Le corde della mia poesia

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Luci ancora?

 

Parla soltanto

se capirai,

 

gli anni son molti,

da pianger,

 

vedrai

l’immenso

nella melodia,

 

vedrai , e già lo sai,

tenerezza e follia,

ma non rinunciare

a questa vita,

 

talora anche il treno

perso

è segno

di fiori futuri

che sbocceranno

come sogni, utopie

tra le mani tue

che son giunte,

angeliche

remissioni

a fiato corto

in pace universale

 

tuttavia,

seguisci li miei passi

e non dirmi addio,

 

dalle tenebre un canto

è parte di noi

 

come siamo stati

il domani saprà

sussurrarlo,

 

ti è chiara la stagione

sottesa

all’intricato

artifizio

d’idioma dimenticato,

 

scegli me

anche stavolta,

 

e fu così

che cadesti

tra le braccia mie,

 

ricordi anche la casa

sulla scogliera,

 

non penso tanto

a ciò che credo,

io credo comunque

che tutto è uguale per noi.

 

E tu

 

un soffio,

 

non varcasti più

l’avanspettacolo

come guerriera

senza scudo,

 

l’elmo spento

nel tepore degli abbracci.

 

Il corpo nell’avviluppato

dei pensieri,

 

tranquilla non cambio,

resto ciò che sai,

e se vuoi grazia mia

non andare via,

 

mi ricordo di te.

 

E se nella melodia

che ti ho detto

non riesci a trovarmi

traccia

con le dita

segmenti

di linee scomposte

ravvivati dal tocco,

 

quello mio.

 

Guarda sono sempre lì

al tuo fianco,

 

ergo non disperare

se non vedi la luce

nel nulla eterno,

 

sono le citazioni approssimate

quelle che

ravviavano i tuoi occhi,

 

guarda lo so,

caduta, sembrerebbe banale,

ma scrivo che,

anzi tempo meglio

sarebbe non parlare

o magari ancora lasciarci andare,

perché

l’epoca nostra

non lascia

tracce

che non siano indelebili

nel calco

dei tuoi sogni

che sospirando

sfiorano le corde

della mia poesia.

 

E tu sei sempre così:

 

passi lenti

a tarda sera.

Rumore di grondaie

asciutte.

 

Eccoti qua,

piccola come un cero,

 

la Ceres

delle stagioni,

quelle con il sole al tramonto,

 

ed è ancora sera.

 

E tu sei sempre così.

 

Qui muti

la dimensione temporale

nel velo

della dignità

frantumata.

 

E vuoi sempre di più,

e fumi e fumo anch’io,

pall mall

 

o sono solo.

 

E sei sempre con me,

gitane.

 

Chi sono io,

tu lo sai

ma piango me,

 

sei la violetta,

quella certa,

mentre tu fuggi,

alle spalle la città.

 

E dopotutto sei qui

ed è questa la verità,

 

amo od amai,

 

il varco si rimpicciolisce,

languisce il senso,

corpo calibrato,

turgido il sapore

dalla tua bocca,

e quella non è mai asciutta,

se ti avvicini al mio desio,

 

e gode la mia povertà.

 

E gode poi

massiccia e fiera

vetta

la mente

quella tua lucida,

nella metro

in tragica viltà,

la notte bifocale

è rimando,

deve trattarsi

di te,

 

quell’impronta

sul cuscino la ricordo,

 

di sicuro sei passata,

come quando gettasti

dalla decapottabile

la mia sciarpa

ed il tuo foulard

perché ora è al mio collo,

 

dal Gargano ai monti vispi

e asprosi,

 

oppure verso le Ande

con fare distante.

 

E dici assonanza

di essere

bifocale

e bilingue

in bocca all’incrocio

nel bacio sbocciato

stellato

e mai dimenticato,

 

filastrocca o sonata.

E nascosta

 

mi guardavi,

c’era un’altra,

si trattava

di scoprire il mondo,

quello nuovo,

 

tuttavia

la libertà

venne,

 

erano le quattro e mezza

ed era la luce

quella dell’alba

 

e le prime carovane

palustri

di pastori

cittadini e salmastri.

 

Forse

oggi è andato dimenticato

ciò che successe

nella tenerezza

dell’attimo

di cui si parlava,

 

era già notte scorsa,

caffè mio del mattino,

 

è già tutto finito.

 

E compari ora,

traversa alla parete,

eterea,

pleonastica figlia dell’anima mia ribelle.

 

Ciao!!!

 

Ciao tutta mia,

come ti va?

è un po’ di tempo

che distratta passeggi

qui e lì

 

il respiro strutto

nel distrutto.

 

Solo sei

la più

intrigante,

 

fai le fuse,

scendi con la grazia

alabastrina

di un sapore cristallino

dell’invito appena posto

e forse no,

non ti ho sognata

se eri già al mio fianco svestita

 

e dici pure

è tutto tranquillo,

 

tutto già vissuto

nei tuoi denti risplendenti.

 

Di nascosto

guardo il volto tuo,

chiusi nella stanza,

picciola sei troppo fantastica

 

ti insegno il sospiro sofista

dell’indulgenza celeste

sublimata

nel tuo enigmatico sorriso

puro e perverso.

 

Accendo la sigaretta

e mi ricordo

di te

 

pleonastica figlia

dell’anima mia ribelle,

pleonastica e presente,

orma della nostra metà.

 

Soffia il vento

nelle praterie

alle finestre scosse,

 

tu ricordi?

Nel mare

tempesta gli occhi tuoi,

 

io ancora qui.

 

Passa l’inverno ed il dolore

se vuoi

 

ma solingo

assopisco

il desiderio,

sembro sonnambulare

soffocato per la mia

aritmia

sensuale,

 

lezioso il tuo profumo nevoso,

 

vado a intermittenza

e godo dio!

 

picciola.

 

Cara dove sei?

che sarà del tempio eretto

per spudorato

sentimento avverso

nel nostro cuore,

 

patto di sangue?

il dolore resta

e poi va via.

 

Sei qui?

 

a volte ti scorgo,

sembra estate,

eppure caro

fu l’ermo freddo

novembrino,

 

tanta parte l’ultimo orizzonte,

sei con me,

vita, picciola,

amo,

 

io sono qui

e tu dove sei?

 

Io ascolto il lamento

di ciò che fu

ed ora è solo pudore,

 

stringi le mie mani,

 

sono io,

 

resto sempre qui

 

e se domani capirai

ciò che capisti

frastorna

indemoniata

dal rigurgito

sociale

ogni assoluto,

assoluto eterno

è infatti null’altro che noi,

l’orma della nostra metà

l’unica meta ambita.

 

Ed il sogno continua desto,

 

ti pronunci coi capelli al vento!

 

Sono le tre

di notte,

 

stavolta

posiziono

a cento l’allerta

dell’allarme

nella distilleria

dell’alma mia.

 

Sei così splendida,

divori voracità

di incenso e fumo.

 

Sei

solinga,

straniata

e nella penombra

il gioco gotico

non smette mai.

 

O dea Selene,

o mia piccola stella,

vettura siderea

di un anno che fu

e ritorna solo amorfo

nei segni tuoi

 

ombra sulla parete

e letto atroce

 

e voli verso il mio destino.

 

L’amore

è questione pudica,

puerile l’ardimento,

epistole e sofferto oblio,

dal pc all’incudine

del senso.

 

E, dici, vaneggio.

 

Non oserei mai

fermare

la mossa perfetta che fai in profilo

 

tu poetessa

scrivi di me

e degli arpeggi,

 

tu amasti di me

lo sguardo su tutto,

 

mia via di scampo

e prigionia mia.

 

Se sono ludico

tra la folla

 

mare e tramonto

nel tuo distacco

innaturale,

 

il tuo profumo

lo sento a un miglio

e il fumo delle mie

lo intuisci già dalla foto,

quella che sai

e appena appena

sussurri

con un soffio

sul boccale

del tormento,

 

sei tutta imbandita

e tutta restia al mutamento

ma ti pronunci

ancora

coi capelli al vento

ed io

forse non lo ricordo bene

il giorno,

l’ora, l’anno e poi…

 

mentre ti svestivi,

ti volevo e

tu respiravi

sincera naufraga

 

forse

c’era anche lei,

 

c’era la ragazza

occhi tutti blu

trapunti d’assoluto,

 

noi tre

e te.

 

Ti amo

picciola

 

ti amo,

voglio

te.

 

Ti amo

ti amo tutta mia,

però lei…

 

il mondo sembrava

guscio di speranze

fossili,

 

mi stuzzicava,

corde pizzicate

ed arpe

e poi

spalancò la bocca

e tu non

l’hai mai saputo.

 

Bici rettilinee.

 

E tu,

tu non lo sai,

 

non lo saprai.

 

estate inoltrata,

tra l’iper

e il romanzo a titolo fittizio

e futuro albore

di scambio personale

ed apodittica inversione,

 

ma guardati,

picciola

ma borghese,

mai più mia,

 

infatti la ragazza

mi sussurrava,

voglio te.

 

Bicromo!

 

Dovevo dirla,

ecco ti spetta tutta, picciola.

 

E’ per paura

che l’anima mia

si temprava

al consumo diffuso

di alcol distillato

dall’erba dipinta

e tutta pinta

di allegria nostalgica

già allora,

 

finta d’assenzio

e colpo scorretto

per vanità,

 

con le premure

e le ricadute,

vertigini e assedi

tediosi

e malinconia

prismatica

dalle fessure

aperture scomposte.

 

Quel pomeriggio

pareggiavo

l’ingiustizia

e la mia

luce unica

eri pur sempre

tu.

 

Ma la voglia

quella di un tempo?

 

nella dittatura

mi sperdevo

e ti sperdevi,

forse per ciò

ti ho ricordata

nell’oblio.

 

Tutti soli

nel baratro

oscuro

di seduzione irrazionale

 

e la stola

era in circolo.

 

Ora ti sogno

e penso

che

il tuo volto di qualche anno fa

non è compatibile

con la follia che ora

alberga.

 

Una resa dedicata

a chi non c’è

 

ed è così,

come limite dei cancelli grigi

condannati alla assenza

e alla noia,

 

spleen atroce!

 

eccoci più lontano e più lontani

noi.

 

E vorrei averti ancora accanto a me

con le tue

parole incomplete

o forse doppiate

da telefilm americani,

dizione assurda

e continuo sussurro muto

a fine frase

con concetto avulso

al senso verbale.

 

Amore mio

 

Dimenticate postille

tra luridi scantinati

 

sempre più forte

l’immago tua

in me.

 

Ma perché

siamo ancora succubi?

 

Perdesti te

mentre mi perdevo

piccola mia,

 

una sera

mi guardasti,

erano gli occhi

di inizio secolo,

 

ora più non c’è

altro che grida sterili,

che rabbia pulsionale

e residuo tardo adolescenziale.

 

Nulla ci libererà.

 

Amore mio,

mai.

 

Il tunnel del ricordo

è morte pura

da Crono steso

all’aria indifferente,

 

il senso scuro del rimorso,

il pianto stridulo del rimpianto

al tramonto

e lunga l’ombra tua

sincera

nel diniego etereo.

 

E non credi all’alma

del domani

fatta passato

tra sabbia

granello perso d’assoluto,

 

sincera

svelata,

 

sincera,

pura come l’erba

sciupata

dal vento

che alita su acque

di spirito sperso,

 

immagina

che poi

il futuro è tenerezza,

l’eremo rispetto

del mio denso

rimasuglio

di te.

 

Il fuoco

splende

tra noi due

 

io sento il fragore

delle stelle

e se non leggi

dispero

tremante

 

bocciolo mio

che son io

tra braccia spente.

 

Consolazione non è

pensare

ma pura acqua di sorgente

 

l’effluvio,

amore

rubato anche persino agli sguardi,

 

dimentichi

che l’inverno si imprime

porta sola,

 

assolo

di grilli tenebrosi,

 

no, io non posso,

voglio stasera

te silente

nel rumore

assordante

della tua voce

spersa

nel vicolo buio.

 

Notte estiva tra viali

in questo autunno ventoso

in vicoli stretti

del corso affluenti

secondi al silenzio

in loro impresso,

e tu spensierata

sei solo un’ombra

 

ed io piango

senza vedere

l’effluvio

di te.

 

Ma non credere

a ciò che dico,

 

né a Pavese

né ai tuoi occhi,

 

verrà comunque la morte

da sola

e solo io

dormendo

nella mia infinità.

 

Ma l’immagine

giunge riflessa,

allo specchio

i tuoi sogni.

 

Canto

solo per dirti che

la vita

ibrida

è limite

della mia deficienza eterna altera.

 

Stupidi i discorsi,

stupido il resto,

stupido ogni legame

tra le nostre note,

 

coni concentrici

del nostro male che d’assoluto

fu dipinto

e resterà

per sempre malgrado noi

nelle parole del solingo

sentimentale futuro,

 

la ragazza

col dono divino

e le labbra di ciliegia.

 

Airt,

chiusa in te

rispondi a sillabeggi

scomposti,

Aisas.

 

E tutto

è semplice,

 

filosofia d’osteria,

dell’alma mia

rifugio,

 

inverno e tenebre

la nostra via di scampo

 

rifugio stupido

e la stupidità

dei nostri sguardi innamorati

nel godimento,

il letto stropicciato.

 

Sogno

tra braccia calde

e minute

nella tua passione

generata dal desio

che vuoi

sia solo amore.

 

E’ ovvio,

io sono qui

al limite dell’universo,

quello che sogni

mentre pensi.

 

E mi pensi,

vorrei solo

potessimo

non nasconderci mai più

né vergognarci

di noi.

 

Tuttavia

sei ancora perversa

solo per divertimento.

 

Ovvio

posso pure parlare

 

tu già dormi

le tue braccia sempre più strette

 

e l’inverno è trapunto

di minute stelle gelide.

 

Se vuoi resta.

 

Susei

Anthropos

et Nero,

ars amabilissima.

 

Un millennio di silenzio

tra spoglie atroci

e le croci

dei miei spasmi

sofferenti

anni persi.

 

Mi piacerebbe

dipingerti

mentre mossa,

non è la mosca.

 

A volte

perdo il filo,

ok,

due cazzate.

 

Ma se miscredenti

mostrate i denti

dall’altare

la pace

è tutto

 

tra benedizioni

si sconsacra

la realtà smossa

ed il tocco divino

è segno imbandito

al senso caduceo sfrenato.

 

Adoro

parlare di traverso

al senso,

 

è pornografia

postindustriale,

ballo lugubre

nel respiro

dei buoi

tra muschio denso,

 

il sacrilego disegno

del nostro sentimento.

 

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