Commenti alle opere dell’Oltrismo parte I

Pubblico qui altri miei commenti alle opere dell’Oltrismo, movimento artistico fondato dal maestro Sarossa (Salvatore D’Auria), apparse sul sito oltrismo.com. Altri miei commenti sono stati già pubblicati tempo addietro su questo blog. In particolare le opere “Maria Stella Maris”, “Universi Paralleli”, “L’infanzia e la Coscienza”, “La Torre dell’Equilibrista”, “Gravità Zero”, “L’Isola dei Giganti”, “Carpe Diem”, Golfo Napoli”, “Nitro su Legno Multistrato”, “Il Giorno del Giudizio”, “No Rock’n’Roll”.

Le opere del  movimento artistico del maestro Sarossa-Salvatore D’Auria, sin d’ora commentate da me, oltre che del fondatore sono dei maestri Antonio Marchese, Ferdinando Todisco, Gost, Pach, Laura Luperini, Salvatore Parisi, Emberd Canada, Matthew Palmo, Giuseppe Pollio, Linda Granito.

Le opere qui commentate sono: “Homo Sapiens”, “Ignosco”, “Urlo Divino”, “acrilico su tempera e cartoncino”, “Ho sognato il mio cuore”, “Esseri in Bilico su Varchi Dimensionali”, “Intrecci”, “La Disperazione e la Consolazione degli Angeli”, “Rione Terra”, “Red Sprite”, “L’Addio”, “L’Amore e l’Eguaglianza, il Futuro dell’Uomo”, “Migranti”, “La Sofferenza nel Mondo”, “Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo”, “La Fonte”, “Vittoria, Ode alla Libertà”, “Cosmos”, “The Eye of God Nebula”

Per maggiori informazioni sull’Oltrismo vista il blog del maestro Sarossa-Salvatore D’Auria   http://oltrismo.com/

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ignosco-olio-su-tela-50-70

 

Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Opera1: Homo Sapiens

Opera2: Ignosco

Comparazione e commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Interessante il confronto tra due opere del maestro Sarossa, “Homo Sapiens” ed “Ignosco”.

Le stesse possono essere lette in maniera conseguenziale e sembrano tra loro imprescindibili, come un continuum creativo, una sequela di immagini e di pensieri che scaturiscono dalla lettura complessiva delle stesse. E già i colori sono segno di ciò, non può non apparire una costanza, una similitudo cromatica, una opacità in entrambi i lavori che, tuttavia, è sapientemente interattiva e progressiva nel confronto. Grigio, ocra, smeraldo.

Stuzzicante mettere l’una accanto all’altra e notare come nella costanza cromatica vi sia una evoluzione, una tensione, un ascendere dell’essere umano, che nella staticità del suo esser sé in divenire illumina quasi quella sfumatura opaca, ma senza rinnegarla, soltanto potenziando il massimo di ciò che ha per divenire, finalmente, consapevole di sé e raggiungere un tassello superiore, una luce che già vivida era, ma che attraverso la meditazione e ciò che vedremo di qui a breve si potenzia. Non evoluzione, ma presa di coscienza, e nella consapevolezza acquisita mutamento statico ed armonia. Essere armonico, ovverossia essere al proprio posto nel mondo e poter così contribuire alla grandezza del creato.

Si parte da “Homo Sapiens”, albeggia di lontano una nuova aurora, partendo da destra il cielo subisce una sfumatura crescente e variabile, da un ocra più oscuro ad uno più chiaro, quasi limpido, con una complessità genealogica, al centro una luce, il bianco della trasformazione, come fulmine evolutivo, come scintilla primordiale della ragione, del sé e dell’amore, del prendere le redini della propria vita. Il paesaggio è brullo, una tipica savana del Pleistocene e al centro, quasi in prossimità della luce creativa celeste e luminosissima, un ominide, ancora scimmiesco ma in atto pensante, quasi contemplativo, come se rimuginasse della luminescenza vivida di cui è investito senza tuttavia riuscire a capire, ma con un’aria non perplessa, a tratti serafica. Egli è illuminato ma non ancora ha raggiunto la consapevole sapienza, non ancora ha raggiunto l’armonia, la luce divina è uno sprono, ma l’atto conoscitivo deve acquisirlo in pienezza valorizzando i propri talenti, non rimanendo inerte. La teofania è intuito che non può però prescindere dal continuo pensare, creare ed innovare. E questo lo si trova alla sua destra, in sezione aurea del dipinto, è la sfera. Il simbolo oltrista della conoscenza. È lì, a due passi, lì per liberarlo dalla prigionia dell’ignoranza. È lì eterea e sospesa, è lì il monolite sapienziale. È lì, ma il maestro Sarossa cattura l’attimo, abilmente, in cui riceve l’illuminazione ma non si volta, ancora, a rimirare quella sfera di conoscenza. È lì nell’attimo prima, è lì pronto ad utilizzare gli utensili, ad agire comunitariamente liberandosi dai sui individualismi, che, come gli alberi a guisa di giunco, sembrano tenerlo prigioniero.

E prima di voltarsi verso la vibrante perfezione armonica della gnosi a cosa pensa questa figura scimmiesca in atteggiamento da filosofo, in meditazione sciamanica? Ecco fa la sua comparsa il secondo dipinto. Ignosco. Ignosco che in latino significa perdono, ma che ha anche una chiara derivazione greca, conosco, ed al tempo stesso essere, quindi sono. Ignosco: perdono, conosco, sono. Consapevolezza. La scritta compare in verticale ed alla destra c’è una figura femminile, statuaria, quasi monolitica ma non reificata, vivente, vero e proprio idolo che sostiene una imperfetta e rosea sfera, a guisa di palloncino con laccetto che cade tenero. La scritta è sullo smeraldo ed è d’oro, è preziosa e custodita su muro prezioso e sempre eterno, sempre vivo, immortale rosmarino. Un muretto che custodisce, dunque, come cofanetto, quella parola, quella gioia, quella trinitaria affermazione unitaria, Ingosco. Perdono, conosco, sono. E’  ciò che pensa e ciò a cui giunge l’homo sapiens prima di voltarsi verso la sfera, ed è ciò che il divino lucente, apparso fulmineo nell’ocra del cielo gli dona subitaneo, teofanicamente.

La donna. Che è vibrante e statuaria, che è fissa e mutabilmente perfetta nel suo apparire come un idolo marmoreo del tutto peculiare, a gambe incrociate, nell’atto del movimento, con la sfera eterea rosa vividissimo a mo’ di leziosia. Che campeggia su delle nubi, essere divino. Con l’amore che è imperfezione. È questo il dono. La donna. Il mezzo di accesso alla sfera del primo dipinto. Non possiamo voltarci, non possiamo essere consapevoli senza questa messaggera divina, senza questa portatrice di grazia. Colei che ci innalza e ci fa rimanere comunque coi piedi in terra, che ci fa spiccare il volo solo se comprendiamo i nostri limiti, che ci libera da ogni prigionia solo se capiamo che sapere non è potere, che conoscenza non è perfezione, che la vera armonia sta nelle nostre piccole imperfezioni, nel nostro umile dire, sussurrando, perdono, conosco, sono. la donna qualifica e dà vita all’homo sapiens che può finalmente voltarsi ed evolversi. Ma che mai dovrà dimenticare tale teofania, che mai dovrà dimenticare l’essenza femminile delle cose e di sé se non vuole divenire un mero individuo dotato di raziocino, un cinico calcolatore, uno sfruttatore degli altri, se non vuole cadere nella superbia, nella cupidigia, fino alla lussuria, al considerare l’altro merce, cosa, non persona, a considerare la donna oggetto. L’illuminazione divina e subitanea, ecco la riflessione! L’homo accede alla sfera, può voltarsi, ma mai deve dimenticare tale immane immagine di umiltà. La donna generatrice e salvatrice. Essenza stessa del tutto. L’Ignosco, nelle sue triplici sfumature.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Ferdinando Todisco

Opera: Urlo Divino

Misure: 80×120

Materia e Tecnica: smalto ad acqua e colori ad olio,  cartapesta su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera l’”Urlo Divino”, del maestro Ferdinando Todisco colpisce subito gli occhi del fruitore per la particolare tecnica utilizzata. Egli crea sulla tela un bassorilievo con delle figure, tre in questo caso, ricoperte poi di colore, dando così una realtà dinamica al lavoro, che cambia a secondo della luce e delle ombre che si creano ai bordi delle figure.

C’è nell’opera un predominio cromatico di verde intarsiato da un prismatico multiforme fascio di colori, quelli dell’iride, che fungono quasi da accompagnamento al “verde primordiale”. Un colore, questo che pone in luce l’arcaicità del lavoro. I bassorilievi sono collocati in una realtà aliena e primordiale, in un mondo pre-edenico, prima dei tempi, ma parallelamente in assenza del tempo stesso. La mutevolezza dei giochi di luce, infatti, unita dall’ambiente rappresentato,  dà carattere eterno alle figure ed alla situazione.  Ci si pone in una realtà che trascende se stessa, e per questo consente alle figure primitive ed ataviche, alla rappresentazione primigenia, di collocarsi in una attualità, attualità che addirittura, nell’annullamento cronologico, è proiettata al futuro.

D’altronde la genesi è sempre l’epilogo, e l’alfa l’omega. La staticità movente, la semplicità da schizzo rupestre, ci riporta in parallelo ad una essenza primordiale dell’essere che come nell’esplodere di un pavesiano “grido taciuto”, di un urlo muto, si doglia di una violenza, di una sopraffazione, di un oltraggio.

“Urlo Divino”, questo il titolo e questa la sofferenza, questa la misericordia, questa la compassione, questa l’amarezza di un dio che non è iperuranico e disinteressato, ma dolente con noi, piangente come padre e madre premurosa nei confronti dei suoi figli. Questa la rappresentazione di quella giustizia divina che è differente da quella terrestre e lontanissima dalla nostra sete di vendetta. Il giardino affidatoci, il nostro mondo, la natura di cui siamo custodi, è stata da noi violata con ferocia, con desio smanioso di arricchirci e di distruggere, con la voglia di autogiustificarci e far scendere la natura stessa a patti con noi, portandoci il dio dalla nostra parte, come complice più che come padre, ignorando il suo sterminato amore ed additandolo come causa di disastri naturali, terremoti, naufragi, eruzioni vulcaniche. Come se avessimo, per un attimo, dimenticato la nostra spiritualità, meglio, che la nostra spiritualità ed il nostro agire inevitabilmente influisca sulle opere naturali, imponenti e splendide, affidateci. Affidateci da un padrone che non è padrone e che si fida di noi e che con noi soffre, e che ci dona talenti, intelletto ed amore tali da consentirci di vivere nella grazia, di raggiungere l’armonia. Ma noi tacciamo, per saccenza, per ingratitudine più ancora che per ignoranza, per una ignoranza, forse, colpevole, esimente scarna di chi sa ciò che ha nell’animo ma lo ignora, non vuole prenderne consapevolezza.

Dio, rappresentato come volto, in tipica tradizione cristiana e gnostica, di volto sublime e degno di contemplazione e lode, urla e si lamenta, ma non è un urlo umano, non è disperazione munchiana, non è decadentismo ed anima spersa. È un urlo taciuto, che esprime tale grazia proprio in una sofferenza che gli è propria e che nasce nella sua intimità divina e che si esprime e manifesta palesemente nel suo essere smorzata. È l’urlo tacito della sofferenza, l’urlo del padre, della madre, del fratello, dell’amico.  Alla sua destra due angeli stilizzati, di fattezza rupestre anch’essi, che ricordano molto le stilizzazioni delle civiltà precolombiane. Tali figure hanno le mani volte in alto, come in segno di preghiera, e dalla loro espressione, molto più umana del Supremo Volto, emerge una emozione, un frammento che distrugge la perfezione dell’assoluto riportandola alla concretezza, ai sentimenti che più familiari sono a noi esseri umani.

In tale dimensione primigenia ed apocalittica il verde, colore delle grandi acque, è anche la speranza per il futuro, il lamento è un monito, una scossa fortissima che non esclude anzi, come i fasci iridei intarsiati mostrano sapientemente, contiene in sé la sicurezza di una evoluzione, di un perfezionamento dell’uomo. L’arcobaleno accavallato è incisivo e rappresenta il ponte tra divino ed umano, unico appiglio, unica salvezza per noi essenti, viventi e per il mondo e l’universo tutto.

dottor Giovanni Di Rubba

 

antmarc

Autore: Antonio Marchese

Opera: acrilico tempera su cartoncino

Materiale e tecnica: acrilico tempera su cartoncino

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’oramai quasi costante ambientazione siderea del maestro Antonio Marchese ci immerge in una dimensione del tutto, in una allocazione spaziotemporale statica ed eterna. La percezione è quasi musicale, un aggraziato vibrare pitagorico, un silente e prolungato suono ci pone in una realtà meditativa e di quiete.

I colori sono pacati, siamo nell’universo rappresentato staticamente, come dicevo, ma che è al di là e dinamico proprio grazie alle variazioni cromatiche. Dividendo in due il dipinto notiamo uno spazio siderale ambivalente, il classico universo così come lo immaginiamo, a destra, un ammasso di stelle e nebulose, fisse, immobili, alla estrema sinistra, a destra e per gran parte del paesaggio, un pullulare di colori sì siderei ma quasi vividi, dinamici, che sorgono illuminati da una sfera, collocata alla estrema destra in alto, che campeggia. Una luna bianchissima, una essenza femminea che dona amore, brio all’etereo, che dà vita alla ragione, non frutto di mero raziocino ma nemmanco da esulare, da collocare come contorno, come elemento essenziale ma non sufficiente per il raggiungimento della armonia. C’è, insomma, l’essenza apollinea e gran parte di quella dionisiaca nell’intero contorno. Contorno su cui si appoggia il punto focale ed essenziale, al centro del dipinto, l’essenza sintesi delle due, quella ermetica, la sfera.

La sfera simbolo di conoscenza. Monolite etereo, eterno e mutevolmente perfetto, luminosissimo. Il verde che sembra quasi connotare una dimensione a noi conosciuta, quella dello spazio terrestre e sublunare, come a formare i continenti purissimi, smeraldini, verdi, emblema della natura, del sospiro panista. La natura di cui siamo custodi, la natura che nasce dall’azzurro primordiale e primigenio, genealogico del tutto, che domina la sfera e che si estende intorno, come a formarne un’aura, un respiro divino, un’aura che non è mero contorno ma che sembra condurre la sfera stessa in una dinamica in cui ciò che genera è al tempo stesso generato, ciò che avviene e si manifesta promana dall’essere e al tempo stesso lo crea, modella, accompagnandolo in un lieto navigare.

Tale sfera che, come è costante nell’Oltrismo, rappresenta la conoscenza, il bagaglio donato dalla divinità all’uomo per giungere attraverso la grazia all’armonia facendogli riscoprire le sue potenzialità e la scintilla che in esso alberga,  annulla il tempo e viaggia nel tempo e nello spazio, alla stessa guida del nostro bagaglio conoscitivo, sensibile, razionale, e che si dona all’altro per scoprirsi e che si dona allo stesso tempo all’universo di cui siamo parte e che è parte di noi e che è tutto di noi, custodi di un frammento d’assoluto che è il tutto, custodi dell’oltre, dell’immanente e del trascendente.

Naviga la sfera sapienziale nell’universo con lo scopo di fecondare gli spazi eterni e illuminare ogni essere, ogni cosa, in un gioco di specchi e di scambio reciproco di sapere e di amore, congiunti nella bellezza dell’esistente.

dottor Giovanni Di Rubba

 

fiori-di-carciofo

Autore: Antonio Marchese

Opera: Fiori di Carciofo

Materia e tecnica: mista nitro su legno

Dimensioni: 60X120

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Antonio Marchese, “Fiori di Carciofo” ben si colloca nell’Oltrismo per messaggio e funzione, con la peculiarità che gli è tipica, quella di rappresentare un astrattismo primigenio, etereo nel suo manifestarsi, pulsante, genealogico. Il Marchese tende alla armonia oltristica collocandosi in dimensioni atemporali ed ataviche, il suo simbolismo si estrinseca in rappresentazioni di una profondità primitiva ma pulsante, che ci colloca al centro di rappresentazioni cosmiche in cui intuiamo l’essenza stessa, il suo nascere ed il suo promanare. E la profondità è qui, nello schematismo che ci induce a riflettere, ad ammirare l’istante creativo, il pneuma, il soffio vitale ed a renderci conto che ciò che fu in principio, prima dei tempi, è impresso in noi, orma del divino. Tale opera, infatti, ci induce a superare i nostri limiti riconducendoci ad una realtà che ci accomuna, che accomuna noi sensienti, l’essere simili, sostanzialmente eguali per origine comune, per avere in noi, impresso, quel soffio creativo, il respiro di Dio che era è e resta impresso come un sigillo, lo spirito che ci dà vita e che conserviamo in eterno, apprestandoci al passo successivo, comunicare agli altri ciò che gratuitamente ci è stato donato.

E tale semplicità non può non esulare da  un breve racconto, da un mito, quello della bellissima ninfa Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere, dagli occhi stupendi e profondissimo, tra il verde ed il viola, tra speranza e grazia e rimembranza. Bellissima ma orgogliosa e volubile. Il re degli dei, Zeus, se ne innamorò non ricambiato ed in un momento d’ira trasformò la dolce ninfa altera in un carciofo verde e spinoso come il carattere della ragazza. Tuttavia al pungente e belligerante ortaggio, guerriera amazzone corazzata, resta il colore verde e violetto dei suoi occhi profondi, ed il cuore  tenero. La sua spinosità nasconde il sentimento, l’amore, la poesia.

L’opera è stata realizzando soffiando sui colori, creando questi spiragli di essere, questi fiori di carciofo. Fiori dai pulsanti colori giallo a sfumature blu, come macchie, come sorpresi frammenti adagiati sul cosmico sfondo nero e che lo irradiano, come maravigliati di aver destato l’attenzione della divinità che gli ha dato vita con un soffio, che gli ha dato senso, che lo ha reso essere amico e non suddito.

Fiori che rappresentano l’essenza dell’uomo, dell’essere umano, prima della chiusura dello stesso in sé, nelle sue ostilità, nella sua smania belligerante, nella sua paura dell’altro, nell’odio, nell’invidia, che è solo una corazza. Una corazza che si formerà quando il fiore avrà prodotto l’ortaggio, quando l’essere umano, per scelta, avrà rinunciato alla sincerità ed alla semplice ed umile consapevolezza di essere creatura che ha destato l’attenzione del creatore, che ha nell’alma il sé divino. Così come racconta il mito di Cynara, per superbia l’essere umano ha voluto ribellarsi ed ha indurito il proprio essere.

La corazza resta e quest’opera vuole ricordarci le nostre origini, spingerci ad andare oltre non rinnegando ciò che abbiamo nel nostro tenero animo, ciò che eravamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

cuore

 

Autore: Giuseppe Pollio

Opera: Ho sognato il mio Cuore

Materia e tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Nel mio quadro, i simboli  descritti, sono la sfera, che racchiude segreti personali, il rubinetto che dispensa le gioie e i dolori che questa vita ci dà. La donna simbolo dell’amore che ognuno di noi ha conosciuto e che porta ancora gelosamente custodito”.

Con queste parole esordisce il maestro Giuseppe Pollio nel descrivere la sua opera.

Essa rappresenta una visione onirica avuta dall’artista, una visione che imprime in sé particolari che esulano da una visione eterea ed impalpabile, una visione materialissima, concreta, contornata dalle immagini fantasiose ed elaborate ma che sono, sebbene irreali, fortemente protese ad una visione positivista e macchinistica. Il dipinto ha delle intense velature da scienza esatta. Il cuore, che fa bella mostra di sé al centro dell’opra,  è rappresentato con una precisione quasi anatomica, valvole e ventricoli. Il sogno avuto è vividissimo, il suo cuore uscito fuori dal corpo a rappresentare se stesso e la sua funzione. Anima pulsante materiale, nuova veste dell’oltrismo sarossiano, un materialismo onirico ma corretto, perfezionato, pienamente non esaurito in sé e pienamente ribelle al meccanicismo.

Il cuore diviene qui intruglio di valvole trascendenti e punto di partenza per partire dal materiale ed andare oltre, cercando di raggiungere l’armonia. Una armonia che, però, nel dipinto in questione, non si è ancora ottenuta. L’opra mostra la fase iniziatica di accesso alla perfezione armonica, il tassello di entrata, l’iniziale tenue luce che sorge, l’attimo di illuminazione che ci avvia all’equilibrio cui mira l’oltrismo. È un sogno, ed il sogno è quasi sempre un punto di partenza. E dove si posiziona il cuore? In un deserto, in una ambientazione quasi scarna ma piena, profondissima. Il deserto è il topos iniziatico, il liberarsi di sé per riscoprire o scoprire sé, il luogo di meditazione, silente, con in alto un cielo neutro ma presente e che sfuma all’orizzonte.

Solinga l’ama qui si colloca come il cuore ed è il cuore, l’organo che pulsa la linfa vitale, il sangue, il muscolo che batte ardentemente e che è l’artefice delle nostre emozioni, dei nostri amori, delle nostre passioni.

La visione scientista vuole essere superata, la allocazione del cuore in tale ambiente scarno, onirico e meditativo si ribella all’organicismo e diviene da tassello creativo, non più presenza materiale. Lo stile rappresentativo lo tramuta in un essente di escheriana memoria, un oggetto freddo che ricerca il suo calore e la sua trascendenza. È una vera e propria stanza, cui si fa ingresso tramite delle scale poste sulla sinistra e dalla destra esce l’immago di una donna nuda. Non ci è dato sapere cosa avvenga all’interno del cuore in tumulto statico, è lì che sono conservati i nostro segreti, le nostre gioie, i nostri amori, le nostre passioni, sappiamo però cosa ne esce, una donna, l’emblema di una sapienza, di una armonia e di una bellezza superba e superiore. Non è solo l’amore per l’amata o per l’amato, è un amore per l’universo. Il cuore, come purifica il sangue scambiando ossigeno per anidride carbonica tramuta noi, il nostro personalissimo vissuto in qualcosa di puro e sublime. E’ cosi che il maestro Pollio rappresenta l’uomo che supera se stesso e raggiunge l’armonia.

Tutto ciò, comunque, sebbene sia un percorso interiore non esula l’altro, anzi lo sublima e lo prepara a che questo processo evolutivo sia condiviso. Processo che promana da una sfera, simbolo di conoscenza razionale ma avulsa al sentimento, posizionata sulla sommità del cuore e, poiché priva di amore, di colore scurissimo, ma che donandosi si perfeziona, insegnando, da oscura e sterile, simile a mollusco senza passioni, migliora sé. Dal rubinetto, infatti, promanerà un fascio grigiastro, come espulso, ma è una fonte iniziale. L’oscurità si prepara a sublimarsi ed il grigiore sembra dirci che l’oscuro più tetro non si smorza subito, ma sfuma e si colora con il tempo e la pazienza. Per intanto, sparsi intorno al cuore, come parte di questo grande ingranaggio catartico, frammenti di noi, rossi come il generatore. Piccoli gesti di dono all’altro.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

esseri-in-bilico-su-varco-dimensionale

Autore: Ferdinando Todisco

Opera: Esseri in Bilico su Varchi Dimensionali

Materiale e tecnica: cartapesta su tela e smalti ad acqua

Misure: 80X60

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Esseri in Bilico su Varchi Dimensionali” ben si alloca nelle atmosfere oltriste e possiamo considerarla, al pari di altre opere, come un percorso iniziatico con palesi peculiarità stilistiche, tipiche dell’artista.

L’opera presenta una varietà intensa e quasi visivamente assordante di colori. Un pullulare cromatico che si colloca in una dimensione opposta, ad esempio, a quella del maestro Marchese, il quale nel rappresentare la transizione pluridimensionale accompagna spesso visioni sideree, buchi neri, varchi cosmici. In questo caso il passaggio dimensionale è tracciato in una ottica più interiore, psichica, in cui appare come porta di percezione l’intensità cromatica accennata, la presenza vividissima, una percezione esponenziale che supera l’iride. Tali fasci cromatici lasciano il fruitore quasi sperso, incantato dallo psichedelico varco d’ingresso. Un varco che purifica il loro essere, che predispone la loro anima al raggiungimento dell’armonia.

E qui fanno ingresso tridimensionale varie figure, che vengono da mondi lontanissimi, portatori di pace e di armonia, esseri in bilico su tale varco dimensionale. In bilico perché l’artista, sapientemente, cattura l’immagine della transizione, del loro approdo sapienziale prima dello sbarco nella nostra realtà. Esseri che recano in noi la speranza della armonia, della pace, dell’amore, della vittoria –finalmente- della grazia e della bellezza sulle barbarie e sulla violenza.

Ma tali esseri, fuor di metafora, sono già in noi, sono i nostri talenti e le nostre potenzialità, sono i nostri coscienziali spiriti che ci indirizzano sulla via maestra, che ci spingono al ripudio della violenza in ogni sua forma, dello squallore del dominio su troni fangosi. In noi alberga la verità, in noi lo spirito di ricerca dell’armonia. Una armonia che questi “esserini misteriosi” ci porteranno.

La nostra anima che si manifesta è qui raccolta nel momento in cui stiamo per riacquisire la coscienza di noi, guidati dalle nostre esperienze, stanno riemergendo in noi, oramai purificati dall’arcobaleno che fa da sfondo, le forme  amiche di sapienza e d’amore.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

intreccio

Autore: Giuseppe Pollio

Opera: Intrecci

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 30X40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Giuseppe Pollio rappresenta a tutti gli effetti una delle diverse angolature, diramazioni , sfumature dell’Oltrismo, movimento che declina, sotto il vessillo della ricerca dell’Armonia attraverso un attento lavorio interiore, la contemplazione della Bellezza e nella Grazia, insita nell’Universo e che tramite l’arte si rende palese manifestandosi.

In “Intrecci” ci troviamo in una ambientazione paesaggistica brulla, desertica, un deserto racchiuso in sezione aurea verticale, tranciato da una linea orizzontale che lo separa dal cielo. Il deserto meditativo è il luogo da cui compare il centro propulsore, l’immago mistica del dipinto. Un albero, una serie di alberelli a guisa di albero unico e ben saldo nella nostra interiorità, nella nostra ricerca, nel deserto dell’annullamento volitivo e della prova, del principio, del primo fattore, del primo grado attraverso cui ci è consentito raggiungere pienamente noi stessi, la nostra armonia, il nostro ammirare l’intero universo, contemplarlo stupiti e mai sazi delle meraviglie ad esso sottese, dei doni che ogni giorno ed ogni notte ci riserva, dai fiori che sbocciano solo per noi, alle stelle che sono lì per essere da noi ammirate, alle verdure, agli animali, alla madre terra, alla volta celeste, alla silenziosa luna, allo splendore del sole. Un albero inamovibile, ben saldo, dunque, e ben piantato, ma da cui emergono rami a mo’ di radici, in una inversione estasiante ed estatica. Le radici puntano al cielo, massima parte del dipinto, somma dello stato iniziatico di primordine e desertico, travalicano e puntano in alto, braccia protese verso l’infinito ardore celeste. Ben piantati e ben pronti aspiriamo al cielo, nella speranza di raggiungerlo, di piantare lì le nostre radici, non prima di averle ben piantate qui in terra, saldi.

Il groviglio, l’intreccio, rappresenta non una nostra ascesi individuale e solinga, egoistica, ma sono allo steso tempo immago della umanità tutta, dei legami nascosti e sottesi all’uomo. Sono i fili invisibili da dipanare che legano tutti i popoli, tutti gli uomini, tutti gli individui connotandoli come persone che travalicano la società per giungere alla comunità, alla reciprocità dialettica univoca e trina, alla contemplazione del profumo dell’esistente. Sono lo junghiano inconscio collettivo, le nostre comuni origini, dalla polvere, dal deserto, che si diramano verso l’alto, i nostri archetipi sono un tronco ritto e saldo, roccioso, solido, il comun denominatore delle umani genti. Archetipi nati dalla polvere, dalla terra, sorti così, che ci hanno generato alla guisa degli altri esenti non umani, vegetali, animali. Nati dal nulla eterno, dal caos primordiale statico, nati dal tutto armonico ed alla ricerca di armonia. Le nostre anime percorrono come i tronchi-radici talora, spesso ed anzi sempre, strade diverse, ma il risultato è il medesimo, così come il principio.

In solitudine scopriamo noi stessi e ciò che ci lega a tutte le umane genti e poi raggiungiamo l’estasi mistica, strade diverse che si intrecciano, come incontri, come i  nostri incontri che di  frequente ci accompagnano per brevi istanti o per la vita intera. Ma che in ogni modo restano sempre vividissimi, parte di noi. E noi che ambiamo tendendo, rami-radici, al cielo non ci estraniamo dal mondo, ma doniamo ad esso i nostri talenti, le nostre passioni ed il nostro sapere ed ancora soprattutto il nostro amore, uniti qui, in un solo abbraccio, tendenti all’assoluto, per poi raggiungere lo stesso ed essere finalmente unici perché uniti agli altri ed alla Natura tutta, ed a ciò che non è visibile, coperto dal velo di Maya ma che si svelerà e mostrerà un giorno.

Noi doniamo, doniamo agli altri parte di noi, a chiunque incrociamo nella nostra vita anche solo con uno sguardo, ed agli sguardi che mai vedremo ma che spesso si raccolgono in uno sguardo solo, contenente l’umanità e la natura ed il cosmo e l’universo tutto. Noi doniamo parte di noi e germogliano, nel deserto brullo, fiori, come le ginestre vesuviane ed al tempo stesso come i girasoli che ci guidano verso la luce.  Germogliano floreali qui, sulla terra, per non dimenticare che anche nella solitudine o nella disperazione, un odorosissimo soffio divino ci accompagna. I nostri piccoli attimi che ci conducono all’eterno e che non sono solo speranza, ma manifestazione vivida, viva e reale. Qui ed ora.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

la-disperazione-degli-angeli

Autore: Ferdinando Todisco

Opera: La Disperazione e la Consolazione degli Angeli

Materia e Tecnica: smalto all’acqua su pittura a olio

Dimensioni: 80X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “La Disperazione e la Consolazione degli Angeli” è collocata in una ambientazione cromatica di rosso pullulante ed intenso, colore vivo, che traluce imponendo la forza dell’amore, la pulsione dell’eterno desio di fratellanza insito nell’alma umana. Un desiderio vivo, presente. Ma allo stesso tempo  la smania d’amore è smorzata dalle figure che abitano tridimensionalmente il dipinto.  Il rubino intensissimo diviene senso di smarrimento, quasi in maniera subitanea, osservando nell’insieme  il tutto. Un colore vivace che colpisce e che si rattrista dopo pochi attimi di osservazione.

In ginocchio un essere umano, in atto implorante, quasi a chiedere venia all’assoluto, quasi a chiedere una giustizia ultramondana, eterna, divina. Un personaggio posto al centro del dipinto e per ciò anima dello stesso, del tormento umano innanzi alle molteplicità di doni offertici ed alla impossibilità di essere felici. Una figura che si innalza ad emblema dell’umanità tutta, contornata da una intensità abbagliante, che è amore, che è sangue, che è disperazione.

Chiede venia, dunque, chiede un aiuto alzando il capo con le mani protese al cielo, in questa dimensione monocromatica e statica che lo induce alla monotonia, alla banalità delle sensazioni, al desiderare qualcosa in più, quasi a stridere per l’abitudine in cui è rinchiuso, racchiuso nel suo dolore chiede un’illuminazione, chiede quale sia la ragione, quale il motivo, quale la causa delle umane sofferenze. E il cielo gli appare umano, gli appare terrestre, gli appare sua stessa realtà. Non c’è distinzione tra i colori, tutto è racchiuso nell’intensità statica dell’esistente.

In alto due occhi, posizionati in sezione aurea nel dipinto, l’emblema di Dio. Di un Dio veramente trino, rappresentato, caso unico, non con un solo occhio che tutto vede ma con due occhi, come fosse egli steso scosso, come fosse egli stesso conscio del dolore, perché incarnato, perché fatto uomo, perché nato generato di carne umana. Non occhio onniveggente ed onnisciente solo, ma visione umana binoculare, visione che reca in sé l’uomo ed il Dio, la divinità e la corporalità. Occhi di un vividissimo nocciola, quasi colore di terra pura, di madre terra, quasi odore incantevole del terriccio genealogico, contornati da altre forme tridimensionali a mo’ di ciglia, a mo’ di aura. Dio misericordioso che invia sprazzi di colore che fanno comprendere all’uomo l’essenzialità delle piccole cose, quelle linee, segmenti di giallo, di ocra e di verde consentono all’uomo di non abbagliarsi pel troppo amore, e di non cadere, per troppo desio, nella concupiscenza o nella violenza, altri accidenti del medesimo colore. l  fasci rettilinei che emanano da un Dio fatto uomo ridimensionano l’egoismo umano e Dio stesso invia i suoi emissari, le sue spirituali promanazioni . Gli angeli, i suoi messaggeri, contornati di aureole mosse, scosse e sapienti, non circolari, ma imperfette, come l’altalenare del sentimento umano, come le ciglia del Grande Artefice d’Amore incarnato. E questi soccorritori sono la forza propulsiva, lo spirito che è in noi e che ci rende partecipi alla essenza divina pur senza comprenderla appieno. Intuendola, senza pretendere di avere in sé l’immenso rosseggiante amore che, per nostra finitezza, potrebbe essere stravolto.

E qui, come nel clima natalizio, si scorge il vero significato di questo amore, di questo rosso che non abbaglia, della disperazione e della maledizione umana che si redime, che raggiunge l’equilibrio, che tende all’armonia, all’armonia di sapersi imperfetto, incompleto, e sempre necessitato di accrescere la sua spiritualità.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Giuseppe Pollio

Opera: Rione Terra

Materia e Tecnica: olio su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “Rione Terra” prende il nome dalla famosa colonia stanziatasi nei pressi di Pozzuoli intorno al 529 a.C.,  a seguito della migrazione degli esuli Sami che, perseguitati in patria dalla tirannide, quivi costituirono una Dicearchia, ovverossia un governo di Giusti, basato sull’equilibrio, la moderazione, la libertà e l’armonia.

Nel dipinto appare in primo piano uno stralcio di una piccola imbarcazione, una navicella insediata su di uno sdrucciolato porticciolo, uno stralcio che rappresenta a tutti gli effetti il nostro presente cosmico, il nostro essere qui ed ora nella attualità ma, allo stesso tempo, il nostro presente interiore, il nostro essere qui, situati in un tassello evolutivo statico, come la navicella che è sul porto pronta a salpare ma non è ancora insediata nell’acqua. Il nostro essere noi stessi presenti ci spinge a guardare di lontano la costa, che assurge a limite da varcare, una costa verdeggiante e speranzosa, che è il nostro per aspera ad astra e che tanto ricorda i monti allegorici delle rappresentazioni sarossiane.

Noi, in questo frammento evolutivo, siamo pronti per immergere la navicella del nostro ingegno e del nostro ardire in mare, a che prenda il largo, vivi la propria vita nella pienezza, nella coscienza, nella consapevolezza e nell’amore. Ma il passo tarda, l’illuminazione nostra interiore necessità di uno sprono, ha timore di temperie, è lì, a metà, sul porticciolo, con la prua propendente ed il proprio passato, la propria poppa, alle spalle. E senza passato, per quanto arditi, non raggiungeremo mai le rive dell’assoluto, non raggiungeremo mai la nostra consapevolezza.

Tuttavia ecco che dal mare si erge una sedicciuola, piccola, familiare, ma possente a mo’ di scranno. Ed è quello il nostro vero passato che può proiettarci verso il nostro mondo interiore. Lo scranno in cui è assiso il Rione Terra, il vecchio porto romano preostianao, il segno della cultura e della giustizia, della libertà assoluta. Della nostra Armonia. È quel pensiero, quell’attimo, quella vista superba perché avvolta dalla candidezza e dalla possenza del passato, ma al tempo stesso umile perché sceglie non un trono dorato, non un amplissimo altare, ma un oggetto comune, a simboleggiare che il nostro ancestrale essere collettivo, il nostro mondo interiore ereditato dagli avi che ci rende partecipi di ciò che è davvero nostro perché assiso su ciò che a noi è chiaro, evidente, conosciuto, familiare. Il nostro passato remoto, lontanissimo, gli albori stessi della civiltà sono impressi nel nostro DNA e, nascosti nella nostra interiorità, appaiono palesi, senza necessità di attentissime analisi ma con una presa di coscienza che parte dal nostro mondo, dai nostri piccoli, umani e densissimi segni umili, gesti sinceri, dalla nostra sedia domestica ed amica.

Questo passato porterà l’intellettuale navicella, colma della sapienza antica, dell’umiltà del nostro presente e della pienezza dei nostri affetti a prendere il largo, ritta in prua.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Salvatore Parisi

Opera: Red Sprite

Materia e Tecnica: olio su tela;  tecnica mista pennello / tampone

Dimensioni: 60X60

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Salvatore Parisi “Red Sprite”, ovverossia spiritello rosso, prende spunto da un fenomeno atmosferico elettrico che avviene negli alti strati della atmosfera, anche fino a 80 km di quota, più precisamente al di sopra di fenomeni temporaleschi, ed è  associato alla ionizzazione dell’aria. Raramente è osservabile a occhio nudo, dura in genere non più di dieci millesimi di secondo.  In buona sostanza i fulmini scaricano a terra l’elettricità statica partendo da una massa di materia satura mentre gli spettri rossi la scaricano da una massa posta sopra a quella stessa che ha originato il fulmine e verso essa. Tale fenomeno si pone in essere quando la scarica di un fulmine ha una elevata intensità di corrente, al punto che a terra sprigiona una massa di materia rendendola  “recettiva” e provocando un afflusso di elettricità verso essa dalla massa sovrastante, in forma appunto di “spettro rosso”.  A causa della diversa densità, composizione o temperatura il loro fenomeno è ben diverso da quello dei fulmini pur se similare il fenomeno, ovverossia la scarica elettrica.

La loro colorazione, tipicamente rosso-blu, è dovuta alla forte presenza nell’atmosfera terrestre di azoto  avvicinandosi al terreno, la pressione atmosferica aumenta a causa della gravità e con essa la concentrazione del gas nell’aria provocando una graduale variazione di colore degli sprite, che dal rosso passano al viola e poi al blu in prossimità della troposfera.

Nell’opera del maestro Parisi è rappresentato magnipotente un abbagliante sole, una luce immensa che sovrasta e domina il dipinto, in cui si distingue una sfera, il sole accecante contornato da piccoli raggi di colore ancora più intenso ed avvolto in una ulteriore sfera gialleggiante e psichedelica, a tratti ipnotica. Si tratta dell’abbaglio provocato da due sfere simbolo, come costante nell’Oltrismo, della conoscenza. Una prima forma abbagliantissima e che risalta agli occhi, quella solare, è l’empireo gnostico, l’involucro conoscitivo sommo, che l’occhio umano impreparato rischia di non sopportare. È un abbaglio possente, simbolo di intensa forza conoscitiva. E risalta, come dicevo, subito al fruitore che, quasi investito da una forma conoscitiva all’apparenza irraggiungibile, sposta lo sguardo d’intorno, ove il giallo e la luce si fa più fioca, ove quasi si inizia a capire l’essenza stessa del sapere, la via maestra della armonia che non è tuffo immediato ma va appresa a gradi.

Nella parte sottostante il dipinto, infine, l’occhio si sposta, e qui emerge il descritto fenomeno sprite, che l’autore immagina come varco verso l’essenza conoscitiva, come la mescolanza armonica cromatica che va dal rosso al blu lasciando nell’intermezzo il viola, come se passione rubinea, conoscenza blu d’abisso, si fondessero in una frazione mediana e mai conclusiva, ma sintesi delle due, che nascono e si rigenerano in un processo dinamico di tensione armonica. Il maestro Parisi ha curato il dettaglio accompagnando per mano il fruitore nel percorso del dipinto, ponendolo subito innanzi all’abbaglio della sapienza, per poi condurlo nel più tenue sentiero, ed infine al varco, allo sprite, al follettino, allo spiritello, che è il mezzo d’accesso. La prima evoluzione dialettica umana di tesi, antitesi e sintesi che ci consentono di aprirci verso mondi conoscitivi e potenzialità  immani dell’umana specie e della natura tutta.  Processo che per noi è un accesso dialogico ma che è anche un dono, perché ricettivo di una intensità lucente fortissima ed attenuato come lo sprite per consentirci il varco.

Guardando l’opera percorriamo una Commedia dantesca all’inverso, ma col medesimo monito e con un avvertimento ulteriore, per ammirare l’immenso, l’assoluto, il bagliore eterno della luce solare invincibile, occorre percorrere la strada a gradi. Il fruitore lo scopre, assaporando sulla sua pelle, tramite l’osservazione del dipinto percepisce  cosa avviene a chi salta gradini e vuol comprendere senza predisporre il proprio animo alla comprensione. Una connotazione, questa, non solo da guida ma soprattutto pedagogica.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Opera: L’Addio

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “L’Addio” è un lieto saluto al passato e si proietta, in una dimensione onirica, verso il futuro.

Dividendo il dipinto in due parti con una linea orizzontale notiamo la sezione aurea che descrive sapientemente, in basso, delimitata da un muretto la realtà nuda e cruda, un passato che è quasi tormento ma al tempo stesso speranza, rappresentato da una donna nuda stessa di dorso, lunghi capelli neri e fascino mediterraneo, dolente e spoglia del suo ero e con braccia protese verso il muricciolo, per tendere alla dimensione superiore, quasi abbracciarla, arrampicandosi sul limite ultimo del confine, sul varco, delimitato dal muretto. La donna è l’umanità, la donna è la madre terra, la donna è la natura, la donna è la nostra dimensione terrestre e sublunare, la donna è il nostro nudo vestigio reale. La donna è la nostra dimensione, la donna è la sete di libertà, la donna è la nostra disperazione e le nostre aspirazioni. Una donna Parthenope, una sirena, una bellissima immago alla ricerca dell’amore, per giungere all’armonia.

E questa è la parte superiore del dipinto, i due terzi, una visione marina, un paesaggio costiero ove di lontano una caravella salpa per nuovi mondi. È il nostro pensiero, la nostra creatività, il nostro talento, la nostra sete di ricerca, la nostra propensione al viaggio, un viaggio per scoprire ignoti mondi, nuovissimi mondo, mondi che sono la nostra sublime interiorità. La lieta navicella alza le vele verso un’altra essenza femminea, verso la luna, verso la sfera che come costante dell’Oltrismo è simbolo di conoscenza, e che qui, nelle vesti seleniche, mostra quanto la gnosi sia sublimazione femminea, quanto per raggiungere l’armonia dobbiamo salpare verso nuovi approdi, silenti spiagge lunari, ove raggiungere il nostro ricercato equilibrio, il nostro abbraccio sperato. Il mare, deserto meditativo, è il mezzo, la navicella/caravella il vettore, la sfericità selenica la meta.

Così nella nuova armonia di un nuovissimo mondo il viaggio non sarà periglioso, per aspera ad astra ma non siamo soli, non siamo soli nella navigazione, non siamo in balia di flutti e marosi. In soccorso giunge un gabbiano, o forse un albatros che con le ali da gigante fa fatica a camminare ma che è anche simbolo dello spirito, giunto per nostra salvezza, giunto per liberarci dalle prigionie e dal dolore, giunto per accompagnarci verso l’assoluto, verso la scoperta armonica di noi stessi. Il gabbiano accorre non solo per la salvezza della donna, emblema nostro ed emblema composito universale, ma nel tornare indietro dà un messaggio di libertà e di forza, di spinta vitale, anche al fruitore. È lì, ben collocato, al di sopra della sfera ma diretto verso noi, verso la donna. è al tempo stesso primo soccorso dell’alma spersa e risultato finale della ricerca.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

amore-ed-eguaglianza-il-futuro-delluomo

Autore: Ferdinando Todisco

Opera: L’Amore e l’Uguaglianza. il Futuro dell’Uomo

Materia e Tecnica: smalto all’acqua cartapesta ovatta su tela

Dimensioni. 80X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “L’Amore e l’Eguaglianza, il Futuro dell’Uomo” si proietta in una ambientazione cromatica primordiale e rupestre, dal sentitissimo gusto ancestrale. E per due ragioni. La prima, che è ormai pressoché una costante nelle realizzazioni del Todisco, è la visualizzazione che emerge ictu oculi al fruitore, una realizzazione fatta plasmando le figure, come nella genesi il Grande Artefice, il Creatore, il Dio Sommo Amore, fece con l’uomo, modellandolo a sua immagine e simiglianza. La seconda è di carattere più schiettamente cromatico, l’utilizzo di colori primigeni quali il rosso e sfumature di giallo pone la realizzazione delle figure umane come fossero incise nelle grotte abitate dai nostri lontanissimi discendenti. E ciò è posto in risalto ancor più dalle increspature ed avvallamenti, dalle imperfezioni di contorno che ci conducono nel buio delle origini, nel varco profondo delle caverne, ravvivate da incisioni eccentriche e vividissime.

Emergono due figure adamitiche al centro, due esseri umani, un uomo e una donna, che si tengono per mano, ma i tratti sessuali sono incerti, come a definire un amore che supera ogni limite e barriera. Ipotesi questa confermata dal diverso colore della pelle degli umanoidi. Un amore che tutto vince, perché rende eguali perché simili e non perché individui, macchine, automi, ma proprio perché persone, animali comunitari, che tenendosi per mano rompono ogni sorta di pregiudizio. In basso, a destra ed a sinistra, due feti, simbolo della rinascita e simbolo della rigenerazione, ed emblema del nostro futuro, un futuro tinto di speranza perché nato dall’amore, e che per ciò stesso va oltre. Le figure sono avvolte nella calda placenta materna, che li protegge e ne preserva lo sviluppo, proiettandoli verso un mondo nuovo di cui saranno artefici, creatori, eredi. Una placenta colma di tale materno amore, di un rosso intensissimo, caldo, pulsante, cordico, collocati in basso non per importanza minore ma prorpio perché rappresentano ciò che sarà e, dolcemente avvolti, sembrano essere in una nuvola, quasi come fumetto, perché pensiero, progetto, della coppia.

Il maestro Todisco prospetta una speranza, dà voce alla rigenerazione, alla rinascita, al progresso umano, all’embrione che è il nostro futuro e che è ciò che saremo, e che rappresenta in maniera intensa ed ineluttabile noi, il nostro sigillo, in ogni nuova vita c’è parte di noi ed al tempo stesso c’è novità. La imperfezione della riproduzione! Non generiamo esseri perfettamente uguali a noi ma esseri che conservano parte di noi, e vanno oltre, vanno oltre dando un contributo all’universo con la novità insita nella loro esplorazione del cosmo, del tutto, della natura. Noi siamo parte di noi, e loro sono i veri oltristi, le future generazioni. Coloro che andranno oltre. E nel dipinto è espresso in maniera chiarissima la molla generatrice, il massimo fattore che plasma essenti, li modella, come ha fatto l’artista  con questa opera, ma li lascia in qualche modo liberi, malleabili, a che la forma rimanga ma non sia statica e si modifichi con l’esperienza e con il contatto con gli altri essenti. L’amore genera tutto, come nella stretta di mano tra i due soggetti  e come nell’immago degli embrioni.

Il rappresentarli di colore diverso mostra un elemento aggiuntivo e forse essenziale, cardine, al concetto di eguaglianza. Che il nostro futuro, gli embrioni, ciò che lasceremo, ciò che rimarrà di noi, si modellano accrescendosi in perfezione e migliorando il mondo proprio grazie alla mescolanza di razze, come espresso egregiamente dalla coppia. Più c’è diversità nell’amore più c’è evoluzione, più c’è modificazione, più c’è “errore creativo”.  Vale a dire che l’evoluzione è possibile solo se il corredo cromosomico è vario, più è vario più l’intelletto ed il corpo sono perfetti. Questa la ragione della fallacia di ogni ideologia che propende per un nazionalismo esasperato o per una superiorità.  Esseri troppo simili per caratteristiche genetiche se uniti tendono alla estinzione, a generare abominio, staticità, morte. La mescolanza etnica genera la vera eguaglianza, perché è ella stessa eguaglianza e l’eguaglianza diviene generatrice di esseri  eguali ed evoluti, parzialmente imperfetti e per ciò stesso perfettissime creature. Creature che vanno oltre, verso l’armonia.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

migranti

Autore: Laura Luperini, poetessa ed artista

Opera: Migranti

Materia e Tecnica: acrilico su tela

Dimensioni: 60X50

Poesia di: Laura Luperini

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Là ,nel mar di Lampedusa

gente inerme va incontro all’ignoto.

Nel buio barconi solcano l ‘onda.

S’odon lontani pianti e lamenti,

bimbi strappati a un cuore di madre,

donne violate senza ragione.

 

Poi una luce illumina loro.

Il loro viaggio forse è la fine

Sperano tutti che arrivi l’aurora.

 

Laura Luperini”

 

Questa la poesia di commento della pittricia e poetessa Laura Luperini alla sua opera “Migranti”. Parole dense, pregne di significato; ognuna delle tre stanze rappresenta un attimo, come se fosse un piccolo dipinto che cattura l’istante e che, nel catturarlo, imprime una emozione, la partenza di gente inerme, privata amaramente di ogni dignità, che prova paura per l’abisso, che va incontro all’ignoto, al non conosciuto, all’incertezza, attraverso un mare vorace che divora. Nella seconda stanza il dolore, dolore di bimbi strappati al cuore, all’amore delle loro madri, donne violate senza alcuna ragione, violate, private della loro grazia, della loro intima femminea essenza, soffrono soggetti deboli, i bambini che non splendono in un sorriso come sarebbe giusto che sia, né le donne, siano esse madri premurose oppure giovani sperse ed oltraggiate senza motivo alcuno. Terza stanza, la speranza, il riuscimmo a riveder le stelle, l’uscimmo a riveder le stelle, ma il buio permane, ed il viaggio non finisce. Tutti, taciti, muti, attendono che sbocci l’aurora.

Nell’opera pittorica l’autrice esprime egregiamente questo concetto puntando sulla variabilità cromatica, variabilità che è un arzigogolo, un caotico effluvio di sensazioni, di pensieri, di silenzi, coacervo cromatico che rende al meglio la disperazione, la mancanza di futuro, l’inadeguatezza dei migranti in questo mondo escludente e spesso categorizzante. Loro non lo sanno bene, lo intuiscono, lo intuiranno. Ma sanno comunque che l’ignoto è un abisso, come il mare che solcano.

In fondo a sinistra, dai colori, emerge una figura come imbarcazione, adagiata su un mare calmo, si è giunti alla riva, calmo nei flutti ma guardando attentamente di lontano si scorge l’oscurità, come nube terribile e divoratrice, come terribile Cariddi. Ma comunque nell’estrema sinistra, in questo scorcio, il cielo è limpido, si è sbarcati, i brutti ricordi sono solo una macchia oscurissima ma passata. Al centro un caos quasi schizofrenico, emergono figure umanoidi, come ombre, fantasmi, fantasmi del ricordo, fantasmi delle loro splendide terre dimenticate e colme di spiriti. È una vera e propria confusione totale, è il migrante al varco, tra questo mondo ed il suo, disperato e quasi malato, certamente malato in quanto sperso, in quanto non riesce a miscelare i mondi, ci prova, e nella miscela emerge il caos della inumanità, gli schizzi ed i graffi della indifferenza. Alle sue spalle c’è una luce, l’approssimarsi dell’aurora, la speranza, ciò che spinge i migranti ad andare avanti. Non è inquadrata nello sguardo delle centrali orme stanche, ma c’è, ed un giorno arriverà, loro lo sanno, “sperano che arrivi l’aurora”. E questa speranza è un sogno, un sogno di armonia e pluralità culturale, un sogno di raggiungimento della serenità, della felicità e della dignità, andando oltre preconcetti e pregiudizi, oltre la rozzezza della violenza per poter contemplare, pregni d’amore, la bellezza che è in ogni essere umano. E questo sogno, proiettato nel futuro, è alla estrema destra del dipinto, non ancora avverato, è una grotta lucente, colma d’acqua e di vita, colma di un’acqua diversa dagli ignoti abissi solcati, un’acqua serena, un varco azzurro, un’acqua generatrice, materna, che attende di essere raggiunta, quando l’uomo saprà mettere da parte odi e rancori, indifferenza e vanagloria, voglia di sopraffare l’altro. Una dolce grotta armonica e celestiale e di speranza attende il nostro mondo, il nostro universo, da tempo in evoluzione.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Ferdinando Todisco

Opera: La Sofferenza del Mondo

Materia e Tecnica: cartapesta, ovatta, e smalto all’acqua

Misure: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“L’arte vera è quella che si inventa, come tutte le invenzioni che ha fatto l’essere umano, un vero artista è colui che va oltre se stesso, è colui che trasforma in materia tutte le sue emozioni e sensazioni, è colui che va oltre ogni immaginazione, è colui che entra in un’ altra dimensione, non ha importanza la bellezza, ma è importante quello che ha voluto rappresentare, e ogni artista è unico nel suo genere, […] la cosa più importante per me è quello che Dio mi ha donato, il suo dono è ciò che sento e ciò che vedo, quando mi siedo e guardo una tela bianca chiudo gli occhi ed entro in un’altra dimensione. È  come entrare in un mondo parallelo al nostro. Questa è l’arte, è ciò che abbiamo ognuno di noi, nel nostro profondo, che aspetta di essere trovata.”

 

Con queste parole il maestro Ferdinando Todisco dà una definizione di arte, in relazione al suo lavoro “La Sofferenza nel Mondo”.

Un’opera cruda, nuda, terribile ed incisiva, come le sue parole. Un grido taciuto ma eloquentissimo, che emana da uno sfondo rosso quasi sbiadito, cartapesta disillusa, velo di maya infrangibile, trappola mortale. È così che si sente l’essere umano chiuso nella sua dimensione, incapace di uscirne, avviluppato tacito nel suo sconfinato dolore. Noi che osserviamo il dipinto ascoltiamo sinesteticamente questo dolore ma tacciamo sordi innanzi al silenzio. Alla incapacità comunicativa, ad un groviglio di esseri chiusi nelle loro maglie, stretti come tra vortici assordanti, tra gironi infernali, tra gorghi senza via d’uscita. È l’urlo dei dannati, che bramano la luce. E noi, che non li ascoltiamo, vediamo l’emergere di questi esseri dal dipinto, dall’involucro invalicabile. Tanti volti inespressivi ed inorriditi, spauriti ed arrabbiati. Ma non siamo all’inferno, l’inferno di questi esseri, l’inferno degli umani rappresentato dal Todisco, è qui, sulla terra, nella sofferenza patita, nella gabbia del dolore. E della violenza, del sopruso, della povertà, dell’indifferenza. Langue l’uomo, si ribella. Come a chiedere giustizia. Emergono le teste, teste non maledicenti e mefitiche, teste umane che chiedono giustizia, che chiedono libertà dal giogo terribile, dal covo di serpi, dall’intarsio di rovi che il mondo, a noi affidatoci come giardino, è diventato.

In alto ondeggiano come creste sonore le grida. L’abilità del maestro Todisco nel rappresentare un dolore muto è qui, se nella dimensione inferiore i volti sono spersi, se le loro grida sono impercettibili, in alto, nella metà superiore del dipinto, il loro silenzio è ascoltato, anche chi non trova parole adatte per ribellarsi al sopruso dell’esistenza è decodificato in una essenza superiore, che accoglie ogni richiesta, flutto sonoro increspato. C’è una dimensione superiore, di speranza, che ascolta il tacito lamento umano, le grida di rabbia ed impotenza. Non occorrono parole giuste, espressioni esatte. È ciò che abbiamo dentro  che ci salva, non gli arzigogoli di parole, non la retorica fine a sé. Dalle tante grida poche sono le increspature, poche e serene, accolte in un abbraccio divino. Purificate dall’inutilità del troppo e misericordiosamente comprese, nella loro essenzialità, che è ciò che abbiamo nel profondo dell’alma, che è ciò che davvero siamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Ferdinando Todisco

Opera: Teniamoci per Mano. L’Armonia dell’Universo

Materia e Tecnica: smalto all’acqua su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo” esprime appieno il senso unico della vita, il principio e l’origine, l’essenza ultima, la molla generatrice. Il dantesco “amor che move il sol con l’altre stelle”.

Di spalle, come fossero osservatori ad una mostra, fruitori dell’opera, fanno la loro comparsa nel dipinto una coppia di innamorati che si tiene per mano. Abilmente il Todisco rappresenta come soggetto colui che contempla l’opra, colui o coloro che la osservano. Estraniati quasi, al di là del mondo, pellegrini d’universo, che ammirano la grandezza del creato e viaggiano in atmosfere suvraterrestri. Un’ambientazione cosmica quella dell’autore che si colloca nella dimensione tipica di un altro oltrista, il maestro Antonio Marchese, che fa dell’universo e dei buchi neri, della materia cosmica, l’oggetto e il soggetto del suo lavoro e della dimensione trascendente dell’arte. Ma mentre l’uno delimita e segna varchi evidenti, passaggi per raggiungere mondi nuovissimi, veri e propri wormhole ove lo spirito cerca e trova transizione, qui il varco si apre nell’istante in cui gli amanti si tengono per mano. Vanno oltre, al di là, contemplando l’armonia coeli, l’armonia del creato.

Lontano un pianetino giallo sulla sinistra, sulla destra minuto e rosso come spia cosmica, pianetini abissali, collocati in fondo al dipinto e quindi distanti da noi ed anche tra loro stessi distanti, perché la fine del quadro è il punto di partenza dello stesso, è la lontananza inenarrabile che si colma, completa e supera negli amanti stretti per mano, che sono il principio e che trovano nell’al di là estremo ciò che erano e ciò che sarebbero divenuti senza quell’amore, colto in un gesto semplice ed assoluto.

Avvicinandoci ancora un pianeta celeste, come la terra, colmo d’acqua, linfa vitale, l’acqua che fa avvicinare esseri distanti, che generando ammira l’amore manifesto, contornata da un satellite, il nostro, lunare ma vivido nel colore non pallido, come scosso dal terremoto amoroso. Ancora più giù, sulla sinistra, il passaggio successivo, una sfera che inizia ad assumere non più forme cromatiche omogenee ma inizia a colorarsi grazie alle prime parole ed ai segni, ed ai gesti degli innamorati. Per finire, alla destra, in un tripudio cromatico estasiante, un coacervo di colori dolcissimi, che leziosi illuminano gli amanti.

L’excursus appena fatto questo delle sfere, contenitori di sapienza, rende evidente un processo evolutivo che culmina nell’amore tra uomo e donna, tra fidanzati estraniati e contemplanti, i quali, stretti per mano e proiettati in una dimensione ultramondana contemplano l’universo dagli antipodi ai pianeti più vicini, ripercorrendo la loro storia, all’indietro, come in una evoluzione in cui, oramai, le distanze iniziali, seppur fondamentale punto di partenza, sono lontane, e il tripudio di colori è l’amore della gioia presente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Giuseppe Pollio

Opera: La Fonte

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio, “La Fonte” è la prima del nuovo anno, 2017, e si collega direttamente all’ultima del trascorso, “L’Addio”.

Sul limite del mare vi era una donna, emblema della umanità, della natura, di noi stessi, che da dietro un muretto attendeva il soccorso di un gabbiano, carico di speranze e conoscenze, ponte tra la navicella/caravella sul mare diretta verso la selenica sfera sapienziale, e noi, ponte tra un tempo ed un altro.

In “La Fonte” il discorso sembra continuare, disteso di traverso e di spalle vi è ora un uomo, emblema dell’umanità che si sveglia come quando scossa da un nuovo tempo che arriva. Una umanità destata dal futuro, da ciò che ci riserveranno e porteranno questi giorni, questi mesi. In alto un cielo annuvolato su cui fa bella mostra di sé un astro, rubicondo ed azzurro. La sfera simbolo di sapienza qui non è la luna ma la nostra Madre Terra, il nostro Mondo, il pianeta azzurro, si scorgono continenti e distese d’acqua. È la donna de “L’Addio”, è il nostro passato, ciò che ci riserva la memoria, le nostra azioni, i nostri propositi.

Si chiude la volta formando una sorta di “V”, un archetipo, un simbolo, la rappresentazione dell’incontro tra cielo e terra, il ponte, il varco tra essi, la congiunzione temporale, la rimembranza. E da tale varco sgorga acqua sorgiva, una fonte che scende lieta in un muretto ove è coperto il sonno dell’uomo, di muschio, di colori silvani, di speranza ed anche del nostro essere noi nascosto, del nostro essere più profondo.

L’acqua scende a mo’ di sorgente ed ha già compiuto parte del suo percorso, collocata come letto statico del dormiente. Continua nel suo inesauribile corso e disseta, fiumiciattolo che è l’avvenire, si rinnova. E l’uomo è catturato nel momento in cui sta acquisendo coscienza di sé, sembra quasi si stia alzando, scosso dal dolce gelo dell’acqua sorgiva, pronto e ristorato dal frullio acquoso, riprende vita, è il momento di iniziare questo nuovo percorso. Ha con sé un bagaglio conoscitivo, che è il suo passato, ha il ristoro dell’acqua, che è la vita pullulante, può incamminarsi per i sentieri del mondo seguendo il suo sentiero, costeggiando il fiumiciattolo, può trovare la sua armonia, la sua felicità. Può rinnovarsi, andare oltre.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

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Autore: Ferdinando Todisco

Opera: Vittoria. Ode alla Libertà

Materia e Tecnica: smalto all’acqua, ovatta, cartapesta, su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Vittoria, Ode alla Libertà”  rappresenta una ambientazione ormai tipica e caratteristica del contributo artistico all’Oltrismo dell’autore che scova la ancestrale ricerca di armonia in raffigurazioni arcaiche e quasi rupestri, le quali proiettano il fruitore ai primordi della civiltà conducendolo al primitivo ma attualissimo desiderio umano, attualissimo perché scava negli archetipi sepolti dell’essere umano, in simboli insiti nella natura stessa dell’anima.

L’opera è divisa in due, una parte terrestre ed una sovraterrestre, quella in basso fatta di riti e preghiere, rappresentazione vivida della speranza e che ha come sfondo un policromatismo genuino e pullulante, stralci di colore a mo’ non di frammenti ma di veri e propri tasselli quasi puntiformi che ravvivano, evidenziandola, la molteplice varietà delle aspirazioni umane, tinteggiando il reale di fantasie che si manifestano con una silente prepotenza, la ribellione pacifica dell’ama.

Emergono tridimensionalmente tre figure, due maschili di lato, con braccio proteso in senso orante ed una femminea centrale, a mo’ di adorata. Un rito che rimanda al culto di Nike, di Vittoria, di Bellona, una vera e propria “Fetiales”. Un congresso in cui l’umanità, rappresentata dalle figure maschili, si rivolge al trascendente, o meglio a divinità angelica, a messaggera, a quella che è la giustizia. Ma tale convivio orante è ribaltato nell’ottica oltrista. La preghiera è per la pax, ma per una pax sine bello, un’ode alla pace senza violenza, alla concorde e pacifica convivenza tra essenti. Riprendendo un rito antico lo si attualizza e si va oltre, lo si rende preghiera per la divina concordia, per l’umana collaborazione, per il vivere in comunità e non in belligerante società, per consentire la realizzazione di ogni individuo rendendolo persona.

Nella parte superiore, infatti, la divinità della vittoria, della giustizia, diviene angelico ed atavico messaggero di tale concordia, e le preghiere del e per l’umanità tutta laniata e sofferente a causa di guerre, terrorismo, battaglie senza senso, litigi per sete di dominio, vengono accolte; dal capo della femminea figura si inarcano splendide ramificazioni che tendono all’eterno, al cielo. Ramificazioni di verbena, di erba pura, herba sacra, di ulivo, di alloro. Ramificazioni quindi di candore, di pace, di gloria, che per essere tale non è soggiogo dell’altro ma condivisione con l’altro. Ramificazioni che sono tripartite, da un lato l’auctoritas, ovverossia l’anima dell’umanità, che candidamente plasma, dall’altro la potestas, ramificazione che promana dalla prima e che estrinseca sé tramutando l’umiltà candida e leziosa, la dolcezza, in pace armonica, infine, ultima ramificazione, il corpus o status, che rende effettivo quello che è manifesto, concretizzandolo, e che è la gloria di vivere uniti in un abbraccio universale, che è la gioia propria nel riflettere la gioia altrui, che è dunque estrinsecazione del vero scopo dell’uomo, della propria missione.

La libertà che si raggiunge con tale lento lavorio, con tale loquentissimo  ed umile desio, con l’essere umano libero dalle catene della schiavitù per mezzo dell’amore che incessante ricerca la bellezza nel raggiungimento di una soave pace, che diviene armonia e non soggiogo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

cosmos

 

Autore: Ember Canada

Opera: Cosmos

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“It all begins with a journey, stepping out of the darkness and into the Light. This painting represents the call of Eternity. […]Humanity is too lost in the darkness of the world, too distracted by the meaningless to see the signs and beauty of a God who calls them from beyond time and space.”

Queste le  parole della pittricia Ember Canada nel descrivere l’essenza  della sua opera “Cosmos”.

L’essere umano è collocato in uno scenario apocalittico ed è rappresentato in una prospettiva pluridimensionale, ove la Natura si manifesta nella sua essenza più intima e omnicomprensiva. L’omino, in perfetto stile inglese, con bombetta, abito, borsa alla sua destra e giornale alla sinistra è l’emblema di tale umanità. Egli non a caso è rappresentato di spalle, da osservatore, di modo che il fruitore dell’opra possa identificarsi appieno con lui. Scorgiamo tuttavia, pur non vedendolo in viso, una sorta di “attonismo”, una perplessità languente, uno stupore. Egli è ancorato alle sue certezze quotidiane, sulla destra la borsa, che rappresenta il lavoro, il suo, ciò che fa per guadagnarsi da vivere, in una ottica spietatamente consumista, un lavoro che lo ancora nelle sue convinzioni, nel suo mondo, nel suo orto privato da coltivare, nella concezione liberista del lavoro stesso che renderebbe l’uomo libero. Sua certezza, nostra certezza. Alla sinistra un giornale, rappresenta ciò che lui crede al di là dell’orticello privato, della sua proprietà. Ciò che lui crede del mondo. Tutto ciò che gli è propinato dai media, dalla cultura dominante. In un attimo innanzi a lui, attonito, si squarcia il velo di Maya ed egli vede il mondo, l’universo, così com’è, nudo e crudo, è proiettato in una realtà quasi fantastica, quasi immaginifica, ma che è ciò che è, ed è ciò che ha dentro, ed è ciò che abbiamo dentro, ed è il nostro livello percettivo. L’omino è rappresentato nell’attimo stesso in cui innanzi a lui si aprono le porte, nell’attimo in cui sta per guadare il varco. E le certezze propinate precipitano, cadono, i media, internet, la tv, la radio, il senso comune, crollano. Crolla il giornale che aveva alla sua sinistra, crolla ogni certezza.

Ed eccolo lì, sul limite di un continente, sul mondo, sulla Terra, una terra primordiale, quasi una pangea che sta lì per spandersi gettando alla deriva la staticità dell’ancoraggio saldo umano. Su un continente come su di un’isola, con una ramificazione, un sentiero, un ponte terrestre su cui si diramano gli antipodi, ed al tempo stesso gli estremi superiori, come a dire nella Terra di Prete Gianni etiopica, o nella Tule, o nella Mu, o in una nuovissima Atlantide, o ad Alessandria tra libri polverosi e sapienti, o nel Castrum Lucullianum tra alchemici sensi celati, vitriol umano, athanor. Questa realtà sommersa, questo etereismo cosmico , questo esoterismo delle cose, preme per uscire allo scoperto, preme in questa epoca cibernetica, in questa epoca della spiritualità, dell’Acquario, del senso ultimo delle cose. Preme per essere svelata, per mostrarsi rapida e repentina, per esplodere in tutta la sua valenza armonica. Ed è questo il vulcano, il monte gentile, il Vesuvio dell’essenza nostra, il monticello che libera attraverso lo spirito tutto ciò che c’è nell’alma umana. Ed i misteri, e la nostra profondità, ed i segreti. Tutto prorompe, si squarcia in una elegante esplosione. Esplosione che è la nuovissima frontiera, la caduta del passato impolverato e la sua riscoperta nell’autenticità, riscoperta che è anche la nostra autenticità. Noi siamo noi, quindi lo diveniamo. L’omino guarda chi è, chi è davvero, non costretto nelle maglie sociali e propinate, ma ciò che è dentro di sé, che proviene dall’alto ma è comunque in sé, esplode in un furore ritmico. Esplodono tutte le verità. Esplode il senso intimo delle cose.

Questa esplosione da una nostra archetipa Agharti, dall’anima nostra, dai nostri simboli e fantasie e desii autentici esplode. Ma non così, alla rinfusa, con eleganza ed armonia, perché è una esplosione sapienziale, prima ancora intellettiva, prima ancora sensuale, cordica, prima ancora figlia dell’umiltà, la nostra. L’omino ammira l’esplosione di verità intima che è la sua solo perché dà lo sguardo all’universo, così com’è.  In alto infatti è rappresentata la ianua, il varco, il wormhole, l’accesso ad altre dimensioni. Il cosmico etereo costrutto che ci fa andare oltre, oltre noi stessi, oltre i pregiudizi, oltre le certezze, oltre la nostra stessa paura. Un varco che ci conduce al di là di noi ed in noi, l’omino contemporaneo e cibernetico che ascende il Monte Ventoso per raggiungere la sua essenza, per scoprire la sua spiritualità, per scoprire la spiritualità. Per rispondere alla chiamata del divino, che pullula in lui, che pullulava in lui e di cui ora è conscio, di cui ora è consapevole, di cui ora è cosciente. E questo varco, questo wormhole lo apre alla vera concezione del tempo, lo pone innanzi ad una evidenza, l’evidenza della vacuità cronologica, l’evidenza della staticità dinamica, dell’ellissoidità delle cose, di materia e di energia e di ciò che la produce, lume misericordioso, grazia manifesta, bellezza da contemplare, amore smanioso ricercatore di tale bellezza e di tale armonia raggiunta. Andando oltre. Ed il tempo scompare, scopare finalmente, non è relativo. Si apre la vera dimensione cosmica fatta di luce e materia e di organo promanante divino, scintilla vivida in noi perché donataci. Il tempo è smascherato, Saturno divoratore dei suoi figli, dei terrestri lasciati in balia della caducità, ovverossia Krono o Kronos, posto ai margini del dipinto. La maledetta caducità illusoria, l’esistenza stessa del tempo, queste inesistenze che percepiamo crollano. Come l’attualità ed il già stato, come il sarà. L’uomo, l’essere umano, rappresentato dall’omino liberista, non è più un tassello nelle mani della società, è libero, va oltre, al di là, e diviene non ingranaggio di un meccanismo ma persona vera e propria, liberissima, si erge al di sopra di sé per riscoprire l’altro.

In tale scenario quasi apocalittico, dunque, come afferma la pittricia, maestra Ember Canada, “The man is in the process of dropping. He will leave them behind to answer the call of Eternity. A soul transformed by Light, Love and Life”.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

the-eye-of-god-nebula

Autore: Ember Canada

Opera: The Eye of God Nebula

Materia e Tecnica: Oil on Canvas

Dimensioni: 30X40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“ Honestly, it’s hard for a photo to capture the intense colors of this piece. This painting was inspired off of the actual nebula in space. I love outer space a constant reminder that we are very small and He is so awesome. The fact that He loves us so much!”

Queste le parole della pittricia Ember Canada circa la sua opera “The Eye of God Nebula”. Parole da cui traspare una difficoltà, specchio delle difficoltà umane nel definire l’assoluto, la meraviglia dell’infinito, del creato, dell’altrove. L’Oltrismo è un movimento artistico che cerca l’armonia, la cerca nell’andare oltre. L’uomo è in bilico sull’assoluto e si pone, nel momento in cui fa arte, nella prospettiva contemplativa. Come in questo dipinto. Dipinto che cerca, riuscendoci, non di definire ma di far scorgere un infinito, una presenza divina ordinatrice, un varco verso una dimensione altra ma immanente allo stesso tempo, una prospettiva che va al di là, in un divenire cosmico, in una congiunzione. Ecco, il dipinto intuisce questa congiunzione, questo varco, questa luce, scintilla divina, che si colloca al centro, luminescente ed inesatta ma grandiosamente magnifica, grandiosamente possente nella sua lucentezza siderea. Un astro al centro del varco celeste.

Di contorno sfumature tra il rosso ed il giallo, al centro il celestiale cromatico varco. La luce dei colori, il suono metafisico del cromatismo, che come in un punto altissimo di una sinfonia, all’apice, in sfere altissime, nella inudibile kandinskyana  musica contemplativa raggiunge il punto armonico, ove parole e suono e colore si concretizzano nell’inenarrabile, nell’indipingibile, nell’indescrivibile. L’occhio di Dio, il mistero della sua presenza è il dono fatto all’umanità, quella scintilla siderea in prospettiva armonica nell’auditorio dell’empireo celeste.

“The Eye of God Nebula” è un’opera musicale, dove dal rosso delle passioni si procede ad una ascesa verso colori più tenui, sino a raggiungere le alte sfere del blu e l’occhio di Dio. Dal rosso al blu si si ottiene un viola non presente ma che è l’essenza stessa dell’opera, il tempo, la memoria. Un crescendo che termina con l’esplosione pacata di un armonioso suono, una melodia mai scritta, mai dipinta, mai raccontata. Il fruitore la scorge ma non arriva a comprenderla. Tuttavia si illumina ed accresce, nell’estasi, la sua essenza, il suo essere. Nel momento in cui si sente un granellino sperso d’universo comprende la sua unicità, la comprende nel dono divino, nella scintilla siderea. Comprende il privilegio divino e non è più ingranaggio di un meccanismo, non tassello di un mosaico, ma trasfigura esso stesso nel mistero dell’infinità dell’universo e tende ad esso stesso, all’universo, e scopre, finalmente, che l’intero universo è in lui. Sommo mistero, l’intero universo è in lui, ma lui è solo un granello del suo stesso universo. Scopre l’agostiniano “In interiora homine habitat veritas”, scopre la dolcezza dell’amore, del dono. Scopre che nella “vanitas vanitatum et omnia vanitas” c’è la sua essenza.  Scopre come Petrarca sul Monte Ventoso il passo biblico, e diviene nulla, e si sente nulla, ed al tempo stesso sente nelle sue vene che il tutto è in lui. Una vera opera poetica, una ascesi dantesca, dalle passioni e dalla bestialità umana, in gradazione, verso l’illuminazione.

 

dottor Giovanni Di Rubba

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