Golfo Napoli; Pach

golfo-napoli

Golfo Napoli; Pach; acrilico su tela; 2016; Oltrismo

 

Con l’opera “Golfo Napoli” del Maestro Pasquale Chiaramonte, in arte PACH, il paesaggismo partenopeo sembra tornare con una connotazione tipicamente Oltrista. Si fonde una triplice tradizione artistica, che assapora con gusto ed assorbe con grazia la luminosità, proiettata nelle acque del Golfo, tipica della tradizione della Scuola di Posillipo, da Giacinto Gigante ad Antonio Pitloo, ma a ciò non si limita, né la visione di insieme del dipinto a ciò ci conduce. I colori nell’insieme sembrano, infatti, colpire l’opera come dall’esterno e refrattariamente investire il fruitore, alla maniera dei Macchiaioli, se la triplicità congiunta e stratificata cromatica e di aree e sezioni non andasse al di là, portandolo in una dimensione altra, nuova, parallela. La dimensione delle sensazioni, del sentire, in un ricco frammentarismo decadente ed emotivo, che riscopre le vedute denotando da una apparente semplicità stilistica una intensa e profonda riflessione dell’artista su sé prima che sul paesaggio, risplendendo in esso variegata e ricca.

Il cielo in frantumi e vivace posto sulla sommità dell’asse Somma-Vesuvio è uno statico implodere di colori, come se fosse percorso all’inverso e sviluppato nell’inviluppo il warholiano “Vesuvius”, non attivo, a riposo, dipinto come una allegra montagna ocra che tuttavia riversa il proprio potere non in sé, nella propria apparenza, ma fuori di sé, o meglio su di sé, su un piano divino, celeste, multiforme, della volta che quasi protegge l’intero dipinto sotto la sua egida, lo difende ponendosi sopra, abbracciando la veduta, quasi a dire che la potenza del vulcano non è a sé limitata ma la sovrasta ed è la potenza e l’anima di un popolo che è lì, e che nessuna opera di violenza, barbarie, deturpazione, potrà annientare, perché ponendosi sopra del Golfo, sopra di Napoli è di Napoli ed in Napoli, nel grande assente, nell’apparente assente nel dipinto. L’uomo, l’essere umano, il napoletano. La sua anima scintillante come il cielo, divina come la sovrannaturale bellezza, quella somma.

Il Maestro Chiaramonte, all’interno dell’Oltrismo, con quest’opera ne coglie la sua essenza pop, di un pop estatico e metafisico, di un esoterismo che si apre attraverso l’arte al popolo e ad esso rempaira puro e semplice, riducendo la complessità sottesa del discorso ad intensità emotiva che non può e non sa lasciare indifferenti. Una veduta letta e riletta ricostruita in una nuova ottica, aprendo un mondo misterico con la chiave della essenzialità, con la forza dei colori vividi ed immediati ma posizionati con maestria.

La sezione aurea divide i monti e il cielo dal mare e dalle abitazioni, i monti sono il limite e la risorsa. Il cielo il divino, l’anima, l’essere. Al di sotto la nostra realtà, quella sensibile, il mare e le abitazioni, dunque. Ed il mare riflette in un pullulare di colori il divino ed il reale ad un tempo, è il frammento multiforme e policromatico che ci è a portata di mano, le acque generatrici del reale conservano in sé la memoria di esso, preservano in sé la scintilla del cielo divino, ci comunicano il vivace altalenare ed il vivido, complesso, plurisecolare carattere polimorfo dei partenopei. La memoria è calma, statica, regina protettrice della Natura e del Tutto. La memoria è nel mare, il mare che preserva il reale e dà traccia, percezione della allegria ardente ed inestinguibile del cielo, è specchio il mare della vivacità dell’assoluto.

Il complesso Somma-Vesuvio, i monti, sono il punto mediano tra realtà sensibile e quindi tra Natura e perfettissimo pullulare festoso e superiore del cielo. E nel mare, al centro della sezione del dipinto in perpendicolo ed in parallelo, c’è la sfera, nascosta, il nutrimento misterioso della Natura, l’orma dell’assoluto che dà colore al mare. Essa è nascosta nell’isolotto di Megaride, Castel dell’Ovo, la sfera alchemica, la congiunzione divina, l’Athanor, l’uovo filosofico, caro a Lucullo, a Virgilio Mago, ai Basiliani Alchimisti. Il nutrimento di questa terra, l’anima di questo popolo

 

dottor Giovanni  Di Rubba

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