specchio del destino.

 

Il mondo sbarazzino,

lo sguardo tuo non è da meno,

mangiucchiamo qualcosa,

hai fame?

 

Prendi ciò che sai

tanto la fame si dissolve

come un fantasma,

 

comportamento alimentare

da adolescente sbadata

a ingurgitare patatine vertigo.

 

Il nido d’uccello

è il nostro fisso sguardo,

 

un’altra fissazione.

 

Discorsi folli come la storia

che si muove come quei tre ubriachi.

 

Una sigaretta accesa,

l’odore del vento si confonde

con quello del tempo

 

ed ora leggi a ritroso

quello che ho scritto

e quello che scrissi.

 

Il circolo indo-nietzschiano

è l’inizio dell’origine

e la fine del principio finale,

 

è un susseguirsi di invettive

contro poveri cagnolini

che si mordono a trotto la coda,

 

se l’immagine è il serpente

nella dannazione edenica

il re del mondo

ha maledetto anche il tempo

 

che dissipa e consuma

i nostri corpi giovinetti.

 

L’astrazione matematica

delle cose naturali

perde il contatto con la realtà,

 

ma nel paradosso è quella

l’unica certa verità.

 

La matematica infallibile

dà più volte segni di resa.

 

Il vero iperuranio è nei pensieri

dei poeti

non nelle quattro assurdità

del teorema dei carabinieri

o del coseno di gamma,

 

cercalo piuttosto nella pioggia

sulla sabbia,

 

astratta ovviamente

dalla mente sensibile e cordica,

 

la mente dell’anima.

 

 

La sedicente saracena

 

La sedicente saracena

con un velo che le copre il capo

e le spalle

sorride timorosa alla finestra.

 

Federico il mecenate

nella corte siciliana

a comporre sonetti e canzoni

coi suoi notai ed amministratori,

 

fiduciari di versi.

 

Tartari che scendevano

come nebbia,

beduini sepolti

dalla foschia del fumo

o dalle sostanze  violacee

che inalavano in sostituzione

per mistica ascensione.

 

È l’inverno che tarderà quest’anno,

che mostrerà il varco montaliano

ed atteso,

è l’autunno che libererà

il giogo delle catene,

senza pretese.

 

Lungo il tratturo antico al piano

si abbeveravano i pastori

mentre D’Annunzio sorvolava Vienna

con manifesti

inneggianti alla patria e al pacifismo.

 

È l’inverno che si spera

libererà dall’oppressione afosa

dell’indifferenza,

 

è l’inverno della speranza,

della mia assurda pretesa,

quella di viver la vita,

 

la pretesa folle di felicità

seppure solo sfiorata,

colta in un attimo di verità.

Alle porte del destino

 

 

Alle porte del destino

di nuovo io e te mano nella mano,

con le bocche traboccanti

di bacche balbettanti

e claudicanti

per i temuti incanti,

 

parlare a stento,

come assordati

e respingere le insidie

della paura

cogli abbracci reciproci

e remoti nella loro attualità.

 

Esser pronti per un lungo viaggio

in una difficoltosa foresta,

temere la tempesta,

il vuoto e qualche naturale vendetta,

poi perdersi allibiti

dallo spettacolo dei pini,

degli abeti, delle querce

e sentirsi come ginestre

sperse eppure coraggiose.

 

Dici no, dici che nei sofismi

sull’essenza un ricordo può servire,

alla ricerca di quello perduto

non trovo resa.

 

Passeggiare per le strade isolate

con il calendario tra le mani

ignorando itinerari,

 

domandarsi la conservazione caratteriale

se può avere quell’influsso astrale

di cui tu mi parli sempre,

 

poi capire che la scrittura,

il cielo è tutto e dio con lui,

 

sì è così le scosse telluriche,

i maremoti, le maree,

le temperature

e gli aspetti caratteriali

ce li dan le stelle

nel loro superbo danzare.

 

Oppure no, dici no,

dici non generalizziamo, c’è l’eccezione.

 

Ma ti dico, è questo il punto,

non c’è regola che tenga,

 

le nostre vite sono solo anarchiche

eccezioni figlie però

di un sincretismo universale.

 

Hai da accendere?

L’accendino l’ho dimenticato.

 

Incedi con passo leggero

 

Incedi con passo leggero

coperta solo del tuo velo,

il mare scosso dal tuo adagio

e l’erba cresce ad ogni palpito,

sboccia un fiore ad ogni gesto.

 

E poi ti vedo tracciare le parole

che non sai ascoltare,

con la grazia delle piante rampicanti

ti adagi sul mio corpo e gli dai vita.

 

E sono in preda ad un affanno,

ma le tue mani già lo sanno,

sapienti carezzano un sorriso

che dalle labbra inonda il viso,

 

un’esplosione di colori.

 

E continui a tracciare

storie che non vuoi raccontare,

e continui a ricoprire

questo vento col silenzio.

 

Poi tra i flutti sembri scomparire,

come Venere a ritroso

ritorni sirena generata

da una conchiglia innamorata.

 

Ed è ancora sera

 

La sera stende il suo manto,

un sole rossiccio m’illumina,

 

è incanto.

 

La sera stende atmosfere

celate agli occhi degli orbi,

della dualità trinitaria

persa nei borghi

scanditi da chiare pupille

della docile ragazza

con le cuffiette alle orecchie

 

e un refrigerio nella mente.

 

Sembra che non bastino parole

a smorzare i silenzi,

 

sembra che non bastino silenzi

ad incutere i tuoi tepori serali.

E dallo sguardo sperso scruto

 

rimasugli d’incenso,

le nostre serate

sono leggere ed estive,

indimenticabili ed indimenticate,

come due natanti all’incrocio

di piatti suoniamo

melodie nell’afa sbiadita,

 

può darsi la penombra

un mistero ditirambico ci sveli.

 

Ed è ancora sera.

 

La mia passione è svilita,

sembra infittirsi la voglia

di respirare l’uno ed il tutto.

 

Ma come può un germoglio

sfiorire senza appassire,

 

può nel ricordo vivere

senza svilire,

 

ed è la memoria che mi salva

dal tedio e mi affligge

come rovescio di medaglia

celtica e incisa su bronzo

 

restio all’incrocio di sguardi,

 

e tu ancora mi guardi

e strizzi l’occhio.

 

Ed è ancora sera.

 

Restò una dolce viola candida

 

Le fondamenta del mio pensiero

tracciavo con cura,

vittime dell’arsura

del lavorio incessante

come sciami di formiche,

fisso in maniera salda

il trivio e il quadrivio

come cardo e decumano,

 

la realtà triplice

come pietra di volta,

quella d’angolo

una giravolta etilica

e candidamente rubiconda.

 

Poi mi assalirono mille dubbi,

 

tutto da capo,

tutto da rifare.

 

Poi mi assalirono mille problemi,

 

il tutto è già scritto

con piume d’oca,

 

ma ne varrà la pena?

 

La salda pietra

sotto la scossa del reale

perse il barlume di vero

e a colpi tellurici

rovinò a terra.

 

Restò una dolce viola candida,

 

restò solo una come dolce empirea

rosa candida

frammento di memoria

e flusso coscienziale.

 

Conosci a fondo le mie paure

 

Si lamenta nel tormento atroce

di un’età senza più voce.

 

Conosci a fondo le mie paure

più segrete e già scrutate

dagli attimi fuggiti,

come adolescenze in bilico,

 

passeggiate in bici.

 

Potrei ora divagare,

potrei sfiorarti con le mani.

 

Potrei ora silente

fiatare il mio ultimo lamento.

 

Ma credo che la prospettiva

del domani si imponga inaudita,

 

mi stia fuggendo tra le dita.

 

Conosci a fondo, amore,

ogni mio dolore

per questo corpo vittima del vento,

 

del passo tardo del tempo.

 

Potrei parlare.

 

Potrei dimenticare.

 

Ma la mia voce muta

continua a sognare,

 

tra un po’ è già autunno,

qualcosa cambierà?

 

Potrei dirti ti amo di sfuggita

e poi baciarti e perdermi così

nell’oblio dei sensi.

 

Il peso specifico è annullato

 

Il peso specifico è annullato

da un possente fluido appena condensato,

col bagliore degli occhi

creerei le immagini

 

e la matita è capovolta.

 

Insula in flumine nata,

la tua sveglia nel dormiveglia,

la tua curva sospesa

da elettrochimica resa

d’intenso incenso

gettato a quintali

su muschi e licheni,

 

dai, diamoci un altro bacio.

 

E attraverso il ritorno ondulante,

non è musica quella che esce

dai lobi auricolari,

la tua chioccia è punta

dall’anello di roccia

che solo l’aere profondo

e tenue dà,

 

la tua incudine ed il tuo martello,

la falce e il grano cosiddetto.

 

Giallognole avversità

in tramonti di verità,

 

sopita sei un po’ svilita,

non ti fa più effetto

il tossico detto,

non una sola parola,

non una speranza,

non una motivazione

se non melodie perse nel tempo

che vogliono farmi continuare.

 

Continuare a ondeggiare,

come pazzo in su le scale,

sto solcando un’epoca nuova

e la gente indifferente muore

oppure passa e sorride,

 

qualche spicciolo per le sigarette,

le meno costose,

 

qualche danno collaterale

per poter continuare.

 

E finirei con un bel,

nel blu dipinto di blu.

 

Irrequietezza malinconica

 

Un’irrequietezza malinconica

e trasognata la mia

al di là della realtà,

 

magari un cenno del tuo dito

o un allettante invito intellettuale

potrebbe di nuovo tracciare

speranza nel mio animo

 

in frammenti,

 

eppure l’ansia che mi uccide,

il tedio e l’accidia

dei giorni sempre uguali,

 

sei eterea a due passi

ma mi sfiori appena.

 

Magari mai tutto è perduto,

nella mia gioventù potrò ascoltare

ancora silenziosa,

 

leggere le tue poesie

in riva al mare

 

con quel clamore calmo

delle onde che ci accompagnava,

 

manteneva il tempo la notte

che in refrigerio ti raffreddava

 

e tu sul mio corpo accovacciata,

 

io ora invece mi domando

che ne sarà del futuro,

dei miei giorni,

davanti a scelte sempre più sbagliate,

 

ma il risvolto della medaglia

c’è sempre,

sono un frammento d’uomo

alla ricerca di una luce soffusa

e di parole scritte anche alla rinfusa,

 

sei eterea dinanzi a me e mi sfiori,

non mi abbandonare!

 

Qual è la verità?

 

Lei dove è

se è vero che ti cerca.

 

Tra di noi dei segreti

mia forma priva di sostanza

che rifletti solo bagliori mattutini

 

ma ti manca l’assonanza

con le tue parole,

 

sfiorami ancora,

te ne prego,

sono nulla senza te.

 

Qual è la realtà?

 

È solo la nostra immaginazione,

 

un triangolo sperso e maledetto

dall’illusorio tempo,

 

io ti cerco come limpida

acqua di sorgente,

pura mia assidua brezza mattutina,

ti dirò come sempre

le mie parole gettate in aria

da un sorso di vento.

 

Potremmo fare i sofisticati coi sofismi

e magari avere pur ragione,

 

potremmo continuare a disegnare

questa nostra vita separati

 

ma un filo labile ci lega

e non possiamo farne a meno.

 

Spero solo tornerai ragazza

destinata alla più somma melodia.

 

Qual è la sincerità?

Due parole dette di sfuggita,

 

dimmi quale è il tranello

per uscire da questa miserrima

condizione umana,

 

trascendere noi stessi?

 

Guidami tu,

o mia ragazza,

dall’armatura alabastrina

e il volto paonazzo

e i capelli mossi

di quel carminio così intenso .

 

Mentre la gente guarda distratta

 

E mentre la gente guarda distratta

il libero airone palustre

si lancia al di là del confine terreno,

mondi sotterranei lo attendono,

 

trema già la mano al pensiero.

 

Un caffè

ormai tra angusti rifugi,

svogliati e disincantati,

volati come cenere,

 

smascheri il volto ed è già autunno,

 

il volo di chi va via in migrazione

è un balenare di lucciole

ormai abbandonate

nelle tetre follie cumane.

 

E poi i papaveri rossi,

sangue lucido ed oblio,

potenza dei sensi,

espansione mentale,

 

rigurgito come al solito astrale.

 

Vola nel cielo

resistendo alla calura

e vola che la stagione

sarà un groviglio vago

di temperatura,

 

già vedo le stelle,

il vino rosso nei bicchieri,

mille palloni poetici

in trotto nell’aere,

 

mille spume,

mille effluvi d’incenso,

 

e vola,

dimenticando quanto ardore

il sole sprigiona

intrappolato nelle sue redini

sottili.

 

E l’afa rimane.

 

Giocare a tresette

tra uno spaghetto e un sorso di vino

con nosferatu che è sazio d’assenzio,

potrà vivere già da oggi,

con un cambio di rotta,

la mia più sublime speranza,

 

il desio del domani.

 

Ed è silenzio.

 

Maschere di ghiaccio

sono sulla spiaggia,

rendono oltraggio

all’ultimo notturno spasmo,

 

e che pace l’aurora,

 

l’amore e i colori.

 

Non so se è sentimento

il brivido che ho dentro,

ma puoi guardare languidi

gli occhi al crepuscolo,

plasmati come violette.

 

Vola su ripiani desolati,

avvoltoio di pentimento,

 

frescura, frescura,

tu mi dici e sorridi,

ma lo sai,

già lo sai che cadrà

l’ultima stella confusa

e noi saremo preda

di una nuova serenità.

 

Stella,

vola che si attutiscono i miei timori,

le parole e le esplosioni di incertezza,

vola,

 

non smettere spauracchio

del presente

che sei nella mia mente,

un sorso d’acqua pura

ed è subito mattina.

 

Volano i colori,

nel cielo temperato,

 

vola il tuo ultimo desiderio avverato,

 

vola e non trova pace

l’euforia della giornata

ciclotimica e daltonica,

 

vola e l’incanto scolorisce

nel momento più intenso.

 

O mia Regina

 

E se volessi cambiare argomento,

un fiume in piena arresterebbe

il turbamento,

in fondo un tantino assorbo

quelle parole,

poi ne invento, poi le scordo.

 

Cosa c’è dentro me,

un falco in volo possente

e incatenato

che della vita ha percorso

solo qualche fiato sfumato.

 

Un vortice, il solito maestoso,

quello che spaventa,

la rimessa, la stupida paura

è come assedio che mi storpia

quando in temperature avverse

muto rotta e dovrei disincagliare

il raggio luminoso e porgerlo

al di là dell’ultimo fuoco,

 

hai visto? è già scaduto

il biglietto del tram,

 

il viaggio della mente

un treno in salita che abbassa

l’attenzione ed attendo la tua profusione,

 

l’importante è dire assurdo

quando ce n’è bisogno,

gira a vuoto l’ultimo accordo.

 

O regina nella polvere celata

ed improvvisamente illuminata,

sorgi coronata e districata

tra risucchi di biancospini.

 

Ed io da falco

cerco libero attracco

contro il mondo e per il mondo

ad un tempo,

 

carino il tramonto dei nostri sogni

è la rinascita per nuovi giorni serali

e imbellettati.

 

O regina nella cenere

riarsa divieni

ad un tratto materia eterna,

 

un flusso d’amore sgorga

nelle vene

ed è già passione

 

il bacio in tensione.

 

Perdendo il filo un po’ per vizio

un po’ per capriccio,

 

ti scrivo altre due righe,

è già un impiccio,

 

ti chiedo e poi mi schiudo

pronto a ripartire,

o mia regina.

 

Ad altro non penso

 

Sai, mente annebbiata,

mentre mi concentro

ed entro in contatto coll’Un invisibile

che prende forma,

 

ecco,

comunicazioni celebrali

introito restio

dell’inconscio collettivo,

 

allineata la nostra costellazione

con il bacio che dai

in riva al mare,

 

damigella decorosa

eppure così viola

 

il congedo delle piante

che tramite angusti sentieri

percorriamo,

 

senti già il trastullo delle onde,

il mutamento ciclico,

il nostro allibito confronto.

 

Le spiagge dorate

son granelli della tua vita,

 

l’eternità l’abbiamo conquistata

lottando con schiere di draghi

e cavalcando liocorni d’oro bianco,

 

il piercing è uno spasmo,

una noia vederlo cadere

ad ogni movimento

del tuo nasino intimidito,

unione di spirito e corpo.

 

L’estate schiarisce

e tra un po’ i variopinti colori

degli arbusti saranno pensieri di domani,

saranno speranze e respiri profondi,

come l’anima che ascolti,

 

la musica respiro della stessa,

la musica spirito manifesto,

 

ti bacio

e ad altro non penso.

 

Parole al vento nel silenzio

 

Parole al vento nel silenzio,

nell’intrigo destinato

ad un sussulto per un bacio

sul tuo collo scoperto,

 

incandescente.

 

Quale è il senso

delle tante frasi sconnesse,

 

dei periodi campati in aria

come atolli od emissari

di una nostalgia canaglia

o di un effetto a collo di bottiglia,

 

filtro per le stupidate fatte

con l’intenzione di cucire abiti spenti

dai tuoi occhi sempre più accesi.

 

Tanti sogni e poche speranze

ma nell’ostinazione il sentimento

che permane figlio dell’ambizione

e non di rampantismo

come luce un po’ soffusa

nella nostra dimora ambita,

 

un arredamento etnico

e tre canti al mattino

per svegliare i dormiveglia

che scrutano la nostra vestigia

di figli di un dio dimenticato

eppure così vivido e sentito

nella nostra interiorità.

 

(Pochi grammi di zucchero nel caffè,

pochi baci ma buoni,

io in realtà non smetterei

di stringerti a me).

 

Il viale sussurra nell’estate,

c’è un vento freddo nel ricordo,

il materasso con l’accordo primordiale

della scintilla universale.

 

(Pochi grammi d’assenzio,

vino caldo,

un letto su cui dormire con te,

un altro canto).

 

Piccolo scritto

vai tra paesi, monti, colline

e città, urla come il tempo

che passa

e rendi vivido il ricordo

della sua fascinosa bellezza

che esulta come un mare in tempesta

o come lo scorrere di un fiume

all’ombra della cresta.

 

Ipotesi astruse sul tuo polso

 

Ipotesi astruse sul tuo polso

perché la pioggia ci risucchia

in un vortice abissale,

soli io e te,

inauditamente la questione

da logica diverrebbe estetica

e passerei ad una estrosa

epistemologia ma del metafisico.

 

Ti vedo un po’ stordita

sarà l’effetto della polvere

e del polline tra le dita,

 

credo meglio riprendere dal basso

per puntare al cielo candido.

 

Allora con sospetto guardo

un oggetto od un soggetto

e scopro l’identità, tra l’uno e l’altro

 

non vi scorgo diversità,

 

non sono utensili heideggeriani

ma soggetti dotati d’anima,

 

lo senti il dolce romore

della macchinetta quando sale il caffè,

sembra gridare, sveglia!!!

 

non sono solo qui per te?

 

Ma d’improvviso

sarà quel tuo profumo

che si impone sensualissimo

 

e allora lo confermo

 

è un’anima cosmetica

la tua dolce essenza di cobalto.

 

Tutto cambia in mutamento statico

 

E sei arrampicata ai tuoi spasmi,

fumi un’altra sigaretta in silenzio

mentre lo spirito del diamante,

supremo ardire,

sfacciato ti sfiora un po’.

 

Alzi un poco la testa nello sbuffo,

chissà a che pensi,

se al tepore dell’autunno

o alla congiunzione astrale dell’inverno

che riporterà tutto alla normalità.

 

Riflettendoci sopra

un po’ d’erba cresce

sui piedi fatti a conchiglia,

 

i pensieri assorbiti,

una eco lontano,

 

mi sfiori la mano

 

mentre si agita la maretta

della rivolta studentesca.

 

“Siamo noi soli”,

 

dici e sorridi e tremi,

 

hai voglia di me.

 

Ed allora un abbraccio plurimillenario,

un approccio geologico e atmosferico

dei nostri corpi che si sfiorano,

 

la pazienza delle tue nobili trincee,

le placche della Pangea

che si dividono ma un giorno

in congiunzione questo eterno movimento

sarà la libertà tanto sognata

dal nostro fermento,

 

poi un sorso di vino,

 

mi stringi un po’ più forte,

 

ti do la mia coperta

 

ma restiamo mano nella mano

 

avvinghiati all’abisso.

 

E finalmente dalle tue parole

tradirò un ricordo,

sarò sempre più libero,

un Icaro distratto

ma fremente come il segno

che hai impresso sul tuo polso.

 

E in silenzio prolungato,

quasi meditativo,

 

scompare dalle cose

e dalle persone

ogni tratto negativo,

 

i valori hanno fallito,

guardiamo ad una nuova filosofia,

lo studio sistematico

dei fondi di bottiglia,

 

fondi dove alberga

l’anima più pura

e che deve esser solo manifestata

dallo spirito.

 

E stasera, ti dico,

tu lo emani.

 

Tutto “peace and love” il nostro incontro,

bandiere d’Assisi con la pace,

spillette trasversali con i teschi,

un po’ un “memento mori”,

un po’ pars destruens.

 

Ed allora zitti

costruiamo con un bacio arrogante

 

nell’etimologia distruggeremo

questo inferno di schifo,

 

questo impero claudicante.

 

E passa il tempo,

ormai un ricordo lontano,

fondo di pietrine di fumo

e di rimasugli di ciliegi sottospirito,

 

magari tu che sei l’assenza ,

dimmelo per sempre,

 

dimmelo tesoro

che ti adoro e ti rinnovo

i sentimenti come clandestini a bordo,

 

perché sei la più bella,

tira un’altra pall mall

e scorgi il sole che sta nascendo ad est,

ci illumina l’intenso,

 

ci apre le porte al mondo sconosciuto

del domani che poi altro non è

che una nostra speranza,

includibile nel presente.

 

E tutto cambia in un mutamento statico,

 

sei la dolce essenza

fluorescente della vita,

 

sei il pensiero,

 

l’aurora del mattino,

 

sei il mio sonno,

 

compagna di Morfeo nella notte,

 

mia dolce Selene,

 

Artemide cacciatrice

 

e Pallade rivoluzionaria,

 

ti coprirei di baci

come fosse pioggia al sole.

 

Ti amo così,

un po’ pateticamente,

 

e tutto il resto

domani

sarà un surplus ma immanente

nell’animo nostro.

 

E’ scesa l’ultima goccia

 

E’ scesa l’ultima goccia giù

del tuo sapore viola,

credo che sia il motivo

della nostra trattenuta

nella stiva pleonastica e fantastica.

 

Il gran cerchio del tempo

rosso e blu

più lungo di così,

da pi greco alla sponda del sollievo,

 

in realtà sei il mio sogno per metà,

sola contro il mondo sei tu.

 

Non ti aspettavo sai,

stasera più che mai

il mio corpo è proteso

alle tue gambe intrecciate

ai mie capelli.

 

No, non farlo, non distruggermi,

 

nel tuo pensiero lascia spazio

al mio futuro.

 

Poi ritorna quel nostro circolo perverso

menato per l’aia

come fondo di grondaia,

 

i tuoi occhi dal luccichio insolente,

i tuoi sogni da sabarazzina un po’ invadente.

 

Nel puro,

intenso godimento.

 

Godimento.

 

Agitazioni spastiche,

tardo rock.

 

E passi di sfuggita,

mordicchi un po’ le dita e mi dici,

sono stanca di viaggiare,

posa l’auto all’autogrill.

 

Posa?

 

Un panino e poi,

cento lire nel jukebox,

 

ondeggi a stento quando premi

il cuore lento,

 

sei bella sai quando sospiri

e alzi le mani,

 

come a dire non lo so.

 

Tra gli accordi sei distesa

come arresa e me lo dici

come pupilla dello stelo un po’ inclinato,

un po’ svogliato,

dai tuoi sogni agitato.

 

Novembre

 

La marcia ingranata

nell’accelerazione infestata,

qualcosa da dire,

 

pensare col tempo agli errori

e all’ipocrisia per scoprir

se il domani è congelato e insicuro,

poi ad un tratto dirsi

che non ne vale la pena

e sorpassare senza accostare.

 

Ti amo e lo sai,

vado via e ne soffrirai,

resta pure a fianco a me,

 

non arrenderti mai.

 

Porsi degli obbiettivi

a colpo di chitarra,

schiudere le porte,

sorseggiare una birra scura

piangendo della tua frescura autunnale.

 

Le violette sedentarie

ma attente,

i baronati e gli inciuci,

le chiacchiere da comare heideggeriane,

 

in questa riunione sovversiva

cogliere l’egoismo dei fiori,

 

scroccare un passaggio

se va a fuoco l’autovettura,

 

sentirsi immortali,

e rider di gusto degli errori,

agli errori

 

poi piangere di nuovo ed aspettare te.

 

Ti amo e lo sai

che mai ti dimenticherei.

 

Impastare del formaggio

 

incrociando nuovi sguardi

ma lasciandoli alla deriva

per tornare da te

che sei la mia vita.

 

Passaggio inconcludente,

 

fine deludente.

 

Gradisci del latte nel caffè, amore mio

 

Una parola non la puoi mai consumare

se sopra l’acqua volteggia

a dorso come un crinale,

 

e regge il mondo

su queste circostanze indissolubili

mentre io e te passeggiamo

come due stranieri,

 

quanto dolore è esploso

in un attimo in me,

 

che confusione hanno generato

le tue azioni,

 

ho studiato a fondo le intenzioni,

capendo che è l’attimo che conta,

 

la nostra pura apparenza

che volteggia in aria

come un pallone a incandescenza

col gas nobile e stizzito

che ti fa perdere per un momento,

solo uno,

il fiato.

 

Sgocciolano come arpeggi

le parole e cerco appiglio

nel mio cuore docile,

 

ma sei in riva al mare,

il cielo minaccia un temporale,

le onde investono il succinto vestito

che mi fa impazzire,

 

ho creduto a fondo che fosse l’infinito,

non ti so scordare,

 

anima graziosa.

 

La spiaggia imbevuta

e tu tra il telo imbacuccata,

 

credo che metà del sogno

l’ho già scontata.

 

Partono prorompenti

i treni alla stazione,

senti il fischio e immagini i vagoni,

 

i nostri pensieri fuggono

ed è già ieri,

 

tutto statico e immobile il destino,

 

due dita incrociate, la follia del mattino.

 

Mentre continuo a scrivere

e parlare al vento

i tuoi capelli sono mossi

al mio fermento

 

e mi stringo questa volta

un po’ più forte al cuore.

 

Guardo una foto

e si scatena la rimembranza

dell’attualità,

 

le scorciatoie rese viole del pensiero

per raggiungere un sentiero

in cui io ti tengo la mano,

 

tu mi dici di sentirti strana,

sarà colpa del tempo

o delle Parche il lamento.

 

Magari il futuro

cambierà tante cose

perché figlio della nostra più intima

speranza,

 

ma devi crederci, amore,

 

anche se a volte rallenta il cuore,

Davide disse, fermati o sole.

 

Sgocciolano altre parole al muro,

impresse con l’acrilico

della ripetizione,

 

lo sciocco riff dell’azione,

un abbellimento per la colazione,

 

ho creduto e vincerò

anche se resto attento,

solo, in un mare di frumento.

 

Parole sulla tua bellezza

e sulle nostre perversioni,

gradisci latte nel caffè,

o mio amore?

 

Riff

 

Penso dunque volteggio

come solfeggio

e vado all’inverso,

 

la percezione extrasensoriale

è fluido nel fruscio degli spiriti,

Dostoevskij al bar,

 

non è sperimentazione l’emozione

ma prova pratica pronta

per essere ignorata dal passante

incurante della musica,

 

un altro gettone nel jukebox

e pochi spiccioli al mendicante

col violino elettrico della relatività,

 

o almeno credo.

 

Cosmico il ricordo

fisso in me,

 

una malattia la linea bianca

tra genio e follia,

 

si accavallano le gambe

nel discorso che saltella

come la civetta da un posto qua e là,

 

bene dove canta

male dove guarda

 

e tu non consideri per niente

il fatto che siamo soli,

 

l’io presuppone un relazionarsi

finto e a metà,

 

ciò che guardiamo negli altri

è solo proiezione della nostra assenza,

 

credo.

 

L’apparenza l’unica possibile

manifestazione dell’essenza,

 

il traffico della città

all’ora di punta

è un coltello teso

alle mie braccia

che solca la verità

 

due tre olivastre vestali

e vergini di clausura

in contemplazione

 

come ad adorare

il sapore di un bignè,

 

buono il crauto

di prima mattina

all’aeroporto di Bruxelles

 

mentre il parlamento di Strasburgo

è bilingue

esclude il bel sì,

 

magica speranza.

 

Ok, va tutto bene,

due parole e poi,

 

e poi,

 

stop.

 

Intro estroso

 

Intro estroso.

Dentro noi c’è

l’entusiasmo di uno spirito beffardo.

 

Intro estroso.

Non sempre vale la pena,

non sempre è giusto continuare.

 

Intro estroso.

Parla con lo status divino,

sei apparenza sublime e stemperata,

puoi tacere senza essere ignorata.

 

Intro estroso.

La paura del nostro abisso

muterà solo se ti fisso.

 

Forse il silenzio

dei tuoi occhi

non è che pura fantasia,

 

forse il temperamento

del tuo dito sollevato in meditazione

è sintomo di eccitazione

 

al di là della sensualità

già insita nelle orme

che mostri con pudore,

 

forse dal nulla nascerà un sussulto,

quello che avevi senza dimenticarmi,

 

gira il verdetto della nostra poesia

scevra di senso

e pure così concentrata

in mille navicelle notturne.

 

È giunto il momento,

è venuta l’ora,

cosa sono io per te?

 

dillo senza fiatare,

è giunto il momento di realizzare

i sogni miei,

tuoi e di noi tutti.

 

Intro estroso.

Sono ammutolito,

dal venticello allibito.

 

Intro estroso.

Credo di divagare,

ma saltando da un pensiero

a un altro puoi anche tu volare.

 

Affinché distruggessimo la materialità

della violenza

con l’amore dell’anima nostra

ormai incandescente

 

mi spiegasti il sistema

avviluppato su sé stesso.

 

Guarda il vero

 

(Nella Terra di Mezzo

un rombo sul tetto a strapiombo).

 

Ero fermo alla stazione

con l’intenzione di mirare

treni nella noia heideggeriana

e avevo il viso pieno di furore

 

(guardavi tanto

mentre ti raccoglievi

nel pianto)

 

nel sentirmi vivo

come non mai nel disquisire

con la panchina ,

una qualunque

 

(piacere tangente)

 

ma a volte anche le scritte

rendono l’inanimato immortale.

 

Solitudine,

 

( soluzione),

 

beata inquietudine

 

(dannata volubilità).

 

Continuavo

 

(la tua vita è diversa

se senti l’odore donzella),

 

allunga le braccia

 

(ma se puoi perdi)

 

solo se lo vuoi però

 

( non arrenderti),

 

non perdere in divagazioni

quello che dice il tuo cuore

è puro e semplice e lo conferma

 

(guarda lì)

 

il tramonto partenopeo.

 

(Il pub era pieno di gente)

 

qua usano pinte dipinte

 

(ordina pure un doppio jack)

 

e due crodini serali

per le future prossime

invasioni nelle aurore boreali.

 

(Guardati attorno

rischi di perdere il controllo).

 

Mi colpisce diritto al cuore

il tuo pudore

e quell’occhietto ribelle

 

ma anche il silenzio tenebroso

delle apparenze,

la donna perfetta

 

(le invasioni continuano

nella Terra di Mezzo)

 

che brama in tutta fretta.

 

Guarda bene,

ripeto guarda il vero.

 

Nel sorriso del mattino

riposi ancora,

che carina, mia sbarazzina.

 

Guarda lì,

 

ripeto,

sona il bel sì.

 

(La notte trascorsa da un locale

a un altro,

la birra a fiumi,

prego

esula per i drink

il ghiaccio,

così mi piaccio,

riposa pure,

e tu sorridendo chini il capo

come a dire sì).

 

Il lieto rumore delle tende

 

Il lieto rumore delle tende

mi rimanda sincero a te.

 

Tra le strade viaggia

l’anima tua

che non risponde

ai miei quesiti

 

come un soffio della guardia

di frontiera che controlla

il desiderio perverso

del mio intento.

 

Viaggia la mente

e ritorna a te,

alle serate erbose

tra i fumi dell’incenso.

 

Ed è solo un momento

che mi vedo

sfiorire nell’età matura,

 

vorrei che una foto

prendesse vita

e ritornassi magari un po’ tu,

 

ragazza dagli occhi colore del cielo,

anarchica per semplice complessità,

penserai, chissà,

se qualche volta di sfuggita a me.

 

Sta arrivando il nuovo anno

e chissà se qualcosa

davvero cambierà

o sarà solo il frutto

di una nostra più illuminata umanità.

 

Nella mia stanza un sussulto

e c’è un’immagine di te,

magistra et ancella.

 

E fuori il collocamento chiudiamone un altro,

siamo soli io e te

e non te ne accorgi nemmeno,

passa il tempo e siamo cambiati

ma qualcosa dentro te

di me ancora c’è.

 

Il lieto rumore delle tende

mi ricorda le tue gambe divaricate

al vento dell’estate.

 

Poche parole

su uno scrittoio antico,

questo sono io,

eccomi qui,

tante abitudini che non ho perso

in bilico tra un’anima antica, paura e il nuovo corso

che sbalza e fiorisce,

 

fumiamo ancora la stessa marca di sigarette?

 

Il lieto rumore delle tende

 

mi sussurra che darei ancora

tanto per te.

 

Candido

 

Una speranza inviolabile,

sigillo impresso sulla cartapesta

delle tue emozioni,

ascolta il silenzio,

la via eccola qua,

legami indissolubili,

passioni carnali

intrise di spirito sgocciolato

come dalla nebbia intriso,

sembri ciò che non sei,

come a dire violetta,

 

la passione svanisce in fretta.

 

Candido,

il canto di cicale

nel paradosso invernale,

 

sei luce che sorprende

e inaspettata promessa,

sei il vuoto di una stanza

che è ricolma di te.

 

Candido,

se l’ottimismo è un fuoco

che riverbera,

la sensazione pulsionale

è la risposta che cauta

e paziente ci attende,

 

un saluto,

bacetto estroverso.

 

Dici e sorridi

che ripeto sempre le stesse parole,

ma quando le hai impresse nel cuore

l’acqua raggio non distrugge il colore,

tuffiamoci dagli scogli che c’è il mare

di sapienza che spalanca

le braccia nell’attesa,

siamo soli ancora io e te,

 

che tramonto stupendo

inzuppato nell’acqua

come biscotto proustiano del ricordo.

 

Candido,

se l’eroico furore

ci porterà oltre il confine del sapere,

se la mente si espanderà

oltre il tuo pudore,

due parole te le dedico

e tu per me che fai?

 

Sei gocciolina perversa

e già lo sai.

 

Candido è solo

quello che blocca la scrivente,

dai continua a scrivere parlando

col tuo micino dolciastro.

 

Tu animal grazioso

 

Tu animal grazioso,

tu senza ormai più suono,

dipingi gli ultimi istanti

come nebbie atroci e beffarde,

sale il mi minore

della nostra storia

e rappresenta lui in silenzio

la nostra stessa clemenza,

la nostra verità.

 

Un carillon suona

per rimembranza o triste rimando,

al posto di cose ci sei tu.

 

O animal grazioso,

 

o fulgida sordina.

 

Passa trionfale

l’armata letale

 

e noi ridiamo del gioco di parole,

 

anacronistici in questo mondo parallelo,

 

c’è un sentiero dalle mille biforcazioni

 

e poi c’è il tuo dolce volto

e poi ancora tu,

 

mio passato, presente e futuro

a un tempo.

 

Passa e non dà scampo

se non guardi nello specchio

quel che ti ho detto.

 

I cardi questa sera

struggeranno l’atmosfera.

 

Teologia sperimentale

 

E vaghi per il deserto

senza spalle coperte.

 

Ti sorge un dubbio intramontabile,

le statue non sono più le stesse

senza il sorriso di terracotta.

Le anime sperse negli anfratti,

le scorgi facendo trentuno

e si salva il rifugio mentale.

 

Cosa vuoi che conti

chi tu sia in questo mondo,

 

l’esser sé stessi più autentico

è per il parallelismo non euclideo.

 

Ammide di nucleoside

proteso al vento contrario,

 

l’introito netto della meccanica,

il quanto ed il bosone,

 

la gemmazione delle piante,

tachione

le betulle e la fotosintetica

interruzione delle stanze poetiche

che in un attimo ti rimandano

al creatore, la vita nova

è vuoto contenitore aperto

ad altri contenuti sconosciuti,

 

etica etilica,

nel vuoto si ripropongono

situazioni estrose

che non sai rifare

nella realtà annullando

l’esistenza della stessa,

 

se l’infinitamente piccolo

altro non è che infinito

allora è massiccio il peso dell’elio

nel comunque infinito cielo

dove vola per dispetto il palloncino

e tu resti china.

 

Nelle regole

di derivazione non scorgi mica

la biologia del sogno,

 

l’onirica teoria del sonno.

 

La storia sta sempre lì.

 

Suoni dolci come le mandorle

e il lillà.

 

Dimmi amore il passo tenero,

dove sta?

 

Cerchi le parole

 

Cerchi le parole,

quelle nella giusta ondulazione,

va bene così non va,

ma se sposti il tuo sguardo

il fiore sboccerà.

 

Potremmo periodare senza verbo,

no che non ha senso

ma bastano le tue labbra,

sarà che senza te

è tutto più difficile,

 

anche quella dannata parola,

che volava sui campi di grano,

nelle nottate medioevali

su boschi fitti di lupi,

 

ma io oramai ti conosco,

guardo quel tuo viso,

quello che sogna di navigare

sulle nubi

e condottieri da distruggere.

 

I piccoli aforismi,

ne abbiamo fatti tanti,

generici e bislacchi,

specifici per ogni occasione,

 

ossequi alla signora,

 

e allora tu ti volti

come sai fare

con le lenzuola da violare.

 

Ma questa volta credo

sia la definitiva,

 

non hai altro da espormi,

mi soccorri,

ma non è solo della tua carne

e delle tue parole che vivo

ma anche del tuo profumo

delizioso,

 

quel profumo che inebriante

sboccia come fiore tra le piante.

 

E se proprio vuoi sapere

qual è il segreto,

tu sei,

 

prigioniera scalza nel tuo tempio,

 

ed ovemai di me dovessi ricordarti

strizzami l’occhio

e manda sopra il mio respiro

quel tumulto

come quando.

 

Ora mi guardi,

sorridi come sempre

e sempre altera sei,

io sotto il tuo manto sapiente

sarò un piumino incandescente,

 

ho voglia di una birra doppio malto

per smorzare un poco la tensione

e tu che sei ovunque

la dipingi ed io già sorseggio

quello che è il mio piumaggio

e punteggio.

 

Ponendo un punto fisso

 

Ponendo un punto fisso

e ben nascosto

sul tuo profilo ingiallito

mi accorgo attonito

che le parole sono lontane

dai gesti,

 

risuona nel mio inconscio

un pensiero sepolto

ed è questo il motore

delle mie assurde confusioni.

 

Ti vedo ancora passeggiare

incappucciata per le nostre vie

e chissà se ancora ti ricordi di me.

 

Passa un altro giorno

nel tempo che non esiste

ed allora ti chiedi insolente

se sprechi cosa,

 

diamogli un nome a questa inesistente

dimensione vissuta e cresciuta

coi nostri patemi d’animo

 

e con le nostre gioie inconcludenti.

 

Non so davvero

se ancora mi pensi

se il tuo mondo così vicino al mio

si è ormai dissolto

 

senza mai venire al dunque.

 

Nel silenzio tu,

 

chimera eterna

 

non ricordi e gira la banderuola,

il pensiero è sempre di traverso

dove quel punto è l’unico

immisurabile granello

che ci tiene ancora uniti

e di cui tu forse

non hai più memoria.

 

Non puoi dimenticare

quando schivavi i miei passi d’amore,

 

quando non c’era altro tra noi,

 

quando assaporavamo l’anima

dell’assoluto quella notte

da soli seduti,

 

quando ascoltavamo

le nostre parole,

i nostri monologhi

erano inconfondibilmente

l’uno per l’altro,

 

con te tornerei

mia epoca lontana,

 

in un attimo le cose cambierei,

ma il passato è dell’oggi il domani.

 

Tutto è nostro

 

Sul piano di un abisso ti miro,

tu sei dissacrante come sempre

ed io coi miei occhi ti investo,

c’è qualcosa che mi insinua,

è il tuo pensiero anzi il vederti

così chiara nella mente,

 

tutto si è adagiato ai nostri piedi,

tutto risponde solo ai nostri comandi,

tutto arriva dall’assoluto,

tutto può essere nostro.

 

Ascolta la melodia del sempre

dalle pupille sgorga l’incenso,

 

sprizzi di nubi oscure

per chiarire il nostro punto,

 

tutto è nostro,

tutto ruota attorno a quel segno,

 

tutto anche l’amore più urlato,

 

tutto anche l’amore mai esistito,

 

tutto anche me e te.

 

Tutto!

 

Sogni astrusi ma convinti

per sanare le tue indecisioni,

guardo ancora più giù

con vertigini audaci aspettando tu dica

 

sì,

 

è pronto l’ormeggio del desio intramontabile.

 

Tutto è nostro solo per amore,

 

tutto è nostro solo per capriccio,

 

tutto è nostro per delizia

 

tutto anche me, il mondo e te.

 

Due o tre parole

 

Due anzi tre parole nel vuoto,

aspetta un minuto che guardo,

due o tre parole nel vuoto,

aspetta.

 

Le storie di signori

incontrastati dal dominio,

nelle ore perse tra il Danubio e il reverse,

si avvicina la festa di Berecyntia,

allora Lilith pone un guanto nello stagno

con la dolcezza di una quiete mal dimessa.

 

Gli orologi a pendolo

con il cucù,

 

l’integrale inverso

che scapita sulle scale.

 

È tutto un caos,

 

ci pensi tu?

 

Due o tre parole

e salgo su,

 

guardo all’orizzonte il mare,

 

due o tre parole

e mi tuffo nell’immensità

del cielo di Modugno.

 

Sognai passioni inconfessabili

che in limo litis et salis agli opposti fisici

delle sinapsi fecero da giudice,

 

io ti invoco,

 

scendi o dea dai mille volti,

 

il tuo gesto è scaricato dall’ira.

 

Ho perso il sonno

in questo sogno

dall’incenso adorante,

 

le storie non si inventano,

 

scendono da sé

 

come calzate da febbraio

accanto al rimario.

 

Parlami un po’ di te

e delle passioni,

 

io ti invoco Brigith,

 

e mi scordo della 7up.

 

Le ombre della polvere

umanizzate dal soffio di vento,

 

oh passione, passione eterna,

 

rigira l’ LP da te

in mancanza di THC.

 

E la musica va.

 

Trallallero trallalà,

 

banalmente ti amo,

 

dimenticando i fiori.

 

Due o tre parole,

un tiro,

ti adoro Hathor delusa.

 

Ah!

 

Son coriandoli

i tuoi,

buttati all’aria,

vibra il suono,

penso o no,

la mia base musicale

che si perde tra i grovigli

di storie serie

e mai inventate,

 

sentirai la verità che ascende

quieta fin lassù,

dammi il mi, nel bel sì,

tutto fatto alla rovescia

 

e lo dico, ti sei svestita,

campata in aria la pretesa,

e non val la pena sprecare

altri fumetti se fai l’indiana

sulle scale tutta dipinta

tra le tue stesse brame,

 

ok, d’accordo va bene,

scacco alla regina.

 

Ah! che bello il riporto!

lo stavo aspettando

in questa realtà frazionata

 

quoto perfetto,

 

e non parlo del social network.

 

Ah! che bello l’inverso!

 

Lo componiamo

e poi facciamo il reverse,

 

credo che così ti senti perfetta.

 

Questo è il ricordo,

da sfiorire e da capire,

poi aspetto Godot,

poi mi perdo

nella tundra adagiata a dessert del desio,

 

e siamo alla frutta.

 

Questo è quanto,

 

suggerimento,

 

ascolto ancora,

quel folletto,

gira nella mia penombra

il monacello un po’ ubriaco,

è prima mattina,

pensa al tempo,

 

non ci sento

e non penso.

 

Ah! marasma perfetto!

se lo dico e scrivo

ti oscuri e dai senso

al flusso di parole,

ulissico e filmico,

 

ciak al primo arrivato.

 

Ah! che bello così!

Dai non ti spostare

dall’asse cardinale,

vedo che ci sai fare.

 

Questo è quanto penserò

quando in silenzio per non svegliarti

me ne andrò,

 

e non è un tabù,

 

che ne parliamo a fare.

 

Te lo dico così

 

L’antropologia culturale

dell’atomo di idrogeno

che esplode per contorno,

forza, dai, continuate

che le storie sono semiserie,

c’è il fondo di verità nella follia,

puoi pure rimarla.

 

E cosa vuoi che dica del mondo

che mi aspetta,

delle persone che passeggiano

indifferenti e dispettose,

tal altre vanagloriose,

piene di sé e senza rimpianti

cancellano con un colpo di spugna

la gente che diventa fluorescente fluido

da rigettare per i gomitoli di lana

che non sanno tessere o aspettare.

 

Te lo dico così, senza pudore

e farneticando un po’,

 

la folla che ostacola i miei pensieri

mi sta in sordina

se penso fremente a me stesso

incandescente e pronto

ad esplorare ciò che voi non sapete vedere.

 

Un’altra apparizione,

la madonna e la pietas,

nella tundra oscura

 

una ragazza che addomestica

la lonza, la lupa e la leonessa sbronza,

 

le rivoluzioni culturali

seguono soltanto la stima

della musica

e son frutto di una realtà sfiorita.

 

Cosa pensate che vi dica

 

se non c’è più fiato dalla mattina?

 

Sono un semplice balbettante

dinanzi alla verità divina.

 

Che dolci illusioni atemporali,

 

ah! che passioni!

 

Il pensiero nuovissimo

non lo riesco a scorger.

 

L’epoca della vendemmia

è giunta all’ora terza,

 

pensaci un pochino,

se vuoi faccio l’inchino.

 

Sei un miraggio come reggia diroccata

 

Sei un miraggio

come reggia diroccata,

la tua immagine che riflette

sul mio corpo

e vive ancora in me.

 

Sono in un giardino fatato

appisolato

mi immergo nel verde

ma non dimentico te

che sei in ogni cosa

stupore e disincanto.

 

Ho una vertigine

 

assurda

e mi viene la voglia

di ritornare a un passato

indefinito e lontano.

 

Un sapore disperso

e spaurito sono ora io.

 

Nei roveti roseti turbati

e tanti diademi trapunti

dalle dodici costellazioni

ed immensi come un retrogusto

d’infinito sono i giorni miei

che trottano a ridosso

di un eterno ritorno.

 

Nella foresta nera

un’atroce rimessa di fiati

che accordano la voce

ad ogni tuo passo felpato,

 

come pioggia il manto

che hai appena tracciato.

 

E come vorrei fissare questo momento

su filigrana

ma passa il fluido nascosto

del senso della parola

ad una velocità superiore

alla luce

ed ogni tempo si confonde.

 

Piove

 

Piove

sulle tamerici riarse

dal tempo perdute

e dal senso delle tue parole confuse.

 

Averti è ormai il passato

ma sei atroce.

 

E sento che non c’è più

il verso di ogni lacrima

che ha perso direzione,

 

ti schiarivi nell’autunno

mentre l’estate mi aiutava

a conoscerti ma come eri

e sei veramente

lo avevo solo sospettato

 

e, credimi,

fa troppo male

il sole del mattino

quando sveglia tu non sei più

al mio fianco,

 

e ignorami,

inventa un’altra scusa

ancora ora

che non siamo più insieme,

 

spreca una parola maledetta

ora che non mi puoi far male

perché ho già sofferto

e questo non lo puoi sapere.

 

Piove ancora

nel campo dove i fiori

germogliano malgrado te.

 

Averti è ormai

solo un sogno

ma adesso che non ti ho

più al mio fianco

forse

potrebbe essere il futuro,

 

un sentimento che sgusciava

via dalle mie mani

e credo che era solo un sogno.

 

Piove e non so aspettare.

 

Aspetto

 

Ma sono solo fitte speranze

quando respiri piano

appesa a un punto di domanda,

oppure all’angolo di quella strada,

 

così, giusto un po’ immersa

dentro i tuoi pensieri

mentre un attimo di sfuggita

mi guardi,

 

come un passante che attira attenzione

chissà per quale misterioso rito

ti ascolto e ti sento

a me un poco più vicina,

 

saranno gli occhi

o forse il tuo cappello,

sarà il tuo volto

che sembra da ragazzina,

 

così, dicevo,

ti ho più vicina,

 

guardi l’orologio

come fosse l’ora determinante

in un rapporto

e poi ti accarezzi

il polpaccio con la suola,

 

guardi a terra rimuginante,

è solo fiato sperso tra le piante,

credo sia questa la tua conclusione,

 

scisso lo ione come fosse

indivisibile iato,

 

sillabeggi come fosse niente,

e me ne accorgo dal tuo dito

sospeso

che come in bicicletta ondeggia

e divide con sapienza

le mie parole in sezione aurea,

rispettando metriche duecentesche,

 

è solo un attimo per le chiare acque fresche,

adagi infine il tutto su un pentagramma,

il rigo musicale lo leggo

e un po’ mi piace,

 

ricorrono le stesse parole

ma le note sono così disilluse

da farmi sognare di andare distante,

su una nuvola lontana

o in altri paesi,

 

lo vedi che non ti sei arresa

e neanche io,

è un balaustrino che ci rende

perfetti

 

leggendo le nostre balbettanti

imperfezioni

ed una nuova marca,

un marchio,

un simbolo od altro

racchiuso dentro al libro,

 

per pudicizia sempre chiuso

e sigillato,

me lo porgi con longhissima manu,

sembri avere ius vitae ac necis,

 

che bello quel pensiero di rivolta,

giochi col fuoco, cara,

e si sta facendo sera,

 

in piena notte so che leggerai

o con un dito in bocca solo immaginerai,

 

e giro l’angolo

e non mi hai più in traiettoria,

ogni balistica è stravolta

dai tuoi sguardi

 

che piegano palazzi e sassi,

 

in un attimo è la confusione

che ti raddolcisce,

 

ma poi sicura prendi

e sfoderi la spada triste

dalle tue labbra in movimento inclinate,

pallida e dolce in un secondo,

 

e te lo dico topomasticamente,

non ci giro attorno a quell’intorno

costruito, ma come fai a pensarci?

miri il dito ormai trafitto,

sembri morente quando tutto

è chiaro,

su per le scale del gaudio inesistente

e vago, ecco, vedi,

sei sullo stesso piano

e non ti inclini

con la metafisica di un autotreno,

sei irrigidita ma sorridente,

hai solo un attimo per i pensieri in fuga

mentre ti sento trottare e roteare

come dardo astrale.

 

Comunque se non vuoi è lo stesso.

 

Come ti posso contenere

con la musicalità delle mie povere

e sempre le stesse parole?

Potrei provare a disegnarti

se il tuo volto non mi sfuggisse,

ma in ogni istante di questa primavera

anticipata germoglia già il pesco

e non te l’aspettavi,

 

germoglia dalla mia finestra

e giuri che non ci credevi,

con un atteggiamento sbarazzino

sai socchiudere e lasciare immaginare

le porte del destino,

 

amore

è come mandorlo confuso,

verrà il giorno e avrà il tuo nome,

impresso sulle soglie in declinazione,

santi numi mi pensi!

 

è tutto appena appena sperato

e nato,

mi sai confondere

e come te poche ci riescono,

bellina mia, mia dolce,

per te sta calando il sole,

per te le stelle e la falce di luna

che sorride beffarda ma silenziosa

e fissa ti guarda e sa capirti,

 

ecco che scende la scala musicale,

con la chitarra proprio mi vuoi cercare,

guardi diritto e sai di avermi trovato,

ma poi ti fermi e non sai finire

 

e così dici ho poco da spartire

con i miei stessi spartiti

che viaggiano da soli,

partiture come flussi di coscienza,

 

è l’attimo della tenerezza.

 

Comunque se non vuoi è lo stesso.

 

Ah! o mio dio!

 

La musica governa

ogni evoluzione culturale,

e così lo puoi capire,

adoremici che credete nei numeri

senza contare nella loro

intrinseca unicità sonora.

 

Non credo sia dedotta

la frase che ho scomposto,

Hegel era un coglione,

Aristotele lo sa pure fingendo

che ad un certo punto l’uomo

si fermerà,

ma credo, e qui Darwin non lo sostengo,

che non è mai iniziato

un mutamento

che la realtà è unica

nella sua staticità.

 

Ah! o mio dio!

 

Fingendo indifferenza,

la tua incredulità mi fa un baffo,

sai.

 

Non mi tange la tua stupida verità,

gli ideali, il matrimonio e la famiglia,

che realtà imborghesita e monocromatica.

 

La benedizione fa un ammicco

alla reale condizione di castità,

 

ci credi per davvero all’inscindibilità?

Le tue rivelazioni a mezzo tono

sono sempre le stesse.

 

Che pensieri sociali,

odio la società preferisco

una comunità d’intenti

non viziata dal pregiudizio dialettico

della tua imbecillità parascolastica

e parascientifica.

 

Ah! o mio dio!

Ci credi veramente?

 

È una follia la mia vita,

ma mi sta bene così.

 

L’evoluzione culturale

dipende dal tuo gusto musicale.

Non credere neanche un attimo

di poterne fare a meno,

 

è la sfericità delle iperbole sonore

come Venere strabica

che ti rende perfetta.

 

Ah! o mio dio!

Ci credi che basta un dito.

 

Ah! o mio dio!

 

Piccola Selene

 

Gli odori soffici

della nuova stagione balbettante,

appena appena stonata.

 

Gli odori

mi invadono le sfere eteree.

 

Passeggio tra le strade

gustando infusi di marzapane,

in sul monte della verità

rivoluzioni eterne,

 

c’è necessità di incubi svelati

per divenire esseri entropici dei sogni.

 

Gli odori dal vento cullati

nel mondo inclinato

di questa dimensione

di cui non sempre vediamo

la sfericità imperfetta,

 

sto bene senza,

dici impiegata come un bosone solo,

 

questa frase è falsa.

 

Gli odori della realtà di Maya.

 

Pulsazioni destromani

e perversioni mancine e strabiche,

 

qual è la verità?

nulla indulgentia sine scientia.

 

Custodi un po’ stolti

dei misteri egizi,

introiti in sé incupiti.

 

Gli odori dal senso svelato nel verbo.

 

Gli odori per te piccola Selene.

 

Bacio di Giugno

 

Quando il sapore del canto inviolato

stringeva nel volto

una nuova incursione

del logos che dal fiato

come indomita brezza

portava al concreto

io stesi le parole

e rimasi in silenzio

ascoltandoti ancora

pronunciare le tue superbe

dolci effusioni.

 

Era di maggio

oppure di marzo

che il tempo stringeva

ed andavi veloce,

 

più chiara ad ogni incitazione

ed era solo l’inizio del vanto

e notte si fa.

 

Tu mi premevi il corpo

col ventre dicevi

parla ancora

ma io più mi chiedevo

e più non sapevo.

 

Era una storia scalfita dal fuoco

e ora è solo un miraggio autunnale,

una scusa,

qualcosa che non so più ricordare.

 

Stringimi più forte

dicevi invadente

ed io lo feci soffuso

a palpebre dischiuse

 

mentre il canto proseguiva

ed io imbavagliato un accordo

continuavo a seguire.

 

Era il sapore

del bacio di giugno

o un precluso venir mano mano

nel senso di questa attuale,

spietata eppur incantevole primavera

che i fiori rinchiusi liberare mi fa.

 

Era o è,

cosa mi dici al trasbuardo

 

era l’ultimo sguardo,

una storia che nella genesi

trova l’epilogo,

 

era o è ma così è sempre stato

mentre cambi aspetto,

pure tu coperta dalle viole

o dal pesco,

 

era di marzo,

era che il giugno fiorì.

 

Io criptavo messaggi segreti

e tu li decriptavi paziente e indolente,

dov’è l’arpa? dov’è il pizzico o il volo d’augello?

dov’è il mantra incastrato?

oppure dov’è il mio rimario?

 

Fa un po’ tu,

io resto sullo scoglio a guardarti.

 

Era di giugno

e non me lo scordo

se il marzo inviolato

è passato col rosso.

 

Goccia di te

 

Una goccia di acido acetilsalicilico

nella mente in giro solforico,

ogni cosa a collo di bottiglia

tra le mani agitate nella soluzione.

 

Un ricordo inconciliabile

con la tua celebrale iperattività

ma non mi rispondi se voglio cercare

la fonte imprevedibile

dell’elisir filosofale aureo,

 

come dall’imbuto su posto fluisce

lo scritto di ogni libro

e il certame di ogni libero pensiero.

 

Ecco là, ecco lì,

che si può continuare anche solo sì o solo no,

comunque trovando le risposte

a quello sconfinato mondo

che hai dentro sopito

e che si vuole risvegliare.

 

Pensaci ancora!

 

Suvvia inoltrati

e non aver paura.

 

Ciò che poi nascerà

dal mondo nostro sepolto

non è ritrosia imperiale

ma sapienza sesquipedale

e chiara come la tua mossa fulminea.

 

Abbracciami!

 

Suvvia lasciati andare.

 

Penso a te ed ogni cosa

è stoltezza e miseria.

 

Penso a te ed ogni rivoluzione

è fatta solo a tua immagine

e simiglianza.

 

Penso a te ed ogni intrusione

è solo vispa abbondanza.

 

Penso a te!

 

Ciò che è in subbuglio in me

è frutto del tuo sguardo introspettivo

e di ogni cosa che riguarda il volto

e te,

 

l’aspetto linguistico

di un gioco intramontabile.

 

Poi improvviso un raggio di sole

e un incontro desiderabile

e post meridiano

e direi telepaticamente sconnesso.

 

Adorabile!

 

Scaglia ogni vuoto inesistente

perché stracolmo della tua

magna intelligentia

 

quasi al di là di ogni umana comprensione,

potresti anche stare in silenzio,

intuirei comunque il tuo verbo

perché spirito della tua immensa

apparenza manifestabile.

 

O sì o no

è questo il dilemma,

 

scegli un teschio per porti

sul baratro,

 

ma non sai e non vuoi varcare

il confine se trapunto

ed infestato da insuperabili spine.

 

Ciò che per me rappresenti

è l’oltre limite,

è il limite di ogni destino

ridotto a cenere restia

ad ogni insensato mutamento,

statico è il tuo essere divina.

 

Penso a te e si apre il cielo

perché sei in me

ed al di fuori

mia illuminata rappresentazione.

 

Penso a te

e credo fermamente in me.

 

Penso a te

e spero solamente

in un tuo inclito sguardo traverso

e perciò stesso immenso.

 

Penso a te!

Ciò che ascolto dentro te

è la paura del domani dileguata

e fondata su un pensiero

che irriducibile affonda

ogni flotta avversa

e la rimette a pacifica resa

intermittente del tuo saluto

in me gaudente.

 

Profumo di pollini altezzosi

 

Potrebbe essere vera la conclusione

in confusione,

le spiagge già dicono di sì

con brezze primaverili.

Potrebbe essere anche vero

che sull’asfalto si intravede

la luce della concupiscenza

e flotte ingiallite di sigarette

e gomme atomiche

di stile corinzio come colonne

piazzate a punto fisso

su un filo di Arianna

piantata in Nasso e solitaria

sull’isola mentre assurge il drappo nero

e il Minotauro si rincresce

dell’accaduto attendendo soluzioni

o continuità

curvo e spaurito

alla fermata del treno,

 

regno mai più violato.

 

Il profumo di pollini altezzosi

incupito dal vuoto dei tuoi silenzi,

silenzio alessandrino

e in codice mattutino

di finte speranze

vendute a poco

su piazze giganti e restie

a compromessi dialettici e immensi,

sviliti, traditi.

 

Le mastodontiche sentenze

dinanzi a un rifiuto

smantellato d’assenzio,

 

le prime scorie di basalto

pongono assedio.

Il pianto si confonde

col clamore

 

e si accende di soppiatto.

(Le guardie in tenuta da spola

guardano intralci alla deriva generale).

 

Nel porto un sapore ditirambico,

sguardo nuovamente perso

alla tempesta

che si affaccia in orizzonti troppo lontani,

è solo apparente la momentanea quiete,

sogni mai sfioriti e divertenti,

prorompenti.

 

Lo zoo di Berlino

 

Io ascolterei

il lento soffuso tepore di te

in quanto piangerei

vedendoti ancora.

 

Io annuncerei

motivi di strada

perché la tua essenza più non svanisca.

 

L’ago trabocca un poco interdetto

e scende a lambire la tua pelle svilita,

la ascolto e ascolti anche tu

la mia melodia, la vivi

al di sotto di ogni vera passione.

 

Io spenderei

altre due parole

perché in preda a questa mia follia

ti veda ogni giorno

nei miei gesti puerili.

 

Io continuerei

per farti pensare

ad un anarchico Nietzsche

che fissi atmosfere

e con i miei occhi ti squadri.

 

Riascolto di nuovo la tua voce,

vanagloriose memorie sospese

che raccolgo da inutile stilita

ritirato sul Monte Ventoso,

ogni sua incitazione

mi freme nel cuore

al punto che non la so più scordare.

 

La sento e si trascina sotto pelle.

Ancora,

sì.

 

Il pensiero è senso

 

Ho posto condizioni

in giorni a ciò protesi,

descrizioni minuziose

di mosaici in sé imbalsamati.

 

L’atmosfera è incline a rendimento,

tra le viuzze dei tranvieri del triumvirato,

cardi e decumani attendendo

i passanti stanchi.

 

“Dixerat astrologus

periturum te cito,

nec, puto,

mentitus dixerat ille tibi”.

 

Il pensiero è senso di Diocleziano,

dei compendi e delle istituzioni di Gaio,

Giuliano è l’apostata del significato

ed è imbronciato

nel contemplare divinità silvane.

 

Platone al centro del discorso

scambiando le battute

tra i salmi della Thorà,

prendendo posizione

tentennando un po’ all’inizio

e poi sciorinando versi di Ovidio.

 

“Ecce, recens

dives parto per vulnera censu

praefertur nobis sanguine

postus eques.

Hunc potest amplecti formonsis, vita,

laceris?”

 

Vero e ci credo

 

Il vento tra le finestre,

mille colori la primavera in città,

per le strade ragazzi a giocar,

pochi spiccioli in tasca.

Vero e ci credo

 

che la tua essenza trascenda

l’umana comprensione

per la bellezza che comunica

a chi ha occhi per guardare,

 

il tuo volto intrepido

dagli occhi vispi e sognanti.

Un tempo eri mia,

amica di ogni giorno.

E il vento continua,

 

un brivido caldo dietro la schiena,

sembra spingermi a buttar giù

le tele per guardarci di traverso,

il vero essere di te.

 

Nei tuoi jeans e nel capello

un po’ scomposto,

nel tuo corpo

di quando eri

cinabro tra i capelli,

 

più ci penso e più ti immagino,

ogni lingua tremando muta

si pone ai tuoi piedi

e la diatonica diventa

stupore universale.

 

E quando chiacchieravamo

all’ora di rientrare

era notte inoltrata e già lo so,

non fummo mai prigionieri

delle convenzioni

né lo siamo tuttora,

 

io e te unici al mondo

sincretisti senza aporia

di leggi universali,

 

coscienti almeno

per pura spinta spirituale

del Karma che ci governa

e invade tra le nostre labbra

in visibilio

che fremono amore.

 

Il vento è irrefrenabile,

urlo soprano

sulla settima corda

per precedere la nona,

 

una quinta diretta

con grazia tra le tue mani,

 

e sì, raramente ti incontro

di sfuggita ancora,

anche se il mio verbo esulta

è difficile comporre parole

dinanzi a tale specchio ribelle.

 

Rimarchi la pretesa

 

Rimarchi la pretesa

nella duplice scoscesa

spiaggia ondeggiante

tra le prove e tra le bisacce,

 

le mie tasche.

 

Puoi dimenticare

oppure non fiatare.

 

Chiedi scusa,

posso passare,

due lire tra il crinale,

nella guerra persa dalla pianta

che protende rami al cielo.

Puoi passare,

 

ok hai voglia di gridare.

 

Hai il ricordo impresso

come cartongesso nella mente,

gomma pane ad impostar

la voce senza vocale

impronunciabile e vitale.

 

Nell’aria rarefatta

ti pieghi tracciando

la circonferenza

e senza dualità cominci a fumare.

 

L’inviolabile dittongo

è un miraggio nel giorno afoso

ed infossato,

 

un po’ carino mia biondina

dai velati arpeggi inconsistenti.

Ok parla pure,

 

ma giusto due parole.

 

In ogni verso scorre

senza resa il flusso illusorio

del tempo.

Scaturendo in sensazioni,

 

vai aleatoria,

con la tua unicità superi

le tue stesse insicurezze.

 

L’elmo in capo

è corona d’alloro

nella pax universale,

triplice ardente stuola sola suola

 

capovolta nel trittico intonato,

la musa e l’atomo si scindono

in energie sovrumane,

 

più del vuoto può il sussurro

dell’amore tra le grondaie festose.

 

Le passioni che riponi

si tramutano in legge.

 

Distrattamente

 

Distrattamente

tra la luce della finestra

speravo in una futura ascesa,

 

primavera due o tre pagine

della mia stessa chimera,

 

sogni sfiniti sui libri.

Forse mi chiedevo

se l’inverno è valso a qualcosa,

 

forse non sapevo

ciò che so ora

che sono in confusione.

 

Ti guardavo con occhi puri.

Parlarti non ha oramai più senso

nei miei deliranti discorsi controvento,

 

parlarti era un po’ tutto.

 

Ora tu non sei più la stessa

mia cara,

non sei come ieri.

 

Distrattamente sporgevo

lo sguardo più in là del monte,

le storie velate,

le tue splendide trame.

 

Forse era il dominio tuo

eguale sul mio,

forse non era l’ora,

ma ti ammiravo.

 

Parlarti era ciò che credevo

fosse vero

ma in preda al panico

nasceva la tua indifferenza.

 

E così non sei più tu,

e così non sei quella di prima,

 

di ieri,

 

dei giorni di splendore.

 

Non sei più tu.

 

 

Ciò che penso e vedo

 

Ciò che penso e vedo

è il ricordo di un silenzio teso

all’alba senza redenzione.

 

È quell’innaturale gioia delle persone

tra le mie dita.

 

È il buio totale nelle parole

a vanvera della gente,

è un dissenso come restio

all’intramontabile destino.

 

È  un rimbombo di tuoni lontani,

un fulminio di auto usate e consumate

come tamburelli zingareschi

ed eclissati dal tempo

in cui non c’è più bisogno di senso.

 

Sì.

 

È un po’ un essere desto

nelle notti in bianco

 

è un po’ un dimenticarsi di dormire

vivendo nel tepore,

girati come girovaghi nel letto

ad inumidire gli occhi.

 

Come il passare dei giorni

e l’offuscarsi dei sogni,

come un incubo in realtà mai

così denso

e le glorie di delirio folle

ed infine il suono lontano

di una viola come unica cosa

che resta all’estate che si appresta

e già scioglie la veste

rovinata infondo al mare.

 

 

D’altronde

 

D’altronde

questa baraonda notturna

è influsso lunare sul mio umore.

 

Nell’incandescenza spiritica

un che di spirituale

 

nel flusso notturno in subbuglio.

 

Nella temperanza dei tuoi occhi

accesi come foco,

ci basta poco per volare

su strade trascinandoci

a colpi di libeccio etereo,

 

non c’è la giusta premessa

ma la creiamo nell’evasione.

 

Credi pure a ciò che senti,

non dar peso alla vista fugace.

 

Credi pure alle sensazioni,

 

lasciati andare.

 

Credi pure al di là di ogni immaginazione

e con sapienza sguscia

tra le parole col tuo far felino.

 

D’altronde nella confusione

pensavo intensamente

ai tuoi sguardi abbaglianti e puri.

 

Nell’entusiasmo si incendia

lo spirito amante.

 

Nella verità raggiungiamo

i più impensati sentieri della conoscenza,

 

non c’è spazio per ignoranza

o errore fatale.

 

Credi pure alle mie illusioni,

sono il senso,

 

l’unico reale.

 

Credi pure alle deduzioni

dal particolare nasce ogni giorno

un fiore sbocciando irreale

come germoglio tra i nostri discorsi.

 

Credi pure a tutto,

 

credici fermamente.

 

Dopotutto è questa la strada,

l’incubo non ci avvolge,

non ci tocca

ma sfiora sul filo dell’abisso.

 

“Sicut amaracini blandum

stactaeque liquorem

et nardi florem,

nectar qui naribus halat,

cum facere instituas,

cum primis quaerere par est,

quod licet ac possit reperire,

insolentis olvi naturam,

nullam quae mittat naribus

auram, quam minime ut possit

mixtos in corpore odores

concoctosque suo contractas

perdere viro,

propter eandem rem debet

primordia rerum non adhire

suum gigundis rebus

odorem nec sonitum,

quoniam nil ab se mittere possunt,

nec simili ratione saporem

denique quemquam nec frigus

neque item calidum

tepidumque vaporem,

cetera, quae cum ita

sunt tamen ut mortalia constent,

molli lenta, fragorosa putri,

cava corpore raro,

omnia sint a principiis seiuncta necesset,

immortalia si volumus subiungere

rebus fundamenta quibus nitatur

summa salutis;

nec tibi res redeant

ad nilum funditus omnes.”

 

Da sopra a un albero

 

Da sopra un albero

traccio l’incoscienza

e l’anima la sento

nell’applauso e nella gloria sfinita,

 

parlerò ancora e ancora mentirai

guardando questa scena

come spettatrice esterna,

 

sarai in preda a questo spasmo

tutta dipinta di fragole

 

e di albori nati da poco.

Dall’abisso

mi vengono idee testarde e inutili

 

clamori che vanno

man mano in disuso,

 

frasi sconnesse eterne estese

lacrime dal punto di domanda

del tuo fare interrogative retoriche

 

mai così vive

come quando fuori piove

o trama tra le squame bagnate

e traspiranti dell’assenzio.

 

Banalità ripresa che distrugge

ogni correre qua e là

tremiti intensi

tra vespri e libertà,

 

due nastri grigi tra le labbra e la follia,

soffici bolle decorate

al mio maggiore incanto stonato

e posto come idea

dalla tua veste scintillante

più purpurea dell’intenso

 

scadere tra pagine fenice.

Non fuggire tra i cespugli

e i cespiti ingialliti,

 

non sfiorire

mia eterna unica follia.

 

Poi in silenzio ti prepari al viaggio,

non hai sincerità che possa chiederti

a quando ma soltanto quell’intensità

che porgeva adolescenziale

velleità

a tratti di spuma

 

e resta lì sospesa

a vanità

 

nello specchietto riflessa

e santificata

 

con l’incenso del perdono,

 

nel mio ricordo frutto

di doni imbiancati.

 

Inutilità paonazza posta un altro ciao

tra il cablaggio stanco

di inestricabili domani

vissuti già da oggi

da questo istante che già piange

coperto delle velate ortiche

che incutono timore nel buio

del tuo cenno turchino

 

occhi ormai dimenticati,

vai via davvero

 

e non so decifrarmi più.

 

Non fuggire come cerbiatto tra i licheni,

 

non sfiorire mia inutile verità.

 

Chiuse le porte della conoscenza

 

Chiuse le porte della conoscenza

spalancate nella prima metà del secolo

per coscienza,

 

nel tepore lunare mi svestivo.

L’erba della quinta ondata

sparsa nella celebrale dialettica entità.

 

Credo nella mia incoerenza

con tanta clemenza,

 

credo a volte a ciò che dico

per temperanza.

 

Sapori deliziosi

nell’alabastro delle coppe,

miele mischiato ad ambrosia

per colorire il senso,

 

la mia vera personalità

nel fumo della stanza incalzante

 

e musicata.

 

Credo che questo pensiero

sfiori corde dissipate,

 

credo per sentito dire

all’anima del mondo

 

che come vortice in ascesa

risucchia lo spirito

della resa ad occhi chiusi

e fantastica nell’assurda meditazione

sul cobalto,

 

presenza intensa

di ogni promiscuità eclissata

 

dalla purezza del tuo sguardo

e del tuo strano cenno.

 

La passione

 

La musica col suo riverbero

ha spaccato,

nella penombra del mio passato,

 

comunque le sensazioni

sono all’ottavo grado

nello sfinito astruso mio fiato.

 

La passione è un’illusione

che vampa con grazia innaturale

e accende un fuoco indissipabile

sulle nostre sensazioni.

 

Nelle tue dolci lentiggini

da fiore sbocciato sei protesa

verso confuse irrealtà,

 

hai bisogno di svelarti come sei

o rimanere chiusa nel tuo guscio

inaccessibile e misterioso.

 

La passione mi manda in confusione

e stordisce come intatta

sul tuo volto,

 

tiene un po’ di tempo preso al volo.

 

Il fumo sulla cattedrale

pensando all’oggi,

parlare all’inverso

di Baudelaire e dell’assenzio.

 

Il baldo sul fuoco

Il bardo in bicicletta

timido

Dilan Dog.

 

Sembrare un po’ assorti.

 

Assopirsi.

 

La passione che sfiorisce

è il nostro sommare intenzioni spoglie

e tiene viva la pretesa

della nostra vita intensamente

e un po’ ripresa.

La passione primordiale non perisce.

 

Per te

 

Il quesito scucito

e preciso.

 

Le civette affacciate sul parquet

domandandosi a tratti perché,

 

la ragazza spara,

ha già dipinto il vestito

e si è scurito il viso

 

del dilemma cavalcato

nel lemma aforistico e senza pietà,

 

potremmo sognare,

continuare a farlo,

 

residui della vecchia guardia

a fumare sorseggiando vodka

come fosse caffè,

 

forse erano le tre.

 

Per te.

 

Il fiore ormai è trapassato

ed il moderno è quello che era stato,

 

dolce la fragola nel gin

accompagnata col bignè,

 

santi sono i numi,

canti sono i lumi

tesi in inversa processione

 

audace sulle mendaci trame,

 

questo è il punto

o Lou von Salomè.

 

Con le bastardate i caini del sufflè,

con i piedi nudi in ascensore

scavalcando il giocoliere

che fa a pugni con me

tra dardi e birilli sordi

come trilli,

 

poi all’improvviso un’ ombra sul tuo viso,

 

disse qualcuno,

 

vasto il melodramma

della mia volgente flemma

all’interno dei sogni

 

e allora se è per te

sono al corrente del dessert,

 

visioni si materializzano

nell’inconscio ormai deriso

e io sono qui per te,

 

e piove.

 

Per te, per te.

 

L’alba era rinascita

ma la nuvola mi fa capolino

e l’alma nel mattino

piange attendendo la sera

nello stesso istante in cui parli di me,

 

l’intervista al rostro imperiale,

 

parlare con oltraggio

senza aver timore reverenziale

e ponendo sotto i piedi

il sordido principio d’autorità,

 

ecco tutto questo è per te,

 

potremmo scriverlo

o magari masticarlo

ovvero sorseggiarlo un po’.

 

Per te, per te.

 

 

Cromatura dark

 

Parlando a briga sciolta

nel deserto infausto

del silenzio e del tormento

trovo te.

 

Come stai? Che fai?

È l’età la tua dualità!

 

Va be’ diciamo se l’intenso

inverno si nidifica

e le tensioni moltiplica.

 

Ok.

 

Vai così,

 

strofinio.

Da beata fonte

sorge il mio languire,

 

Artemide è già qui

e tu in ritardo sacerdotessa sei,

volessero gli dei

mi ti ci penserei, vorrei, farei,

 

sciogliti nel gesso.

Cromatura dark.

 

Mi basta già la penna

che possa scrivere

e te con i tuoi urlettini audaci

amore mio già sei

perché dicesti lo dipingerei

 

il volto tuo su filigrana

e tu compari e vai,

ti spargi nel via vai,

ripetizione danzante sei.

 

Bagliori.

E puoi partire

 

con il biglietto obliterato anni fa,

che dolce sei,

che belli gli occhi

per cui perdo il senno,

 

ed è tutto ok.

 

Io ti guardo

desossiribonucleica mia,

 

sei proprio tu.

Ok, lo so che gli anni passano

e come cicatrici qualcosa lasciano

e la partenza ormai incombe

 

su, non fossilizziamoci,

un cambio c’è.

 

È tutto ancora ok.

 

Momento propizio,

Cromatura dark.

 

Vai così sei perfetta

nella giravolta che maledici

e fai lo stesso in vertice

e muretto scavalcato

schizofrenico l’ardire

un po’ frammentato

dei nostri progetti protesi

verso l’attimo

 

che ora rappresenti ed è.

Cromatura dark.

 

Come stai?

Sciogli la neve,

 

piove già mentre ti asciughi

il colore dei capelli e pensi a me.

 

Va bene così?

Mantengo l’elastico

mentre ti snodi e fai.

 

Già troppo dai.

 

Te ne ravvedi

ed eclissi tutto sul rimmel.

E come va? È così ancora?

 

Tu sei splendida stasera,

manca qualcosa,

un nome o una persona

 

ribonucleica.

 

Serata splendida, ok,

va bene,

 

sei fumante ed io ti ammiro.

 

Aprile 22

 

Ciao, mi faresti accendere per piacere?

tre litri atroci,

due spose e tremila deludenti,

scadenti tridenti per sognare

notti al mare, lascia stare,

fra le scuse nelle frasche

sono a respirare aria

da centro sociale,

 

sale sulle scale

delle tue vocali

la mia mano intrecciata

dal legame intenso del senso.

 

Vedo, ciò che vedo,

 

fallo, ti prego, ci spero,

non trovo pace

nelle discussioni intramontabili

mentre ti penso,

 

sei densa come erba,

ti sgretolo tra le mani,

 

preferisci se faccio subito

ovvero aspetto,

 

d’accordo.

Pensi, tu

davvero,

 

ti rincorro per averti in cartolina,

risentirti mentre scruti la mattina,

 

i tuoi piedi intorpiditi nel risveglio,

tra la nebbia delle mie sigarette

ci credi,

 

strizzi l’occhio

come avorio è il braccialetto,

 

l’estensore ti strofini

e dici mai mi alzerei dal letto,

vorrei dire le assonanze vespertine,

ripetute come respiri del male,

mi concentro ancora per due ore,

 

sei davvero complicata con stupore,

guarda fuori come è bello

fa capolino il sole,

se rimani ti richiedo,

vuoi restare? è aprile,

se sul bordo della sera

facendo un altro tiro

ci pensiamo,

 

abbiamo navigato troppo

con la fantasia,

 

o forse no,

mi sai dire il giorno e l’ora

con precisione,

 

si sottende ad un pensiero

ma si stende una vocale sul sale.

 

Io ci penso ancora, anni tanti,

ci vedo ancor quel poco di tenebra,

 

i nostri sogni apocalittici

e gli uguali segnali del destino,

ti direi ti amo, ciò che voglio non so.

 

Io ci penso ancor

a quel raggio che sei tu,

 

un raggio oscuro che investe

e tutto copre con dolcezza

e delicatezza,

 

col tuo solito fare moine

ed effusioni rinate

come catene che apri

e poi richiudi

nelle occupazioni notturne.

 

Ciao, per favore,

mi sfioreresti le labbra

con la tua solita grazia? prego,

sono pronte,

 

manca poco ad un intrecciarsi

di illusioni, sia gentile mia amata,

lo faccia subito,

 

bevo un sorso

mio angelo azzurro

pur inumidendo il resto

 

ma è un residuo del mio nulla,

allora? Sei pronta?

 

Caravaggio sembra

l’incisione del mio cuore,

tu come sei precisa questa sera,

 

ognuno di noi ha da fare,

ma adesso per favore

non ci pensiamo,

 

proseguiamo con le prose liriche

in chiaroscuro,

che docile, cominci a danzare

 

ma sei pronta ad azzannare

le mie labbra come fossero ciliege,

miele,

 

ok, d’accordo,

leggi ancora

manca solo qualche ora.

 

Io ci penso,

ci penso tanto

ed è assurdo lo so,

 

ci penso per ricordare le strade.

 

Io ci penso ancora,

 

ci penso per guardare

i fari delle macchine

e le dita ingiallite

dei freni roventi

sulle sabbie mobili del tempo,

 

ci penso.

Io ci penso

 

come se attraversassi

il sentiero dei mie giorni,

 

vapore l’erba si consuma.

 

 

Nel trapassato soffuso

 

Nel trapassato soffuso

ricordo oscuro,

di pomeriggio,

l’afa ricordo ancora,

con il pensiero rivolto a te

 

ti ammiravo mentre guardavi

la leggiadria delle correnti avverse,

delle ondate iconoclastiche

di pietà mondiale e spirituale,

 

l’anima la tendevi già

verso l’infinito,

per le tue rose in pieno agosto

andavo pazzo,

 

eri la più bella,

sai?

 

Era ciò che poi è stato,

tu mi ascoltavi mentre fingevo

e ti porgevo la mia innocenza

rivestita d’amarezza,

 

il tuo ritorno al paleolitico ingorgo

imbalsamato,

 

non lo ridico per non sfiorire

ma l’attimo davvero ci fu,

 

poi si annidava sopra i nostri occhi

stesi nel godimento la passione

e ciò che restava della serenità,

 

forse è per questo motivo

che l’intento ormai è svanito

ed il tempo è passato

senza conseguenze

ma prendendo con sé ciò che resta

del mio tributo, o cara.

 

Una parola viene o non viene,

lì parlava l’umidità delle nostre labbra

esplose in un bacio,

 

sì ti pensavo mentre ti vedevo

ed era passato l’attimo dell’abbraccio,

 

ti adoravo senza gloria

come un forsennato

e il momento venne da sé,

 

ti desidero ancora, sai?

Ed ora che sono

all’ombra del ciliegio

e penso a quanto ancora sento,

 

le sensazioni vanno e vengono,

mille pulsioni mi rinvigoriscono.

 

Le tue splendide giunture

e il taglio degli occhi riflessi

come su specchi d’acqua bramo

 

perché sei sempre dentro me.

 

Mia cara, dove sei

scissa in prosa e trafitta

 

che sarai e che farai

senza poter mai più rinnovare

il cenno col capo

come quando dici no?

 

Ti desidero e lo ripeto.

 

Fuori da questo illusorio tempo

ci lambiamo ancora

 

come due scampati

all’ultimo sbarco della vita.

 

Perché non mi appunti

più le tue iniziali

e le conclusioni sulla pelle?

 

Hai steso il sogno un po’ sbiadito

e l’hai riposto nella valigia

pronta a partir,

 

all’improvviso ti ho chiesto

se il ricordo è più forte del pianto

e tu sorridendo hai chinato la testa.

 

Ed ora ti voglio più che mai,

lo sai?

Ci penso ancora alle tue stupende

sottolineature sopra i nostri manuali

da sbirciare come facevi

tu quando disegnavi distratta

e vanagloriosa.

 

La tua voglia era immensa

e non dimenticai

perché così è la vita,

 

ti imprime le parole

e i gesti su filigrana,

 

mi fa bene un poco d’aria.

 

Mia cara ora che si fa?

Dove è la verità?

Noi siamo legati da indissolubili trame.

 

Al di là del bene e del male

viaggiamo con la mente ancor,

 

sei qui?

 

Potresti uscire col vuoto della sera

 

Potresti uscire col vuoto della sera.

Non pensi di me per incisione statica.

 

Una soluzione ibrida e tenue,

un pensiero e un ricordo

come dissi e sempre dico,

 

un sogno desto

per illuminarmi di immenso,

 

senza paura e senza panico.

 

Siamo nati dal disdegno

del futuro intrecciato

con le follie della notte

che ricorda fiumi d’autostrada,

 

solchi tracciati e poi sepolti.

 

Parli.

 

Prepararsi con ritegno,

fare il bagno al mare

e non guidare spiriti avversi

affogati in tracce di benzodiazepine.

 

Bruciare di passioni mai arrese,

correre a perdifiato senza più fiatare.

 

Nell’ingorgo americano

cercare melodie londinesi

e sciogliere il ghiaccio nell’infuso,

 

intruso.

 

Ascolti.

 

Accendo una pall mall

e spengo il cuore.

 

Profumo di vaniglia

invade l’olfatto tramutato

il tuo sospiro in candido felino.

 

Duplice parossismo.

La carestia di parole ed i concetti,

 

guarda, sempre gli stessi,

avrei bisogno di mutare il trambusto,

di guardare fisso negli occhi

il mio gatto per ispirazioni

a perdifiato.

 

Come adulati dalla sorte,

in bilico tra cielo e monte

puntare il dito indicando

la prima stella mattutina.

 

Ancora,

 

stop.

 

Andare come un vaporetto,

forza scendi dal mio letto,

 

stai esaltando ciò che non ho fatto.

 

L’incrocio.

 

Lo sgorgo.

 

Canti mia upupa nella calura atroce.

 

Ah però!

Aspetto un po’.

 

La canzone

 

Sosteniamo quelle assurdità

leggendo noi stessi

per imparar a scoprire

il retrogusto delle rose e del lillà.

 

Spingo al massimo

l’acceleratore per calcolare

la tensione

nel momento preciso

del disturbo allo stomaco

come la colomba che vola

seguo la verità.

 

La canzone rispetta

la struttura moderna petrarchiana

e non respinge

la arcaicità leopardiana

della vacuità,

 

noi siamo sempre noi,

tu l’asso nella manica

 

sul molo a guardar le stelle,

io e te sul far della sera

 

dicendoci,

ti voglio.

 

Desidero una birra fredda,

assaggi la vendetta

con la calma lucida,

 

poni assiomi

che son fiori germogliati

come al cuore i chiodi.

 

Ti ricordi se mi guardi

con un bacio da questa realtà evadiamo

non l’abuso di sostanze

ma soltanto delle musicali stanze.

 

La canzone pian piano

si consuma sotto le gocce

violente della pioggia,

 

noi due non siamo più

una trinitaria stessa cosa.

 

La canzone sta sfiorendo

mentre il mio amore sta

gaussianamente crescendo,

 

e tu mia cara dove sei?

 

Tu dolce anarchica ribelle

che guardavi me mentre

ti ammiravo,

 

noi due che il rapporto hegeliano

servo-padrone

non ci ha fatto mai capire

chi fosse il governato

e chi il governatore.

 

“Agli ordini generalessa”.

 

“Son pronta mio unico ammiraglio”.

 

Quante amare delusioni

ma che intense passioni

nella nostra bohemien

vita controvento.

 

Quanti idola e quanta morale

abbiamo distrutto

per poi costruire

dadaistici valori

dai frammenti

ed approdare al nostro sogno surreale.

 

Quante quelle lettere ingiallite

e tu lontana mentre guardo

la luna che selenica risplende

sulla mia parete

e si rispecchia nei tuoi occhi cobalto.

 

Quel che abbiamo fatto

è talmente potente e assurdo

che nessuna forza,

neanche la nostra

potrà eclissare

o soltanto obnubilare.

 

Noi siamo stati e sempre saremo

quel che resta

del controverso mondo intero.

 

Continua

 

Continua,

scriverono e controfirmarono

le tre uniche, indissolubili, fuggiasche

e ribelli,

 

era l’estate ed io neoterico

mi approssimavo ad appoggiare

piani, idee mie

arricchendole di me

affinché fossimo

ciò che resta del futuro.

 

Molto futile l’incontro

ed il saluto della dama dagli occhi blu,

 

dolce ragazza crudele sbarazzina

piena  spilletta

etnica borsetta

 

e dai cani scortata

e tutta calata

percorse a ritroso la piazza,

 

si raccontò da sé

aneddoti e fato

e scrisse decisa

sulle affinità elettive

 

che Goethe era alticcio

ed Hegel un ciarlatano,

 

la battaglia continua

e niente dividerà

storie intrecciate

fuggite e rubate

come saette

tra la vendetta

e la noia del meriggio.

 

E dai sogni guidata

etilica ondeggiata

 

un sorso di vita sul libro fotocopiato

con cura nella calura

lasciò,

riscrisse oltraggiata

la battaglia mai finita

 

Dovrei guardare negli occhi per decifrare

 

Novembre rinchiusi

in una bolla di vetro

io ad annusarti,

 

la pioggia che batteva

con disinganno e distaccato,

credevo che tutto andasse meglio.

 

Dopo dei mesi

cinema da ondeggiamento spiritico

piccola ornitologica indovina,

 

tendevo silenzioso

ad un ideale irrealizzato,

 

pronto dalla strada a passare

alla quinta musicale.

 

E tu carina e rivoltosa,

nella macchina indecorosa

ad espiare qualche colpa

un tantino incasinata

 

ma ci credevi nel profondo

al cambiamento di costume,

alla cultura ed a citare

 

le mie stesse informazioni

che io medesimo mescolavo

con le mie,

 

mi daresti dieci mila lire?

 

E sciorinavo paroline a perdifiato

cosciente che sarebbe un giorno

tutto finito

 

ma consapevole altresì

che il legame covalente

che ci ha uniti ambivalente

mai si sarebbe scisso

in quanto quell’elettrone

a noi comune

era la forza sovrumana

di una potenza vincolata.

 

E poi l’estate un po’ annebbiata

e seduta sul sediolino di dietro,

sdraiata poi e mezza nuda

come se colta dalla spuma.

 

Torna il tempo incatenato,

seduti da mozzare il fiato,

 

quel bacio

la situazione incandescente

si ricreava inconsistente,

 

davamo la sostanza

a quella nostra forma,

 

dualità nell’abbraccio,

sviavi discorsi

e discutevi di strade, vicoli e palazzi.

 

E così imparai ed imparammo

l’odio nel riscontro delle fonti

che musicate da un intorno

scolavano etilici limiti

e solfuree destromani spalle

tracciate

 

delimitate da un integrale.

 

Ed ancora,

ancora il tempo

che restio all’accidente

era noumeno tanto invadente

che noi riuscimmo a governare

 

come incenso.

 

Dovrei guardarti negli occhi per decifrare.

 

Ed oggi è oggi,

riporto solingo

del ieri mai così com’è,

 

altezzoso e inutile,

bastardo quanto te,

bastardo quanto me,

 

imbarazzato e sensibile,

specchio lontano del percepibile.

 

Un tantino furiosa

 

Un tantino furiosa

nell’altitudine barometrica,

sale la pressione enciclopedica,

 

io sono qui,

calmo al tuo fianco,

 

tu che sei l’eternità,

il mondo e l’intero universo

in brume trame,

 

ti aspettavo

come se t’amassi

eclissato

 

ribaltavo continuamente

i  pensieri,

 

dove sei?

 

Tanti orripilanti sogni

in cui noi due sguazzavamo,

servi solo di noi stessi,

 

il mondo era inquietudine,

sfiora l’alba nel decoro.

 

Io e lei unici

 

Io e lei unici,

tre coppie alternate

mai ripetibili

quella sera di luglio,

 

il mondo è ai nostri piedi

in un bacio.

 

Poi un umido soffio di vento

e l’amore lieve discese

le musicali scale.

 

Noi amanti intrepidi

tra accordi inutili,

 

al di là del tempo,

della storia,

dell’umanità,

 

io e lei unici

 

asso e ditirambo.

Amplessi Escatologici

Astarte Syriaca; Dante Gabriel Rossetti; 1878

 

Imbacuccata dal caro foulard

 

Imbacuccata dal caro foulard,

capelli mossi e sbadati,

nello specchio da trousse

immersa, gigli intrepidi

sbucano qui e lì,

iato di verità

evitato nell’antichità,

con sincerità atarassica

ed orgiastica, spuma in cielo

 

ammiccante, protesa.

 

L’encomio profuso

sembra tardare,

sibillino e scostante,

una croma perduta,

una glossa diffusa,

un parere bartoliano,

un consulto citando Quintaliano,

 

non crede che la donna

sia quel che sia,

sublimità,

e lei che fa? Si distrae!

L’attimo genealogico

perde intensità,

 

allora ammicca e si ficca

tra vocali spurie e spore

precambriane orribili da ascoltare,

impronunciabili, da cestina’!

 

Allora purifichiamoci, dai,

slinguettando diamo fiato

alla dolcezza,

le prebabeliche lingue germaniche

dai suoni rudi, esuliamole,

 

esiliamole.

 

E inizia una nuova era,

l’era della purezza vocale

e del silenzio consonantico.

 

 

Ti vedrò

 

Ti vedrò,

giuro che un giorno ti vedrò,

cara mia carta vincente,

 

non esiterò,

per passione

ed intanto un rombo sonante

impenna, mi dirai,

 

so che le parole giuste

quelle sì in silenzio sussurrerai,

adesso che ti attendo

come fossi ultima luce.

 

Vieni,

so che tu sei l’essenza

della mia vita,

l’unica ragione di esistenza,

l’unica molla intensa,

(l’ondeggiamento della penna sdrucciola sul foglio).

 

Vieni,

attendo le tue note

di stupore,

mi sembra di scorgerti

tra la folla, il tuo riccettino,

l’ombra del mascara,

 

ma mentre l’ombra sfiora

il tuo corpo

ti dissolvi.

 

Verrai o no? L’illusione avvampa,

chi lo sa se l’attesa

è l’ennesima follia,

sarà l’ultima occasione

o forse il nulla,

 

prigioniero del mio sogno

e naufrago barcollerò.

 

Vieni,

ti prego le mie mani

stan tremando,

l’albeggio è forse il traguardo

 

l’inevitabile speranza

che già geme e implora.

 

Vieni,

i tuoi inverni saranno anche i miei

lo sai,

 

è sempre pronto l’ermo viaggio

ma non so,

non so più se resisterò.

L’attimo scivola via,

 

di nuovo trasparente ti fai.

 

Vieni,

mia cara l’intimo sussulto

attende, attende già lo sai

il cenno delle tue soffici mani,

la cenere aumenta

e dal silenzio cinereo

l’anima risorge.

 

 

La pulzella di Lorena

 

Demoni in tumulto

sussurrano in te,

c’è un’aria gelida,

l’inflessibile decisione

è stata presa,

 

arderà la paladina stolta,

la santa introversa e ammaliatrice,

la meretrice battagliera,

sole invincibile punirà

chi d’ardore è spenta ormai.

 

Prega pur se vuoi,

brucerà il demonio che è in te,

inchinati alla croce

o morirai nel dolore.

 

Hai osato fanfare diaboliche parole,

la tua follia è finita,

non hai speranze

orribile ingannatrice,

 

fiamme per l’anima e pel corpo,

non ascolteremo più la tua voce,

astuta donzella, la vendetta

assedierà le tue membra,

 

brucia pulzella,

non darai più retta

alla possessione che t’invade.

 

Urla,

gemiti,

urla

e sputi.

 

E tu

in quell’istante

chiudi gli occhi,

 

ripensi alla luce

che invase i tuoi occhi

genuflessi in cattedrale,

 

rimembri d’un tratto

il sogno di femminea

pace universale,

 

matrona e ragazza

della congiunzion paonazza.

 

La provincia geriatrica

ostenta leggi infami,

 

i tuoi sostenitori

e i vostri sogni svaniti e vani,

la ciocca rossa cade ai tuoi piedi,

il boia gode da belva infetta,

gli occhi cobalto

tra l’invidia della folla

che inventa un misfatto,

ed il sacerdotal ricatto.

 

I soldati d’ Orleans

non saccheggiavano,

i dardi si piegavano,

diana,

daino e

dannata.

 

Un altro urlo c’è,

il braccio armato freme,

il temporale preme,

non purificherà le loro colpe,

le streghe torneranno,

vendicative Erinni,

non esorcizzate

e non intimorite.

 

Arriva l’effige,

putrida contadinella,

 

volevi far la santa,

generalessa unta e diabolica,

il re l’ha spuntata,

non ci sarà pietà,

sognavi libertà,

 

eccoti la realtà.

 

Passano gli anni,

il tuo volto giovane,

non dimentica l’uomo

che ti era affianco,

 

chi non ti ha tradito,

senza farsene accorgere

si avvicina a Thanatos

corrucciato e in sé assorto,

 

l’asta e la falce si spezzan,

come cristalli in frammenti

la lama del pugnale di Ares.

 

Anello del potere sul fondale!

 

 

Un urlo metallico

 

Un urlo metallico,

sinfonico maneggio

da manovella attenta,

mandria valvolare,

veemenza sentimentale scarna,

sentore d’ atomi tomistici,

scolastiche profusioni,

vaneggi santi e macchinosi,

interpretazioni autentiche,

relatività suadente,

nulla,

morte,

tempo ed essere.

 

Brume viandante,

cogli il frutto distante,

tra laudari stridenti,

scansa i fendenti.

 

Senti il cuore che batte?

Sogna!

 

Cosa c’è

nel vespro alessandrino?

 

Solo l’incubo di uno spritz vitale,

di un cocktail virale,

dadaismo intenso,

metafisica del soprano,

surreale ad uso corale

e baritono dantesco.

Spasmo notturno. Cattedrale bianca

e pleonastica ridondanza.

 

Vedi l’inizio?

L’inizio dello scisma.

 

Atonale,

attonito,

attratto

e allitterato.

 

La paura è una nebbiucola,

sale trasudante,

inversa e danzante.

Esca per il refrigerante

liscio della mente,

come palpito stimolante

l’idea fugge in volo,

 

termine di paragone poliglotta,

rovina scadente,

morale teleologica e canonica,

anagogia figlia dei lupi.

 

Barbarici farfugli,

lotte preedeniche,

miscele di terriccio,

materia plasmata e non creata,

 

in principio fu,

poi era,

ora è,

infine sarà.

 

Congedo in concreto

le tue parole

 

e arrivederci.

Fruscio intenso!

 

 

Come pioggia

 

Come pioggia

che bagna i sorrisi

accennati

le note misteriche indugiano,

l’ingresso alla soglia

del silenzio, l’aria si schiude

e il pensiero va altrove,

 

sei già qui? Ti attendevo

tra i volumi e le colonne,

specchio mio d’acqua dolce.

 

Dimmi se hai conservato

le missive, i sigilli, le piume,

se sei rimasta marmorizzata

sulla sponda del letto,

se il dolce sciupio del frullio

ti ha sedotta ancora,

 

petalo fucsia meticoloso tra i rovi,

le strade di Tubinga sorridono

al tuo sguardo tra i vetri,

il cofanetto dei segreti

scandisce il motivo,

 

sbiadita l’immagine,

vai verso i quadretti ondeggianti

e luminosi,

gli occhietti persi nel vuoto,

nel sogno vivido l’intento,

tre fuochi accesi

impostando il rimasuglio,

 

la cera livida sul foglio

scribacchiato, e poi un bacio al vento,

accenni un sentimento.

 

Naufraga l’anima idealista,

mio spirito, mio viso, mio pallido

segno.

 

E fiammette scaltre sul fiume,

la città è un barlume,

incontro intarsiato tra le idee,

le forme divine,

le scappatoie empiree,

stringi le mani alla ringhiera,

sporgente il corpo,

 

sacro il fiore ottagonale,

guarda lì lentamente

il dardo scinde le passioni,

 

nostalgiche effusioni.

L’argento silvestre,

non voglio perderti amore.

 

Sei in me stivaletta,

sei in me anfibia principessa,

stretti in semiotica promessa,

filologica valenza,

stilistico orizzonte.

 

Tre gocce purificano il mio capo,

lo sgocciolio dal tetto spiovente,

grottesca pietra nascosta,

potente e vorticosa,

laccetto e pendente

con le scritte impresse,

 

regina, i miei onori,

regina, i nostri errori.

 

Immagina le distese sconfinate

dove alberga il tuo esercito

allerta armato di brezze,

 

sembra già inchinarsi

al tuo portamento,

al tuo celestial volteggio,

le forze immani dell’est,

terre inesplorate non temi,

sostanza altera e rubiconda,

espressiva imperatrice

 

il tuo regno ti attende,

 

la pace universale

il tuo cenno porterà.

 

 

Vespro seducente

 

Entra il vespro seducente,

sfoglia le tue mani

nude infreddolite,

le risate, le giocate,

le valide occasioni beffate,

valige senza tempo

sul ripiano serale,

l’incanto di un protendersi

verso il notturno corale,

l’albore lunare.

 

Penombra fiera,

vista acuta,

falco librato federiciano,

manuale sadico posizionato,

 

i cinici sputano sul galateo

cerberati,

 

l’arietta prosegue allegra

ma sinestetizzata,

più può il panistico flauto,

l’armonica fisiognomica e slava,

organello sottile,

 

vai ondulata, sciolta e scaltra,

piccadillica, cattedratica,

oppiettizzata,

canone cannabinoide,

etica etilica,

estetica ad est,

vistosa la collanina,

 

fresca la fronte refrigerata,

scende la temperatura,

parte fredda eclissata,

conico l’antro sibillino,

sotterranea la cella,

secondino da barba caprina,

cellerino d’abbronzatura,

pomata reclusa e profusa,

 

lode al soprano,

la viola maggiore è distratta,

scala discendente darwinista,

zoologia simbolica tardo medioevale,

ciclope, gigante e sciapode,

liocorno, furetto, chimera,

centurione-centauro,

 

in piazza Ipazia tra una sigaretta

e l’altra,

 

al bar Hegel paonazzo e ingrassato

per falso rapporto di Venere,

 

alpina lucertola gigante dei ghiacciai,

impressa nel rullio del rullino estinto,

caro viscido sarcofago,

mummifica il portamento,

rendilo edotto.

 

E va sbiadita,

stringi quelle labbra,

poni un intatto cielo cobalto,

limite del mare,

l’onda sale ripida,

l’acqua sgorga e casca,

filmino straripato,

 

magica quiete invernale.

Ma che solfeggio altezzoso,

che diadema putrido

da belva del mare,

quella che lentamente sale

e trascina rovinosa

un quarto di stelle,

 

ma la lancia ferendola la umilia,

non sopravvive al taglio di spada,

non ci inchiniamo,

la ribattezziamo inutile violenza

intesa come qualcosa che manca,

che meschinamente lambisce

l’inutile di uno spasmo,

 

spasimante del nulla.

 

Ed è ripieno farcito,

l’essere, l’esserci,

le diverse declinazioni tedesche,

le congiunzioni mediocri,

l’asperità, la vacuità,

il fine a sé stesso ambito,

 

vai valica il monte Ventoso

petrarchianamente o da tour de france,

in ciclica vendetta esule,

in pagina vandalica,

voglia sopravvissuta,

stirpe ottusa,

priva di mandorle e d’incenso,

sapore ortodosso, giusta icona,

santa tunica, imponente toga,

dito all’infinito collegato,

 

non dimenticato.

 

 

 

Wiesbaden

 

Ametista e opale

congiunti sulle scale,

ascende dolcemente

colei che protegge

 

il dono divino,

la misericordia,

carminio il vestitino.

 

Ok, pian piano,

druidetta furbetta

guarda i tuoi occhi.

 

Che bello,

scartiamo i ricordi,

 

che bello,

manteniamoci ai bordi,

bellina stridente,

visino invitante,

seducente.

 

Appoggiamoci su quel muretto,

hai le labbra che non so risolvere,

ponenti, ardenti e vezzeggiate,

l’ albatros è un po’ inutile,

diciamo manca in concretezza,

meglio il vino se vuoi Baudelaire,

dai si ubriacamoci di qualcosa,

tè corretto e sciupaletto,

fraintendimento e capitale

del tuo Land,

 

ti manca l’università,

due giri in terma,

scientifico aforisma pliniano,

 

ansia anzi panico

dimenticato.

 

Andiamo su per monti,

giù per ditirambi stolti,

che freddo stringimi un po’

anzi mettiti di lato,

obliquo e un po’ svogliato,

sulle scogliere dei ricordi,

calcare sulle rocce bianche,

voglia di gabbro, di basalto,

oh ti garba! Parla a tu per tu,

ah l’hot dog! Così non l’ho mai mangiato!

 

Uh Abat-Jour ! Diffondi il cardigan.

In scivoli e altalene,

mania d’elevazione,

paura dell’abisso in discesa,

ondeggiamento, buttiamoci sul letto!

 

Che stupida,

ed io ti do anche ragione,

specchio dell’oblio, pluripersonale,

immotivato, gioia impersonale,

collera e desiderio.

 

Astuta e quasi perfettamente

sconosciuta, amica arresa,

io bitume ignorato,

vai brucia ‘sto straccio,

benzina e cherosene.

 

Camice e saccarosio

nell’assenzio, squallido silenzio.

Facciamo un tuffo,

trattieni il fiato,

 

leggi o fingi,

sei stupenda uguale,

il primo passo lo fan i capelli,

sfiorano astuti bombardamenti,

 

fragore,

fervore

e fragrante frasca,

 

l’albero nasce dal frutto,

ricorda il fine è più importante

del generatore, ciliegina ibernica

e squisita,

io non posso far altro

che ammirarti, fossilizzarmi

nel guardarti, restare muto

ore ed ore, il tuo nome

è un rimando,

 

quattro semiminime, una croma

e due biscrome,

 

ricotte, precotti, biscotti,

scegli tu la direzione,

l’intrusione,

l’effusione eventuale,

bellina al sapor di semplice

grandezza, magniloquenza e speranza.

 

E il rapporto servo padrone,

dimmi un po’ chi è più importante,

l’amata, l’amante

o forse lo sguardo intrigante,

lode a sé, per sé e di sé,

uh che fiorellino,

freschezza del mattino,

 

uh lo dico ancora,

per te.

 

 

Musica indimenticata

 

Passeggi tra la nebbia,

già immagini il motivetto,

lo ripassi in fretta,

 

ed esplode il discorso.

 

Sai bene cosa vuoi,

ritratto accennato, sbiadito,

in filigrana, lucido sol,

e tu malandrina,

cosa vorrai ancora,

vita mia, non dimentico

e non dimenticar

le nostre assurde follie

incomprese,

 

gli sberleffi, le tue manie,

in un minuto avvisti già

le schiere d’ elfi armati di lance,

le nostre spiagge abbandonate,

 

sfiorate appena le note.

 

E precipito già,

guardami trotto,

mi spoglio, vivo di te.

 

E sognami stanotte,

le ombre che fuggono

ritorneranno come un inciso,

sbalordito il tuo viso.

 

E parla un po’,

magari da sola,

col gatto,

guarda che faccio,

sorrido un po’,

 

vibro sospeso

come te nella mia mente.

E poi i pastelli,

 

le sfumature impresse,

i nostri sogni, guarda,

ridi, beffarda amica,

non dai scampo,

 

nocciolo spoglio e fruscio.

 

Per te si apron i fiumi,

la purezza invade l’animo

e poi ancora brulica pace,

 

vai vivace,

audace cappellina,

tessuto prezioso.

 

E poi mia cara,

mia dolce scarpetta

non senti l’aria

che scorre nelle vene?

non percepisci il calice

della vita eterna? questa musica

indimenticata, riscritta,

riamata, formula dello spirito,

dell’azione, dell’intenzione,

 

ciao amore!

 

 

Scariche magnetiche

 

L’intimo rimorso

è dolore che mi assale,

l’estro nel silenzio

si spegne piano,

 

la cera del tempo

lenta dissolve,

con noncuranza sigilla

il ricordo.

 

Furtiva la notte piange lacrime,

sciupate dal vento

le ultime foglie.

Sembra ieri eppure

è già domani oggi,

il cambiamento epocale

sembra sempre più tardare.

 

Fuggi rapida

vita dissipata,

ai bordi del fiume

l’anima sorride dell’ardimento

che sgocciola passione

riflessa e genuflessa,

si arresta soltanto alla mano

che sospende il vento,

l’aria, il fiato,

il corso.

 

Poi lamenti lontani.

 

Scariche magnetiche

 

sfiorano i nostri corpi,

l’attrazion fatale

da concretizzare,

nell’astratto bosco

il rifugio è perso,

la contemplazione resta un’illusione,

e le menti rozze e stolte

bramano il potere

come svelte scimmie,

e io qui mi acquieto e riposo,

 

in te cerco ristoro.

 

È così difficile trovare le parole

mentre l’attimo sguscia

tra le mani inumidite,

la parete è ultimo sostegno

del sogno infranto.

 

Vai, accompagna la vettura sbrigliata,

in balia di sé,

sorprendimi,

le saette non potranno

mai colpirci, ferirci.

 

L’incauto misterioso

intrepido non congelerà,

non distruggerà la corazza

di cartapesta, non piegherà il gesso

di semplicità,

 

si arrenderà,

le armi esausto deporrà.

Poi sentieri sinceri

aperti dinanzi a noi.

 

Poi la tua presenza

sbiadita chiara apparirà.

 

 

Brigith

 

L’imperatrice

 

Era novembre

 

Era mattina inoltrata,

sdraiato sul letto fissavo la finestra,

i pensieri vagavano sonnambuli oltre il monte,

desideri di ascese verso verità celate

ed inesplorate.

 

Chissà se mai sono

nella tua mente,

nel candore della tua pelle,

vorrei vederti di nuovo intorniata

di perline e maestosa,

 

mi sfioreresti il viso?

Vorrei davvero abbracciarti

ancora, vorrei che le tue mani

guidassero i miei gesti,

vorrei planare nell’aere

e seguir i miei pensieri,

non ha ormai più senso

la mia volontà ed il mio agire,

intorno alberga il vuoto

e dentro un mondo esplode in sé.

 

Era novembre e nulla cambiò,

resto attraccato al molo

in attesa di improbabili maree,

 

noi

improbabili eroi d’altri tempi.

 

Canto cadenzato

 

Parlume di bitume

mascherato di amianto dorato,

sentimento scarno e bazzicato,

destinato al silenzio

ed al fermento stupito.

Damigelle ai posti d’onore,

 

flauti magici,

 

incantevoli corpi nudi,

 

masticanti profusioni,

 

ardori assunti e meticolosi,

 

forse scialbi piatti decorati,

leccornie carnali sui tuoi fianchi,

 

animali graziosi poggiano

le rime altrove e miro te,

lì dinanzi a me,

 

docile fermento mattutino.

 

Cade il canto cadenzato,

poni assenzio mandorlato,

atomo perso nel vuoto,

ogni parola si arresta,

il tuo sguardo resta,

i tuoi fuochi inestinguibili,

i tuoi braccialetti fruibili,

pelle dolce da assaporare,

da lodare,

contemplare in estasi,

il fiume di verbi.

 

Lenta poi ed improvvisa

una viola distoglie il pensiero

e tu come fosse solfeggio intonato

volteggi, spiazzi e spazzi

con le partiture, un basio,

slinguetti dispettosa,

sbatacchi l’anima

secernendo spirito,

 

grazia etilica

e valente effige impressa,

mai dimenticherò la voglia

e la volontà di te.

 

Riprendi l’opera di sensi

sviliti ma rigenerati dalla tua passione,

che labbra vivide, intense,

pure sentinelle in guardia

e pronte a sfiorare l’etereo clamore,

a soggiogarlo, renderlo servo,

al guinzaglio, purificarlo e girarlo,

rivoltarlo,

 

poi chiaro consolarlo.

Attimo di suspence,

 

entrano i cortigiani.

Cortesi direi i tuoi servi,

le tue soluzioni,

in trono dirigi e sorridi,

poi riondeggi come fascio luminoso,

caloroso, inaudito, colorato,

cristallizzato, decorato, declinato,

inviolato, e infine donato.

 

 

Sonata

 

Due bestiole si presentano,

che graziose, che portamento,

che quiete sentir il fermento muto,

l’incanto, il canto tuo, è così sublime

 

(e sei col libro chiuso).

Sembra quasi la musica

non si percepisca,

solo un lontano bagliore tonale,

è un’arpa rinascimentale,

un inciso spirituale.

Il risveglio fischiettante dei folletti,

con gli intenti furbetti,

 

dolce fiaba emo,

 

tra Selene fremo,

Eos avanza, che temperanza,

la giostra gira cara ragazza

nel carillon protetta,

 

sia benedetta la tua faccetta.

 

In punta di piedi

tra viali scoscesi

saliamo i gradini,

sfidiamo gli altarini vicini

vicini, scansiamo il nemico

e facciam l’occhiolino

 

e tu danzi avvinghiata

a te stessa sotto le stelle,

 

dio mio che splendore!

L’acconciatura francese

ti sfiora la palpebra distratta,

allora oscilli trottolina vorticosa

e scomposta,

 

dionisiacamente risorta.

Ciclo naturale

e metempsicosi corporale,

batto i tre quarti,

 

figura perfetta e stellata

da musichetta pitagorica,

 

le etalage di turno

congiunte in Saturno

hanno la luna storta

e contorta.

 

Il meridiano divide il limone

in atteggiamento sospetto,

 

in dolce compagnia sul letto

aspro e strisciante,

 

la corda pizzica ancora

come formaggio l’asola.

 

E c’è una festa in piazza,

si sente dalla terrazza,

più altera va la ragazza.

 

La spola fan tre o quattro

appostati sotto il palco autunnale,

il vento soffia,

l’amplificatore, la spina, le cuffie,

il motore.

E poi gli stralci,

 

sonetti o minuetti,

il maestro si sbatacchia,

poi vede la ragazza,

 

non è distrazione

ma entrar nel vivo della questione.

 

La musica infatti avanza,

avvitamenti,

piroette maledette,

odore di fumo, sbuffa la pipa

all’inverso.

 

Siamo ancora all’inizio,

ne passeranno di ponti

sott’acqua, archi romani sprofondati

e corrosi dal flusso,

 

il maestro spettinato

indossa il cirro stonato,

copricapo lodato, disimparato,

frastornato e sciupato.

 

Vai in re minore,

te lo aspetti,

non sei dodecafonico,

allora l’orchestra sbadiglia,

pastarella e amarena stanca,

vorrebbe inchinarsi per sopirsi,

 

il pubblico bivacca,

divora le note indigeste,

scucite e scandite

dal ticchettio di novena ripiena.

 

Eccolo,

entra in scena,

proprio mancava, l’assicurato

impresario che lancia in aria

i tre danari, mette da parte

e investe i talenti

ad uso contadinello ottuso

ed imbevuto di pesticida laureato,

 

di sandalo arricchito e deluso.

La ragazza sonata si ribella

alla disfatta, gambe all’aria,

è tutta fatta,

affonderà col transatlantico,

 

vicino mio dio,

l’incubo mio,

tra le fauci del coccodrillo

ossia il serpente antico

 

riversa sincera la chimera

e le partiture, tutte le arsure

e le violette infine.

 

Mi alzo dal letto al frastuono,

il pragmatismo ha svilito il suono

docile e contemplativo,

 

l’anima e lo spirito si ribellano

ad un corpo che non vuole piegarsi

ad essere semplice contenitore

e strumento dell’una e dell’altro.

 

E scorgo lontano,

la vista aguzzo,

dicevo scorgo un lamento

materializzato di un mondo eclissato,

un mondo lontano e ovattato.

 

Poi uno scalpitio,

il mendicante ritratto,

armato di bastone,

nell’incedere distrae.

 

Folle, folle,

folle il venditore,

freme, freme,

freme la bancarella,

fruga, fruga,

fruga sotto il suo velo.

 

Il nostro cuore è l’ultimo rumore,

il vento ancora più forte respira affannato,

mi hai già dimenticato? Ma dai,

eri sopra poco fa.

Che cosa diresti al mio posto,

fischietti e mi ignori,

 

padrona dell’oblio notturno.

 

Cambio di scena repentino,

la ragazza mi riabbraccia,

cade in trance,

cade in estasi mistica,

in un attimo è trafitta dal dardo d’amore,

il fanciullino alato ha di nuovo vinto

e perverso è il seguito…

 

Va tra le note di nuovo,

godi la musical vitalità,

vai spogliati,

leva le lineette nere,

bianco il foglio dipingiamo

ed annotiamo.

 

Che carina la mantellina

incrinata sul ruscello,

mi guardi fissa e risplendi,

mi copri il labbro e la tua bocca sfiora

la mia fronte, la mente in refrigerio.

 

 

Acustico intruglio

 

Acustico intruglio nella notte,

lunare influsso sulla soglia del tempo,

poi sonnambuli pensieri,

destrieri rapidi.

 

Dammi l’attacco,

tra piatto e patto.

 

Sì.

Sona il bel sì,

d’oc, d’oil, d’oui,

cortese l’arnese,

Paride ed Eva, guanta na mela,

Guantanamera,

Patroclo e Beowulf,

iena, lupo e leone,

 

indugio burino sbarazzino,

goccia perforante e claudicante,

dissetante, piangente, petalo brinoso

incandescente, borioso, bucolico,

 

georgico pizzetto.

 

Vai così,

ancora il sì,

paese violato, masticato,

bile il giornale nomato libero,

 

l’eurodance, i Gigi di turno

pop, dance e topini,

accigliati al piano, alle tastiere,

alle groviere,

 

dimmi mai o cosa fai,

la scrivente si arresta e vai a capo,

burumbum cià,

 

annebbiata scolaretta

nella vendetta,

 

l’ayatollah torchio di vendemmia,

tutto è ben quel che finisce in mi,

 

bufera russa o capricciosa,

rivoltosa ottobrina porpora,

zarina, cesarea,

Alessandria paludosa,

 

stop uno.

 

Movimento compulsivo,

pensiero ossessivo,

ritmo assordante

ed estatico ondulante,

pentateuco e pentagramma

cabalistico, sufismo

e panpsichismo,

 

percezione aumentata,

esponenziale mescalina,

astrale vite.

 

Lento, sh,

 

lento sh.

 

Un silenzio lo faran i papaveri,

il cemento.

 

Riprende, non arrestarti,

ribellati il sistema,

kantiano imperativo categorico

kierkegaardiano calar le palpebre,

recitar, il personaggio,

 

gioco dei ruoli,

gioco di ruolo,

gioco di parte,

Bercoglioni,

gioco delle parti,

il Vaticano.

 

Silenzio, ancora.

 

Bum!

 

Il pupazzo in viaggio.

Il ritorno etereo.

Il rimorso sulfureo.

Acqua distillata.

Olio e combustibile ligneo.

Classificazione enciclopedica.

Semitica semiotica e semiosi virale.

Attacco micidiale.

Falsificazioni e fornicazioni.

Formiche laboriose,

il sessantotto e le cicale.

Poi le scale.

Trasfert l’Rna.

Mitocondriale il respiro

e il nutrimento clorofillico.

Poi…

 

Stop et booom

 

secondo e terzo finale.

 

 

Un istante fatato

 

Un istante fatato,

come un film il passato,

una storia sbocciata,

di passione velata,

 

sposta due carmini

spiriti felini,

 

agili le mosse,

le decisioni poste come addii puri,

incontrovertibili sapori dolci,

ed è già mattina sui tuoi occhi,

e te ne ricordi con un sorriso

col quale stringi le mie mani.

 

Ah sì,

che impronunciabile sentir!

 

Sposti col favore del vento

l’abat-jour e scendi dal letto,

 

ti poni alla sponda

il voltaico sentimento,

 

sei mezza nuda

come mezza luna ricordi

mondi lontani, la penombra

ti invade il volto

e inizi a cantar,

 

un adagio lieto splende

come viola in primavera,

come nota d’attacco

alla maniera di cattedrali

barocche e nascoste,

 

novene e filastrocche

sui tuoi umidi capelli,

 

impronte sul vello,

oh il mantello,

sul percepir il bello,

 

oh il Metello

che provoca dolori al poeta,

“malum dabunt Metelli Nevio poetae”

 

sordo l’appello, l’invocazione,

la conclusione dischiusa, assortita,

candita e sì, vai col sospir,

che delizioso l’indice al labbro,

 

il naso e la manifestazione

di un silenzioso animaletto

 

porta fortuna quale sei tu,

mia amata rosa, e te lo dico,

ti dico oh, che cristallo candido

e variopinto al tuo riflesso,

al tuo compromesso stabile,

 

un braccio sul mio corpo,

l’antico modulo scisso

sul tuo libricino, reciti come assorta

l’ultimo verso e poi

l’orma del rossetto

sulla mia bocca.

 

 

E poi vetri appannati

 

Le lenzuola sussultano

nell’attimo di esitazione mi guardi,

 

già altrove i tuoi pensieri,

 

l’estasi dell’attimo ti innalza

e vaghi verso mondi lontanissimi.

 

La foglia tremula pel freddo,

finisci nell’oceano profondo,

 

Atlantide sommersa dominata

e mai più punita,

 

nel frattempo sei già sulla riva.

 

Vai docile, va’,

non ti fermare,

attendo le tue mani zuccherose,

come fossero ultimo approdo,

decoro dei dì passati, sviliti,

 

la notte riprende a suonare.

Vado verso l’atmosfera d’inverno,

 

cosa ci fai tra gli spalti beati?

Cosa c’è nel do diesis minore,

forse l’ardore di nebbiucole

che penetrano il corpo,

dissolvono il trotto della mente

intorno al ripiano sciupato.

 

E poi vetri appannati,

il nostro anelito impresso

come stampo opaco e non dimenticato,

 

il tempo non si spazza via.

Procede,

magari si arresta qualche attimo,

ma la bottiglia si avvicina già

alla tua bocca, sei sciolta

come bacche desiderose e carnali,

 

spiriti notturni infestano le braccia.

 

Così lenta le agiti.

 

 

Arpilla

 

Risveglio in gomito ai bordi

delle radici,

sapienza megalitica

all’aurora.

 

Parte e ritorna,

in circolo trotta,

rissa dischiusa in petalo verticale,

licenza boschiva, arpeggio arioso,

e poi la luce che eclissa

in compresenza magnetica

lo sguardo.

 

È già domani tra me e te,

 

lento moto senese,

accento cortese,

urletto crestese,

spasmo punkettaro,

bestia di fato avverso e maledetto,

morosità del sentimento,

dizionarietto urbano,

l’acume spiazza la principessa,

 

in dono l’ortensia,

ne conosci la potenza?

L’assurda valenza?

Il do e il sol!

 

Poi improvviso

adagio allegro,

non troppo disteso ma ripieno,

 

i richiami di mandorla,

i volumetti cari,

tomi d’alloro ricamati,

e sguscia,

sembra sfuggire

come invito all’infinito,

 

è subito mattino,

tu già lo sai,

io già lo so,

oppure no, restiamo al limite

del vortice e pendiamo.

 

Che cosa c’è? Osa la penombra

rivalere, ribelle mia,

la lotta tra i generi,

trittico indoeuropeo,

la valenza plurima cara eredità,

l’infinito sarà indefinito vagar,

 

tu non ricordi la mandria dei pensieri

inquieti al riposo

ma rimembri la figlia del vetturino,

 

è un incubo mattutino,

la casupola villosa oscilla

 

arpilla, fluttuante

dimora nubilosa.

Incanto solforoso,

canto lezioso,

scontro tra Chimera e Desdemone,

 

la luna celtica difende e sorregge,

magari ostenta l’orpello dialettico

del fermento, astuto frumento,

intensivo furetto diabolico e dispettoso,

innocuo ma fastidioso.

 

Continua l’asola ad isolare,

volta la carta epifania del giullare,

 

improvvisa Ofelia, ninfa negligente,

sembra violare il sacro bosco,

entra nel misterioso borgo,

 

ed è già giorno.

 

 

Attracco fugace

 

Cappa e arsura per il corso,

refrigerio del tuo braccio declinato,

così mi estraneo e ti guardo.

Via Toledo,

metà agosto in trotto con te.

 

Rinascente,

profumi, saponette e collanine.

 

D’altronde non c’è la sentinella.

 

Attracco fugace,

saldato il nasino tuo al mio,

che dolce il viso indaffarato.

 

E il tempo cavalca senza sosta.

 

L’alemanna regione

è un volto di disperazione

 

andantino, l’introito del destino,

 

l’immobile fattorino.

 

Attimi persi

o riacquistati infarciti d’assoluto,

 

l’encomio solenne, l’alloro

corona dalla tua mano.

 

Minuti atroci

ma così lieti, lievi e indelebili,

 

l’astuto riguardo delle tue labbra

pende dalle mie.

 

Candida vita cara,

pura sordina baccheggiante.

Sfiniti sulla panchina,

 

giriamo ormai da cinque ore,

loquace il mio sentire

e il tuo riflesso è denso.

 

Ti sfido,

riaccenna il tuo sorriso.

 

Appoggia i sogni,

di lato come fossero ghirlande,

affidamele saranno impreziosite

col cobalto e colla sabbia,

 

saranno immortali come coretti.

 

Ancora più mite il vialetto,

 

posizionata la tua testa sul mio petto,

 

non dimenticarmi flebile

sarai filigrana selenica.

Il cielo sfuma nel rossiccio, fenicio

 

l’incanto dell’occidente marino,

 

è davvero stupendo ma l’attimo si arresta

e divaghi.

 

E così finisce

siamo già distanti,

la vela protesa sbanca

e noi sbarchiamo in brecce parallele,

 

l’estate tra statue e foglie di lichene.

 

 

Stendi in aria le mani

 

Sì, l’invito tra le fronde.

 

Così l’accenno gregoriano.

La mia vita come tramonto

scorge l’ultimo lamento.

 

Sì, quel breve cenno.

No, l’inutile attesa svilita

 

e svilente silente.

Se penso a te

guardo in me

e scorgo i passi

dell’ultimo giubilo danzante.

 

L’intimo pianto adibito

a fremito spento.

 

Con i pensieri spuntati

affilo i concetti

in patetici versi d’oblio,

vai tu cauta al confine,

il nome giusto qual è?

 

Ricordo solo

che per te oscillava

il ciondolo del mio sospiro.

Sì, bramo te.

 

Si, puro sprazzo

sidereo d’oriente.

 

Sulla via sono perso,

sonno sperso,

piccola amigdala

il mio canto perde ogni senso.

 

Sì, ricordo di te.

 

Sì, emozione d’ultimo fiato.

 

Ovemai ricordassi

questo naufrago perso

 

stendi in aria le mani.

 

 

Passano stagioni velate

 

Passano stagioni velate,

le pagine restano offuscate,

le labbra docili e dolci

restano stampo dell’atroce rimorso.

 

Tu affianco sincera e ridente,

l’attimo assurge ad infinito,

 

immobile germoglio odoroso,

incanto del sospiro vorticoso.

Il simpatico vestitino alabastrino,

proprio lì, a ridosso del senso,

portamento divino,

 

e dicevi in concatenazione parole,

l’emisfero oculare inclinato,

ammiccante e vitale.

 

Sono solo refoli inutili,

dimentica gli attimi indescrivibili,

resteranno apatici intrugli,

sdrucciolo rovinosamente nel nulla.

 

Cosa vuoi che resti?

I frammenti da rigattiere?

 

Oppure testimoni scaltri e assenti

perché assente è ogni realtà.

 

Resta solo l’idillio scalzo e stanco,

parlo ancora a vuoto,

a nessuno

o a te,

 

qual è il significato di questa attesa?

 

Una semplice pretesa

tramutata in remissione arresa?

 

Una docile richiesta

che nell’ombra resta funesta?

 

Cade la goccia dal viso,

 

inumidito il libro, è ormai un rito,

la mistura di odori rimembranti

altro non è che un’offesa qualunque.

Il palpito nella penombra,

 

la luce di un lampione distante,

mi imbacucco sul ciglio in ripicca,

 

mi scopro di nuovo silente.

L’auto sfreccia,

breccia vetusta,

la sigaretta caducante e caduca,

e un ultimo pensiero, il tuo volto

di soffiata che risplende

nell’ondata di quiete.

 

Resta un’ora o forse un giorno,

quale sarà il destino non lo so,

un’altra auto passa e credo

che non ci sarà più niente,

 

che l’illusione bolla di sapone

in sé sopita svanirà.

 

 

Paralleli assunti

 

L’aurora, il volto e tu,

mio testo sconosciuto,

riflesso tra cammei, follia.

 

Simpatica e sconfitta,

hai l’aria da brivido freddo,

carpisco le intenzioni,

 

i residui di noi.

 

Paralleli assunti

tra anfratti di cemento,

vegetazioni, Bastiglie,

all’assalto, l’ombra, la silenziosa

intromissione a dito levato.

A fianco manti da ricucire,

 

le ultime battaglie sono canti

ormai annebbiati dal tempo

e dal colore, dallo stupore

di riguardo e proustiano.

 

Implode l’asserzione,

me ne accorgo sol’io

del fittizio sospiro

trattenuto e sopito.

 

Allo specchio il tuo godimento,

 

nel solstizio santifichi te stessa,

in vergine il capricorno,

il tropico del ricordo.

 

Vis compulsiva trafitta

da auctoritas, potestas e mezzo corporale,

sarebbe magari meglio dire

che futuro c’è.

 

I fluidi in campo

come Rinaldo braccio della furia,

Angelica e l’anello

al vento nel pub,

 

Orlando violato

e spuma doppio malto audace,

 

l’ultimo miraggio a dimensione

plurima mostra il coraggio,

 

nel contenuto circolare d’Achille

il raggio.

 

Scansati all’ultima conquista noi,

offuscati e rigenerati da un accordo

di quinta partiamo in quarta

nascosti e pronti.

E poi l’effluvio nel tuo giaciglio,

 

la lingua tua su di me

è una lieve e dolce spilla.

 

 

Fuggiasco contemplativo

 

L’attimo che sgocciola

tra le tue violette che con cura

incanti e spogli, tratti o fondi di bottiglia,

non tutto è stato inutile,

 

questa storia chiede venia.

 

Attimi di pioggia e ascesi,

non me ne volere dicevi,

l’annullamento volitivo

l’ho preso alla lettera, guarda.

 

Porgi l’attimo ora,

la notte è complice per le tue

e per le altre braccia,

 

resto fuggiasco contemplativo.

L’ombrello cinesino,

l’attimo ancora,

gli spostamenti temprati,

 

tempere fluide e si innalza

la temperatura.

È un momento di distrazione,

un attimo d’effusione

 

e la sapienza eremita

scaglia floreali tafferugli

intuitivi e vivi.

Che bello scodinzolio,

 

trami affabulata i capelli

e ti stendi, aspetto un altro attimo,

estraneo stupore.

Pallina folle come incenso

 

in un attimo è già qui,

muta silenziosa direzione

e porgi intanto il viso altrove.

 

E passano gli attimi,

dai senso al trotto,

 

qual è lo scopo

della nostra intromissione?

Forse solo il tuo sbarazzino

cappellino.

 

Volta in un attimo

la carta e scrolla la sigaretta

a mo’ di scaltro intreccio.

 

Arde un fremito di vento

inumidito, attimo d’intenso

incupito, il giochetto dura poco.

 

L’orologio freme il relativo

attimo d’amore.

 

A ritroso l’alloro,

al passo il decoro,

foto ingiallite,

pulite le strade,

chiarite le brame

dell’infinito attimo.

 

Per sempre, un attimo.

 

 

Pallida effige

 

Dopotutto la spiaggia

che hai tra i capelli

è d’intimo verso, inclito scontro.

Dalle miserie scoscese

 

brulica il piacere.

 

In borge e borghi georgiche

spauracchi notturni,

 

la tua pallida effige

soltanto trasmuta

 

l’assurda viltà cassiopea.

 

Dove sei vivace mia guida?

Sono sperso!

 

Dove sei astro femmineo?

Non posso resistere al silenzio.

 

D’altronde nelle foresterie

straniere aspettavo l’arrivo

in punta di piedi

 

ma l’unica cosa concreta

era l’intuire l’essenza tua riflessa.

 

In volti assenti sognavo,

poi schiusa sbocciava l’ultima speme.

In misteriose attese loquace

mi disfacevo, lo sciupio del pensiero

e la breccia del perso sentiero.

 

Non credo ad altro, forse a poco.

 

Non credo e basta, tanto aspetto uguale.

 

D’altro canto la luce un po’ la scorgo,

immagino, fremo.

 

 

Respiro dell’aurora

 

Passa il frullio delle foglie

sopra le coperte,

l’acume spillato in vino

 

e tu acca accavallata.

 

Puoi pure divagare,

l’erba è già pronta,

sguscia solforosa,

tralaticia viene e va.

 

Passeggiamo con la mente,

vetture in lungomare,

dico e sorridi,

respiro dell’aurora,

stendiamoci, va’,

un carino singhiozzo,

sospiro e il bacio è improvviso.

 

Puoi tralasciare questa vita,

puoi sorseggiare un’altra pinta,

un’ audizione d’amore,

ove alberga una civetta,

lo spirito e l’alfetta,

 

un invito, un trottolino intatto,

l’alterigia tua vitale.

Quindi scorre vivida e non si interrompe.

 

Quindi riporto i segni,

pitagorici riporti,

aforismi pentacolari,

 

spettacolari pantacollant.

 

Poniamo per assurdo

il pensiero discordante,

allora prendi la chitarra,

socchiudi le ante,

 

ci divertiamo questa sera,

eccitata ridi di nuovo,

ma è solo un cenno,

un’ipotesi d’attacco

e la mente in desiderio

visibilante va.

Vai avanti ti sento,

 

percepisco vibrazioni estetiche,

scorgo lo spirito,

se non ricordi le parole

non le dire, è inutile,

 

ti accompagno, stringimi più forte.

Cinabrico cielo

accompagnaci per sempre,

 

chiudo gli occhi, li riapro,

sei in fremito sussultante,

avvinghiati ancora sino all’osso,

 

all’ultimo accordo.

 

 

Silenzio! Ultimo verso

 

Per questo poni il silenzio

come ultimo verso,

piangi in sospiro,

le tracce sul viso.

 

Orchestri per concussione

concerti di delusione,

sembri ordire complotti audaci

ma privi di vita, direi fatiscenti.

Poni un candelabro

con grazia sul ripiano,

 

lume da scrivano,

enciclopedizzi gli aforismi

dell’essere come trolli vaganti

su radure d’assenzio,

 

aspiri possente.

 

Immagini la scena

portandoti traslata l’attimo alla parete,

mangiucchi la gomma trafitta

con aria somma, l’incudine

ripudiata e maledetta nell’espirazione

pone il verdetto in conclusione.

 

Allora diventi

la famelica belva

con mastodontici anfibi

trucidanti e borchiosi.

Vaneggi vespri,

li maneggi ancora desti,

li biazzichi in atmosfere

rarefatte e rifatte.

 

Ti nascondi tra le vetrate,

i lastrichi di serenate,

alberghi solitaria negli altrui

pensieri

 

ed il domani è dell’oggi già ieri.

 

 

Fuggi, deh, vai e ritorna

 

Pulsante vialetto ambulante,

saraceno viso condensato in alluminio,

spasmodico volteggio attento,

scaltro e comunque frastornato,

sale a mille la dopamina

 

sprigionata, arieggiata

mesencefalica giornata,

precisamente condensata,

un po’ svogliata.

 

Fuggi, deh, vai ritorna,

a mo’ d’altimetro cambia e trotta.

 

Fulgida cambia rotta,

puoi invertire coordinate

adiuvate dal vento

o dall’ultimo intenso senso.

 

Potrebbe anche suggerire

con riguardo decoroso,

 

funzioni, secessioni, squallide illusione

 

o anche l’ermo eremo solitario.

Magari è una silente ondata

di valente dorata vanagloria

oppure una ridente giornata di sole

 

o forse meglio una novembrina

serata da serenata.

 

Non capisci l’importanza

dello stupore del vissuto,

dell’intimo dolore che sgorga

a frotte dalle fronde.

 

Si modifica il verso,

adornata semplicità nell’ardimento,

puro fermento, è un vaso capiente,

 

testa nicodemica e nicolea!

Fugge ancora il sussulto sussurrante.

 

Fulge il circolo ritornante e ridondante.

 

Uh fonte pura! Dell’ultima sventura!

Uh fantomatica ardua salita,

riposo indomito, ozio mediante,

mediana del tempo!

 

Puoi vedere l’essenza!

All’indomani della presenza,

vive, respira, si sente,

alla vigilia della frontale guerra

un urlo di quiete universale,

pace sesquipedale.

 

Vai passione, colmati ancor d’illusione,

nutriti di spoglie spirituali,

agisci per il tramite spiritoso,

motto solforoso, arioso.

 

Qual è la ragione dell’allucinata stagione,

frutto di follie da società regredita,

di branchi famelici di vandali

che salvano gli ultimi testi

e incendiano le rovine dell’ipocrisia,

 

ma se ti scorgi troppo l’abisso ti inghiotte?

e allora qual è la soluzione?

vivere in intensione e progressiva

espansione senza dimenticare

la polvere e il sale,

nutrimento e fermento,

amore ed unico senso vitale.

 

Shiaga

 

Partenza ovattata,

sfilata dolciastra.

Le forbite delusioni

sono attese ed illusioni

(magari involontarie pretese).

 

Le imprecazioni verso realtà

sconosciute, piogge da granai

e soffusione in mulinelli

e mulinetti, cosiddetti

(contemplazione floreale

ed azione di gemma astrale).

 

Le mitre indoeuropee trasudanti

(intromissione cadenzata).

 

Le madornali ondette

ritrasmesse in calce firmate,

mortificate ed imprecanti,

 

bendate dee nell’adesione

(oh abbracci fugaci).

 

Potrei poi divagare

ma la scelta è densa

e immensa geme.

 

Proclama l’adagio

(perverso detto),

 

proclama il verbo intenso

(vibrazione cordica e scandita),

 

vorrei dire due parole

( oppure sorge di traverso il sole).

 

Proteggi genealogicamente

( a due metri da terra)

 

col tuo nome cacci e resti in piedi

( vitale profusione)

 

trasvoli e non ti posi,

adesso ti fermo, ti aspetto,

ti ammiro, ti guardo

(prodromo dell’interno conflitto

accarezzato dalle tue labbra).

 

La luce lentamente

si spande tra i rami,

la tua immagine mi investe

mentre bramo.

 

Con semplici parole

pensieri remoti,

li condenserei e poi li sgocciolerei

 

e tutto tuo in inumidite spiagge giacerei.

 

L’opacità ritorna e desto mi volto

di lato, vicino il tuo viso

in sogno confonde assurde realtà,

 

ti scorgo tendendo all’infinita verità.

 

 

Polvere vischiosa

 

Polvere vischiosa

nell’accordo di riflesso e schietto.

La stella vistosa all’orizzonte

unica luce come rosa

nel deserto antico, ove assurda

rispondeva alla richiesta del ricordo,

 

un’edenica pace, un innato amore,

uno stupore per il sapere, la fiamma,

il vento e la goccia

 

per cinque o sette lettori.

 

L’attitudine cela l’attributo,

il divino vincerà sempre

sul terreno dannato, non è l’eco

del silenzio ma si alzerà il tramonto

ed in eterna penombra interno

a noi sarà l’universo,

 

l’eterno circolo infinito

e quindi come tale delimitato

da tre punti, coincidenti

 

eppure in manifestazione

ed ideazione distanti e spersi,

 

poi una voce che lenta sussurra,

non tutto andrà perduto.

 

Mangerai di ogni frutto

di sapienza ma mai la tua mano

si leverà su un essere naturale tuo fratello,

altrimenti ne morrai,

 

conoscerai l’ignoranza della fine.

 

E la maledizione terrena

si scagliò silente e dolorosa,

i frutti son di tutti

e si continua a coltivare un orticello

privato privandosi della bellezza

della congiunzione divina

 

comunitaria ed assoluta.

 

Chiudi gli occhi e vedrai

in manifestazione di luce

l’amore seme di sapienza,

giustizia, libertà, e fratellanza,

 

l’eros inerme e potente vince

e soggioga la violenza claudicante,

 

l’umile nel godimento

schiaccia e distrugge il possesso.

 

 

La Torre litigiosa di Varsavia

 

L’ardore dei tuoi occhi che scende

traluce in illusione ed ascende

spuma marina dalle labbra

 

intense.

 

La torre del tuo nome protegge

come silicio possente

e gemma assente

un alito di vento in refolo

 

vitale.

 

Selve asprose e tutto tace,

nel silenzio scorgo l’imprudenza

del tuo volto incandescente

e pallido in un attimo

 

il cenno.

 

Per le tue soffici gote

l’inverno carezza le fronde

che lievi mutano

in scaglie il sincero

 

sguardo fulmineo.

 

 

Centro inscindibile

 

Ammiravo in silenzio

i suoi occhi vividi e accesi,

torce lente sul mio polso

i gemiti da sponda concupiscibile.

 

Nel momento supremo

un inchino vistoso

e le schiuse mani veline

smorzarono l’affiatato

scollamento labiale,

l’intimo tumulto astrale.

 

Le costellazioni in trotto

scese in questo giorno a contemplarti

in congiunzione al capricorno,

 

genesi della lode furente,

perversa in dormiveglia,

 

quasi per metà etilica.

 

Miscela dello stupore lo sguardo,

occhi portali spalancati

ante e poi stretti a fessura

nel verbo infuocato

scagliano aforismi suadenti.

 

Le schiere di belve ai tuoi piedi

e tu sulle punte a slinguettare

fior di ciliegia soddisfi soddisfatta

il desiderio in disfatta

 

e succube a sua volta di te.

 

Centro inscindibile

di ogni interpretazione

la voglia di afferrarti il volto,

 

coprirti d’oro velato

e mai più dimenticato,

in assurdi cieli cobalto

tramutati in ere di rame

soverchiato dall’ultimo

tuo denso bacio, oscuro

 

il medesimo senso occultato.

 

Lasciavo cadere

la viola del pensiero

e tu mi carezzavi i capelli

 

e l’attimo assurse

ad unico istante importante,

obbiettivo di ogni sbarco,

stagione unica,

candida perversione eterea ed eterna.

 

 

Abat-Jour

 

Abat-Jour,

allo specchio tu,

silenzio tutt’intorno,

 

azioni ab intentio

dell’ultima luce che sa di te,

 

sono discorsi protesi

ad intimo verbo,

oppur intesi in declinazione astrosa

e musicalmente estrosa, asprosa.

 

Abat-Jour,

silenzio nell’adagio bronzino,

dialettico andantino,

compari tu in dimostrazione scettica,

nostalgica, ultima diesis.

 

Scorre il vento venoso,

profumo intenso e vorticoso,

parla vespro inspirando

il vuoto gorgheggiato, sciupato,

sprecato, esoterico il senso

essoterico, nostrano,

villa soffusa e profusa,

disillusa e beata,

violata ma incontaminata,

scoperta e increata,

plasmata, creta micenea,

plebea élite giubilante, sognante.

 

Abat-Jour,

direi discrasia discronica,

bella époque

con l’adolescente che consiglia

ai bordi del nuovo millennio

svogliato, problemi d’amore

algebricamente sottratti,

 

l’ama tematica, il fumo di sigaretta,

l’ultima orchestra lenta,

magari un motivetto a mo’ di fumetto,

passa la stanza, piede adirato

e cadenzato, cambiamo

e scorriamo scrollando l’encomio,

l’adoro e il j’accuse,

 

l’entusiasmo da spasmo rotterdamino.

 

Abat-Jour,

in ultima istanza,

ultimo dirimente rampicante,

sognante, ragazza crudele

e vaticinante, scolastica adiuvante,

 

l’ultimo accordo lo volli fortissimamente,

patto musicale saldato e incespicato,

inerpicato, travagliato, accartocciato

e saldato al naso,

scapigliato.

 

 

D’accordo, sogna

 

Gira intorno ad un pensiero

l’anima silente ed imprudente,

 

tu nel letto a scardinare ogni idea

che dirompente si arresta,

l’assurda intromissione

in compromesso ha tolto il velo,

 

godo dell’immagine e ti afferro,

 

sei già pronta nella delibazione

sentimentale, passi altrove

in fluida concatenazione corporale

rifletti e gemiti adorante ed adorabile.

 

Uno sguardo è già passato,

lo sbieco dell’occhiata

è estasi spiritica e possente

come la tua mano contenente

il germoglio del ricordo,

 

in un colpo scarichi l’etereo,

 

secerni l’assoluto dalle edere,

 

tanti passi, invisibili gli stampi,

 

pure le atroci dimenticanze

sono schiarite da l’ombra del tuo volto

 

intatto nell’altrove della parete.

Brucia la vivida amalgama stupita,

 

il certo vive assente nel privato scranno,

in cime tu e l’erbetta è già tradita

dal dito che invia un segnale nel vuoto

 

dell’essente plasmando l’autentico

dall’inautenticità vitale.

 

Diffidente sbuffi e strizzi l’occhio,

tre volte grande, magnifica,

somma, cenno creativo,

maestranza inerme e virtuosa,

fremente.

 

La dualità distrutta dal femmineo

senso trinitario ed unica somma,

gradiente totale dell’invisibile,

 

risma impressa per sempre.

 

Il desiderio non si spegne

e riparti audace,

instancabile respiri profondamente,

 

bellezza al massimo fattore

nel tuo visino carino.

 

Il segreto non sarà svelato ancora?

 

Decidi pure se farlo o no,

la sintesi si attiva quando il meccanismo

è ingranato dalla chiave e dalla svolta attesa.

 

Il bello deve venire

nel momento in cui trasvola

il vento sui tuoi capelli

dando fiato alla materia,

 

c’è tanto da dire, più da fare,

 

invadente scoprirai il piede

e il metro ribaltato,

i tre quarti dell’attacco,

 

ti aspetto.

 

Puoi dire sette parole,

la formula e trottare,

intimo verso specchio dell’eterno,

due occhietti schegge di ciliege,

labbra fragolina nascosta

nella variopinta collina.

La sabbia segna un solco nella clessidra,

 

si blocca il tempo e tutto scorre staticamente,

in un attimo incontriamo il divino,

dentro noi sorge un inviolabile destino,

 

indecifrabile ma sensibile e percepibile.

 

In inscindibili sentieri fulgidi

passeggiamo e poi improvviso il ritorno.

 

Sei ora stanca e chiudi gli occhi, d’accordo,

d’accordo, sogna.

 

 

Vai tranquilla al dunque

 

Vai tranquilla al dunque

ma comunque io eludo il discorso.

 

Tu stringi i pugni allerta,

dici che è per vendetta

che sfiorisce il rimorso decoroso

e intatto ma non basta una parola

a far svanire il sapore della sera

 

e allora tiri le somme,

addendi riflettenti,

tramuti l’eterna lotta sovrana

in questioncina da sottana,

 

sembra quasi che l’atomuccio

sia un surplus voluttuario ed incendiario.

 

Allora ti chiedi se l’essenza

della storia atonica sia etica

da comare o vidimazione risplendente

nelle sale

 

e l’ente traspare.

 

Credi che l’indecenza

sia frutto di un ricordo o di coscienza?

pura vacuità? nel refrigerio assurdità? oppur passione per metà? trasognante viltà? infima realtà?

 

E ispiri con gemiti notturni atroci e bellicosi.

 

Ti stai sporgendo troppo,

l’abisso chiederà il conto,

 

salato, privato e disprezzato,

 

ascesi mistica superiore

nella perdita di dignità.

 

Credo or io che sia il vuoto

che pone problemi,

vacilla il costrutto,

la medaglia in penombra

 

e fuori piove.

 

Lo dici davvero

oppure tanto per dire? Sensitiva

del manto astrale e sincopata

extrasensoriale velleità visiva.

 

Credi in profetiche brame

e sintomatiche astute trame

ma dov’è la persona? Dov’è la previsione

condizione d’amore?

 

ti porgo dai la mano,

la penna l’hai posata,

ci omaggiamo a vicenda in incoscienza,

 

ti aspetto ancora dai.

Ma dimmi che verrai.

 

Ogni cosa è un pensiero

porto in azioni sepolte,

nascoste,

 

in particolar modo il tuo cappellino,

i tuoi occhi e il tuo viso.

È un’illusione il tuo volto orbene,

il tuo sorriso.

Ma non è uno stratagemma soltanto

 

la brina e la voglia che resta.

 

 

Striscia l’ultimo rigo

 

Puoi pure chiudere gli occhi,

fallo, fallo dai, fallo, fallo ancora ed ora la prima volta

così tutto saprai.

 

Puoi pure tributare un pensiero,

vai, vai, vai, vai, fallo, vai.

 

Brucia la sincretia,

ascesa la vasta simmetria,

e l’astuta mia mania

straccia i lacci sulla via.

 

Valida la sorte,

poco più è la morte.

 

Puoi pure sorridere, fallo, dai,

fallo, dai, fallo, che fai? Te ne vai?

 

Stereotipo sincero,

nero il cupo sentiero,

puro lo sguardo

che come dissi è altero.

 

Candida la sfinge,

polvere in soffitte.

 

Esponi lo sguardo

e traccia su carta

la malefatta.

 

Comunque l’incanto

svanisce col tempo,

il tuo corpo è tiranno,

la tua immagine persa

ed in un inutile verso

stupito è l’intento,

in un attimo è già

dimenticato il portento.

 

Placida dalle pareti

principessa senza veli,

cristallina ed introversa,

un po’ dall’azione interdetta.

 

Si spalanca la finestra,

l’incubo e tu succube.

 

Puoi pure difenderti,

orazioni e retorica spenta.

 

E l’antico vaticinio

sta sbrinando in ascesa,

sta intasando i rimai e le scale,

lenta va la sicura

melodia nell’arsura

e il bianco del reale

stranito è regale.

 

Puoi anche dimenticare

le serate, le risate,

puoi pure… come?

Già lo fai?

Te ne vai?

 

Spurie verticali,

tropiche tempeste e tu

con un paio d’ali,

 

alberi che si inerpicano

sulla tua pelle e tu rinchiusa

nel sogno delle stelle.

 

Porgimi ciò che sai,

ma che fai?

Serio te ne vai?

 

Con clamore silente

striscia l’ultimo rigo

e il continuo è un ricordo

che neppure più dico.

 

 

Hai già dimenticato il nostro segreto

 

Hai già spento il sospiro di me,

ragazza che cerchi che non sia me?

Hai già acceso lo stereo e riflesso,

ragazza allo specchio

quel tuo sguardo

il mio è spento ormai.

 

Ogni volta

cambi rotta e fremi

ma ormai hai appena gettato

il tuo straccio e incendiato

il residuo, mai più io e te?

 

Dove sei?

Amore dove?

Non ce n’è ormai di felicità più per me?

Dove sei?

Amore dove?

Dove sei? Pezzettino sereno,

tremavi un giorno ai miei occhi,

alla mia pelle

ma il gemito è rotto ormai già.

 

Piccola e dolce,

perversa e austera, sveli te,

mai sei stata così sincera,

 

te ne vai,

non resta più nulla ormai,

anche il ricordo è svanito,

chi lo sa se tornerai,

se ti ricorderai di me sperso

in questo frammento eterno.

 

Hai già spento anche lo stereo ormai,

non un solo rimando ti porta a me,

 

ragazza hai ragione al mondo

non serve ciò che penso e sento.

 

Hai già dimenticato ogni frase,

ogni intimo sussulto, ragazza

o resto o vado via nessuno se ne accorgerà,

 

non rimpiangerà le mie dita, è vero.

 

Adesso è già sorto il sole,

il nostro segreto dov’è finito?

 

Non ti ricordi nemmeno del mio volto,

delle mie mani, delle mie passioni.

Sono qui,

vivo.

 

Qui ad aspettare,

fino a che l’ultimo fiato emetterò,

mai la testa abbasserò,

ascoltami se vuoi, amore.

 

Aspetto scalzo, distratto,

la vita mi cade dalle mani,

e il vento è il mio ultimo sospiro.

 

Hai già dimenticato il nostro segreto,

ragazza di te mi resta

solo l’immagine impressa della luna.

 

 

Io non posso più aspettare

 

Tic tac,

tic.

Sì.

 

Parlami ancora,

non salutarmi.

 

Lenta la luce è altrove

ma io cerco te.

In questo modo

sovvertiamo il destino.

 

Tutto ai nostri piedi,

sono queste le due tue parole?

 

Oggi brilla l’eterno,

aspetto ancora,

verrà il magico istante,

ti sento,

non sei distante,

 

tutto è possibile, fammi accendere,

 

paf! Scompariamo!

Dammi il verso di traverso,

 

fuggiamo lontano!

Un’esplosione di colori,

 

dammi per sempre il tuo cuore!

 

Fammi venire il brivido dorsale,

parla, sprigiona potenza,

orgetta ad incandescenza!

 

Fammi sentire l’incanto

fugace,

poi fermati e resta qua!

 

Luci soffuse e profuse

ed illuse,

 

ispirami con fascino turbante e gaudente!

 

Con un bacio

fammi disimparare la realtà!

 

Spogliami

di indumenti e morale.

 

Prendimi,

innalzami e innalzati al di là della verità.

 

Vedrai che l’universo,

la natura e anche tu

 

(follie sideree)

 

si muoveranno e ci proteggeranno.

 

Dammi

il sorriso più dolce,

svelami

la tua volontà!

 

Dammi

un altro abbraccio,

stringimi for ever

and ever!

 

Stuzzica il mio entusiasmo,

chiudi gli occhi e continua a cantar!

 

Portami lontano,

le spiagge inviolate da noi conquistate!

 

Sei pronta,

dai vieni,

io non posso più aspettar!

 

 

Scende già la sera

 

Parlerai un giorno con me?

Hai voglia di ascoltarmi ancora?

 

Il tempo passa,

dimmi se un giorno avrò te.

 

Credo che nulla sia importante

ma io non sono ancora finito,

l’entusiasmo è ancora in me,

 

freme ed arde l’inestinguibile fiamma.

 

E te ne prego soffermati,

non dimenticarti di me,

pensami se puoi,

abbracciami se vuoi.

 

Spero che un giorno tutto cambierà,

ti ricorderai,

stai tranquilla,

comunque mai mi perderai.

 

Scende già la sera,

va via un’altra giornata,

muto chiudo gli occhi.

 

Mille pensieri mi affondano,

i dispiaceri sprofondano,

 

tu dove sei? Io oramai che farò?

 

Lenta muore l’ultima speranza,

non c’è più luce né rumore

nella mia mente,

non c’è altro che non sia te.

 

 

Mia Regina

 

Mia Regina,

il tempo è inesorabile

e si spegne in me, sai?

 

Mia Regina,

ti ringrazio,

la paura ormai non mi spaventa.

 

Lo sai che le cose

spesso migliorano ed io credo

di aver scontato ormai le mie colpe

d’amore

con la tua forza ho studiato,

visto, sedotto e sconfitto l’abisso

ed ora sono meno di nulla e stremato

 

ma vivo.

 

Distratto dalla malinconia,

ti ho pensata e amata,

ti ho desiderata,

ed ora poso le mie armi,

 

hai vinto.

 

E ti ringrazio sai perché

non ho più motivo di continuare,

e credo che per sempre ti custodirò,

proteggerò e se vuoi taccerò,

 

sono padrone dell’infinito nulla

che è in me, e non c’è alcuna cosa

che possa distogliere il mio sguardo da te.

 

Mia Regina,

sono una musica fastidiosa ed inutile,

scompaio e non mi copro,

dissolvo me stesso in silenzio.

 

Mia Regina,

le parole sono tutto quello che ho,

non è molto, non è niente,

è tutto perso.

 

Spero non ti dispiaccia

raccoglierle e unirle al tuo cuore.

 

Nei tuoi occhi l’ultima speranza è accesa,

sei tu la mia forza,

io dal mio scranno disfatto

non ho che te.

 

E ti ringrazio di tutto,

ti devo la mia vita,

mai ti tradirò,

 

per sempre d’incanto ti ricoprirò,

le mie parole sono neve tra le tue mani

espandi la luce che ne riflette lieve.

 

Ed hai tutto ma ti prego,

ascoltami, io ti sto donando

tutto me e ciò che è al di là

di me stesso,

 

non rifiutare l’ultimo mio sussurro.

 

Mia Regina,

eccoti la mia eredità,

poche e stupide parole,

 

il mio umile amore.

 

 

Albero Romantico

 

Cosa farai se un giorno

ti volterai verso di me?

 

L’albero romantico

e sotto controllo lo sguardo.

 

Cosa pensi di me noiosa annoiata?

 

Perdo tempo tra profusioni e illusioni,

immagini tue, parole

ed aliti importanti di vento,

mi nutro di te.

 

L’inverno tende come le tue mani,

è un’astuta passione incantata.

 

L’inverno mente e lo sai,

passa l’anno, il fiore sboccerà? Scema,

mi stai guardando,

 

andiamo sono pronto.

 

Cosa pensi essenza velata? Il tuo sorriso

è chiaro luccichio intarsiato,

lascia alla porta il senso

e perdi il controllo.

 

Su letti invernali e silenti

perverse le tue mani sottili e intense,

io penso confuso a te

 

mentre tu guardi e sorseggi tè,

è al limite il godimento.

 

Non è descrivibile

allora posa la penna,

stendi le braccia,

muta sorreggi la guancia

e strizza occhi in disfatta,

 

è l’effluvio del piacere.

 

Non è concepibile l’intreccio,

tramiamo buffi complotti,

 

prendiamoci beffa.

 

Come sei romantica

ricoperta di scaglie d’incenso,

che portamento! Fantastica, stupenda.

 

È troppo bello, fa silenzio,

getta in aria il fiato e le gambe.

 

Il cielo volge il gomito

a mo’ d’indumento, muovi lenta

il viso, fa’ vedere l’esplosione

in trepidazione, non disperarti,

gemi, sono nelle tue mani,

 

scompare ogni pena, ogni dolore.

 

Dai bellicosa fai l’estroversa,

l’estrella, fai le moine,

che passione indomita,

che conclusione furbetta.

 

Che carina

indossi la scansata scarpetta

e le perline al braccio.

 

Ehi guarda che tempo,

mi bruciano gli occhi,

è il nostro inverno, il nostro vento,

il nostro spumeggio tiranno.

 

 

Inizia l’infinito stasera

 

Dolcezza mia preparati

al folle sbarco,

 

dio mio che sguardo,

quante mute parole.

 

Mia cara ragazza

suona distratta,

ti penso ancora,

ti guardo e ti voglio,

sempre vorrei

perdermi tra le tue braccia.

 

Amor mio!

È ancora sera,

candida atmosfera,

palpito celato

da un sorriso offuscato,

l’oscuro segreto che è in

noi scende come pioggia d’aprile.

 

Amato esserino buffo!

E la nebbia che viola l’anima mia

stende tra le vie il tuo intenso profumo.

 

Io qui for ever

a credere in te,

 

ultima lontana speranza,

freme la piazza,

 

spero che un giorno l’ora giusta verrà.

Tesoro indecifrabile,

protendi e schiudi le labbra,

quale parola potrà volgere

i tuoi occhi su di me?

 

Inizia l’infinito stasera!

 

 

Se il vento soffia

 

Se il vento soffia

sai c’è solo un senso,

un unico senso possibile e sensibile,

 

hai ragione potrei anche

risparmiar le parole ma la loro

inutilità è il mio unico rifugio.

 

Te lo vorrei dire ancora,

ma più il tempo passa

più mi spengo,

 

non la verità, non la lealtà,

solo un’armata spersa nel mio cuore.

Tutto l’amore, il fervore,

l’infinito che è in me,

resterà occultato e ignorato,

 

tra le nuvole la speranza sbrina

nel voltar pagina lo sguardo offuscato

si sofferma sull’ultimo rigo

senza la forza di accettarlo.

 

Cosa resta? Cosa ho?

Solitario tra i flutti del mare

a sollevare assurde declinazioni,

le continue tue intrusioni,

sei un’idea che mai morrà.

 

Tutto me stesso ed oltre,

te lo dissi,

bramo la tua eterea presenza,

ma tu non ci sei.

 

Forse un giorno,

l’ultimo senza te…

 

Io ti vorrei dire di aspettare,

di chiudere per un istante gli occhi,

intanto indifferente la folla guarda e passa.

 

 

Smorfietta seducente

 

Smorfietta seducente,

la tua carta vincente,

il labbro morsicato e fremente,

linguetta scollata.

 

Batti sul biliardo

le astute metriche

e poi ti dipingi il corpo eccitata,

tutto al suo posto,

 

le parole e piccole soste

d’amore nei rimandi

e pochi dorsi e pochi accalorati abbracci,

 

avviluppata sei su te stessa.

 

E smorza l’attesa il vento

e la pretesa fumo disilluso,

rinchiusi insieme eppur distanti

brilliamo desiderosi

 

e tu dici sono qua.

Il decolleté fa uno smacco

ammiccante e sognante

in un istante ci innalza

e tira giù la tua spalla,

 

è misteriosamente una tazza inclinata

ed in un sospiro svelata.

Tre punti,

 

vai tocca a me,

stasera ci divertiamo

togli pure le converse

e dirama il discorso in un bacio profondo,

il desiderio c’è, è in noi sai

l’encomio profumato

da moralità boschive

e saltimbanchi soli pretendenti

dell’ilarità, della sincera dualità

brutale e oltremondana,

 

così faccio centro

e tu ti lecchi le dita,

 

oh yeah!

Incroci e bazziche

non mi riescono ma a gradi

ti sfilo le illusioni perverse,

 

l’extension è rimandata a settembre

ma adesso pensiamo al qui ed ora,

 

costellazioni influenti

e virali beffe astratte e sinestiche

 

le tracci e hai ragione,

tocca a te,

declina in alemanno prebabelico.

 

Il sole tarda ad arrivare,

le spiagge lasciale stare,

stai meglio avvinghiata in pasta

di miglio fritta e imburrata,

 

il rossetto mangiucchiato fa stampo

sul campo stordito e i tuoi occhi sbagliano

il tiro centrando me e ridendo.

 

Ascolti i rumori,

i mercati rionali,

le viuzze serali romantiche

e mai dimenticate.

 

Pozioncina dolciastra,

imbrattata speranza,

il mondo pone altrove le premesse,

ma son comunque nostre le stesse.

 

E l’incanto non manca,

scherniti combattiamo,

le stecche stellari battaglie

spade tratte e pungoli sicuri,

colpi audaci al sapor di miele

e d’ambrosia, nettare condito

al maraschino e poi…

 

Lasciami due tiri,

in tutti i sensi,

dammi il punteggio scaltro

che porge al verbo l’orecchio.

 

E l’entusiasmo non manca,

non manca la dolcezza né la tenerezza,

le doti e il gessetto violaceo sulle guance.

 

 

O boh!

 

Parla di rinunce

e scalza tra i ricordi spalanca

pure gli occhietti, capelli svolazzanti,

cambiamo taglio per ogni cazzata

nel perfetto istante in cui

il nostalgico finir degli anni ’90 ha esposto

bluff e smacchi,

smack!

Puoi canticchiare,

 

passa il secolo e l’attesa,

lenta l’atroce clessidra parla

ormai in sordina, puoi vederla

o ignorarla o ignorarmi

o boh!

Anzi no!

Sorge il sole fulgido,

 

spasmo da risveglio mattutino

e biricchino,

 

che faccetta da carezza

e da sciupatina stretta.

 

La chitarra è frastornata,

ridagli fiato e taglia le corde,

suona me.

 

Che occhietto furbetto

dammi un bacio sciupaletto

e magicamente brucia il tropico

derelitto e sconfitto nel giacere trafitto.

 

Puoi consolarmi

con il madornale vino da strapazzo,

col sentimento,

col diretto canone inverso,

o no,

o boh!

Ah!

 

 

Allucinazione eterea

 

Il letto disfatto e tu

in preda all’ultimo spasmo,

silenzio perché

la penombra scende su di me,

 

che ti cerco sai,

un’allucinazione ed un’immagine

persa sei, mantieni tempo

spogliato e maledetto,

 

che disdetta.

La tua voglia dov’è, dove sei?

I misteri mi sbiancano,

le illusioni fioriscono.

 

Non credo più,

sono muto ormai,

cosa faccio? Nemmeno più lo so.

Lo sai sei dentro me,

impressa e trasognata,

svilita e ribelle,

un po’ più pallida e sghignazzante.

 

No, no, no,

non puoi svanire così,

se vuoi mira diritto davanti a te,

cosa vuoi che altro possa perdere,

non c’è più senso,

tutto falso,

 

anche te.

E il vento mi dà i brividi ancora,

mi eccitano ancora

anche due parole,

e di più i silenzi e gli sguardi intensi.

 

Cado per strada,

mi rialzo sai,

ma la tua mano dov’è, dov’è il sostegno,

dov’è il reale nel ricordo?

 

Penso oppure no,

cosa vuoi che cambi,

 

cosa rimane del nulla

che era solo altro nulla o meno,

verità fasulla, germoglio di betulla.

 

Dai divina

ignorami un altro po’,

fai pure la ola con le lenzuola

e scordati di chi non sai e non vuoi,

di me, spauracchio della sincerità.

 

Velata ti volti,

l’essenza è pronta,

pronto il resto,

immergimi e distruggimi,

 

di più non ho.

 

Poi flebile suono

tra le tue labbra voluttuarie,

e sì non ci sei,

no.

 

Vai lontana,

ritorni, ma sì che cambia

d’altronde, ti piace

vedermi come remoto granello

dell’ ultima spiaggia,

 

spargi il sale sui capelli,

fa come vuoi.

 

Le stelle e il cielo

già tremano al respiro,

 

oscillo in declinazione.

Questa mattina

è già uguale all’altra,

è una sera diroccata,

 

dillo se lo vuoi.

È sì è così,

l’oblio e lo sciupio,

l’ultimo gemito,

i tuoi occhi silvani,

infine l’ultima goccia di pioggia.

 

 

Assurdità

 

Assurdità,

è questo il senso del batticuore,

del lieto rumore,

 

la regione tedesca col tuo nome

è un ricordo che tu sai

e non cancellerai se nell’ignoto

sprofonderai,

 

come sei carina,

volti il viso batuffolina,

che eleganza sbarazzina.

 

D’altronde scorre il sentimento

nel silenzio lì vicino a te,

il ciondolino allibito

pone assunti dolciastri e frastornanti,

mi perderei tra le tue braccia,

 

ecco:

con noncuranza stringerti ancora

in ultima profonda istanza.

 

E tu straniera,

occhi dipinti e trapunti

vinti come il cielo blu,

un diadema sei tu,

 

ho trafitto e combattuto anch’io,

imbellettata sei l’incrocio

dello sguardo e il mio traguardo,

 

la mia verità.

 

Assurdità,

le mie parole,

le sue note,

i tuoi spettacolari intrecci,

hai sedotto e frastornato

il vespro antico,

succube anche lui

e tutta la realtà ricoperta

dalla tua apparenza,

dai tuoi colori e dal tempo,

 

sospesa sei tu come brina viva e fiera,

i tuoi occhi in su,

non capisco nulla più.

 

D’altronde piove,

la luna è stata mia compagna,

mia cuccagna il tuo sorriso

e l’occhio ora strizzato ,

allora consapiente e intelligente,

un orgasmo d’intelletti,

 

gli amorosi sensi corrispondenti,

le affini elettività.

 

Assurdità.

Uh il tuo entusiasmo è lo stesso,

immagino i baci,

migliorati,

 

un po’ dischiusi, estasiati

ed estasianti,

il libro si sfoglia con il vento

e resti in piedi,

 

il sussulto è un maremoto

spiegamelo collo sbieco seduttivo,

io sempre ti pensai,

 

la tua anima mai ignorai,

magari t’amai.

 

D’altronde l’arcobaleno

è variopinto e disilluso

come me inconcludente e sognante,

dai tuoi pensieri distante,

 

sono il messaggio sprofondato

in fondo al mare,

 

raccoglimi e cercami se vuoi

e chissà se la corrente mai

ti raggiungerà.

 

Assurdità.

La candela si consuma

ma la cera il mio sigillo imprime,

chissà se l’aprirai,

se ti volterai,

se il mio cuore ti rivedrà.

 

Assurdità.

 

 

Musica ancestrale

 

La descrizione di te

è catturar l’immagine

di un attimo impellente,

 

d’accordo, d’accordo, divago,

ma con un paio di parole

sembra già tutto più chiaro.

 

Puoi stendere le gambe

e riscaldarmi col fiato,

col tuo corpo, col tuo vento,

l’abbraccio già mi fa sobbalzare

e lento ti scopro,

 

che virtù la tua apparenza,

domina su tutto, la tua seduzione

 

è un sentire i tuoi capelli

quando sei distesa sul mio volto.

 

Mormori albeggianti fianchi

provocanti e ad ogni sussulto

alimenti il mio tumulto,

 

quindi desumo

dal brivido fibrillante della tua lingua

un fruscio di sensi e le labbra

perverse assaporate come ciliege etiliche.

 

Poi sfiori il mio naso ed inspiri,

vuoi prendere il fiato e reggere

capiente il bacio contenente,

un magnetico incrocio attraente,

 

ormai sono scoperti i gemiti,

profondi i gaudenti lamenti,

sfoggi la tua coda migliore

 

e riarricci le parole.

E non c’è vita che non sia plasmata

dalle tue dita, non c’è dolore

che sgorghi se più forte

stringerai questo mio corpo

adibito a prisma caro alle carezze

un po’ estroverse in ondulazione fremente.

 

Ed espandi questo irto barlume trafitto,

d’altronde se condisci con le note

una sensazione

l’armonia stellare ci unisce

in conclusione

e con i fremiti svanisce ogni pudore.

 

Adesso lo sai,

un’altra boccata della tua essenza

provocante e pura,

 

faccetta angelica dallo sguardo

stuzzicante e dalla natura magica.

 

Ora mi copri la bocca con le dita,

poi le spogli di petali

e la sfiori con la tua,

 

il bello deve ancora cominciare,

vai con il sospiro micidiale,

colla guancia sul guanciale,

infiamma l’altra ed ardi me

poi chiudi gli occhi.

 

E getti all’aria le palpitazioni

e le illusioni,

il mondo si inchina ai nostri voleri,

siamo noi l’universo e il nulla,

il vuoto e il tutto,

l’infinito e l’ignoto.

 

Dai è il momento di tacere

perché di ciò che c’è in noi

nessuna metrica

né nota né segno né simbolo

può descrivere lo sai già

ciò che percepiamo

è esso stesso musica ancestrale,

essenza divina,

scintilla primordiale.

 

 

Ultimo decennio ovvero nuovo millennio

 

E il caschetto si impose turbato,

rimasuglio del passato,

che carino, vetrata obnubilata,

fiato mio sul tuo collo.

 

Un po’ di pioggia,

ci vuole,

 

novembre nostalgico,

 

dicembre figlio della genesi.

 

Il potere abnorme

sprigionò dalle mani possente,

vita ed ordini repentini,

sogni e capelli spazzolini.

 

Un ciondolo di fumo,

tre grammi rivoluzionari,

rasati ai bordi,

tanti ricciolini spumati

ed ebbri d’oro bianco.

 

Non c’è scampo,

alziamo gli occhi,

prudenti soffochiamo

il fremito del danaro,

possiamo avere di più

e sfogli i pensieri fissanti

sentieri cavalcati da braccia resinate,

 

e se ti poni altrove

qualcosa la ottieni

o perdi tutto e rovini a terra,

sei nulla e non c’è pietà.

 

E quando ormai è scorso il tempo

getti l’ultimo fiato,

inspiri e trattieni secernendo rimorsi,

 

e sei a bordi,

la tua ultima speranza

 

è un ciuffo calato sugli occhi

e ti sembra che infondo

non tutto sia andato perso.

 

 

Sui bordi di un fiore

 

Sui bordi di un fiore

piangi e dormi,

 

respiri bellissima e pura

pensando all’attimo

furbetta fingi,

 

ogni giorno la stessa storia,

qual è il problema,

l’onirico sistema è scardinato

e sparso incantevolmente,

 

ami una parte del tutto

infatti sbatti per sempre le palpebre

che ricordi, ricordano me.

 

Com’è languido il risveglio

stanco, esplode un fremito di pollini

 

tra te e il cielo sigilli

e suggerisci tre metri

o altre banalità,

 

vai gira la chiave e gettala

in una pozzanghera di bitume,

 

sei felice, che ne dici?

 

Due palpiti

e tre onde violette e clementi

ti porgono ossequi,

mira el sentimento,

como si fuera la ultima vez,

 

pendi atroce, sei felice allora?

 

In me preziosa e vorticosa.

 

È primavera, dunque

e il mondo risponde, tu non hai domande?

 

Hai comunque il vestitino

comprato ieri dall’antiquario,

 

sei ancora così precisa

verginella in bilancia,

casta meretrice orgiastica,

 

prendi me serva di Lilith

dagli occhi cobalto o nichilisti neri,

dall’iride in trasformazione,

 

hai un paio d’ali madornali

e immisurabili, soggetti solo a capienza

in metriche musicali,

 

è questo il senso? Sei felice?

 

Vuoi proprio saperlo dici

e sorridi

poi distruggi e sormonti

la volta turchina di spasmi

e gemiti mattutini,

 

sempre stai sospesa lì

e scivoli sul petalo,

oh dio, prolunga un po’ la vocale

o fa la dieresi o stroncala

completamente oppure batti l’asticella,

 

sei felice, dici,

e scarichi bolle di sapone,

sei lì per me sorvegliando

l’ultimo pensiero

e l’ultimo otre di sorrisi,

 

oltre la vita,

molto oltre ma ancora lì,

 

e parte il bacio.

 

Sei sì dialettica sintetica e sinestica,

apri le porte della percezione

e sciogli le catene

e sei ancora felice, felice

consolata da un sorso

di tè selvatico e aromatizzato

da versi intarsiati di miele,

sei lì per questo,

sei lì e tiri su,

sei barlume e ombra,

sei lì distratta e affondi

l’ultima armada possente,

 

sei vocio interiore confuso

col pensiero ed elettromagnetico,

sei l’aurora del domani,

 

sei bolla d’aria tra rossetto ed incisivo.

Amorosi intrugli silvani

La Seduzione di Merlino; Edward Burne Jones; 1874

 

Dicembre Bavarese

E dai,

non lo so,

cento grammi di follie

sotto il campanile del cielo,

credo sia impossibile

interloquir con te compiutamente,

 

facciamoci un’altra pinta,

folleggiando,

Monaco e la Baviera conquistati

solo per te.

 

Pongo lieve assedio,

 

tu altrove volgi lo sguardo.

 

Ah che gelo,

è quasi inverno,

fallo ancora,

carezza inumidendo le labbra,

linguetta accorata e accaldata,

frescura umideggiante.

 

In più

assumerò

emissari scaltri ma inconcludenti

perché da te intuiti,

o sì,

magari già,

ero proprio io mascherato da velo squarciato,

 

addenti di soppiatto

quel dolcetto nespolato.

Ti asciugo le gote,

 

tu scarichi in sbuffo indolenza su di me.

 

Ti accarezzo la fronte,

 

tu stendi le dita sull’invisibile piano.

Oh, teresettamente guardi,

 

io ti cito il canto della malinconia,

ma chi sei tu intermittente membrana,

 

seduta resti ancor sulla panchina.

 

 

Campanellini

 

Dolce amica

guarda questo promontorio steso.

 

Campanellini.

 

Dolce inabissata

piangi tra sollievi

spumati qua e là.

 

Campanellini.

 

Vorrei disegnare incautamente

la veduta sannita

per porger il limite più in là,

 

questa nostra spedizione senza fondi

né bottiglie,

un paio di pall mall,

nell’istante dello sbuffo

il naso tuo sfiora il mio,

 

dimmi se hai scalfito

il canto restio.

 

Campanellini.

 

Dolce scapigliata

sciocca e astuta

ti copri di sabbia.

 

Campanellini.

 

Dolce scalmanata

prestami le borchiette.

 

Campanellini.

 

Vorrei tanto porgerti

le mani sulle spalle,

intelaiare quel tuo braccio,

renderlo a ridosso

di uno spettro

che se c’è magari batte i colpi

ed io ti sbatto sul verace giaciglio,

 

non so se hai reso l’idea

confondendo l’ondulazione delle mani

coi tuoi occhiali inamisati.

 

Campanellini.

 

Dillo ed esponilo,

vai tranquilla che ti ascolto,

parlami di te per allegorie,

poni a due passi le pazzie,

oppure taci con abilità.

 

E vorrei sognarti

desto in conclusione

ricattatrice d’amore,

scribacchina viola del rancore,

smozzicante sentinella d’ardore,

 

forse hai gli appunti.

 

Hai scoperto il nascondiglio

del mio cuore

ed hai appiccato il fuoco,

 

casomai te ne pentirai

allestirai un paio di tempeste,

tanto la natura

aspetta i colpi della tua bacchetta

per vendetta,

 

oh che disdetta

lo hai detto

non ce l’hai!

 

Ipazia Palladiana

 

Come mi vedi

anelito del mare?

Scopri le spalle,

dai,

scorgimi gli affanni.

 

Un capriccio al di là della soglia

dell’amore, una simpatica

disquisizione sulla noce.

 

Sei stata bistrattata come il sole!

Albigese!

 

Spaventami dai un po’,

porgi in scacco i passi,

delle tre essenze poste

scegli la seducente,

frescura dal palato magico

e ignorato quel portamento

furbettino

e il mal d’aria

che ti scaglia

i carmi nel padiglione.

 

Sei svogliata e innamorata,

ma di chi?

 

Sei sciupata dal ricordo

e dal mio conforto!

Catara arresa!

 

Ipazia Palladiana

mi scrolli due note legate,

stupenda assolvi

la tua parca funzione,

 

l’intruglio di lumache

e acqua tofana

è il tuo cocktail migliore,

 

ah belladonna,

viola del pensiero.

 

Sei imbrattata della schiuma

nella sala!

 

Sei oriunda e romita

ma orientata!

Pura cortese!

 

Sei svestita

sotto le stelle

come orionica danzante!

 

Sei trapunta

delle scorze di limone

e di melagrana!

Docetica apparsa

 

 

Amore del pensiero

 

L’inverno sboccia cauto

tra i rami,

il riflesso del mio cuore

tra le tue dita,

e scrivi d’amore

senza fronzoli di sorta,

affidandoti al Fato stolto,

 

oh la volta cobalto!

 

la luna!

 

E tu.

 

Tu piccola dominatrice

umile con lo sguardo fiero.

 

E me.

 

Io alla porta,

chino con sparsi i fogli

tra le placche del marmo.

 

O piccola aiutami

a metter ordine.

 

Oh cielo!

Non ricordi il nostro rifugio?

 

E socchiudi la porta,

hai focalizzato gli occhi,

mi hai carezzato gli zigomi,

ridato luce alla mente,

pizzicato la tua arpa

senza profferir parola,

 

posta sul capo la corona

e non sai più cosa cerchi,

cosa vuoi da te,

si riapre da sola

la porta

e non ho vie di scampo,

rifuggo nel tuo sguardo,

sai sono sperso anch’io,

 

tu,

tu piangi,

tu mi osservi

e piangi,

 

ti guardi allo specchio

e pensi al futuro.

 

Non stai sbagliando,

la via è quella giusta,

mia cara, penso a te,

ancora a te,

mentre da lontano guardi oltre,

ti asciughi gli occhi,

riparte il palpito

mai interrotto,

 

ci sei,

tu ci sei,

lo sento,

lo scorgo dall’orma sul muro,

dal segno indelebile dello spray,

dal vetro della finestra appannato,

dall’umido della fronte.

 

La porta si richiude,

non ho che te,

amore fugace e perenne,

indenne esposizione

di fiori raccolti,

crestomazie

dal sapore di fiele

 

e inizia l’amor mai finito,

l’amore germogliato

dalla brulla e spoglia diramazione

del ligneo tronco,

 

il fiore invisibile e meraviglioso,

quel fiore invernale

che scorgono solo i miei occhi,

che scorgono solo i tuoi occhi

e resto ancora alla porta,

con te,

 

amore dai lucidi capelli,

oh sì,

amore del pensiero.

 

Sorge una stella nel tramonto

 

Sorge una stella nel tramonto,

il mio cuore innanzi geme,

alma serafica

non sei affianco a me,

dove sei ragazza mia?

dove sei?

E chi c’è con te?

chi ti stringe le spalle?

 

Lo sai che sei,

sei la sorgente

pura del mio spirito,

dentro me sospiri

e candidamente scosti l’aria,

 

che movimento puro,

che disincanto sospeso,

che pensiero disilluso

amor mio,

 

la vita non ci dona

la candida rosa,

la scorgiamo solo da lontano

come emblema

del nostro cuore. Il sapore del vento.

 

Ticchettio mio dove sei?

Amore livido e seducente,

 

dove sei mia attrice,

lunare effige plastica,

ciondolo siriano al collo,

mio speciale barlume lieve,

tu dispetto buffo,

paonazza e bronzina gioia,

goccia vespertina,

acrilico scardinato

ma possentemente intriso,

musica dolce nelle vene,

sole notturno e gelido,

melodia stampata indelebile

sul vetro.

 

Sorge una stella nel tramonto,

ti amo credo

e te lo dico senza perifrasi,

tanto è come staccare un fiore

ed annusarlo, lo sai che preferisco

contemplarlo e immaginarne l’odore,

ma stasera sento un tepore

che dai polsi mi invade la schiena,

scende a perpendicolo

e mi scuote il capo,

ti prego, vieni qui con me,

sogniamo insieme nella radura,

so che ci sei,

so che verrai,

se sei mancata a tante albe

non potrai dimenticarti di me

proprio ora che riscende la notte,

sì so che verrai,

 

sarai qui appoggiata

alla mia nuca,

noi di spalle

gli un gl’altri

a guardare il cielo

e poi chiudendo gli occhi

a raccogliere l’attimo profondamente,

trattenerlo e non perderlo più,

per sempre insieme.

 

Ti amo, ti amerò per sempre!

 

Sorge una stella nel tramonto,

senza di te la rimiro e penso,

dove sei ormai non lo so,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto,

vago in speranze lontane

con te distante, mi volto e piango,

tu non ci sei,

 

sono assordato da questo silenzio,

amore!

 

Sorge una stella nel tramonto

ed alzo le mani,

saluto e scanso le foglie caduche,

ti attendo e mi asciugo gli occhi.

 

Amazzone

 

L’eco lontano

rimbomba tra le stalagmiti,

odore di fumo e tamerici.

 

Nostra dama sull’orchestra,

oscura e viscidamente funesta.

 

La gabbia dei sinceri addii

che tristi rotano lì intorno,

 

la fiamma dei cabalistici ulivi.

Follia e Dionisio,

 

vivi nelle vene

e nella scure,

amore bazzicante.

 

Sento la forza arcana,

la potenza ancestrale,

la violetta scismatica ragazza.

 

E poi l’incanto dei pensieri,

scuri dal sapore lieve.

 

Amore,

dici a tua volta,

il maestrale nostrano

non è la furia scandinava

dei tuoi servili temporali,

succubi domani deleteri.

 

Sei stupenda

scandita dalle percussioni,

sbellicata dagli archi

e dai mesti sultani

che si inchinano

e che fremono al tuo giacere.

 

Io sono qua,

l’alba dell’età,

l’anima del sagrato,

l’ombra del segreto.

 

E non ho le seducenti mani

a tempo sul ripiano,

sgomito nell’altopiano,

banalizzo i sentori

dell’incauto oltraggio.

 

Sei di sbieco senza fiato,

sei svilita e xilofonata,

 

spiega e metti in piega,

subisci pure gli odori.

 

Sento un po’ la pioggia

e non ho quel gomito carnale,

quell’archibugio astrale,

quel rimpianto sconfitto,

quel petto trafitto.

 

Resisti a quel sopruso,

mangi pane e burro,

 

scruti la soffitta

e non è eclissi il sole nero,

 

l’atomo del vero.

 

Ti ricordi ancora,

 

ho lacrime d’assenzio,

germoglia lo smeraldo,

travalico i monti,

 

ti guardo negli occhi,

la mia testa sul tuo pallido petto,

rosa ebenacea sul mento

e cuore in fermento.

 

Oh godo alla vista della luna,

oh godi al verbo incarnato,

trasfigurata effige catara,

provenzale sonata,

tubinghese teologia,

atavica pazzia,

orda indoeuropea stanziale,

cornuto vitello d’oro,

taurino messaggio,

belante miraggio,

allucinato istante bendato.

 

 

Ludica la sinfonia del giglio sotto assedio

 

Ludica la sinfonia

del giglio sotto assedio,

adornava di scalzi misfatti

la seducente sagoma,

 

lati obliqui

e servili inclini

all’inchino pianeggiante

mostravano intrepidi

fermenti bellici,

 

slacciando le vesti

e tu ti spingevi

oltre la guardia

lasciando intuire

mistero e fermento,

 

sincero cimento.

 

Maglietta rossa,

lastricato,

poi pioggia,

infine livore.

 

L’importante è espandere la mente,

come se fosse l’universo

che si avviluppa non sviluppa

ma statico volge centripeto

verso il vero,

che è sempre esistito,

non si è trasformato,

non è stato creato,

 

Dio immanente

nell’universo finito,

dov’è l’infinito?

semplice,

immagina il tondo talismano

se ellissoidale

assurge a gemito temporale

kronoide baalico!

 

Indotto in meditazione

al quanto soggettiva

divenivo oggetto,

quindi persona

anche se sembra paradossale

ciò è reso concreto,

 

come?

 

Eh eh,

sono i tuoi occhi. Saltimbanco

romano

alla corte del pontifex maximus,

se non fa ridere allora

allestiamo un rogo,

incendiamo ‘sto lurido rovo,

depuriamo,

chiariamo,

cioè diveniamo oscurantisti,

rosacrociani,

 

oppure andiamo a quel paese,

il paese del miglio,

patate sbucciate,

canarini e sottane.

 

Volgi lo schiribicchio di rame

verso l’infuso sopito,

mettersi l’anello al dito

oppure lasciarlo ciondolare?

da Angelica al rimpianto incatenato e furioso sesquipedale

 

L’importante è frastornare,

due o tre sofismi,

in santità velate,

 

devi sapere che dalle parole

è nata la vita,

 

la vuoi la scintilla della materia,

eccola perché dunque ecco il verbo.

 

E, dici,

la materia inanimata?

 

Dai ti rispondo,

bios è anch’essa,

l’anima è ovunque,

non perdiamo alcunché,

non mi credi? Allora sovverti

un altro po’ le coperte,

 

agita le lenzuola,

allestisci laude colline,

vitigni toscani,

scaldini equatoriali

 

e se arriverà la penombra

non mostrerò indecisioni.

 

La vedi la pioggia?

Batte ora più forte!

 

 

Crolla l’Impero

 

No, non c’è barlume,

siedo sulle scale,

ti vedo silenziosa

carezzare il naufragare

nei pensieri,

 

le oscene scene,

la nostra stella.

 

Arde a tempo,

arde fuori l’arioso

e freme. A me,

a me echi ancestrali,

a me, potenza indomita,

 

a me.

 

E dalla sera

sorbisco i dissapori,

le scarpette fulgide

alla porta, entri? si dai entra pure.

 

Tu cosa vuoi?

Tu che non piangi,

tu che respiri col dito,

che sei di là,

lontana ma ferma

all’uscio timorosa

e ardita,

 

faccetta di neve.

 

E ti scordi di nuovo,

ti viene da ridere alla follia,

simultaneo il sopruso,

lo sberleffo

e mi sbatti

nelle segrete dell’animo

senza pietà alcuna,

 

senza gravami,

senza retori

che esplodano sermoni

o arringhe

di ogni branca per me,

tu credi invece parli

dell’autogemmazione squamosa.

 

Eccoti qua, eccoti qua,

sei venuta guardando ovviamente

altrove,

 

non ti degni nemmeno

di entrare

accenni già di andare via,

 

di fuggire con altri valenti

e beffardi segreti di marmo

come gli occhietti vivi

che sfiorano e non si riposano,

 

che vedono tutto

ma non scorgono

il particolare,

 

fai ancora le tue belle generalizzazioni

ma dimmi,

la rosa non è meglio

della distesa verdognola

intorno che la contiene?

 

L’intorno d’altronde

ausilia soltanto

la definizione del limite

ma la stessa sussiste

intrinseca solo nei petali, sai.

 

No, dov’è la luce?

dov’è il sole? dov’è il cielo?

 

Non c’è speranza ahimè,

la scala crolla

mentre rovino con lei,

 

futile oggettino antico

nel postmoderno,

 

nel ripensamento inutile.

Noi, mai più noi,

 

anzi mai e basta,

non c’è mai stato passato,

soltanto gemiti,

le lacrime dal cielo carmini versetti.

 

Sento già

che non è perduto

ciò che non si è mai avuto

 

ma la libertà,

lei è in rivolta

e non resiste alla rappresaglia

del potere quieto e subdolo,

 

cerca un appiglio

e stende le mani tese

alla volta turchina,

 

nuvole rade non ostacolano

il gesto ribelle,

 

il giavellotto o la torre

dalla unica voce,

 

la piattaforma della pace

svilita dai nostri rimorsi,

 

dall’albero dell’amore,

dal frutto di sapienza

ed il gusto di reciprocità

e rispetto

trafigge non il nemico

ma il nostro stesso petto.

 

Ci sei o no? Diamoci la mano,

varchiamo il confine

anzi con la gomma pane

smacchiamolo e poi resettiamolo,

siamo qui per questo,

tu già lo sai,

il tuono non spaventerà

la moltitudine sola, dai.

 

No, non c’è pietà,

in eterno esilio

dalla verità,

 

le camice sulla cruccia

accanto alle scarpe.

 

No, non c’è lealtà,

dove sono finite

le armate invidiate

e indistruttibili? A vele spiegate

tutti scappati.

 

Arde, arde e freme,

la città,

fiamme a gola altezzosa,

 

via, via l’umiltà,

non c’è pietà.

 

No, non c’è dignità,

tu te ne vai,

e così finisce quest’istante.

 

No, io non me ne andrò,

solo resterò

ma con te affonderò.

 

Finisce il tempo, crolla l’impero,

crolla l’impero.

 

 

Astri Estrosi

 

Tu,

specchio,

valvola trascendente,

tasto d’avorio,

scala in si minore,

giro ossessivo,

armonica compulsione strumentale

 

e la testa sotto il cuscino.

 

Tu,

 

tu già lo sai,

sulla sponda del molo

sfoglierai la luna,

 

oh frastuono di miele,

oh onda spumeggiante

e lastrico di schiena bianca,

tondo violetto,

 

clavicembalo alato.

 

Sto con te amore mio,

guancia a guancia a fissare

impietriti il mistero,

e arriva il do,

 

hai voglia delle mie labbra,

 

mi sussurri.

 

Oh, i tuoi capelli sul mio petto!

 

E non hai l’ortica istigatrice

sul ventre, continui.

 

Sarà il nostro segreto

l’aurora,

 

vaneggi mentre protendi

il tuo dito serrante

sulle mie labbra.

 

L’albero esplode

di vigore nei tuoi giardini,

 

sono tuoi gli altarini.

 

Ascendo tra le foglie,

sono superba,

 

strafai.

 

Astri estrosi

incrociano i nostri sguardi

mentre li orchestriamo,

 

accordiamo le falle,

nessuno può fermare

il nostro palpito furioso,

mai,

 

la tua veste candida

sotto assedio,

 

mistero di vetro è questo,

 

cristalli condensati nel tempo

e rimessi al vento,

rimessi al senso,

 

assi e travi urbane

a sostegno dei giorni,

 

paonazza sei, ragazza,

affronta i ridenti,

angosciosi fermenti,

lividi inospitali

sul polso violato,

 

docile riporto,

matematico sfregio naturale,

vasta alleanza sui binari

dalla fiamma antica

della fiamma amica.

 

Bacchetti la corda

con forza tra le nubi,

 

vai mia piccina instancabile,

continua a suonare,

le carte le puoi giocare tranquilla,

 

sono paziente,

squarcia il velo orientale

dell’illusione,

 

e sorgi luna

in luogo del sole,

 

ridona la potenza

alle selve,

 

riaddenta la mela,

 

volgi lo sguardo alla luce,

 

un lieve sentore

sobbalzerà in te,

serva e padrona d’assoluto,

maestra e scolaretta,

 

demone angelico.

 

Astri estrosi

ruotano intorno

mentre scriviamo,

il piano stonato,

la vita nostra sintomatica

svilisce il potere superbo,

 

sorge per sempre

il bagliore pallido,

nell’abbraccio possente

 

fondiamo e creiamo

staticamente la sostanza.

 

 

Serenellosa

 

Il carillon suona,

ostile, incantata e stupita

sorseggi il tuo cioccolato bianco,

 

nessun rimpianto

visto dal rifugio,

 

quel cantuccio caldo

 

magari toscano.

 

Pioverà,

già un po’ sgorga

la serenità,

sole spagnolo caliente

e sordo,

calante

 

e l’astro nascente,

dio mio che caldo,

 

dammi un beso

però serrato.

 

Prendi il panteismo,

va bene,

ma fa comunque troppo caldo,

 

due scritti di Coelho

magari pleonastici.

 

Ermete Trismegisto,

dai punta all’Egitto,

mentre intrecci

la tua collanina di perle,

 

bella, grazie, è per me,

iridea oserei dire,

 

un po’ di impasto

e il dolcetto è arabico,

 

caramelloso il tuo leccalecca,

 

il piercing e l’andatura da emo,

ti lecchi i baffi invisibili.

 

Riccettina vola,

dolce ausilio viola ondaccolante

 

dai, mentre afferri i soffi incliti,

il più bello si confonde

col tuo cappellino viola,

 

sei un uragano ottagonale,

allucinante l’orecchino

da circo,

 

togli le converse

e sfreghi i tuoi piedi,

 

la scintilla è la risultante

algoritmica ed oligominerale

dell’animo.

 

E lo scherzo

sembra quasi finire,

 

il maestro è furioso

perché non rispetti i tempi,

 

allora dimmi

che hai un bel gattino

arruffato e sbadato

che ti mischia le carte

 

e proprio non puoi studiare,

 

passa ai canditi,

formaggio filante,

così dai un bacio

al sapor di big babol

 

al tuo finestrino

nel traffico volgare e irreale,

diciamo va’, nuovamente sesquipedale.

 

Serenellosa la serenata,

scorgo la luna,

stil novo partenopeo,

 

e tu fai le bollicine

non di sapone ma di tè.

 

Boccolosa doppio malto

e chiara,

 

mostrami la strada,

toh che carino il braccialetto!

 

Scarti qua e là,

dormi dai un po’,

ti carezzo la coperta,

e la scorza zuccherosa

nel palato stringe

il fiato universale,

 

così poi tu puoi tranquilla

far l’elastico filetto gommoso,

 

l’impronta del tuo rossetto

sulle mie labbra.

 

 

Ohibò

 

Avessi fiato parlerei di te,

magari in barca

solfeggiando il golfo

costeggiato ed ingolfato

veicolo stellare,

 

la sabbia che sporcò la stiva,

 

vestigio umano

del ricordo,

 

padroneggi con rispetto

il mio timone,

nocetta buffa,

 

vocetta candida e serpentina

cassi le mie casse

con rinvio, formale l’errore

illogico il dolore,

 

manifesto marxista infondato.

 

Accendi la siga e tiri sorridendo,

il tuo fumo appanna i miei

occhi portali,

in sogno portuali

 

appigli sepolti

e sepolcri, spogli nichilisti

da canarini che tu sai,

 

sbottoni la camicia in trance,

meditazione ondulata,

 

e già!

 

Dagli un nome a ogni creatura,

va be’ ma questo è proprio orrendo

nomoteta arruffata,

il suono fonetico deriva

dall’onomatopea,

fumetto primordiale e astrale,

 

studi la parola e allora,

perché babeli ancora?

 

Il gruppo clanico

cambia forma

non sostanza né apparenza,

 

vedi l’allitterazione

tra suono naturale

e pronuncia umana vocale,

costante consonante,

impronunciabile e sonante,

 

il nome di dio lo puoi intuire,

e la cravatta non ce l’ho.

 

Un altro paio di tiri

perché me ne lascerai due,

già lo so,

mi offendo così però,

 

contrasti la trinità,

la verità non è duale

o manichea,

ma unica

perché il dispari alla lunga

fa unità,

 

l’infinito è un otto capovolto

anzi diciamo steso tramortito,

pari ma impari

dunque impuro,

 

cadi in contraddizione,

accendiamo un bel falò

e ammettiamo l’inesistenza

del pari allora.

 

Piangi ma che fai?,

ti disperi,

in realtà mi accorgo

fingi e poni il piede sinistro

in avanti

il destro ben saldo

e dai fiato al fumo:

 

esiste tutto quanto,

il pari in realtà

è disparico in disparte

quindi dispari se si completa,

dunque il pari è parte

del dispari risultante

e di conseguenza l’infinito

finito incompleto.

 

Ohibò!

 

 

L’intro pensa se stesso

 

Ti incontro, ti scorgo,

vedo i tuoi occhi spalancati

e abissali,

 

sorridi,

e poi…

 

Insieme tra le gemme,

il silenzio intorno è irreale,

 

innalzati io e te,

tra i segreti nostri

 

domani imperscrutabili

ma chiari,

 

comunque vividi

per noi che siamo…

 

voltati guarda,

spacco in sezione aurea,

le mie valige,

la tua effige plastica.

 

Tic tac, tic tac.

 

Noi qua,

 

faccio il suono vocale più intenso,

si presta meglio,

 

canzone che pensi te stessa

vai, il progetto

sentimentale assoluto,

 

karma intrinseco,

e piangendo sdruccioli

ciò che c’è cioè,

 

non so,

perché il ritmo incalza,

o amor e viaggia

la mente lungo i nostri boschi,

 

le bianche nubi cherubiniche

metalliche

dove finalmente trovi

l’accordo fatale,

l’altisonante verso vitale,

 

e vai via,

resti qui comunque sai,

 

e poi in ogni caso materialmente

tornerai, fiduciaria del cuore,

vassalla dal sapor di neve,

riccetta ammiccante,

 

e riparto in sol,

 

vado verso ciò

che non so,

 

la simpatia e l’intrigo

tra me e te,

 

mostri pietà.

 

Va, lento va,

il motivetto che è un passante

battuto e infreddolito

che si avvita sulla scala

metafisica e lo vedi meglio,

 

la testa è capocchia

di fiammifero rubino

e poi il din don

ticchettante.

 

Tac. Tic.

 

Urticante amica,

bruciacchia il naso ardita,

vai cambia tonalità,

 

le sentirai le mie storie,

sono simili a ciò,

linee melodiche che si rincorrono,

si cercano,

si scrutano,

poi infine al momento

di accostarsi,

 

senti là il sapore

del bacio quasi vicino,

 

prossimo,

 

senti il fiato sul tuo,

vorresti incrociar le labbra,

 

ma il dito continua a salire

e discendere,

 

sembra lontano,

ma ci distraiamo ed è scintilla!

 

Ah passione!

Vampa umida elettromagnetica

in corrente,

 

vero archè,

l’energia secerne,

potenza cosmica,

 

vero archè

dunque il bacio

 

e lo sai dura un istante,

 

il verbo del principio

insufficiente, si arresta il sistema,

non è attimo,

non è tempo

è nuovo logos,

è senso della vita,

anima, spirito

dunque anima in azione

e materia a un tempo,

 

genesi ed epilogo,

punto immisurabile,

scena indipingibile,

melodia appena intuibile,

 

infinito!

 

Ah passione!

 

Dionisiaco, apollineo

e poi hermetico,

 

potenza dell’amore,

vaso colmo

e vuoto di ogni nulla,

 

arcobaleno a banda

da tredici colori in filigrana,

 

bello e buono

a un tempo,

 

essere e dover essere,

 

immanenza e trascendenza.

 

Ah passione!

 

Veemenza e temperanza,

riso, pianto e poi sorriso,

liturgico ed orgiastico,

canone, precetto, disciplina,

volontà e azione!

 

Ah passione!

 

La pace!

 

 

Evanescente il dolore spento

 

Evanescente il dolore spento,

la rosa dischiusa in silenzio.

 

Dolce effusione

mentre fissi la tela.

 

Vorrei scrivere effluvi,

vorrei partecipare al simposio

tracimando lo spirito.

 

Sognami.

 

Quel canto elevato mi scuote.

 

Granelli tanti

quanto i giorni in giovinezza.

 

I segni del tempo

sul volto cedono

alla potenza del bello.

Le palpebre sbattono al vento,

 

portoni di cortine incartocciate,

sbadate e sincere

mentre studio i tuoi sguardi

di sbieco,

 

tu assisa sul bordo

della fonte centrale.

 

Ragazza guardami ancora,

sono nel punto genealogico

delle realtà oniriche,

 

ditirambica, filippica,

estrosa e sofista.

 

Tu, prediletta dai numi,

il mio fiato è per te,

 

io frollerei solo

per un tuo fugace approccio,

 

uniti, indelebili,

te lo ridico, sei la voce

che da corpo ai miei pensieri,

 

la tua essenza mi guida

solingo con verga e lanterna,

ed io non posso tradirti

o abbandonarti, non voglio.

 

Sussurri come brezza d’inverno,

la tua voce non copre il gemito,

 

lo vuoi il mio cuore?

 

La mia anima?

 

Il mio spirito?

 

Il mio corpo?

 

Materializzati allora

dolce eterea,

 

la tua voce intensifica il suono,

diviene strumento essa stessa,

e allora drummeggi e sorridi.

 

 

Iannara misteriosa

 

Proclami l’inverso

come assorta,

l’incubo si raddolcisce

in un istante,

 

l’eremo tra la vivida

vegetazione,

 

l’ermo domani.

 

Imbellito il vascello

dei pensieri,

l’ultimo eco è risuonato,

dardi di fuoco in campi di spine,

 

non diamo spazio abbastanza

all’incanto del dominio

senza armi e armature,

con egide dagli occhi gorgonici,

 

nemici atterriti,

la spada del verbo,

la ruota dentata

con te minacciata.

 

Iannara misteriosa

vai senza aspirare,

 

fuma tossendo,

precludi un assedio,

 

tranquilla, l’aurora è vicina,

già vedo venere e luce

dell’angelo ribelle,

 

già vedo il fuoco

e la maledizione, il grifone

che rode la bile,

incessante il dolore,

 

ciclico il riapparire

con fasti dionisiaci,

 

con mandrie gelate,

o dissi offuscate (?!?)

 

il frutto e la conoscenza,

cioè consapevolezza

e libera scelta.

Poi il brivido dorsale,

certo ci vuole,

 

e ti affanni a rinsavire,

vorresti trovar la formuletta

anche per questa sconfitta

benedetta,

 

allora ti alzi austera,

aspetti i canti di gloria,

 

le sonate del furore popolare,

dell’arca trainata,

 

tale sembra il tuo

perverso sortire.

 

E mugugni trasognando

nel vuoto della stanza,

la radio a mille,

a mille il cuore,

 

lo tracci un sorriso,

cominci ad inveire,

a spegnere il verdetto di fuoco

coll’umore del corpo,

ti arresti improvvisa,

 

la pelle che freme,

la luce che accenna,

spegni la lampada,

scaldi le gambe col fiato,

slanciata in avanti

coi muscoli tesi,

 

gli occhietti furbetti,

 

la piazza in fermento,

 

l’odore di polvere e vento.

 

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti verso il tramonto

 

Dal Caucaso spedizioni albeggianti

verso il tramonto,

ampiezza frontale e vigore,

radure di primi eredi edenici

incontaminati rubicondi

ma pallidi, nubi

intorno alle loro parole,

 

eroi dimenticati,

gelati,

equilibrati,

 

ragazze avorio ed oro bianco

sui ciondoli e il volto vitale,

 

lo slancio floreale,

sonate martellanti

ed echetti in falsetto,

 

marce di pace.

 

La falena variopinta

sulla spalla,

 

l’anello intarsiato,

coleottero libero.

 

Nella vasta distesa

verso l’ignoto,

l’indomabile vuoto

sarà colmato,

 

il messaggio di speranza

proclamato,

 

gli strilloni in silenzio

loquaci mostreranno

il percorso di verità.

 

Urlettino soave,

scisso sensazionale Liocorno,

 

regno dei magi,

 

foglietta di sapienza autunnale

col verde scalfito dal viola

di transizione e rivoluzione.

 

Proseguiamo io mesto,

non indugiamo l’orizzonte è vicino,

la ghiacciata terra

a tre lati sul mare,

la caliente terra

a tre lati sul mare,

l’una di fronte all’altra,

 

scindiamoci,

 

istruiremo in conoscenza d’assoluto

la rozzezza,

la lotta armata scomparirà,

muta si dissolverà,

 

diremo loro che il male

è ogni forma di violenza.

 

Vedranno il frutto del risveglio,

o dormiranno ciechi nelle loro zuffe,

 

l’amore dominerà e vincerà,

col tempo si capirà

il senso del nostro vagare.

 

 

Ah scaglie di fuoco!

 

Ah scaglie e fuoco!

Piange il mio sospiro,

 

lacrime, cenere,

amore, con te.

 

Ti ho qui,

muta oh Sophie!

 

Qui,

le tue mani intrecciate

alle mie.

 

Si alza la fiamma

e resta il verbo,

 

i nostri discorsi,

la nostra isola lontana

senza più approdo.

 

Ipocrite le orazioni

degli incappucciati

intorno al fitto dardo

che ci ha trafitto alle spalle.

 

Ancora no,

fauci secche,

 

neanche più spazio

per gli affanni.

 

E la melodica

in do minore

discende intatta,

geme,

 

vuol rivoltarsi,

armeggiar la piazza.

 

Ah le illusioni nostre!

ah i nostri rotoli!

le rimostranze dialettiche!

trivio e quadrivio!

 

Ah sì, l’esilio!

ah le fontane del chiostro!

 

Sale, sale, sale,

l’urlo muto riarso,

l’umidità combustibile,

le perse nostre parti fredde.

 

Ora sì, ora sì,

vivremo nel sussurro del vento,

nessun limite, ora sì,

 

nessuna damnatio memoriae,

 

solo liberi,

già intravediamo

nell’opacità oculare

sempre più vivida

la riva da noi sognata,

per sempre nostra,

 

adesso.

 

 

La lezione di Iside

 

Ma quanto sei sospettosa,

languida e timorosa,

cicalina dagli occhi oscurati,

velati, mesti e sbadati.

 

Ti alzi e te ne vai via,

ti pensierosa sbatti

le dita sul labbro,

ti cambi e ti trucchi il viso,

 

passi allo sfondo

e il mascara ti manca un po’,

metti malachite preziosa

e galena da atmosfera,

ocra labiale,

 

sei pronta e con le gambe vai giù,

 

sì ti tiri le calze

in virtù titaniche e simpatiche,

 

l’impulso ti palpita il pensiero,

lo deponi il silicio del vero.

 

Questo tepore di fieno

che pone in dialettico intruglio

il veliero pronto a salpare

è un rimorso micidiale

nella tempesta portuale.

 

È vero la voglia stanca

peggio del pavesiano lavoro

ma la lezione di Iside è austera.

Sei un po’ svogliata ragazza,

 

mangia la cioccolata in terrazza,

 

visto errato il riporto,

guarda il sale precipita più sotto.

 

Una miriade di sanfedisti valenti

erano ancora più tristi,

spedivano indulti,

indulgenze plenarie

e sigilli papali

ai briganti.

 

Crolla il mondo se torno,

quindi godo e comunque,

guarda, lo faccio,

 

mastica le foglie di coca,

bevi pure una scoria di basalto

liquefatta

quindi tornata all’origine

ma raffreddata in paradosso.

 

Il sergente Trisiani

suona il flauto avvitando le travi,

a me sembrava felice

tanto che sciolse le camere e si dimise.

 

D’altronde la Legge leggeva poco,

legulei e clero giurista e scaltro,

si ispirava piuttosto ai fumetti

ma guardando solo le figure,

era un surrogato e un rimasuglio

di etica e morale

allora laica lucidò del potere le scale.

 

Il destriero nel vento meticcio

assaporò il languore del maestrale,

fu cavalcato a pelo

e senza redini

da un auriga senza vettura.

 

Un colpo di spugna

e tu ripensi al trucco,

 

soffi aria tra le mani

mentre ti senti distrutta

di prima mattina,

 

l’alcol ancora nel sangue,

vai in visibilio ondeggiante.

 

Meno male,

oggi non piove,

tira aria gelida ma buona,

 

dormirò avvinghiata al termosifone.

 

 

Virtù diademica

 

Cosa vuoi

trasparente essenza luminosa?

Abita in me il rimorso

buio del tempo.

 

Chiara vita

scorre nello sgorgo

della finestra,

 

non violenza

ma scintilla lieve,

 

a cavallo d’ippocampo

vibra nell’aere

come tra abissi

il tuo esercito imbattibile,

 

e sembra giunta l’ora,

l’ora della verità.

 

Ah il rossiccio ardore!

 

ah il pallido incanto!

 

ah lo smeraldino furore!

 

Divento come se il mio corpo

fosse scisso,

 

poi di colpo

l’anima ritorna in lui

salubre,

 

e io so volar,

le mie mani schiuse,

mi guardi e sì,

boicotti i miei progetti terreni,

 

e stai faziosa ancor sospesa.

 

Oh virtù diademica!

oh bellezza angelica!

oh firmamento marino!

 

L’arco da mille foglie

e dodici varietà cromatiche,

 

non è un dolce ma temperanza

statica,

il dormiveglia stride,

unghia sul marmo

in acustico bagliore elettrico,

 

vai, tu sai dove mirare,

tanto sono tuo,

 

vivido il violetto

 

alfa e omega

del circuito universale,

 

intermezzo spettacolare,

 

progresso generato

dall’errore ribelle,

 

uomo tale perché cade nel vizio.

 

Uh magmatico limite!

 

uh sinaptica percezione extrasensoriale!

 

uh magnetica dialettica metallica!

 

 

Resta qua

 

Non trovo più il disco

con inciso il verso,

quello dei porticati,

non hai idea

di quanto mi dispiaccia,

piangerò se non gli dai la caccia.

 

Non scherzare con il fuoco lento,

soffia pure il perdimento

controvento in paramento,

 

la fiamma risplende d’incanto,

la mia vera mistica ascesa

tra le tue braccia.

 

No,

non è amore,

 

sembra condimento puro,

fondamento della sostanza,

sua linea e chiave di volta

e sostanza stessa infine.

 

No,

il viaggio può aspettare,

già lo sai,

 

l’importante è l’ altrove

dei nostri pensieri,

 

siam lontani,

sospesi,

inauditamente protesi,

 

siam plananti

in giubilo festanti,

nella ciurma in calca,

 

sulla pista ghiacciata

scia di pattini.

 

Volge il sole al tramonto

ormai omelette,

 

scorgo l’ombra

e non è stavolta sul soffitto

ma miscelata alla mia,

tu meta e non metà,

 

il tuo sorriso sensuale

stampato a Gutenberg

per scherzo immobile,

 

non parlo della città

del metal melodico

donna e ragazza,

amica e compagna.

 

Non vorrei amor divagare

come d’uso,

 

stiam giocando

col dispetto nostro

e col sospetto loro,

 

regoliamo il volume

al minimo

e socchiudiamo gli occhi,

 

come son carini

i nostri due nasetti

che si sfiorano appena!

 

No,

non voglio,

non lasciarmi le mani,

l’alba tarda ancora

e non fronteggerò

la transizione

senza il tuo sguardo,

 

puoi restare,

 

dormire qui se vuoi,

 

i nostri sogni mattutini

saranno fiori germogliati asciutti.

 

Non mi abbandonare amore,

io sempre ci sarò

se chini il tuo volto

sulla mia spalla.

 

Non credo sia importante il perché,

basta un attimo

e riappari fulminea

nel limpido sfondo,

 

ti penso,

come se non fossi qua.

 

Non credo sia importante

il risplendente sole

senza il tuo volto nel giardino,

 

scendi dai monti

come ruscello benevolo,

 

neve sciolta e odorosa.

 

Non c’è più l’affanno

sul vetro,

nell’attimo concentrico

d’assenzio sei già qua,

come fonte di splendore

autentico.

 

Non miscredenza

nell’essenza del simpatico

 

fare estroso,

magari candida nube

 

di gloria eterna.

 

Non clamore frastornante

ma rivoluzione silente

cioè scarica vitale,

 

pulsione indomita d’amor.

 

Resta qua!

 

 

Qualcuno inveisce con forza nella mischia

 

Qualcuno inveisce

con forza nella mischia,

sincopato il labbro

come pastasciutta,

 

questo pseudoepocale manto disilluso della folla

è scostato e snobbato dal volgo stesso.

Invece quel nostro ingorgo a trotto

è così finito:

altro non era che libro dei sogni,

il burrone abissale dei ricordi

svelati come fossero mobili.

 

Girano quei fogli enciclopedici della nostra vita,

passa il tempo

e resta il disincanto

quindi, le magliettine,

le bende e le bandane,

i cagnolini e le grosse belve domate,

l’apostrofo e a capo dell’epiteto.

 

Un passante stranito

guarda e sorride,

 

le nostre parole stese su panchine,

gli amoreggiamenti, le effusioni

e le questioni insolute,

 

presumete orbene

che il sentimento puro

sia deducibile solo

da una stupida trasmissione televisiva

di Bercoglioni

o forse un post del Grillo parlante genovese di Cortina,

o ancora del nostro Dalaipapa gesuita?

 

Trasudante il sangue vespertino del cielo,

postilloso e cavilloso

il callo scrivano,

 

un tantino amarognola

l’offesa,

 

più che altro indifferente

la massa proletaria,

 

sorprendente il manico di scopa,

però.

 

Oscuro l’Efesino

stracolmo nella cruna

mentre filan le Parche dolenti,

 

pubblicherei per cambiare pagina

un pezzo sui siriaci serpenti.

 

Magdalena

 

Sguardo svanito,

nell’anima del bosco,

solitario un fruscio lontano,

il vento ti carezza i capelli

lo spirito inonda i tuoi occhi,

dolce la neve sul volto

inondato di speranze,

come fosse vivida fonte

tra l’aurora del tuo domani

 

I canti antichi

impressi sulle pareti

le tue dita in cielo

volteggiano e guidano

le tue parole

come il nascere del sole.

 

Sei luce,

immagine sincera,

 

torre d’avorio ed oro bianco,

 

lo sguardo si acuisce

e la mia essenza si eleva

 

e non c’è più vuoto o buio

dentro me.

 

 

Notte ai Decumani

 

Stanotte ai Decumani

la consorte del principe di Venosa

coperta solo di lenzuola

maledice i madrigali verseggiando,

intravedo il barlume corneo nei suoi occhi.

 

Sansevero che cauto miscela arsenico

e belladonna sulla tela

poi come un caimano piange,

ah la sua cura sforbiciata per il plasma!

 

Sai, vorrei bruciare l’odore

dei tuoi pallini d’incenso in combustione

privi di allori e seducenti,

 

è ora:

il venditore di giornali sembra

aggiudicatario battitore,

 

picciola mia stai attenta e non dimenticare

di trasmutare la morale.

 

Croce, il diplomatico mancato,

estetizza estasiato in biblioteca,

 

l’arte è una parte,

direi però la fondamentale,

la molla della storia

e del circolo perverso della gloria

(i poeti laureati tra le piante dai nomi poco usati).

 

Patteggiamo col divo Nerone!

 

Era un tempo l’era dei fumetti

letti in piazza

tra il gomito e la tazza

di solfuro intarsiata

stracolma di folla indispettita,

 

le cicche fumate a metà

raccolte dal senso e finite.

 

Varia l’effige!

 

Bruno studiacchia

nel chiostro e si distrae,

poi butta all’aria le icone

dei fratelli

e le sostituisce con scritti

babilonesi o neoplatonici.

 

Virago celtica!

 

Ed affinché

non dimenticassimo le beffe

con le cornamuse contuse

facemmo il verso al gesso

del docente inconcludente.

 

E spaziamo con la danza!

 

Ondeggia a sinistra o di là,

vedi

vai già

più lenta della musica,

ritmata la tua scorza di limone,

candito

inflitto a pizzico di dito.

 

La violenza sconfitta

con un bacio in palafitta

dell’invasrice indoeuropea

ancella di Brighid,

 

epoca remota,

l’edenica scena

non fu mai più riproposta,

 

son fiori colti nel deserto

e tradotti in sanscrito.

 

Non manca fumo pel digiuno,

 

C’è cenere e amore se ti volti di là,

 

il capo piumato è scolorito

allora rinunciamo all’allettante invito.

 

Al far della sera si cacciava

e per maledizione

non ci si nutriva più

solo di frumento e bacche,

 

la simpatica ragazza

faceva l’occhiolino

ed incrociava le braccia.

 

Tu sai,

conosci il nome del silenzio,

 

vuoi avere le cartine al tornasole,

le patrie senza limiti e frontiere.

 

Le musiche non cambiano

da popolo a popolo

c’è comparabilità nell’identità

l’essere diverso

si identifica solo con l’incontro

e col confronto

ed acquista così unicità.

 

Mi conceda infine l’ultimo passo di danza

(d’altronde hai intuito l’uno e l’altro canto, il verso stravolto e il suono).

 

 

Si svestì dinanzi allo specchio

 

Si svestì dinanzi allo specchio,

il mio,

se ha un rimorso lo scuce

nel letto,

 

la voglia forse non rimane,

ma lei sembra la scia

di una stella

o magari della viola

la corolla,

 

colta da una donzella estasiata.

 

Tutto negli occhietti,

brivido pensante

ed astraente

in quanto manifestazione,

spirito apparente.

 

E il corso d’acqua

risplende ciclico,

 

ci bagniamo sempre

nello stesso fiume statico,

 

unità triplice della natura,

 

dio ad un tempo anima,

spirito e corpo,

 

ti prego ricorda

l’impresa ardita

 

tra i flutti,

le colonne d’Ercole,

antidoriche,

 

il muschio ridente poi.

l’ultima stazione,

il vagone sonante,

te che parti,

che fuggi,

 

tornerai?

si schiuderanno più le labbra?

 

sussurrami il versetto.

 

Giradischi affetto

da dolori al petto,

 

e stride al contatto

col corpo lucido.

 

Io tendo le mani,

la luce si riflette,

cado in estasi

come se scorresse

latte nelle vene.

 

Assopito penetravo nell’assoluto,

spesso un ronzio mi distraeva,

il mio annullamento volitivo,

è nostro potenziamento giulivo.

 

L’orologio batte sugli attenti,

l’incubo si smorza

e il sapore della svolta,

mi pone nel dubbio,

ti fa sobbalzare.

 

Scende ora la pioggia lieve,

parli quasi sopita,

i boccoli e lo sguardo vago,

le lenzuola stropicciate

al vento,

ombra soffusa

al chiaror di luna,

 

pura immagine,

la sonata è mancina ed estrosa,

la veemenza del silenzio,

 

il viola tra le dita,

macchie soffici d’inchiostro,

 

picciola la magica orchestra

è dipinta nell’aria,

 

sei speciale sai,

penso a te.

 

Sento già il brivido dorsale,

le mani tremano,

la voce tua sublime e dolce

in me,

scendo e salgo,

guardo il cielo,

c’è lassù la stella

dai contorni tuoi,

illumina,

guarda qua,

 

si dirama in costellazione,

e così prende forma

di te.

 

Scorri a fiumi,

ti sento dentro me,

 

il cuore palpita,

la voce tremula.

 

E credo non dimenticherò

il tuo sussulto,

la musica della tua voce.

 

La notte domina più in alto,

il tuo sguardo obliquo

di nuovo alla parete,

 

cosa darei per vederti così,

per racchiudere

e non dimenticare più

quest’attimo,

 

vorrei dirti più

di quello che posso,

ma tu sei più

di quel che so,

 

fermati attimo

e lasciala impressa,

sì.

 

Guarderei solo te,

non vorrei mai più perdere

i tuoi gesti, i tuoi sogni, le tue parole.

 

Voglio te,

i tuoi occhi

e i tuoi soffici capelli,

 

non dimenticarti mai

di me.

 

Scende ora la pioggia lieve,

i pensieri non vanno però altrove,

 

diventi fluida come l’acqua,

pura e sincera

coi tuoi problemi,

le tue dolci esitazioni,

e io ti voglio veder

per sempre così.

 

Picciola mia!

 

Sei splendida stasera,

fantastica sai.

 

 

 

L’alba del domani sarà petalo tra le nostre dita

 

“Cosa fai lì sconfitta,

stesa e un poco afflitta,

direi dalla luce trafitta?”

“Dai se proprio insisti,

tolgo il cappellino,

agito i capelli”

“Sì,

vibrazione austera,

sento in te il sapore della sera”

“Vorrei dirti una sola parola

ma la nebbia mi scolora”

“Se credi sia giusto,

socchiudi gli occhi,

col dito sfiorami,

materializzati,

l’inverno non ci può avvilire,

ti prego, dai,

non scomparire,

non dissolverti ancora”

“Deh mio simpatico amico,

non ricominciare,

io non mi soffermo mica”

“Uh guarda che carino,

il piercing e il nasino,

l’introverso giro in tondo fino”

“Ohibò,

che dolce l’hai notato”

“Dimmi un po’ allora

cosa ti trattiene?”

“La sabbia, il vento,

la maglia, il tempo,

l’ultimo elemento”

“Quale?”

“…”

“D’accordo fa come vuoi,

lo scoprirò”

“Non c’è numero che tenga,

ma un’unica sostanza

allora stringimi forte amore,

dimentichiamo tutto

e scopriamo l’assoluto

avvinghiati come ultimi eroi”

“Sono stupefatto

dal tuo sguardo, dal tuo volto,

dal tuo corpo,

credo che la notte

sarà l’ultima vittoria,

se il mondo crolla,

i nostri sogni sfumano,

l’erba cessa di crescere,

noi ultimi reduci

ricostruiremo la vita,

l’alba del domani

sarà petalo tra le nostre dita”.

 

Il Giardino di Epicuro

 

Goccia di rugiada,

quattro di mattina

il giardino respira di follia,

 

si prepara la festa frugale,

feta, orata mandorlata

e un cotilo di vin mielato.

 

Passa la ragazza,

capelli raccolti,

trucco accennato,

corpo snello,

 

vademecum sotto il braccio,

 

pulsione di vita in petto,

 

è stupendo il profilo!

 

Un bacio sulla guancia,

l’altro mi sfiora le labbra

 

con sapore fulgido d’incanto,

 

e poi il ciondolo e il pendente,

il braccialetto spigato,

finemente intagliato in bronzo.

 

Entra il maestrino,

solleva lo sguardo,

anzi lo abbassa in alto

ascetico ed intorno fa le mosse

mentre lei con due o tre smorfie

si inchina e si intarsia,

si strapazza,

 

vai giovine pulzella,

vai piccola frigente

e fringuellosa slinguacchiata

e decorosa.

 

Cara siamo soli,

cogli le asciutte parole.

 

Volgi l’indecente,

ci basta poco per essere felici,

dai con la bacchetta

dirigendo austeri

l’orchestra con la pace,

con la gioia,

con l’amore e la fortuna

dei nostri anelli

 

eliminiamo dal mondo

violenza e guerra,

 

le scritte nei cartelli,

 

i disegni sui fumetti,

 

sui manifesti l’orma

dei pennarelli.

 

Vai raccogli l’aere,

 

inspira l’anima della natura

tramite lo spirito diventa pura.

 

Vai distesi a terra,

poniamo la brezza egea

e chiamiamola flemma e purea.

 

Vita straordinaria,

il sussulto divino si scorge

nel semplice barlume affino,

doniamo noi stessi alla causa,

al bene comune,

 

l’orticello del dispetto

devastiamo coltivando il rispetto,

 

e vita eterna nell’amore

e nella cenere il mutamento statico e ciclico.

 

La ragazza di Dublino

 

“Spremi il tuo cuore!

Con speme scandisci le parole!”

 

Sto svitando cardini e cancelli,

le fondamenta

della mia passione

sono obliqui raggi di sole,

vasti scoscesi campi da arare,

vitali illusioni da nutrire.

 

Mastodontici colonne,

templi castrici a coda di rondine.

 

L’architrave sembra seducente!

 

“Cogli il fiore!”

 

Sono assai distratto dall’incanto del vento.

 

“Poni ardenti assiomi…”

 

Ho mangiato,

in fretta il mio panino,

struttura cellulare,

impermeabile membrana,

pompa sodica e spola del potassio.

 

Nel silenzio vibra un phon,

la musica ancestrale in profondità.

 

Livido scolo.

 

Canuto argine dell’acquedotto.

 

Potrei divagare, impostar la voce nell’anfiteatro.

 

“Vai tranquillo!”

 

Sembra divagare

la previsione astrale.

 

“Scorgi le scale?”

 

Scade la ricevuta,

alto là,

l’imposta sudicia,

la baratteria dantesca.

 

“In anime ribelli

la chimera del tempo”

 

Scesi poi bazzicando

tra le strade del borgo.

 

“La corrente è un po’ avversa,

mantieni la promessa”

 

Ero un po’ assorto

nei miei pensieri.

 

“Lascia stare,

resta in piedi”

 

Passò d’un tratto

la ragazza di Dublino.

Il flusso allora si arrestò

e mi misi a parlare.

 

Come stai?

E perniciosa dove vai?

 

Rideva, dispettosa

e cinica non rispondeva.

 

“A volte il silenzio è l’incubo del portamento”

 

Ma poi d’un tratto iniziò a sciorinar parole.

 

“Vedi, è fiera!”

 

Le sue scodelle.

 

“Dove è il pragmatismo?”

 

Accordò la lingua

in intenso spulciare indecenze.

 

“Non disperarti amico

lei ti vuole bene”

 

Allora le coprii

le labbra con un dito.

 

“Guarda che occhi!”

 

Non so,

il mondo è sul suo volto,

la storia nel dondolare,

la conoscenza nell’indicare,

la sapienza nel fiatare.

 

“L’atomo è in paradosso scindibile

ma il legame no,

è solo apparenza,

resta saldato”

 

Mi colpisce più di ogni cosa

la dolcezza che ha nel parlare

ma soprattutto

la grazia nel baciare.

 

L’immagine dell’assoluto

nel cenno della testa.

 

Dodici chiavi ed una serratura.

 

“Non ti distrarre,

continua a fissar lo sguardo,

innamorati appassionatamente,

le gioie al petto e al braccialetto.”

 

E quando smette

carpisco il suo discorso,

mi svesto dell’orgoglio,

scaccio la vanagloria,

mi fisso allibito,

bocca aperta

e lei sporgente.

 

“Le sentinelle del sinedrio

parlano di vendetta,

lei resta estromessa

e allora espande letizia”

 

Schiarisce un po’ la voce

non tossendo ma ispirando

e mi mette al corrente

degli opposti, immanenti a loro

c’è la sintesi che li ingloba

ma allo stesso tempo

li contiene e quindi

annulla differenze,

c’è un’unica sostanza

e quindi il male si scorge

solo dall’assenza.

 

“Le virtù son sante e beate,

dal cielo e dalla terra benedette,

se scordi ciò che c’è in te,

perdi di vista il divino”

 

Irrompo e mi trascino estasiato,

educato alla libertà,

alla dignità, all’amore

e alla parola.

 

“La simpatia è universale,

ponila come premessa,

siam ginestre vesuviane,

stringiamoci in un unico abbraccio”

 

 

Cleopatra Selene

 

E va la gazzella,

carta attacca,

volge intatta,

preda al corso

d’acqua,

oddio che scacco!

 

La ragazza morsa

dalla taranta danza,

 

ondeggiamento sub sahariano,

regina della savana,

 

estasi statica.

 

Warhol fa graffiti urbani,

la ragazza domata trasforma

il lamento gutturale

in lemma soprano,

indossa le borchiette dark,

la zattera a triplo tronco

alla sorgente del Nilo azzurro

va .

 

Reginetta a pesca in apnea

stretta al timone,

 

allento la corda

e il tronco divarica

in trotto,

 

viandante va’.

 

Fiori cretacei tra i capelli,

cacci lo specchio,

trucco cretese,

labbro fenicio

semi sporgente.

 

E in un rollio kilimangiarico

sembri crapettare,

austriaca scura.

 

Vai,

comica zuffa,

luna violetta,

lingua sorretta,

patina asciutta.

 

Sogni il megafono francese,

il punk senese o berlinese,

la dedica con scredito,

l’urletto sollevato,

la seducente ondata,

il Clysma cobalto-cinambrico.

 

Cambia il taglio dei capelli,

il colore dei sentimenti,

la danzetta sta finendo,

rinforca gli occhiali da sole

e pensa,

riprendi il clarinetto,

scuotilo per dispetto,

nell’indecisione mistica

crea una moda,

una parola,

o una vivida storia

già fritta,

 

un aspide che insidia il calcagno

della tua discendente,

 

la flotta nemica

salverà qualche libro?

 

Kimery

 

Dam dam,

le spoglie spirituali,

zam zam,

sostanza al sommo grado,

la la,

astute simmetrie,

quo quo,

superflua venalità.

 

E scivolo sul piano inclinato,

mi manca un sostegno,

forza trasversale

e vettoriale inverso,

sditato un po’ cucito,

svampito twilightiano,

ennesima eclisse consoliana,

ambasciata emo zigzagata.

 

L’espansore a incudine

falcia il martello,

l’ultima occasione,

l’incubo del sonno di ragione,

nottuccia amore,

 

illuminista romantico

e decadente enciclopedico,

 

rosa e biancospino,

 

acca un po’ aspirata,

 

capo o coda o smilza

bicocca da sfinge.

 

Set set,

pentole bibliche,

pam pam,

sbrigata statica,

bum bum,

sorseggia mandorla sudamericana,

ven ven,

veltro spoglio da addobbo intrinseco.

 

Cado come sabbia,

clessidra formativa,

body modification

da scettro maledetto,

anello gianico e ceccato,

 

si fossi fumetto andrei all’inverso.

 

Beng beng,

golfo tarantino,

can can,

suono asciutto israelita,

bon bon,

maya nutelloso,

br br,

cancro in capricorno

uniti all’ordinata g

ascissa p-melissa

dell’equatore milleriano.

 

 

Lady Nietzsche

 

Agalma sbiadita

dall’incuria dei giorni andati,

non è finzione,

sei vivida in proiezione,

riflessa e maledetta,

in un angolo col libro

semiaperto,

e poi diretta al piano

ondeggiando.

 

Il silenzio del vento taurino,

la seduzione e l’ossessione,

natura e sonata frastornante,

pessimismo ridondante,

il bel sì alla terra,

elevazione spirituale diretta,

il litio in provetta

e sei più calma.

 

Dov’è la parola ardente?

dove il furore? In te si chiude

la storia come girotondo,

 

danza sugli specchi,

la tua gioia,

la fierezza permane,

e la voglia di sovversione,

 

trasmuti l’alma

e ti trasfiguri.

 

Booom!

Dondola la pioggia,

va.

 

Piange il sole,

luna altrove,

nero ardore,

corvo in Mole.

 

Strisciando intanto

sui rimasugli,

la vasta quiete

del sussurro

interrotta dal vascello silvestre,

 

le danzatrici,

la fruttaiola e l’uva,

l’intentio,

l’inaudita verdognola

pozione amarognola,

il rosmarino diluito

tra i capelli,

il rito sabbioso,

il rito tenebroso,

la voglia d’incenso,

la mitriaca valenza,

lo schizzo alla fontana scissa,

la solitudine vana,

poi la virtù velata,

la tracotanza infetta,

la magica rimessa intatta,

il rigurgito vitale,

la passione scardinata,

la sincopata arsura gelida.

Infine un ululato lontano,

 

poi il silenzio.

 

 

Da qualche parte

 

Da qualche parte,

forse proprio lì,

oltre il confine del mare,

alberga l’indicibile,

 

sguardi attenti, rivolte, gesti.

 

Sfiora il tuo viso l’inverno,

accenni un sorriso di nuovo,

piano, calma, non c’è fretta,

 

calma.

 

L’astratto, discorde, pudico,

velato cenno cinereo,

vita in versi, forse indifferenti

i gorgheggi preliminari,

 

eh eh, vedi la luce

intralciata dal velato

dolore lacrimato.

 

Dammi l’attacco,

l’ingorgo.

 

Dammi il soffuso,

l’illuso dischiuso,

 

poi zitta!

 

Qualche cosa dentro me

si muove.

 

Noci celebrali, impulsi magnetici,

meschini corsari dimenticati,

messi elettrici,

cause motrici attente,

teorie disdette, paralogismi,

canti come mandorli in fiore.

 

Dimmi di sì

sul predellino del sapere.

 

Dammi l’accenno

sul fiato ondulato,

 

magia del creato.

 

La pioggia!

È così che va la storia.

Così soffice il guanciale

del tuo corpo,

incantato il posto.

 

Così mi guardi di sbieco,

sempre sgocciola neve,

neve.

 

E scrollo le mura,

gli architravi dei miei pensieri.

 

Avvolte come cialdoni,

avviluppati discorsi

carichi di forza

e molecolari inscindibili,

indiscutibili, limiti intrinsechi,

 

a volte umidità labiali

tra me e te,

 

madori vischiosi,

calcoli finali,

 

trovami l’intro.

 

Dimmi lo so,

non lo trovo però.

 

Dammi il misto focoso

di ardore strepitoso.

Ballate apicali

Musica; Edward Burne Jones; 1877

 

Et Amas!

aspetto da un po’,

tempo bastardo,

l’arrivo all’agognato assunto tramortito

spettro opaco

dalla rimembranza,

 

è sera già.

 

Due di coppe,

guarda,

 

sai chi sono.

 

Solo o sola,

è così,

sai di che parlo.

 

Tutta persa

dark side of the moon,

dark dance

under the grin of the stars,

sì, troppo bella.

 

Stasera non c’ho da fare,

hai carpito l’invito

dicevo, vieni a danzare

sotto le stelle,

 

sono qui per te,

bellina,

odio gli esseri umani

anzi no

loro non ci sono.

 

Ma tu mi conosci

ti do l’anima.

 

Dai è tardi,

vieni stanotte

tredici passo quarantotto.

 

Spoglia

come l’autunno

laudamus

 

la guancia destra tua gonfia

nel gorgheggio.

 

Non sono solo

se tu

mi guardi dal basso.

 

Lo so,

hai detto tacita tutto con lo sguardo,

ma guarda altrove

dolcissima mia adorata

d’assenzio solubile

e fragile

traslucida riluci incatenata

all’apparenza

che risuona stanca in sordina

a controtempo

nell’atto dell’attacco.

 

Sono giunto

all’apice

del godimento,

 

amami.

 

Dove sai,

tra viuzze di sentimenti dimenticati.

 

E anche ora davanti a me

piccola mia follia

delle stelle sei lo specchio

quando mi guardi

sento le vibrazioni

astrali dell’amore concentrarsi

 

tripudio di te.

 

E sei così

scapigliata

tutta matta

stendi languide lenzuola

e mi arricci

l’entusiasmo

che svogliato fugge

e si ritrova sempre

negli oscuri lucidi

chiarissimi

occhi tuoi.

 

E ti amo

ma mi perdo

sempre lì

in queste viuzze

di sentimenti dimenticati.

 

Duplice è la settimina stanza

di prima

incline ad assi scoscesi

e questa la comprende nella somma.

 

Ed è vendetta terrena?

Semplice oltraggio,

ditirambo etereo

dell’assunto in proporzione

che erode ma con calma

piatta tra specchi rampicanti.

 

Le lire suonano stanche

nell’eco della cattedrale civile

e tra santicchianti consonanti

slinguetta

una dama nuziale.

 

Ma lo sposo giocondo

è solo

e non sente

che vilipendio

per la tenebrosa attesa.

 

Mille frammenti di anime perse

nello sguardo celato e cortese

quando

vassallo è pretesa d’eterno

diritto.

 

Le lacrime gocciolano amare

le lacrime gocciolano amare e fulminee

tra gli occhi del signore esausto

dell’affronto

che con lacci al collo e alle giunture

spezza il fiore di chi senza colpa

fu vittima di questa

e poi di quella,

in conseguenza dialettica,

 

terrena giustizia

dal sapore aspro di vendetta.

 

Vidi la cerbiatta bianca

d’ebano e arcadica semita

capretta rarefatta

innamorata

o in cerca d’amore

 

dolce principessa

dei boschi

e del cielo schiarito

dalla luna.

 

Ed hai pretese

o solo sogni desti

in pieno giorno

o quando mi cerchi

pensando intensamente

all’orario fissato

sballottolo selciato

d’ambrosia serale

nello scuotimento ottagonale.

 

Senza più speranza

il primo della corte si innamorò

di un’ecatombe celeste

e degli occhi

che sai già

in quanto detti

ed in contemplazione eterea

vissuti.

 

La penombra

sarà la mia vita

di nuovo Orfeo,

 

disse.

 

Ma chi guarda

sputa invidia

ed è servito

il lauto banchetto

dei sogni

di una ragazza

persa per sempre.

 

Persa sola ma comunque salva.

 

Sento ancora

il tuo sospiro.

 

Pensi a noi

tempo fa

nell’attico

o

al pian terreno

del limbico palazzo

sotto la luna

anno iniziale

del millennio.

 

Tesoro

sai

che se scelgo ora te,

dicembre,

il mondo

cambia

e anche noi.

 

Scelta diversa

la mia,

la nostra.

 

Nel baratro,

nell’inferno.

 

E, ne hai ancora memoria,

del ti amo,

dell’innamoramento strano,

volevi me

volevo io te

ma la realtà

non cambiò,

 

diversa scelta

diversa resa.

 

Ora solingo

ci ripenso a quell’ennesimo

varco temporale,

 

roca cara,

amore mio

nella parallela

corrispondenza altera

del mondo accanto

che intuiamo nei sogni.

 

Di fianco io e te

senza psicotropi,

ammanto io e te

e vivande alte

sciorinanti

verso l’abisso noi

verso il ripiano loro,

 

tu comunque ti sei salvata.

 

Salva dal profumo di un amore eterno,

 

e ho già parlato

credo e penso,

ma stanco riprendo

il tuo volto tra mille.

Piccola mia divina

sei ciò

che manca.

 

La danza comincia

ma non si può

con le parole superbe

ricrearti

se non nel ricordo.

 

Cara mia amata

loro

senza ritegno

cercano vita da distruggere.

 

Nell’aurora

i nostri sensi

troppo ebbri

potrebbero perdersi

tra le profezie di Daniele

e le scardinature categoriche,

loro,

 

sono terribili

belve inaudite.

 

Amore cerca

la via

per l’ultimo scampo.

 

Loro

distruggono

i nostri sogni ingordi.

 

L’aurora

ci sopisce

e noi avviluppati,

braccia nelle braccia

e sangue nel sangue,

 

amore mio fuggi lontana

i lupi famelici

distruggono

la nostra iridescenza

e il profumo di un amore eterno.

 

Ed in dimensione oltrepassata

giunto al qui ed al ora

della dodicesima di undici raggomitolate

che poi è questa

sono pazzo

 

un pazzo che rincorre un’ombra perduta.

 

Eccoti,

cosa sei diventata?

Più felice

eppure spietata

contro la verità.

 

Non lo posso accettare,

tuttavia

vado via

come sempre

ultimi tempi.

 

Amore di una volta,

indifferente.

 

Ed io ricordo

il nostro ondeggiare

come danzanti mano nella mano

tra le strade

di una Pomigliano autunnale.

 

Ma l’inverno

annebbia

i miei tepori

e tu lontana,

io a te ancora vicino.

 

Amore mio,

guardati e guarda me,

sono divenuto

l’ultimo folle

e più atroce

delirio

dell’inutilità

della mia esistenza

 

e la tua serenità

sobbalza

e si impone in te

perché figlia dell’oblio

autoimposto.

 

Le tempeste

di inizio millennio

sono echi oramai lontani

tra le veneziane semichiuse.

 

Amore di un tempo.

Vita di un tempo.

Passione di un tempo.

 

Amore mio

racconto ancora

quella storia

di un pazzo che rincorre un’ombra perduta

 

ma la storia ora

è l’attuale

tempo unità immaginaria

spazio reale

 

complesso il numero

del dissenso

 

e sono qui così,

esiliato in terra Tracia

alla ricerca del tesoro,

quello interiormente alchemico

da alambicco spirituale

secernente assurdo astrale.

 

Tesoro!

Brava!

 

Ecco svelata la tua

duplice ombrosa

finezza d’intenti.

 

Nell’istante perduto

in cui ho capito

che ero una semplice abitudine

il coltello

affonda

metafora gira godendo

ma è mia la ferita.

 

E folle

il fendente

galeotto

fu il vostro verso

a questo avverso

carissime,

 

il mio fu a me mortale.

 

Eccoti, brava,

trottetta in sottoscala,

 

ero il rifugio

di un’anima parva,

 

solo sciocchezze.

 

Ma lo sai che la malignità

non mi spaventa più

e un colpo suadente

mi schiude

le tempie

nel momento in cui

il bacio

sporco vostro

cambiò le sorti

del mondo.

 

Tradito

dal senso,

e tu

dell’arma bianca

su di me

non sentivi

nocumento

e tu

della pietà vendicativa

non ti curavi,

non la sopportavi.

 

Ma sappi che

l’esilio

in terra Tracia

l’ho sorbito

e l’ho vissuto sulla mia pelle

 

soltanto.

 

Ero lì,

sono lì,

in tensione sull’abisso!

 

Solitario nella notte

il respiro del vento

e il tuo lamento come eco,

 

l’entusiasmo

spento ormai.

 

Ti vorrei

ancora qui,

amata

nelle tenebre,

vorrei gli occhi tuoi

d’amarena

nella notturna

sonata.

 

Attraverso

lo specchio

il tuo sguardo

celato

dalla

pagina bianca

appena letta.

 

E penso

solo a te

anche in questa nuova vita

sei la linfa

dei miei giorni persi

ad un passo

dalla tua voce

lento serpentino

sussurrio,

 

tutta mia,

 

voglio te!

 

Passa l’anima

ma il corpo

non muore mai

ad essa consustanziale

 

l’alma la obnubili

ma si ribella

come desiderio bramoso

all’ombra

dell’ultima luna

 

e non è una serenata.

 

Godimento,

godimento ciò che conta,

pullulare

ed istinto bestiale,

 

in tensione sull’abisso.

 

Sembri una leziosa peccatrice

salvifica perversa

 

e noi

splendiamo tiranni

alla discesa

verso il mare

 

ma ciò che facciamo

non è nelle nostre brame;

 

siamo fulgide speranze di periferia

mentre la tua luce

brilla

candida

e pullula

l’occhio destro

anzi il sinistro scomposto.

 

Ed eccoci qui

 

tu non reggi il confronto

armonioso

e l’estetica

si spegne lenta

col passare del tempo,

 

un amore intrecciato

da mille tormenti

resta l’ultima spiaggia.

 

Mi senti?

Perché non rispondi?

Sei la solita tu

variopinta

cristiana

ateizzata

dal balzo

immaginifico

sulla ripa che scoscende

nella tempesta

dell’amore

di cui parlavi

e che

non sapevo.

 

Che fine ha fatto l’entusiasmo?

 

A trent’anni

due noi

siamo,

sono

il relitto

corsaro

nella fossa delle Bermuda

affondato,

sai

 

io baciavo

labbra che non erano tue.

 

Golfo del Messico

e radura ombrosa

per dimenticare

quello che io dico

e tu non sai.

 

L’inferno

qui

è peggio

del fuoco,

cammina

con me,

volto divino mio

sei lo sguardo

unico

salvifico

 

leziosa peccatrice perversa,

mio madrigale della terra,

 

mandrie di sciacalli

sulle nostre orme,

 

mandrie di selvaggi

ritti tra le fronde.

 

Tramonta!

Tramonta!

Corna e furore!

Tramonta l’occidente.

 

Viso e scandalo,

tramonta,

 

un grido soave.

 

Nelle acque candide

della rocca

opaca;

la voce è moderna

e postatomica,

 

l’Impero Romano

rigenerato,

 

mille fiere,

mille fiere,

 

tutti schiavi,

più di due terzi

dei mortali,

 

genti umane,

 

fisco grande annientamento,

 

mai italico popolo tanto oltraggiato.

 

Fiammetta

piange

alla riva,

 

quella strana.

 

La Madre terra

in rivolta,

 

gemito ancestrale,

 

l’asse terrestre,

epoca di materia

il Seicento

il Nuovo Millennio,

 

epoca di spirito,

acquario,

Terzo Millennio.

 

Suona la lira

dei giorni d’oblio,

 

ninfa alla sorgente,

Pallade,

Gea,

Europa,

 

essenza è ancora sera,

 

figli noi della terra.

 

Nel cuore il viaggio.

 

Mi assopisco,

suona il flauto

mentre

Morfeo getta

braccia

ai tuoi seni,

 

sono lucide

le realtà

raggomitolate,

 

strane,

 

straripa il sentiero

del mondo

nuovo,

 

Colombo

soffio di vento

uomo di vele,

uomo di mille pene.

 

Cantilena,

gira la schiena

dal tritone

sorge il sole,

sorge il sole,

 

aurora,

terra! terra,

vita,

 

Terra!

 

Reverse divertito,

suono d’assenzio,

 

centrale

nucleare

 

lumi delle mie brame

sogni germogliati

acidi folletti

e Torquato,

 

acidi intrugli,

 

il peyote

e lo sbalzo quantico,

 

piegatura della rosa,

svolazzo dell’estrella,

nome e gloria.

 

Dentro il cuore c’è la viola

e nella viola forse il sole muore.

 

sulle pendici dell’ultimo pensiero sincero,

lungo le scale

perdute del tempo

come assurde invenzione

escon fuori parole

grigie come giornate

di nebbia

e paure,

forti nel cuore

realtà mai immaginate,

nel sogno

verso il passato,

 

ed ora

è tutto perso

tra tralicci

di versi

eterni,

 

ma muta

silente

il tuo

perduto

amore.

 

Così che

anche le notti

siano più lunghe

e senza più lettere

scrivo col gesso

su muri spersi di sera

mentre tu

lontana

ma vicina all’ostaggio

dell’anima mia

 

e il treno

senza pudore

sfreccia

ingiallito,

 

una sigaretta.

L’attesa

 

verso l’inferno

delle nostre storpie illusioni

 

ora solo mie.

 

Deturpano tutto,

l’umana sorte

ed il nostro amore

che è insabbiato

e insudiciato

da chi,

come loro,

senza pietà

 

ha rubato

per calcolo e valutazione

o per divertimento

parossistico

e stolto

ciò che traslucido

era nelle mani.

 

Ribellati al tuo destino

sulle pendici

dell’ultimo pensiero

sincero.

 

Non è forse

ciò che ricordi?

L’unica cosa?

 

Quella da Melisenda

agli accordi

è ciò che perdemmo.

 

Ma se tu non tramonti

io continuerò a soffiare.