L’Infanzia e la Coscienza; Sarossa

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L’Infanzia e la Coscienza; Sarossa

 

La macchia come d’inchiostro ai margini del deserto riflessivo, sul pendio di sabbia scossa dal vento, maroso dialettico tenue. Ai bordi, in basso a destra, sullo strapiombo dell’esistenza erto sicuro c’è un padre col braccio sinistro teso verso l’alto, a fianco un bambino, il figlio, appoggiato e quasi aggrappato alla sua destra, un’immagine che separata – si intravedono le gambe dei due- dal basso man mano che sale si unifica, divenendo unica forma. Braccia tesa ad indicare al pargolo la sfera perfetta, il trivio ed il quadrivio in sintesi, sostanza e manifestazione, l’unica verità silente dell’intera vita di un uomo, dalla nascita alla rinascita, la figura femminile che protegge sicura e a cui ogni uomo ambisce nella ricerca, la luna che dà sapienza perché di sapienza è colma.  La luna, sfera leziosa e pallida, influenza la nostra anima, il nostro carattere, il corso della nostra esistenza ed è posta lì dov’è discreta ed umile. Non si pone al centro dell’universo né al centro del dipinto perché è il cardine, il sostegno, la chiave di volta, il vero centro come del dipinto così dell’universo. Si pone lì, punto femmineo sapienziale genealogico del tutto, si pone lì plasmando il resto, si pone lì ed è discreto l’inizio di tutto. Si pone lì, in sezione aurea, e dà forma. Tracciando in perpendicolo due parallele che passano per detto centro il dipinto è scisso in sezione perfetta, a sinistra come a destra, sotto come sopra, ed a sinistra, doppio della destra è l’esistenza umana vissuta sin d’ora, a sinistra la metà di essa che è da vivere. Così, in basso vi è la nostra vita terrena, di passioni, sfumature, delusioni e gioie, in alto, sua metà ancora, c’è la nostra vita celeste. E non parliamo di tempo, ma di sapienza, di preziosità, di ciò che ci resta da vedere e da scoprire nella vita, che la verità e dunque la felicità della vita stessa è nella metà di essa, nascosta dietro le piccole cose, che la vera gioia è celata in un punto che è la metà perfetta di un istante pieno. Ed è un sorriso, come quello di una donna, che dà la vita e che è vita. Un sorriso che ha la sua pienezza nel suo discreto nascondimento, nel suo umile essere tutto ciò per cui si vive. Tutto ciò che illumina. Perché dal dipinto del Maestro Sarossa si svela ciò che è agli occhi spesso muto, che la luce vera che illumina dona la luce e dona la vita ma non la riserba per sé. Come insegna l’Oltrismo ciò che è non è ciò che sembra ma ciò che appare, la luna dona la sua luce, è il sacrificio massimo e la massima sapienza, è il volto femmineo dell’universo, la luna resta pallida e dà luce all’intero universo, alla terra, al dipinto. Selene ed Artemide non si crogiolano di sé come Elio ed Apollo, non sono gloria di sé, della propria luce, non sono portatrici di luce ma donatrici della luce e restano umilmente in disparte, umilmente pallide, ma luminosissime nel loro femmineo sorriso. E si intuisce la verità. Grammatica è il sostegno, è l’eccezione che insidia la norma e non la conferma, ma lentamente la erode e la purifica ribelle; retorica è l’estetica, la bellezza manifesta della donna che è la terra ed è per i figli della terra dolce consiglio e dolce ristoro, vera sapienza perché non celebrale ma cordica, respiro e refrigerio della mente guidata dai palpiti del cuore; dialettica è l’incontro perfettissimo degli opposti imperfetti, che si sintetizzano un unico spirito grandioso che è l’amore e che genera la grazia dell’insieme. E l’aritmetica, che è il codice dell’universo e che risplende dei suoi paradossi, la lingua consonantica, impronunciabile che sa che tra un intervallo ed un altro c’è l’infinito che non è dipingibile né descrivibile né decifrabile; e la geometria la forma, che non è pura astrazione ma pragmaticità assoluta, che ci mostra che nella natura il triangolo ed il rombo non sono linee diritte e perfette, ma sfasate, sfumate e perciò degne di essere ammirate e vissute; e l’astronomia che non è calcolo degli astri ma ascolto del sussurro delle stelle, in silenzio; e la musica, l’arte somma, l’ultimo gradino, il principio e la fine, il verbo, il suono, l’acca muta palesata, la vocale che dà dignità alle cose. Questo indica il padre al figlio, questo il segreto della vita che gli svela, di essere “kart”, ossia un uomo libero che esercita le arti liberali non per decifrare, comprendere l’assoluto, non per dominare, non per crogiolarsi della propria sapienza ma per vivere, per amare in silenzio il sorriso di una donna, ossia il respiro dell’universo.

dottor Giovanni Di Rubba

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