La Torre dell’Equilibrista; Sarossa

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La Torre dell’Equilibrista; Sarossa; olio su pannello multistrato; 2015; Oltrismo

 

La Torre della Pelosa a Stintino, in territorio sardo, è stato uno dei massimi forti per tutta l’epoca medioevale e moderna. Sita strategicamente nello stretto dell’Asinara, si erge a guardia del territorio. Nella rappresentazione del Maestro Sarossa, essa si innalza non possente ma sicura, stabile, porto ove ristorare l’anima in piena quiete. Punto d’approdo in cui ci si può rifugiare. Essa è sferzata spesso da venti e mari turbinosi, emblema dell’inquietudine e del travaglio umano, sede della coscienza e dei suoi abissi, della prodigiosa ma instabile follia dell’essere umano che, attraverso la sofferenza psichica e il  risvolto sensibile di sé, scopre un altrove dell’io. I flutti avversi, principio della creazione artistica, scuotono l’interiorità dell’essere umano, accendono e vivificano i propri conflitti interiori. Naufraghi spesso ci sentiamo spersi in questa catasta di sensazioni e di sapere, lo spirito che ricerca la somma bellezza sente su di sé tutto il peso del viaggio dell’anima, inquieto vigila. Ed è in questa dimensione che improvvisa svetta una torre, posta nella dimensione spaziale perfetta, solco timido ma inamovibile del dipinto. Monti tenui sono posti ai suoi piedi, i limiti imposti dalla collettività o dal se stesso interiore sono facili da oltrepassare, quasi minori. Ai lati della torre e sopra d’essa un caotico agglomerato di nubi. L’etereo e l’impercettibile tormentano più ancora del reale, più dei monti pragmatici. Il caos primordiale e primigenio, interiore, annebbia la vista, ci impedisce di capire cosa ci accade intorno. Ma alla destra del forte c’è un equilibrista, in bilico tra le nubi stesse, che le domina, attraversa il periglio confuso, sicuro perché dipinto con un bianco più chiaro e deciso delle altre, una nube fa da sentiero stabile. Non è un filo sottile, ma un percorso che pone ordine al confuso arzigogolo nubiloso. L’equilibrista plasma una via, non fugge dal caos del proprio io e della natura, ma lo comprende, lo addomestica, lo fa proprio. E, tranquillo tra i pericoli, certo che il caos non potrà arrecargli nocumento perché lui ne ha intuito la natura, tramite la conoscenza, si dirige verso la sommità della torre. Tal sentiero fermo, tale nube più bianca, è una scia nata tra i flutti della tormenta, è la vita per come la intendiamo, è la vita la nostra, personalissima, un’onda che lambisce le altre, che l’equilibrista, essere senziente e vivo, plasma, modifica, ma che già è allo stesso tempo tracciata. Tuttavia ciò non implica un destino fisso ed immutabile, seppur tracciata e personalissima è e resta flutto, resta movimento, resta in sé dinamico. Nasce dal mare e con un percorso in bilico giunge alla vetta della torre sicura. Ma non è un semplice e timido approdo, l’onda emblema della vita tutto vuole e tutto ottiene, tutto invade, spruzza inarrestabile e sormonta la torre stessa, la invade come il maroso abbraccia sicuro lo scoglio. La nube bianchissima, candida, la nostra vita è generata dal mare, dal caos ed al mare tornerà ma, come la goccia inonda il cielo e genera tempesta, così la vita di ciascuno di noi, perché nostra, è una goccia che lascia sgomento il mare. Il mare non resta indifferente a quella goccia, il mare resta per sempre segnato da questa vita, che a noi può sembrare una delle tante ma che ha un’identità travolgente ed unica. Ogni goccia custodisce un messaggio sensazionale, di immane portata, che non può e non deve essere taciuto. Questa vita, quest’onda particolarissima, questa nube tra le nubi più bianca si impone proprio nel suo essere bianca tra l’oscurità e il colore, all’apparenza neutro, esalta sé e la natura che lo circonda e con essa l’intero universo. L’equilibrio, dunque, non è altro che una perenne vibrazione tra follia e razionalità, non è escludere o distruggere tale vibrazione, ma capirla o intravederla e dominarla facendola propria. L’opera non rinnega l’oscillazione a favore di una certezza ma fa capire che l’unica certezza è l’oscillazione stessa e il modo unico per vivere autenticamente è farla propria. Sormonta la torre un occhio gigante, che tutto vede e tutto sa, emblema di un soprannaturale, di un essere onnisciente. L’equilibrista non pensa di raggiungerlo, ma la sua meta è la sommità della torre. Comprende i propri limiti e l’occhio onniveggente, potente tra i potenti, dall’alto, sembra quasi ammirare quest’uomo, che non aspira all’impossibile al potere, a sconfiggere il caos a favore dell’ordine, atteggiamento che non sarebbe di chi vuole capire sé stesso e la realtà ma di chi vuole imporre il proprio sé e le proprie categorie personali alla realtà. L’equilibrista ha capito che vivere significa essere in bilico sul caos, accettarlo. La vita è una continua vibrazione, una dialettica tra gli opposti e dal dipinto emerge questa verità, certa nella propria imperfezione. Non è con la mente che si comprende l’universo ma con la percezione della sua anima, in perenne movimento, in continua ondulazione. Lo spirito aleggia sulle acque, e la vita, la natura, l’uomo e finanche il cielo altro non sono che superfici fluide, su cui non si può incedere, camminare, ma volteggiare tenui.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

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