Tu, dolce specchio di rimembranze silvane

mbs

 

Ed è così.

 

Puoi pensare

a noi

quando

parlasti

a fiato sciolto,

l’intenzione

è

perduta tra rime.

Dolcissima,

 

l’inverno è qua,

stesi tra letti

dorati

petali,

autunno abissale

testo integrale,

volume rissoso

tra spogli ricordi.

 

Ed ora chi sei?

E dimmi, che fai?

 

Risplende il sole opaco

sul tuo volto

docile.

 

Puoi dimenticare

il respiro

dei nostri giorni

sfiorati perché

le nostre pretese

erano

follie solari,

follie stellari,

 

la luna è con noi.

 

Ti amo, sai,

ma per riepilogo

intransigente del respiro.

 

Ed hai gli occhi

bendati

 

e tra le mie parole

un sorriso,

 

sei qui fino

alle sette.

Puoi voltarti,

sono qui da ieri.

 

Io?

cosa vuoi da me?

Mi piacerebbe

sfiorarti.

 

Ti amerò,

violenta sarà la nostra remissione

e gli altri persi nei loro progetti,

noi fuori dal mondo,

 

non dirmi nulla,

è meglio respirare affannati

sul tuo corpo.

 

E sono le due

di notte,

tu dici

tutto ok.

Domani che sarà,

non ti interessa,

sorvola.

 

Mettiamo un po’ di musica

stasera.

Domani sarà finita,

mai esistita

amore mio

 

nostro impossibile.

 

E la realtà sarà

al di là della ragione,

un solo respiro sul tuo ventre,

 

il suono è scomposto

e lieto accoglie i nostri

gemiti.

 

Per sempre

e mai più.

 

Il tuo affanno

mentre stringevi

piangendo

il tuo

leggiadro sospiro,

 

come collana

violava

la storia,

la nostra vanagloria

 

e tu

soffice tra le mie braccia,

piccola

stella incantevole

per ricordare in eterno

che l’universo

è nostro

in un abbraccio.

 

Sognando un tuo bacio

imprimevo col gesso

il tuo profilo

come un ribelle

scalzo

e svogliato,

un po’ tiepido

 

ma tu rinascevi

come fulgida

schiuma,

 

sospiro d’inverno,

picciola

importante

e da quella notte

mai dimenticai

il tuo pensiero lucente

e tu che passavi

inviolata dal caos

nella mia mente fallace

come gran dama seduta sull’orchestra

 

con sguardo fiero

ragazza imbronciata

dalla tua visiera

e silenziosa

negli occhi d’assenzio

e muta dentro me.

 

Si avverte appena

il tremito della fine.

Finestrino riflesso,

fine dei nostri giorni,

follia lucida.

 

E se per caso

credi ancora in me,

non lasciarmi,

non lasciarmi.

Piango al vento,

 

calma ossidata

dal tepore,

ed io le sogno

le tue braccia.

 

Proteggimi.

Dall’oltraggio,

 

cammina ancora

e volgi lo sguardo

all’anima mia,

 

vedo te

tra le dune

del passato,

gli entusiasmi

spenti,

 

mai, mai più.

 

Speranza

invadimi

 

ed è ancora

silenzio in me.

 

Cerco

la tua presenza

tra le ombre,

tra la luce

scarna

di lampare

esauste,

 

cerco te

ed è già tarda notte.

 

Dimmi di sì,

sussurro,

dimmi di sì,

immago d’infinito.

 

Dimmi sì

nel mezzo di questo mondo

ormai squallido in sé

vemente del nulla eterno

della morte dei petali in fiore,

del fruscio delle foglie.

 

Noi perdemmo,

mano nella mano

spegnemmo i ricordi

fossilizzati nel tempo

audaci in quel tempo

eroico presente.

 

Ed ora io

pensoso e solo

ripenso

al traboccante entusiasmo

rivoluzione

novembrina,

ed il sapore

dei tuoi baci distratti

e sopiti

sulla mia spalla sinistra

e distesa,

 

ed ora non so se cercarti

tra gli algoritmi

delle strade perdute.

 

E abbiamo perso.

 

La generazione spersa

tra nuovo

e follia.

 

Non ho saputo respirarti,

l’aria trasudava

l’ebbrezza

sbarbando

esosa

tra Dostoevskij

e il ricordo

della mia follia,

dimenticando

il lastrico

apice d’abisso

stretto ai tuoi fianchi

di Nietzsche,

germoglio mattutino,

sveglio dall’albore

del rigurgito

ottobrino,

 

rimasuglio di pazzie estive,

 

un altro sorso,

non ricordi

i miei baci

di dinamite

 

siamo nel nostro

triste

e opaco

altrove.

 

E per favore, basta,

ti prego, ancora

pensieri miei storditi

e confuse trame

mostrano la strada verso il vero

assoluto

e infungibile.

 

Corri rapita dal cielo

et assurda.

Pensami

 

stasera

anche se sono già qua.

 

Soffiami in bolla

sapone degli ottoni,

 

tienimi la mano

o ci sperdiamo,

 

resto ad aspettare

la prossima campana

e tanti inutili

avventori

di un futuro paradisiaco

ed inutile,

 

dal veltro

un rinsavito

savio

mago e maestro

servo di Selene,

 

sento sussurrare

“pazzo”.

 

Cara ricordi

le notti sfumate

tra i fumi stessi

dello stravivere?

ricordi il senso della vita?

eletta e cattiva

 

cauto il Giovialista

chiede al mio senno

e vibra il cuore

“pensarti, cos’è?”

 

sacrilegio!

frustrato rimbombo

incubo e tu succube.

 

È un ricordo

ciò che fa vivido

il presente farcito

di conseguenze

che non sono più mie

ma della situazione tesa,

 

posso cambiarla.

La verità

è che non esiste

resa o vittoria

solo si può

giudicare,

giovialisti,

il tempo presente

con il passato.

 

La nostra

axiotica delle vibrazioni

Dov’è?

Sento gli accordi

familiari

ma non mi ritrovo,

 

il fisico è fungibile

ma la bile non è morte!

 

Alla sera l’ombrello,

piove di traverso,

 

alla sera l’ombrello,

piove e più non sento,

lapsus temporale,

ingorgo parossistico

del senso pessimistico,

spirale autentica e infelice,

scontro in paradosso

tra il presente

e il rimorso.

 

Potresti stordirmi

ancora,

mi gira la testa.

 

Ovemai sbagliassi

non mi crederesti,

ma ovemai sbagliassi

nulla muterebbe

se l’atomo è funzione

del tuo corpo,

sei prorompente nell’ombra

e sogno i fasti greci,

sei furente,

squillo di tromba,

sei invadente,

fai il verso all’intenso

vortice spietato

e dici

non è niente.

 

Dove sono?

Scacciamo il ripudio

della stirpe nostra

danzante.

 

Io dove sono?

 

siamo

persi

in

fraseggi,

in pensieri,

poche le parole,

illazioni adolescenziali,

lo ripeto

per i cechi

e per gli stolti,

per il resto fa lo stesso,

 

dobbiamo diventare

ciò che siamo,

dice qualche pazzo

magari

al cavallo.

 

Dove sei Sophia?

Noia

e spleen,

sono sulle scale

della cattedrale

oscura

e sento le voci

dei viandanti del mattino,

 

il mio abisso

e la mia ombra

sono immensi,

più di me.

 

Parigi

è luminosa

negli occhi

solo degli arlecchini

e dei turisti.

 

La sapienza

è triste all’orizzonte

del mio schizzo,

 

sembra filigrana

il foglio ingiallito

come me,

puoi toccarmi,

stasera ti ho sognata.

 

Brucia Troia,

le illusioni

sono un coro di

cherubini

accordati

al clavicembalo.

 

La vita

è un continuo

fottere

il prossimo.

 

L’economia,

statistica,

diamo altre brioche,

altre ghigliottine,

altri olocausti,

altri ovettini pasquali,

altre ovazioni

contro le streghe

in fiamme,

in fiamme

e santificate.

La musica va,

 

non scappare,

assapora il resto.

 

L’urlatore insiste

con le sue idiozie,

noi ridiamo,

noi ridiamo

ma di nascosto.

 

Un altro spauracchio,

un altro nemico immaginario,

giovani

vittime delle false credenze,

 

Ortega, dio che generazione!

 

gli idola baconiani

sono diventati

la new age,

il complottismo

e i vestiti firmati,

 

puttane e puttanieri.

 

Sono stanco,

ma siete ciechi?

 

Sono stanco,

ma siete pazzi?

 

Cioè, davvero ci credete,

cioè.

 

Dove sei Sophia?

 

Dove?

 

A volte

eri stanca

in metro,

 

dove sono

i tuoi occhi

profondissimi?

sono davvero oramai

solo frammenti

di specchio lucente?

sono ancora

le albe sempre nuovissime

del nostro destino?

le rincorse boschive

del mattino?

i petali

al vento?

rovi che sciolgono

sogni

persi

nel fragore

del sentiero

da tempo

perduto?

Sono per sempre immaginazione

et emozione?

 

Vivere senza

voltarsi,

 

è il tepore

del vento

che spinge

il nostro

sospiro

perduto,

 

no,

non lo dimenticare mai.

 

È un segreto

dentro

l’anima,

 

le speranze perse

come fluidi

senza

spine,

 

rose eclissate

e fluorescenti

stampo sul tuo corpo

lilla.

 

Ma perdo

di nuovo

vincendo

entusiasta

 

la tua difesa

mi illude

e mi

sprona

ad una immaginifica

destinazione,

 

l’eccitazione

del tuo viso,

 

la pacatezza

dello scorcio

notturno.

 

Stasera dormi

con me

e sarà per sempre

mia eterea gotica presenza!

 

Passa del tempo

ma il sentimento

è lo stesso,

sento nelle vene il turbamento

che non mi fa più respirare,

con l’intelletto

sprono

il sentire

ma non è finita,

 

tormentato

resto qui giù

e il lieto

cantare

trasforma

il madrigale

in requiem

spirituale.

 

Assopito come vuoi tu

piango al limite del ripudio

sterminato

ed astruso,

sento i passi,

sei già qua,

da lontano mi fai

la ola

riepilogando

la nostra storia

e la sola

del passato,

 

hydra spersa

a mezzo fiato.

 

Ti vorrei

vedere

per un’ultima volta,

baciare

i tuoi polsi

feriti,

leccare

i tuoi sospiri.

 

Vorrei quasi morire

per rincorrerti

su spiagge abbandonate,

 

guardiani

del nostro destino!

 

non dormo,

insonne

ti sento vibrazione

ancora sul mio collo

corpo in eccitazione.

 

Dove sono le proiezioni

fondo schiena

e parete?

 

va bene,

è uguale picciola,

non fuggire da te stessa.

 

E ricordo

raggiungendoti

Orfeo

contro l’ira

di Persefone gelosa

e nel principato

dell’ombra

seguisci li miei passi,

 

sei tanto sincera

perversa

e bella tua immago,

 

furente

sei stupenda

anche se sei solo

tutto ciò che conta,

eterea

gotica

presenza,

eterno

di fugacità

stesa al vento.

 

Repentina vai in punta di piedi

al piano

suona,

suona…

 

Magari

ricordi

i due puntini

tra il cappellino

che al mercatino

comprai,

 

perfetto,

sembri fatta

di lillà,

 

qualcuno guardava

noi due

con l’invidia

della tundra zingaresca

 

di un pensiero traverso,

lo sguardo.

 

Dicesti,

hai gli occhi

che guardano al di là.

 

Ricordi il bacio,

che fu il tuo,

tante inaudite

bestialità,

 

il tempo passato

è un futuro,

specchio

del mondo al di là

delle altre

idee, e

demenziali

sentenze.

 

Ricordi ancora?

limite d’infinito

sbocciavi

a metà

e la realtà

tra le tue dite

sboccerà

come fragilità

che ti rende

potente,

 

l’alma al di là

dei soprusi,

degli altri,

 

siamo soli

noi,

la nostra verità ribelle.

 

Ed eccoci qua,

figli dell’immensità.

 

Stop,

stop,

la musica si fa dolce.

 

Ed eccoci io e te,

siamo ciò che rimane

del mondo

e nel silenzio

ancora

avvinghiati teneri,

 

stupendi i tuoi occhi.

 

Sento ciò che ho dentro

e simpatico

il flusso della nostra

presenza mostrata,

manifesta nell’immensità.

 

Eppure applaude

la meschinità

 

e siamo soli,

ancora

al di là,

lo dico di nuovo.

 

Voglio sentirti dentro,

vuoi spandermi il cuore,

spremere la “oh!” dello stupore;

 

noi due.

I silenzi ormai strani

rendono il nostro soggiorno

d’esistenza

intenso.

 

E tu dolcissima,

dove vai?

 

Se vuoi son qua,

mai a metà.

 

Tutto tuo.

 

E respiri me

mentre piangi

e mentre sogni

la libertà.

 

Nasce nel fermento

il ripudio

della vostra banalità,

credete siamo dei falliti,

ma non sapete

più guardare

con gli occhi

innocenti e perversi

della nostra fragilità

che apre le porte

verso il nostro rifugio,

la nostra verità

ribelle

che è oblio d’inverno

mentre sbiadisce

la vostra realtà,

vetro opaco

e invece dentro me

l’immagine

tua,

 

granelli di sabbia

i baci tuoi,

 

clessidra dell’immensità

del nulla

tutto nostro.

 

“Ti ricordi noi?”

Canticchi e

piangi

tra la polvere

e i soffi di pioggia.

 

C’è sintonia.

 

Non c’è più realtà,

ormai categorica

sfuma

tra i siparietti

di un tempo,

 

ricordi amore.

E tutto ciò che è stato

è ora rimorso,

tanti i petali

di vento.

 

E l’oscuro dei miei giorni

oblio d’inverno,

ultimo

mio tramonto,

noi.

 

Il tempo

reversibile

negli occhi tuoi,

 

sei dove il respiro,

vivido,

schiarirà

anche il tuo

silenzio.

 

Dimmi ancora

se la morte

distrugge

anche le ombre cinesi,

 

dovrei smettere

di scrivere

e lasciarmi pensare,

ancora.

 

Sembra una tenda

il rifugio

che cerco

nell’anima tua

silenziosa,

 

sembra vero

ciò che dici

e resti fissa

nell’incanto

di te stessa.

 

Ma volare

è già diverso,

sentirti dentro

è il bisogno

che trasuda

dal mio spirito

in tumulto.

 

Ed è vero

sento te,

mi accarezzi

le labbra

poi l’indice

sovrappone

il senso.

 

E tu

puoi cambiare

il destino

col solito volteggio

delirante

sul far dell’estate

ammiccante.

 

Ed è autunno!

E silenziosa

sei lì

e mi guardi

ancora

ma è già tronco

il respiro

nella profusione

di profumi,

 

riconoscerei

te tra mille

sogni

confusi,

tu,

il nostro sogno perduto

pensato come soffio;

 

dormi accanto a me.

 

Non so se

la monotonia

ti ha reso perfetta,

ciò che volevi.

 

Non ricordi

i nostri desideri,

alternativa esterità

scomparsa

ed io riapparso.

 

Piove da tempo,

noi soffi di metallo,

ormai stanchi,

stanchi di noi stessi

mia luna,

mia magnetica luna

 

potresti sottolinearlo

il senso del nostro essere

col pennarello

tutto viola

 

pensieri per incupire

il presente

passato.

 

Tuttavia

il pensiero

già fugge,

entusiasmo tra le vie,

e lei è

l’indomita ragazza

che gode

sé,

poi sincera

slinguetta,

 

oggi è come ieri,

pallida, mia pallida,

la voltura

chiave di volta

strana.

 

E magari lei ardente

tutta sola,

dinanzi

allo specchio,

mi stringe già i fianchi.

 

Struscia la pelle,

eretta la sella

del mascara confuso,

rossetto in disuso.

 

E tutta splendente,

luna in sé ardente

tradisce nel senso

l’intento.

 

Ed il nuovo

è già perso,

il nuovo confuso

tra spiagge,

sdraiati,

ah luna magnetica!

 

Sapore d’amore confuso

 

nella notte,

tarda la voce,

lento il pensiero,

l’amore è sciupato,

 

anni di disilluso

sopire l’astruso

sentiero del senso.

 

Alle due mezza

penso che il mio ricordo

è soltanto sbiadita

immagine di treni

mai partiti.

 

E come se ti pensassi

adoro le tue mani,

i tuoi occhi,

le tue labbra

ora smorte,

ora ferite

ricoprono ogni passione

con il solito velo

d’illusione.

 

Solitario pianto

e dentro me

il sentire vibrazioni

sciupa il corpo,

solo l’affanno ormai sento,

solo l’affanno

del tempo.

 

Accendo la sigaretta

e chiudo il cuore,

 

perdo l’orientamento

e le stelle diventano

ballerine

a ritmo della follia

che ora mi porto dentro.

 

Chi sei?

anima parva

dinanzi all’infinito che è in me

riesco a sentire

solo il sussurro

delle tue parole,

scomposte.

 

Il pensiero

e poi il velo

introverso del vero,

 

ed è notte inoltrata.

 

Musica,

bolla di sapone.

 

E continui così.

Sembra assurdo ma è così.

 

E la serata

propone

sonata

un po’ di lucidità

traversa,

traversata,

 

sei grande,

sei bella,

estrella col cappellino,

 

diviene subito mattino.

 

E le soluzioni

sono illazioni,

allucinazione

da borgo,

nata

ai bordi di un fiore,

 

e voglio suonarti,

distenditi in bocca all’entusiasmo,

avverto le astruse

rubee macchine

che da Pascal

sentono l’odore

del giorno,

 

il fiorire

di placche metalliche,

placche telluriche,

noi siamo distanziati,

l’albore lo sa,

è testimone.

 

La festa gradassa

è vorace

voragine infernale,

 

ma lei resiste

in manicomio.

 

E forse ha ragione,

sei consustanziale

nel tuo silenzio

apparsa innanzi a me

nell’istante preciso

in cui ciò che vedo dico

sciogli il velo cupo

del mistero,

dell’intenso

ondoso

respiro trafugante

sentimento.

 

Poi le realtà

quotidiane

emerse in infinito

di spastiche

isteriche

un po’ ansiose

declinano

e poi dicono

 

ti prego fammi tua.

 

L’estro

è solo senso

dell’ ilare realtà

 

nessun linguaggio astruso,

nessun compromesso.

 

I sanscriti designano,

cinesi primo livello,

fenici in controtempo

l’enfatica rimessa,

ebraica

poi greca,

latina,

come dire,

banale.

 

Sei carina.

Eros-Tanato

e l’inverso.

 

Parti in quarta,

tu ami

me

e te stessa.

 

L’eremo

è circoscritto

al tuo bacio,

inconsistente il resto.

 

Eccoti illuminata

dalla pioggia

in sulla strada

e divieto

pedonale è la tua escursione.

 

Sei così,

non ti poni problemi,

 

eccoti qua,

sei silente,

 

buttafuori

reggiseno,

tanga,

perizoma.

 

Ti fai sincera accompagnare,

non penso al tempo,

baratti un bacio con l’attesa,

e la Sibilla a Cuma

rende necessario

l’infuso

o ragazza,

chimera in proiezione

passaporto

verso l’ignoto,

isola inesistente,

bianconiglio,

realtà traversa,

trasversa verità,

declinazione scalza.

La circumvesuviana.

Noi di ritorno,

lavoro esausto

di te bella

entrata direttamente

dall’uscita

secondaria,

lillà.

 

Improvvisa

la ragazza

rende edotti

i conquistatori

di esser un po’ meno

di Greci e Macedoni,

di Alessandro,

il Senato Romano

è frutto di un sussurrare continuo,

 

è troppo tardi.

 

E prendi la metro,

Napoli

artistico e intransigente.

 

La vertigo

è vuoto d’assoluto.

 

Posto conquistato,

sonno etereo.

 

E sei ancora qui

mentre divago

e tu ti sperdi

divagante respiro

intenso

ed agorafobico,

 

piccola cybernichilista

preclude il pensiero

lo spazio del vero,

percezione

del sincero

e della variazione intellegibile

del sentimento

 

e la scollatura mostra

ciò che tace l’apparenza,

 

elmetto soffiato

come vetro

Murano,

Capodimonte,

arcanum

ed occidente,

San Pietroburgo,

disquisisci

in partenopeo

se l’azione

è frutto

di te riflessa alla parete

verso concupiscenti

entusiasmi.

 

Un po’ eremiti,

un po’ pacifisti manifestano,

le dialettiche del borgo

solinghe si scompongono,

 

è sempre presente

la musica

 

assurge

il mio minuto

ad infinito tuo tessuto,

intarsio del destino.

 

Ondeggi, scrittura vana,

proposta

decadente

sulle tue scarpe

che guardo sciolto

dalle mie stesse

conclusioni,

 

dici passioni

ma

il tintinnio

dei campanellini

tuoi

exsurge

 

parere,

entroterra,

il gusto

di limone.

 

E sei trapunta

tutta bella,

dici

sospesa:

io sono la questione,

ciò che esponi,

sono io,

parli di me,

imprevedibile

non sai dove

con la musica

arriverai

ed infatti

è inaspettato

questo intreccio

di mani rampicanti,

ortica stuzzicante

labile

sentimento,

sensazione

scardinata.

 

Schizza via

lo spruzzo primaverile

di odori novembrini

tutti tuoi,

ed è inciso

il dorso d’ulivo.

 

Carrube

trapanate,

crani cananei etilici,

nervi smaniosi

di un sorso,

 

sorgente

viva

e vivida,

 

dai di più

e manco lo sai

ma altera comunque

te ne vai,

ritorni

stanca,

è notte tarda

 

sul mio corpo

ancora deluso

dall’aduso

luogo comune

musicale,

 

proiezione

del tuo spirito astrale.

 

Mancano parole,

ondeggi ancora e ripeti:

scrittura vana.

 

Scrittura vana adagiarti su rami

per godere

il canto che mi è caro,

quello di cicale,

lo sai.

 

Il codice estroso

strascina aria fuori dai pori

di te,

 

senso antico,

pianto.

 

Arrangiando il sogno,

stillicidio assoluto

del verbo

svogliato

dalle frasi tue,

 

toccami il cuore,

corporale

passione.

 

E da solo vorrei

morire tra braccia

smaniose del sospiro.

 

Dici dico

sempre parole

tanto uguali.

 

Il dizionario

è flusso esteso

del tuo pensiero.

 

E in corteo

come liceo spastico

del tumulto,

 

è quasi sera

ancora qui sei

astraendo me stesso

 

le tue sillabe declino

e nel mio silenzio

silenziosa sei,

siparietto femmineo celtico

dondolio,

liberami

dal giogo

dell’oblio.

 

Sono sugli attenti,

maestà divina,

 

sono sempre le sette,

andiamo

all’orizzonte

degli eventi scissi,

 

puoi destinare

il mio saluto

alle spiagge

oramai

languide e sommerse.

 

E tu destreggi

lo specchietto,

labbra accarezzate appena appena

dal lucidalabbra.

 

Ed improvvisa

irrompi estrella

da siparietto.

 

Tuttavia

io sono

dove sei tu.

 

Ecco, eccomi.

Sei pronta?

 

È tardi,

sei la solita,

stira il basso

con le solite dita

da isterica

sincera

 

musica della radura

spersa tra i capelli tuoi,

di nuovo

schiuso il siparietto.

 

Sembrerebbe tutto finito,

amore mio.

 

Ad ogni modo

la luce la vedo,

primo sangue

sparso

tra platani

celti,

inaccessibili

realtà

del lasciarti spersa,

accanto a me,

spersa perversa,

scherzo,

 

baciami tutta mia,

solo mia,

folla di viole e rose

sulla pelle

che brama

acconciature

oramai fuori moda

 

e tu dici,

non vedi?

 

Sono la ragazza,

quella sulle scale

del monte,

tempio di sapienza

e vertigo alla bocca

servito.

 

La risposta

in fondo la sai,

salti al dunque,

quattro pagine stracciate,

 

non serve il digiuno

se non trovi

prima chi davvero sei tu

e cosa t’opprime,

cosa ti stringe il corsetto,

 

forza, andiamo a letto.

 

Inizia a divagare,

sei sulla strada giusta.

 

Lenta lenta

inizi a sciorinare

le tue bestemmie corrette

e bigotte,

un po’ fataliste.

Tardo ottocento,

 

nuovo nocumento,

documento.

 

Le generali questioni,

ecco il significato,

e se la chiave

non ti sembra giusta,

pensa a te stessa.

 

Guarda al di là

della scommessa

e percepisci

il parallelo assunto fisico

in protezione

proiettata che propende

il verso d’assoluto,

il tuo corpo astruso,

cresta e riscossa,

 

tutta sei fritta

alla luna.

 

Corteggi

come la cantilena,

carillon,

non ti scordare,

suoni morta

innevata,

sei fantasmagorica

ectoplasmica,

ectoplasmatica

spuria.

 

Un sentirti

è un vivere in me.

 

E pensa che

c’hai pure ragione.

Scandisci bene le parole,

ricordati,

 

sono solo tue,

rosa a tardo pomeriggio

in questa sera

con le metafisiche giunture,

nei sogni desti

ti rifugi

 

Tu sei così,

distratta

e stanca,

sei così.

 

Sei più spenta della

cera

e sigilla

tutto il tuo sguardo.

 

Il tuo pensiero

sguscia via.

 

Sembri non pensarci più

si erge il muro del pianto

tra noi,

 

Tempio

e rimasuglio

dello splendore ormai andato,

 

beh

sono secoli!,

in frantumi i nostri sogni,

hai perso me che son qui

nella massa

indomita

del nulla?

 

In un attimo

è un subbuglio,

risveglio di sapori sopiti,

interagenti

con la squisita

dimensione

estemporanea

della tua

incline assonanza

protesa verso un cenno del capo.

 

Chi siamo noi?

Tra gorghi spaccature,

le tue fessure,

segni sul corpo

nero,

tiri mentre stringi

solo te stessa,

il passato è presente

potremmo navigare

tra le gocce del domani,

 

potresti restare,

 

e ti distrai,

 

non sento passione

nei tuoi accordi,

 

potrei sbagliarmi

ma sembri usurata

dal tempo manicheo

che ti investe

da anni e da giorni

e siamo qui da qualche decina di minuti,

 

non riesco a focalizzare

le tue premesse,

 

e dici

vale la pena lottare

ancora

anche oggi.

 

Accendi un’altra sigaretta

stesa come su panchine

nel mio letto

mi poni inciuci

velluto heideggeriano

sul tuo corpo.

 

E

si pone

la necessità

del cammino,

 

guardatemi negli occhi,

quest’amore è rivoluzione

a colpi di piccole rivolte atroci

sunt servanda

le nostre pretese

e le nostre

vanaglorie

e i nostri vizi.

 

E lo dico

ancora scalzo,

 

Pronti?

Dance.

 

Vita vissuta

rettin fly,

 

vita vissuta,

rettin fly.

 

Pone salate remissioni,

pelle gelata.

 

Dai dillo,

piccola spaurita

al far della sera,

che sogni

i miei

orgiastici

sapori magnetici,

 

dillo che sei

perversa

già solo in te stessa,

ma boh!

 

E il respiro

è passato

e anche se lo dico,

qui lo nego.

 

Parlami sincera,

imprimo come assoluto

il mio Ego,

impresso

come ragione unica

della vostra esistenza,

umani.

 

Psicosi

ipnotica regressiva,

re dell’impero orientale

straziante,

occidente struggente,

ossimoro restio

alle tue parole.

 

Booom!

 

Si riaccende

la danza del mutamento

ed io batto il tempo,

era ovvio che

nel mutamento perdessi

parte di me

per te e lei

trovando me,

 

rifletti

in te gli occhi miei,

i tuoi sempre più belli.

Dolcissima

 

e ribelle,

terribile

e struggente

decadente.

 

I pensieri sono già

al di là,

 

mi perdo e mi ritrovo

in cumuli

di residui

di umana dignità.

 

Ed ora la mia vita

ha un senso tutto nuovo.

 

Che bello

il giro

e il volteggio,

l’entusiasmo del momento.

 

Mi apri l’anima

seppur non mia

è già dentro me,

sono in lei, sono in te,

 

sono lo stesso

rimorso

del tuo pianto

e sono oscuro

mentre stilizzi

lo spostamento

oculare

nel centro dell’universo

avanguardista.

 

La tua musica

è nelle vene,

resta lì,

resta in me.

 

Cosa sarà?

Non mi domando

neanche

se la trasmutazione

sia già effettiva,

immanente nell’imminente

istante

e quindi applicabile

automaticamente

nella autonomia

tutta tua,

tutta mia,

evidente e fenomenologica

in sé.

 

Dai canti indolenti

e viziati viziosi

dei mie cardi stradali

in nebbie sporadiche

ritrovo il tuo volto

come sepolto

dall’ombra,

 

e sono sempre cicale,

succhi tutto il mio sangue,

nel mezzo

del mio respiro,

 

è questa la parola chiave,

 

il serpente antico,

il fico,

l’albero

adiroso.

Arioso!

 

E mi dici

che il peccato

originale

lo scorgerò

quando rinuncerò

a tutto me stesso

solo per te,

 

circa diecimila anni fa,

iride tua,

ansia e panico,

traslittera

ed è pronta

la risposta,

 

scopri l’aria fritta,

 

siamo noi i demoni

tu eri l’Acheronte di sangue,

lo Stige nubiloso

del nostro rivoluzionario

pensiero

al di là della morale,

 

il senso incarnato nel verbo,

logos dell’etereo

eterno

assiomatico,

scarno

e pusillanime,

 

tu eri ragazza,

eri serva,

padrona

del monte asproso

disincagliato,

tu eri erba,

remissione,

esaltazione del peccato,

tu eri vivente

ossimoro maledetto,

 

giumenta in folle vista

nel firmamento,

congiunzione,

copula,

trasgressione,

 

tu eri il corpo

delle dee

ed il loro sangue.

 

Paradisi artificiali,

inferni reali.

 

Dillo, inverso

adoro la porta dell’Ade,

adoro la ribellione,

il volto umano

della dannazione.

 

Da Dante a Milton,

dal ripudio

all’offesa,

al bigottismo,

al decadente,

assurge a sentiero

d’assoluto,

manichei stolti,

l’inferno è un passaggio,

una transizione,

è il nostro lamento,

la via verso l’assoluto,

bestiole selvagge,

consacrate a Diana,

su dorso di scopa,

Malleus Maleficarum,

Mulier Striga,

pozioni

nere,

dark magic word,

dark magic world.

 

Assoluto

nello spaccare le vene,

depressione,

mania,

assoluto,

vendete

il vostro corpo,

il vostro sangue,

riceverete sapienza.

 

L’eterno

nei vostri zigomi,

ragazza

fammi godere

l’assoluto in voi,

l’assoluto in te,

l’assoluto trafitto,

l’assoluto in noi.

 

Convertite

alla moralità terrena

il celeste orizzonte

aurorico

al far del tramonto

immaginifico.

 

Reale psicotico

e simbolico,

simbiotico

aforisma,

 

ragionamento analitico

consustanziale.

 

Siamo noi i demoni.

Continui ancora,

allegra, ma non troppo

 

il motivo,

maestro sono

sulle tue astruse

partiture,

è già novembre.

 

E c’hai l’idea fissa

del mistero,

 

sono attraente

nell’immago,

ma tu silente

fai le moine

a portata di mano

e scandisci

le solite parole,

“respiro nel tuo sospiro”.

 

E mi innamorai,

questo è vero,

ma la maturità

cancella

lacanianamente

ogni coppia,

ogni riferimento,

 

siamo alla follia

mia e tua,

 

e discutiamo del nulla.

Ti amo,

mi amasti,

mi ami

e restavi nelle

brame del tedio,

(la disperazione il tuo scettro).

 

E da anarchica

dici sprezzante

“Sì”.

 

Ed improvvisa omeopatica

la tua disturbata divinità

assurge a verità

nel viaggio austero e ardimentoso,

 

nel periglio il tuo ego

visto in proiezione

di quando

dicesti che la rivolta

era scomposta.

 

Niuna pozione d’amore,

sei scampata

al corso ineluttabile

dell’età,

inenarrabile,

e come mi ami,

piccola

appena appena in fiore,

tagliandoci le vene,

facciamo un patto d’amore,

eterno.

 

Come continuerai,

Machiavelli, conservare

il principato del cuore

è sillogismo opaco

del tuo volto sul dorso.

 

E il tuo

non era amore,

ora è

indefinibile

carezza

 

come pazzi in mezzo alla via

della mia stanza

 

la conclusione del canone

inverso.

Baciandomi adesso

assapori

il rumore,

cosmico.

 

Contemplazione!

Guarda che ti sei presa

ritorna te stessa,

pallida realtà

 

la fine immediata,

già presente

da ora,

infatti

sfugge la luce

 

tra le mie mani e tra gli occhi

tuoi ghiacciati,

 

tuttavia il ricordo

già stordisce,

ed è quasi dicembre

nelle vene,

è già presente,

tuttavia sento

la voce

calda della

mia ragione.

E tiepido

volo tra

insolite frasi

che oramai

sono note,

 

e tu intanto

già dimenticata,

già sublimata,

già ingraziata,

agli altari lodata.

 

È stato

un errore di percorso,

quello genealogico

dell’incoscienza.

 

E noi due?

Né respiri né sospiri,

un po’ imbronciati

un po’ ubriachi

sulla via maestra

 

perdevo

me stesso,

 

resta

solo amore,

cenere

e ragione,

 

solo illusione,

metafisica,

convivenza con te in me stesso,

e pallida realtà

 

Sei pronta, vieni qua.

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