Centro inscindibile

 John William Waterhouse; Psiche apre lo scrigno d'oro

John William Waterhouse; Psiche apre lo scrigno d’oro

Ammiravo in silenzio
i suoi occhi vividi e accesi,
torce lente sul mio polso
i gemiti da sponda concupiscibile.

Nel momento supremo
un inchino vistoso
e le schiuse mani veline
smorzarono
l’affiatato scollamento labiale,

l’intimo tumulto astrale.

Le costellazioni in trotto
discese
in questo giorno a contemplarti
in congiunzione al capricorno,
genesi della lode furente,

perversa in dormiveglia,
quasi per metà etilica.

Miscela dello stupore
lo sguardo,
occhi portali spalancati
ante
e poi stretti a fessura
nel verbo infuocato
scagliano aforismi suadenti.

Le schiere di belve
ai tuoi piedi
e tu sulle punte
a slinguettare fior di ciliegia
soddisfi soddisfatta
il desiderio in disfatta
e succube a sua volta

di te.

Centro inscindibile
di ogni interpretazione
la voglia di afferrarti il volto,
coprirti d’oro velato
e mai più dimenticato,

in assurdi cieli cobalto
tramutati in ere di rame
soverchiato dall’ultimo tuo
denso bacio,

oscuro il medesimo senso occultato.

Lasciavo cadere la viola
del pensiero
e tu mi carezzavi i capelli
e l’attimo assurse ad unico
istante importante,
obbiettivo di ogni sbarco,
stagione unica,
candida perversione
eterea ed eterna.

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Additando aspri silenzi

John William Waterhouse, Ophelia; 1884

John William Waterhouse, Ophelia; 1884

Additando aspri silenzi
azzurre pupille
dell’iride celeste,

il taglio dirompente del suo
scucito ed aforistico cappello,
non transige in lei l’acume
distratto
del mio canto rigoroso e libero
nel volo del gabbiano,

pelago dell’assoluto.

Si guarda divertita
allo specchio

ed è luce il suo aspetto.

Piccole controversie amorose
all’ombra della luna,
le turbe del candore
mescolate al suo stupore,
tra le labbra infuocate
di passione
e le mani allungate,
pallido viso,
si nasconde un magnifico segreto.

La ricerca delle stelle al far dell’aurora
nel preludio deciso
del suo dito
che forma costellazioni di ricordi,

lontano anni luce
lontano il sapore
delle fragole,
le passeggiate,
il canto schiumato
del primo mattino.

In ginocchio tra le roventi
foglie d’altri tempi.

È vero, hai ragione,
non si cambia facilmente
l’umana intenzione,

te ne andasti via
con l’ottobre tra i capelli,
giorno temerario dell’incavo
violato
del restio sentimento bandito,

le conchiglie
e le regioni inesplorate,
viaggio interstellare.

Sarà la ragione
della profusione delle viole
il mistero

incudine dei domani
e dei miraggi,
oasi stanziali
negli sguardi oscuri,

dioscuri del nulla.

Ti amo d’assoluto
valore immenso
immerso nel silenzio.

E all’improvviso
con un rapporto traduttivo,
tradito l’iniziale scopo,

all’improvviso sbocciavi
tra i cardi della spola deliziosa,
assaporata restrizione
di magica intuizione.

Traballante il tuo corpo
riflesso come slancio
alla parete
del fulmineo indeciso lavoro,
mascara, ombretto, rossetto,
specchietto,
spazzola traversa
alla tempesta funesta.

Vedi sei rimasta l’ultima
sincera visione allucinata e assente
di quell’amore immenso.

Lode di Efesto a Cabiro

Selene ed Endimione; Nicolas Poussin

Selene ed Endimione; Nicolas Poussin

Il latrare di dieci cani
in cerchio mentre i piroclasti
spumeggiano nell’aria,

la lava è un fermento ma controllato
dalla mia mano tecnicamente sapiente,

uno scudo per te plasmato
che scompari nel momento più bello,
estremo limite del godimento,
muto il giaciglio.

Poche parole,
è già dì.

Basalto alcalino fisso come sai,
tu dalle mille bellezze marine
sei eccitante stasera come non mai.

Sull’incudine un colpo attento,
non distruggo io ciò che l’amante della mia metà,
della proclamata amata con scherno,
per vanagloria fa,

uccisione e saccheggio,

dov’è la pietà?

La rosa tra le dita
è ciò che in questo cortile ardente
del Mongibello
ti dono, accettalo dai, è indistruttibile,

indivisibile.

Tanti sono gli affanni di annientare,
di soffocare la vera bellezza
ma il tuo sguardo che vedo,

è puro.

Esportano armi e democrazie,
addestramenti,
poi il vuoto dell’anima rimane,
continuano a soggiogare,
tu immensa dolcezza dimmi,

perché?

I miei giganti ed io,
con la forza,
ergiamo opere maestose,
è questo il bello,
non la violenza
né il dominio senza rimessa
né umiltà.

O mia Cabiro,
unica che mi abbia davvero amato,
fino all’eterno del nostro sgomento
rideremo e ridemmo,
uniti noi,
concubini del tepore
di questo folle paesaggio brullo
e vivido ad un tempo,

abbracciami ancora,

da qui si vedono le stelle.

Un tempo distrussi Adranos
con un solo cenno,
la mia potenza è funesta,
colma di vendetta,
le mie catene che indissolubili imprigionarono
le mie donne più amate nello scherno
del flagrante adulterio
con la tua candidezza
stan diventando mezzo di passione immensa.

Ah che dolce,
come trottolina riprendi a danzare,
sei mistico amore,
non voglio perdere mai tutta
la tua grazia

piccola Nereide dai denti d’avorio,
amore mio,
stringimi ancor la mano,
Antares è lì,

guardiamolo abbracciati ancora un po’.