Le tenebre di Saffo

tenebre-saffo-ph

 

Ecco il folle sulla via maestra

 

e non parlo del tempo

né del suo intimo senso

interconnesso con la frase

tronca sul finale,

 

non è la luce

del mattino che mi può svegliare

ma il tramonto della cera

tua posta ai bordi

dell’ultimo

introverso, intimo

crinale,

 

e intanto passa

lì,

sulla strada maestra,

il folle.

 

Si sente sperso

nella nebbia

e non può porre

in questione

la sua mania

d’oltraggio

silenziosa.

 

Una volta,

dice strano,

ma è consapevole

che la sua vita

da troppi anni

è finita

schiantata

sull’asfalto

tenebroso

di un freddo pomeriggio

d’assenzio invernale,

una volta,

continua semiserio

ma fa pena il suo modo

di comporre

le frasi sciocche

come fossero

assoluto

distillato,

 

una volta

il re dell’ Ellesponto

aveva

quattro dame a corte,

le più belle

in confusione

gettavano bottoni

al conte

e facevano moine

da ragazzine,

 

al di là del confine del mare

c’era il segreto rifugio

e una di quelle,

la più bella,

mi baciò

sotto una stella,

 

poi improvviso

il servo e il Visir

persiano

mutarono

il senso temporale.

 

Tuttavia

pochi capiscono,

nessuno lo crede.

 

Talora comunque

tra notte e mattino,

quando l’anima è di tenebra

e il corpo sembra vibrare,

quando non sei cosciente

ma nemmeno sopita

vedi il volto suo

ed il veliero

dimenticato dal nemico,

 

e il tuo destino sembra dirti,

non capisco

cosa posso fare.

 

Ma pochi gli credono,

nessuno lo saluta.

 

Ed il giorno

dopo come prima

arriva

la Dama del buio abissale,

con tredici diademi

 

gli dice

di tornare,

e una volta, lo giuro,

mi è sembrato di sentirne i passi

siderei

nel vento di dicembre danzare.

 

Ma chi altro vuoi che

possa credergli?

 

Sussurra ancora e dice

non puoi smettere proprio tu,

 

passa

distratto

il ripudio

del dolore,

e siamo ancora

assieme,

assurti ad assoluto

assorti

nella delusione.

 

Continua tu,

potremmo innamorarci,

 

ti ripeti

 

ciò che non è più

reale

è evidente,

lasciami cantare,

sugli spalti

musica

violetta

viola

la nostra sentenza

 

e l’inverno

è troppo freddo

senza te.

 

Tu sei così,

un po’ paranoica,

un po’ viaggiatrice

a dorso

dell’incanto,

implicita aura attorno

a te.

 

Tuttavia

sai cosa resta da dire

e silente

non sai più stare,

 

per questi motivi

assorbi

e sprigiona

decisa

il tuo ciao.

 

Siamo arrivati,

l’auto rimbomba vendetta,

gli altri?

Non ci sono più.

 

Sei rimasta tu,

piccola sugli altari,

non è che siamo così cattivi,

forse solo opposti

seduttivi.

 

E lo sai che stasera

è tardi.

 

Ma come fai a non

invecchiare mai?

 

Eccoli,

arrivano,

i nostri avventori,

 

mamma mia come stiamo

allucinati,

sembra una volante

la luminaria là distante.

 

E canta ancora,

 

non puoi smettere proprio tu

e non stasera.

 

Appari indefinita

voglio dire,

appare indefinita

l’ombra,

 

deduco

stanotte

si farà tardi,

 

carichi

gli applausi.

 

Sei tu

che mi guardi

assorta?

 

Credi

che da sola

non abbia

quanto basta per volare?

 

E sei invadente

e un po’ delusa

dai miei passi

tardi

e verdeggianti,

 

non sai

misurare

l’infinito dell’amore,

 

io sono pazza

e non riesco a ritornare.

 

Ma il piano

suona ancora.

 

Cerca di leggere

la verità

negli occhi

dei misteri

che sai,

 

e finiscila

con la storia

del rimasuglio perduto.

 

Il tuo vocabolario!

IL,

numeri nascosti nelle metriche latine,

 

numeri nascosti

nella versione criptica

della metrica latina,

intanto noi

fumiamo

e ce ne fottiamo.

 

Se non sono quella di ieri

è perfetto,

giusto,

meglio così.

 

Impara a respirare l’aurora!

 

Pozioni magiche

nei tappeti

intrecciati

col destino

intarsiato d’alabastro.

 

E l’erba

sa di bellezza.

 

Assoluto

il ritorno

al nostro divenire,

 

asciutto

e corretto

al gin.

 

Caffè

scomposto,

nell’occhio

strizzante

setacciato

il manto del tuo fiato

di rose

e mille certezze,

 

adoro le tue

infinite

presenze,

le tue matite,

pennarelli, acquarelli

dita colorate,

sguardo verso l’alto,

 

secerne

il vento

spirito

eterno.

 

E tu sei

distesa

al mare,

 

talora

ti udii

partire

e sorridente

insabbiare

le mie assurde

postulazioni

con semplicità.

 

Tornerà

l’incanto

della primavera

e, ti giuro,

ne parlerò

un giorno,

 

anche prima,

magari.

 

Ci attardavamo

spesso

fino a tarda sera

all’uscita della metro

per spiare

il confine

tra urban

e panteismo,

 

i libri della scuola

erano

il confine

tra l’Ego

e la realtà.

 

Matita, pennarelli,

acquarelli, dita,

lo sai piccola,

abbiamo dato ciò che potevamo

e più non scorgo

gli occhi tuoi

e l’anima

la perdo

tra le carezze

di ragazze

stanche di se stesse.

 

E tu chi sei?

Che fai?

Che ne sarà?

 

Io vado via,

perdonami.

 

Nei tuoi

sinceri

“ciao”

scorgo

l’infinito

che è in noi.

 

Siamo soli

io e te.

È finita,

 

ti prego

capisci,

 

penserai a me

un giorno,

 

e sarà allora

che piangerai

perché

il vento

dietro i miei passi

è spietato,

 

sia per me

sia per te,

 

sorridi,

ti prego,

 

abbiamo dato

ciò che potevamo.

 

Formalmente,

ma tu cerca ancora di me,

 

non sarà

più come era

ma piangi,

strana

ti senti,

 

hai gli occhi

che parlano da sé.

 

Sai

che è stato stupendo

ma non puoi

rinnegare

il futuro

per me.

 

Tuttavia

sai

che le risposte

e gli abbracci,

i baci

non si perdono così.

 

Ti amo!

Non dimenticarmi,

io mai lo farò.

 

E se non sai

più

quale è la via,

cerca ancora di me.

 

Tuttavia io

sono la bambina spaurita,

e l’amazzone

che scaglia

le sue armi

contro il cielo,

 

che babele

il futuro.

 

E saremo uniti

anche se distanti,

 

di me

non farà a meno

l’anima tua.

 

Noi siamo divinità deluse,

oggi tramontano gli dei,

tramonto degli dei!

torneranno i fasti achei!

gli alessandrini riti!

 

E senza

sapere

il futuro

guardare gli occhi tuoi.

 

Non sapere

se

la verità

è panteismo,

panpsichismo,

panismo.

 

La cazzimma

della delusione

ritrova sé,

e il fallimento

è l’arma

che ci rende folli,

scaltri,

 

che ci fa sputare

contro

la verità.

 

Siamo

i tristi

figli

degli anni ottanta.

 

Immagina

il sogno

che avevamo

ad inizio millennio.

 

Siamo noi

la generazione

dei fuoricorso,

dei rivoluzionari

eterni

eterei rivoltosi,

etereisti

 

noi pedice

e sipario d’assoluto,

punk,

disco-pub,

ska.

 

E alla stazione

stringiamo

la foto,

ciascuno la sua,

 

diretti

verso

il paradiso artificiale

che sognammo

e che ora

non è più

perché

domina

l’insicurezza

e i falsi idoli,

 

gli dei dell’oggi,

 

siamo servi di ciò che

feroci

abbiamo combattuto atroci.

 

Ed io e te

e lei

eravamo la trinità.

 

Spaccavamo

stringevamo il rosario,

oppio nelle mani

 

e non dimenticavamo

il domai.

 

Ti amai,

mi amasti,

lei mi amò.

 

La sera,

quella di febbraio inoltrato,

sentimmo lontano

il lamento di Asdabea

 

sdraiato a ritroso

sul filo,

attenti al riporto

dell’infinito capovolto,

 

scorgo intransigente

le spoglie spirituali

del volto proteso a sentimento,

 

ne scorgo il silenzio come orma

sulla scritta

che per pudicizia

impone impunità

violata dall’effige

della smaniosa

sfinge dei ricordi,

 

improvviso

alchimista,

 

cabala del cielo,

 

le nuvole fuggono

tra gli uccelli

miscelati,

 

il gufo insegna.

 

Ho visto la torre di babele

dal ponte

e il pianto della ragazza

con cipiglio deluso

gettarsi nel Flegetonte

per mistico sogno irrealizzato

mandare al ripudio

il grido ribelle.

 

E pure verseggia

ancora in Greco,

 

le sue ninfe

si riuniscono

in circolo

e piccoli

poeti

traducono

in metriche latine

quegli endecasillabi

e quel verso finale,

 

voglio sperare

che tutta nuda

continui a danzare

al canto dei magici

veli delle ancelle,

 

le allievi libidinose

di scienza

e quindi

di eros.

 

Eppure un matriarcato

originario

è come inviluppato

confronto

di quella

che ora si noma

se stessa,

 

padrona d’assoluto,

 

il segno è vistoso

di statistiche spurie

e tratteggi decisi

del punto inesatto

concisi in indecisioni

sciamaniche

e atopiche

del senso

e del confine dimensionale,

 

e sono loro

gerarchie femminee,

 

Sophia la direttrice

scalza,

 

Maddalena la rivalsa

corporale,

 

spirito il furore

di amazzoni

occultate

da giambi

e cataclismi

marmorei

e minerali.

 

Tredici

squilibrati tedi,

ànthrōpos,

seicentosessantasei

 

stolti

inumani

d’uomo

finalistico

di se stesso

per cecità

diagonale

intravista

nella genesi

e nell’omega

repentina

e maledetta.

 

Mabus

molto al di là

 

e

chiudi gli occhi,

 

è solo un istante

quello effimero

in cui vedrai

tutto il mondo

come fosse in un palmo di mano.

 

E pensa ad altro.

 

Stupendo

volteggio,

rimane

il resto.

 

Che te lo dico a fare?

 

Vai vai vai,

il serpentino sapiente

struscinio,

il sillabeggio sillabo di chi è ancora innamorato

di te.

 

Potresti chiudere gli occhi,

 

specchio del passato

il salutare

assunto

in conclusione.

 

Quanti errori,

mater dei!

 

Ecco,

ci siamo,

riprende

il ritmo,

 

jazz.

 

Ti prego obnubila

ogni pensiero,

concentrati,

 

il mondo

è al di là

dell’esperienza

percettiva

di secondo livello,

 

è molto al di là.

 

E tu piccola

resti il mio segreto!

 

Piccola,

sei il mio segreto

e il tempo passa.

 

La musica non risponde

ai richiami dell’abisso,

 

e sei stesa

come dicendo

basta.

 

Piccola sei il mio segreto

e la luce tenebrosa

di piante

dimenticate

nell’arrampicarsi

dei nostri sensi

sconvolti

piangono

lacrime di gesso.

 

Piccola sei il mio segreto

e lo rimarrai

anche stanotte,

 

quando torno a casa

tra viali infestati

di ragnatele tediose.

 

Piccola sei il mio segreto

e non mi volto

sperando non infranga

lo specchio lucente della realtà

i tuoi passi danzanti,

piuma nel deserto,

 

richiamo

del silenzio

lamentoso

ed eterno.

 

Ti penso

ma sei sola

e sono sola.

 

Vorresti parlare

ma le tue labbra

sigillate

dal pudore

tacciono il meno.

 

Amore mio

sei il vento

di ciò che non è stato,

dicendoti addio…

 

Morire dentro

è l’alba della nuova vita

che assaporo

da tempo,

 

come posso,

amore,

dimenticare il tuo viso.

 

Ti prego,

ti prego

volgi, se non puoi

gli occhi,

il tuo ricordo

piuma nel deserto

ed io petalo tremante di brina

 

ed è sera,

è sera

cara,

 

tradisci

te stessa

e la tua stupida

semplicità,

 

sono un susseguirsi di

rubini

i sogni

purissimi

del mio silenzio.

 

Pesche le tue guance,

chi sarai,

allieva della notte?

 

potrà mai la tua luce

innocente

consolare

il mio sorriso

smorto

da un ottobre

che non fu?

 

Passa il tempo

piccola,

a passi felpati

cammina

il maledetto,

Baal.

 

Caducità

dell’umana stirpe,

 

arzigogolo

dei folli.

 

Vorrei gridare al vento,

tu,

lurido senso,

lurida inferma

lancia,

luccicante

del nostro soffrire,

 

tu,

ti direi,

non sedurre più

chi tradisci

senza colpa.

 

Torna!

torna stupenda meretrice!

torna Babilonia la Grande!

 

Vino e miele

in boccali,

baccanali,

coppe d’argento,

smeraldo il tempio

 

e il braccialetto

sempre più

perverso,

 

su e giù,

oscillazione erotica.

 

Si squarcia il cielo,

solo amore,

solo amore,

grida il folle,

 

piange lo stolto.

 

Mi dava mille baci

la ragazza mia,

 

nell’indecisione profondeva

l’emozione,

così sensuale

nella scollatura,

 

intravedevo

i fiori di loto

che mi portavano altrove,

 

o mio amore

da cannuccia

a bavara persiana

 

era la Stoccolma

designata e intransigente,

 

prigioniera dei miei sogni

avevi come sempre la cartellina,

quella rossa.

 

E intanto

nella circumvesuviana

sfioravi

il senso delle stelle.

 

A volte mi sopivo,

stanca della

troppo strana

melodia

differenziale

e pitagorico-karmica.

 

Che bellina che sei!

 

Sostenevamo

concetti

ma la cupezza della notte

era inebriamento

per la rivoluzione.

 

Gli altri sparlavano,

noi ridevano

e taciti ci dissipavamo.

 

E dalla tangente

quarta al punto gamma

la vibrazione

del riporto

deluso

dal clavicembalo

scordato,

 

frastuono ecclesiale,

canonico

 

risvolto,

rivolta

arancia meccanica,

sconvolta,

 

latte e fiele,

latte e miele

dall’abisso del mare in tempesta.

 

Ora chi sono?

Mentre lo domando

al vento

appari,

 

sembri non perire

facilmente

 

ma benzodiazepine

ti servono

per non soffrire

 

mentre io cerco ancora te.

 

È vero,

ho sbagliato,

 

ma tu ricordi?

 

Piccirè,

io ti amo,

 

ti prego capisci.

 

Se davvero

mi credessi

capiresti

che non hai sbagliato

quella mattina a scuola

ad accarezzarmi

furtiva

nell’antro del bagno.

 

Se un giorno capirai,

vedrai che quello che sei

lo devi al nostro rapporto,

 

in fondo

il resto è solo un ancoraggio

per non scolorire,

pel tempo

che fugge e corrode

i solchi del nostro amore,

 

lo sai che ora

non abbiamo più la forza

 

non siamo adolescenti eroiche pugilatrici,

non sappiamo più lottare.

 

Ricordi il tuo primo regalo di natale,

magari tu lo accarezzi

e se lo guardi

vedi gli occhi miei.

 

Guarda

che anch’io ho perso il senno,

 

ma penso ancora a te

e so il tuo numero

a memoria,

 

e vorrei rivivere

noi due,

le saffiche perverse

e sogno incosciente.

 

Non è stato un errore

la schiuma ultima del mare.

 

Verrà

di nuovo Natale,

 

i tempi stanno cambiando

 

ma oramai per noi è finita,

 

è troppo tardi

ma mai sarà quel che era altrimenti,

gli occhi tuoi sol’io li ho visti davvero,

 

ti lodai

come una divinità,

 

ora c’è l’ altrove

impresso.

 

Non puoi,

 

addirittura

rubiamo,

 

non possiamo,

il mio cell

l’ho spento

 

per non soffrire più.

 

Mandami via!

 

Non voglio essere pietosa,

 

ti prego

dimmi che un’ altra

non c’è.

 

Dimmi

se c’è

una ragazza

che morirebbe per te,

e nel sospiro

sveglia

ti stringerebbe,

 

gli occhi azzurri tuoi.

 

Nessuno può capire,

il quarto di luna nostra,

 

andrei con te

all’inferno,

 

con l’elmo

perso nella battaglia d’Assietta,

 

equilibrio sconvolto

nel ripristino atroce

del nostro smarrito naufragare.

 

Non ci pensare,

magari sbaglio,

amore mio,

vado via,

vado via senza pietà.

 

Non capisci,

sono viva

e senza te non ci riesco,

 

ma sono viva

solo se sei felice.

 

Trova un’anima

come me

che si nutre

di noi

e senza respirare

vorrebbe cavalcare

il cavallone

del tuo cuore,

 

morirei se salvassi te,

 

vorrei volare

per proteggerti

dalle sofferenze,

 

non farti mai morire,

mai più.

 

E dimmelo se trovi

qualcuna che ha venduto

l’anima per te,

 

che vive solo per te,

 

gli occhi tuoi

solo io li ho visti

davvero,

te lo ripeto,

gli occhi tuoi sol’io li ho visti davvero.

 

Vorrei viverti qui ed ora,

 

vieni assieme a me,

andiamo oltre l’eterno,

 

vorrei che fosse vero

il rapporto lunare.

 

Vorrei parlarti

come feci allora,

 

vorrei che

essere nel tuo cuore

non fosse solo un sogno.

 

Prigioniero d’amore

voglio solo te,

gli occhi,

il tuo corpo, la tua pelle,

sei la bella tra le belle,

 

sei un’idea,

un’azione,

una profusione sentimentale

e sensuale.

 

E io se non sei mia

perdo il cielo, la terra, il fuoco.

 

Naufraga d’amore

non ti scordo.

 

Muoio volentieri,

 

le schiere

di cherubini

credono più del caos

al nostro amore.

 

Ai bordi di un fiore

vorrei davvero

che capissi

che non siamo reietti umani,

 

tu sei stupenda,

ed è questo che mi fa soffrire,

 

un’ altra o un altro

può sostituirmi,

 

tu no.

 

Vorrei dirti,

piccola naufraga d’assoluto,

da anni

amo solo te.

 

Voglio morire

se non c’è

più per me

un abbraccio.

 

Voglio viverti

qui ed ora.

 

Vedrai che non siamo davvero cambiate,

avessi la forza

per cantare ancora,

 

la mia vita

è solo una rinuncia,

 

muoio anch’io.

 

È già inverno,

 

ti sei scordata di me.

 

Vorrei che cambiasse ciò che è stato,

 

se una donna è lo specchio di me.

 

Lo so che ti penso,

vorrei che il momento

della felicità

fosse prolungato

all’infinito,

 

vorrei non fosse mai terminato

l’istante,

 

i miei occhi bendati,

i tuoi nascosti

dal brivido scosso.

 

E ora chi sei?

 

Ricordi ancora la nostra storia,

 

l’hai rimossa

pel rimorso,

 

ricordi il nostro segreto,

 

un giorno tutto sarà chiaro

 

anche la mia di genere inversione

temporale

 

per non farmi scoprire.

 

Piove a Pomigliano

e ricordo le nostre prigioni.

 

Vorrei che per un istante

sotto pali della luce

le vertigini fossero

sostituite

dalla forza di un tempo.

 

Non smetterò mai

di parlare

del cobalto

dei tuoi occhi

e dell’assenzio

velenoso

della storia di noi.

 

Non svelare

il nostro segreto,

 

vedrai

che non siamo davvero cambiate.

Io e te sole,

frammento d’assoluto

 

sei padrona,

 

ma brava,

 

non sai più cos’è

il sentimento che era dentro noi,

 

ottimo taglio di capelli

mi ricordi te.

 

E magari sei

diventata pure borghese.

 

Fumo sempre le Pall Mall.

 

Tre sigarotti,

 

cosa siamo noi?

 

Al cinema.

 

Io cosa sono?

 

Frammento d’assoluto,

 

voi non ci siete

 

e io sembro l’ultima ancella

e domina stanca,

 

non vuoi palar latino.

 

Eppure tu ci sei.

 

Ti ricordi,

stavamo

cambiando il mondo,

 

ma poi,

 

ora chi sei?

Il frammento d’alma mia.

 

Guarda come sono ridotta,

tutti dicono pazza,

 

ma voi due lo sapete

che

la mia mente

è sana,

 

vi amo ancora.

 

Io sono sul filo,

 

atonico agorafobico

dio gli spazi aperti!

 

il mio futuro è oscuro.

 

Ti ricordi,

vi ricordate

quando in un abbraccio

abbiamo detto il mondo è nostro,

 

avete rinunciato,

mi avete dimenticato,

sono sola,

tutto fu riposto tra le rime,

l’anima,

il vento,

 

capelli scossi,

fermento,

mutamento.

 

Potresti dirmi chi sei,

piccola stella azzurra.

 

Le tue forme

strane,

 

la luce del lillà che imprime

sul corpo la tua venatura sublime.

 

Velatura d’inverno,

pianti grondaie,

 

eterno dalla tua bocca.

 

Ed è pur sempre sera,

 

non sembra,

non vuole,

eppure dell’entusiasmo

il moto ondeggiante

dell’universo

il tuo volto smuove.

 

L’anima la perdo,

seduzione sottile,

 

satira,

ninfa

stringerebbe il riflesso della via,

bell’ironia la tua,

 

cerca il peggio di me

in quel refrattario scomporsi

al prisma

dell’attenzione,

 

quella mia,

 

quando dico

tui, tibi, te, te.

 

Bellina carezza

il godimento

che si pone ponendo

ciò che c’è di vero

del risvolto del pensiero,

 

la filastrocca

e la scomposta

rimessa rimossa.

 

Magari sorridendo

potresti confondere

l’intento,

 

non hai di che vivere,

 

va bene,

si può fare,

 

continua

però per favore a cantare.

 

Tanto bellina,

sei tutta pazza,

la mia ragazza

 

sa già

di noi

l’entusiasmo visivo.

 

Ma come faremo

a dipingere ancora,

vai al canale

o nel borgo,

 

tuttavia

è già sera.

 

La Senna

è impaurita

dall’ombra

e dal tuo trasparire,

ectoplasma

scandito

a verso

inflitto

della sconfitta.

 

Poi passò anche il sentire,

 

e tutto fu riposto

tra le rime

scritte nell’antro tenebroso,

solo una luce,

lontano

 

il faro spumeggia

tenebra inesatta

e scomposta,

 

è l’immagine

di te,

muta.

 

Si spalanca

il dolore interiore,

manchi.

 

E ciò che vedo

è ciò che forse non sento,

 

l’immaginazione

tragica

prima del sacrificio,

 

è nella mia mente

il lampo

delle sonore

assuefazioni sorde.

 

Sono io

al di sotto

delle ombre

 

tra cattedrali

nude

della

nuova ora,

notte fonda.

 

E come fosse apocalisse

canti gregoriani,

 

come ci fossero frati,

sette inaudite

che riecheggiano

come minacce lontane,

 

micce pronte all’implosione

di cristalli

scanditi da turbe

psicotiche

nel trascorrere

pomeriggi invernali

curva alla finestra

dei domani.

 

Il vero

è assoluto

 

ed io persa

tra le sorti dell’abisso,

infausto destino,

 

le Parche

filan tacite

e stillicidio

è la vita,

 

morte prematura.

 

Vivendo,

pur vivendo

lo stesso.

 

Ma non sento forse

altro,

dall’eremo lontano

proiezione è il tintinnio

assordante di campane,

e i tuoi bracciali,

falce inesorabile,

 

non purifica

l’acqua

ma

intensifica

la paura.

 

Ti prego salvami!

 

Se sono immersa

nelle paludi

intarsiate

di infami

biasimi

ai bordi dell’Ade,

 

se sono una chiamata,

una persa,

un’anima persa

nell’oscuro

del pensiero,

 

naufraga del vero,

 

sola e pallida

nella regione tedesca,

 

cambia l’ascesa,

hai visto se hai distrutto,

ho dato un peso differente,

 

c’è sempre il tuo nome

nel passato,

basta studiare,

 

cambia

giorno per giorno

col mio desio attuale,

sempre più attuale,

 

se stai leggendo

anche anonima

se sei tu,

 

le tenebre te lo concederanno.

 

Dai distruggimi,

 

voglio

erba,

 

voglio eccitarmi,

voglio eccitarmi,

 

salotti

e teatri,

tournée,

 

se tu solo lo volessi,

 

conquisteremo il mondo,

 

conquisteremo

l’universo.

 

Inversione di senso

e di genere.

 

Anfetamine

e lsd,

l’alcol,

paroxetina,

paroxetina,

 

paroxetina

e vodka.

 

Sparano,

giù la statua

di Saddam.

 

Dichter

è qui,

 

sono

pazza,

ma cammino sul velluto,

 

dai decumani

all’isola.

 

Sangria

e rivoluzione.

 

La verità è axiotica,

ti amo,

e non muori.

 

Sei tu quella ragazza,

assiologica

 

dicevo la passione

 

spogliami,

distruggi la mia dignità.

 

Ascensione superiore,

hai letto

 

l’Anticristo

meglio di me,

 

ricorda Friedrich.

 

Ricorda,

che sono coerente,

 

Beatrice,

Laura,

Fiammetta,

montaliana,

esistenzialista.

 

Forse domani pioverà.

 

Non uso,

non uso,

 

se capisci,

 

dorso di bottiglia

etereo

nel cellulare,

 

incubi notturni,

urla,

clamore,

 

serva di satana,

luce

opaca

del futuro.

 

E mentre

cantano

i cori

dell’azzurro

floreale,

 

ma tu sei

più speciale.

 

Sogno

strane forme

amorfe.

 

Ed ero

ciò

che a Sant’ Elena

non fu,

 

sogno

il violino,

tu che dici

ti amo,

 

quale è il senso

della vita

 

mi chiedi

ed io tranquillo

rispondo.

 

L’ora più buia

è quella che precede il sorgere del sole.

 

Piccola

persa

non dimenticare

le tue origini

e chi ti ama

senza chiedere niente,

chi ti amò e ti ama,

 

criptico

sarà,

 

mai nessuno

oltre noi capirà.

 

Nell’oscuro della notte

la tua voce

al limite del sogno,

 

ti amo

piccola

stramba.

 

Un giorno guardai

distratto

gli occhi tuoi.

 

Mi innamorai,

 

non dimentico,

fu l’unica volta,

 

amai davvero solo te

che mai fosti mia,

 

l’unica che amai.

 

La nebbia si dissipa

ed il folle scompare

sulla via maestra.

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